Bonomi – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 31 Mar 2026 20:00:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale / 18: It’s the end of the world as we know it (and I feel fine) https://www.carmillaonline.com/2022/10/05/il-nuovo-disordine-mondiale-18-its-the-end-of-the-world-as-we-know-it-and-i-feel-fine/ Wed, 05 Oct 2022 20:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74286 di Sandro Moiso

E’ la fine del mondo che conosciamo e mi sento bene. Quando esattamente 35 anni fa, era il 1° settembre 1987, i R.E.M. fecero uscire sul mercato discografico il loro singolo, certo non potevano nemmeno lontanamente immaginare che la loro canzone fosse destinata ad essere ancora così attuale all’inizio del secondo decennio del terzo millennio. Dimostrando come, quasi sempre, l’immaginario delle culture ritenute “basse”, in questo caso quello legato alla musica rock, ha saputo anticipare il futuro e lo ha letteralmente “cantato” più e meglio degli esperti economico-politici e [...]]]> di Sandro Moiso

E’ la fine del mondo che conosciamo e mi sento bene.
Quando esattamente 35 anni fa, era il 1° settembre 1987, i R.E.M. fecero uscire sul mercato discografico il loro singolo, certo non potevano nemmeno lontanamente immaginare che la loro canzone fosse destinata ad essere ancora così attuale all’inizio del secondo decennio del terzo millennio. Dimostrando come, quasi sempre, l’immaginario delle culture ritenute “basse”, in questo caso quello legato alla musica rock, ha saputo anticipare il futuro e lo ha letteralmente “cantato” più e meglio degli esperti economico-politici e degli esponenti ufficiali della cultura mainstream .

That’s great, It starts with an earthquake

E’ fantastico, inizia con un terremoto.
E’ il primo verso della canzone e serve benissimo per confermare ciò che abbiamo anticipato negli interventi precedenti sul tema della guerra e le sue conseguenze e che oggi si verifica in dimensioni ancor maggiori di quelle che si potevano immaginare fin dai primi giorni del conflitto in Ucraina.

Così, mentre l’ostinazione imperialista delle parti coinvolte sta avvicinando sempre più la possibilità di una guerra non solo allargata su scala europea ma anche di carattere nucleare, il sistema di alleanze su cui si son basate le politiche economiche e militari occidentali degli ultimi settanta anni sembra destinato a subire scossoni che, fin dall’esplosione (pilotata malamente) della pandemia da Covid-19, se non lo distruggeranno ancora del tutto, sembrano destinati a ridimensionarlo in maniera ritenuta impensabile fino ad oggi.

Infatti, mentre i media mainstream hanno potuto fino ad ora sottolineare soltanto le indiscutibili difficoltà militari e politiche in cui il regime del nuovo zar è venuto a trovarsi, la crisi economica legata alla carenza di gas, alle speculazioni della borsa di Amsterdam sulla stessa materia prima e al disaccordo tra i paesi europei su come reagire alle stesse sta distruggendo nel breve periodo ciò che aveva richiesto anni per affermarsi, ovvero la stabilità e l’utilità degli accordi inerenti al funzionamento dell’Unione Europea.

Ognuno per sé sembra essere diventato il motto dell’azione dei paesi europei nei confronti di questa crisi, con la Germania, über alles, in testa nel perseguire una propria e costosissima politica energetica che risulta speculare alla decisione, presa fin dall’inizio del conflitto, di riarmare pesantemente le proprie forze armate per poter diventare a breve la terza potenza al mondo, dopo Stati Uniti e Cina, per spesa militare.

Posizione avvallata in generale dal fatto che, in forme diverse, tutti i presunti alleati europei ed occidentali stanno già operando scelte che molto spesso danneggiano gli altri componenti delle alleanze europee ed atlantiche. Una corsa al si salvi chi può che negli ultimi tempi ha raggiunto livelli parossistici.

World serves its own needs, don’t misserve your own needs.

Il mondo segue i propri bisogni, non sottovalutare i tuoi propri bisogni.
Continua così la canzone del 1987, involontaria conferma del fatto che, al di là dei discorsi ufficiali, dietro all’europeismo e all’atlantismo si nascondono le stesse spinte sovraniste che i più fessi pensano ancora essere espressione di possibili rivendicazioni popolari o, peggio ancora di classe.

Il nazionalismo non è mai morto, si era solo truccato per meglio colpire le classi meno abbienti all’interno di ogni singolo stato, scaricando le responsabilità delle scelte più dolorose per i lavoratori, il proletariato e le classi medie impoverite sulle imprescindibili regole europee di gestione finanziaria dell’esistente.

Classi imprenditoriali e dirigenti assolutamente vili e pavide, soprattutto qui in Italia ma anche nel resto d’Europa, hanno finto collaborazione e unità di intenti soltanto per non accollarsi scelte assolutamente impopolari, ma ora il travestimento è caduto e il Re è nudo. Come nella paradossale opera teatrale di Alfred Jarry, i diversi protagonisti della vicenda sono condannati a prendersi gioco l’un dell’altro in una spirale che non potrà far altro che peggiorare sempre più la situazione generale.

La Francia ha annunciato che non venderà più la propria energia elettrica all’Italia e, contemporaneamente, che si opporrà alla realizzazione di un metanodotto che porti dalla Spagna alla Germania, attraversando il suo territorio nazionale, il gas alla seconda. L’Austria, per alcuni giorni e per motivi inerenti al pagamento in rubli, ha fatto sì che l’Italia non ricevesse più il gas russo attraverso il valico di Tarvisio. Paesi dell’Est europeo si oppongono, come l’Ungheria, alle sanzioni alla Russia oppure chiedono un maggiore sforzo militare, come la Polonia, nei confronti della stessa, mentre i paesi fondatori dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica iniziano a tentennare davanti alla richiesta, ribadita da Zelensky, di un ingresso dell’Ucraina nella Nato per timore di un aggravarsi e di una conseguente svolta in senso nucleare del conflitto.

