Black Lives Matter – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 01 May 2026 04:05:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 In attesa di un altro mondo: tre film sulla fine del sogno americano https://www.carmillaonline.com/2024/01/17/in-attesa-di-un-altro-mondo-tre-film-sulla-fine-del-sogno-americano/ Wed, 17 Jan 2024 21:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80746 di Sandro Moiso

Ha avuto inizio a Venezia, il 9 gennaio di quest’anno, una rassegna cinematografica “itinerante” di tre film e documentari di tre registi italiani under 40 che hanno vissuto parte della propria vita negli Stati Uniti e che hanno deciso di raccontarne aspetti sociali, ambientali e politici molto al di fuori dell’immagine che troppo spesso viene proiettata dai media di ciò che un tempo era definito come American Way of Life.

La rassegna, che proseguirà in altre città italiane (Bassano del Grappa, Brescia, Roma e Genova) fino al 15 marzo 2024, comprende: Stonebreakers (Italia 2022, 70 minuti) di [...]]]> di Sandro Moiso

Ha avuto inizio a Venezia, il 9 gennaio di quest’anno, una rassegna cinematografica “itinerante” di tre film e documentari di tre registi italiani under 40 che hanno vissuto parte della propria vita negli Stati Uniti e che hanno deciso di raccontarne aspetti sociali, ambientali e politici molto al di fuori dell’immagine che troppo spesso viene proiettata dai media di ciò che un tempo era definito come American Way of Life.

La rassegna, che proseguirà in altre città italiane (Bassano del Grappa, Brescia, Roma e Genova) fino al 15 marzo 2024, comprende: Stonebreakers (Italia 2022, 70 minuti) di Valerio Ciriaci, West of Babylonia (Italia – USA 2020, 82 minuti) di Emanuele Mengotti e Last Stop Before Chocolate Mountain ( Italia 2022, 90 minuti) di Susanna Della Sala.

Il titolo della medesima rassegna è già per sé indicativo del contenuto dei tre pregevoli film presentati: Rovine d’America. E, in effetti, anche se si occupano di soggetti, località, problematiche e, dunque, storie spesso molto diverse tra di loro ciò che li accomuna è proprio il discorso su una civiltà giunta al suo tramonto. Una società che è stata modello e guida per il mondo occidentale almeno a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale e che oggi vede i suoi miti, i suoi presupposti politico-economici e l’immaginario che ne è derivato volgere rapidamente al tramonto.

Una sorta di Sunset Boulevard su cui si muovono emarginati, ribelli, sognatori, outsiders, attivisti, hippie, fuorilegge, irregolari, persone senza fissa dimora che, per mille ragioni diverse, rappresentano allo stesso tempo il futuro e il passato della decadenza di un mondo che un tempo si poneva al centro dell’economia, della politica, dell’immaginario e della cultura mondiale e che oggi cerca ancora di rinnovare i suoi fasti in un proseguio di guerre senza fine e senza speranza di uscita o di vittoria.

I tre film non parlano di guerra o guerre, ma almeno nel caso dei film di Emanuele Mengotti e Susanna Della Sala lo scenario bellico fa da contorno ai luoghi e alle vicende narrate, visto che in prossimità sia di Slab City che di Bombay Beach esistono ancora poligoni di tiro e di addestramento per l’esercito e l’aviazione degli Stati Uniti, mentre in quello di Valerio Ciriaci si fanno più che evidenti le linee di faglia di una guerra civile americana che, più che una proiezione dell’immaginario “politico” di Donald Trump e dei suoi sostenitori come vorrebbe la narrazione liberal europea, si profila come una concreta realtà possibile proprio a causa delle divisioni sempre più profonde e radicalizzate che attraversano la società di quella che un tempo, e soltanto in funzione mitopoietica, poteva essere rappresentata come Land of the Free.

Le tre opere cinematografiche, estremamente lucide e personali, mostrano un’America spezzata, alle prese con la crisi di un mito che ha affascinato milioni di persone in tutto il mondo, mentre contemporaneamente è in atto un conflitto culturale che coinvolge i suoi abitanti ed è oggetto di dibattito anche fuori dai suoi confini. La rassegna è nata dunque dall’esigenza di creare «un momento di discussione a proposito di una terra in trasformazione, dove dalle rovine di un passato spesso idealizzato sentiamo oggi levarsi un potente grido di liberazione, che ci dice che quel modello non è più tale. Fare i conti con il passato non significa congelarlo, ma affrontarlo e riaprire la discussione, per attualizzarlo», come affermano i tre registi, che in momenti diversi saranno presenti alle proiezioni proprio per confrontarsi con il pubblico, nei mesi in cui il dibattito intorno alle prossime elezioni presidenziali americane inizierà a farsi più intenso e acceso.

West of Babylonia (qui il trailer) è il primo film di una trilogia dedicata all’Ovest degli Stati Uniti. Un caleidoscopio di personaggi e storie che vivono ed abitano a Slab City, in California, dove si vive senza acqua corrente e senza elettricità. Le strade sono sterrate e la popolazione (gli “Slabber”) oscilla tra le 400 persone d’estate e le 4000 d’inverno. Gli Slabber sono giovani e anziani, hippy e neonazisti, fuorilegge, artisti. Tutti accomunati dalla voglia di essere liberi e di non dover rispondere alle regole della società americana. Tutto ciò che sta al di fuori di Slab City per loro è “Babylonia”.

Slab City nasce sul terreno di una base militare attiva durante la Seconda Guerra Mondiale. Nei primi anni cinquanta le persone iniziarono a dimorarvi, mentre negli anni ottanta si ebbe un vero e proprio boom di residenti, in un paesaggio che ricorda le ambientazioni dei film western e, allo stesso tempo, un mondo apocalittico simile a quello prospettato da Mad Max. Il deserto di Sonora, uno dei più aspri e inospitali del pianeta1, circonda con la sua stupefacente bellezza, la vita di coloro che rifuggendo il mondo hanno creato per sé un altro modo di esistere. Prossimo, però, più a quello che potremmo immaginare descritto nelle cronache di un dopo-bomba più che all’evoluzione in direzione di una società più giusta o utopica.
Il film, perfetto nelle immagini ma con qualche difetto per quanto riguarda i sottotitoli italiani2, è stato presentato in concorso ufficiale al Biografilm di Bologna nel 2020 e ha fatto parte della media library di Vision du Réel.

Last Stop Before Chocolate Mountain (qui il trailer) è nato da un’esperienza di vita personale e il suo percorso creativo è stato un lungo processo durato quattro anni. Come afferma la regista: « rappresenta per me un luogo universale e metaforico in cui ci mettiamo a confronto con noi stessi, risvegliando il nostro impulso creativo, nel miraggio di una liberazione individuale. Il film racchiude l’anelito collettivo, disperato e gioioso al tempo stesso, verso l’accettazione e il senso di appartenenza.»

Bombay Beach è un luogo a sud della California, 350 chilometri a sud-est di Los Angeles, conosciuto per il suo lago tossico, il Salton Sea. Meta turistica tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta di artisti quali Frank Sinatra e i Beach Boys, adesso città in gran parte abbandonata del declino ambientale ed economico.

Il lago Salton Sea è poco profondo, senza sbocco sul mare e altamente salino, situato all’estremità meridionale della California. Nel corso di milioni di anni, il fiume Colorado aveva creato in quel territorio un deposito alluvionato, creando fertili terreni agricoli e spostando costantemente il suo corso principale e il suo delta. Il fiume scorreva alternativamente nella valle o deviava intorno ad essa, creando rispettivamente un lago salato o un bacino desertico asciutto. Il livello del lago è dipeso quindi per secoli dai flussi del fiume e dall’equilibrio tra afflusso e perdita per evaporazione.

L’attuale lago si è formato da un afflusso di acqua dal fiume Colorado nel 1905. A partire dal 1900, infatti, un canale di irrigazione è stato scavato dal fiume Colorado al vecchio canale del fiume Alamo per fornire acqua alla Imperial Valley per l’agricoltura. Le paratoie e i canali hanno subito un accumulo di limo, motivo per cui furono effettuati una serie di tagli sulla riva del fiume Colorado per aumentare ulteriormente il flusso d’acqua. Però, l’acqua delle inondazioni primaverili ha superato gli argini del canale, deviando una parte del flusso del fiume nel bacino di Salton per due anni prima che le riparazioni fossero completate. L’acqua nel letto del lago precedentemente asciutto ha creato il lago moderno, che è di circa 24 per 56 km nel suo punto più largo e più lungo.

All’inizio del XX secolo il lago si sarebbe prosciugato, se non fosse stato che gli agricoltori usavano grandi quantità di acqua del fiume Colorado per l’irrigazione e lasciavano che l’eccesso fluisse nel lago. Negli anni ’50 e ’60, l’area divenne così una meta turistica, in cui crebbero hotel e case vacanza, di cui alcuni motivi di attrazione erano costituiti dal birdwatching e dalla pesca.

Negli anni ’70, a causa del cambiamento dei sistemi di irrigazione, gli scienziati lanciarono un allarme perché il lago avrebbe continuato a ridursi e diventare più inospitale per la fauna selvatica. Mentre, negli anni ’80, la contaminazione da deflusso agricolo ha favorito l’inquinamento e la diffusione di epidemie perniciose tra la fauna selvatica. Si sono così verificate massicce morie di uccelli, soprattutto dopo la scomparsa di diverse specie di pesci, da cui dipendevano, dovute all’enorme aumento della salinità dell’acqua. Cosa che spesso ha contribuito a rovinare il litorale del lago a causa dell’accumulo delle loro carcasse e a rovinare, riducendolo sempre di più, il turismo.

Susanna Della Sala documenta ed esplora le cause che hanno portato al tracollo di questa città fantasma, attraverso le voci di alcuni outsider del posto. Un’anziana e coraggiosa donna, Sonia, che manda avanti una delle poche attività di ristoro rimaste aperte; uno dei suoi figli, Adam, un rapinatore di banche in pensione, un artista in fuga da Los Angeles e il figlio squattrinato di un principe italiano.

In tal modo la regista scopre un universo dove tutto ciò che è “non allineato” diventa una forma di espressione di sé stessi, un mezzo per poter vivere insieme in un territorio privo di leggi. Così chi ha deciso di restare dando vita ad una piccola comunità dove l’arte, non solo guarisce gli animi, ma rende Bombay Beach un luogo magico, finisce con l’indicare una via per una rinascita. Individuale e collettiva.

La creazione, da parte di questa eccentrica comunità, di un festival artistico annuale, la Biennale di Bombay Beach, ha in tal modo iniziato ad attirare nuovamente dei visitatori, artisti, intellettuali, organizzatori di eventi e appassionati che vengono attirati dalla vitalità del posto.

Last Stop Before Chocolate Montain, un film dalla fotografia, sceneggiatura e colonna sonora praticamente perfette, vincitore di tre premi all’ultimo Festival dei Popoli di Firenze, non vuole essere una risposta alla crisi generale attuale, ma una dimostrazione che anche dalle rovine di ciò che si è stati si può ripartire.

Stonebreakers (qui il trailer) racconta, invece, cosa è accaduto negli Stati Uniti nel 2020, durante la rivolta Black Lives Matter a seguito dell’omicidio di George Floyd e le elezioni presidenziali, quando ha avuto inizio una vera e propria battaglia attorno ai monumenti storici. Un conflitto culturale e politico che ha iniziato a mettere in discussione il racconto della Storia d’America, insieme alla sua celebrazione attraverso le statue di Cristoforo Colombo, dei confederati e dei padri fondatori.

Il film ha partecipato a festival internazionali e nel 2022 ha ottenuto diversi premi: il Premio per la distribuzione Imperdibili, la menzione della Giuria e il Premio del pubblico Mymovies al Festival dei Popoli, il Premio per il Miglior montaggio e per la Migliore produzione di film documentario all’History Film Fest, infine il Premio Suono e Territori al Festival Mente Locale – Visioni sul Territorio.

Tra i tre è forse quello che maggiormente indica una strada collettiva per il superamento di una condizione sociale che non è soltanto quella degli afro-americani, dei nativi e dei latinos privati di risorse e diritti, ma anche di coloro che, pur sentendosi convintamente e intimamente “americani”, come ad esempio gli italo-americani così legati all’immagine di Cristoforo Colombo, dimenticano l’espropriazione della memoria operato a danno della loro comunità e di tutti coloro che in passato hanno contribuito allo sviluppo della nazione e dell’economia americane, senza però poterne cogliere i frutti più ricchi e importanti, sempre riservati alla classe dominante e agli imprenditori, banchieri e finanzieri, ieri come oggi autentici robber barons del capitalismo americano.

Mentre nei primi due film si assiste, lo si voglia o meno, al declino di una classe media bianca impoverita e marginalizzata, sostanzialmente con poche speranze di superare l’impasse in cui si è venuta a trovare, tra delusioni, sconfitte e crisi degli ultimi decenni, in quest’ultimo si assiste, attraverso le lotte diffusesi su tutto il territorio degli Stati Uniti, da Richmond a Minneapolis, dall’Arizona al South Dakota, passando per la Virginia, Washington, New York, Philadelphia, il Massachusetts e tanti altri luoghi ancora, ad una sorta di rinascita collettiva orbitante intorno a due fuochi precisi: quello delle lotte dei popoli espropriati di terre, diritti e identità reale, in nome di un melting pot mai realmente paritario, e quello per il superamento di una concezione degli Stati Uniti, del loro ruolo e del loro divenire, che deve fare i conti con una Storia che, sia da parte repubblicana che democratica, non ha mai smesso di presentare evidenti ingiustizie travestite da libertà e uguaglianza e una narrazione quasi del tutto “sbiancata” della formazione dello Stato e del potere.

Una storia in cui il militarismo svolge, come nelle parate del Giorno del ringraziamento, una funzione centrale, ma ormai indifendibile. Esattamente come la mostruosa presenza dei volti dei presidenti americani scolpiti principalmente, tra il 1927 e il 1941 durante la presidenza di Franklin Delano Roosevelt, il presidente celebre per la collaborazione interclassista iniziatasi con il New Deal, sulla cima del Monte Rushmore, posto al centro delle Black Hills e dei territori sacri per le tribù native dell’Ovest.

Alte 18 metri ciascuna, quelle sculture rappresentano i presidenti George Washington (1732-1799), Thomas Jefferson (1743-1826) Theodore Roosevelt (1858-1919) e Abraham Lincoln (1809-1865), scelti in quest’ordine perché rappresenterebbero rispettivamente la nascita, la crescita, lo sviluppo e la stabilità della nazione, espropriando completamente la memoria di coloro che erano un tempo i custodi di quel territorio, i Lakota Sioux, per i quali quel gruppo montuoso portava il nome di Tȟuŋkášila Šákpe ovvero Six Grandfathers (Sei Nonni).

Un ultimo appunto prima di finire: l’attualità dell’ultimo film è data anche dai drammatici eventi che si stanno svolgendo in Medio Oriente e, in particolare, a Gaza e nei territori palestinesi. E’ infatti impossibile, sentendo le storie di espropriazione territoriale, culturale e sociale narrate nel film di Valerio Ciriaci, non riandare immediatamente con il pensiero alla situazione palestinese, anch’essa non unica ma comunque estremamente paradigmatica di tutto ciò che si intende per imperialismo, colonialismo e genocidio.

Tre film, tre crisi convergenti (socio-economica, ambientale e politica), un unico grande quadro di disfatta del mito americano e dell’Occidente, così come si è voluto narrare fino ad ora.
Tutti e tre disponibili anche in streaming su Zalab View, la piattaforma on line creata da ZaLab, una delle più importanti realtà produttive e distributive nell’ambito del cinema del reale. Mentre per chi volesse organizzare altre proiezioni pubbliche è necessario scrivere un’email all’indirizzo: rovinedamerica@gmail.com


  1. Si veda W. Atkins, Tre grandi fuochi. Il deserto di Sonora, USA, in W. Atkins, Un mondo senza confini. Viaggi in luoghi deserti, Adelphi Edizioni, Milano 2023, pp. 261- 302.  

  2. Perché, ad esempio, doggy è stato tradotto con doge, là dove invece significa, senza ombra di dubbio, cagnolino o cucciolo?  

