Benetton – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 28 Jun 2026 05:57:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Imitation of life https://www.carmillaonline.com/2020/08/09/imitation-of-life/ Sun, 09 Aug 2020 20:00:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61940 di Alessandra Daniele

Il nuovo ponte di Genova è stato aperto al pubblico, e consegnato alla gestione dei Benetton. Le autorità hanno simulato cordoglio per le vittime, ma l’inaugurazione è stata sfruttata in pieno come mega-spot per le Grandi Opere, con tanto di Frecce Tricolori. I politici nostrani hanno grandi capacità mimetiche, ma c’è qualcosa che gli riesce particolarmente difficile: fingersi umani. Tutte le volte che ci provano, anche di poco, il risultato è agghiacciante e controproducente. D’Alema che cucina il risotto. Monti col cagnolino. Salvini che gioca a biglie sulla spiaggia. Di Maio che limona. Non a caso, il personaggio [...]]]> di Alessandra Daniele

Il nuovo ponte di Genova è stato aperto al pubblico, e consegnato alla gestione dei Benetton.
Le autorità hanno simulato cordoglio per le vittime, ma l’inaugurazione è stata sfruttata in pieno come mega-spot per le Grandi Opere, con tanto di Frecce Tricolori.
I politici nostrani hanno grandi capacità mimetiche, ma c’è qualcosa che gli riesce particolarmente difficile: fingersi umani.
Tutte le volte che ci provano, anche di poco, il risultato è agghiacciante e controproducente.
D’Alema che cucina il risotto. Monti col cagnolino. Salvini che gioca a biglie sulla spiaggia. Di Maio che limona.
Non a caso, il personaggio politico attualmente in ascesa nei sondaggi è quello che fa di meno per sembrare un essere umano, cioè Giorgia Meloni.
Il successo della sua competitor diretta preoccupa molto Matteo Salvini, che cerca di recuperare il terreno perduto continuando ad aggrapparsi al suo unico, sfiatato cavallo di battaglia, l’istigazione all’odio razziale.
Mentre l’altro Matteo (Renzi), in cambio del suo sostegno alla legge elettorale proporzionale concepita proprio per fottere Salvini, pretende un paio di ministeri e uno sbarramento al 3% che il suo microscopico fanclub possa superare col salto della pulce.
Entrambi i Matteo sperano in una ripartenza personale, una seconda occasione per dimostrare la loro utilità al sistema di potere che li ha prodotti come Droni Cazzari, ma sono già modelli obsoleti. Si disfano a vista d’occhio.
Renzi sopravvive nell’atmosfera modificata del parlamento, come un batterio anaerobico.
A Salvini resta il ruolo di logoro spaventapasseri, finché il sistema non deciderà che l’urlo della Meloni terrorizza l’occidente più dei suoi rutti.
Intanto il Movimento 5 Stelle continua a squagliarsi in una decina di diversi rivoli liquamosi, come un gelato misto sulla spiaggia.
Anche per i droni grillini, che in teoria vengono dalla “gente comune”, diventa sempre più arduo simulare umanità.
“Bisogna essere duri, inflessibili”, ha dichiarato Conte sugli immigrati. Perché sono poveracci. Coi cravattari dell’Unione Europea invece, ci vuole flessibilità.
L’accordo coll’UE per il Recovery Fund non sarà sottoposto al voto della piattaforma Rousseau.

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Cadaveri e papere https://www.carmillaonline.com/2020/07/19/cadaveri-e-papere/ Sun, 19 Jul 2020 20:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61456 di Alessandra Daniele

“Per bloccare la revoca della concessione autostradale ai Benetton dovrebbero passare sul mio cadavere” aveva promesso solennemente Luigi Di Maio nell’agosto 2018, mentre i social si concentravano sulle papere di Toninelli. La concessione non è stata revocata. Lo Stato ha promesso di ricomprarsela a rate dai Benetton, mentre i magliari si godono il rialzo in Borsa del titolo Atlantia. Non sul cadavere metaforico di Luigi Di Maio, ma sui cadaveri reali delle 43 vittime del Ponte Morandi. Perché, ormai è ovvio, non c’è promessa che il Movimento 5 Stelle non sia disposto a rimangiarsi e tradire, pur di restare [...]]]> di Alessandra Daniele

“Per bloccare la revoca della concessione autostradale ai Benetton dovrebbero passare sul mio cadavere” aveva promesso solennemente Luigi Di Maio nell’agosto 2018, mentre i social si concentravano sulle papere di Toninelli.
La concessione non è stata revocata.
Lo Stato ha promesso di ricomprarsela a rate dai Benetton, mentre i magliari si godono il rialzo in Borsa del titolo Atlantia.
Non sul cadavere metaforico di Luigi Di Maio, ma sui cadaveri reali delle 43 vittime del Ponte Morandi.
Perché, ormai è ovvio, non c’è promessa che il Movimento 5 Stelle non sia disposto a rimangiarsi e tradire, pur di restare al governo insieme a quel PD che lo stesso Di Maio definiva “il partito di Bibbiano”, e col quale giurava di non voler avere “niente a che fare”.
Diamo da sette anni – giustamente – del cazzaro a Renzi e Salvini, ma non ci sono peggiori cazzari dei cinquestelle. Dietro la cortina fumogena dei loro birignao finto ingenui e delle stucchevoli gaffe da neofita, si annidano livelli di cinismo, opportunismo, trasformismo e doppiezza degni della peggiore Democrazia Cristiana. Tradimenti reciproci compresi.
Di Maio già lavora a un governissimo con Mario Draghi premier e l’ex socio Salvini, che usava il tricolore per “pulirsi il culo”, e adesso per coerenza se lo mette in faccia, come mascherina.
Intanto Giuseppe Conte, “l’avvocato degli italiani” si prepara a vendere cara la poltrona, prorogando lo stato d’emergenza per poterli rimettere tutti agli arresti domiciliari.
Gli elettori del Movimento 5 Stelle dovrebbero organizzare una class action, e denunciare Grillo e Casaleggio per truffa aggravata. E dovrebbero farlo al più presto possibile. Prima della prossima porcata, e della prossima tragedia della quale il Movimento si renderà complice.

