Bertold Brecht – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 19 Jun 2026 22:16:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Dalla Narodnaja volja a Superman https://www.carmillaonline.com/2020/12/09/da-narodnaja-volja-a-superman/ Wed, 09 Dec 2020 22:00:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63788 di Sandro Moiso

Diego Gabutti, Superuomo, ammosciati. Da Nietzsche a Tarzan, da Napoleone agli Avengers: la fabbrica dell’Übermensch, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (CZ) 2020, pp. 204, 14,00 euro

«Due sono le costruzioni cui più suinamente s’inchina il filisteo: lo Stato e l’Io». (Amadeo Bordiga, Superuomo ammosciati!)

«du sublime au ridicule il n’y a qu’un pas!» (Napoleone Bonaparte)

L’ultima sulfurea, irriverente e, spesso, caustica fatica di Diego Gabutti, recentemente pubblicata da Rubbettino nella collana Zonafranca, potrebbe benissimo funzionare come corollario dell’ipotesi avanzata dallo storico e saggista Yuval Noah Harari nel suo testo “Sapiens. [...]]]> di Sandro Moiso

Diego Gabutti, Superuomo, ammosciati. Da Nietzsche a Tarzan, da Napoleone agli Avengers: la fabbrica dell’Übermensch, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (CZ) 2020, pp. 204, 14,00 euro

«Due sono le costruzioni cui più suinamente s’inchina il
filisteo: lo Stato e l’Io».
(Amadeo Bordiga, Superuomo ammosciati!)

«du sublime au ridicule il n’y a qu’un pas!»
(Napoleone Bonaparte)

L’ultima sulfurea, irriverente e, spesso, caustica fatica di Diego Gabutti, recentemente pubblicata da Rubbettino nella collana Zonafranca, potrebbe benissimo funzionare come corollario dell’ipotesi avanzata dallo storico e saggista Yuval Noah Harari nel suo testo “Sapiens. Da animali a dei. Breve storia dell’umanità” (Bompiani 2014), in cui si ipotizza che il motivo dell’affermazione della nostra specie sulle altre sia dovuto, sostanzialmente, alla capacità di produrre realtà intersoggettive, capaci di funzionare da collante per gruppi molto grandi di individui. Realtà “inventate”, cui solo gli uomini come specie possono credere (religione, denaro, Stato, diritto e diritti, solo per citarne alcune), ma che allo stesso tempo si sono trasformate in realtà oggettive o, almeno, in forze produttive reali.

Tema particolarmente caro ai redattori di Carmilla, quello dell’immaginario collettivamente condiviso costituisce un territorio troppo spesso relegato a fattore secondario dello sviluppo sociale e delle leggi che ne regolano il funzionamento. In ogni epoca storica e in ogni fase del cammino dell’Umanità. Una riduttivistica lettura in chiave volgarmente marxista ed economicistica l’ha infatti ridotto a mera sovrastruttura di una struttura portante basata su rapporti di produzione determinati esclusivamente dall’economia e dalla gestione delle necessità da questa pre-detefinite. Dimenticando che per far sì che queste strutture funzionino è necessario che il gruppo sociale ne condivida, intimamente e soggettivamente oltre che collettivamente, principi e finalità. E non dimenticando, neppure, che anche le necessità sono frutto non solo di bisogni materiali, ma anche di un immaginario condiviso.

E’ chiaro come al centro di questi principi condivisi risieda quello del potere e della sua gestione, sia esso di carattere monarchico o elettivo oppure ancora dittatoriale.
Problema non di certo recentissimo se si pensa che già, nel XVI secolo, Étienne de La Boétie poteva chiedersi:

Vorrei soltanto riuscire a comprendere come sia possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante città e tante nazioni talvolta sopportino un tiranno solo, che non ha altro potere se non quello che essi stessi gli accordano, che ha la capacità di nuocere loro solo finché sono disposti a tollerarlo, e che non potrebbe fare loro alcun male se essi non preferissero sopportarlo anziché opporglisi. E’ cosa veramente sorprendente – e pur tuttavia così comune che c’è più da dolersene che da stupirsene – vedere milioni di uomini miseramente asserviti, il collo piegato sotto il giogo, non perché costretti da una forza più grande ma soltanto, sembra, perché incantati e affascinati dal solo nome di uno di cui non dovrebbero temere la potenza […]1

Domanda e ipotesi poi rafforzata da David Hume che, nel 1741, nel suo saggio Sui primi principi del Governo, affermava:

