autonomia – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La fine del vecchio mondo e l’inizio di quello nuovo https://www.carmillaonline.com/2025/10/22/la-fine-del-vecchio-mondo-e-linizio-di-quello-nuovo/ Wed, 22 Oct 2025 20:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90804 di Sandro Moiso

Michael Hardt, I Settanta sovversivi. La globalizzazione delle lotte, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 315, 22 euro

Che non abbiamo avuto nulla a che fare con il terrorismo è ovvio. Che siamo stati «sovversivi» è altrettanto ovvio. (I militanti dell’Autonomia in attesa del processo nel carcere di Rebibbia – 1983)

Michael Hardt, docente alla Duke University del North Carolina è stato co-autore con Toni Negri di numerosi e ben noti saggi di carattere politico. Il suo testo pubblicato in Italia per DeriveApprodi, e uscito in lingua inglese nel 2023 per la Oxford University Press, ha come intento quello [...]]]> di Sandro Moiso

Michael Hardt, I Settanta sovversivi. La globalizzazione delle lotte, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 315, 22 euro

Che non abbiamo avuto nulla a che fare con il terrorismo è ovvio. Che siamo stati «sovversivi» è altrettanto ovvio. (I militanti dell’Autonomia in attesa del processo nel carcere di Rebibbia – 1983)

Michael Hardt, docente alla Duke University del North Carolina è stato co-autore con Toni Negri di numerosi e ben noti saggi di carattere politico. Il suo testo pubblicato in Italia per DeriveApprodi, e uscito in lingua inglese nel 2023 per la Oxford University Press, ha come intento quello di riassumere la grande varietà di esperienze di lotta e organizzazione sviluppatesi nel corso degli anni Settanta del ‘900 e, allo stesso tempo, anche quello di affrontare ed esporre con coerenza e lucidità le differenze intercorse tra le lotte degli anni Sessanta, tutte troppo spesso riassunte a livello di immaginario collettivo dall’autentico brand rappresentato dal ’68, e quelle del decennio successivo, altrimenti riassumibile da un’altra iconica cifra stilistica, quella del ’77.

Due riferimenti simbolici per la rappresentazione di esperienze allo stesso tempo così vicine eppur così lontane. Soprattutto in tante valutazioni sociologiche, politiche e storiche successive che hanno, troppo spesso, diviso gli “anni dell’innocenza”, quelli che avrebbero portato al 1968, da quelli della furia, della rabbia e dell’estremismo. In cui, però, il concetto di autonomia politica, di classe e di genere, si è materializzato concretamente nelle esperienze organizzative di lotta dei lavoratori salariati, delle donne, dei giovani e delle loro differenti culture. Anche se in certe ricostruzioni a posteriori si è sostenuto che, in fin dei conti, negli anni Settanta non sia successo alcunché di significativo.

Sostenere che negli anni Settanta non sia successo nulla, tuttavia, richiede una certa strategia per supportare una tale cecità. In una certa misura, questa cecità ha a che fare con il «come». Molti dei movimenti più importanti degli anni Sessanta – i movimenti dei lavoratori di fabbrica, le femministe, le lotte di liberazione nazionale e antimperialiste, i movimenti antirazzisti, le ribellioni studentesche e giovanili, le lotte indigene – sono continuate negli anni Settanta, in molti casi in numero maggiore e con più intensità di prima. Il fatto che potessero diventare invisibili (almeno per alcuni) era dovuto al fatto che assumevano caratteristiche molto diverse, forme di organizzazione radicalmente rinnovate e nuovi obiettivi, che non rientravano nelle narrazioni accettabili. Nanni Balestrini e Primo Moroni, ad esempio, riferendosi al 1968 e al 1977, date di riferimento per l’attività dei movimenti in Italia, sostengono che mentre la società dominante poteva comprendere e digerire le forme di protesta che avevano caratterizzato gli anni Sessanta, la militanza degli anni Settanta risultava indigesta. «Per questo motivo», sostengono, «la versione “ufficiale” definisce il ’68 come buono e il ’77 come cattivo, infatti il ’68 è stato recuperato, mentre il ’77 è stato annientato»1. I movimenti degli anni Settanta sono stati cancellati dalla memoria, dunque, in parte perché erano diventati irriconoscibili dalla narrazione «ufficiale» (o politicamente inaccettabili per quest’ultima)2.

In particolare, Va subito detto che, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, la rimozione, se non addirittura la criminalizzazione, degli anni Settanta, deriva dalla drastica rottura con i partiti riformisti e/o “comunisti” di stampo togliattiano e berlingueriano che avvenne tra “movimenti” e rappresentanza politico-parlamentare proprio nel corso del secondo quinquennio di quel decennio. Frattura di cui il ’77 rappresentò una sorta di punto di non ritorno per i movimenti che si erano andati progressivamente e vistosamente radicalizzando. Un evento spaventevole e spaventoso per chi pensava di essere riuscito a ricondurre le lotte nei più tranquilli argini della trattativa parlamentare e sindacale.

L’autonomia è un concetto che ha caratterizzato le aspirazioni di un’ampia gamma di movimenti progressisti e rivoluzionari degli anni Settanta. Gli operai militanti, ad esempio, assumendo il controllo delle proprie lotte, dichiararono la propria autonomia non solo dai padroni delle fabbriche, ma anche dalla leadership e dalle imposizioni dei sindacati dominanti. I lavoratori dell’industria, in diversi contesti nazionali tra loro eterogenei, hanno creato strutturedecisionali collettive per decidere da soli quando iniziare uno sciopero e quando terminarlo, se occupare una fabbrica e come gestirla, e persino quando prendere le armi per difendersi. (L’inizio degli anni Settanta ha rappresentato un punto culminante della lotta di classe industriale in molti paesi, sia per l’intensità che per il numero degli scioperi)3.

Allo stesso tempo, però, e questo uno degli elementi che rendono utile e necessaria la consultazione del testo di Hardt, l’autonomia politica ed organizzativa della classe operaia fu soltanto uno degli elementi caratterizzanti le lotte di quegli anni. Che furono segnate in maniera nuova e, spesso, originale da una molteplicità di esperienze e rivendicazioni che trascendevano i limiti della tradizione operaista.

La molteplicità è un’altra pietra angolare che attraversa i movimenti, emergendo con particolare chiarezza nel contesto dei dibattiti femministi. Un presupposto per la concezione politica della molteplicità fu il riconoscimento, sempre più diffuso a metà del decennio, che la centralità operaia nella lotta rivoluzionaria era giunta al termine. Non si trattava della fine della lotta di classe o della cessazione della sua rilevanza, ovviamente, ma del congedo della presunta priorità dei lavoratori industriali, così come della convinzione che un’avanguardia operaia potesse guidare e unificare il movimento rivoluzionario nel suo complesso. […] Gli attivisti e i teorici degli anni Settanta hanno formulato un’analisi del potere caratterizzata dall’intersecarsi delle identità e delle strutture multiple del dominio (capitalista, razziale, imperialista e patriarcale), [che] Di conseguenza, hanno avanzato la proposta strategica di articolare insieme le lotte femministe, antirazziste, antimperialiste e anticapitaliste, senza alcuna priorità tra di esse. Proposte simili di molteplicità strategica sono state formulate anche in progetti politici multirazziali, sotto la bandiera delle persone «di colore» negli Stati Uniti, ad esempio, e all’interno del Black Consciousness Movement in Sudafrica. Anche in questi casi, la molteplicità strategica può funzionare […] solo se nessuna delle sue componenti ha la priorità sulle altre4.

L’altro elemento che scuoteva dalle fondamenta l’ordine dato, anche a sinistra, era costituito dalla rimessa in discussione di ciò che doveva intendersi come democrazia, non soltanto come rivendicazione nei confronti dei regimi illiberali, dittatoriali, autoritari, golpisti e di destra.

Le nozioni di democrazia rivoluzionaria che sono proliferate, non solo si sono opposte al governo autoritario e al controllo capitalista, ma hanno anche rifiutato le strutture consolidate dei regimi democratici liberali. In termini sintetici, si potrebbe dire che questa democrazia privilegia la partecipazione rispetto alla rappresentanza, ovvero la partecipazione universale al processo decisionale politico, piuttosto che schemi di rappresentanza che lasciano il potere nelle mani di pochi5.

Infine, last but not least, l’elemento di rinnovamento contenuto nell’esperienza dei movimenti del decennio, che allo stesso tempo ne costituiva la prima ed ultima ragione di fondo, fu quello della liberazione.

La liberazione, infine, può essere il concetto che unisce tutti gli altri e funge da concetto guida per comprendere l’epoca. Gli attivisti erano convinti che, attraverso una lotta organizzata, fosse possibile cambiare tutto e reinventare la società dalle fondamenta. Liberazione non significa solo emancipazione, cioè liberare le persone dalle loro catene per farle partecipare alla società esistente. La liberazione richiede anche una trasformazione radicale di quella società, rovesciando le sue strutture di dominio e creando nuove istituzioni che favoriscano la libertà. Ma anche questo non basta, perché per la liberazione devono cambiare non solamente le strutture ma anche i soggetti, avviando un processo di trasformazione soggettiva collettiva. Gli anni Settanta sono stati forse l’ultimo periodo in cui numerosi movimenti sociali e politici su larga scala hanno avuto l’audacia e la fiducia di puntare inequivocabilmente alla liberazione e di mettere in pratica i mezzi per raggiungerla6.

In tale concezione, è evidente, di fondavano le istanze rivoluzionarie datesi a partire dal secolo precedente, ma liberate da tutte quelle istanze autoritario-partitiche che avevano contribuito a dar vita alle mostruosità repressive del socialismo reale e, allo stesso tempo, arricchite dalle formulazioni marcusiane liberate dall’aspetto meramente filosofico per essere integrate nell’attività politica e nella vita dei militanti.

Il testo di Hardt, che documenta nell’arco di sedici capitoli dedicati ai diversi aspetti di quei movimenti e ai loro contenuti tutto l’arco dell’esperienza Settanta, oltre a porsi nelle conclusioni il problema di ciò che è giunto ed è stato assorbito dai movimenti attuali, chiarisce quale fu e rimane la sostanziale differenza tra gli anni Sessanta e Settanta, cui si è qui accennato fin dall’inizio.

Ciò che più significativamente divide i movimenti progressisti e rivoluzionari degli anni Settanta da quelli degli anni Sessanta è la loro diversa relazione con il presente. Semplificando molto, gli anni Sessanta sono stati un punto di svolta cruciale che ha segnato la fine di un’epoca. La coincidenza e l’accumulo di lotte in quel decennio, a volte indicato come il «Sessantotto globale» – tra cui lotte anticoloniali e antimperialiste, le rivolte contro i regimi statali socialisti, le insurrezioni contro la dominazione razziale, le ribellioni degli operai contro la disciplina di fabbrica ecc. – hanno reso sempre più ingovernabile il potere globale dominante, così come i regimi disciplinari di ogni paese. Hanno fatto precipitare una lunga serie di crisi sociali, ecologiche e politiche nel corso dei primi anni Settanta. Possiamo certamente imparare dai movimenti degli anni Sessanta, sia da quelli vittoriosi che da quelli sconfitti, ma fondamentalmente appartengono a un mondo passato, non al nostro.
Gli anni Settanta, invece, segnano l’inizio del nostro tempo. È stato un decennio di grandi cambiamenti tellurici nelle strutture e nei meccanismi che governano l’ordine sociale, che gli studiosi hanno cercato di cogliere da diverse angolazioni e attraverso svariati punti di vista. La società post-industriale, ad esempio, ha preso forma negli anni Settanta: è stato, forse paradossalmente, il picco del potere dei lavoratori industriali e l’inizio del suo declino. Contemporaneamente, il lavoro e i regimi salariali si sono spostati dai modelli fordisti a quelli postfordisti, dando inizio a un’epoca di forme di occupazione sempre più precarie e informali. Allo stesso tempo, le politiche neoliberali hanno intrapreso un percorso di privatizzazione dei beni pubblici, di indebolimento delle strutture di welfare e di aumento del divario tra ricchi e poveri, rendendo lo Stato meno reattivo alle richieste sociali e alle riforme progressive.
I progetti progressisti e rivoluzionari si adattarono a questo nuovo contesto in una miriade di modi. Poiché la protesta era diventata meno efficace, a causa della minore risposta dello Stato alle richieste sociali e dell’imposizione di livelli più elevati di repressione (una condizione a cui mi riferirò in seguito come «fine della mediazione»), gli attivisti sono stati costretti a superare la tattica della protesta e a inventare nuove forme di organizzazione e di azione. Allo stesso tempo, si è assistito a una proliferazione e a una maggiore visibilità delle diverse forme di lotta di liberazione, comprese quelle che riguardavano il genere, la razza, la sessualità e le molteplici forme del lavoro. Ciò era dovuto in parte al fatto che gli operai non fossero più un’avanguardia e i protagonisti centrali di un unico movimento. Gli attivisti hanno incominciato a sviluppare una serie di articolazioni tra questi molteplici movimenti per rispondere a nuove esigenze e organizzarsi strategicamente7.


  1. N. Balestrini – P. Moroni, a cura di, L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Feltrinelli, Milano 2021, p. 527  

  2. M. Hardt, I Settanta sovversivi. La globalizzazione delle lotte, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 8-9.  

  3. M. Hardt, op.cit., pp. 14-15.  

  4. Ivi, pp. 15-16.  

  5. Ibidem, p. 16.  

  6. Ibid., p. 16.  

  7. Ivi, pp. 17-18.  

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Immagini di classe. Produzione artistica, operaismo, autonomia e femminismo https://www.carmillaonline.com/2024/02/27/immagini-di-classe-produzione-artistica-operaismo-autonomia-e-femminismo/ Tue, 27 Feb 2024 21:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80892 di Gioacchino Toni

Jacopo Galimberti, Immagini di classe. Operaismo, Autonomia e produzione artistica, DeriveApprodi, Bologna 2023, pp. 416, € 28,00

In oltre quattrocento pagine corredate di numerose illustrazioni, il volume Immagini di classe di Jacopo Galimberti approfondisce la produzione di alcune generazioni di artisti, architetti, designer e storici/teorici dell’arte e dell’architettura legati, più o meno direttamente, all’operaismo e all’area dell’autonomia, indagando dunque i legami tra arti visive, idee politiche e produzione di sapere.

Dopo essersi occupato in apertura di volume della grafica delle riviste “Quaderni rossi” e “classe operaia” e dell’iconografia proletaria proposta da quest’ultima attraverso disegni e vignette, Galimberti passa [...]]]> di Gioacchino Toni

Jacopo Galimberti, Immagini di classe. Operaismo, Autonomia e produzione artistica, DeriveApprodi, Bologna 2023, pp. 416, € 28,00

In oltre quattrocento pagine corredate di numerose illustrazioni, il volume Immagini di classe di Jacopo Galimberti approfondisce la produzione di alcune generazioni di artisti, architetti, designer e storici/teorici dell’arte e dell’architettura legati, più o meno direttamente, all’operaismo e all’area dell’autonomia, indagando dunque i legami tra arti visive, idee politiche e produzione di sapere.

Dopo essersi occupato in apertura di volume della grafica delle riviste “Quaderni rossi” e “classe operaia” e dell’iconografia proletaria proposta da quest’ultima attraverso disegni e vignette, Galimberti passa in rassegna la produzione del Gruppo N, collettivo artistico che, riprendendo il primo operaismo, intese ripensare il rapporto tra tecnologia, arte e lavoro, per poi dedicare un capitolo all’influenza esercitata dall’operaismo sull’architettura facendo riferimento in particolare al collettivo fiorentino Archizoom nato a metà degli anni Sessanta.

Nel volume trova spazio la ricostruzione del dibattito che attraversa “Angelus Novus” e “Contropiano” circa le avanguardie storiche, il ruolo degli intellettuali e dell’architettura moderna, vengono riprese le riflessioni a proposito del rapporto tra architettura, urbanistica e politica prodotte da Manfredo Tafuri insieme al suo gruppo di ricerca nel corso degli anni Settanta ed esaminato, a partire dalla figura di Danilo Montaldi, il rapporto tra la pratica della “conricerca” e l’universo culturale e artistico.

Ad essere passate in rassegna da Galimberti sono, inoltre, alcune produzioni realizzate con media diversi appositamente per Potere operaio e i materiali a sostegno della Campagna per il salario al lavoro domestico prodotti dal Gruppo Femminista Immagine di Varese, nato attorno alla metà degli anni Settanta.

L’ultima parte del volume è dedicata alla grafica delle riviste e delle fanzine dell’area autonoma, in particolare alla ripresa delle avanguardie storiche nelle strategie comunicative del movimento del ’77, per poi concludersi con l’analisi di alcune opere realizzate durante e dopo gli arresti del 1979 da parte di artisti legati all’operaismo e all’autonomia.

Immagini di classe intende dunque ricostruire un legame, quello tra esperienze politiche radicali e riflessione/produzione artistica, scarsamente approfondito: le ricostruzioni di quell’assalto al cielo portato dalla stagione dei movimenti, che pure non sono mancate, hanno spesso affrontato i due ambiti in maniera disgiunta.

Di particolare interesse è il capitolo dedicato alla produzione del Gruppo Femminista Immagine di Varese, fondato nel 1974 da Milli Gandini, Mariuccia Secol e Mirella Tognola, a sostegno dell’International Wages for Housework Campaign portata avanti da femministe materialiste, alcune delle quali passate dall’esperienza di Potere operaio, come Mariarosa Dalla Costa.

