Armadio della vergogna – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 12 Sep 2026 20:00:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Palazzo Cesi raccontato senza https://www.carmillaonline.com/2025/06/23/palazzo-cesi-raccontato-senza/ Sun, 22 Jun 2025 22:01:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89120 di Luca Baiada

Simonetta Valtieri (a cura di), Palazzo Cesi in via della Maschera d’Oro a Roma. L’ampliamento e le trasformazioni operate dal XVI al XX secolo nel palazzo, già Gaddi, ora sede della giustizia militare, GB EditoriA, Roma 2022, pp. 198, euro 40.

Un oggetto che si presenta elegante, con una bella veste tipografica, questo libro dedicato al Palazzo Cesi di Roma. È un grande edificio fra piazza Navona e il Tevere, vicino a via dei Coronari. Malgrado la mole è poco conosciuto, anche perché vi si arriva solo se proprio si vuole: non ti cerca, non si impone, anzi [...]]]> di Luca Baiada

Simonetta Valtieri (a cura di), Palazzo Cesi in via della Maschera d’Oro a Roma. L’ampliamento e le trasformazioni operate dal XVI al XX secolo nel palazzo, già Gaddi, ora sede della giustizia militare, GB EditoriA, Roma 2022, pp. 198, euro 40.

Un oggetto che si presenta elegante, con una bella veste tipografica, questo libro dedicato al Palazzo Cesi di Roma. È un grande edificio fra piazza Navona e il Tevere, vicino a via dei Coronari. Malgrado la mole è poco conosciuto, anche perché vi si arriva solo se proprio si vuole: non ti cerca, non si impone, anzi si apparta. Prima d’ora, sul palazzo non esisteva una monografia aggiornata così precisa e fitta di note, perciò è bene che sia stato fatto un lavoro d’impegno come questo. Eppure manca qualcosa.

Su tre lati dell’edificio i corpi di fabbrica sembrano avere una storia singolare. Il più pregiato è su via della Maschera d’Oro (il nome viene da una maschera dipinta, poi scomparsa), troppo stretta per godersi la vista della splendida decorazione sulla facciata; comunque, adesso la decorazione non c’è più. Il lato su via degli Acquasparta, novecentesco, ha un prospetto di vecchia foggia. Il breve tratto su piazza Lancellotti è accostato a una chiesa sconsacrata e vuota. Del quarto lato, si vuole dire qualcosa sul fabbricato e sulla strada d’affaccio? Impossibile, perché l’uno non è stato costruito e l’altra era nel piano regolatore ma poi non l’hanno aperta. Sono tutti dati riportati in questo libro attentissimo, ricco di fotografie e di contributi[1]. Eppure sì, manca qualcosa.

Nelle biblioteche degli appassionati di antichi palazzi il volume ci vuole: è minuzioso sino ai dettagli. Sarebbe troppo, però, aspettarsi un’estetica non catalogale e non classista; del resto, forse che tutti gli appassionati di palazzi hanno queste esigenze? Per altri aspetti è una soddisfazione. Nel racconto dei passaggi di mano e delle vicende dei frequentatori ci sono matrimoni, eredità, alleanze e liti di nobili e alti chierici. Non importa, se non dice nulla sulla servitù, che preparava le feste e rosicchiava gli avanzi. Non importa, se tace sui contadini che mantenevano i signori: nella vasta sala del Linceo – il vano più prezioso – sono affrescate le località dei titoli nobiliari e quindi dei possedimenti; lontani da Roma, fuori della storia ufficiale, erano ad Acquasparta, a Carsoli, a Civitella Cesi, a San Polo, nell’Italia profonda, dove una plebe sfruttata e confinata nell’ignoranza faceva il padrone d’ozi beato e di vivande. Ma di certo, se si guarda alle famiglie nobili e borghesi, questo libro è uno scrigno di notizie. Però manca sempre qualcosa.

È bene che si parli di Galileo Galilei, anche se solo per cenni. Sulla facciata del palazzo c’è una scritta quasi illeggibile – tanti cantieri per il Giubileo, a Roma, ma non si spendono quattro soldi per restaurare una lapide – e il volume la riporta:

Il principe Federico Cesi romano

che stretto da persecuzioni maligne

mantenne l’ardore della scienza

investigatore illustre della natura

dell’Accademia de Lincei fondatore

in questo palazzo di sua famiglia

accolse le dotte adunanze

e l’amico suo Galilei.

S.P.Q.R. 1872[2].

Attenzione: 1872. Galileo fu qui, ma due secoli e mezzo prima. Questioni di potere temporale, quello che il papa nel 1872 aveva appena perso. Su questo diamo la parola al battagliero Alessandro Gavazzi, un patriota dell’Ottocento e un chierico (che divenne protestante). Scrive che i papi non hanno diritti su Roma e non vuole uno Stato del papa, neppure su un pezzetto della città; fa un esempio:

Qualora il papa dovesse signoreggiare principe indipendente ed assoluto, fosse ben anche nella sola cinta vaticana, ciò basterebbe per avergli riconosciuto il diritto al principato. Ma il diritto al principato essendo nel papa un’antifrasi, un assurdo, una bestemmia; così coloro si rendono complici di lesa ragione, e per noi di tradita patria, i quali vorrebbero pur lasciare al papa qualche bricciolo di temporalità[3].

Gavazzi non vide lo Stato pontificio rinascere nel 1929, col Concordato, per colpa dei fascisti. Già, i fascisti.

Nel libro si apprezza, insieme al ricordo di Galileo, quello appunto di Federico Cesi, fondatore dell’Accademia dei Lincei. Poteva vivere senza far nulla, e invece no: colto e intraprendente, studiava, sperimentava, organizzava. Certo, un conservatore; scrive che col sapere cresceranno le virtù, con vantaggi:

Haverà più soggetti osservanti del giusto et amici della pace, onde siano meno trasgredite le leggi e con più quiete si viva senza tumulti e sedizioni, senza desiderio di novità e di brighe[4].

Per pace intende quella sociale. La canzone Contessa di Paolo Pietrangeli non gli sarebbe piaciuta: «Voi gente perbene che pace cercate, la pace per far quello che voi volete…». Niente emancipazione di chi lavorava per mantenerlo, ma almeno si spendeva per il progresso scientifico.

Sui Lincei, però, il libro non coglie la sostanza: bisogna spiegare bene il senso dirompente della ricerca libera e della fondazione dell’Accademia, per quei tempi, e c’è da fare un accostamento meditato fra, allora, l’ostilità del clero e, nel Novecento, la manomissione fascista dell’istituto. Ancora i fascisti. E sempre manca qualcosa.

Un atto catastale del 1948, che spasso! Nel complesso abitano quattro dipendenti dell’amministrazione militare[5]. Non si sa se pagano un affitto, se lavorano lì, se ci sono di mezzo comodità passate attraverso il regno, il fascismo, l’occupazione tedesca, la Repubblica. Prendersela con loro? Dopo la Seconda guerra mondiale sfollati e disperati ricavavano case nei monumenti, nei ruderi, negli archi degli acquedotti (però non avevano un impiego statale). Si vede nel capolavoro neorealista di Castellani Sotto il sole di Roma, col ragazzo che abita nelle rovine; l’attore è lo stesso di Miracolo a Milano di De Sica.

A proposito: Era notte a Roma, di Rossellini, è ambientato a poca distanza da Palazzo Cesi, in un edificio a San Salvatore in Lauro con vicinanze sorprendenti fra lusso e stanzucce; durante l’occupazione, in un salotto, fra un nazista vero e un ufficiale inglese travestito da cameriere, un aristocratico si vanta: il palazzo è fatto con le pietre del Colosseo. Forse è sempre andata così: splendori, degradi e riusi dei luoghi e delle cose. Rutilio Namaziano, nel Quinto secolo, cioè in piena decadenza, viaggia da Roma alla Gallia passando per Civitavecchia, Porto Ercole, Pisa: persino in edifici prestigiosi trova gente accampata[6]. Il volume, ecco, stimola la riflessione. Però, davvero, manca sempre qualcosa. Insomma, di che si tratta? Cosa manca?

Dagli anni Quaranta del Novecento Palazzo Cesi è sede degli uffici centrali della giustizia militare; e questo nel libro non manca. Il punto è un altro. Finita la guerra, i documenti con le indagini sulle stragi nazifasciste dal 1943 al 1945 – decine di migliaia di morti – vanno a formare un archivio per processare i colpevoli. In concreto si fanno pochi dibattimenti clamorosi, poi basta, e dagli anni Cinquanta restano in carcere solo due nazisti: Kappler e Reder (molti anni dopo, liberati anche loro, con manovre luride). Tutto lì. I fascicoli sui massacri, che spesso contengono prove precise, persino mappe dei fatti e nomi dei colpevoli, compresi i collaborazionisti fascisti, sprofondano in uno spazio chiuso, fisico e mentale. Così le stragi rimangono impunite. Ecco cosa manca nel libro.

Quegli atti restano proprio a Palazzo Cesi e saranno rifrequentati solo nel 1994, cinquant’anni dopo la guerra. Il giornalista Franco Giustolisi nel 2004 chiamerà questa storia Armadio della vergogna[7]. Mezzo secolo di insabbiamento, di colpevole silenzio, di far finta di niente. Tutto sul sangue delle persone e sul lutto dei familiari. Anche sui corpi di oltre mezzo milione di militari, deportati e fatti lavorare come schiavi, trattati da bestie, lasciati morire di stenti; perché stragi e deportazioni sono inseparabili. In quelle storie ci sono le razzie, le devastazioni dei paesi incendiati, il dolore dei borghi saccheggiati, le donne stuprate, un numero incalcolabile di orfani, l’angoscia per i dispersi, le famiglie schiacciate nella miseria materiale dell’Italia devastata.

Verranno altre miserie: quella morale dell’Italia consumista, poi quella politica degli opportunismi, del riflusso e delle tangenti, e ancora quella della deindustrializzazione, della terziarizzazione, della finanziarizzazione. E l’archivio sempre lì, fino a una riemersione misteriosa, nell’Italia del primo berlusconismo. Non c’è coerenza, in questo? Con Berlusconi la società dello spettacolo celebra l’eclissi della vergogna, e un’Italia svergognata non ha più bisogno di un nascondiglio vergognoso.

Adesso a Palazzo Cesi gli uffici giudiziari militari ci sono ancora, ma nessuna scritta ricorda al pubblico l’osceno sequestro di giustizia. Per i Lincei e Galileo una lapide illeggibile, per le stragi impunite neanche quella, benché sia lo scandalo di potere più violento della storia postunitaria: l’indicibile grumo nero dell’Armadio della vergogna. Su questo mare di sangue sepolto, sul fatto che l’archivio fosse lì, proprio nel Palazzo Cesi, l’elegante volume non dice neanche una parola.

E pensare che c’è persino l’immagine di un’edicola religiosa, fuori, che è a pochi metri dal punto in cui era l’archivio, ma dentro[8]. Forse qualche familiare delle vittime ha pregato o ha messo un fiore proprio lì, senza sapere che la verità sui massacri era a un passo, là oltre il muro. All’epoca il centro di Roma era del popolo. Per esempio: Remo Perpetua, caduto alle Ardeatine, abitava a Tor di Nona; sono pochi passi. Nella famiglia di un rigattiere, del Palazzo Cesi non potevano conoscere che l’edicola per strada, cioè un angolo dove piangere.

Il volume tace, eppure: è realizzato con la collaborazione di un alto magistrato militare, e della giustizia militare ha lo stemma ufficiale sul risvolto di copertina. Dove è stato presentato, dopo la pubblicazione, Palazzo Cesi in via della Maschera d’Oro a Roma? Ma a Roma, in via della Maschera d’Oro, a Palazzo Cesi.

 

 

[1] Il libro contiene i contributi di Enzo Bentivoglio, Ferruccio Ferruzzi, Giorgio Ortolani, Simonetta Valtieri; le prefazioni sono di Daniela Porro, soprintendente speciale di Roma, e di Roberto Bellelli, magistrato militare, promotore e responsabile del progetto; è stato promosso anche dall’associazione culturale RinascimentiAmo: un Futuro per il Passato.

[2] Simonetta Valtieri (a cura di), Palazzo Cesi in via della Maschera d’Oro a Roma. L’ampliamento e le trasformazioni operate dal XVI al XX secolo nel palazzo, già Gaddi, ora sede della giustizia militare, GB EditoriA, Roma 2022, p. 76, nota 18.

[3] Alessandro Gavazzi, Roma tutta dell’Italia. Pensieri in risposta al cav. Massimo D’Azeglio, Tip. Gargiulo del Messaggiere Napolitano s.d. (ma degli anni Sessanta del XIX Secolo), pp. 23-24.

[4] Federico Cesi, Del natural desiderio di sapere et institutione de’ Lincei per adempimento di esso, in Maria Luisa Altieri Biagi, Bruno Basile (a cura di), Scienziati del Seicento, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli 1980, pp. 66-67.

[5] Valtieri (a cura di), Palazzo Cesi in via della Maschera d’Oro a Roma, cit., p. 167, nota 8.

[6] Rutilio Namaziano, De reditu suo, trad. Il ritorno, Einaudi, Torino 1992.

[7] Franco Giustolisi, L’armadio della vergogna, Nutrimenti, Roma 2004.

[8] Valtieri (a cura di), Palazzo Cesi in via della Maschera d’Oro a Roma, cit., pp. 47 e 49.

 

]]>
Fascist Legacy, cioè sangue chiama sangue https://www.carmillaonline.com/2025/03/19/fascist-legacy-cioe-sangue-chiama-sangue/ Tue, 18 Mar 2025 23:01:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87356 di Luca Baiada

Michael Palumbo, Le atrocità di Mussolini. I crimini di guerra rimossi dell’Italia fascista, Edizioni Alegre, Roma 2024, pp. 416, euro 20.

 

La foto in copertina: già vista, come fucilazione di italiani. È l’eccidio di Dane, in Slovenia, e invece gli italiani sono i fucilatori. Il modo di scrivere: partecipe, senza grigiori, e Michael Palumbo lo rivendica: «Gli storici accademici hanno criticato spesso il mio lavoro per la componente umana che sfugge al loro stile di scrittura arido come il deserto». Le fonti: minuziose, e l’autore precisa che i documenti della United Nations War Crimes Commission vanno presi [...]]]> di Luca Baiada

Michael Palumbo, Le atrocità di Mussolini. I crimini di guerra rimossi dell’Italia fascista, Edizioni Alegre, Roma 2024, pp. 416, euro 20.

 

La foto in copertina: già vista, come fucilazione di italiani. È l’eccidio di Dane, in Slovenia, e invece gli italiani sono i fucilatori. Il modo di scrivere: partecipe, senza grigiori, e Michael Palumbo lo rivendica: «Gli storici accademici hanno criticato spesso il mio lavoro per la componente umana che sfugge al loro stile di scrittura arido come il deserto». Le fonti: minuziose, e l’autore precisa che i documenti della United Nations War Crimes Commission vanno presi con cautela, perché quasi nessun italiano che vi è nominato è stato effettivamente processato[1].

Palumbo inizia le ricerche alla fine degli anni Settanta; archivi italiani, britannici, statunitensi, tedeschi e dell’Onu, testi in otto lingue e interviste in sei paesi. Negli anni Ottanta comincia a fare pubblicazioni, così nel 1989 la BBC produce Fascist Legacy, che la Rai compra ma non trasmette. Con quel materiale Rizzoli nel 1992 stampa L’olocausto rimosso, ma lo ritira prima che arrivi nelle librerie[2]. Adesso lo pubblica Alegre con prefazione di Eric Gobetti. Si deve all’impegno di Ivan Serra: sono sue anche la postfazione e una raccolta di materiali sul sito «www.diecifebbraio.info».

Cominciamo con la Libia, dove le violenze fasciste si saldano a quelle dell’Italia giolittiana, quando importanti intellettuali sostengono l’aggressione. Si invoca la storia romana. E la realtà?

Bambini dai 3 ai 14 anni venivano strappati alle loro famiglie per essere mandati in Italia ed educati alla fede cattolica, fedeli allo Stato fascista, nemici della loro stessa gente. I bambini si aggrappavano alle madri, tra le urla di protesta dei genitori. Le giovani deportate erano costrette a subire gli abusi sessuali delle guardie fasciste; molte furono violentate o prese con la forza dai soldati italiani come concubine.

Ferocia spettacolare, come l’assassinio dello sceicco Said El Rafidi e di altri, gettati da un aereo, coi compagni obbligati ad assistere e coi soldati italiani che applaudono, o come il saccheggio di Cufra, nel 1930, con gli oltraggi al Corano. Lo spettacolo comprende un Mussolini gran turismo, nel 1936:

Secondo la mentalità fascista era Scipione l’Africano che stava navigando da Cartagine per visitare la terra che aveva conquistato e trasformato in colonia romana. Durante il suo soggiorno in Libia, Mussolini si atteggiò a «difensore dell’Islam» e si proclamò guardiano dei musulmani non solo nel territorio italiano, ma nel mondo intero.

Da tenere presente, oggi che una stravolta romanità torna a far chiasso.

La Jugoslavia è spartita fra Italia, Germania e satelliti. Nella provincia di Lubiana gli italiani internano una quota impressionante di popolazione. Si contano circa duecento campi:

Se qualcuno protestava, si avvicinava alla barriera o semplicemente cantava poteva essere torturato a morte. Le donne e le ragazze venivano d’abitudine violentate, e in alcuni casi molte prigioniere venivano cedute ai bordelli delle truppe dell’Asse nella zona del campo.

Fra i posti peggiori, Rab; Martina Košak racconta la sporcizia, la denutrizione dei bambini: «Ci morivano davanti agli occhi e io non potevo far altro che torcermi le mani». La vita insopportabile, la morte incalcolabile: nel cimitero i fascisti interrano più bare una sopra l’altra, anche con più salme in ogni bara.

L’aggressione all’Etiopia è preparata militarizzando gli italiani:

[Mussolini] emanò un decreto secondo il quale ogni italiano era un «cittadino soldato» e doveva essere educato militarmente a partire dagli otto anni: «Una nazione, per rimanere prospera, dovrebbe fare una guerra ogni 25 anni».

Oggi si organizzano visite di militari nelle scuole e di bambini nelle caserme, e c’è chi approva. Palumbo scrive:

Il regime fascista non nacque dal nulla; il dilagante militarismo e la glorificazione di Roma imperiale che Mussolini andava predicando riflettevano i sentimenti di molti politici e intellettuali dell’Italia del diciannovesimo e dell’inizio del ventesimo secolo.

L’uso del gas in Etiopia è certo. Sono coinvolti a vari livelli – pianificazione, esecuzione, nascondimento, disinformazione – Mussolini, Graziani, Badoglio, Roatta, Grandi. Al Lago Ascianghi si lanciano manifestini sulle truppe sconfitte e sulle donne: invitano a marciare in pace di giorno, invece che di notte, chiedono di non nascondersi e promettono di non attaccare; gli etiopi si fidano e sono sterminati col gas. È la lealtà dei fascisti.

Achille Starace dirige la conquista di Gondar. Facile: il comandante etiope locale viene corrotto. Il conquistatore pubblica un libro, La marcia su Gondar, D’Annunzio fa l’introduzione. L’eroismo dei fascisti è come la loro pubblicità.

