Berlinguer – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 30 Aug 2025 20:00:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Dalla parte del torto https://www.carmillaonline.com/2020/02/25/dalla-parte-del-torto/ Tue, 25 Feb 2020 22:00:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58285 Ovvero in che modo la sinistra riformista ci riprova: da Papa Bergoglio a Giustizia e Libertà

di Nico Maccentelli

Tomaso Montanari, Dalla parte del torto. Per la sinistra che non c’è, Chiarelettere Editore, 2020, pp. 146, € 15,00.

Come parlare di rivoluzione sociale, di riscatto dei poveri contro i ricchi, senza utilizzare una che una categoria del pensiero marxiano. Tomaso Montanari c’è riuscito con il suo saggio: Dalla parte del torto – Per la sinistra che non c’è.

La recensione che mi accingo a fare di questo libro non è puro esercizio [...]]]> Ovvero in che modo la sinistra riformista ci riprova: da Papa Bergoglio a Giustizia e Libertà

di Nico Maccentelli

Tomaso Montanari, Dalla parte del torto. Per la sinistra che non c’è, Chiarelettere Editore, 2020, pp. 146, € 15,00.

Come parlare di rivoluzione sociale, di riscatto dei poveri contro i ricchi, senza utilizzare una che una categoria del pensiero marxiano. Tomaso Montanari c’è riuscito con il suo saggio: Dalla parte del torto – Per la sinistra che non c’è.

La recensione che mi accingo a fare di questo libro non è puro esercizio routinario su una nuova opera edita da pochi giorni. Montanari insieme ad Anna Falcone fu protagonista di quel periodo in cui con il Brancaccio in certa sinistra si risvegliarono mene di ricostruzione di un campo riformista alternativo al neoliberismo imperante. Esperienza che si concluse nel novembre di tre anni fa a causa della solita battaglia tra componenti politiche… proponenti inclusi.(1)

Mi ricordo ancora il documento che fu stilato dai due: non c’era una sola volta la parola “capitalismo”. Di “socialismo” neanche l’ombra. E il “proletariato” che cos’è?

Pertanto, la riflessione che con questa nuova fatica di Montanari erompe spontanea, verte su una domanda estendibile a tutto quel campo di una sinistra riformista più o meno post-comunista: ma cosa vi ha mai fatto di male Marx?

Ora come allora, i riferimenti culturali e politici sono quelli di una visione sostanzialmente giustizialista che spaziano da papa Bergoglio ai fratelli Rosselli passando per Don Luigi Ciotti Luciano Gallino, oscillando tra una visione cattolica e liberal-democratica illuminate, con un richiamo sempre presente alla Costituzione italiana.

Premesso questo, Dalla parte del torto è una disamina puntuale di gran parte delle porcate fatte dalle classi dominanti italiane e dai loro rappresentanti bipartisan, realizzata con esempi e considerazioni dai quali qualunque agitatore dovrebbe attingere per parlare alle masse. Ovviamente dopo essersi interfacciato con esse con un linguaggio meno intellettualistico.

In Montanari, però, vive la totale rimozione di un’epoca evidentemente considerata troppo scomoda. Un’epoca che non si limita al comunismo novecentesco avviato con l’Ottobre Sovietico, ma che risale fino alla Comune di Parigi.

Non c’è neppure più un tentativo di trascendere il socialismo reale storicizzandolo nelle vicende novecentesche, come fecero intellettuali del calibro di Ingrao, Rossanda e Magri, i quali lavorarono per recuperare il comunismo dai fanghi della degenerazione post-sovietica. Qui non esiste più il bambino, ma neppure l’acqua sporca.

In Dalla parte del torto c’è un semplice moto di ribellione etico-morale e giustizialista che dovrebbe sollevare le sorti del mondo. Ma per andare dove? E facendo leva su quali dinamiche, contraddizioni. Solo cio che è giusto e sbagliato non basta.

