antagonismo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 26 Jul 2026 20:00:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 E’ uno sporco lavoro /4: Il primo vertice antiterrorismo internazionale – Roma 1898 https://www.carmillaonline.com/2025/11/19/e-uno-sporco-lavoro-4-il-primo-vertice-antiterrorismo-della-storia-e-la-continuita-repressiva-dello-stato-italiano-e-dei-suoi-molteplici-governi/ Wed, 19 Nov 2025 21:00:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91213 di Sandro Moiso

Giulio Saletti (a cura di), I verbali segreti della conferenza antianarchica. Il primo vertice internazionale contro il terrorismo (Roma, 1898), Edizioni Malamente, Urbino 2025, pp. 450, 25 euro

A ben guardare, lo spettro che si aggira per l’Europa a partire dalla fine del XIX secolo più che quello del comunismo è quello dell’anarchismo. Soprattutto nelle redazioni dei giornali, nelle veline delle questure, nelle inchieste dei servizi “segreti”, nell’immaginario politico e securitario prodotto dalla borghesia e dai suoi servitori in divisa o con la penna in mano (ieri) oppure seduti davanti ad una tastiera (oggi), ma forse ancora [...]]]> di Sandro Moiso

Giulio Saletti (a cura di), I verbali segreti della conferenza antianarchica. Il primo vertice internazionale contro il terrorismo (Roma, 1898), Edizioni Malamente, Urbino 2025, pp. 450, 25 euro

A ben guardare, lo spettro che si aggira per l’Europa a partire dalla fine del XIX secolo più che quello del comunismo è quello dell’anarchismo. Soprattutto nelle redazioni dei giornali, nelle veline delle questure, nelle inchieste dei servizi “segreti”, nell’immaginario politico e securitario prodotto dalla borghesia e dai suoi servitori in divisa o con la penna in mano (ieri) oppure seduti davanti ad una tastiera (oggi), ma forse ancora per poco considerato lo sviluppo quasi autonomo dei social e dell’AI.

A confermarcelo, con dovizia di documenti e dettagli, è il corposo volume edito da Malamente e curato da Giulio Saletti, giornalista, cronista, ghostwriter e portavoce di cariche istituzionali. Un testo in cui, per la prima volta in Italia, vengono riportati integralmente i documenti prodotti a seguito della «Conferenza internazionale per la difesa sociale contro gli anarchici», tenutasi a Roma dal 24 novembre al 21 dicembre 1898 a seguito dell’assassinio dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, avvenuto il 10 settembre di quello stesso anno a Ginevra.

Probabilmente, però, a preoccupare il governo italiano, promotore della conferenza, più che l’attentato alla principessa di Baviera “Sissi”, in seguito santificata e glorificata in una serie infinita di biografie romanzate, film e serie televisive, erano stati i moti e le insorgenze che da Bari a Foggia, dalla Puglia, dove sarebbe stato inviato il generale Pelloux che dopo la caduta del governo Rudinì nel giugno del 1898 fu incaricato dal re Umberto I di formare un gabinetto in cui assunse anche il dicastero dell’interno facendosi promotore della conferenza anti-anarchica, alla Sicilia e a Napoli, in occasione del 1° maggio 1898 avevano visto passare la popolazione meridionale dalla sollevazione alla rivolta. E poiché dappertutto le classi dominanti mostrarono di voler curare la fame con le fucilate, a partire dal 2 maggio la rivolta si era estesa alla Romagna, alle Marche, all’Emilia, alla Toscana e alle regioni industriali del nord1.

Proprio a Milano, dal 6 al 9 maggio, si ebbe la sollevazione più sanguinosa, durante la quale la classe operaia milanese fu presa a cannonate dal generale Bava Beccaris, dando vita ad un periodo di repressione che permise al governo di mettere fuori legge il Partito Socialista, costituitosi a Genova nel 1892, ma che allo stesso tempo diede inizio ad un nuovo periodo di attentati di cui la vittima più illustre sarebbe stato proprio il re d’Italia Umberto I, caduto sotto i colpi di pistola di Gaetano Bresci a Monza, il 20 luglio del 1900.

E’ in questo contesto, quindi, che va collocata una conferenza che avrebbe costituito il primo esempio di vertice antiterrorismo a livello europeo e che, anche se destinata a dare scarsi risultati immediati, avrebbe contribuito, come afferma il curatore, alla «conversione marcatamente politica dell’ordine pubblico in ordine “governativo o di maggioranza”, che è passaggio non trascurabile nel processo generale di State building e di organizzazione degli spazi di rappresentanza e partecipazione alla vita pubblica»2.

Un evento spesso trascurato dalla storiografia italiana, anche da quella che si è occupata del movimento operaio e delle sue lotte, ma che obbliga a riflettere su una serie di nodi ancora tutti da sciogliere nell’ambito della storiografia dei movimenti di classe e delle contromisure messe in atto nei loro confronti dallo Stato e dai suoi rappresentanti istituzionali e militari.

Uno dei motivi di tale trascuratezza, se non addirittura di disinteresse, nei confronti di un evento destinato a rifondare l’immaginario politico del ‘900, non solo italiano, va rintracciato, secondo Saletti, in una certa abitudine ad una «velata resistenza culturale a riconoscere ruolo e specificità dell’anarchismo nella genesi e nello sviluppo dei movimenti di massa e dell’antagonismo di classe tardo-ottocentesco»3, che ha fatto sì che gli studi sull’anarchismo scontino ancora una certa marginalità all’interno dello studio dei movimenti socialisti ed operai europei, nonostante la ripresa dell’interesse nei suoi confronti sviluppatosi nel corso degli ultimi decenni.

Una rimozione e sottovalutazione che se giustificata dal punto di vista “borghese” e istituzionale, non può esserlo altrettanto quando ad occuparsi della storia delle esperienze di lotta, insorgenza e organizzazione proletaria siano studiosi di formazione socialista o marxista. Eppure, eppure… proprio quest’ultima osservazione ci permette di sviluppare alcune considerazioni che, pur travalicando i limiti specifici dello studio di Saletti e dei documenti annessi, possono essere d’aiuto per una nuova storiografia dei movimenti di classe in tutte le loro manifestazioni.

Manifestazioni spesso disordinate, disorganizzate, violente, improvvisate ma sempre originate da un radicale rifiuto delle condizioni di esistenza proposte dal modo di produzione capitalistico, dalle sue leggi di mercato e dai suoi istituti proprietari e finanziari, contro cui le moltitudini dei diseredati sembrano battersi fin dall’avvento della società mercantile a cavallo tra XIII e XIV secolo, se non già da prima per il tramite delle prime eresie medievali.

Il termine eresia deve, però, essere inteso al di là dello specifico contesto religioso per trascendere, come suggeriva lo scomparso Emilio Quadrelli, l’intero pensiero politico, anche nelle sue manifestazioni classiste e antagoniste4. Considerato che, affinché possa esistere un’eresia, deve per forza sussistere anche un’ortodossia che possa essere trascesa e criticata.

In questo caso la netta separazione tra storia dell’anarchismo e del movimento operaio socialista risponde ad una necessità tutta di ordine ideologico, messa in campo sia da una che dall’altra parte fin dai tempi di Marx e Bakunin, che vede però, proprio nella componente marxista e socialista, una consistente resistenza ad accettare il movimento anarchico come parte integrante del movimento storico per il ribaltamento dell’ordine sociale dettato dagli interessi d’impresa e del capitale.

Per questo motivo si rende sempre più necessario, almeno dal punto di vista storiografico, il superamento di un’impasse che da troppo tempo limita e divide in comparti stagni la comprensione di movimenti che hanno comportamenti e radici materiali comuni. E che nella spontaneità delle insorgenze e nella loro rapida caducità hanno un comune denominatore.

Spontaneità o spontaneismo di cui l’interpretazione anarchica delle contraddizioni sociali e della loro risoluzione radicale sembra fare il vettore principale di, quasi, ogni iniziativa politica e organizzativa. Caducità che spinge, dal lato del marxismo o del socialismo ortodosso, alla ricerca di formule organizzative (partito, cellule, centralizzazione direttiva) capaci di impedire lo sfaldamento delle esperienze, sia dopo la loro riuscita che a seguito di una sconfitta.

Due interpretazioni dello scontro e delle sue forme che spesso non possono fare altro che ostacolarsi l’una con l’altra. Soprattutto da parte di quelle interpretazioni marxiste più rigide che pur di salvaguardare organizzazione e prospettive politiche definite in linea teorica “una volta per tutte”, rinunciano a partecipare allo scontro e alle sue manifestazioni concrete, adducendo problemi di “arretratezza” sociale oppure di inadeguatezza politica, giungendo troppo spesso a tacciarle di avventurismo se non addirittura accusarle di esser null’altro che il prodotto di agenti provocatori.

Una storia rintracciabile, almeno qui in Italia, nell’atteggiamento di Turati nei confronti della Settimana rossa del 1914, quando sull’alba del primo conflitto imperialista le manifestazioni antimilitariste furono violentemente represse a partire da Ancona oppure nelle riserve che lo stesso Partito socialista ebbe nei confronti ancora dell’insurrezione torinese del 1917 o nell’abbandono a se stessi dei manifestanti proprio in occasione delle giornate del maggio 1898 a Milano5.

Anche il Partito comunista italiano, il PCI, prima adeguandosi al volere del Comintern e del Cominform e in seguito memore dall’atteggiamento staliniano nei confronti di ogni opposizione alle direttive di partito, non esitò mai, fino alla fine dei suoi giorni, nel condannare qualsiasi iniziativa spontanea della classe nei confronti del comando capitalista. Fascisti, provocatori e traditori, a seconda dei periodi, furono sempre definiti i giovani, gli operai, le donne che dal secondo dopoguerra in poi, passando per piazza Statuto a Torino nel luglio del 1962 fino alle lotte autonome degli anni Settanta insorsero spontaneamente e, spesso, violentemente contro la dittatura del lavoro salariato.

Questo, però, non poteva far altro che avvantaggiare il nemico di classe nella sua azione sia divisa che repressiva nei confronti della classe operaia o degli strati sociali marginali della società, nei confronti dei quali la definizione spesso utilizzata di lumpenproletariato, più che attenersi a quella marxiana di proletariato marginale oppure momentaneamente escluso dal lavoro, si trasformò in autentico stigma, tradotto come sottoproletariato ovvero la classe più degradata, non solo dal punto di vista economico ma anche, e forse soprattutto, morale, priva di alcuna forma di coscienza di classe, o almeno di ciò che il partito ritiene tale, e non organizzata nei sindacati ufficiali.

Una classe, secondo questa diminutiva e offensiva interpretazione del termine, i cui componenti oltre ad essere accusati di trarre il loro reddito da occupazioni vicine all’illegalità (furto, prostituzione, imbrogli di vario genere), proprio per la loro miseria culturale e politica potrebbero facilmente essere preda delle idee più retrograde e reazionarie.

Però, pur essendo vero che porzioni immiserite della società e della classe lavoratrice esclusa dal lavoro possono esser facilmente preda delle rivendicazioni reazionarie e fasciste, è altresì vero che anche porzioni significative di classe operaia, quella un tempo definibile come aristocrazia operaia e oggi inquadrata nel cosiddetto ceto medio produttivo, hanno spesso aderito e ancora aderiscono a tali rivendicazioni di stampo razzista, nazionalista e sessista. Come l’elettorato di Trump può ben dimostrare oggi.

