Badoglio – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 17 Apr 2026 22:01:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 ESCLUSIVO Il figlio etiope di Indro Montanelli ipoteca le redazioni dei giornali. Vuole miliardi per danni e diritti d’autore. https://www.carmillaonline.com/2021/05/30/esclusivo-il-figlio-etiope-di-indro-montanelli-ipoteca-le-redazioni-dei-giornali-vuole-miliardi-per-danni-e-diritti-dautore/ Sun, 30 May 2021 21:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66402 Intervista a cura di Luca Baiada

Diamine, sono nato nel 1936, o quando, se no? L’omo si sfoga, ’un c’è verso. Mamma era giovane, ogni italiano aveva una sciarmutta, due, tre. La parola minorenne qui ’un c’era. Venga, venga, ma attento a dove mette i piedi, ho fatto l’orto. Le sciarmutte vietate? Sì, all’italiana. E poi, via, in ogni conquista c’è la preda, come nel Grand Tour dei signori. Goethe a Roma aveva una ragazzetta, Rousseau a Venezia manteneva una bimba di undici anni, diceva che gli sonava il pianoforte. La [...]]]> Intervista a cura di Luca Baiada

Diamine, sono nato nel 1936, o quando, se no? L’omo si sfoga, ’un c’è verso. Mamma era giovane, ogni italiano aveva una sciarmutta, due, tre. La parola minorenne qui ’un c’era. Venga, venga, ma attento a dove mette i piedi, ho fatto l’orto.
Le sciarmutte vietate? Sì, all’italiana. E poi, via, in ogni conquista c’è la preda, come nel Grand Tour dei signori. Goethe a Roma aveva una ragazzetta, Rousseau a Venezia manteneva una bimba di undici anni, diceva che gli sonava il pianoforte. La verità prude, eh? «E lascia pur grattar dov’è la rogna». Certo, ho un dantino rilegato, lo scordò qui babbo e lo tengo sul canterano. Ogni tanto sciacquo i panni in Arno anch’io. Aisha! Aisha, karkadè per due e poi vattene in cucina!

Mi danno del bugiardo? A me che voglio bene a tutti? De Benedetti, per esempio, mi fa venire i lucciconi. Ha trattato così male «Repubblica», «l’Espresso» e «Limes», che ’un gli è rimasto nulla. Un quotidiano organo ufficiale delle persone intelligenti, un settimanale che parlava di scandali quando «Playboy» era indeciso fra le parole e le fotografie, e una rivista col titolo in latinorum. Sicché: ogni giorno in maschera da cittadini, una volta a settimana chiacchieroni e tutto l’anno reazionari. E sull’assortimento, ci fai un fiocco col riprillo.

Il mi’ babbo? ’un lo vedevo mai. Stava fra giornali e salotti ammodo. Ma guardi, se Lei crede di venir qui a fare un pettegolaio, può tornarsene in Italia. I miei diritti hanno le loro ragioni.
Sono l’erede. Sono pronto a qualsiasi esame. Le analisi del DNA le avete inventate voi. Una volta tanto, andranno a pro di un affricano. Che sono l’unico, è più facile crederlo che negarlo: diamine, Lei pensa che quell’omo rinsecchito, vecchio anche da giovane, amabile come un cignale e largo come Stenterello, spezzasse il cuore alle dame? A Fucecchio – un borgo grande come un tucul ma diviso in due clan – gli garbavano le sassaiole fra quelli del monte e quelli del piano: «insuesi» e «ingiuesi». In Affrica venne a sfogarsi e scappò. Da ammogliato, burrasche. E dopo, la compagna che preferiva sui ginocchi era l’Olivetti. Altri figlioli, ’un ce n’è di sicuro. Se qui riesco a fare il vino e l’olio? o perché lo dovrei dire a Lei?

Parliamo del carattere. Non si vedeva? I modi ferrigni di una zitella, gli occhi strabuzzati peggio del duce, sempre a pungere e lisciare, più nascondino d’una serpe. E stia attento, perché qui viene il bello. Il giornalismo di babbo era fatto di divagazioni, di lingua sciolta, era un libro di stroncature e adulazioni, un discorso allusivo. Le sue battute lasciavano il segno, ma solo sui deboli, come coltelli senza manico che feriscono chi li impugna, a meno che abbia le mani guantate di ferro. Halima, non c’è bisogno che pulisci qui, ora! spazza e dai il cencio di là!