Nulla appare più sorprendente, a chi consideri le cose umane con occhio filosofico, della facilità con cui i molti vengano governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai loro sentimenti e alle loro passioni per quelle dei loro governanti. Quando ci chiediamo attraverso quali mezzi si realizzi questo prodigio, troviamo che, essendo la forza sempre dalla parte di chi è governato, chi governa non ha nulla a proprio sostegno se non l’opinione. Pertanto è sull’opinione soltanto che si fonda il governo; e questo principio si estende tanto ai domini più dispotici e militari, come a quelli più liberi e popolari.2

Preludio, infine, a quello stato di minorità volontario di cui avrebbe parlato Immanuel Kant, nel suo Che cos’è l’Illuminismo?, circa quarant’anni dopo, nel 1784.
Mi scuso con i lettori, e con l’autore, per la lunga passeggiata tra i filosofi del XVI e XVIII secolo, ma questa era necessaria per ricollegare le osservazioni iniziali al libro di Gabutti di cui qui si parla, poiché l’autore riporta il problema all’interno dell’epoca moderna, con una lunga cavalcata che a partire dal Palais Royal di fine Settecento, passando per i nichilisti russi, Dostoevskij e Nietzsche giunge fino al ‘900 delle dittature, delle grandi utopie trasformate in incubi e, ancora, alla narrativa popolare di Edgar Rice Burroughs, creatore di Tarzan, ai fumetti della DC Comics con Batman e Superman a farla da padroni e, successivamente, a quelli degli Avengers e di Spiderman della Marvel.

Sono i due, tre secoli in cui è più forte la spinta verso l’affermazione della capacità del singolo individuo, o del manipolo di eroi (organizzati bolscevicamente in Partito oppure in banda dai poteri sovrumani) di cambiare il mondo, distruggendo quello che lo precede o già contiene oppure, molto più prosaicamente, riformarlo eliminandone i cattivi e gli indesiderati guastafeste (Batman contro il Joker, Lenin contro il capitalismo mondiale, Stalin contro gli anarchici e i fascisti, la Lorenzin, oggi Speranza, contro i NoVax, i fascisti e i populisti contro tutti).

E’ una lettura non priva di rischi quella che Gabutti propone al pubblico, ma, sicuramente adatta a vangare e a rivoltare un terreno troppo spesso ricoperto dalla melma dell’ideologia. Ideologia che, troppo spesso, è ancora figlia di una “Rivoluzione” borghese che ha promesso di cambiare radicalmente il mondo senza mai davvero volerlo o poterlo fare. Una promessa o una speranza riposta in individui, di cui i supereroi, buoni e cattivi, non sono altro che le proiezioni popolari e semplificate, che pur Amadeo Bordiga, nel testo citato in epigrafe aveva già liquidato quasi settant’anni fa.

Individui, comunque e sempre, dai ‘trogloditi’ russi3 a John Lennon4, inadatti a cavalcare i movimenti sociali, quasi sempre sotterranei e profondi, che li ispirano. Così, quello di mantenere le cose come sono, se non addirittura peggiorarle, attraverso la promessa di cambiarle per mezzo di un eroe e della sua volontà, rispettando naturalmente la volontà del popolo, è il prodotto di un’epoca, iniziata con l’avvento della macchina e del vapore, preludio di ogni altra energia a venire (da quella elettrica a quella nucleare), che hanno contribuito come pochi altri fattori a ridurre a scarto la volontà e la capacità d’azione dell’individuo. E che proprio di questa impotenza, individuale e collettiva, costituisce l’immagine specularmente rovesciata.

Ecco allora l’individuo, figlio del libero arbitrio cristiano e dell’illusione democratica liberale, che con la bomba e il terrore, oppure indossando le mutande sugli abiti, come ogni buon supereroe, si illude, ma soprattutto illude il singolo oppure le masse che la “libertà” (altro termine fantasmagorico) sia a portata di mano (oppure di pistola, di manganello, di coltellaccio da decapitazione, come negli horror movie prodotti dall’Isis, o qualsiasi altro strumento legato all’uso della forza).

Gabutti proprio non vorrebbe essere accostato ai marxisti (al massimo, ma con distaccata ironia, a Bordiga) eppure come non cogliere in una celebre lettera di Karl Marx a Kugelmann il principio e il motore delle sue riflessioni?

