Bolzaneto – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 20 Jun 2026 20:00:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Riportando tutto a casa https://www.carmillaonline.com/2017/11/30/riportando-tutto-a-casa/ Thu, 30 Nov 2017 22:02:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41928 di Filippo Casaccia 

Simone Pieranni, Genova macaia, Laterza 2017, pp. 148, € 14

Noi genovesi siamo diversi. Ci sentiamo diversi e viviamo questa diversità esibendola con un orgoglio che spesso è solo il modo per nascondere la dolce tristezza che ci contraddistingue. Abbiamo spesso un carattere ispido, burbero, mugugnone, con cui poi si raggiungerà un’intesa, ma che al primo approccio vi tiene a distanza, con diffidenza, prendendo le misure. E di come siamo, di come ci comportiamo, ce ne rendiamo conto solo quando a Genova, finalmente, facciamo ritorno e guardiamo la nostra città con [...]]]> di Filippo Casaccia 

Simone Pieranni, Genova macaia, Laterza 2017, pp. 148, € 14

Noi genovesi siamo diversi.
Ci sentiamo diversi e viviamo questa diversità esibendola con un orgoglio che spesso è solo il modo per nascondere la dolce tristezza che ci contraddistingue. Abbiamo spesso un carattere ispido, burbero, mugugnone, con cui poi si raggiungerà un’intesa, ma che al primo approccio vi tiene a distanza, con diffidenza, prendendo le misure.
E di come siamo, di come ci comportiamo, ce ne rendiamo conto solo quando a Genova, finalmente, facciamo ritorno e guardiamo la nostra città con uno sguardo un po’ da foresto, come si dice da noi, apprezzando di nuovo quella dolcezza di vivere per cui l’inverno è sempre un po’ più clemente di quello che vivi a Milano e l’estate sempre un po’ più fresca.
Bene: se non avete avuto la fortuna di nascere anche voi in questa Superba da sempre coacervo di contraddizioni e di armonia tra anime diverse e che vive di passato e poco di futuro, a farvi capire quella malinconia sottile, quella somma di risentimenti e alterigia che è Genova e l’essere genovese e di come la città e la natura di chi la abita siano inseparabili, contribuisce questo nuovo libro di Simone Pieranni, ancora una volta – come nel precedente 72 – con un racconto in forma di autofiction, senza che importi quanto narrato della vita dell’autore sia vero o verosimile o forse solo immaginato.
Vi chiedo di perdonarmi se mi scapperà dell’autobiografismo non richiesto ma nel magnifico libro di Pieranni mi sono ritrovato perfettamente. E mi è successo pur partendo da presupposti sociali e geografici diversi. Io cresciuto nella Albaro borghese e distaccata di Levante, lui – di poco più giovane –, nella periferica Bolzaneto più laboriosa, già lontana dal mare, a Ponente.
Nel percorso che abbiamo fatto tutte e due da punti eccentrici ed opposti della città verso il suo cuore, alla sua scoperta – durante l’adolescenza e ai tempi dell’università –, c’è lo stesso stupore. E c’è un identico sentimento provato nella lontananza da quel nome che è luoghi familiari, affetti, amicizie, profumi, sapori e anche sofferenza, tanta. Perché – e questo spettro aleggia su di noi come su tutta la nostra generazione – Genova è la città del G8, di un mondo diverso solo sognato, di una repressione violenta mai sanzionata. Genova è diventata un simbolo, un modo di dire, “quelli che erano a Genova”, i fatti di Genova, i processi di Genova.
Una ferita che non si richiude e il cui dolore nasconde tutto il resto.
Quello che avvenne in qui giorni del 2001 ha anche scippato l’autore del nome del suo preciso luogo di nascita. Bolzaneto non è più una delle tante realtà periferiche inglobate dalla città, no: ormai è solo la caserma di Bolzaneto, quella di fianco alla quale lui giocava da bambino.
Ed è per risarcire la città, per dare dignità ai nomi che hanno una storia per fortuna diversa, Pieranni – che di quei giorni infami è stato testimone e poi ne ha seguito come cronista la storia giudiziaria – intraprende una serie di percorsi attraverso una realtà fisica che è una sfida podistica: discese e salite ripidissime tra acqua e monti, raccontando la natura verticale oltre che orizzontale di una città che è srotolata sul mare e chiusa alle spalle dall’Appennino, ma che vive nelle vallate anguste che in questi rilievi si fanno strada, passando da un sole caldo a un’ombra gelida. Genova è una città di funicolari, ascensori, ponti su altri palazzi, portoni di casa all’ultimo piano in alto e giardini bui al piano terra, stretti tra muri di contenimento altissimi. È affacci, sbocchi, strettoie, vicoli ciechi, svincoli micidiali – come cantava De Gregori – e uscite autostradali che sono le porte d’ingresso a questi tragitti di conoscenza. E ognuna di queste bocche che ti ingoiano nel corpo della metropoli ha una sua peculiarità.
Genova Ovest ti catapulta già nel centro, salutandoti con la Lanterna, e subito ti immette in quel serpentone di asfalto che è la Sopraelevata, così cara a noi e così invisa ai turisti che non capiscono quale tuffo al cuore sia tornare a casa e avere a disposizione una camera-car fenomenale, con tutta la città ai tuoi piedi, con la modernità accanto ai palazzi del 1000, il cemento a fianco della pietra, dei mattoni, del marmo.
Genova Est invece sfiora, per aria, un acquedotto storico e ti fa costeggiare il cimitero di Staglieno, il carcere e lo stadio di Marassi, il torrente Bisagno che tutti conoscono per le troppe esondazioni, la stazione Brignole e infine la Foce e il mare. E di nuovo le memorie del G8 in corso Italia.
Ma c’è anche Genova Nervi, un’uscita autostradale che significa evasione, mare, spiagge – spiagge come lo sono quelle di Genova e dintorni: scogli lepegosi e sassi, ma lì, a due passi da casa, evocate da quelle facce marroni, sempre abbronzate che hanno i genovesi che mettono il naso al sole appena possono (e possono molto spesso).
La città, il centro, sono poi attraversati da un reticolo di tragitti individuali, di incroci, di sorprese, perdendosi e ritrovandosi: ed ecco allora il Cantinone, i centri sociali, le facoltà, le panetterie, la comunità di San Benedetto al Porto, la poesia di Caproni fatta realtà e quella in musica e parole di Ivano Fossati e tanti altri ancora.
Io, futuro architetto, scoprii veramente il cuore della mia città nel 1994, facendo una ricerca sociologica per la facoltà di Economia.
Vengo da Albaro – uno dei quartieri alti, come li chiama Pieranni – e ho vissuto in una condizione astorica, protetta, vicino a Boccadasse, col lungomare davanti, le domeniche delle vasche dei genovesi con la radiolina attaccata all’orecchio per seguire i risultati del Genoa e di quegli altri.
Quel lavoro mi permise di capire che, quelli che erano fondali per noi studenti privilegiati, erano in realtà voragini profonde: entravo negli appartamenti che si affacciavano sui caruggi, vedevo come si viveva tra quei muri antichi, spesso fatiscenti, e constatavo la dignitosa vitalità imprenditoriale di quella immigrazione che ancora non era comodo dipingere come pericolosa. E al contempo testimoniavo la sparizione, spesso per semplice consunzione, della Genova antica, non più al passo coi tempi.
Ovviamente per Pieranni è interessante la commistione delle vite di questa città e come si sono consolidate nella pietra, nei luoghi. E per condurci per mano in questo viaggio racconta anche le vicissitudini dei suoi familiari.
La Genova di Ponente del dopoguerra rivive attraverso la figura della nonna paterna: la città dell’acciaio, dell’Italsider – una presenza ingombrante, venefica, che significava fatica, sacrificio, la polvere di ferro nei vestiti, sui davanzali, nell’aria; e anche riscatto sociale e orgoglio operaio. E la nonna è anche testimone della Resistenza, della Liberazione e della Genova migliore: quella dei fatti del 1960 e delle magliette a strisce, quando la città si oppose al ritorno in città dell’ex prefetto Basile e al congresso del Movimento Sociale Italiano al teatro Margherita (teatro che ritorna nella narrazione, quasi per essere riabilitato, per un concerto di De André che vidi anch’io). E da quel rifiuto si misero in moto una serie di avvenimenti che poi portarono alla caduta del governo Tambroni. Quella volta la piazza aveva vinto.
Grazie alla voce di uno zio un po’ legera, che scappa più volte e più volte ritorna e stringe amicizie che ben esemplificano la trama sentimentale di questo autentico porto di mare, c’è anche la storia millenaria della città, ripresa attraverso la sua passione per quel 1200 che la vide diventare una potenza mai militare ma commerciale e finanziaria, una ricchezza che diventerà una maledizione quando qualcuno non rimetterà i suoi debiti, condannandola la Repubblica al declino.
E poi il Ghedda, amico dello zio, curioso animale metropolitano dalla vita romanzesca che vive la giungla del centro storico trovandosi in mezzo ad affari e malaffari, forte di un’ascendenza nobile e poi calato in quell’intrico che era la città vecchia prima degli anni più recenti, più insipidi, incattiviti dall’eroina e dalla gentrificazione.
Ma in tutto questo andirivieni della memoria non c’è mai il compiacimento per la Genova balorda e delinquente o per il passato glorioso, secondo certa facile retorica. No, Pieranni osserva e riflette, con la sua curiosità, volendo svelare gli aspetti che al visitatore casuale sfuggono, specialmente oggi, con la città apparentemente ripulita, pacificata.
L’ultima testimonianza è quella più intima: la figura del padre a cui l’autore si rivolge sempre. È il racconto della ricerca di un contatto, di una comprensione, di un abbraccio ostacolato da due nature troppo diverse, tra un genitore distaccato e un figlio irrequieto ma riservato, arrabbiato col mondo e pronto a scappare nel posto più lontano dal mare che esista, nel cuore dell’Asia centrale, sul limite del deserto del Takla Makan, in Cina, a Urumchi.
Manca il versante materno, citato solo una volta quasi di sfuggita, con pudore, in occasione del ritorno poco distante dalla metropoli, a Recco. Forse è una mia interpretazione ma questo ricongiungimento è una sorta di riconciliazione con la natura materna (e matrigna) della città, come se la separazione avesse portato a una conoscenza possibile solo grazie alla distanza.
Genova macaia è una prova dalla scrittura fine e ricchissima, con un equilibrio prezioso tra saggio e narrativa: una guida per l’anima e anche per il turista che ragiona col cuore e coi piedi.