Le sue inchieste arrivavano sull’uscio del fastidio. Il trucco era lasciar capire che si sa molto, rivelare qualcosa, come un filo piccino picciò, che il giornalista potrebbe tirare, se gli garbasse, per far venire fuori il gomitolo. Allora si fa carriera: io so, tu sai che potrei dire, ruzzo, mi cheto e te mi paghi. Ci vogliono fiuto, parola abile, contatti, passato disinvolto, memoria da elefante. Ho detto il trucco era, ma alla precisa: il trucco è. Dire e non dire, dare e non dare. Assaggi un cantuccino, prego. No, le briciole le metta qui, poi ci governo le galline.

Certo, i fatti d’Ungheria nel ’56. A maggior ragione, un capolavoro. Budapest era insorta, la stampa borghese voleva una rivolta per il mercato. Babbo fu furbo: avanti la verità, essere il primo, avanguardista del giornalismo della guerra fredda: i ribelli erano comunisti contro il Cremlino, libertari e contrari al blocco sovietico. Spiazzò tutti. In gamba, non c’è che dire. Fece intendere che sapeva e lo riconobbero. Chi sa dire davvero, davvero sa tacere. Fermo, non dia nulla al gatto, ché altrimenti non piglia i topi.

No, guardi: su codesto, gnorri. La storia del telegramma, quella la trova in L’orgia del potere di Mario Guarino. Babbo riuscì davvero, alle Poste centrali, a fermare un telegramma spedito per disguido? Il telegramma che avrebbe svelato alla prima moglie di Berlusconi la relazione con Veronica Lario? Primo, Le ho detto niente pettegolaio. Secondo, che i giornalisti facciano molti mestieri non è un segreto. Vada a chiedere a Eugenio Scalfari i suoi rapporti con Lino Iannuzzi o perché trattò Antonio Ingroia a quella maniera. Oppure vada a scoprire come ha fatto Renato Farina, l’agente Betulla, a continuare a lavorare. Poi riveda i battibecchi tra Gad Lerner e Giuliano Ferrara, quando si danno le dita nell’occhi e le pedate negli stinchi su Berlusconi e Agnelli. A proposito di Ferrara, gli chieda come fece ad avere in anticipo l’articolo di Antonio Tabucchi destinato a «Le Monde». E già che c’è, si rigoda Marco Travaglio su Berlusconi, dopo averne detto peste e corna. Cosa c’è, Nyala? Non hai finito, all’acquaio? Vai e lustra ammodo, lesta!

E per colmo di burletta, i giornalisti gridano contro i traffici e i privilegi degli altri. Se ne rammenta, di quel libro? La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, che ne vendettero e ne vendettero e a me nulla mi dettero. Come se non si conoscessero i nepotismi, le ambizioni, la fregola, le bizze, la prosopopea del giornalismo italiano. Ma lo sa che Paolo Mieli da moccioso promise a sua madre di diventare il direttore del «Corriere della sera»? Volitivo, il bimbo, eh? Poi vai a vedere le famiglie, e ne trovi pochi sopportati dalla moglie. Sì, c’è anche qualche buon marito, fra i giornalisti: qualche marito in tailleur, con la permanente e il rossetto che cola di sudore.

Ma sia chiaro: dei quattrini che Berlusconi diede a babbo quando uscì dal «Giornale», io non ebbi neanche un centesimino. Comunque, a guadagnarci non fu punto il cavaliere. Babbo rifece filotto come in Ungheria, fu il migliore sul campo, con più di ottant’anni sul groppone. Da un giorno all’altro, campione della libertà di stampa, a reti unificate. Lui che tanti anni prima si era ridotto a Telemontecarlo, per smoccolare che in Italia c’era il comunismo. Sì, codesta è panzanella, ne vuole un cucchiaino? Il pane secco lo fo ammollare a buio, quando controllo che tutte abbiano rigovernato ammodo, queste pigrone sciabisolche. Qui ’un si butta via nulla.

Dicevo, non è un caso, se «il Fatto Quotidiano» prese babbo per bandiera. Se lui fosse rimasto con Berlusconi, gli antiberlusconiani non avrebbero avuto la loro immaginetta da capezzale. Corro troppo? No, è l’aria dell’Affrica: è Lei, che ha corti il fiato e la vista: la stampa italiana ha un debito col mio babbo. Per aver seguito l’esempio? Bah, sì e no. Per averlo usato e tradito, direi: lui sapeva scrivere, inventava bene e ti scodellava una prosa scoppiettante che scànsati. E ora? Si vergognano tanto del loro chiacchierume, che danno spazio al sondaggista, all’esperto, al profondo conoscitore, all’analista, al politologo. I giornali son tutti uguali, tutti in favella dormitiva: o battutame trito e rivogato, o litanie struggine da mortorio. Minestre riscaldate e senza sale; brodo di zucca e vin di bozzacchioni. Un po’ per diritti d’autore, un po’ per danni, devono pagare, e io sono l’erede.

