Bolivia – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 “Disarmare la guerra e il capitalismo estrattivista”. Interviste boliviane (2/2) https://www.carmillaonline.com/2020/02/16/disarmare-la-guerra-e-il-capitalismo-estrattivista-interviste-boliviane-2-2/ Sat, 15 Feb 2020 23:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58077 di Alessandro Peregalli

[Mar è mediattivista del giornale multimediale indipendente chiamato Chaski Clandestina, con cui ha documentato importanti lotte avvenute in Bolivia negli ultimi anni, da quelle portate avanti dal sindacato CSUTCB (Confederazione Sindacale Unica di Lavoratori Contadini della Bolivia, NdR) nell’altopiano paceño ai tempi della Guerra del Gas (2003) a quelle, più recenti, in difesa dei territori contro le grandi opere estrattive promosse dal governo di Evo Morales. Fa anche parte di un collettivo femminista chiamato Desarmar la Guerra. Qui l’intervista con l’autore.]

Qual è stata la vostra postura [...]]]> di Alessandro Peregalli

[Mar è mediattivista del giornale multimediale indipendente chiamato Chaski Clandestina, con cui ha documentato importanti lotte avvenute in Bolivia negli ultimi anni, da quelle portate avanti dal sindacato CSUTCB (Confederazione Sindacale Unica di Lavoratori Contadini della Bolivia, NdR) nell’altopiano paceño ai tempi della Guerra del Gas (2003) a quelle, più recenti, in difesa dei territori contro le grandi opere estrattive promosse dal governo di Evo Morales. Fa anche parte di un collettivo femminista chiamato Desarmar la Guerra. Qui l’intervista con l’autore.]

Qual è stata la vostra postura durante i governi di Evo Morales e nella recente crisi politica che ha colpito la Bolivia?

Noi siamo molto critici con il governo di Evo fin dal 2011-12, quando è stata più evidente la politica estrattivista del governo (grandi opere, idroelettriche, trivellazioni), con forti ripercussioni nei territori indigeni. Però durante la crisi di fine 2019 all’interno dei medios libres sono sorte divisioni: molti compagni hanno assunto una posizione di difesa del governo di Evo, rivendicando le conquiste dei primi anni, altri hanno preso una postura così ferocemente avversa al governo che hanno di fatto avallato le posizioni razziste prevalenti nell’opposizione e sono arrivati a difendere l’operato di paramilitari motoqueros e della polizia. Con Desarmar la Guerra abbiamo provato a mantenere una posizione intermedia, che uscisse dalla polarizzazione, che non fosse né un’adesione intransigente al governo di Evo né una difesa di quello di Jeanine Añez.

Quando è degenerato il proceso de cambio?

La proposta politica del MAS, in realtà, è sempre stata un po’ polemica. Per esempio, durante la Guerra del Gas del 2003 il MAS aveva una posizione opportunista, non particolarmente attiva in una lotta dove invece hanno avuto un ruolo centrale le comunità aymara e il sindacato CSUTCB. Dopodiché, non si può negare l’importanza del MAS per le lotte del movimento cocalero del Chapare, nella zona di Cochabamba. Bisogna anche sfatare il mito per cui il MAS sarebbe un movimento indigeno: il Chapare non è un territorio indigeno, ma una terra di coloni immigrati nel tempo da altre zone della Bolivia; solo in un secondo momento, quando si è affermato come forza politica nazionale, il MAS ha cominciato ad adottare un discorso indigeno. Ciò non nega che la vittoria del MAS nel 2005 sia stata un fatto importantissimo, che ha permesso di rompere una lunga storia di razzismo e di costruzione coloniale dello Stato.

In un primo periodo il proceso de cambio è andato avanti in maniera eterogenea, con molto appoggio popolare, tanto che quando ci fu il primo grande conflitto con l’élite di Santa Cruz, tra il 2006 e il 2008, molta gente era disposta ad arrivare alla guerra civile pur di difendere lo Stato Plurinazionale. E in quell’occasione Evo tenne duro. Ciò nonostante, già allora erano emerse le prime crepe: a dispetto della presunta nazionalizzazione degli idrocarburi, che poi era una semplice rinegoziazione dei contratti, il governo concesse alcuni territori indigeni alla Shell mentre derogò parti della Ley de Tierras a favore dei latifondisti cruceñi. Ma la rottura storica è stata nel 2011, quando abbiamo visto le immagini della polizia che reprimeva una manifestazione pacifica di indigeni del TIPNIS che lottavano contro la costruzione di una strada sul loro territorio. Lì ci siamo resi conto che il governo aveva chiuso i margini del dialogo. Anche dopo che la pressione popolare lo aveva costretto a derogare il progetto, ha reiteratamente cercato di riattivarlo, cercando di corrompere alcuni settori indigeni e occupando con la forza le sedi delle organizzazioni CIDOB (Confederazione dei Popoli Indigeni dell’Oriente Boliviano, NdR) e CONAMAQ (Consiglio Nazionale di Ayllus e Markas di Qullasuyu, NdR). E le stesse pratiche le ha messe in atto più tardi per l’idroelettrica di Rositas e quella di Chepete Bala e in altre occasioni. Il processo quindi si è degradato poco a poco col tempo. Un aspetto importante di questa degradazione è stato l’egolatria di Evo, il culto alla personalità, però il vero problema è stato il modello economico.

Tutte queste cose hanno portato gran parte della base a distanziarsi dal processo, e questo è stato evidente lo scorso novembre quando il MAS ha convocato con una grande mobilitazione a La Paz in difesa del governo, ma non è accorso nessuno.

Quali sono state le maggiori conquiste del governo del MAS?

Il fatto stesso che una persona di origini indigene diventasse presidente e che l’apparato dello Stato venisse occupato da gente morena, proveniente dalle organizzazioni popolari, è stato un vero e proprio terremoto politico. Un altro enorme successo è stata la costituzione dello Stato Plurinazionale, il culmine di una lotta centenaria e che stabilisce principi avanzatissimi come l’autonomia e la giustizia indigene. Purtroppo però insieme a queste cose ce ne sono state altre che le depotenziavano: per esempio, il MAS ha approvato una legge che ha messo in deroga aspetti della giustizia indigena, ha limitato di fatto le autonomie per dare più accesso alla terra all’agribusiness, ha limitato il diritto alla consulta indigena per far avanzare le grandi opere.

Il 20 ottobre scorso ci sono stati brogli elettorali?

Sinceramente credo di sì. Inizialmente la cosa che per tutti era sospetta è stata la scelta di sospendere il conteggio rapido del voto per 20 ore, mentre gli exit poll dicevano chiaramente che si sarebbe andati al ballottaggio. Poi sono stati pubblicati vari report, alcun che parlavano di fraude, altri che lo negavano. Tra i primi, il meno attendibile è stato proprio quello dell’OSA (Organizzazione di Stati Americani, la cui presa di posizione il 10 novembre a favore di nuove elezioni ha causato la caduta di Evo, NdR), perché era evidente che rispondesse a logiche politiche. Però il report più convincente è stato quello fatto dall’ingegner Villegas, che aveva trovato 12 prove di brogli (atti che non coincidevano con il conteggio, atti trovati in case private, firme fatte dalle stesse persone…) a cui il governo non ha saputo rispondere.

Com’era composto il movimento che denunciava il fraude?

All’inizio era gente di classe medio-alta, abitanti dei quartieri agiati, studenti delle università private. Dopo qualche giorno hanno iniziato ad aggiungersi gente proveniente da quartieri più popolari. Gli slogan erano razzisti e sessisti, e in generale io, che come giornalista “coprivo” le manifestazioni, mi sono sentita così poco a mio agio che non ho pubblicato nulla, per non essere megafono di una protesta del genere. Ma nella seconda settimana c’è stato un fatto nuovo: è scesa in piazza la FEJUVE (Federación de Juntas Vecinales de El Alto, NdR) Contestataria, ossia la parte dissidente e antimasista di un’organizzazione storica che aveva lottato nella Guerra del Gas. Gridavano contro il “tradimento” di Evo.

Come si è sviluppata la dinamica che ha portato alla caduta di Morales?

C’è stata un’escalation della violenza che ha attraversato tutta la società boliviana e ha imposto il paradigma della guerra civile. Qui nella zona di La Paz ed El Alto ci sono stati molti saccheggi di negozi da parte di gente del MAS. Erano contadini e minatori affluiti a La Paz dalle campagne per contrastare i blocchi, quando Evo era ancora presidente; certamente molti di loro erano in buona fede e lo facevano per difendere il loro governo, ma sta di fatto che vedere minatori e contadini lanciare dinamite contro gli studenti è stato molto forte, una rottura storica. Una volta dimessosi Evo, queste persone, armate dal partito, hanno iniziato a saccheggiare e a diffondere il terrore, portando molta gente dei quartieri a organizzarsi per contrastarli. La cosa assurda della situazione è che a El Alto dopo la caduta di Evo la gente non sapeva se mobilitarsi per contrastare il golpe della Añez, cosa che molti hanno fatto e che è terminata con il massacro di Senkata, o per contrastare i saccheggi realizzati dalle bande masiste.

In altre città la dinamica è stata diversa: Cochabamba è stato il contesto più violento, con forte presenza di un gruppo paramilitare di gente in moto, chiamato Resistencia Juvenil Cochala, che ha letteralmente seminato il terrore, operando in collusione con la polizia. E anche a Santa Cruz era presente un gruppo fascista legato a Camacho, la Unión Juvenil Cruceñista.

La violenza ha avuto quindi diverse fasi: prima la violenza razzista dell’opposizione, culminata con l’ammutinamento della polizia; poi tre giorni di saccheggi da parte del MAS; poi i massacri da parte dell’esercito.

Il governo Añez è realmente un “governo di transizione” oppure c’è stato un colpo di Stato?

Il dibattito del se si è trattato o meno di golpe è problematico, perché per come è posto parlare di golpe significa negare i crimini e le responsabilità del governo di Evo. Però senz’altro non si può definire il governo attuale come “di transizione”: sta portando avanti decisioni politiche di enorme importanza. Diciamo quindi che da un punto di vista tecnico possiamo parlare di golpe, anche se l’esercito che l’ha promosso è stato anch’esso, potremmo dire, una creazione del MAS. Oltretutto, in molti casi, come in politica ambientale, le decisioni di Añez sono in continuità con il governo di Evo: pensiamo ai progetti estrattivi o alle norme pro-agribusiness che autorizzano i disboscamenti nella regione amazzonica.

Cosa pensi della situazione degli ex ministri del MAS, accusati di sedizione e terrorismo, rifugiatisi nell’ambasciata messicana e a cui il governo di Añez sta negando il salvacondotto?

Noi eravamo contro il discorso “antiterrorista” quando lo usava Morales e lo siamo anche ora. E’ una vergogna che gli venga negato il salvacondotto, però non possiamo nemmeno negare che questi ministri quando erano al potere organizzavano le peggiori persecuzioni politiche: ai giornalisti, alle organizzazioni indigene…

Che scenario vedi per la Bolivia nel breve e nel lungo periodo?

Per ora lo scenario è elettorale ed è difficile per tutti, soprattutto per il MAS, perché deve ricostruirsi e senza la figura di Evo sono venute alla luce profonde divisioni interne che prima erano latenti. Anche se il MAS, come probabile, non vincerà, manterrà comunque una forza molto grande. C’è purtroppo la possibilità che vinca Camacho, e questo creerebbe una polarizzazione sociale enorme, perché si tratta di un fascista che oltretutto rappresenta i latifondisti e i settori religiosi più reazionari. La vera sfida sarà però uscire dagli schemi partitici e organizzare una lotta di resistenza più lunga, perché sappiamo che chiunque vada a governare, l’estrattivismo, lo spossessamento delle terre e i massacri contro le donne continueranno.

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La maledizione dell’abbondanza/2 https://www.carmillaonline.com/2020/01/10/la-maledizione-dellabbondanza-2/ Fri, 10 Jan 2020 00:35:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=57372 Conversazioni con Alberto Acosta

[A questo link la prima parte dell’intervista a cura della Associazione Bianca Guidetti Serra.]

[Ass.BGS] Negli ultimi 15 anni in America Latina sia i governi progressisti  – compresi i “Socialismi del XXI secolo” – sia i governi classicamente neoliberisti hanno intensificato l’estrazione di risorse primarie, principalmente petrolifere, minerarie e agroindustriali. I governi progressisti hanno accompagnato l’estrattivismo con politiche redistributive o di costruzione dello Stato sociale, riducendo indubbiamente la povertà. Ma le politiche estrattive hanno avuto anche altre conseguenze sulla composizione di classe [...]]]> Conversazioni con Alberto Acosta

[A questo link la prima parte dell’intervista a cura della Associazione Bianca Guidetti Serra.]

[Ass.BGS] Negli ultimi 15 anni in America Latina sia i governi progressisti  – compresi i “Socialismi del XXI secolo” – sia i governi classicamente neoliberisti hanno intensificato l’estrazione di risorse primarie, principalmente petrolifere, minerarie e agroindustriali.
I governi progressisti hanno accompagnato l’estrattivismo con politiche redistributive o di costruzione dello Stato sociale, riducendo indubbiamente la povertà. Ma le politiche estrattive hanno avuto anche altre conseguenze sulla composizione di classe dei loro paesi.
Hanno prodotto “ricchezza” – intesa in termini di PIL – ma anche borghesie emergenti interessate allo sfruttamento di questa ricchezza, magari in conflitto con quelle tradizionali.
Questo modello non cambia i rapporti sociali di produzione, intensifica l’aggressione nei confronti della natura e l’espropriazione delle comunità, e non costituisce una via d’uscita. Anzi, crea nuovi blocchi sociali interessati a perpetuare quel tipo di sfruttamento.

[Acosta] Tutti i paesi dell’America Latina hanno scommesso, in epoca recente, sulle risorse naturali. Anche nel passato questo era normale, ma ora c’è coscienza sui problemi legati a questo tipo di modello.
Eppure, nonostante questa consapevolezza, tutti i paesi dell’America Latina si sono lanciati ad ottimizzare gli introiti in un momento di crescita dei prezzi delle materie prime sul mercato mondiale.
È quello che Maristella Svampa definisce “il consenso delle commodities”1.

Venezuela. Inquinamento nell’Arco Minero del Orinoco.

Tutti, senza eccezione, dai più progressisti ai più neoliberisti, hanno dato impulso ad una maggiore estrazione di risorse naturali, producendo una “re-primarizzazione” delle economie latinoamericane2.
Vediamo il caso del Venezuela, che ora dipende maggiormente dal petrolio.
Vediamo i casi della Bolivia3 e dell’Ecuador che dipendono sempre più dalle materie prime.
Vediamo il caso più paradigmatico, quello del Brasile, una potenza industriale con un’enorme capacità.
L’esportazione di manifattura industriale del Brasile superava l’80%, ora è poco più del 60%. L’economia brasiliana si re-primarizza, e lo fa con il governo del PT, con Lula e con Dilma.
Tutti i paesi dell’America Latina hanno scommesso su un’accellerazione dell’estrattivismo, giustificandola con la necessità di accumulare risorse …. “per superare l’estrattivismo“!
Più estrattivismo per “uscire dall’estrattivismo”. E’ una follia.
E’ come se un medico che sta trattando un paziente con un grave problema di tossicodipendenza gli  dicesse “per curarti nei prossimi quattro anni ti raddoppio le dosi di droga”. Ma questa non è una via d’uscita.

Brasile, 2019. Inquinamento oceanico dopo il disastro minerario del Rio Doce.

Quindi il primo punto è questo: non c’è stata una trasformazione nella matrice produttiva.
Continuiamo ad essere economie esportatrici di prodotti primari legate al mercato mondiale, e questo spiega la nostra dipendenza ed una serie di gravi problemi.
Un secondo punto, molto grave, è che non è stata intaccata la logica dell’accumulazione del capitale.
È arrivato tanto denaro in America Latina che tutti i paesi, senza eccezione,  hanno ridotto la povertà.
Tutti, non solo quelli governati da partiti progressisti.
È curioso: il paese che più ha ridotto la povertà è stato il Perù, non la Bolivia, l’Ecuador o il Venezuela.
Ci sono paesi che l’hanno ridotta attraverso politiche sociali, e altri attraverso la crescita economica, e il risultato è che è diminuita la povertà in tutti i paesi dell’America Latina, soprattutto negli anni 2014-2015. Ma contemporaneamente è cresciuta la concentrazione della ricchezza.
La nuova borghesia emergente finisce per accordarsi con  quella tradizionale, perché alla fine i loro interessi convergono. Entrambe traggono beneficio da questo incremento dell’esportazione di materie prime, e finiscono per allearsi con le imprese transnazionali.

[Ass.BGS] Come si inserisce in questo contesto l’espansione economica cinese ?

Brasile. Coltivazione di soia in Amazzonia.

[Acosta] La Cina ha un enorme presenza ora in America Latina. I cinesi, che da più di 10 anni girano per il mondo con una propria proposta di integrazione nella globalizzazione, si sono convertiti in una fonte di finanziamento molto importante per molti paesi.
È il caso dell’Ecuador, che con la Cina ha un debito molto alto. La Cina è ora il principale creditore per l’economia ecuadoriana.
La Cina ha inoltre un’enorme presenza in Venezuela, e anche in questo caso ne è il principale creditore.
In Argentina e in altri paesi la Cina sta facendo investimenti.
I cinesi stanno intervenendo in America Latina come costruttori di opere pubbliche.
È chiaro che la presenza cinese è determinante. È il maggior mercato del pianeta, ha un’economia che domanda una enorme quantità di risorse naturali, un’economia che ha molti mezzi finanziari, che presta molto denaro, fa investimenti ed ha tecnologia.
Però qui si pone un tema preoccupante.
L’America Latina, che ha una lunghissima esperienza di relazioni di sottomissione, di dominazione da parte degli imperi (prima quelli europei, poi gli USA), non ha imparato niente.
Nei confronti della Cina siamo esportatori di materie prime. Non abbiamo imparato niente.

[Ass.BGS] C’è una prospettiva politica per superare questa contraddizione?

[Acosta] Io penso che sia necessario cominciare a compiere una differenziazione fra sinistra e progressismo.
I governi progressisti sorgono da una matrice di sinistra, ma non sono  di sinistra.
La sinistra, sto pensando a quella indipendentista degli anni ’60, ’70 e ’80, capiva chiaramente che doveva liberarsi dalla dipendenza dell’esportazione di risorse primarie.
Al contrario, i governi progressisti approfondiscono la dipendenza.
La sinistra aveva chiaro che bisognava superare le enclaves
I governi progressisti approfondiscono le enclaves.
I governi progressisti anche se parlano di socialismo non hanno attuato politiche socialiste.
Non sto pensando al socialismo tradizionale, che statalizza tutto, però almeno al minimo che si sarebbe dovuto pretendere, cioè cominciare ad incidere sulla logica dell’accumulazione del capitale.
Al contrario, il discorso socialista è diventato uno strumento per modernizzare il capitalismo.
Álvaro García Linera, che prima del golpe era vicepresidente della Bolivia, sosteneva esplicitamente il ruolo dello Stato nella modernizzazione del “capitalismo andino amazzonico”.
Nel caso dell’Ecuador il presidente Correa sosteneva che far la riforma agraria era come distribuire povertà, quando sappiamo bene che una adeguata riforma agraria può essere la base per l’industrializzazione, la creazione di lavoro, e dell’autosufficienza alimentare.

Con questo non voglio dire che non ci siano stati dei progressi in America Latina.
In Bolivia quello che ritengo sia il principale progresso – ed è ciò che sta provocando questa reazione brutale delle elites bianche –  è una sorta di rivoluzione culturale.
La popolazione indigena ha più orgoglio, più coscienza. Questo è un tema chiave.
Ma non è sufficiente.
La domanda che dobbiamo farci è : cosa significa una sinistra nel XXI secolo.
A mio modo di vedere deve essere una sinistra con criteri socialisti, che vada ad incidere sulla logica di accumulazione del capitale, ma simultaneamente, non “prossimamente”.
Deve essere una sinistra femminista, per superare il patriarcato, simultaneamente.
Deve essere una sinistra decoloniale, per superare tutte le forme di emarginazione e razzismo, e deve essere una sinistra ecologista, simultaneamente.
E questo richiede più democrazia dal basso, mai meno.


  1. Maristella Svampa, «Consenso de los Commodities» y lenguajes de valoración en América Latina, Nueva Sociedad, n. 244, marzo-aprile 2013. 

  2. Sebastián Herreros, José Durán, Reprimarización y Desindustrialización en América Latina, dos caras de la misma moneda, SegundaMesa Redonda sobre Comercio y Desarrollo Sostenible, CEPAL, Montevideo 7/11/ 11 

  3. Fernanda Wanderley , José Peres-Cajías , Beatriu de Pinós, ¿Diversificación productiva o reprimarización de la economía boliviana?, Pagina Siete, 16/06/2019. 

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La vergine dei desideri https://www.carmillaonline.com/2019/11/08/la-vergine-dei-desideri/ Thu, 07 Nov 2019 23:01:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55929 di Luca Cangianti e Ludovica Mutarelli

A quasi quattromila metri d’altitudine, al centro di un’immensa vallata ricoperta di edifici senza intonaco c’è un palazzetto rosa shocking, decorato con murales e bassorilievi colorati. È la Virgen de los deseos, la Vergine dei desideri, che sorge a La Paz nella centrale Avenida 20 de Octubre. «Nel 2005 abbiamo scelto questo edificio perché è facilmente raggiungibile da tutti i quartieri della città», ci racconta Julieta Ojeda davanti a un caffè bollente. «Il nostro è un femminismo pratico, “di strada”: qui abbiamo un ristorante, una caffetteria, [...]]]> di Luca Cangianti e Ludovica Mutarelli

A quasi quattromila metri d’altitudine, al centro di un’immensa vallata ricoperta di edifici senza intonaco c’è un palazzetto rosa shocking, decorato con murales e bassorilievi colorati. È la Virgen de los deseos, la Vergine dei desideri, che sorge a La Paz nella centrale Avenida 20 de Octubre. «Nel 2005 abbiamo scelto questo edificio perché è facilmente raggiungibile da tutti i quartieri della città», ci racconta Julieta Ojeda davanti a un caffè bollente. «Il nostro è un femminismo pratico, “di strada”: qui abbiamo un ristorante, una caffetteria, una biblioteca, una radio; offriamo un alloggio alle donne vittime di violenza, un servizio ambulatoriale gratuito e uno legale per uscire da situazioni di abuso. Infine gestiamo un asilo nido su tre turni (mattino, pomeriggio e notte).»

Julieta Ojeda, attivista di Mujeres Creando.

La Virgen de los deseos è parte di Mujeres Creando, un movimento nato nel 1992 in opposizione al femminismo mainstream importato in America Latina dalla cooperazione internazionale: «Le ong hanno distrutto il movimento femminista latinoamericano», sostiene in Feminismo urgente María Galindo, una delle fondatrici del collettivo. «Queste organizzazioni sono parte di un progetto neocoloniale volto a connettere strettamente genere e mito dello sviluppo. Hanno travisato il soggetto “donne” per condurre sotterraneamente un discorso circa la “donna”. In questo modo hanno finito per banalizzarla, concependola da un punto di vista vuotamente biologico.» Un altro luogo comune che queste femministe contestano è la presunta assenza di relazioni patriarcali all’interno delle culture ancestrali: non solo oggi in Bolivia molte indigene formano parte del governo sottostando alle stesse logiche del potere statale e patriarcale, ricorda Galindo, ma le donne ai tempi della conquista, oltre a essere violentate in massa, venivano consegnate dalle loro stesse comunità agli spagnoli come simbolo di un’illusoria alleanza politica.