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Cayenne italiane https://www.carmillaonline.com/2017/07/22/cayenne-italiane/ Sat, 22 Jul 2017 01:12:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39521 di Alexik

Il cancello si apriva in continuazione. Dai furgoni scendevano quei ragazzi e giù botte. Li hanno fatti stare in piedi contro i muri. Una volta all’interno gli sbattevano la testa contro il muro. A qualcuno hanno pisciato addosso, altri colpi se non cantavano faccetta nera. Una ragazza vomitava sangue e le kapò dei GOM la stavano a guardare. Alle ragazze le minacciavano di stuprarle con i manganelli“.

Erano andati al macello inermi, chi con una bandiera rossa, chi con una A cerchiata, chi [...]]]> di Alexik

Il cancello si apriva in continuazione. Dai furgoni scendevano quei ragazzi e giù botte. Li hanno fatti stare in piedi contro i muri. Una volta all’interno gli sbattevano la testa contro il muro. A qualcuno hanno pisciato addosso, altri colpi se non cantavano faccetta nera. Una ragazza vomitava sangue e le kapò dei GOM la stavano a guardare. Alle ragazze le minacciavano di stuprarle con i manganelli“.

Erano andati al macello inermi, chi con una bandiera rossa, chi con una A cerchiata, chi con la testa piena di fantasticherie democratiche.
Alcuni indossavano una tuta nera, altri patetiche protezioni di gommapiuma, tutti drammaticamente inadeguati a fronte della violenza che gli avrebbero scatenato addosso.
Arrivarono a Genova nel luglio 2001 pensando che bastasse la forza dei numeri per contrastare quella dei potenti, o che si trattasse ancora una volta della simulazione di uno scontro.
I più erano immemori o inconsapevoli di quello che aveva dovuto affrontare, circa 20 anni prima, l’ultima generazione che aveva provato seriamente a sovvertire le regole del gioco. Pochi avevano memoria diretta della gestione della piazza dei tempi di Cossiga, o delle violenze poliziesche di Voghera1.
La quasi totalità non aveva mai conosciuto il carcere, o non aveva fatto sufficiente attenzione a ciò che si muoveva dietro quelle mura.
Dopo l’esecuzione di Carlo, dopo la ‘macelleria messicana’ della Diaz, duecentocinquantadue (ma la stima è incerta) vennero portati alla caserma di Bolzaneto, consegnati nelle mani di polizia, carabinieri, ma soprattutto del GOM (Gruppo Operativo Mobile) della polizia penitenziaria.
Qui varcarono le soglie di un incubo:

Torturato n° 38, straniero. Offeso, mentre era nudo, rivolgendogli domande sulla sua vita sentimentale e sessuale, veniva costretto a spogliarsi nudo e a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania costretto con la minaccia di percosse con la cintura presa ad altro detenuto, a fare delle giravolte sul pavimento; percosso e ingiuriato con sgambetti e sputi da due ali di agenti mentre transitava nel corridoio.

Torturato n° 47, straniero. Percosso nel corridoio con calci e pugni, percosso nell’infermeria mentre veniva perquisito e sottoposto a visita medica con un pugno al torace, in conseguenza delle percosse riportava la frattura della costola destra, percosso, ingiuriato e minacciato in bagno  da due agenti che lo costringevano a mettersi davanti al wc e gli dicevano “orina finocchio “, e minacciavano di violentarlo con un manganello, con lo stesso manganello lo percuotevano all’interno delle cosce procurandogli ematomi, percuotevano ancora con pugni alla testa e alle spalle.

Torturata n° 60, italiana. Accompagnata dalla cella al bagno, costretta a camminare lungo il corridoio con la testa abbassata e le mani sulla testa, colpita da altri agenti con calci, derisa e minacciata, costretta con violenza e minacce a chinare la testa all’interno della turca; insultata con : “puttana”, “troia” e a subire da altri agenti frasi ingiuriose con riferimenti sessuali del tipo “che bel culo “, “ti piace il manganello”, costretta a fare il saluto romano e a dire: “viva il duce “, “viva la polizia penitenziaria”.2

Lo stesso incubo vissuto nelle carceri di questo paese.

Fuori dalla caserma le telecamere di tutto il mondo erano puntate sul G8.
Se tale era la fiducia dei torturatori nell’impunità, in un contesto di così forte attenzione politica e mediatica, quali violenze potevano essere capaci di attuare nel chiuso delle galere, lontano da sguardi indiscreti, e su persone completamente in loro potere per lunghissimi periodi di tempo?
Da quale ‘scuola’, da quale ‘brodo culturale’ provenivano quegli agenti ?
Su quali corpi si erano allenati prima di arrivare a Genova?

Tradizioni: la violenza nel carcere ‘sabaudo’

Sono da  poco le  sette  del  mattino,  passi cadenzati  si  odono nella  sezione,  la  terza  superiore  del penitenziario di  Volterra…  Odo i  passi  arrestarsi  di  fronte alla mia cella, la n. 23, lo scatto del pesante passante che blocca la porta,  che  viene  spalancata,  innanzi  a  me  due  brigadieri  ed una decina di guardie, vengo invitato ad uscire, obbedisco, ed in  mezzo  al  plotone  mi incammino verso  l’uscita.
Faccio una domanda,  mi  viene risposto che non sono tenuti  a darmi  delle spiegazioni,  replico  la  domanda,  mi informano  che  debbo essere isolato…
Vengo  introdotto  in una cella, con un  letto di  contenzione al  centro,  mi  spogliano completamente nudo intorno ci sono una ventina di guardie. In un  istante  mi  sono  addosso  con  calci  e  pugni,  cerco di coprirmi,  grido,  chiedo  il  motivo di  quel linciaggio,  ricevo altri  calci,  pugni,  con una cattiveria ed una  selvaggità  mai veduta
…”3

Volterra, 19  settembre  1970.  Sono passati più di 23 anni dal varo della Costituzione repubblicana, quella che prevede che ‘le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità’. Ne mancano più di trenta ai fatti di Bolzaneto, e gli agenti ‘di custodia’ (così venivano chiamati i secondini prima di essere elevati al rango di polizia penitenziaria) non sono certo gli stessi, ma ciò nonostante il loro modus operandi presenta notevoli analogie.

Non si tratta semplicemente di esercizi di sadismo da parte di personalità frustrate, di deliri di onnipotenza e vigliaccherie gratuite esercitate nel comodo rifugio dell’impunità.
La violenza sui corpi e sulla psiche, anche quando appare immotivata e gratuita, assolve sempre una sua funzione. L’annientamento della personalità del prigioniero è funzionale all’interiorizzazione dei rapporti di potere.
E’ una tecnica disciplinare i cui effetti devono estendersi al di là e al di fuori della permanenza nelle patrie galere.

Nel vecchio carcere ‘sabaudo’, sopravvissuto fino alla metà degli anni ’70 con le sue segrete medioevali e il suo regolamento fascista, la violenza sui prigionieri era connaturata alla filosofia retributiva della pena, dove la pena è considerata un fine in sé, un valore assoluto che non necessita di altre motivazioni. Il carcere non era stato ancora toccato da filosofie trattamentali di recupero del condannato.