La narrazione ufficiale dei media, fino a pochi giorni or sono, continuava ad insistere sul progressivo allontanamento della Cina di Xi dalla Russia di Putin, travisando le parole del primo a proposito del “rispetto” dell’integrità territoriale degli stati e della loro autonomia politica che, più che all’Ucraina e ai referendum russi sui territori del Donbasss e del Lugansk, erano rivolte agli Stati Uniti affinché interrompano la loro azione di sostegno politico e militare a Taiwan, epicentro del conflitto futuro tra le due potenze rivali. Che più che libertà e diritti riguarderà lo scontro tra il dollaro e il renminbi yuan come monete di riferimento per gli scambi internazionali.

Nella sguaiata narrazione mediatica occidentale, i problemi sembravano essere sempre e soltanto quelli degli avversari, ignorando quelli altrettanto gravi e forse ancor più reali dello schieramento euro-occidentale, in cui il divide et impera statunitense ha giocato e continua a giocare un ruolo niente affatto secondario. Ma si sa, la speranza è l’ultima a morire e il tam tam della guerra avrebbe dovuto ancora una volta servire a distogliere l’attenzione di massa dai problemi immediati che dalla prima derivano e che potrebbero rimettere in discussione la stessa: caro bollette, crisi azionarie, chiusura di aziende, perdita di posti di lavoro e inflazione.

Alcuni di questi fattori, sovranismo rivelato dietro alle politiche nazionali degli stati più “convintamente europeisti” e divisione tra i membri europei della Nato, potrebbero far buon gioco al nuovo governo di centro destra. L’avvicinamento di Giorgia Meloni a Mario Draghi potrebbe essere più che il frutto di un inciucio europeista, quello della necessità del capitalismo italiano di riprendersi uno spazio di manovra nelle questioni energetiche e lo stesso iper-atlantismo della prima potrebbero ben accordarsi con una protezione accordata dagli Stati Uniti a un nascente governo non troppo allineato con la Germania. La cui riduzione della potenza economica e politica, ma domani anche militare, rimane uno dei principali obiettivi statunitensi in Europa, sia per i governi democratici che per quelli repubblicani. Del quale anche l’ambiguo e disastroso attentato alle condotte di North Strem 1 e 2 potrebbe essere una conseguenza e/o un’espressione.

Ad indebolire la futura azione di governo, però, più che le lotte che iniziano a svilupparsi contro le “bollette di guerra”, potrebbero essere le differenti promesse elettorali degli alleati contro cui la stessa Confindustria, nelle parole di Bonomi (niente flat tax e niente prepensionamenti!), ha levato una differente e contrarissima voce. Rischiando di far nascere un governo già morto allo stato fetale.

The ladder starts to clatter with fear fight.

La scala inizia a traballare con la paura della lotta, continuava ancora la canzone di Bill Berry, Peter Buck, Mike Mills e Michael Stipe.
Lo dimostra il fallimento del governo di Liz Truss alla sua prima uscita con la proposta dell’abbassamento, se non l’abolizione, delle tasse per i più ricchi. Ancora una volta non tanto, per ora, per la mobilitazione del movimento “Don’t Pay” che in qualità di primo ministro aveva cercato di esorcizzare con l’istituzione di un fondo plurimiliardario per la riduzione delle bollette, ma proprio per un attacco implacabile da parte degli organismi finanziari internazionali e del loro principale organo di informazione sul territorio britannico, il «Financial Times».

Dopo l’opposizione dei mercati, di buona parte del partito conservatore e dei maggiori quotidiani britannici, che hanno definito il piano, per l’abolizione delle tasse più alte per i più ricchi e del tetto alla remunerazione dei dirigenti bancari, della Truss e del suo ministro delle finanze Kwarteng, in alcuni casi, come folle e cattivo (mad and bad), il quotidiano della finanza inglese non ha potuto far altro che sottolineare come:

Resta da vedere se la disputa sulla rottamazione del tasso di 45p tempererà le ambiziose riforme dal lato dell’offerta di Truss volte a stimolare la crescita. Quando è diventata primo ministro il mese scorso, si è impegnata ad affrontare questioni di lunga durata relative alla pianificazione per aumentare la costruzione di case e l’accessibilità economica dell’assistenza all’infanzia, ma il suo fallimento con la riforma fiscale potrebbe farla riflettere. Un deputato conservatore che sostiene Truss ha dichiarato: “Se non riesce a ottenere un taglio delle tasse di 2 miliardi di sterline, non riesco a vedere come abbia una speranza nell’inferno di pianificare la riforma o qualsiasi altra cosa. Liz voleva essere radicale, ma ha fallito al primo ostacolo”1.

Nessuna altra Tatcher sembra dunque delinearsi all’orizzonte, sia sul piano internazionale che italiano, e questa potrebbe già essere una buona notizia per chi si oppone al modo di produzione dominante. Le cui difficoltà stanno esplodendo ben più rapidamente di quanto si potesse immaginare e senza nemmeno una sconfitta militare intercorsa davvero sul campo.

Semmai se c’è una cosa che, sul campo di battaglia, può essere anch’essa sintomo della fine di un certo mondo che conosciamo può essere individuata nel fatto che uno dei fattori delle difficoltà militari russe deriva proprio dal rifiuto di combattere e arruolarsi di molti giovani, e meno giovani, russi richiamati o chiamati alle armi in questo periodo.
Confermando quanto sostenuto da tempo, oltre che da chi scrive queste note, da Domenico Quirico in un coraggioso articolo su «La Stampa» del 30 luglio di quest’anno.