Galimberti analizza in apertura di capitolo il manifesto del Convegno nazionale tenutosi a Roma il 29 aprile 1978 volto a lanciare la Campagna per il salario al lavoro domestico realizzato dalle componenti del Gruppo Immagine che, riprendendo una delle questioni centrali del network internazionale femminista – ben sintetizzata dalla frase «Col capitalismo cominciò lo sfruttamento più intenso della donna come donna e la possibilità alla fine della sua liberazione» di Mariarosa Dalla Costa e Selma James (Potere femminile e sovversione sociale, 1972) – recitava: «Soldi a tutte le donne», a suggerire da un lato «fino a che punto l’identità sociale delle donne fosse irretita nell’economia di mercato» mentre allo stesso tempo il manifesto graficamente ribadiva «la necessità di sviluppare un’azione politica di massa che saldasse chi riceveva un salario e le casalinghe, il cui lavoro era invece […] “demercificato”» (p. 246).

Betty Friedan (The Feminine Mystique, 1963) – ripresa successivamente da Leopoldina Fortunati (L’arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale, 1981), altra ex militante di Potere operaio –, aveva evidenziato come l’ideologia della “mistica femminile” avesse contribuito a privare il lavoro domestico della sua dimensione economica legittimando così l’assenza di una sua retribuzione. Il manifesto prodotto dal gruppo intendeva dare immagine a questa oscillazione tra economia e natura in un contesto come quello italiano che negli anni Sessanta e Settanta, non di rado persino all’interno di formazioni politiche radicali, tendeva a considerare il lavoro riproduttivo alla stregua di una “vocazione femminile per natura” ricompensata con “l’affetto e l’amore”.

La forma sinuosa del corteo [proposta dal manifesto del Gruppo Immagine] rimandava infatti a un motivo classico che simboleggiava la prosperità: la cornucopia, un corno, spesso associato a una figura muliebre, da cui traboccano monete o alimenti che sono il frutto “del lavoro della natura”, per così dire. Questa scelta iconografica faceva sì che il poster del gruppo riuscisse a tradurre in termini visivi quello che Fortunati aveva definito come la doppia natura del lavoro domestico e del lavoro di cura: per l’ideologia capitalista, essi erano una “naturale” fonte di ricchezza e benessere, ma dal punto di vista delle “operaie della casa”, la forza-lavoro necessaria per svolgere queste mansioni era una merce e doveva essere retribuita come tale (247).

Con una personale tenuta a Roma nel 1975 dal titolo La mamma è uscita, Milli Gandini, una delle fondatrici del Gruppo Immagine, intese rispondere all’invito ad “uscire di casa” rivolto alle donne da Dalla Costa e James. Mossa dalla volontà di presentare momenti di «creatività del rifiuto del lavoro domestico», attraverso arazzi realizzati con una trama molto larga e scarsamente ricamati, Gandini intendeva palesare il rifiuto di quanto questi avevano storicamente rappresentato per le donne, ossia «tanto lavoro manuale da eseguire ripetitivamente con punti piccolissimi» («Le operaie della casa», novembre 1975 – febbraio 1976). La tecnica del punto croce veniva dunque sovvertita e trasformata in qualcosa di volutamente grossolano intendendo così rifiutare l’abnegazione ad un lavoro ripetitivo, alienante e non retribuito. Nella stessa mostra l’artista aveva voluto esporre anche utensili domestici, trasformati dal processo di ricontestualizzazione artistico in esempi di “rifiuto del lavoro” femminile.

Attraverso le sue realizzazioni Gandini ambiva inoltre a contribuire a quell’opera di controinformazione femminista portata avanti a metà degli anni Settanta dalle militanti della Campagna per il salario al lavoro domestico anche attraverso nuove forme di controinformazione visiva.

Galimberti ricostruisce inoltre le modalità con cui politica ed estetica si sono intersecate all’interno del gruppo femminista promotore della Campagna per il salario al lavoro domestico, focalizzandosi soprattutto sul discorso estetico sviluppato da militanti italiane come Laura Morato e Silvia Federici. Di quest’ultima, trasferitasi negli Stati Uniti nel 1967, lo studioso analizza le illustrazioni – in buona parte stampe del XVI e XVII secolo – scelte per il volume pubblicato in lingua inglese ad inizio del nuovo millennio Caliban and the Witch (2004) – in cui la militante aveva ripreso e ampliato un lavoro svolto con Fortunati a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta –, sottolineando come in tale apparato iconografico Federici intendesse proporre un uso innovativo delle illustrazioni nei testi di teoria politica.

Ad essere esaminato dallo studioso è anche il grande telo realizzato nel 1976 dal Gruppo Immagine e steso dietro al palco di un evento napoletano nell’ambito della Campagna per il salario al lavoro domestico, in cui erano state cucite con effetto filigrana in latino le Litanie della Beata Vergine Maria, figura modello di femminilità e maternità nell’Italia cattolica dell’epoca. A fare da controcanto al contenuto religioso era stata riportata in evidenza la scritta “Anche l’amore è lavoro domestico”, a sottolineare, così come avrà modo di argomentare Giovanna Franca Dalla Costa (Un lavoro d’amore: la violenza fisica componente essenziale del “trattamento” maschile nei confronti delle donne, 1978), come

il capitalismo [avesse] sostenuto l’ideologia dell’amore coniugale e, parallelamente, la stigmatizzazione delle sex workers proprio per imporre uno specifico modello di famiglia e legittimare, pertanto, il lavoro femminile non retribuito. Lo stupro e la violenza maschile non erano, quindi, eventi tragici e isolati, ma piuttosto misure standard che, in nome dell’ordine economico, i mariti mettevano in atto per garantirsi l’asservimento delle compagne (p. 259).

A Mariuccia Secol si devono grandi arazzi raffiguranti figure femminili astratte in cui a materiali nobili e pratiche complesse si alternano interventi poveri e grossolani al fine di criticare «l’immagine della casalinga virtuosa e compiaciuta della propria abilità nei lavori» (p. 260).

La questione della creatività femminile è stata posta la centro dell’incontro milanese Donne Arte Società tenutosi nel 1978 in un clima politico e sociale particolarmente teso. In quell’occasione le donne del Gruppo Immagine presentarono un documento – accesamente criticato da diverse partecipanti – con cui, rivedendo in maniera critica il tipo di militanza assunto negli anni precedenti, intendevano rivendicare il diritto a una pratica artistica più individuale e autoreferenziale e meno subordinata all’universo politico esistente.

Alla Biennale veneziana del 1978 intitolata Dalla natura all’arte, dall’arte alla natura, il Gruppo Immagine prospettò un riformulazione della dualità natura/arte intendendo, sostiene Galimberti, contrastare l’idea che le donne potessero “rappresentare la natura”, come a lungo sostenuto da diversi artisti maschi. Il Gruppo guardò criticamente anche all’ambito architettonico denunciando quanto la progettazione delle abitazioni avesse storicamente contribuito a limitare l’indipendenza delle donne e prospettando forme architettoniche alternative ed emancipative.

Il ritorno all’ordine che si diffuse in Italia sul finire degli anni Settanta comportò la fine tanto della Campagna per il salario al lavoro domestico quanto dello spirito militante e collettivo che aveva animato il Gruppo Immagine. Gli anni Ottanta sancirono una svolta tanto nella militanza politica quanto nella pratica artistica delle donne che condusse all’aprirsi un nuova e differente stagione.

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Un diverso contributo alla storia dell’Autonomia (proletaria) https://www.carmillaonline.com/2023/11/21/un-utile-contributo-per-ridefinire-un-pezzo-di-storia-dellautonomia-proletaria/ Tue, 21 Nov 2023 21:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80027 di Sandro Moiso

Francesco Schirone (a cura di), L’Utopia concreta. Azione libertaria e Proletari autonomi. Milano 1969-1973, Volume I, Zero in Condotta, Milano 2023, pp. 382, 25 euro

[Per Autonomia operaia] Intendiamo la lotta (in tutte le sue espressioni, dal momento dell’esecuzione materiale e di tutti gli altri momenti riflessivi) di quegli strati che vivono nella condizione proletaria; una lotta che si ponga sempre in posizione antagonistica e mai unificante con gli interessi del sistema organizzato dello sfruttamento; una lotta condotta unicamente nel metodo della convenienza proletaria e non con quello della convenzione del legalitarismo democratico-borghese (vedi sindacalismo, parlamentarismo, ecc.); [...]]]> di Sandro Moiso

Francesco Schirone (a cura di), L’Utopia concreta. Azione libertaria e Proletari autonomi. Milano 1969-1973, Volume I, Zero in Condotta, Milano 2023, pp. 382, 25 euro

[Per Autonomia operaia] Intendiamo la lotta (in tutte le sue espressioni, dal momento dell’esecuzione materiale e di tutti gli altri momenti riflessivi) di quegli strati che vivono nella condizione proletaria; una lotta che si ponga sempre in posizione antagonistica e mai unificante con gli interessi del sistema organizzato dello sfruttamento; una lotta condotta unicamente nel metodo della convenienza proletaria e non con quello della convenzione del legalitarismo democratico-borghese (vedi sindacalismo, parlamentarismo, ecc.); una lotta il cui potere di gestione sia tutto nelle mani delle masse proletarie sfruttate (autogestione) ripudiando ogni forma di delega di potere decisionale, usando solo il metodo dell’azione diretta. (Spunti per una discussione sul sociale e sull’autonomia proletaria – Proletari autonomi, marzo 1973)

Per uscire, una volta tanto, dalla narrazione “operaista” della nascita e dello sviluppo dell’Autonomia, si rende utile e necessaria la lettura di questo primo volume, edito da Zero in condotta, sull’esperienza dei gruppi anarco-consigliaristi, soprattutto milanesi, che tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta fornirono un impulso organizzativo e nuove ipotesi di riflessione allo sviluppo di un movimento, allora, vivace e allo stesso tempo caotico che avrebbe dato vita e motivi di rinnovamento politico ai movimenti antagonisti di quel periodo attraverso innumerevoli spoglie ideologiche.

Non si tratta, però, qui di stabilire primati, diritti di prelazione o di prima nascita di sigle, teorizzazioni e formule che avrebbero caratterizzato in seguito i movimenti e il dibattito politico al loro interno, ma, piuttosto, di cogliere, come sempre si dovrebbe fare in questi casi, che tutte le varie formule e gli espedienti organizzativi e politici che quegli stessi finirono col produrre e riprodurre affondavano le loro radici non nelle teste dei singoli, nelle idee o in formulazioni ideologiche predefinite in anticipo da partiti o intellettuali più “di mestiere” che rivoluzionari “di professione”, ma nella concreta realtà dello sviluppo delle ribellioni proletarie e operaie, giovanili e studentesche di quegli anni.

Lotte e moti spontanei di rivolta, nelle fabbriche e nei quartieri, nelle strade e nelle università e scuole, che derivavano da concrete condizioni materiali di sfruttamento e oppressione, molto prima e molto più radicalmente di quanto qualsiasi ideologia, dottrina “scientifica” e ipotesi politica o sindacale avesse potuto prevedere in anticipo o con precisione. Da questo punto di vista un certo spontaneismo, termine con cui troppo spesso un’ortodossia, sempre farlocca, vorrebbe bollare tutte le iniziative che sfuggono ai suoi parametri interpretativi, era frutto della spontaneità e della immediatezza delle lotte. Per lungo tempo imprevedibili, tanto per i “padroni” che per i “bonzi” sindacali o di partito.

Se è vero dunque che qualsiasi sistemazione o interpretazione politica o storica delle lotte e delle loro finalità non può avvenire altrimenti che ex post, è altrettanti vero che spesso l’immediatezza dell’idea di azione diretta di stampo anarchico costituisce il primo “sentire” di avvenimenti in corso di maturazione ed evoluzione. Primo “sentire” che spesso si lascia irretire, talvolta, da formulazioni e da utopie sociali un po’ troppo semplicistiche (ma non lo sono, forse, tutte le Utopie?), ma che ha l’indubbio pregio di cogliere l’immediatezza dei fatti, senza per forza costruirvi intorno subito, magari in seguito poi sì, formule teoriche e organizzative che troppo spesso finiscono, nella loro magniloquenza e pretesa affermazione di autorità e verosimiglianza, col dividere gli stessi movimenti da cui sono nate e cui devono le loro concrete origini materiali.

Ecco, allora, che il titolo scelto per la raccolta di saggi, articoli, testimonianze, pagine di giornali e volantini curata da Franco Schirone, L’Utopia concreta, è davvero perfetto. Nelle sue pagine si tratta, infatti, dell’”Utopia concreta” che scaturì dall’unione tra pensiero e azione anarchica e lotte operaie e proletarie non solo in quel di Milano, in cui alcuni dei gruppi che animarono quell’esperienza ebbero origine e sede, ma anche in altre parti d’Italia.

Non a caso, la citazione posta in esergo a questa recensione è tratta da un ciclostilato distribuito come supplemento al n° 1 e 2 di “Proletari Autonomi”, edizione per la Sardegna e ciclostilato a Cagliari nel marzo del 1973. L’ampia raccolta documentaristica inclusa nel volume riesce così a ricreare la memoria di fatti che dalla persecuzione deli anarchici dopo la strage di piazza Fontana alla manifestazione dell’anno successivo in cui nella stessa data della strage, 12 dicembre, morì lo studente Saverio Saltarelli, ammazzato dalle forze del disordine, come diceva la canzone, con una bomba al cuore.

Su su, oppure se preferite giù giù, fino alle cronache delle lotte operaie e alla nascita dei comitati operai e di quei consigli di fabbrica, prima irregolari poi sempre più inquadrati dai sindacati confederali negli anni successivi, oppure ancora alla rivolta di Reggio Calabria del 1970. Una storia dei movimenti e delle loro lotte che, attraverso testimonianze dei protagonisti di allora e dei fogli scritti e ciclostilati di quel tempo, ricostruisce anche lo sviluppo di un’idea di autonomia di classe che iniziatasi nel gruppo Kronstadt (nomen omen) di Milano e dall’esperienza di Azione libertaria (gruppo anarco-sidacalista-consigliare), nel 1969-1972, darà poi vita, dal 1972 al 1974, a Proletari Autonomi, gruppo di discussione teorica che raccoglieva compagni militanti in differenti collettivi autonomi e che, a seguito di una divisone interna, avrebbe poi dato vita, dal 1974 al 1980, al Centro Comunista di Ricerche sull’Autonomia Proletaria (C.C.R.A.P.) e successivamente, ancora, a Collegamenti, fondando l’omonima rivista. Da cui sarebbero ancora derivati, nel 1975-77, «La fabbrica diffusa», rivista milanese di analisi e intervento sulla figura dell’operaio sociale e, dal 1981 al 1983, al foglio che dal 1983 si sarebbe unito a «Collegamenti» per dare vita alla rivista «Collegamenti-Wobbly», fino alla primavera del 1994.

Una storia lunga come si può vedere da questo fin troppo rapido excursus, anche se questo primo volume si occupa specificamente del primo periodo dal 1969 al 1973, mentre resta in preparazione un volume successivo che si occuperà del periodo dal 1973 al 1982. Una storia che, come ci ricorda Giorgio Sacchetti, nasce dall’idea che, al contrario di quanto ha rivelato ancora una volta la sottomissione confederale all’Autorità statale, così tanto e spesso invocata dai sindacati confederali, in occasione dello sciopero “generale” del 17 novembre: «all’origine del movimento operaio non c’era lo Stato, ma l’idea di far da sé, di autogestione e di azione diretta»1.

Tocca però a Cosimo Scarinzi, testimone e protagonista di quell’esperimento fino ed oltre «Collegamenti-Wobbly», nella sua prefazione al testo, elencare per sommi capi le caratteristiche di quella esperienza, sia nella novità, che ebbe modo di rappresentare, che nei suoi limiti, visibili a cinquant’anni di distanza.

1. La critica radicale dei sindacati individuati come strumento di integrazione della classe anche nelle loro forme più estremiste e democratiche. Da ciò un giudizio negativo dello stesso “sindacato dei consigli” la cui “democratizzazione” ci parve , in maniera per certi versi unilaterale, una trasformazione volta a recuperare e inquadrare le stesse lotte più radicali.
2. La critica altrettanto radicale dei partiti della sinistra che si stendeva coerentemente ai gruppi della nuova sinistra di orientamento leninista giudicati non solo autoritari ma espressione degli interessi di una piccola borghesia parassitaria che cerca di utilizzare le lotte degli operai per occupare spazi di potere nell’apparato statale e sindacale.
3. Una differenziazione rispetto alla componente maggioritaria dello stesso movimento anarchico percepito come chiuso rispetto al conflitto di classe e troppo legato alla salvaguardia di una tradizione rispettabile ma talle da bloccare l’azione. Fuori dalle passioni dl tempo a chi scrive quel giudizio appare eccessivo e, in alcuni casi, ingeneroso ma era parte del nostro sentire che aveva alcune ragioni.
Guardando oggi a quelle vicende appare evidente che la nostra eresia era, per molti versi, un ritorno a un’ortodossia, non all’ortodossia […].
Mi piace, a proposito del mio/nostro operaismo radicale, ricordare come mi colpì quanto mi disse una volta Lea Melandri, una femminista molto conosciuta che frequentava i nostri ambienti, che mi fece rilevare come il proletariato tenda all’integrazione non, o non principalmente, per l’influenza della malefica piccola borghesia parassitaria ma proprio per il suo essere classe di questa società volta a migliorare, magari con lotte radicali, la propria condizione all’interno dei rapporti sociali dominanti2.