In Etiopia, dove contro l’aeronautica non c’è difesa, Vittorio Mussolini è aviatore; poi scrive Voli sulle Ambe:

Allora sotto! Chi in sella, chi con le gambe, in breve la pianura si spopolava. Ho ancora in mente l’effetto di un gruppetto di Galla, caracollanti dietro ad uno vestito di nero. […] Era molto divertente e si colpivano bene anche stando relativamente alti[3].

Di solito chi ha voglia di un padrone apprezza anche i suoi familiari. Dal 2022, per la prima volta nell’Italia repubblicana, ci sono due cognati nel governo.

Gli attacchi aerei alla Croce rossa servono a eliminare testimoni, ma anche persone spinte da ideali di solidarietà incompatibili col regime. I volontari – oggi si chiamerebbero attivisti, cooperanti – sono traditori della razza bianca, sostenitori di valori liberali e democratici, vivi moniti contro il nuovo corso italiano. E allora arrivano ostacoli all’attività umanitaria e ai suoi addetti, accuse, vittimismo, aggressioni alla legalità internazionale. Ricorda niente, adesso? I fascisti volevano essere great again.

Dopo l’attentato a Graziani si scatena la rappresaglia degli italiani, anche civili. Un diplomatico americano:

Gli italiani hanno perduto completamente la testa. Dal momento dell’incidente bande indisciplinate di camice nere e braccianti, armati di fucili, scuri e mazze, vagano per le strade uccidendo gli indigeni, persino le donne, con scene rivoltanti di barbarie. Molti indigeni, le cui capanne erano state date alle fiamme, sono stati colpiti mentre tentavano di scappare, oppure sono stati costretti a morire tra le fiamme.

Si bruciano case, ma non quelle di lusso, buone dopo aver ucciso i proprietari. Certo, l’appropriazione di case in terre occupate non smette con la fine del fascismo. La novità di oggi è la polverizzazione di abitati e poi la proposta di farci riviere turistiche.

In Etiopia sono assassinati almeno mezzo milione di civili: «Si può bene immaginare quanti sarebbero stati gli uccisi se gli italiani fossero riusciti a completare i loro sforzi di “pacificazione”».

Il comportamento in Grecia è punteggiato di ferocia e dominio sessuale:

Di numerose atrocità furono responsabili i carabinieri che terrorizzavano gli abitanti dei paesi occupati. Famigerato era anche il controspionaggio che si serviva dei metodi più spietati per ottenere informazioni sulla resistenza. Il capo del controspionaggio in Grecia, dall’aprile 1941 al gennaio 1943, fu il colonnello Mariano Scolaro, il quale di frequente ordinò l’utilizzo della «tartaruga» – uno strumento di ferro che veniva fissato intorno al capo e stretto finché la testa del torturato incominciava a sanguinare; continuando a premere, si fratturava il cranio[4].

Le torture sono sfrenate, fantasiose:

Alcuni prigionieri vennero bruciati vivi, altri appesi per le braccia finché queste si disarticolavano, ad alcune vittime furono cavati gli occhi, altre ancora furono costrette a bere la propria urina. Probabilmente il sistema di tortura più diabolico era l’uso di una pompa d’aria che veniva infilata nell’ano per far gonfiare e infine scoppiare l’intestino.

C’è chi dirige lo stupro di massa nella città di Argos Orestiko, l’assassinio di cento persone inermi, l’incendio di villaggi; a un ufficiale piaceva stuprare ragazze adolescenti con la cocaina, un altro preferiva stuprare bambini.

C’è una vicenda che viene attribuita al tenente Giovanni Ravalli e ad altri; un greco prima di essere ucciso è trattato così:

Dopo avergli strappato i denti con le pinze, Ravalli l’aveva fatto legare alla coda di un cavallo pungolato da una baionetta, per cui l’uomo fu trascinato al galoppo sfrenato sul terreno pietroso per tre ore. Fu poi appeso per le mani con i polsi legati dietro la schiena, pestato e lasciato in questa posizione per alcuni giorni. Di tanto in tanto gli veniva strofinato del sale sulle ferite[5].

Su Ravalli torneremo.

Quanto all’internamento, nel campo di Larissa ci sono poca acqua, scarsa igiene, regole draconiane: chi uccide un greco che tenta di scappare ha una licenza, quindi non è il caso di risparmiare le munizioni. I prigionieri non vivono più di sei mesi.

L’occupazione causa la carestia, i fascisti potrebbero rimediare ma invece la aggravano e si muore. Il comportamento degli italiani verso i greci affamati è diversificato:

Alcuni soldati semplici davano dei pezzi di pane ai bambini e si mostravano riluttanti quando veniva loro chiesto di cooperare alle confische di viveri organizzate dai carabinieri. Altri, invece, riservavano il cibo per le donne greche loro amanti o prostitute. Altri ancora traevano profitti commerciando nel mercato nero[6].

La Croce rossa ha un piano per i rifornimenti ai greci, la Germania è favorevole; l’Italia si oppone e quando il piano è approvato lo ostacola. Oggi, se a qualcuno il paragone fra Israele e Germania non piace, è possibile evitarlo: si può farlo con l’Italia.

Nei paesi occupati sono attivi i tribunali militari italiani. Così in Jugoslavia: «Quello che aveva luogo difficilmente si poteva definire un processo, poiché la difesa era soltanto formale e le uniche prove ammesse erano quelle presentate dal pubblico ministero, né era possibile l’appello»[7]. Contro gli jugoslavi ogni ombra pesa. Più imputate compaiono in udienza con scarpe simili? È prova di una trama organizzata. Qualcuno vorrebbe solo vivere in pace? È prova di resistenza. Non ci sono prove? L’imputato è colpevole, nel processo non ha fatto il saluto fascista.

Sulla base di quanto riportato da un giornalista, si dà conto dei tribunali italiani in Etiopia:

I presidenti […] non parlavano la lingua del posto e in genere erano disattenti durante i processi. C’erano degli interpreti neri ma la loro conoscenza dell’italiano era molto limitata e spesso gli accusati non avevano la minima idea di cosa stesse succedendo o del perché fossero processati; le condanne erano emesse in modo arbitrario ma pur sempre severo[8].

Quanto ai processi in Grecia, quelli al tribunale militare di Atene sono «una crudele parodia». Per esempio. Viene ucciso un possidente che ha collaborato con gli italiani; decine di persone sono arrestate e torturate. Quindi:

Alla fine i fascisti ottennero quattordici confessioni, ciascuna delle quali dava un resoconto totalmente diverso dell’omicidio. Fu impossibile coordinare le varie confessioni o determinare se una fosse veritiera; di conseguenza il processo si trascinò fino alla fine dell’occupazione italiana[9].

Non sono riportati episodi specifici di comportamento soccorrevole da parte di italiani; nulla di paragonabile al tedesco buono, mito ricorrente nelle stragi naziste. Forse è un bene. Ma il libro ci ricorda, senza insistere sulla bontà, il generale Nicola Bellomo.

Non ben allineato al regime, in guerra Bellomo ha incarichi limitati e dopo è malvisto. I britannici vogliono una sentenza esemplare contro i militari italiani, ma senza colpire quelli utili alla loro politica di destra; perciò prendono a bersaglio lui e lo condannano alla pena capitale, per la morte controversa di un prigioniero di guerra[10]. È l’unica sentenza britannica eseguita, in Italia, perché neanche Kesselring viene giustiziato. Il generale non chiede la grazia e scrive:

La morte non mi spaventa. Mi spaventa il pensiero di dover passare, una volta graziato, la vita in carcere. Preferisco perciò che la sentenza abbia esecuzione. La mia memoria rimarrà almeno legata, senza incrinature, alla forza d’animo che ha rappresentato la spina dorsale di tutta la mia vita. Infine, non intendo modificare per mia volontà la responsabilità morale che è connessa con la sentenza pronunziata contro di me[11].

Davanti al plotone grida «viva l’Italia!» e dice, in inglese e in italiano: «Dio abbia pietà di me e di loro». Insomma: un mare di sangue, l’unico fucilato non è un fascista, gli altri se la cavano e magari fanno carriera.

Su tutto questo, Palumbo non fa sconti né ai britannici né agli statunitensi, quando ricorda che Carlo Sforza, antifascista ed esule, è per una vera epurazione dei fascisti, e che a novembre 1944 gli inglesi, contrari all’epurazione per non favorire i comunisti, mettono il veto alla sua nomina a presidente del consiglio e impongono Ivanoe Bonomi[12].

Ancora. L’insistenza della Jugoslavia per la punizione dei fascisti incontra proprio l’opposizione britannica e statunitense. C’è di più. Ad agosto 1945 l’Alta corte di giustizia italiana rende noti i nomi dei fascisti da allontanare dal Senato; gli alleati vogliono difendere Badoglio e il 29 settembre 1945 il ministero degli esteri inglese ordina all’ambasciatore a Roma:

Cogliere l’occasione adatta di attirare privatamente e non ufficialmente l’attenzione del signor Parri (presidente del consiglio) sul valido aiuto reso da Badoglio alla causa alleata ed esprimere la speranza che questi servizi possano essere resi noti alla corte prima che la causa venga discussa[13].

Badoglio rimane senatore, ma qui teniamo da parte come accada. Invece attenzione alle date: risale all’agosto 1945 la decisione di accentrare a Roma i fascicoli sulle stragi tedesche, cioè il primo passo nella formazione dell’archivio noto come Armadio della vergogna.

Torniamo a un nome già incontrato. Nel 1992 questo libro si ferma dopo la «protesta del politicamente influente criminale di guerra italiano Giovanni Ravalli, condannato a tre ergastoli in Grecia»[14]. Rory Carroll nel 2001: «Nel 1992 uno storico americano, Michael Palumbo, rivelò le sue atrocità in un libro ma Ravalli, sostenuto da amici potenti, minacciò di far causa e il libro non fu mai pubblicato»[15].

Chi è Ravalli? Militare in Grecia, dopo l’8 settembre si unisce ai partigiani; la sua identità viene scoperta ed è imprigionato; nel 1946 lo processano ma, grazie a una dichiarazione in suo favore del colonnello Woodhouse, rappresentante militare inglese, evita la sentenza di morte[16]. La relazione di minoranza della Commissione bicamerale sull’Armadio della vergogna ricorda quel processo del 1946 e il seguito:

Il tenente Giovanni Ravalli […] fu condannato all’ergastolo perché ritenuto corresponsabile delle feroci rappresaglie italiane contro la popolazione greca nella zona di Kastorià durante l’occupazione fascista. […] Fu liberato grazie ad un forte interessamento di De Gasperi. In seguito, Ravalli fece una carriera nell’amministrazione fino a rivestire la carica di prefetto. Nel 1953, sembrava essere stato incaricato di seguire, nella Presidenza del Consiglio dei ministri, la documentazione sui crimini di guerra commessi dai tedeschi[17].

Già, abbiamo letto bene. Proprio lui, condannato per crimini fascisti, è coinvolto nella giustizia su quelli nazisti. È un caso? Dalla stessa relazione, quanto all’intesa su Ravalli e altri due italiani, emerge un parallelo:

L’esito dell’accordo era stato analogo a quello raggiunto fra Italia e Germania: nel settembre 1950 tre criminali di guerra italiani erano stati scarcerati e rimpatriati in Italia, fra cui l’ex-tenente Giovanni Ravalli, già condannato all’ergastolo ad Atene nel 1946 come criminale di guerra perché ritenuto responsabile di sanguinose rappresaglie contro i partigiani e la popolazione civile greca[18].

Il ruolo di Ravalli qui non può essere chiarito. Dai giornali dell’epoca in cui è prefetto di Palermo, e poi di Roma, emerge come un fiduciario della parte peggiore del potere; fra chi lo attacca, un nome dice tutto: Pio La Torre, assassinato dalla mafia nel 1982[19].

È possibile che un editore come Rizzoli abbia ritirato il libro solo per paura di Ravalli? Forse l’ha considerato il capofila di persone e gruppi suscettibili. La posizione di Ravalli potrebbe anche essere una cerniera fra i crimini italiani all’estero e le stragi nazifasciste in Italia; nel 1992, quando il libro di Palumbo sparisce, l’Armadio della vergogna non è stato ancora rifrequentato: lo scandalo diventerà pubblico solo nel 1996. Ravalli, invece, potrebbe sapere da tempo molte cose.

Di certo, neanche con la rifrequentazione dell’Armadio i militari italiani sono stati giudicati, e la ripresa delle indagini ha portato a una ventina di ergastoli soltanto nei confronti di tedeschi (solo tre eseguiti). I crimini di guerra italiani, rimossi, anche dopo il 1996 hanno avuto poca attenzione e nessun dibattimento. È un sangue senza giustizia che pesa ancora. Eric Gobetti ricorda che, dopo buoni studi alla fine del secolo scorso, adesso c’è un circuito pericoloso fra politica e lavoro culturale:

Il governo Meloni è stato reso possibile anche dalla percezione diffusa di «innocenza» delle idee politiche del fascismo storico a cui l’attuale leadership del nostro paese si ispira. […] Gli archivi militari sono diventati sempre più inaccessibili agli storici indipendenti e le ricerche accademiche su questi temi sono oggi quasi del tutto inesistenti[20].

Va detto che nel libro qualcosa non va. Le fonti, copiose, sono disomogenee fra le aree di occupazione. Mancano notizie sull’Urss e su altri territori. Colonialismo e imperialismo sono ricondotti al Risorgimento, e specialmente a Mazzini, e non convince. Fu l’antifascismo, a buon diritto, a richiamarsi al Risorgimento sin dagli anni Venti, poi nella cospirazione, nella Resistenza e nella battaglia repubblicana e costituzionale, denunciando che i fascisti sono traditori e usurpatori dei progetti preunitari. C’è continuità tra il famoso discorso di Matteotti, alla Camera, e la lezione partigiana impartita nella Roma occupata, a via Tomacelli, vent’anni dopo, per l’anniversario della morte di Mazzini. Il 30 maggio 1924 Matteotti: «Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi [fascisti] volete ricacciarci indietro»[21]; morirà pochi giorni dopo. Il 10 marzo 1944 a via Tomacelli: mentre i repubblichini sfilano, le armi partigiane ribadiscono chi sono i patrioti veri (e qualche camicia nera ne fa le spese)[22].

Anche la Resistenza e la svolta repubblicana non sono valorizzate. Ma Palumbo cerca di vedere le cose nel lungo periodo, quando collegando il controllo anglo-americano all’impunità dei fascisti commenta: «Questo aiuta a spiegare il riemergere del fascismo in Italia nel nostro tempo».

Di certo, se il lavoro storico non è stato fatto meglio, va messo in conto a chi l’ha sabotato, non a Palumbo che l’ha svolto e ha condiviso i mezzi per proseguirlo. Sia chiaro: stiamo pagando il ritardo di trent’anni nella pubblicazione di questo studio. È bene munirsi di uno strumento così robusto e raccogliere il testimone.

Avere ben presente la violenza fatta, e non solo quella subita (bombardamenti alleati, occupazione tedesca, stragi nazifasciste), serve a toccare la realtà per non sbatterci di nuovo il muso: se si sparge il sangue degli altri, prima o poi, si sparge anche il nostro.

 

 

[1] Michael Palumbo, Le atrocità di Mussolini. I crimini di guerra rimossi dell’Italia fascista, Edizioni Alegre, Roma 2024, p. 383.

[2] Ivi, postfazione di Ivan Serra, Breve storia di un libro censurato e ritrovato, pp. 385-397.

[3] Palumbo, Le atrocità di Mussolini, cit., pp. 127-128. La citazione è da Vittorio Mussolini, Voli sulle Ambe, G. C. Sansoni Editore, Firenze 1937, pp. 47-48.

[4] Ivi, p. 190.

[5] Ivi, p. 212.

[6] Ivi, p. 185.

[7] Ivi, pp. 228-229.

[8] Ivi, p. 156, che cita Ciro Poggiali, Diario A.O.I. 15 giugno 1936 – 4 ottobre 1937. Gli appunti segreti dell’inviato del Corriere della sera, Longanesi, Milano 1971.

[9] Palumbo, Le atrocità di Mussolini, cit., pp. 192-193.

[10] Ivi, pp. 341-346.

[11] Ivi, pp. 346-347.

[12] Ivi, pp. 310-312.

[13] Ivi, p. 313.

[14] Ivi, p. 24.

[15] Rory Carroll, Italy’s bloody secret, «theguardian.com», 25 giugno 2001.

[16] Palumbo, Le atrocità di Mussolini, cit., pp. 330-331.

[17] Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, legge n. 107 del 2003, Relazione di minoranza, pp. 96-97; la relazione cita documenti d’archivio.

[18] Ivi, p. 173.

[19] Fra gli articoli critici: g.f.p., Tracotanti affermazioni del prefetto di Palermo, «l’Unità», Mezzogiorno e Isole, 25 luglio 1967, p. 6; Pio La Torre, Prefetto da pensionare, «l’Unità», 20 settembre 1967, p. 1; Il prefetto di Palermo si schiera con chi ha fatto fuggire Liggio, «l’Unità», 17 febbraio 1970, p. 7. Invece, Paolo Menghini, È abituato a essere impopolare il «contestato» prefetto Ravalli, «Corriere della sera», 1° settembre 1972, p. 7: «Sul piano umano, è un gentleman: cortesissimo, cordiale, generoso».

[20] Palumbo, Le atrocità di Mussolini, cit., prefazione di Gobetti, cit., p. 10.

[21] Giacomo Matteotti, Contro il fascismo, Garzanti, Milano 2019, p. 50.

[22] Cesare De Simone, Roma città prigioniera. I 271 giorni dell’occupazione nazista (8 settembre ’43 – 4 giugno ’44), Mursia, Milano 1994, p. 108. Anche «l’Unità», 15 marzo 1944.

 

]]>
Gli archivi pongono domande, gli armadi le ripongono https://www.carmillaonline.com/2024/03/15/gli-archivi-pongono-domande-gli-armadi-le-ripongono/ Thu, 14 Mar 2024 23:05:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81684 di Luca Baiada

Daniele Biacchessi, Eccidi nazifascisti. L’Armadio della vergogna, prefazione di Bruno Manfellotto, Jaca Book, Milano 2023, pp. 187, euro 18,00.

 

Viene voglia di parlar bene, di un testo così convinto, così animato da passione. Si dà ragione volentieri a una posizione ben schierata. Ma che fatica bisogna fare, per superare inciampi e confusioni.

Nel risvolto di copertina iniziale: «Biacchessi riapre i fascicoli, li confronta con le carte di vecchi e nuovi processi, incontra testimoni, familiari delle oltre 15mila vittime, magistrati, avvocati, segue le tracce degli assassini rimasti di fatto impuniti, ricostruisce un mosaico composto da verità celate». Con questo [...]]]> di Luca Baiada

Daniele Biacchessi, Eccidi nazifascisti. L’Armadio della vergogna, prefazione di Bruno Manfellotto, Jaca Book, Milano 2023, pp. 187, euro 18,00.

 

Viene voglia di parlar bene, di un testo così convinto, così animato da passione. Si dà ragione volentieri a una posizione ben schierata. Ma che fatica bisogna fare, per superare inciampi e confusioni.