Finora si era creduto che la formazione dei miti cristiani sotto l’impero romano fosse stato possibile solo perché non era ancora stata inventata la stampa. Proprio all’inverso. La stampa quotidiana e il telegrafo, che ne dissemina le invenzioni in un attimo attraverso tutto il globo terrestre, fabbricano più miti (e il bue borghese ci crede e li diffonde) in un giorno di quanti se ne potessero un tempo costruire in un secolo5

Peccato, ci sarebbe da aggiungere, che anche quello che dovrebbe essere l’affossatore “naturale” della classe al potere ci creda altrettanto e forse di più. In un’epoca in cui si sono aggiunti il cinema, la radio, i comics, la tv, internet, i social e tutti i loro infiniti derivati. La rivolta luddista corre nelle immagini della serie infinita di film dedicati a Terminator e Skynet e la paura delle macchine si ribalta, poi, ancora in fiducia nelle stesse e nel loro utile e sano uso per tramite delle app suggerite dal governo, sia per contrastare la diffusione del Covid che per il cashback e le sue lotterie natalizie. Così dal teatro pedagogico di Bertold Brecht si è passati alle influnencer “impegnate” alla Chiara Ferragni, ma in un’epoca di mass-media il passo tra i due è stato probabilmente sempre molto breve.

L’emancipazione femminile passa attraverso l’immagine di Uma Thurman di Kill Bill 1 e 2, ma resta pur sempre in mano ad Hollywood e al movimento MeToo che ne è scaturito. Spettacolo nello spettacolo e dello spettacolo. Così, mentre anche a Guy Debord sarebbe iniziata a girare la testa, il Superuomo o Übermensch oppure ancor la Superdonna ne sono il prodotto diretto, così come lo era la creatura di Victor Frankenstein all’epoca dalla prima rivoluzione industriale.

Se, come sottolineava già Pirandello, è la vita a copiare dal teatro oppure, come ci ricorda Gabutti, i poeti tragici vennero raffigurati, già ne Le rane di Aristofane, come educatori del popolo che tenevano alto il modello da ammirare:

Otto e Novecento sono secoli in cui fiction e realtà coincidono quasi del tutto.
E una vertigine. Oscar Wilde, gli anarchici con la fissa della dinamite, Huck Finn e Tom Sawyer, Giuseppe Garibaldi, gli apaches parigini e quelli della frontiera americana, la Regina Vittoria, Madama Butterfly e la Creatura del Barone Frankenstein, Sandokan, lo stesso Nietzsche prima e dopo l’incidente di Torino: quando non sono letterati, sono personaggi letterari, e quel che fanno e sempre e soltanto letteratura e intrattenimento. Showbiz… «è tutta industria dello spettacolo», dirà poi William Burroughs, dadaista pulp. Un utopista che sale al potere, come Lenin in Russia in che cosa si distingue da Fu Manchu, un personaggio immaginario che la vede come lui e che, nella finzione romanzesca e cinematografica, agisce esattamente come gli utopisti agiscono nella realtà storica (smontando e rimontando il giocattolo a molla delle società umane: più libertà, più libero arbitrio… no, meno, di più, così è troppo, così troppo poco)?6