Non esistevano mediazioni o ammortizzatori rieducativi. L’essenziale era punire. Punire e indurre alla rassegnazione quella fetta di popolo che, per una ragione o per l’altra, aveva deragliato dai binari della disciplina sociale”.4

L’uso della violenza sui detenuti era un metodo indiscusso di neutralizzazione della devianza. Indiscusso fino a quando proprio quella violenza non fece da innesco a una lunga stagione di rivolte carcerarie.

A  Poggioreale  si  pativa  la  fame,  e alla  fame c’era  da sopportare  inoltre  un  rigore  da campo di  concentramento di tipo nazista.  Alle celle  di  punizione,  per  dare  un  esempio,  fui legato  sul letto di  forza e  malgrado dei  dolori  acutissimi  che mi presero  allo  stomaco non  fui  visitato da  nessuno  …  Mentre mi legavano ridevano e  tiravano le fasce più che potevano.
Il  vitto da  porci immangiabile,  i  secondini  che  trovavano  gusto  a  istigare e  oltraggiare  fino  a  quando uno non scoppiava.  Veniva  quindi  portato  al  palazzo di  vetro,  così  era chiamato  il  padiglione  in  cui  erano  le celle  di  punizione e  i letti  di  forza.  In questo posto  le  botte erano  all’ordine  del giorno…
Di  questo passo si  arrivò al luglio 1968 mese  in cui  pieni  di rabbia ci  si  rivoltò incendiando e  rompendo tutto ciò che ci  si parava  davanti
”.5

Con l’avvento della stagione delle rivolte, la violenza dell’istituzione carceraria non dovette più misurarsi con un insieme atomizzato di individui, con le loro ribellioni individuali intrise di disperazione, ma con una forza collettiva capace di organizzarsi, rispondere contrattaccare. Le rappresaglie sui rivoltosi furono durissime:

A  sera  quando  cessammo ogni  resistenza  fummo incolonnati,  ci  fu  impedito di  prendere  qualsiasi  vestito od oggetto personale,  dovemmo passare attraverso un  cordone formato da celerini  e  guardie carcerarie,  i  quali  cominciarono a  percuoterci  selvaggiamente con  manganellate,  pugni,  calci, cinghiate,  ed  alcuni  secondini  con  catene  munite  di lucchetto all’estremità… Il  pestaggio  era cieco  e  indiscriminato,  il livore,  la  rabbia  sadica,  la  vendetta si  abbatteva contro tutti  senza alcuna distinzione tra giovani  e vecchi  e  malati  ricoverati  all’infermeria”.6

Mentre eravamo  massacrati,  gli  sbirri  ridevano  e  canticchiavano per  deriderci.  Davanti  alle celle  mi  fecero spogliare completamente,  mi  ordinarono di  piegarmi  a novanta  gradi  ed  io  compresi la  loro  intenzione,  in quel momento essendo privo delle manette mi coprii i testicoli con le  mani,  ma  mi  ordinarono di  non  assumere  tale atteggiamento,  e  non  appena  tolsi le  mani  una  guardia pugliese  mi  sferrò una  scarpata,  e  svenni…
Nelle celle  di  punizione  … tre  giorni  alla  settimana  il  vitto  consisteva  in 200  grammi di  pane e acqua… per  sfregio  ci  rapavano  i  capelli  a zero”
7

Ma il tentativo di sedare le sommosse attraverso un intensificazione della violenza non ebbe che l’esito di farle esplodere ancora di più, con un crescendo rivendicativo che partiva dalle richieste parziali (su ora d’aria, colloqui, vitto, isolamento,  punizioni …), per estendersi a quelle generali (riforma carceraria, amnistia), fino a riprendersi la libertà con le evasioni8.

Lo Stato decise allora di condurre lo scontro sociale all’interno delle galere secondo logiche di differenziazione, riservando il pugno di ferro alle avanguardie, e allo stesso tempo avviando un processo di apertura per disinnescare la polveriera delle carceri.

Il 9 maggio del ’74, Carlo Alberto dalla Chiesa guidò l’assalto di polizia e carabinieri per sedare una rivolta nel carcere di Alessandria, lasciando in terra sette morti fra detenuti e ostaggi. Era il segnale di un cambio di fase: le ribellioni non sarebbero più state tollerate.

Contemporaneamente veniva portata a termine la riforma dell’ordinamento penitenziario che sostituiva il vecchio codice fascista, riconoscendo (almeno sulla carta) i detenuti come soggetto di diritto e mitigando (sempre sulla carta) alcuni aspetti della brutalità del carcere.
Veniva inaugurato un modello detentivo di tipo trattamentale che prevedeva un percorso a tappe per il reinserimento del detenuto nella società , una volta depurato dal suo carattere sovversivo, tramite permessi premio, semilibertà, lavoro esterno, ecc.
Misure che nel medio periodo funzionarono effettivamente per depotenziare le agitazioni nelle carceri ordinarie, fornendo a buona parte dei prigionieri una via di uscita da quelle mura attraverso una gradualità premiale da conquistare con la buona condotta e la propensione al ravvedimento.
La violenza quotidiana nei penitenziari del circuito ordinario acquisì in questo modo nuove possibilità ricattatorie, visto che ogni reazione a un sopruso di un carceriere poteva inibire al detenuto l’accesso ai permessi, o interrompere il percorso verso la semilibertà.

Innovazioni: la violenza nelle carceri speciali

Il modello trattamentale era però riservato solo ai prigionieri ‘normali’.
L’articolo 90 della Legge di riforma prevedeva infatti la possibilità di sospendere le ordinarie regole di trattamento, quando ‘ricorressero gravi ed eccezionali motivi di ordine e sicurezza’.
Le misure per l’attuazione pratica di tale previsione di legge vennero affidate direttamente ai carabinieri, in virtù degli ‘ottimi risultati’ ottenuti ad Alessandria.
Dalla Chiesa dispose la creazione di un circuito speciale di prigionia formato dalle carceri più invivibili, preferibilmente nelle isole,9, dove vennero trasferiti i prigionieri ribelli, i militanti della lotta armata e della sovversione sociale di quegli anni, assieme ai detenuti comuni ritenuti più pericolosi.
In pratica dalla Chiesa mutuò, riattualizzandolo, il vecchio modello delle ‘carceri di rigore’ del regolamento del ’31. L’ordinamento penitenziario fascista che sembrava fosse uscito dalla porta, rientrava così dalla finestra.

Il rigore era attentamente garantito.

All’Asinara “il cibo era insufficiente, disgustoso, indigesto. L’acqua corrente non risultava potabile e aveva gli odori e il colore dei liquami da fogna. Le celle erano umide e prive di riscaldamento. Le docce si facevano ogni 15 giorni e le lenzuola venivano cambiate una volta al mese, se andava bene. Questa disciplina rigidissima era imposta a colpi di manganello. Bastava scambiare una parola con i detenuti delle altre celle per essere selvaggiamente aggrediti dalla squadretta di turno“.10
L’assistenza sanitaria era inesistente: “Fabrizio Pelli, delle BR, contrasse la leucemia a Fornelli, ma il medico del carcere si guardò bene dal diagnosticarlo, condannandolo scientemente a una morte terribile“.11

La sicurezza esterna era affidata ai carabinieri sotto il comando di dalla Chiesa, che potevano intervenire anche all’interno della prigione con ampia autonomia,  sedando eventuali rivolte tramite il GIS (Gruppo di Intervento Speciale), corpo speciale nato per l’occasione. Ma la gestione ordinaria della violenza all’interno dello speciale era affidata ancora ai secondini.

Di notte le guardie si impegnavano per non farci dormire. Tenevano le radio accese a tutto volume. Sbattevano i manganelli contro le porte blindate delle celle e facevano scorrere le canne dei mitra sulle sbarre delle finestre. Di giorno le grida, gli insulti e le minacce si sprecavano, conditi talvolta da qualche colpo di arma da fuoco sparato in aria a scopo intimidatorio. Le perquisizioni corporali erano continue, venivano ripetute più volte al giorno e sempre con il rito dello spogliarello integrale e delle flessioni sulle ginocchia. Le ispezioni nelle celle erano occasione per fare scempio dei pochi effetti personali consentiti ai detenuti, e spesso si concludevano con dei pestaggi somministrati per un nonnulla“.12

Anche ai familiari in visita negli speciali erano destinate perticolari vessazioni, come ricordano madri, sorelle, compagne dei detenuti:
La guardia di custodia voleva perquisirmi con la mano incorporata all’interno, con la mano nella natura. Allora gli dissi “Prima di farmi questa visita dammi il regolamento carcerario, per vedere se è ammesso dalla legge”. “Noi facciamo quello che vogliamo, se no i colloqui non li fai”. Mentre mi ribellavo arrivarono il brigadiere, il vice brigadiere, e tutte queste guardie di alto grado che cominciarono a spintonarmi fuori“.13

“ … ricordo che faceva un freddo terribile, mi fecero entrare in una stanza gelida e mi fecero spogliare e accoccolare per vedere se usciva qualcosa dalla vagina, ebbi una perquisizione corporale, cioè una visita ginecologica. Erano metodi studiati per spaventarti e intimidirti”.14
Eppure i secondini sapevano che a questo tipo di violenza sessuale sarebbe seguita l’ulteriore violenza dei vetri divisori nei colloqui, che impedivano ogni possibilità di passarsi un messaggio o un oggetto. Che impedivano di toccarsi le mani, di accostare le labbra, di sentire il calore.
La guerra così passava anche sui corpi dei familiari, violabili, penetrabili dall’oltraggio delle guardie. Negati alle persone che amavano.