Nel risvolto di copertina iniziale: «Biacchessi riapre i fascicoli, li confronta con le carte di vecchi e nuovi processi, incontra testimoni, familiari delle oltre 15mila vittime, magistrati, avvocati, segue le tracce degli assassini rimasti di fatto impuniti, ricostruisce un mosaico composto da verità celate». Con questo sunto non si comincia nel modo migliore: secondo l’Atlante delle stragi i morti sono ventitremila, ma l’Atlante è inadeguato e probabilmente il numero effettivo è intorno a trentamila. È vero, però, che quel mosaico impegna l’autore da anni, nel solco di un lavoro che comprende Il paese della vergogna (Chiarelettere 2007) e I carnefici (Sperling & Kupfer 2015).

È da respingere l’impressione che Biacchessi, come una certa parte del mondo intellettuale, abbia pubblicato più volte lo stesso libro rimescolando i materiali, rispolverando abiti di scena. Esclusa questa ipotesi, è giusto pensare che abbia sempre bisogno di affinare il suo approfondimento, che desideri farlo crescere, ma che nel frattempo ci voglia mettere a parte di dati importanti, senza tenerli in serbo per quando saranno nella forma definitiva. Ci considera di casa e non fa complimenti, non perde tempo ad abbottonarsi la giacca prima di venire in salotto. Bene, allora, che arrivino spunti preziosi anche per chi frequenta già il tema. Qualche esempio.

L’intervista televisiva a Erich Priebke in Argentina, con risonanza internazionale, che apre al nuovo processo sulle Ardeatine, è del 1994, ma esiste un libro precedente, El pintor de la Suiza argentina[1], e a distanza di molto tempo dall’intervista l’emittente riconosce che la trasmissione ha un debito nei confronti del volume.

Poi. Joachim Peiper è un nazista colpevole del massacro di Boves; per quello la giustizia non lo disturba; per un altro, commesso in Belgio, è condannato ma liberato già nel 1956; però, dopo fughe e cambi di nome tra Francia e Germania, nel 1976 Peiper lascia li mal protési nervi nell’incendio della sua casa, assaltata con bombe da sconosciuti.

Ancora. Nell’ottobre 1959 il magistrato militare Massimo Tringali va all’ambasciata tedesca a concertare il sabotaggio della giustizia sulle Fosse Ardeatine; Herbert Kappler è già condannato e incarcerato, ma sono noti almeno altri dodici criminali e il magistrato suggerisce i passaggi tecnici per l’insabbiamento[2]. Il seguito del processo non si farà. La collaborazione di Tringali, strisciante all’ambasciata per ostacolare la giustizia e tradire il suo paese, è apprezzata dall’ambasciatore, che scrive a Bonn: «Mi unisco alle motivazioni di questa richiesta così piena di riguardo…». Cioè: il magistrato militare italiano anticipa così bene ciò che giova alla Germania, che basta prendere la trama preparata da lui e trasmetterla al dicastero tedesco. Questa storia oscena ha una particolarità: tra i dodici – oltre a Priebke e Hass, che saranno condannati negli anni Novanta – ci sono Hans Keller e Kurt Winden, a loro volta, durante l’occupazione di Roma, magistrati militari. Dopo la guerra Keller farà carriera nel mondo giudiziario, Winden in quello bancario, entrambi resteranno impuniti.

I contatti di Tringali con l’ambasciata sono diversi da quelli – Biacchessi non ne parla – di un altro magistrato, Marco De Paolis, procuratore generale militare in appello, che nel 2021 riceve dalle mani dell’ambasciatore un’alta onorificenza tedesca in una cerimonia ufficiale. Tringali commette un crimine e De Paolis, sessant’anni dopo, certamente no. Eppure, le ombre dei contatti segreti o i riflettori della cerimonia accompagnano la mancata giustizia, allora e adesso, segnando un prima e un dopo, un passaggio attraverso tempi e contesti che sottolinea la stratificazione della società dello spettacolo.

Insomma, materiali interessanti ce ne sono: Biacchessi lavora sodo e, visto che ce la mette tutta, bisogna perdonargli le poche inesattezze e versioni superate[3].

L’ammirazione per Franco Giustolisi, il giornalista che rese nota sulla stampa nazionale la presenza dell’archivio con le stragi nazifasciste, percorre tutto il libro e va condivisa. Altro tema è il Premio Giustolisi, ricordato con entusiasmo dall’autore e da Bruno Manfellotto: il premio ha dato riconoscimenti a personalità, per lo più appartenenti al circuito chiuso che ha successo nella cultura e nella comunicazione, ma purtroppo non risulta che li abbia dati per ricerche nuove e originali sulle stragi.

Quanto al ruolo di Giustolisi nell’emersione dell’archivio – poi chiamato Armadio della vergogna per una scelta felice che si deve a lui – la questione è affrontata male. Non si tratta di Biacchessi ma della prefazione di Manfellotto, L’ostinazione della memoria, quando ricorda il giornalista:

In [Franco Giustolisi] si aggiunse, come chiamarla?, una certa ostinazione della memoria che completò e arricchì quella sua originaria febbre per la verità. Accadde quando nell’estate del 1996 scoprì che a Roma, in una stanza della Procura militare adibita a cancelleria, giaceva un vecchio armadio dimenticato, addossato al muro verso il quale erano state rivolte le ante: perché a nessuno venisse la tentazione di aprirlo. Una rozza barriera. Evidentemente studiata per nascondere qualcosa. E naturalmente Franco lo aprì e lì dentro trovò quasi 700 dossier e un grande registro con più di duemila notizie di reato che documentavano puntigliosamente crimini efferati commessi dai nazisti e dai loro alleati fascisti nel terribile biennio 1943-’45.

A parte i dettagli (le ante, il muro eccetera), discutibili e non decisivi, va detto: non è stato Giustolisi, a scoprire l’archivio, né ad aprirlo. L’archivio fu rifrequentato a partire dal 1994, l’opinione pubblica rimase all’oscuro, lui ne scrisse sulla stampa nel 1996. Forse non ci si rende conto delle conseguenze di attribuire a qualcuno ruoli iniziali, determinanti, propulsivi: se Giustolisi, lui, avesse riaperto l’armadio nel 1994, ci si dovrebbe chiedere come potesse conoscerlo prima degli altri e perché sino ad allora non l’avesse riaperto.

Proprio la riemersione dell’archivio, quella iniziale nel 1994, è un punto di frizione. Biacchessi è documentato e riporta dati noti ma che si rileggono volentieri: soprattutto dichiarazioni di magistrati e funzionari. Il fatto è che tutto questo è presentato senza offrire a chi legge una riflessione più profonda, neanche a livello dubitativo.

L’autore collega la riemersione – è una versione tralatizia – a ricerche di documenti fatte nel 1994 dal procuratore militare di Roma Antonino Intelisano, sia occasionate dal processo Priebke sia connesse alla visita di una «giovane ricercatrice» piuttosto misteriosa (neanche la Commissione bicamerale è riuscita a identificarla); ricerche seguite, poi, da reazioni e attivazioni nella sede centrale della giustizia militare. Il volume non prova a sciogliere l’intreccio.

Altra questione su cui si resta a mani vuote è quella dell’archivio di Giustolisi. È difficile pensare che un giornalista di quella caratura lavorasse senza un buon archivio personale. Anni fa è stata fondata la onlus Archivio Franco Giustolisi, e nel 2020 l’allora presidente della Toscana, Enrico Rossi, ha annunciato il trasferimento dell’archivio Giustolisi a Firenze, con supporto della Regione per riordinarlo e fare un centro studi; sede, il vecchio ospedale di San Giovanni di Dio[4]. Non se ne sa di più, e il libro non indica l’archivio del giornalista tra le numerose fonti consultate, italiane ed estere.

In fondo questi due passaggi, questi ologrammi impalpabili che anche i migliori osservatori quasi sempre trascurano, si collocano in due fasi importanti della storia dell’Armadio: prima un archivio emerge nel chiaroscuro di un ufficio e la notizia viene alla luce grazie a un giornalista; poi l’archivio di quel giornalista resta in una penombra senza corpo. Un archivio pubblico affiora dal buio alla luce, uno privato scivola dalla luce al buio, e in mezzo c’è un uomo che sa la cosa giusta al momento giusto.

Il volume è arricchito da un’intervista a Giustolisi fatta nel 2014, per interposta persona, dopo che la salute l’aveva abbandonato. Ecco il suo ricordo sull’origine della più alta, fra le strutture che si sono occupate dell’Armadio, cioè sull’origine della Commissione bicamerale istituita nel 2003:

Insieme a Massimo Rendina, allora presidente dell’Anpi di Roma, vero uomo e vero partigiano (capo di stato maggiore della 1ª Divisione Garibaldi, nome di battaglia «Max»), ci recammo più volte al Senato per sostenere l’opportunità di una commissione parlamentare d’inchiesta. Ma la destra, in particolare i fascisti, non ne volevano sapere. Poi, a parte le nostre insistenze, tutto cambiò all’improvviso. Il progetto della commissione fu varato, contemporaneamente fu istituita la giornata del ricordo per gli istriani e dalmati. Io sono un antipolitico di natura, di questo tipo di politica intendo, quella che sottobanco dice io do una cosa a te e tu dai una cosa a me. Comunque, i risultati della commissione furono completamente negativi, addirittura un autoceffone che si era dato il Parlamento.

Mettendo da parte ogni considerazione sulla moralità, si nota la convenienza, davvero: il Giorno del ricordo per un’inchiesta. La Commissione lavorò una tantum, chiuse nel 2006 e da allora le due relazioni prodotte non sono mai state discusse in aula; il Giorno del ricordo, invece, torna ogni anno e se ne parla. Come dar via un orologio a cucù per ricevere una sveglia ferma. Il giornalista si rese conto della trappola, dell’autoceffone, e non si diede per vinto:

Tentai altre strade. Cercai di parlare con Luciano Violante, che conoscevo bene anche se non c’erano ottimi rapporti tra di noi, ma il suo portavoce mi riferì: «Il presidente dice che si tratta di questioni di 50 anni fa». […] Cercai anche di parlare con Fausto Bertinotti, uno dei successori della presidenza alla Camera, verso il quale non ho mai nutrito un minimo di stima. Ma la sua risposta, così tranchant, mi lasciò di sasso: tramite portavoce mi fu detto che «dell’armadio della vergogna si era parlato anche troppo». Non ricordo la mia risposta, ma certamente non fu un inno per quest’uomo forse noto per le sue giacche di tweed.

Giustolisi si spense proprio nel 2014, a novembre, poche settimane dopo una sentenza della Corte costituzionale – tappa di una vertenza di rilievo internazionale – favorevole ai risarcimenti per le famiglie colpite dalle stragi[5]. Era anziano, stava male e forse neanche ebbe la notizia. L’autore, però, è al corrente della contesa in corso sui risarcimenti, perché cita la sentenza civile del Tribunale di Novara del 2022 sulla strage di Borgo Ticino; eppure non valorizza il tema. È un altro aspetto su cui il suo impegno si mostra rivolto nella direzione giusta, ma debole sulla tutela delle vittime, e quindi ancora con una bella strada davanti.

Il libro conclude: «Oggi il vero pericolo è che la storia possa essere riscritta non dal vincitore, ma da chi ha perso la guerra». Sì, ma c’è anche il pericolo che la storia la scrivano insieme, i vincitori e i vinti, o per meglio dire la scrivano parallelamente, contrapponendo posizionamenti opposti sulle medesime vicende, però senza effetti quanto alle conseguenze che quelle vicende hanno o devono avere. È ciò che può accadere se il lavoro culturale di impronta soprattutto memoriale – anche quello da apprezzare come il libro di Biacchessi – non tiene conto per intero delle vertenze non risolte e della giustizia non realizzata.

 

 

[1] Esteban Buch, El pintor de la Suiza argentina, Editorial Sudamericana, Buenos Aires 1991.

[2] Biacchessi cita Felix Nikolaus Bohr, L’indagine indesiderata. Una testimonianza di «politica del passato» italo-tedesca, 1959-1961, in «Contemporanea. Rivista di storia dell’800 e del ’900», XVI, n. 3 (luglio-settembre 2013), pp. 429-442, con trascrizioni di documenti, tradotti, e con segnature d’archivio.

[3] Per esempio. A p. 36 il golpe Borghese slitta dal 1970 al 1980, quando il fascista era già morto. A p. 39 la Germania del 1960 è divisa dal muro di Berlino, che sarà costruito nell’anno successivo. A p. 81 l’ordine di compiere la strage delle Fosse Ardeatine viene da Hitler, una tesi superata da anni.

[4] https://www.toscana-notizie.it/web/toscana-notizie/-/la-regione-ospiter%C3%A0-a-firenze-l-archivio-giustolisi.

[5] Corte costituzionale 22 ottobre 2014 n. 238.

 

]]>
ESCLUSIVO La musa Clio in incognito a Roma. Una crisi esistenziale fra le carte bollate https://www.carmillaonline.com/2023/09/08/esclusivo/ Thu, 07 Sep 2023 22:05:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78794 Intervista di Luca Baiada

 

Ssshh! La prego, non faccia il mio nome a voce alta. Non voglio farmi riconoscere, per questo ho il foulard e gli occhialoni neri.

Musa della storia, certo, a scuola non l’ha imparato? Gli studi classici si fanno ancora, in questo secolo barbaro. Ma parliamo piano. Se ho accettato questa intervista, è per le Sue insistenze, mi creda. Sì, un po’ anche per l’anniversario italiano: 8 settembre 1943, giorno delle scelte, dure e senza sconti. Sbrighiamoci e non faccia fotografie. Prendo solo un bicchierino di ouzo. Ah, con [...]]]> Intervista di Luca Baiada

 

Ssshh! La prego, non faccia il mio nome a voce alta. Non voglio farmi riconoscere, per questo ho il foulard e gli occhialoni neri.

Musa della storia, certo, a scuola non l’ha imparato? Gli studi classici si fanno ancora, in questo secolo barbaro. Ma parliamo piano. Se ho accettato questa intervista, è per le Sue insistenze, mi creda. Sì, un po’ anche per l’anniversario italiano: 8 settembre 1943, giorno delle scelte, dure e senza sconti. Sbrighiamoci e non faccia fotografie. Prendo solo un bicchierino di ouzo. Ah, con un chicco di caffè da sgranocchiare. Che vuole, a un certo punto ci si consola con le caramelle.

L’occasione per la mia presenza qui va cercata nella causa alla vostra Corte costituzionale. Ma sì, lo so benissimo che di processi per crimini da tragedia ce ne sono tanti. Come li chiamate, adesso? Crimini di guerra e contro l’umanità. Beh, l’importante è intendersi. Il fatto è che questa estate, alla Corte costituzionale, si è parlato anche della strage di Distomo, dove i tedeschi nel 1944 massacrarono più di duecento persone. Capisce perché mi sento coinvolta? Ma come, no?! Distomo è in Grecia, vicino al Monte Parnaso. Andiamo, non le dice niente? Il Parnaso, le Muse! Una strage sotto casa nostra, sotto casa mia.

Che i mortali si massacrino con gusto, con zelo, usando ogni mezzo, non è una novità, e la musa della storia è abituata a questi orrori. E ora, con le bombe a grappolo, coi droni e coi caccia ad alta tecnologia, c’è da stupirsi? Ma che lo facciano ripetendo buoni propositi, si vede da poco tempo. Diciamo dal Diciannovesimo secolo, che per me è come dire un anno fa. Le pare che abbia un senso, tutto questo? E mentre si versa sangue, chi chiede giustizia se la vede brutta: o lo rinchiudono da qualche parte o fanno finta di non sentirlo. Intanto, nelle giornate della memoria dedicate a questo e a quello, tutti ripetono mai più, mai più, mai più, come pappagalli.

Da anni, in Italia, c’è una vertenza interessante, che il mio amico Sofocle potrebbe tener di conto per una versione aggiornata dell’Antigone. Riguarda i risarcimenti per stragi e deportazioni nazifasciste. Che fare? Da un lato si invoca la ragion di Stato, cioè si chiede ubbidienza come la chiedeva Creonte: lasciare una salma insepolta, accettare il male, chiudersi nella falsa coscienza e nel conformismo. Dall’altra si invoca la tutela delle persone, quindi urgono doveri alti e ineludibili: così Antigone disubbidisce e la paga cara. Ma stavolta, invece di cosa fare di un cadavere, uno solo, la questione è cosa fare per i vivi, e tanti. Visto l’effetto esemplare, direi: cosa fare per l’umanità.

Insomma, sono venuta a Roma per capire meglio me stessa. Capire se la storia ha ancora un senso, perché senza giustizia la storia è in pericolo; anzi, non è niente. Mi guardi. Per non farmi riconoscere devo conciarmi come un’attrice chiacchierata, come una drogata di lusso che prova a disintossicarsi, o una diva del cinema muto dopo che è arrivato il sonoro. E se vuoto il sacco mi fanno fare la fine di Julian Assange.

Adesso, poi, è tutto più chiaro, più evidente. Ma lo sa che alla Corte internazionale di giustizia, all’Aia, sono state proposte due cause inconciliabili? La Germania ha fatto causa all’Italia perché non vuole giustizia sui crimini di guerra tedeschi, l’Ucraina ha fatto causa alla Russia per avere giustizia sui crimini russi. Da una parte c’è il sangue rappreso, e vogliono lavarlo, cancellarlo, o magari metterlo sotto una teca per fare spettacolo; da un’altra se ne versa ancora, fresco, caldo, da carne viva. Un vero enigma, non crede? E i giudici non hanno neanche Atena per risolverlo.

I giuristi, mi chiede? Bella domanda, proprio Lei che è del mestiere. Guardi, i giuristi senza le Eumenidi fanno finta di essere saggi, ma nascondono Erinni pericolose. Tenga conto di cosa succede in quell’altra corte, sempre all’Aia. Voglio dire, nella Corte penale internazionale: interviene con provvedimenti dentro un conflitto in corso, proprio quello in Ucraina. Crimini veri, certo. Però si invoca il processo di Norimberga, che invece si celebrò a guerra finita. Non mi segue? Ma apra gli occhi! Se un processo si sovrappone ai fatti mentre accadono, cosa resta? Un giudice del futuro, simile a uno storico del presente. Il presentismo è un male grave, per me, e l’ingiustizia sistematizzata è il suo sintomo più vistoso. Facciamo presto, qui c’è gente e non mi sento sicura.

A proposito di giuristi, una domanda gliela faccio io. Per i giudici della Corte costituzionale c’è il segreto sui processi, o no? Non capisco le loro regole, del resto non è il mio ramo. Per esempio, nella stessa vertenza sui risarcimenti c’è stata una decisione epocale, nel 2014, e la sentenza è stata un monumento alla giustizia. Il presidente di allora, Giuseppe Tesauro, ha parlato a testa alta della decisione; ma c’era poca sorpresa: la motivazione l’aveva scritta lui. Invece un giudice, Sabino Cassese, ha scritto di essere stato contrario a quel provvedimento, insieme a una larga minoranza, e di essere stato addirittura lì lì per dimettersi; l’ha scritto in un libro a cura del Max-Planck-Institut. Perché? Ma no, guardi, lasciamo perdere. Tesauro è morto, la giustizia ha perso un amico. Cassese è un uomo potente. Non vorrei farLe avere delle noie.