María Galindo, Feminismo urgente ¡A despatriarcar! Lavaca, 2014, pp. 207.

«In Mujeres Creando militano numerose donne indigene», dice Ojeda riscaldandosi le mani sulla tazza di caffè, «ma noi non mitizziamo le culture originarie. Tali comunità non sono affatto un paradiso di rapporti orizzontali tra uomini e donne.» Il discorso è convincente, ma dobbiamo confessare che a questo Eden un po’ ci speravamo. La nostra interlocutrice intuisce la nostra ingenua delusione e cerca di spiegarsi meglio: «Noi non andiamo in cerca di un soggetto unico, la donna in quanto donna, ma proponiamo un’alleanza tra soggetti oppressi in rivolta contro il dominio patriarcale; noi proponiamo un’alleanza tra indigene, puttane e lesbiche per scuotere il sistema.»
A questo punto siamo curiosi di capire se esista un canale di comunicazione tra queste femministe e un governo che in Europa gode di fama progressista, nonostante le controversie sull’attuale quarto mandato presidenziale: «Evo Morales all’inizio aveva suscitato molte speranze, specialmente con la legge 348 (“Ley integral para garantizar a las mujeres una vida libre de violencia”), ma poi riguardo al dominio patriarcale non si è rivelato differente dai suoi predecessori. Il suo impegno per contrastare la violenza contro le donne si è dimostrato meramente propagandistico, per non parlare di molti esponenti del suo partito che si distinguono per le reiterate dichiarazioni sessiste. Vedete, noi ci ispiriamo al pensiero anarchico, ciò nonostante abbiamo fatto proposte pratiche per migliorare quella legge e renderla capace di incidere effettivamente sui problemi delle donne. Niente da fare: siamo rimaste inascoltate.»

La Paz. Funivia.

Secondo una ricerca condotta in dodici paesi latinoamericani dall’Organizzazione panamericana della salute, la Bolivia sarebbe al primo posto per casi di violenza domestica contro le donne. Tra i più alti sono ancora i tassi di mortalità materna e analfabetismo femminile, mentre, come nella maggior parte dei paesi del Centro e Sud America, non è stato ancora riconosciuto il diritto di abortire. A fronte di questa situazione Mujeres Creando interviene con progetti mutualistici che sostengono reti sociali esterne allo stato e con flash mob irriverenti, come quando lo scorso 9 agosto le militanti femministe lanciarono vernice rossa sul palazzo del governo per protestare contro l’inerzia politica rispetto al femminicidio. «Noi siamo convinte che un piccolo pugno di donne possa fare molto» ci dice Julieta Ojeda congedandosi. È sera, con il fiato rotto dall’altitudine, ci avviamo verso casa nel traffico cittadino, mentre sulle nostre teste sfrecciano silenziose le cabine della funivia. Su un muro, dietro una donna aymara che vende frutta leggiamo una scritta: “No saldrá Eva de la costilla de Evo”. Provenendo dal lugubre stagno europeo, non è facile farsi un’idea del processo politico avviato in Bolivia nel 2006. Possiamo immaginare che siano sempre in agguato i mostri della burocratizzazione interna e dell’intervento imperialistico esterno. Ogni rivoluzione sociale, tuttavia, non può mai evitare di confrontarsi con un’altra ancor più radicale, quella femminista: Eva non verrà fuori da una costola di Evo.

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L’Ottobre ribelle dell’America Latina https://www.carmillaonline.com/2019/11/05/lottobre-ribelle-dellamerica-latina/ Mon, 04 Nov 2019 23:45:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55947 di Alessandro Peregalli e Susanna de Guio

Questo ottobre, l’America Latina si è risvegliata. Dopo anni di crescita latente di un nuovo fascismo, sospinto dal lento ma pervasivo rafforzarsi del narcotraffico, delle milizie, e delle chiese evangeliche che hanno colonizzato le periferie con la loro reazionaria “teologia della prosperità”, dopo che le classi medie, e in parte anche popolari, di diversi paesi hanno spostato il loro consenso verso la destra sempre più estrema, alleata dei monopoli mediatici, catturate dal suo discorso tossico sulla sicurezza e la corruzione, questo ottobre le “classi pericolose” si sono [...]]]> di Alessandro Peregalli e Susanna de Guio

Questo ottobre, l’America Latina si è risvegliata. Dopo anni di crescita latente di un nuovo fascismo, sospinto dal lento ma pervasivo rafforzarsi del narcotraffico, delle milizie, e delle chiese evangeliche che hanno colonizzato le periferie con la loro reazionaria “teologia della prosperità”, dopo che le classi medie, e in parte anche popolari, di diversi paesi hanno spostato il loro consenso verso la destra sempre più estrema, alleata dei monopoli mediatici, catturate dal suo discorso tossico sulla sicurezza e la corruzione, questo ottobre le “classi pericolose” si sono riprese la scena, e hanno creato un punto di inflessione che marca un prima e un dopo.

Una rivolta continentale

Cile. Il popolo cileno si è riversato in strada e da oltre due settimane sta dando battaglia contro l’agghiacciante violenza delle forze militari, che ha portato al saldo, secondo le stime ufficiali, di ben 19 morti, 2138 arresti, 173 feriti da arma da fuoco, 9 casi di violenze sessuali e molteplici di torture, facendo ricordare da vicino le peggiori atrocità della dittatura militare. Nata dalla protesta studentesca contro l’aumento del prezzo del biglietto della metropolitana, la mobilitazione si è immediatamente estesa nelle sue dimensioni e nel numero di rivendicazioni, dimostrando che l’aumento di 30 pesos (4 centesimi di dollaro) non era altro che la goccia che ha fatto traboccare il vaso di una situazione sociale ormai insostenibile, nel paese che ha dato la luce al neoliberismo (per lo meno nella sua versione made in Chicago), e che è considerato da decenni un modello da seguire per le classi dirigenti latinoamericane. Un paese dove i beni di prima necessità costano come in Europa occidentale mentre il salario minimo è di 300 euro al mese (la pensione minima ancora più bassa), dove trasporti, educazione, salute, e persino l’acqua sono completamente privati, dove il sistema di pensioni è contributivo (tranne che per militari e carabineros), gli uomini vanno in pensione a 75 anni, le donne tra i 65 e i 70, la settimana lavorativa è di 45 ore. Il Cile è uno dei 15 paesi più diseguali al mondo, in cui l’1% della popolazione possiede quasi il 30% della ricchezza. La costituzione cilena è ancora quella di Augusto Pinochet. 

E proprio la richiesta di una nuova Assemblea Costituente, insieme alle dimissioni del presidente Piñera, è diventata la principale domanda del popolo cileno. La mobilitazione ha saputo sfidare e superare, con unità e determinazione, la dichiarazione di guerra di Piñera, che ha disposto Stato d’emergenza e coprifuoco in quasi tutto il paese, non si è lasciata strumentalizzare dal terrorismo mediatico che ha seguito i saccheggi e gli incendi di palazzi, centri commerciali e stazioni della metropolitana (saccheggi e incendi presto divenuti pratica costante della polizia per giustificare l’escalation repressiva), e non ha accettato la mediazione al ribasso della recente agenda “sociale” del presidente (cancellazione dell’aumento del biglietto, settimana di 40 ore, salario minimo, ricambio ministeriale), ormai sconfitto sul piano della polarizzazione con la piazza. Mentre, dopo la manifestazione del 25 ottobre, che ha visto sfilare 1.5 milioni di persone a Santiago e 3-4 in tutto il paese, il movimento continua a tenere la piazza e a resistere alla repressione, nuovi contropoteri vengono costruiti a livello locale da un sistema di assemblee territoriali, e nascono nuove articolazioni politiche come la Piattaforma di Unità Sociale, che riunisce un insieme di sindacati e di organizzazioni sociali, e che prova a dare una direzione strategica al movimento.

Ecuador. Solo poche settimane fa in Ecuador si festeggiava il ritiro del Decreto 883, dopo 13 giorni di battaglia campale in tutto il paese e nella capitale Quito, con altissimi livelli di repressione statale, che hanno portato all’uccisione di 7 manifestanti, al ferimento di 1340 persone e all’arresto di 1252. La protesta si era accesa proprio il 1° ottobre in ripudio alla misura economica imposta dal governo di Lenin Moreno che, in ossequio ai dettami del FMI, eliminava il sussidio sul carburante provocando l’impennata del 100-120% dei prezzi dei trasporti e dei beni di consumo primari. Il decreto prevedeva anche misure di austerità per i lavoratori pubblici, che vedevano le loro ferie dimezzate da 30 a 15 giorni l’anno, e che dovevano destinare un giorno di salario al mese al tesoro pubblico per pagare gli interessi sul debito, mentre quelli con contratto temporaneo subivano riduzioni salariali del 20%. Nel frattempo, il fisco condonava debiti milionari ai grandi gruppi monopolisti.

La massiccia protesta popolare è stata composta da una gran parte della popolazione indigena, guidata dalla CONAIE, studenti, il sindacato FUT, gruppi della sinistra socialista e comunista, e il movimento femminista, che hanno concentrato la loro azione sulla revoca del Decreto 883, mentre su un altro versante si sono mossi i gruppi legati all’ex presidente Rafael Correa, che utilizzavano il discorso mediatico del governo, rivolto alle “colpe del governo anteriore”, per tornare in scena come attore politico e chiedere le dimissioni di Lenin Moreno. Dopo gli anni della nuova costituzione, che ha portato alla definizione dell’Ecuador come “Stato plurinazionale”, il secondo governo di Correa ha intrapreso scelte economiche centrate sull’aumento dell’estrazione ed esportazione delle materie prime, con conseguenze devastanti nelle comunità indigene, e con un fortissimo aumento della repressione, che portò a leggi speciali e alla detenzione di molti leader comunitari.

Nelle giornate di ottobre, il protagonismo dalla CONAIE è stato il tassello fondamentale di una rivolta che da diverse province del paese si è riversata nella capitale Quito ed è giunta ad occupare il parlamento; il movimento indigeno ha trionfato non solo ottenendo l’annullamento del decreto ma anche riuscendo a non farsi strumentalizzare dalla polarizzazione politico-mediatica tra Moreno e Correa, aprendo uno spazio di possibilità inedito per l’Ecuador, che scommette sul logoramento di un governo debole e privo di consensi e sul retrocesso di una destra xenofoba che stava speculando sull’immigrazione venezuelana, e che attraverso l’attivazione di un Parlamento de los Pueblos mette le basi per la costruzione di un orizzonte emancipatorio diverso dalla fallimentare esperienza della Revolución Ciudadana.

Haiti. Anche Haiti si è incendiata e ormai da sette settimane è teatro di mobilitazioni, saccheggi, blocchi stradali e scontri; si contano 42 morti dall’inizio delle proteste, di cui 19 causati dalle forze di sicurezza, centinaia di feriti e la paralisi del paese, che si sta sollevando per la quarta volta negli ultimi 16 mesi. Haiti, 168esimo paese al mondo per indice di sviluppo umano (su 189), con una denutrizione cronica che colpisce la metà della popolazione, e quarto paese più colpito da disastri naturali, sconta una storia di più di due secoli di blocchi commerciali e ingerenze imperialiste.

La principale rivendicazione delle proteste è la destituzione dell’attuale presidente, Jovenel Moïse, eletto nel 2016 con forti denunce di frodi elettorali, che è responsabile di aver eliminato i sussidi sull’energia, in ossequio agli accordi presi con il FMI per pagare il debito pubblico del paese, e si è trovato ad affrontare le conseguenze del rincaro del combustibile, che dal 2018 è tornato a prezzo di mercato come conseguenza della crisi economica venezuelana, che ha impedito di rinnovare l’acquisto di petrolio a tassi calmierati dall’impresa Petrocaribe, che era stato disposto dal programma di cooperazione sud-sud implementato da Hugo Chávez nell’ambito dell’ALBA (Alianza Bolivariana de las Américas).

Il tutto coronato da una gestione altamente corrotta da parte dello stesso governo, proprio in merito agli accordi con Petrocaribe. A questo quadro si aggiunge la vergognosa gestione dell’emergenza umanitaria esplosa nell’isola a seguito del terremoto del 12 gennaio 2010. Le ONG straniere hanno canalizzato quasi il 90% delle donazioni internazionali destinate all’approvvigionamento alimentare e l’assistenza sanitaria e psicologica, mentre la missione militare, a guida brasiliana, che avrebbe dovuto accompagnare il processo di ricostruzione del paese ha portato a molteplici episodi di ingerenza e si è rivelata funzionale solo a garantire lo sfruttamento delle risorse naturali e minerarie dell’isola da parte di multinazionali straniere, soprattutto statunitensi e canadesi.

Honduras. Intanto, in Honduras gli scorsi 17 e 18 ottobre è bruciata la rabbia, e con essa numerosi pneumatici e barricate nelle principali arterie del paese. La causa è stata la condanna del fratello del presidente Juan Orlando Hernández (JOH) per quattro delitti relativi a narcotraffico. L’episodio si inserisce in una lunga scia di repressioni brutali come risposta al conflitto sociale che sorge già nel 2009 con il colpo di Stato ai danni del presidente di sinistra Manuel Zelaya. Le proteste si sono nuovamente intensificate soprattutto a partire dal dicembre del 2017, quando il candidato progressista Salvador Nasralla, dopo aver vinto le elezioni presidenziali, è stato destituito da JOH, del partito di governo e rappresentante dell’oligarchia, sulla base di un riconteggio fraudolento dei voti. Le proteste di strada hanno portato a una repressione feroce, con decine di morti, e all’intensificarsi della migrazione di massa verso il Messico e gli Stati Uniti, che ha dato vita alle carovane migranti dell’anno scorso.

Bolivia. Ma se i popoli del continente fanno tremare le fondamenta dei sistemi politici e si ribellano alle politiche neoliberali delle destre, la crisi politica in cui è precipitata la Bolivia a partire dalle elezioni di domenica 20 ha manifestato, nella maniera più lampante, che il progressismo non è, o non è più, la soluzione. Il primo governo di Evo Morales, che aveva trionfato alle elezioni del 2005 dopo un poderoso ciclo di lotte caratterizzato dalla “guerra dell’acqua” (2000) e dalla “guerra del gas” (2003), portò a casa risultati importanti, anche se depotenziati rispetto alle attese, come una limitata riforma agraria, una nuova costituzione che sanciva la forma “plurinazionale” dello Stato, e una parziale nazionalizzazione del gas. Dopo la crisi politica del 2008, durante la quale vi furono forti timori di colpo di Stato e guerra civile, il governo abbandonò definitivamente qualunque velleità di rispetto della Pachamama e dei diritti dei popoli indigeni (soprattutto quelli dell’Amazzonia e delle cosiddette Tierras Bajas), per intraprendere un cammino modernizzatore fatto di iper-estrattivismo, repressione del dissenso, e di totale subalternità agli appetiti imperialisti del Brasile e delle sue maggiori imprese di petrolio (Petrobras) e della costruzione (Odebrecht, OAS, Camargo Correa).

Sebbene la Bolivia abbia avuto in questi anni una crescita economica del 5%, la sua qualità è stata perfettamente in linea con i parametri macroeconomici del FMI, e con un’alleanza con importanti settori capitalisti, primo tra tutti l’agrobusiness della soia, responsabile dei recenti incendi in Amazzonia. Inevitabilmente, liberando il paese all’accumulazione economica del capitale, quest’ultimo ha fagocitato lo spazio politico, ed il consenso di Evo si è via via deteriorato. La prova è stata la sconfitta di misura nel referendum del febbraio 2016, in cui il governo proponeva la possibilità, negata dalla costituzione, di estendere la sua eleggibilità al quarto mandato. In barba al voto popolare, la Corte Costituzionale decise invece clamorosamente di consentire il quarto mandato dichiarando, in maniera sorprendente, che si tratterebbe di un “diritto umano”. Con in mente questo precedente, la campagna elettorale di Morales si è giocata tutta sulla sua possibilità o meno di vincere direttamente al primo turno, per il quale era sufficiente superare il 40% dei voti con un vantaggio di 10 punti sul secondo. Ma la sera delle elezioni, quando erano stati scrutinati l’83% dei voti, Evo Morales era dato al 45%, appena 7 punti in più del suo avversario, l’ex presidente Carlos Mesa. La decisione del Tribunale Elettorale di sospendere la pubblicazione dei dati per 24 ore durante lo scrutinio, ha scatenato le proteste degli elettori della destra, mentre anche i sostenitori di Evo scendevano in strada per denunciare un presunto tentativo di colpo di Stato imperialista. Quando Morales aveva ormai dichiarato lo Stato d’Emergenza, che sembra diventato l’unica risposta che i presidenti latinoamericani sono capaci di dare di fronte alle espressioni di piazza, il Tribunale Elettorale rese pubblici i risultati quasi definitivi che davano la vittoria di Evo con 10.1 punti di vantaggio. L’argomentazione del governo, che le ultime schede scrutinate provenissero dalle zone rurali, dove il consenso a Morales è più alto, è certamente credibile, così come sono storicamente provate le inclinazioni golpiste della destra latinoamericana, ma il contesto nel suo insieme è così torbido che la legittimità democratica, etica e politica, di Evo, insieme alla sua pretesa di essere un’alternativa alle destre, sembra ormai del tutto compromessa.

Argentina. (foto a sinistra e prossime due di Gianluigi Gurgigno) Scendendo verso il Cono Sur, le elezioni dello scorso 27 ottobre in Argentina hanno confermato –sebbene con solo 8 punti di stacco- il risultato delle primarie di inizio agosto, dove il candidato peronista Alberto Fernandez, spalleggiato dalla ex-presidente Cristina Kirchner e da una coalizione progressista, si imponeva per 15 punti sulla ricandidatura di Mauricio Macri. Il cambio di governo è stato festeggiato come una vera e propria liberazione dall’incubo che hanno rappresentato le politiche neoliberiste di Macri degli ultimi quattro anni: nonostante la costante risposta di piazza da parte di sindacati di base e organizzazioni sociali, che ha visto il suo apice in un fortissimo movimento di massa contro la riforma delle pensioni nel dicembre 2017, il governo è riuscito a contrarre il debito più grande della storia con il FMI, e a demolire l’economia interna a suon di licenziamenti e politiche liberalizzanti che hanno portato alla svalutazione del peso del 300% in due anni, a un’inflazione galoppante e alla continua perdita del potere d’acquisto dei salari e a un’impennata negli indici della povertà.

Nonostante la felicità popolare per il risultato alle urne, non si vedono all’orizzonte possibilità di modificare rapidamente la situazione di crisi economica in cui versa il paese, tanto più che il nuovo governo è frutto di un’alleanza troppo ampia e moderata per permettere scelte coraggiose contro l’austerity, con numeri risicati in parlamento, e con poco margine di sovranità nazionale da negoziare con l’FMI. Ancora più difficile da prevedere è la ricomposizione dei settori popolari e delle organizzazioni sociali, che in questi anni hanno mantenuto un livello alto e costante di mobilitazione, ma che si presentano di fronte al governo del Frente de Todos con esigenze e pratiche politiche diverse e a tratti divergenti tra loro.

Uruguay. In quella stessa giornata, in Uruguay il voto ha rimandato a un secondo turno il testa a testa tra il candidato del Frente Amplio, Daniel Martínez, e il rappresentante della destra Luis Lacalle Pou, del Partido Nacional, ma la popolazione alle urne ha affermato con forza il suo rifiuto alla riforma costituzionale, proposta da un senatore nazionalista, che intendeva dare ampi poteri ai militari nella gestione dell’ordine pubblico, qualcosa che nel paese non avviene dai tempi della dittatura militare terminata nell’85. Contro questa riforma, presentata con il nome innocente e securitario di “vivir sin miedo” (vivere senza paura), si era svolta lo scorso 22 ottobre una manifestazione moltitudinaria.

Colombia. Sempre il 27 ottobre, si sono svolte elezioni locali in Colombia, che hanno visto un arretramento della destra di Álvaro Uribe e del presidente Ivan Duque. Tutte le maggiori città, e molti municipi minori, hanno visto la sconfitta dei candidati legati al loro partito Centro Democrático, in primo luogo la capitale Bogotá, che ha visto il trionfo dell’attivista LGBT Claudia López, del partito progressista Alianza Verde. Queste vittorie sono state trainate, tra l’altro, da un recente aumento delle mobilitazioni studentesche nel paese. Il voto ha anche registrato la sconfitta della strategia del terrore e della repressione politica del governo, in un paese che ha visto aumentare il numero di leader sociali e indigeni assassinati, sabotare in vari modi l’accordo di pace tra governo e FARC, e crescere nuovamente il terribile fenomeno dei “falsi positivi”, ossia contadini assassinati e presentati come guerriglieri in cambio di un “premio” governativo.

Panama. Ma l’ottobre appena trascorso ha contagiato numerosi altri paesi, la cui lista appare interminabile. Massive mobilitazioni si sono verificate a Panama, con enormi proteste, soprattutto studentesche, contro un progetto di riforma costituzionale che, inizialmente finalizzato a fornire un marco efficace contro la corruzione, ha visto l’inserimento in extremis di misure di carattere sociale, prima fra tutte una parziale privatizzazione del sistema universitario. Nelle ultime settimane, le mobilitazioni hanno permesso il ritiro dell’articolo incriminato, mentre un nuovo fronte di lotta si apre con la protesta della comunità LGBT per il matrimonio egualitario.

Costa Rica. Proteste in difesa dell’educazione pubblica si stanno dando anche nella vicina Costa Rica, che però per ora non hanno saputo contagiare altri settori sociali ma hanno comunque portato alle dimissioni del ministro dell’Educazione.

Paraguay. E lo scorso 28 ottobre forti proteste e blocchi stradali a oltranza si sono verificati anche in Paraguay, dove la Federación Nacional Campesina è scesa in piazza contro la repressione e gli sgomberi delle comunità contadine e per chiedere politiche di appoggio all’agricoltura familiare.

Messico. Da parte sua, sebbene viva una situazione di luna di miele con il nuovo governo progressista di Andrés Manuel López Obrador che registra ampi consensi dopo 36 anni di devastazione sociale sotto i governi dei partiti PRI e PAN, nemmeno il Messico è del tutto esente da questo scenario di opposizione sociale e dal basso: lo scorso 12 ottobre il Congreso Nacional Indígena ha dato vita a una giornata di mobilitazione contro le grandi opere promosse dal nuovo governo, in primis il cosiddetto Tren Maya, il corridoio logistico sull’Istmo di Tehuantepec, e il corridoio energetico Proyecto Integral Morelos.

Perù. Infine, è d’obbligo menzionare la forte crisi politica che vive il Perù, dove a settembre le mobilitazioni di piazza hanno permesso al presidente Martín Vizcarra di vincere un duro scontro istituzionale con la maggioranza parlamentare legata all’ex dittatore Alberto Fujimori, che ha fallito nel suo tentativo di colpo di Stato istituzionale.