L’unica speranza che questo macello finisca dunque non è nelle abilità e nelle qualità dei leader dell’Est e dell’Ovest, regrediti a termini rozzi e primitivi, stupefacenti in un tempo e in un mondo reputati civili. Risiede semmai nella volontà rivoluzionaria di porvi fine di coloro che combattono, che vengono ogni ora, ogni giorno uccisi, da una parte e dall’altra, ucraini e russi. Abbiamo bisogno tutti, e soprattutto noi europei che questa guerra subiamo a un passo, di uno sciopero, eversivo, rivoluzionario, dei combattenti che riproponga con successo quanto accaduto nel 1917, durante la Prima guerra mondiale.
Dalle trincee in cui milioni di uomini ogni giorno sopportavano il contatto con la morte e ogni istinto di vita sotto i bombardamenti, la sporcizia, il furore omicida sembrava dover inaridire fino alla radice, esplose, dilagò improvviso irresistibile universale il grande sciopero della pace. In Russia fu, subito, Rivoluzione. Negli altri Paesi belligeranti (in Italia fu Caporetto) ci vollero i plotoni di esecuzione per domare la rivolta. Ma non fu che una breve tregua prima che il moto dilagasse un anno dopo come un fuoco in una pianura riarsa.
Ucraini e russi sono entrati in guerra ammalati dei loro particolarismi, di nazionalismo orgoglioso gli uni, di imperialismo brutale gli altri. Per due, tre mesi questi particolarismi e l’odio che la sofferenza fa crescere nei confronti del nemico, di chi ha aggredito e specularmente di chi, ostinato, non si arrende, resiste, uccide, sono stati sufficienti per motivare i combattenti, per sorreggere la propaganda.
Ma a contatto delle verità eterne e immutabili che la sofferenza sociale della guerra rimette ferocemente in luce giorno dopo giorno, gli uomini nelle trincee del Donbass e di Cherson sentiranno che il cerchio del loro orizzonte impedisce loro di pensare e di agire, li soffoca in una atmosfera assassina di morte e di inutili volontà.
[…] La fine rivoluzionaria di questa guerra criminale avverrà quando i combattenti si ribelleranno, insieme, alla sofferenza. Sono loro che gettando contemporaneamente i fucili possono rompere il cerchio dei pregiudizi, degli interessi, dei simboli vani, delle bugie. Sono loro che rifiutando di combattere spazzeranno, con il soffio del loro possente respiro di vittime, di sacrificati, il cerchio degli interessi che a Mosca e a Kiev non sono i loro.
[…] Non sono Putin e Zelensky, o Biden, che possono spezzare il cappio della guerra. Gli uomini di buona volontà a cui deve rivolgersi, scavalcando, ignorando i capi, sono gli uomini disperati, sporchi, esausti, straziati delle trincee. Il popolo della guerra.
Dopo mesi di sofferenza, di avversione alimentata tra loro, ora ucraini e russi hanno una cosa in comune: la sofferenza. Ora non credono più a quello che è accaduto, sanno che ancora una volta tutto è avvenuto per un errore di calcolo criminale2.

Ipotesi rafforzata ancora dagli scontri avvenuti in una base di arruolamento in prossimità di Mosca.

Nel 223esimo giorno di guerra in Ucraina, una maxi rissa tra nuove reclute e soldati è scoppiata in una base dell’esercito russo vicino Mosca. Secondo quanto riferito da Baza, «i nuovi arrivati» non hanno ricevuto un caldo benvenuto, ma al contrario «i soldati che prestavano servizio» nella base gli «hanno ordinato di consegnargli i vestiti ed i telefoni cellulari». Le nuove reclute – chiamate alle armi nel quadro della mobilitazione parziale annunciata da Puti – hanno respinto le richieste e ne sarebbe scaturita una rissa nella quale avrebbero avuto la meglio, tanto che circa 20 soldati si sarebbero rinchiusi in un edificio e avrebbero chiamato la polizia per chiedere aiuto3.

And a government for hire and a combat site
But it’ll do, save yourself, serve yourself.
World serves its own needs, listen to your heart bleed
It’s the end of the world as we know and I feel fine

E un governo a noleggio e un sito di combattimento/ma lo faranno e allora salvati, servi te stesso/Il mondo serve i propri bisogni, ascolta il tuo battito cardiaco/È la fine del mondo come lo conosciamo e mi sento bene.

Sì, a vederla in positivo e nonostante tutto, il vecchio mondo sta finendo. Con i suoi conflitti imperialistici e il suo scellerato dominio di classe. Con le sue tragiche diseguaglianze e le sue menzogne. E’ un mondo solo, come Draghi mentre parlava davanti ad un’aula delle Nazioni Unite deserta. Un mondo vecchio e moribondo che vorrebbe pace sociale e stabilità soltanto per continuare con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna, dell’ambiente e di ogni risorsa vitale fino al loro esaurimento. Un treno che sta lentamente rotolando sui binari della propria distruzione.

Per tutto questo, dunque, è giunto il momento per chi si batte nei movimenti di carattere sindacale, territoriale e ambientale di unire le forze in direzione di un unico obiettivo comune: accelerare la tendenza all’inevitabile superamento dell’attuale modo di produzione. Whatever it takes!