Se vuole cercare angoli inesplorati, però, approfondisca cosa è successo alla Corte internazionale di giustizia nel primo processo su questa vertenza, quello iniziato nel 2008. Un giudice della Corte, Thomas Bürgenthal, nel 2008 era in servizio, ma prima della decisione cessò di svolgere le funzioni. Bürgenthal era un sopravvissuto ad Auschwitz, e sembra che proprio lui abbia avuto per le mani il fascicolo del processo, almeno in un primo momento. La sua uscita di scena potrebbe essere interessante. E c’è anche una recente entrata in scena, sa? Adesso fa parte della Corte Georg Nolte. Già: il figlio di Ernst Nolte, quello dell’Historikerstreit, l’operazione storica cominciata negli anni Ottanta su «Frankfurter Allgemeine». Non c’è coerenza, in questo? La giustizia che mette in ombra Auschwitz s’illumina di revisionismo. Scusi, mi sento gli occhi addosso. Prima me ne vado e meglio è.

Un’ultima cosa. Un mio allievo, Eric Hobsbawm, ha scritto che il secolo che inizia a Sarajevo finisce a Sarajevo; non è un bel sunto? L’eco dei colpi sparati da Gavrilo Princip nel 1914 si sente nella dissoluzione della Jugoslavia, dopo due guerre mondiali. E non è una questione di «secolo breve», che poi non è un’espressione di Hobsbawm, l’ha ispirata un altro mio discepolo, Iván Berend. Invece, Le faccio notare una cosa. Nel 1994, in Italia, un’operazione ambigua cominciò con il convegno internazionale In Memory: per una memoria europea dei crimini nazisti, finanziato dalla Fondazione Volkswagen; il convegno prese spunto dalla strage di Civitella e si svolse nello stesso periodo della rifrequentazione dell’archivio sulle stragi, il controverso archivio negli uffici centrali della giustizia militare. Un processo su Civitella ha stabilito principi importanti, ma adesso la sentenza della Corte costituzionale li mette fra parentesi. E ricordi che la vertenza italiana sui risarcimenti, nel bene e nel male, è sotto gli occhi del mondo. Insomma, un breve secolo inizia e finisce a Sarajevo, un lungo trentennio di strapazzo della giustizia inizia e finisce su Civitella. Viene da chiedersi se nella storia esistano periferie. E anche se davvero, come dice qualcuno, nella storia le coincidenze non abbiano importanza.

Ma lo sa che sono passata dalla vostra Corte costituzionale? Che bel palazzo! Scaloni, finestre alte, sale lussuose, panorama. Pensi che dentro, una volta, c’erano uffici dell’amministrazione papalina. Poi, con la Repubblica romana, Pio IX scappò su una carrozza tedesca – anche un altro italiano, nel 1945, a Dongo, provò a scappare coi tedeschi – e nel palazzo alloggiò Giuseppe Mazzini, che suonava la chitarra alla luna, ebbro d’amore; e non era solo amore per l’Italia, birichino. Non sa fare scherzi arguti, la storia?

Deve anche sapere che dopo, nell’Italia unita monarchica, al Palazzo della Consulta ebbe sede il Ministero degli esteri, che adesso sta in quell’edificio enorme, quello scatolone spaventoso vicino allo stadio di calcio, pensato come sede del Partito nazionale fascista. Arriva la Repubblica, e nel palazzo sul Quirinale ci mettono una corte che giudica le leggi. Papato e rivoluzione, privilegio e uguaglianza, tirannide e libertà, fatti e contese. Deve ammettere che la storia sa mischiare le carte.

Anche i quadri, al Palazzo della Consulta, sono un piacere. Solo non ho capito, proprio in aula d’udienza, quella tela con una donna che regge in mano una testa mozza. Per essere Salomè con la testa di Giovanni il Battista, manca il vassoio, e per essere Giuditta con la testa di Oloferne, sembra una sciampista presuntuosa che ha litigato con un cliente per un’acconciatura venuta male. Scusi, eh, ma con tutto il rispetto, io ho visto Zeusi e Policleto.

Ho un’idea. Vogliamo dire che in quel quadro c’è la giustizia che taglia la testa al tempo? Mi spiego. Le due cause epocali: Germania contro Italia, Ucraina contro Russia. Alla Corte dell’Aia è stato chiesto di impedire la giustizia su ieri e di fare giustizia su oggi. Si rende conto delle conseguenze? Non vede, che pericolo tremendo? Ogni ieri fu oggi, ogni oggi diventa ieri. Basta far passare del tempo, tanto tempo, e anche dopo crimini spaventosi, oplà: l’ingiusto diventa giusto. Così si fa un invito al differimento, ai distinguo, alla moratoria, ai cavilli. Allora decapitiamolo, questo tempo, quel tempo, ogni tempo, spezziamolo, mettiamogli a nudo le vene, mostriamo la sua maschera esangue. Come si fa? Andiamo, devo pensare a tutto io?

Adesso devo proprio andare. Magari ci rivedremo, chissà. L’ouzo? Non posso trattenermi, lo finisca Lei.

Ah, si ricordi che in Grecia le stragi le hanno fatte anche gli italiani, non solo i tedeschi. Ma non si fidi di chi insinua che questo sarebbe un buon motivo per non fare giustizia su nulla e per nessuno. In fatto di storia, chi pretende i conti esatti non ha cervello, ma chi non fa i conti per niente non ha coscienza.

Aspetti, il chicco di caffè lo prendo io, me lo voglio sgranocchiare.

]]>
L’orribile commedia https://www.carmillaonline.com/2023/08/23/lorribile-commedia/ Tue, 22 Aug 2023 22:05:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78451 di Luca Baiada

 

La più piccola aveva quattro mesi, la più vecchia novantadue anni. Assassinate dai tedeschi nel Padule di Fucecchio il 23 agosto 1944. Gli inglesi nel 1945 scrissero che i morti erano 184. Certi resoconti dell’epoca dicono duecento, persino ottocento. Mi sono chiesto il numero esatto, so che ormai è stato stabilito: sono 174. Adesso mi domando cosa sia, l’esattezza del numero. Quando ci chiediamo il numero preciso, su quella soglia ci siamo noi. Trappola morale, terribile e indispensabile, quella differenza dice anche il nostro posto fra i vivi e [...]]]> di Luca Baiada

 

La più piccola aveva quattro mesi, la più vecchia novantadue anni. Assassinate dai tedeschi nel Padule di Fucecchio il 23 agosto 1944. Gli inglesi nel 1945 scrissero che i morti erano 184. Certi resoconti dell’epoca dicono duecento, persino ottocento. Mi sono chiesto il numero esatto, so che ormai è stato stabilito: sono 174. Adesso mi domando cosa sia, l’esattezza del numero. Quando ci chiediamo il numero preciso, su quella soglia ci siamo noi. Trappola morale, terribile e indispensabile, quella differenza dice anche il nostro posto fra i vivi e i morti, e insieme la scelta fra acquietarci di fronte all’assassinio oppure chiedere giustizia, smascherare ogni travestimento, ogni surrogato. Nello scarto di una strage, nella coscienza dello scarto, si affaccia la strage della coscienza. Ogni zona grigia chiede: e tu, da che parte stai?

Dopo il vertice italo-tedesco di Trieste, nel 2008, con gli accordi sulle riparazioni memoriali la Germania ha speso pochi milioni di euro per iniziative di cultura. Tanti libri e libriccini e convegni e parole. Tanto mai più. Così erano i patti, in quell’incontro pittoresco. Berlusconi era soddisfatto per il siluramento della breve legislatura 2006-2008 e per il ritorno al governo (bella forza: prima, alla fine della legislatura 2001-2006, aveva avvelenato la legge elettorale col «porcellum»). Questioni importanti come la crisi Alitalia avevano preso la piega desiderata. Il potere era saldo eppure prometteva sviluppi: non c’era un successore ma nuove leve scalpitavano. Nel governo c’era una vivace ministra della gioventù, una che «fa ggiovane»: si chiamava Giorgia.

Nell’incontro internazionale fatto a Trieste, anche alla Risiera di San Sabba, il padrone delle televisioni fece uno dei suoi scherzi: il cucù alla Merkel. Che ridere. A Berlusconi l’appoggio tedesco faceva comodo, e poi contava su una presidenza del consiglio senza fine; tre anni dopo l’avrebbe lasciata senza tornarci. Stupirsi? Se un uomo ha un medico che propone la sua immortalità, può anche far lazzi alla signora che guarderà con sorrisino di Mutti le sue dimissioni. Il frutto delle intese di quel periodo fu: niente alle famiglie delle vittime di strage e deportazione, spiccioli per gli storici e le amministrazioni locali. Hanno chiamato tutto questo riparazione, memoria attiva, lenimento, simbolo pesante. Sulla strage di Fucecchio la manovra è stata alacre.

A Cintolese, comune di Monsummano Terme, è stato finanziato un monumento, direttamente nel cimitero, di fronte al cancello principale. I parenti, per visitare le tombe, devono vedere un’opera pagata dai tedeschi (per questo, qualcuno entra da un altro varco). Da tempo il manufatto è malmesso. Poco lontano c’è una tomba speciale, e ancora adesso c’è chi va a calpestarla calcando il piede con piacere: là giace – come si dice qui, Iddio l’accresca pena – il fascista che collaborò coi soldati. A pochi passi, il fascista e i ruderi pagati dalla Germania. Finalmente riuniti.

Anche a Massarella, frazione di Fucecchio, Berlino ha finanziato un monumento: è stato spianato un declivo, con le misure di un parcheggio, e c’è una staccionata a picco sul Padule. Sulle lastre conficcate in terra, oltre al cortese ricordo del contributo della Germania, ci sono i nomi delle vittime cadute nei paraggi. C’è anche un Cerrini. Vediamo meglio.

I Cerrini erano una famiglia di Venturina, in Maremma. Il padre Eder, comunista, il primogenito Enos, il figlio minore Eros. Nella strage cadde Enos, e infatti nel centro di Venturina c’è una strada col suo nome. Invece Eros sopravvisse al conflitto mondiale. Sul monumento è stato scritto Eros, non Enos, come se i tedeschi fossero tornati a finire il lavoro. Eppure sulla chiesa di Massarella, a pochi passi, c’è una lapidina di quelle da tre soldi, ma italiani, voluta dal Comitato di liberazione nazionale poco tempo dopo la guerra, e il nome del caduto è giusto: Enos Cerrini. Sul monumento grosso, pagato dalla Germania, il nome è stato scritto sbagliato. Successivamente qualcosa o qualcuno deve aver suggerito di correggere: adesso, anche sul monumento moderno si legge Enos Cerrini. Già, ma si vede anche la correzione. Scoperto lo sbaglio, non era il caso di sostituire la lastra? Invece, via il nome Eros con un taglio, e arriva un tassello col nome nuovo. Una toppa con saldatura.

Di tutti gli strafalcioni sparsi per l’Italia, nella beffa riparazionista uscita dal vertice del cucù, basterebbe assaggiare questo. A Massarella, da una parte c’è la memoria pagata a miccino, ma a testa alta, col nome giusto; dall’altra c’è la memoria rassegnata. Per scrivere subito il nome giusto bastava guardare la facciata della chiesa, ma bisognava avere passione e curiosaggine, non quattrini tedeschi facili e notabilati italiani pronti a raccattarli. La farina del Diavolo va tutta in crusca, la memoria spesata dalla ragion di Stato offende le vittime. E può nascondere: ventotto lastre dell’opera, a Massarella, portano ciascuna una parola («memoria, sangue, acqua…»), ma nessuna ricorda i fascisti e il collaborazionismo.

A Ponte Buggianese, località Capannone, c’è un edificio che con la strage c’entra come gli Stati italiani preunitari con la Seconda guerra mondiale. Era una dogana, poi magazzino, sugli antichi confini fra possedimenti lucchesi e fiorentini. È stato restaurato col contributo di Berlino. Un lavoro riuscito benissimo, assicurano quelli che riescono a vederlo dentro. Si era detto di farci incontri, raduni di auto d’epoca, cultura e passatempi. Dovrebbero esserci anche alloggi per le visite, e i cartelli nelle vicinanze promettono: «Ospitale Dogana del Capannone». È quasi sempre chiuso. Però c’è un minimo centro di documentazione, raramente visibile. La Dogana è stata usata con impegno per eventi; primeggia la presentazione, sei anni fa, dell’Atlante delle stragi, prodotto di punta fra quelli finanziati dalla Germania, e di un volume di cui è coautore Paolo Pezzino, che dello stesso Atlante è il direttore scientifico. Forse si tratta di imprevisti effetti promozionali.

Ancora a Ponte Buggianese, invece, c’è la tabaccaia: è uno di quegli essiccatoi, alti e inconfondibili nelle campagne toscane, manufatti di archeologia industriale che parlano del lavoro e del sudore. Pochi la notano, ma laggiù, davvero, ci fu la strage: contadini e sfollati, anche da lontano. La più piccola, Giancarla Ferlini, tredici anni. Insieme ai fratelli Malfatti, Evandro e Inghilesco. Insieme a Nicole Sandra Settepassi, diciassettenne. Non si può nominare Nicole senza dire dell’ombra, del diversamente morto che la seguì: suo padre Aldo, che perduta quell’unica figlia si suicidò nel 1951.

Un barrocciaio della Valdinievole, poco dopo la guerra, aveva composto una ballata e la ripeteva a memoria: «Popolo se mi ascolti / ti spiego la tragedia, / il 23 d’agosto / l’orribile commedia…». Davvero orribile commedia, il modo in cui sono state trattate le vittime delle stragi nazifasciste, fra esercizio brutale del potere, diversivi chiacchierini e furbizie di legulei.

Sulle stragi, di processi penali se ne videro pochi nella seconda metà degli anni Quaranta, e a già negli anni Cinquanta, a parte Reder e Kappler, i tedeschi erano stati liberati e i fascisti italiani amnistiati. Dopo la rifrequentazione dell’Armadio della vergogna, l’archivio custodito negli uffici centrali della giustizia militare, in questo secolo ci sono stati una ventina di dibattimenti. In quel periodo, in Italia, sono andati in detenzione – ma non in carcere o non a lungo – tre militari. Sui risarcimenti, poi, la Germania punta i piedi da sempre. Dopo la riunificazione non ha più scuse legali, eppure si aggrappa a ogni pretesto e trova ampi appoggi italiani. Ha già fatto una causa contro l’Italia, proprio nel 2008, dopo il vertice di Trieste, davanti alla Corte internazionale di giustizia, all’Aia. L’anno scorso ne ha iniziata un’altra, davanti alla stessa Corte, seguita, a distanza di ore, da una normativa italiana (nel decreto-legge 36) per venirle subito incontro.

A volte il passato non passa, non vuole passare. Vergangenheit, die nicht vergehen will, scriveva Ernst Nolte, quello della grande contesa storica, l’Historikerstreit, cominciata su «Frankfurter Allgemeine» nel 1986. Nolte fu accusato di revisionismo, ma il suo lavoro era persino più insidioso di quello revisionista, perché nel diluvio verbale furbo e minuzioso che proponeva, e che avrebbe affascinato una parte della cultura europea un po’ come le asserzioni oracolari di Carl Schmitt, era sottintesa una pacificazione morale, finale e digestiva. Ma la giustizia? Il modello, avviato sulle pagine del famoso giornale, parrebbe aver avuto un’eco suggestiva, e in varie direzioni. Il figlio di Ernst Nolte, Georg, è un giurista, adesso fa parte proprio della Corte dell’Aia e si attende di conoscere un suo contributo al processo: si tratta di stabilire le conseguenze dei crimini che Nolte padre chiudeva in abili cornici verbali, per i suoi giochi di illusione ottica. Se per Ernst Nolte lo sterminio degli ebrei era colpa dei sovietici, dove si andrà a cercare, fuori della Germania, la responsabilità giuridica delle stragi di italiani?

In nome della ragion di Stato il tira e molla di vertenze, leggi e posizionamenti – in Italia, all’Aia, a Strasburgo – ha calpestato le vittime con nuovi oltraggi. Ultimo, appunto, il decreto-legge del 2022, con uno stanziamento modesto (a carico dell’Italia), che per funzionare vuole un decreto interministeriale, arrivato di recente. La Corte costituzionale, qualche settimana fa, ha escluso che queste norme vadano contro la Costituzione: grazie a un cosiddetto «bilanciamento» ha fatto prevalere le cancellerie sulle persone. I risarcimenti possono aspettare, forse ci saranno solo per alcuni e in misura incerta. Il rischio è che siano fatti con le monete di mastro Adamo, «ch’avevan tre carati di mondiglia».

E pensare che sono passati quasi ottant’anni. Anni di lutto, di attesa e di dubbi. «La speranza: l’ultima tortura, di quante ho mai sofferte, la più atroce», così mormora il protagonista del Prigioniero. È un’opera che Luigi Dallapiccola, ispirandosi a un racconto di Villiers de l’Isle-Adam, La torture par l’espérance, iniziò a scrivere durante la Seconda guerra mondiale. Tempo di chiarezza, anche sugli inganni falsamente soccorrevoli. E non solo durante la guerra, ci fu chiarezza. Per esempio, negli anni successivi una commissione di giuristi e intellettuali italiani investigò su uno dei massacri più noti, quello di Boves, e consegnò i risultati all’autorità giudiziaria tedesca. Quella archiviò. Allora la commissione – era il 18 febbraio 1969 – presentò una ricusazione ad ignominia:

«Tutti i magistrati tedeschi che si sono pronunziati hanno rifiutato di accertare la verità e protetto i criminali nazisti. La magistratura tedesca deve essere ricusata perché indegna di fiducia. La storia, che ha già giudicato Peiper e tutti gli altri criminali nazisti, giudicherà anche la decisione del Tribunale di Stoccarda. In Italia sarà pubblicata la documentazione del processo».

Ma va detto chiaro: credere che tutti i giudizi della storia siano definitivi è sbagliato; i documenti vivono grazie ai lettori, agli interpreti e ai critici; comunque, la memoria non basta. Avere propositi alti è bene, ed è bene sapere che si scontrano con una bassa realtà. Anche la lapide del Cln per i caduti, a Massarella, fu dettata «con la certezza di giustizia».

Sembrano lontani, il mondo e la storia, dalla palude interna più grande d’Italia? Eppure sono vicinissimi: lo spazio si contrae, se opache manovre servono a fare monumentini. Anche il tempo si schiaccia e si allinea, se una dogana preunitaria diventa un centro di piccolo spettacolo, mentre in un ufficio giudiziario internazionale, in Olanda, i giuristi hanno sul tavolo le conseguenze di crimini atroci, gli stessi che il revisionismo e il riparazionismo hanno limato, arrotondato, aggiustato in una mota di chiacchiere.

 

 

]]>
Che cosa sogna un gatto di biblioteca https://www.carmillaonline.com/2022/01/26/che-cosa-sogna-un-gatto-di-biblioteca/ Wed, 26 Jan 2022 22:00:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=70188 di Luca Baiada

Amilcare è il gatto di casa, anzi il gatto della città dei libri, del professor Sylvestre Bonnard, accademico di Francia, uomo di immensa dottrina. E la città dei libri è la biblioteca del professore, il nido appartato di una virtù di carta che consola senza scaldare; il luogo dove Amilcare consuma di tanto in tanto il suo banchetto di topi. Amilcare è vero o finto? Questa domanda dimostrerebbe, oltre a una certa insolenza, scarsa dimestichezza col lavoro culturale. Il gatto Amilcare abita le pagine di un romanzo di [...]]]> di Luca Baiada

Amilcare è il gatto di casa, anzi il gatto della città dei libri, del professor Sylvestre Bonnard, accademico di Francia, uomo di immensa dottrina. E la città dei libri è la biblioteca del professore, il nido appartato di una virtù di carta che consola senza scaldare; il luogo dove Amilcare consuma di tanto in tanto il suo banchetto di topi. Amilcare è vero o finto? Questa domanda dimostrerebbe, oltre a una certa insolenza, scarsa dimestichezza col lavoro culturale. Il gatto Amilcare abita le pagine di un romanzo di Anatole France, scrittore vivace come pochi, difensore dei deboli e frequentatore di un nobile socialismo, di quelli che non impediscono le comodità.