Il “no” al modello neoliberale

Questo ottobre di piazza e di rivolte in America Latina parla di uno scossone tellurico generalizzato che obbliga ad andare oltre i singoli contesti nazionali e ad osservarlo nel suo insieme, a considerare che esistono connessioni tra i diversi fenomeni di protesta che si stanno verificando nel continente. Soltanto un anno fa, la vittoria di Bolsonaro in Brasile sembrava sancire l’ennesima “fine della storia” per il continente, il compimento di una torsione reazionaria che sembrava far sprofondare la regione, irrimediabilmente, negli inferi dell’eterno ritorno del suo passato schiavista, latifondista, del genocidio, e spingerla in un nuovo ciclo coloniale imposto con la classica formula neoliberale fatta di sfruttamento intensivo del suolo e delle materie prime destinate all’esportazione, tagli alla spesa sociale, distruzione dell’economia interna a favore delle imprese multinazionali, il tutto accompagnato da alti livelli di repressione, garantita dalla militarizzazione incontrollata dall’alto, venduta con l’installazione della paura e della richiesta di maggiore sicurezza, e infine dal proliferare senza fine di narcos, milizie, paramilitari, eserciti, polizie nazionali, squadroni della morte.

In molti paesi del continente, laddove nei primi anni del nuovo secolo potenti movimenti di massa e infuocate rivolte popolari avevano fatto emergere governi che si definivano “progressisti” o “post-neoliberali”, e che avevano permesso, seppur con in mezzo a mille contraddizioni, un drastico calo dei tassi di povertà assoluta, e un ricambio parziale nella classe politica, con l’inclusione di dirigenti e quadri provenienti da movimenti sociali e sindacati, dopo la crisi economica mondiale del 2008 si esauriva progressivamente la spinta propulsiva e financo l’illusione di qualsiasi trasformazione strutturale dei rapporti sociali e di classe. A partire dal 2015, dopo due anni di drastico calo nei prezzi delle materie prime, capitolarono uno dopo l’altro il governo di Cristina Kirchner in Argentina, sconfitto dall’imprenditore Mauricio Macri, e quello di Dilma Rousseff in Brasile, travolto prima dal movimento di massa del 2013, che si opponeva alle politiche speculative e antisociali del Partito dei Lavoratori (PT), e poi dall’inchiesta Lava Jato, strumentalmente usata da magistratura e oligarchia economica per determinare un colpo di Stato parlamentare e assumere direttamente il potere politico del paese. Nel 2016 Dilma veniva disarcionata attraverso un golpe parlamentare, mentre in seguito l’ex presidente Lula, che godeva ancora del consenso della maggioranza dei brasiliani, veniva arrestato e impossibilitato a candidarsi attraverso un giudizio politico.

Nel frattempo, laddove l’oligarchia tradizionale non riusciva a impadronirsi direttamente del potere politico, per poter scaricare il peso della crisi economica sulle classi popolari, cresceva come un cancro all’interno degli stessi governi ancora considerati “di sinistra”, come in Venezuela e in Bolivia, una nuova élite economica, politica e militare, mentre si inaspriva la tendenza alla devastazione ambientale e dei territori e della svendita di praticamente tutte le risorse naturali alla voracità accumulatrice del grande capitale straniero, soprattutto cinese. Così, mentre la crisi economica si configurava come crisi di redditività della rendita estrattiva, i governi rispondevano con maggior estrattivismo, scavando ulteriori solchi sul cammino, promesso a parole, di una crescita autonoma e di un delinking dalla globalizzazione neoliberale.

Infine, in quei paesi dove il modello economico non era mai stato, nemmeno timidamente, messo in discussione, come in Messico (almeno fino al 2018), in Cile, in Colombia, e nella maggior parte dei paesi centroamericani e caraibici, continuava indisturbato il regime necropolitico fatto di brogli elettorali, “guerra al narcotraffico”, paramilitarismo, assassinii politici. Berta Cáceres, Santiago Maldonado, Marielle Franco, Samir Flores, i 40.000 desaparecidos in Messico degli ultimi 13 anni (tra i quali i 43 studenti di Ayotzinapa), l’aumento esponenziale dei femminicidi, il massacro di leader sociali in Colombia e in Brasile, le pallottole dell’esercito honduregno contro il suo stesso popolo, così come la repressione del “sandinista” traditore Daniel Ortega in Nicaragua sono solo alcuni esempi di una politica di sterminio di massa perpetrata su base selettiva (razziale, di genere, politica), che è tornata ad essere, in tutta la regione, forma pura di governo.

Gli ultimi due anni sono stati emblematici di questo ritorno in America Latina dei peggiori incubi del passato e delle misure economiche tipiche della faccia più sanguinaria del neoliberismo. Due paesi, l’Argentina di Macri e l’Ecuador di Lenin Moreno, il successore del “progressista” Rafael Correa, legavano le sorti della propria bilancia economica al Fondo Monetario Internazionale, che tornava quindi a dettare l’agenda di “riforme strutturali” come aveva fatto negli anni ‘80 e ‘90, mentre l’elezione in Brasile di Bolsonaro faceva presagire lo sbarco in America Latina di un’estrema destra sul modello di quella euroamericana di Trump, Orban e Salvini, e che non si vergognava di rivendicarsi in totale continuità con l’esperienza delle dittature militari. (Nella foto di Gianluigi Gurgigno, festeggiamenti in Argentina)

E proprio il Brasile sembra essere, ad oggi, il grande assente dell’ottobre caldo latinoamericano. Proprio in quel mese, infatti, il parlamento brasiliano ha votato in ultima istanza una riforma delle pensioni lacrime e sangue senza quasi nessun tipo di risposta popolare da parte di partiti, sindacati e movimenti che sembrano ancora sotto shock dall’elezione dell’anno scorso. Tuttavia, questo non significa che il progetto reazionario intrapreso dal nuovo governo sia un cammino privo di ostacoli. La popolarità del presidente è ormai scesa al 30%, mentre lo stesso Bolsonaro è recentemente entrato nell’inchiesta che indaga sulla morte della militante del PSOL Marielle Franco, per vincoli diretti, e una possibile complicità, con gli assassini materiali di Marielle, due ex poliziotti miliziani di Rio de Janeiro. E se il vento della rivolta che soffia altrove è una realtà lontana dal Brasile, ciò non vuol dire che non si tema un contagio: lo scorso 31 ottobre, infatti, il deputato e figlio del presidente, Eduardo Bolsonaro, ha esplicitamente minacciato la possibilità di un colpo di Stato militare se dovessero verificarsi ampie proteste sociali, e per queste dichiarazioni è oggi a rischio di espulsione dalla Camera dei Deputati. Intanto, si fa sempre più possibile una prossima liberazione di Lula, il che registra una distanziamento di settori sempre più ampi della borghesia brasiliana da Bolsonaro, e il possibile intento di una manovra “conciliatrice”, che mantenga le nuove “conquiste” del neoliberismo nel paese, ma che scongiuri una possibile crisi sociale.

Riprendersi il futuro?

Lo scenario che emerge da questo ottobre, con l’accendersi di focolai di ribellione in diversi paesi latinoamericani, segnala un repentino arresto dell’avanzata egemonica conservatrice e porta avanti una rivendicazione di fondo che converge nel denunciare un modello fondato sulla diseguaglianza e lo sfruttamento, insopportabile a livello socio-economico e insostenibile a livello ambientale, come già dicevano i movimenti contro la globalizzazione dei mercati nei primi anni Duemila.

Nel contesto attuale, tuttavia, il campo popular è più diviso al suo interno di 15 o 20 anni fa, quando a Porto Alegre intellettuali, partiti, sindacati e movimenti si riunivano per pensare “un altro mondo possibile”, mentre da Buenos Aires, Cochabamba, Caracas e Mar del Plata (ma anche da Seattle e Genova) partiva l’attacco su scala mondiale al neoliberismo, si cominciava a immaginare un “Socialismo del XX secolo” e in tutto il mondo si parlava di “laboratorio sudamericano”. Oggi la crisi picchia più forte, soprattutto nei territori che in questi ultimi anni sono diventati, sotto la spinta del modello estrattivista, vere e proprie “zone di sacrificio”. In questi anni si è consumato il fallimento dell’alternativa progressista, che pure nel breve periodo aveva portato a indubbi passi in avanti nelle condizioni di vita della maggioranza della popolazione, ma che si è sostenuta, a livello strutturale, sul rafforzamento delle dinamiche di dipendenza economica, commerciale, produttiva e finanziaria dal capitalismo globale, solo un po’ meno gringo e un po’ più cinese rispetto a prima, ma ugualmente predatorio: questa sconfitta ha portato a un impasse programmatico e di immaginario da cui difficilmente oggi si si intravede l’uscita. Sebbene le vittorie elettorali in Messico e Argentina, e l’incredibile tenuta del governo di Maduro di fronte ai tentativi di golpe militare, registrino un ri-equilibrio nella bilancia di forze regionale tra governi conservatori e progressisti, è chiaro che le rivolte di ottobre non nutrano più le illusioni di un tempo e che cerchino alternative lontano da un progressismo che si è rivelato una variante interna all’ordine neoliberale.

Più che sognare “un altro mondo possibile”, queste rivolte raccolgono l’eredità dei tempi torbidi e apparentemente senza speranza che viviamo, e si ribellano, senza se e senza ma, a un presente non più sopportabile, laddove la depredazione ha ormai rubato anche la possibilità di pensare il futuro. Raccolgono, in un certo senso, l’eredità dei movimenti degli ultimi anni, sollevatisi contro l’ordine necropolitico del capitale: le numerose resistenze indigene in difesa dei loro territori, della terra, dell’acqua e della vita; le lotte contro i femminicidi e il dominio sul corpo delle donne; le lotte disperate contro la narcoguerra e la desaparición forzada nei paesi in cui la violenza è normalizzata e regna l’impunità criminale. L’ultimo ciclo di movimenti sociali condivide una tenace ma quasi disperata lotta per la vita, che si affianca a quella, più recente e più globale, dei milioni di giovani in rivolta contro la catastrofe ambientale e un futuro che lascia immaginare solo la fine del mondo. E proprio l’effervescenza giovanile è un elemento comune a molte mobilitazioni, dall’Ecuador al Cile, da Panama alla Costa Rica, passando per la Colombia e per la breve ma intensa lotta universitaria in Brasile tra maggio e giugno, e prova che la componente studentesca e universitaria sta acquisendo un protagonismo sociale in tutto il continente che da parecchi anni non esprimeva con questa intensità.

Paulo Freire parlava di “inedito possibile” come di una situazione limite in cui, come prodotto di un’insorgenza collettiva e condivisa, qualcosa che sembra essere strutturalmente negato inizia a diventare una possibilità reale. Questa possibilità, per realizzarsi, deve prendere corpo, forma, organizzazione e, possiamo dirlo, programma. Ma un programma che, per lo meno, possa essere meno deprimente dei “meno peggio” e delle fragili immagini del possibile che, prima di ottobre, venivano frapposte alla barbarie: la politica riformista e conciliatoria di un López Obrador in Messico, il ritorno del peronismo moderato in Argentina, il perpetuarsi della burocrazia autocratica bolivariana in Bolivia e Venezuela, o la giusta liberazione di Lula in Brasile. Intanto, finito l’ottobre storico, si scommette sul prolungarsi dell’Ottobre politico, e in tutti i paesi ci si chiede, ora che lo spettro dell’insurrezione è diventato uno scenario possibile, quale sarà il prossimo paese ad esserne contaminato.

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Oscar Arnulfo Romero: un martire civile / prima parte https://www.carmillaonline.com/2017/08/15/oscar-arnulfo-romero-un-martire-civile-parte/ Mon, 14 Aug 2017 22:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39106 di Paolo Bruschi

Oggi, 15 agosto 2017, cade il centenario della nascita dell’Arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, ucciso a San Salvador il 24 marzo 1980 dagli squadroni della morte. Ai suoi concittadini aveva promesso: “Se sarò ucciso, risorgerò nel mio popolo”.

Il National Security Archive (Nsa1 ) è un ente non governativo che negli Stati Uniti si occupa di pubblicare documenti politici desecretati, inclusi quelli della Cia e dell’Fbi. Uno di questi atti, declassificato nel 1992, è [...]]]> di Paolo Bruschi

Oggi, 15 agosto 2017, cade il centenario della nascita dell’Arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, ucciso a San Salvador il 24 marzo 1980 dagli squadroni della morte. Ai suoi concittadini aveva promesso: “Se sarò ucciso, risorgerò nel mio popolo”.

Il National Security Archive (Nsa1 ) è un ente non governativo che negli Stati Uniti si occupa di pubblicare documenti politici desecretati, inclusi quelli della Cia e dell’Fbi.
Uno di questi atti, declassificato nel 1992, è un telegramma ricevuto dal Dipartimento di Stato, datato 21 dicembre 1981, proveniente dalla propria ambasciata in El Salvador. Il titolo recita “Assassinio dell’arcivescovo Romero” e si tratta di una delazione fatta da un membro dei servizi segreti salvadoregni a un pari ruolo americano: “L’omicidio di monsignor Romero fu pianificato in una riunione presieduta dal maggiore Roberto D’Aubuisson. Durante l’incontro venne estratto a sorte, tra alcuni partecipanti, il privilegiato che avrebbe ammazzato l’arcivescovo.”

Roberto D’Aubuisson Arrieta, classe 1943, era uno dei tanti militari salvadoregni che, dopo essersi diplomato nell’accademia del suo Paese, a partire dal 1965 studiò alla School of the Americas (Soa2 ). Uno dei tanti, ma probabilmente un prediletto e un predestinato, se è vero che fu istruito a Washington, Fort Gulick (Panama) e Taiwan, e tornato in patria fece una rapida carriera all’interno dell’Ansesal (Agencia Nacional de Seguridad Salvadoreña – i servizi segreti salvadoregni), di cui negli anni settanta divenne capo.

La School of the Americas è un collegio militare nato nel 1946 a Panama per volere del Dipartimento di Stato Usa, trasferitosi poi a Fort Benning, in Georgia, nel 1984.
Questa strana istituzione possiede almeno un paio di caratteristiche distintive: la prima è che non addestra (salvo rarissime eccezioni) soldati statunitensi, ma soltanto ufficiali stranieri appartenenti a forze armate e di polizia latinoamericane. Molti allievi, al termine della preparazione, vengono iscritti direttamente sul libro paga della Cia.

La seconda si deduce dagli atti delle commissioni d’inchiesta nazionali e internazionali istituite in diversi Paesi dopo le relative dittature e stragi del secondo dopoguerra, e dai processi conclusi o in corso: sono milioni le denunce, sporte soprattutto attraverso la mediazione di organizzazioni per i diritti umani, in relazione a cittadini torturati, violentati, assassinati, fatti sparire o costretti all’esilio come risultato delle azioni compiute da ufficiali formati alla Soa.

Da queste fonti emerge con chiarezza come l’istituzione sia stata, e in qualche modo sia ancora oggi, una scuola di coercizione, dittatura e terrorismo: uno degli strumenti più potenti utilizzati dagli Usa per garantirsi una duratura ingerenza politica ed economica in America Latina.

Nel 1996 l’Nsa portò alla luce alcuni manuali in uso alla Cia e all’esercito all’interno del collegio. In quei testi si giustificava l’opportunità dell’estorsione mediante tortura e addirittura delle esecuzioni extragiudiziali (omicidi arbitrari, per essere chiari). Il fatto è ben noto allo stesso Congresso americano: ormai da diversi anni, molti deputati si battono perché la Soa chiuda i battenti, non esitando a definirla una vergogna nazionale.

Durante la sua attività, la School of the Americas ha addestrato circa 65.000 militari latinoamericani a tattiche di comando e tecniche di combattimento, compresa la guerriglia urbana e la guerra psicologica. Dal Messico, scendendo per tutto il continente fino a Capo Horn, non esiste nessun governo che dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi non abbia usufruito di professionisti formati da tal collegio. E non si tratta di soldati semplici, ma di ufficiali e generali che hanno ricoperto ruoli chiave nelle rispettive forze armate, forze di polizia, unità speciali e sevizi segreti, compresi dittatori e capi di Stato. Solo per citare alcuni di questi ultimi: Rioss Mont in Guatemala, Leopoldo Galtieri e Roberto Eduardo Viola in Argentina, Hugo Banzer Suárez in Bolivia, Juan Velasco Alvarado in Perù, Guillermo Rodriguez in Ecuador. Tutti presidenti golpisti dei loro relativi Paesi, protagonisti di dittature talvolta spietate e delitti accertati.

La Commissione per la Verità, istituita dall’Onu nel corso degli accordi di pace avuti luogo dopo la guerra civile in El Salvador (1980-1992), ha stabilito che due terzi dei militari coinvolti nei crimini perpetrati durante il conflitto fratricida fossero usciti dalla Soa. Il piccolissimo Stato centroamericano, nonostante le dimensioni e il trascurabile ruolo geopolitico, risulta incredibilmente secondo, dopo la Colombia, nella classifica degli ufficiali formati dal collegio (quasi 7.000).

Per il governo di Washington, giustificare tale ingerenza e tale prassi della violenza è sempre passato da un’unica, confortevole argomentazione: la lotta al comunismo, la cosiddetta politica del containment. Una spiegazione ritrita e ormai non più plausibile.

Gli Stati Uniti uscirono dal secondo conflitto mondiale in una condizione assai privilegiata: oltre alle immense aree di influenza stabilite a tavolino a partire da Yalta, gli Usa da soli esprimevano circa la metà della ricchezza del pianeta, mentre tutte le altre maggiori nazioni, sia vincitori che vinti, avevano subito distruzioni dei loro apparati produttivi talvolta esiziali.

Già durante il conflitto, analisti politici ed economici americani misero le mani avanti, cercando di progettare il mondo del dopoguerra e pensandolo in funzione del mantenimento dei loro interessi. Nel nuovo organigramma ogni contesto geopolitico avrebbe dovuto assumere un ruolo e un compito specifico. Non stiamo parlando di chiacchiere o ricostruzioni fantasiose, ma di studi, circolari e memorandum espressi in particolare dal Dipartimento di Stato, messi nero su bianco e assai articolati: e puntualmente, fatta la giusta sintesi, portati a compimento.

Da quei documenti si evince come il destino pensato per il Terzo Mondo (di cui l’America Latina era considerata parte) fosse adempiere alla sua “naturale” funzione di fonte di materie prime e avamposto delle imprese multinazionali statunitensi, che inoltre vi avrebbero aperto i loro mercati e imposto i propri prodotti.

Il problema maggiore nel garantirsi questo tipo di subordinazione era rappresentato dal fastidioso anelito di certe nazioni alla democratizzazione: un Paese sottosviluppato che si emancipa e ridistribuisce diritti e ricchezze al suo interno, magari nazionalizzando alcuni settori produttivi, sarebbe stato un ostacolo al “padrinato” americano, ai suoi investimenti e ai suoi profitti.

L’azione migliore, dunque, era soffocare sul nascere i venti di cambiamento: senza esporsi troppo in prima persona, venne ritenuto vantaggioso stringere alleanze con le zelanti oligarchie locali e con politici corrotti, reazionari e possibilmente violenti, formando all’uopo generali, milizie e paramilizie, appoggiandole e finanziandole. Sarebbero state loro a sporcarsi le mani agli occhi del mondo.

Da questa logica non era esclusa nessuna nazione, per quanto irrilevante sulla carta geografica: la sua emancipazione avrebbe insinuato in America Latina il seme malato del paragone e dell’emulazione, diventando un pericoloso esempio da seguire. Perché in democrazia tutto sommato non si sta male, e il miglioramento delle condizioni di vita si sarebbe potuto trasformare in un’epidemia.

Quando l’insofferenza della popolazione cominciò a traboccare, il destino del Pulgarcito de America (Pollicino, come è chiamato dalla sua gente El Salvador), uno Stato povero, arretrato e grande come la nostra Emilia Romagna, che apparentemente a nessuno poteva nuocere, fu dunque pesantemente indirizzato al prezzo di decine di migliaia di vite umane. Sorte non dissimile è toccata al Nicaragua e più in generale un po’ a tutta l’America Centrale, che ha dovuto soffrire per decenni le vessazioni di governi corrotti e pilotati come burattini.

Ma torniamo a D’Aubuisson.
In El Salvador gli “squadroni della morte” cominciarono a svilupparsi negli anni sessanta proprio in seno all’Ansesal. La loro attività divenne sistematica e spietata a partire dagli ultimi anni settanta fino al termine della guerra civile (1992).
È stato appurato che una volta entrato nei servizi segreti, D’Aubuisson fu il grande riorganizzatore e collante di tali gruppi: bande paramilitari formate da agenti dei servizi o di polizia in borghese, esponenti dell’esercito e civili, questi ultimi emanazione del latifondismo più reazionario.

Il loro scopo era identificare, intimidire, torturare e all’occorrenza eliminare chi veniva considerato (anche a fronte di un semplice sospetto) sovversivo o comunista. Quasi ogni unità regolare dell’esercito o della polizia ne aveva a disposizione una con la quale si divideva i compiti più repressivi.

Tali organizzazioni avevano la cifra stilistica della tortura eccentrica, che portava nella maggior parte dei casi alla morte: tagliavano ai maschi i genitali e glieli infilavano in bocca, violentavano le donne e terminato il divertimento strappavano loro i feti, se incinte. Spesso infierivano poi sui cadaveri, decapitandoli ed esponendo le teste a qualche metro di distanza in bella mostra. Quando questi animali agivano, non guardavano in faccia nessuno: non risparmiavano neppure i bambini. Evidentemente comunisti lo si inizia a diventare molto presto.

Nel periodo in cui gli squadroni si affacciarono nel panorama politico, El Salvador era un Paese arretrato e depresso. Per dare un’idea di quale fosse la situazione: secondo il censimento del 1961, il 73 per cento della popolazione era senza acqua potabile, il 99 per cento senza energia elettrica, il 57 per cento analfabeta. La maggioranza dei cittadini conduceva una vita di sussistenza e i tre quarti delle terre risultavano in mano al 2 per cento dei salvadoregni, nemmeno dieci famiglie.

Negli anni ’70, dopo quasi 40 anni ininterrotti di dittature, golpe militari e governi fantoccio, ce n’era abbastanza perché l’indignazione e il desiderio di una riscossa iniziassero a formarsi e organizzarsi: nacquero così sindacati, associazioni di contadini, comunità di base cattoliche e fecero la loro comparsa anche le prime formazioni di guerriglia rivoluzionaria. Voci critiche verso il governo si levarono anche da parte di esponenti della Chiesa cattolica e in particolare dai gesuiti. Stava emergendo, insomma, una coscienza sociale.

Il triennio 1977-1979 fu segnato da una costante escalation delle violenze, che non risparmiò neppure la parte più progressista dello stesso clero, accusato di simpatizzare con la guerriglia e come tale perseguitato. Emblematico, a questo proposito, uno dei motti preferiti degli squadroni della morte: “Sii patriota, ammazza un prete”.
El Salvador precipitò nel caos, nella violenza, nel terrore. E infine nella guerra civile.