Del superuomo, o più precisamente di chi passa per tale, o semplicemente si richiama a questa spettacolare figura della modernità, si continua naturalmente a parlare. Non si parla, anzi, quasi d’altro. Perché il superuomo non e soltanto, come a volte capita di pensare, una presenza fissa nel nostro immaginario («anche filosofico», aggiunge il pedante). Causa che s’autopromuove – attraverso il cinema, come attraverso la politica e le religioni, ma che conquista spazio e audience soprattutto attraverso la sua eccezionale e finora ineguagliata natura camaleontica, grazie cioè alla sua capacità d’incarnare contemporaneamente la Tecnica che divora il mondo e il suo contrario, cioè la guerra per mare e per terra alla riduzione della vita a incubo chapliniano-orwelliano – l’Übermensch è un’ombra a lato dello sguardo d’ogni nostra esperienza storica recente. E l’abisso che ci restituisce lo sguardo ogni volta che ci affacciamo incautamente nel vuoto. E il fantasma che, come nell’incipit d’un manifesto rivoluzionario old style, infesta il castello della Zivilisation.
Ma non ne sono piu invasati gli avventurieri letterari, come nella belle époque, quando nel calderone della radicalità ribollivano insieme il sesso e la politica, il misticismo e il materialismo, l’impassibilità nichilista, la rivoluzione socialista (o quella conservatrice) e la poesia sfrenata come una danza sufi. Romanzieri e filosofi, artisti e poeti, hanno superato indenni le prove infernali che il XX secolo ha imposto a tutti quanti, persino ai chierici che in genere sgusciano fuori vista quando le cose si fanno difficili, ma non hanno conservato il ruolo che avevano un tempo, quando gli amori di Lady Chatterley, gli inni londoniani al popolo dell’abisso, le imprese militari del Vate e quelle di Lawrence d’Arabia (la prima tarocca, la seconda non del tutto vera) galvanizzano il fan club del superuomo.
Tifosi del sesso libero, della bella morte, della rivoluzione purchessia, di destra o di sinistra è lo stesso, i tifosi dell’intellighenzia oltreumana e «immoralista», attivi soprattutto nell’interregno tra le due guerre mondiali, sciolgono le loro curve sud dell’apocalisse quando a nessuno è più possibile negare l’esistenza del lato oscuro e nichilista del tempo presente: una guerra terribile, uno spaventoso dopoguerra totalitario, seguito da un’altra guerra e da altre sventure. Succede esattamente come nei sixties americani dopo l’eccidio di Bel Air da parte della Famiglia Manson, ala satanista della controcultura. Niente più fiori nei capelli, basta con le svenevolezze e d’ora in avanti, ai concerti rock, nessuno si metta più nudo: prudenza.
E’ il momento in cui l’uomo potenziato, sospettando d’averla fatta troppo grossa, entra prudentemente (anche lui) in clandestinità, come se temesse le torce e i forconi degli abitanti del villaggio planetario, che da un momento all’altro, pensa, potrebbero decidere di dargli la caccia come a una Creatura delle dimensioni del Leviatano di Hobbes, o di Godzilla. Circospetto, sguardo a destra, sguardo a sinistra, questo Übermensch inesistente, simile per consistenza al cavaliere d’Italo Calvino, lascia la copertura metafisica (chiamiamola cosi) e si trasforma, per istinto di conservazione, in un personaggio immaginario, eroe e antieroe dei fumetti, del cinema, dei tabloid. Ma e una precauzione inutile, data la sua natura illusoria7.

Si avvicina Natale e il governicchio dei super-omuncoli vi costringerà a rimanere chiusi in casa più del dovuto e più di quanto vi sareste aspettati. Già solo per questo motivo il libro di Gabutti potrebbe rivelarsi una lettura provocatoria, intelligente e divertente, per sfuggire alle maglie di un quotidiano ormai profondamente addomesticato in ogni sua espressione. Una riflessione destinata, infine, a suggerire come la linea che divide l’utopia dalla distopia e la Storia dalla commedia o da un horror movie sia, quasi sempre, molto sottile.

«Non sono un socialista, sono un furfante» (Pëtr Stepanovič Verchovenskij, I demoni)

«Diventammo sovversivi perché eravamo delinquenti potenziali. Fummo rivoluzionari perché non avremmo potuto essere altro. Inutile raccontarsela o raccontarla diversamente. La coscienza venne dopo. Più tardi. Dopo innumerevoli errori e pratiche irridenti e folli. Alla faccia di qualsiasi ortodossia marxista. Sempre e soltanto pretesa e mai realmente efficace» (S. M., L’estate del 1964 o giù di lì e oltre)


  1. É. De La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria (1576), Edizioni Il Foglio, Milano 2018, p. 4  

  2. D. Hume, Essays, Literary, Moral and Political, ora citato in Murray N.Rothbard, Il pensiero politico di Étienne de La Boétie, Introduzione a É. De La Boétie, op. cit., p. XXXIX  

  3. Come «fu battezzato un piccolo gruppo di giovani rivoluzionari della capitale che si distingueva per il fatto che nessun estraneo sapeva dove abitassero e sotto che nome vivessero. Perciò si disse che avevano trovato rifugio in segrete caverne», secondo Franco Venturi nel suo libro Il populismo russo, Einaudi, Torino 1972  

  4. Übermensch involontario, al quale oggi, in occasione del quarantesimo anniversario della morte, i tg italiani attribuiscono la formazione dei movimenti pacifisti grazie alle sue canzoni Imagine e Give Peace a Chance  

  5. K. Marx, Lettere a Kugelmann, Editori Riuniti, Roma 1976, lettera del 27 luglio 1871, 173  

  6. D. Gabutti, Superuomo, ammosciati. Da Nietzsche a Tarzan, da Napoleone agli Avengers: la fabbrica dell’Übermensch, pp. 96-97  