Nel nome di questo curioso animale, anzi coi suoi occhi, chiediamoci che vita sia mai, quella delle lettere, del sapere, della memoria, e anche di cosa sappia la vita, in sé; la vita quella che chiamiamo, per brevità, vera. Naturalmente, avendo cura di considerare che Le crime de Sylvestre Bonnard, membre de l’Institut è il primo romanzo di France, e perciò che il nostro giudizio non deve eccedere in severità.

Per me, devo dar conto di come sono arrivato a questo volumetto tenero ma edificante. È complice una citazione di Marc Bloch nell’Apologia della storia, e si stenta a credere che il grande studioso ricordasse così bene la vicenda singolare del professor Bonnard, mentre durante la Seconda guerra mondiale metteva mano al suo saggio formidabile, che avrebbe visto la luce dopo l’assassinio dell’autore. Quando Bloch scriveva stava tramando con la Resistenza, braccato dai nazisti, e bisogna tener presente che proprio quelle condizioni gli ispiravano la migliore autocritica: chi è al massimo dell’intensità della vita, specialmente col rischio di perderla da un momento all’altro, si chiede cosa significhi rammemorare, organizzare le idee, trasmetterne la testimonianza.

Combattere: una condizione ben diversa, dallo zelo chiacchierino degli storici da spettacolo, da televisione, da convegno; come quelli italiani che hanno preso denaro dalla Germania, qualche anno fa, per raccontare le stragi naziste su cui le autorità tedesche non hanno mai permesso la giustizia, né penale né civile, e per confezionare un elenco catalogale di crimini. Gli storici che vogliono cambiare la storia non sono gli stessi che coltivano la memoria da posizioni di potere. Il gatto Amilcare, invece, custode della città dei libri, avrebbe apprezzato l’interesse di Bloch per il suo padrone e per il suo autore, e avrebbe parteggiato sicuramente per uno storico combattente come Bloch, il fondatore degli «Annales», contro i nazisti. Non fosse altro perché, si sa: non esistono gatti-poliziotto.

Diamo la parola all’anziano accademico, a Bonnard, perfettamente consapevole della sua erudizione, del suo talento contemplativo, della sua non vita:

«Che bella notte! Regna con nobile languore sugli uomini e sulle bestie che ha sciolto dal giogo quotidiano, e io gusto la sua benigna influenza benché, per un’abitudine di più di sessant’anni, sia sensibile alle cose solamente attraverso i segni che le rappresentano. Per me al mondo non ci sono che le parole, tanto sono filologo! Ognuno fa a suo modo il sogno della sua vita. Io ho fatto questo sogno nella mia biblioteca, e quando sarà venuta per me l’ora di lasciare il mondo, Dio voglia prendermi sulla mia scala, davanti agli scaffali carichi di libri!».

Non c’è forse tanta squisita eleganza da perdersi, in questa mise en abyme con promessa di salvezza? A parlare è Bonnard, ma in realtà è il giovane Anatole France, e a riconoscersi in queste debolezze sono tutti i gatti da poltrona, abituati a far le fusa ai libri inanellando le parole, terreno più confortevole dello scontro, della vita.
Attenzione, però, perché Bonnard non è un penitente né un asceta. Anzi, è nato ghiottone e tale è rimasto, e per le donne ha sempre avuto interesse. Ce lo dicono le parole in cui trasfigura Clémentine, la ragazza di cui è stato innamorato da giovane, quando la immerge in un ricordo soffuso di dolcezza:

«Il suo incarnato era leggermente rosato e la sua bocca socchiusa sorrideva con quel sorriso che fa pensare all’infinito, senza dubbio perché non tradisce alcun pensiero preciso e non esprime che la gioia di vivere e la felicità di esser bella. Il suo volto brillava sotto un cappellino rosa come un gioiello in uno scrigno aperto; portava una sciarpa di cachemire su un vestito di mussola bianca arricciato in vita e si intravedeva la punta di uno stivaletto mordoré».

Che delizia! La mussola, lo stivaletto – nella letteratura non c’è solo Il diario di una cameriera di Octave Mirbeau, trasfigurato da Bunuel grazie al musino corrucciato di Jeanne Moreau – e il cappellino rosa. Soprattutto scintilla, nei ricordi di un anziano vagheggino dalla testa gonfia di libri, quell’inconfessabile bisogno di sciogliersi che i malati di cultura conoscono troppo bene, al punto che talvolta cercano pace negli occhi di una giovinetta, che sia la Clémentine immaginata da France, o la Manon Lescaut. O persino la Lulu di Frank Wedekind, lei innamorata dell’amore restituito attraverso le lettere: «Si fece spiegare da me l’intreccio di Tristano e Isotta; e con quanta intelligenza l’ascoltava!». Così, ecco l’ammirazione per una leggerezza che vede tutto e non pensa niente, boccone goloso per chi invece ragiona troppo e ha consumato la vista.

Già, però – si chiede, secondo me, il gatto Amilcare – che cosa leggono i grandi mentre fanno cose grandi? Hanno anche loro, piccoli maestri da cui possiamo ancora imparare qualcosa? A me piace pensare Marc Bloch mentre assaggia qualche pagina di Anatole France, perché i pensieri leggeri non sono affatto quelli che scendono meno in profondità, anzi. Gli storici che vogliono mutare il corso della storia esistono, e anche Jean-Pierre Vernant partecipò alla Resistenza; proprio Vernant, in seguito, confidò al cognitivista Jerome Bruner: «Vivere nella clandestinità dava una chiara idea della fragilità di tutte le descrizioni degli eventi, fino a modificare il proprio senso di identità». Certo, Bruner, che durante il conflitto lavorava per gli Alleati alla Psychological Warfare Division e non viveva sotto occupazione tedesca, rischiava meno; questo ci conferma che la psicologia cognitiva non cerca gli imprevisti. Ma anche se è difficile, adesso, in piena società dello spettacolo, rimettere realtà e invenzione al loro posto, si può star certi che non esistono, in Europa, storici in grado di percepire così a fondo il loro senso di identità, come allora; a meno che, si capisce, diano all’identità esclusivamente il significato di appartenenza a una corporazione accademica.

Ma rientriamo fra le pagine del romanzo. Clémentine e la figlia sono morte, ormai. Però c’è la piccola nipote, e l’anziano Bonnard se ne prende cura con un amore commovente, tutto nobiltà e niente corpo, anche se potremmo immaginarlo mentre la sogna, la guarda, magari la spia addormentata. Bonnard incantato da Clémentine avrebbe lo sguardo di Salvo Randone in La parmigiana, quando vuol deporre un bacio sulla pelle di biscuit di Catherine Spaak, ma non sembrerebbe così avido.

Proprio l’amore per la nipote della sua amata di un tempo, fa conquistare a Bonnard la liberazione dalla dorata prigionia intellettuale. Eccolo, il professore, finalmente snebbiato, che pensa a un senso ultimo delle cose, del mondo, un senso che oggi gli storici accoccolati nella televisione, pasciuti ciambellani dell’ora digestiva, non vedono l’ora di cominciare a cercare; lui, Bonnard, riconsidera la sua vita di ricerche sugli scritti antichi:

«Che cosa speravo mai di trovarvi, allora? La data di una fondazione pia, il nome di qualche monaco miniatore o copista, il prezzo di un pane, di un bue, di un campo, una disposizione amministrativa o giudiziaria, questo e altro ancora, qualcosa di misterioso, di vago e di sublime che scaldasse il mio entusiasmo. Ma ho cercato sessant’anni senza trovare questo qualcosa. Anche quelli che valevano più di me, i maestri, i grandi, i Fauriel, i Thierry, a cui si devono tante scoperte, sono morti al lavoro senza aver trovato neanche loro quel qualcosa che, non avendo corpo, non ha nome, e senza il quale, tuttavia, nessun’opera dello spirito sarebbe intrapresa su questa terra. Adesso che non cerco se non quello che posso ragionevolmente trovare, non trovo più niente del tutto, ed è probabile che non terminerò mai la storia degli abati di Saint-Germain-des-Prés».

Vuol terminare la storia di Saint-Germain-des-Prés, povero Bonnard. L’illuso non sa che i percorsi sono sghembi. Fa venire in mente quel narratore che si riproponeva di sfiorare il segreto dei campanili di Martinville e si trovò fra le mani la Recherche, sino a che le ultime pagine gli scottarono le dita mentre si guardava nello specchio. Questi mnemonauti si avventurano senza bussola, e non sanno mai dove vanno a finire. Oppure la bussola ce l’hanno benissimo, ma la nascondono per fare i finti tonti, per civetteria.

A meditare su quel qualcosa che non ha corpo è Bonnard, ma a scrivere è sempre Anatole France, che non si sta ancora battendo per Dreyfus, anche se presto la Belle Époque consumerà la sua lenta agonia e fra una generazione si prepareranno i bagni di sangue del Novecento. France, in fondo, farà qualcosa per mettere mano alla storia, come alle storie, e per cercare di contribuire al nuovo corso dell’umanità. Sapere i fatti o cambiarli? Cioè cambiare quelli futuri, o metter mano a quelli trascorsi, col gusto dell’antiquario che accarezza una statua? Chi si illudesse di far tornare i conti della storia avrebbe meno senno di un membro dell’Accademia innamorato di una ragazzina, ma uno storico che accetta i fatti così come sono, costui vale meno del suo gatto.

La giustizia non è compresa nei programmi dei professori di storia. Ma perché – si chiede il gatto Amilcare – l’accademia ignora il seguito dei fatti, quelli stessi che studia con zelo instancabile? Nel 2021 un tribunale della Corea del Sud ha condannato il Giappone a risarcire i danni alle schiave sessuali delle forze armate nipponiche, e in Brasile si è deciso che si può condannare la Germania per l’affondamento di navigli civili da parte dei sommergibili tedeschi. Comfort women in Asia, marinai inermi silurati dai nazisti nelle acque brasiliane: cose che succedevano mentre Bloch, nei ritagli di tempo del maquis, ricordava un gatto di carta, una biblioteca sulle rive della Senna, un vecchio professore che si strugge d’amore. Gli scherzi della memoria sanno spesso di agrodolce e di gioco di specchi.

Chi studia e basta, consacra il suo tempo alla vita degli altri, porge un dono che non sarà ricambiato. Chissà, se con tanto sforzo ha il dovere di consegnare solo la verità – la verità, nient’altro che la verità, come chi può diventare imputato di falsa testimonianza – , o invece gli spetta il diritto di prendersi una libertà inventiva, che volentieri può travestire da scienza. Bell’inganno, se lo storico fosse, sotto sotto, un letterato crocifisso alla manipolazione delle fonti, e per questo più manigoldo, più dispettoso di un cameriere che intorbida il piatto prima di servire la pietanza.

La questione di fondo – decentrata, appartata come la biblioteca, sorniona come il gatto Amilcare – si coglie nel conflitto fra Bonnard e il giovane Gélis (il fidanzato della sua pupilla, quasi un genero), e riguarda proprio la storia: è scienza o arte? Bonnard: «La storia, che era un’arte e che comprendeva tutte le fantasie dell’immaginazione, è diventata ai nostri tempi una scienza in cui bisogna procedere con metodo rigoroso». Gélis obietta: «In realtà lo storico non dà la sua fiducia a questo o a quel testimone che per delle ragioni sentimentali. La storia non è una scienza, è un’arte e non vi si arriva se non con l’immaginazione». Fa riflettere, che Bloch abbia pensato a questo libro mentre era ricercato dalla Gestapo: la posizione di intellettuale combattente, di uomo che nella storia mette le mani, di sapiente a mano armata, dà alla sua riflessione tutto un altro pregio.

Già, cambiare la storia. Non si fa a colpi di carte bollate, ma le vittime di stragi e deportazioni – erano armi di oppressione di massa, erano le armi che contrastavano quella battaglia epocale in cui combattevano Bloch e Italo Calvino, Antoine de Saint-Exupéry e Franco Fortini – chiedono giustizia da oltre mezzo secolo, e da qualche tempo riescono almeno a intervenire all’inaugurazione dell’anno giudiziario, trovando un ascolto che gli storici non offrono.

Eppure non ha avuto frutto, per ora, la ricerca di verità sull’attivazione dell’Avvocatura dello Stato italiana, nei processi sui crimini di guerra, contro le vittime e in difesa della Germania. Ci sono soglie che il sapere non deve attraversare, neppure il silenzio di una biblioteca basta a nascondere segreti inconfessabili. Il potere preferisce angiporti oscuri, cunicoli, anfratti ombrosi come la cattiva coscienza della narrazione accomodata e della falsa giustizia. Sono i luoghi dove al gatto Amilcare piace appartarsi, ottima riserva di caccia. Naturalmente chi tramava contro i nazisti, con le armi ma anche scrivendo di storia e frequentando buona letteratura, non poteva prevedere che l’Italia postfascista avrebbe nascosto i crimini nazisti; non poteva immaginare che l’Armadio della vergogna sarebbe rimasto a Palazzo Cesi, a Roma, taciuto per mezzo secolo.

Ancora Bloch, nell’Apologia della storia, non ricorda solo Bonnard e la sua città dei libri. Se la prende con la Compagnia di Gesù, che non consente di consultare le sue carte, «in mancanza delle quali tanti problemi della storia moderna resteranno sempre, e senza speranza, insoluti»; e anche con la Banca di Francia che si comporta allo stesso modo, «tanto la mentalità dell’iniziato è insita in tutte le corporazioni».

E il misfatto di Bonnard? È scegliere la vita, donarsi e donarla agli altri. Il dotto vende la biblioteca per far la dote alla fanciulla che ama e permettere che sposi un altro. C’è da dubitare che gli storici italiani, specialmente quelli che hanno partecipato all’operazione riparazionista, abbiano la vocazione del dono, e ancor più che siano pronti al gesto di Bonnard, questa specie di san Nicola che dà all’amore un corpo non suo per sottrarre una ragazza a un misero destino.

Qui devo fermarmi, perché i ricordi di Bonnard comprendono una poltrona appartenuta a un bisnonno. Il professore, parlando col suo medico, si paragona a quella. Come ha ragione! Man mano che la poltrona invecchiava, che negli anni si deformava e si disfaceva, veniva sempre più lodata, al punto che quando venne fatta a pezzi per la legnaia si dissero su di lei grandi cose. Bloch, invece, scrive: «Abbiamo tutti notato che i piccoli piaceri delle anticaglie costituiscono l’origine di orientamenti di studi, divenuti poi, a poco a poco, sempre più seri». Mi piace pensare che la scuola degli «Annales» abbia un debito con Anatole France, e persino coi rivenduglioli, col bric-à-brac. È possibile che l’autore dell’Apologia della storia, mentre stendeva queste righe, abbia ricordato l’ombra della poltrona immaginaria di casa Bonnard, che potrebbe essere il riflesso della poltrona di un bisavolo di Anatole France, oppure del suo bastone da passeggio o chissà, del suo tirabaffi. E visto che io siedo sul divano di nonno Pietro, il mio bisnonno, il mio stesso coinvolgimento in questo tessuto di pensieri parla meglio di me. Non posso, non voglio risolvere questo enigma. Davvero, nessuno terminerà mai la storia degli abati di Saint-Germain-des-Prés.

Meglio lasciarla aperta, la storia. Oppure, meglio ricordare Resurrezione di Tolstoj, un romanzo che era fra le letture formative dei partigiani, intessuto di urgenza di giustizia, di orrore per il potere e l’ipocrisia, e anche di assurdità del vivere e insieme di certezza nella possibilità di un riscatto, nel segno della fede e del coraggio. Il principe Nehljudov, sconvolto ma riscattato dalla verità e dall’amore, anche quello per la povera ragazza che lui stesso ha precipitato nella prostituzione e nella rovina: «Sono pazzo io, che vedo ciò che gli altri non vedono, o sono pazzi quelli che fanno quel che io vedo?».

]]>
Questi vigliacchi non so’ a scorda’ https://www.carmillaonline.com/2021/08/22/questi-vigliacchi-non-so-a-scorda/ Sun, 22 Aug 2021 21:00:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=67588 di Luca Baiada

23 agosto 1944, nel Padule di Fucecchio, la palude interna più grande d’Italia. I tedeschi, guidati da fascisti italiani, commettono uno dei massacri più gravi e meno noti: 174 persone, la più piccola di quattro mesi. Malgrado i processi (tre dopo la guerra e uno in questo secolo), in concreto nessuno sarà punito e i parenti delle vittime non saranno risarciti. Resteranno a loro carico anche le spese per gli avvocati di parte civile, raccolte alla meglio in collette tra le famiglie. La strage, allora, le fece precipitare dalla [...]]]> di Luca Baiada

23 agosto 1944, nel Padule di Fucecchio, la palude interna più grande d’Italia. I tedeschi, guidati da fascisti italiani, commettono uno dei massacri più gravi e meno noti: 174 persone, la più piccola di quattro mesi. Malgrado i processi (tre dopo la guerra e uno in questo secolo), in concreto nessuno sarà punito e i parenti delle vittime non saranno risarciti. Resteranno a loro carico anche le spese per gli avvocati di parte civile, raccolte alla meglio in collette tra le famiglie. La strage, allora, le fece precipitare dalla condizione di modesti contadini a quella di lavoratori ancora più sfruttati, scaraventati in difficoltà ignote al loro mondo arcaico, lacerati da traumi che nel linguaggio dei loro giorni fuori del tempo non avevano neanche un nome.

Malgrado la vastità del crimine, il suo tratto particolarmente vigliacco (gli assassini girano intorno alla palude uccidendo nella zona di gronda, abitata da agricoltori e sfollati, ed evitando i partigiani), e il fatto che furono colpiti vari Comuni, ancora adesso pochi associano il nome di Fucecchio a questo fatto. Parlando di Fucecchio è più comodo pensare a Indro Montanelli, giornalista abile a sopravvivere in tutti i regimi, che nel ’47 seguì uno dei processi per il «Corriere d’informazione» e scrisse cose vaghe, per poi trascurare una vicenda che invece era rimasta impressa nelle carni di un’intera comunità.

Diceva bene Walter Benjamin, neanche i morti stanno al sicuro. La memoria è un arnese politico così ambiguo che è difficile ricordarsi quando sia arrivata, anche se è certo che non è sempre stata fra i numi tutelari, come oggi. Quei morti di Fucecchio, quasi tutti poveri (però c’erano la figlia di un gioielliere fiorentino di Ponte Vecchio, un paio di aristocratici e qualche possidente), negli ultimi anni sono diventati ombre cinesi manovrabili, protagonisti non interpellati di iniziative culturali, per lo più di dubbio gusto; sono finanziate con poca spesa dalla Germania, che si guarda bene dal risarcire i sopravvissuti e i familiari. Costa molto meno restaurare monumenti, fare discorsi, stampare libri come quello distribuito alla commemorazione due anni fa, con l’Ambasciata tedesca già in copertina, tanto per essere chiari.