(18 – continua)


  1. Sebastian Payne, George Parker e Jim Pickard, Truss finally admits defeat on tax benefit for the wealthy, «Financial Times», 3 ottobre 2022  

  2. Domenico Quirico, Uno sciopero dei soldati come nel 1917, l’unica speranza per arrivare alla pace, «La Stampa», 30 luglio 2022  

  3. Guerra Russia-Ucraina, maxi rissa tra reclute e soldati in una base vicino a Mosca, «La Stampa», 4 ottobre 2022  

]]>
“In Lombardia non si poteva fermare la produzione”. In Lombardia si poteva solo crepare https://www.carmillaonline.com/2020/10/14/in-lombardia-non-si-poteva-fermare-la-produzione-in-lombardia-si-poteva-solo-crepare/ Wed, 14 Oct 2020 20:52:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63082 di Sandro Moiso

Francesca Nava, Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale, Editori Laterza, Bari – Roma 2020, pp. 242, 15 euro

“…eh, ma io in questo momento rifornisco la Jaguar” (Marco Bonometti, Presidente di Confindustria Lombardia)

“Abbiamo anche minacciato di fermare la produzione, certo. E’ l’unica arma che abbiamo. Loro si sono sentiti ricattati, noi abbiamo detto «ricattati è poco, possiamo fare anche di peggio»” (Operaio della Dalmine – Gruppo Tenaris)

Il titolo scelto per questa recensione è tratto dalla frase che chiude, come un macigno, il penultimo capitolo del bel [...]]]> di Sandro Moiso

Francesca Nava, Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale, Editori Laterza, Bari – Roma 2020, pp. 242, 15 euro

“…eh, ma io in questo momento rifornisco la Jaguar” (Marco Bonometti, Presidente di Confindustria Lombardia)

“Abbiamo anche minacciato di fermare la produzione, certo. E’ l’unica arma che abbiamo. Loro si sono sentiti ricattati, noi abbiamo detto «ricattati è poco, possiamo fare anche di peggio»” (Operaio della Dalmine – Gruppo Tenaris)

Il titolo scelto per questa recensione è tratto dalla frase che chiude, come un macigno, il penultimo capitolo del bel saggio-reportage della giornalista di origini bergamasche Francesca Nava, appena pubblicato dagli Editori Laterza. Un saggio imprescindibile per tutti coloro che vogliano parlare o discutere, a ragion veduta, dell’inferno pandemico scatenatosi a partire dalla Val Seriana alla fine di febbraio di quest’anno.

Un inferno sanitario e sociale che più ancora che nel virus, classificato per semplicità come Covid-19, affonda le sue radici in un autentica infamia economica, politica e istituzionale generalizzata, nei confronti della quale, nel corso degli ultimi mesi, si sono mossi i parenti delle vittime raccolti nel Comitato Noi denunceremo. Verità e giustizia per le vittime da Covid-19. Infamia che sta alle spalle anche di una gestione opaca sia dei provvedimenti che dell’informazione riguardanti la pandemia.

Un’opacità che, in questi giorni di ripresa, altamente prevedibile, dei contagi, ancora caratterizza tutti gli atti e le notizie che riguardano una situazione sociale e sanitaria destinata a peggiorare nel corso dell’autunno-inverno (così come l’epidemia di influenza “spagnola” avrebbe dovuto insegnare ai soloni della scienza, dell’informazione e della politica istituzionale). Una linea d’ombra determinata dalla necessità strumentale, soprattutto economica e politica, di non diffondere il panico che già tanto ha contato fin da gennaio qui in Italia e che ancora sembra essere l’unica autentica strategia, insieme all’uso della forza pubblica e dell’esercito, di mantenimento dell’ordine produttivo. A qualsiasi costo.

Ordine produttivo che fin dagli ultimi giorni di febbraio, in Val Seriana e nella bergamasca, è diventato il vero ed unico fattore di determinazione delle scelte sanitarie e sociali che avrebbero dovuto essere prese. Sia dal governo regionale che da quello nazionale. Ed è proprio in questa dipendenza delle decisioni politiche dalla volontà imprenditoriale, che ha finito coll’accomunare le scelte dei rappresentanti della Lega e del Centrodestra a quelle dei partiti e del governo di area giallo-rossa, che l’autrice affonda il rasoio del suo ragionamento e della sua implacabile ricostruzione dei fatti.

Nel sottolineare, a più riprese, come la sanità pubblica lombarda sia stata fatta letteralmente a pezzi da due riforme «improvvide, illegittime e di dubbia costituzionalità, quella del 1997 di Roberto Formigoni e l’altra di Roberto Maroni del 2015»1, Francesca Nava non dimentica mai di rammentare al lettore come lo spettacolo del rimpallo di responsabilità tra governo nazionale e governo regionale sulla gestione della pandemia, così come si è sviluppato anche davanti alla Procura di Bergamo che indaga sulle stesse, sia del tutto funzionale alle politiche effettivamente adottate e dettate quasi esclusivamente dalla voce del padrone.

Padrone che assume le fattezze precise della Confindustria lombarda e del suo rappresentante più importante, il presidente Marco Bonometti, che fin dai primi giorni (quelli che si sarebbero rivelati poi fatali per la diffusione dell’epidemia) si rivelò sintonizzato soltanto «sul fatto che, se l’Italia si fosse fermata e altri paesi gli avessero fottuto le commesse, lui avrebbe avuto un danno irreparabile»2.

A capo di Confindustria Lombardia dal novembre del 2017, Bonometti è presidente e amministratore delegato delle Officine Meccaniche Rezzatesi (Omr): colosso delle componenti per auto, con 3.600 dipendenti, sedici stabilimenti nel mondo e quasi 800 milioni di fatturato l’annoLa sua società, con oltre cent’anni di storia alle spalle e a capitale privato posseduto al 100% dalla famiglia Bonometti, vanta nella lista dei clienti le principali case automobilistiche, con la Ferrari come fiore all’occhiello. Nella città-contea cinese dello Huixian, a oltre 600 chilometri di distanza dal focolaio epidemico del coronavirus, si trova Omr China Automotive Components, lo stabilimento verticalizzato (dagli impianti di fusione del rottame al pezzo finito) […] specializzato nella produzione di assali e componenti per mezzi speciali che occupa oltre 600 dipendenti. Alla fine gennaio l’Omr fa rientrare dalla Cina dieci suoi lavoratori: tra questi ci sono cittadini italiani, tedeschi e cinesi. Vengono messi tutti in quarantena3.