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Dittature democratiche e democrazie dittatoriali https://www.carmillaonline.com/2021/10/01/dittature-democratiche-e-democrazie-dittatoriali/ Fri, 01 Oct 2021 20:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68348 di Riccardo Canaletti

Emiliano Alessandroni, Dittature democratiche e democrazie dittatoriali: Problemi storici e filosofici, Carocci, Roma, 2021, pp. 244, € 28.00

L’ambiguità interna all’attuale assetto democratico in Occidente, è l’obiettivo polemico dell’ultimo saggio di Emiliano Alessandroni, docente all’Università di Urbino “Carlo Bo” in Critica letteraria e Letterature comparate (oltre all’insegnamento presso le cattedre di Letteratura italiana, Filosofia contemporanea e Filosofia politica), dal titolo eloquente Dittature democratiche e democrazie dittatoriali: Problemi storici e filosofici. Nel Novecento il problema della democrazia si legava inscindibilmente alla questione della giustizia sociale, come ci ricorda Harold J. Laski [...]]]> di Riccardo Canaletti

Emiliano Alessandroni, Dittature democratiche e democrazie dittatoriali: Problemi storici e filosofici, Carocci, Roma, 2021, pp. 244, € 28.00

L’ambiguità interna all’attuale assetto democratico in Occidente, è l’obiettivo polemico dell’ultimo saggio di Emiliano Alessandroni, docente all’Università di Urbino “Carlo Bo” in Critica letteraria e Letterature comparate (oltre all’insegnamento presso le cattedre di Letteratura italiana, Filosofia contemporanea e Filosofia politica), dal titolo eloquente Dittature democratiche e democrazie dittatoriali: Problemi storici e filosofici. Nel Novecento il problema della democrazia si legava inscindibilmente alla questione della giustizia sociale, come ci ricorda Harold J. Laski (1931) nel suo Introduzione alla politica (La Rosa Editrice, 2002):

La conclusione di tutto ciò è che la natura delle leggi, in un determinato Stato, corrisponde alle effettive domande alle quali lo Stato va incontro; e che queste, a loro volte, dipendono, in generale, dal modo in cui il potere economico è distribuito nella società amministrata da quello Stato. Ne consegue che a una più equa distribuzione del potere economico, corrisponderà una più profonda relazione tra l’interesse generale della comunità e gli imperativi legali imposti dallo Stato. […] Se, quindi, lo Stato è, come in effetti è, una organizzazione capace di dare una risposta alle domande poste dai desideri dei suoi membri, più equa sarà la distribuzione del potere, più integrale sarà la risposta alle varie domande. (p. 12)

A differenza di quanto sostenuto da Norberto Bobbio in Liberalismo e democrazia (Simonelli editore, 2006), il rapporto tra democrazia e principi egualitari sembrava confermato dalla lotta su due binari che veniva portata avanti, da un lato per i diritti e dall’altro per il miglioramento delle condizioni materiali per la democrazia. Tuttavia, l’idea che la democrazia sia una struttura giuridico-politica slegata dal contesto sociale abbastanza da astrarsi dai vincoli materiali dei cittadini ha preso piede a sufficienza da essere alla base dell’interpretazione più in voga nei Paesi come il nostro della democrazia occidentale. Una democrazia che, rinunciando alla lotta sociale, si limita a concedere diritti di facciata, che hanno funzione giuridica ma non reale (poiché non vanno alla radice del problema, e per cui giova ricordare l’intuizione marxista-leninista, ripresa poi da Žižek nel pamphlet pubblicato da Il Saggiatore nel 2005, Contro i diritti umani, secondo cui la pretesa universalità dei diritti umani difesi strenuamente dalle democrazie liberali, in realtà maschera un complesso di “pseudo-scelte” che nella vita di tutti i giorni si riversano nella società a beneficio di una particolare categoria di gente, che quasi sempre può essere identificata con l’uomo bianco ed etero).

È importante notare come la lettura di Alessandroni di queste considerazioni comporta una ripresa, sulla scia del filosofo Domenico Losurdo, dell’approccio sistematico del marxismo che sfidò nel secolo scorso l’irrazionalismo (grazie ad autori come Lenin o Lukács) e oggi, grazie ad Alessandroni, si pone come alternativa al marxismo liquido della filosofia postmodernista. Questo permette ad Alessandroni di costruire l’intero saggio a partire dall’esperienza storica del nostro tempo, in nome di un oggettivismo che ha saputo eliminare l’idealismo (in partire italiano) dall’equazione dell’analisi politica dell’attuale, dove per ‘attuale’ si intende un processo in evoluzione di natura aporetica, ovvero che procede espandendo le possibilità all’interno di una forbice dialettica in cui i concetti non si esauriscono in una delle tue alternative, come avverrebbe nella dialettica diairetica di stampo platonico (che sembra essere tornata in auge proprio con il liberalismo, che opera per tagli netti e arbitrari a favore di un’oggettività artificiosa, scomponente, che non sa leggere la storia). Questo è il nucleo centrale del saggio filosofico di Alessandroni, suggerito dal titolo stesso, che acquista un carattere dialettico.

La tesi è chiara: “Si tratta allora, per chi abbia a cuore le sorti della democrazia, di riuscire a individuare di volta in volta, nel coacervo delle contraddizioni reali, quali siano le forze oggettive attraverso cui passa la concretizzazione dell’Universale.” (Democrazie dittatoriali e dittature democratica, cit., p. 14). E per farlo si tratta la dinamica tra individuo e universalità in tre autori classici, Hegel, Marx, Lenin, per arrivare ad applicare i principi dialettici all’attualità. Da Hegel si riprende necessariamente l’idea che l’universalità si esplichi al di là delle differenze, in un tutti che riguarda l’uomo, non l’ebreo, il cattolico, il protestante, ecc. In quest’ottica la libertà diventa una libertà sotto il segno dell’Universale, che si esplica, per Hegel, nello Stato (e nella concezione hegeliana di popolo). Ma non lo Stato liberale, che nulla ha a che vedere con la trattazione materialista dell’idea di Stato (idea che si è evoluta per toccare vari modelli alternativi di Stato, compreso il modello della Comune di Parigi, escludendo però sempre e in modo risoluto la proposta liberale di Stato esclusivamente giuridico).

Dopo Hegel, arriva il turno di Marx, che viene preso in considerazione, oltre che come stella polare dell’intero saggio, per la sua critica al colonialismo e alla ragione razzista. Così si torna a quanto si diceva nel primo paragrafo e si comprende uno dei punti di contatto tra Alessandroni e il pamphlet di Žižek. La democrazia occidentale è intrinsecamente razzista, un sistema di esclusione che ragiona in termini tribali, a dispetto dell’individualismo di cui si vanta. O meglio: proprio quell’individualismo che non si risolve nell’Universale, cerca un’universalità di riserva da difendere. Così la classe operaia irlandese emigrata in Inghilterra viene discriminata dalla classe operaia inglese, e a sua volta la classe operaia irlandese in America discrimina gli afroamericani, e tutti insieme i cinesi che vennero costretti a emigrare per la costruzione delle ferrovie.

Marx denuncia tale principio di disgregazione in atto nella società liberale che genera la proverbiale “guerra tra poveri”, danneggiando la coscienza di classe e quindi l’orientamento verso l’Universale. E nel frattempo a trarne beneficio è la classe al livello superiore dell’asimmetria di potere nella società capitalistica. Appunto, il proprietario dei mezzi di produzione, l’uomo bianco etero (che, si noti, non deve essere necessariamente l’uomo biologicamente bianco ed etero, ma può diventare un tipo, un atteggiamento verso l’esistenza e verso i rapporti con le classi subalterne).

A dimostrazione di quanto sia attuale la tesi marxista nella riproposizione di Alessandroni, basti pensare a ciò che è avvenuto negli Stati Uniti con i Black Lives Matter. Nel libro In Defence of Looting di Vicky Osterweil (Bold Type Books, 2020), l’autrice utilizza l’analisi di stampo marxista per interpretare i casi di saccheggio a opera dei BLM. La conclusione è che il saccheggio colpisca la storia “dei bianchi” e della proprietà privata, fondata sulla supremazia razzista nel periodo dello schiavismo. E questo legittima un’azione di delegittimazione di quella storia di violenza e sopraffazione. Una conferma arriva anche da uno studio uscito per l’«American Pshycologist» sul razzismo endemico negli Stati Uniti, e su come la società della competitività abbia bisogno di un canale di sfogo che quasi sempre coincide con le minoranze stigmatizzate, o le classi più povere (o, per via dell’intersezionalità dei problemi di ordine sociale, le classi povere costituite dalle minoranze).

La domanda che ci si pone in uno dei capitoli più interessanti del libro (cap. 4, Said: La democrazia dell’Occidente), riguarda la possibilità che il razzismo endemico abbia una forma e un nome anche nella politica estera delle democrazie occidentali. Purtroppo esiste un termine e un fenomeno chiaramente ancora in atto, come testimoniato dalla situazione palestinese: il colonialismo. Un’altra volta la democrazia liberale viene smascherata grazie al modo in cui si pone nella realtà, a dispetto della teoria giuridica, delle norme, della libertà di autodeterminazione (questa sconosciuta). Proprio di recente, per quel che riguarda l’Afghanistan, è stato Žižek a sottolineare questa contraddizione, mostrando come il liberalismo tenda a praticare non solo il colonialismo (che può non essere visto più come il principale nemico da parte dei talebani) ma soprattutto l’immoralismo, ovvero l’esplicita contraddizione rispetto a ciò che il liberalismo apparentemente sostiene, e secoli fa enunciò come teoria dei diritti.

Si arriva così, dopo aver destituito nella pratica storica la democrazia occidentale dall’altare del modello perfetto (o semplicemente migliore), al secondo concetto presente nel titolo, ovvero riguardo alla natura dei giudizi di stampo liberale verso ciò che non può essere compreso in un’ottica non dialettica, che può essere soggettivista e dogmatica di volta in volta. Così come giudicare l’esperienza cinese? O le condizioni di vita della Germania dell’Ovest? Il discorso di Alessandroni mira a sconvolgere l’abituale separazione dicotomica tra democrazia e dittatura, per lasciare che i concetti si compenetrino (e in effetti si compenetrano storicamente) per non risolversi in un giudizio assoluto con cui interpretare il mondo alla luce di una falsa opposizione (o meglio, un’opposizione monca, che manca del proprio momento di sintesi). Tuttavia non è solo la mancanza di un approccio dialettico a bloccare in superficie i giudizi sulle realtà non liberali presenti nel mondo, ma anche l’enorme capacità dei media occidentali di sconvolgere l’informazione, fino a deformarla e a orientare il giudizio dei lettori tanto da rendere l’esperienza comunicativa dei social un’arma per le elezioni. E di questo aveva già parlato nell’ormai classico La fabbrica del consenso Noam Chomsky, insieme a Edward S. Hermann (1998), con ingente quantità di dati alla mano.

Democrazie dittatoriali e dittature democratiche propone una ricognizione dei nostri tempi alla luce della teoria marxista-leninista autenticamente interessata alla storia e, più che ai diritti, alla giustizia sociale (che va ben oltre la semplicistica concezione giuridica che i liberali vorrebbero difendere, e rivanga le zolle della democrazia occidentale per sradicarne i semi velenosi). E lo fa proponendo un’alternativa all’americanismo politico, a favore di un europeismo autenticamente democratico all’interno del quale sia possibile che si compi il cammino verso l’Universale.

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Il colpo di Stato che non fu tale https://www.carmillaonline.com/2021/03/29/il-colpo-di-stato-che-non-fu/ Mon, 29 Mar 2021 21:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65420 di Paul Mattick

[Traduciamo e pubblichiamo, con il permesso dell’autore, alcune considerazioni sulle cause e possibili letture dell'”assalto” a Capitol Hill, del 6 gennaio di quest’anno, da parte dei sostenitori di Donald Trump. L’articolo è stato precedentemente pubblicato sul numero di febbraio del magazine statunitense The Brooklyn Trail, dedito alla critica politica, artistica e culturale.]

Si sarebbe potuto pensare che l’uscita di Trump dalla Casa Bianca avrebbe posto fine alla costante preoccupazione – e non solo da parte degli esponenti di sinistra – per la minaccia di una rinascita del fascismo da [...]]]> di Paul Mattick

[Traduciamo e pubblichiamo, con il permesso dell’autore, alcune considerazioni sulle cause e possibili letture dell'”assalto” a Capitol Hill, del 6 gennaio di quest’anno, da parte dei sostenitori di Donald Trump. L’articolo è stato precedentemente pubblicato sul numero di febbraio del magazine statunitense The Brooklyn Trail, dedito alla critica politica, artistica e culturale.]

Si sarebbe potuto pensare che l’uscita di Trump dalla Casa Bianca avrebbe posto fine alla costante preoccupazione – e non solo da parte degli esponenti di sinistra – per la minaccia di una rinascita del fascismo da lui rappresentata1. Però, il modo tipicamente bizzarro in cui ha affrontato la sua sconfitta elettorale ha portato ancora una volta un’ondata di preoccupazione per il ritorno dello spettro con la camicia nera o brune del passato.

Lo storico Timothy Snyder, scrivendo per il «New York Times Magazine», è inorridito davanti all’ Abisso Americano che si sarebbe aperto a causa del disprezzo di Trump per la democrazia elettorale: «Mi è stato chiaro a ottobre», ha scritto Snyder, «che il comportamento di Trump preannunciava un colpo di stato …»2. Il comportamento che aveva in mente era soprattutto la propensione di Trump a mentire, e la sua conseguente descrizione come “falso” da parte di fonti di informazione che intendono contraddirlo. Nel suo racconto, il cuore del fascismo è la “Grande Bugia” (Big Lie): «Finché [Trump] non è stato in grado di imporre qualche bugia veramente grande, qualche fantasia che ha creato una realtà alternativa in cui le persone potevano vivere o morire, il suo prefascismo non è stato all’altezza della cosa stessa». Per Snyder, quel ponte è stato attraversato con l’insistenza del presidente sul fatto di aver stravinto le elezioni e la sua richiesta ai sostenitori di marciare sul Campidoglio per impedire la certificazione della falsa vittoria del suo avversario.

È difficile affrontare l’insulsaggine di queste idee. Il fascismo, una politica volta a sfruttare le energie nazionali nella lotta per il potere politico-economico, si riduce a una propensione a raccontare enormi fandonie; l’idea che «quando ci arrediamo alla verità, concediamo il potere a coloro che hanno la ricchezza e il carisma di creare spettacolo al suo posto»3, finge che il potere della classe dirigente si basi effettivamente sul consenso dei governati. Alla fine, però, persino Snyder deve accettare il fatto che non c’è stato un colpo di Stato e rinviarne dunque il pericolo reale alle prossime elezioni. Tuttavia, è facile capire perché coloro che gestiscono davvero le cose – gli amministratori delegati aziendali che per il momento stanno tagliando i loro contributi ai PAC repubblicani, i “due miliardari della California” che «hanno fatto ciò in cui legioni di politici, pubblici ministeri e mediatori di potere, che avevano provato a farlo per anni, avevano sempre fallito», zittendo Trump bloccando i suoi account Facebook e Twitter4 – sono inorriditi davanti alla manifestazione in Campidoglio. La disaffezione dalla stabilità sociale definita dalle norme della democrazia elettorale americana è altrettanto inquietante per i manipolatori ufficiali dell’ideologia, della stampa e dell’accademia, che stanno scoprendo fino a che punto è arrivato il disprezzo per la loro autorità concettuale.

Circa 70 milioni di persone hanno votato per Donald Trump, dopo averlo visto in azione per quattro anni (e inazione, riguardo alla crisi covid-19, così come per tante altre promesse non mantenute). Dal momento che, in realtà, non ha raggiunto nessuno degli obbiettivi per cui la maggior parte di loro presumibilmente lo ha votato – dal finanziamento di posti di lavoro infrastrutturali al rilancio dell’industria del carbone, porre fine alla corruzione politica o persino costruire un grande, “bellissimo” muro per tenere fuori gli immigrati – chiaramente questo livello di sostegno politico è una risposta a qualcosa che è fortemente rifiutato a livello simbolico. Le piccole squadre di suprematisti bianchi e la presenza della bandiera da battaglia confederata, insieme al colore generale e alla distribuzione di genere della folla che ha invaso il Campidoglio, suggeriscono l’importanza tra i trumpisti del sentimento ben consumato che il gruppo più vittimizzato in America sia costituito dai maschi bianchi. E questi sono certamente i termini in cui Trump si è sempre rappresentato.

Certamente, a differenza di Trump, i suoi seguaci sono in realtà trattati piuttosto male: i piccoli imprenditori così preminenti nelle file degli elettori di Trump e i manifestanti di “Stop the Steal (fermare il furto)” vengono cacciati dal business a causa della stagnazione economica, ora accelerata dalla pandemia, che trasferisce inesorabilmente sempre più ricchezza a meno persone e a imprese più grandi; la “classe operaia bianca” sta vivendo un declino salariale da almeno una generazione, insieme ad una sempre maggiore precarizzazione dei posti di lavoro, quando ancora riesce a conservarli. Joe Biden, vecchio alleato di Dixiecrat (democratici del Sud degli Stati Uniti) e tutt’altro che ben disposto, invece, nei confronti di chi svolge i lavori più umili, l’uomo che disse ad Anita Hill5 che “era dispiaciuto per lei”, ha ritenuto necessario scegliere una donna di colore come sua compagna di corsa – come se un presidente nero non fosse già stato un orrore sufficiente da infliggere al maschio bianco – mentre è difficile trovare una pubblicità oggi, da quella per i cereali per la colazione alla gestione patrimoniale, i cui protagonisti non siano modelle o modelli neri. La verità è che, anche se la ricchezza e il potere di ogni tipo rimangono saldamente in (poche) mani bianche, l’Età dell’Uomo Bianco è finita. Non solo gli europei-americani saranno presto una minoranza demografica negli Stati Uniti, ma l’America — anche se rimane la prima potenza — è entrata economicamente e militarmente in declino sulla scena mondiale. L’economia nazionale, con le sue società zombie senza profitto, la bolla delle azioni tecnologiche e l’aumento del debito, personale, aziendale e governativo, richiede l’immiserimento generale degli ordini inferiori.