Così facendo, quella che ci consegna Montanari è una sinistra completamente disarmata sul piano della teoria politica (ed economica) e quindi della strategia politica da perseguire. Il risultato è un afflato umanitario nello scenario della completa distruzione della sinistra italiana. Un’altra strada per arrivare al TINA: there is no alternative.

In Montanari non esiste rivolta sociale, ma rispetto delle regole, come se avessimo davanti un avversario disposto a lasciare il campo in regolari elezioni. La frase che penso racchiuda in modo più chiaro questa visione è:

“Ma senza rappresentanza e senza Parlamento non c’è libertà. Rimangono la solitudine, la condizione di fantasmi sociali, la rivolta di piazza e infine una radicale rinuncia alla dimensione politica”.(2)

Anche nell’architettura grillina c’era l’intenzione velleitaria di essere argine ai mostri. E i mostri oltre al fascismo, sono tutto ciò che fuori esca da una stabilità sociale, anche la rivolta. Anche quella che un tempo si definiva come potere operaio e di classe.

E allora tutto questo voler redistribuire la ricchezza sociale, togliere ai ricchi per dare ai poveri, democratizzare la politica e la società suona molto di quell’idealismo che vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Ma lo vuole per regolari elezioni, tra forze che si rispettano senza colpi bassi, repressione, totalitarismo di fatto in un’emergenza permanente e spesso non dichiarata.

In definitiva Dalla parte del torto ha il torto (quello sì) di non vedere che la “democrazia” classista del terzo millennio, proprio perché democrazia dei ricchi e per i ricchi, è falsa, ne è rimasto il solo involucro, segnando il divorzio definitivo e irreversibile del capitalismo dalla democrazia parlamentare, consegnando tutto potere alle oligarchie finanziarie e ai loro sodali politici e tecnici. È un gioco con carte truccate che può diventare incubo per uno dei giocatori: il popolo, le classi subalterne, il proletariato.

Il suo torto è non vedere che se mai riusciremo a vedere l’inizio di un passaggio rivoluzionario verso un sistema con maggiore giustizia, uguaglianza e solidarietà sociale, ciò sarà il risultato di una lotta aspra e senza esclusione di colpi e non di una tornata elettorale. Quella è un semplice terreno di disputa politica politica e sociale, che non tocca il potere vero, ma che può far parte dei mezzi di lotta che uno schieramento politico rivoluzionario adotta per accrescere consenso, organizzazione, legittimità politica, autorevolezza. Ma non per prendere direttamente il potere, per ribaltare i rapporti di forza tra classi sociali.

Dalla parte del torto ci propone una scelta di campo: netta, chiara, forte. Che esclude il PD in uno schema di alleanze politiche possibili. E della sinistra che si è votata al neoliberismo si può dire solo che è destra: su questo Montanari ha le idee chiare. Potete quindi appassionarvi a leggere una storia molto sintetica ma significativa del nostro paese, fatta di attacchi ai diritti sociali acquisiti, agli spazi di democrazia, alla Carta costituzionale stessa. Ma che dire di una sinistra che ha perso ogni riferimento, ogni filo rosso con i movimenti operai e socialisti, omettendo due secoli e tornando alla rivoluzione francese?

Il problema vero è proprio questa rimozione totale dell’esperienza comunista senza neppure l’intenzione di vederne i limiti, gli errori, le battute d’arresto, le degenerazioni, ma anche gli aspetti positivi, dirompenti, che ci sono stati e che hanno segnato le maggiori conquiste sociali delle classi proletarie e dell’intera società nel sistema economico-sociale e politico capitalistico.

Per ricostruire un percorso collettivo, organizzazione e progetto ci vuole ben altro che del giustizialismo. Innanzitutto non si può prescindere da quella spinta propulsiva che già Berlinguer cercò di bypassare nella sua idea di eurocomunismo dentro l’ombrello NATO, ma che ancora oggi vive in molte esperienze rivoluzionarie e di lotta nel mondo. Se una genesi dissolutoria dell’Ottobre va ricercata riguardo quella sinistra italiana de-marxistizzata che Montanari incarna, la si trova senza dubbio nelle scelte fatte dal PCI a metà degli anni Settanta: non a caso in una fase in cui un altro movimento che, riprendendo il marxismo attraverso mille forme diverse tra loro, dottrinarie, ma anche creative, rielaborate, eretiche, libertarie, metteva in discussione lo stato di cose presente. Ma anche di questo nell’opera, così come nell’attuale sinistra riformista, non v’è traccia. Non c’è alcuna sinistra che intenda fare i conti con quella stagione così oscurata, attaccata, distorta (e non a caso) dagli epigoni del sistema capitalista e dello Stato classista.

