Becco Giallo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 06 Apr 2026 22:01:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Fumenti *1 – storie disegnate (Fiumi) https://www.carmillaonline.com/2016/11/15/fumenti-1-storie-disegnate/ Mon, 14 Nov 2016 23:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34448 di Simone Scaffidi

arginetumultoM. Girardi, R. Lombardi, L’argine, Becco Giallo, 2016, pp. 136, € 15.00

A. Milani, S. Rocchi, Tumulto, Eris Edizioni, 2016, pp. 168 , € 17.50

Un fiume in comune. È stata una bella coincidenza immergersi contemporaneamente nelle acque del Senio, nella bassa ravvenate, e della Drina, al confine tra la Bosnia e la Serbia. Ci sono riuscito grazie alla lettura di due romanzi a fumetti, L’argine e Tumulto, usciti quasi in contemporanea per Becco Giallo [...]]]> di Simone Scaffidi

arginetumultoM. Girardi, R. Lombardi, L’argine, Becco Giallo, 2016, pp. 136, € 15.00

A. Milani, S. Rocchi, Tumulto, Eris Edizioni, 2016, pp. 168 , € 17.50

Un fiume in comune. È stata una bella coincidenza immergersi contemporaneamente nelle acque del Senio, nella bassa ravvenate, e della Drina, al confine tra la Bosnia e la Serbia. Ci sono riuscito grazie alla lettura di due romanzi a fumetti, L’argine e Tumulto, usciti quasi in contemporanea per Becco Giallo e Eris Edizioni.

Argini e tumulti. Sebbene i titoli possano sembrare opposti di segno, addentrandosi nelle due opere ci si accorge che “argine” e “tumulto” rappresentano due termini dello stesso discorso – e dell’esistenza –, incapaci di sopravvivere l’uno senza l’altro. Ai tumulti della guerra e ai tumulti interiori, spia d’accensione delle due storie, si contrappongono gli argini, ovvero i tentativi più o meno riusciti di contenere l’irruenza dell’incertezza e della confusione. La sfida, sembrano volerci comunicare i quattro autori (tre donne e un uomo), è far fluire il tumulto tra gli argini, in un letto che possa avvicinarsi ad assumere le sembianze della serenità e della liberazione. È quasi un paradosso, ma senza l’argine, in entrambi i romanzi a fumetti, nessuna fuga o redenzione sembra possibile

Fiume-confine. La Drina e il Senio rappresentano un confine. La prima scava la frontiera serbo-bosniaca, insanguinata durante la Guerra dei Balcani, e il secondo disegna la linea del fronte bloccata a Cotignola durante la Seconda Guerra Mondiale. Se il linguaggio e l’immaginario bellico portano con sé un’idea di confine associata allo scontro e alla barriera, le parole e i disegni di queste due opere ribaltano l’assunto e il fiume-confine diviene così luogo d’incontro e di purificazione. È una zona liminale dove si aprono uno spazio e un tempo in cui è possibile dialogare con se stessi e con gli altri, ripensarsi e distruggere a colpi di poesia e musica punk ogni nefanda visione respingente e identitaria della frontiera.

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Tumulto

Otto mani. All’origine di questi due romanzi a fumetti c’è un lavoro di ricerca sul campo, un viaggio nei territori, nei luoghi del delitto e della meraviglia, per toccare con mano le storie delle persone che li abitano e li hanno abitati, e per rendere la narrazione più carica di vitalità e confronto. Sceneggiatura e trasposizione grafica sono state pensate e agite di concerto dalle due coppie di autori. Otto mani in totale. Sei femminili. Quattro per opera. Le coppie nei romanzi a fumetti non sono una novità, ma di norma si tratta di uno sceneggiatore specializzato e un disegnatore specializzato, ognuno con compiti precisi e differenziati. Non è scontato assistere a collaborazioni di questo genere, così totali e incisive nell’elaborazione scritta e disegnata delle storie.