L’America è stata costruita sul razzismo: sulla schiavitù e sul genocidio. La sua espansione attraverso il continente e poi nel mondo era giustificata dall’idea che gli “anglosassoni”, come rappresentanti del progresso e della civiltà, avessero il diritto di sterminare popoli scomodi e costringere coloro che rendevano schiavi a lavorare per loro. Il trionfo del capitalismo industriale sulla schiavitù delle piantagioni nel 1865 fu suggellato da un accordo tra le élite del Nord e del Sud che imponeva la dominazione bianca nonostante l’abolizione della schiavitù. Ma durante il XX secolo, mentre gli Stati Uniti superavano la Gran Bretagna per importanza economica, militare e politica, lo sviluppo e la globalizzazione dell’economia – spingendo i lavoratori afroamericani dal sud all’industria settentrionale e i dirigenti, politici e generali americani in Medio Oriente, Africa e Asia, nonché in Europa, non come conquistatori ma come partner dominanti anche con colpi di stato localizzati – hanno finito col rendere le basi ideologiche della supremazia bianca sempre più insostenibili. Se la strategia di Nixon rivolta alla “mentalità sudista” segnò l’adozione del razzismo da parte del Partito Repubblicano come base per una coalizione elettorale al servizio della preoccupazione del mondo degli affari per annullare le magre riforme del New Deal, la finta devozione nei confronti della “diversità” è diventata il segno distintivo delle forze neoliberiste che cercavano di trasportare il capitalismo americano nell’economia globalizzata del 21 ° secolo. L’attuale disordine nel Partito Repubblicano è il risultato del conflitto tra i due principi, della supremazia bianca per le classi inferiori e degli affari transnazionali per i pochi della classe superiore. Ciò che li ha tenuti insieme finora è il bianco dominante della parte superiore e l’accettazione obbediente dello status quo da parte di coloro che si trovavano in fondo alla sua gerarchia socio-politica.

È scoraggiante constatare quanto le persone possano essere lontane dalla comprensione di ciò che sta realmente accadendo loro e da cosa possano fare al riguardo. D’altra parte, nonostante i numeri che aderiscono idealmente alla sua bandiera di battaglia, le folle che si sono schierate per Trump a Washington (per non parlare della Florida, dove soltanto poche persone lo hanno accolto) sono state piuttosto scarse rispetto alle masse che hanno dimostrato per mesi e mesi per il principio che le vite nere contano (Black Lives Matter); la vandalizzazione del Campidoglio è stata meno significativa rispetto al rogo di stazioni di polizia e veicoli delle forze dell’ordine durante le manifestazioni avutesi in tutto il paese nel corso dell’anno precedente. Un piccolo numero di manifestanti pro-Trump potrebbe aver usato armi automatiche, ma in realtà non le ha utilizzate. Mentre ci si può aspettare che un pazzo armato qui o là uccida delle persone o faccia saltare in aria qualcosa – sparatorie di massa e attentati non sono certo un fenomeno nuovo, dipendente da Trump – questi non sono squadristi paramilitari ben organizzati e non c’è una seria forza politica in vista che voglia formarli in tale senso. I dimostranti pro-Trump hanno insozzato i bagni democratici del Campidoglio: non prendevano il controllo delle stazioni televisive e delle armerie. Realizzato da una banda di militanti anti-mascherine, questo è stato più un evento da selfie e da super-diffusore di immagini che una significativa opzione sul potere. L’antisemitismo, si diceva, è il socialismo degli sciocchi e il trumpismo è, al massimo, il protofascismo degli sciocchi: l’America, semplicemente, non può essere di nuovo grande.

Gli appassionati di cospirazione, le mini-milizie, i militanti per il diritto di riaprire le piccole imprese e dimostrare la propria libertà individuale corteggiando la malattia, rappresentano reazioni al più importante abisso che si è aperto davanti all’America e al mondo: l’abisso di una stagnazione economica di tal profondità e durata da suggerire un’accelerazione del declino capitalista. Poiché i governi devono attingere le loro risorse dall’economia, questo declino stesso ostacola la capacità degli Stati di gestirlo, di contenere i danni e stabilizzare la società. Più trilioni immaginari possono essere pompati nel sistema finanziario, ma ciò non ripristinerà la redditività delle imprese private; gli sfratti possono essere rinviati, ma il problema degli affitti e dei mutui non pagati, sia per gli inquilini che per i proprietari, non scomparirà. Le istituzioni caratteristiche della società attuale, come la democrazia elettorale, stanno crollando insieme alle fondamenta di tale società. Né la celebrazione retroattiva dell’iniziativa individuale, sventolando la bandiera di Gadsden del 17756, né l’altrettanto arretrata rinascita dell’antifascismo, che chiede una rinascita del New Deal, porteranno a una via d’uscita da questo abisso.

Al contrario, le dimostrazioni della scorsa primavera, che chiedevano qualcosa di nuovo – la fine dell’oppressione sistematica di alcune persone da parte di altre persone e la fine della difesa poliziesca dello status quo da parte dello stato – hanno mostrato la possibilità di una via da seguire, così come i tentativi delle persone di tutto il mondo, con i loro sforzi, di affrontare la sfida del COVID-19, di fronte alle incompetenza dei governi. Ora apparentemente provato non solo dalla malattia e dalla morte, ma anche dall’incapacità di Black Lives Matter di compiere ulteriori progressi nei confronti delle forze dell’ordine, quel movimento dovrà rivivere e riconfigurarsi come una lotta per la sopravvivenza di massa se si vuole attraversare l’abisso. Nell’attuale caos dell’informazione, della disinformazione, della paura del disastro e del desiderio di vita, dobbiamo concentrarci sui tentativi di creare un nuovo modello di vita, non di preservarne o ravvivarne uno vecchio. Non si può tornare indietro, ma solo andare avanti, nell’abisso o attraverso di esso.

lunedì 20 gennaio 2021


  1. Per discutere di questa domanda su “The Brooklyn Trail”, si veda Michael Mann, Is Donald Trump a Fascist? Field Notes, maggio 2017, e Editor’s Note: End Times Politics, Field Notes, aprile 2020  

  2. T. Snyder, The American Abyss, «New York Times Magazine», 17 gennaio 2021, p. 33  

  3. Ibid., p. 32.  

  4. Kevin Roose, Nel sottrarre il megafono a Trump, Twitter mostra dove si trovi ora il potere , «New York Times», 9 gennaio 2021.  

  5. Anita Faye Hill, è un’avvocata e docente statunitense. Divenne nota a livello nazionale nel 1991, quando accusò il candidato della Corte suprema degli Stati Uniti d’America Clarence Thomas, il suo supervisore al Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti e alla Commissione per le pari opportunità di lavoro, di molestie sessuali – N.d.T.  

  6. Christopher Gadsden fu un generale americano che durante la guerra d’indipendenza utilizzò per primo la bandiera con il serpente a sonagli su sfondo giallo con la scritta “Don’t tread on me”, ovvero “Non calpestarmi”. La bandiera di Gadsden di fatto costituì una delle prime bandiere dei neonati Stati Uniti d’America. Oggi è spesso utilizzata da chi rivendica il libero possesso delle armi – N.d.T.  

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Il declino dell’impero americano https://www.carmillaonline.com/2021/01/07/il-declino-dellimpero-americano/ Thu, 07 Jan 2021 21:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64253 di Sandro Moiso

E’ certamente difficile scrivere nell’immediato per spiegare quanto è accaduto il 6 gennaio al centro dell’impero occidentale. Ma alcune considerazioni si possono trarre fin da ora, naturalmente cercando di andare oltre le vuote formule democraticistiche espresse dai media internazionali e nazionali e, soprattutto, andando oltre la parziale spiegazione dei fatti attribuiti ad un unico deus ex machina: il presidente ancora in carica, anche se è ormai difficile capire per quanto tempo, Donald Trump.

Certamente il piagnisteo democratico, espresso sia da Joe Biden che dai suoi colleghi stranieri, non serve [...]]]> di Sandro Moiso

E’ certamente difficile scrivere nell’immediato per spiegare quanto è accaduto il 6 gennaio al centro dell’impero occidentale. Ma alcune considerazioni si possono trarre fin da ora, naturalmente cercando di andare oltre le vuote formule democraticistiche espresse dai media internazionali e nazionali e, soprattutto, andando oltre la parziale spiegazione dei fatti attribuiti ad un unico deus ex machina: il presidente ancora in carica, anche se è ormai difficile capire per quanto tempo, Donald Trump.

Certamente il piagnisteo democratico, espresso sia da Joe Biden che dai suoi colleghi stranieri, non serve a spiegare i fatti, piuttosto tende ad intorbidirli, rivendicando per gli Stati Uniti un primato nella difesa dell’ordinamento democratico che dimentica il ruolo apertamente controrivoluzionario e reazionario che la capitale dell’impero e i suoi massimi rappresentanti hanno svolto a livello internazionale e interno.

Elencare le decine di azioni militari, poliziesche e golpiste condotte dall’intelligence e dalle armi statunitensi in ogni angolo del globo e del paese sarebbe qui troppo lungo, ma almeno alcuni fatti vanno ricordati: dall’intrusione di inizio Novecento, armi alla mano, negli affari interni del Messico e del Nicaragua per impedire o stravolgere le rivoluzioni in atto alla rimozione golpista di Mohammed Mossadeq in Iran nel 1953 per impedirgli di nazionalizzare il petrolio e rinsaldare sul trono la fedele dinastia Pahlavi oppure dal rovesciamento violentissimo del governo Allende in Cile nel 1973 al colpo di Stato in Brasile del 1° aprile 1964, che instaurò una dittatura militare filo-statunitense che durò ben 21 anni, fino ai più recenti tentativi di rovesciamento del governo venezuelano, soltanto per fare alcuni esempi.

Quindi ascoltare i commentatori e il neo-eletto presidente degli Stati Uniti piangere per il pericolo corso dalla democrazia statunitense con l’attacco a Capitol Hill è perlomeno insopportabile, se non disgustoso. Quella democrazia, che all’interno per due secoli e mezzo almeno, si è basata sull’eliminazione dei nativi americani, sullo sfruttamento schiavistico degli schiavi africani e sull’emarginazione razziale di afro-americani, latinos, asiatici e, un tempo, anche degli immigrati italiani e dell’Europa dell’Est e del Sud, ha potuto vantare la propria forza proprio in nome di una rigida divisione di ruoli: all’America bianca la ricchezza estorta in patria e nel resto del mondo, con la forza e il ricatto, al proletariato multinazionale, alle etnie di diverso colore e agli stati dipendenti dalla colonizzazione occidentale (al cui vertice gli Stati Uniti si sono posti dalla fine della prima guerra mondiale in poi). A tutti gli altri gli avanzi e, in taluni casi, nemmeno quelli.

Fermiamoci qui e cogliamo invece, nei fatti del 6 gennaio, una protesta delle classi medie statunitensi, prevalentemente bianche, per la perdita delle garanzie accumulate in passato proprio attraverso quel modello democratico di spartizione della rappresentanza politica e della ricchezza. In un altro articolo, apparso su Carmilla nel novembre 2020, si è già cercato di cogliere gli elementi economico-politici profondi che preludevano agli ultimi eventi e a quello, per necessità di sintesi, si rimandano i lettori (qui).

Non è pertanto così paradossale notare che, in fin dei conti, le manifestazioni a Washington dei Proud Boys e di tutti gli altri sostenitori di Trump in realtà rappresentavano proprio la difesa estrema e rabbiosa di quella “democrazia”. Non vi può essere alcun dubbio sul fatto che il presidente uscente abbia contribuito ad infiammare ancor di più gli animi con le sue parole, ma allo stesso tempo occorre riconoscere che quella rabbia e quel desiderio di rivincita, almeno formale, covavano e crescevano nell’animo bianco dell’America profonda da ben più tempo. Anche da molto prima dell’ascesa al trono imperiale di The Donald.

In questo senso è facile comprendere come l’imperatore dal bizzarro taglio di capelli più che il creatore dello scontento bianco ne sia invece stato il prodotto. Make America Great Again (MAGA) è stato qualcosa di più un’intuizione psicologica trasformatasi in slogan. E’ diventato programma politico ed economico difficilmente realizzabile nel mondo globalizzato che gli stessi Stati Uniti hanno contribuito a realizzare, in cui le legioni bianche hanno, però, fermamente voluto credere.

Si parla qui di legioni e impero non a caso. Infatti, secondo lo storico inglese Adrian Keith Goldsworthy 1 per comprendere la crisi e la caduta di Roma come centro dell’impero occidentale è necessario ripercorrere quanto accaduto nei trecento anni precedenti, a partire dalla morte di Marco Aurelio, quando si verificò “una lunga serie di guerre civili, durante le quali gli imperatori rinunciarono alla res publica per concentrarsi solo sulla propria sopravvivenza”. A partire dal 180 d.C., lo storico inglese descrive dettagliatamente come le violente ribellioni locali finirono per danneggiare la struttura amministrativa e logistica dell’esercito, alimentando un clima generale d’insicurezza in cui chiunque fosse al servizio dell’impero poteva essere ucciso, torturato o imprigionato per ordine di altri Romani.

Ad alcuni potrà sembrare eccessivo il paragone in questi termini, ma è chiaro che la rivolta, la protesta oppure le semi-insurrezione, qual dir si voglia, di Capitol Hill porta violentemente alla luce le linee di faglia, fino ad ora in gran parte sotterrane, che dividono non solo bianchi da neri, ma anche le classi medie dal neo-proletariato non garantito, gli elettori dalla loro rappresentanza politica e gli interessi di una larga fascia di popolazione da quelli dello Stato e delle imprese più all’avanguardia.

Si potrebbe parlare di Americani bianchi contro un’America ancora sostanzialmente bianca nelle sue logiche di dominio e spartizione delle ricchezze. Soltanto che questo dominio e questa spartizione non può più essere diviso con tutti. Nemmeno con tutti i bianchi della middle class. E ciò costituisce un fatto realmente epocale, rilevabile ormai, soprattutto alla luce delle conseguenze politiche ed economiche della pandemia, in tutte le democrazie occidentali: la rottura del patto tra Stato e classi medie.

Classi medie che, dalle seconda metà dell’Ottocento alla fine del Novecento, hanno rappresentato il vero punto d’appoggio degli Stati, sia durante i governi democratici che autoritari o dittatoriali. Classi medie che hanno sempre richiesto e prodotto allo stesso tempo stabilità. Una stabilità economica, politica e di governo che oggi viene in gran parte a mancare e in cui anche l’autoritarismo rischia di rivolgere i propri provvedimenti contro coloro che più lo richiedevano (considerate tutte le possibili ricadute economiche dei lockdown e delle altre decisioni prese in materia di pandemia).

L’impero è oggi più debole, economicamente e politicamente, al suo centro e alla sua periferia su scala mondiale e, soprattutto, europea. Biden sarà il presidente più debole degli Stati Uniti, non solo per l’età ma anche perché il suo governo sarà sempre più stretto tra un malessere bianco armato2 ed un elettorato conquistato a suon di promesse che non potranno mai essere mantenute. La quasi emarginazione di Alexandria Ocasio-Cortez all’interno del Partito Democratico è, allo stesso tempo, sintomo e simbolo di tale contraddizione tra promesse e scelte possibili all’interno della logica capitalistica che regge ancora le sorti delle politiche statunitensi. Garantire a tutti un lavoro precario è sicuramente possibile, la stabilità dei diritti e la sicurezza economica no.

Però se Atene piange, Sparta non ride, poiché anche il Grand Ole Party, il Partito Repubblicano, si trova a dover prendere le distanze non tanto dal solo Trump, quanto da una parte rilevante del proprio elettorato. E’ perciò significativo il fatto che nel Campidoglio siano state “oltraggiate” sia la poltrona del repubblicano e vice-presidente Mike Pence che della portavoce democratica Nancy Pelosi. E lo è altrettanto il fatto che due ordigni esplosivi siano stati ritrovati nei corridoi del palazzo del Congresso, dopo l’incursione, nelle vicinanze sia degli uffici di rappresentanza democratica che repubblicana.