Non si può prescindere dalla configurazione attuale del potere e delle sue contraddizioni, dal fare “nomi e cognomi”: imperialismo statunitense e occidentale, Trilateral, Unione Europea, NATO. Queste ultime due costituiscono i nodi politici veri e gli snodi di politiche di guerra interna ed esterna: interna contro le classi popolari che devono solo subire la macelleria neoliberale ed esterna con gli USA contro le potenze avverse nel contesto di una crisi del capitalismo che insieme alla globalizzazione ha avviato un vero e proprio declino dell’egemonia mondiale USA-occidentale e del dollaro. Ma tutto questo nei ragionamenti di Montanari non esiste. Non esiste Lenin ma neppure Gramsci. Perché dire che si vuole ripartire dallo Stato (quale Stato?) senza fare i conti con gli apparati statali e sovra-statali (UE), che per stessa ammissione del Montanari sono degenerati in sistema dei ricchi per ricchi, significa non comprendere tre aspetti non da poco: uno, che lo Stato, Costituzione o no, è strumento di dominio di classe; due, che questa degenerazione non ne cambia la sua essenza: semplicemente ne accresce il reale totalitarismo da parte dell’oligarchia; tre, che questa morfologia strutturale dello Stato presuppone una strategia politica che affronti radicalmente il tema della distruzione degli apparati statuali e della costruzione di un potere popolare costituente alternativo.

La semplice ripartizione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non spiega nulla dell’anatomia sociale del sistema capitalista, delle sue contraddizioni, della fase che attraversiamo, delle prospettive di là da venire di un cambio rivoluzionario. In questo moto etico, la teoria del valore è ignota, così come le crisi del capitale. Tutto viene ridotto al qui e ora elettorale, istituzionale, senza nemmeno l’intenzione di una rivolta vera.

Così non si va tanto in là. Se la sinistra che vogliono costruire i Montanari, i Revelli e mettiamoci pure la Elly Schlein è questa, non si va da nessuna parte.

Il maestro Monicelli diceva:“Come finisce questo film? Non lo so. Io spero che finisca con quello che in Italia non c’è mai stato: una bella botta, una bella rivoluzione. C’è stata in Inghilterra, in Francia, in Russia, in Germania, dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, che è trecent’anni che è schiavo di tutti. Se vuole riscattarsi, il riscatto non è una cosa semplice. È doloroso, esige anche dei sacrifici. Se no, vada alla malora – che è dove sta andando, ormai da tre generazioni.”

 

Note

1. Per conoscere da varie angolature come il Brancaccio è fallito:

http://contropiano.org/news/politica-news/2017/11/13/ops-rotto-giocattolo-del-brancaccio-097637

https://ilmanifesto.it/acerbo-prc-tante-assemblee-per-consegnarsi-a-dalema-e-bersani-noi-no/

http://contropiano.org/interventi/2017/11/18/brancaccio-fallito-meglio-adesso-va-dato-un-segnale-discontinuita-097859

https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/italia/sinistra-teatro-brancaccio/

 

2. Dalla parte del torto – Per una sinistra che non c’è, pag. 102

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Senza chiedere permesso https://www.carmillaonline.com/2015/02/19/senza-chiedere-permesso/ Thu, 19 Feb 2015 21:30:16 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=20768 di Sandro Moiso

senza chiedere permessoIl documentario di cui sto per parlare, almeno formalmente, non è ancora stato distribuito, ma costituisce sicuramente una delle testimonianze più forti della memoria operaia della Detroit italiana, Torino. Una testimonianza diretta, autentica e documentata, da quel Fiat-Nam che sconvolse l’orgoglio padronale, la politica italiana e gli equilibri di classe tra l’autunno caldo e il 1980.