“Ogni menzogna che diciamo, contraiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito va pagato”.
Valery Legasov, Chernobyl

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C’è posta per lui https://www.carmillaonline.com/2018/09/09/ce-posta-per-lui/ Sun, 09 Sep 2018 20:00:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48554 di Alessandra Daniele

“Ci fanno rivedere sempre lo stesso film” – Philip K. Dick

Dopo un decennio di proclami giustizialisti, la Banda degli Onesti grillini si ritrova socia d’un partito in bancarotta per truffa, che in pieno stile berlusconiano accusa la magistratura di trame golpiste. Il loro ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è indagato anche per sequestro di persona, un reato che prevede fino a 30 anni di galera. Come in un reality Mediaset, Salvini ha aperto in diretta la busta dell’avviso di garanzia, bevendoci su (product placement) e coinvolgendo in una chiamata di correo [...]]]> di Alessandra Daniele

“Ci fanno rivedere sempre lo stesso film” – Philip K. Dick

Dopo un decennio di proclami giustizialisti, la Banda degli Onesti grillini si ritrova socia d’un partito in bancarotta per truffa, che in pieno stile berlusconiano accusa la magistratura di trame golpiste.
Il loro ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è indagato anche per sequestro di persona, un reato che prevede fino a 30 anni di galera. Come in un reality Mediaset, Salvini ha aperto in diretta la busta dell’avviso di garanzia, bevendoci su (product placement) e coinvolgendo in una chiamata di correo tutti i suoi elettori.
Nessuno però, neanche gli stessi magistrati, s’aspetta davvero che venga processato, né tantomeno condannato, perché tutti sanno che allo stato attuale delle cose, la sua condanna provocherebbe una crisi di sistema, un esplosivo conflitto istituzionale, e forse addirittura scontri di piazza.
Grazie alla sua popolarità, dovuta a una serie di promesse irrealizzabili, e di ferini appelli ai peggiori istinti fascio-razzisti del paese, oggi Salvini è di fatto al di sopra della legge.
L’Italia non è uno Stato di Diritto, né una Democrazia moderna, e non lo è mai stata.
È un’oligarchia tribale nella quale il Cazzaro che la spara più grossa, e diventa più popolare, acquisisce così totale impunità.
Finché è popolare.
Questo quindi non significa che Salvini non possa essere rimosso. Significa che prima di essere rimosso dev’essere disinnescato.
Che quegli stessi media che l’hanno reso popolare facendogli da megafono, dovranno smascherarlo. Se e quando i loro proprietari lo riterranno conveniente per i loro interessi. Berlusconi, Zuckerberg, Murdoch.
Finora il cosiddetto Governo del Cambiamento è di fatto in totale continuità col governo precedente. Sull’Ilva è passato l’accordo stipulato da Calenda, sull’immigrazione si prosegue la linea Minniti, sui vaccini resta in vigore il decreto Lorenzin.
Il Reddito di Cittadinanza s’annuncia come un semplice ampliamento del renziano Reddito d’Inclusione, la presunta Flat Tax sarà soltanto un’agevolazione fiscale per le imprese come quella del governo Gentiloni.
Tutti i grilloverdi ora promettono il rispetto d’ogni vincolo economico imposto dall’Unione Europea.
TAV e TAP restano confermati.
Le concessioni autostradali restano ai Benetton.
Nell’incontrare Salvini, Tony Blair aveva senz’altro di che sorridere.
La vulgata mediatica però rimane quella dei Nuovi Barbari distruttori del Vecchio Ordine, e secondo i sondaggi gli elettori continuano ad abboccare.
Il compito affidato a Salvini è quello di dirottare qualsiasi malumore  popolare su profughi, mendicanti, e sfrattati.
In Italia – e non solo – non esiste più la montesquiana separazione fra i poteri, perché c’è rimasto un solo vero potere, controllato dal denaro, ed è la Propaganda.
L’unica vera sovrana d’un paese rincoglionito che vede invasori alieni dappertutto, e continua ad acclamare un Cazzaro dopo l’altro.
La capacità di manipolare il prossimo dall’interno della sua stessa mente è l’essenza del potere.
È quello l’interno che conta amministrare.
“Chi controlla la percezione della realtà, controlla la realtà” – Philip K. Dick
Esattamente come Renzi, Salvini non ha in realtà nessun controllo sulla fonte della sua impunità, e del suo potere.
Quella che la magistratura gli punta alla testa per adesso è una pistola scarica. Saranno i media a decidere se e quando metterci le pallottole.
Chi controlla la percezione di Salvini, controlla Salvini.
E l’Italia.

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Il Governo Tenco https://www.carmillaonline.com/2018/08/26/il-governo-tenco/ Sun, 26 Aug 2018 17:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47988 di Alessandra Daniele

“Sì, lo so che questa non è certo la vita Che ho sognato un giorno per noi Vedrai, vedrai che cambierà Forse non sarà domani Ma un bel giorno cambierà Vedrai, vedrai Non son finito sai Non so dirti come e quando Ma vedrai che cambierà”.

Dopo averle votate e rinnovate per anni, oggi la Lega non ha nessuna reale intenzione di revocare le concessioni ai Benetton come ha promesso il cosiddetto Governo del Cambiamento. Quindi Salvini ha passato tutta la settimana a fare l’unica cosa di cui è capace: dirottare l’attenzione sul [...]]]> di Alessandra Daniele

“Sì, lo so che questa non è certo la vita
Che ho sognato un giorno per noi
Vedrai, vedrai che cambierà
Forse non sarà domani
Ma un bel giorno cambierà
Vedrai, vedrai
Non son finito sai
Non so dirti come e quando
Ma vedrai che cambierà”.