Il 28 febbraio, nel corso di un’intervista radiofonica, Bonometti dichiara: «Bisogna rimediare cercando di abbassare i toni e far capire all’opinione pubblica che la situazione si sta normalizzando. Giustamente si son prese delle misure drastiche prima, ma oggi bisogna gestire la situazione in modo diverso. Bisogna far capire che la gente può ritornare a vivere come prima, salvaguardando sempre il problema della salute». Il giorno seguente, 29 febbraio parla anche di “danno di immagine” con una eventuale zona rossa che «crea danni economici anche alle altre aziende»4.
In piena ottemperanza al suggerimento-ordine, il 29 febbraio, un sabato, a Bergamo:

Il sindaco Giorgio Gori invita i bergamaschi ad andare in città e a fare shopping. Chiunque può viaggiare sui mezzi pubblici dell’Atb al prezzo scontato di uneuro e cinquanta; il biglietto è valido per tutto il week-end. Bar, ristoranti, negozi sono aperti e il Sentierone – la via pedonale del centro, la via dello struscio – pullula di gente. Sono i giorni indimenticabili dello slogan «Bergamo non si ferma», degli aperitivi milanesi tra l sindaco Sala e il governatore del Lazio Zingaretti, i giorni degli spot di Confindustria, che rassicura fornitori e clienti che «il rischio di infezione in Italia è basso» e che le aziende continueranno a produrre e lavorare come sempre. L’influenza da Covid sembra relegata nella zona rossa del Lodigiano e del comune veneto di Vo’ Euganeo. Eppure, già da una settimana, si è sviluppato un pericoloso focolaio in Val Seriana, che ha anche investito la città di Bergamo. All’ospedale Papa Giovanni XXIII continuano ad arrivare ambulanze cariche di pazienti in crisi respiratoria provenienti proprio dall’ospedale di Alzano Lombardo, dove tutto è iniziato il 23 febbraio5.

Se Netflix, o qualsiasi altro canale televisivo o casa di produzione, vorrà mai realizzare una serie thriller oppure horror-politica, la sceneggiatura è già pronta, servita sulle pagine di un testo informato, appassionato e di facile lettura, in cui nulla e nessuno viene dimenticato. Tanto meno le vittime. Che sono tante, troppe: pensionati, medici, infermieri, operai, autotrasportatori, quasi tutte di età compresa tra i quaranta e gli ottanta anni. Seimila nella sola provincia di Bergamo. Una strage annunciata che soltanto l’apriori economico, la sete di profitto ed una politica diretta soltanto dalla ‘necessità’ dall’accaparramento privato della ricchezza socialmente prodotta ha infine causato.

Economia di mercato e salute sia pubblica che ambientale, non possono coesistere: questo ci insegnano indirettamente le parole spesso pacate, talvolta accese ma comunque mai prive di forza della brava e coraggiosa giornalista bergamasca. E oggi, mentre è ancora in pieno ritorno una pandemia che non se n’è mai andata da una struttura economico-produttiva e sociale che non ha mai realmente chiuso nessuna attività pericolosa, mentre i mezzi pubblici viaggiano stracarichi di lavoratori e studenti e si finge che il virus si diffonda dall’interno delle famiglie e non dal suo esterno e dal contesto lavorativo6, mentre le scuole non riescono a garantire un minimo di sicurezza mantenendo attive le macchinette distributrici di bevande e panini (autentici supermarket virali) e mentre il presidemte di Confindustria Bonomi (imprenditore attivo proprio nel settore biomedicale) rivendica un salto di paradigma ad ulteriore beneficio delle aziende e del capitale privato, anche noi dobbiamo perseguire un altro tipo di salto di paradigma. Quello che gli operai che si sono rivoltati alla Dalmine, nelle fabbriche lombarde e piemontesi per fermarle prima del Dpcm truffa del 22/23 marzo oppure i difensori dei territori e della salute dei movimenti NoTav hanno già iniziato a indicare da tempo. La fine di un’ingiustizia che è la fonte di tutte le ingiustizie: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del dominio del capitale sulle risorse, l’ambiente e la salute. Un dominio che, come indica ancora il testo qui recensito, ha ormai compromesso gravemente anche l’indipendenza della scienza e della ricerca.

Grazie dunque a Francesca Nava che, pur con la necessaria obiettività professionale, ha saputo fornirci ulteriori armi e istruzioni per la comune battaglia che ci attende.


  1. Intervista a Vittorio Carreri in F. Nava, Il focolaio, p. 161. Carreri nella stessa intervista riporta poi ancora questo esempio pratico: «Nell’Ats di Bergamo ora c’è questa situazione: il direttore del dipartimento si è infettato ed è a casa, a gestirlo con la funzione di direttore di tutte le attività legate alla pandemia virale è arrivato un veterinario. Ma le pare possibile? Un veterinario! Allora vuol dire che, oltre che dimezzata, la prevenzione a Bergamo e non solo a Bergamo è quasi annientata» in F. Nava, op. cit. p. 163  

  2. F. Nava, op. cit. p.58  

  3. op. cit. p. 66  

  4. per le due citazioni si veda F. Nava, p. 67  

  5. op. cit. pp. 22-23  

  6. Lombardia. La diffusione è trainata dai luoghi di lavoro, la Repubblica, 4 ottobre 2020, p. 3  

]]>
Sull’epidemia delle emergenze / 6: Crisi pandemica, neo-togliattismo e iniziativa di classe. Una questione aperta. https://www.carmillaonline.com/2020/05/14/sullepidemia-delle-emergenze-6-crisi-pandemica-neo-togliattismo-e-iniziativa-di-classe-una-questione-aperta/ Wed, 13 May 2020 22:01:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59959 di Maurice Chevalier, Sandro Moiso e Jack Orlando