Ancora una volta, comunque, nulla veniva lasciato al caso.
La violenza dei guardiani era funzionale alla creazione di pentiti, o in subordine, in mancanza di ‘pentimento’, all’annientamento del nemico.
Se nel vecchio carcere ‘sabaudo’ l’obiettivo era l’annullamento dell’identità personale del prigioniero, ora si lavorava per sconfiggerne l’identità politica. (Continua)

 


  1. Il 9 luglio del 1983 veniva indetta a Voghera, sede di un supercarcere femminile, una manifestazione per la chiusura delle carceri speciali. La maggior parte dei manifestanti in arrivo venne bloccata al casello dell’autostrada. Al corteo venne vietato di partire e intorno alle 16 la celere ebbe l’ordine di caricare preventivamente . Questa la situazione nel racconto della madre di un detenuto politico: “La polizia era una mare. Caricò duecento persone. Arrivarono i lacrimogeni. Scorreva sangue. Cercavo di aiutare le donne cadute a terra. Davanti al comando della polizia mi presero a bastonate per allontanarmi… Chi fuggiva veniva arrestato, chi restava prendeva solo manganellate. Abbiamo salvato gente da terra con il sangue che scorreva. Presi in braccio due-tre persone e le misi nella macchina di mio marito, con il sangue che scendeva”. In: P. Gallinari, L. Santilli, Dall’altra parte. L’odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici, Feltrinelli, 1995, p. 84. 

  2. Lista completa in: Procura della Repubblica presso il Tribunale di Genova, Processo nei confronti di Perugini Alessandro + 44, p. 569. 

  3. Lettera di M.Z. in: Irene Invernizzi, Il carcere come scuola di rivoluzione, Giulio Einaudi editore, Torino 1973, pp. 107/108. 

  4. P. Abatangelo, Correvo pensando ad Anna. Una storia degli anni ’70, Edizioni DEA, 2017, p. 57. 

  5. Lettera di C.R. in: Irene Invernizzi, op.cit, pp. 120/121 

  6. San Vittore, dopo la rivolta dell’aprile 1969. In: Irene Invernizzi, op.cit, p. 274. 

  7. Trasferimento degli insorti di San Vittore alla colonia penale di Mamone (NU). In: Irene Invernizzi, op.cit, p. 279. 

  8. Nel 1974 evasero 221 detenuti dalle carceri italiane, nel ‘75 furono 300, nel ‘76 443. 

  9. Inizialmente vennero scelte le carceri di Pianosa, Asinara Favignana, Termini Imerese, Badu ‘e Carros. 

  10. P. Abatangelo, op. cit., p. 176 

  11. Idem. 

  12. Idem. 

  13. P. Gallinari, L. Santilli, Op cit., p. 77. 

  14. Ibidem, p. 90 

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IL CORPO E LA MEMORIA. Riflessioni e considerazioni attorno ad “Avevamo Ragione Noi. Storie di ragazzi a Genova 2001” https://www.carmillaonline.com/2016/09/07/corpo-la-memoria-riflessioni-considerazioni-attorno-ad-avevamo-ragione-storie-ragazzi-genova-2001/ Wed, 07 Sep 2016 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=33005 di Domenico Mungo

diaz Era necessario scriverlo. Forse, se fosse stato vivo, PPP il suo IO SO lo avrebbe anche dedicato al G8. Magari dalle colonne del Corriere. Era necessario scriverlo. Tutto quello che ho visto, letto, sentito e… subito a Genova, su Genova, per Genova, da Genova.

Il trauma collettivo repressivo più dilaniante per la mia generazione, troppo giovani per il ’77, troppo infiacchiti dall’utopia degli Anni Novanta in cui l’arcipelago alternativo ed antagonista italiano ed internazionale aveva raggiunto un equilibrio quasi collaborativo con il Sistema capitalistico, che attraverso la più bieca e acquiescente normalizzazione ci aveva reso tanti soldatini [...]]]> di Domenico Mungo

diaz Era necessario scriverlo. Forse, se fosse stato vivo, PPP il suo IO SO lo avrebbe anche dedicato al G8. Magari dalle colonne del Corriere.
Era necessario scriverlo. Tutto quello che ho visto, letto, sentito e… subito a Genova, su Genova, per Genova, da Genova.

Il trauma collettivo repressivo più dilaniante per la mia generazione, troppo giovani per il ’77, troppo infiacchiti dall’utopia degli Anni Novanta in cui l’arcipelago alternativo ed antagonista italiano ed internazionale aveva raggiunto un equilibrio quasi collaborativo con il Sistema capitalistico, che attraverso la più bieca e acquiescente normalizzazione ci aveva reso tanti soldatini da esibizione democratica.

Vedete, li lasciamo anche sfilare, crearsi spazi di aggregazione auto-gestita, pubblicare dischi, libri, film indipendenti, magari peschiamo ogni tanto nel mazzo dei più talentuosi e meno ortodossi e renitenti alle tentazioni e li fagocitiamo nel mainstream facendoci sopra dobloni.
Il Nuovo Ordine Mondiale ha anche bisogno di voi, per paventare pluralismo e libertà. Sempre in accordo con la Questura, altrimenti sò cazzi
.”

E noi credevamo, o meglio, i “leader” credevano e ci facevano credere così.
Gli Agnoletti e Casarini ed i Carusi, destinati ad ingloriose carriere parlamentari, forgiarono serbatoi elettorali per il post G8, sulla pelle dei tonni di Via Tolemaide.
Si ersero a portavoce mai nominati, contrattarono accordi con questurini e sgherri di Stato e minuetti mediatici con la CNN e Rete4, percorsi consentiti e zone rosse, gialle e nere.

Mentre gli anarchici predicavano nel fango.
Consapevoli che sarebbero stati loro, ovvero noi, a dover fare poi da capro espiatorio per tutto.
E tutti.
Il disastro di Genova pesa anche sulle loro coscienze – dei GSFfini – svendute per una manciata di voti e di visibilità mediatica.
Per questo ancora oggi diffido di improvvisati parvenu della rivolta, che si fanno portavoce dal nulla per il nulla in cui scompaiono esaurita la loro missione revisionista e infiltrante.

Dicevo del più grande trauma collettivo della mia generazione.
Quello più vergognosamente esplicito di tutta la storia di questa claudicante repubblica.
Gladio, la P2, le Stragi di Stato, le trame atlantiche, il consociativismo, i morti in piazza e tutto il resto dei cinquant’anni di Repubblica fino a Genova aveva avuto perlomeno il perverso pudore della semi-segretezza e della Ragion di Stato. Genova no.
I massacri furono evidenti da subito.
Le torture sottovalutate, minimizzate, giustificate.
Ma testimonianze se ne ebbero dal 22 luglio.

Il morto voluto ed i mille quasi morti mancati. Voluti anch’essi. L’insabbiamento di Piazza Alimonda in presa diretta ad usum delle telecamere. Senza pudore. La farsa, grottesca delle responsabilità sui neri e gli infiltrati. I fascisti costituzionali in doppiopetto ospiti graditi nella stanza dei bottoni dei Carabinieri e della Polizia, a dirigere e brindare. La donna (?) poliziotto che inneggiava ad “1-0 per noi”, il giorno dopo l’assassinio di Carlo, in una adorabile intercettazione con un collega stanco per lo stress da servizio anti-zecche.