Tutti fattori che nella criminalizzazione di ogni dissenso, non allineato con il discorso ordinativo di carattere socialista e socialdemocratico un tempo e liberal-democratico oggi, trovano lo strumento ideologico più adatto sia per il controllo sociale da parte dello Stato che di quello politico e sindacale da parte di tutti quei partiti, istituzionali e non, che della conservazione o della riforma dell’esistente in nome del progresso hanno fatto il loro, anche se spesso non dichiarato, fine ultimo.

Ma per tornare ai tempi di cui tratta la ricerca di Saletti, occorre ricordare come, almeno per l’Italia, fu lo stesso Engels, in qualità di segretario per l’Italia dell’Alleanza internazionale dei lavoratori, a tracciare una linea distintiva tra socialisti e rivoluzionari autentici, ovvero coloro che aderivano alle idee e ai programmi del socialismo cosiddetto poi autoritario e coloro che, aderendo ancora all’Internazionale bakuninista o antiautoritaria, tradivano la causa del proletariato e della sua emancipazione. Un giudizio spesso greve che allontanò dal socialismo marxiano Carlo Cafiero, che pur era stato il primo a divulgare in Italia un compendio del Capitale di Karl Marx da lui stesso tradotto, per trasformarlo sostanzialmente in uno dei primi e più importanti esponenti dall’anarchismo italiano.

Un giudizio negativo espresso da Engels, soprattutto sul socialismo meridionale6 che sembrava dimenticare che non solo a Napoli, il 31 gennaio 1869, era stata fondata da una società operaia partenopea, la Società operaia di Napoli come fu in seguito designata, la prima sezione italiana dell’Internazionale «che aderì pienamente agli statuti dell’Associazione e si costituì in Comitato centrale per tutta l’Italia»7, ma anche che proprio nella parte meridionale del Regno d’Italia per dieci anni si era svolta quella che in tempi recenti lo storico Gianni Oliva ha definito la Prima guerra civile italiana, ovvero quella che per decenni, se non per più di secolo, è stata troppo spesso, superficialmente oppure opportunisticamente, accomunata al brigantaggio8.

E qui, per ricollegare il tutto al tema del testo edito da Malamente, va ricordato che la resistenza contadina e sociale del Sud, pur con tutte le sue inevitabili contraddizioni, aveva anche rappresentato la prima guerra civile “europea” dopo la fine della Restaurazione, prima ancora della Comune di Parigi che si sarebbe rivoltata contro lo stato francese e Napoleone III soltanto nel 1871. Una guerra civile, quella nel Sud dell’Italia, che aveva anche richiesto da parte dello stato unitario l’emanazione di una prima legge speciale, la legge Pica del 1863, che di fatto per la prima volta definiva una legislazione eccezionale destinata a contenere, reprimere e punire pesantemente i disordino sociali e i loro protagonisti.

Una legge, che nell’iniziale fase di stesura, nell’ambito dei provvedimenti eccezionali da prendere prevedeva la deportazione dei condannati per i fatti di resistenza che avevano iniziato manifestarsi fin dal 1861, e di cui la rivolta di Bronte dell’agosto 1860 in Sicilia, aveva già rappresentato un significativo esempio.

Sin dall’inizio della campagna di Vittorio Emanuele II nel Sud, il governo di Torino ha trasferito i soldati borbonici prigionieri di guerra nelle isole del Tirreno o in zone remote dell’Italia settentrionale, e a mano a mano ha affiancato loro gli «sbandati» e i «camorristi». Nel 1861 il governo Ricasoli ha cominciato a pensare ad un progetto organico di deportazione di «briganti e manutengoli» in luoghi lontani dall’Italia, sull’esempio di quanto ha sempre fatto la Francia nella Guyana e in Madagascar; il successivo governo Rattazzi ha proseguito su quella strada, facendo sondaggi con i diplomatici portoghesi sulla possibilità di impiantare stabilimenti penali in Mozambico o nelle colonie portoghesi del Pacifico (Timor, Macao, Goa) e ha cercato di definire forme di compartecipazione italiana alla sovranità su territori non ancora completamente assoggettati da Lisbona; appena insediato, il governo Minghetti ha apprestato una fregata della Regia marina destinata a partire per i mari dell’Australia e studiare la praticabilità degli stabilimenti di deportazione, ma ha dovuto fermarsi per l’intervento di Napoleone III e dell’Inghilterra, preoccupati che l’istituzione di colonie penali fosse la copertura di un’ambizione espansionistica dell’Italia 9.

Cosa di cui questi ultimi due governi si intendevano assai, considerate sia la deportazione in Algeria dei rivoltosi del 1848 francese, proprio da parte di Napoleone III, che quella dei sottoproletari, ribelli irlandesi e donne di “malaffare” portate avanti dal Regno Unito verso l’Australia a partire dal progetto di colonizzazione inglese di quel continente iniziato nel 178710. Elemento che obbliga ancora una volta a riflettere come nei progetti legislativi e repressivi dei governi statali moderni repressione del dissenso, rimozione degli indesiderati e colonialismo siano portati costantemente avanti in parallelo. Fino agli attuali centri di detenzione per immigrati in Albania previsti dall’attuale governo Meloni che oltre ad allontanare gli stranieri indesiderati dal territorio nazionale rilancia virtualmente anche il progetto, in auge fin dalla Prima guerra mondiale e mai abbandonato del tutto, di controllare l’altra sponda del mare Adriatico proprio là dove questo si restringe maggiormente. Senza dimenticare come la legislazione anti-mafia sia sempre stata utilizzata anche al di fuori dei suoi presunti confini per colpire la dissidenza politica, con l’uso dell’articolo 41bis oppure, come si è tentato recentemente a Torino, di dichiarare comportamento mafioso il saluto portato da un corteo di militanti Pro-Pal ad una compagna detenuta agli arresti domiciliari (qui).

Queste le radici su cui poggiava i piedi la convocazione del primo congresso internazionale contro il terrorismo “anarchico” in uno Stato che della repressione popolare e della dissidenza armata aveva già fatto lunga esperienza, sia politico-legale che penale e militare, e a cui la ricca e dettagliata documentazione compresa nel saggio di Giuio Saletti porta un più che significativo contributo per la comprensione non soltanto della repressione della dissidenza anarchica e classista in tutte le sue forme politiche e organizzative, ma anche dei successivi passi intrapresi in direzione della repressione delle lotte sociali durante tutta la storia dello stato italiano fin dalla sua fondazione, passando per le leggi speciali del Fascismo e quelle antiterrorismo della prima repubblica insieme all’uso del 41bis, fino all’attualità politico-governativa odierna. Che con la Legge 9/6/2025 n.80, meglio nota come Decreto sicurezza, non ha fatto altro che continuare una tradizione repressiva che ha preceduto ed è continuata ben oltre il Fascismo storico.

Una continuità della percezione del pericolo, per l’ordine borghese, rappresentato dall’anarchismo e dalla lotta di classe che farà sì che intorno allo stesso o a ciò che si intende per esso, fin dal congresso del dicembre 1898, si vada:

concentrando, ritagliando e raffinando una ‘giurisdizione penale del nemico’ attraverso l’invenzione del delitto sociale (in realtà coincidente con il “delitto anarchico”) quale stabile e organico stato di eccezione che ingloba e va oltre il ‘duplice livello di legalità’– norme del fatto e della colpevolezza/norme del sospetto e della pericolosità – alla base degli ordinamenti penali sul finire del diciannovesimo secolo.
In questo quadro la conferenza di palazzo Corsini, generando una koinè giuridica continentale attraverso la certificazione dell’impoliticità del delitto anarchico, è appunto il tentativo, in una prospettiva nitida (seppure ancora ideale) di ‘universalismo penale’, di imporre su scala europea strumenti normativi e repressivi omogenei e comuni e istituzionalizzare una prima forma di cooperazione tra le polizie contro una minaccia percepita e pervicacemente agitata dalla borghesia d’ordine come il tangibile “danger international permanent” di quegli anni.
[Cosicché] Nel corso della seconda seduta plenaria all’unanimità passa la proposizione di principio, suggerita dall’ambasciatore russo, che «l’anarchisme n’a rien de commun avec la politique» e che pertanto non sarebbe stato trattato, in sede di conferenza, come una dottrina politica. Una decisione in qualche modo scontata, e tuttavia giuridicamente incisiva perché imprime esiti obbligati alla discussione decretando da subito che quello anarchico è delitto impolitico, assimilabile al reato comune e in quanto tale sottratto al favor rei (specie per ciò che riguarda il divieto di estradizione) riconosciuto dagli ordinamenti liberali ai reati politici. E dunque, quando a metà dicembre in seno alla sottocommissione si affronterà l’argomento, sarà agevole stabilire che l’atto anarchico sarebbe stato passibile d’estradizione se giudicato reato nel paese richiedente e in quello richiesto; che estradabili sarebbero stati anche i reati ‘satellite’ (quali la preparazione dell’atto anarchico e la fabbricazione di esplosivi, l’associazione organizzata, l’istigazione e l’apologia dell’atto anarchico); e che l’atto anarchico, per l’appunto, non sarebbe stato considerato delitto politico ai fini dell’estradizione11.

La conferenza di Roma sembra così porre le basi, almeno dal punto di vista teorico, di tutta la giurisdizione penale d’eccezione a livello internazionale fino ai nostri giorni e se precedentemente si è parlato della netta separazione avvenuta tra socialismo e anarchismo occorre qui ricordare che era di pochi anni prima la pubblicazione da parte del socialista positivista Cesare Lombroso del testo Gli anarchici (1894), in cui dall’iniziale collegamento tra dati antropometrici e pulsione alla violenza dei criminali comuni lo studioso aveva tratto indicazioni per studiare gli stessi effetti sui comportamenti dei militanti anarchici12. Contribuendo, anche solo indirettamente, a far sì che:

Il terreno sul quale la conferenza raggiunge intese significative è comunque quello delle misure amministrative e dell’attività di polizia, sul piano ad esempio del metodo antropometrico di identificazione dei criminali, al punto che si ritiene – non senza fondamento – che l’International Criminal Police Organization (ossia l’Interpol) «in several ways can be considered a descendant or at least a step-child of the Rome Conference». Su iniziativa tedesca, i delegati approveranno all’unanimità la proposta di istituire in ogni paese una ‘agenzia centrale’ alla quale affidare il compito di controllare in segreto gli anarchici agevolando lo scambio diretto di segnalazioni e informazioni13.

E anche se il testo finale della conferenza fu approvato ad referendum escludendo così impegni vincolanti per gli stati che vi avevano preso parte lasciando alla valutazione discrezionale di ciascun governo se e a quali proposte dare attuazione, la cosa non avrebbe impedito all’ammiraglio Canevaro di affermare, nel congedare i delegati: «Che anche se tutti gli scopi che alcuni di noi si erano prefissi non sono stati pienamente raggiunti, possiamo tuttavia ritenere che i nostri coscienziosi sforzi per il raggiungimento di un più adeguato ordinamento giuridico sono lontani dall’esser rimasti sterili»14,


  1. Per il clima politico generale in cui si svolse la conferenza si veda: U. Levra, Il colpo di stato della borghesia. La crisi politica di fine secolo in Italia 1896/1900, Feltrinelli, Milano 1977.  