Eppure ce ne sono ancora, di familiari: vivi e dolenti come allora, più di allora, perché un bambino conta su energie e aspettative che un anziano ha consumato. Un anziano ha visto prosperare gli eredi politici del fascismo, ha notato l’arricchimento dei collaborazionisti di allora, ha ascoltato le retoriche di circostanza di personaggi pubblici in cerca di un po’ di visibilità. Titolo felice, La tregua di Primo Levi; ma per le vittime delle stragi non è mai neanche cominciata, e i racconti dei più vecchi trascorrono ininterrotti dagli stenti della guerra alla strage e al peso di una vita, passando per le prepotenze dei fascisti da subito dopo la Liberazione.

Nel 2019 i familiari hanno creduto al presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi. Proprio alla commemorazione di questa strage aveva ricordato la mancata giustizia da parte della Germania, e poi su un giornale: «L’Armadio della vergogna c’è. E il nostro paese non si è mosso come avrebbe dovuto. Perché le sentenze, contro i mandanti di quelle stragi, non sono state portate a esecuzione. È una vergogna, questa, che ci portiamo dietro, come Italia. E come Regione Toscana siamo disposti a fare ancora di più per arrivare a una degna conclusione. Lo dobbiamo alle vittime, ai superstiti e ai loro familiari». Ancora a fine 2019, su Facebook: «Metterò tutto il mio impegno per affiancare i familiari delle vittime delle stragi naziste nella loro richiesta di risarcimento alla Germania e verificare la possibilità di far costituire la Regione stessa. Ci incontreremo a breve per una risposta ufficiale». Bene per essersi accorto che l’Armadio della vergogna, l’archivio coi fascicoli sulle stragi rifrequentato a partire dagli anni Novanta, esiste; bene per la giustizia ancora possibile, quella economica. E quest’anno anche il nuovo presidente, Eugenio Giani, ha preso posizione.

Sempre nel 2019 un convegno in Senato, Stragi e deportazioni nazifasciste: per la giustizia e contro l’ambiguità, aveva offerto qualcosa di inedito, in Italia: nel Palazzo un incontro per mettere sulla graticola le conseguenze di crimini sprofondati nel Novecento, per giudicare la storia. Le vittime erano venute in torpedone da lontano, col vestito buono, la cravatta che senza non ti fanno entrare. Il viaggio a Roma, tutto per loro. Lì, nella sala Koch che è di tutti, un presidente emerito della Corte costituzionale aveva parlato con una franchezza lontana dal linguaggio curiale dei pochi: «Tutte queste tecnicalità che sono state opposte alle aspettative, alle speranze delle vittime – le formule giuridiche non danno nemmeno il senso di quanto siano gravi queste atrocità – non vorrei dire sviliscono, ma mettono una luce abbastanza fredda su tutte queste cose». Quel giorno, l’ex presidente della Consulta aveva messo il dito nell’occhio all’ipocrisia, alla condiscendenza nei confronti degli interessi di Berlino, indicando un’evoluzione necessaria in Italia e nel mondo: «Di fatto c’è il riconoscimento, nella coscienza della comunità internazionale, del valore dei diritti fondamentali della persona in quanto tale, senza divisa, senza conto in banca. […] I diritti fondamentali sono cresciuti, nella coscienza civile della comunità internazionale complessivamente considerata».

Quel giurista senza peli sulla lingua, Giuseppe Tesauro, da qualche settimana non è più con noi. L’impegno continua anche nel suo nome, la strada che ha indicato è in salita ma percorribile. Passa da dove meno te l’aspetti. Quest’anno un tribunale della Corea del Sud ha condannato il Giappone a risarcire le comfort women, le schiave sessuali dei militari nipponici durante la guerra mondiale. Donne che hanno fatto causa personalmente, anni fa, raccontando storie spaventose; nel frattempo sono morte e i crediti sono passati agli eredi. Certi argomenti del Giappone per non pagare somigliano, pensa un po’, a quelli della Germania; esecrazione, propositi, accademia: «Ribadiamo la nostra ferma determinazione a non ripetere mai più lo stesso errore, scolpendo per sempre questi temi nella nostra memoria mediante lo studio e l’insegnamento della storia», dice Tokyo. Siamo alle solite. Ma la sentenza coreana cita proprio quella della Corte costituzionale italiana del 2014, l’ultima scritta da Tesauro. Possibile che il buon lavoro fatto a Roma lo intendano meglio a Seoul che qui? In Corea si è capito che il diritto può cambiare: «La dottrina dell’immunità statale non è permanente né statica. Si evolve continuamente secondo i cambiamenti dell’ordine internazionale».

Se non si fa giustizia sui crimini nazisti, come si può chiederla per altri delitti di Stato? Non è diatriba sul passato. Riguarda il presente: Andrea Rocchelli, Giulio Regeni, Daphne Caruana Galizia, Jamal Khashoggi. E riguarda il futuro: il mai più che fa scattare gli applausi alle commemorazioni – suono beffardo, mentre si sa che le democrazie sbiadiscono e il potere è sempre più irresponsabile – ha il sottinteso di un salvacondotto a ripetere, magari in dosi limitate, studiate per il delitto esemplare, per la pedagogia del sangue. Rocchelli non documenti, Regeni non studi, Caruana Galizia stia zitta e Khashoggi si faccia i fatti suoi.

Un’altra attesa ha un sapore toscano. A febbraio 2020, a Montecitorio, c’è la cerimonia conclusiva del premio Giustolisi «Giustizia e verità» edizione 2019. Franco Giustolisi era il giornalista che si batteva per far conoscere l’Armadio della vergogna, era una penna battagliera che cercava di spezzare il silenzio. Alla cerimonia di nuovo Enrico Rossi, ancora presidente, annuncia il trasferimento dell’archivio Giustolisi a Firenze a cura della Regione; si tratta di renderlo accessibile, riordinarlo e trasformarlo in un centro studi. Rossi indica la sede, il vecchio ospedale di San Giovanni di Dio. La cosa è importante, e Giustolisi è mancato nel 2014.

Chissà se l’anniversario 2021 della strage del Padule si lascerà dietro qualche altra amarezza. Forse discorsi come la memoria attiva, la memoria proattiva, il lenimento. Magari parole come quelle che Ursula von der Leyen, ex ministra della difesa di Berlino e oggi presidente della Commissione europea, ha detto lo scorso luglio a Fossoli, per l’anniversario di un’altra strage, quella di Cibeno, 67 morti. Niente sulla giustizia ma toni a effetto: gli accadimenti insondabili, il sacrificio, l’abisso del male, linguaggio vertiginoso che non costa nulla. E anche qualcosa di imbarazzante: «Invece di combatterci, come abbiamo fatto per secoli, ora ci sosteniamo a vicenda di fronte alle avversità. Il governo italiano ha dato vita a un solido piano di recupero con investimenti e riforme, e l’Europa lo finanzia con oltre duecento miliardi di euro. I primi fondi, raccolti dall’UE, sono arrivati in Italia all’inizio del mese».

Combatterci per secoli? Se la presidente si riferisce ai tanti conflitti europei, non si capisce cosa c’entri il debito tedesco verso le vittime di strage in Italia. Se si tratta dei rapporti fra Italia e Germania, sembra di sentire certe dottrine correnti nel Risorgimento. Per esempio Cesare Balbo, nel Sommario della storia d’Italia che piaceva a Giuseppe Giusti e Massimo D’Azeglio, poneva l’inizio delle guerre d’indipendenza nella vittoria di Teodorico su Odoacre. Forzature, ma spiegabili, al tempo in cui si costruiva una base politico-culturale per l’unità italiana. Adesso quella lettura della storia diventa pazzesca: avvicina la Seconda guerra mondiale (con la Resistenza, un fatto che divide nettamente i due paesi) a una serie plurisecolare di guerre qualsiasi, com’è tipico del revisionismo. Un atteggiamento coerente, in fondo: nel suo documento alla vigilia dell’incarico continentale, Un’Unione più ambiziosa: Il mio programma per l’Europa – dove la parola ambizioso insiste come un tic –, von der Leyen aveva prefigurato una visione del mondo rigida ma rassicurante come il salottino di Barbie. Sullo sfondo c’era il sapere formattato offerto dalla risoluzione del Parlamento europeo Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, uno scritto antistorico e insidioso dove facevano capolino la riconciliazione, la memoria, il mai più.

E poi, a Fossoli c’era proprio bisogno di far frusciare del denaro, commemorando una strage? Denaro, sì, ma non per gli aventi diritto, i familiari delle vittime; per l’economia italiana, da sostenere anche per il bene di quella europea, perché questo sta per quello, allo stragismo si rimedia con lo sviluppismo, e che si vuole di più. Denaro che non è tedesco, ma dell’Unione. Neanche David Sassoli, che accompagnava questa signora abile a mostrare una scarsella gonfia e non sua, ha fatto cenno ai risarcimenti; ha preferito un europeismo irenico, un compitino convenzionale. Sono un inizio esemplare del nuovo corso, un assaggio della Repubblica fondata sulla resilienza, von der Leyen e Sassoli alla loro prima visita insieme in Italia, proprio dove si commemora una strage di persone prelevate da un campo di concentramento; e fra loro c’erano antifascisti, partigiani, eroi.

Sentiamo ancora Tesauro nel 2019. Antefatto: a Trieste nel 2008 si svolse un incontro bilaterale Italia-Germania; c’era quella Merkel che adesso conclude un lungo periodo di brillante cancellierato, e c’era quel Berlusconi che ora vivacchia su glorie opache e che già nel 2008, arrivata la crisi, si affannava per restare in sella (dei due, i fatti dissero chi aveva più furbizia). Tesauro riassume: «Erano tutti a Trieste, a parlare di che cosa? Non si sa bene, però una cosa è certa: che hanno parlato anche di soldi, dati dalla Germania anche all’Italia». Il riparazionismo, cioè il finanziamento della memoria senza giustizia, lo smaschera senza riguardi: «Non dovete risarcire i danni alle singole vittime o ai loro eredi. Potete fare tutti i musei che volete, tutte le feste di paese e della memoria che volete, ma non dovete risarcire i danni alle vittime». Per lui è chiaro che questo non deve compromettere i risarcimenti e che qualcuno ha sbagliato: «Il governo italiano accettò in ginocchio e con entusiasmo questa soluzione, ma per le vittime non era una soluzione».

Aveva ragione Theodore Fenstermacher, uno dei pubblici ministeri a Norimberga, quando in una requisitoria sulla strage di Cefalonia, nel 1949 (The Hostages Trial), denunciò l’emotional fatalism. Fenstermacher, sui nazisti: « È questa filosofia del fatalismo emotivo che ha reso così vili e spregevoli le loro offerte di scuse della colpa individuale e collettiva». C’è chi ha espresso il concetto più alla svelta, e in musica. Dopo la guerra, in Valdinievole c’era un omino, faceva il barrocciaio. Non era istruito come Fenstermacher, girava col cavallo per i paesi e cantava una ballata trasmessa a memoria, Popolo se m’ascolti. Raccontava la strage: «Questi vigliacchi non so’ a scorda’…».

]]>
ESCLUSIVO Il figlio etiope di Indro Montanelli ipoteca le redazioni dei giornali. Vuole miliardi per danni e diritti d’autore. https://www.carmillaonline.com/2021/05/30/esclusivo-il-figlio-etiope-di-indro-montanelli-ipoteca-le-redazioni-dei-giornali-vuole-miliardi-per-danni-e-diritti-dautore/ Sun, 30 May 2021 21:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66402 Intervista a cura di Luca Baiada

Diamine, sono nato nel 1936, o quando, se no? L’omo si sfoga, ’un c’è verso. Mamma era giovane, ogni italiano aveva una sciarmutta, due, tre. La parola minorenne qui ’un c’era. Venga, venga, ma attento a dove mette i piedi, ho fatto l’orto. Le sciarmutte vietate? Sì, all’italiana. E poi, via, in ogni conquista c’è la preda, come nel Grand Tour dei signori. Goethe a Roma aveva una ragazzetta, Rousseau a Venezia manteneva una bimba di undici anni, diceva che gli sonava il pianoforte. La [...]]]> Intervista a cura di Luca Baiada

Diamine, sono nato nel 1936, o quando, se no? L’omo si sfoga, ’un c’è verso. Mamma era giovane, ogni italiano aveva una sciarmutta, due, tre. La parola minorenne qui ’un c’era. Venga, venga, ma attento a dove mette i piedi, ho fatto l’orto.
Le sciarmutte vietate? Sì, all’italiana. E poi, via, in ogni conquista c’è la preda, come nel Grand Tour dei signori. Goethe a Roma aveva una ragazzetta, Rousseau a Venezia manteneva una bimba di undici anni, diceva che gli sonava il pianoforte. La verità prude, eh? «E lascia pur grattar dov’è la rogna». Certo, ho un dantino rilegato, lo scordò qui babbo e lo tengo sul canterano. Ogni tanto sciacquo i panni in Arno anch’io. Aisha! Aisha, karkadè per due e poi vattene in cucina!

Mi danno del bugiardo? A me che voglio bene a tutti? De Benedetti, per esempio, mi fa venire i lucciconi. Ha trattato così male «Repubblica», «l’Espresso» e «Limes», che ’un gli è rimasto nulla. Un quotidiano organo ufficiale delle persone intelligenti, un settimanale che parlava di scandali quando «Playboy» era indeciso fra le parole e le fotografie, e una rivista col titolo in latinorum. Sicché: ogni giorno in maschera da cittadini, una volta a settimana chiacchieroni e tutto l’anno reazionari. E sull’assortimento, ci fai un fiocco col riprillo.

Il mi’ babbo? ’un lo vedevo mai. Stava fra giornali e salotti ammodo. Ma guardi, se Lei crede di venir qui a fare un pettegolaio, può tornarsene in Italia. I miei diritti hanno le loro ragioni.
Sono l’erede. Sono pronto a qualsiasi esame. Le analisi del DNA le avete inventate voi. Una volta tanto, andranno a pro di un affricano. Che sono l’unico, è più facile crederlo che negarlo: diamine, Lei pensa che quell’omo rinsecchito, vecchio anche da giovane, amabile come un cignale e largo come Stenterello, spezzasse il cuore alle dame? A Fucecchio – un borgo grande come un tucul ma diviso in due clan – gli garbavano le sassaiole fra quelli del monte e quelli del piano: «insuesi» e «ingiuesi». In Affrica venne a sfogarsi e scappò. Da ammogliato, burrasche. E dopo, la compagna che preferiva sui ginocchi era l’Olivetti. Altri figlioli, ’un ce n’è di sicuro. Se qui riesco a fare il vino e l’olio? o perché lo dovrei dire a Lei?

Parliamo del carattere. Non si vedeva? I modi ferrigni di una zitella, gli occhi strabuzzati peggio del duce, sempre a pungere e lisciare, più nascondino d’una serpe. E stia attento, perché qui viene il bello. Il giornalismo di babbo era fatto di divagazioni, di lingua sciolta, era un libro di stroncature e adulazioni, un discorso allusivo. Le sue battute lasciavano il segno, ma solo sui deboli, come coltelli senza manico che feriscono chi li impugna, a meno che abbia le mani guantate di ferro. Halima, non c’è bisogno che pulisci qui, ora! spazza e dai il cencio di là!

Le sue inchieste arrivavano sull’uscio del fastidio. Il trucco era lasciar capire che si sa molto, rivelare qualcosa, come un filo piccino picciò, che il giornalista potrebbe tirare, se gli garbasse, per far venire fuori il gomitolo. Allora si fa carriera: io so, tu sai che potrei dire, ruzzo, mi cheto e te mi paghi. Ci vogliono fiuto, parola abile, contatti, passato disinvolto, memoria da elefante. Ho detto il trucco era, ma alla precisa: il trucco è. Dire e non dire, dare e non dare. Assaggi un cantuccino, prego. No, le briciole le metta qui, poi ci governo le galline.

Certo, i fatti d’Ungheria nel ’56. A maggior ragione, un capolavoro. Budapest era insorta, la stampa borghese voleva una rivolta per il mercato. Babbo fu furbo: avanti la verità, essere il primo, avanguardista del giornalismo della guerra fredda: i ribelli erano comunisti contro il Cremlino, libertari e contrari al blocco sovietico. Spiazzò tutti. In gamba, non c’è che dire. Fece intendere che sapeva e lo riconobbero. Chi sa dire davvero, davvero sa tacere. Fermo, non dia nulla al gatto, ché altrimenti non piglia i topi.

No, guardi: su codesto, gnorri. La storia del telegramma, quella la trova in L’orgia del potere di Mario Guarino. Babbo riuscì davvero, alle Poste centrali, a fermare un telegramma spedito per disguido? Il telegramma che avrebbe svelato alla prima moglie di Berlusconi la relazione con Veronica Lario? Primo, Le ho detto niente pettegolaio. Secondo, che i giornalisti facciano molti mestieri non è un segreto. Vada a chiedere a Eugenio Scalfari i suoi rapporti con Lino Iannuzzi o perché trattò Antonio Ingroia a quella maniera. Oppure vada a scoprire come ha fatto Renato Farina, l’agente Betulla, a continuare a lavorare. Poi riveda i battibecchi tra Gad Lerner e Giuliano Ferrara, quando si danno le dita nell’occhi e le pedate negli stinchi su Berlusconi e Agnelli. A proposito di Ferrara, gli chieda come fece ad avere in anticipo l’articolo di Antonio Tabucchi destinato a «Le Monde». E già che c’è, si rigoda Marco Travaglio su Berlusconi, dopo averne detto peste e corna. Cosa c’è, Nyala? Non hai finito, all’acquaio? Vai e lustra ammodo, lesta!

E per colmo di burletta, i giornalisti gridano contro i traffici e i privilegi degli altri. Se ne rammenta, di quel libro? La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, che ne vendettero e ne vendettero e a me nulla mi dettero. Come se non si conoscessero i nepotismi, le ambizioni, la fregola, le bizze, la prosopopea del giornalismo italiano. Ma lo sa che Paolo Mieli da moccioso promise a sua madre di diventare il direttore del «Corriere della sera»? Volitivo, il bimbo, eh? Poi vai a vedere le famiglie, e ne trovi pochi sopportati dalla moglie. Sì, c’è anche qualche buon marito, fra i giornalisti: qualche marito in tailleur, con la permanente e il rossetto che cola di sudore.

Ma sia chiaro: dei quattrini che Berlusconi diede a babbo quando uscì dal «Giornale», io non ebbi neanche un centesimino. Comunque, a guadagnarci non fu punto il cavaliere. Babbo rifece filotto come in Ungheria, fu il migliore sul campo, con più di ottant’anni sul groppone. Da un giorno all’altro, campione della libertà di stampa, a reti unificate. Lui che tanti anni prima si era ridotto a Telemontecarlo, per smoccolare che in Italia c’era il comunismo. Sì, codesta è panzanella, ne vuole un cucchiaino? Il pane secco lo fo ammollare a buio, quando controllo che tutte abbiano rigovernato ammodo, queste pigrone sciabisolche. Qui ’un si butta via nulla.