Dopo averle votate e rinnovate per anni, oggi la Lega non ha nessuna reale intenzione di revocare le concessioni ai Benetton come ha promesso il cosiddetto Governo del Cambiamento.
Quindi Salvini ha passato tutta la settimana a fare l’unica cosa di cui è capace: dirottare l’attenzione sul solito capro espiatorio, l’ennesimo sparuto gruppo di profughi appositamente bloccati su una nave.
Il disumano, infame diversivo ha fatto comodo anche al PD, che ha potuto recitare la parte del poliziotto buono, fingendo di non essere corresponsabile delle torture subite dai migranti nei lager finanziati dalla dottrina Minniti.
La nave coi profughi presi in ostaggio dal governo italiano però era italiana, perciò l’Unione Europea non ha ceduto al ricatto mediatico, e stavolta non ha neanche finto d’accettare di accoglierne alcuni.
L’UE non è migliore di Salvini. E ci ha assegnato il ruolo di buttafuori, non di buttadentro.
Pupazzetto Di Maio ha quindi alzato la posta, impiccandosi – inutilmente – all’ennesima promessa cazzara: smettere di versare i contributi italiani all’Unione Europea. Una vecchia idea di Renzi. “Smetto quando voglio” ha dichiarato. Subito smentito dal ministro degli Esteri.
Intanto Salvini finiva indagato per abuso d’ufficio, arresto illegale, e sequestro di persona.
Alla fine è intervenuta la Conferenza Episcopale Italiana, offrendosi di risolvere accogliendo i profughi ovviamente in Italia.
Salvini ha ceduto, spacciando la terribile figura di merda per una vittoria, ed ha autorizzato lo sbarco.
Adesso il suo governicchio ha un grosso debito pure col Vaticano. Possiamo definitivamente scordarci che gli faccia pagare l’Ici.
Ma ricapitoliamo le principali promesse con le quali i Cazzari Grilloverdi avevano (separatamente) vinto le elezioni:

  • Abolizione totale della legge Fornero
  • Ripristino dell’articolo 18
  • Reddito di cittadinanza o Pensione di cittadinanza per 5 milioni di poveri
  • Flat Tax per tutti
  • Asili nido gratis
  • Internet a banda larga gratis
  • Abolizione delle accise
  • Abolizione degli studi di settore, Redditometro e Spesometro
  • Legge anti-corruzione e mafia degli appalti
  • Blocco di TAV e TAP
  • Legge contro il conflitto di interessi
  • Ministero per le disabilità
  • Rimpatrio immediato di 600 mila immigrati
  • Riconversione ecologica dell’Ilva

Verrà il giorno in cui torturare profughi bloccandoli su una nave non basterà più per distrarre gli italiani dai disastri, e dalle promesse non mantenute. Per quel momento, Salvini e Di Maio hanno un Piano B:

  • Fase uno: Dare la colpa all’Europa.
  • Fase due: Darsi la colpa a vicenda
  • Fase tre: Far cadere il governo, e passare mano a un tecnico che faccia tutto il lavoro sporco, e si prenda tutta la colpa.
  • Fase quattro: Tornare a votare, e rivincere con le stesse promesse irrealizzabili, perché tanto gli elettori italiani hanno la memoria d’un pesce rosso e l’intelligenza d’una spugna di mare.

Funzionerà di nuovo?

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Ponti d’oro https://www.carmillaonline.com/2018/08/19/ponti-doro/ Sun, 19 Aug 2018 17:00:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48065 di Alessandra Daniele

La specie umana ha fatto anche cose buone. Lo dirà probabilmente chi verrà dopo di noi sulla terra, alieni, intelligenze artificiali, batteri evoluti. Non lo diranno delle opere d’arte delle quali siamo più fieri, affreschi, poemi, sinfonie che per loro avrebbero poco significato. Lo diranno delle infrastrutture che potranno essergli utili, ponti, strade, acquedotti. Saranno però ponti, strade e acquedotti costruiti dall’Impero Romano, perché quelli della nostra era non solo non ci sopravviveranno, ma probabilmente ci uccideranno, crollandoci addosso. Come il ponte Morandi di Genova, mal costruito fin dall’inizio, sottoposto da decenni [...]]]> di Alessandra Daniele