L’Utopia concreta, come afferma infine Roberto Brioschi nella seconda parte della Prefazione al testo, «è la inedita ricostruzione e proposizione della esperienza rivoluzionaria antiautoritaria degli anni dal 1968 al 1982 […] Anni che videro il tentativo cogente della abolizione del cosiddetto ordine capitalistico». Per poi concludere, poco dopo, affermando:

Un ribaltamento tutt’ora celato, temuto ed esorcizzato poiché rappresenta una storia che non è più una cronaca temporale dell’avvicendarsi di un Potere sopra ad un altro ma diviene Storia di liberazione sociale, collettiva ed individuale, propria di un immaginario che diventa realtà. Oggi più che mai bisogna tornare ad essere in grado di immaginare la vita altra e di realizzarla, ora3.


  1. G. Sacchetti, Milano, un laboratorio del sindacalismo conflittuale, Introduzione a Francesco Schirone (a cura di), L’Utopia concreta. Azione libertaria e Proletari autonomi. Milano 1969-1973, Volume I, Zero in Condotta, Milano 2023, p.13.  

  2. C. Scarinzi, Azione Libertaria e l'”eresia operaista”, prefazione a L’Utopia concreta, op. cit., p.15. Sul punto sottolineato da Lea Meandri si veda anche Michele Castaldo, Marx e il torto delle cose 1871 – 1917 – 2017, Edizioni Colibrì, Milano 2017.  

  3. R. Brioschi, In punta di matita, prefazione a L’Utopia concreta, op. cit., p.16.  

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Cronache marsigliesi / 6: È la lotta che crea l’organizzazione. https://www.carmillaonline.com/2023/06/29/cronache-marsigliesi-6-e-la-lotta-che-crea-lorganizzazione/ Thu, 29 Jun 2023 20:00:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77971 di Emilio Quadrelli

E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: Ben scavato vecchia talpa! (K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte)

Riprendiamo a scrivere dopo che, in Francia, l’ultimo sciopero generale è andato incontro a un colossale flop. Negli articoli precedenti, andando ampiamente controcorrente, avevamo evidenziato i limiti oggettivi che quelle mobilitazioni si portavano appresso e come quella “composizione di classe” non potesse che arenarsi di fronte a un conflitto che si poneva, senza ambiguità [...]]]> di Emilio Quadrelli

E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: Ben scavato vecchia talpa! (K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte)

Riprendiamo a scrivere dopo che, in Francia, l’ultimo sciopero generale è andato incontro a un colossale flop. Negli articoli precedenti, andando ampiamente controcorrente, avevamo evidenziato i limiti oggettivi che quelle mobilitazioni si portavano appresso e come quella “composizione di classe” non potesse che arenarsi di fronte a un conflitto che si poneva, senza ambiguità di sorta, sul terreno del potere. L’anomalia di massa di queste mobilitazioni sono stati i netturbini di Parigi, non per caso a maggioranza di “pelle scura”, i quali sono stati puntualmente messi all’angolo sia dalle organizzazioni sindacali sia da gran parte di quella “aristocrazia operaia” che non ha mai fatto mistero di trovarsi a proprio agio intorno alla “linea del colore” che governa la società francese oltre a percepirsi come “ceto medio”.

La questione della “bianchità”, costantemente eluso dagli irriducibili socialdemocratici e dagli improvvisati estremisti, è riemersa in tutto il suo portato strategico anzi, se la “frattura coloniale” è stato il leitmotiv della società francese del secondo dopo guerra, oggi questa frattura si fa “forma stato” a tutto tondo poiché è proprio intorno alla “linea del colore” che si è riorganizzato il comando. Tuttavia non sempre tutto il male viene per nuocere poiché il “movimento francese” ha sicuramente insegnato qualcosa di importante, l’epopea della mediazione è al tramonto e il rapporto tra proletari e stato non può che darsi sul terreno della “guerra” e del “potere”. “Guerra” perché per il comando le masse subalterne vanno e devono essere annichilite e private di qualunque legittimità politica e sociale per poter essere tranquillamente perimetrate negli impolitici ambiti della marginalità e dell’esclusione; “potere” perché ogni lotta diventa un corpo a corpo tra le classi e il dominio. In questo modo saltano per intero le divisioni tra “lotte economiche” e “lotte politiche” e ogni “lotta economica”, come l’operaismo italiano aveva abbondantemente anticipato, diventa immediatamente “lotta politica”.

Ciò che Macron e il suo governo, attraverso una intransigenza e una determinazione non proprio irrilevanti, hanno voluto esplicitare eludendo ogni dubbio di sorta è stata proprio una affermazione di potere. Di fronte a ciò quel movimento non poteva che naufragare ma, come si è detto, non tutti i mali vengono per nuocere. La sconfitta ha semplicemente ratificato l’archiviazione di una fase storica e di un segmento di classe che la ha ampiamente incarnata, non certo il tramonto del conflitto di classe, piuttosto il contrario. Il comando può, e lo sta facendo, porre in soffitta l’aristocrazia operaia ma non per questo può illudersi di inibire il lavorio della vecchia talpa.

Il comando è sicuramente in grado di esercitare il dominio ma non di porre rimedio alle contraddizioni che il suo sistema si porta appresso anzi, a un occhio minimamente attento, diventa evidente come l’esercizio del dominio sia direttamente proporzionale alla progressione geometrica delle contraddizioni. A fronte di ciò asserire che il “testamento” di Rosa, ero, sono, sarò, potrebbe rivelarsi più che un semplice augurio frutto dell’ottimismo della volontà ma la realistica constatazione della concretezza della ragione ha una sua sensatezza. Tutto questo all’interno di un contesto di guerra che non è più una semplice tendenza bensì il qui e ora dello scenario internazionale.

Certo, a ben vedere, l’Europa non è mai stata in pace tanto che, la stessa espressione “secondo dopoguerra”, fotografa appieno quella “bianchità” propria delle nostre società. L’Europa, e con lei l’insieme dell’Occidente è stata costantemente in guerra con le popolazioni non bianche ed è sulle sue baionette che hanno marciato le politiche imperialiste un aspetto che la fine del bipolarismo e l’affermarsi dell’era globale ha ampiamente enfatizzato. Oggi, però, siamo di fronte a qualcosa di diverso a un vero e proprio salto di qualità della guerra, oggi l’Europa è coinvolta nella guerra in prima persona e la conduzione della guerra interna contro le proprie masse subalterne assume i tratti della complementarietà rispetto alla guerra nel suo insieme.

Guerra interna e guerra esterna sono le due facce attraverso le quali il comando esercita il suo dominio, questa la “porta stretta” attraverso la quale ogni conflitto sarà obbligato a passare. Un compito che realisticamente non poteva e non può essere retto dalla aristocrazia operaia ma solo da un proletariato in grado di assumere la guerra come “cuore del politico”. Se tutto ciò avverrà è impossibile dirlo ma sapersi muovere dentro questa strettoia è il compito di ogni comunista, del resto, per dirla con Blanqui, il dovere di un rivoluzionario è fare la rivoluzione.
Chiusa questa breve premessa entriamo nel merito della questione.

Se, nell’articolo precedente abbiamo provato, in maniera sicuramente tutt’altro che esaustiva, a delineare l’attuale “piano del capitale” oggi, sulla scia delle informazioni che l’inchiesta ci ha fornito cercheremo di dire qualcosa intorno alla soggettività della classe. Con non poche acume Marx, già nel Manifesto, avvertiva come il capitalismo sovvertisse in continuazione non semplicemente la produzione ma tutti gli ambiti e le sfere della vita sociale. Per molti versi il capitale è sin da subito “capitale totale” e il suo divenire non può che darsi sotto le spoglie di una “rivoluzione permanente”. Una rivoluzione che è figlia non solo di quelle che possiamo chiamare le tendenze oggettive del capitale ma, e soprattutto, del conflitto di classe che è il motore stesso dello sviluppo capitalista.

Tutto ciò, ovviamente, non può che andare a intaccare per prima cosa la “composizione di classe” il che ha delle ricadute non proprio irrilevanti. Ciò che abbiamo provato a descrivere e raccontare nelle puntate precedenti ne ha fornito più di una traccia. Queste tracce sono importanti poiché è proprio da queste che è possibile sovvertire un vecchio vizio dell’ortodossia marxista ovvero leggere il divenire storico a partire dal punto di vista del capitale il quale diventa tanto il punto di partenza quanto di arrivo del processo storico. Su ciò si basa l’oggettivismo e il coevo scientismo che ha fatto da sfondo allo storicismo marxista. In tutto ciò il punto di vista della classe diventa un fattore tanto inutile quanto superfluo tanto da renderla una realtà sempre uguale a se stessa. Ciò che per Marx (la classe), in fondo, è assunto come modello ideal–tipico, per l’ortodossia comunista diventa elemento empirico a tutto tondo. La soggettività della classe, a conti fatti, diventa del tutto inessenziale poiché solo attraverso la soggettività politica (il partito) sarebbe in grado di animarsi. Un fare che va oltre l’autismo e si mostra palesemente contro fattuale rispetto al mondo reale e la riduzione a qualcosa di non distante dalla setta talmudica degli innumerevoli partiti e organizzazioni comuniste odierne ne rappresentano il tragicomico approdo.

Vestali di una ortodossia, comicamente declinata in una quantità di chiese da far invidia al burlesco mondo religioso statunitense, passano mestamente il tempo, oltre che nella reiterazione delle liturgie, andando alla ricerca della “vera” interpretazione dei testi. Così come la Bibbia, il Corano, la Torah e il Talmud, a seconda dei gusti, hanno già detto tutto anche i “sacri testi marxisti” sono, in sé, esaustivi si tratta solo di saperli interpretare. Un fare dottrinario il quale, grottesco a parte, dimentica che tutta la storia del movimento comunista è storia di eresie e, sotto questo aspetto, il leninismo è stata l’eresia per eccellenza.

Ogni fase storica non può che rompere con il passato e porre in atto la “sua ortodossia” che risulta, e non potrebbe essere altrimenti, blasfema nei confronti di ciò che l’ha preceduta, ma non solo. Ogni composizione di classe elabora un “punto di vista” che è il frutto di molteplici fattori i quali nulla hanno più a che fare con le retoriche che hanno fatto da sfondo alle epoche passate. Come ricorda Marx è la borghesia rivoluzionaria che, per glorificare se stessa, attinge dalle epoche eroiche del passato tanto che, la Grande rivoluzione, si specchiò nella Roma repubblicana, ma ciò non vale per il proletariato. Le rivoluzioni proletarie stanno sempre sul filo del tempo e benché se con le spalle sono sempre rivolte al futuro, è sul presente che focalizzano sguardi e desideri. A ben vedere, infatti, il famoso vogliamo tutto (e lo vogliamo adesso) degli operai Fiat non era poi così innovativo poiché non era altro, sicuramente sotto altra forma, del sogno comunardo che sparando agli orologi liberava, qui e ora, il tempo e la vita dagli imperativi del capitale o dell’Ottobre che poneva fine alla guerra e consegnava, qui e ora, il potere ai Soviet.

La classe è sempre “immediatista” e non potrebbe essere altrimenti, il che la rende poco prona alle retoriche del “sol dell’avvenir”. La sua “Teologia” è sempre una teologia del presente poiché se “lo stato di eccezione” è la condizione di vita normale degli operai la lotta per la sua abolizione non può che avvenire adesso. Per la classe il “paradiso” non può attendere e per questo non può che elaborare in continuazione una “eresia” in grado di farsi programma di potere del e per il comunismo. In questo senso, allora, si può parlare a ragione di “invarianza” della “linea di condotta” operaia e proletaria ma, una volta riconosciuto ciò, quella che va colta è la dimensione concreto all’interno della quale la “invarianza proletaria” prende forma.

Se pensiamo all’Italia, il paese dove tra gli anni ’60 e ’70 il conflitto di classe ha raggiunto la massima tensione all’interno di un contesto imperialista, è abbastanza facile notare quanto solo le realtà “eretiche” siano state le sole a incarnare le necessità della nuova composizione di classe. Lotta continua e Potere operaio prima, L’Autonomia operaia (con tutte le sue anime), le Brigate rosse e Prima linea dopo sono state le organizzazioni che, alla scala della storia, possono dire di aver rappresentato l’espressione concreta della classe e della sua soggettività mentre la miriade di partiti, partitini e organizzazioni sorte ideologicamente e non materialisticamente sull’onda della lotta operaia e proletaria hanno conosciuto un’esistenza effimera della quale il mondo si è velocemente dimenticato.

Le organizzazioni sopra ricordate, invece, sono state in grado di segnare un’epoca proprio in virtù delle rotture che hanno esercitato nei confronti dell’ortodossia terzinternazionalista verso la quale, invece, tutti gli altri cercavano di farne risorgere i fasti. Un po’ come oggi le varie sette si interrogano su quale sia il modo giusto e corretto di interpretare le scritture in quel periodo gruppi e gruppetti, all’ombra della salma di Lenin ma non della sua teoria politica, si arrovellavano il cervello per rimettere in vita il cadavere della Terza internazionale e più si intestardivano in ciò, più precipitavano nel tragicomico.

Lotta continua e Potere operaio per prime e successivamente le organizzazioni sorte dalle ceneri di queste si caratterizzarono proprio per la rottura con la pur eroica storia della Terza internazionale. L’operaismo constatò, e fu una vera e propria rivoluzione copernicana, la fine della separazione tra lotta economica e lotta politica mentre, le Brigate rosse, decretarono la fine della divisione tra politico e militare. Due passaggi che rompevano radicalmente con tutta una tradizione ma che, alla prova dei fatti, risultarono essere decisivi per ciò che una determinata composizione di classe e coeva soggettività aveva imposto al treno della storia. Con non poca ironia rimane da rilevare come nei confronti di tutte queste esperienze gli ortodossi dell’epoca riversarono tutte le accuse che i leader della Seconda internazionale rovesciarono su Lenin. Le accuse di blanquismo, anarchismo, terrorismo, spontaneismo ecc., andarono a ruba ma il tempo è galantuomo e dei censori dell’epoca non è rimasto traccia mentre quelle organizzazioni fanno parlare di sé ancora oggi.

A partire da questa premessa proveremo a dire qualcosa sulla classe tenendo conto di ciò che i materiali empirici raccolti sembrano raccontarci. Se nell’articolo precedente abbiamo parlato del “punto di vista” del capitale, poiché l’omogeneità del suo progetto sembra uniformare l’intero fronte borghese con buona pace dei “tardo comunisti” alla ricerca di frazioni di borghesia da cooptare in un novello “fronte nazionale sovranista” al fine di ridare fiato al mostro dello stato–nazione, adesso siamo obbligati a parlare dei “punti di vista” della classe.

Già, “punti di vista” poiché ciò che empiricamente ci racconta la classe è una pluralità che solo i ciechi e gli ottusi, o entrambi, non sono in grado di cogliere ma non solo. Se per molti versi ciò è sempre stato vero poiché la classe non è mai stata un tutto omogeneo, oggi a venir meno è l’esistenza di un settore di classe in grado di riunificare sotto la sua direzione l’intero corpo di classe. Oggi nessuna frazione della classe può assolvere a questo compito poiché alcun luogo di lavoro può vantare quella centralità che, per esempio, è stato in grado di esercitare, nel corso degli anni ’60 e ’70 italiani, il proletariato concentrato nella grande fabbrica fordista . La frantumazione del lavoro e il suo essere flessibile e precario ha posto in essere un proletariato la cui esistenza ben poco ha a che spartire con il passato, ma non solo.

Il mondo globale ha fatto saltare, o lo sta facendo, tutte le retoriche europee del “novecento” dando forma e corpo a una tipologia proletaria affine a ciò che possiamo in qualche modo definire proletariato internazionale. Una figura che ha perso, o tende a farlo, la “particolarità europea” per allinearsi, sicuramente con gradazioni assai diverse, a quella massa operaia, proletaria e subalterna attraverso la quale il comando dell’era globale pone in atto i suoi cicli di accumulazione su scala planetaria. Ma questo, andando al sodo, cosa comporta? Partiamo da ciò che la nostra modesta inchiesta è in grado di raccontarci.

Il primo aspetto che pare sensato evidenziare riguarda le piccole rotture che si sono verificate all’interno del corpo sociale che ha dato vita al movimento contro la legge sulle pensioni. Abbiamo visto come, se pur in maniera estremamente ridotta, piccoli gruppi di aristocrazia operaia abbiano rotto gli argini, posizionandosi in maniera del tutto anomala rispetto al grosso del movimento. Blocchi selvaggi e azioni di sabotaggio hanno caratterizzato questa rottura. Non siamo certo in grado, a partire da queste scarne notizie, di ipotizzare cosa e dove porterà tutto ciò, quello che possiamo fare, però, è tentare un ragionamento su questa tendenza. Sicuramente, almeno per ora, la stragrande maggioranza del mondo dei garantiti sembra ben distante dal cogliere il vero senso della posta in palio di ciò che ha rappresentato lo scontro sulle pensioni e continua a coltivare l’illusione che, in fondo, tutto finirà con l’aggiustarsi ma questa convinzione non può che andare in frantumi a fronte di ciò che il “piano del capitale” si è posto come obiettivo strategico. A quel punto i garantiti dovranno prendere atto che o accettano di lottare sui livelli di scontro imposti dal comando o devono rassegnarsi a soccombere.