Dicevo, non è un caso, se «il Fatto Quotidiano» prese babbo per bandiera. Se lui fosse rimasto con Berlusconi, gli antiberlusconiani non avrebbero avuto la loro immaginetta da capezzale. Corro troppo? No, è l’aria dell’Affrica: è Lei, che ha corti il fiato e la vista: la stampa italiana ha un debito col mio babbo. Per aver seguito l’esempio? Bah, sì e no. Per averlo usato e tradito, direi: lui sapeva scrivere, inventava bene e ti scodellava una prosa scoppiettante che scànsati. E ora? Si vergognano tanto del loro chiacchierume, che danno spazio al sondaggista, all’esperto, al profondo conoscitore, all’analista, al politologo. I giornali son tutti uguali, tutti in favella dormitiva: o battutame trito e rivogato, o litanie struggine da mortorio. Minestre riscaldate e senza sale; brodo di zucca e vin di bozzacchioni. Un po’ per diritti d’autore, un po’ per danni, devono pagare, e io sono l’erede.

Cosa ci farò coi quattrini, lo so io. Qualità, diamine, assortimento, igiene. Clientela pulita, commercio onesto. Di chi… ehm, voglio dire di che cosa, è affar mio. Per le persone di volontà, c’è sempre posto. E riserbo garantito, niente trappoloni per la gente di riguardo; per intenderci, niente trattamento Marrazzo, via: che a incastrare quel citrullo furono più i politici e i giornalisti che le guardie. Insomma, la merce l’ho già, e non tutta usata, anche fresca da rinnovare, bella soda. Bisogna far partire l’organizzazione. E che debbano pagare uno con la pelle scuretta, buon pro, a me mi fa un baffo. Pagheranno uno che si comporta da persona educata. Faizah, portami le pianelle! Pillaccherona, sei sorda?!

Sulla Toscana, non fo il nesci. La toscaneria caricaturale va bene per le cartoline degli alberghi marca agriturismo, tutti uguali e finti come i discorsi di Matteo Renzi. Al fondo c’è un argento vivo battagliero, e non è un caso, se i due campioni della contesa, della linguacciutaggine, del bastiancontrario, vivi anche da morti, sono toscani: babbo e Oriana Fallaci. Anche il sardo Gramsci, dalla galera ammirava Machiavelli per far dispetto al papa. Ha capito? No?! Allora è duro di comprendonio! Mettiamola così: prendi il cinismo di Machiavelli e la schiena comodina di Guicciardini, mettici sopra l’estro di Curzio Malaparte e l’arroganza di Alessandro Pavolini, insudicia ogni cosa con un Risorgimento mancamentato dal fascismo, e avrai una voce toscana di successo. Ma di giochi di parole non mettercene troppi, altrimenti ti ritrovi alla Leopolda, con un bastraone che crede di rottamare tutto e perde il referendum e il governo in un colpo solo. Aisha! Questo karkadè è un troiaio! Fallo rifare da Zeina o da Kadida!

Quanto a Mondadori e gruppo «Repubblica», a maggior ragione. Partiamo dall’inizio della ricolonizzazione, fra l’assassinio di Enrico Mattei e la prima crisi petrolifera. Abbia pazienza, sa, ma io ragiono da qui, dall’Affrica. Dagli anni Sessanta la mafia ricicla denaro nel mattone e nell’industria, intanto la manifattura automobilistica condivide la spartizione del potere e cambia il volto dell’Italia. E il giornalismo? Poche eccezioni messe alla zitta nel sangue, e si adegua. Poi arrivano la droga e il suo riciclaggio nelle televisioni private. Col lodo Mondadori c’è una prima resa dei conti, attraverso la corruzione di magistrati. Il resto segue, ne conviene?

Che adesso si mescano lacrime di coccodrillo perché i padroni dei giornali ingavonano tutto in un mucchio, anche con un colosso multinazionale dell’automobile, Le pare tanto strano? È lo stesso aggeggiare, rimescolando le carte del mazzo. Siamo alle solite. E i giornalisti italiani, dentro i fatti, ci dovrebbero ficcare bene l’occhi; invece ci mettono le mani, il portafogli e le mutande. A quella maniera, faranno sempre un giornalismo smanaccione, arraffino e mutandaio.

Poi, vede, si fa presto. Quando venne in Affrica nel ’35, mi’ padre scrisse che la guerra era una villeggiatura, un premio agli italiani dato da Mussolini il «gran babbo». E ora? I giornali son pieni di figli di papà, il potere parla un linguaggio paternalistico che ohimmei, il giornalismo ha voglia di padre padrone e tratta i lettori come bimbetti. È il granbabbismo del mio babbo che ha fatto scuola. Il colonialismo ha ipotecato la comunicazione, e io non dovrei ipotecare i giornali?

Non mi parli della strage del Padule di Fucecchio, adesso. Sì, sì, quei dugento contadini ammazzati nel ’44. Ma non creda di saper tutto, Lei, perché c’ha fatto un libriccino. Babbo vedeva il mondo da vicino e da lontano. Mi segua. Nel ’37 ci fu la rappresaglia italiana qui, a Debra Libanos. Fu proprio di maggio, come ora, ero piccino e m’andò bene, poteva toccare anche a me. A Graziani gli s’era fatta la bua a una gamba, e ammazzarono migliaia di etiopi, anche i monaci. La più grave strage coloniale di cristiani, in questo continente, la fecero i cristiani di Roma. Allora, quando babbo seguì il processo su Fucecchio, nel ’47 per il «Corriere d’informazione», che poteva dire? che i tedeschi non dovevan fare in Toscana quello che gli italiani avevan fatto qua? E dopo, quando nel ’98 andò a testimoniare al processo di Theo Saevecke, che aveva comandato le SS a Milano mezzo secolo prima?! Ma andiamo!

Il processo Saevecke, sull’eccidio a Milano nel ’44, usciva dall’Armadio della vergogna, l’archivio sulle stragi naziste che a Roma era rimasto nascosto all’opinione pubblica, nei locali della magistratura militare, fino al ’96. Non mi segue? Ah, ma allora Lei non sa un accidente! A Milano i tedeschi avevano catturato e liberato babbo, e anche Ferruccio Parri, e anche Mike Bongiorno. O chi c’era, a Milano? Saevecke! Nel dopoguerra, Parri è l’antifascismo perbene, Mike Bongiorno fa la televisione perbene e babbo il giornalismo perbene. La vedo groggi. Si accorge ora, che il perbenismo italiano postbellico era passato per i comandi delle SS? Il giornalismo non è un mestiere per gente schizzignosa.

Il mio giudizio sul governo di Mario Draghi? È così tecnico che ha bisogno delle consulenze del McKinsey, ma così politico che ’un si deve dire se è destra o sinistra. E poi, giù, ’ndiamo: il giornalismo si divide fra chi a Draghi gli porta l’acqua con l’orecchi e chi lo critica per finta. E anche questo, non dimostra il credito di babbo? Allora, i diritti sono miei. Il governo è quello ideale, in questo momento. Il problema è quanto dura, questo momento, perché nel momento in cui lo dico, il momento potrebbe essere passato. E non scriva che sono polemico, guardi che sono un Montanelli anche se non c’è sul passaporto.

La mia ipoteca su tutte le redazioni, a cancellarla non ci penso né punto e né poco. Io sono l’erede, da quella notte in cui una sciarmutta diede un po’ d’amore a un fascista. Per lui, un momento tenero in una vita di stizza e d’aceto.
Aspetti, le regalo un ovo. Lo prenda. No, giù codeste ditacce! Ecco: questo piccino.

]]>
Molti anniversari e troppo sangue https://www.carmillaonline.com/2019/04/25/molti-anniversari-e-troppo-sangue/ Wed, 24 Apr 2019 22:01:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52144 di Luca Baiada

Cent’anni dalla fondazione dei Fasci di combattimento: Milano, piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919. Il fascismo, un tipico prodotto di successo del Made in Italy; forse la parola italiana più nota all’estero, insieme a mafia e pizza. Ipocrisia e sangue. Va al potere con le stragi di democratici e sindacalisti, con gli incendi, coi saccheggi; ma le condanne a morte che pronuncia col Tribunale speciale, quelle eseguite, sono poche decine. Lupara bianca e lupara nera. Al fascismo bastano sette anni dal suo primo governo per sforbiciare un pezzo della [...]]]> di Luca Baiada

Cent’anni dalla fondazione dei Fasci di combattimento: Milano, piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919. Il fascismo, un tipico prodotto di successo del Made in Italy; forse la parola italiana più nota all’estero, insieme a mafia e pizza. Ipocrisia e sangue. Va al potere con le stragi di democratici e sindacalisti, con gli incendi, coi saccheggi; ma le condanne a morte che pronuncia col Tribunale speciale, quelle eseguite, sono poche decine. Lupara bianca e lupara nera. Al fascismo bastano sette anni dal suo primo governo per sforbiciare un pezzo della capitale e consegnarlo al papato, e pochi anni in più per legare le sorti del paese alla Germania con risultati disastrosi. Paradosso tutto nostro, quel suicidio differito del Risorgimento passa per patriottico.

Tre quarti di secolo dall’attacco partigiano in via Rasella (non per caso, la Resistenza scelse il 23 marzo) e dalle Fosse Ardeatine, il giorno dopo. L’attacco lo fecero i Gap, Gruppi di azione patriottica; patria non sapeva di populismo e non metteva in imbarazzo. Pochi giorni prima, il 10 marzo e sempre a Roma, per l’anniversario della morte di Mazzini i gappisti avevano disperso a revolverate i fascisti, che in via Tomacelli sfilavano contro il re e per la repubblica, ma quella finta di Mussolini. Brutto colpo, per i repubblichini, che sul «Messaggero» commentarono: «Purtroppo i soliti elementi perturbatori attentano alla serena compostezza del corteo». I comunisti sparano sui fascisti per impedire che si fingano mazziniani. Da approfondire, il senso di quell’accademia a mano armata.

La memoria è rimasta prigioniera del paradigma vittimario delle Ardeatine, crimine sepolto nel monumentalismo; l’azione ben riuscita di via Rasella non ha avuto la considerazione che merita, anzi è stata accusata di tutto: i partigiani che volevano l’eccidio, che dovevano consegnarsi ai tedeschi, che ignorarono moniti e comunicati. Qualche anno fa è stato pubblicato e demistificato il volantino fascista che fabbricò menzogne poco dopo il massacro (una manovra disinformativa persino più zelante di quelle tedesche); ma le smentite razionali non bastano, l’accusa contro la Resistenza risponde a un bisogno emozionale. Ha combattuto, ha spezzato l’inerzia, e nella città santa: è colpevole.

Mezzo secolo dalla strage di piazza Fontana, a Milano. Nel 1969 corre lo sviluppo economico, sono in piena maturazione l’industrializzazione e l’urbanizzazione, si è affacciata la rivoluzione sessuale, si progettano il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, lo Statuto dei lavoratori. Si reclamano riforme dei codici, della scuola, dell’università. Una parte del paese vuole entrare nella modernità, un’altra frena: vi entrerà zoppicando.

Piazza Fontana è una strage indiscriminata, la prima di tipo bellico dopo la guerra; le altre, da Portella della Ginestra a Reggio Emilia, hanno un margine di selezione delle vittime. Nel 1969 si colpisce a caso: il bersaglio grosso non è in quei morti, è il popolo. Insieme c’è la violenza poliziesca, la macchinazione che mira all’anello debole della contestazione: gli anarchici, estranei al circuito politico del blocco al governo e di quello all’opposizione, riottosi alla retorica del costituzionalismo ingessato, dissonanti dal reducismo ciellenista. Però la morte di Giuseppe Pinelli, un po’ simmetrica e un po’ decentrata rispetto alla bomba, colpisce mirando ed è un monito per tutti, fitta di segni che parlano di allineamento, di ubbidienza non solo governativa. L’uomo che quel giorno va tranquillo coi poliziotti in questura, fiducioso in un chiarimento, ne uscirà cadavere dopo un interrogatorio che viola ogni norma procedurale.

In carcere, additato come il mostro, finirà un altro anarchico innocente, Pietro Valpreda; ci vorranno anni e una modifica legislativa per tirarlo fuori. Ci si renderà conto, finalmente, che le leggi sono ancora quelle fasciste e che un detenuto può sparire senza garanzie. E insieme c’è la giustizia, così inadeguata che alla verità processuale su quel 1969 mancano ancora pagine importanti. La spiegazione corrente su Pinelli sarà un ossimoro osceno, il malore attivo, in cui – come nei Promessi sposi, con le febbri pestilenziali – l’indicibile si sposta sull’aggettivo. Qualcosa si muove, qualcuno fa, insomma c’è un che di attivo, in quella morte. Ma il sostantivo è incolpevole e sa di vecchio, di malfermo: il malore, meno grave della malattia, più svenevole di un dolorino. Pinelli era quarantenne. Da rivedere, sulla giustizia, il film Processo politico di Francesco Leonetti.

Un quarto di secolo dalla rifrequentazione di un tremendo archivio segreto. Fra il 1943 e il 1945 gli occupanti tedeschi e i collaborazionisti fascisti uccidono italiani in una quantità mai davvero calcolata: probabilmente almeno trentamila. Nel 1945 si decide di concentrare indagini e prove a Roma, negli uffici della giustizia militare, per far meglio chiarezza. Negli anni immediatamente successivi i fascicoli sono usati per celebrare pochissimi processi, poi sono lasciati alla polvere, nel silenzio di tutte le strutture partitiche, politiche, sindacali, combattentistiche. Molti sanno, tutti tacciono, qualcuno manovra. È uno scandalo senza paragoni nell’Italia postunitaria, forse nella storia europea: un paese occulta le prove di due anni di massacro dei suoi cittadini, di ogni età e condizione, compresi i bambini, i militari fedeli al governo legittimo, i partigiani, il clero, gli ebrei.

Un giornalista battagliero, Franco Giustolisi, chiamerà questa cosa orribile Armadio della vergogna, un’espressione fulminante. Dopo che l’Armadio è stato riaperto si muovono commissioni d’inchiesta, si scrivono relazioni, eppure restano oscure sia le implicazioni di un’inerzia così lunga, sia le modalità dell’improvvisa rifrequentazione dell’archivio. Avviene, appunto, nel 1994: cioè dopo il Trattato di Maastricht e dopo la trattativa Stato-mafia con la notte in odor di golpe denunciata da Ciampi, e dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino. Soprattutto, a breve distanza dalla caduta del Muro di Berlino e dalla riunificazione tedesca, e subito dopo l’arrivo di Berlusconi al governo. In quell’anno i Modena City Ramblers cantano Quarant’anni: «Ho visto bombe di Stato scoppiare nelle piazze e anarchici distratti cadere giù dalle finestre. Ho venduto il mio didietro ad un amico americano. Ho massacrato Borsellino e tutti gli altri. Ho protetto trafficanti e figli di puttana. Ma ho un armadio pieno d’oro, di tangenti e di mazzette, di armi e munizioni, di scheletri e di schifezze».

La rifrequentazione non ha neppure una data sicura. Di altri misteri italiani si conosce almeno il giorno; nel 1994 l’Armadio ricompare senza un verbale, senza una fotografia. Negli anni che seguono si celebrano una ventina di dibattimenti, l’ultimo termina nel 2015; va in prigione solo un sottufficiale. La Germania non paga nessun risarcimento; anzi, alla Corte internazionale dell’Aia fa condannare l’Italia per lesa maestà, perché uno studio legale ha ipotecato una villa tedesca a Como. Attenzione. La posta in gioco non è solo di crediti italiani e di una villa: con quella sentenza la Corte, cioè la voce giudiziaria dell’Onu, dice che gli Stati non possono mai essere condannati a pagare, neppure per crimini di guerra o contro l’umanità. Vale per il passato e per il futuro, per Sant’Anna di Stazzema e per la Siria. È il 2012: la crisi economica dilaga, terrorismo e destabilizzazioni fanno il doppio gioco sul sangue di interi paesi, e Wikileaks, col Cablegate e coi documenti sull’Afghanistan e l’Iraq, ha svelato intrighi e massacri. Ecco che sul tavolo anatomico dei giuristi, all’Aia, le stragi di italiani dal 1943 al 1945 sono dissezionate e manipolate per fabbricare un salvacondotto legale a quelle future, ovunque. Gli apprendisti stregoni cuciono i lutti della Seconda guerra mondiale col fil di ferro del formalismo; ne esce un mostro alla Frankenstein, servizievole alla ragion di Stato. Sangue assolve sangue.

Settant’anni dalla fondazione della Nato. Voluta contro un blocco politico-economico che non esiste più da un trentennio, è sopravvissuta al suo nemico e continua a condizionare il presente. I responsabili di crimini nazifascisti commessi in guerra sono stati protetti e adoperati; la strategia della tensione è stata l’area in cui la Nato ha incontrato il nazifascismo bellico e la protezione postbellica della sua impunità, cioè l’ombra silenziosa dell’Armadio della vergogna.

Lo stragismo nazista e fascista, sempre antipopolare, sempre collaborazionista, ha disseminato di ingiustizia e reticenza un secolo segnandone le tappe. Durante la guerra è stato usato per fabbricare il complesso di colpa per la Resistenza, la squalifica profonda degli italiani, e per gettare le basi di un senso di inferiorità contrario al Risorgimento, al socialismo e alla democrazia; da rileggere, le pagine di Giuseppe Dossetti su Marzabotto come delitto castale. Dopo la guerra ha stravolto l’ingresso del paese nella modernità, costruendo col metodo terroristico la minaccia del colpo di Stato, lo scacco alle conquiste sindacali e democratiche, la difesa a oltranza dei privilegi di classe. Dopo la dissoluzione del blocco socialista e la riunificazione della Germania, i contraccolpi di quel sangue e quei silenzi hanno continuato a pesare. I segreti della strategia della tensione e l’impunità delle stragi nazifasciste in tempo di guerra hanno ricevuto una protezione solida, dentro l’abitudine del potere all’utilizzo indiscriminato della criminalità organizzata e del fascismo; abiti intercambiabili, in Italia, e sempre con l’ornato di una cultura prostituita alla distrazione. Da rivedere l’intervista al regista (Orson Welles), in La ricotta di Pasolini: «Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa». La ricotta comincia col Vangelo di Marco: «Non esiste niente di nascosto che non si debba manifestare; e niente accade occultamente, ma perché si manifesti».

Ancora da sondare, i rapporti fra le coperture dell’Armadio della vergogna e il reimpiego del fascismo negli anni della conflittualità armata, come le relazioni fra crimine, fascismo e affarismo – riciclaggio, privatizzazione di beni pubblici, traffico di droga e armi – nella prima metà degli anni Novanta, in concomitanza coi delitti più vistosi (Falcone, Borsellino). Tutti da affrontare, i legami con altri delitti che hanno segnato la situazione europea poco prima della liquidazione del socialismo o nell’immediatezza (omicidi Olof Palme, Alfred Herrhausen, Detlev Rohwedder).