La specie umana ha fatto anche cose buone. Lo dirà probabilmente chi verrà dopo di noi sulla terra, alieni, intelligenze artificiali, batteri evoluti.
Non lo diranno delle opere d’arte delle quali siamo più fieri, affreschi, poemi, sinfonie che per loro avrebbero poco significato. Lo diranno delle infrastrutture che potranno essergli utili, ponti, strade, acquedotti.
Saranno però ponti, strade e acquedotti costruiti dall’Impero Romano, perché quelli della nostra era non solo non ci sopravviveranno, ma probabilmente ci uccideranno, crollandoci addosso.
Come il ponte Morandi di Genova, mal costruito fin dall’inizio, sottoposto da decenni a un traffico quattro volte superiore al previsto, e abbandonato a una manutenzione palesemente insufficiente. La prevenzione non è un’attività redditizia.
Neanche la progettata variante della Gronda, che sarebbe pronta solo nel 2029, avrebbe evitato il crollo, a meno di fantascientifici effetti retroattivi. Chi oggi lo afferma è un cazzaro, o un renziano, cioè un cazzaro.
Se un ponte autostradale si sbriciola facendo una strage, la revoca delle concessioni alla Società Autostrade, e ai magliari a cui è stata regalata dall’Ulivo, è atto dovuto innanzitutto in base al principio di precauzione, il fatto è così intuitivo da essere stato intuito persino da Toninelli.
Non dalla stampa mainstream però, finora schierata in difesa dei Benetton e dei loro affari d’oro, e più in lutto per il crollo in borsa del titolo Atlantia, che per quello del ponte.
Il fatto che il cosiddetto centrosinistra, invece di pretendere giustizia per le vittime, difenda a spada tratta su giornali e social i monopolisti miliardari che avevano assicurato che quel ponte sarebbe durato cent’anni, spiega perfettamente perché gli elettori italiani abbiano preferito votare letteralmente chiunque altro.
Se abbiamo un ministro dell’Interno che si fa i selfie coi fans ai funerali di Stato, è perché abbiamo un PD che, mentre ancora si estraevano cadaveri dalle macerie, chiedeva un’inchiesta alla Consob per tutelare gli interessi degli azionisti di Atlantia.
Il Movimento 5 Stelle ha fatto anche cose buone. Opporsi alle Grandi Opere dei pupi e dei pupari, e alle cementificazioni idrosolubili è una. La nazionalizzazione delle infrastrutture, di cui parla adesso un Di Maio insolitamente condivisibile, potrebbe essere un’altra, se non fosse soltanto l’ennesima promessa irrealizzabile, l’ennesima arma di distrazione di massa. La procedura è partita, vedremo dove arriverà.
E vedremo se anche lo Stato continuerà ad amministrare secondo le stesse logiche capitalistiche omicide dei privati.
Intanto Genova è spezzata a metà da una nuova zona rossa.
I monconi del ponte zombie incombono sui palazzi e sui capannoni sottostanti, evacuati d’urgenza. Più di 560 sfollati, mentre le macerie ancora intasano il greto del torrente, minacciando di farlo esondare alle prossime piogge.
E in Italia ci sono ancora centinaia di strutture sottoposte allo stesso rischio di crollo.
In un paese che cade a pezzi, l’emergenza non è mai finita.

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Morire a Dacca https://www.carmillaonline.com/2016/07/10/morire-a-dacca/ Sat, 09 Jul 2016 23:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=31764 di Alexik

bangladesh- casillas4In Bangladesh ci sono molti modi per morire. Si muore da operaia, nell’incendio di una fabbrica o sotto le sue macerie. Si muore in un corteo, uccisi dalla polizia mentre si chiedono diritti e salario. Si muore da sindacalista, buttato in un fosso con le ossa spezzate. Non solo in un ristorante, massacrati da un commando.

C’è un dato che emerge fra le righe delle cronache della strage al Holey Artisan Bakery di Dacca. Un dato che accomuna i mestieri di tutte le nove vittime [...]]]> di Alexik

bangladesh- casillas4In Bangladesh ci sono molti modi per morire.
Si muore da operaia, nell’incendio di una fabbrica o sotto le sue macerie.
Si muore in un corteo, uccisi dalla polizia mentre si chiedono diritti e salario.
Si muore da sindacalista, buttato in un fosso con le ossa spezzate.
Non solo in un ristorante, massacrati da un commando.

C’è un dato che emerge fra le righe delle cronache della strage al Holey Artisan Bakery di Dacca. Un dato che accomuna i mestieri di tutte le nove vittime italiane: il lavoro nel settore dell’abbigliamento come imprenditori, manager, buyer, supervisore, addetta al controllo qualità. E’ bizzarro ritrovare in Bangladesh una tale concentrazione di figure professionali che – se escludiamo i distretti dell’immigrazione imprenditoriale cinese – qua in Italia sembravano avviate all’estinzione.

Secondo l’Istat il comparto qui da noi si è ridotto da un milione e centomila occupati nel 1980 a poco più di quattrocentomila nel 20151. Deve trattarsi di uno strano fenomeno, visto che, a detta dell’ICE (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), ancor oggi “l’Italia è il terzo esportatore mondiale di tessili-abbigliamento dopo Cina e Germania”.
Evidentemente qualcosa non torna. Chi lo produce tutto sto made in Italy ?

C’entrano, per caso, quei 2,465 miliardi di euro di articoli d’abbigliamento importati dalla Cina nel 2015, o quei 952 milioni importati dal Bangladesh, o quei 684 milioni importati dalla Romania2 …. ?

Produrre all’estero e fare profitti in patria

All’inizio degli anni ’90 il tessile italiano comincia a spostare all’estero le sue reti di subfornitura. Approfitta del via libera della Comunità Europea al ‘traffico di perfezionamento’, un regime doganale che consente di esportare materie prime e reimportare prodotti finiti in compensazione, senza oneri tariffari. Sono gli anni in cui i cambi di regime oltre Adriatico aprono possibilità insperate di delocalizzazione, alla portata anche delle medie imprese.

Faenza: in lotta contro la delocalizzazione della Omsa, 2012. Foto: Eleonora di Martino.

Faenza: in lotta contro la delocalizzazione dell’Omsa, 2012. Foto: Eleonora di Martino.

Da allora gli scantinati del Salento o del Nord Est, dove le fabbrichette clandestine tagliano e cuciono per i grandi marchi, iniziano a svuotarsi.
Gradualmente si spostano anche i capannoni delle lavorazioni industriali. Marzotto trasferisce gli impianti dell’ex Lanerossi in Slovacchia e Lituania. Trasferisce le lavorazioni più nocive, come quelle della Marlane, delocalizzata a Brno dopo essersi lasciata dietro 107 operai morti e malati, oltre alle tonnellate di scorie tossiche seppellite sotto lo stabilimento di Praia a Mare. Stefanel e Diesel si spostano a Timisoara, e così via, fino ai giorni nostri, con la OMSA/Golden Lady delocalizzata in Serbia3.