Cosa ci farò coi quattrini, lo so io. Qualità, diamine, assortimento, igiene. Clientela pulita, commercio onesto. Di chi… ehm, voglio dire di che cosa, è affar mio. Per le persone di volontà, c’è sempre posto. E riserbo garantito, niente trappoloni per la gente di riguardo; per intenderci, niente trattamento Marrazzo, via: che a incastrare quel citrullo furono più i politici e i giornalisti che le guardie. Insomma, la merce l’ho già, e non tutta usata, anche fresca da rinnovare, bella soda. Bisogna far partire l’organizzazione. E che debbano pagare uno con la pelle scuretta, buon pro, a me mi fa un baffo. Pagheranno uno che si comporta da persona educata. Faizah, portami le pianelle! Pillaccherona, sei sorda?!

Sulla Toscana, non fo il nesci. La toscaneria caricaturale va bene per le cartoline degli alberghi marca agriturismo, tutti uguali e finti come i discorsi di Matteo Renzi. Al fondo c’è un argento vivo battagliero, e non è un caso, se i due campioni della contesa, della linguacciutaggine, del bastiancontrario, vivi anche da morti, sono toscani: babbo e Oriana Fallaci. Anche il sardo Gramsci, dalla galera ammirava Machiavelli per far dispetto al papa. Ha capito? No?! Allora è duro di comprendonio! Mettiamola così: prendi il cinismo di Machiavelli e la schiena comodina di Guicciardini, mettici sopra l’estro di Curzio Malaparte e l’arroganza di Alessandro Pavolini, insudicia ogni cosa con un Risorgimento mancamentato dal fascismo, e avrai una voce toscana di successo. Ma di giochi di parole non mettercene troppi, altrimenti ti ritrovi alla Leopolda, con un bastraone che crede di rottamare tutto e perde il referendum e il governo in un colpo solo. Aisha! Questo karkadè è un troiaio! Fallo rifare da Zeina o da Kadida!

Quanto a Mondadori e gruppo «Repubblica», a maggior ragione. Partiamo dall’inizio della ricolonizzazione, fra l’assassinio di Enrico Mattei e la prima crisi petrolifera. Abbia pazienza, sa, ma io ragiono da qui, dall’Affrica. Dagli anni Sessanta la mafia ricicla denaro nel mattone e nell’industria, intanto la manifattura automobilistica condivide la spartizione del potere e cambia il volto dell’Italia. E il giornalismo? Poche eccezioni messe alla zitta nel sangue, e si adegua. Poi arrivano la droga e il suo riciclaggio nelle televisioni private. Col lodo Mondadori c’è una prima resa dei conti, attraverso la corruzione di magistrati. Il resto segue, ne conviene?

Che adesso si mescano lacrime di coccodrillo perché i padroni dei giornali ingavonano tutto in un mucchio, anche con un colosso multinazionale dell’automobile, Le pare tanto strano? È lo stesso aggeggiare, rimescolando le carte del mazzo. Siamo alle solite. E i giornalisti italiani, dentro i fatti, ci dovrebbero ficcare bene l’occhi; invece ci mettono le mani, il portafogli e le mutande. A quella maniera, faranno sempre un giornalismo smanaccione, arraffino e mutandaio.

Poi, vede, si fa presto. Quando venne in Affrica nel ’35, mi’ padre scrisse che la guerra era una villeggiatura, un premio agli italiani dato da Mussolini il «gran babbo». E ora? I giornali son pieni di figli di papà, il potere parla un linguaggio paternalistico che ohimmei, il giornalismo ha voglia di padre padrone e tratta i lettori come bimbetti. È il granbabbismo del mio babbo che ha fatto scuola. Il colonialismo ha ipotecato la comunicazione, e io non dovrei ipotecare i giornali?