  2. G. Saletti, Gli anarchici, la conferenza di Roma e il delitto sociale, introduzione a I verbali segreti della conferenza antianarchica. Il primo vertice internazionale contro il terrorismo (Roma, 1898), Edizioni Malamente, Urbino 2025, p. 17.  

  3. Ivi, p. 17.  

  4. Si veda in proposito: E. Quadrelli, György Lukács, un’eresia ortodossa introduzione a G. Lukács, Lenin, DeriveApprodi, Bologna 2025.  

  5. Come possiamo ricostruire a partire da una testimonianza inaspettata, quella di Camillo Olivetti, futuro fondatore dell’omonima industria eporediese, in una lettera alla moglie Luisa Revel di qualche anno successiva ai fatti: «Nel maggio ’98 andai a Milano con la ferma intenzione di prendere parte ad una rivoluzione. Stando a Ivrea avevo preveduto, molto meglio che gli uomini che eran sul sito, che qualche cosa doveva succedere. Io credevo che Turati, Rondoni e tanti altri, che per così dire eran a capo del partito, avrebbero saputo condurre le masse e instaurare un nuovo regime. […] A Milano non accadde nulla di quanto io prevedevo, almeno per parte dei capi che non capirono nulla e non seppero né frenare né comandare il movimento. Il risultato furono 500 ammazzati e migliaia di anni di galera distribuiti. Quella volta io la scampai bella! Visto che a Milano non vi era nulla da fare, me ne andai a Torino, ed ero tanto esaltato in quei giorni che se avessi potuto trovare un duecento uomini ben armati avrei cercato di suscitare una rivoluzione […] Dopo questa disillusione a poco a poco mi ritirai dalla vita politica» (C. Olivetti, Lettere Americane, Fondazione Adriano Olivetti, 1999).  

  6. Si veda in proposito: P. C. Masini, Eresie dell’Ottocento. Alle sorgenti laiche , umaniste e libertarie della democrazia italiana, Editoriale Nuova, Milano 1978.  

  7. G. de Martino, V. Simeoli, La polveriera d’Italia. Le origini del socialismo anarchico nel Regno di Napoli (1799-1877), Liguori editore, Napoli 2004, p.131.  

  8. G. Oliva, La prima guerra civile. Rivolte e repressioni nel Mezzogiorno dopo l’Unità, Mondadori Libri S.p.a., Milano 20255.  

  9. G. Oliva, La prima guerra civile, Mondadori, Milano 2025, pp. 33-34.  

  10. Si veda in proposito: R. Hughes, La riva fatale. L’epopea della fondazione dell’Australia, Adelphi Edizioni, Milano 1990.  

  11. G. Saletti, op.cit., pp.18-24.  

  12. Si veda in proposito: M. Bucciantini, Addio Lugano bella. Storie di ribelli, anarchici e lombrosiani, Giulio Einaudi Editore, Torino 2020.  

  13. G. Saletti, op. cit., p.25.  

  14. Cit. in G. Saletti, op. cit., p. 27 – traduzione a cura del recensore.  

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Scolpire il tempo, seminare il vento, creare antagonismo https://www.carmillaonline.com/2025/10/06/scolpire-il-tempo-seminare-il-vento-creare-antagonismo/ Mon, 06 Oct 2025 20:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90254 di Paolo Lago e Gioacchino Toni

Siamo la natura che si ribella!, ammonisce con efficace sintesi uno striscione no-tav esprimendo un radicale antagonismo nei confronti del mortifero sfruttamento capitalista patito dall’essere umano e dalla natura, di cui è parte. Nella Carta di intenti stesa dal Comitato No-Tav di Torino al momento della sua fondazione in apertura di millennio è scritto: «Siamo persone ed associazioni della società civile che credono sia possibile un mondo diverso, più giusto e responsabile dell’attuale, e che lottano per realizzarlo. Apparteniamo, di fatto, a quel 20% dell’umanità che pratica uno stile di vita insostenibile per [...]]]> di Paolo Lago e Gioacchino Toni

Siamo la natura che si ribella!, ammonisce con efficace sintesi uno striscione no-tav esprimendo un radicale antagonismo nei confronti del mortifero sfruttamento capitalista patito dall’essere umano e dalla natura, di cui è parte. Nella Carta di intenti stesa dal Comitato No-Tav di Torino al momento della sua fondazione in apertura di millennio è scritto: «Siamo persone ed associazioni della società civile che credono sia possibile un mondo diverso, più giusto e responsabile dell’attuale, e che lottano per realizzarlo. Apparteniamo, di fatto, a quel 20% dell’umanità che pratica uno stile di vita insostenibile per il pianeta, ma vogliamo metterlo in discussione perché pregiudica i diritti del restante 80%, delle future generazioni, delle altre specie viventi sulla Terra. Non vogliamo un futuro ricco di beni di consumo […] carico di paure e di angosce in uno stato di guerra permanente: perciò ci battiamo, in modo pacifico ma determinato, contro il modello neoliberista che in nome degli interessi economici di un’esigua minoranza rappresentata dai poteri forti sfrutta le persone e la natura, assoggetta le istituzioni e la politica cancellando progressivamente diritti, democrazia e pace». Comitato No-Tav di Torino, 13 Dicembre 2002.

Passato in sordina dalle sale cinematografiche, ma fortunatamente ancora visibile su RaiPlay, il film Semina il vento (2020) diretto da Danilo Caputo, autore della sceneggiatura insieme a Milena Magnani, ambientato nel tarantino, è attraversato dal medesimo spirito che anima le comunità montane piemontesi in lotta da decenni.

Il film, girato tra San Marzano di San Giuseppe, Grottaglie, Monteiasi, Statte e Monteparano, prende il via con il ritorno a casa dai genitori, nelle campagne del tarantino, di Nica (Yile Vianello), una giovane studentessa di agronomia. Le sequenze d’apertura del film la mostrano taciturna, chiusa nei suoi pensieri, introversa, restia anche solo a scambiare qualche frase di circostanza con chi le sta dando un passaggio in auto nel viaggio verso il paese natale; giusto qualche parola espressa controvoglia al cellulare con un interlocutore, di cui non ci è dato a sapere alcunché, che invita a far pulizia delle sue cose e “gettare tutto” prima di eliminare la sim dell’apparecchio, a sancire la chiusura di un capitolo della sua vita.

Il film di Caputo è la storia di un ritorno, un “nostos” dalle connotazioni regressive verso il proprio paese natale, saturo dei fantasmi del passato, sempre pronti ad aggredire. Come la Sandra di Vaghe stelle dell’orsa (1965) di Luchino Visconti, Nica torna verso il proprio passato, verso gli angusti spazi della provincia solitaria e silenziosa. Se nel film di Visconti incontriamo Volterra, città dalle parvenze spettrali e intrise di un ambiguo e sfarzoso passato, nel film di Caputo è la provincia di Taranto ad accogliere la protagonista e ad avvolgerla del suo tetro dolore. Un dolore fatto di sfruttamento del territorio da parte di un sistema che costruisce stabilimenti industriali deturpando il territorio e legando gli abitanti del luogo ad un lavoro sempre più abbrutente ed alienato.

Se nel passato gli abitanti potevano vivere dei prodotti che quello stesso territorio offriva, l’industria li lega, come in un carcere, ad un’altra forma violenta di lavoro. Lo dice la stessa Nica nel film: adesso la gente preferisce morire di tumore piuttosto che morire di fame. Infatti, in diversi momenti del film vediamo stagliarsi le industrie con le loro ciminiere dalle quali vengono continuamente emessi dei fumi tossici: ormai, il paesaggio arcaico è irrimediabilmente devastato. Vediamo le due facce di una stessa medaglia: le ciminiere e le industrie, gli oliveti e il mare; sono le due facce della terribile medaglia della contemporaneità industriale e postindustriale.

Quegli oliveti non sono più ‘sacri’ e quelle campagne non sono più ataviche ed arcaiche, legate ad una ritualità perduta fuori della storia perché ormai sono imbruttite per sempre dall’inquinamento e dai rifiuti tossici; quel mare non è più quello appartenente al mito e al mondo preindustriale: lo vediamo incresparsi e brillare al sole ma sullo sfondo compaiono perennemente le ciminiere e le industrie che lo feriscono nel profondo come le coste fra Lazio e Toscana, deturpate da siti industriali, che vediamo ne La chimera (2023) di Alice Rohrwacher, ambientato negli anni Ottanta1.

Quegli anni sono passati come una lama affilata che ha deturpato luoghi e coscienze per lasciare spazio ai Novanta, altrettanto devastanti; il nuovo millennio è corso lungo quella stessa scia e ha buttato giù le ultime macerie rimaste di un passato ormai definitivamente cancellato. Ha lasciato in piedi mefitici mostri industriali mentre le coscienze, impaurite e inquinate esse stesse da sempre nuove emergenze, si sono rapprese in simulacri digitali che vorrebbero rappresentare la vita reale. Nell’epoca dei droni e dello sterminio degli innocenti, dei social e dei meme, la realtà là fuori è sempre più squallida e brutale: restano quelle mostruose cattedrali nel deserto, fabbriche e industrie, e gli ultimi alberi da abbattere in nome del profitto. E, fuori dal mondo virtuale nel quale sembrano ormai immerse, le persone continuano a respirare aria inquinata e malata.

Nica si fa lasciare dall’uomo che le offre un passaggio nei pressi di un grande impianto industriale che si erge come una vetusta cattedrale di cemento e metallo tra le sterpaglie di un deserto rurale arso dal sole che, soltanto qualche decennio prima, insieme al lavoro ha portato inquinamento e dissoluzione ad una comunità già decimata dalle partenze verso il Nord dei più giovani in cerca di sostentamento più che di fortuna.

Raggiunta dal padre che la conduce a casa, Nica ritrova la madre ridotta a starsene costantemente a letto, più che per il mal di testa che la affligge, per lo stato di depressione che la attanaglia derivato dal veder svanire la speranza di poter aprire un negozio, e con essa dei suoi sogni di una vita nuovamente attiva.

Lo stato in cui versa la donna manifesta la situazione di sospensione, di mancanza di futuro che investe l’intera comunità locale alle prese con la malattia degli ulivi secolari che avevano contribuito a dare sostentamento alle generazioni precedenti.

I pidocchi che rendono improduttivi gli alberi sembrano rappresentare gli effetti maligni dello sfruttamento capitalista sulla natura e con essa di un’antica civiltà rurale. È come se gli ulivi, ammalandosi, finissero per sottrarsi alla loro naturale produzione di frutti, così come la donna, disillusa, si ritira dalla vita attiva.

Tradito dalle lusinghe industriali, che ora si risolvono in licenziamenti e disoccupazione, e dalla natura maltrattata che reagisce negando i suoi frutti, il paese è condannato a uno stato di immobilità, di impotenza e, terminati i quattro soldi del licenziamento, i suoi abitanti si ritrovano ad auspicare il via libera all’abbattimento degli ulivi per poter incassare qualche soldo nella consapevolezza che si tratta di una soluzione che risponde a esigenze immediate, ma incapace di offrire loro un futuro. È insomma una comunità che, non vedendo sbocchi possibili, si limita a prolungare la propria agonia consapevole che si sta lasciando morire.