Tremano anche i populisti e i sovranisti europei, con in testa Salvini e Meloni, poiché iniziano a rendersi conto del rischio che si corre nel suscitare allo stesso tempo rabbia inconsulta e speranze illusorie. Altrettanto le sinistre europee, e soprattutto italiane, poiché è chiaro che continuare a perseguire politiche europeiste ad ogni costo accompagnate da vuote promesse potrebbe contribuire, in un periodo non troppo lungo, a portare in piazza manifestazioni più vaste, arrabbiate e violente di quelle viste a Napoli, Torino e Milano alla fine di ottobre.

La cosa positiva è stata certamente quella della mancata presenza in piazza a Washington di manifestanti anti-Trump legati a Black Lives Matter e Antifa, poiché non sarebbe stata una battaglia loro quella di difendere il Parlamento e le istituzioni politiche ed economiche che rappresenta e quella “presunta” democrazia. Certamente se i Proud Boys e simili dovessero in futuro aggredire la comunità afro-americana o rappresentanti dei movimenti dal basso, questi avrebbero tutto il diritto di difendersi con la forza. Anche con le armi accumulate dai gun club. Ma accondiscendere alla discesa in campo in nome di quella democrazia “esaltata” da Biden o dai media comunque asserviti, contro il pericolo rappresentato dall'”anarchia” dei fatti di Washington, costituirebbe un errore gravissimo e forse irreparabile. Destinato a castrare il movimento antagonista e a renderlo succube degli interessi del grande capitale.

Il problema per gli Stati Uniti è ben più profondo delle immagini pop trasmesse da Capitol Hill, con sciamani, cappelli da cow-boy e costumi che sembravano rinviare alle immagini delle Civil War combattute dai supereroi Marvel nell’omonima serie di albi a fumetti e film. Quattro morti non sono pochi e nemmeno facili da rimuovere e dimenticare, considerato che la prima vittima del fuoco aperto dagli agenti del FBI per difendere l’aula del congresso è stata una manifestante pro-Trump, veterana dell’aviazione militare.

E tra quei manifestanti i veterani, cui Trump si è rivolto sempre più spesso, non dovevano essere pochi. Considerando poi che tra gli stessi militari e agenti di basso rango le simpatie pro-Trump e la rabbia per una perdita di garanzie socio-economiche non sono poche. Fattore che in uno scontro reale, allo stato delle cose oggi difficilmente immaginabile, potrebbe costituire un intoppo nell’esecuzione degli ordini e una minore affidabilità delle forze chiamate a difendere lo Stato. Così come già ieri si è constatato con il low profile delle forze dell’ordine per gran parte della giornata. Low profile certamente dovuto al rischio di una degenerazione dello scontro in carneficina, se la polizia avesse usato da subito l’armamento militare di cui è dotata, ma anche per non spingere una parte degli agenti a fraternizzare apertamente con i dimostranti. Come l’inchiesta sul comportamento della polizia e i selfie di un agente insieme ad alcuni dimostranti tenderebbe a confermare, sottolineando così la paura dei parlamentarii nei confronti di un possibile “tradimento” dei pretoriani

L’Occidente e la stessa Nato si sono risvegliati più deboli.
Riversare la responsabilità dei fatti soltanto su Trump di fatto significa nascondere la testa sotto la sabbia. Non vedere o rifiutare di vedere il malcontento che avanza proprio tra coloro che avrebbero dovuto continuare a rappresentare il maggiore elemento di stabilità per i governi e le economie pubbliche e private sarebbe un grave errore per gli stessi governi, partiti politici e gli economisti che oggi brancolano, sostanzialmente, nel buio ad ogni emergenza. Non sapendo far altro che rispondere ogni volta con un autoritarismo privo di reale autorevolezza.

Nella politica statunitense sembra essersi creato uno stallo messicano di tarantiniana memoria: da una parte il tentativo di Trump, più conscio dell’attuale sconfitta di quanto sembrerebbe nella narrazione mediatica, che cerca di porre fin da ora le basi per nuovo soggetto politico, più radicale del Partito repubblicano, cui mettersi a capo. Dall’altra uno Stato che per una volta sembra convergere verso un governo di unità nazionale in cui, però, il partito repubblicano cercherà di rubare a quello democratico i voti dell’elettorato moderato. In tutti i casi, comunque, la possibilità di accontentare gli elettori sarà sempre più difficile, alla luce delle condizioni economiche e delle contraddizioni politiche attuali.

D’altra parte la fascistizzazione evidente della rabbia della middle class deriva proprio dalla sua incapacità storica, tipica delle classi medie, di esprimere una propria prospettiva politica, una propria organizzazione ed una visione univoca del divenire e del percorso da seguire. Prive di tattica e di strategia sono destinate dal proprio egoismo corporativo ad affidarsi alle promesse dell’uomo forte di turno. Strategia limitata e poco coraggiosa, nei fatti, che si può far risale al periodo del trapasso dal Comune alle Signorie nell’Italia tardo medievale, quando per evitare le lotte fratricide interne si preferì delegare il potere a qualche capitano di ventura o signore locale. Scegliendo così al posto di Machiavelli e della sua modernissima visione della politica e della funzione dello Stato, il perbenismo imbelle rappresentato dal Cortegiano di Baldassarre Castiglione e del Galateo di Giovanni Della Casa.

Nel film Il gladiatore di Ridley Scott, elemento pop, veniva messa in scena l’ascesa al trono imperiale di Commodo e la sua uccisione da parte di quegli stessi pretoriani che lo avevano portato al potere. Fatto che avrebbe dato inizio all’anno dei quattro imperatori e alla serie infinita di assassini e guerre interne destinate a indebolire sempre più l’impero, come si è ricordato poc’anzi.
Amadeo Bordiga, elemento politico, affermò, in uno dei suoi tanti scritti sulla grande crisi economica prevista per il 1975, che la rovina delle mezze classi avrebbe costituito un importante elemento di riconoscimento dell’avvento della Rivoluzione.

La crisi del 1975 non fu così devastante e certo meccanicismo economicistico oggi sarebbe fuori luogo. Eppure, eppure…la proletarizzazione e l’impoverimento delle classi medie, di qua e di là dell’Atlantico, potrebbe ancora riservarci delle sorprese. A patto di saperle anticipare e interpretare. Senza dormire sugli allori di un passato morto e sepolto come le vestigia di un sistema che avrebbe voluto sconfiggere e che invece ha contribuito, troppo spesso, a rafforzare.


  1. Autore di La caduta di Roma. La lunga fine di una superpotenza dalla morte di Marco Aurelio fino al 476 d. C., Elliot, Roma 2011  

  2. Come sottolinea Alec Ross, per quattro anni consigliere dell’amministrazione Obama: “L’assalto al Campidoglio non è opera di una minoranza insignificante. Ci sono 20 milioni di americani radicalizzati”, mentre una recentissima statistica dimostra che almeno altri 50 milioni hanno apprezzato il blitz. Vedi: F. Olivo, “Venti milioni di patrioti ancora radicalizzati”, La Stampa 8 gennaio 2021  

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“Sistema americano”, fascismo e guerra civile https://www.carmillaonline.com/2020/10/21/sistema-america-populismo-e-neo-fascismo/ Wed, 21 Oct 2020 21:00:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63147 di Sandro Moiso

Andrew Spannaus, L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro, con una Prefazione di Giulio Sapelli, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 190, 15,00 euro

“Per troppo tempo il nostro governo ha abbandonato il Sistema americano” (Donald Trump, 20 marzo 2017)

Andrew Spannaus, giornalista e saggista statunitense che da diversi anni vive in Italia, si è già distinto in passato per un’attenta e precisa disamina anticipata dei motivi che avrebbero portato Trump alla vittoria nella corsa alle presidenziali del 2016 (qui) e delle ragioni del diffondersi del neo-populismo tra gli [...]]]> di Sandro Moiso

Andrew Spannaus, L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro, con una Prefazione di Giulio Sapelli, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 190, 15,00 euro

“Per troppo tempo il nostro governo ha abbandonato il Sistema americano” (Donald Trump, 20 marzo 2017)

Andrew Spannaus, giornalista e saggista statunitense che da diversi anni vive in Italia, si è già distinto in passato per un’attenta e precisa disamina anticipata dei motivi che avrebbero portato Trump alla vittoria nella corsa alle presidenziali del 2016 (qui) e delle ragioni del diffondersi del neo-populismo tra gli elettori in Occidente (qui). Ancora una volta, nel testo appena pubblicato da Mimesis nella collana «Il caffè dei filosofi», le sue considerazioni e i dati che egli porta a loro sostegno si rivelano sicuramente interessanti, anche se non sempre pienamente condivisibili da parte di tutti i lettori.

Quello che è certo è che, nell’attuale turbillon mediatico riguardante le elezioni presidenziali americane di quest’anno e le conseguenze socio-economiche della pandemia da Coronavirus, il libro del giornalista americano si pone tra i più utili. Almeno per stimolare un dibattito troppo spesso asfittico, scontato e accecato dalle ideologie e dal politically correct. Un dibattito che, per essere considerato tale, dovrebbe avvertire la presenza di più voci e non soltanto quella della vulgata dominante ovvero delle Sinistre liberal e delle Destre più scontate.

Tre sono i punti principali che il saggio tocca: il primo è quello dello scontro istituzionale (più o meno velato) che si è svolto tra Donald Trump e il deep state rappresentato dalle agenzia per la sicurezza e i funzionari dell’amministrazione fin dagli esordi della sua presidenza. Tema cui si ricollega direttamente il suo tentativo, scarsamente riuscito, di modificare alcune delle linee guida seguite dai governi precedenti in tema di politica estera.

Il secondo è quello della ricomposizione sociale e dell’impoverimento delle classi medie americane causato dai processi di globalizzazione e di outsourcing produttivo e il contemporaneo insorgere, o risorgere, delle idee populiste e nazionaliste; mentre il terzo, come annuncia lo stesso titolo, è quello delle conseguenze che l’epidemia da Covid-19 ha avuto e potrà avere su tutto ciò. Comprese le rivolte di strada avvenute in quasi tutte le città americane a partire dall’assassinio, da parte degli agenti di polizia di Minneapolis, di George Floyd. A proposito delle quali l’autore non può fare a meno di notare che

La prima constatazione fondamentale in merito alle proteste è la loro ampiezza, a livello sia geografico che culturale: oltre la metà dei manifestanti erano bianchi, e si sono tenute manifestazioni in tutto il paese, anche in cittadine piccole di stati rurali con popolazione quasi interamente bianca come il Nebraska e il Wyoming. Si è trattato di un salto di qualità rispetto alle proteste del passato, che riflette un senso diffuso di ingiustizia nei confronti dei neri: tra agosto 2017 e giugno 2020 il numero di americani che avevano un’opinione positiva del movimento Black Lives Matter è aumentato dal 42 al 72%, con un cambiamento significativo in ogni segmento della popolazione1.

Il primo tema si rivela essere uno dei più significativi del testo, poiché contribuisce a spostare l’attenzione, ormai canonica, da ciò che l’azione di Trump starebbe comportando in termini di sviluppo della estrema destra americana e di una possibile guerra civile a come si sono mossi, fin da prima della sua elezione, gli apparati profondi dello Stato, ovvero le agenzia di intelligence, nei suoi confronti. In questo senso lo sguardo si sposta dalla realtà del Russiagate, ovvero l’accusa sostanzialmente di tradimento condotta nei confronti del presidente statunitense per aver usato l’aiuto della Russia di Putin per la propria vittoria elettorale contraccambiandone i favori, alle infondate ricostruzioni che, in particolare dal Federal Bureau of Investigation, di questo presunto reato sarebbero state fatte.

Ci rammenta infatti l’autore che il fardello di accuse, su cui si sarebbe dovuto basare anche il procedimento di impeachment del Presidente, si è rivelato alla fine indimostrabile. Anche se inizialmente

presa come verità assoluta e promossa vigorosamente da parte dei media più importanti del paese come il “Washington Post”, il “New York Times”, e l’emittente televisiva CNN, secondo cui la Russia di Vladimir Putin sarebbe intervenuta nelle elezioni presidenziali del 2016 con l’obiettivo di aiutare Donald Trump a sconfiggere Hillary Clinton. Sulla base di valutazioni d’intelligence, una lunga indagine condotta dal procuratore speciale Robert Mueller dal 2017 al 2019, e numerose inchieste giornalistiche, si sarebbe arrivato a stabilire senza ombra di dubbio questo teorema. Le implicazioni sono state importanti, e pesanti: ancora prima che Trump diventasse presidente, in molti volevano tarpargli le ali. Inoltre, ogni mossa politica di Trump è stata analizzata attraverso la lente del suo presunto legame e affinità con la Russia, dipingendolo come un traditore che non faceva gli interessi americani, ma quelli del suo amico dittatore Vladimir Putin. C’è un solo problema con questa versione dei fatti: non c’è alcu­na prova che sia vera. Per chi non ha studiato i dettagli, questa potrà sembrare un’affermazione sorprendente, di parte, o forse addirittura complottistica, contro le evidenze. Ma è vero il contrario, dichiarare che il governo russo sia responsabile dell’operazione di pirateria informatica contro il partito democratico, oppure che abbia volu­to influenzare il voto americano attraverso le operazioni sui social network, o anche che i consiglieri Trump abbiano cercato l’aiuto dei russi, non è dimostrato dai fatti, come vedremo.

Un esempio basterà per iniziare, prima di esaminare alcuni dei punti più sorprendenti di manipolazione delle informazioni e di scorrettezze compiute da rappresentanti delle istituzioni americane: il giorno 1° luglio del 2019, il giudice federale Dabney Friedrich emise un’ordinanza nel processo tra il governo degli Stati Uniti e la Concord Management and Consulting, società accusata di aver finanziato le operazioni della Internet Research Agency (IRA) per sostenere la campagna elettorale di Donald Trump. La IRA è quella “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo che secondo i resoconti di stampa avrebbe speso milioni di dollari per impiegare centinaia di operatori per diffondere notizie false e “appoggiare la candidatura a presidente di Donald Trump”. Dopo l’atto d’accusa emesso dal Dipartimento di Giustizia Usa, a sorpresa gli avvocati della Concord si presentarono a Washington per difendersi, chiedendo di visionare le prove. Mueller e la sua squadra negarono, però, trincerandosi dietro motivi di sicurezza nazionale.
Dunque nel luglio 2019 il giudice prende una decisione clamorosa: concorda con l’imputato che non è corretto dire che il Cremlino fosse dietro la campagna sui social, in quanto non è stata presentata alcuna prova in quella direzione! Ammonisce il procuratore speciale Mueller, dicendo che fare affermazioni di questo tipo lede i diritti dell’imputato, precludendo la possibilità di un processo equo. Con questa ordinanza, un giudice federale americano sembra smontare buona parte dell’impalcatura del Russiagate: non ci sono prove di interferenze nella campagna elettorale da parte del governo russo. Ma il procuratore dice che le prove sono state trattenute per motivi di sicurezza nazionale. Insomma, le prove ci sono ma non si possono dare, perché si dovrebbero svelare dettagli in merito alle fonti e ai metodi utilizzati dal governo USA. Alla fine, il 16 marzo 2020 il Dipartimento di Giustizia decide di ritirare le accuse contro Concord, valutando che non vale la pena rivelare i segreti e agire contro una società che comunque non può essere punita essendo in Russia.

Cosa significa tutto questo? Che la IRA non interviene sui social network? Lo farà, ed è possibilissimo che cerchi di influenzare l’opinione pubblica americana. Ma si sono costruiti innumerevoli articoli e analisi sulla base di un assunto senza alcuna prova, l’assunto centrale per tutte le indagini del Russiagate. Non solo l’informazione, ma la politica di intere nazioni si basa su una versione dei fatti che è senza fatti. E non è certamente l’unico caso, come vedremo. A questo punto, senza avere alcuna simpatia particolare per Vladimir Putin o gli hacker, va detto che l’onere della prova non è stato assolto; la conclusione non è che dobbiamo essere tutti amici della Russia, ma occorre chiedersi a quale scopo le istituzioni d’intelligence americane sono intervenute in modo così prepotente, e se il loro obiettivo non andasse ben oltre la semplice scoperta della verità2.

Questa lunga citazione serve per comprendere come un clima da scontro interno, tra due diversi intendimenti della ragion di Stato e delle sue prerogative si sia sviluppato da subito, immediatamente dopo un’elezione presidenziale che nel novembre del 2016 «scioccò l’America, e il mondo. Fu una vittoria strettissima, con un voto popolare di minoranza, conquistata principalmente grazie al margine di appena 77 mila voti totali tra tre stati chiave: Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, parte della cosiddetta “Rust Belt” (la cintura arrugginita), cioè gli stati altamente industrializzati che negli ultimi decenni hanno perso tanti posti di lavoro nelle manifatture»3.

Nonostante il fallimento delle accuse per il Russiagate, le stesse e le ragioni che le accompagnavano hanno finito così col plasmare un dibattito pubblico che ha finito troppo spesso col ridursi al pro o contro Trump.