Sicuramente la parte di garantiti più avanti negli anni, non senza sensatezza, proverà a tirare a campare e a gestirsi una vecchiaia senza troppi scossoni, ma in Francia tra i garantiti vi sono moltissime persone giovani per le quali le trasformazioni in atto avranno conseguenze non proprio irrilevanti e per le quali tirare a campare non sarà possibile poiché, un passo dopo l’altro, la loro condizione sarà sempre più assimilata a quella massa sterminata di “proletariato senza volto” i cui numeri, anche in Francia, sono già maggioranza. Certo questo settore di classe, per condizione e tradizione, non ha grande dimestichezza con determinate forme di lotta ed è sicuramente più moderato del “proletariato senza volto” ma, dalla sua, ha una non secondaria attitudine all’organizzazione e alla disciplina aspetti che, palesemente, sembrano assenti al resto della classe.

Nei probabili scollamenti del prossimo futuro queste attitudini non verranno sicuramente meno e potrebbero essere riversate, sicuramente in maniera non meccanica, sull’intero corpo di classe offrendo loro una base intorno alla quale costruire processi organizzativi il che sarebbe tanta manna per un proletariato più prossimo al riot che alla strutturazione di una lotta di lunga durata. Il tutto senza dimenticare che, questa classe operaia e questo proletariato, trova la sua base di forza dentro i luoghi di lavoro i quali, una volta depurati dalle retoriche prone alla concertazione, potrebbero trasformarsi in luoghi del potere operaio a tutto tondo.

Stiamo sognando? Forse, ma in fondo non è da oggi che ci muoviamo dicendo: “Bisogna sognare!” e siamo pericolosi e realisti proprio perché sogniamo si ma “a occhi aperti”. Quanto appena esposto è sicuramente solo un’ipotesi e una possibile tendenza le cui basi, però, hanno ben poco del fare ingenuo degli eterni acchiappa nuvole, ma affondano le loro radici all’interno dei processi materiali posti in atto dal comando stesso perciò: chi vivrà, vedrà!

Detto ciò proviamo a dire qualcosa intorno al caos che fa da sfondo alla stragrande maggioranza della classe. Abbiamo visto come le vite di questo proletariato siano ben poco stabili per cui lo scavo della “vecchia talpa” non può avere un cammino lineare. Rispetto all’epoca che ci siamo lasciati alle spalle una prima cosa sembra centrale: il territorio più che il luogo di lavoro può essere il punto di forza della classe. Siamo cresciuti in epoche in cui il “potere operaio” di fabbrica si irradiava sul territorio dando forza a tutte le componenti del proletariato metropolitano oggi, con ogni probabilità è necessario praticare l’inverso. Se, per tutta una fase, era stato possibile fare della fabbrica un Vietnam oggi quella logica va riversata sul territorio il che non vuol dire abbandonare i posti di lavoro come luoghi del conflitto ma, più realisticamente, prendere atto dei rapporti di forza in atto; del resto, anche nel corso dell’epopea del potere operaio di fabbrica, in determinati contesti era l’esterno a fare da supporto all’interno, il territorio all’officina,

Accanto alla grande fabbrica fordista o alle consorelle di media dimensione erano pur sempre presenti un pullulare di piccole aziende e officine dove i rapporti di forza padroni – classe operaia non potevano certo vantare quelli messi in campo dentro le grosse concentrazioni operaie e che, per molti versi, vivevano una condizione non dissimile da quella che riscontriamo oggi tra gran parte della classe. In quei contesti, per poter vincere, la lotta operaia necessitava di un supporto, tutta la storia delle ronde e delle squadre operaie racconta esattamente questa storia. Per alcuni versi, quindi, molti aspetti del passato sembrano doverosamente convivere con alcuni tratti del presente.

L’organizzazione all’interno dei posti di lavoro rimane sicuramente essenziale, e fortunatamente abbiamo non secondarie avvisaglie di settori precari che si muovono in quella direzione, ma resta pur sempre il fatto che se lasciate a se stesse queste lotte possono essere facilmente isolate prima, annichilite dopo. Perché queste lotte non rimangano invisibili occorre che vengano fatte proprie in maniera militante da ampi spezzoni di classe e questo ci porta a affrontare uno dei temi costantemente emersi nel corso della ricerca: la militarizzazione del territorio.

Abbiamo visto come sia intorno all’industria del turismo che la forza lavoro precaria trova occupazione e come questi luoghi, per assolvere appieno alla loro funzione produttiva, debbano essere forzatamente pacificati. In questi luoghi del conflitto non si deve avere neppure il più lontano sentore. Ciò comporta che, anche una normale lotta “sindacale”, non possa essere tollerata ma non solo perché andrebbe a incrinare quel frame che è l’inizio e la fine della “città turistica”. Qua ogni lotta deve essere rimossa e rimossa deve essere tutta quella parte di popolazione mobilitatasi intorno alla lotta. Tutto ciò, per forza di cose, impone un salto politico e organizzativo, il “diritto alla lotta” può essere esercitato solo attraverso la messa in campo di determinati rapporti di forza e questi rapporti, senza girarci troppo attorno, comportano anche la strutturazione di una “forza operaia” in grado di arginare e incrinare le logiche e pratiche di militarizzazione intorno alle quali è costruita la “città turistica”.

Abbiamo fatto solo un piccolo esempio che, però, è in grado di evidenziare la complessità che l’organizzazione del nuovo proletariato si porta appresso. La questione della militarizzazione non si ferma a ciò. Abbiamo visto come è dentro il quartiere proletario che si raggiungono i massimi livelli repressivi e militari, ma abbiamo visto anche come, proprio dentro il quartiere, forme di organizzazione più o meno formali prendano corpo. Il quartiere proletario è un concentrato di tensioni e conflitti che la “forma–stato” attuale può solo contenere e reprimere non certo mediare. Lì diventa possibile costruire “forme di potere proletario” che facciano del territorio una sorta di “zona liberata” all’interno della quale lo stato ha sempre più difficoltà a intervenire. Certo, come alcune interviste hanno ben evidenziato, dentro i territori non esiste una sola narrazione piuttosto una molteplicità di “punti di vista” che non possono essere unificati per decreto ma solo attraverso la sperimentazione e la prassi, la sfida è esattamente qua.

Abbiamo visto, e non è un esempio secondario, come le donne e le loro lotte assumano un ruolo sempre più importante nei conflitti contemporanei e, per molti versi, si può anche asserire che le donne rappresentino uno dei punti più alti dello scontro in atto. La loro critica al patriarcato è immediatamente critica al mostro statuale il che non è proprio un passaggio privo di ricadute. Le donne chiudono a ogni illusione sulla “forma–stato” delle cui nefandezze, semmai ve ne fosse ancora bisogno, il “socialismo reale” ha dato ampia testimonianza. Nella pratica e nelle lotte delle donne si afferma un “potere costituente dal basso” che, per alcuni versi, fa riecheggiare quel: Tutto il potere ai Soviet! su cui si era irradiato l’Ottobre ma lo fa in maniera decisamente più radicale poiché, alle spalle, ha una storia e una pratica che ha posto in evidenza come sia impossibile fuoriuscire dai rapporti sociali capitalisti se non si intaccano a fondo le strutture, la famiglia e tutti i suoi derivati normativi in primis, che di questi rapporti ne sono i capi saldi. La lotta contro il sessismo e l’omofobia ne rappresentano un tratto per nulla secondario, infine sono le donne che, quasi all’unisono, pongono la questione della autodifesa e dell’esercizio della forza e non è proprio una cosa da poco.

Un altro aspetto emerso riguarda il retaggio della memoria coloniale e l’assunzione in termini “culturali”, l’ostentazione del “velo” ne è la migliore esemplificazione, di questa storia. Si tratta di qualcosa, almeno per noi, di spiazzante ma che non può e non deve essere liquidato come qualcosa di irrisorio. Abbiamo visto come queste retoriche, significative le interviste che hanno affrontato il tema della prigione, siano in grado di ottenere una certa presa, poiché in grado di fornire una identità forte, tra gli strati più bassi della popolazione postcoloniale e per questo non possono essere liquidate in quattro battute.

In fondo queste retoriche ci dicono quanta “fame di politica” abbiano le masse e questa “fame”, se non trova una sponda comunista, finisce facilmente con l’essere saziata dai vari “fondamentalismi”. Sulla “fame di politica” delle masse si era consumata, e mai come in questo frangente sembra il caso di ricordarlo, una drastica rottura tra Lenin e ciò che passerà alla storia come menscevismo poiché, mentre i menscevichi consideravano l’operaio incapace di andare oltre alla “lotta per il copeco”, Lenin coglieva il bisogno di politica, che per lui era il bisogno dell’insurrezione, che, anche se in maniera spesso confusa si agitava tra le masse.

Il “gemito degli oppressi” di queste masse, allora, non è altro, pur se in forma alienata , che la richiesta di una prospettiva politica che lo porti fuori dallo “stato di eccezione”. La cooperazione di alcuni di questi dentro le lotte per la casa nei quartieri è di per sé indicativo. Siamo di fronte a un proletariato frantumato che solo dentro la lotta può ipotizzare di ricomporsi e costruire organizzazione, per questo l’inchiesta militante è un momento essenziale della relazione tra soggettività della classe e soggettività politica.

Sulla scia di ciò, senza cullare eccessive aspettative, pare sensato asserire che nonostante tutto la Vecchia talpa sia viva e vegeta. L’autunno prossimo si profila particolarmente caldo poiché l’attacco del comando alle condizioni di vita del proletariato francese conoscerà un nuovo “grande balzo”, la sanità e i suoi costi sono già stati posti nel mirino di Macron. Per quelle date ci auguriamo di riprendere le nostre “cronache marsigliesi” con narrazioni maggiormente entusiaste.

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Ma chi ha detto che non c’è https://www.carmillaonline.com/2022/08/12/ma-chi-ha-detto-che-non-ce/ Thu, 11 Aug 2022 22:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73379 di Jack Orlando

Antonio Bove, Francesco Festa, Gli autonomi Vol. XI l’Autonomia operaia meridionale, DeriveApprodi, Roma 2022, 18€, 260pp

Andare a stanare segnali di fermento politico nella storia del meridione italiano è, già di per sé, sempre una operazione antagonista. Poiché va ad attaccare quella narrazione che, a oltre un secolo e mezzo dalla nascita della Nazione, continua a dipingere il sud come terra di miseria (economica, ma anche sociale e finanche spirituale) e di cronica arretratezza e passività.

Si va ad attaccare il discorso coloniale che nasconde, dietro una facciata di luoghi [...]]]> di Jack Orlando

Antonio Bove, Francesco Festa, Gli autonomi Vol. XI l’Autonomia operaia meridionale, DeriveApprodi, Roma 2022, 18€, 260pp

Andare a stanare segnali di fermento politico nella storia del meridione italiano è, già di per sé, sempre una operazione antagonista. Poiché va ad attaccare quella narrazione che, a oltre un secolo e mezzo dalla nascita della Nazione, continua a dipingere il sud come terra di miseria (economica, ma anche sociale e finanche spirituale) e di cronica arretratezza e passività.

Si va ad attaccare il discorso coloniale che nasconde, dietro una facciata di luoghi comuni e proto-razzismi, una scientifica e costante produzione di sottosviluppo dell’area meridionale, su cui si sono costruite le premesse per la costruzione di benessere e progresso nell’area metropolitana di potere.
Andare a cercare le tracce della ribellione, dell’organizzazione autonoma dei subalterni, in quel paradiso abitato da diavoli, restituisce dignità a storie rimosse e straccia il velo delle narrazioni dominanti; d’altronde non c’è storia di subalternità che non sia allo stesso tempo storia di resistenza e fughe in avanti.

Fare poi questa operazione andando a cercare i semi del conflitto che germogliano durante gli anni ‘80 del ‘900 la strada è ancora più dura. Se per tutta l’Italia 80 vuol dire sconfitta, riflusso e restaurazione neoliberista, in Campania vuol dire anche Camorra, quella Nuova e Organizzata, con tutte le maiuscole. Non solo, vuol dire anche Terremoto, quello dell’Irpinia, devastante e tragico per le popolazioni, enorme e ghiotto per le consorterie affaristiche.

La Campania degli ‘80 come laboratorio di governo del territorio dove si intrecciano gli interessi clientelari dei partiti, manovre speculative degli squali d’alta borghesia, politiche coloniali, ristrutturazione del potere criminale e cauterizzazione degli ultimi germi di conflitto sociale sopravvissuti alla mattanza di fine decennio.

Per chi è superstite della stagione rivoluzionaria, attraversare questo passaggio significa camminare in mezzo alle forche caudine, tentando la tenuta delle ultime ridotte e la ricerca di nuovi possibili slanci.
Ecco che ricostruire il percorso dell’Autonomia in Campania, al giro di boa del terremoto significa andare a cercare e portare al presente, una moltitudine di esperienze di conflitto, autorganizzazione e sperimentazione collettiva assai profonda. Gli anni ‘80 del riflusso, sono anche gli anni ‘80 della ricerca disperata, dei tentati colpi di reni e scartamenti a lato per riprendere il centro del ring.
Ma ciò che segue alle storie maggiori, specialmente quando hanno in sorte la sconfitta, è relegato all’oblio, al romanzo d’appendice.

Eppure, all’epica dei momenti di zenit, all’intensità del viverli e del ricostruirli, non può che affiancarsi a un certo punto l’indagine sul momento di flessione. Sulle secche che restano dopo l’onda alta. D’altronde è sempre più lungo il momento delle ritirate e della stasi, di quello dell’assalto ed è in queste fasi che si può trovare il grigio e quotidiano lavoro della talpa, che scava anche alla cieca, la sua uscita dal presente, anche quando si presenta come una cappa opprimente ed ermetica. Sta sempre nelle secche la preparazione del salto in avanti.

La storia delle formazioni politiche campane, in quegli anni brutti, è una storia particolare, profondamente legata al profilo del suo territorio, con le sue immani contraddizioni, ma è allo stesso tempo uno specchio, dove si riflette l’intera vicenda dell’antagonismo italiano e del suo assalto al cielo.
È una storia di collettivi che cercano di riguadagnare internità nei luoghi da cui la repressione li ha sloggiati a bastonate, di tentativi di reinterpretare le nuove soggettività emergenti. Il generoso e forse ingenuo tentativo di dare una torsione feconda all’organizzazione delle popolazioni terremotate; i coordinamenti nazionali e le lotte contro il nucleare e la NATO. I centri sociali come basi sul territorio, i nuovi linguaggi giovanili, e l’ostinata pratica femminista in un contesto tradizionalmente patriarcale. La Pantera studentesca e le lotte dei disoccupati. La provincia come territorio conteso tra autorganizzazione e gestione speculativa.

Storie minori, quelle che tendenzialmente restano tagliate fuori dal racconto storico, non esenti da un certo reducismo. Eppure sono i nervi scoperti di un micromondo che racchiude in sé l’universo di una intera fase storica, con le sue sfaccettature, contraddizioni e conflittualità interne, e con la sua ricchezza di slanci in avanti. Si potrebbe obiettare che è una forzatura parlare di Autonomia Operaia, in una fase in cui ormai questa decadeva ed in un territorio in cui non ha certamente avuto i suoi centri propulsivi ma, come rispondono alcuni degli autori, l’Autonomia, in fondo, “è stata un’aspirazione e un livello progettuale – peraltro variamente interpretato – più che una vigenza.”1

Forse qui sta uno dei meriti migliori di un lavoro del genere: andare a cogliere quella che è la molteplicità delle interpretazioni e delle realizzazioni che si sono coagulate attorno al tema e all’area dell’Autonomia Operaia, ben oltre le classiche canonizzazioni storiografiche, tanto da farci parlare piuttosto di Autonomie, al plurale, per seguire (e raccogliere) tracce e spunti disseminati in un sentiero dissestato e sottrarre, alle polemiche da eredità di famiglia e alle sterili ortodossie del poi, strumenti di lotta che siano ancora validi.

A chi crede che nei momenti di buio, o fuori dalle grandi storie cui si appiccica il copyright, in quei percorsi di silenziosa tenacia, non ci sia nulla di buono, si risponde, come quello della canzone. Ma chi ha detto che non c’è?


  1. A. Bove F. Festa, Gli autonomi vol. XI, cit. p. 147 

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Territorio, trasformazione, conflitto, prospettiva https://www.carmillaonline.com/2021/11/17/territorio-trasformazione-conflitto-prospettiva/ Tue, 16 Nov 2021 23:00:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69256 Di Jack Orlando

Alberto Magnaghi, a cura di, Quaderni del Territorio. Dalla città fabbrica alla città digitale (1976-1981), Derive Approdi, Roma, 2021, pp. 138, 16€.

Nella pratica dei movimenti sociali, come in realtà di quasi ogni fenomeno politico, la dimensione territoriale è una costante fondamentale in cui si dipana la prassi e si possono misurare risultati, obbiettivi e limiti. Per perimetrarsi sullo scenario italiano ed alla storia recente, le strutture di intervento territoriale dell’autonomia, la stagione dei centri sociali, il più recente fiorire e sfiorire di collettivi politici con prerogativa spiccatamente territoriale, [...]]]> Di Jack Orlando

Alberto Magnaghi, a cura di, Quaderni del Territorio. Dalla città fabbrica alla città digitale (1976-1981), Derive Approdi, Roma, 2021, pp. 138, 16€.