Si tratta di “SENZACHIEDEREPERMESSO” di Pietro Perotti e Pier Milanese e, probabilmente, per poter essere distribuito nelle sale o come DVD avrà bisogno anche dell’aiuto di chi sta leggendo queste righe. Ma procediamo con ordine.

Pier Milanese, da almeno un trentennio, [...]]]> di Sandro Moiso

senza chiedere permessoIl documentario di cui sto per parlare, almeno formalmente, non è ancora stato distribuito, ma costituisce sicuramente una delle testimonianze più forti della memoria operaia della Detroit italiana, Torino. Una testimonianza diretta, autentica e documentata, da quel Fiat-Nam che sconvolse l’orgoglio padronale, la politica italiana e gli equilibri di classe tra l’autunno caldo e il 1980.

Si tratta di “SENZACHIEDEREPERMESSO” di Pietro Perotti e Pier Milanese e, probabilmente, per poter essere distribuito nelle sale o come DVD avrà bisogno anche dell’aiuto di chi sta leggendo queste righe. Ma procediamo con ordine.

Pier Milanese, da almeno un trentennio, si occupa di produzione e post-produzione cinematografica (in pellicola e video) su un terreno di impegno militante in quel di Torino. Mentre Piero Perotti, oggi ufficialmente pensionato, è una delle memorie storiche della classe operaia piemontese e delle azioni sindacali e sociali, messe in atto per migliorarne le condizioni di lavoro e di esistenza e per contrastare le “bronzee leggi” del capitale, fin dagli anni sessanta.

Insieme e nel corso di diversi anni hanno raccolto una serie di materiali straordinari sulla lotta di classe a Mirafiori, fuori e dentro la fabbrica, tra il luglio del ’69 e l’autunno del 1980.
Molte immagini, collezionate all’interno del film, provengono dalla cinematografia militante di quegli anni, ma ciò che costituisce il cuore di questo documento audiovisivo è dato dalle immagini “rubate” dallo stesso Perotti alle manifestazioni operaie e ai cancelli dello stabilimento Fiat con la piccola cinepresa portatile che aveva deciso di procurarsi proprio a tale fine.

In un’età di tablet, smart-phone, telecamere portatili o miniaturizzate in qualsiasi cellulare e di selfie, ci si dimentica troppo facilmente quanto fosse difficile, qualche decennio addietro, documentare gli eventi. Anche quelli che, a differenza di quelli fin troppo documentati di oggi, erano destinati a cambiare il rapporto tra le classi a favore dei diseredati.

Tra il 1969 e gli anni settanta, la classe operaia di uno dei più grandi stabilimenti automobilistici del mondo cambiò le regole del gioco. Le immagini del film ce ne trasmettono tutta la potenza, la creatività, anche la violenza spesso sufficientemente espressa, quest’ultima, più in potenza che in atto. Fu, in quegli anni, la classe operaia torinese l’epicentro di uno scontro globale che fece tremare le fondamenta dell’edificio costruito sulla base dello sfruttamento di classe.

Per questo, più tardi nel 1980, avrebbe dovuto pagare un prezzo altissimo. Avrebbe dovuto essere spogliata della sua capacità di resistenza, organizzazione ed iniziativa, politica e sindacale, per essere restituita, nuda, alle sue condizioni iniziali di sottomissione e dipendenza dall’iniziativa avversaria.

Il film documenta benissimo, in maniera spesso commovente, soprattutto per chi ha vissuto quegli anni alle porte della FIAT, tutto ciò. La formazione di una coscienza, lo sviluppo delle lotte e della solidarietà di classe, la capacità di reagire uniti su richieste egualitarie ed unificanti e quella di reagire alle provocazioni messe in atto dall’azienda, dai crumiri, dai fascisti e dalla polizia. Una forza immensa era entrata nell’arena della Storia; sì, proprio quella con la S maiuscola.