L’argine. L’hanno scritto e disegnato insieme Marina Girardi e Rocco Lombardi. Sebbene si tratti della loro prima pubblicazione in coppia, i due collaborano da anni a diversi progetti, tra i quali l’interessantissimo Nomadisegni: un tentativo selvatico e itinerante di ridare dignità ai territori e alle storie che li attraversano, mescolando viaggio, musica e disegno. Se in questa coppia già rodata l’elaborazione bifronte della sceneggiatura può dunque non stupire, l’elemento straniante è sicuramente rappresentato dalla collaborazione sul piano del disegno e del colore. I due infatti dal punto di vista grafico non c’entrano niente l’uno con l’altra: Marina ha un tratto leggero, colorato, capace di sollevare i confini e farli cadere, è l’accordatrice dei Sigur Ros; Rocco invece ha un tratto punk, nero, raschiato, ma ha anche la padronanza dello strumento di Brian Eno. Era difficile mettere insieme questi due stili tanto lontani tra loro, eppure la commistione risulta eccellente. Marina e Rocco sono riusciti nell’impresa di metter sullo stesso palco Jonsi dei Sigur Ros e i Nerorgasmo, con Bjork e Brian Eno pronti a intervenire per lenire eventuali incomprensioni. Il risultato è un Live in Cotignola (Lungargine, aprile 1945) di rara originalità. Una melodia che sobbalza, graffia e copre i bombardamenti alleati sulla città. Scatta in volo con la poesia, che si alza lieve come un rondone, e ritorna sulla terra con la sua antitesi, la guerra. [C’è un’unica nota dolente in questo volume: il lettering. Violenta e artificiosa è la sua irruzione digitale nelle pagine. È il terzo incomodo: lacera la fluidità della storia disegnata e la riuscita commistione di due sensibilità che si esprimono con stili differenti].

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L’argine

Tumulto. A differenza di Rocco e Marina, Alice Milani e Silvia Rocchi, hanno fuso i loro stili in un sol tratto. Mentre i primi hanno consumato un soddisfacente rapporto sessuale, compenetrando i propri stili ma mantenendo ed esaltando le proprie individualità, le seconde con Tumulto hanno dato alla luce il loro primo figlio a colori. E ci sono riuscite mescolando i pastelli a un viaggio in moto. Non avendo un linguaggio grafico così agli antipodi come gli autori de L’argine, l’operazione di commistione dei tratti è avvenuta naturalmente. In ogni tavola di Tumulto c’è infatti lo zampino di entrambe le autrici ma riconoscere l’una dentro le sfumature dell’altra non è impresa facile. Due amiche intraprendono un viaggio in moto nei territori della ex Jugoslavia. Sarà la canzone di un gruppo punk-rock femminile, ormai scioltosi, a portarle fin lì. «Le curve della Drina non le puoi raddrizzare» dicono gli abitanti che vivono le sue rive. «Vinto dall’orgoglio, sconvolto dal torpore» cantava il gruppo femminile punk-rock. Le ragazze lo sanno o forse non lo sanno ancora. Intanto le curve della Drina le costringono a piegare le loro convinzioni, mentre la moto inclina nel dubbio e le marce scalano montagne d’incertezza e d’orgoglio. Ma l’asfalto corre dentro di loro, ce lo si porta dentro per anni, finché non arriva il momento di farlo fluire, di liberarsi da quel macigno incollato alle ruote. Da un lato le montagne, dall’altro la Drina. Una storia semplice, colma di domande nello spazio bianco: è possibile tagliare le curve della vita? Raddrizzarle? O così facendo si rischia forse di rimanere schiacciati tra l’acqua e il versante? [Considerando che i paragoni fin qui si son sprecati, bisogna invece riconoscere che in questo caso il lettering è completamente in armonia col disegno, un tutt’uno con l’opera che ne esalta stile e narrazione].

Confluenza. Mi son fatto trasportare contemporaneamente dalla corrente della Drina e del Senio e ora non so più in che acque nuoto, perché le storie, il punk, la Seconda Guerra Mondiale, la capretta, la guerra in ex-Jugoslavia, le rondini si sono mescolate in una storia sola che confonde la memoria, e con i suoi scherzi, sovrappone i piani, li fa crollare, li buca. Mi sembrava già una roba originale aver letto due fumetti disegnati a quattro mani da tre autrici e un autore, ma ora sono convinto di averne letto uno a otto mani e aver goduto dell’acqua fresca di un sol fiume d’argini e tumulti. Un grazie ad Alice, Marina, Silvia e Rocco per questo bello scherzo che mi hanno giocato.