  7. D. Gabutti, op.cit., pp. 111-113  

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A proposito di Franco Fortini https://www.carmillaonline.com/2015/01/07/proposito-franco-fortini/ Tue, 06 Jan 2015 23:31:40 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=19879 Operaismo, traduzione e luoghi fortiniani. Un’intervista con Luca Lenzini

di Alberto Prunetti

220px-Franco_FortiniA.P. Quando, ormai più di venti anni fa, sono arrivato a Siena per studiare all’università, Franco Fortini era morto da poco. Negli anni Ottanta, terminato il suo incarico di docenza, Fortini tornava ogni anno nella città toscana almeno per un seminario. Pur non avendolo mai incrociato di persona, la sua immagine mi è subito diventata familiare perché in certo modo gli passavo davanti ogni giorno, entrando nei locali della biblioteca di Lettere nei pressi di Porta Romana: qua risiede infatti l’archivio Fortini e una gigantografia del poeta presiede l’entrata della biblioteca. [...]]]> Operaismo, traduzione e luoghi fortiniani. Un’intervista con Luca Lenzini

di Alberto Prunetti

220px-Franco_FortiniA.P. Quando, ormai più di venti anni fa, sono arrivato a Siena per studiare all’università, Franco Fortini era morto da poco. Negli anni Ottanta, terminato il suo incarico di docenza, Fortini tornava ogni anno nella città toscana almeno per un seminario. Pur non avendolo mai incrociato di persona, la sua immagine mi è subito diventata familiare perché in certo modo gli passavo davanti ogni giorno, entrando nei locali della biblioteca di Lettere nei pressi di Porta Romana: qua risiede infatti l’archivio Fortini e una gigantografia del poeta presiede l’entrata della biblioteca. Quella foto è ancora lì, nonostante negli anni si siano succedute le voci di un possibile spostamento della biblioteca di Lettere in locali più angusti. Resiste la biblioteca, resistono la fotografia di Fortini, l’archivio Franco Fortini e Luca Lenzini, che è il direttore della biblioteca e dell’archivio e il curatore dell’opera poetica fortiniana, appena raccolta in un paperback di 858 pagine dalla Mondadori (Tutte le poesie 1935 – 1994).

Colgo così l’occasione per porre alcune domande a Luca Lenzini. Vorrei partire dall’operaismo di Fortini. Siena è stata un luogo importante per una certa visione critica e militante del marxismo. A Siena insegnavano importanti critici marxisti, c’erano alcuni dei redattori di Officina, aveva un incarico di docenza Mario Tronti. Fuori da Siena, Fortini è stato coinvolto in altre frequentazioni operaiste, come il rapporto con Panzieri e i «Quaderni rossi». Ti chiederei allora di provare a collegare Fortini, nella vita o nell’opera, come preferisci tu, a due realtà spesso non coincidenti tra loro: gli intellettuali operaisti, che spesso erano persone in carne e ossa, frequentati da Fortini, e gli operai, che troviamo talvolta rappresentati in alcune sue poesie, e che lui probabilmente frequentò nell’esperienza aziendale di Ivrea. E qui penso ai versi di “A un’operaia milanese”, alla poesia “L’officina”, o al “Sonetto dei sette cinesi”, che però sta ne L’ospite ingrato. Insomma, Luca, ti chiederei in primo luogo di parlarci dei rapporti di Fortini con gli operai e gli operaisti.

Luca Lenzini: Per rispondere a questa domanda, mi sembra vada messo in evidenza, prima, il fatto che quando Fortini si forma, l’orizzonte della “lotta di classe”, quale si definisce nella tradizione marxista e nei partiti che ad essa si richiamavano, in sostanza era estraneo alla sua cultura. Gli anni fiorentini, anche quelli dell’università, nonostante l’antifascismo che gli derivava dal padre e dal contesto delle frequentazioni, erano segnati piuttosto da idealismo e spiritualismo; lui stesso ha parlato persino di estetismo. È quando affronta il servizio militare e poi la guerra, l’esilio in Svizzera e il breve periodo con i partigiani dell’Ossola, che per Fortini cambia la prospettiva. Dunque l’importanza della classe operaia nel quadro di una prospettiva rivoluzionaria è una conquista, un’acquisizione che passa sì attraverso letture di capitale importanza (quelle, in primo luogo, compiute in Svizzera tra il ’43 e il ’45), ma anche attraverso il vissuto, cioè attraverso l’incontro con i ceti popolari, con i profughi d’Europa, nell’esercito, nelle città devastate dalla guerra, e nell’esperienza della Liberazione dal Fascismo, ovvero dentro un reale processo di emancipazione. Questa premessa da una parte vale per segnare la distanza di Fortini dall’elemento “dottrinario”, da una visione precostituita, che invece ha caratterizzato un ampio ambito della sinistra, ma anche per sottolineare che proprio in quanto inerente al percorso esistenziale, tale acquisizione segna un discrimine nella storia di Fortini intellettuale e scrittore. Di qui anche il significato, il “peso specifico” delle poesie che tu citi.