(Fine della prima parte – la seconda sarà pubblicata domani 16 agosto)


  1. Da non confondersi con l’altra e più nota Nsa: la National Security Agency, organismo governativo che si occupa della sicurezza nazionale 

  2. Dal 2001 il suo nome è cambiato in Western hemisphere institute for security cooperation (Whinsec). 

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La Controfigura https://www.carmillaonline.com/2015/05/02/la-controfigura-2-eduardo-rozsa/ Sat, 02 May 2015 20:23:08 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=21991 di Luisa Catanese 

Seconda parte  [Qui la prima parte]

tumblr_lci97cNbNO1qb0bzxo1_1280Vedo dei corpi nudi, quasi nudi, lordi di sangue, riversi sul pavimento. Eduardo, un irlandese, un magiaro di Romania… Per Eduardo non piango una sola lacrima perché non saprei chi sto piangendo. Ora che sono padre provo a pensare che i suoi genitori sono morti prima di lui: non gli capiterà di leggere e di ascoltare quello che si dice e si scrive di loro figlio. Eduardo Rózsa Flores era un mercenario che voleva uccidere il presidente Evo Morales. Era un neofascista [...]]]> di Luisa Catanese 

Seconda parte 
[Qui la prima parte]

tumblr_lci97cNbNO1qb0bzxo1_1280Vedo dei corpi nudi, quasi nudi, lordi di sangue, riversi sul pavimento. Eduardo, un irlandese, un magiaro di Romania… Per Eduardo non piango una sola lacrima perché non saprei chi sto piangendo. Ora che sono padre provo a pensare che i suoi genitori sono morti prima di lui: non gli capiterà di leggere e di ascoltare quello che si dice e si scrive di loro figlio.
Eduardo Rózsa Flores era un mercenario che voleva uccidere il presidente Evo Morales. Era un neofascista che intendeva promuovere l’insurrezione e la secessione del dipartimento di Santa Cruz, ricco di risorse, dal resto della Bolivia. Dunque, prendo nota: organizzazione di una milizia, repressione dell’esercito statale, intervento straniero, riconoscimento dell’indipendenza o di qualcosa di simile.
Prima di partire per l’America Latina ha rilasciato un’intervista a un giornalista ungherese: affermava di non aver nulla contro Morales, ma che presto sarebbe tornato nel paese natale per organizzare la difesa dall’imminente attacco dell’esercito boliviano.
Su un periodico venezuelano si sostiene che chiunque dipinga Rózsa Flores come fascista è un diffamatore: lui era amico del rivoluzionario, prigioniero politico nelle carceri francesi, Ilich Ramírez. Visto che Ramírez, detto Carlos lo Sciacallo, è un pen-friend del presidente Hugo Chávez, alleato fraterno di Evo Morales, allora Rózsa Flores non può che essere un combattente per la libertà e per la giustizia.
Leggo qua e là che Eduardo Rózsa Flores collaborava con la CIA. Faceva il doppio o magari il triplo gioco. È stato chiamato in Bolivia dalle forze di sicurezza governative per decapitare l’organizzazione dei secessionisti: ha esplosivo che può avergli dato solo l’esercito boliviano. Le forze speciali dell’esercito lo hanno ucciso perché non risultasse che era stato reclutato per colpire affaristi, faccendieri, uomini politici secessionisti.
Era legato a croati di estrema destra, residenti in Bolivia nel dipartimento di Santa Cruz, loschi figuri che trafficano armi e droga. Aveva senza dubbio legami stretti con riviste di destra e collaborava con Jobbik, partito di estrema destra ungherese, che pare non disdegni di essere finanziato da potenze straniere del Vicino e Medio Oriente e da gruppi dell’Islam radicale.
Dai magiari più nazi, che per qualche tempo forse lo hanno considerato un camerata o un possibile alleato, ora viene giudicato un ebreo, un falso eroe, un agente bisessuale del Mossad, infiltrato nella destra ungherese.
C’è l’imbarazzo della scelta, insomma. Era uno psicopatico, uno Zelig nazionalista alla ricerca del pericolo per farsi di adrenalina e morire come un Che Guevara? No, dice qualcuno, era un impulsivo che si butta generosamente nella mischia senza riflettere: uno che ha tutti i pezzi del mosaico in tasca, ma li ricompone troppo in fretta e male. Lo possiamo dunque immaginare come una creatura di laboratorio, fuggita dalle gabbie del socialismo autoritario, una chimera che cuciva insieme le membra del cane da guerra e del capro espiatorio? No, assicura un altro, aveva un progetto chiaro. Era un musulmano sincero, la cui memoria viene infangata: un combattente internazionalista dell’Islam politico, vittima di un complotto.
Vedo dei corpi nudi, quasi nudi, lordi di sangue, riversi sul pavimento. Eduardo, un irlandese, un magiaro di Romania. Vedo altri due uomini, vivi, un croato e un ungherese, che presto saranno chiusi nelle galere della Bolivia: sono incappucciati, in ginocchio, la schiena nuda, segnata. Vedo Eduardo che abbraccia i suoi commilitoni, che ancora ride, che mostra all’obiettivo pistole e munizioni disposte su un tavolo. Lo vedo mentre finge di dormire tra due armi automatiche, con la testa su un guanciale e la mano sinistra poggiata sulla pancia, coperto solo da un lenzuolo che lascia in mostra la maggior parte del suo corpo tarchiato, pesante. Vedo le foto del suo cadavere supino: addosso ha un orologio e un braccialetto di corda sottile, un tatuaggio sulla spalla sinistra, un altro più piccolo sulla spalla destra, i fori delle pallottole. Lo zigomo destro è livido e lacerato, la fronte e il naso sembrano contusi. Tanto sangue rappreso a terra, tra il corpo e il pavimento.
«L’obiettivo del fotografo è dalla parte della testa. Il corpo è disteso e preme lungo una cassettiera. L’avambraccio destro è sollevato da terra, il polso è piegato; le nocche, il pugno semiaperto poggiano sulla parte bassa del torace. Il braccio sinistro, che preme contro la cassettiera, attraversa il petto. C’è un cassetto aperto che pende sul corpo. Non si capisce da dove venga questo cassetto. Sembra che lo abbiano aperto per sostenere uno di quei cartoncini gialli che si mettono sulla scena del delitto. Sul cadavere c’è questo cartoncino giallo e sopra è scritto il numero uno. Il cartoncino poggia sul cassetto e sulla pancia. I genitali e l’ombelico sono coperti dal cartoncino. I capezzoli sono coperti dal braccio sinistro. C’è qualcosa che vela un angolo della foto e la parte superiore della testa, dove i capelli sono più radi».
«L’hanno ucciso senza troppi complimenti, ma sembra che abbia approvato la sceneggiatura. Se è una fiction, dobbiamo aspettarci di rivederlo ancora vivo».
«Nato e morto a Santa Cruz. Ucciso in Bolivia come Che Guevara. Forse tradito. Eroe e vittima… Lo devo dire a Daniele».
«Credi che volesse morire così?»
«Ho trovato l’intervista a un uomo e a una donna ungherese. Sono presentati come il miglior amico e la fidanzata. L’amicizia risale al 1998. Invece con la fidanzata stava insieme da tre o quattro anni. Si erano conosciuti in un parco di Budapest, dove portavano il cane; ma non ci abitavano più a Budapest, si erano trasferiti in una cittadina di campagna. Ho visto la foto della donna. Sullo sfondo c’era un orto».
«Viene fuori qualcosa?»
«L’amico conferma la versione di Eduardo. Quello che dice nell’intervista rilasciata prima di partire: io non ce l’ho con Evo Morales, vado là per difendere Santa Cruz dall’esercito. L’amico dice che Eduardo alle elezioni stava dalla parte di Morales: un indigeno, una bella novità per la Bolivia eccetera eccetera. Ma poi la novità indigena in pochi mesi diventa il rischio di una dittatura ed Eduardo Rozsa Flores doveva salvare la patria, che non è più l’intera Bolivia ma solo il dipartimento di Santa Cruz. Poi va a Santa Cruz e la situazione non è quella che si aspettava…»
«Lo dice questo fantomatico amico? Che cosa vuol dire?»
«Io ti riferisco che il giornalista dice che l’amico magiaro dice che Eduardo diceva… Eduardo si aspettava un’altra situazione. La situazione in cui si trovava era diversa da quella per cui si era preparato un piano. Non lo so, troppo fumo, contraddizioni, ingenuità poco credibili. La fidanzata sostiene che Eduardo non apprezzava la vicinanza tra Morales e Chávez. Però, sei mesi prima che l’uccidano, Eduardo viene intervistato da un venezuelano, vicino a Chávez, nonché ammiratore di Ilich Ramírez, lo Sciacallo, che come sai era una vecchia conoscenza di Eduardo. L’intervistatore chiede a Eduardo: che cosa ne pensi della fase politica, cioè di Hugo Chávez? Eduardo ci gira un po’ intorno, non si sbilancia sulla politica interna venezuelana: la butta sulla fratellanza e l’avvenire dei popoli dell’America Latina, un continente attraversato da un vento di rinnovamento. Poi, però, dice chiaramente di apprezzare la politica estera di Chávez: Palestina, Iran… Non te la faccio lunga. Esiste forse una coerenza nascosta, un filo di qualche colore che tiene unite le toppe. Però Eduardo continua a cantarla in modo un po’ diverso secondo il pubblico… Uno che è fuggito da un paio di golpe in Sud America, che ha servito l’esercito nel Patto di Varsavia, pensa che Evo Morales aspiri alla dittatura? A me sembra ridicolo, assurdo, o almeno molto strano. Forse sono io superficiale. Secondo la fidanzata, Eduardo in Croazia formò la sua brigata internazionale per proteggere gli inviati di guerra, dopo che alcuni giornalisti stranieri erano stati uccisi».
«Era una donna nei secoli fedele. Pensi che sia davvero così ingenua?»
«Il busto di Stalin, che teneva in camera da letto, era stato ricollocato nel giardino di casa loro. Ci aveva scritto sotto: “Vomitate qui”. E quando c’era una festa, gli invitati sbronzi potevano vomitare in faccia a Stalin».
«Ha mai detto una sola volta: io ho sbagliato?»
«Ogni volta dissimula qualcosa. Vuole eliminare le contraddizioni. Forse il busto di Stalin, quando abitava coi genitori, lo teneva in camera per fare un dispetto al padre. O magari gli cambiava di posto, secondo l’ospite… Dopo essere stato in Russia alla scuola del KGB, ha un’illuminazione: “Mi resi conto che tutto era puro teatro, parole vuote, che non significavano nulla”. L’ho trascritto da un’intervista recente. Però a quei tempi continuava a lavorare per i servizi segreti ungheresi. E allora non si capisce bene cosa fossero questo “puro teatro” e queste “parole vuote”. Il teatro gli piaceva moltissimo. E non era solo teatro: la guerra e la polizia segreta le sapevano fare bene. Lui partecipava e ha imparato. Nel regime ci stava di casa, come soldato, come agente segreto».
«Lì non preparava insurrezioni».
«Forse sì, in Romania, per la minoranza magiara. Ma siamo già in un romanzo… In Ungheria non credo, ma a questo punto… Daniele si ricorda che diceva parole di ammirazione per János Kádár, che ha governato l’Ungheria per decenni. Ci indicava la casa. Lo stimava. Forse era riconoscenza…»
«Le parole vuote che sentiva a Mosca potevano essere uguaglianza, proletariato, internazionalismo. Doveva trovarle così vuote che, per dare sostanza al suo teatro, e a se stesso, e forse anche alla sua vaga idea di giustizia, poi ha riempito gli stampi col materiale che trovava per strada».
«La sua idea di autodeterminazione, applicata alla realtà, sembra una versione di destra del frazionismo dell’estrema sinistra. I suoi amici negano che lo facesse per soldi. Ho provato a scrivere su un foglio tutte le definizioni, oltre a mercenario, che mi venivano in mente o che trovavo scritte su di lui. Sei pronta? Islamista rivoluzionario, anti-imperialista e anti-capitalista, ma disposto ad alleanze tattiche con chiunque, con nazionalisti o con potenze locali e mondiali; sovranista, giustizialista, rossobruno, montonero di religione islamica; socialfascista, neofascista, socialista nazionale o, se preferisci, nazional-socialista delle piccole patrie; autonomista differenzialista; nazionalista antiautoritario, anarconazionalista, etnoinsurrezionalista…»
«Basta anche meno».
«Potrei continuare. È più utile rintracciare le contraddizioni, le continuità…»
«Stava nella corrente. Voleva partecipare, ma voleva ancora di più essere un protagonista. Si adeguava ai luoghi e ai tempi, ma non faceva autocritica. Nascondeva le contraddizioni, sbianchettava una parte del suo passato. Le cancellature, gli errori non si dovevano vedere. Desiderava sentirsi al centro del mondo. Aveva un ego smisurato».
«Mostra una vocazione religiosa, missionaria, umanitaria: si converte a ogni cambio di stagione, dopo la caduta di Saddam Hussein si propone come mediatore o come portavoce del governo provvisorio dell’Iraq, porta aiuti umanitari in Sudan e in Indonesia, muore come un martire a Santa Cruz».
«Non poteva scegliere un luogo migliore».
«Rozsa e Croce… Opus Dei, Rosa e Croce. E nel 2007 ha scritto versi sufi in ungherese».
«Già su questo si potrebbe scrivere un romanzo».
«Ma ha un’altra vocazione, forse più sincera, o forse no, per le armi e la guerra. Per lui la lotta di classe era diventata una di quelle parole vuote. Alla fine degli anni Ottanta le minoranze nazionali gli sembrano più tangibili, più disponibili, più facili della lotta di classe».
«Sembra che il conflitto non possa essere altro che lotta armata, guerra di soldati. Guerra tra popoli; mai lotta di proletari, operai, scioperi, movimenti. Mai movimenti di donne. Un affare di maschi armati che si mettono in posa per un film o per una foto, a quanto vedo. Uomini che spargono sangue per spartirsi la Terra. Non mi hai parlato quasi mai di donne. C’era la madre ed è morta. Mi hai raccontato che aveva qualche storia…»
«Delle hostess. Me l’ha ricordato Daniele».
«C’è l’ultima fidanzata che ripete quello che lui dice, e forse ci crede. Dove sono i proletari? Dove sono le donne? Nella sua vita, nella Storia…»
Le donne nella sua vita, nella Storia… Durante il viaggio in Europa, mentre Daniele riusciva a trovare il tempo per leggere qualche pagina in francese del saggio De l’amour, il suo balordo compagno di stanza, che si sentiva in dovere di conoscere molte ragazze, prima di uscir la sera trovava giusto il tempo per lavarsi e cambiare la biancheria. Avremmo incontrato, conosciuto, parlato, solo parlato, con parecchie ragazze ma non a Budapest.
«No, compañera. Le donne in lotta non stavano nel fascio di luce… Era fidanzato. Lei dice che si sarebbero sposati presto».
«Che poi fosse bisessuale o no non cambia niente. Sui diritti dei gay scommetto che la pensava più o meno come il collega Vladimir Putin. Direi che gli piacevano le persone che affascinava, che accettavano la sua autorità».
«Una donna c’è: sua sorella ***. Io e Daniele non l’abbiamo incontrata perché non era a Budapest. È l’unica rimasta della sua famiglia».
«Già, me l’avevi detto».
«In un’intervista viene fuori che il fratello con le sue donne era un po’ despota. Dice che la relazione più lunga era stata con una chica russa che lo avrebbe definito l’uomo della sua vita. Non so se questa ragazza esiste. Mi pare che a Budapest lui frequentasse un’ungherese. Non era la chica russa di cui parla la sorella. Noi non le abbiamo mai viste. In un parco una sera ci ha presentato un paio di ragazze. Non abbiamo fatto a tempo nemmeno a dire due parole».
«La sorella esiste, però».
«Dirige il Museo di Arte contemporanea a Santa Cruz. In quel museo ci sono anche i quadri del padre».
«Dunque, esiste. Ormai esiste più del fratello».
«Nel film su Eduardo lei non esiste. Il protagonista non ha una sorella».

Verosimile ma falso. Inverosimile ma vero. Ogni verità sembra parte di una menzogna, dice Luisa. Ogni scelta sembra sfuggire a una strategia chiara.
Dovrei prendermi la briga di cercare i suoi libri, i suoi articoli in ungherese. C’era un ragazzo di Napoli o di Salerno che avevo conosciuto in sala studio… Ha vissuto per anni in Ungheria, e chissà dove abita ora: lui potrebbe aiutarmi a tradurre, se trovassi il suo indirizzo, se ricordassi ancora il suo cognome. L’ho rivisto per caso una volta che passava a Bologna; gli ho chiesto se conosceva il nome di Eduardo, che ancora era vivo, e gliel’ho ripetuto tre volte, ma lui niente, mai sentito. Avevo scritto l’indirizzo su un biglietto che ho infilato nel portafoglio, che poi ho svuotato in un cassetto, che poi ho riversato in uno scatolone prima del trasloco… Tre scatoloni sono ancora chiusi, in cantina. La carta è più difficile da falsificare. Le enciclopedie online vengono continuamente modificate. Di Eduardo ci sono poesie, memorie, scritti politici, articoli sui giornali. È tutto una menzogna, un alibi? Devo mettere tra parentesi le sue imprese in Croazia e i suoi rapporti con l’estrema destra ungherese. Provo a prendere sul serio le sue parole.
«L’immoralità, la menzogna, i crimini commessi in nome del “socialismo reale” sono imperdonabili. Bisogna usare molto detersivo per lavare questa ignominia. Ti parlo della realtà, non delle idee. Non della necessità, che davvero esiste, di costruire una società più giusta. Bisogna in primo luogo tenere in considerazione i veri desideri del popolo. Ciò che facciamo non è contro ma per il popolo, nell’interesse delle nostre nazioni. Imparai a odiare le famigerate élite del campo socialista per un semplice motivo: questi miserabili erano più interessati, anzi, erano interessati solo a restare al potere, con i loro privilegi, coi loro vantaggi. Per loro il “socialismo” era solo una copertura, che non aveva nulla a che fare con ciò che in basso, il popolo, sentiva e desiderava. Sono arrivato alla conclusione che non si può parlare di socialismo né realizzarlo se non si rispettano pienamente la libertà e il diritto all’autodeterminazione, sia degli individui che compongono la società, sia dei popoli e delle nazioni. Se no che cosa ci distingue da quelli che diciamo di odiare, se commettiamo i loro stessi errori, i loro stessi crimini. Una cosa è prendere il potere, con o senza armi, imporre una direzione, innescare un processo. Ma più tardi non è possibile prendere tutte le decisioni, necessarie o no, al posto del popolo, per cui abbiamo preso il potere o fatto la rivoluzione o vinto una guerra di indipendenza. Per questo ritengo che uno degli esempi più validi sia quello della Rivoluzione sandinista in tutto il suo sviluppo… Nessuno ha il diritto di soppiantare il popolo. Noi siamo servi, impiegati, schiavi di una causa, e non abbiamo più diritti degli altri. Sulle nostre spalle abbiamo doveri, compiti da adempiere».
Lo pubblica il 31 ottobre e muore ucciso il 19 aprile, in compagnia di un contractor irlandese e di un magiaro transilvano di estrema destra, che cantava e scriveva canzoni.
Bisogna usare molto detersivo per lavare questa ignominia, diceva. Bisogna lavare l’ignominia del passato con un sapone nero, esfoliante. Sapone di Croazia, abluzioni rituali, candeggina Jobbik.
Per loro il socialismo era solo una copertura. I veri desideri del popolo. Nell’interesse delle nostre nazioni.
Quali desideri? Quali nazioni? Quanti desideri, quante nazioni? Bisogna dividere chi canta la ninna nanna in serbo-croato da chi la canta in croato-serbo. I bambini potrebbero confondersi. Gli altri fanno il segno della croce al contrario. Chi vuole ricevere una cartolina in cirillico sta da una parte, chi la desidera in alfabeto latino dall’altra. Quali desideri del popolo? I desideri del popolo prima di colazione o dopo cena? Quale popolo? Il popolo del dipartimento, della provincia, del comune, del quartiere, del condominio… I desideri di un imprenditore sono i desideri del popolo? Sono legali o illegali questi desideri? Per quanto tempo? Quanti giorni prima e quanti giorni dopo aver votato a un referendum o alle elezioni?
Il popolo desidera servire chi parla e prega in dialetto. Non vede l’ora di lavorare per i capaci e i meritevoli della sua piccola grande patria. Equilibrismo, stare a galla, volontà di emergere, cavalcare la tigre. Dal piccolo padre alla piccola patria. Dalla periferia bisogna tornare in centro; poi ci ritiriamo in campagna a coltivare l’orto; e finalmente vai a morire ammazzato sotto la Santa Croce materna. Voleva essere ricordato. Era un protagonista secondario. Ha vissuto molte vite, una vita romanzesca. Ha giocato su più tavoli. Tutte le nazioni giocano lo stesso gioco? Un’alleanza tra una parte dell’islamismo radicale e movimenti nazionalisti di destra contro il nemico. Contro il capitalismo globale, contro l’impero, contro gli imperi? Cerca alleati per combattere il nemico, ma come fa a invitare tutti gli amici al compleanno? Alle feste beveva alcolici? E durante il Ramadan? Perché combatte contro Morales? È troppo moderato, troppo pacifico, troppo indio? Neanche la socialdemocrazia della Svezia era abbastanza eroica. Il presidente indio pianifica di segregare, deculturare, sbattezzare, sterilizzare, drogare, umiliare, sfruttare, torturare, incarcerare, tassare i borghesi cattolici bianchi di Santa Cruz? Chi è questo imprenditore boliviano di destra, questo Branko Marinkovic Jovicevic, figlio di un croato, che vuole la secessione?
Poniamo che Eduardo non fosse in Bolivia per assassinare Morales. Mettiamo che non volesse uccidere qualche notabile locale, a destra o a manca, perché si gridasse al lupo, per giustificare una secessione, per rendere vero il risultato di un referendum ritenuto illegale. Lo hanno ucciso senza armi in pugno, senza processo. E forse lo hanno anche torturato. Ma non riesco, Luisa, a trovare una ragione per il resto. Non riesco a trovare una sola ragione per riabilitarlo, giustificarlo, scagionarlo… Per riconoscerlo come un amico, per perdonargli di avere assunto le sembianze e il ruolo di un nemico. Questo non è un gulag. Qui dentro lo giudico. Voglio e posso confrontare quello che dice con quello che fa, quello che fa oggi con quello che faceva ieri, quello che dice a te con quello che dice a un altro, quello che fa con uno con quello che fa con un altro, quello che dice e fa con i risultati che si producono nel mondo… Perché organizzare una milizia contro il governo boliviano? Infuriava la repressione? Perché favorire una cricca di proprietari bianchi avversi al presidente indio, eletto e confermato dal voto? Perché una faccia nota, un nome noto, uno come Eduardo che scrive e parla volentieri, che si fa notare in mille modi, dovrebbe riuscire a giocare alla guerra senza pagarne il prezzo? Perché sta in posa sul letto di un albergo di non so dove fingendo di dormire tra due armi automatiche? Perché parte in quarta, perché si gingilla con le armi, perché rischia di innescare una guerra civile, la secessione di una regione che non è colonizzata, che non è davvero assediata dall’esercito, che non subisce un’oppressione razzista o di classe?
Volevi evitare che Santa Cruz fosse schiacciata dalle forze armate boliviane? Non mi pare che sia successo. Sulla tua lapide qualcuno potrà scrivere le parole vittima, eroe, sacrificio. Col tuo sacrificio hai impedito che l’esercito della Bolivia mettesse a ferro e fuoco la tua città natale o con la tua morte hai legittimato l’invio di forze militari nella regione? Hai giustificato e favorito, in forma più blanda, quello che ritenevi una minaccia? Hai sventato un complotto contro Morales? Hai aiutato il governo a sgominare una banda di affaristi che volevano la secessione?
Ho letto che negli ultimi anni Evo Morales ha aumentato il suo consenso nel dipartimento di Santa Cruz. Sono ignorante, vivo a migliaia di chilometri. Sono un moralista ottuso. Mi hai fatto bere champagne a digiuno. Mentre ero nudo in un bagno turco, mi hai detto: «No, non credo che siamo pronti per la democrazia: io sono per la monarchia costituzionale».
Vuoi cambiare idea? Ne hai diritto, compagno post-stalinista. Ma prima di passare al nazionalismo del popolo grasso devi chiedere scusa. A qualcuno devi chiedere scusa. Devi chiedere scusa anche a me.