Donne e uomini, immigrati meridionali e lavoratori piemontesi lottavano uniti, creavano uniti un nuovo modo di fare politica ed attività sindacale, marciavano uniti per le strade prima del quartiere, poi della città. Una città dormitorio che si risvegliava a se stessa, riscoprendo l’orgoglio della classe operaia del primo novecento, del Biennio Rosso, degli scioperi spontanei del ’43 e della lotta antifascista. La storia di quella Torino, operaia e socialista, che aveva contribuito alla formazione del pensiero di Gramsci e della nascita, insieme a Napoli, del Partito Comunista d’Italia.

Tutto questo, forse, molti di quegli operai l’avrebbero imparato dopo, eppure ripresero il cammino proprio là dove era stato interrotto dalle repressione antisindacale ed antioperaia, ancor prima che anticomunista, degli anni cinquanta. E che aveva visto un primo, selvaggio risveglio, fuori da qualsiasi direttiva partitica o sindacale, proprio nei fatti di Piazza Statuto del luglio 1962.

Molti di loro erano in fabbrica da anni, molti, forse i più, erano entrati alla Fiat in seguito alla recente emigrazione dal Sud o al rientro dalle fabbriche tedesche. Simili a una moderna creatura di un capitalismo novello dottor Frankenstein, avevano imparato ad odiare il proprio creatore e a combatterlo. Ovunque, dentro e fuori gli stabilimenti.

I cortei interni, le perquisizioni dei guardiani alle porte, i volantinaggi, i fuochi dei picchetti, gli studenti con i giornaletti dell’estrema sinistra, il blocco della produzione, gli scioperi spontanei: tutto è documentato con un ritmo serrato, accompagnato dalla narrazione personale e vivace di Pietro Perotti. Così che, ancora una volta, la memoria personale si mescola con la memoria di classe, rifondandola. Come quasi sempre accade.

Non nei testi accademici, non nelle tesi di Partito, non nelle logiche politiche e nelle strategie sindacali, ma nella voce narrante, ancor più che in qualsiasi forma scritta, noi ritroviamo la memoria e la Storia delle classi subalterne. Subalterne soprattutto sul piano della comunicazione. Soprattutto là dove la comunicazione è scritta, dove la sintassi è ancora un’arma del padrone e, ancor più, lo è lo strumento televisivo, o radiofonico come ai tempi del Duce.

Per questo il gesto di Pietro, comperare ed imparare ad usare una piccola cinepresa, diventa così grande ed importante. Non solo per noi che, ora, possiamo usufruire di quelle straordinarie immagini, ma anche per l’epoca. Un’altra barriera veniva abbattuta, appunto senza chiedere permesso, precedendo di poco la nascita delle radio libere. La lotta operaia, ancora una volta, inventava una nuova cultura e nuova comunicazione. Di cui Pietro si fece portatore anche negli anni successivi all’abbandono della fabbrica, attraverso i suoi manifesti e i suoi mascheroni che accompagnano ancora tante manifestazioni.

marx alle porteSuo era il grande ritratto di Marx che, appeso alle porte della palazzina di Mirafiori, avrebbe assistito, ammutolito e attonito, all’ultima battaglia degli operai della città-fabbrica. La più amara.
Quella in cui si consumarono, durante i 37 giorni dell’autunno del 1980, tutti i tradimenti sindacali e politici possibili. Quella con cui l’intera classe dirigente italiana , a partire dalla famiglia Agnelli fino al PCI di Berlinguer, aveva deciso di restaurare l’ordine e il comando sulla forza lavoro. Con un costo altissimo per tutta la classe operaia italiana.

E, sotto questo punto di vista, le immagini parlano e dicono più di ogni commento. Negli anni precedenti i lavoratori di Mirafiori avevano occupato il territorio. Erano diventati punto di riferimento per gli operai di tutto l’indotto Fiat e per quelli degli altri settori produttivi. Per gli studenti, gli operai, per i soldati inquadrati nei Proletari in divisa, per ogni settore della società. Avevano guardato fuori, al mondo e lo avevano fatto proprio.