Nel 1995 l’annuncio della fine dell’Accordo Multifibre, che limitava le quantità di tessili esportabili dai paesi in via di sviluppo, apre definitivamente la strada dell’Asia. Anche i grandi marchi come Valentino, IT Holding, La Perla, Armani, Mariella Burani, Laura Biagiotti, Roberto Cavalli, cominciano a non disdegnare la produzione di seconde linee o del denim (il tessuto dei jeans) in Cina, India, Turchia, Indonesia, accanto all’Egitto e Repubblica Ceca4. Per non parlare di Benetton, che dell’internazionalizzazione ha fatto sistema.

Bangladesh, bambini al lavoro, 2015. Foto: Claudio Montesano Casillas.

Bangladesh, bambini al lavoro, 2015. Foto: Claudio Montesano Casillas.

Il fenomeno è accompagnato dalla consueta retorica: ‘in Italia ci sono i lacci e i lacciuoli’, ‘la produzione in patria non è più competitiva‘, ‘la delocalizzazione innalzerà i livelli di professionalità del personale italiano, perché resteranno in Italia le funzioni alte del fashion’, eccetera, eccetera.
Produrre all’estero e fare profitti in patria”, uno studio dal titolo schietto redatto dal Dipartimento di Scienze Economiche della Ca’ Foscari, spiega la faccenda con meno ipocrisie: su 1000 euro di fatturato, il profitto lordo di un’impresa italiana che produce abbigliamento in patria è di 150 €. Se produce in Romania diventa 400 €. Insomma, non è che il profitto in Italia non ci sia, è che ai padroni non basta5.

E se possono guadagnare quasi il triplo in Romania, dove il costo del lavoro è un decimo del nostro, figuriamoci in Bangladesh, il paese dove i salari degli operai tessili sono fra i più bassi del mondo. O meglio, delle operaie, visto che l’80% della forza lavoro del settore è femminile.

Salari minimi

Morire di fame

La retorica del ‘aiutiamoli a casa loro‘ insiste sul fatto che quei salari sono commisurati agli standard di quei paesi. Peccato che non siano commisurati alla soglia di sussistenza, che in Bangladesh si aggira attorno ai 260,00 euro al mese6.
I salari al sotto del minimo vitale sono la prima violenza. Costringono a sottomettersi a livelli disumani di straordinario per poter arrotondare la paga. Gli orari lunghissimi pesano sulla salute delle operaie, impediscono di trovare il tempo per riposarsi a sufficienza o per alfabetizzarsi.
Il reddito familiare non permette un’abitazione decente, cibo e cure sufficienti.
Non ci sono soldi per mandare i figli a scuola. Con gli adulti sequestrati al lavoro, i bambini restano semiabbandonati, oppure vengono messi in produzione, per permettere alla famiglia di sopravvivere.

Bangladesh: bambina, 2015. Foto Claudio Montesano Casillas.

Bangladesh: operaia, 2015. Foto Claudio Montesano Casillas.

La legge del Bangladesh prevede 112 giorni retribuiti di congedo per maternità, ma se va bene, la maggior parte delle operaie lavora fino a due settimane prima del parto7.

Morire di sabbia

La seconda violenza sono le condizioni di nocività e insicurezza.
Una caratteristica dei processi di delocalizzazione è quella di trasferire all’estero le lavorazioni più nocive per aggirare le patrie restrizioni in materia di ambiente e sicurezza del lavoro.
È così che la sabbiatura (sandblasting), il processo per l’invecchiamento artificiale dei jeans, ha preso la strada dell’Asia, concentrandosi inizialmente in Turchia.
Le modalità di lavoro, attuate in assenza delle più basilari misure di protezione, hanno provocato ben presto in quel paese il dilagare di patologia polmonari (silicosi, tubercolosi, tumori) fra i lavoratori dell’abbigliamento. Nel 2009, le organizzazioni operaie turche e le campagne di denuncia internazionale hanno ottenuto il bando dalla Turchia dell’uso della silice nei processi di sandblasting … e così la lavorazione è stata delocalizzata altrove, in Cina, Bangladesh, India, Pakistan e Nord Africa.

Bangladesh: sabbiatura dei jeans, 2010. Foto: Allison Joyce.

Bangladesh: sabbiatura dei jeans, 2010. Foto: Allison Joyce.

Si stima che circa la metà delle 200.000 paia di jeans esportate dal Bangladesh nel 2012 sia stato sottoposta a processi di sabbiatura.
Nello stesso anno, la Clean Clothes Campaign ha condotto un’indagine sul sandblasting in Bangladesh8. Ne è emersa la storia di Abdul, 32 anni, che dopo due di sabbiatura ha cominciato a sentire male al petto, febbre e debolezza, ma non riesce a pagarsi le analisi. Abdul, che ha chiesto invano ai suoi capi che gli cambiassero reparto, perchè tossisce e sputa sabbia.
E poi c’è la storia di Rasheed, 24 anni di vita di cui due di sabbiatura. Rasheed con i polmoni dolenti, pieni di muco. Rasheed che sputa sangue, ma non può permettersi le cure.
Mohammad, sabbiatore venticinquenne, invece si è indebitato per pagare esami medici e farmaci che non servono a niente. Sono costati 1.600 taka, e il suo stipendio era 3.400 tk (32 euro). La fabbrica non glieli rimborsa. Mohammad usa due maschere quando lavora, una sopra l’altra, ma non bastano. A fine turno, dice, tossisce palle di sabbia.

I lavoratori intervistati hanno riconosciuto, sui capi da sabbiare, le etichette delle statunitensi Levi’s, Lee ed Esprit, della svedese H&M, della danese C&A, della spagnola Zara, e delle nostrane Diesel e Dolce & Gabbana.

Morire nel fuoco o nei crolli

Negli ultimi 20 anni le esportazioni bengalesi di abbigliamento hanno subito una crescita esponenziale.