Un esempio particolarmente ironico di questo fenomeno è avvenuto nelle varie manifestazioni contro il presidente già a partire dal giorno della sua inaugurazione: ha fatto specie vedere dimostranti femministe, e comunque rappresentanti di un mondo antagonista di sinistra, alla Marcia delle donne, portare cartelli con dichiarazioni come “Credo nell’intelligence”. Da quando la gente scende in strada per appoggiare l’FBI e la CIA, agenzie da decenni oggetto di scetticismo tra la popolazione in generale, ma anche sospettati di complotti e operazioni nefaste tra chi contesta le istituzioni? Non è lontano il 2003, quando le agenzie d’intelligence svolsero un ruolo fondamentale nella manipolazione delle informazioni per giustifi­care la guerra in Iraq; per non parlare dei siti ‘neri’ e della tortura negli anni successivi, e anche della sorveglianza della popolazione americana nel nome del contrasto alla guerra al Terrorismo. Nel 2016, però, molte persone che si erano giustamente indignate per questi abusi decisero che quando si trattava di combattere Donald Trump, tutto era lecito, anche se significava appoggiare la CIA4.

Sono proprio queste osservazioni di Spannaus a suggerire che occorre ragionare sulle cause profonde, non solo sociali, dell’attuale discussione sulla possibilità di una guerra civile negli Stati Uniti. C’è infatti da chiedersi chi stia spingendo di più su quel pedale: Trump con le sue parole provocatorie e i suoi appelli al “tenersi pronti” rivolti alle milizie che lo sostengono e ai suprematisti bianchi o il seme della rivolta ormai diffusosi ovunque oppure, ancora, un deep state rappresentante di ipotesi politiche e finanziarie che non hanno mai gradito l’ascesa del “rozzo e populista” Trump al potere? Non si tratta di fare del complottismo, ma piuttosto di imparare a vagliare con estrema attenzione la narrazione mainstream “democratica” che ad ogni piè sospinto viene fatta qui in Italia dai media e dalla sinistra istituzionale e non, prigioniere, soprattutto la seconda, di una visione di una lettura troppo semplificata della realtà politica e sociale americana (e non solo). Tenendo conto che lo scontro interno tra le maggiori istituzioni, di cui si parlava prima, non è certo tra Democrazia e Fascismo, ma tra interessi finanziari globalizzati e una gestione politica ed economica “nazionalista” che vorrebbe riportare a casa una parte degli investimenti produttivi fatti all’estero.

Certo, come era prevedibile fin dall’inizio, Trump ha mantenuto poco o nulla della sua promessa elettorale, sia sul piano della politica estera (come ben spiega il testo di Spannaus) che su quella della politica economica rivolta a dare respiro a una working class bianca fortemente provata dalla globalizzazione e ad una lower middle class che ha visto erodere i suoi margini di risparmio e benessere nel corso degli ultimi decenni. Entrambe ormai costrette a fare i conti con una severa ri-proletarizzazione che spinge i suoi rappresentanti a frequentare lavori e sussidi un tempo principalmente riservati agli afro-americani, ai latinos e alle altre minoranza etniche. E qui è d’uopo riportare ancora una sintetica annotazione del giornalista americano:

Come aveva capito Martin Luther King Jr., già negli anni Sessanta, senza battersi per la giustizia economica e contro le disuguaglianze in generale, non è possibile ottenere appieno i diritti civili.
È su questo tema che si vede una interessante confluenza tra la battaglia per la giustizia razziale e quella economica. Le proteste per la morte di George Floyd sono avvenute in un momento già difficile per il paese, quando una grossa fetta della popolazione soffriva degli effetti di un’economia sbilanciata, facendo intravedere la possibilità di un ampio movimento contro la manifestazione dell’ingiustizia in più forme5.

Sul piano della politica estera Trump ha raggiunto, e solo parzialmente, due obiettivi: sganciarsi dalla politica di Obama in Medio Oriente, da un lato, raggiungendo un accordo tra Israele e stati del golfo che non potrà portare che altra tensione nell’area e una politica più aggressiva nei confronti della Cina e del suo commercio. Questa seconda, occorre dirlo, pienamente condivisa da Biden e dal Partito Democratico (oltre che da quello repubblicano).

Tutte politiche, ad esempio anche quella nei confronti della Corea del Nord, giocate sul filo del rasoio, tra minacce e trattative che in alcuni casi potrebbero facilmente sfuggire di mano e dare inizio ad autentici conflitti. Oppure a compromettere i rapporti interni alla stessa Alleanza Atlantica, con la conseguente moltiplicazione di situazioni di crisi. Pensare però, anche in questo caso, che il rimescolamento, anche parziale, delle carte sul piano internazionale sia soltanto frutto dell’ingegno o della stoltezza del Presidente dal ciuffo tinto potrebbe però rivelarsi fuorviante, impedendo di cogliere in questo alternarsi di tentennamenti e fughe in avanti, la crisi di una super potenza che deve decidere il proprio riposizionamento internazionale in un momento di crisi della globalizzazione e del suo ruolo egemonico all’interno di quest’ultima.

Sul piano economico interno, è stato chiaro fin dagli inizi, la presidenza Trump ha puntato su una politica di tipo mercantilistico basata sul mantenimento e la difesa della produzione nazionale (Buy American!) attraverso il protezionismo doganale e la rinegoziazione degli accordi commerciali internazionali, non solo con la Cina, ma anche con gli (ex?) alleati europei. Politica che fino ad ora non ha migliorato molto le condizioni di lavoro e salariali degli operai dell’industria e nemmeno ne ha causato un significativo aumento in termini occupazionali.

La crescita occupazionale, esattamente come durante la presidenza Obama, si è basata sulla diffusione di impieghi e lavoretti non garantiti, soprattutto nel settore dei servizi al consumo e nella distribuzione6, mal pagati, non garantiti e, soprattutto, con orari settimanali inferiori alle 29 ore. La questione dell’orario “ridotto” non è secondaria poiché nel sistema americano soltanto a partire da o al di sopra delle 30 ore i datori di lavoro devono fornire ai dipendenti un minimo di assicurazione sanitaria. Le belle parole di Trump sul Make America Great Again, rivolte soprattutto ad un elettorato bianco legato al lavoro produttivo, in realtà, sono soltanto servite a coinvolgere i lavoratori nelle politiche economiche nazionali senza garantire loro alcuna garanzia o miglioramento, come la pandemia e la crisi che ne è conseguita hanno chiaramente dimostrato.

Spannaus, con abbondanza di dati ed argomentazioni, parla di tutto ciò, ma sembra voler tracciare, con troppa convinzione ideologica, una netta linea di demarcazione tra il “Sistema americano”, così come si è delineato nelle politiche protezionistiche e di intervento statale che hanno caratterizzato la storia economica degli Stati Uniti dall’Ottocento al XX secolo, dal Ministero del Tesoro retto da A. Hamilton fino alla presidenza di F.D. Roosvelt , e il fascismo. Nel negare questa definizione per il personaggio Trump, il giornalista, che cerca di ridurre il fascismo ad una politica sostanzialmente autoritaria e razzista, dimentica infatti che la prima caratteristica del fascismo, che occorre sempre ricordare scaturì dal socialismo partecipativo della Seconda Internazionale, è quella di convincere oppure costringere i lavoratori alla condivisione degli interessi dell’economia e della produzione nazionale, alleandosi con le imprese e con lo Stato (concertazione, Carta del Lavoro o New Deal che sia). Finendo col sottomettersi completamente agli stessi. Certo il Fascismo usa anche il razzismo, l’autoritarismo e la violenza, tutti e tre strumenti pratici ed ideologici più antichi, che raggiungono però il pieno del loro vigore e della loro pericolosità in un contesto in cui una parte significativa dei lavoratori, schiavizzati dal capitale, ne interiorizzi individualmente e ne sussuma completamente, in quanto classe, gli interessi e le prospettive.

Ma Spannaus appare troppo affascinato dalle virtù terapeutiche dell’intervento economico dello Stato, soprattutto per quanto riguarda la monetizzazione del debito e l’occupazione, per comprendere o, almeno, per ricordare ciò. Anche se, occorre dirlo, nella sua analisi storica del Sistema americano la sintetica ricostruzione della storia del Partito Repubblicano e della sua componente radicale ottocentesca (quella di Lincoln per intenderci) serve sicuramente ad aprire gli occhi dei lettori anche sulle origini e la storia del Partito Democratico. Un tempo rappresentante degli interessi delle élite degli stati del Sud e oggi di una parte significativa di quelle attuali.

Una delle lezioni da trarre, da un libro di cui si consiglia comunque la lettura, potrebbe infine essere la seguente: una guerra civile val la pena di essere combattuta solo per gli interessi di classe e per un reale avanzamento di tutta la società e per questo sia Black Lives Matter e Antifa che le varie organizzazioni dal basso degli afro-americani e dei lavoratori bianchi e latinos impoveriti, dovranno ben valutare le spinte in quella direzione, su cui soffiano sia Trump che i suoi avversari istituzionali, entrambi grandi produttori e manipolatori di fake news. Pena il vedere stritolate in un autentico wargame di interessi contrapposti e lontani le spinte insurrezionali causate dalla crisi e dalle conseguenze della pandemia, oltre che dalle violenze razziste della polizia. Un gioco pericoloso in cui, chiunque sia il vincitore, a trionfare potrebbero essere ancora una volta soltanto gli interessi del capitale, dei suoi detentori e dei suoi grigi funzionari.


  1. A. Spannaus, L’America post-globale, pp. 150-151  

  2. A. Spannaus, op. cit., pp. 30 – 32  

  3. op. cit. p. 27  

  4. op. cit. pp. 32-33  

  5. op.cit. p. 153  

  6. «Il più grande datore di lavoro negli Stati Uniti è Walmart, con circa 1,5 milioni di dipendenti. Il secondo è Amazon con oltre 400 mila. La classifica dei primi dieci contiene anche dei supermercati, fast-food e altre società di consegne e trasporto. Gli americani lavorano, ma i settori che assumono di più sono quelli dove gli stipendi sono bassi e gli impieghi sono spesso precari». op. cit., p.118  

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Estetiche inquiete. Il nero, il punk, il teschio… Processi di estetizzazione del malessere https://www.carmillaonline.com/2020/08/19/estetiche-inquiete-il-nero-il-punk-il-teschio-processi-di-estetizzazione-del-malessere/ Wed, 19 Aug 2020 21:00:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61486 di Gioacchino Toni

Claudia Attimonelli, Estetica del malessere. Il nero, il punk, il teschio nei paesaggi mediatici contemporanei, DeriveApprodi, Roma 2020, pp. 170, € 13.00

«Attraversando il nero è pressoché inevitabile interrogarsi sulle sue estremità ove si ritrovano mescolate le dinamiche che investono la darkness e la blackness, il lusso e lo sporco, il lutto e l’estasi, il punk e l’uniforme, Grace Jones e Charlotte Rampling, Adolf Hitler e Siouxsie Sioux.» – «Al tramonto degli anni Settanta, dandy e punk ricevettero una consacrazione sancita dall’unione di vertigine e caduta del quale repertorio iconografico [...]]]> di Gioacchino Toni

Claudia Attimonelli, Estetica del malessere. Il nero, il punk, il teschio nei paesaggi mediatici contemporanei, DeriveApprodi, Roma 2020, pp. 170, € 13.00

«Attraversando il nero è pressoché inevitabile interrogarsi sulle sue estremità ove si ritrovano mescolate le dinamiche che investono la darkness e la blackness, il lusso e lo sporco, il lutto e l’estasi, il punk e l’uniforme, Grace Jones e Charlotte Rampling, Adolf Hitler e Siouxsie Sioux.» – «Al tramonto degli anni Settanta, dandy e punk ricevettero una consacrazione sancita dall’unione di vertigine e caduta del quale repertorio iconografico si sarebbe nutrito il mondo della moda e del lusso per decadi a venire senza quasi dover muovere un dito per rinnovarsi.» Claudia Attimonelli

Teschi, vampiri, zombie, junkie ed estetica black da tempo sono parte integrante dell’iconografia occidentale. Visto che le scene urbane e mediatiche contemporanee celebrano l’immaginario dell’anomia e del disagio, viene da domandarsi perché male e malessere hanno proliferato nel corso dei secoli al punto da essere oggi percepiti come del tutto ordinari aspetti del quotidiano.

Attraverso gli studi visuali, la mediologia e la sociosemiotica, Claudia Attimonelli, nel suo Estetica del malessere (2020), uscito per la collana Anomalie Urbane, recentemente inaugurata da DeriveApprodi, indaga l’iconografia di tale fenomeno nel solco della schiavitù dei neri (tragica origine), passando in rassegna una serie di produzioni visuali, musicali, vestimentarie e artistiche coinvolte in questo processo di “estetizzazione del malessere” che integra il male nel quotidiano rendendolo innocuo e banale.

In tale scenario nero – segnato da teschi, macchie, sudiciume, malessere, disagio, anomia e morte –, il male, da pericolosamente banale (H. Arendt), per mezzo di un processo di estetizzazione «attraverso subdoli e lusinghieri travestimenti, continua il suo incedere tardo novecentesco, a tratti indolente, altrimenti risoluto, che con determinazione lo fa capillarmente accomodare tra le pieghe confortevoli del malessere comune del nuovo Millennio». (p. 84)

Nei contesti urbani il disagio è da tempo al centro di forme vestimentarie e cosmetiche derivate dall’intrecciarsi di “sprezzatura del lusso” ed elementi “dell’underground”. L’estetica mainstream ha ampiamente saccheggiato la vita disagiata di strada (dalle culture giovanili metropolitane agli homeless), dando luogo a linguaggi che, pur mantenendo traccia del malessere esistenziale, incarnano forme di coolness o di chic. Il mondo della moda ha attinto a piene mani dall’abbigliamento dei clochard – capi oversize, lacerati, macchiati, indossati stratificati uno sull’altro –, dalle fogge militari già détournate dagli street stile, dal nomadismo urbano giovanile e pendolare: ecco allora i vari “clochard couture”, “military chic” e “treveller style”, in un “contagio delle lontananze” in cui si intrecciano esteticamente hipster e pariah.

Il processo di estetizzazione di anomia e margini, oltre che la moda ha investito l’ambito mediale in un imperversare di estetiche postapocalittiche, paesaggi corrotti e scenari estremi: basti pensare al dilagante fenomeno zombie che, soprattutto a partire dal nuovo Millennio, si inserisce all’interno di una più vasta ascesa di un immaginario survivalista. Secondo Attimonelli il ricorso a

stilemi capaci di esaltare i tratti più vistosamente molli e decadenti quali l’usura dell’abito e le macchie, i buchi, i tagli negli indumenti, i bordi dell’abito che terminano in liminari contorni cenciosi, non vanno intesi come un nuovo decadentismo, né tanto meno come tracce che rinviano all’appartenenza a comunità marginali o vicine al piccolo crimine, bensì, in quanto manifestazioni di un afflato mondano esse incarnano la tragicità del quotidiano détournata in una sorta di disagio agiato. (p. 92)

La studiosa si sofferma anche sull’insistenza con cui viene fatto ricorso nella contemporaneità alla rappresentazione del cuore e del teschio. L’immagine del Sacro Cuore di Gesù – abitualmente posto al centro di una raggiera dorata con tanto di croce, corona alla sommità e intrecci di spine – viene introdotta in epoca barocca ma una volta disgiunta dalla tradizionale collocazione al centro del petto di Cristo, il Sacro Cuore diviene un feticcio a sé.

Dal punto di vista semiologico il trasferimento segnico-simbolico che ha visto il cuore nel corso dei secoli, da organo del corpo umano divenire rappresentazione di un sentimento potente quale l’amore (sia divino che terreno), ha avuto luogo a partire da un “residuo segnico non tradotto” […] un sovrappiù di significato, una sorta di pleonasma semiosico, […] un’eccedenza extra-anatomica, qualcosa che supera il mero organo vitale per espandersi placidamente insieme alla stessa estetica barocca. Ivi, infatti, troviamo un trionfo della significanza (la passione) sul significato (la vita viva) veicolato dal significante (il muscolo cardiaco). Una tale ridondanza semiosica si esprime attraverso la forma semplice e universalmente riconosciuta del cuore, laddove il colore rosso vivo e la collocazione al centro del petto coincidono con l’umanità e, per estensione, anche con i sentimenti connessi con la Vita. Seguendo questo filo rosso ritroviamo la rappresentazione cardiaca nella postmodernità. È il cuore fiammeggiante che gronda sangue, dai riflessi cromati e potenzialmente ammalato di carcinoma quello che oggi abita nelle ampollose ed enfatiche complex emoticon della rete e non più il simbolo scarno degli anni Ottanta né quello noto nelle scritte minimali delle t-shirt I love NY. Non è raro, infatti, rinvenire su schiene, braccia, nuca e polpacci, colorati tatuaggi che riportano il cuore trafitto dalla cui ferita sgorgano gocce lacrimose di sangue; talvolta il taglio della ferita cristiano – una breve linea rossa – diviene un occhio allorché alla misericordia del cuore palpitante di Cristo si associa l’illuminazione del Buddha. (p. 97)

Passando dalle danze macabre medievali, alle orrorifiche immagini barocche e alla sua versione più stilizzata novecentesca, il teschio è giunto sino ai nostri giorni e proprio grazie a questa sua evoluzione minimale, con il suo immaginario mortifero, è stato assorbito dall’industria della moda.