Non mi parli della strage del Padule di Fucecchio, adesso. Sì, sì, quei dugento contadini ammazzati nel ’44. Ma non creda di saper tutto, Lei, perché c’ha fatto un libriccino. Babbo vedeva il mondo da vicino e da lontano. Mi segua. Nel ’37 ci fu la rappresaglia italiana qui, a Debra Libanos. Fu proprio di maggio, come ora, ero piccino e m’andò bene, poteva toccare anche a me. A Graziani gli s’era fatta la bua a una gamba, e ammazzarono migliaia di etiopi, anche i monaci. La più grave strage coloniale di cristiani, in questo continente, la fecero i cristiani di Roma. Allora, quando babbo seguì il processo su Fucecchio, nel ’47 per il «Corriere d’informazione», che poteva dire? che i tedeschi non dovevan fare in Toscana quello che gli italiani avevan fatto qua? E dopo, quando nel ’98 andò a testimoniare al processo di Theo Saevecke, che aveva comandato le SS a Milano mezzo secolo prima?! Ma andiamo!

Il processo Saevecke, sull’eccidio a Milano nel ’44, usciva dall’Armadio della vergogna, l’archivio sulle stragi naziste che a Roma era rimasto nascosto all’opinione pubblica, nei locali della magistratura militare, fino al ’96. Non mi segue? Ah, ma allora Lei non sa un accidente! A Milano i tedeschi avevano catturato e liberato babbo, e anche Ferruccio Parri, e anche Mike Bongiorno. O chi c’era, a Milano? Saevecke! Nel dopoguerra, Parri è l’antifascismo perbene, Mike Bongiorno fa la televisione perbene e babbo il giornalismo perbene. La vedo groggi. Si accorge ora, che il perbenismo italiano postbellico era passato per i comandi delle SS? Il giornalismo non è un mestiere per gente schizzignosa.

Il mio giudizio sul governo di Mario Draghi? È così tecnico che ha bisogno delle consulenze del McKinsey, ma così politico che ’un si deve dire se è destra o sinistra. E poi, giù, ’ndiamo: il giornalismo si divide fra chi a Draghi gli porta l’acqua con l’orecchi e chi lo critica per finta. E anche questo, non dimostra il credito di babbo? Allora, i diritti sono miei. Il governo è quello ideale, in questo momento. Il problema è quanto dura, questo momento, perché nel momento in cui lo dico, il momento potrebbe essere passato. E non scriva che sono polemico, guardi che sono un Montanelli anche se non c’è sul passaporto.

La mia ipoteca su tutte le redazioni, a cancellarla non ci penso né punto e né poco. Io sono l’erede, da quella notte in cui una sciarmutta diede un po’ d’amore a un fascista. Per lui, un momento tenero in una vita di stizza e d’aceto.
Aspetti, le regalo un ovo. Lo prenda. No, giù codeste ditacce! Ecco: questo piccino.

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Immaginario coloniale italiano https://www.carmillaonline.com/2019/01/05/immaginario-coloniale-italiano/ Fri, 04 Jan 2019 23:01:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50505 di Armando Lancellotti

Gabriele Bassi, Sudditi di Libia, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp. 278, € 24.00

Che cos’è l’immaginario coloniale? Quali fattori intervengono ed interagiscono nella sua elaborazione? Come cambia nel corso del tempo o conseguentemente al mutare di altre condizioni? Quali motivazioni lo sottendono e ne richiedono la formulazione? Quali fini persegue e quali effetti, immediati e temporanei o successivi e permanenti, produce? In che modo l’immagine modifica la realtà e come da quest’ultima è condizionata?

Sono queste alcune delle domande a cui risponde il volume scritto da Gabriele Bassi – dottore di [...]]]> di Armando Lancellotti

Gabriele Bassi, Sudditi di Libia, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp. 278, € 24.00

Che cos’è l’immaginario coloniale? Quali fattori intervengono ed interagiscono nella sua elaborazione? Come cambia nel corso del tempo o conseguentemente al mutare di altre condizioni? Quali motivazioni lo sottendono e ne richiedono la formulazione? Quali fini persegue e quali effetti, immediati e temporanei o successivi e permanenti, produce? In che modo l’immagine modifica la realtà e come da quest’ultima è condizionata?

Sono queste alcune delle domande a cui risponde il volume scritto da Gabriele Bassi – dottore di ricerca, storico e studioso del colonialismo italiano – che delimita il campo della sua indagine alla Libia, colonia italiana dall’età giolittiana alla seconda guerra mondiale, dal 1911-’12 al 1943, e al punto di vista coloniale, cioè quello del conquistatore italiano, che elabora l’immagine del “suddito di Libia” del tutto indipendentemente dalla effettiva conoscenza della realtà e della popolazione libiche. Si costruisce aprioristicamente uno stereotipo, lo si applica alla realtà, dando luogo ad un pregiudizio che a sua volta conferma e corrobora lo stereotipo: è questo il circolo vizioso che – spiega Bassi – agisce da meccanismo di produzione di un immaginario coloniale.