Bangladesh garment exports

Per approfittarne al massimo gli imprenditori locali del settore hanno trasformato in fabbriche molti edifici costruiti per altri scopi. Le imprese hanno innalzato piani supplementari o aumentato la forza lavoro e le macchine oltre la capacità di sicurezza delle strutture.
Questo completo disinteresse verso questioni quali l’adeguatezza delle vie di fuga, la stabilità degli edifici, la sicurezza degli impianti elettrici, ha provocato migliaia di morti e feriti, in un crescendo di incendi e di crolli (i dettagli in appendice) che si sono susseguiti fino al collasso del Rana Plaza, il più grande disastro della storia mondiale dell’industria dell’abbigliamento.
Sotto le macerie del Rana Plaza morirono, il 24 aprile 2013, 1132 persone (più di 2.000 i feriti), prevalentemente operaie che producevano per una varietà di marchi americani ed europei, fra i quali i nostri Benetton, YesZee, Manifattura Corona e Pellegrini.

Ma se la modernità del capitalismo globale sembra riportare le condizioni di lavoro indietro di un secolo, ai tempi del Triangle Fire, i lavoratori bengalesi non si sono lasciati fare tutto questo senza reagire.  (Continua)

Nota: la foto di apertura è di Claudio Montesano Casillas. La galleria del suo reportage fotografico sul lavoro minorile nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh è stata pubblicata sul sito di Lettera 43.

Appendice9:

25 febbraio 2005 – crollo del Phoenix Building – zona industriale di Tejgaon, Dacca. Il Phoenix Building ospitava varie fabbriche di abbigliamento per l’esportazione, fra cui la Phoenix Garments. Entrambi, Phoenix Building e Phoenix Garments, appartenevano allo stesso proprietario. Nell’edificio era in corso una ristrutturazione per convertire i piani superiori in un ospedale privato. Il crollo ha coinvolto 150 lavoratori edili ed un numero imprecisato di lavoratori tessili.

25 febbraio 2005 – esplode un trasformatore al Gruppo Industriale Imam di Chittagong: 57 lavoratori dell’abbigliamento rimangono feriti.

Fabrikeinsturz in Bangladesch11 aprile 2005 –  crollo della Spectrum: 64 morti, almeno 74 feriti, tra cui diversi lavoratori con invalidità permanenti.  La fabbrica, costruita su un terreno paludosi di Savar, a 30 km da Dacca, è crollata sugli operai del turno di notte.
Nei giorni precedenti gli operai avevano segnalato le crepe nei muri. Gli era stato detto di tenere la bocca chiusa e tornare al lavoro. La Spectrum operava in violazione del permesso di costruzione dell’edificio, non rispettava  le norme sui minimi salariali e sul giorno libero.
Committenti della Spectrum: Inditex (Spagna), Carrefour, Solo Invest, CMT Windfield (Francia), Cotton Group (Belgio), KarstadtQuelle, New Yorker, Bluhmod (Germania), Scapino (Paesi Bassi), e New Wave Group (Svezia).

A firefighter inspects a garment factory after a devastating fire in Savar23 febbraio 2006 – incendio alla KTS Textile Industries di Chittagong: 61 morti (fra cui tre ragazze di 12, 13 e 14 anni), circa 100 feriti. Al momento dell’incendio, causato da un corto circuito,  c’erano dalle 400 alle 500 persone in fabbrica. Il cancello principale era stato bloccato per “impedire furti” . Non c’era nessuna attrezzatura antincendio, né erano mai state fatte esercitazioni.
Della KTS si ricordano anche gli  straordinari forzati, sette giorni a settimana di lavoro, il pagamento al di sotto del salario minimo, la negazione dei diritti di maternità previsti dalla legge, la violenza fisica contro i lavoratori, la negazione della  libertà di associazione e del diritto di contrattazione collettiva.
Committenti della KTS: Uni Hosiery, Mermain International, ATT Enterprise, VIDA Enterprise, Leslee Scott Inc, Ambiance, Andrew Scott.

25 febbraio 2006 – esplosione all’Imam Group, Chittagong:  57 feriti.
In seguito all’esplosione di un trasformatore i lavoratori si sono precipitati verso le uscite: decine sono stati feriti cercando di uscire dalle porte troppo strette.
Committenti dell’Imam Group:  i giganti USA Kmart e Folsom Corporation.

6 marzo 2006 – incendio alla Fashions Sayem, Gazipur: 3 morti, circa 50 feriti.
Scoppia un incendio provocato da un corto circuito presso l’edificio che ospita la Sayem Fashions, la SK  Sweater e la Radiance Sweater, a 35 chilometri da Dacca. Le uscite di sicurezza sono ostruite dagli scatoloni in deposito. Le organizzazioni sindacali riferiscono altre violazioni dei diritti dei lavoratori: settimana di sette giorni, lunghi orari di lavoro.
Committenti: Inditex, Charles F. Berg, Wet, Ada Gatti, Bershka Company, BSK Garments, X-Mail, Kreisy, Persival (non confermato).

Garib25 febbraio 2010 – incendio alla Garib and Garib: 21 morti, circa 50 feriti.
Alle 21,30 il fuoco, apparentemente causato da un corto circuito, ha attaccato il primo dei sette piani del palazzo diffondendosi rapidamente sui materiali tessili.
Non c’erano attrezzature antincendio, o erano inappropriate. La scarsa ventilazione ha impedito il defluire del denso fumo nero, e molti son morti soffocati. Anche questa volta la porta d’ingresso era chiusa a chiave e le uscite di sicurezza erano bloccate. Le sbarre alle finestre hanno reso più difficili i soccorsi. La ditta aveva subito altri due incendi, il primo nel 2009 aveva causato due morti, un altro nel 2010 solo feriti.
Committenti della Garib and Garib: H&M, Otto, Teddy (brand Terranova), El Corte Ingles, Ulla Popken, Taha Group (brand LC Waikiki), Provera e Mark’s Work Wearhouse,