“Se l’aquila ferita vola rasoterra non vuol dire che per questo sia diventata una gallina.” (Sergio Spazzali)

“Non basta lavarsi le mani e mettersi una mascherina, dobbiamo costruire altri mondi” (testo dal Chiapas ribelle)

Mentre nel secondo giorno della “fase 2” si sono contati 5 morti sul lavoro … Mentre già 37000 sono i contagiati sul posto di lavoro, di cui 9000 nelle ultime due settimane… Mentre i padroni chiedono di rilanciare la ripresa delle grandi opere e dei cantieri superando i vari ‘cavilli’ [...]]]> di Maurice Chevalier, Sandro Moiso e Jack Orlando

“Se l’aquila ferita vola rasoterra non vuol dire che per questo sia diventata una gallina.”
(Sergio Spazzali)

“Non basta lavarsi le mani e mettersi una mascherina, dobbiamo costruire altri mondi”
(testo dal Chiapas ribelle)

Mentre nel secondo giorno della “fase 2” si sono contati 5 morti sul lavoro …
Mentre già 37000 sono i contagiati sul posto di lavoro, di cui 9000 nelle ultime due settimane…
Mentre i padroni chiedono di rilanciare la ripresa delle grandi opere e dei cantieri superando i vari ‘cavilli’ riguardo alla sicurezza sul lavoro e i vincoli ambientali…

Mentre, col cinismo classico del capitalismo, Trump dichiara che non si può fermare l’estrazione di plusvalore e quindi bisogna ‘riaprire tutto’ anche se ciò comporta più vittime…
Mentre la pandemia continua ad estendersi nel mondo e il disastro sanitario continua con le stragi nelle Residenze Sanitarie per Anziani, in Italia come nei principali paesi europei…

Mentre la recessione galoppa e la crisi sociale si delinea come sempre più devastante1, come dimostrano già i 36 milioni di nuovi disoccupati nei soli Stati Uniti…
Mentre la guerra civile mondiale si sviluppa in conflitti tra forze reazionarie e forze rivoluzionarie, in conflitti interreligiosi, in conflitti tra gli Stati e all’interno degli Stati fra le differenti fazioni della borghesia…
Mentre l’ONU dichiara che in conseguenza del coronavirus si prospettano carestie di proporzioni bibliche…

Mentre i soldi promessi dal governo Conte per cassa integrazione, bonus ecc. lasciano milioni di persone in attesa e si allungano progressivamente le file davanti agli sportelli bancari, piuttosto restii a praticare i “prestiti” e le casse integrazione in deroga2, e ai banchi dei pegni…
Mentre nelle banlieues parigine continuano le mobilitazioni, il 1 maggio i lavoratori e le le loro organizzazioni sono scesi in piazza in molte parti del mondo, come anche diversi movimenti, a Francoforte, in Turchia, in Cile e in Grecia (con la grande manifestazione indetta dal sindacato PAME), e in Bolivia esplodono ‘petardi’ in tutto il paese…

Mentre accade tutto questo, cosa succede in Italia, nella casa dei movimenti?

L’avvio della fase 2 proposta dal Governo Conte, che estende l’obbligo al lavoro di fabbrica ma con divieto di fare assemblee nei luoghi di lavoro, riporta tutte e tutti al fronte con la quasi certezza di ulteriori morti e feriti3.
Confindustria e padronato, come hanno fatto durante tutto il periodo precedente alla fase 2 con la strage di lavoratori, soprattutto della sanità, in Lombardia, impongono la ‘riapertura totale’; da un lato battono cassa al governo, dall’altro richiedono di mettere in discussione le rimanenti conquiste dei lavoratori del secolo scorso. Bonomi, presidente neo-eletto di Confindustria, chiede infatti che : «Il Governo agevoli quel confronto leale e necessario in ogni impresa per ridefinire dal basso turni, orari di lavoro, numero giorni di lavoro settimanale e di settimane in questo 2020, da definire in ogni impresa e settore al di là delle norme contrattuali» chiedendo di fatto, che i contratti nazionali vengano sospesi e si proceda ad una rinegoziazione totale dei diritti su base aziendale.

I sindacati confederali, mentre vengono vietate le assemblee e le iniziative nei luoghi di lavoro, rilanciano ancora una volta la concertazione e per bocca di Maurizio Landini, dichiarano «come associazioni sindacali, non da soli ma assieme ad associazioni e governo, abbiamo fatto cose importanti» e ‘gongolano’ per aver ottenuto i tavoli di lavoro programmatici.
Governo, Confidustria e Sindacati Confederali rilanciano ancora una volta “l’unità nazionale – tutti uniti contro il covid”, poi, sconfitto il virus, si potrà tornare a manifestare ‘in modo democratico e consociativo’. Un autentico trionfo dei principi della Carta del Lavoro fascista e del suo collaborazionismo di fondo, coperto mediaticamente dal canto immarcescibile e interclassista di “Bella ciao”.

Sul fronte dei movimenti e dei gruppi antagonisti, invece, sta prevalendo una sorta di neo-togliattismo, una politica dei due tempi potremmo dire, ovvero: oggi ci occupiamo di assistere i settori più poveri ed emarginati, chi ha bisogno della spesa ecc., rischiando spesso di diventare gli scaricatori dei camion con gli aiuti alimentari della Caritas, di Emergency o di altre organizzazioni cattoliche, valdesi oppure laiche …. e domani, quando ci sarà permesso di uscire di casa, quando sarà tolto il divieto di assembramento, ripartiremo con le lotte e “allora sì che ci organizzeremo per fargliela pagare”.