Nella pratica dei movimenti sociali, come in realtà di quasi ogni fenomeno politico, la dimensione territoriale è una costante fondamentale in cui si dipana la prassi e si possono misurare risultati, obbiettivi e limiti.
Per perimetrarsi sullo scenario italiano ed alla storia recente, le strutture di intervento territoriale dell’autonomia, la stagione dei centri sociali, il più recente fiorire e sfiorire di collettivi politici con prerogativa spiccatamente territoriale, specialmente nelle metropoli, confermano questa centralità del territorio come elemento imprescindibile della politica.
Eppure si è spesso dimostrato anche un limite, invalicabile a volte, nell’incapacità delle strutture di rendere organico e dialettico il rapporto tra programma e territorio. Ciò è probabilmente dovuto, tra le altre cose, alla mancata analisi di questo in relazione alla sua composizione, alla sua funzione all’interno del modo di produzione ed alle tensioni intrinseche che lo attraversano e significano.

Rileggere, sotto la luce di questo limite, l’esperienza dei “Quaderni del Territorio” permette di reimpostare il problema e tracciare nuove linee di azione.
Emersi in seno all’onda lunga dell’operaismo, tra urbanisti, architetti e geografi, attivi dal ‘76 al ‘79 (salvo una ricomparsa nel 1981) e terminati sotto l’opera di repressione statale, con la scure dell’Inchiesta 7 Aprile, mettono al centro dell’indagine il Territorio come risultante della lotta di classe.
Il metodo di lavoro è quello di calare il sapere specifico delle discipline all’interno della conoscenza prodotta dalle lotte, agendo fianco a fianco tra operai e ricercatori, per sviluppare una concezione del territorio che, uscendo dall’accademia, si ponga come strumento operativo nelle mani di chi opera fratture rivoluzionarie nel presente.
È un metodo che non solo rivoluziona il rapporto tra disciplina e oggetto, ma che agendo nella carne viva, conquista capacità di previsione sugli scenari in mutamento e anticipa tendenze che oggi ritroviamo come quotidianità assodata.
Ogni territorio, nello schema del modo di produzione capitalista, ha un suo ruolo assegnatogli, da cui si ricava estrazione di valore e capacità di controllo della popolazione; non è elemento neutro né tantomeno naturale.
D’altro canto è un luogo dove operano e vivono soggetti sociali, che interagiscono con questo secondo le proprie priorità e interessi. Anche qui la neutralità viene espunta, un quartiere dormitorio, nelle mani di una collettività in lotta viene trasformato nel suo uso e nei suoi significati; è il controutilizzo che ne fa la classe a determinare la sua fisionomia; così come è la risposta della classe dominante a rimodularne a sua volta i contorni secondo le esigenze dello scontro, in una sorta di dama cinese del conflitto.

Vale la pena sottolineare qui come nell’indagine dei QdT, ci si trovi davanti alla ristrutturazione capitalista seguita al ciclo delle lotte operaie ed alla crisi petrolifera del ‘73: le esigenze del comando necessitano di un aggiornamento che si concretizza nella polverizzazione della catena produttiva, con conseguente dispersione della figura operaia ed il tramonto della sua capacità offensiva, e con l’integrazione delle produzioni in un meccanismo di scala globale, ovvero l’inizio della globalizzazione e la riconversione di interi territori secondo le necessità di specializzazione produttiva della nuova industria.
È qui che, d’innanzi alla fine della centralità operaia come motore della lotta di classe, il territorio sembra indicare un fattore di ricomposizione grazie a quello spettro di lotte per la casa, per le utenze, i consumi o la socializzazione, in grado di dare corpo alla proposta dell’operaio sociale, figura ambivalente che, da un lato, sembra cogliere l’essenza dei comportamenti e delle pratiche dei giovani proletari fuori dalla fabbrica, con l’emergere della terziarizzazione e della precarietà quale conditio sine qua non del mercato lavoro, dall’altro intuizione teorica la cui genericità finisce per spiegare tutto e quindi comprendere nulla all’interno di maglie troppo larghe.

Quest’aspetto dei QdT è proprio quello che pare essere di maggiore attualità: il suo vivere ed operare all’interno di una crisi profonda che costringe i suoi animatori a dotarsi di strumenti e lenti d’osservazione in grado di elevarsi al di sopra del caos della cronaca e dei mutamenti, per cogliere le tendenze in atto e le trasformazioni di lungo periodo, quelle in nuce, non immediatamente tangibili ma destinate a occupare il centro della scena. Così è stato per le tante anticipazioni colte da questa rivista, così dev’essere oggi per un’intelligenza collettiva alle prese con un passaggio di epoca.
La pandemia, la crisi ambientale, il mondo multipolare, l’impazzimento della globalizzazione, sono tutti volti attuali e temporanei della antica catastrofe che caratterizza da sempre i passaggi da un mondo ad un altro. E non esiste alcun piano preordinato che delinei la strada, il capitale è un rapporto sociale e sotto la sua presunta razionalità si nasconde una bolgia impazzita di interessi divergenti e contrapposti che sgomitano per primeggiare.
Il mutamento lo decidono i rapporti tra le forze in campo nel frangente della battaglia, molto più che le pianificazioni dei generali.

Sotto i nostri occhi i territori mutano di nuovo ed in profondità, secondo gli interessi del dominante, e non riusciamo a vedere dove risieda la classe operaia, l’altro polo del mutamento dialettico.
Quale sia l’impatto dei piani di rinascita, o della conversione verde nella trasformazione sociale e geografica, quali possibili energie di conflitto possano sprigionare non lo sappiamo ancora prevedere, eppure preme con urgenza sulle spalle.
La tensione alla guerra civile, altra faccia del declino della razionalità occidentale democratica, mette in campo forme e soggetti della politica con cui fatichiamo a trovare ponti, e lo Stato appronta misure di contenimento del conflitto sociale in maniera talmente preventiva da apparire ingiustificata, talmente profonda da farci interrogare sui margini residui dell’azione antagonista.
Si fatica a guidare la nave nella tempesta, probabilmente perché guardiamo sempre al fenomeno, ma quasi mai alla sua radice, o alla sua prospettiva. Come per il green pass, dove tutti sembrano impazziti e pare di assistere a una gigantesca discussione tra sordomuti.
Ripescare il lavoro e l’incompiuto dei “Quaderni del Territorio” non è solo una possibilità di ripensare un’azione politica sul territorio, che esuli dalle semplici coordinate topografiche, per essere applicazione pragmatica di un’analisi politica, scientifica e scevra di ideologismi. Ma è soprattutto esercizio alla prospettiva, invito a riprendere dimestichezza con gli strumenti dell’analisi e dell’inchiesta per levarsi sopra il mare ottuso della cronaca ed avvistare le coste della prospettiva.
Altrimenti, in questi venti di burrasca, a furia di navigare a vista, si finisce per crepare tutti di fame sulla nave prima ancora di colare a picco.

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Comunarde. Storie di donne sulle barricate https://www.carmillaonline.com/2021/05/18/comunarde-storie-di-donne-sulle-barricate/ Tue, 18 May 2021 20:30:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66371 di Gioacchino Toni

Federica Castelli, Comunarde. Storie di donne sulle barricate, Armillaria, 2021, pp. 160, € 12.00

«Mi interessa dare voce alle esperienze e alle pratiche radicali agite dalle donne che hanno dato vita alla Comune di Parigi del 1871: le loro parole, i vissuti, la loro incredibile passione politica. Il mutamento totale di immaginario politico che hanno innescato, a volte assieme e a volte in contrasto con i propri compagni. Nel farlo, voglio cercare di mantenere lo sguardo fisso sui loro corpi, sulle esperienze materiali, le pratiche collettive, focalizzandomi sul rapporto tra [...]]]> di Gioacchino Toni

Federica Castelli, Comunarde. Storie di donne sulle barricate, Armillaria, 2021, pp. 160, € 12.00

«Mi interessa dare voce alle esperienze e alle pratiche radicali agite dalle donne che hanno dato vita alla Comune di Parigi del 1871: le loro parole, i vissuti, la loro incredibile passione politica. Il mutamento totale di immaginario politico che hanno innescato, a volte assieme e a volte in contrasto con i propri compagni. Nel farlo, voglio cercare di mantenere lo sguardo fisso sui loro corpi, sulle esperienze materiali, le pratiche collettive, focalizzandomi sul rapporto tra corpi, politica e spazio urbano e sulle differenti modalità del conflitto agite da uomini e donne. Questa visione – incarnata, sessuata e attenta alle dinamiche di genere – dà l’occasione per guardare a un’esperienza, solo apparentemente lontana nel tempo, a partire da una prospettiva inedita e feconda» (pp. 11-12).

È con queste motivazioni che Federica Castelli percorre le strade parigine di fine Ottocento trasformate dall’esperienza della Comune in quella che Lefebvre ebbe a definire come, prima di ogni altra cosa, «una grandiosa festa», un’esperienza collettiva in cui una città intera si è fatta organismo vivente.

Rispetto all’esperienza del 1848 ed alla centralità assegnata al «cittadino in quanto lavoratore» ripresa, almeno formalmente, da numerose repubbliche democratiche successive, nell’esperienza della Comune, sostiene l’autrice, la centralità del lavoro come elemento politico e di cittadinanza viene abbandonata nella convinzione che la soggettività politica derivi dall’azione comune e non dal lavoro. «Durante la Comune viene rifiutata la distinzione moraleggiante tra lavoratore e ozioso, “colui che non produce ed è un parassita della società”. L’ozio è anzi innalzato a valore antiborghese. L’emancipazione passerà per altro, non per il lavoro. Allo stesso tempo, si avvia un ripensamento del lavoro fuori dalle distinzioni borghesi, in primo luogo quella tra arte e lavoro produttivo»1.

La Comune pone al centro dell’agire politico la dimensione relazionale, estetica, corporea, così come il piacere del vivere e immaginare assieme. Intende la politica come insieme di pratiche di autodeterminazione, tra autonomia e autorganizzazione della vita sociale quotidiana. Cerca l’emancipazione politica collettiva, l’abbandono dell’idea del governo come attività per specialisti, […]; mira alla costruzione collettiva di nuovi immaginari, nuove relazioni tra i soggetti e nuove modalità di azione politica; cerca la bellezza nella vita quotidiana, la creazione di nuovi spazi e temporalità, una cultura diversa e condivisa, per la creazione di una società più giusta non in virtù di decreti, leggi o norme calate dall’alto, ma attraverso un cambiamento completo del quotidiano, una rivoluzione del modo di considerare i tempi e gli spazi quotidiani, il linguaggio e le identità2.

L’autrice affronta l’universo comunardo ponendosi alcuni interrogativi. Se l’esperienza della Comune ha saputo rovesciare l’immaginario borghese prospettando una società nuova, si può dire altrettanto a proposito dei rapporti di genere? Perché in tante rivoluzioni la libertà e la giustizia hanno finito per valere soltanto per alcuni soggetti riconosciuti come detentori della cittadinanza? Perché al termine di una lotta condotta collettivamente le donne vengono emarginate dalla scena pubblica? Perché quella femminile tende spesso ad essere vista come una partecipazione non direttamente politica ma di mero supporto all’azione maschile?

Nonostante siano numerosi gli studi riguardanti la Comune parigina, ancora pochi sono quelli dedicati alle comunarde e ai rapporti di genere di questa esperienza. Molte comunarde, sostiene Castelli, consapevoli «che i diritti da soli sono parziali e provvisori, sempre a rischio, e che forniscono una libertà formale che deve accompagnarsi a reali cambiamenti della società e delle relazioni di genere3, non hanno lottato per diritti politici e ciò le ha rese quasi invisibili agli occhi di molte femministe liberali.

Un tratto peculiare dell’azione politica di molte di queste donne è il non perdersi in ideali astratti di uguaglianza e giustizia, ma calare le loro lotte e aspirazioni nel concreto, nel reale, nella sua pluralità, nelle differenze e nelle diseguaglianze che lo contraddistinguono. In base allo stesso approccio, non aspirano all’acquisizione di semplici diritti politici ma si concentrano sui problemi sociali ed economici che incidono sulle vite materiali delle donne, lavorando sui processi e sulle relazioni concrete più che sul piano istituzionale. Inoltre, le comunarde sanno che una società giusta dovrà basarsi (anche) sull’emancipazione delle donne, e che è opportuno articolare e tenere conto delle profonde connessioni tra capitalismo e patriarcato come fattori di dominio e oppressione4.

Evitando di sovrapporre le istanze dei femminismi contemporanei alle lotte delle comunarde, «se per femminismo si intende il rifiuto delle diseguaglianze tra uomini e donne e il desiderio di lavorare su queste relazioni sovvertendone i presupposti»5, allora, sostiene l’autrice, queste donne possono essere dette femministe. Lungi dal focalizzarsi su alcune donne “eccezionali” oscuranti tutte le altre, l’autrice preferisce «parlare delle donne comunarde, delle loro relazioni, dei loro vissuti e dei loro corpi anche quando restano senza nome»6.

Queste comunarde si sono dovute confrontare con più di un nemico, ed uno di questi è sicuramente l’immaginario ottocentesco con cui si sono trovate a fare i conti, un immaginario che, come sempre è avvenuto del resto, non si colloca soltanto dall’altra parte della barricata. Nell’immaginario borghese del periodo l’idea dominante di cosa sia una donna oscilla tra poli contraddittori: «da una parte la donna idealizzata, che nutre e cura; la donna pura, casta, moralmente superiore. Dall’altra, l’essere demoniaco, pericoloso, bestiale, irrazionale e primitivo, che la società patriarcale deve contenere e civilizzare»7. Per la società ottocentesca spetta all’uomo controllare questa natura femminile.

Nell’immaginario borghese di fine Ottocento, le donne delle élites sono caratterizzate da una certa ‘assenza di emozioni’ che deriva dal controllo esercitato socialmente sui loro ‘ardori’, mentre le donne della classe operaia sono sessualmente sempre disponibili, voraci, perché nessuno vigila sulla loro natura erotica e carnale. In un connubio di sessismo e classismo, le donne della classe operaia sono da considerarsi donne ‘perdute’. La donna è natura ed emozione. Va controllata. […] Questa visione porterà gli stessi comunardi a forti contraddizioni, nella cui analisi occorre tenere conto della grande influenza tra loro delle teorie sociali elaborate da Proudhon, di cui è nota la netta chiusura nei confronti della questione politica delle donne8.

Le comunarde agiscono una rottura totale nei confronti di tale immaginario mettendo in discussione le gerarchie e le ideologie di genere dominanti rendendo «la lotta comune un’occasione per attraversare i confini di classe e genere che limitano i loro comportamenti pubblici e privati […] Per la prima volta denunciano che la diseguaglianza e l’antagonismo tra i sessi costituiscono le basi del potere»9. Se il mondo cambia col suo immaginario, allora occorre agire sulle relazioni, sull’educazione dei bambini e delle bambine a una società altra, più giusta ed equa in cui le differenze non siano fonte di gerarchia.

Soprattutto tra le comunarde di provenienza proletaria è percepito chiaramente il nesso tra sfruttamento economico, lavorativo e subordinazione all’interno dell’ambito famigliare, dunque è diffuso un sentimento antiborghese ed uno spiccato anticlericalismo. Buona parte delle donne di estrazione operaia, sostiene Castelli, «desiderava partecipare alla lotta condivisa per amore della Comune, per sostenerla attivamente e non solo per supportare i mariti o i fratelli lavorando come infermiere o come cuoche cantiniere nei battaglioni maschili. Per queste donne, e per alcuni uomini, la difesa militare della Comune era qualcosa di universale, oltre i ruoli di genere»10.

se nei giorni della semaine sanglante donne e uomini combattono fianco a fianco sulle barricate, se i versagliesi non fecero distinzioni di sesso nel trucidare o arrestare comunarde e comunardi, è anche vero che, fino a poco prima del pericolo, la questione della partecipazione attiva delle donne alla lotta e alla difesa armata era stata un nodo problematico e controverso11.

L’autrice si sofferma sulla molteplicità delle posizioni in ambito femminile a partire da alcuni nomi noti di attiviste. «Il femminismo di Paule Mink (1839-1901) è centrato sulla libertà individuale, focalizzato sulla differenza femminile contro l’idea di eguaglianza tra i sessi, neutralizzante e omologante. Coniuga questa impostazione con un anarchismo non collettivista, un’idea decentrata di autorità, una visione in cui libertà e uguaglianza, sia per gli uomini che per le donne, siano ben bilanciati»12. André Léo (1824-1900) «si muove su piani decisamente diversi. La sua posizione parte dal collettivismo socialista e femminista legato alla lotta per i diritti, che la porta a immaginare la nuova società come fondata sulle libertà individuali e raggiunta tramite l’uguaglianza. […] Per la giornalista e scrittrice, le donne devono avere diritti ed essere libere non in quanto donne ma in quanto esseri umani»13. Elisabeth Dmitrieff (1851-1918) «ha una visione marxista e associazionista, che punta alla nascita di una federazione politicizzata di cooperative di produttori-proprietari per liberare le donne e gli uomini lavoratori dalle oppressioni di genere e di classe»14. Louise Michel (1830-1905) «è profondamente anarchica, si dedica soprattutto a lavorare per il cambiamento passando attraverso il piano simbolico della parola, dei discorsi che infervorano i clubs e delle azioni eclatanti, simboliche che restano negli immaginari collettivi»15. «Victorine B. (Victorine Brocher, 1839-1921) cancellerà sé stessa e il proprio essere donna in nome dell’idea di Repubblica […] Si fa anonima per farsi interprete di tutte le donne che, identificate come pétroleuses, sono state condannate alla violenza, allo stigma, all’esilio»16.