Lo hanno ucciso. Non posso testimoniare che le teste di cuoio lo abbiano torturato. Sulle schiene dei due che sono ancora vivi qualcuno riesce a distinguere segni che i miei occhi non riescono a vedere. Sono quasi sicuro: lo hanno ucciso mentre era disarmato. Forse li hanno lasciati morire dissanguati. La porta è sfondata, il camerata irlandese è a terra bocconi. Si intravede un tatuaggio sull’omero sinistro, il grande letto è disfatto, da una grande borsa fiorisce una sporta di plastica bianca. Il frigo bar è aperto, il televisore che guarda verso i letti è al suo posto, intatto. L’irlandese è morto tra il televisore e il letto. Due sedie stanno attorno a un piccolo tavolo tondo, la camicia di Eduardo è poggiata sullo schienale di una sedia, un’altra camicia sull’altro schienale.
Ecco l’obitorio. Ci sono tre corpi distesi su tre tavoli. Uno, due, tre teste a destra. Tre corpi su tovaglie che sono buste di plastica grigia. Oltre i cadaveri c’è una finestra, piastrelle bianche. Dalla parte dei piedi, in un angolo, appeso alla parete, c’è un tubo di gomma arrotolato. Ci lavano i pavimenti e tutto quello che si può lavare. L’acqua e il sangue escono da un tombino, come in una grande doccia. La luce al neon viene dall’alto. Un uomo canuto, calvo, capelli corti, grandi occhiali, vestito di bianco, guarda Eduardo in faccia. Sul petto del morto è posato qualcosa che somiglia a un piccolo sacco di carta marrone. Il torace dell’irlandese è ancora sporco di sangue. Il mento è alto, la bocca semiaperta. Il terzo cadavere, vicino alla finestra, ha la testa reclinata verso sinistra, le braccia rigide, gli avambracci sollevati. Sembra che i polsi siano legati.
Ti rivedo su un tavolo. La luce è diversa. Ti guardiamo da sopra la testa. Ti tocca un guanto che riveste la mano sinistra di una donna. La mano poggia, copre il pettorale destro. Il corpo è pulito; i capelli corti, radi, sono ancora bagnati. Non saprei dire se quelli che vedo sono i fori di sette pallottole. Un colpo, una ferita, una bruciatura è vicina alla clavicola. Sembra piovuta dall’alto. Ne ho abbastanza. Se gli sbirri boliviani sono cattivi, voi tre mi piacete ancora meno. Non lo so, non me ne intendo, non sono un medico legale, ho la nausea.
L’irlandese è stravolto; tu invece hai la faccia serena, quasi sorridi. Si dice spesso: sembra che dorma. Ti hanno ricomposto il viso, ti hanno lavato. Ti hanno portato fuori dall’albergo. Qualcuno, immagino, ha riconosciuto il tuo cadavere. Eri davvero tu il parassita inquieto che sommuoveva il sacco sigillato di finta pelle?
«Aveva pubblicato questa intervista, nel suo blog, sei mesi prima di morire in Bolivia. Qui, leggi tu dallo spagnolo, dichiara di apprezzare la Rivoluzione sandinista. In tutto il suo sviluppo, dice. Direi che si riferisce al sandinismo fino a oggi… Esiste l’Alleanza bolivariana per l’America Latina. Nicaragua, Bolivia, Venezuela, Cuba, quando è stato ucciso, erano già alleati. Perché lui dovrebbe andare a uccidere Morales? Perché dovrebbe favorire la secessione del dipartimento di Santa Cruz? Se si prendono sul serio le sue parole, queste sue parole… Forse non dovrei prenderlo troppo sul serio. A volte immagino, non ci credo, non sono così matto, ma immagino che sia vivo da qualche parte. E mi viene da pensare al Nicaragua. Forse c’è stato negli anni Ottanta. Prima di te. Era un militare. Un giornalista italiano scrive che gli mostrò una foto, un ritaglio di giornale, in cui Eduardo, con occhiali da sole, col kalashnikov in mano, stava dietro a Daniel Ortega…»
«È possibile. Quando i paesi socialisti europei rifornivano di armi i paesi fratelli, c’erano degli esperti che accompagnavano la spedizione…».
«Eduardo diceva che l’uomo della foto non era lui. Era un sosia. Penso che sia vero in ogni caso. Lui è stato più volte il sosia di se stesso… Mi viene da pensare che in Nicaragua vive un sosia di Eduardo che forse è Eduardo. Me lo immagino su una spiaggia. Non so se gli piacesse il mare. Gli piacevano i bagni turchi, le saune e le piscine. E senz’altro gli piaceva tenere pochi vestiti addosso. Tu, Giorgio, vorrei che mi dicessi se c’è un posto in Nicaragua dove ti saresti rifugiato, per viverci, per nasconderti».
«A Casares, all’hotel El Casino. Era una vecchia costruzione in legno, stile coloniale: un enorme patio interno, dove si mangiava, e tutte le stanze al piano di sopra… Tra una stanza e l’altra c’erano solo divisori: i letti, i rumori, gli odori, ogni cosa sotto lo stesso grande soffitto, e anche i pipistrelli che volavano dentro. Ai piedi dei letti c’era la polverina gialla contro le zecche. Sembrava di tornare indietro di un secolo. Ricordo che servivano le langostas tamaño familiar. Ogni tanto si sentiva ovunque un sibilo, più che altro un acuto. Annunciava l’ennesima aragosta che finiva viva nella pentola dell’acqua bollente di Doña Florinda, che poi morí sotto le macerie del suo hotel. E poi si digeriva con la solita media de Flor de Caña 7 años… El Casino fu distrutto dal maremoto del 1992. Sì, sul Pacifico. L’hanno ricostruito…»
«Forse un giorno mi arriverà una cartolina dal Nicaragua».

Ogni verità sembra parte di una menzogna, dice Luisa. Ogni sua scelta sembra sfuggire a una strategia univoca: «C’è chi ritiene che ci siano strategie senza stratega. Alcuni strateghi possono essere piccoli azionisti di una strategia più grande. Chi possiede quote di una piccola strategia, che controlla a sua volta quote minoritarie di una strategia più grande, si accontenta di piccoli guadagni, strategici per lui ma solo tattici per la strategia più grande. Molti possiedono quote di una strategia, ma ignorano o non si preoccupano di sapere che questa detiene un pacchetto di azioni di un’altra».
Per moltiplicare le trame, per evocare teorie più o meno fondate, per fornire materiale a parecchi libri e fiction televisive, mi bastava andare a cercare fra le vecchie lettere, disseppellire agende, quaderni impalliditi in un cassetto.

89 dic. Budapest
Caro Alberto!
Auguri por Natale 1989
e felicita e succesi per
il nuovo anno 1990!
affetuosi abbracci
tuo
Eduardo Rózsa

Mi scriveva questa cartolina, chiusa in una busta, forse pochi giorni prima della fucilazione del dittatore rumeno Ceaușescu. Non trovavo più l’involucro, ma la cartolina, che al posto del mio indirizzo recava una faccina sorridente, doveva essere arrivata in una busta affrancata.
Tra la rivolta di Timisoara, la sollevazione popolare nella capitale della Romania e finalmente l’uccisione del tiranno, voluta da un’ampia fazione del partito comunista rumeno, passarono meno di dieci giorni. La scintilla della rivolta di Timisoara era stata la repressione poliziesca contro László Tőkés, un pastore protestante, un cittadino rumeno della minoranza ungherese, che dal 2007 siede nel Parlamento europeo.
Eduardo conosceva certamente László Tőkés, forse ce ne aveva anche parlato. Non posso sapere se avesse contatti con lui, se il pastore fosse un agente segreto ungherese, come oggi in Romania qualcuno si permette di dire. Non so se Eduardo fosse andato in quel periodo a trovarlo, quale sia stata la rilevanza dell’azione di Eduardo in quegli anni, se Eduardo lo abbia incontrato in quei giorni o in altre occasioni. Immagino che fosse una impresa difficile, rischiosa, magari superflua… Quella cartolina così buffa, tenera, innocente, scritta a penna rossa, su cui Eduardo aveva disegnato una faccina tonda, allegra, rubiconda, quella cartolina che a gennaio del 1990 mi aveva fatto sorridere, dopo più di vent’anni, ora che mi fermavo a osservare sull’altra facciata l’immagine spettrale, invernale, notturna – il disegno di una casa, la finestra sbarrata, accesa tra due grandi alberi spogli – quella cartolina mi ricordava il giorno, l’assemblea in cui l’avevo conosciuto e avevo ascoltato per la prima volta la sua denuncia della persecuzione di una minoranza etnica, la sua difesa dei magiari della Romania.
Lungo questo filo – un filo che avevo toccato, che avevo intercettato per caso, un filo che era mio, che avevo afferrato perché non ne avevo altri, perché a Eduardo arrivai così – lungo questo filo forse si collegavano, si traducevano, si scaricavano, fluivano l’uno nell’altro il prima e il dopo, il comunista, che oltre frontiera difendeva un’immagine violata del se stesso ungherese, e il nazionalista, un nazionalista ubiquo, che si separa da una potestà considerata, sentita come illegittima. Era una vicenda per certi versi simile a quella di molti attori, grandi e piccoli, del socialismo reale: ceto politico, burocrazie, militari, agenti segreti, che si erano convertiti, se si trattava di conversione, in apparenza senza trauma e tormenti interiori, talora al mercato e a interessi privati non sempre legali, talora invece al nazionalismo separatista, allo stato etnico, allo sciovinismo e alla geopolitica. Eduardo forse si era preso qualche rischio in più, dava l’impressione di svolte più inspiegabili, radicali, individuali. Ma era davvero così? Nel primo Eduardo, che difendeva i magiari rumeni dal dittatore della Romania, non si trovava già una prefigurazione dell’Eduardo futuro?
Eduardo forse era andato in Croazia per vigilare sulle frontiere di una Grande Ungheria certo defunta, sepolta, immaginaria, ma che si doveva inventare di nuovo, che poteva rinascere solo trasfigurata. La Slavonia, la regione della Croazia dove Eduardo aveva combattuto per la secessione dalla Iugoslavia, confinava con l’Ungheria. La Croazia e l’Ungheria, come l’Austria, dove Eduardo si era affiliato all’Opus Dei, dovevano tornare a essere delle nazioni cattoliche. La Croazia, una Croazia alleata, più centro-europea e meno ingombrante della Iugoslavia, era una via d’accesso al Mediterraneo per uno stato come l’Ungheria che poteva sporgersi fino al mare solo attraverso il lungo corso tortuoso del Danubio. I reduci della Guerra d’indipendenza croata avrebbero potuto seguirlo in altre imprese. La conversione all’Islam poteva servire a creare prossimità, amicizie, alleanze, magari a collegare nuovi oleodotti, con stati dell’Asia ricchi di petrolio. La missione in Bolivia, a favore dei separatisti o anche dei loro nemici bolivariani, poteva rientrare nella stessa strategia di conquista delle risorse energetiche fossili.
Dio, petrolio, patria, famiglia… L’origine è la meta. In Bolivia Eduardo doveva lacerare ma allo stesso tempo ricucire la propria intimità, doveva riparare l’ordine corrotto da quel padre che soltanto dopo il matrimonio aveva confessato alla madre di essere comunista ed ebreo. La leale, la fedele, la cattolica Nelly Flores Arias aveva amato il comunista György Rózsa. La madre non aveva accettato, come il marito le suggeriva, di rifugiarsi con i figli a Panama: aveva scelto di non allentare i vincoli della famiglia, aveva deciso di rimanere sempre al fianco del marito, di abbandonare la patria per seguirlo in Cile, in Svezia, in Ungheria…
Qui potrebbe iniziare la storia di Eduardo in un universo possibile che assomiglia abbastanza a quello in cui viviamo.
Troppo, troppo in fretta. Eccessivo come Eduardo György Rózsa Flores. Devi diffidare del troppo, ma non sai di quale eccesso si tratti. Diffida delle storie troppo chiuse e complete; di quelle troppo piene; di quelle troppo romanzesche. Dovresti trovare il tempo, il coraggio di parlarne con la sorella di Eduardo. Dovresti parlarne con Eduardo, che forse ora è vivo in Nicaragua, in Iran… Per le strade di Budapest, sul filobus o sul tram, ma per questo sarebbe meglio chiedere conferma alla memoria di Daniele, Eduardo ci diceva che Il fu Mattia Pascal era il suo romanzo italiano preferito. E ora lui è libero dal passato, si è separato da quell’identità troppo faticosa.
Voleva chiudere il libro, uscire dal romanzo. La serie era troppo lunga, poco credibile. Voleva una vita nuova, nuda, senza peso. Voleva smettere.
Nell’isola, su una spiaggia del Pacifico, Eduardo ha trovato la pace, un Venerdì lo ha rieducato a uno stato di natura vero, riposante come la morte. Le cellule si disgregano, i liquidi fluiscono, impastano la terra, gli atomi di carbonio viaggiano tra genti e mari oltre ogni frontiera. Il conflitto è nella storia, nella natura, ovunque: non dico la guerra ma il conflitto sì. Gli interessavano i conflitti tra nazioni, dice Luisa, non i conflitti di classe e di genere, che così allo stato puro, fuori dalla mente, se sei privilegiato, spesso si faticano a vedere, richiedono discrezione, autocritica più che armi, risvegliano contraddizioni che lacerano gli individui, le famiglie ma non i territori, non sempre i corpi. Non guerre tra stati; lui voleva guerre di popolo che fondano nuovi stati, spezzando quelli vecchi. Guerre per affrontare i piccoli tiranni senza decapitare la sua piccolissima tirannia.
Volevi essere un capo. Fare quel cazzo che ti pare con il silenzio assenso degli Ordini superiori, con il beneplacito del Capo supremo: Dio, la dura Necessità, il grande Alleato, la Nazione, i veri desideri del Popolo… Purché si mantenga un privilegio, un capitale di prestigio, una patente di ribelle che sa adattarsi all’ordine mondiale.
I conflitti ti andavano bene se potevi essere un eroe. Uno dei tanti non ti accontentavi di essere. Perché quelle tre ragazze italiane se la prendono con il tipo che interviene all’assemblea? Solo perché porta una maglietta su cui sono disegnate cosce e reggicalze? Per il tono arrogante? Per la mascella? Per quello che dice? Lasciatelo parlare, su ragazze, fate le brave. Non è il caso di contestare il Rettore. Ci ha invitati in gita fino a qui, ci ospita a casa sua, questa sera siamo in vacanza. Operai, donne, fabbrichette occupate, centri sociali, giovinastri dei collettivi, gruppetti di femministe, volantini di due cartelle, riunioni in ritardo, contestazioni isteriche, cortei di studenti, conflitti di classe palesi e occulti, reduci irriducibili, assemblee fumose, precari, anarchici, anarcoidi, sindacati di base, occupanti di case, gruppi di autocoscienza, frocie in movimento, antagonisti… Siete fuori dalla vera storia. C’è qualcuno che oserebbe darti torto? Avresti dovuto restare confuso fra tanti; e tanti, per te che sei una moltitudine, sono sempre troppi. Non ti potevamo assoldare in una guerra seria. Conflitti disarmati, scioperi selvaggi, vetrine infrante ma assicurate, calci negli stinchi, manganellate, sputi vaganti, slogan, balletti, qualche sasso, lividi, nasi rotti, picchetti, qualche anno di carcere, rarissimi i morti. Niente di più. Solo guerricciole senza armi automatiche. E tu eri un soldato. Eri un soldato a cui l’esercito regolare andava stretto. «Niente di più noioso che fare il soldato in tempo di pace», dicevi. E allora meglio servire in segreto, nei sotterranei, per poi uscire a combattere le guerre che ci sono e magari quelle da inventare.
A Budapest guardavo le vetrine dei negozi, che in Italia non mi interessavano più; annotavo il salario di un operaio, il costo di un’automobile. Ti chiedevo: «Gli appartamenti di quei palazzoni quanto sono grandi? Quanta gente ci abita?» Tu sorridevi, non sapevi rispondere alle mie domande filistee, e io mi giustificavo in modo maldestro, o forse con ironia, ormai chi può dirlo: «Sai, per noi, in Occidente, la casa in cui vivi è importante».
Ero un ragazzo cresciuto lontano dalla guerra. Nella mia città poteva scoppiare una bomba alla stazione, una banda di poliziotti poteva rapinare e uccidere per anni, ma niente di più. Contraddizioni, conflitti, violenze alla periferia della storia: l’ombra di un colpo di stato, la mafia, qualche omicidio politico, ma lontano dalle grandi e piccole guerre tra stati. Fin da bambino vedevo la guerra al cinema, alla tivù, nei libri illustrati, la ascoltavo nei racconti degli antenati: guerre lontane come il Vietnam e la Linea Gotica, come l’invasione degli alieni, come la fine del mondo civile dopo una guerra con armi nucleari.
«Ricordo che in pullman, mentre si andava a San Leo dal Rettore, qualcuno cantava. Lui si buttava sempre nella mischia. Stava in piedi in coda al pullman: cantava, rideva, raccontava barzellette. Si cantava di tutto. Un festival della prima stronzata che ti viene in mente. A me, con un faccia giuliva, uscì fuori: dai, cantiamo anche gli inni nazionali degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. Credo che non ci fosse un solo studente di questi paesi. Non ti so dire. Credo di no. Forse pensavo alla parodia di un videoclip sulla pace nel mondo. We are the world. Non mi ricordo. Lui si fece serio per un attimo e mi disse quasi sottovoce che non era il caso. Lo diceva come a uno che sta facendo una gaffe. Perché? Che cosa voleva dire?»
«Non lo so, Alberto, non ne ho idea. Ci dovrei pensare».
«Tu pensi che ne faccio una questione personale… Non lo è. Ma se uno ti dice “sei un amico”, è anche un fatto personale».
Dove vivrebbe, Eduardo, se fosse ancora vivo?
Con la fidanzata, forse. Non in questa cartolina.
Si vede il Castello di Praga da un’altura, da un parco innevato. Me l’aveva scritta al tavolo di una birreria o prima di prendere sonno in un albergo. L’aveva affrancata con un bollo da mezza corona, su cui non ci sono timbri, e se l’era portata in valigia o in tasca fino a Budapest, da dove l’aveva spedita dentro una busta su cui riesco a leggere il timbro postale dell’11 gennaio 1989. Sulla cartolina, con una penna di un altro colore, aveva aggiunto: «Sono stato a Praga per Natale e Capodanno». E la data: 8 gennaio 1989.

Caro Alberto,
non me ho dimenticato
di te! Ti ricordo, e nella
mia memoria sei un amico
[illeggibile] … (peccato) e tanto lontano,
ma ho la speranza di rive-
derti un giorno… prossimo!
(Amico! Questa è la seconda
cartolina che ti escribo, espero
che la riceverai e me scriverai!)
un abrascione
tuo
Eduardo Rózsa

Scrivemi e anche enviami una
fotografia di te!

È la sua lettera più vecchia. La precedente, che dice di aver spedito, non l’ho mai ricevuta o non riesco più a trovarla. Forse giace in un archivio della Repubblica Ceca o magari in un cassetto, a casa mia o di Daniele.
Dal Nicaragua non riceverò, non riceveremo mai una lettera. Eduardo non scriverà dall’isola del Pacifico del romanzo di Michel Tournier di cui ci raccontò la storia. Eduardo è morto, ma se anche fosse vivo, più che mai vivo sulla spiaggia più selvaggia del Pacifico, non avrebbe nessuna buona ragione, né il tempo né il desiderio, per scriverci.
Questo pensavo, ricordavo e mi aiutava a ricordare Daniele. Questo raccontavo alla mia compagna. Questo discutevo con Giorgio e con Luisa, finché non ho trovato una sua lettera.
Non era nella buchetta della posta, non era la prova che Eduardo è ancora vivo chissà dove. L’avevo cercata ancora una volta nei soliti cassetti. Avevo rovistato in quelle urne, in quei loculi di colombario che conservano i resti di molti incontri casuali, amicizie spente, frammenti di vecchie conoscenze, polvere di carta, ombre del futuro. Questa volta non mi ero soffermato su ogni brandello di carta, sui volantini consumati, sui biglietti d’auguri, su ogni cartolina ricevuta, sulle lettere scritte a metà e mai spedite. Avevo invece cercato quella sola lettera con una certa ansia, con fretta minuziosa, senza mettermi comodo a sedere, senza il gusto di fermarmi a ricordare chi fosse, che faccia avesse quel nome che a prima vista non mi diceva più niente.
Ecco, l’avevo trovata.
Ma non era la prima lettera che Eduardo diceva di avermi spedito nel dicembre del 1988. Era una lettera dell’anno successivo. Era solo una busta vuota. L’involucro vuoto che aveva custodito le parole, che conoscevo già, di quella cartolina in cui Eduardo, con ortografia incerta, mi augurava successi e felicità per il 1990, mi abbracciava con affetto, mi sorrideva con una buffa imitazione della sua faccia larga e allegra.
Avrei potuto inventarla questa lettera nascosta, rubata, smarrita, rivelatrice, esotica. Avrei potuto inventare altri futuri, inesistenti, del suo passato, e parlarvi di una lettera, minacciosa o consolatoria, giunta fino a me da un rifugio lontano. Avrei potuto rivelare dove Eduardo Rózsa Flores, che negli anni ha cambiato volto e nome, che non è più l’uomo che ho conosciuto, se mai lo è stato, mi ha confessato di vivere ora.
Mentirei. Ho trovato solo una busta vuota su cui un giorno Eduardo scrisse il mio nome e il mio indirizzo. E da qui potrei tornare a raccontare le nostre storie agli amici, ai compagni, alle compagne vicine, lontane, disperse tra le agende di un cassetto. Potrei raccontare quello che non so, quello che ho dimenticato, quello che ancora non mi hanno detto, quello che forse ho taciuto.