Il quotidiano si è connotato sempre di più di uno spettro immaginifico potente. Il subdolo addomesticamento del memento mori di hamletiana memoria si è insediato viralmente con la sua espressione di vacuità postumana e con la sua macabra onnipresenza ovunque, dalle t-shirt alle custodie per smartphone, soppiantando l’emanazione del terrore maligno che non riusciva più a esprimere la propria vocazione intimidatoria. […] Per la post-umanità del nuovo Millennio l’ordinario è l’anomico che può distinguersi, resistere. Dopo una pandemia che ha allontanato ogni essere umano dall’altro, mentre una marea di corpi si riversa in strada e lancia nelle acque torbide dei fiumi le statue del colonialismo americano, si avverte l’approssimarsi di un futuro che non deve costruirsi sul valore della sola cultura bianca occidentale: black lives matter. Il punk, il dandy, l’afrodark, sono le estetiche radicali del disagio ad alta implicazione segnica e sociale per quanto riguarda il genere, le relazioni interrazziali, i diritti. (pp. 104 e 112)

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Dagli USA una nuova fase della lotta di classe https://www.carmillaonline.com/2020/07/14/dagli-usa-una-nuova-fase-della-lotta-di-classe/ Tue, 14 Jul 2020 21:55:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61345 di Nico Maccentelli

Gli USA che non hanno mai fatto bene i conti con l’oppressione razziale…

Non è stato un fulmine a ciel sereno. Le forti tensioni sociali antirazziste di queste ultime settimane negli USA, dovute all’assassinio brutale e gratuito di George Floyd ad opera di cops di Minneapolis, sono lo sbocco politico e organizzato che si è snodato da tempo in una sequenza di riots avvenuti negli ultimi anni. Il movimento Black Lives Matter (BLM) in particolare, cresciuto a dismisura negli ultimi sei anni, è stato la risposta [...]]]> di Nico Maccentelli

Gli USA che non hanno mai fatto bene i conti con l’oppressione razziale…

Non è stato un fulmine a ciel sereno. Le forti tensioni sociali antirazziste di queste ultime settimane negli USA, dovute all’assassinio brutale e gratuito di George Floyd ad opera di cops di Minneapolis, sono lo sbocco politico e organizzato che si è snodato da tempo in una sequenza di riots avvenuti negli ultimi anni. Il movimento Black Lives Matter (BLM) in particolare, cresciuto a dismisura negli ultimi sei anni, è stato la risposta agli innumerevoli atti oppressivi e criminali da parte della polizia contro gli afroamericani.

Del resto, dalla guerra civile statunitense del 1861-65 non c’è mai stata una reale emancipazione degli afroamericani, se non nella misura in cui il capitalismo USA aveva necessità di allargare il mercato e formare una classe lavoratrice, un proletariato in funzione dell’accumulazione capitalistica e del profitto. Detto in termini brutali.

A questa minoranza oppressa, e a quella originaria dei nativi, se ne sono poi aggiunte altre nel corso delle migrazioni, lungo un lasso di tempo lungo 150 anni: italiani (poi assimilati nella categoria di “bianchi”) latinos, asiatici. Il pensiero liberale che ha la sua culla nel mondo anglosassone non ha mai messo in discussione ciò che per le élite bianche statunitensi è un dogma intoccabile: la superiorità dei bianchi, la loro egemonia sul resto della società (1). E le varie giustificazioni liberali dello schiavismo, si trasformate nel tempo insieme al dominio di classe in una rete dispositivi discriminatori. Ovviamente l’oppressione ha varie gradazioni: va dalle discriminazioni negli stati del sud ex-confederati (balzate alla cronaca mondiale dai tempi di Rosa parks e M.L. King) e dal suprematismo bianco a un razzismo più sottile, con la presunzione di essere politically correct, ma non meno funzionale all’intero sistema de capitalismo razziale. Ma se i quartieri ghetto e le carceri piene di afroamericani non bastassero, l’asino casca su quella che è la cartina di tornasole del razzismo USA: la polizia.

La realtà è che gli USA bianchi delle classi dirigenti sono razzisti fino al midollo, politically correct o no. E’ l’intera geografia dei simboli in tutto il paese a parlare. Ed è la ragione per cui oggi è presa di mira dal movimento. Per fare un esempio eloquente: immaginatevi che il dipinto di un artista del quattrocento avesse aperto la strada alla visione pittorica della prospettiva. Solo che questo dipinto raffigura un Cristo crocifisso a testa in giù, tra simboli di caproni demoniaci e stella pentangolari. Sarebbe stato tesoro della civiltà e della comunità di qualsiasi paese? Io dico di no.

Bene, Nascita di una nazione di David Wark Griffith sì: la sua pellicola originale è persino conservata presso il National Film Registry della Biblioteca del Congresso a Washington. Il film è considerato patrimonio e tesoro della nazione per il semplice fatto che rappresenta l’atto conciliatorio tra le “due americhe”: quella unionista e quella confederata. Al di là del fatto di essere uno dei primi lungometraggi con una narrazione più articolata (la pellicola è un muto del 1915).

Notate qualcosa? Le due americhe. Con i cattivi di turno nei neri violenti e assassini e addirittura il Ku Kux Klan che libera i cittadini minacciati. Avete capito bene: i suprematisti razzisti fanno da collante del paese, fanno fottutamente nascere la nazione. Gli USA non hanno mai fatto bene i conti con il loro passato schiavistico che poi è divenuto sfruttamento salariato, oppressione razziale e degrado. Potrete ben comprendere dunque gli attacchi alle statue simbolo di questa vera e propria tirannia violenta mai finita, operata da un’oligarchia che può essere più o meno brutale, che può far dire al “tenero” Biden, candidato democratico alla Casa Bianca, che un nero che delinque non va ammazzato, ma gli si spara alle gambe. (2)

A essere messa in discussione è tutta la narrazione neoliberale che ha accompagnato la “nascita di una nazione” . In questo senso va letta la rimozione delle statue non solo di schiavisti dichiarati e personaggi storici della guerra civile americana come il generale Lee, ma l’origine stessa della colonizzazione selvaggia, dello sterminio dei nativi, della libertà d’impresa nella deportazione di schiavi dall’Africa, arrivando fino a Cristoforo Colombo.

“Le vene aperte” dell’America stanno riversando tutto il sangue di secoli di oppressione proprio nel cuore dell’imperialismo stesso, facendo saltare il tappo della “più grande democrazia del mondo”, che copriva la polarizzazione stridente tra miseria da una parte e lusso dall’altra, tra ghetti sterminati e cittadelle del consumo e del benessere neoliberista.

 

… ora devono fare i conti con qualcosa di più generalizzato: la lotta di classe.

Ma se volessimo soffermarci al carattere razziale dell’oppressione negli USA, avremmo fatto solo una parte della lettura di quella situazione.

Se ci chiedessimo perché a metà degli anni ’50 gli USA hanno avuto un fenomeno repressivo come quello del maccartismo, nel dare la risposta ci metteremmo già sulla strada giusta.

Joseph McCarthy mentre illustra la “presenza comunista” negli USA

Certo, avevamo la guerra fredda tra i due blocchi. Ma intanto l’URSS e i paesi del socialismo reale non rappresentavano solo una nomenclatura, ma un’idea diversa di mondo, e già nel secondo dopoguerra si accendevano lotte di liberazione antimperialiste, dalla guerra di Corea in poi. In particolare, ragione non secondaria della caccia alle streghe del senatore alcolizzato, il marxismo, l’anarchismo e la lotta di classe negli USA non sono mai stati momenti episodici ed estemporanei. 

Non è questa la sede per approfondire la storia della lotta di classe negli USA, ma la classe dirigente statunitense con la sua punta di lancia McCarthy cercò di fare piazza pulita di un fenomeno che aveva profonde radici sociali (si pensi solo all’IWW, il sindacalismo rivoluzionario degli anni ’20), alimentate anche per oltre un secolo dalle forti migrazioni.

La vulgata ideologica USA hollywoodiana che stiamo subendo ormai da una sessantina d’anni, ci mostra invece un paese dove il comunismo è stato debellato: un mondo patinato fatto di kolossal, attori, cantanti, uomini politici di successo e… grandi possibilità di farsi strada. Una “way of life” del tutto falsa da sempre. La realtà è ben diversa; e c’è chi la combatte, ora come allora.

Il ciclo di lotte sociali poderose, avviatosi con l’emergenza COVID-19 negli USA, ha tutta l’aria di aprire di fatto una nuova fase della lotta di classe a livello mondiale. Infatti, la crisi mondiale del capitalismo, sta accrescendo da tempo le contraddizioni sociali e di classe anche nel cuore del capitalismo stesso: gli USA. E la pandemia con la battuta d’arresto dell’economia statunitense, i milioni di licenziamenti non ha fatto altro che accentuare la miseria sociale e le ricadute sulla salute per la mancanza di copertura sanitari per milioni di cittadini. Il COVID-19 ha acuito ancora di più una situazione di miseria e disoccupazione largamente diffuse. In pratica non è piovuto, ma diluviato sul bagnato.

Ma più in generale, la pandemia sta lasciando in uno stato ancora più profondo di miseria e depressione tutti i paesi del mondo occidentale, e naturalmente non solo loro, come ulteriore effetto sulla crisi generale mondiale di sovraproduzione di capitale nella caduta tendenziale del saggio di profitto, che è crisi strutturale e sistemica. Al di là degli indicatori drogati di borsa, che millantano una ripresa con i loro rialzi azionari, assistiamo a una contrazione dei mercati con la riduzione dei flussi commerciali internazionali. Ne consegue una flessione dei livelli occupazionali e una maggior crisi delle economie nazionali.

Per questo, con tutta probabilità la grande onda statunitense può essere considerata una prima importante avvisaglia di un cambio di fase della lotta di classe mondiale. Questo movimento ci dice che siamo arrivati ai limiti di un neoliberismo sfrenato che non ha fatto altro che mettere a profitto con il super-sfruttamento di risorse umane e ambientali l’intero pianeta o quasi. Questi limiti ormai sono piuttosto evidenti e la pandemia non ha fatto altro che imprimere un’accelerazione alle contraddizioni sociali e alla comprensione di massa sempre più estesa della tara economica che il neoliberismo stesso porta con sé.

Un anno fa c’erano già lotte proletarie e popolari di vasta portata come in Cile, ad Haiti, in Libano, in Francia, in Irak, che mostravano le forti crepe nel fronte neoliberista. Ma ovviamente una lotta e un processo di trasformazione sociale che partano dal cuore dell’impero hanno tutta un’altra influenza sull’andamento generale dei movimenti anticapitalisti di vario segno nel mondo.

E negli USA , già negli anni precedenti si intravvedevano delle avvisaglie di protesta nella crescita di un antagonismo organizzato contro le brutalità della polizia statunitense, che sedimentavano una coscienza conflittuale contro il carattere razzista del capitalismo a stelle e strisce. Ma si intravvedevano anche nelle lotte sociali per i 15 $ di salario minimo, nelle innumerevoli lotte autonome sui posti di lavoro (vedremo alcuni esempi tra breve), ma anche nella presenza organizzata alle primarie dei democratici di una forte tendenza socialista aggregata nella coalizione di Bernie Sanders.

L’attivismo di autodifesa armato contro gli attacchi dei suprematisti bianchi si è manifestato un po’ ovunque

L’assassinio di Floyd ha fatto da detonatore a un antagonismo di classe e di massa nato come risposta popolare a un neoliberismo sfrenato.

Per questo, oggi la critica di massa e la massa critica che si sono sviluppate in tutti gli USA, hanno travalicato la questione razziale, estendendo il conflitto sociale a tutto il sistema di rapporti sociali. In campo ci sono soggettività multirazziali che subiscono la miseria e la sopraffazione delle classi egemoni. Soggettività che mettono al centro temi fondamentali come i servizi, il reddito, il pubblico, la qualità e la dignità della vita, la sicurezza da un punto di vista popolare e non dei ceti che attraverso la polizia impongono la tutela della proprietà privata a scapito della vita umana: molto forte infatti è la rivendicazione attorno alla piattaforma Defund the Police. Dunque, ridurre questo movimento a una mera protesta per soprusi estemporanei di alcuni agenti di polizia razzisti significa non capire la situazione, né il conseguente salto qualitativo delle lotte sociali. 

In questi giorni (mentre sto scrivendo) a Richmond, militanti armati di BLM presidiano la statua del generale Lee ormai piuttosto variopinta dalle scritte della comunità in lotta, un intero quartiere di Seattle è in mano ai manifestanti: il CHAZ, Capitol Hill Autonomous Zone, ossia Zona Autonoma di Capitol Hill (o CHOP, Capitol Hill Organized Protest, anche la non definibilità precisa del nome è una modalità di riscrivere il territorio) è una zona liberata e la sindaca della città Jenny Durkan, in contrasto con Trump, anche se sta cercando di mettere fine all’esperienza sociale, definisce questa parte di popolo in rivolta non come terroristi ma come patrioti.

Riaffiorano esperienze che si sono caratterizzate nella fase di Occupy, innestandosi nel radicalismo militante della sinistra rivoluzionaria e creando nuove realtà organizzate e coordinate tra loro. Un esempio è Rising Majority, una coalizione intersettoriale di organizzazioni e movimenti che raggruppa realtà organizzate del sindacalismo di base ed espressioni politiche di opposizione antirazzista degli afroamericani o degli asiatici. (3)

(L’incursione degli attivisti afroamericani a Stoney Mountain, culla del suprematismo del Ku Kux Klan)

 

Le narrazioni interessate di casa nostra su questo movimento

Nell’ambito sovran-populista qualche anima bella punta ad associare il BLM e gli Antifa USA al deep state e a Soros in chiave anti-trumpiana. Operazione per esempio di PandoraTv, network pseudo-alternativo ormai definitivamente decotto dopo la prematura scomparsa di Giulietto Chiesa. Rivelando così di schierarsi con la destra ultrareazionaria anti-globalista ma altrettanto neoliberista, come se Bannon e Orban siano interlocutori politici “anti-sistema” insieme a Salvini. L’alternativa non è certo il capitalismo egoistico, razzista e di territorio dei ceti medi reazionari. Il nuovo movimento USA sta facendo piazza pulita anche di questi mentecatti, finti ignari del fatto che là negli USA l’ultradestra ha i fucili automatici dei suprematisti filo-Trump, che li usa contro le manifestazioni antifasciste e antirazziste. E che la falsa “cura” Trump al globalismo è peggio della malattia.

Altro che Soros! Lungi dall’essere eterodiretta, l’onda antagonista popolare che si è innescata con l’omicidio di Floyd, covava come brace sotto la cenere. Oltre a essere reazionari, gli orfanelli di Chiesa, amici di Fusaro, non hanno capito nulla, o non vogliono capire. Questo movimento ha il pregio di rimettere al centro, insieme alla liberazione dal razzismo, i bisogni delle classi popolari, i diritti sul lavoro della classe operaia, attraverso una rottura generalizzata con le istituzioni del paese. Al suo interno sono presenti tendenze socialiste, comuniste, libertarie anarchiche, femministe, che rendono il movimento piuttosto eterogeneo. Ma questa eterogeneità è una ricchezza, poiché mette in dialettica tra loro le diverse anime del movimento, rappresentando un salto qualitativo rispetto a Occupy. Infatti, tutte le positività politiche anticapitalistiche hanno una parte preponderante nella vastità della protesta sociale e delle sue anime differenziate.

Penso che questo movimento faccia chiarezza anche su ogni nostrana incursione “nazionalista” che una certa sinistra radicale italiana ammalata di populismo ha portato avanti in questi ultimi anni. Una tendenza che ritengo essere arrivata al capolinea e che si è nutrita di un sacrosanto anti-europeismo anti-neocolonialista, ma con il risultato di fare il verso alle destre, nella velleità di competere con loro sul loro stesso campo. Si pensi solo a certe posizioni discriminatorie sui migranti e alla definizione della migrazione come “invasione”. In realtà, il vero discrimine nei paesi occidentali ed europei sulla questione della sovranità non è la nazione, ma la classe, detto in termini molto schematici, certo, ma per capirci fino in fondo. E dagli USA arriva una bella lezione e non a caso da lì: dove la classe è multirazziale e dove al di là del proprio potere classista, non esiste alcun “padrone esterno”. Il centro dell’imperialismo per eccellenza ce l’hanno in casa.