L’immagine del suddito coloniale di Libia si forma grazie alla convergenza di almeno tre fattori: lo stereotipo con cui l’italiano conquistatore si accosta al libico da sottomettere; il contatto con la realtà libica e i libici dopo la conquista della colonia; le esigenze della propaganda politica. Inoltre il lavoro di Bassi mette in luce come la rappresentazione del suddito coloniale non sia qualcosa di statico, ma, tutto al contrario, sia un’immagine dinamica e variabile che, sulla base di un sostanziale – e questo sì invariabile – disprezzo razzista dell’altro, si trasforma per alcuni aspetti, anche importanti, a seconda delle particolari circostanze storico-politiche, interne ed internazionali, e delle conseguenti e contingenti esigenze politico-propagandistiche.

In generale, l’immagine del suddito coloniale si regge su una tanto essenziale quanto necessaria ignoranza dell’oggetto della rappresentazione e risponde a finalità e consegue obiettivi funzionali esclusivamente all’interesse del conquistatore. L’ignoranza del soggetto da rappresentare è il prerequisito della costruzione dell’immagine stereotipata del popolo da sottomettere; le finalità perseguite sono la spiegazione e la giustificazione dell’impresa coloniale, la legittimazione della conquista, la riconferma dell’opportunità e della convenienza della sottomissione del suddito al potere del colonizzatore. Si tratta di dinamiche e di fenomeni che non riguardano solo il colonialismo italiano o, ancor più nello specifico, il caso della Libia italiana, ma interessano l’intero macro evento storico dell’imperialismo occidentale tra ‘800 e ‘900 e pertanto, semplificando e sintetizzando al massimo le dettagliate analisi e le approfondite considerazioni di Bassi, si può dire che anche nel caso italiano la costruzione dell’immaginario coloniale declini il paradigma del “fardello dell’uomo bianco” e del diritto-dovere occidentali alla “conquista civilizzatrice”.

A fare da cornice e da punti di riferimento costanti del lavoro di Gabriele Bassi sono gli studi storiografici sul colonialismo italiano, che all’incirca dagli anni Settanta del secolo scorso, grazie ai contributi di Giorgio Rochat e Angelo Del Boca prima di altri, hanno sottratto l’argomento alla semplice memorialistica o all’oblio conseguente alla perdita delle colonie; a questi si aggiungono poi i lavori riconosciuti da Bassi come fondamentali di Claudio G. Segré, Federico Cresti e Nicola Labanca. Soprattutto quest’ultimo – sostiene l’autore – «è lo studioso che più sembra avvicinarsi all’utilizzo degli studi culturali, già diffuso all’estero, per comprendere la storia coloniale italiana» (p. 24). Ed è proprio al modello dei “cultural studies” che Gabriele Bassi si ispira per affiancare allo studio dei fatti economici, politici, militari anche quello dei molteplici e complessi fenomeni ed aspetti culturali, che – da Orientalism (1978) di Edward Said in poi – non possono più essere trascurati nello sforzo di comprensione complessiva del fenomeno del colonialismo. Scrive Bassi:

Il nostro studio sull’immagine del libico nella percezione comune degli italiani parte dalle premesse dello stesso Said, verificandone la piena applicabilità anche nell’esperienza coloniale in Libia. Si è cioè sviluppata una ricerca incentrata non solo su “cannoni e soldati – come sosteneva appunto Said – ma anche idee, forme, rappresentazioni, meccanismi dell’immaginario” (p. 26)

Come è noto l’Italia liberale muove i suoi primi incerti passi di politica coloniale, in un contesto di scarso interesse dell’opinione pubblica e di limitato coinvolgimento delle forze economiche del paese, a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento e nel Corno d’Africa, dal momento che le mire italiane sul Nord Africa ed in particolare sulla Tunisia, prima ancora che sulle ottomane Tripolitania e Cirenaica, vengono frustrate dall’intervento francese del 1881 nel paese nordafricano. Nonostante ciò, già in quegli anni comincia a prendere forma un’immagine del libico, che Bassi evince soprattutto da resoconti o memorie di esploratori e viaggiatori, che risente di tutti gli stereotipi razzisti europei, propri della mentalità coloniale: i libici, ma più in generale i popoli africani, sono inevitabilmente rozzi, incivili, arretrati, violenti, insomma bisognosi dell’intervento civilizzatore e salvifico di un popolo europeo.