È in tale contesto che fa ritorno la giovane, a sua volta disillusa dalla vita condotta fino ad allora in città, ma che, a differenza degli altri paesani, pur nella sua riservatezza e apparente fragilità, riesce a trovare la forza e la determinazione di agire, di prospettare un futuro per la famiglia, per la comunità e per gli ulivi.

La ragazza, che pure cerca di ridare un futuro all’universo rurale da cui proviene attraverso risposte scientifiche alla malattia degli alberi, non rifiuta il mondo arcaico, con le sue ataviche credenze e superstizioni. Per certi versi sembra opporre al nefasto presente, frutto del passato più recente, un futuro capace di riannodare i fili con il passato più lontano: a dover essere estirpati non sono gli ulivi secolari, ma quella malamodernizzazione che con le sue industrie, con le sue false promesse derivate da una logica capace solo di guardare all’immediato, ha condotto a un presente catatonico e avvelenato privo di futuro.

Nica e la sua amica Paola, nell’auto ferma davanti al mare, ascoltano la musica ed una delle due si fuma una canna, figlie ribelli di un territorio devastato, tenaci piratesse del sud perdute nell’abbandono e nella solitudine. Se Nica vuole portare avanti la tradizione del suo paese appresa dalla nonna, Paola sta incidendo un disco in dialetto grico, in modo così da recuperare l’antica cultura della propria terra. Ma si tratta, ormai, come già notato, di una terra preda di una devastazione totale e gli esseri umani ne sono vittime allo stesso modo delle piante.

Nica e Paola, come le piante, vivono nel tempo perché possiedono la memoria del passato: è interessante ricordare qui quanto scrive Andrej Tarkovskij nel suo saggio teorico dal titolo Scolpire il tempo: «Il tempo e la memoria sono fusi l’uno nell’altra, sono due facce della stessa medaglia […] Un uomo privo della memoria è in balia di un’esistenza illusoria: fuori dal tempo non è più capace di conservare il suo legame con la realtà esterna, e quindi è condannato alla follia»2.

Nica e Paola sono capaci di ricordare, esercitano la memoria come un’arte. Anche le piante sono le testimoni silenziose della memoria: nelle prime inquadrature le vediamo apparire a tratti nel buio, illuminate dai fari dell’auto sulla quale si trova Nica che sta tornando a casa. Altre volte, nel corso del film, le piante in generale e gli ulivi in particolare sono oggetto di vellutati movimenti di macchina che le mostrano imponenti e silenziose come se fossero delle antiche, terribili divinità.

Possono venire in mente, a questo proposito, le Furie rappresentate da Pier Paolo Pasolini, negli Appunti per un’Orestiade africana (1970), sotto le vesti di enormi alberi perduti nella savana. Le piante, nel film, oltre che divinità, appaiono come veri e propri esseri viventi dotati di corpo che, come gli umani, si ammalano e guariscono. In un componimento appartenente alla bella raccolta di poesie di Francesca Fiorentin, intitolata Piante vs umani e uscita recentemente (non a caso per l’editore salentino “Terra d’ulivi”), protagonista è proprio un ulivo che – afferma l’autrice – come un essere umano “vivo” è capace di sogni («Mi sono addormentata sotto un ulivo / come sopra un vivo / una bolla includeva / me e lui – sognammo – i suoi rizomi che vanno nel profondo / senza una legge biochimica / vanno come i sogni»3 ).

In un’altra sequenza vediamo sempre Paola, insieme ad un altro giovane, impegnata nella ripresa di un filmato nel quale entrambi, vestiti di una tuta rossa, si muovono in modo meccanico e robotico. Sull’inquadratura ‘robotizzata’ dal movimento dei personaggi si staglia l’entrata in campo di Nica che, letteralmente, ‘entra’ dentro di essa muovendosi rapidamente e in modo fluttuante. La sua andatura, fisica e corporea, entra in contrasto con il movimento meccanizzato degli altri personaggi (emblema forse dell’esistenza scontata degli individui ormai rassegnati a vivere in un territorio inquinato e tossico, preda di un sistema delinquenziale e malato?) e prelude essa stessa a una via di fuga e di rifiuto di quel mondo: la giovane, infatti, dopo aver lambito il percorso meccanico degli altri due, si allontana uscendo dal campo.

Individuato un insetto antagonista ai parassiti che avvelenano gli ulivi, la giovane agronoma si prodiga affinché questo prosperi e si riproduca così da contrastare l’agente che li ha resi incapaci di dare frutti. Ben presto Nica scopre di dover ampliare la battaglia che sta conducendo con caparbietà contrastando, oltre i pidocchi, i versamenti di veleni prelevati da un’industria vicina con cui gli abitanti del paese, tra cui lo stesso padre, tentano di accelerare l’abbattimento degli alberi ormai vissuti come impaccio da cui liberarsi in cambio di qualche soldo con cui tirare avanti ancora qualche tempo.

Ecco allora che gli insetti antagonisti ai pidocchi degli ulivi che la ragazza individua e fa moltiplicare assumono anche una connotazione metaforica alludendo alla necessità di individuare e organizzare antagonismo sociale contro un altro tipo di parassiti che risponde a logiche mortifere, di avvelenamento, di sfruttamento e assorbimento della vitalità degli individui e delle terre, al solo scopo di ottenere un profitto immediato come se non vi fosse un domani.

A essere messa sotto accusa dal film è allora quella logica capitalista che, soprattutto nella sua fase industriale, ha espropriato l’essere umano dal suo legame con la natura, ha trasformato entrambi in cave da cui estrarre profitto per poi abbandonarli una volta spremuti e prosciugati di ogni energia vitale.

Il film sembra suggerire che l’antagonismo alla stato di cose presenti, derivato da quella incontrollata accelerazione industriale che si è rivelata mortifera, dovrebbe saper coniugare logica razionale e tradizioni antiche, le conoscenze scientifiche di cui si dispone – che sono altro rispetto alla tecnoscienza capitalista – e, perché no, le tracce di quelle credenze ancestrali sprezzantemente soffocate in nome di un progresso basato sul solo presente, incurante com’è del passato e del futuro.

Ecco allora che parallelamente al tradizionale falò di buon auspicio che, con il suo simbolico spazzare via di ogni negatività, derivato da pratiche ancestrali, accompagna la festa del Santo del paese, la protagonista decide di affiancarne un nuovo, di lotta, incendiando uno degli escavatori impegnati nell’eliminazione dei secolari ulivi che si sottraggono dalla loro naturale collaborazione con gli umani.

Non c’è bisogno di eroi dalla muscolatura erculea, né di vendicatori mascherati che si ergono a portavoce di chi non li ha nominati; ad appiccare il fuoco può essere una giovane e introversa ragazza dall’aspetto minuto e inoffensivo ma dotata di una risolutezza e di una costanza cui, spesso, solo le donne sono capaci.

Nica è caparbia, tenace e il suo volto e la sua acconciatura la fanno assomigliare alla Giovanna d’Arco cinematografica interpretata da Renée Falconetti in La passione di Giovanna d’Arco (La passion de Jeanne d’Arc, 1928) di Carl Theodor Dreyer: un’eroina quasi mitica decisa a condurre fino in fondo la sua battaglia. E, a finire sul rogo in questo caso non sarà lei ma la ruspa che devasta gli ulivi in nome del profitto: Nica non esiterà, come già osservato, in un estremo gesto di ribellione, a incendiare quello strumento di morte, servo della crudele meccanica del capitale.

Se nella poesia di Pasolini dal titolo Il pianto della scavatrice (1956), la stessa ruspa emetteva un urlo di dolore distruggendo lembi di campagna per cementificarla, lo scavatore contemporaneo che vediamo nel film è ormai un oggetto meccanizzato e abulico, un automa forse parente lontano di una pervasiva Intelligenza Artificiale che lambisce le nostre esistenze. Vicino ad un fuoco che si erge silenzioso e catartico, Nica stessa si muove in silenzio, come se fosse una figura eterea e figlia del fuoco ella stessa: vengono in mente le sequenze di Sacrificio (Offret, 1986) di Andrej Tarkovskij, nei momenti in cui Alexander si muove placidamente vicino alla propria casa a cui ha appiccato il fuoco.

Certo, quello di Nica è un gesto individuale, ma che può moltiplicarsi al pari degli insetti antagonisti che alleva tenacemente, come del resto, da qualche tempo, dimostrano le comunità montane del nord Italia in lotta contro quell’alta velocità ferroviaria che è soltanto distruzione della natura di cui è parte l’essere umano che la abita. Siamo la natura che si ribella!


  1. Cfr. P. Lago, G. Toni, Anni Ottanta: la chimera e la memoria ai tempi della devastazione, in «Machina», 31 luglio 2024. 

  2. A. Tarkovskij, Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, Firenze, 2015, pp. 55-56. 

  3. F. C. Fiorentin, Piante vs umani, Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2024, p. 27 

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La lunga notte del capitale: Leopardi, la natura e il senso ultimo della lotta di classe https://www.carmillaonline.com/2021/12/15/leopardi-la-natura-il-capitale-e-la-lotta-di-classe/ Wed, 15 Dec 2021 21:00:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69556 di Sandro Moiso

L’intervento seguente è dedicato a Emilio Scalzo, militante No Tav, e al coraggio e alla dignità con cui affronta una persecuzione poliziesca e giudiziaria che da sola basterebbe a dimostrare l’illusorietà di ogni promessa di giustizia e rispetto dei diritti in una società il cui ordinamento è rivolto soltanto all’accumulazione del capitale.

Per chiudere l’anno con una serie di considerazioni che possano servire ad inquadrare fatti recenti e pensieri lontani nel tormentato cammino della lotta contro l’attuale modo di produzione, occorre tornare ad uno scrittore ancora troppo poco compreso, sia dal dal punto di vista filosofico che [...]]]> di Sandro Moiso

L’intervento seguente è dedicato a Emilio Scalzo, militante No Tav, e al coraggio e alla dignità con cui affronta una persecuzione poliziesca e giudiziaria che da sola basterebbe a dimostrare l’illusorietà di ogni promessa di giustizia e rispetto dei diritti in una società il cui ordinamento è rivolto soltanto all’accumulazione del capitale.

Per chiudere l’anno con una serie di considerazioni che possano servire ad inquadrare fatti recenti e pensieri lontani nel tormentato cammino della lotta contro l’attuale modo di produzione, occorre tornare ad uno scrittore ancora troppo poco compreso, sia dal dal punto di vista filosofico che politico, nonostante il suo nome sia pur sempre considerato di grande rilevanza culturale: Giacomo Leopardi.

Un autore “classico” che, nonostante lo sforzo di aggiornamento fatto con il bel film del 2014 di Mario Martone e interpretato da Elio Germano, Il giovane meraviglioso, viene ancora troppo spesso definito semplicemente pessimista piuttosto che, come sarebbe più corretto, materialista.