Le stragi fasciste dal 1919 preparano la dittatura, che prepara i massacri sociali, coloniali, bellici. Le stragi belliche, massacri dentro l’immane massacro, sorreggono l’occupazione militare, la schiavizzazione, la deportazione, il saccheggio, la repressione materiale e morale. Le stragi della strategia postbellica orientano il cambiamento dell’Italia in conformità alla spartizione del mondo in blocchi. Le stragi del 1992-1993 chiudono quella stagione, mettendo a tacere chi sa troppo e aprendo la strada a un nuovo quadro di potere, che serve alla penetrazione economica nei paesi ex socialisti e alla distruzione dell’originale socialdemocrazia italiana, coi suoi specifici miti e pilastri (democristianesimo, eurocomunismo, partecipazioni statali, banche pubbliche). Questo lunghissimo sacrificio umano ha per costante l’eliminazione mirata di notabili (uomini d’ordine antifascisti, politici onesti, sindacalisti impegnati, intellettuali coraggiosi, magistrati scomodi) e il massacro casuale, indiscriminato, contro il popolo, che la strategia del sangue riduce a massa informe di carne.

Davvero, tanti anniversari. Eppure, a leggerli insieme si capisce meglio. Un uomo diritto che visse per amore, patria e poesia, e morì d’esilio in povertà: «Non accuso la ragione di stato che vende come branchi di pecore le nazioni: così fu sempre, e così sarà: piango la patria mia, “Che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende”». Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, 17 marzo.

]]>
“Andonno e l’ammazzonno”: Padule di Fucecchio, 23 agosto 1944 https://www.carmillaonline.com/2016/03/10/andonno-e-lammazzonno-padule-di-fucecchio-23-agosto-1944/ Wed, 09 Mar 2016 23:01:06 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=29070 di Sandro Moiso

padule testo Luca Baiada, RACCONTAMI LA STORIA DEL PADULE. La strage di Fucecchio del 23 agosto 1944: i fatti, la giustizia, le memorie, Ombre corte, Verona 2016, pp.331, € 25,00

La strage di Fucecchio è la quinta, per ordine di grandezza, fra quelle compiute in Italia dalle truppe tedesche di occupazione. 174 morti accertati e di quelle attribuibili direttamente alla Wermacht, e non alle SS, è la maggiore. Luca Baiada, magistrato che ha indagato anche sull’«Armadio della vergogna», l’insabbiamento dei fascicoli sulle stragi naziste in Italia rimaste impunite, e che collabora alle riviste “Il Ponte” e “Questione giustizia” [...]]]> di Sandro Moiso

padule testo Luca Baiada, RACCONTAMI LA STORIA DEL PADULE. La strage di Fucecchio del 23 agosto 1944: i fatti, la giustizia, le memorie, Ombre corte, Verona 2016, pp.331, € 25,00

La strage di Fucecchio è la quinta, per ordine di grandezza, fra quelle compiute in Italia dalle truppe tedesche di occupazione. 174 morti accertati e di quelle attribuibili direttamente alla Wermacht, e non alle SS, è la maggiore.
Luca Baiada, magistrato che ha indagato anche sull’«Armadio della vergogna», l’insabbiamento dei fascicoli sulle stragi naziste in Italia rimaste impunite, e che collabora alle riviste “Il Ponte” e “Questione giustizia” oltre che ad altre pubblicazioni politiche e giuridiche, ha dedicato alla ricostruzione dell’evento molti anni di attività. Sia in veste di magistrato che di storico.

Ma assimilare il suo ultimo testo sull’eccidio del 23 agosto 1944 ad un’opera di carattere soltanto storico o giuridico sarebbe estremamente riduttivo.
Nell’arco dei diversi anni che l’autore le ha dedicato, la ricerca si è trasformata in un’autentica ricerca partecipata in cui in gioco non sono entrati soltanto i testi consultati, le sentenze emesse, le testimonianze degli accusati e degli accusatori (ovvero dei soldati ed ufficiali tedeschi autori diretti o responsabili della strage e dei superstiti della stessa), ma anche le sue personali memorie famigliari, la passione e la lingua dei sopravvissuti, le testimonianze inscritte nel paesaggio e nel tempo e anche quella, apparentemente muta, di coloro che egli chiama i diversamente vivi. I morti, appunto, che parlano ancora attraverso le parole, i sogni, gli incubi e gli stessi silenzi dei loro congiunti rimasti in vita.

Un’opera unica nel suo genere, che scatena nel lettore un’autentica tempesta di sentimenti, passioni, dolore e orrore. La stessa che lo stesso Baiada non nasconde di aver vissuto sia come magistrato che come ricercatore e scrittore. “Scrivo con le lacrime agli occhi” afferma ad un certo punto l’autore e in un’altra parte spiega: “L’esito di questo libro riconduce all’impossibilità e insieme alla necessità di dire l’indicibile, perché questa contraddizione è un altro volto della necessità e dell’impossibilità di dare un senso all’insensato, del rischio di giustificare l’ingiustizia. Il testo è nato per accumulo, poi per frammentazione, e so che non esaurisce i fatti, e che per questo si rifiuta di riordinarli in un andamento lineare. E’ una caratteristica che rivendico e che in fondo mantiene la promessa, quella appunto di non dire l’ultima parola su una strage fra le più gravi dell’occupazione tedesca in Italia, forse la più assurda. L’incompiutezza può sfidare a proseguire il cammino, la memoria non si ferma” (pag. 306)

La precisione non è la verità” aveva affermato in un suo testo Henry Matisse e, anche se il contesto della pittura moderna e quello della ricerca storica sembrano così distanti, è vero che la trasmissione delle realtà umana, sensibile ed extrasensibile (quella dei ricordi, del dolore, dei sentimenti e delle passioni), non può avvenire soltanto attraverso la fredda rappresentazione o catalogazione dei fatti mentre la loro interpretazione non può sfuggire all’influenza dell’inconscio collettivo, o anche soltanto di chi scrive o dipinge, e dei suoi percorsi. Tutti elementi che introducono in qualsiasi rappresentazione più di un elemento contraddittorio che soltanto una necessità di riordinamento e aggiustamento, detta altrimenti spiegazione, istituzionale o politica che sia, può far finta di rimuovere oppure cancellare del tutto.

C’è un sentiero del lavoro intellettuale che è difficile da percorrere, ma che è più solido e più piacevole, proprio perché non è dell’intelletto ma del sentimento. Pochi riescono ad attingerlo […] Persino le ricerche e gli studi , a volte, tradiscono questa consapevolezza, quando verificano ossessivamente i dettagli, illudendosi che la maggiore esattezza significhi migliore memoria e più condivisione” (pag.290)

E’ un tema scottante quello che Baiada, con estrema lucidità, porta alla ribalta e che contiene al suo interno diversi elementi di carattere giuridico, politico, conoscitivo e di classe. Perché anche la verità può non coincidere con la realtà. Troppo spesso, infatti, la ricostruzione delle storie delle lotte oppure delle violenze del potere diventano retoriche, pur essendo magari partite con le migliori intenzioni. Mentre le spiegazioni che vogliono essere definitive o complete, troppo spesso finiscono col giustificare, anche indirettamente, ciò che è ingiustificabile. La brutalità dell’oppressore viene così inserita in una strategia spiegabile, forse addirittura condivisibile; al contrario delle strategie di resistenza messe in atto dagli oppressi, che continuano ad essere molte volte considerate irrazionali o inadeguate, sia nel caso in cui prevedano l’uso della violenza sia nel caso opposto. Diciamolo pure: una mal interpretata obiettività del lavoro storico rischia così, molte volte, di colpevolizzare le vittime quanto i carnefici.

Nel leggere il testo sulla strage del Fucecchio vengono in mente in continuazione riferimenti ad episodi a noi più vicini, dalle stragi americane in Vietnam, agli agenti di polizia che ingiuriano e umiliano e torturano i giovani della scuola Diaz oppure ai tormenti dei milioni di disperati che cercano di sfuggire a guerre odiose ( ma quando mai una guerra non lo è?) finendo col ritrovarsi soltanto in una terra di nessuno (Calais, la frontiera macedone o ungherese o qualsiasi altro luogo in Europa o nel Vicino Oriente) dove, così come gli sfollati, gli sbandati, i disperati e i renitenti alla leva rifugiatisi nel padule, potrebbero essere in qualsiasi momento trasformati in corpi da eliminare e rimuovere. Con qualsiasi mezzo.

Episodi talvolta altrettanto gravi ed altre no, ma che sempre vedono tra i loro esecutori uomini e soldati comuni. Nel caso di Fucecchio soldati dei reparti esplorativi meccanizzati della Wermacht. Non delle SS che la vulgata popolare, troppo spesso, tende ad individuare come uniche colpevoli degli atti di crudeltà; mentre dal magnifico saggio “La banalità del male” di Hannah Arendt in avanti abbiamo imparato che sono troppo spesso proprio gli uomini, e talvolta le donne, comuni1 a perpetrare i crimini più orrendi soltanto perché hanno burocraticamente ricevuto un incarico

E’ la guerra” sembra essere spesso la spiegazione più ricorrente, in cui il pur sotteso intento morale finisce sempre con lo sfociare semplicemente in una giustificazione. Generale e non vera, perché, come afferma chiaramente Baiada, non si tratta soltanto di guerra.
Certo le truppe tedesche nel 1944 stavano abbandonando Firenze (dove la battaglia con gli insorti italiani appoggiati dagli Alleati si era protratta fino al 20 agosto), dopo aver già abbandonato Roma il 4 giugno.

Così “Si può immaginare che in un angolo buio la percezione della disfatta inducesse i tedeschi a lasciarsi dietro una scia di lutti […] in cui i superstiti avrebbero letto un monito indelebile: anche vincendo una guerra, mettersi contro i tedeschi costa troppo sangue […] Potrebbe esserci il sangue delle stragi nel fatto che nel volgere di un secolo la Germania, pur avendo perso due guerre, ha un peso che nel 1914 sarebbe stato inimmaginabile. La domanda sul perché, insomma, potrebbe nasconderne un’altra: per chi?” (pag.263)

Perché “intorno al Padule di Fucecchio, soprattutto lungo i suoi margini settentrionali e orientali, i tedeschi irrompono nelle case, percorrono i campi, invadono le aie, e uccidono e uccidono, anche donne, bambini, vecchi.[…] L’eccidio è in un’area povera, con legami tra vaste famiglie “ (pag.11), ed evitano accuratamente di addentrarsi nel cannellaio, il centro della palude, dove effettivamente si nascondono i membri di una formazione partigiana. “Per i tedeschi la distinzione tra partigiani e italiani è confusa quando si uccide. Ma nitida quando c’è da combattere. Non entrano nella palude, sopravvalutando la formazione partigiana, ma uccidono nella zona circostante dove non rischiano nulla […] Qui gli armati si dirigono contro i disarmati e ne fanno strage” (pag.60)

Ma all’autentica festa di morte svoltasi nel padule non partecipano nelle vesti di aguzzini soltanto soldati ed ufficiali tedeschi: ci sono anche italiani. Fascisti, in veste di interpreti, informatori, spie e guide. Spesso mascherati, con divise tedesche e cappucci per non farsi riconoscere da coloro che saranno uccisi o che vedranno le loro famiglie massacrate. Gli stessi che dopo essersi ritirati al seguito delle truppe germaniche, ritorneranno di lì a qualche anno sul luogo del delitto. Impuniti e ancora capaci di incutere timore tra i superstiti. Alla faccia di tutti i piagnistei della destra e dei “pacificatori democratici” sugli omicidi di fascisti e le vendette che sarebbero state consumate dopo la Liberazione.

La cosa più straziante e allo stesso tempo bella del libro è costituita dal fatto che a narrare i fatti, gli omicidi, gli stupri, l’assoluta arbitrarietà della violenza, la paura non è quasi mai la voce distaccata dello storico o del giureconsulto, ma la voce dei testimoni diretti, nel loro dialetto così distante dal fiorentino esibito dall’attuale premier o dai comici di regime. L’uno così vivo, nonostante tutto, e l’altro così morto.

E’ la lingua dei poveri e degli incolti a narrare, cioè proprio di coloro la cui testimonianza è spesso rimossa dai testi di storia, scritti quasi sempre dai depositari di una “istruzione” lontana dai meno abbienti. Privarli della parola può costituire infatti, troppo spesso, l’ultima e più crudele forma di espropriazione e di esclusione, facendo così che anche la memoria dei “vinti” della storia diventi patrimonio dei “vincitori”.

Ne è consapevole una delle testimoni superstiti, Maria Grazia Gallegani, che rileggendo, nel 1997, gli atti del 1945, quando fu sentita dai britannici, si domanda: ”La storia viene sempre poi, cioè, artefatta, perché non riporta mai le cose vere, non capisco perché. Come fanno i posteri poi a sape’ la verità?” – Intervistatore: “Beh, guardando questi documenti” – “Eh, lo so. Ma non corrispondono sempre, alla verità” (pag.292)

Non è il caso di Baiada che, al contrario, organizza un saggio di autentica storia orale ricostruita attraverso le testimonianza rilasciate in tempi diversi prima agli ufficiali britannici incaricati di indagare sulla strage nel periodo immediatamente successivo alla stessa, poi a carabinieri e in seguito ai magistrati dei processi. Ma raccolte anche dallo stesso autore tra i superstiti o i loro famigliari ed eredi ancora in vita.

Famigliari ed eredi cui i vari processi non hanno dato reali soddisfazioni. Così è possibile notare che “Una larga parte della strage avviene nella tenuta dei Poggi Banchieri, e stermina le famiglie dei loro contadini, dei parenti e degli sfollati che vi hanno trovato ospitalità. All’edificio padronale si accede dalla via Francesca, è una grande villa con giardino, e una targa dice: «Villa Banchieri Castelmartini, restaurata con il contributo dello Stato»; è probabile che lo Stato abbia dato più per il restauro della villa che per il risarcimento alle famiglie delle vittime” (pag.24)

A riassumere le vicende giudiziarie inerenti l’eccidio, successive alla fine del conflitto, basterebbe il titolo di uno dei capitoli: Settant’anni e quattro processi. Giustizia no.
I primi tre processi sono militari, “nessuno può chiedere i risarcimenti e di responsabilità dello Stato tedesco non se ne parla neanche; le condanne sono miti o espiate solo in parte” (pag.266). Tutti e quattro i processi, comunque, riguardano soltanto i militari tedeschi, mentre per i fascisti prosegue l’impunità iniziata con l’amnistia Togliatti.

Non a caso però nel processo di Firenze del 1948 a carico di uno dei comandanti dei militari coinvolti nell’eccidio si invocano e si ottengono le attenuanti “per coloro che, pur non appartenendo alle forze armate italiane, hanno, nel corso di un’alleanza, versato il loro sangue in una guerra comune”. Insomma poiché prima dell’8 settembre 1943 i tedeschi erano alleati degli italiani, ciò che hanno compiuto dopo quella data a danno delle popolazioni italiane può essere ritenuto meno grave. “Il giudice relatore è Enrico Santacroce: diventerà procuratore generale militare, e il 14 gennaio 1960 firmerà la sconcia «provvisoria archiviazione degli atti», lucchetto dell’armadio della vergogna” (pag.272)

Soltanto nel 2006, con il processo per le stragi di Civitella, Cornia e San Pancrazio, arriverà una prima condanna della Germania a risarcire i danni causati ai cittadini italiani in quei drammatici eventi. Ma già “nel 2008 la Germania ricorre alla corte internazionale di giustizia dell’Aia, che dopo un lungo procedimento le dà ragione, a febbraio 2012, con una sentenza che fa notizia […] Comunque, ancor prima della pronuncia della corte internazionale, per il solo fatto che Berlino ha proposto ricorso, l’Italia penalizza gli interessi dei suoi cittadini con due leggi. Non negano il diritto al risarcimento né la responsabilità tedesca: si limitano a sospendere l’esecuzione. Con le dovute proporzioni, lo stesso effetto della mancata estradizione degli imputati: condanna sì, esecuzione no” (pag. 274) Cosa che il riconoscimento, dalla municipalità tedesca di Engelsbrand, a uno degli uomini che si macchiarono di una delle peggiori stragi naziste, quella di Marzabotto, sull’Appennino bolognese, fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, Wilhelm Kusterer oggi 94enne, non fa altro che confermare con l’aggravante dell’autentica beffa per il dolore di chi quella strage la subì.

Germania che sembra rivendicare, nonostante le prese di distanza della Cancelliera Merkel dall’ultimo fatto, una sua precisa continuità d’azione, come ben dimostrano gli stretti rapporti con il regime turco del presidente Erdogan che sembrano rinnovare i fasti dell’alleanza tra Impero Ottomano e Impero Guglielmino ai tempi del primo conflitto mondiale e della strage degli Armeni2 che servì da modello alla successiva “soluzione finale” per gli Ebrei dell’Europa Orientale occupata dalle truppe naziste.

Nel dicembre del 1942, Hitler aveva dichiarato. “A chi porta le armi deve essere assicurata assoluta copertura, affinché il povero diavolo non si debba chiedere se poi sarà ancora chiamato a rispondere delle sue azioni” (cit. pag.194) La decisione sembra funzionare ancora oggi, tanto che con il decreto del 10 febbraio scorso, secretato per motivi di sicurezza, i nostri militari di unità speciali, per missioni speciali decise e coordinate da Palazzo Chigi, avranno le garanzie funzionali degli 007 e, dunque, licenza di uccidere e impunità per eventuali reati commessi.

All’epoca la Germania massacrava non per difesa o per costruire fortificazioni, come si è sentito ripetere dai difensori degli imputati in tanti processi, “ma per il controllo del territorio, in funzione del saccheggio e della deportazione” (pag. 278), in funzione primariamente terroristica. Ma l’imperialismo non si può processare, così “la giustizia negata è una prosecuzione del crimine con altri mezzi” (pag.249)

padule 1 Il grande merito di Luca Baiada e del suo terribile e magnifico libro, è proprio quello di voler mantenere aperta la ferita, di non volerla lasciar richiudere facendo finta che suturarla sia l’unica cosa utile e saggia da fare; perché quella suturazione consisterebbe soltanto nel buttare altra terra sui cadaveri delle vittime, cancellandone la memoria e favorendo una presunta pacificazione che non c’è mai stata e mai potrà esserci. Perché il tempo dei “vinti” continuerà a scorrere diversamente da quello dei vincitori fino a quando sopravviveranno le differenze di classe.

Vittoria Tognozzi, un’altra testimone superstite, nel 1999 affermava: ”Dice bisogna scusare, dice chi ha fatto male, dice, bisogna. Perdonare, dissi io? Io non farei altro, se l’avessi davanti all’occhi, dissi io, l’ammazzerei, subito immediatamente” (pag.154). Ricordando, successivamente, la morte di Ugo Romani, ucciso il 6 luglio 1944 mentre cercava di difendere la sua famiglia dallo stupro e dall’omicidio che i tedeschi intendevano mettere in atto, ricorda “E allora lui l’ammazzò un tedesco, lo spezzò col pennato 3 e lo buttò nel pozzo nero. E lui lo ‘mpicconno in cima alle scale” . Il tedesco fu tagliato in due, racconta Vittoria allo stesso Baiada e sorride soddisfatta mostrando come l’arnese possa andare su e giù. Mentre alla domanda perché secondo lei non ci sia stata giustizia , risponde: “Perché non c’è sangue nelle vene degli italiani” (pag. 45)


  1. Si legga anche in proposito il saggio di Christopher R. Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e “soluzione finale” in Polonia, Einaudi 1999  

  2. Si veda La questione della complicità tedesca e Il genocidio armeno raffrontato all’Olocausto e ai processi di Norimberga in Vahakn N. Dadrian, Storia del genocidio armeno. Conflitti nazionali dai Balcani al Caucaso, Guerini e Associati 2003  

  3. roncola  

]]>