Il TG1 che mostrava la Finanza che massacrava Cosetta, ex- partigiana di Reggio Emilia sul Lungomare Italia mentre la sua amica e compagna pensionata la cercava, con la testa aperta in due tra le mani, fra lacrimogeni e buzzurri romani in grigio, blu e nero-rosso che saltavano ad anfibi uniti sul cranio di ragazzi a torso nudo, avvinghiati alla fidanzatina con lo zainetto Invicta sulle spalle.
I lager di Bolzaneto e San Fruttuoso: “un, due, tre, viva Pinochet…

Il massacro della Diaz: il sangue e la materia cerebrale dei ragazzi che imbrattavano le mattonelle delle palestre, le bacheche degli scrutini, i registri di classe, e i banchi delle aule.
Dove l’uomo impara la bellezza dell’universo, il sonno della ragione dilaniava carni pure.
Una spietata allegoria, una Malebolge dantesca dove i dannati erano vittime e non carnefici. La loro unica colpa era dormire lì: laddove la controinformazione (le scuole Diaz erano la sede di Indymedia e di tutti i network di informazione libera, nda) irradiava nell’etere ed in rete le immagini, i fotogrammi chirurgici e le parole sberciate dell’orrore. Le teste grattuggiate fino alla macellazione. Le ragazze stuprate dagli insulti sessisti e machisti ancor prima che dai manganelli.

I piercing strappati con le tenaglie dai capezzoli, dalla lingua, dall’anima.
Il fiato che si arrestava dietro una porta chiusa: ultimo, inutile, rifugio all’orrore, nella speranza che se ne sarebbero andati via.
Una rappresaglia esortata dai vertici del Governo e delle forze dell’ordine.
Una macelleria messicana.
Un incubo cileno.
Una mattanza di Stato.
Mentre davanti alle telecamere incredule di riprendere una testa con un bastone conficcato dentro, un braccio quasi divelto dal corpo, un torace di costole stritolato come fiammiferi spezzati, i GSFfini gracidavano: “fatemi passare, sono un parlamentare della Repubblica…”.
Nel frattempo, sempre lì, in prima serata da Bruno Vespa, i caschi senza occhi oscuravano di plexiglass l’orgia di Sodoma, celati dietro la ghigna del sadico beato.

Tutto era lì. Sotto gli occhi di tutti.
Con tracotanza.
Si è vero, lo abbiamo fatto noi.
E allora? Non vi è bastato?
Ne volete ancora?
Caserme (scuole) ed ospedali ne abbiamo ad infinità. Accomodatevi.

E per 15 anni hanno fatto finta di non vedere. Di non ricordare. Di non punire i colpevoli, i mandanti, gli esecutori, morali e materiali della mattanza. Abbiamo chiuso gli occhi laddove ogni perdita di libertà civili, collettive ed individuali venivano polverizzate con l’esigenza di ordine mentre tutti applaudivano.

I morti di Stato dopo Genova hanno un altro peso di quelli di prima. Questi sono stati legittimati anche dalle impunità di Genova. La sinistra istituzionale, orfana del PCI e di quel poco che anche quel monolite revisionista, riformista e surrettizio all’ordine istituzionale aveva mantenuto di anti-sistemico (parola esagerata, diciamo di cripto-critica alle degenerazioni più evidenti ed intollerabili della pseudo-democrazia monocolore DC/Confindustria/Mafie), si aggrovigliava sempre più su posizioni securitarie e filo forze armate, memore del pragmatismo togliattiano: meglio al governo con i democristiani, che all’opposizione con gli operai. Ed oggi ci meritiamo, anzi si meritano, Renzi.

Il Reato di Tortura, di cui siamo ancora oggi sprovvisti, segna l’incapacità della sinistra italiana o di ciò che ne rimane, di imporre anche il pur minimo rispetto dei diritti umani in questo Paese – tralasciando l’annientamento sistematico di ogni forma di Welfare statale, dal sistema pensionistico, al Job’s Act fino alla devastazione scientifica della Scuola Pubblica e Popolare. E pretenderemmo da essa obiettività e capacità di critica al neo-riformismo rampante di PD e soci?

E’ un romanzo storico, indubbiamente. E come tale a-topico, ucronico e paradigmatico.
Se i personaggio fossero vissuti durante la Comune del 1871 oppure nella Barcellona Libera e Gioiosa Repubblica Anarchica del 1936 fucilati dagli stalinisti perché ingestibili e sorridenti o durante i moti di Milano del 1899 o in Sudamerica negli anni ’70 avreste trovato differenze?
Se la fine di Avevamo ragione Noi fosse stata in realtà l’inizio e viceversa?
Se Carlo fosse stato un guerriero Acheo contro la furiosa macchina da guerra Persiana avremmo parlato di epòs?
Se io non fossi stato due metri più indietro in Piazza Alimonda, e con me, il ragazzo col casco granata, pensate che…?

Genova è stato un evento di massa, a me interessava raccontare gli individui.
Decontestualizzare la narrazione dal processo ideologico per indirizzarlo verso la natura, carsica ed incostante, anfetaminica ed allegorica quanto si vuole, della vicenda umana di chi c’era allora e sentiva la puzza del sangue rappreso, dei lacrimogeni ad altezza faccia, dei limoni marci, degli anfibi visti dalla suola sul grugno. Dell’orrore senza fondo dei lager di Stato, dell’abominio della ragione, del turpiloquio della coscienza.

Perché i ragazzi di oggi hanno bisogno di sapere. Devono sapere ciò che nessuno gli ha mai detto e se lo ha fatto, mistificando e minimizzando.
La Storia Contemporanea non ha ancora voluto accettare i Fatti di Genova come un evento storico degno della classificazione e della collocazione che merita nella storia del Novecento. La letteratura in questo caso cerca di sopperire alla negligenza di sistema e opta per sostituire la memoria artistica a quella storica che non si vuole elevare ai programmi scolastici, alla ricerca universitaria, ai corsi di sociologia dei movimenti.

La mia è una strategia. La Letteratura non può prevedere censure.
Un libro, se non lo bruci di notte, è lì.
Su uno scaffale di Feltrinelli o di Comunardi. In un sito in rete.
Allunghi la mano e lo afferri. Ed entri nella storia.
Senza filtri e mediazioni di baroni universitari, ricercatori a gettone, parrucconi benpensanti, storici marxisti ortodossi, neobakuniani indignati.

Dopodiché, quando anche solo dieci coscienze inconsapevoli sapranno e si scuoteranno io avrò ottenuto il mio scopo, di storico. Di scrittore popolare. Postpunk. Poi, essendo anche un insegnante, collocherò tutto questo nei programmi dei miei corsi di Storia del Novecento e nel mio piccolo minerò il sistema della memoria rimossa.
Si è politico, questo romanzo, ma inteso in senso interiore, emotivo, spirituale.
Come in apnea.

Litterae ancillae Veritatis. La Letteratura come unico strumento di verità per ricordare e conoscere.

VIAGGIO AL TERMINE DI UNA NOTTE CHE NON VUOLE FINIRE.
Una chiosa di Rinaldo Capra

carlo giuliani Sono trascorsi quindici anni dal G8 di Genova, ma è ancora così presente che ci pesa sulle spalle come un masso invisibile che sappiamo di non poterci togliere. Mai sarà possibile trovare sollievo da quel peso atroce, angosciante, claustrofobico che ci schiaccia sul terreno che tentiamo di percorrere immobilizzandoci e annichilendoci. Basta un pensiero e ci ritroviamo in quella tenebra violenta e assurda, in quella situazione così irreale ma così vera da distorcere paesaggi, suoni, colori, pensieri. Insomma, distorce tutto quel che ci mette in relazione con noi stessi, con i pensieri, la cultura e gli ideali. La notte, buia e gelida, che ci avvolge è quella della società che vuole controllare la comunità, schiacciandola, condizionandola, criminalizzandola e manipolandola con violenza.

Sembra incredibile tanta violenza in un luogo civile e invece, noi che li abbiamo vissuti quei giorni, sappiamo che è successo e che si ripete ancora, in continuazione in ogni parte del mondo: è una notte senza fine. Nelle orecchie abbiamo ancora le urla e i boati, e negli occhi gli sguardi di chi chiedeva aiuto e quelli allucinati di chi massacrava la gente. La potenza simbolica di Genova 2001 è totale, paradigmatica, ha in sé il tutto delle contraddizioni bestiali della società capitalista con tutti i suoi eccessi e le sue psicopatologie di massa.

Domenico Mungo se la porta dentro questa tenebra e, nell’urgenza potente di raccontarla, la spande attorno a sé; ha un’energia magica che lo scaglia verso di noi, con le narici che si allargano nella foga del discorso, con la mimica del corpo, carico di simboli e i riti. Evoca i suoni del rock e del punk che danno voce a un dolore devastante e disperato che ci risucchia e nel quale ci dibattiamo. La sofferenza si materializza nel linguaggio sghembo, argotico, grandguignolesco; attinge a tutto quello che le culture sapienziali hanno prodotto: il suo cuore piange, la sua mano scrive.