Ma se qualcuno chiede cosa può ancora insegnarci, oggi, lo scrittore-filosofo di Recanati, la prima cosa che occorre sottolineare è l’atteggiamento che lo scrittore assunse nei confronti della Natura “matrigna”.
Stiamo attenti: matrigna e non nemica, una differenza non di poco conto, poiché nel primo caso si tratta di una madre acquisita che deve distrattamente occuparsi di creature non volute né, tanto meno, volutamente cercate; mentre nel secondo caso opererebbe per colpire volontariamente l’uomo, danneggiarlo, farlo soffrire di proposito e, soprattutto, con un cosciente e ben definito proposito.

Secondo Leopardi, se la Natura risulta nemica all’uomo questo è dovuto soltanto al carico di illusioni con cui l’Uomo interpreta la propria condizione esistenziale.
Ciò potrebbe sembrare un tema distante da quelli riguardanti la lotta di classe, eppure, eppure…

Pur facendo sua l’interpretazione poetico-romantica della Natura, in cui questa assume una posizione centrale nell’interpretazione simbolica del mondo e dei paesaggi interiori dell’individuo, Leopardi contribuisce a oggettivarne l’essenza reale in due tra le sue opere più significative: Dialogo della Natura e di un Islandese (1824), tratto dalle Operette Morali, e La Ginestra o il fiore del deserto (1836), tratta dai Canti e composta nel corso dell’ultimo anno di vita del poeta.

Nella prima delle due opere, di fronte alle lamentele avanzate sulla condizione umana dall’infelice Islandese, che è fuggito dall’ambiente aspro in cui è nato soltanto per finire tra le braccia della stessa Natura nel cuore dell’Africa, ove si è rifugiato, la Natura risponde, senza batter ciglio:

Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

E’ una risposta secca, priva di malevolenza, che indica esattamente la posizione che la “matrigna” ha riservato per la creatura anzi, meglio, per tutte le creature del cui destino non intende assolutamente farsi carico. Di cui, però, l’Islandese non si accontenta, poiché domanda ancora:

Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo?

Cui la Natura non può far altro che rispondere:

Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione.

L’indifferenza, la necessità della produzione e distruzione di ogni essere vivente e della materia stessa dominano la logica con cui il povero ed illuso Islandese deve fare i conti. Senza alcuna via d’uscita, come dimostra il finale dell’operetta.
Ancor più vasto è lo sguardo proposto nella Ginestra sulla condizione umana, ma in questo caso, poiché la visione leopardiana è maturata socialmente, all’interno della sua ultima poesia l’autore propone anche una possibile soluzione, senza chiedere alcunché alla matrigna.

Dopo aver descritto il paesaggio lunare e di rovina delle pendici del Vesuvio, su cui sorgevano un tempo le ville dei patrizi romani e pascolavano gli armenti, tutti e tutto spazzato via dall’eruzione del vulcano nel 79 d.C., l’autore dirige immediatamente i suoi strali contro le illusioni che gli uomini, e soprattutto i filosofi fiduciosi nel progresso del suo secolo, hanno contribuito a creare.

A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura
all’amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrà dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell’umana gente
le magnifiche sorti e progressive.

Per poi proseguire, con lo stesso tono:

Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami.
[…] Libertà vai sognando, e servo a un tempo
vuoi di novo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della barbarie in parte, e per cui solo
si cresce in civiltà, che sola in meglio
guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci dié. Per questo il tergo
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

L’idealismo del secolo sembra voler cacciare, agli occhi di Leopardi, il materialismo degli antichi, riscoperto nell’età della ragione, dall’orizzonte politico-culturale dell’epoca e nel fare ciò illude se stesso e gli uomini tutti di essere in possesso di conoscenze e abilità destinate a far affermare la volontà del singolo sulla Natura e su tutti coloro che allo stesso non vogliono piegarsi.

Superbo e sciocco, sogna e promette la Libertà, ma in realtà vuole solo allontanare da sé la paura di essere scoperto nella sua viltà e debolezza, schernendo e ignorando coloro che si oppongono alle sue vacue ed irrealizzabili promesse.

Nobil natura è quella
che a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra se nel soffrir, né gli odii e l’ire
fraterne, ancor più gravi
d’ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor […]
Così fatti pensieri
quando fien, come fur, palesi al volgo,
e quell’orror che primo
contro l’empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper, l’onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade, altra radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probità del volgo
così star suole in piede
quale star può quel c’ha in error la sede.

In quest’ultima parte il poeta delinea quale deve essere il compito di una nobile natura, ovvero quello di rivelare le superbe fole-menzogne che impediscono agli uomini di riunirsi in social catena per ridare vita alla comunità umana, sempre in lotta per evitare di essere dispersa in nome dell’egoismo individuale e dalla propria fragile condizione, nascoste sotto un mare di parole inneggianti (inutilmente e falsamente) alla possibilità, per la miriade di individui in cui la comunità è stata dispersa e frantumata, di raggiungere una personale libertà dal bisogno e dal legame sociale.

Lo sforzo di oggettivazione della Natura e della condizione umana svolto da Leopardi, in antitesi al vano ottimismo borghese, è di portata rivoluzionaria. Qui, in questi versi e nei brani estratti prima dal Dialogo della Natura e di un Islandese, si rivela il vero motivo per cui il poeta è stato relegato, ormai da quasi duecento anni, al ruolo di pessimista, ingobbito dallo studio e quasi accecato dalle letture notturne a lume di candela.

In effetti, di fronte alla menzogna dell’ottimismo capitalistico e borghese, ogni forma di materialismo antico, illuministico o dialettico, appare come una forma di pessimismo o di pensiero negativo. E, in tal senso, la negazione leopardiana della cultura vacua del suo secolo è quanto di più simile alla negazione dell’esistente che sarebbe esplosa nelle lotte di classe di quegli anni e nel passaggio dal socialismo utopistico a quello di Marx ed Engels (anche se scrisse quasi tutte le sue opere prima che Marx avesse raggiunto la maggior età, mentre il Manifesto del Partito Comunista sarebbe stato scritto nel 1848, undici anni dopo la sua morte).

Per questo motivo il suo messaggio, indirizzato per forza di cose ai posteri, ha “dovuto” essere distorto, anche in grazia di una filosofia e cultura cattolicheggiante con cui il filosofo e poeta di Recanati si trovò già in aperta polemica mentre era in vita. Riscoprirlo, pertanto, non significa far opera di restauro di un monumento poetico del passato, ma ritrovare alcuni passaggi fondamentali della critica dell’esistente.

Traslare il discorso leopardiano da quello oggettivante la Natura a quello sul capitalismo odierno significa, infatti, acquisire coscienza del fatto che la fiducia che sembra accompagnare ogni discorso sulla possibilità di miglioramento generalizzato dell’attuale sistema di sfruttamento e accumulazione delle ricchezze private assomiglia sempre più alle promesse del cristianesimo (di vita eterna nell’aldilà) e del positivismo borghese (di crescita illimitata dei benefici effetti dello sviluppo). Promesse che come solo intento hanno quello di far perdere di vista l’essenza ultima e reale dell’attuale modo di produzione dominante.

Sì, perché il capitalismo non ha due facce, una buona e una cattiva.
Anzi, il suo vero volto non corrisponde affatto a uno dei due aggettivi usati.
Come la Natura, il Capitalismo è indifferente alle sorti dell’uomo e del pianeta che abita e che ha contribuito a trasformare. Indifferente non soltanto alle sorti di coloro che subiscono le sue angherie e il suo sfruttamento, ma anche a quelle di coloro che agli occhi dei più sembrano essere i veri profittatori del suo funzionamento: gli imprenditori, i finanzieri, i rentier, i politici e i governanti di ogni grado, risma e latitudine. Null’altro che funzioni, ancor più che funzionari, destinati ad essere travolti anch’essi alla prima crisi economica oppure a causa di una guerra perduta o di un errato calcolo personale e/o politico.

Crisi, guerre, epidemie non sono il frutto di calcoli strategici ben o male eseguiti, di raffinati progetti o di un Great Complotto. No, sono i terremoti, le eruzioni vulcaniche, il manifestarsi dei movimenti geologici e profondi dell’enorme tettonica a zolle costituita dalla corsa continua, ed inesorabile (per nessun altro modo di produzione il detto chi si ferma è perduto è stato così vero) al profitto e alla concentrazione proprietaria. Fin dalle sue origini.

Solo in tal senso e alla luce di ciò è possibile comprendere come per il capitale e i suoi funzionari ogni occasione possa essere buona per estrarre pluslavoro, plusvalore e rendita. Le cieche ruote dell’oriuolo, oggi affiancate da ancor più ciechi algoritmi decisionali e profilativi, girano in una sola direzione, scandendo implacabilmente il tempo di rotazione del capitale, della produzione e se necessario della distruzione di ciò che è già stato prodotto o accumulato (insieme ai suoi momentanei detentori) e ad ogni scatto di lancetta qualcosa può e deve avvenire.

Come affermano Carla Filosa, Gianfranco Pala e Francesco Schettino nella Premessa al loro recente Crisi globale. Il capitalismo e la strutturale epidemia di sovrapproduzione (Lad, 2021), la “realtà” del capitale è indissolubilmente legata

al perseguimento del fine “miserabile” e contraddittorio della produzione di plusvalore, quale unico fine di questo sistema. La involontarietà poi, quella che invece viene moralisticamente scambiata per crudeltà od anche brutalità, sta a significare qui la incapacità, non individuale ma proprio del sistema, a far emergere una responsabilità umana cioè razionale delle azioni impiantate, unicamente soggette invece alle leggi di sviluppo precipue della produzione di merce in quanto valore, e indipendentemente dal valore d’uso, che viene così a costituire uno scarto da non considerare. Ѐ chiaro che i comportamenti individuali degli operatori possano essere repellenti od anche riprovevoli, ma il problema non concerne i molti singoli resi subalterni, bensì la centralizzazione sempre crescente del comando sulla forza-lavoro e la classe che ne gestisce il pluslavoro, secondo modalità, ritmi, efficienza, comportamenti indotti, anche valutabili come criminali e disumani.
[…] Se dunque l’accumulazione decresce anche per la saturazione dei mercati esistenti, si deve intensificare lo sfruttamento sia delle risorse inorganiche sia di quelle animali e umane, tutte eguagliate nell’unica accezione di merce, cioè veicolo di valore. Per promuovere inoltre tali condizioni che svelerebbero i fini indicibili del sistema, questo deve ammantarsi di rappresentazioni ideologiche rassicuranti in cui si proclamano ed esaltano benefici per tutti, nascondendo i danni che da questi si producono, finché non appaia la contraddizione reale, imponderabile o magari anche messa in conto, ma che non dovrà mai intaccare – al momento – i profitti attesi che si appelleranno all’“emergenza”.

E’ soltanto la lotta di classe ad inceppare talvolta il meccanismo ad orologeria di cui nessuno ha però le chiavi ultime. E il ruolo dei rivoluzionari non potrà mai essere quello dei “buoni” che combattono contro i “cattivi”, ma quello di essere “altri” , portatori di un altro paradigma: Alieni che, dopo migliaia di avvistamenti e dopo essere stati toppo spesso negati, demonizzati o ridicolizzati, si manifesteranno con tutta la potenza di una negazione radicale destinata, più che a migliorarlo e renderlo più umano, ad oggettivarlo completamente nel suo essere, per comprenderne a fondo le leggi di funzionamento, il suo corso catastrofico, e accompagnarlo così, nella maniera più rapida possibile, alla sua inevitabile fine.