Intorno agli anni Dieci del Novecento poi, in un contesto decisamente più favorevole alla politica coloniale rispetto al precedente, la costruzione dell’immagine del libico, che è in procinto di diventare suddito coloniale, prosegue, per concludersi con una rappresentazione che insieme contiene aspetti sia negativi sia positivi: alle connaturate negligenza e pigrizia e all’arretratezza civile, dovuta anche agli effetti della dominazione ottomana, fanno da contraltare le potenzialità positive, come le capacità di apprendimento e di assimilazione che una guida adeguata – come quella italiana – potrà fare emergere e mettere a frutto. Insomma, la martellante propaganda filogovernativa, filocoloniale e nazionalista assegna alla “Grande Proletaria” una inderogabile missione di civilizzazione e di progresso. La guerra italo-turca inizia a settembre del 1911, ma la presunta “passeggiata militare”, che con la consueta nonché infondata supponenza, che già era costata cara a fine Ottocento in Abissinia, i vertici militari e politici avevano ipotizzato, si dimostra in realtà molto impegnativa e l’appoggio generale della popolazione libica alle truppe turche contribuisce ad una prima significativa variazione nella rappresentazione della propaganda coloniale: viene creata «l’icona del libico quale “bestia”, “traditore”, “barbaro”, e non curante dell’opportunità “civilizzatrice” che gli veniva offerta» (p. 33).

A guerra conclusa – prosegue l’attenta ed interessante analisi di Bassi – cambiano nuovamente le esigenze dalla propaganda, che ritorna ad alternare l’immagine negativa del libico che resiste e si oppone a quella delle grandi potenzialità di una popolazione che, quando avrà compreso le buone e positive intenzioni italiane, collaborerà alla propria emancipazione. Lo scoppio della Grande Guerra nell’estate del 1914 e la decisione italiana di intervenire nel 1915 cambiano drasticamente il quadro della situazione in Libia, perché di nuovo l’Italia è in guerra contro l’Impero ottomano ed è costretta quasi ad abbandonare il territorio, che fatica a controllare e contestualmente la resistenza libica si rianima. «Fu da tutto ciò che ebbe origine l’immagine del libico che caratterizzò il periodo dalla seconda metà del 1914 fino al termine della prima guerra mondiale. Si trattò nuovamente di una forte demonizzazione del “ribelle”» (p. 38). La riabilitazione del suddito libico subentra nel 1919, quando si pensa anche ad un possibile coinvolgimento di una parte della popolazione nell’amministrazione della colonia e alla collaborazione, seppur asimmetrica, tra italiani e libici. Ma la presa del potere del fascismo nel 1922 muta ancora una volta la situazione.

Le differenze tra la politica coloniale dell’Italia liberale e di quella fascista sono più di grado che di sostanza, in quanto aree di interesse ed obiettivi rimangono gli stessi, mentre mutano i mezzi per conseguirli e conservarli; di certo aumentano sia la violenza della politica italiana in Africa sia il coinvolgimento della propaganda che la deve sostenere e giustificare. Pertanto, l’immagine del suddito libico si configura secondo differenti e mutati aspetti e sfaccettature, che risentono di una nuova fase della politica italiana in Libia, quella della “riconquista” della colonia, più semplice e veloce in Tripolitania, decisamente più complicata e difficile in Cirenaica.

Si fece […] una cesura, netta, tra due principali figure. Il libico “lungimirante” e “sottomesso”, che aveva compreso i buoni propositi dell’Italia, e che quindi più o meno attivamente aveva deciso di collaborare […] ed il libico “cieco”, ostinato a combattere una guerra dal risultato ormai scritto in suo sfavore» (pp. 44-45). Una seconda distinzione «avvenne in ambito geografico, ma fra tripolitani e cirenaici. Mentre i primi, per tutti gli anni Venti, si ritennero avviati in un percorso di “redenzione”, i secondi rimasero per l’intero decennio sotto il controllo della Senussia, considerati pertanto quasi indistintamente tutti “ribelli” (p. 45).