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Piena di Niente. Quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia https://www.carmillaonline.com/2015/08/28/piena-di-niente-quattro-storie-vere-sullaborto-e-lobiezione-di-coscienza-in-italia/ Thu, 27 Aug 2015 22:01:15 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=24732 di Deborah Sannia 

piena-di-nienteAlessia Di Giovanni, Darkam, Piena di niente. Quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia, Becco Giallo, 2015, pp. 144, € 15.00

Piena di niente è una graphic novel che racconta quattro storie di donne che hanno affrontato un aborto. Il sottotitolo recita: “quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia”, ma se di aborto si parla, di obiezione il testo purtroppo scarseggia.

Le differenze fra le protagoniste sono una vera e propria ricchezza poiché ci portano ad aprire lo sguardo oltre un [...]]]> di Deborah Sannia 

piena-di-nienteAlessia Di Giovanni, Darkam, Piena di niente. Quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia, Becco Giallo, 2015, pp. 144, € 15.00

Piena di niente è una graphic novel che racconta quattro storie di donne che hanno affrontato un aborto. Il sottotitolo recita: “quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia”, ma se di aborto si parla, di obiezione il testo purtroppo scarseggia.

Le differenze fra le protagoniste sono una vera e propria ricchezza poiché ci portano ad aprire lo sguardo oltre un unico presunto soggetto “donna”. C’è Elisa una studentessa spigliata e vivace; c’è Monica una giovane donna che vive problematicamente il suo bisogno d’amore e d’affetto; c’è Loveth prostituta nigeriana vittima della tratta; e infine Giulia infermiera sposata, madre di due bimbi. Le situazioni nelle quali si ritrovano le quattro donne sono tutte segnate dalla violenza fisica, psicologica ed emotiva, corollario delle loro Ivg. Gli scenari nei quali agiscono sono densi e pesanti: Loveth viene violentata da un cliente per poi ritrovarsi a fare i conti con la sua protettrice; Giulia è alle prese con un morboso marito cattolico; Monica si tormenta tra sensi di colpa e relazioni insoddisfacenti ed Elisa è in preda alla burocrazia per l’Ivg con vicino un uomo poco sensibile alla situazione. Le quattro storie sono tristi, piene di dolore e sensi di colpa. Le difficoltà differenti e toccanti, ponti di sofferenza che rendono angosciante la strada verso l’aborto.

Con poche lettere e tratti incisivi le autrici sono riuscite a rendere le vite di queste donne graffianti. Narrativamente si può dire che è un lavoro ben riuscito. La penna della disegnatrice ci regala spaccati intensi dove i corpi delle donne si espandono, come se volessero oltrepassare quel pezzetto delle loro vite che ci è dato assaporare. I corpi a volte sono giganti ed estraniati dalla situazione, a volte sono a pezzi come se sfuggissero alla legittima proprietaria, come se qualcuno o qualcosa potesse vederli dall’alto e dall’interno, rendendoli quindi vulnerabili. I colori inoltre ci imprigionano alle pagine, senza darci un attimo di tregua, guidandoci tra una protagonista e l’altra.

L’intento dell’opera è portare all’attenzione dei lettori e delle lettrici la legge 194/1978, che tratta l’interruzione volontaria di gravidanza sulla quale movimenti, società civile, istituzioni e sanità non si danno pace. Approvata nel maggio del 1978 nel pieno dell’attività del movimento femminista, la legge permette l’aborto e ne dà carico al sistema sanitario nazionale. È una legge che non accontenta tutte, ma da quel momento abortire è possibile, anche se non verranno cancellati tutti gli impedimenti al libero accesso all’Ivg e gli aborti clandestini – elemento importantissimo della campagna femminista – non spariranno del tutto. L’articolo 9 della legge 194 afferma infatti che:

Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte […] agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. […] L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza.