Un compito non tanto diverso da quello che Keplero, Galileo, Newton e Einstein, insieme ad una miriade di altri scienziati meno noti, si diedero nel cercare di comprendere le leggi di quella Natura e di quell’Universo con cui la specie deve fare i conti fin dall’alba del suo apparire sul pianeta, e che Marx ha continuato in ambito sociale, senza mai pretendere che ogni scoperta o intuizione potesse essere l’ultima e definitiva1.

Mentre ogni piagnisteo sparso sull’autoritarismo, la repressione e il mancato rispetto dei diritti “fondamentali” non fa altro che rinnovare la credibilità delle promesse del capitale e del suo funzionariato economico, politico e culturale: democrazia rappresentativa parlamentare, libertà, uguaglianza e universalità dei diritti, diritto al lavoro, diritto alla salute, diritto alla vita e condanna della concorrenza “sleale” non costituiscono altro che specchietti per allodole. Anche se, poi, gli stessi creatori e manipolatori del meccanismo produttivo e riproduttivo hanno finito col credervi in prima persona.

«Finora – scriveva Marx in una lettera a Kugelmann del 27 luglio 1871- si era creduto che la formazione dei miti cristiani sotto l’impero romano fosse stata possibile solo perché non era ancora stata inventata la stampa. Proprio all’inverso, La stampa quotidiana e il telegrafo, che ne dissemina le invenzioni in un attimo attraverso tutto il globo terrestre, fabbricano più miti (e il bue borghese ci crede e li diffonde) in un giorno di quanti una volta se ne potessero costruire in un secolo».
Secol superbo e sciocco… oggi oltre tutto rafforzato dal dilagare dei social e del loro sconsiderato uso individuale.

Rincorrere l’emergenza-capitale equivale, soltanto e sempre, a riproporre all’infinito la promessa del miglioramento universale insito nel discorso capitalistico, continuando l’esperienza della socialdemocrazia, e del revisionismo in essa insito, che uno dei suoi principali teorici, il tedesco Eduard Bernstein (1850 – 1932), riassunse in un unico principio: «il movimento è tutto, il fine nulla», poiché l’importante era costituito, a suo avviso, dall’iniziare a riformare e migliorare poco a poco il sistema. Discorso che è continuato fino ad oggi, inficiando di sé, purtroppo, anche tanto “antagonismo riformistico” attuale. Di cui le attuali suggestioni sul tema no green pass costituiscono, oggi, l’aspetto più contraddittorio.

Per contribuire al superamento della prassi e della mentalità immediatista e riformista, è necessario ribadire che la futura rivoluzione dovrà basarsi su un radicale rifiuto del paradigma capitalista ed esprimerne in pieno la negazione. Tema che però, riapre la vecchia diatriba con tutti coloro che ritengono che la semplice negazione dell’esistente non basti e occorra invece proporre iniziative da realizzare subito. Ovvero ancora la riforma dell’esistente per contribuire a mantenerlo ancora in vita.

E’ difficile, per coloro che sentono la necessità di “fare qualcosa subito”, comprendere come la negazione sia già di per sé nucleo programmatico. Se nego, a titolo di esempio, la merce e il denaro, la proprietà privata dei mezzi di produzione e il lavoro salariato già introduco, con il loro rovesciamento, il programma di una società altra. Se nego la necessità di continuare a cementificare e plastificare il mondo oppure quella di sviluppare ancor di più la produzione industriale di beni inutili e dannosi, pongo seriamente il tema della transizione ecologica e ambientale. Ma per realizzare tali programmi occorrerà passare attraverso un processo rivoluzionario che distrugga e non rovesci soltanto il paradigma capitalistico e i suoi apparati.

Certo ottenere qualche accordo locale, qualche diritto momentaneo (condito da qualche bella frase fatta) è più semplice. Così come ammantare i discorsi di contenuti politically correct o liberal; motivo per cui continua a trionfare, anche là dove meno lo si aspetterebbe, il conformismo, mentre sarebbe, invece, l’ora di affermare che «il movimento senza il fine non è nulla» e che separare l’azione politica dal fine non fa altro che indebolirla e annullarne l’utilità.

Certo, questa seconda ipotesi è più faticosa, meno immediata e meno soddisfacente sul piano dell’ego. Soprattutto, la negazione, obbliga a prendere atto che i settori che lottano non possono rivendicare soltanto per sé, come propri, i risultati acquisiti. E questa potrebbe nell’immediato rivelarsi un’amara sorpresa per coloro che rincorrono la faciloneria del risultato immediato.

Se gli uomini, come specie, devono riunirsi in social catena, non possono farlo in nome di uno specifico diritto, di classe, genere, generazionale, etnia o nazionalità. Banale errore in cui continuano a cadere tutti i rappresentanti di una singola causa, quasi sempre ritenuta universale, qualunque essa sia.

Errore fortemente rimarcato dal fallimento di tante (tutte?) rivoluzioni “nazionali” che, pur richiamandosi al socialismo sul modello sovietico-stalinista, non hanno fatto altro, in mancanza di un allargamento internazionale dei moti, che portare al potere una classe, un partito o una élite non tanto diversa da quella che governava in precedenza e che, come quella, ha finito col perseguire il proprio arricchimento o quello di una parte del capitale internazionale.

Insomma, se ho subito dei soprusi, violenze e discriminazioni oltre che lo sfruttamento economico e lavorativo da parte del sistema in cui vivo, non posso immaginare di ricreare un sistema a mia immagina e somiglianza che faccia poi pagare ad altri gli errori e i soprusi subiti in precedenza.

Per chiarirere ulteriormente il concetto: la classe operaia non dovrà riprodurre un mondo operaio, in cui le macchine e gli strumenti di produzione saranno esclusivamente nelle sue mani. Dovrà fracassare quel modello e quel sistema di produzione, per liberarsi e liberare la specie insieme a lei, negando, prima di tutto se stessa. Il proletariato nel suo insieme non potrà accontentarsi di riprodurre un mondo “proletario”, ma dovrà autodistruggersi, distruggendo il modo di produzione attuale, come affermano Marx ed Engels in un testo mai abbastanza apprezzato:

Proletariato e ricchezza sono termini opposti. Essi formano come tali un tutto. Essi sono entrambi forme del mondo della proprietà privata. Si tratta della determinata posizione che assumono nell’opposizione. Non basta spiegarli come due lati d’un tutto.
La proprietà privata, come proprietà privata, come ricchezza, è costretta a conservare in esistenza se stessa e con ciò il proletariato, cioè la propria antitesi. Essa è il polo positivo della contraddizione, la proprietà privata soddisfatta di se stessa.
Il proletariato, invece, come proletariato è costretto ad abolire se stesso, e con ciò la sua antitesi determinante, che lo muta in proletariato, cioè la proprietà privata. Esso è il polo negativo della opposizione, l’agitazione in sé, la proprietà privata dissolta e dissolventesi.
La classe possidente e la classe del proletariato esprimono la medesima “straniazione„ umana. Ma la prima classe si sente in questa straniazione a suo agio e confermata, intende la autoestraniazione come la propria forza, e possiede in essa l’apparenza di un’esistenza umana; la seconda si sente nella estraniazione annullata, scorge in essa la propria impotenza e la realtà di una esistenza inumana. Essa è, per adoperare una espressione di Hegel, “nell’abbiezione la rivolta contro l’abbiezione”, una rivolta alla quale è necessariamente condotta dalla contraddizione della sua natura umana con la situazione della sua vita, che è la negazione aperta, decisiva e generale di questa natura.
Nel seno dunque della contraddizione il proprietario è il partito conservatore, il proletario è il partito distruttore. Da quello promana l’azione della conservazione dell’antitesi; da questo l’azione del suo annullamento.
La proprietà privata veramente nel suo movimento nazionale-economico tende da se stessa alla propria dissoluzione, ma solo attraverso uno sviluppo da essa indipendente, inconscio, che si pone contro la sua volontà, e che è determinato dalla natura delle cose, solo in quanto essa produce il proletariato come proletariato che sappia la miseria della sua miseria spirituale e fisica, sappia il suo abbrutimento, e perciò l’abbrutimento che tende ad abolire se stesso. Il proletariato esegue la condanna che la proprietà privata fa pendere su se stessa con la produzione del proletariato, come esso esegue la condanna che il salariato fa pendere su di sé producendo la ricchezza degli altri e la propria miseria. Se il proletariato vince, esso non diventa affatto per questo il lato assoluto della società, perché egli vince solo in quanto abolisce se stesso e il suo contrario. Allora è annullato, appunto, tanto il proletariato quanto l’antitesi che ne è condizione, la proprietà privata.
Se gli scrittori socialisti ascrivono al proletariato questa funzione storica mondiale, ciò non accade punto perché, come la Critica critica dà a credere, essi ritengano i proletari degli Dei. Piuttosto il contrario.
Il proletariato può e deve liberare se stesso perché l’astrazione di tutta la natura umana (Menschlichkeit), anche dell’apparenza di umanità (Menschlichkeit), nel proletariato vero e proprio praticamente è completa; perché nelle condizioni di vita del proletariato tutte le condizioni di esistenza dell’odierna società sono condensate nelle loro forme più inumane; perché l’uomo è perduto nello stesso, ma ha guadagnato nell’istesso tempo la coscienza teoretica di questa perdita, non solo ma è anche costretto immediatamente, dal bisogno assolutamente imperioso ed urgente ed implacabile – l’espressione pratica della necessità – alla ribellione contro questa inumanità. Ma esso non può liberarsi senza abolire le sue proprie condizioni di esistenza. Esso non può abolire le sue proprie condizioni di vita senza abolire tutte le inumane condizioni di vita della società moderna che si compendiano nella sua situazione. Esso non prova invano la dura, ma ritemprante scuola del lavoro. Non si tratta di ciò che questo o quel proletario o anche tutto il proletariato si rappresenta provvisoriamente come scopo. Si tratta di ciò che è e di ciò che sarà costretto a fare storicamente conforme a questo essere.
Il suo scopo e la sua azione storica sono tracciati nella sua propria base di esistenza, come in tutta l’organizzazione dell’odierna società borghese, in modo evidente ed irrevocabile.2.

E’ importante, oggi come non mai, vista l’immensa ristrutturazione sociale in corso, legata all’impoverimento diffuso su scala globale, l’utilizzo del termine proletariato, perché al suo interno sono racchiuse e comprese tutte le contraddizioni reali; anche se il suo essere dovrà, per forza di cose, passare attraverso una riorganizzazione “politica” interna lunga e, probabilmente, dolorosa.

Infatti, ogni separazione identitaria mina, inevitabilmente, l’unità del colosso e se questa affermazione offenderà la sensibilità di alcuni o molti, pazienza, poiché nel suo essere proletariato lo stesso racchiude in sé tutte le forme dell’emarginazione, della repressione, dello sfruttamento e della discriminazione, che contribuiscono a trasformarlo nella classe universale destinata a seppellire il capitalismo, le sue malattie sociali e pandemiche, il suo Stato e i suoi infiniti ed iniqui apparati, in nome della Gemeinwesen o comunità umana.