14 dicembre 2010 – Incendio al That’s It Sportswear (Hameem Group): 29 morti, 11 feriti gravi, numerose ferite lievi.
L’incendio, scoppiato in un edificio moderno, è stato causato da un corto circuito. E’ iniziato al nono piano, rendendo i vigili del fuoco impotenti perché le loro scale non potevano andare oltre il quinto, e gli elicotteri non riuscivano ad atterrare perché il tetto era stato illegalmente trasformato in una mensa. Molti operai sono morti  lanciandosi dalle finestre. That s sportwearNon erano mai state fatte esercitazioni antincendio, le uscite erano bloccate e il luogo di lavoro non era  adeguatamente sorvegliato.
Inoltre, ai lavoratori era stata negata la libertà di associazione, che avrebbe permesso loro di svolgere un ruolo per affrontare alcune di queste violazioni in anticipo sulla tragedia.
Committenti della That’s It SportswearGap, PVH Corp., VFCorporation, Target, JC Penney, Carter (Oshkosh), Abercrombie and Fitch, Kohl.

3 Dicembre 2011 –  Scoppio di una caldaia alla Eurotex  (Continental): 2 morti, 64 feriti.
Esplode una caldaia alla Eurotex, nella città vecchia di Dacca. Si diffonde la voce di un incendio e fra i lavoratori scoppia il panico. Le scale sono sovraffollate e la pressione fa crollare una ringhiera, molta gente cade. Un operaio riferisce che in un primo momento i cancelli erano aperti, ma poi sono stati chiusi da un direttore di fabbrica, che  ha invitato la gente a tornare al lavoro dicendo che non era successo niente. Questo testimone sostiene che i morti e i feriti sono stati causati quando i lavoratori hanno iniziato a correre su per le scale spingendosi contro chi tentava di uscire. Jesmin Akter, 20 anni, e Taslima Akter, 22, muoiono calpestate nella calca. Numerosi clienti stranieri avevano già individuato problemi di  sicurezza e rischi in fabbrica. Venti giorni dopo lo scoppio della caldaia alla Eurotex, precipita un ascensore presso la  Continental, la casa madre, uccidendo un altro lavoratore e ferendone due.
Committenti della Eurotex: Tommy Hilfiger (di proprietà della  statunitense PVH Corp.), Zara (di proprietà della spagnola Inditex), Gap (US), Kappahl (Svezia), C & A (Belgio) e Groupe Dynamite Boutique Inc (Canada) – direttamente o tramite subappalto.

Tazreen324 novembre 2012 – incendio alla Tazreen Fashions: 112 morti.
L’incendio ha origine nei magazzini di stoccaggio dei tessuti e dei filati al piano terra. Parte l’allarme antincendio, ma i capetti dicono agli operai che non sta succedendo niente.
Gli operai dei piani superiori capiscono presto che l’accesso all’uscita del piano terra è impedito dal fuoco. Il fumo riempie tutti i livelli superiori. I soccorsi vengono chiamati mezz’ora dopo l’inizio dell’incendio. Quando arrivano, le fiamme sono già al quinto piano. La gente muore lanciandosi dal sesto. Anche questa volta le porte dei piani risultano bloccate. La maggior parte delle vittime sono donne, per 53 di loro non è stata possibile l’identificazione.
Committenti  della Tazreen Fashions: C&A, Kik, Walmart, Li&Fung, Enyce, Edinborough Woollen Mills, Disney, Dickies and Sears/Kmart

24 aprile 2013 – crollo del Rana Plaza: 1132 morti, più di 2.000 feriti.
Rana PlazaIl Rana Plaza di Savar (Dacca) era un edificio di otto piani. Nella struttura operavano, oltre a diversi negozi e una banca, cinque fabbriche di abbigliamento con circa 5.000 dipendenti.
Progettato inizialmente per ospitare solo uffici e negozi, l’edificio era stato sopraelevato abusivamente di quattro piani per far posto alle fabbriche. Al momento del collasso era in costruzione il nono piano.
Il giorno prima del crollo erano apparse delle crepe nei muri del palazzo. I negozi e la banca avevano provveduto all’evacuazione, ma le operaie delle fabbriche erano state costrette a tornare al lavoro, sotto la minaccia di perdere l’intero salario del mese.
Sotto le macerie sono rimasti non solo i corpi delle vittime, ma anche le etichette e i documenti di spedizione che identificavano i clienti delle fabbriche. Altri clienti vennero rintracciati grazie ai siti internet dei fornitori. Risultavano le statunitensi Walmart, Cato Fashion, Children’s Place, Lee Cooper/Iconix, JC Penney, Dress Bam; le tedesche Adler Modemarkt, Kik, Kids for Fashion, C&A, NKD, Gueldenpfenning; le francesi Carrefour, Auchan, Camaieu; le britanniche Bon Marche, Matalan, Premier Clothing, Primark, Store 21; le spagnole El Corte Ingles, Mango, Lefties/Inditex, le danesi Texman e Mascot, la canadese Loblaws e la polacca Cropp/LPP oltre alle italiane Benetton, YesZee, Manifattura Corona e Pellegrini.

 


  1. I dati Istat rielaborati dall’Isfol comprendono imprenditori, dirigenti, tecnici, impiegati, addetti alle vendite e operai. Isfol, Tessile e abbigliamento. Le previsioni al 2015: valore aggiunto, produttività ed occupazione

  2. Fonte: ICE. Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane. 

  3. Luca Romano, Marzotto: le virtù della delocalizzazione, in ‘Europa’, 10 marzo 2005; Mauro Giusti, L’esperienza italiana di delocalizzazione produttiva all’ estero tra incentivi e dissuasioni, p. 3; Giovanni Stinco, Perché Omsa è fuggita in Serbia: “E’ una guerra tra Paesi, Il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2012. 