Nei 37 giorni, tra il 10 settembre e il 16 ottobre 1980, gli operai che sono fuori dalle officine guardano verso l’interno della fabbrica. Un rovesciamento di prospettiva che prelude soltanto alla sconfitta. I grandi viali sono alle loro spalle e sono esclusi dalle officine. Guardano il balletto degli oratori, con capofila Berlinguer e i leader sindacali, che altro non fanno che illuderli e deviarli verso la resa. Che avverrà con una votazione truffa dopo la marcia dei quarantamila. Truffaldina anche quella, nei numeri e nei partecipanti.

I capi sono stati affluire da tutta Italia. In realtà non sono più di 10 – 12.000 (questa anche la prima cifra ufficiale della prefettura). Il corteo ha un carattere decisamente reazionario e antioperaio […] Nel pomeriggio,incontro Fiat -sindacati. Alle 22,30 la segreteria GGIL- CISL – UIL e la FLM vanno <<all’accertamento dell’ipotesi conclusiva>>. Tre ore di corteo di 12.000 capi sembrano valere di più per Lama, Carniti e Benvenuto, di 35 giorni di lotta di 100.000 operai e di milioni di lavoratori scesi in piazza al loro fianco in tutta Italia […] All’alba (giorno successivo) l’apparato del PCI è mobilitato ai cancelli per convincere i suoi militanti che bisogna accettarla1

La marcia dei 40.000, che nel 1980 segnò i destini della lotta dei 35 giorni alla Fiat si sarebbe potuta fermare, non farla neanche partire”. E’ quello che sostiene Pietro Perotti nel film. E probabilmente ha ragione, ma sarebbe occorso che gli operai della fabbrica più grande d’Italia tornassero a fare quello che avevano fatto nel decennio precedente, ogni volta che si era presentata l’occasione: occupare le strade e la città.

Ma in quel momento, una volta allontanati dalle officine, con gli arresti o i licenziamenti, tutti coloro che avevano guidato le lotte, i reparti non reagirono più allo stesso modo. La stanchezza e la sfiducia presero il posto del coraggio, della sfida e della lotta. Con una sapiente regia del sindacato e del Partito comunista. Soprattutto della federazione torinese del Partito che annoverava tristi figuri del calibro di Piero Fassino e di Giuliano Ferrara.

Le conseguenze si fanno sentire ancora adesso a Melfi, in quel che rimane degli stabilimenti torinesi, nel job act e nella spocchia di Marchionne e di Renzi. Quello fu un appuntamento storico e tutti i carnefici di adesso possono rallegrarsi ancora di quella sconfitta.
A noi rimangono la memoria di momenti gloriosi e di volti magnifici. Sconosciuti e conosciuti che, per chi ha avuto la fortuna di vivere quegli anni e quelle lotte, non possono non far spuntare lacrime di nostalgia, di tenerezza e di rabbia. Che ci accompagneranno sempre.

Il film, però, come si diceva all’inizio, per essere completato ha bisogno anche del vostro aiuto. Parzialmente finanziato dalla Fiom-CGIL, grazie alla disponibilità dimostrata all’epoca della sua ideazione da Giorgio Airaudo, ha oggi bisogno del soccorso di contributi in crowd funding.
Per questo gli autori vi chiedono di sottoscrivere la loro raccolta fondi inviando un bonifico all’Iban qua sotto, specificando nella causale:
SENZACHIEDEREPERMESSO, con il vostro nome e indirizzo mail
intestato a:
Cinefonie.
Banco Desio
IT28V0344001000000000490500

In ricordo di Rocco Papandrea, Raffaello Renzacci, dei militanti operai di Lotta Continua e di tutti gli altri 70.000 che fecero tremare il mondo per il solo fatto di esistere e lottare, coscienti e auto-organizzati.


  1. Con Marx alle porte. I 37 giorni alla FIAT, Nuove Edizioni Internazionali, Milano novembre 1980, pp. 41-42  

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