La società presente in tutte le sue manifestazioni ha l’impronta dell’individualismo. Nonostante che le necessità della vita ed i mezzi di cui attualmente si dispone per soddisfarle (ossia i mezzi di produzione e di scambio) abbiano raggiunto tale stadio da rendere necessario una collaborazione sempre più intrecciata, la minoranza borghese ha interesse a conservare la costituzione individualistica della società, sebbene questa causi i disordini della produzione e l’insufficienza di questa ai bisogni della stragrande maggioranza (Marx).
L’egoismo economico produce una morale (intendiamo per morale un sistema di norme proposte o imposte dalla minoranza dominante), una morale di tipo egoista, tracciata di quell’umanitarismo e di quella filantropia che non sono che arti subdole per celarne la vera essenza, mezzi di difesa contro gli strappi che a quella morale tenta di fare la maggioranza oppressa.
Come la classe borghese vuole, per necessità della propria conservazione, il regime della libera concorrenza tra capitalisti, così avrebbe interesse a che la stessa concorrenza si svolgesse tra i salariati. Per quanto le è possibile la borghesia cerca quindi, col mezzo dell’educazione, che è suo monopolio, di riflettere sul proletariato la sua anima individualistica3.

Individualismo dei diritti e delle libertà singole che è prodotto, oltre tutto, dal sistema mercantile che è proprio del modo di produzione e distribuzione capitalistico e che illude costantemente i singoli proponendo loro, e sempre più oggi per mezzo della rete e dei suoi giganti, oggetti del desiderio indirizzati al soddisfacimento illusorio di ogni loro “specifico bisogno”. Come scriveva già Marx, nei Manoscritti economico-filosofici del 1844:

Nell’ambito della proprietà privata […] ogni uomo si ingegna di procurare all’altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo a un nuovo sacrificio, per ridurlo a una nuova dipendenza e spingerlo a un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. Ognuno cerca di creare al di sopra dell’altro una forza essenziale estranea per trovarvi la soddisfazione del proprio bisogno egoistico. Con la massa degli oggetti cresce quindi la sfera degli esseri estranei, ai quali l’uomo è soggiogato, ed ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spogliazioni. L’uomo diventa tanto più povero come uomo, ha tanto più bisogno del denaro, per impadronirsi dell’essere ostile, e la potenza del suo denaro sta giusto in proporzione inversa alla massa della produzione; in altre parole, la sua miseria cresce nella misura in cui aumenta la potenza del denaro. Perciò il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall’economia politica, il solo bisogno che essa produce. La quantità del denaro diventa sempre più il suo unico attributo di potenza. […] La sua vera misura è di essere smisurato e smoderato. Così si presenta la cosa anche dal punto di vista soggettivo: in parte l’estensione dei prodotti e dei bisogni si fa schiava ingegnosa e sempre calcolatrice di appetiti disumani, raffinati, innaturali e immaginari.
[…] E’ così, come l’industria specula sul raffinamento dei bisogni, specula altrettanto sulla loro rozzezza: sulla loro rozzezza in quanto prodotta ad arte e di cui, pertanto, il vero godimento consiste nell’autostordimento, che è una soddisfazione del bisogno soltanto apparente, una forma di civiltà dentro la rozza barbarie del bisogno4.

E’ dalla dipendenza dal denaro che nasce ogni altra dipendenza, è dall’estraniazione dalla specie che nasce ogni individualismo vagheggiante soluzioni personali per problemi che personali non sono affatto. Ed è dall’individualismo di stampo liberale, e dalla sua rivendicazione di un’impossibile privacy nell’era della pervasività dei social, che sorge ogni ulteriore alienazione dalle attività e dalle necessità della specie; ogni ulteriore, illusoria e menzognera spiegazione delle contraddizioni dell’esistente. Perché, in fin dei conti, complottismo e riformismo non sono altro che le due facce di una medesima, fasulla medaglia, che racchiudono entrambe la speranza di cambiare qualcosa, magari soltanto a vantaggio di pochi, affinché nulla cambi.

Con tutto ciò non si vuol affermare che momenti in cui lotte specifiche non possano rendersi necessari e inevitabili, e nemmeno che da tali lotte non possano sorgere movimenti più ampi e vasti, ma soltanto ribadire che il senso ultimo della lotta di classe non può essere riconducibile a specifici diritti, ma soltanto a quello di tutti gli oppressi di farla finita, una volta per tutte, con un modo di produzione iniquo, dannoso e superato. In nome di una Gemeinwesen che non rappresenta altro che la capacità di tornare a riunire la maggioranza dell’umanità nella social catena tanto cara a Leopardi.

Così mentre certuni si attardano a cercar di cavalcare tematiche irrimediabilmente azzoppate, dissertando ancora di diritti costituzionali e libertà individuali, questo intervento è anche dedicato a tutti coloro che, vittime delle stragi sul lavoro o dei licenziamenti dovuti alla delocalizzazione produttiva messa in atto dalle aziende, vivono davvero, quotidianamente e sulla propria pelle, la lunga “notte del capitale”.


  1. Per Marx stesso le riflessioni contenute nel Capitale non dovevano costituire l’immagine definitiva della realtà, ma un modello per meglio comprenderla e contribuire al suo ribaltamento rivoluzionario  

  2. K. Marx, F. Engels, La sacra famiglia, IV capitolo, Glossa critica marginale n. 2, 1844-1845  

  3. Amadeo Bordiga, La nostra missione, «L’Avanguardia» n. 273 del 2 febbraio 1913  

  4. K. Marx, Manoscritti economico-filosofici, Einaudi 1968, pp. 127-134  

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Fronte del porto: storia e memoria dell’Autonomia operaia ligure https://www.carmillaonline.com/2021/04/14/fronte-del-porto-storia-e-memoria-dellautonomia-operaia-ligure/ Wed, 14 Apr 2021 21:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65750 di Sandro Moiso

Roberto Demontis e Giorgio Moroni ( a cura di), Gli autonomi, vol. VII, Autonomia operaia a Genova e in Liguria. Parte prima (1973-1980), DeriveApprodi, Roma 2021, pp. 336, 20,00 euro

«Il fenomeno eversivo ha sempre trovato in Genova un «humus» particolarmente fertile: non è necessario, infatti, risalire al periodo risorgimentale (quando le maggiori città italiane insorgevano ripetutamente contro l’aggressione delle milizie straniere, che appoggiavano i dispotici governi locali, abbracciando senza riserve la politica unitaria dell’unico Stato veramente italiano e cioè il Regno di Sardegna; e Genova, invece, insorgeva contro [...]]]> di Sandro Moiso

Roberto Demontis e Giorgio Moroni ( a cura di), Gli autonomi, vol. VII, Autonomia operaia a Genova e in Liguria. Parte prima (1973-1980), DeriveApprodi, Roma 2021, pp. 336, 20,00 euro

«Il fenomeno eversivo ha sempre trovato in Genova un «humus» particolarmente fertile: non è necessario, infatti, risalire al periodo risorgimentale (quando le maggiori città italiane insorgevano ripetutamente contro l’aggressione delle milizie straniere, che appoggiavano i dispotici governi locali, abbracciando senza riserve la politica unitaria dell’unico Stato veramente italiano e cioè il Regno di Sardegna; e Genova, invece, insorgeva contro quest’ultimo costringendolo ad una dura repressione) per trovare esempi di cruente sommosse contro i pubblici poteri attraverso episodi di guerriglia urbana organizzata.
È sicuramente il caso di quanto successe il 14 luglio 1948, quando alla notizia dell’attentato al segretario del Partito comunista, on. Palmiro Togliatti, contrariamente a quanto si andava verificando in altre città […] a Genova scoppiò una vera e propria insurrezione generale contro i poteri locali dello Stato e contro una formula di Governo che solo pochi mesi prima, al termine delle elezioni politiche del 1948, aveva ricevuto i suffragi della stragrande maggioranza degli elettori[…].
Analoga situazione si andò profilando alla fine del giugno 1960, quando una protesta anche legittima contro l’autorizzazione a celebrare in Genova – Medaglia d’oro della Resistenza – il congresso del M.S.I., si trasformò ben presto in un tentativo di insurrezione contro l’autorità del governo.
I fatti del 1960, comunque, non devono essere interpretati in chiave di mera contestazione, anche se violenta, del congresso del M.S.I., ma – probabilmente – quale primo sintomo di quel malessere che avrebbe qualche anno dopo travagliato tutta la sinistra rivoluzionaria, delusa della nuova impostazione ideologica dei partiti di quella storica, ormai attratti dalla politica delle «convergenze parallele» che sarebbe poi sfociata nel «centro sinistra» e, più tardi ancora, nel «compromesso storico» con l’ingresso del P.C.I. nella maggioranza di Governo.
Resta il fatto, comunque, che episodi del genere ebbero come diretta conseguenza:
–– l’assuefazione a considerare l’autorità legittima e democratica dello Stato, perdente in partenza
–– il grave rischio di una latente potenzialità criminosa;
–– la possibilità di strumentalizzazione per fini eversivi di una piazza che è facile ad esserlo»1.

A parlare così, come avrà già visto chi avesse consultato la nota a piè di pagina, non è un sociologo o un giornalista bensì il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa durante la sua audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia effettuata l’8 luglio 1980.
Se certe parole e considerazioni sulla bocca del gestore dell’azione stragista di Stato nei confronti dei militanti delle BR sorpresi nel “covo” di via Fracchia il 17 maggio del 1979 possono sembrare oggi ridicole se non offensive, è altresì certo che, come ho già sostenuto a proposito dello sviluppo di altre esperienze di lotta, la geografia politica e psicologica e la memoria storica dei territori contano non poco nel determinarne la combattività e resistenza dei loro abitanti. Sia in positivo che in negativo.

Il volume appena uscito per DeriveApprodi sulla storia dell’Autonomia ligure costituisce la prima parte di una ricerca divisa in due parti/volumi e si proietta oltre i primi anni Ottanta, periodo che stabiliva tutto sommato la deadline dei volumi precedenti dedicati agli “Autonomi” dalla stessa casa editrice, per arrivare fino al 2001 e alla “macelleria messicana” messa in atto dallo Stato italiano e dalle sue forze del dis/ordine nelle strade di Genova occupata dal G8 e successivamente nei locali della scuola Diaz.

La grossolana e superficiale ricostruzione del generale buonanima dimenticava più di un fattore tra quelli che si erano riversati nella rabbia e nella combattività genovese e ligure. Per esempio la formazione, a Genova, prima del Circolo Rosa Luxemburg e poi di LUDD – Consigli proletari in cui, insieme alle interpretazioni che sorgevano dalle riletture dell’esperienza rivoluzionaria sulle pagine di “Socialisme ou Barbarie”, nei primi numeri dei “Quaderni Rossi” e successivamente dell’Internazionale Situazionista si evidenziava sempre il fatto che l’insorgenza proletaria fosse una costante, dalla Comune di Parigi in poi e allo stesso tempo come le trame “partitiche” finissero sempre con l’ingabbiare e limitare l’espressione del desiderio di rivoluzione e superamento dell’esistente compreso all’interno dell’esperienza dei Consigli.