Tragedia, musica, poesia, romanzo, diventa un tutt’uno, è il linguaggio globale della narrazione, epico ma antiretorico, letteratura che nell’invenzione si carica di forza politica eversiva ben più aggressiva e didascalica della cronaca reale. Produce in noi un dolore che bisogna lasciar dilagare nell’anima senza opporvisi, per essere consapevoli del nostro essere. Una sofferenza che per essere narrata ha bisogno di fisicità, di movimento dolente, di canto disperato e immaginifico, ma non dei miti e della retorica che i vari leader, della cosiddetta sinistra antagonista, celebrano asserviti al regime. Ci racconta delle responsabilità enormi degli organizzatori professionisti nella gestione di quelle giornate, che accettando la dialettica delle Questure e usando gli stessi paradigmi dei partiti, non hanno tutelato li partecipanti e lasciato che la Polizia “operasse”.

Di fatto, GSF e Tute Bianche hanno indirettamente servito, anche solo per incompetenza politico-militare, su un piatto d’argento il materiale umano per la repressione esemplare e feroce, che è diventata il giornalismo tossico della comunicazione di massa per il popolino, perbenista e qualunquista, che auspicava galera per tutti quelli vestiti di nero. Eroi Achei o Partigiani anti-retorici di Meneghello e Fenoglio, con lo Sten ad armacollo in montagna , non avrebbero lasciato che la macelleria si perpetrasse. Non avrebbero lasciato che la gente dormisse alla Diaz perché lo sapevano che lo stato di diritto era saltato. Fin dal pomeriggio, quando in città, nelle stazioni, per le vie si era già scatenata la caccia ad ogni essere umano dall’apparenza antagonista.
Ma imprigionati come erano nella stessa logica comunicativa del capitale non se ne sono neppure accorti o, forse, nemmeno preoccupati.

L’energia vitale e primordiale di Domenico è una scheggia di luce che emerge dalla notte che non vuole finire. Mi piace Domenico perché è un uomo che si è tolto le viscere e le porge con coraggio, per dirci che la politica capitalista è l’assassinio di Carlo Giuliani, è la Diaz, è Bolzaneto, è il poliziotto qualunquista e fascista, è il pennivendolo e anchorman televisivo venduto. Null’altro ci si doveva aspettare e i prodromi di quanto successo si erano già visti a Napoli con il governo D’Alema.

La macelleria di Genova 2001 è la macelleria di Domenico, quella che ha cantato e vissuto con più coscienza, ma è stata una delle tante. Di sangue proletario ne è sempre scorso a fiumi, nulla è cambiato, talmente tanto che non si può nemmeno elencare tutto.
Questo è il capitalismo e così sarà finché la notte delle coscienze non finirà.

Soundtrack:
John Zorn, da “Kristallnacht”: Never again
The Durutti Column, da “LC”: The Missing Boy
Achie Shepp, da “Attica Blues”: Ballad for a boy

[N.B. Ovviamente la responsabilità delle opinioni contenute nel testo è da attribuirsi ai due autori e non alla Redazione di Carmilla nel suo insieme]

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Genova 2001: Avevamo Ragione Noi / anche se non c’eravamo https://www.carmillaonline.com/2016/08/30/genova-2001-avevamo-ragione/ Mon, 29 Aug 2016 22:01:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=32661 di Simone Scaffidi

indexDomenico Mungo, Avevamo ragione noi. Storie di ragazzi a Genova 2001, illustrato da Paolo Castaldi, Eris Edizioni, 2016, pp. 256, € 13.00

Scrivere di Genova 2001 senza esserci stati è un po’ come recensire un libro senza averlo mai letto. Un grande classico di cui hai sentito parlare tante volte, ne conosci la trama, i personaggi principali, le ambientazioni, Carlo Giuliani, Bolzaneto e la Diaz. Hai anche visto il film di Vicari. Puoi parlarne per ore fingendo di averlo letto, di [...]]]> di Simone Scaffidi

indexDomenico Mungo, Avevamo ragione noi. Storie di ragazzi a Genova 2001, illustrato da Paolo Castaldi, Eris Edizioni, 2016, pp. 256, € 13.00

Scrivere di Genova 2001 senza esserci stati è un po’ come recensire un libro senza averlo mai letto. Un grande classico di cui hai sentito parlare tante volte, ne conosci la trama, i personaggi principali, le ambientazioni, Carlo Giuliani, Bolzaneto e la Diaz. Hai anche visto il film di Vicari. Puoi parlarne per ore fingendo di averlo letto, di esserci stato. Ma la verità è che non avrai mai più occasione di leggerla Genova 2001. Quello che ti resta è fartela raccontare.

Sei il ricordo appannato di Genova 2001.
Un tredicenne che alle medie si vestiva di nero dalle scarpe al collo e che ben prima dell’estate rideva coi compagni dichiarandosi black block. Com’erano stati bravi a farti entrare nella mente i buoni e i cattivi, il bianco e il nero, la polizia e i manifestanti. Chissà cos’è a tredici anni, con la coscienza politica compressa nei cristalli liquidi di un Nokia 5110, che ti spinge a scegliere tra il bianco e il nero. Vorresti darti una risposta consolatoria, che abbia il gusto della presenza, vorresti convincerti che quel ragazzino aveva già capito da che parte stare. Che il suo G8 era quotidiano, in classe, con le mani al cielo, le manifestazioni di dissenso, i banchi rovesciati. Ma la realtà è un’altra. Genova era a soli 40 minuti di treno da quella classe, ma nel 2001 era una gita scolastica all’acquario. E i pinguini, quelli sì, ti avevano colpito.

Cinque anni dopo. È il 2006.
Sei al liceo e Rifondazione Comunista suscita gran scalpore intitolando a Carlo Giuliani la sede del proprio ufficio di presidenza al Senato. Hai i capelli lunghi, condizione sufficiente per meritarsi l’appellativo di “comunista”. Ma Marx è solo una barba, devi ancora studiarlo e la tua coscienza politica ha lasciato perdere i cristalli per divenire totalmente liquida. Ricordi la prof di filosofia, il dibattito, l’incapacità di schierarsi con forza e intransigenza dalla parte di un ragazzo come te – sì proprio come te, non provare a storcere il naso – ammazzato brutalmente dalla polizia. E poi il silenzio e la vergogna.

Possibile che non avevi ancora letto niente su Genova 2001?
Che nessuno t’aveva mai raccontato nulla di cos’era successo per davvero. Che c’erano solo la televisione e una canzone dei Modena City Ramblers a raccontarti quel libro? Erano già passati cinque anni da quell’assolato pomeriggio di luglio e il nero liquido che si apriva dietro la nuca di Carlo era già diventato oblio. Possibile che il grande classico della letteratura del terzio millennio – AA.VV, Genova 2001 – era andato perduto per sempre. Ne avevano censurato le copie originali. Le avevano mandate al macero. E poi ne avevano occultato i capitoli, riscrivendo paragrafi, inserendo nuovi personaggi e nuovi artifizi letterari. L’avevano fatto prima di luglio: con le sacche nere, il sangue infetto; durante quei giorni: con le molotov alla Diaz e il tossico spagnolo ammazzato; e non si sono ancora fermati, continuano a farlo quando si presenta l’occasione. No. Non poteva essere.

avevamo-ragione-noi-domenico-mungo-4A 15 anni da Genova 2001 cosa è cambiato.
Un diciottenne deve guadagnarseli con le unghie quei racconti di contrabbando. Deve cercare, scavare. Avere la fortuna di trovare qualcuno che gli racconti cosa sia successo. Che gli ripeta allo spasmo come un mantra che “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale” è avvenuta proprio in Italia, pochi anni fa. Ma lo sai che hanno torturato? Che hanno ammazzato? Che hanno spaccato teste? E che i responsabili della mattanza, gli stessi che hanno esultato alla morte di un ragazzo di 23 anni, sono stati premiati, hanno fatto carriera e ora siedono in posti di responsabilità e potere. E chi ha preso le botte? Chi è stato massacrato quei giorni di luglio? Be’, ha subito condanne penali durissime. Sapevi che due di loro dopo quindici anni sono ancora in carcere?

Farselo raccontare.
Prendersi tempo, domandare, farsi bruciare gli occhi dai video gonfi di gas CS e ingiustizia, conoscere chi quel giorno ha scritto con l’entusiasmo e col sangue un racconto tanto vicino alla fantascienza da rappresentare la più cruda realtà umana. Impossibile capirla da soli Genova 2001, neanche se ci sei stato. Piano piano si strozzano in gola i silenzi, la bocca inizia ad aprirsi e chiudersi, boccheggi e ti ritrovi in un mare troppo denso da decifrare, troppo profondo da affrontare da solo. Le eliche degli elicotteri rimbombano sopra le teste e ti tengono sveglio. Empatia. Il racconto diventa cura e comprensione comunitaria. Potevo esserci io. Potevo essere Carlo. Il mio sacco a pelo blu alla Diaz. Empatia. Non c’ero, ma ho mal di pancia. Non c’ero, ma avevate ragione voi.