L’incontro con Panzieri e gli intellettuali che gravitavano intorno a «Quaderni rossi» appartiene ad una fase di molto successiva a quella appena delineata (cioè il periodo della guerra e della Liberazione). Esaurita la fase del “Politecnico”, finiti i “dieci inverni” del dopoguerra, dopo l’Ungheria, Fortini ha lasciato il Partito Socialista e cerca interlocutori tra i più giovani, sganciati dagli ambienti intellettuali della sinistra ufficiale e della “società letteraria”. L’importanza di Panzieri per Fortini, al di là dei dissensi e delle diverse posizioni su questo o quell’aspetto della società del tempo, è espressa a chiare lettere nella prosa in morte dell’Ospite ingrato e nelle poesie di Questo muro e Paesaggio con serpente; si tratta di una figura decisiva (di anticipatore, di apertura al futuro) in quanto lo stesso Panzieri si muoveva, con straordinaria lucidità, fuori dalle formazioni politiche tradizionali, sia sindacali sia partitiche, in una prospettiva che poneva i più raffinati strumenti della cultura critica al servizio dell’analisi diretta del lavoro nel mondo del neocapitalismo, in un tornante storico decisivo (oggi si vede anche meglio). Del gruppo allora attivo e in generale per quegli anni, oltre a Panzieri, la personalità più prossima a Fortini fu in primo luogo Edoarda Masi, e poi Sergio Bologna; non direi altrettanto per Mario Tronti o Asor Rosa. Ma ripeto, quel che conta di quel momento è la prospettiva “dal basso”, a contatto con i fenomeni in atto nella società, quale fu propria dell’esperienza di «Quaderni Rossi», e che in qualche modo si ricollega sul piano storico all’esperienza dei “consigli” e a Brecht, anticipando temi e nodi critici poi assunti dal Sessantotto (per intendersi). Di queste esperienze, è vero, nella Facoltà di Lettere di Siena c’era una traccia precisa, e soprattutto un modo di vivere la cultura che adesso è impensabile, a dir poco.

Ma a questa  sintesi molto brutale e parziale, aggiungerei due punti su cui riflettere.

Se la centralità della classe operaia è un dato incontestabile nel quadro culturale ora accennato, bisogna altresì rammentare un passaggio di Verifica dei poteri in cui Fortini osserva: «… se il proletariato industriale è stato, per una età, la coscienza del mondo, non è certo debba esserlo necessariamente oggi, né che lo siano altri ceti o classi, fuor di quella classe che tuttavia si definisce dal grado di diniego di essenza cui le altri classi la sottopongono.» (corsivo del testo). Sono parole scritte nel 1963 e dicono molto, mi sembra, di quale sia stato l’atteggiamento di Fortini al riguardo; e dicono anche quanto egli possa essere, ancora oggi, una voce indispensabile per il nostro presente.

L’altra osservazione è di diverso ordine e di tipo, se vuoi, aneddotico. Ha raccontato una volta Goffredo Fofi che uno dei compagni di «Quaderni Rossi», non ricordo ora quale, chiese un giorno a Panzieri, con qualche insofferenza, perché desse tanto ascolto a Fortini, che era in fin dei conti un poeta. Panzieri allora prese tra i suoi libri la Vita di Marx di Franz Mehring, e lesse il passaggio in cui si parla dei rapporti tra Marx e Heine. Si tratta del capitolo sull’Esilio a Parigi e vi si dice come per Marx i poeti non potessero essere misurati «con la misura degli uomini comuni e anche non comuni», e inoltre che egli vedeva in Heine non solo il poeta «ma anche il lottatore» e uno spirito libero, per questo capace di intendere i «più profondi nessi della vita storica». Non saprei dirti per quali poeti di oggi vadano bene queste parole, ma per Fortini davvero non avrei dubbi. E Panzieri aveva ben visto.