Foto 10

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La Controfigura https://www.carmillaonline.com/2015/05/01/la-controfigura-eduardo-rozsa/ Fri, 01 May 2015 21:00:27 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=21985 di Luisa Catanese 

Prima parte 

bp16Si celebrava il Nono centenario dell’università. Il Rettore aveva già distribuito lauree ad honorem a un principe, a un re, a un paio di imprenditori, a Madre Teresa di Calcutta. Per la classe dirigente di domani si pensò di organizzare una gita estiva a Bologna e dintorni. I rappresentanti delle associazioni studentesche arrivarono da buona parte dell’Europa e del mondo per discutere non so più di che cosa. Del futuro, immagino. Cosa ci facevo lì? Perché una sera di giugno mi fu concesso di giungere in pullman [...]]]> di Luisa Catanese 

Prima parte 

bp16Si celebrava il Nono centenario dell’università. Il Rettore aveva già distribuito lauree ad honorem a un principe, a un re, a un paio di imprenditori, a Madre Teresa di Calcutta. Per la classe dirigente di domani si pensò di organizzare una gita estiva a Bologna e dintorni. I rappresentanti delle associazioni studentesche arrivarono da buona parte dell’Europa e del mondo per discutere non so più di che cosa. Del futuro, immagino.
Cosa ci facevo lì? Perché una sera di giugno mi fu concesso di giungere in pullman fino alla fortezza di San Leo, dove il Magnifico Rettore aspettava la gioventù di quattro continenti, e poi di salire a bordo di uno dei due piccoli battelli da cui, all’inizio per scherzo, con gli altoparlanti ci si chiamava, si dibatteva, si litigava, tra i flutti opachi e le luci della Riviera?
«Il gelato era buono, tutto è molto bello, ma siamo venuti qui per discutere di questioni serie», sostenevano i delegati del Sud America.
«Gli abbiamo anche spazzato il culo… Dammi il microfono», borbottava un capo degli studenti bolognesi.
Mi ero imbucato. Una trafila di minimi eventi, un convergere di piccole scelte e casualità mi portarono al cospetto del Rettore; ma dubito che sarei entrato nella sua fortezza, se poche ore prima non avessi conosciuto Eduardo. Ero uno studente di Lettere, non facevo ancora parte di associazioni o collettivi studenteschi, ma incontrai per strada una compagna di corso che contribuiva a organizzare il convegno. Così in quei giorni, per le vie della città, all’università, nello studentato che ospitava le delegazioni straniere, chiacchierai con molta gente. Gente perduta per sempre, mi viene da pensare a volte, come tanti altri, ragazze e ragazzi, conosciuti all’estero nelle vacanze studio o nei viaggi per l’Europa. Riesco a rintracciare solo certi nomi, alcune facce nella Rete, ma è come se fossero tutti consegnati all’aldilà. Ne ritrovo qualche appunto scolorito anche fra vecchie lettere, biglietti, agende macerate, pile di quaderni reclusi in un cassetto.
Ecco il ghanese Alfred: «La politica degli Stati Uniti e quella dell’Unione Sovietica non sono la stessa cosa. Non credo che tu possa parlare di imperialismo allo stesso modo».
Il bulgaro Ognian Zla*ev: «Ci sono molti socialismi, diceva Olof Palme. A me piace il suo, il modello svedese».
Un cileno, lavandoci le mani, in bagno: «Ora è meglio. Non ce ne siamo ancora liberati, ma…»
L’altissimo Emídio Guerre*ro, Partido Social Democrata, per i portici di via Indipendenza: «Hanno applaudito a lungo e mi hanno chiesto se volevo diventare un dirigente. Ho chiarito che ho idee di destra. Eccomi qui. E perché dovrei vergognarmi di dire che sono di destra?»
Un tedesco: «Lo dico spesso. Non sono fiero di essere tedesco, ma sono fiero di vivere a…»
Alcuni iugoslavi: «Croazia. Veniamo dalla Croazia».
Altri iugoslavi: «Davvero ti hanno detto così?»
Il cortese, mite professore che accompagnava Dusko e gli altri iugoslavi: «No, ti confondi, il Nagorno Karabakh…»
All’assemblea plenaria, che si riuniva in una grande aula dell’ospedale universitario Sant’Orsola, nessun cartello mi aveva impedito di entrare. Gli interventi venivano tradotti all’auricolare da alcune voci di donna. Ricordo il delegato giapponese, che ci invitò a scegliere il suo paese per passare la vecchiaia, e tre ragazze, del collettivo di Lettere e Magistero, sedute dietro di me, che contestarono aspramente l’intervento di uno studente italiano. È curioso che di quei giorni non sia rimasta nella mia memoria nessuna ragazza, eccetto Lidia, Cira e Serena, che già conoscevo di vista, che avrei conosciuto meglio gli anni seguenti, dopo Tienanmen, dopo la caduta del Muro di Berlino, quando, come loro, cominciai a far parte di collettivi studenteschi, a intervenire alle assemblee, a occupare l’università… Ricordo molto meglio l’irruenza, la passione, l’efficacia oratoria di Eduardo. Sapeva tenere la scena, era a proprio agio, si sentiva a casa. Aveva sorriso, si era presentato, aveva scherzato, aveva svelato qualcosa della sua complicata genealogia. Un comunista ungherese, uno studente quasi trentenne che ci parlava in spagnolo, risvegliava l’attenzione e poi gli applausi dell’assemblea attaccando il governo di un altro stato del Patto di Varsavia. Ci spiegò che la minoranza ungherese in Romania era oppressa dal regime di Nicolae Ceausescu: ai magiari si proibiva di parlare la lingua madre, con la scusa di modernizzare il paese erano stati demoliti alcuni loro antichi villaggi.
Finita l’assemblea mi presentai. Quando gli risposi che ero lì per curiosità, che non rappresentavo nessuno, mi prese in simpatia. Non credo mi sospettasse un agente in borghese che recita la parte dello sprovveduto. Mi vedeva come uno sprovveduto autentico, come un giovanotto inesperto su cui esercitare il proprio fascino. Non avevo molto da dire, ma forse gli piacevo: ascoltavo, ascoltavo molto volentieri, e lui, che parlava bene la mia lingua, si confermava come una fonte di sorprese, aneddoti, motti di spirito, notizie di prima mano. Eduardo era uno che sta dentro, che ha in tasca il tesserino per entrare ovunque, che sembra conoscere tutti quelli che contano, che sa fare di tutto; ma allo stesso tempo si mostrava affabile, gioviale, espansivo: gesticolava, raccontava barzellette, esibiva la mimica facciale di un caratterista.
Usciti dall’aula, ci fermammo. Al saluto cordiale di Eduardo la cervice taurina, l’intero corpo del delegato cubano si torse e ci puntò. Eduardo aveva lavato i panni sporchi davanti a una platea che comprendeva amici incerti, avversari, probabili nemici: aveva rotto l’unità del fronte socialista e anti-imperialista. Tanto meglio, pensavo. Mi persuadevo di aver incontrato uno strano, nuovo esemplare di comunista che si ostinava e riusciva a lottare all’interno della dolorosa parodia di un sogno millenario che si era affermata, consolidata, imbalsamata nei regimi del cosiddetto socialismo reale. Perciò lo seguii e mi fu consentito di salire in pullman: lungo la strada che ci avrebbe portato a San Leo ascoltai le sue barzellette, scherzai, feci amicizia e scambiai il mio indirizzo con lui e con altri. Eduardo se ne andò da Bologna prima della chiusura del convegno. Aveva molto da fare in patria e altrove. Di lui mi restò nel portafoglio un biglietto da visita color argento:

RÓZSA GYÖRGY EDUARDO
Budapest
Ajtósi Dürer sor 5. II/1
H-1146      Telefon: ***

L’estate successiva, l’agosto del 1989, viaggiavo con lo zaino in spalla per l’Europa insieme al mio amico Daniele. Da Vienna avevo telefonato a Eduardo Rózsa, che aspettava il nostro treno a Budapest. Ci accolse alla stazione assieme a un uomo che lo aiutò a porgere dei calici e a stappare una bottiglia di champagne.
«Manca solo il tappeto rosso», disse Daniele.
Avrei preferito una doccia, un letto. Sotto i vestiti sgualciti e una patina di sudore il mio stomaco era vuoto, ma Eduardo ci convinse a cambiare le nostre priorità. Per sgravarci dello zaino ci accompagnò all’ostello, che per la maggior parte dell’anno era uno studentato, dove lui era ben conosciuto: «Possiamo fare la doccia al bagno turco. Siete mai stati? Non è tanto lontano. Mangiamo dopo. Vi accompagno a un ristorante, poi potete tornare qui a riposarvi. Vi abbiamo trovato una stanza da due».
Sempre più stanchi, accaldati, scendiamo dal tram, che ha percorso un tratto della riva sinistra del Danubio, attraversiamo un ponte e finalmente varchiamo la soglia dei Bagni Rudas, all’ombra delle rocce e dei boschi di una collina di Buda.
Dopo una doccia scomoda, piuttosto fredda, sbrigativa, ci copriamo con una pezza di tessuto bianco che ricorda il gonnellino degli Apache, un minuscolo grembiule legato in vita che lascia nude le natiche. Sono sicuro che Eduardo veda il mio imbarazzo: «Non so che parte coprire», dico. Sono cresciuto con la paura dei microbi: «Se mi siedo, lo devo girare?». Fin da bambino mi hanno insegnato che non si poggiano le chiappe sulla panca di uno spogliatoio.
Entriamo e usciamo da piscine più o meno calde, tra uomini anziani e corpulenti. Restiamo noi tre sotto una cupola traforata, in una grande vasca ottagonale, dove Eduardo continua a raccontarci secoli di storia: le terme romane, i Mongoli, Mattia Corvino, i Turchi, i Bagni Rudas…
«Qui hanno girato un film americano… Dopo Conan il Barbaro e Terminator questa volta era un poliziotto russo».
Daniele discute con Eduardo, mentre mi estraneo, capisco le battute in ritardo, calo in un torpore demente, amniotico, oltre la fame e la stanchezza. Non sono un uomo d’azione né un guerriero.
Mi azzardo a dire: «Sembra di stare in un film di Fellini».
«È tranquillo, c’è silenzio. Una volta mi ero addormentato… E mi sveglio che c’era un grassone che mi toccava il cazzo».
«E tu?»
Eduardo ride con tutta la sua faccia larga: «Non mi aveva chiesto il permesso. Gli ho tirato un colpo sulla fronte, così…»
Si parla di politica. «No, non credo che siamo pronti per la democrazia. Io sono per la monarchia costituzionale».
Pensa che sia giusto limitare i poteri del moderno principe o dai vapori delle vasche siamo riemersi nel secolo scorso? Il viaggio, il digiuno, l’acqua calda bastano a fiaccarmi, dalle gambe alla testa. Non reggo il ritmo. Usciti dalla stazione, Eduardo ci ha parlato degli ungheresi che presero parte alla spedizione dei Mille di Garibaldi, di Emilio Salgari che si ispirava a Garibaldi per inventare i suoi eroi, del giovane Che Guevara che leggeva i romanzi di Salgari. Sono confuso. Ho sempre sentito dire che il regime ungherese è il meno autoritario tra quelli dell’Est, che le condizioni di vita sono migliori. C’è più libertà, si vive meglio. E a guardarsi intorno sembra vero. Non riesco a comprendere, però, quali siano i dissidi interni al partito, non capisco come si collochi Eduardo. Di quello che sta succedendo in Ungheria capisco poco: un processo lento, graduale, condotto per lunghi decenni dal segretario János Kádár, un cambiamento che da qualche anno anticipa, o forse cerca di prevenire, quel crollo del socialismo reale di cui assai presto tutti parleranno.
«Io sono per la monarchia costituzionale», dice sorridendo.
Sono quasi convinto che Eduardo vada preso alla lettera: lo guardo con una faccia incredula, indignata, più che altro idiota.
Usciamo dal bagno turco e, non so come, arriviamo a sederci in un ristorante di Pest, sull’altra riva del fiume, all’aperto. La brezza che spirava lungo il corpo del fiume arriva fino ai nostri tavoli. Beviamo vino rosso, mangiamo carne cruda macinata, tuorlo d’uovo crudo, salse, pepe, paprika. Eduardo tiene la scena che ha allestito; e tra una scena e l’altra non mancano i siparietti. Vuole essere tutto. È un laureando in Lettere, ha appena scritto un saggio sul romanzo Venerdì o il limbo del Pacifico di Michel Tournier e mi sembra di capire che potrebbe ricavarci una tesi, ma non gli basta. Un romanzo è la vita che ha vissuto e che vuole vivere ancora. Parla più lingue di un diplomatico, e nei fatti lo è già; è segretario della gioventù comunista della Università Loránd Eötvös senza avere l’aspetto e le posture del burocrate. Per noi è la migliore guida turistica possibile: un cicerone poliglotta, un viaggiatore dalla cultura multiforme. Penso che abbia la stoffa dell’animatore; conosce, non nasconde tutte le malizie dell’accompagnatore, ma sarebbe riduttivo, sarei ingiusto, perché lo vedo padrone di sé e mi sembra sincero anche quando recita. Dopo il bagno turco, ora che mangiamo carne alla tartara, decide di buttarla in farsa: indossa la maschera dell’Orco, dell’Ungaro medievale; gonfia il petto, tende i muscoli, arcua le braccia unendo quasi i pugni, altera la voce, imita un feroce urlo di battaglia, a metà tra «Hungary» e «hungry». Sappiamo che Eduardo non è un cavaliere leggendario, un nomade della steppa turanica; ha antenati ungheresi, ebrei, spagnoli, e forse, se ho ben capito, sudamericani. Malgrado la sua attitudine a recitare e a farsi benvolere, nessuno potrebbe considerarlo un impostore: la storia della sua vita e della sua famiglia impongono rispetto. Daniele gli ha chiesto di raccontare le sue avventure, che conosciamo entrambi solo in parte.
Perché si chiama Eduardo? Perché è bilingue, anzi poliglotta?
Ne ha parlato il giorno in cui ci siamo incontrati a Bologna, gli abbiamo chiesto di riparlarne per le strade di Budapest, lo invitiamo a parlarne ancora al ristorante, e i suoi genitori, che ci ospiteranno a cena dopodomani sera, non potranno fare a meno di tornare a raccontare il loro passato.