Ad essere tratteggiate sono anche le diverse organizzazioni femminili attive nell’esperienza comunarda come l’Union des femmes pour la défense de Paris et les soins aux blessés fondata da Elisabeth Dmitrieff e Nathalie Lemel, associazione rivoluzionaria composta soprattutto da donne lavoratrici, unica organizzazione femminile a ricevere aiuto e riconoscimento dal governo della Comune a differenza dei clubs femminili a cui non viene nemmeno concesso spazio sulla stampa comunarda. Tra le tante realtà sorte all’epoca, la studiosa si sofferma sui comitati di quartiere come il Comité des femmes de la rue d’Arras e il Comité de vigilance de Montmartre, che intrattiene pessimi rapporti l’Union, che a sua volta struttura comitati di quartiere, accusata di voler monopolizzare l’azione delle donne.

Nel volume viene dedicato spazio anche alle rappresentazioni dell’azione delle donne durante la Comune di Parigi; se la letteratura ad essa favorevole, sia all’epoca che successivamente, ha sostanzialmente ignorato le donne o ne ha discusso sbrigativamente e superficialmente, gli oppositori hanno tendenzialmente presentato queste donne come selvagge, malvagie, contro natura.

Come era accaduto alle donne della Rivoluzione francese anche le comunarde si videro improvvisamente circondare da numerose produzioni iconografiche, racconti e leggende sul loro conto. […] Tali rappresentazioni avevano un tratto ricorrente: il rimando al loro sesso e al loro corpo come, in fin dei conti, elemento di derubricazione. Sia le cronache favorevoli che quelle avverse all’esperienza comunarda sono accomunate da questo processo, che lascia scomparire di fatto la specificità dell’azione delle donne nascondendola dietro ad altri fattori (tradizionalmente ritenuti non politici) e riconducendo ancora una volta l’esercizio della cittadinanza femminile alla natura riproduttiva e sessuale delle donne, togliendo valore (e realtà) al loro contributo alla lotta collettiva.17.

Il corpo delle donne risulta centrale nella produzione dell’identità nazionale ottocentesca. Il celebre dipinto La libertà che guida il popolo (1830) di Delacroix è uno egli esempi più noti in cui il corpo femminile veicola contenuti come «l’identità nazionale, la fedeltà alla Patria, la difesa della Nazione, la cittadinanza, la rappresentanza politica»18; tutto l’Ottocento è disseminato di un’iconografia del corpo femminile di volta in volta esaltato o presentato come abietto, sessualmente vorace e demoniaco.

Quando il corpo delle donne di cui si parla non è quello della Madre Patria, ma di donne in carne e ossa, la questione cambia […] soprattutto se si parla di donne della fazione avversaria. In questo caso non solo la donna in rivolta è una strega, come durante la Rivoluzione francese, ma è anche lascivia, lussuria, desiderio sfrenato. […] Per i detrattori della Comune le sue partecipanti erano incarnazione del disordine e dell’assenza di ogni regola, di devianza e orrore. In un gesto molto poco dispendioso nell’immaginario del patriarcato ottocentesco, per questi uomini le donne comunarde diventano il simbolo dell’insurrezione stessa e dei suoi mali. Per questi uomini, l’azione reale delle donne durante la Comune rimane totalmente invisibile. Le pratiche, le alleanze, le rivendicazioni, le elaborazioni teoriche non esistono. Esistono solo gli eccessi di rabbia, la violenza per le strade, l’orrore del loro agire ‘illogico’ e ‘bestiale’. […] Il comportamento bestiale, irrazionale e violento delle donne durante la Comune viene attribuito a un difetto morale legato all’attivismo militante. Da una parte, le donne della classe operaia hanno una ‘naturale’ mancanza di moralità, legata alle condizioni ‘depravate’ in cui socialmente vivono. Dall’altra, le donne di classe borghese che hanno abbracciato l’idea comunarda hanno abbandonato il loro giusto posto, e la moralità, per lasciarsi trascinare nella depravazione. In queste rappresentazioni è molto marcata l’associazione tra classe e sessualità. […] Dunque, se da una parte il conflitto di classe sposta lo stereotipo della donna proletaria dalla cruda e selvaggia sessualità verso l’immagine della donna pericolosamente violenta e ripugnante, allo stesso tempo la donna borghese in rivolta, libera dai vincoli sociali, diventa una donna che seduce e irretisce e, soprattutto, una ‘femmina’ sessualmente disponibile. Potremmo quasi dire che è come se avesse perso la protezione della proprietà privata borghese. Fuori dal controllo dell’autorità maschile, queste ‘femmine’ cadono vittime di influenze nefaste, vengono sviate con facilità, portando devastazione e scompiglio nell’ordine basato su precise gerarchie di genere e di classe. La loro presenza nello spazio pubblico rappresenta un affronto alla centralità della domesticità (e della proprietà) e della separazione tra classi e generi19.

Oltre le narrazioni che vogliono le comunarde come donne senza freni, sguaiate, sanguinarie e bestiali si diffonde anche l’immagine delle pétroleuses, donne descritte come streghe ingannatrici accusate di distruggere col loro fare incendiario gli stessi ideali comunardi.

Fu così che le donne che chiedevano di difendere Parigi con gli uomini divennero il simbolo della violenza – e della malvagità – della Comune. Questa rappresentazione non pesava tanto sulle eroine delle barricate, che erano un’eccezione rispetto al proprio sesso e quindi quasi sante e martiri. Furono le donne ‘comuni’ come le cantiniere a farne le spese. In base a questa accusa, le donne di Parigi colte sole in strada venivano arrestate: bastava a volte che avessero un paniere con sé. Il mito delle petroliere contribuì a creare un clima di violenza contro tutte le donne che si aggiravano per la città20.

L’immaginario misogino ottocentesco abita però entrambi i lati delle barricate: da entrambe le parti si ritrovano le medesime retoriche e gli stessi pregiudizi nei confronti delle donne, che siano versagliesi o le proprie compagne. L’immaginario dell’epoca è permeato da una comune incapacità di vedere nelle donne soggetti politici. Da entrambi i lati si ha la tendenza a celebrare donne ideali che ben poco hanno a che fare con le donne reali. Anzi, sostiene Castelli, l’edificazione delle prime si presta a ratificare ruoli e gerarchie.

I compagni comunardi vacillano, indecisi, tra l’esaltazione e la derubricazione, tra l’orgoglio e il timore. I commentatori celebrano le singole, i poeti le idealizzano. I borghesi negano loro l’umanità, dipingendole come un’orgia di belve. I versagliesi le uccidono, le condannano, le deportano. Sante, puttane, furiose, sanguinarie, bestie, streghe, virago. Eppure, nonostante questa fittissima cortina innalzata su di loro dallo sguardo maschile, le comunarde oggi possono dirci e insegnarci davvero moltissimo21.

Castelli dedica la conclusione del volume ad una riflessione circa l’essere comunarde oggi proprio a partire da come tra le barricate parigine di fine Ottocento le donne abbiano «messo in questione l’impostazione patriarcale dell’agire rivoluzionario, sia aprendo spazio per una nuova immagine della donna nelle rivoluzioni a seguire, sia mettendo in luce le contraddizioni della lotta condivisa»22. Una riflessione circa il cosa significhi essere comunarde oggi, sostiene l’autrice, non può che partire dalla consapevolezza di «come la lotta contro un nemico comune, contro lo stesso potere, non comporti automaticamente la liberazione dei sessi, ma anzi rischi di riprodurla all’infinito, all’interno dei gruppi, dei movimenti, dei partiti e delle case che si condividono con i propri compagni di lotta»23. Le storie delle donne che si sono battute per la Comune parigina mostrano la trasversalità del patriarcato e come «gli uomini, ma in generale i soggetti egemoni, anche quelli più rivoluzionari, quelli mossi dai più puri ideali di giustizia, non siano sempre pronti ad abbandonare i privilegi che la società, anche quella che stanno tentando di abbattere per istituirne una nuova, attribuisce loro»24.


  1. p. 21. 

  2. p. 33. 

  3. pp. 13-14. 

  4. p. 75. 

  5. p. 39. 

  6. p. 43. 

  7. p. 57. 

  8. pp. 57-58. 

  9. p. 66. 

  10. p. 97 

  11. p. 94. 

  12. p. 80. 

  13. p. 81. 

  14. p. 83. 

  15. p. 85. 

  16. pp.86-87 

  17. pp. 102-103. 

  18. pp. 105-106. 

  19. pp. 109-112. 

  20. p. 123. 

  21. p. 131-132. 

  22. pp. 135-136. 

  23. p. 136. 

  24. p. 136-137. 

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Quella persistente memoria autonoma https://www.carmillaonline.com/2020/03/11/quella-persistente-memoria-autonoma/ Wed, 11 Mar 2020 22:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58542 di Giovanni Iozzoli

Giacomo e Piero Despali (a cura di Mimmo Sersante), Storia dei collettivi politici veneti per il potere operaio, Gli autonomi – volume VI, Edizioni DeriveApprodi, Roma, 2020, pp. 260, € 19,00

È uscito il sesto volume della serie Gli autonomi – e questa è già una notizia, visto che una collana di tale persistenza, merita qualche considerazione. Il primo volume risale al lontanissimo 2007 ed è già in gestazione il numero sette. Qual è la platea che sostiene questa continuità di interesse su un terreno che potrebbe sembrare monotematico o [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Giacomo e Piero Despali (a cura di Mimmo Sersante), Storia dei collettivi politici veneti per il potere operaio, Gli autonomi – volume VI, Edizioni DeriveApprodi, Roma, 2020, pp. 260, € 19,00

È uscito il sesto volume della serie Gli autonomi – e questa è già una notizia, visto che una collana di tale persistenza, merita qualche considerazione. Il primo volume risale al lontanissimo 2007 ed è già in gestazione il numero sette. Qual è la platea che sostiene questa continuità di interesse su un terreno che potrebbe sembrare monotematico o specialistico? Tutti over 65 che contemplano malinconicamente il loro passato pirotecnico? No, certo. Fra gli accaniti lettori di questi libri, sempre miracolosamente in equilibrio tra memorialistica e saggistica politica, esiste di sicuro una ricca eterogeneità di volti e storie, fatta anche di giovanissimi: tutta gente che si interroga sul presente e sul futuro, usando questi volumi come strumenti per aggredire i nodi del qui e ora, la battaglia politica e sociale dell’oggi, il bilancio storico del movimento antagonista come bilancio del movimento reale del conflitto in questo paese – l’autonomia “storica” come elemento di riflessione sull'”autonomia possibile”.

Giacomo e Piero Despali, sotto la guida di Mimmo Sersante, tessono il racconto appassionato e lucido di una stagione che sembra lontana anni luce, guardando il Veneto d’oggi, ridotto a suburra leghista. Ma ci raccontano (come già aveva fatto Donato Tagliapietra nel volume precedente dedicato al territorio vicentino) che anche il “loro” Veneto, quello che uscì dal turbine degli anni ’60, era il risultato di una massiccia trasformazione antropologica, maturata nell’arco di un mattino: un mondo di arretratezza arcaica, di provincialismo democristiano, che pareva immoto e immutabile, nel giro di pochi anni divenne un laboratorio di pratiche sociali rivoluzionarie, che coglievano ed esasperavano, fino a portarli al punto di rottura, gli elementi di sviluppo e modernizzazione prodotti dal boom economico e dalla scolarizzazione di massa.

Al centro della narrazione, una generazione di giovanissimi militanti, quasi tutti studenti delle scuole tecniche e professionali o lavoratori delle microfabbrichette, che si pone l’obiettivo di un insediamento reale nel corpo di classe e nel cuore di questi territori in rapida modificazione. Rompendo con il vecchio Veneto provinciale e rurale, ma anche con il quietismo piccista che spera nella lunga inerzia elettorale, per scalzare la DC. I fratelli Despali sono due giovanotti come tanti, politicizzati nelle scuole medie superiori e approdati in Potere Operaio, la sponda più radicale tra quelle disponibili. La stagione dei gruppi che sta volgendo al termine, ha comunque costituito un invaso e un dispositivo di formazione per migliaia di giovanissimi militanti. Quando Potop si scioglie, non tutti condividono questa scelta, anzi Giacomo e Piero Despali – e con loro, probabilmente la maggior parte del quadro diffuso dell’organizzazione – non ne colgono neanche bene le ragioni.

Ricordo che lo scioglimento di Potere Operaio a Rosolina l’ho vissuto in maniera negativa perché il fatto di rimanere o non rimanere in Potere Operaio, dare continuità a quell’esperienza oppure uscirne per dare forma ad altre esperienze, è stato un effettivo elemento di confusione. Per quanto mi riguarda, ero allora – parliamo del 1973 – in un gruppo di studenti, medi ed ex medi, che sul momento non aveva capito il vero motivo dello scioglimento perché la proposta di dare centralità alle assemblee autonome delle grandi fabbriche poteva solo significare che si andasse tutti a Marghera a fare lavoro esterno; e però questa cosa non c’entrava niente con la nostra esperienza territoriale. (pag. 35)

Potere Operaio si scioglie, ma la sua intelaiatura organizzativa a Padova è ancora in piedi. Nella confusione dei riferimenti nazionali e delle varie ipotesi, il “che fare”, per i giovanissimi quadri veneti, è la riconduzione dell’iniziativa politica al territorio: non un rinculo, ma una specie di intuizione strategica, che solo nel tempo troverà le parole – e l’armamentario teorico – per essere razionalizzata. I Collettivi per il potere operaio rappresentano, anche nella sigla, questa fase di superamento: si mantiene testardamente il riferimento al “potere operaio”, ma è ormai tramontata la prospettiva che basti andare a traino delle grandi fabbriche e dell’operaio massa; la ristrutturazione sociale è velocissima, cambia i territori, l’organizzazione del lavoro, gli insediamenti produttivi, la scuola; più che affidarsi alla funzione salvifica del mondo operaio, si devono ripercorrere i nessi che stanno legando tutte queste trasformazioni, leggerne gli attori sociali, coglierne le potenzialità conflittuali o ricompositive. Per fare questo c’è bisogno di una generazione di quadri – e di una organizzazione – adatta a questa fase di intensa movimentazione.

Ci ritroviamo con quanti avevano condiviso a Padova l’esperienza di Potere Operaio; l’attivo registra in verità la sua fine. Alcuni di noi, sempre più consapevoli del limite della proposta di Potere Operaio nazionale, proprio riferendosi a questa pratica politica di radicamento territoriale, decidono di razionalizzare l’intervento strutturandoci in collettivi politici fissati da specifici ambiti di lavoro. […] Il primo a formarsi è il Collettivo Padova Nord […] L’aggancio ci è offerto dall’intervento sul caro trasporti dell’anno prima del Comitato Interistituto; partendo dall’autoriduzione dell’aumento del prezzo dei biglietti e dell’abbonamento, dall’organizzazione degli scioperi e dal blocco delle corriere, avevamo costruito i Comitati di linea dei pendolari, una forma di organizzazione di fatto permanente che ci sarebbe tornata utile l’anno dopo (pag. 44)

Vertenzialità e territorio. Questa la ricetta. E poi adeguata strumentazione organizzativa: i Collettivi come struttura generale, e poi i Gruppi Sociali, i Coordinamenti operai, gli organismi studenteschi, tutto dentro il medesimo tessuto connettivo, animati da strumenti di comunicazione collettivi – vedi Radio Sherwood e più tardi il settimanale «Autonomia» – in un crescendo di legittimazione sociale che farà tremare partiti e istituzioni.
Tutta la tematica dell’operaio sociale, si dispiegherà prima nella prassi, e poi, dopo, troverà una sua sistematizzazione teorica: «Noi vi scorgemmo il nostro punto di luce nel giovane proletario, studente di un istituto professionale o tecnico, frequentatore dell’oratorio parrocchiale, prossimo a varcare le soglie di una fabbrichetta oppure, se femmina, di un laboratorio» (pag. 48)

Dopo di che abbiamo voltato pagina privilegiando fin da subito la figura dell’operaio sociale. Aggiungerei naturalmente perché anche noi ne facevamo parte per età, percorsi scolastici, forme di vita e tutto questo a prescindere dai paesi e dalle famiglie di provenienza. In più sentivamo di farne parte. Si, c’era questo comune sentire che era difficile da spiegare, forse perché non c’era nulla da spiegare; era così e basta. E’ il motivo per cui non siamo entrati in maniera significativa nelle roccaforti dell’operaio massa, nella fabbriche di tre-quattrocento operai dove era il partito a fare il bello e il cattivo tempo. In questo caso si sarebbe trattato di una scelta, che non poteva essere la nostra perché ci saremmo sentiti come pesci fuor d’acqua. Sono convinto che solo più tardi Negri comincerà a valorizzare la centralità di questa nuova composizione di classe. Da parte nostra possiamo dire di averlo proprio anticipato sul terreno della politica pratica (pag. 51)

Il dibattito sulla composizione “tecnica e politica” di classe – e quindi sull’imputazione del soggetto rivoluzionario – agiterà furiosamente tutta la sinistra rivoluzionaria e anche la stessa area dell’autonomia, sempre divisa, tra i suoi tre-quattro tronconi principali, al momento di convergere su ipotesi di ricomposizione nazionale. Così come altrettanto lacerante sarà la discussione, in quell’infuocato decennio, sulla legittimità della lotta armata e, in generale, sull’uso della forza:

L’uso della forza, traduzione sul terreno della pratica contingente della lotta armata la cui validità sul piano strategico non era messa in discussione, la commisuravamo a questo progetto di intervento territoriale e la sua legittimazione poteva venire solo dalle strutture e non da fonti autoritative esterne. Senza questa premessa, la lotta armata avrebbe potuto svilupparsi solo avvitandosi su se stessa, come di fatto avvenne con le BR dopo il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Anche se il distinguo per chi legge oggi potrebbe suonare capzioso, per noi violenza politica ed omicidio politico non furono mai la stessa cosa. Oggi è tornata di moda l’idea che solo lo Stato è legittimato a usare la forza e che solo la violenza di Stato è quella legittima. È la rivincita postuma di Hobbes su Spinoza e di Kant su Marx. Eppure per noi era diverso; veramente da questo punto di vista siamo stati i figli di questo secolo, delle sue rivoluzioni. È alla luce della sua storia che abbiamo potuto mettere in discussione quel monopolio di Stato conservando nel contempo i nostri distinguo (pag. 53)

Uso dell’illegalità, organizzazione, spostamento dei rapporti di forza sui territori: «è stato durante il 76 che abbiamo iniziato a parlare seriamente di contropotere, che abbiamo cominciato a crederci», cioè è la pratica reale, il consenso di massa, la vittoria nelle vertenze, a darti l’idea che quella parola tante volte evocata – contropotere – stava diventando esercizio concreto e quotidiano.