A.P.: L’altro punto che ti chiederei di affrontare brevemente, anche se merita pagine e pagine, è quella del lavoro di Fortini come traduttore. Quella di Fortini non è certo la traduzione del traduttore condannato all’invisibilità, è una traduzione d’autore. In certo modo è anche una posizione privilegiata, perché Fortini si può permettere di diventare interprete senza paura di incrociare la bacchetta o la penna blu di una “segretarietta secca” bianciardiana o di un moderno editor. Oppure forse anche lui ha avuto delle grane, come traduttore, nella macchina editoriale? Altro punto eccezionale secondo me è scrivere sull’impalcatura di un altro autore che ti fa ombra o ti dà luce… spesso capita di leggere un autore che diventa così importante da spostarti quasi sul suo spartito musicale… E’ successo anche a Fortini, traducendo Brecht?

Luca Lenzini: Se guardiamo all’insieme del lavoro di Fortini traduttore, non si può non rimanere impressionati. Contando solo le traduzioni in volume, si hanno una cinquantina di titoli, con nomi che vanno da Flaubert a Proust, da Eluard a Brecht, Kafka, Queneau, Goethe, Simone Weil. Si tratta cioè di autori di primissimo piano, non solo del Novecento. Che le sue siano poi  traduzioni “d’autore”, questo è senz’altro vero; anche se non va trascurata l’importanza che quel lavoro poteva avere sul piano economico, per quanto limitata: i libri di saggi o le poesie non gli assicuravano certo introiti di rilievo. Si spiegano così certi titoli inaspettati, come per esempio Einstein. Un’altra cosa da non dimenticare è poi l’aiuto costante che ebbe dalla moglie Ruth Leiser, svizzera di lingua madre tedesca (ma conosceva anche il russo), donna intelligentissima, tanto sensibile quanto generosa, e del tutto priva di snobismi. Le versioni da Brecht costituiscono da sole un capitolo a parte della cultura italiana novecentesca; per non parlare del Faust di Goethe, al cui lavoro contribuì in modo decisivo il nostro germanista più grande (in tutti i sensi), Cesare Cases. Quindi nel suo caso non parlerei di “segretarie” (che ci saranno anche state), ma della fattiva presenza di Ruth, invece, e di collaborazioni di altissimo livello.

Quanto al rapporto con alcuni degli autori citati, è certo che Brecht prima, Goethe poi (ma in una certa fase anche Eluard) ebbero un influsso significativo sulla sua scrittura poetica, e non solo in senso stilistico ma anche come posizione rispetto al mondo circostante. E a partire da questa considerazione, mi preme osservare che il lavoro del traduttore, del critico e del poeta sono strettamente correlati tra loro: c’è un dare e ricevere continuativo, un trapasso dalla pratica linguistica – con l’annesso uso della memoria poetica, in Fortini straordinaria – alla riflessione critica, dalla dimensione sperimentale a quella  teorica. Ora, non solo alcuni saggi dedicati al tema della traduzione poetica ebbero una funzione innovativa molto importante nel quadro della critica, ma la sua attenzione ai poeti-traduttori all’interno della produzione novecentesca ha aperto la strada a tutto un “genere” di studi, oggi persino inflazionato ma all’epoca trattato in modo marginale o molto settoriale. Ebbene, se non si ha presente questo scambio fecondissimo, radicato in una cultura dialogante e di apertura a tutto campo, s’intende poco o nulla di Fortini traduttore e dello specialissimo ruolo che la traduzione ha nella sua opera.

A.P.: Infine, dato che immagino tu abbia frequentato Fortini nei suoi anni di docenza a Siena, vorrei chiederti di parlare dei luoghi fortiniani a Siena. Siena è una città che assomiglia a un labirinto a forma di y: per muoversi a Siena bisogna continuamente darsi dei punti di ancoraggio, la logica del cardo e del decumano qui non funziona. I miei luoghi a lungo sono stati quelli di Pantaneto e via Roma, il giardino di Lettere, la trattoria dello Gnudo ai Pispini, e poi l’ospedale delle Scotte, per ragioni belle e brutte. Potrei fissare altre coordinate, ovviamente, ma qui non si parla di me: il mio è solo un esempio illustrativo per chiederti quali sono, a tua memoria, i luoghi fortiniani di Siena. I luoghi dove lui abitava, passeggiava, lavorava, scriveva, leggeva…