Con questo articolo i medici possono definirsi obiettori e rifiutarsi di eseguire un aborto. Se fossero uno o due in tutta Italia non ci sarebbe nessun problema ma come ben segnalano le autrici del libro la media nazionale di obiettori secondo la Laiga (Libera associazione dei ginecologi per l’applicazione della legge 194) è del 91,3%. Se non c’è personale gli aborti non si fanno, o si fanno con ostacoli snervanti, e se non posso scegliere come e quando abortire vuol dire che qualcun altro sta scegliendo per me.

L’obiezione di coscienza praticata dai medici, fatto salvo l’intelligente e ironico gioco da tavolo alla fine del testo, è presente solo marginalmente e non distinta dagli altri retroscena di violenze e sofferenze. La possibilità di incontrare un obiettore è cosa ben diversa da incappare in un errore medico o in una burocrazia lenta. Voler abortire in una città con un’elevata percentuale di obiettori significa che qualcuno materialmente ti impedisce di accedere ad un diritto, il diritto di scegliere cosa fare del proprio corpo. L’obiezione è una violenza istituzionalizzata, una pratica subdolamente coccolata dagli ambienti ospedalieri e appoggiata dalle istituzioni: insomma la legge sull’aborto c’è, se poi non riuscite ad abortire fatti vostri! Gli ostacoli, di qualunque genere, che le donne trovano di fronte all’Ivg scaturiscono tutti da una cultura patriarcale e misogina. Ma le violenze, le relazioni, le sofferenze dettate dalla situazione della singola donna stanno su piani diversi rispetto alla tragedia dell’obiezione. Non perché siano meno gravi, perché non c’è gerarchia nelle sofferenze, ma perché l’obiezione è regolata e voluta dallo Stato e sostenuta da istituzioni sorde alle drammaticità che si vivono tra guardia medica, consultori, file agli sportelli e corridoi ospedalieri. È il muro dello Stato e di medici in doppio petto che può far diventare un Ivg un inferno. E anche se si arriva ad abortire si incontrano gli insulti alle donne chiamate “assassine”, la presenza di riferimenti a una cultura antiabortista dentro e nei pressi delle strutture, i maltrattamenti alle utenti che esistono perché l’obiezione del medico è sostenuta da un atteggiamento misogino dilagante. Ma non ci sono solo gli aborti che devono far zig zag tra gli obiettori.

In Piena di Niente possiamo cogliere le differenze delle storie: degli aborti fuori dagli ospedali, di quelli clandestini, di quelli violenti e degli strascichi che questi comportano. Sono storie crude accompagnate da forti inquietudini. Sicuramente la drammaticità che sgocciola dalle penne delle autrici voleva essere quella delle violenze, di varia natura, che le protagoniste affrontano prima e dopo l’Ivg. Ma quel che risulta è ancora una storia di aborti che vede tristezza, disagio, sensi di colpa e tutto quel condimento di sensazioni negative che sempre accompagnano le storie d’aborto. È chiaro che la storia del proprio aborto non può prescindere dalla condizione della singola, ma mi chiedo perché manchi ancora all’aborto una narrazione felice. Non tanto dell’arrivo alla pratica ma dell’atto in sé. Perché non una storia di donna felice e sollevata di aver fatto un aborto? Deve essere sempre tragico, opprimente e con risvolti malinconici? Perché l’aborto non diventa un sereno atto di autodeterminazione?

Si può venire da storie difficili ma se una donna vuole un aborto allora può esserci un lieto fine. Le donne sono differenti una dalle altre così come differenti sono gli approcci all’Ivg, e allora se di inquietudine attorno all’aborto ne abbiamo sentito parlare, forse sarebbe interessante sentire storie di donne che, nonostante i vissuti e le leggi, affrontano l’aborto consapevolmente e serenamente. E parlo di storie vissute, non di referendum o lotte per i diritti che sono sacrosante ma probabilmente da sole non bastano. L’ammirevole intento delle autrici vuole riparlare di Ivg e obiezione ma chiuso il libro ho avuto fra le mani un’altra storia di aborto avvolto da drammi, una storia che non lascia serenità o maggiore consapevolezza. Detto ciò rimane comunque la volontà di continuare a parlare di diritti e autodeterminazione, di violenza sulle donne, e la voglia di puntare il dito su moralità bigotte e indifferenti, sulle crudeltà del movimento per la vita e sugli interessi dei ginecologi.

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