L’insegna del dipartimento di polizia occupato a Seattle

Dunque, la crisi del neoliberismo riaccende la lotta di classe dal basso verso l’alto. Crea i presupposti per rimettere al centro ipotesi di paradigma socialiste, comunità collettivistiche che non possono certo essere riedizioni delle esperienze passate, ma che sono tutte da realizzare e sperimentare. Nel caso italiano, il centro dello scontro sociale non potrà non essere la rottura con l’Unione Europea e i suoi trattati ordoliberisti, perché da qui discende tutta la devastazione economica e sociale degli ultimi decenni, tra privatizzazioni, impossibilità dell’intervento statale a favore delle aziende in crisi, speculazioni finanziarie contro un paese che non stampa moneta, che non ha una politica economica indipendente.

Ma i temi centrali qui come negli USA sono i medesimi: non si può lasciare ai mercati (leggi: i centri del potere finanziario e multinazionale) le redini dell’economia di un paese. Occorre un forte e profondo cambiamento democratico che dia tutti gli strumenti a un potere popolare per pianificare l’economia, per socializzare i mezzi di produzione e di circolazione del capitale a partire da quelli vitali per la società.

Basta, dunque, fare il verso alle destre, che siano europeiste o sovraniste. Più che di nazioni autoreferenziate in un mondo sempre più interconnesso, ci sono tutti i presupposti per il rilancio di un nuovo internazionalismo popolare e proletario.

Vista in maniera più ampia, si può constatare come il centro dell’imperialismo mondiale, gli USA, sia sottoposto a un attacco fuori e dentro il suo territorio nazionale, come portato di secoli  di oppressione schiavistica, coloniale e neocoloniale da parte del capitalismo liberale razziale. Le resistenze bolivariane in America Latina, tra alterni colpi di mano, le lotte popolari in tutto il continente sudamericano esprimono la risposta all’attuale neocolonialismo yankee. E dal cortile di casa, si è passati… direttamente in casa.

Solo la “sinistra” nostrana, euroriformista, non si è accorta di questo fenomeno politico piuttosto dinamico e in progress, che si sta espandendo in tutto il mondo “anglosassone”, ossia in quei paesi come il Regno Unito, che vivono in modo altrettanto stridente il neoliberismo selvaggio sviluppatosi in questi decenni, paesi che sono stati la culla del tatcherismo e del reaganismo. La nostra “sinistra” riduce la rivolta statunitense a proteste umanitarie e antirazziste contro la brutalità poliziesca contro gli afroamericani, senza nulla toccare del sistema che ha generato queste condizioni. Ma perché questa riduzione superficiale fa comodo per non rimettere in discussione nulla qui da noi delle politiche di asservimento europeista e atlantista al capitalismo continentale e del servilismo del nostro ceto politico alle élite d’oltreoceano.

E’ auspicabile che la nuova onda statunitense sia anticipatrice (come gran parte dei i fenomeni sociali partiti da là) di una tendenza che presto inizierà a manifestarsi anche qua. Che chiuda i conti con questi teatrino fatto di Papetee e sardine. Perché se all’ignavia PD e dei suoi cespuglietti che sostengono nei fatti la deriva neoliberista in Italia e in Europa sta facendo da contraltare la peggiore destra ammantata di “sovranismo” populista, l’unica possibilità è sintetizzata della parola d’ordine degli zapatisti: que se vayan todos!.

Ovviamente alla “sinistra” nostrana fa molto comodo ridurre la chiave di lettura della nuova onda americana alla sola questione razziale che sì è fondamentale, ma non ci fa capire nulla di quanto sta accadendo negli USA se ci limitiamo ad essa.

Già abbiamo visto le Sardine cavalcare con la parola d’ordine “I can’t breath” il processo di liberazione irreversibile negli USA, bypassando completamente ciò che è scomodo ai loro mentori italiani, ossia il PD e i partitini vari alla LeU e Coraggiosa che gli fanno da contorno: le questioni del lavoro, lo sfruttamento del capitale sul lavoro e la miseria sociale dilagante in tutti gli stati dell’Unione.

Ma qui in Italia l’impostazione politica è completamente diversa e vede la totale subalternità della post-sinistra (definiamola così, non offenderemo più chi si sta rotolando nella tomba) al neoliberismo: subalternità diretta, da parte del PD, che ne è l’asse politico centrale; o per conseguenza: LeU, Coraggiosa, ecc.. E parlo di quel neoliberismo che là negli USA è ben chiaro a quelle sinistre e che viene quindi combattuto, ma che qua fa l’effetto della latrina per chi ci vive dentro e non sente più il fetore di piscio. Qui vige una sorta di totalitarismo politico che impedisce una presenza realmente critica dentro l’ala sinistra della borghesia imperialista ed euroliberista di qualsiasi realtà organizzata della sinistra radicale, una capacità di incidere nelle sue politiche.

L’esempio di Bernie Sanders, dei DSA e di stelle nascenti del socialismo come la Ocasio Cortez (4), qui sarebbe impensabile e lasciamo al mondo dell’autoillusione, o meglio, alla disonestà intellettuale personaggi come la Schlein o Fratoianni, che vogliono farci credere che in coalizione col PD si possa avere lo stesso scenario del bipolarismo USA, e che quindi con le primarie dem e l’internità sia possibile introdurre elementi progressivi su tanti temi come la salute, il lavoro, l’ambiente. In realtà il ruolino di marcia dei Bonaccini a livello regionale o degli esecutivi governativi in cui partecipa il PD a livello nazionale non si tocca. Il “piccolo dettaglio” che differenzia questi personaggi di piccolo cabotaggio nostrano, che fanno leva su qualche rivendicazione, dalla presenza socialista alle primarie dem, è la forte pressione dal basso che ha consentito anche a personaggi come Sanders di capitalizzare questa forza sui temi sociali. Ma soprattutto è la lotta che attraversa tutta la società civile statunitense.

 

La pressione dal basso sui dem USA, sviluppatasi in anni di conflitto di classe, l’antagonismo, le lotte

I democratici USA devono fare i conti con una marea montante antagonista che, nella migliore delle ipotesi, si presenta come socialista riformista, appunto Sanders e soci (5), ma che di fatto va ben oltre per conflittualità sociale e coscienza politica. L’intera élite statunitense deve fare i conti con lotte che qui nemmeno ci immaginiamo. Vediamone alcune per sommi capi.

Partiamo da un punto sostanziale: sono anni che la sinistra americana, sin dai tempi di Occupy e del “noi siamo il 99%”, ossia dal 2011, sostiene tre punti fondamentali: salario minimo a 15$, il medicare ossia un sistema sanitario che deve tornare a essere pubblico e garantito a tutti, e la questione più politica di democrazia economica, ossia il fatto che il reddito degli americani più ricchi, ossia l’1%, dal 1979 al 2007 è aumentato del 275%, mentre i salari sono cresciuti nel frattempo meno dell’inflazione (6). (Detto per inciso, quando mai queste questioni sono state agitate da una sinistra imbelle e capitolazionista come la nostra?)

A questi punti si accompagna un chiaro orientamento strategico al socialismo che qui non esiste. O viene timidamente sbandierato da forze decotte ed euroriformiste come Rifondazione Comunista. Giusto Potere al Popolo ne fa qualche accenno, avendolo nel suo dna. Il DSA è forse politicamente più rivoluzionario anche della sinistra radicale italiana? (7) E’ una domanda provocatoria, ma pertinente, visti gli esiti del conflitto sociale USA, la sua crescita e il ruolo che giocano le stesse forze “moderate” come i DSA. Negli USA si parla di socialismo, qua no.

Ma torniamo alle tappe della crescita della lotta di classe al capitalismo razziale in USA.

Occupy Wall Street, 2011

Il 2011 segna un passaggio importante per la sinistra radicale americana: è l’anno di Occupy, ossia di un vasto ed eterogeneo movimento contro le forti disuguaglianze sociali e il potere della finanza nato per certi aspetti e caratteristiche dalle esperienze no-global dell’ondata precedente, quella di Seattle del 200. Ma in quell’anno c’è anche un altro fenomeno importante: il governatore del Wisconsin Scott Walker con il Budget Repair Bill cercò di rendere illegali le contrattazioni collettive per i lavoratori del pubblico impiego, oltre a tagli alla sanità, alla tutela dell’ambiente e all’istruzione pubblica. Ciò provocò una risposta di massa piuttosto vasta: oltre centomila persone invasero la capitale Madison, gli insegnanti organizzarono un assenteismo di massa, fu occupato il Campidoglio dai manifestanti (8).

Nel 2014 a Ferguson, l’assassinio di Michael Brown, un adolescente afroamericano ad opera di un ufficiale di polizia bianco, scatenò un’ondata di proteste e scontri e la nascita di Black Lives Matter, che chiedeva la fine del razzismo e delle uccisioni dei neri da parte della polizia. Ma è evidente, come già evidenziato, che tutte queste esperienze di lotta hanno avuto un processo di convergenza alimentata dalla miseria sociale dilagante e dallo strapotere nei luoghi di lavoro e sul territorio da parte dei guardiani razzisti e classisti del capitale.

Il fronte sociale e politico è piuttosto eterogeneo: va dall’Antifa all’anarchismo organizzato, dal BLM alle campagne per le primarie di DSA e sostenitori di Sanders, alle lotte di realtà autonome nel mondo del lavoro come Fight for 15$. 

In specifico, nell’ambito dell’antagonismo di classe, è significativa l’unificazione di varie entità organizzate sotto il cartello del già prima menzionato Rising Majority, a cui hanno aderito personalità dell’attivismo anticapitalista come Naomi Klein, e comuniste storiche della lotta antirazzista e contro il carcere imperialista e le sue strutture privatizzate come Angela Davis (9).

In particolare è degno di rilievo lo sviluppo e l’unificazione delle proteste in seguito all’assassinio di George Floyd, l’attivismo dei BLM nelle città statunitensi, le mobilitazioni sul territorio come la già citata esperienza di CHAZ a Seattle. Interessanti a tal proposito sono le considerazioni di Noam Chomsky su questa esperienza:

“Creare delle strutture di mutuo soccorso e cooperazione che liberino le persone dalle strutture governative, che si sono dimostrate totalmente inadeguate nell’affrontare problemi specifici, come garantire l’acqua a tutti e tutte – o altri problemi più gravi ancora che spiegano come mai siamo stati così disperatamente impreparati per questa crisi. La zona autonoma è un esempio interessante di questa tendenza. È anche impressionante vedere il supporto che arriva [da persone come] il sindaco di Seattle, e l’enorme sostegno popolare, che sta facendo impazzire Trump e Fox News. È un segnale positivo, una cosa importante. Credo che sia una manifestazione del fatto che iniziamo a pensare di poter prendere il controllo delle nostre vite, di non poterle lasciarle nelle mani delle autorità che si presentano come nostri padroni. Dobbiamo farcene carico noi.” (10)

Ingresso a CHAZ, la zona liberata a Seattle

Un’esperienza di autogestione popolare che va oltre l’accampata di Occupy per arrivare su un terreno di contropotere. A ciò si aggiungono le lotte sui luoghi di lavoro, il costituirsi di comitati popolari, esperienze come il boicottaggio da parte degli autisti di mezzi adibiti al trasporto dei manifestanti nelle carceri, l’appoggio al già citato Defund the Police, all’istanza di definanziare le spese per la polizia nella lotta per estromettere dai sindacati la polizia stessa (11).

In particolare i comitati popolari di base nei luoghi di lavoro e nel territorio delineano l’orientamento che vanno assumendo la ricomposizione di classe, l’organizzazione e la lotta verso la costituzione di consigli operai e popolari. Leggo dal summenzionato articolo di Left Voice:

“Questi comitati popolari di base possono costruire il potere di colpire e fermare la produzione, sia per misure di sicurezza durante la pandemia che a sostegno della rivolta. E possono essere il modo di coordinare nuovi settori della classe lavoratrice per unirsi alle mobilitazioni e ai combattimenti di strada.” (…) “Ma altrettanto importante è l’agitazione ovunque e ogni volta che possiamo per la creazione di assemblee di massa come quelle emergenti a Minneapolis e Seattle. Queste assemblee di massa possono essere cruciali per unificare, collegare e coordinare le lotte di manifestanti, attivisti sindacali e liberi lavoratori non sindacali.”

La rivolta sociale divampata negli USA ha anche e soprattutto le caratteristiche sul piano identitario e delle vertenze di una vera e propria lotta di classe del basso contro l’alto, una lotta proletaria che riunifica una sommatoria di istanze sociali, che tende verso la costruzione di un contropotere consiliare ancora embrionale, ma significativo.

Amazon (Amazonians Unidos) e Instacart sono altri esempi in cui i lavoratori hanno costituito infrastrutture organizzate, ma esperienze di lotta si annoverano anche in altri contesti del lavoro come McDonald e anche tra i lavoratori agricoli.

Afroamericani, latinos, asiatici e tanti bianchi precari e poveri, nonché il soggetto doppiamente sfruttato e vessato, quello femminile, costituiscono la vasta e variegata realtà dell’antagonismo sociale statunitense, espressione dei profondi guasti lasciati dal neoliberismo, che qui ha la sua culla, dell’abissale polarizzazione tra ceti agiati e classi popolari con in mezzo una media borghesia devastata (come qua) dalle veloci dinamiche di esproprio sociale e di rapida caduta dalla scala sociale nella perdita di lavoro e potere d’acquisto, proprie della società USA, quindi dalla fuori uscita dalle coperture previdenziali e dal ritrovarsi dall’oggi al domani in mezzo alla strada.

Per quanto riguarda i “reietti del paese”, il rapido sviluppo di una loro coscienza di classe e di realtà di base antirazziste e anticapitaliste rivoluzionarie, le parole di Angela Davis sono più eloquenti di qualsiasi bella analisi:

“Questo è un momento straordinario. Non ho mai sperimentato nulla di simile alle condizioni che stiamo vivendo attualmente, la congiuntura creata dalla pandemia di Covid-19 e il riconoscimento del razzismo sistemico che è stato reso visibile in queste condizioni a causa delle morti sproporzionate nelle comunità di Blacks e Latinos. E questo è un momento in cui non so se mi sarei mai aspettata di sperimentare (…) ho spesso detto che non si sa mai quando le condizioni possono dar luogo a una congiuntura come quella attuale, che sposta rapidamente la coscienza popolare e ci consente improvvisamente di muoverci nella direzione del cambiamento radicale.” (13)

 

In conclusione

Se andiamo oltre i singoli alberi e vediamo la foresta nella sua interezza, diviene chiaro ciò che sta accadendo a partire dagli USA, con la caduta dei livelli di gestione capitalistica dello stato di cose vigente. Come le borghesie imperialiste si stiano preparando per contenere le masse d’urto popolari e le possibilità di intervento politico delle forze marxiste rivoluzionarie e antagoniste in una molteplicità di ambiti sociali, del lavoro, ambientali, ma anche più politici sui rapporti di forza tra classi, ossia di contropotere e autogestione, di rimessa al centro del pubblico in una nuova visione di Stato popolare.

Sinora i punti di frizione maggiori di questa lotta di classe erano all’esterno: tra imperialismo e popoli, con punti focali come il Venezuela, la mai doma Cuba, il Medio Oriente, l’intera America latina. Con capovolgimenti di forze alterni: Macrì in Argentina, Bolsonaro in Brasile, Lenin Moreno in Ecuador, il golpe in Bolivia e poi ancora la vittoria popolare del peronismo kirchneriano in Argentina. In particolare l’attacco al bolivarismo pur con le sue contraddizioni e all’emancipazione sociale di cui è portatore nei confronti dei popoli e paesi dell’America latina che si affrancano dal dominio imperiale yankee viene tutt’ora condotta senza esclusione di colpi.

Certo, il tentativo delle oligarchie imperialiste più in generale è quello di contrastare l’ingresso sulla scena mondiale di nuovi grandi attori capitalisti, di predare o mantenere il controllo su materie prime e risorse energetiche, ma anche quello di stroncare esperienze politico-sociali del tutto alternative al modello neoliberale. E questo è il fronte più caldo. Ora però questo fronte è divenuto mobile, e si è esteso arrivando geograficamente e socialmente fino al cuore delle contraddizioni sociali del sistema imperialista stesso. Questa guerra sociale è arrivata fin dentro le metropoli. 

Nella rivolta statunitense, le componenti rivoluzionarie non hanno certo un ruolo secondario. In intere masse giovanili, che si credevano educate da bravi bimboni ad hamburger king size da McDonald e videogame, rivivono le evocazioni anticapitaliste, comuniste, libertarie tipiche degli anni ’60 e ’70. Antichi percorsi che si credevano interrotti definitivamente, si riallacciano con modalità organizzative e in contesti socio-culturali e comunitari diversi, con intelligenza politica e metodo. E le scene delle manifestazioni e del conflitto di strada sono molto simili a quelle nostre degli anni ’70 in Italia: il meglio che il movimento di classe antagonista qui da noi abbia mai potuto esprimere.