Fortini e Siena: è un tema che è stato ben trattato da un caro amico senese di Fortini, Carlo Fini, in uno scritto apparso su «Trasparenze», la rivista di Giorgio Devoto, nel 2000, tema di recente ripreso da Valentina Tinacci in una monografia su Fortini docente. Del resto lui stesso, in una lezione magistrale tenuta nel 1989 in quella che al tempo si chiamava “Scuola di lingua e cultura italiana per stranieri”, ebbe a parlare del proprio rapporto con la città, dandone un ritratto molto personale, ricco di notazioni storiche e non solo storiche. Certo Siena non è più la stessa, rispetto a quella conosciuta e descritta da Fortini, per esempio quando parlava del «rappresentante di farmaceutici all’ultimo piano dell’albergo Toscana, l’ultimo spettatore di cineclub di ritorno a casa picchiando i tacchi sul selciato e l’oste bisunto sull’ultimo conto della sua giornata tra fiaschi e salumi», i quali «possono credere davvero di sentir passare in aria, volanti, i diavoli che sulle tavole della Pinacoteca straziano i santi e duellano con gli angeli.» Ma credo molto abbia contato, per lui, una prima scoperta di Siena fatta in gioventù, quando girava per chiese e musei al tempo in cui era studente, alla cerca dei pittori amati e studiati. C’è una prosa molto bella pubblicata nel ’45 in cui descrive quell’esperienza, legata a un amore giovanile  – mi viene da citare in materia un poeta che Fortini ebbe caro, Sereni, quando scrive (di Barcellona): «solo un amore che si fosse acceso in noi da quelle parti ci avrebbe immessi con tanta forza dentro una città e ne avrebbe dilatato i contorni»… – , con una Piazza del Mercato piena di buoi e cavalli e la città invernale «spolpata come una reliquia dal freddo e dal tramontano.»

Parlando dei luoghi, bisognerebbe dire – oltre al già citato albergo Toscana – soprattutto di Fieravecchia, che tu giustamente rammenti. Ma qui il discorso sarebbe lungo e temo di scivolare troppo nell’autobiografico, per cui oltre a rinviare ai lavori di Fini e Tinacci mi limiterò a ricordare un passo dell’intervista di Paolo Jachia (Leggere e scrivere, 1993) in cui Fortini parla dei «seminari senesi, in certe serate di gran silenzio, la campagna nera oltre le vetrate della facoltà, tra gli studenti, ragionando insieme sui nessi sottili di un’ottava o di un inno, l’improvviso luccichío di fosforo sulla pagina, che annulla secoli e fa sorridere la cerchia degli attenti.»

Importanti furono anche i soggiorni alla Certosa di Maggiano: c’è un paesaggio con Siena sullo sfondo, disegnato da quei luoghi, che ha un corrispettivo in un brano di Ricordo di Firenze (1982), in Insistenze («Dalla mia finestra senese vedo un orto fratino ben zappettato, un muretto di cotto che pare cinese, colombe e tortore tra nespolo, pesco e limone. Poi un largo pendio di vigna netta e di ulivi, sul crinale della poggiata le case in fila, e più oltre lo stendardo delle mura, da Porta Romana a Porta Pispini.») – e quanto a trattorie, naturalmente Le Logge, per gli ultimi anni: c’è al riguardo un sonetto divertito e divertente, dedicato a Gianni Brunelli, la cui prima strofa recita: «Figlio della città che fu del giglio / e vecchio ormai lombardo – voce e vena / cercai quaggiù, gli anni fuggendo, Siena / tu, stretta noce, tartuca, gheriglio…» Per il resto, credo che – come documentano anche foto e carte dell’archivio – quanto a “coordinate”, un luogo essenziale delle permanenze fortiniane a Siena, ricco di stimoli intellettuali e fecondo anche sul piano editoriale, fu proprio la casa di Carlo Fini in via della Galluzza, dove insieme a Maria Luisa Meoni , ad Attilio Lolini e sua moglie Loredana Montomoli, Romano Luperini e tanti altri amici e colleghi Fortini poteva non solo improvvisare versi e imitazioni, ma progettare libri e trovare solidarietà e conforto nei suoi «inverni di guarnigione», quegli inverni che per tanti suoi studenti e amici furono un momento decisivo della propria esistenza, in quella forse troppo «stretta noce» ma che allora sapeva almeno guardare oltre se stessa.

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