“Avevamo Ragione Noi. Storie di ragazzi a Genova 2001” di Domenico Mungo.
È appena uscito per Eris Edizioni ed è uno di quei tasselli che contribuiscono a raccontarci quel libro collettivo che è Genova 2001. Fuggendo le retoriche e le manipolazioni dell’informazione mainstream e del potere. È un libro fastidioso, a tratti insopportabile, scritto da chi c’era e ha voluto raccontare la guerra. Quella vera, non la sua rappresentazione. Un coro di voci in azione, mosse da una vitalità urlata, un flusso caotico e disordinato che chiama il lettore a confrontarsi con una narrazione satura di “come” e di similitudini senza sosta. Come a dirci, lo capite quanto è difficile raccontare Genova 2001? Senza i “come” non posso raccontarvela. L’esasperato utilizzo della metafora è un’arma di difesa di fronte alla semplificazione binaria della narrazione dominante su Genova 2001 e rappresenta allo stesso tempo il tentativo di rendere giustizia alla biodiversità che ha contraddistinto quell’esperienza.

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Accanto alla similitudine, ai “come”, la ripetizione.
La ripetizione: funzionale a fissare qualcosa di talmente esagerato, che non resta che trovare parole sempre diverse per descriverlo, in maniera tale da dare consistenza al dramma collettivo. L’evento che si ripete nel libro senza soluzione di continuità è la morte di Carlo. Non si può raccontarla in una maniera sola e non si può permettere che la si racconti in una sola maniera viziata dall’infamia. E allora ascoltami. Ti ripeto da angolazioni diverse come è morto Carlo, per farti capire che ciò è stato e sempre sarà. Non fu finzione, non fu esercizio di stile. Fu morte. E io ancora quasi non ci credo che l’hanno ammazzato come un cane e hanno infierito sul suo corpo. Ma le tue orecchie devono comprendere la ribellione di corpi sanguinanti, violati in vita, violati in morte. Quanti Carlo eravamo ad abbracciare le strade di Genova 2001. La nostra morte non è altro che l’affermazione più degna delle nostre vite. Come possiamo non raccontarla?

Nessun tossico dietro quei passamontagna.
Nessuno spagnolo, nessun italiano, ma ragazzi attaccati a un rotolo di scotch, strappati, appesi al muro, violentati dalle forze dell’ordine nelle strade, nelle caserme, nelle scuole, dai media di regime, da tutti quei benpensanti che continuano a credere che se eri a Genova 2001 potevi morire, dovevi metterlo in conto, è inutile che fai finta di non essertela cercata, ti è andata solo bene che non ti chiamavi Carlo.

Se cercate una testimonianza classica o un’analisi politica ragionata di ciò che è successo a Genova non la troverete in Avevamo Ragione Noi, quello che troverete è la rabbia, la vitalità ribelle che non cede alla potenza mortifera del potere autoritario, la giustificazione della violenza come atto di resistenza e dignità. Domenico Mungo è lapidario, attraverso le voci dei personaggi del suo romanzo, nei giudizi contro il Genoa Social Forum, le Tute Bianche e Luca Casarini, rei di aver messo un cappello di gommapiuma al movimento. Caricaturale nella descrizione del poliziotto romano fascista, ultrà, figlio di un comunista, che non accetterà di festeggiare la morte di Carlo. Prudente nell’assunzione di responsabilità collettiva, nel riconoscere gli errori, riflettere la sconfitta. Ma questo non è il punto. Il suo è un romanzo prezioso, forse soprattutto per chi non c’era, un buon trampolino per tuffarsi nel mare denso che fu Genova 2001 e riemergerne un po’ più consapevoli di prima.

Il libro è arricchito da sette splendide illustrazioni di Paolo Castaldi, compresa la copertina. Graffi chiaro-scuri che restituiscono la misura dell’ingiustizia. Chi aveva ragione non ha volto: non ce l’ha Carlo dietro il passamontagna, non ce l’ha il ragazzo con il casco del Toro al fianco di Carlo, non ce l’hanno i muscoli tesi e le braccia contro il muro nella Caserma di Bolzaneto, e nemmeno quelle in copertina alzate contro il cielo. Chi aveva torto invece non ha occhi, è l’ombra cieca di se stesso.

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Special Track – CCCP, Sono come tu mi vuoi, Live in Punkow, 1996.
come un sudario / come il bagliore intermittente che si riflette sulla facciata / come un fiume che tracima, come una lama / come il fango di un’alluvione, come ululati primordiali / come bestie da macero / come fiammiferi di peltro / come i coriandoli a natale / come le tracce lasciate dalla selvaggina braccata dai lupi / come una fonderia che può esplodere da un momento all’altro / come ombre a Hiroshima / come dettato da una batteria di tamburi che attraversano le strade / come fosse un racconto! / come animali / come un pallone da calcio / come al circo. come al Colosseo. come allo stadio / come i nostri figli / ̀come vivere in un mondo di spaghetti di soia / come essere protagonista di uno di quei film giapponesi sulla Yakuzaa / come se fosse colorata dal sangue, dal vomito e dal cerone dei Danidanzatori Kabuki / come samurai cibernetici e vecchi reduci dell’Impero del Sole / come i cani con l’occhio di vetro che ruscano nei sacchi neri d’immondizia / come un mostro incurante degli affanni e del terrore / come cartellini della spesa che ho appena espropriato dall’ipermercato globale / come robocop avveniristici / come la campana di bronzo che rintocca a morto ogni 6 agosto / come un fiore di loto / come grotteschi musici paramilitari / come se fossero state ideate e disegnate dal genio visionario di H.R. Giger / come le sculture di Boccioni / come i bellissimi emaciati ragazzi di Pasolini / come i vergini di Salò / come lanzichenecchi da Blade Runner / come mosche radunate attorno all’increspato dolciastro del miele / come fuscelli nodosi / come un pallone sgonfio / come le letterine dello Scarabeo quando inizi una mano nuova di gioco / come tarantolate / come scenari della Hanoi posticcia di Full Metal Jacket / come corvacci spelacchiati e puzzolenti / come se fossero stati eterei specchi mobili / come ingoiate da un portentoso sciacquone / come falangi macedoni / come rami rassegnati di salici piangenti / come lapilli di arsenico / come un simulacro svuotato di prepotente violenza / come dei robot / come un mortaretto afono / come formiche impazzite / come una fontanella di vino rosso / come se Brixton e le banlieu in ebollizione esplosiva si fossero trasferite fra Marassi e Nervi, corso Torino e piazza Ferraris. Blade Runner e Che Guevara, i Rage Against the Machine che tiravano un calcio nel culo a Manu Chao e sfondavano i timpani di Fede e Mentana / come alla Millemiglia / come Terminator / come due minatori italiani in Belgio nel 1962 / come pellegrini a San Giovanni Rotondo / come robocop di carne e imbottiture / come stuzzicadenti spezzati / come un corridore-gladiatore di rollerball / come un grottesco cuore estirpato dal suo corpo ormai defunto dopo la violenza subita / come un interminabile serpente di celluloide che nel veleno conteneva le immagini della verità / come una forma di pecorino di carne umana / come er grande Francesco. Er Pupo. / come diceva quer frocio, ’na vita violenta / come n’imbuto senza uscita / come tanti topi a cerca’ de scappa’ da ’na parte all’artra / come quanno pescano li tonni / come jene / come allo stadio con ’na cintura in mano e mi rifila ’na frustata in pieno volto / come una ferita che non si coagula / come il coperchio di una scatola di sardine / come i solchi di questi anni / come le stagioni, come le persone, nella ciclicità del rimosso / come limoni in una fabbrica di limoncello di Gela / come sepolcri / come la marmellata di ciliegia Santarosa sul parquet della palestra di via Battisti / come un bracciale di una vecchia zia indossato per scherno / come napalm / come la guerra / come il partigiano che scendeva a valle, a mani nude, in canottiera / come una trance che blocca tutti gli altri sensi / come carne da cannone / come grottesche statue di guerrieri, all’assalto del popolo esasperato / come una cappa di invisibile fuliggine che si adagia sul piccolo e magrissimo fantoccio che travolto per due volte dalla fuga dissennata e terrorizzata, giace, ora, sull’asfalto, fra i cocci di bottiglia, i bastoni, le pietre, un accendino, delle monete da 500 lire e l’estintore, che, maledetto, sembra pascersi, saziandosi orridamente ingordo, del sangue nero, rosso / come i Comunardi nel 1871, a Parigi, sparare agli orologi per fermare il tempo della Rivoluzione / come mosche imprigionate in un bicchiere, che urlano, si agitano impazzite, rimbalzano contro il vetro / come una marionetta dinoccolata / come Pinocchio / come una carcassa di tacchino / come onde del mare agitate dal vento di ponente / come epigrafe di qualche edizione economica di Einaudi o di Feltrinelli / come un tiro al volo, scagliato di prorompente gioventù, dal limite dell’area all’incrocio dei pali / come un atleta e rapido come uno stambecco in fuga / come un pallone da calcio che ti colpisce in pieno viso / come un fiume in piena / come Corbari / come lupi eccitati e assetati di sangue / come le braccia festanti e le teste urlanti dopo un gol sugli spalti di uno stadio /come spartani alla volta delle Termopili / come quando andavo ai rave illegali nei boschi prealpini e tornavo a Torino due giorni dopo strafatto e incosciente / come in un film / come le sirene d’Ulisse ci incatena / come un pettirosso curioso / come il petrolio / come api impazzite / come statue di sale / come manichini avvizziti dalla paura / come guidare in galleria, a 1000 all’ora a fari spenti / come il cane rabbioso che abbaia perché ha paura, emette l’ultimo esclamativo / come la pece / come lucertole al sole sul lungomare farcito di diossina e sangue nella nebbia di polvere / come neve accumulata in un angolo / come quella di una macelleria / come un’onda che si riavvolge su se stessa dopo aver schiumato rabbiosa fin dentro la risacca / come un mostro biomeccanico, un mutoide cablato di viscere in pvc e legamenti di alluminio e argento chirurgico / come i fiumi che si gettano nel mare a parapendio concludendo la loro vorticosa fuga verso l’infinito / come i sinti ubriachi di gioia e dolore, raccontano gli istanti racchiusi nel pianto come un pugno di miele / come la colonna sonora dei suoi fotogrammi d’appendice.