Durante tutto il ’76 continuiamo il nostro radicamento in città e in provincia, sviluppiamo in maniera ancora più estesa le pratiche di programma sul salario diretto e indiretto, il Comitato Interistituto si radica ancora di più nelle scuole, cominciamo a mettere piede in alcune facoltà, sempre attraverso ex medi; oltre a Scienze Politiche cominciamo ad essere molto presenti a Psicologia e Lettere. Iscriversi non costavo un cazzo e l’università era in quegli anni veramente di massa. Evidentemente il ciclo di lotte partito nel ’67 nelle Università di mezza Italia aveva dato i suoi frutti. Nessuno ci aveva regalato niente e quello che avevamo ce l’eravamo guadagnato. Così Psicologia stava diventando per Padova quello che Sociologia era diventata per Trento: una buona facoltà di tendenza, con bravi insegnati e uno sbocco garantito soprattutto per le donne. Con Psicologia approda a Padova lo studente massa […] ora sono migliaia con una composizione omogenea molto diversa dallo studente tradizionale, espressione della borghesia di un certo tipo. Molti di noi si sentono parte della nuova composizione per cui la scelta di questa facoltà non è casuale. Siccome Psicologia e Lettere erano vicino a Piazza dei Signori, anche noi eravamo sempre lì in piazza al punto che questa era diventata la nostra piazza, il nostro centro sociale: un cocktail micidiale grazie a questa combinazione di un casino di gente con caratteristiche nuove, che esprimeva un’idea diversa di studio e del modo di stare al mondo. Avevamo trovato il nostro brodo di coltura, letteralmente. Quale studente poteva resistere al fascino dei Collettivi? (pag. 58)

Se la realtà padovana non consente l’intervento sull’operaio massa, i Coordinamenti operai saranno comunque uno strumento di ricomposizione tra la classe operaia diffusa dei piccoli laboratori e i disoccupati prodotti dal processo di crisi/ristrutturazione iniziato nella prima metà dei settanta. La lotta agli straordinari, diventa tematica centrale, per tenere al centro delle pratiche la parola d’ordine “lavorare tutti lavorare meno” e in prospettiva il rifiuto del lavoro salariato, come critica all’immolazione del tempo di vita al moloch della produzione e all’etica lavorista, così radicata in quelle terre.

per noi lo straordinario, ogni sabato, in una situazione di forte disoccupazione, doveva essere combattuto ovunque, e non solo nelle medie e grandi fabbriche, attraverso la ronda. La ronda era una forma di lotta che coinvolgeva soprattutto i disoccupati; andava davanti la fabbrica, anche con gli operai della fabbrica, per bloccare lo straordinario. A ben vedere, per i disoccupati era la sola forma di lotta possibile, quella che restituiva loro dignità perché permetteva di lottare per i loro interessi. (pag. 66)

Mentre i ritmi della lotta di classe in Italia subiscono drastiche accelerazioni, si riflette con serietà sulla necessità di non lasciarsi intrappolare da ideologie territorialiste: c’è bisogno di un orizzonte nazionale complessivo per trasformare i conflitti diffusi in programma comunista.
Il tema dell’Autonomia Operaia Organizzata – il nodo, in ultima analisi, del partito –, tra il ’76 e il ’77 diventa sempre più stringente; per i collettivi veneti significa rafforzare l’asse con gli organismi milanesi di «Rosso», stabilendo la nuova realtà organizzativa, anche mediante un significativo cambio della testata del giornale:

A sancire la nuova casa comune sarà «Rosso per il potere operaio» il cui primo numero è del novembre 1977, che non a caso apre sul tema dell’Organizzazione nazionale dell’Autonomia. […] Da parte nostra volevamo che i nostri interlocutori intanto condividessero l’idea che il nuovo ciclo di movimento fosse finalmente promosso e organizzato dall’Autonomia; in secondo luogo, che l’organizzazione ventilata fosse legata ad alcuni punti, in primis il radicamento territoriale a garanzia dell’effettiva consistenza di quanti si fossero dichiarati d’accordo col progetto. […] Da questo punto di vista eravamo interessati a parlare solo con chi era espressione di un percorso proprio, radicato, reale e grosso. […] Una prima risposta è stata quindi quella di un patto federativo tra realtà organizzate e radicate sul piano territoriale, capaci di rappresentare in termini qualitativi e quantitativi forme reali di ricomposizione di classe. (pag. 92)

I tempi incalzano, esaltanti e feroci. I veneti attraversano e si lasciano attraversare dal movimento del ’77, intensificando ancora di più il processo di maturazione organizzativo. Dietro l’angolo, però, c’è già il 1978, l’anno del sequestro Moro e di un ulteriore scompaginamento di qualsiasi illusione di un ordinato e progressivo accumulo di forza dell’autonomia operaia. Rammenta Piero Despali:

Anch’io ricordo bene che come militante dei collettivi veneti non mi sfuggì la portata di quell’operazione militare. Nonostante che del ’77 non avessero capito un cazzo, che fossero ancora legati alla grande fabbrica già ristrutturata e che si fossero mossi in assoluta autonomia imponendoci dall’alto la loro decisione, pensai che questa volta era diverso, e che a fare la differenza era proprio la potenza militare espressa in via Fani; questa stessa potenza – era il mio timore – avrebbe potuto funzionare come un ipoteca del loro progetto politico rispetto a tutto. A maggior ragione l’urgenza di aprire una battaglia politica per contrastarla. […] La nostra risposta era obbligata e non bastava dire che il nostro nemico era lo Stato. Dovevamo rispondere anche alle Br affrontando di petto taluni aspetti della nostra proposta alternativa, in primis quello dell’Organizzazione che non c’era. Se prima di Moro i tempi che avevamo preso in considerazione erano più o meno lunghi, adesso bisognava accelerare. È in questa ottica che va letto l’articolo di Toni sul partito dell’Autonomia nel numero di «Rosso per il potere operaio» di Maggio. Si tratta di un accorato appello a mettere mano al Partito. (pagg. 98-99)

Molto lucida la lettura degli effetti del dopo Moro e della “geometrica potenza” di via Fani dentro al movimento: nasce la categoria politico-sociologica della tifoseria.

Il tifoso è quello che si affascina, che non ragiona più sugli effetti perché non ha il problema di andare il giorno dopo a costruire qualcosa di politicamente utile, ragiona in forma astratta […] Dietro la sua ombra puoi scorgere in controluce quello che smanetta al computer, parla di tutto, se ne sta a casa sua, non ha alcun rapporto con la realtà. (pag. 103)

I Collettivi intanto, sperimentano livelli sempre più alti di illegalità, fino ad arrivare alla “critica delle armi”. Questi passaggi sono però tutti interni ai livelli organizzativi, alle campagne, alle scadenze di movimento, e non giungeranno mai all’uso dell’omicidio come “propaganda armata”. Le “notti dei fuochi” con la riappropriazione manu militari di pezzi di territorio e il sanzionamento di massa di precisi obiettivi politici, resteranno esempi importanti nel panorama nazionale.

Si arriva così al 1979, alla stagione del sette aprile – e alle inchieste successive, con la pesca “a strascico” praticata con larghezza dagli inquirenti dentro al movimento. Il teorema Calogero postula l’esistenza di un’assurda cupola unitaria che ha eterodiretto tutti i fermenti rivoluzionari in Italia, dal ’69 ad allora. La costruzione giuridica manicomiale giungerà all’indicazione di Negri come telefonista delle BR.

Piero Despali si farà 13 anni da latitante. Giacomo sei anni in carcere. Con loro tanti altri quadri e militanti. Con malinconica franchezza, i due narratori ricordano che più delle provocazioni calogeriane, ebbe un effetto lacerante la tragedia di Thiene – tre giovani militanti dei collettivi uccisi dall’esplosione accidentale di un ordigno che doveva servire nella campagna di risposta agli arresti del 7 aprile, con il tragico corollario del suicidio in carcere di un quarto militante, Lorenzo Bortoli, due mesi dopo. Il decennio Settanta si chiude nelle condizioni di massima durezza immaginabili.

La stagione di caccia di Calogero sarà lunga e fagociterà storie, vite, militanza in tutta Italia, come una schiacciasassi. Gli ultimi processi si concluderanno alla fine degli anni ’80. Gli autonomi veneti si ritroveranno in carcere a confrontarsi con due passaggi, anche umanamente, laceranti: da una parte l’egemonia delle BR che cercano di trasformare il carcere in un proprio fronte di organizzazione; dall’altro lo sviluppo del movimento della dissociazione, tanto più lacerante e pericoloso, perché coinvolgente nomi che avevano rappresentato molto nella storia dell’autonomia.
Tra questi settori e i giudici inizia un dialogo, che diventerà sempre più gravido di conseguenze:

Se vuoi, e per semplificare al massimo, mentre per noi restava valido l’assunto comunista dello “Stato si abbatte e non si cambia”, per loro, invece, da nemico assoluto lo Stato diventava un soggetto con cui potevi tranquillamente dialogare, il che comportava la messa in mora di ogni forma di lotta armata finalizzata per l’appunto alla sua distruzione. È il motivo per cui questi stessi compagni pensavano di poter spiegare al giudice – istruttore, inquirente o giudicante, poco importa – le buone ragioni dell’Autonomia contrapposte alle cattive ragioni delle BR. Ritenevano di poter convincere i giudici della loro diversità che pensavano abissale per cui, a partire da queste considerazioni, il trattamento conseguente avrebbe dovuto essere diversificato (pag. 144)

Avviato il dialogo con i magistrati “illuminati”, elaborati alcuni documenti politici che dovevano fare da spartiacque, iniziò la formazione delle “aree omogenee” dentro le carceri. Il processo della dissociazione era pienamente avviato e si concluderà con la legge 34 del 1987.

Ma io, e con me gli altri compagni dei Collettivi, da chi avrei dovuto dissociarmi? Noi avevamo sempre dato battaglia ai compagni delle BR condannandone le degenerazioni nel mentre si davano, ma la nostra era una battaglia politica, mentre questa della dissociazione, di politico non aveva nulla perché a condurre il gioco era lo Stato, quello Stato che i compagni, che la dissociazione avevano promosso, dicevano di aver sempre combattuto. Noi la battaglia processuale l’abbiamo condotta avendo sempre di mira le lotte fuori dal carcere. Questi compagni avevano preferito l’autoreferenzialità, vestendo i panni di un ceto politico separato, con il «Il Manifesto» come megafono e il dialogo con le istituzioni come il loro impegno precipuo. Comunque sia, il mondo carcerario si dividerà presto nei due emisferi dei dissociati e degli irriducibili, per cui il dilemma di stare con gli uni o con gli altri sarà il rovello di chi, preso atto che tertium non datur, si trovava costretto a navigare, come dice il poeta, in acque perigliose e a guardarsi le spalle dagli uni e dagli altri […] Chi eravamo? Non potendo ricondurre la mia esistenza di carcerato al concetto di dissociato, pentito, irriducibile brigatista, per quanto mi riguarda avevo optato per il sintagma nominale “prigioniero politico comunista” (pagg. 145-146)

Sono anni di rotture umane, di disgregazione di una comunità politica e carceraria che per lungo tempo segnerà le vite di chi attraversò quelle esperienze laceranti. La storia dei Collettivi finisce più o meno in questa temperie infuocata. Nasce il Movimento Comunista Veneto (articolazione territoriale di una proposta nazionale mai decollata) e anche la narrazione dei due fratelli protagonisti della storia, si interrompe, non senza qualche necessario elemento di bilancio.

I Collettivi Politici Veneti per il potere operaio, saranno l’organizzazione autonoma più radicata e persistente della storia, insieme ai Comitati autonomi romani: ma con un agire da partito – una tendenza al partito, potremmo dire – più evidente e coerente. I mitici “padovani” erano sempre additati come esempio da seguire nel rigore organizzativo; non si trattava di fissazione organizzativistica, ma di metodo: tutta la produzione di autovalorizzazione proletaria, doveva “costituirsi” in un livello strutturato di contropotere, darsi una forma, una visibilità; e l’autonomia operaia organizzata era lo sforzo interno, a questi movimenti, per elevare l’antagonismo sociale in prospettiva comunista. I collettivi politici – tra mobilità delle forme e sapienti funzioni di accentramento – furono lo strumento utile a svolgere quel ruolo in quella fase.

Solo la forza dell’insediamento e la continuità del metodo, permisero all’autonomia operaia veneta di sopravvivere e ritrovarsi, ancora in piedi, nel decennio successivo. Tra i fallimenti nazionali, lo scompaginamento prodotto dalle inchieste e dalla galera, le grandi sconfitte sociali, solo un organizzazione solida poteva sopravvivere a questo tsunami e, sia pur piena di cerotti e stampelle, l’autonomia veneta resse. Sono ancora disponibili in rete le bellissime immagini amatoriali della manifestazione cittadina a Padova, convocata per l’assassinio di Pietro Greco, nella primavera del 1985. Fu l’occasione della rottura del “coprifuoco” imposto alle manifestazioni di piazza a Padova, fin dall’aprile 1979. Si vedono molti ragazzi e ragazze, in quelle immagini un po’ sgranate, che rivendicano il nome di quel loro fratello maggiore che non conobbero, ammazzato come un cane in un agguato sbirresco – ragazzi che non avevano conosciuto gli anni ’70 ma che avevano scelto di essere lì, in piazza, a raccogliere quelle bandiere, a rivendicare una memoria, a guardare al futuro. Calogero era stato sconfitto.

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Il mutualismo tra subalternità e autonomia https://www.carmillaonline.com/2018/09/12/il-mutualismo-tra-subalternita-e-autonomia/ Tue, 11 Sep 2018 22:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48486 di Fabio Ciabatti

Salvatore Cannavò, Mutualismo. Ritorno al futuro per la sinistra, Edizioni Alegre, 2018, pp. 191, € 12,75.

È finito un periodo storico, il movimento operaio conosciuto nel Novecento non esiste più, i suoi strumenti fondamentali, il partito, il sindacato, le cooperative ecc. si sono trasformati in qualcosa di diverso rispetto alle loro origini. Le varie figure lavorative non si rapportano più tra di loro. Il moderno proletariato forma la consapevolezza di sé tramite flussi di coscienza molto complessi, sul posto di lavoro, fuori da esso, sulla rete. La precarietà si è [...]]]> di Fabio Ciabatti

Salvatore Cannavò, Mutualismo. Ritorno al futuro per la sinistra, Edizioni Alegre, 2018, pp. 191, € 12,75.

È finito un periodo storico, il movimento operaio conosciuto nel Novecento non esiste più, i suoi strumenti fondamentali, il partito, il sindacato, le cooperative ecc. si sono trasformati in qualcosa di diverso rispetto alle loro origini. Le varie figure lavorative non si rapportano più tra di loro. Il moderno proletariato forma la consapevolezza di sé tramite flussi di coscienza molto complessi, sul posto di lavoro, fuori da esso, sulla rete. La precarietà si è stabilizzata entrando in conflitto con l’accresciuto grado di conoscenza dei lavoratori e lavoratrici, creando una classe più mutevole e dinamica.
Se questo è lo scenario da cui parte Salvatore Cannavò nel suo libro intitolato Mutualismo, la domanda sorge spontanea: come ricostruire “un soggetto che nella sua necessaria, e salutare, pluralità, sia dotato di una qualche unità di intenti e organizzativa”?1 Per dare una risposta politica alla dispersione e alla frantumazione, secondo l’autore, occorre tornare alle origini, ricominciare dal mutualismo degli albori del movimento operaio. In altri termini, la tesi centrale del libro è che il politico, per “‘farsi’ veramente, deve inverarsi in una dimensione sociale”.2 Di conseguenza, il politico oggi non può che essere un processo di socializzazione, nelle lotte e nelle idee, dei vari rivoli di cui si compone il moderno proletariato, un processo di riconoscimento reciproco tra idee di alternativa e bisogni elementari, tra teoria e prassi. “Al tempo della ‘precarietà permanente’ occorre iniettare nel sistema sociale dosi di ‘stabilità’, garanzia, supporto e assistenza”.3
L’argomentazione è, in linea generale, condivisibile. Ogni ritorno alle origini, però, contiene in sé un rischio, quello di leggere la storia che si è svolta tra l’inizio da recuperare e la propria contemporaneità come una sorta di parentesi, frutto del caso, dell’irrazionalità se non addirittura dell’inganno. Negare o semplicemente trascurare le ragioni e le cause dei processi storici può condurre a ripetere inconsapevolmente quella stessa storia. Una riflessione articolata sul piano politico e storico come quella di Cannavò è dunque la benvenuta in una fase in cui il mutualismo torna ad essere un tema centrale nell’agenda politica, anche perché è diventato uno dei punti programmatici qualificanti di una forza come Potere al Popolo. Nelle note che seguono vorrei sottolineare, a partire dalla lettura del testo di Cannavò, alcuni nodi critici che dovrebbero essere affrontati affinché il mutualismo non si concretizzi in una prassi incapace di partecipare a una prospettiva di trasformazione radicale limitandosi alla ricerca, peraltro sacrosanta, di risposte a esigenze materiali immediate.