La cosiddetta “pacificazione” della Cirenaica, in realtà una guerra cruenta combattuta contro la resistenza locale guidata da Omar al-Muctar, prosegue dal 1929 al 1932 e per avere la meglio dei nemici Badoglio e Graziani adottano i metodi e gli strumenti più spietati: la deportazione della popolazione civile, l’apertura di campi di concentramento, la costruzione di una reticolato invalicabile di filo spinato lungo 270 km, che trasforma una parte della Cirenaica in uno sterminato campo di prigionia. Lo sforzo della propaganda del regime diventa quello di presentare questi provvedimenti, innanzi tutto agli italiani e secondariamente ai libici stessi, non solo come necessari, ma anche come salutari strumenti di realizzazione di un progresso benefico anche per coloro che si ostinano ad opporvisi. L’obiettivo viene raggiunto, rappresentando i sudditi cirenaici come “banditi”, ingrati “traditori”, “barbari” e “violenti”.

L’immagine della realizzazione dei campi di concentramento della Cirenaica offerta dalla stampa coloniale e nazionale fornì un’ultima conferma della definitiva e radicale demonizzazione del ribelle […]. I campi, da mezzo di repressione estremo e disastroso per l’economia e la società libiche, giunsero persino a rappresentare una sorta di vetrina dell’operato del fascismo in colonia. […] Il Regime ebbe piuttosto la necessità di magnificare l’opera del colonialismo fascista e quindi la propaganda non tardò molto ad aggiustare il tiro iniziando a fare leva sulla funzione educativa dei campi. Non si parlò più di semplici strutture detentive, bensì di luoghi in cui l’Italia di Mussolini realizzava la sua missione civilizzatrice (p. 50).

A “pacificazione” avvenuta, ancora una volta la rappresentazione del libico si trasforma, per diventare quella di un suddito, almeno potenzialmente, disposto alla collaborazione e che finalmente e progressivamente va acquisendo coscienza delle opportunità di civilizzazione e progresso a lui generosamente offerte dalla conquista e dal governo italiani. Di nuovo riprendono a circolare ipotesi circa un possibile coinvolgimento dei sudditi nell’amministrazione della colonia, o almeno di una ristretta élite e in mansioni secondarie, ma di certo non viene meno l’atteggiamento paternalistico che percepisce i libici come un popolo inferiore ed arretrato che abbisogna, come un bambino, della guida sicura di un popolo adulto e civile. Si tratta di un paternalismo che ben presto assume i tratti dell’esplicito razzismo, quando, nella seconda metà degli anni Trenta, il regime decide la svolta in tal senso e in concomitanza non casuale con un’altra impresa coloniale, quella “imperiale”, cioè quella abissina. Non si può infatti trascurare il fatto che il fascismo consideri il colonialismo anche alla stregua di un’officina nella quale forgiare il prototipo dell’”uomo nuovo”, dell’italiano fascista consapevole ed orgoglioso della propria superiorità di razza e civiltà e conscio del proprio destino imperiale.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale produce l’ennesima trasformazione della rappresentazione dei libici: da un lato, a seguito delle sollevazioni popolari che tentano di sfruttare le difficoltà belliche italiane, ritorna in auge l’immagine del “suddito ingrato e traditore”, dall’altro si tenta di presentare l’immagine del “libico fedele” che si duole dell’arrivo degli inglesi, al fine di «presentare l’invasione inglese e l’eventuale perdita della Cirenaica come un sopruso che non avrebbe goduto dell’appoggio libico. […] L’intenzione era quella di mettere in rilievo la soddisfazione dei libici rispetto all’amministrazione di Roma nascondendo il loro malcontento e le loro aspirazioni all’autonomia legate alla prospettiva di un cambiamento di governo. Era un ultimo tentativo ci creare un’immagine artefatta, adatta alle esigenze coloniali del momento» (p. 65).

Altre approfondite analisi, analoghe a quelle sopra riassunte per sommi capi e sulla base di un ricchissimo apparato di fonti e di riferimenti bibliografici, Gabriele Bassi le produce anche su ulteriori aspetti del processo di costruzione dell’immaginario coloniale libico. Prendendo le mosse dalla definizione di Bruno Mazzara, secondo la quale «lo stereotipo è il nucleo cognitivo del pregiudizio: una serie di informazioni su una categoria di oggetti o di persone che consente la riproduzione e la trasmissione sociale inalterata del pregiudizio» (p. 104), Bassi individua e passa in rassegna i diversi elementi stereotipici che concorrono alla elaborazione del pregiudizio coloniale italiano del “suddito libico” e questi sono: la violenza, il fanatismo, la sporcizia, la pigrizia, la disonestà. È fin troppo evidente come questi stereotipi permangano tutt’oggi nei pregiudizi in circolazione ed in crescente aumento nella società italiana nei confronti di immigrati, stranieri, islamici e rom.