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Quante volte dovrà ancora essere ucciso Giulio Regeni? https://www.carmillaonline.com/2016/02/09/quante-volte-dovra-ancora-essere-ucciso-giulio-regeni/ Mon, 08 Feb 2016 23:01:01 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=28531 di Sandro Moiso

giulio regeni Ce lo porteremo dentro con il ricordo di un volto giovane, bello, simpatico ed intelligente. Un volto come quello di tantissimi giovani che sono morti negli ultimi decenni a causa della violenza terroristica promossa dagli Stati e dai loro tutori del disordine. Perché Giulio Regeni non è morto soltanto in qualche squallida stanza usata dai servizi segreti di Al Sisi per torturare, seviziare ed uccidere gli oppositori di un regime autoritario, sanguinario, corrotto e bugiardo.

Giulio è morto nell’indifferenza italiana verso le reali condizioni di vita e di lavoro in un paese alleato di cui l’Italia [...]]]> di Sandro Moiso

giulio regeni Ce lo porteremo dentro con il ricordo di un volto giovane, bello, simpatico ed intelligente. Un volto come quello di tantissimi giovani che sono morti negli ultimi decenni a causa della violenza terroristica promossa dagli Stati e dai loro tutori del disordine.
Perché Giulio Regeni non è morto soltanto in qualche squallida stanza usata dai servizi segreti di Al Sisi per torturare, seviziare ed uccidere gli oppositori di un regime autoritario, sanguinario, corrotto e bugiardo.

Giulio è morto nell’indifferenza italiana verso le reali condizioni di vita e di lavoro in un paese alleato di cui l’Italia è il primo partner commerciale europeo.1 Giulio è morto per le sue idee e per la sua volontà di capire ed informare sulla realtà di quelle “primavere arabe” di cui si è parlato molto a vanvera, ma senza mai distinguere tra area e area, paese e paese, economia ed economia. Giulio è morto così come muore la ricerca, quella vera. Quella che il capitale ed il potere, a ogni latitudine, cercano di soffocare e vietare. Quella in cui il concetto di “classe” esiste ancora e non è stato rimosso con artifici mediatici ed ideologici.

Giulio è morto per la scienza, quella sociale, e per la passione, quella per la giustizia. Che stanno alla base di ogni ricerca della verità. Che è tipica dell’entusiasmo giovanile e che non appartiene ai gazzettieri che declamano che Giulio potrebbe essere stato arrestato “per sbaglio” oppure perché ritenuto “una spia”. E che non appartiene a tutti coloro che trovano stupido ed insulso occuparsi degli “affari altrui” a meno che questi ultimi non siano rigidamente relegati a livello di gossip.

Giulio è morto con le centinaia di attivisti egiziani scomparsi, di cui cinquecento soltanto nello scorso anno,2 e di cui non è più stato ritrovato né corpo né traccia. E sui quali è stato mantenuto il silenzio della stampa occidentale, fino ad oggi, in nome di una sacra alleanza che è servita non a combattere l’Isis e i suoi mandanti, ma soltanto ad impedire la formazione e lo sviluppo di una reale alternativa di classe.

Giulio ha cominciato a morire ancora prima di nascere, nell’Argentina della tripla A e dei generali golpisti che hanno fatto sparire un’intera generazione nel disinteresse nazionale ed internazionale e di quel PCI che, dopo aver liquidato le stragi cilene con la bella trovata del “compromesso storico”, ignorò quegli avvenimenti in nome della lotta al terrorismo; così come il PD di oggi vorrebbe poter fare per mandare avanti i propri affari interni ed internazionali. E poi è morto in Messico con gli studenti, le donne e i giornalisti massacrati dai narcos e dal governo.

Giulio è morto a Genova a fianco di Carlo Giuliani. Giulio è stato torturato nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, i cui responsabili sono ancora impuniti perché in Italia non esiste il reato di tortura. Il corpo di Giulio ha riportato lividi, contusioni, fratture, sevizie come quelli di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva e molti, troppi altri, vittime della violenza di Stato e dell’indifferenza. Vittime di un conformismo generalizzato che, fidandosi per viltà delle parole di leader tutti altrettanto corrotti, differenzia la democrazia dai regimi tirannici soltanto sul presupposto, mai dimostrato, che i governi occidentali siano i migliori.

Giulio è morto al Bataclan e nelle banlieue parigine dove i giovani della stessa età finiscono con l’imboccare strade diverse ed assassine nel vuoto di una proposta politica e morale che lascia spazio soltanto all’estremismo reazionario, all’integralismo religioso in ogni sua variante, giudaico-cristiana o islamica, oppure all’indifferenza esistenziale. Giulio è morto nella recente proposta fatta alle Nazioni Unite dal segretario Ban Ki Moon per un piano globale di azione contro il terrorismo e l’estremismo;3 il cui vero obiettivo sembra essere quello di rafforzare e rendere più efficaci le istituzioni nella loro azione di repressione nei confronti di qualsiasi dissenso che potrebbe essere, da ora in poi e come spesso in passato, equiparato al terrorismo.

Giulio è morto sotto le manganellate in Val di Susa e nella repressione di ogni lotta in difesa della specie e dell’ambiente. Giulio è morto nelle parole e sulla bocca di tutti i politici italiani ipocriti e corrotti che oggi fingono dolore per la sua morte e per la sorte di milioni di giovani disoccupati. Giulio è morto al family day e nelle parole di odio e disprezzo pronunciate contro ogni tipo di diversità . Giulio ha subito le ingiurie subite dagli omosessuali aggrediti per strada e nelle aggressioni subite dalle donne ovunque.

Giulio è morto con i bambini affogati nel Mar Egeo e in tutto il Mediterraneo. Giulio è crollato insieme ai migranti fermati ai confini d’Europa o rinchiusi nei campi profughi turchi. E’ morto con i Palestinesi condannati ad un inverno di freddo nella striscia di Gaza e con i Curdi aggrediti dai Turchi e dall’Isis nel Rojava e nel sud-est della Turchia. Giulio è morto con i finanziamenti e la fiducia rinnovati ad un presidente-dittatore come Erdogan e nell’alleanza con gli stati più retrivi ed oppressivi del Golfo.

E’ morto per una materia prima, il petrolio, che non vale più un cazzo 4 e il cui modello di sviluppo è stato sempre e soltanto motivo di guerre, di inquinamento e di morte. Giulio è morto ammazzato.
Ma quante volte dovrà ancora morire? Quanti, giovani e no, saranno ancora uccisi per difendere, con la violenza giustificata dalla ragione di Stato, un modo di produzione fallimentare e distruttivo al quale cercano ancora coraggiosamente di opporsi?


  1. http://www.infomercatiesteri.it/bilancia_commerciale.php?id_paesi=101  

  2. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/06/news/egitto_desaparecidos-132828753/?ref=HRER1-1  

  3. Ban Ki Moon, Un piano globale contro il terrorismo e l’estremismo violento, Corriere della sera , 3 febbraio 2016  

  4. http://www.repubblica.it/economia/finanza/2016/02/06/news/arabia_saudita_crolla_petrolio_costretta_a_chiedere_un_prestito-132809487/  

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