Dei parenti di György Rózsa, padre di Eduardo, in Ungheria non rimane nessuno. Il nonno fu fucilato dalle Croci frecciate, i nazisti ungheresi. Risparmiavano le munizioni: legavano tre prigionieri con filo di ferro, sparavano a uno, gettavano nel Danubio il grappolo umano. Gli altri parenti del padre, ebrei, non c’erano più. I nazisti e i loro camerati magiari avevano sterminato mezzo milione di ebrei ungheresi, mentre gli altri, circa duecentomila, talvolta con l’aiuto di diplomatici stranieri come lo svedese Raoul Wallenberg, erano riusciti a trovare un precario rifugio nel proprio paese, a ottenere i documenti o a guadagnare una qualsiasi via per espatriare. Quello che successe a György durante la Seconda guerra mondiale, quando aveva tra i sedici e i ventidue anni, non mi è affatto chiaro. Eduardo ci disse che il padre, non riesco a ricordare quando, era scappato con uno zio, ma forse mi sbaglio… Ho letto però che nel 1942, in piena guerra mondiale, prima che il governo ungherese consegnasse gli ebrei stranieri ai nazisti, prima che la maggior parte degli ebrei ungheresi fosse sterminata nelle camere a gas, il giovane pittore György Rózsa avrebbe vinto il terzo premio a un improbabile concorso internazionale per arti figurative, a Firenze. Un ebreo, credo già comunista, forse con documenti falsi, forse no, per ritirare un premio o con la scusa di ritirare un premio, sarebbe dunque passato da Firenze, in quell’Italia fascista che già quattro anni prima aveva espulso tutti gli ebrei stranieri, compresi quelli ungheresi. Non so che cosa sia successo. Non so se György Rózsa dall’Italia sia poi fuggito rifugiandosi da qualche parte; non so se in Ungheria sia tornato prima o dopo la fine della guerra. Sono trascorsi molti anni, e la memoria del mio compagno di viaggio Daniele in questo non ci aiuta. Potremmo chiedere spiegazioni soltanto alla sorella di Eduardo, l’unica persona della sua famiglia che non abbiamo conosciuto nell’agosto del 1989, l’unica che oggi sia rimasta in vita.
Dopo la guerra, nel 1948, mentre gli stalinisti prendevano il potere, György era emigrato da Budapest a Parigi dove gli era stata assegnata una borsa di studio in storia dell’arte. Si fece conoscere come pittore, cominciò a dedicarsi al teatro. Nel 1952 prese parte a una spedizione etnografica e archeologica francese in Bolivia e qui decise di stabilirsi, prima a La Paz e poi Santa Cruz de la Sierra. Era la città in cui era cresciuta Nelly Flores Arias, un’insegnante di liceo, cattolica, di origine spagnola, anzi catalana. Dal matrimonio di Nelly e György nacquero un figlio, Eduardo, e poi una figlia. A Santa Cruz de la Sierra, negli anni Sessanta, il padre di Eduardo divenne conosciuto e stimato come insegnante, pittore, scultore, drammaturgo, scenografo, architetto… Abitava ancora in Bolivia con i famigliari quando Ernesto Che Guevara fu ucciso a La Higuera, nel dipartimento di Santa Cruz.
Fu un evento che cambiò le loro vite. György, che tutti in Bolivia chiamavano Jorge, e che ormai si sentiva a casa, era un comunista e come comunista non poteva astenersi dall’attività politica. Era un intellettuale marxista, un fondatore di istituzioni culturali e laboratori artistici, un organizzatore di cultura e forse anche di altro. Il professore ungherese non era Che Guevara, ma si dava da fare. Chi si impegna per trasformare la società corre dei rischi: la storia non finisce, e nemmeno si prende una pausa, per lasciar crescere i tuoi figli in pace. La famiglia di Eduardo fu costretta a lasciare la Bolivia per il colpo di stato del generale Hugo Banzer e si rifugiò in Cile alla vigilia del colpo di stato del generale Augusto Pinochet. Fuggirono anche dal Cile, vissero per breve tempo in Svezia.
«Mi mancava la luce, d’inverno, faceva troppo freddo», diceva Eduardo. «Quel temperamento, quel modo di vivere non era per me».
Nel 1974 decisero di tornare in Ungheria, dove gli anni peggiori erano passati.
«Il periodo post-stalinista…», diceva il figlio.
«Il periodo neo-stalinista…», correggeva il padre.
Si cenava nel soggiorno di casa loro. Si parlava dell’insurrezione ungherese nell’autunno 1956, dei due interventi delle forze armate sovietiche, dell’eliminazione di Imre Nagy, della lunga stagione di János Kádár. Erano argomenti che prevedevo, da cui mi aspettavo risposte su cui misurare le divergenze di opinione tra il figlio e il padre, che però non sembrava un uomo loquace.
Si era parlato, sempre in italiano, anche di Giuseppe Garibaldi, America Latina, Simón Bolívar, Grande Colombia, Panama, Bolivia… Ero il più silenzioso. Avevo poco da dire e molto da ascoltare. Non mi sentivo un figlio della borghesia colta, non ero diplomato al liceo classico, l’ultimo anno delle superiori avevo trascurato lo studio della Storia perché non era uscita come materia della maturità, all’università non avevo ancora preparato esami sugli ultimi cinque secoli. Daniele partecipava alla discussione, mostrava di sapere di che cosa si parlava. Mi sentivo superfluo, anche se Eduardo, che stava seduto di fronte a noi, con lo sguardo non mi ignorava.
Mentre Nelly Flores, in spagnolo, loquace quasi come il figlio, confrontava la Bolivia e la Colombia, parlava di cocaina, di criminalità e di case presidiate da telecamere, mi guardavo intorno. Alle mie spalle ricordo una piccola cucina; a sinistra della tavola si estendeva il soggiorno spazioso, sobrio, poco illuminato, le cui finestre si affacciavano sul Parco della città, verso Piazza degli eroi. Dietro ai due uomini della famiglia Rózsa si apriva un disimpegno da cui subito si entrava nella stanza di Eduardo.
Mentre in camera sua ascoltavamo dischi in vinile, tra cui il discorso di un comizio spartachista e l’Internazionale, mi accorgevo, con vergogna e rimorso, di covare gelosia per l’intesa che avvertivo crescere tra Eduardo e Daniele, e di non riuscire più a nascondere una blanda, vaga ostilità nei confronti del nostro ospite. Cercavo di spiegarmi, di giustificare le ragioni del rancore: ero invidioso di uno che la sapeva lunga, che sapeva giocare e forse vincere su troppi tavoli? Ci aveva ubriacati in un’enoteca, vicino al castello di Buda, nei cui cessi avevo vomitato vino rosso francese, ci aveva fatto accomodare in un grande caffè stile liberty dove nel primo Novecento avevano discusso intellettuali come György Lukács, ci aveva portati in una sinagoga e poi a pranzo in un ristorante ebraico, ci aveva permesso di visitare fuori orario un locale dove alcuni suoi amici dalla faccia molto abbronzata giocavano a biliardo, quella sera ci avrebbe accompagnati al grande parco di fronte a casa sua per assistere alle prove di uno spettacolo e, se avessimo voluto, per ballare, stretti con altri ragazzi e ragazze, le danze tradizionali dell’Ungheria.
Gli ero grato, lo stimavo per la sua versatilità, apprezzavo la sua disponibilità, la sua generosità nel condividere la sua ricchezza di memorie, di esperienze, di rapporti umani. Avevo passato quei giorni a dire: figurati, grazie, non dovevi, non disturbarti, sei proprio gentile. Facevo più complimenti di una nonna campagnola a casa dei consuoceri cittadini benestanti. Avevo bisogno di trovare una buona ragione per i fastidi, per il sospetto, per il mio senso di minorità.
A Eduardo, in fondo, si poteva perdonare l’indulgenza, o meglio la pacatezza, che suo padre però non dimostrava, verso il regime e verso i carri armati sovietici. Si poteva considerare il grande busto di Stalin, che con malizia aveva collocato all’ombra della sua scrivania, dunque ai suoi piedi, come un poderoso motto di spirito. Non avevo diritto di biasimarlo. Il suo ruolo di dirigente dei giovani comunisti si reggeva sulla capacità di temperare talento ed esuberanza nella lenta prudenza delle riforme: forse lui riteneva che questo accasarsi, questo radicarsi nelle istituzioni, non privo di benefici, fosse un modo efficace per trasformare la società, per rendere costituzionale, come aveva detto, il potere del sovrano. Ma c’era qualcosa di troppo.
Avevamo ascoltato dischi, avevamo visto un cartone animato in cui il monarca, il guerriero, l’umanista Mattia Corvino, vestito da viandante, percorreva le strade del suo regno, prendeva coscienza delle sofferenze del popolo, interveniva per riparare i torti e le ingiustizie perpetrate dai sudditi malvagi contro i sudditi più poveri. È il momento giusto per chiedere a Eduardo chi abbia dipinto le due grandi tele appese tra la finestra, aperta, e l’ingresso della camera. Posso prendermi una piccola rivincita.
«Quale ti piace di più? Attento a rispondere bene».
«Quello di tuo padre è meglio, Eduardo. Si vede che lui è un vero pittore».
«Sei un po’ stronzo, amico mio».
«Sei bravo, ma non si può essere un genio in ogni cosa».
Oltre alla scrivania, altarino sacrilego del Piccolo padre, oltre a un grande letto, abbastanza largo per dormire comodo con la fidanzata ufficiale, insieme ai quadri, ai dischi, a un minuscolo televisore, nella sua camera ci sono libri, riviste, giornali, piccoli trofei, ricordi. Scrive per l’agenzia Prensa Latina di Cuba e per la stampa ungherese. Ci mostra articoli e interviste di cui è autore o protagonista, e poi la sua foto su un quotidiano e sulla copertina di una rivista. Sulla stessa rivista ha pubblicato alcune poesie, nella lingua del padre.
Dopo più di venticinque anni non sono sicuro di ricordare l’ordine dei piccoli fatti, delle parole che ci siamo detti in quella stanza, ma sono sicuro che lì, in quel momento, con quella rivista tra le mani, ho sentito di aver scovato una buona ragione per giustificare la mia diffidenza. Per me, studente di ventuno anni, moralista imbelle, rivedibile alla visita militare, piccolissimo borghese che sta per iniziare a far politica nell’ateneo di una città che di solito è giudicata a misura d’uomo, sicura, se non fosse che… Per me, qualcosa di troppo è scrivere poesie nella strana lingua di tuo padre per una rivista delle forze armate ungheresi.
«Non hai abitato sempre qui, ci dicevi che parli il russo, che hai studiato anche là. Non era uno scherzo, vero?»
Prima di iscriversi alla facoltà di Lettere, Eduardo ha frequentato una scuola militare nel suo paese, ma poi ha studiato per qualche tempo a Mosca, all’Accademia dei servizi segreti dell’Unione Sovietica. Lo dice come per gioco. Non riesco a capire se vuol farci intendere che si è stancato o se ha portato a termine il corso, magari scrivendo distici elegiaci per le forze armate ungheresi. Immagino che la ragione sociale dei servizi di spionaggio e controspionaggio non sia solo organizzare complotti, colpi di stato, attentati. L’intelligence, come si dice ora, ha bisogno di gente istruita, versatile, scaltra, poliglotta: analisti, esperti di crittografia, traduttori, interpreti, accompagnatori di uomini d’affari e diplomatici stranieri. Ora il compagno Rózsa si impegna in patria, per il cambiamento: lavora e compie missioni al confine tra l’Ungheria e la Romania. Proprio domani mattina si recherà da quelle parti, in auto, poi verso il tramonto procederà a cavallo o a piedi. Forse si spingerà oltre frontiera. Ci sono persone che in Romania hanno bisogno di lui: «Ti ricordi quello che dicevo a Bologna?»
«Andrai in Transilvania travestito, come Mattia Corvino?»
E potrei forse riderne ancora, magari con un po’ di disagio, ripensando a noi due, a lui, a noi tre in quella stanza, se non sapessi che Eduardo pochi anni fa è morto, è stato ucciso in una camera d’albergo, molto lontano dall’Ungheria.
Tornerà presto a Budapest, prima che io e Daniele, col passaporto timbrato dall’ambasciata cecoslovacca, proseguiamo il nostro viaggio in treno verso Praga.
Dalla finestra spalancata un alito di vento porta un clamore, come di applausi. Eduardo ci dice che a meno di un chilometro da casa sua, allo stadio, parla un predicatore americano.
«Glielo lasciano fare?», gli chiedo per niente stupito.
Oggi, quando siamo entrati nella sinagoga per poi accedere a un museo sugli ebrei dell’Ungheria, sono rimasto sbalordito davanti a un’enorme bandiera israeliana spiegata davanti alle schiere delle panche vuote.
«Mi aspettavo un luogo di preghiera», dico mentre sento crescere in me una rabbia che riesco a motivare solo in parte.
«Ti aspettavi Cavour? La divisione tra Chiesa e Stato? Non è così. Non funziona così. Il mondo non fa quello che ci aspettiamo per renderci la vita più semplice», mi dice Daniele che ancora all’ingresso del museo mi sente sragionare, sia pure sottovoce. Eduardo ci spiega che un importante uomo politico israeliano sta visitando la capitale, ma io continuo a sbraitare anche davanti alle prime foto del museo, tanto che Eduardo, avvicinato da un guardasala o da una guida, che forse in parte comprende i motivi della mia ostilità, ha il buon senso di decidere che è meglio affrettare la fine della visita. A volte ci ripenso, con la vergogna di chi ha detto troppe parole ingiuste invece di poche e giuste.
«Billy Graham si chiama. È un predicatore americano, protestante. I suoi sermoni attirano molta gente, come uno spettacolo. Riempie gli stadi. Una volta non avrebbe avuto il permesso».
«Ma tu, Eduardo, sei religioso?»
Sua madre è credente, molto cattolica, di famiglia così cattolica da questionare se lui porta la fidanzata in camera; suo padre, invece, grazie a Marx, dice Eduardo, è ateo. Mi pare di capire che Eduardo non sia credente, anche se vuole avere le carte in regola per qualche aldilà; o forse sì, potrebbe essere deista come i dollari americani: «In God we trust». Comunque sia, credente, ateo osservante o altro, non mi sembra una malignità pensare che trovi conveniente aggiungere la tessera di altri club al suo portafoglio.
«Sono dalla parte dei palestinesi. Alla comunità di Budapest noi abbiamo proiettato quel filmato in cui due soldati israeliani spaccano il braccio a un palestinese con il calcio del fucile. C’erano alcuni vecchi che, per non vedere e non sentire, voltavano le spalle allo schermo e pestavano i piedi».
Toglie da una piccola scatola, che sta nel cassetto della scrivania, una catenina d’oro da cui pendono una stella di David e un croce latina.
«Quel predicatore riesce a riempire lo stadio di Budapest. Un po’ di gente è arrivata in pullman. Molti ci vanno per curiosità».
Però non gli interessa. Si sente più legato alla tradizione cattolica. Ci dice che lui da qualche tempo ha simpatia per l’Opus Dei. Ha avuto dei contatti con alcuni austriaci e spagnoli. Sembra che ne voglia diventare un membro, se non lo ha già fatto.
Ormai tutto è così eccessivo e inverosimile che non riesco a credere che lo dica sul serio: deve essere un’altra scusa, una ragione in più per andare in vacanza all’estero, per introdursi in certi ambienti, per acquisire credenziali, per trovare nuove vie di accesso o di fuga. Forse sente arrivare il terremoto, prevede che un’ala del grande edificio del Partito potrebbe crollare. Ma questi pensieri scivolano via, penso che in fondo sia un vezzo, un modo per giocare a vivere molte vite.
Sembra che a molti una sola vita non basti: reincarnazione, oltretomba, corsi di recitazione e, in anni più recenti, nomi di battaglia per i piccoli schermi. Da decenni, o da secoli, puoi leggere romanzi lunghissimi senza farti alcun male, puoi vedere ogni giorno senza fatica film d’azione e serie televisive, ma c’è chi desidera lasciare le periferie poco illuminate, chi vuole uscire di casa e andare a letto per ultimo, chi decide di vincere anche a costo di far vincere un altro se stesso. Non è il caso di Eduardo, penso. Lui, con tutto il suo egocentrismo, crede nel socialismo, vuole riformare il socialismo. Certo non è un Garibaldi né tanto meno un Che Guevara; ritiene che il cambiamento si diriga dall’alto, è disponibile a impiegare tutto il suo estro per recitare più di un ruolo all’interno delle gerarchie e delle istituzioni, comprese le forze armate e i servizi di informazione della sua patria socialista. I collettivi universitari, a cui questa primavera abbiamo cominciato ad avvicinarci io e Daniele, per lui sono aggregati di giovanotti velleitari, anarchici, poco più che ranocchi gracidanti in uno stagno.
«L’Opus Dei è roba spagnola, vero? Ne ho sentito parlare in Matador o in Donne sull’orlo di una crisi di nervi…»
«È internazionale», ghigna Eduardo.
Anche se fosse già incorporato nella Società Sacerdotale della Santa Croce e Opus Dei, preferisco pensare che sia un particolare irrilevante. Con Eduardo si parla del mondo intero mentre si gioca e si ride. Eduardo non ha scrupolo a vantarsi di quando ha fornicato con un paio di hostess assieme a un amico; e il pudore post-edenico inoculato dalla buona famiglia cattolica della madre, cresciuta ed educata provvidenzialmente nella città di Santa Cruz, non lo frenerà dall’invitarci domani in una piscina per nudisti.
Insomma, non riesci a sentirlo come un amico, come un individuo di cui ti puoi fidare, ma il suo fascino un po’ cialtrone, teatrale, carnevalesco, riesce a compensare i rancori, i sospetti per cui provi rimorso. Con lui te la spassi, hai il piacere sadico di ridere toccando qualche nervo scoperto della storia mondiale. Nessuno può prevedere che all’inizio del nuovo secolo, mentre le forze armate degli Stati Uniti faticheranno a consolidare l’occupazione dell’Iraq, Eduardo diventerà vice presidente dell’associazione dei musulmani ungheresi e che, poco più tardi, avrà rapporti sempre più stretti ed espliciti, o se non altro ambigui, con l’estrema destra ungherese.
Salutiamo i suoi genitori, usciamo dall’appartamento di Ajtósi Dürer sor, finiamo la serata al Parco della Città assistendo alle prove di uno spettacolo di danze della tradizione popolare ungherese. Due giorni dopo incontriamo Eduardo, ritornato dalla sua missione alla frontiera rumena, e giriamo ancora insieme a lui, sentiamo per l’ultima volta l’odore dell’ostello e della città. Se ci si allontana dalle colline di Buda o dal Danubio, ancora una volta sembra che l’aria sappia di asfalto, polvere, vestiti male asciugati, che l’aria del grande fiume ristagni come in una Pianura Padana che fugge sempre più lontano dal mare. Ma che cosa pretendo mai di sapere: sono solo un turista. Forse ciò che annuso è l’odore di questi pochi giorni, di questi mesi, dei vestiti che togliamo dallo zaino.
L’ultimo giorno che passo a Budapest non voglio certo andare in piscina. Non voglio spogliarmi e restare completamente nudo davanti a lui. Trova molto divertente la mia ritrosia: «In Ungheria non siamo pudichi come voi in Italia».
«Anche Malcolm X da giovane non voleva essere spiato nei cessi pubblici mentre pisciava…»
Quando andiamo in giro con Eduardo, spesso mi vergogno. Perciò non vedo l’ora di salutarlo e di partire con Daniele per Praga. Per strada, in tram, in metropolitana, in filobus, non importa dove ci si trovi, più di una volta si è messo a cantare delle canzoni di lotta, in italiano, e noi le abbiamo cantate con lui. Conosce Bella ciao, I morti di Reggio Emilia, Contessa, La ballata del Pinelli, Fischia il vento. Ma quando cantiamo l’Internazionale, quando Eduardo ci canta e ci traduce inni ungheresi, penso a tutti i cittadini muti che ci stanno intorno, donne e uomini che immagino con l’espressione attonita già intravista negli ascensori, negli autobus o anche nelle strade più affollate della mia città. Per loro questi sono canti di liberazione o jingle di regimi che detestano? Forse mi vergognerei anche se una parte del pubblico partecipasse: e allora canto, canto come gli altri due, non posso evitarlo, ma un po’ mi vergogno, come fino a pochi mesi fa mi sentivo a disagio se discutevo in autobus con Daniele di poeti italiani contemporanei.
È arrivato il momento di salutarci. Eduardo raggiungerà alcuni suoi amici, che forse passano l’intera giornata in piscina; noi tra non molto, dopo pranzo, torneremo all’ostello a prendere gli zaini e poi raggiungeremo la stazione, dove proverò sollievo e dispiacere. Penso che la colpa sia mia, del mio rancore, del mio disagio. Devo crescere: viaggiare per il mondo, leggere libri, studiare per gli esami, fare politica, fare sesso. Non sono sicuro che ti rivedrò, Eduardo Rózsa, anche se te lo prometto, anche se tutti e tre promettiamo di tenerci in contatto, e siamo sinceri. Ci abbracciamo; sembra che Eduardo sia tornato una sola persona, un solo corpo che ci vuole bene. Lo salutiamo ancora dal vetro posteriore del tram mentre scivoliamo via sui binari: una figura sempre più piccola che ci saluta agitando le braccia e si congeda per sempre sollevando il braccio sinistro a pugno chiuso.

Eduardo Rózsa non fu l’unico volto, l’unico incontro di quel lungo viaggio in treno, iniziato in Austria e Ungheria, che ci portò in Cecoslovacchia, Germania Ovest, Belgio, Francia. Eduardo non restò in cima ai miei labili pensieri estivi: Sergej, Heike, Anja, Letizia, Wing May non mi interessavano meno di uno studente trentenne che forse millantava un ruolo nei servizi segreti ungheresi. In autunno, mentre crolla il Muro di Berlino, poco prima che sia fucilato il dittatore rumeno Nicolae Ceausescu, che lui tanto odiava, ci daremo da fare all’università di Bologna: seminari, volantini, manifesti, occupazione di aule, autoriduzione in mensa, corteo, contestazione al Rettore. A gennaio del 1990 occuperemo la nostra università per più di due mesi, così come faranno gli studenti italiani che detestano l’Italia di Giulio Andreotti, di Bettino Craxi, delle tivù di Silvio Berlusconi: «Noi da qui non ce ne andremo più». Solo quando l’occupazione volgerà alla fine mi deciderò a telefonare a Eduardo dall’Ufficio Erasmus occupato, la prima porta a sinistra del Rettorato, che i primi giorni d’aprile è ancora il Centro stampa del Movimento.
Mentre noi, la Pantera, occupavamo da più di un mese, alla fine di febbraio i sandinisti hanno perso le elezioni in Nicaragua, e io quella sera ho preferito smaltire la delusione dormendo nel letto di casa invece che in facoltà. Giorgio, un compagno di Scienze politiche che è là in Nicaragua per scriver la tesi, ci ha raccontato al telefono che i sandinisti, malgrado i bruciori di stomaco, non hanno intenzione di insorgere contro il nuovo governo. Ora, invece, in aprile, si attendono i risultati delle elezioni in Ungheria, le prime, dopo molti decenni, in cui i cittadini potranno scegliere fra più partiti. Non mi aspetto, non spero nulla dalle elezioni in Ungheria, dico a me stesso, anche se prima o poi, in un modo o nell’altro, mi piacerebbe che per qualche prodigio della Storia si uscisse dal «socialismo reale» per entrare in un socialismo più vero.
Per avere notizie telefono a casa di Eduardo, che è contento di sentirmi, ma si lamenta: «Non hai risposto neanche alla mia cartolina con gli auguri di Natale e Capodanno».
Gli dico che siamo impegnati da mesi nell’occupazione; chiede di me, di Daniele, dei miei studi, degli esami.
«Allora, vincete?»
«No, Alberto, non vinciamo».
«Sarà per la prossima volta, allora».
«Nemmeno la prossima volta. Ci vorrà molto tempo».
Lo richiamo da casa, quando l’estate è alle porte, con più calma, questa volta a spese dei miei genitori: «Quando vieni a trovarci in Italia?»
Presto sarà a Venezia per lavoro, ma si fermerà solo qualche giorno, i tempi sono stretti: «No, ho messo la politica a riposare per un po’. Scrivo per un giornale spagnolo».
Ha trovato una strada per andare avanti e se la cava assai bene, penso, malgrado il suo passato o proprio grazie a quel capitale accumulato negli anni. Mi chiede di raggiungerlo a Venezia, ma anch’io ho molto da fare: quasi tutta una vita. Passano anni prima che mi decida a richiamarlo. Non ricordo quante volte provo; gli telefono più di una volta, ma senza riuscire a parlargli, forse tra il 1994 e il 1999, dalla casa dei miei o dal piccolo appartamento in cui vivo con la mia compagna. Soltanto in anni più recenti comincerò a ricercare per la Rete i nomi delle persone che non vedo da anni. Perciò, quando la sua voce risponde al telefono, della nuova vita di Eduardo non so ancora niente.
Non gli dispiace di sentirmi, ma sembra in attesa di qualcosa: come se cercasse di estrarre dalle mie parole il movente della chiamata. Mi risponde che i suoi genitori non vivono più con lui. È stato corrispondente di guerra nell’ex Iugoslavia. Ha girato e vissuto all’estero per alcuni anni. Scrive poesie e ricordi di quella guerra…
«Il fascismo sparisce», gli dico, «ma si moltiplica nei suoi discendenti di formato ridotto. Sembra che nei Balcani si faccia la gara a chi è più fascista».
Mi risponde che il tiranno è la Serbia: «Io vivo per combattere i tiranni».
«Sei ancora legato ai comunisti?»
Non ha nulla a che fare con loro. Il bolscevismo ha tradito le sue promesse, ha negato l’autodeterminazione degli individui e dei popoli.
Non ricordo altro. Non sono nemmeno sicuro di avergli parlato. Forse rammento un sogno.
Sono certo invece di averlo chiamato in anni più recenti. Avevo scoperto con molto ritardo che, nel 2001, Eduardo aveva interpretato se stesso in un film, presentato e premiato a diversi festival, un film che raccontava la sua vita, dall’infanzia alla guerra di secessione della Croazia. In Croazia era andato come giornalista, corrispondente del quotidiano La Vanguardia e collaboratore della BBC, o anche, mi venne poi da pensare, come agente segreto ungherese. Nell’autunno del 1991 era avvenuta, si direbbe, una svolta: si era arruolato nella Guardia nazionale croata, con il nome di battaglia Chico, per combattere le milizie serbe in Slavonia. Aveva fondato e diretto la Prima unità internazionale dell’esercito croato, aveva fatto parte delle forze speciali, era stato ferito più volte e decorato, aveva ottenuto il grado di colonnello, gli avevano concesso l’onore della cittadinanza croata e nell’estate del 1994 era stato congedato.
«Te l’ho detto. Non sono loro i fascisti. Dovresti essere qui per giudicare», rispondeva al padre.
«E io dico e ti ripeto che gli ustascia sono fascisti. Non ti ricordi che i fascisti hanno ucciso tuo nonno?»
«No, non lo sono. E se dici che loro sono fascisti, allora sono fascista anch’io».
Del film avevo visto pochi passaggi. Temevo di velare le mie poche certezze con un altro filtro, di saldare in una nuova compiuta narrazione le ambiguità, le contraddizioni, forse le menzogne, che giacevano come ossa spezzate nella mia memoria. Ricordavo il busto di Stalin in camera sua, l’impegno a favore della minoranza magiara di Romania, ricordavo anche le battute in cui mostrava indulgenza se non proprio simpatia per la Lega Nord di Umberto Bossi. Siamo quasi tutti intossicati di finzione: potevo immaginare qualsiasi complotto, mescolando i suoi racconti sul Golem impazzito, l’Opus Dei, l’apprendistato a Mosca, le sue missioni come giovane agente dei servizi segreti. Ma allo stesso tempo mi sentivo autorizzato a pensare che ci sono persone che nascono in alto, o ci arrivano, e vogliono rimanerci a ogni costo.
«A Zelig set in contemporary international hot zones», avevo letto in un sito che mi rivelava l’esistenza di altri film in cui Eduardo aveva interpretato ruoli secondari.
«Vorrei parlare con Eduardo Rózsa? È la casa della famiglia Rózsa? Il signor Eduardo Rózsa… Lei lo conosce?»
Una voce maschile, che rispondeva in inglese al mio inglese, aveva riso: «Certo, tutti lo conoscono».
Non abitava più in quelle stanze che ci avevano accolto una sera di estate del 1989. Dopo aver combattuto in Croazia e aver interpretato l’ultima versione di se stesso nel film Chico, Eduardo continuava a recitare altri ruoli. L’avevo cercato per sentire se aveva qualcosa da dirmi, ma non avevo più intenzione di sforzarmi per trovare un nuovo recapito. Tutto quello che scoprivo di lui, se era vero, lo leggevo, talvolta lo decifravo a fatica sulla Rete, da siti e articoli scritti in lingua spagnola e ungherese, raramente in inglese. Rovistando nel suo passato, senza aver la possibilità di verificare quanto leggevo, il disagio cresceva, prevaleva sulla curiosità e sullo stupore.
Scoprivo che all’inizio del 1991, quando era stato inviato in Albania come giornalista, aveva favorito la partenza degli ebrei albanesi verso Israele, dove era stato per qualche tempo a visitare i luoghi santi. Leggevo che in anni recenti, dopo l’attentato al World Trade Center, o meglio dopo che gli Stati Uniti avevano invaso l’Iraq, si era convertito alla religione musulmana ed era diventato il vice presidente della comunità islamica dell’Ungheria. Si era recato per ragioni umanitarie, come inviato dei musulmani del proprio paese, ma forse anche prima della conversione, in Palestina, Indonesia, Sudan, Iraq, Iran. Negli anni Ottanta e anche più tardi, aveva avuto contatti con il venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, condannato all’ergastolo nelle galere francesi, conosciuto come Carlos o anche come lo Sciacallo.
Chi era costui? Lo avevo già sentito nominare… Era un rivoluzionario di professione o un terrorista internazionale o un mercenario, secondo i punti di vista, un marxista-leninista legato ai servizi segreti dell’Est, nonché membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che in anni più recenti sosteneva di avere abbracciato una versione socialista dell’Islam politico radicale. Che rapporto c’era tra Eduardo e Ilich Ramírez? Eduardo, poco prima che io e Daniele lo conoscessimo, era stato la sua guida turistica, il suo interprete, in Ungheria, dove Ilich Ramírez aveva vissuto per alcuni anni. E proprio per questo Eduardo, nel 1991, era stato coinvolto in un processo che nel suo paese fece scalpore. Era un lavoro, obbediva agli ordini, rispettava la legge: fu assolto.
Avevo spedito una lettera per avvisare Daniele, che già viveva a Milano e lavorava all’Università di Bergamo. Daniele non aveva risposto, come se la e-mail non gli fosse arrivata. O forse l’aveva ricevuta, ma era rimasto così segnato da quel che poi aveva letto sulla Rete da cancellare le mie parole scrivendoci sopra le nuove. La nostra memoria umana viene assiduamente raschiata dal trascorrere del tempo come un antico palinsesto di cartapecora, che serba e cela i tenui graffi delle scritture precedenti.
Alcuni mesi dopo Daniele mi telefonò per dirmi che aveva scoperto il film Chico e la nuova vita del compagno Eduardo. Aggiunse qualcosa che ancora non sapevo. Uno scrittore francese, Mathias Énard, aveva pubblicato un romanzo, non ancora tradotto, in cui si parlava di un Eduardo Rózsa. Nel libro si raccontava che, ai tempi della guerra per l’indipendenza della Croazia, Eduardo fu sospettato di aver ucciso un giornalista svizzero e un fotografo inglese, infiltrati o incorporati nella brigata internazionale che lui comandava. Lessi poi che i due indagavano su un traffico internazionale di armi.
Mentre Daniele mi parlava, Eduardo viveva gli ultimi mesi della sua vita. Poteva essere la fine del 2008 o una data qualunque che preceda il 16 aprile 2009, il giorno in cui Eduardo fu ucciso a Santa Cruz de la Sierra, la città in cui era nato il 31 marzo 1960.
A volte la verità colpisce come un pugno in faccia: una scarica di parole che ascolti di sfuggita e capisci solo quando riprendi i sensi, con i gomiti puntati a terra. A qualcuno può perfino capitare di rialzarsi in piedi e non ricordare bene quello che è appena successo. Sono una persona che rumina i pensieri a lungo, e che troppo spesso capisce in ritardo. Sono una persona piuttosto comune. Quella primavera mi sentivo come se, arrivato in cima a una collina, avessi posato un sacco pieno di pietre. Avevo combattuto e stavo vincendo una lunga battaglia segreta di cui non potevo vantarmi. La mattina seguente mi sarei svegliato alle sei e venti per andare al lavoro, ma potevo dire a me stesso: abbiamo casa e reddito; ci amiamo, conviviamo da anni, abbiamo deciso di festeggiare con un matrimonio.
Mi ero seduto a tavola per cenare, cambiavo i canali con il telecomando, non so che cosa cercassi di vedere e ascoltare. Una notizia veloce, solo una foto che scompare dallo schermo mentre alzo la testa. Qualcuno è stato ucciso dalle teste di cuoio in Bolivia. Faceva parte di un commando che progettava l’assassinio del presidente Evo Morales. Il sicario, mi pare di sentire, sarebbe un certo Rosa Flores.
Eduardo non si chiama Flores. Non mi ha mai detto che si chiama Flores. Non mi ricordo. Sul biglietto da visita argentato c’è scritto Eduardo György Rózsa. Sulle lettere che mi ha spedito scriveva Eduardo Rózsa. Al telegiornale non ho sentito dire Eduardo. Non ricordo il cognome di sua madre. Mi sembra di ricordare che lei fosse colombiana. Non ha senso, non esiste un movente: perché Eduardo dovrebbe uccidere Evo Morales? Evo Morales non cerca di affermare la sovranità della nazione sulle risorse della Bolivia?
I giorni seguenti non leggo il giornale. Per settimane, mesi, forse per un paio di anni, non ci penso più, finché una folata della storia mondiale agitando le chiome dei miei nervi si incarica di ripetere la verità con maggiore chiarezza.
Eduardo György Rózsa Flores, figlio di György Rózsa e Nelly Flores Arias, è stato ucciso, assieme ad altri due uomini, dalle forze speciali boliviane nell’albergo Las Americas di Santa Cruz de la Sierra.