Interessanti sono anche le considerazioni sull’immagine costruita dalla propaganda italiana, tanto liberale quanto fascista, del “libico collaboratore”, cioè, in altri termini, del “buon suddito” sottomesso e disponibile a partecipare al lavoro di civilizzazione italiana della colonia. Si tratta di una rappresentazione del tutto artificiale, in quanto – come dimostra Bassi – una politica di vera integrazione tra metropolitani e libici, salvo qualche sterile tentativo, non viene intrapresa dai governi italiani e a maggior ragione nel periodo fascista, quando si procede, secondo una direzione diametralmente opposta, alla realizzazione della netta separazione tra italiani e libici, anche attraverso lo strumento dell’istruzione e della scuola.

Bassi si sofferma anche su quest’ultimo aspetto di grande interesse, perché le autorità di occupazione italiane, sin dal periodo liberale, vedono nell’insegnamento della lingua italiana, nell’organizzazione della scuola e dell’istruzione gli strumenti più efficaci per avvicinare la popolazione locale ai conquistatori, per coinvolgere i libici nell’amministrazione italiana del territorio, per imporre e consolidare il potere italiano nella colonia. Ancora maggiore si dimostra successivamente l’attenzione riservata a questi aspetti della politica di amministrazione della Libia dal regime fascista e per numerose ragioni: i bambini e i giovani si prestano più facilmente ad essere educati, cioè plasmati, secondo le esigenze italiane rispetto agli adulti e ai vecchi, legati alle loro tradizioni, sospettosi nei confronti degli occupanti e sostanzialmente non disposti alla collaborazione con i conquistatori. Inoltre, esattamente come in patria, il regime assegna alla scuola il compito a lungo termine di modellare in modo fascista le generazioni a venire e nella fattispecie i sudditi sottomessi, ubbidienti e collaborativi del futuro. In terzo luogo, predisponendo un sistema scolastico ed impartendo un’istruzione “italiana” ai libici, si può conseguire il duplice fine di formare le figure professionali che si ritengono necessarie per lo sfruttamento economico del territorio e dimostrare, tanto agli italiani quanto ai libici stessi, che l’Italia realizza pienamente il proprio dovere, la propria missione di civilizzazione.

L’immagine del “libico sul banco di scuola” risente – osserva Bassi – di tutti gli stereotipi negativi sopra ricordati. Il bambino libico viene descritto come indisciplinato, incostante, lento nell’apprendimento, sporco, dotato di inferiore intelligenza e per quantità e per qualità. Ne consegue che le autorità italiane concepiscano come adatta a questo (stereo)tipo di studente un’istruzione esclusivamente basilare, finalizzata al lavoro e all’impiego in una tipologia ben precisa di professioni, semplici ed umili. Di fatto, l’istruzione offerta dagli italiani ai giovani libici si limita a quella della scuola elementare, seppure in alcuni momenti dei quarant’anni di occupazione coloniale della Libia si pensi anche all’eventualità di concedere almeno alle élite locali l’accesso alla scuola secondaria. Ma se da un lato questo consentirebbe un più agevole coinvolgimento collaborativo di una parte della popolazione nell’amministrazione della colonia, dall’altro lato prevale nelle autorità italiane il timore che attraverso l’istruzione superiore possano diffondersi aspirazioni indipendentistiche e spinte in direzione dell’emancipazione nazionale, insomma idee ed ideologie anti-italiane. Pertanto, la scuola italiana in Libia, per tutta la durata del dominio coloniale, conserva una netta separazione di istituti, percorsi didattici, programmi e testi scolastici per i metropolitani – sostanzialmente identici a quelli in uso in patria – e per i sudditi libici, relegati quindi alla condizione di studenti di second’ordine e destinati ad una formazione scolastica strettamente funzionale agli interessi italiani.

Il denso, ricco ed approfondito libro di Gabriele Bassi è un lavoro di ricerca accurato e di grande interesse che attraverso le metodologie e l’approccio dei “cultural studies” contribuisce a fare avanzare gli studi su un argomento e su un periodo della storia italiana – il colonialismo – che ancora oggi è tra i meno conosciuti e divulgati e tra i più trascurati anche dall’editoria e dalla manualistica scolastiche, a conferma, anche in questo caso, di uno stereotipo solidissimo, quello che vuole l’Italia quasi sempre oggetto o vittima e quasi mai soggetto di violenze e soprusi.

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