La lotta di classe ritrova una sua pratica soggettivazione proprio nell’epicentro del capitalismo mondiale, ormai attraversato dalla devastazione sociale, frutto di decenni di macelleria sulle classi lavoratrici, privatizzazioni, di un liberismo che ha avuto il suo sviluppo con Reagan e Tatcher, e che oggi mostra tutti i suoi limiti più osceni: l’aver portato a dei livelli intollerabili e a un punto di non ritorno le diseguaglianze e tutte le tare mai superate delle “democrazie” liberali come il razzismo, la supremazia oligarchica bianca, la privazione di ogni diritto e dignità nel nome del mercato.

Ecco perché si tratta di un passaggio epocale. La rivolta cilena contro Piñera dell’anno scorso, nel paese simbolico dove tutto è iniziato nel 1973 con gli esperimenti economico-sociali dei fanatici iperliberisti dei Chicago boys, è stato il colpo di diapason. Ma la marea montante ha la sua prosecuzione non in qualche remoto territorio delle periferie dell’imperialismo; il suo sviluppo, che segna il passaggio di fase insieme alle devastazioni profonde accentuate dal Covid, è proprio nell’Occidente nord americano, dove la miseria già da anni segna la vita di decine di milioni di persone senza alcuna soluzione che non sia il tentativo di girare individualmente la roulette del darwinismo sociale, del “cane mangia cane”, del gioco al massacro del libero mercato.
Minneapolis e poi Seattle, Boston, Oakland, New York, Washington e il resto delle grandi metropoli statunitensi, rappresentano l’inizio della grande crisi sociale del capitalismo avanzato, imperialista, l’esplosione del ventre della bestia.

Vedere le immagini degli scontri non rende quanto le migliaia di pugni alzati antifascisti, di una sinistra irriducibilmente antagonista che ci riassume tutta la storia dei movimenti operai e socialisti del secolo scorso, riannodando un filo rosso che si pensava interrotto definitivamente, pensato fino a ieri solo come ipotesi, eventualità quasi utopica. E’ una presa di coscienza della forza sociale che riguarda anche i diretti protagonisti, che in queste settimane si sono ben saggiati. E la questione non finisce qui.

Democratici e repubblicani, neocom di entrambi i campi fittizi della medesima oligarchia, del deep state USA, lo sanno bene: chi sfila nelle piazze degli Stati dell’Unione è una massa eterogenea, composta da una minoranza che vota e una maggioranza che non voterà mai più o che non ha mai votato. Sono i focus target delle campagne politiche che se ne vanno dagli orizzonti di un’autonomia del politico che è solo regime, fuori e contro le vuote e asfittiche istituzioni del comando e delle lobby, che, nella “migliore” delle ipotesi possono essere tutt’al più un’opzione obamiana, quella elitaria, dell’oligarchia, che ha stroncato con la frode clintoniana in due primarie le spinte socialiste e di giustizia sociale incarnate da Bernie Sanders. Tutti passaggi politici che hanno portato nella testa di vaste masse alla caduta di ogni credibilità di poter cambiare lo stato di cose dall’interno, di appoggiarsi al nemico apparentemente più “buono”.

Ma lo stesso copione viene articolato anche qua, in un TINA (there is no alternative) che non guarda neppure più la necessità di gestire il consenso. Come se i bugiardoni di regime, le veline, le menzogne, le bufale potessero influire su un corpo sociale senza alcun new deal, azione concreta per intervenire sulla devastazione acuita dal covid, sulle economie distrutte. Resta solo il vuoto delle cittadelle della rendita, simulacri di patti sociali che non esistono più. Ma questa è un’altra storia, che necessiterebbe altre, più approfondite quanto urgenti riflessioni.

Mi limito ad affermare che sta in noi dunque, alle forze della sinistra di classe, ai comunisti, prendere esempio dal lavoro straordinario fatto dalle realtà marxiste rivoluzionarie statunitensi, per non lasciare al populismo reazionario il ruolo di oppositori e quindi una falsa iniziativa politica “anti-sistema” che non è altro che l’altra faccia dell’orrida medaglia capitalista. Qui c’è ancora molta confusione, c’è tanta arretratezza politica. Ma i segnali della crisi sociale ci sono tutti. Sapremo esserne all’altezza?

 

NOTE

1) A tal proposito consiglio la lettura di Controstoria del liberalismo, di Domenico Losurdo, ed. Laterza, che analizza l’approccio allo schiavismo da parte del pensiero liberale dalla sua genesi: John Locke, John Calhoun, John S. Mill.

2) Sui secoli di oppressione degli afroamericani e sulle attuali lotte antirazziste è interessante l’intervista a Carl Williams, attivista di supporto legale al BLM Boston qui

3) Ecco il sito: https://therisingmajority.com e una lista parziale delle organizzazioni aderenti: Black Lives Matter / Grassroots Global Justice / Working Families Party /  Southern Vision Alliance / U.S. Labour Against the War / National Domestic Workers / Left Roots / Fight For $15 / Women’s March / Black LGBTQA+ Migrant Project

4) Si vada a leggere qui

5) Va detto che il ceto dirigente dei democratici USA, esponenti del deep state, fa sempre di tutto per boicottare la politica radicale dei socialisti, ma appunto le dinamiche politiche rispetto all’Italia sono differenti e differente e più incisiva è la pressione della sinistra radicale.

6) Bashar Sunkara, Manifesto del socialismo del XXI secolo, pag. 216.

7) La stessa Angela Davis nei lontani anni ’60 definì come radicali coloro che vanno alle radici delle cose; ma qui in Italia si sono perse proprio le radici…

8) Vedi l’articolo (qui) di Valerio Evangelisti sulla nostra testata il 2 marzo 2011

9) Qui la tematizzazione dei contenuti e del dibattito interno all’inizio della pandemia negli USA e alla vigilia della rivolta sociale

10) Qui, in questo articolo di Jacobin Italia l’intera intervista

11) In merito a questo, leggere qui

12) Questi e altri dati sulle esperienze di lotta attuali evidenziate da Left Voice si trovano su questo articolo

13) Citazione presa dall’articolo-intervista a Kent Ford, attivista storico delle Black Panthers, fondatore della loro sezione a Portland negli anni ‘60 su Contropiano (qui)

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Civil War https://www.carmillaonline.com/2020/06/07/civil-war/ Sun, 07 Jun 2020 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60603 di Alessandra Daniele

Gli USA bruciano, e stavolta non è un film. L’ennesimo efferato omicidio d’un afroamericano, George Floyd, assassinato da poliziotti bianchi è stato il detonatore, ma l’esplosivo s’accumula da secoli, e il catastrofico decorso della pandemia di Covid-19 – già oltre 100.000 morti e 40 milioni di disoccupati – ne è diventato parte integrante. Donald Trump, sempre più rabbioso e grottesco, s’aggrappa ancora ai tipici rampini della destra, l’esercito – che però gli sfugge – e la Bibbia, sperando che lo stato d’assedio e il clima da seconda guerra [...]]]> di Alessandra Daniele

Gli USA bruciano, e stavolta non è un film.
L’ennesimo efferato omicidio d’un afroamericano, George Floyd, assassinato da poliziotti bianchi è stato il detonatore, ma l’esplosivo s’accumula da secoli, e il catastrofico decorso della pandemia di Covid-19 – già oltre 100.000 morti e 40 milioni di disoccupati – ne è diventato parte integrante.
Donald Trump, sempre più rabbioso e grottesco, s’aggrappa ancora ai tipici rampini della destra, l’esercito – che però gli sfugge – e la Bibbia, sperando che lo stato d’assedio e il clima da seconda guerra civile distragga l’opinione pubblica dalle sue colpe nella gestione criminale della pandemia, e spaventi abbastanza la cosiddetta maggioranza silenziosa da consegnargli una rielezione che vede altrimenti diventare ogni giorno più improbabile.
In realtà gli eventi precipitano così velocemente e con tale violenza da far sembrare velleitario e preistorico ogni calcolo politico di stampo tradizionale.
Dal suo bunker presidenziale Trump ha minacciato i manifestanti twittando “Se si avvicineranno, troveranno i cani più feroci mai visti”. Si riferiva a se stesso e ai suoi soci. Cani da guardia del capitale, arrivati alla Casa Bianca anche grazie al voto di fin troppi appartenenti alle classi sfruttate, che però la prossima volta difficilmente rifaranno lo stesso errore.
La rabbia sociale cresce in tutto il mondo, e supera ormai anche la paura del virus.
Le piazze tornano a riempirsi, ed è un contagio che nessuna mascherina sembra più in grado di fermare.

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Vivere alla fine del giorno https://www.carmillaonline.com/2019/05/30/vivere-alla-fine-del-giorno/ Wed, 29 May 2019 22:01:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52731 di Jack Orlando

È possibile definire grande democrazia un paese dove la polizia uccide quasi mille persone l’anno? Dove i tassi di malnutrizione infantile, povertà cronica e violenza endemica sono gli stessi di un teatro bellico? Si direbbe di no, eppure è questa la condizione degli Stati Uniti d’America; il gigante più giovane dell’età degli imperi, che ha saputo plasmare, a sua immagine e somiglianza, l’Occidente stesso da cui è nato, un gigante dai piedi d’argilla che si voleva invincibile e che ora scorge il proprio tramonto.

Le contraddizioni stridenti del sistema [...]]]> di Jack Orlando

È possibile definire grande democrazia un paese dove la polizia uccide quasi mille persone l’anno? Dove i tassi di malnutrizione infantile, povertà cronica e violenza endemica sono gli stessi di un teatro bellico?
Si direbbe di no, eppure è questa la condizione degli Stati Uniti d’America; il gigante più giovane dell’età degli imperi, che ha saputo plasmare, a sua immagine e somiglianza, l’Occidente stesso da cui è nato, un gigante dai piedi d’argilla che si voleva invincibile e che ora scorge il proprio tramonto.

Le contraddizioni stridenti del sistema yankee sembrerebbero ad una prima indagine storpiature inspiegabili. com’è possibile che la terra del benessere e dei sogni a portata di mano possa far convivere, nelle sue città, accumulazione sfrenata di ricchezza e lande sterminate di miseria?
È possibile perché l’essenza stessa di un certo modo di produrre ricchezza e concepire la democrazia si fonda proprio sul diritto del censo più forte, sulla violenza sistematica e sulla negazione di dignità degli esseri su cui questa ricchezza è prodotta.
D’altronde è il paese costruito col sudore degli schiavi, espanso con lo sterminio dei nativi, reso grande dal saccheggio di ogni terra di prossimità. Rapimento, omicidio, rapina, governo, profitto.

La questione nera, dramma cardine della storia americana, ben lungi dall’essersi risolta con l’elezione di un afroamericano alla Casa Bianca, è riemersa dopo alcuni decenni di buio e il mondo ha scoperto che esiste ancora l’apartheid e che la violenza razziale appartiene ancora agli attrezzi di dominio dello Stato, che ancora si muore di fame sotto le insegne dell’opulenza turbocapitalista.
I viadotti degli Stati Uniti post-crisi sono diventati spontanei slums di tende e cartoni abitati da esseri umani che hanno perso tutto dopo essere stati espulsi dal mondo del lavoro; le vestigia della Rust Belt, la vecchia cintura industriale, presentano uno scenario desolante disertato da chiunque ne avesse l’opportunità ed in cui sono rimasti a contendersi le briciole solo i più disperati; i quartieri dei neri, peggio ancora, arrancano in un limbo a metà tra la quarantena e l’abbandono di stato.

Praticamente ogni membro della comunità afroamericana è immerso, già dall’infanzia, in un ambiente afflitto dalla fame, dal razzismo, dalle bande armate, dalla dilagante dipendenza dalle droghe, dall’abuso di potere e dall’assenza di vie d’uscita dalla povertà; arrivare ai trent’anni senza essere in galera o sotto terra per overdose o morte violenta è considerabile un lusso.
La narrazione ufficiale, fedele ad una tradizione colonialista, vorrebbe i neri come soggetti irrecuperabili, antisociali ed autodistruttivi ed a guardare le statistiche si scoprirebbe che è anche vero che nei ghetti ci si ammazza di più, ci si rapina di più, ci si droga di più, si stupra di più, si rinuncia di più ad una vita ordinaria ma, d’altronde, come potrebbe essere diverso quando la storia ed ogni forza del paese condannano ogni giorno e senza appello questa comunità ad una condizione perenne di morte in vita, di disperazione e svilimento?

Il movimento Black Lives Matter, reazione agli omicidi polizieschi, ha riacceso le luci su questo universo negato, risvegliando l’interesse ed l’attenzione del mondo su di sé. Non a caso ha ricominciato ad essere oggetto di studio, narrazione, analisi. L’ultimo prodotto, cronologicamente, di questo interesse è il docufilm di Roberto Minervini: Che fare quando il mondo è in fiamme, un ritratto neorealista in bianco e nero della vita nel ghetto di Baton Rouge.

È un racconto della resistenza (o resilienza) a quest’inferno terreno, resistenza individuale o collettiva, politica o esistenziale; unica possibilità di riscatto per questi dannati della metropoli.
Resistono quei bambini che provano a crescere sani in un’aria malata, resiste quella donna che tenta di conservare il proprio lavoro e il proprio equilibrio nonostante i colpi della vita, resistono gli indiani contro lo spettro della gentrificazione che sottrae il tetto a chi già fatica ad avere pane, resistono le nuove pantere nere che cercano di rivitalizzare le vecchie parole d’ordine del Black Power.

È un film di denuncia che fa il paio con il precedente Louisiana (2015) che invece narra della non-vita dei bianchi poveri, i redneck/white trash del sud rurale e dimenticato da dio. Certamente è un film che ha il pregio di dare voce a chi voce non ne ha, che costringe a guardare ciò che ancora non si vuole vedere e che, per chi non ha alcuna cognizione del contesto americano, sarà probabilmente un pugno allo stomaco.
C’è però da dire che basta una conoscenza minimamente approfondita dell’argomento per notare che è un film che resta in superficie, non entra purtroppo nel profondo del ghetto: questa sensazione di vivere in un crepuscolo interminabile, dove il domani o non c’è o, se c’è, non sarà che peggio dell’oggi è perfettamente ripresa dalla telecamera ma rimane una sorta di condizione naturale ed immanente della vita afroamericana, probabilmente andare più al fondo dei meccanismi economici, sociali e politici che determinano questa condizione avrebbe reso un maggior servizio alla causa nera nonché una critica strutturale al sistema americano, che andasse oltre la dimensione pasoliniana.

Anche le minacce del Ku Klux Klan, la testa mozzata, le svastiche sulle scuole e le ronde armate delle Black Panthers somigliano, più che ad espressioni politiche di tensioni reali e determinanti, a rimanenze di un passato remoto, spettri che ancora vagano anacronisticamente in un’epoca che si sovrappone al loro tempo. Eppure le Panthers sono impegnate nel rivendicare giustizia per la morte di Alton Sterling, ucciso negli stessi giorni di Philando Castile in modo egualmente brutale e ingiustificabile, in una delle fasi di picco del movimento nero e dei disordini razziali che hanno attraversato il paese contando anche atti di spontaneismo armato contro la polizia .

La stessa regia, con una fotografia magistrale ed una scala di grigi che restituisce forte il senso di marginalità e di sogni negati, concentrandosi sui corpi lascia fuori un’altra grande protagonista della vita dei ghetti: l’urbanistica. Le inner cities dei neri sono ambienti degradati e degradanti, fatti di alloggi malsani, sovraffollamento; il deserto sociale ed esistenziale è ovunque riflesso da edifici sventrati dall’abbandono e grate di ferro alle finestre non di rado forate da proiettili; l’economia asfittica dei ghetti è fatta di rivendite di liquori, rigattieri, piccole botteghe scalcagnate. Non è mai pienamente comprensibile la sfera dell’umano se non si tiene conto del contesto in cui questa vita va dispiegandosi e quali siano gli spazi, tanto fisici che relazionali, che permettano il manifestasi di comunità.

In definitiva potremmo dire: è un bel film, che nonostante i passaggi profondi e toccanti di alcune scene, mantiene una sua leggerezza di fondo che lo rende un film forte, ma non scomodo.
Si potrebbe anche dire che sia un’occasione mancata per un prodotto così esteticamente valido e per una storia così forte, ma forse sarebbe ingeneroso.
Ciò che invece rimane ben impresso, ed è forse il maggior pregio di Minervini, è la cappa di vuoto opprimente che circonda il ghetto, una dimensione in cui il futuro è assente, il passato è doloroso ed il presente costringe a chiedersi se Dio sia ancora sveglio o abbia chiuso gli occhi sugli ultimi, lasciandoli soli in questa bolla deprimente.
Eppure, dentro la bolla, c’è chi tira avanti a testa alta, ci sono cuori che continuano a battere dove ci sono istinti di resistenza, sia essa la protezione della comunità o la cura dei propri affetti e di sé stessi senza cedere al nichilismo ed alla follia necrocapitalista.
Evidentemente, alla fine dei giorni, c’è ancora possibilità vita.

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