[Qui la seconda parte]

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Evo e Dilma o il Washington Consensus (W.C.)? https://www.carmillaonline.com/2014/10/25/evo-dilma-washington-consensus-w-c/ Fri, 24 Oct 2014 22:00:46 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=18164 di Fabrizio Lorusso

washingtonconsensusLa sigla W.C. non è una provocazione e, anche se profondamente allusiva, indica il Washington Consensus, cioè il “consenso” sul top ten delle misure di politica economica (e quindi sociale), pensate per i paesi in via di sviluppo, che si basa sull’agenda neoliberista definita negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso e si formalizza nel 1989, come lista di raccomandazioni, per mano dell’economista John Williamson. Prima del W.C. c’era il P.B. o Plan Baker, formulato nel 1985 dal Segretario del Tesoro americano James Baker per combattere la crisi [...]]]> di Fabrizio Lorusso

washingtonconsensusLa sigla W.C. non è una provocazione e, anche se profondamente allusiva, indica il Washington Consensus, cioè il “consenso” sul top ten delle misure di politica economica (e quindi sociale), pensate per i paesi in via di sviluppo, che si basa sull’agenda neoliberista definita negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso e si formalizza nel 1989, come lista di raccomandazioni, per mano dell’economista John Williamson. Prima del W.C. c’era il P.B. o Plan Baker, formulato nel 1985 dal Segretario del Tesoro americano James Baker per combattere la crisi internazionale provocata dall’esplosione del debito e l’insolvenza di numerosi paesi latinoamericani. Faccio notare che se oggi al posto di “latinoamericani” scriviamo “mediterranei”, il discorso fila liscio uguale e così via, ad libitum, con tutte le sostituzioni geografiche e regionali che ci vengono in mente.

W.C.

Il W.C. era (ed è) un programma che prevedeva la riduzione del ruolo dello stato nell’economia, le liberalizzazioni, le privatizzazioni, l’apertura agli investimenti esteri, il controllo della spesa pubblica, in genere equivalente a tagli nello stato sociale o drastiche “razionalizzazioni” del welfare, l’annullamento del deficit di bilancio, la deregulation (dei settori economici e soprattutto del lavoro) e la protezione della proprietà (privata) e che è stato adottato, più o meno fedelmente, da decine di governi del mondo su “consiglio”, o meglio, sotto pressione o ricatto, del Fondo Monetario Internazionale, del governo statunitense e del suo Dipartimento del Tesoro, della Banca Mondiale, tra gli altri, e in Europa della famosa troika economica: FMI, BCE, Commissione dell’Unione Europea.

Quindi il piano era stato pensato da illustri menti e istituzioni, fondamentalmente statunitensi, per essere applicato nei paesi “indisciplinati”, “in ritardo”, emergenti, in via di sviluppo e simili, ma è finito per diventare un sacro verbo globale, astorico e universalmente valido, in base al quale giudicare la bontà di riforme e sistemi, di economie e società, di monete e coscienze. Ma la medicina neoliberale, specialmente nelle sue versioni più integraliste, non ha funzionato, non ha sortito gli effetti promessi, non ha ravvivato la crescita né generato sviluppo. Ha, piuttosto, esacerbato i problemi del capitalismo tanto nei paesi industrializzati quanto negli altri.

In America Latina, in opposizione alle soluzioni preconfezionate dal Nord del mondo, negli anni 2000 diversi governi, all’interno di quella che è stata definita “ondata progressista”, hanno palliato, modificato, ridisegnato e, in alcuni casi, stravolto i diktat politico-economici della “saggezza economica convenzionale”, ottenendo eccellenti risultati in termini sociali e macroeconomici, nonostante le critiche dei money doctors e dei tecnocrati ortodossi, nonché di gran parte dei mass media internazionali.

Sul Brasile: stampa e corruzione

A tal proposito durante la campagna per il primo turno elettorale in Brasile del 5 ottobre mi sono capitati tra le mani due reportage tendenziosissimi, sorprendenti in quanto pubblicati da una rivista tradizionalmente di sinistra e molto seguita in Messico: Proceso. Il giornalista, Andrés Carvas, negli unici due articoli presenti sul numero 1978 (28 settembre 2014) del settimanale, cita ripetutamente come fonte la famosa rivista Veja, tra le più reazionarie e mistificanti del paese sudamericano. Carvas traccia un commuovente e apologetico profilo di Marina Silva, la “figlia nera delle Amazzoni” e presunta “rottamatrice della vecchia politica”, basandosi molto sull’emotività e poco sui fatti per descrivere il percorso della candidata last minute del conservatore PSB (Partido socialista brasiliano), scelta dopo la morte, lo scorso 13 agosto, del precedente candidato Eduardo Campos in un incidente aereo. I reportage sottolineano poi il tremendo livello di corruzione della classe dirigente brasiliana e questo è un punto importante da evidenziare, senz’ombra di dubbio: la compravendita di voti in parlamento e la scarsa trasparenza del finanziamenti ai partiti, con in testa lo scandalo del mensalão (mensilità), scoppiato nel 2005 ma ancora attuale, e la corruzione legata all’impresa petrolifera statale Petrobras, hanno minato le basi del progetto costruito dal PT. Nell’edizione 1981 della rivista Carvas sposa totalmente la visione del PSDB (Partito Social-Democrazia Brasile) e del suo ex presidente Fernando Henrique Cardoso che ha dichiarato che i votanti del PT e di Dilma sono degli “ignoranti”. Un’illazione di berlusconiana memoria se sostituiamo “ignoranti” con “coglioni”. A partire da un’affermazione simile costruisce un pezzo contro il presunto assistenzialismo dei governi progressisti brasiliani criticando il programma di sostegno alle famiglie più povere chiamato Bolsa Familia che Lula e Dilma hanno esteso ma non hanno creato. L’iniziatore del programma fu infatti lo stesso Cardoso negli anni ’90.

Dilma Aecio MarinaI dati più attendibili sulla corruzione e i processi aperti contro parlamentari, al di là degli scandali mediatici, parlano di un problema etico, dai risvolti anche penali, che coinvolge tutti i partiti. Per i delitti elettorali, tra il 2000 e il 2007 (unico periodo disponibile), il PT si colloca al numero 10 del ranking con dieci parlamentari (2,9% del totale) sospesi dal Tribunale Elettorale, mentre  i primi tre partiti, che raccolgono il 67% dei casi, sono nell’ordine i DEM (Democrátas), PMDB (Partito Mov. Demo. Brasile) e PSDB. Per i reati penali e civili, inclusa la corruzione, nel settembre 2013 il panorama dei primi partiti della lista era il seguente: PMDB – 11 senatori e 42 deputati sotto processo; PSDB – 5 e 15; PT – 4 e 26; PR (Partito della Repubblica) – 4 e 14; DEM – 1 e 9. Le indagini in totale erano 542 per 224 parlamentari di tutto lo spettro politico. Insomma, si tratti del PT o di altri partiti della coalizione di governo o dell’opposizione, la situazione è generalizzata, il che non toglie di certo gravità a una situazione che interessa un terzo degli eletti.

Ad ogni modo l’ascesa messianica e provvidenziale dell’evangelica Marina pareva aver spostato l’ago della bilancia in favore delle destre. Invece, contro i pronostici che prevedevano un pareggio tecnico tra Dilma Roussef, del PT (Partito dei lavoratori), e Marina, il 5 ottobre quest’ultima è stata sconfitta (21,32% dei voti) alle urne. Al ballottaggio del 26 ottobre ci saranno, dunque, Aécio Neves (33,55%), del conservatore PSDB (Partito socialdemocratico brasiliano), e Dilma (41,59%). La sua coalizione ha conservato la maggioranza alla camera e al senato in un parlamento che, però, è più frammentato (28 partiti alla camera e 16 al senato e, rispetto al 2010, più seggi per quelli più piccoli)  (mappa dei risultati). La vittoria finale dell’ex guerrigliera è in bilico perché il fronte anti-Dilma e anti-PT mette insieme sezioni trasversali del mondo politico e dell’opinione pubblica e non è facile prevedere dove andranno a parare i voti presi da Marina al primo turno. La maggior parte di questi, ma non tutti, dovrebbero confluire su Aécio Neves. Il voto di protesta e del cambiamento, sintetizzato in slogan semplici ed efficaci come “Fora PT”, è diventato il cavallo di battaglia dell’opposizione e sta facendo dimenticare gli scandali in cui il candidato Aécio è coinvolto. E’ indagato per la costruzione di un aeroporto superfluo, utilizzato praticamente come scalo privato dalla sua famiglia, nella città di Claudio (stato di Minas Gerais). L’aerostazione, inoltre, si trova proprio sul terreno espropriato allo zio del candidato alla presidenza durante il suo mandato come governatore della regione (2003-2010), a soli 6 km da una delle sue proprietà. S’investiga anche sulla possibilità che l’aeroporto sia stato utilizzato come scalo di rifornimento di un elicottero carico di cocaina poco prima che, alle 14:17 del 24 novembre 2013, il pilota di un elicottero con 445 kg di coca  a bordo venisse catturato in fragrante in un aeroporto vicino.

E la Bolivia di Evo…

In Bolivia, Evo Morales, che era da mesi il candidato alla presidenza favorito in tutti i sondaggi contro il democristiano Jorge Quiroga e Samuel Jorge Doria Medina della Unidad Democrática, governerà per i prossimi 5 anni, avendo ottenuto al primo turno il 61% dei voti e un’ampia maggioranza in parlamento lo scorso 12 ottobre. Si avvia quindi al suo terzo periodo da presidente.

Visitai il paese andino nel 2005, prima che il MAS (Movimento al Socialismo) di Evo Morales arrivasse al potere, e poi di nuovo a inizio 2013, dopo 8 anni di governo del presidente cocalero. Malgrado la povertà che, seppur in diminuzione, tocca circa la metà dei boliviani,  progressi del paese andino, la migliore organizzazione e distribuzione delle risorse e l’estensione dei diritti sociali (salute, pensione, educazione) sono visibili e concreti. Il paese cresce ininterrottamente da 10 anni, più che nei precedenti 30, ha ridotto il debito esterno, la povertà estrema (dal 38% al 20%) e la disuguaglianza (indice Gini in diminuzione del 3,5% annuo da almeno un lustro), ha aumentato le riserve internazionali e le risorse sono state destinate alla salute, alle classi e ai settori della popolazione più deboli e alle infrastrutture. L’inflazione è stabile sotto al 5% e le riserve monetario sono tra le più alte al mondo se rapportate al pIL (48%).

Evo-Morales-e1324943221587-655x416La partecipazione popolare alle elezioni del 2009, le prime dopo l’approvazione della nuova costituzione che prevede la possibilità di rielezione per il “Presidente dello Stato Plurinazionale” e il meccanismo del ballottaggio, fu altissima, del 95%, e Morales conseguì il 60% delle preferenze, vincendo al primo turno. C’è chi tira fuori la parola “populismo” o parla di nuovi “regimi autoritari”, ostili al mercato e alle imprese, per creare spauracchi per gli investitori stranieri e, anche se questi in realtà stanno facendo comunque grossi affari in America Latina, la retorica fa presa, almeno nei mass media. La stragrande maggioranza dei partiti delle sinistre socialdemocratiche europee, ormai incapaci di fare autocritica e guardare con occhi diversi al continente latinoamericano, spesso seguono a ruota il mainstream (dis)informativo che, con un tono che spesso suona razzista e un discorso che sprofonda nella superficialità, rende folclorici e stereotipati interi paesi del Sudamerica, i loro rappresentanti ed esperimenti politici, e infine i loro progressi economici, politici e sociali.

Le tanto temute espropriazioni boliviane, vituperate per anni dalla stampa mondiale, hanno senza dubbio aumentato il controllo dello stato nell’economia, ma si sono concentrate nei settori veramente strategici come le telecomunicazioni, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’energia, in cui soprattutto sono state rinegoziate le concessioni. Restano aperte molte questioni: dal narcotraffico alla giustizia, dalle relazioni più tese con paesi vicini come il Brasile e il Cile agli sprechi e i nepotismi nell’azienda energetica statale YPFB. D’altro canto il controllo dell’inflazione e un trattamento “diplomatico” delle élite proprietarie, autonomiste e conservatrici della regione di Santa Cruz hanno permesso a Evo di mantenere un buon livello di governabilità: nel panorama delle sinistre latinoamericane è stato descritto come un personaggio dalla retorica “chavista”, legata a quella del defunto ex presidente venezuelano Hugo Chávez, e una prassi “lulista”, cioè più moderata, vicina a quella dell’ex presidente brasiliano Lula da Silva e fondata su politiche di redistribuzione della ricchezza e stabilità macroeconomica. Si tratta comunque di una sinistra di governo, di un modello più sociale ma pragmatico, con estensione della democrazia, della partecipazione e dei diritti, un sistema non rivoluzionario, anche se di rottura rispetto al neoliberismo ortodosso.

Modelli economico-sociali latinoamericani

Tanto a Evo Morales come a Lula e a Dilma Rousseff sono piovute critiche da destra, essendo stati accusati di essere dei sinistroidi populisti, assistenzialisti e anti-mercato, e da sinistra. In questo caso le accuse si scagliano contro questi leader troppo “socialdemocratici” o “vicini al capitale”, giudicati neoliberisti e autoritari, anche rispetto alla loro stessa storia politica e ai loro partiti di riferimento. In effetti, tanto nelle grandi città come nelle campagne, il persistere delle condizioni di esclusione, derivate dall’intersezione tra l’emarginazione di classe, demografica, geografica, di genere e quella etnico-razziale, così come da uno sviluppo in parte basato sulle grandi opere infrastrutturali e una “modernizzazione” a tappe forzate, ha portato i movimenti sociali alla protesta, non solo nel 2013 e 2014 in Brasile durante la Confederation Cup e il mondiale, ma già da molti anni e in tanti altri territori di quel paese e dell’intera America Latina.

Sebbene le contraddizioni strutturali del sistema, a volte chiamato capitalismo periferico o capitalismo postmoderno, riemergano e generino scontento, rispetto all’integralismo del Washington Consensus, le politiche economiche e sociali di Dilma ed Evo, ma soprattutto i loro risultati concreti, si differenziano, soprattutto se comparate con quelle dei loro predecessori e dei loro rivali nelle recenti giornate elettorali. Sono numerose le etichette, più o meno note e azzeccate, che hanno provato a classificare il modello: neo-sviluppismo (“desarrollismo”) o social-sviluppismo, socialdemocratico, neokeynesiano, neoliberale dal volto sociale, capitalismo includente e delle pari opportunità, socialismo del secolo XXI (anche se questa definizione è stata applicata soprattutto al Venezuela di Chavéz, che la coniò, alla Bolivia e all’Ecuador). In un’intervista recente a MVS Noticias (Messico) il presidente uruguayano José Mujica, per esempio, ha paragonato il Frente Amplio, la sua coalizione politica, con il PT brasiliano per ispirazione e politica economica. C’è un po’ di verità e di capacità esplicativa in ciascuna di queste descrizioni. Però da sole non riescono a riassumere la complessità di intere società, economie e ideologie e, quindi, vengono utilizzate di volta in volta per sottolineare, esaltare o denigrare alcuni aspetti delle esperienze politiche latinoamericane piuttosto che altri, per far risaltare semanticamente, ma anche ideologicamente, alcuni contenuti rispetto ad altri.

consenso washingtonCirca 40 milioni di persone, il 20% della popolazione, sono uscite dalla povertà in Brasile in un decennio grazie all’espansione delle politiche sociali, a partire dal primo governo Lula (2002-2006), e a una congiuntura economica particolarmente favorevole che è stata sfruttata per redistribuire reddito verso le classi più povere. D’altro canto il governo è stato criticato aspramente per gli sprechi e la corruzione legati ai mondiali e per l’aumento del costo della vita. Ciononostante la “recessione tecnica” di quest’anno, con un PIL fermo o leggermente in discesa, non aiuta Dilma Rousseff. Inoltre l’universalizzazione dei diritti sociali e del welfare e la fine delle discriminazioni razziali e di classe, tratti dominanti del sistema, paiono ancora lontani dalle agende politiche.

Le proteste del 2013 e 2014 hanno evidenziato anche il malcontento della classe media. Una parte di questa, che deve proprio ai governi petistas la sua crescita e prosperità e che oggi sembra preoccuparsi più del conto in banca, dei biglietti aerei e della carta di credito che dell’ampliamento dei diritti sociali e civili, è scesa in piazza “per la prima volta” per lanciare slogan “né di destra né di sinistra” contro i partiti, il governo, l’inflazione, la corruzione e le spese dei Mondiali, ma ha finito per fare il gioco delle forze più reazionarie, nel senso che ha sovrastato lo sforzo dei movimenti sociali organizzati che, in realtà, ben prima avevano acceso la miccia o s’erano scollati dal PT, seppur da una prospettiva diversa e più coerente, essendo portatori di rivendicazioni, programmi e visioni del mondo differenti, che non vedono novità sostanziali nel “nuovo” modello di sviluppo brasiliano.

Numeri per economisti

Riporto alcuni dati interessanti, raccolti in una serie di presentazioni organizzate dall’UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México), in cui i relatori hanno mostrato i risultati dei due governi Lula (2002-2006-2010) e di Dilma Roussef (2010-2014) e li hanno comparati con quelli degli esecutivi di destra precedenti: José Sarney del PDMB-Partido do Movimento Democratico Brasileiro (1985-1990), Fernando Collor del PRN-Partido da Reconstrução Nacional (1990-1992), Itamar Franco del PRN (1992-1994), e in particolare Fernando Henrique Cardoso del PSDB (1995-2002). I sondaggi preelettorali mostrano una situazione di grande incertezza, con un pareggio tecnico tra Dilma e Aécio. Potrebbe essere la fine di un ciclo durato 12 anni e vale quindi la pena fare un bilancio.

Tra il 2002 e il 2013 la disoccupazione urbana è scesa dal 12,2% al 5,4%, il salario minimo reale è cresciuto del 75%, i beneficiari della previdenza sociale sono passati da 18,9 milioni di persone a 27 e il numero netto di persone con contratti formali di lavoro è aumentato di 20 milioni. Nei sette anni del governo Cardoso si sono creati 627mila posti di lavoro all’anno. La spesa sociale pubblica è cresciuta dal 12,7% del PIL al 16,8% e l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza, è migliorato, scendendo da 0,59 a 0,53. La povertà è diminuita dal 34,4% al 15,9%, mentre quella estrema è passata dal 15% al 5,2%.

neoliberalismoIl Prodotto Interno Lordo per capita è passato da 3.100 a 9.828 dollari e l’economia brasiliana è saltata dal 14esimo posto al 7° nel mondo. Le riserve internazionali si sono decuplicate (da 37 a 375,8 miliardi di dollari), gli investimenti esteri diretti sono passati da 16,6 a 64 miliardi di dollari. L’attenzione al settore educativo s’è moltiplicata con l’inaugurazione e il rafforzamento dei programmi ProUni, Pronatec e Scienza senza frontiere. Il governo Cardoso non ha creato né università federali né scuole tecniche, mentre negli ultimi 12 anni ne sono state fondate rispettivamente diciotto e duecento quattordici e gli studenti universitari sono aumentati da 583mila a un milione e 87mila. La tanto temuta inflazione che Lula e Dilma avrebbero generato in realtà è sempre stata contenuta, tra il 4% e il 6%, e in aumento nel 2014 con un valore del 6,6%.

Il periodo e le medie qui considerate si sviluppano in tre fasi: 2003-2006, “enfasi nella stabilizzazione”; 2008-2012, “misure anticicliche e rafforzamento del modello”; 2012-2014, “frenata”, pressioni di mercato e mediatiche. La tenuta del modello, la sua eventuale radicalizzazione, continuazione o diluizione dipendono dai risultati del ballottaggio del 26 ottobre e, in caso di vittoria di Dilma Roussef, dalla volontà politica di consolidare il progetto del PT, magari tornando indietro alle origini del partito e alle prime fasi dei governi di Lula, ma soprattutto dall’agibilità e tenuta della variopinta e frammentata alleanza parlamentare che la dovrebbe sostenere. A livello internazionale la proposta di Neves punta tutto sull’avvicinamento con Stati Uniti e Europa e sull’accantonamento dei progetti integrazionisti latinoamericani, dal Mercosur alla Unasur e la Celac, che sono stati, invece, i pilastri della politica estera dei governi petistas, insieme alla costruzione di una relazione più simmetrica e paritaria con il Nord del mondo. In caso di vittoria, Dilma dovrà affrontare una situazione più difficile che in passato, non solo a livello economico e sociale, ma anche politico, data la tendenza più conservatrice e qualunquista del legislativo: un’alleanza costruita nuovamente intorno al PT potrebbe ottenere la maggioranza in parlamento, nonostante la caduta del partito di riferimento da 88 a 70 deputati su un totale di 513, però dovrà fare i conti con l’avanzata dei legislatori evangelici, dei rappresentanti dei proprietari terrieri e degli apologeti del razzismo, dell’omofobia e della discriminazione che s’è registrata al primo turno. In caso di vittoria del progetto neoliberale puro di Aécio Neves, non ci sarebbe una maggioranza chiara di governo ma aumenterebbero i margini di negoziazione con questi settori retrogradi e intransigenti.

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