Oggi sembra che si possa agire solo, o quasi, sul piano delle videoconferenze o scioperi e cortei virtuali. Questa posizione comprende varie sfumature, da chi fa circolare petizioni ai parlamentari, finanche al Papa, per i detenuti e i migranti, a chi richiede a Confindustria e più in generale ai padroni di garantire la sicurezza in fabbrica; da chi si stupisce della violenza di carabinieri, guardia di finanza e polizia a chi richiede redditi ‘di sostegno’ allo stato: tutte iniziative condivisibili, ma nulle politicamente per chi abbia individuato nell’attuale devastante e vampiresco modo di produzione l’origine di una ‘catastrofe’ la cui accelerazione non permette più di coltivare l’illusione riformistica.

Tralasciando le iniziative di denuncia sardinesche, che come la propaganda del regime del ventennio, non sanno far altro che ripetere ossessivamente: «tutto nello Stato, nulla al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato»4, va subito annotato come troppo spesso compagni e compagne, i movimenti, pur nelle rispettive differenze temano di essere identificati come untori se si cerca di aggirare i divieti sugli assembramenti e l’uscire di casa. Temono che oggi accompagnare la giusta costituzione di brigate per l’aiuto ai soggetti più colpiti dalla crisi con un’esplicita denuncia del capitalismo come responsabile di questo virus possa far passare per avvoltoi… per chi strumentalizza la sofferenza del covid 19; finendo così col dare vita, per l’appunto, a strategie che ricordano quelle togliattiane del PCI del secolo scorso, quelle che promettevano: “oggi unità nazionale per ricostruire l’Italia del dopoguerra, domani, risanata l’Italia, si farà la Rivoluzione”. 
Ma questo, purtroppo, significa consegnarsi al Nemico, essere sconfitti senza lottare.
Anche perché è proprio la parola ‘Rivoluzione’ ad essere sospinta, forse ancora più di allora, fuori dal discorso.

Non può esserci sempre un prima e un dopo, poiché è proprio nella lotta che ci si organizza.
Non si può infatti stare solo ad aspettare gli aiuti statali, oltretutto fantasma e non si può partecipare alla distribuzione di cibo con le pettorine del Comune, di Emergency o della Caritas … tutto è immediato: fame, paura, sangue, merda … sono concreti adesso e non rispettano le fasi stabilite dalle discussioni, neanche quelle della critica radicale.

Le iniziative da un punto di vista individuale (anche apprezzabili) di sostegno e aiuto ai più colpiti dalla crisi che, però, non sanno tenere insieme questo con una pratica anticapitalista e la denuncia delle responsabilità per la diffusione del virus e della gestione della pandemia, che non costruiscono autorganizzazione, sono nulle sul piano collettivo, nulle nella costruzione della/delle comunità resistenti, necessarie per l’oggi e fondamentali per il domani.

Le iniziative che si sono invece tenute in varie città, in occasione del 1° maggio, come a Trieste, Torino (con una provocatoria ‘chiusura’ di Mirafiori) e in Valle di Susa a Bussoleno; lo sciopero dei riders e dei lavoratori della logistica, anche se non hanno portato in piazza grandi numeri, costituiscono esempi di altri percorsi possibili. Se le azioni mutualistiche permettono infatti di costruire rapporti nei territori, sono utili a patto che coltivino già da oggi il radicale rifiuto del modo di produzione vigente e delle sue regole.

Se le varie forme di assenteismo, i blocchi, le fermate, gli scioperi nei luoghi di lavoro, torneranno a esplodere come nel mese di marzo, finiranno col divenire un elemento cruciale dei conflitti scatenati dalla crisi. Mentre anche le lotte in carcere e dei migranti potranno trarre vantaggio dallo sviluppo e dalla diffusione di una forte mobilitazione intorno al tema centrale del conflitto tra capitale e lavoro. Come è già avvenuto in passato.

Soprattutto tornando a parlare dei migranti come proletari sfruttati e non come vittime di un generico razzismo atemporale cui contrapporre l’amore caritatevole e la generica solidarietà che tanto piacciono alla Chiesa e ai benpensanti di ‘sinistra’. Gli stessi che coltivano come una grande dimostrazione di civiltà la concessione di permessi di soggiorno temporanei per i braccianti agricoli, da rimettere al lavoro in pandemia e da riscaricare nel nero a emergenza finita. Una dimostrazione, più lampante che mai, di come il razzismo, quello di Stato da cui discendono tutti gli altri, sia quello nei confronti della ‘razza’ messa a produrre profitto5, e che si può combattere con i subalterni in quanto lavoratori, non in quanto vittime di una generica disuguaglianza.

Oggi, superare i divieti, aprire vertenze sui luoghi di lavoro, autorganizzarsi, praticare l’essere comunità e classe, con autodisciplina rivoluzionaria, applicando le necessarie misure sanitarie di autodifesa dal virus, è fondamentale per chi si dice antagonista del modo di produzione vigente. Così come in montagna e sui territori è importante che le comunità continuino a ritrovarsi, organizzarsi, fare il pane, coltivare le terre, lottare in modo collettivo.

Una comunità in salute si costruisce con intelligenza e consapevolezza volta al benessere collettivo e all’antagonismo irriducibile; si costruisce nella lotta, non con opere di assistenza, droni e decreti presidenziali finalizzati al profitto di pochi. Perché, in fin dei conti la gemeinwesen, la comunità umana di marxiana memoria, è ben altra cosa dalla comunità nazionale o da quella definita dalle strutture giuridiche e amministrative derivate dagli interessi del capitale.