  4. Dove producono le griffe del Made in Italy, Milano Finanza, 2 giugno 2005. 

  5. Carlo Gianelle, Giuseppe Tattara, Produrre all’estero e fare profitti in patria: uno studio sulle imprese venete dell’abbigliamento e delle calzature, in Studi sull’Economia Veneta, n. 4/2006, p. 14. 

  6. Clean Clothes Campaign, Living wage versus minimum wage, 2013. 

  7. Clean Clothes Campaign, Living wages in Asia, 2014. 

  8. Clean Clothes Campaign, Deadly Denim. Sandblasting in the Bangladesh Garment Industry, marzo 2012, p. 51. 

  9. Quando i “Marchi” d’abbigliamento non hanno ragione sociale, in ‘Dimensioni diverse’, 01/03/2006. Clean Clothes Campaign, Fatal Fashion. Analysis of recent factory fires in Pakistan and Bangladesh: a call to protect and respect garment workersand lives, 2012, p. 70. Clean Clothes Campaign, Still waiting. Six months after history’s deadliest apparel industry disaster, workers continue to fight for compensation, 2013, p. 27 

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La Patagonia senza confini di Jorge González https://www.carmillaonline.com/2015/09/16/la-patagonia-senza-confini-di-jorge-gonzalez/ Tue, 15 Sep 2015 22:01:40 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=24826 di Simone Scaffidi L.

1cf5e5497e015bcbb2c0657e3f84b58cJorge González, Cara Patagonia, 001 Edizioni, 2013, pp. 280, € 29,00

Di questo romanzo a fumetti, suggestiva commistione di finzione e storia della Patagonia, impressionismo e naturalismo, in Italia se n’è parlato troppo poco, come spesso accade alle opere dei grandi disegnatori e fumettisti internazionali. Uscito in Francia e Spagna nel 2011 è il secondo lavoro di Jorge González pubblicato in Italia (2013), preceduto da Fueye. Il suono del Tango (2009) – un racconto migrante e sottoproletario dove il pastello incontra il bandoneòn in un potente amplesso di colori [...]]]> di Simone Scaffidi L.

1cf5e5497e015bcbb2c0657e3f84b58cJorge González, Cara Patagonia, 001 Edizioni, 2013, pp. 280, € 29,00

Di questo romanzo a fumetti, suggestiva commistione di finzione e storia della Patagonia, impressionismo e naturalismo, in Italia se n’è parlato troppo poco, come spesso accade alle opere dei grandi disegnatori e fumettisti internazionali. Uscito in Francia e Spagna nel 2011 è il secondo lavoro di Jorge González pubblicato in Italia (2013), preceduto da Fueye. Il suono del Tango (2009) – un racconto migrante e sottoproletario dove il pastello incontra il bandoneòn in un potente amplesso di colori e musica – e seguito dal più recente Ritorno in Kosovo (2014) scritto a quattro mani con il disegnatore Jakupi Gani.

La storia – alla cui sceneggiatura hanno partecipato Horacio Altuna, uno dei maestri del fumetto argentino, e gli scrittori Hernán González y Alejandro Aguado – si dipana lungo un secolo, geograficamente frammentata tra la Terra del Fuoco, la provincia di Chubut e Buenos Aires. Si apre con una battuta di caccia contro gli indigeni Yamana e Ona da parte dei mercenari al soldo dei proprietari terrieri inglesi, nell’anno 1888. Prosegue narrando la Patagania Ribelle degli anarchici e la feroce repressione degli estancieros e dello Stato argentino negli anni ’20; per toccare la dittatura militare degli anni ’70 e arrivare ai giorni nostri, all’indebita appropriazione da parte delle grandi multinazionali degli sconfinati territori della Patagonia. Un viaggio dunque dal bene comune e condiviso delle risorse naturali alla proprietà privata dei ruscelli, degli animali e delle montagne.

– Vuoi portarti un fucile?
– Laggiù non si scherza. È terra di Benetton.

Nell’opera di González la Patagonia, terra di confine per antonomasia, è un mondo senza limiti e contorni finiti, come la natura, il vento che soffia e la storia taciuta delle popolazioni indigene che abitano queste lande estreme. Della volontà di sconfinare lo stereotipo ne è testimone il tratto che sfuma, rievocando le grandi tele di Turner – guardare per credere pagina 32 tra le altre – e la potenza espressiva del colore che a contatto con l’acqua sgorga insistenti sinestesie. Ciò che è visivo quando passa dalle mani di González riesce a trasformarsi in sensazione uditiva o tattile, assenza di rumore o esplosione di movimento. L’autore sembra voler abbatere il muro che separa le arti e i sensi per dissolvere nei contrasti di luce e colore un confine che è il prodotto di un’umanità vorace nell’affermare le barriere dell’identità e della proprietà.

– …Questi indios non vogliono capire che nessuno tocca le mie pecore.

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La violenza della natura viene diluita, ma non per questo smorzata, con la violenza dei colonizzatori, dello Stato e delle multinazionali, raggiungendo lo scopo di ridurre la purezza e l’immagine mitica dell’una e dell’altra esperienza. I disegni, grazie al meccanismo sinestetico a cui si è accennato, rievocano le parole di due dei più grandi narratori e esploratori della Patagonia, coloro che forse meglio di tutti riuscirono a raccontare la radicalità e le contraddizioni politiche e naturali di questa terra: il cileno Francisco Coloane e l’argentino Osvaldo Bayer, anche se a loro non piacerebbe vedere il proprio nome attraccato a una nazionalità.

Quella di González è una storia che, come gli iceberg che doppiano Capo Horn, s’immerge negli abissi della memoria e delle rimozioni per regalarci un’immagine dura e non monolitica della Patagonia. Dalle tavole emerge la complessità di una montagna nel mare, la cui vetta spianata dai venti è solo il preludio superficiale della somma di storie ben più profonde, colme di umanità e riscatto, violenza e sconfitta.

Jorge González (Dear Patagonia, pág. 85)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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