L’autore offre molti spunti per mettere a fuoco la questione appena richiamata. L’epoca del mutualismo non è descritta come una perduta età dell’oro. Essa nasce all’insegna dell’ambivalenza: le classi dominanti, di fronte alla questione operaia che nasce con lo sviluppo industriale, non possono rispondere con la sola repressione e effettuano così un’apertura di credito nei confronti del mutualismo, visto come un lenitivo delle sofferenze del popolo, come un welfare affidato agli operai stessi senza alcun costo per i padroni. Nonostante la presenza di forze, anche interne alle classi popolari, che volevano limitare il mutualismo ad una prassi assistenzialista e apolitica, gli operai riescono ad affermare la loro forza facendo del mutualismo, coniugato a forme di resistenza, uno strumento per affermare una concezione del tutto inedita della solidarietà di classe.
Il punto più problematico segnalato da Cannavò è però un altro. La crescita delle lotte operaie, la loro forza e intensità si traduce, in un tempo tutto sommato breve, in significativi successi elettorali che, insieme all’espansione economica di fine Ottocento/inizio Novecento, comportano una progressiva democratizzazione degli Stati e la convinzione di poter codificare nelle istituzioni borghesi importanti diritti sociali. L’esito, sostiene l’autore, è contraddittorio perché l’introduzione dei primi diritti sociali nello Stato costituisce certamente un progresso assai rilevante, ma induce il movimento operaio a dirigersi verso la “conquista dello Stato”, tramite l’azione parlamentare, e ad abbandonare o marginalizzare la prassi mutualistica. In sintesi potremmo dire che il mutualismo del movimento operaio diventa vittima del suo stesso successo: lo Stato borghese incamera le sue istanze ed è in grado di soddisfarle in modo più efficace potendo sfruttare l’efficienza derivante da significative economie di scala.
Se questo è vero, risulta davvero difficile assumere il mutualismo come orizzonte strategico senza fare delle assunzioni forti sull’attuale fase dell’accumulazione capitalistica. Senza cioè sostenere che essa è incapace, strutturalmente, di creare integrazione socio-economica per una fetta crescente di popolazione lavoratrice; che non è possibile mettere in piedi un nuovo patto sociale con una frazione più o meno illuminata dell’élite politico economica tramite iniezioni di politiche keynesiane (genericamente intese); che gli anni d’oro dello stato sociale non torneranno.

Ciò a sua volta comporta la necessità di sottrarsi a un ruolo meramente sussidiario nei confronti di uno Stato sociale in via di progressivo smantellamento. Questo è un rischio che Cannavò segnala con forza e rispetto al quale propone, potremmo dire, un contro-movimento complementare a quello dell’inveramento sociale della politica: la politicizzazione dell’intervento sociale. Il mutualismo, in altri termini, non può prescindere da un programma rivendicativo generale in grado di collegare la solidarietà pratica finalizzata all’obiettivo immediato con una politica di resistenza e di contrapposizione alla borghesia dominante. Quattro dovrebbero esserne i punti focali: salario minimo legale, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, reddito di base svincolato dalla cittadinanza, erogato incondizionatamente sulla base della residenza e, infine, una “carta dei diritti del mutualismo” che “garantisca la sopravvivenza e la prospettiva alle attività cooperative, autogestite, mutualistiche e solidali, che ne mappi i bisogni, ne valorizzi l’utilità sociale, ne riconosca il valore d’uso, anche sul piano giuridico”.4
Vale la pena sottolineare che questa carta dei diritti, se non vuole ridursi a un mero strumento di “sopravvivenza”, dovrebbe alludere a una prospettiva di lungo periodo che preveda la trasformazione in profondità delle istituzioni pubbliche nel senso di una rottura con il “potere statale centralizzato, con i suoi organi … prodotti secondo il piano di divisione del lavoro sistematica e gerarchica”.5 Una fuga in avanti? Forse. Di certo alcuni nodi non da poco andrebbero sciolti con una certa urgenza. Per esempio, come si può rapportare la prassi mutualistica con le legittime richieste di rinazionalizzazione di produzioni, servizi e infrastrutture essenziali? È possibile limitarsi a giustapporre le richieste di ampliamento dell’intervento statale alla prassi mutualistica senza che quest’ultima venga depotenziata, ridotta a mero espediente di corto respiro? Di fronte a questioni di tale natura sviluppare una prospettiva di trasformazione ad ampio spettro rappresenta una delle condizioni necessarie per tracciare una rotta politica in grado di evitare la Scilla di una statalizzazione che espropria le autonome capacità delle classi popolari e la Cariddi di una sussidiarietà che inscrive queste stesse capacità all’interno di una prassi subalterna all’assetto dominante.

Secondo l’autore, preservare la capacità di “fare da sé”, come prassi alternativa al “fare attraverso lo Stato”, non è un’opzione di tipo meramente ideologico, ma, nella fase attuale, la precondizione necessaria alla formazione di un processo di soggettivazione politica. Una soggettivazione che dovrebbe essere spesa nella costituzione di una autonomia in senso forte, recuperando una delle caratteristiche fondamentali del movimento operaio delle origini. Secondo Cannavò, infatti “Nel ‘migliorare’ le condizioni di vita, alleviare le sofferenze, e poi determinare un grado più avanzato di indipendenza di classe, il mutualismo gettava le premesse per una ‘società nella società’ che, sia pure non arrivando a sovvertire l’ordine esistente, garantiva però l’alterità tra le strutture amministrative dello Stato, tra la burocrazia compresa quella di partito e di sindacato, e la concreta realtà operaia”.6
Ci troviamo qui di fronte ad un altro punto delicato. In realtà si può sostenere che le premesse della “società nella società”, erano insite nella struttura sociale capitalistica, almeno finché essa non si costituì compiutamente come società di massa, erodendo la netta divisione tra società patrizia e cultura plebea ereditata della società precapitalistica. Le classi popolari nel modo di produzione capitalistico hanno mantenuto, fino ad un certo punto, una forte impronta comunitaria di derivazione contadina, e anche grazie a questo erano portatrici di una loro “economia morale”, vale a dire di una propria concezione fortemente radicata circa la legittimità e l’illegittimità dei modi in cui andava esercitata l’attività economica, circa gli obblighi delle classi dominanti nei confronti della società. La violazione di questi principi produceva un incentivo immediato e condiviso all’azione. Se, dunque, una comunità operaia separata era già in qualche misura data nelle modalità di riproduzione della classe stessa, si può sostenere che le attività mutualistiche andavano a ricucire, in certo modo spontaneamente, quegli strappi che la produzione capitalistica produceva nel tessuto comunitario operaio. In questa opera di rammendo, però, si finiva per cucire un abito nuovo, quello che avrebbe vestito la moderna classe operaia con il passaggio dalla difesa dell’antica autonomia artigiana, messa in crisi dalla produzione capitalistica, alle rivendicazioni salariali in senso proprio che la separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione dava per acquisita.7

Queste condizioni evidentemente non esistono più. Ma ciò non squalifica in partenza l’ipotesi di un nuovo mutualismo. Segnala piuttosto le difficoltà aggiuntive di cui si deve prendere atto. Oggi sembrerebbe necessario un surplus di soggettività e di capacità associativa, anche se i vecchi modelli organizzativi non sono utili alla bisogna, dato che sono gli stessi che hanno messo fuori gioco il vecchio mutualismo. Una forma istituzionale, statalizzata e gerarchica non sembra la più appropriata alla necessità di immergersi nell’attuale tessuto di relazioni e di codici popolari che può dar luogo a una rinnovata economia morale delle classi subalterne, base indispensabile su cui poggiare istanze rivendicative e prassi mutualistiche in grado di imporsi al senso comune. E tanto meno di entrare in relazione con le forme di rabbia, rifiuto, ribellione popolare, anche quando assumono la configurazione di moderni riot.8
Se questo è il contesto problematico che ci troviamo di fronte è opportuno il richiamo di Cannavò ad alcune istanze sorte nell’ambito del dibattito interno a Podemos. Una forma organizzativa non si può soltanto nutrire di un flusso che va dal sociale al politico ma deve dare luogo anche ad un movimento uguale e contrario. Questo doppio flusso deve essere in grado di costruire “istituti, sia pure parziali o provvisori, che parlino di un altro tipo di potere, di un’altra idea dell’agire in comune”. In breve, “Senza contropotere, lo Stato non viene ‘preso’ ma ti ‘prende’”.9


  1. Salvatore Cannavò, Mutualismo, Edizioni Alegre, 2018, p. 60. 

  2. Ivi, p. 61. 

  3. Ivi p. 62. 

  4. Ivi, p. 65. 

  5. Karl Marx, La guerra civile in Francia, Editori Riuniti, 1990, p. 31. 

  6. Ivi, p. 91. 

  7. Per quanto riguarda il concetto di “economia morale” il riferimento classico è Edward Palmer Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, il Saggiatore, 1969. Sui temi trattati in questo paragrafo si veda anche Zygmunt Bauman, Memorie di classe, Einaudi, 1987. 

  8. Per un’interessante applicazione della categoria di economia morale a un contesto contemporaneo cfr. Nique la Police, Londra sta chiamando. L’economia morale dei riot britannici, pubblicato su Senza Soste.it

  9. ivi, p. 117 

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Cronaca di una settimana intergalattica alla Zad di Notre-Dame-des-Landes https://www.carmillaonline.com/2018/09/08/cronaca-di-una-settimana-intergalattica-alla-zad-di-notre-dame-des-landes/ Sat, 08 Sep 2018 21:07:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48683 [Traduciamo e pubblichiamo qui di seguito un interessante contributo inviatoci dai compagni della Zad sul significato e i temi della grande assemblea intergalattica dei movimenti tenutasi, dal 27 agosto al 2 settembre, sui territori ancora occupati di Notre-Dame-des-Landes. S.M.]

Dietro un tavolo, in disparte dal pubblico, cinque persone bisbigliano in lingue differenti. Gli sguardi sono un po’ vaghi, ma i tratti del volto indicano in tutti una grande concentrazione, mentre sembrano salmodiare in spagnolo, italiano, inglese, basco e francese. A volte, in un intrico di cavi aggrovigliati, si scambiano i microfoni: l’oratore è cambiato. Durante tutta la “settimana intergalattica” alla [...]]]> [Traduciamo e pubblichiamo qui di seguito un interessante contributo inviatoci dai compagni della Zad sul significato e i temi della grande assemblea intergalattica dei movimenti tenutasi, dal 27 agosto al 2 settembre, sui territori ancora occupati di Notre-Dame-des-Landes. S.M.]

Dietro un tavolo, in disparte dal pubblico, cinque persone bisbigliano in lingue differenti. Gli sguardi sono un po’ vaghi, ma i tratti del volto indicano in tutti una grande concentrazione, mentre sembrano salmodiare in spagnolo, italiano, inglese, basco e francese. A volte, in un intrico di cavi aggrovigliati, si scambiano i microfoni: l’oratore è cambiato.
Durante tutta la “settimana intergalattica” alla Zad, la tavola non si svuoterà mai di questi interpreti improvvisati, tratti dallo stesso pubblico, ma nondimeno capaci di assicurare sempre la traduzione simultanea delle discussioni. Lo fanno senza chiedere niente in cambio, semplicemente orgogliosi di aiutare l’organizzazione, di condividere le loro conoscenze linguistiche con tutti coloro che, sotto il grande tendone, ascoltano le loro voci attraverso gli auricolari.

Una delle interpreti ha le mani così sporche di terra che sembra esitare nel maneggiare gli strumenti messi a disposizione da un collettivo internazionale: nella stessa mattinata ha partecipato alla raccolta delle patate. Un altro soffre ancora dei postumi di una sbornia colossale seguita alla festa intorno ai fuochi della notte precedente. Poco importa, sono là al loro posto, per tradurre le voci degli invitati provenienti dal Wentland (Germania), da Christiania (Danimarca), dalla Val di Susa, dal quartiere basco di Errekaleor, dalle zone dai terreni abbandonati e occupati di Lentillères a Dijon (Francia), dall’Europa, ma anche quelle degli invitati provenienti dal Giappone, dal Messico e dal Rojava. Occorre ammetterlo, anche se talvolta ne dubitiamo, che è ormai evidente che una forza organizzativa è ancora ben presente alla Zad. I cinquecento pasti serviti ogni sera sono serviti da mense autogestite, una delle quali è fatta da migranti che vivono a Nantes, la città vicina. E anche lì, una volta terminato il lavoro delle cucine, approfitteranno delle traduzioni.

Noi vogliamo parlare di un internazionalismo del presente durante questa settimana intergalattica, ma è sufficiente attraversare l’accampamento e gli edifici appena ricostruiti per percepire che lo stiamo già creando, qui e ora. Noi siamo all’Ambazada la cui costruzione è iniziata un anno fa, su iniziativa dei Baschi appoggiati da una equipe di zadisti. Di cantiere collettivo in cantiere collettivo, questa ambasciata dei popoli che non si lasciano sottomettere del mondo intero, è sorta dal suolo. Aperta a tutti coloro che lottano e hanno bisogno oppure desiderano un luogo in cui potersi riunire. Essa ha resistito alle operazioni militari di questa primavera, con gli stessi Baschi, che l’avevano immaginata, arroccati sul suo tetto per difenderla di fronte ai 2500 agenti che hanno attaccato la Zad. Poiché di cantiere collettivo in cantiere collettivo si finisce con l’amare talmente un luogo da giungere a lasciare tutto per correre a difenderlo quando questo è minacciato.

E’ stata proprio la forza di questo attaccamento a donare un tale vigore alla resistenza di questa primavera. Molte persone sono venute dai quattro angoli del mondo per sostenere la Zad, ciò che rappresenta, a causa dei mille legami che le ricollegano. Può proprio essere questa la bozza di questo internazionalismo che si richiama alle nostre voci, che si nutre di una solidarietà attiva tra i territori in lotta, che rafforza le comuni emergenze, che crea attraverso ciò che si condivide una forza materiale e ideale che va al di là delle frontiere. A partire da queste situazioni radicate questo internazionalismo non potrà rivestire che un carattere di “senza terra” che è stato sottolineato durante molti interventi. Questa costituisce senza dubbio la sua novità.

Durante questa settimana si è trattato e discusso di lingue, culture, tradizioni e popoli, temi quasi sempre assenti dai grandi raduni militanti. Prenderà infine atto degli spazi dove emergono le resistenze al capitalismo e alla sua omogeneizzazione su scala mondiale? L’anno prossimo questa settimana avrà luogo a Biarritz, nei Paesi Baschi, città prescelta per organizzare il prossimo summit del G7. La solidarietà non può essere che reciproca.

L’idea di radicamento non è soltanto legata allo spazio, ma è egualmente temporale. Anzi, uno dei fili rossi della settimana è stata la storia, la nostra storia. Quattro serate sono state dedicate ai temi dell’autonomia italiana degli anni Sessanta e Settanta, agli squatter e agli autonomi tedeschi degli anni Ottanta, ai movimenti ecologisti radicali della Gran Bretagna degli anni Novanta e ai movimenti sociali francesi del decennio 2005 – 2016. Illuminati soltanto da piccole lampade, hanno dato voce, davanti a una sala piena, a queste rivolte da cui traiamo larga ispirazione ancora oggi.

Queste narrazioni, in perpetua elaborazione, fanno parte di un apprendistato dell’arte di raccontare che noi non siamo ancora stati capaci di raggiungere fino ad ora. Si intrecciano così le grandi cronologie con gli aneddoti che paiono insignificanti davanti alla “grande Storia”, ma che costituiscono la carne e il sangue di uno storia abitata. I rivoluzionari del XIX secolo percepivano il susseguirsi delle loro sconfitte passate il cammino inesorabile verso la loro vittoria finale. Il nostro rapporto con l’esperienza è più complesso, più frammentato e il nostro avvenire più incerto. Questo non è ancora scritto e, alla scala della Zad, resta ancora largamente da conquistare e inventare. René Char, un grande poeta francese, nel 1944 diceva: “Noi siamo nell’inconcepibile, ma con dei punti di riferimento abbaglianti”. Nella nostra piccola guerra, l’Ambassada è uno di questi punti di riferimento, un embrione del futuro per il quale ci battiamo, in tutte le lingue. Per quel che rimane in piedi, dovremo dimostrare allo Stato che i rapporti di forza non sono svaniti, senza di ciò questo territorio, guadagnato attraverso grandi lotte, rischia di essere definitivamente perduto. Per questo motivo vi invitiamo il prossimo 29 e 30 settembre a partecipare tutti a manifestare con noi alla Zad per continuare la battaglia per queste “terre comuni”. (qui)

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