Le limitazioni sull’assembramento, sul diritto di assemblea ecc. saranno durature e aspettare un ‘dopo’ basato su un vaccino miracoloso prodotto e distribuito da Big Pharma, delega allo Stato la questione della salute e ci costringe all’angolo, lasciando spazio soltanto alla mobilitazione reazionaria, che in Italia già è scesa in piazza con i bottegai, con i gruppi neofascisti che occupano case ‘solo per gli italiani’ o con manifestazioni fintamente spontanee, come quelle promosse dalle Mascherine Tricolore, nuovo cartello di CasaPound, oppure ancora, come negli Stati Uniti, con lavoratori e miliziani del Michigan che chiedono, armi alla mano, di riaprire tutte le attività lavorative6.

Se infatti, a parte pochi casi, i movimenti si sono astenuti dal mobilitarsi, ciò è stato comunque agito in forma spontanea e spesso disorganizzata con modalità e in situazioni diverse. Dei nuovi fronti si muovono e compongono nell’ombra, spesso esplicitamente alla ricerca di una chiave di lettura o di una direzione politica, e sono i rigagnoli di quelle forze sprigionate dalla crisi, che hanno iniziato a sgorgare dalle crepe nell’edificio della tenuta sociale, spesso sporchi e senza ideologia, ma potenzialmente fecondi e agguerriti7.
Come insegna la teoria dei piani inclinati, dove non avanza la rivoluzione allora avanza la reazione. Se questi rigagnoli reclameranno soviet o case del fascio è tutto ancora da scrivere. Intanto, però, l’affermazione del fascismo storico una cosa ci insegna ancora:

“Nella misura in cui, nella crisi della vita sociale italiana, il movimento socialista commetteva un errore dopo l’altro, il movimento opposto – il fascismo – cominciò a rafforzarsi, riuscendo in modo particolare a sfruttare la crisi che si profilava nella situazione economica, e la cui influenza cominciò a farsi sentire anche sulla organizzazione sindacale del proletariato […] Il proletariato era disorientato e demoralizzato. Il suo stato d’animo […] aveva subito una profonda trasformazione […] (e) quando la classe media constatò che il partito socialista non era in grado di organizzarsi in modo da ottenere il sopravvento, espresse la propria insoddisfazione, perse poco a poco la fiducia che aveva riposto nelle fortune del proletariato e si rivolse verso la parte opposta […]. È in questo momento che ebbe inizio l’offensiva capitalistica e borghese. Essa sfruttò essenzialmente lo stato d’animo in cui la classe media era venuta a trovarsi. Grazie alla sua composizione estremamente eterogenea, il fascismo rappresentava la soluzione del problema di mobilitare le classi medie ai fini dell’offensiva capitalistica […] Nell’industria l’offensiva capitalistica sfrutta direttamente la situazione economica. Comincia la crisi e si afferma la disoccupazione. […] La crisi industriale fornisce ai datori di lavoro il punto di partenza che permette loro di invocare la riduzione dei salari e la revisione delle concessioni disciplinari e morali che precedentemente erano stati costretti a fare agli operai” (A. Bordiga, Rapporto sul fascismo al IV congresso dell’Internazionale Comunista – 16 novembre 1922)

Cogliere l’occasione e afferrare il tempo del cambiamento e del rifiuto dell’esistente, quando si presentano, è dunque un’indicazione necessaria e tutt’altro che velleitaria, considerato che ai movimenti che intendono superare il modo di produzione dominante non sarà mai concesso, dai loro avversari, di procedere per fasi dilazionate nel tempo. A meno che non accettino di essere diluiti come uno sciroppo colorato nell’acqua.

“Come possono vincere, pensavo? Come può il nuovo mondo, pieno di confusione e di equivoci e di illusioni e abbacinato dal miraggio delle frasi idealistiche, vincere contro la ferrea combinazione di uomini abituati a governare, legati da una sola idea, quella di non mollare quanto posseggono?” ( Introduzione alla guerra civile: 1916-1937 – John Dos Passos).


  1. Il Financial Times continua ad annunciare la crisi più grave e profonda degli ultimi tre secoli: Bank of England warns UK set to enter worst recession for 300 years, F.T. 8 maggio 2020  

  2. V. Conte, Cassa in deroga solo a uno su cinque. In mezzo milione sono ancora senza, la Repubblica 9 maggio 2020  

  3. Si veda, già citato in apertura, C. Voltattorni, Covid-19, 37mila contagiati sul posto di lavoro: 9mila in più in due settimane, Corriere Economia, 8 maggio 2020  

  4. B. Mussolini, Opera omnia, vol. XXI, p.425; cit. in R.J.B. Bosworth, Mussolini. Un dittatore italiano, Arnoldo Mondadori Editore 2004, p.257  

  5. “Non era una straniera Paola Clemente, 49 anni e tre figli, morta di fatica nei campi di Andria mentre lavorava all’acinatura dell’uva per due euro l’ora. Non era straniero Paolo Fusco, 55 anni e tre figli pure lui, stroncato da un infarto mentre caricava cocomeri a temperature intollerabili, per 40 euro a giornata.” F. Perina, La scelta della civiltà, La Stampa 12 maggio 2020  

  6. A.Lombardi, America in piazza, dal Texas all’Illinois. Armati pur di riaprire, la Repubblica 13 maggio 2020  

  7. Secondo un recentissimo sondaggio di Euromedia Research, 7 italiani su 10 pensano che la crisi economica generata dalla pandemia possa far esplodere rivolte sociali, soprattutto al Nord, mentre soltanto più il 5% dichiara di aver fiducia nei politici; si veda A. Ghisleri, Il virus alimenta le paure degli italiani, La Stampa 12 maggio 2020  

]]>