Ma, poiché nella Storia le cose non sono mai semplici o scontate, il testo (che nel primo volume raccoglie una ventina di testimonianze, memorie e ricostruzioni di singoli aspetti oppure di esperienze collettive), sottolinea come la storia antifascista della città e della regione e la forte presenza del PCI tra le fila della classe operaia, soprattutto della sua “aristocrazia”, impedì all’esperienza dell’Autonomia locale di esprimere la stessa radicalità che si era andata manifestando in altre città e regioni .

Ad analizzare la contraddizione tra disponibilità diffusa alla lotta e i limiti che la tradizione revisionista e antifascista ponevano al suo sviluppo sono in particolare l’intervista ad Emilio Quadrelli2 e la memoria “giovanile” di Nico Gallo3 contenute nel volume. L’insorgenza proletaria espressa in maniera potenziale e, talvolta, nei fatti finiva così, a partire dal piano teorico, col non trovare un’espressione adeguata poiché come afferma Quadrelli nell’intervista citata:

Genova è la città che più di altre si oppone sostanzialmente al XX Congresso e lo fa rimarcando una retorica, quella della Resistenza tradita, che diventerà il principale punto di riferimento e l’ordine discorsivo dominante di tutti coloro che inizieranno a porsi alla sinistra del Pci. Tutto ciò che ha ruotato intorno a Giovan Battista Lazagna oalla 22 Ottobre è ascrivibile a questo. Lo sguardo di chi si oppone al Pci, almeno nella sua grande maggioranza, è rivolto al passato piuttosto che al futuro. Non che il futuro a Genova non esista, ma questo futuro non trova, se non in minima parte, una sua grammaticae finirà con l’essere sempre confinato dentro un lessico, sicuramente più radicale, le cui coordinate non riescono però a rompere con il passato. Diciamo che sul piano della scrittura la sintassi non si modifica.
Prendiamo il 30 giugno 1960. Lì, sicuramente, nella pratica e nella materialità delle cose ci sono elementi non secondari di rottura, ma questi elementi rimangono in potenza e non trovano una qualche sistematizzazione teorica e organizzativa. Il giugno 1960 non è piazza Statuto, questo mi sembra essere il nodo della questione e anche il motivo per cui Genova rimarrà, rispetto all’Autonomia, sostanzialmente estranea. Nel giugno 1960 non mancano sicuramente aspetti similari a piazza Statuto, soprattutto in rifermento alla composizione di classe ma, e qui si situa l’enorme differenza tra i fatti di Genova e quelli di Torino, dal primo emergerà centrale e come memoria l’antifascismo radicale e militante, dalla seconda l’anticapitalismo radicale e militante.

Potrebbe sembrare impietosa e, almeno in parte immeritata, l’analisi appena fatta, ma rivela un aspetto che, in misura diversa, aveva finito col limitare tutta l’esperienza della Sinistra extra-parlamentare italiana pre-Autonomia e che troppo spesso finì col manifestarsi anche nei ranghi liguri di quest’ultima, nonostante la varietà delle esperienze, e purtroppo ancora in una parte significativa dell’antagonismo attuale. Finendo col costituire una sorta di proustiana madeleine democratica e antifascista, destinata a fuorviare e paralizzare qualsiasi iniziativa di classe. Passata, presente e (speriamo di no) futura.
Ma, come affermano i curatori del volume, nell’Introduzione:

Rileggere le vicende della seconda metà degli anni Settanta oggi, alla luce dell’eredità che le idee e le gesta di una minoranza ribelle e comunista hanno lasciato negli stessi compagni e compagne che vi presero parte e nei movimenti nuovi e contemporanei, rappresenta una doppia sfida: al rischio del feticismo da una parte, all’abitudine alla rimozione dall’altra. Oggi è tempo di bilanci critici, non di memoir, di rivendicazioni postume o di continuità nostalgica. Non lo è nemmeno di ricerca equivoca e ipocrita dell’oblio. Ma questa è anche una sfida che si alimenta del presente; che cosa sono i Movimenti oggi ci spiega cosa siano stati quelli del passato (quali i loro passaggi obbligati e quali le opzioni mancate).
Il fatto che l’Autonomia operaia negli anni Settanta sia stata a Genova e in Liguria, rispetto ad altre aree in Italia, una vicenda minore (meglio: che ha fatto parlar meno di sé rispetto ad altre) non costituisce un buon motivo per non scriverne. Da un lato ci sono abbondanti ragioni che spiegano perché, nonostante la storica centralità, economica e industriale, della città e della regione, e nonostante la ricchezza culturale espressasi localmente almeno fino alla fine degli anni Sessanta, una prassi innovativa come quella dell’operaismo prima e dell’Autonomia operaia poi si sia schiantata contro il muro della composizione di classe locale e della sua rappresentanza politica. Dall’altro un Movimento così ricco nei suoi momenti culminanti (il Settantasette romano e bolognese) e così persistente nel tempo e radicale nelle analisi, è proprio nelle situazioni apparentemente più povere o meno clamorose che può meglio essere studiato, perché è lì che si presenta in modo più addensato ed essenziale. Ed è lì che l’arretratezza del contesto può mostrare in anticipo i segni del suo superamento4.

Per fare questo i due curatori hanno fatto proprio una scelta corale del racconto di tutta quella esperienza poiché, come affermano ancora nell’Introduzione a proposito della metodologia utilizzata:

L’Autonomia è un personaggio collettivo che partecipa alla vicenda assieme e attraverso i suoi protagonisti. Ognuno/a delle compagne e dei compagni che hanno accettato di scrivere – qualcuno/a per la prima volta – ha condotto il racconto in soggettiva. Il lavoro dei curatori è consistito nell’induzione di un processo di
ricomposizione molecolare. Quel Movimento, finito in un cono d’ombra storico, era un mosaico di istanze e voci distinte che assumeva la diversità come un elemento di ricchezza, perché la forza del comune denominatore era tale da consentire di espandere la diversità delle opzioni al di là di ogni limite, senza tuttavia snaturarsi e, fino al 1978, evitando sovradeterminazioni di una parte sul tutto; la multiformità dei contributi che presentiamo crediamo che diano conto di tutto ciò.
La ricostruzione di trent’anni di storia dei movimenti a Genova e in Liguria è declinata dal punto di vista dell’Autonomia operaia, che è uno sguardo di parte che non ha mai inteso essere neutro o storicamente obiettivo. È la prima ricostruzione narrata in prevalenza dai protagonisti e testimoni diretti senza i filtri all’opera nelle uniche fonti di informazione finora disponibili, i resoconti usciti dai tribunali, dalle questure e dalle redazioni dei giornali5.

La lettura del volume appena pubblicato ci permette pertanto di ri/leggere dall’interno e in contro luce un’esperienza collettiva che finisce, proprio per la sua intrinseca contraddittorietà, col rivelarsi più interessante di altre, proprio a causa delle sue debolezza e sconfitte perché, come ricorda Sandro Mezzadra al termine di questo primo volume con le parole scritte da Rosa Luxemburg all’indomani della sconfitta dell’insurrezione spartachista a Berlino, nel gennaio del 1919: «poggiamo i piedi proprio su quelle sconfitte, a nessuna delle quali possiamo rinunciare, ognuna delle quali è una parte della nostra forza e consapevolezza»6.


  1. L’indole eversiva dei genovesi. L’audizione di Carlo Alberto Dalla Chiesa in Roberto Demontis e Giorgio Moroni ( a cura di), Gli autonomi, Vol.VII. Autonomia operaia a Genova e in Liguria. Parte prima (1973-1980), DeriveApprodi, Roma 2021, pp. 69-70  

  2. L’altra Autonomia operaia. Intervista a Emilio Quadrelli di Roberto Demontis e Giorgio Moroni in R. Demontis – G. Moroni (a cura di) Gli autonomi vol. VII, op. cit., pp. 235-249  

  3. Nico Gallo, Periferie, autonomie, librerie e cortei in R. Demontis – G. Moroni (a cura di), op. cit., pp. 250-260  

  4. Introduzione, op. cit., pp. 6-7  

  5. Ibidem, pp. 7-8  

  6. R. Luxemburg, L’ordine regna a Berlino, in Scritti scelti, Einaudi, Torino 1975, p. 680 cit. da S. Mezzadra, Postfazione con prologo in op. cit., p. 333  

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Pandemia, economia e crimini della guerra sociale. Stagione 2, episodio 1: la schiuma https://www.carmillaonline.com/2020/10/28/pandemia-economia-e-crimini-della-guerra-sociale-stagione-2-episodio-1-la-schiuma/ Wed, 28 Oct 2020 20:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63263 di Sandro Moiso, Maurice Chevalier e Jack Orlando

“L’unico attore sociale che ancora mancava nella crisi più clamorosa della modernità è dunque arrivato in scena, presentandosi a Napoli: è il ribellismo che scende in piazza […] contro tutto, la Regione, il governo, le regole, la prudenza, la paura, in quanto è fuori dal sistema, alla deriva in un luogo sconosciuto della politica dove anche il contratto tra lo Stato e i cittadini pare non avere più valore […] Come Napoli ha anticipato, qualcuno fa i conti con il costo di questa emergenza [...]]]> di Sandro Moiso, Maurice Chevalier e Jack Orlando

“L’unico attore sociale che ancora mancava nella crisi più clamorosa della modernità è dunque arrivato in scena, presentandosi a Napoli: è il ribellismo che scende in piazza […] contro tutto, la Regione, il governo, le regole, la prudenza, la paura, in quanto è fuori dal sistema, alla deriva in un luogo sconosciuto della politica dove anche il contratto tra lo Stato e i cittadini pare non avere più valore […] Come Napoli ha anticipato, qualcuno fa i conti con il costo di questa emergenza infinita, questa precarietà permanente, questa instabilità costante, scopre che il costo è alto almeno quanto il rischi del contagio, e presenta il saldo al potere. Ognuno ha il suo conto privato da protestare sul tavolo del governo, non c’è al momento una cambiale nazionale da far scadere in piazza, dunque non c’è un disegno unitario capace di raccogliere i diversi reclami, trasformandoli in una ‘causa generale, quindi in un’occasione politica. […] Così i ragazzi che pedalano sulle biciclette delle consegne a domicilio si trovano accanto in piazza i pizzaioli che temono la chiusura, i disoccupati dei Bassi, le badanti, i venditori di souvenir a cui hanno chiuso i banchetti nei vicoli: ognuno con una rabbia distinta di categoria, con una rivendicazione peculiare di mestiere, con un credito di lavoro specifico, in una collezione di risentimenti separati uniti soltanto dal momento della ribellione. […]
Un elemento unificante in realtà esiste, ed è la delusione generale per i buchi che ognuno scopre ogni giorno nella copertura sanitaria di base […], oltre ai mezzi pubblici sovraffollati che trasportano infezione. La sensazione è quella dell’abbandono per il cittadino lasciato solo, […] mentre il potere pubblico – Stato e Regioni – ha sprecato l’estate in uno scaricabarile di responsabilità che è un’altra conferma della scomposizione del Paese, a partire dal potere pubblico”.

Chi è a scrivere queste parole? Un estremista esponente dei centri sociali o dell’ultradestra? Un camorrista interessato a diffondere l’ordine criminale sui territori? No, è l’ex-direttore del quotidiano la Repubblica, sulle pagine dello stesso, nell’editoriale di lunedì 26 ottobre: Il virus della ribellione. Un articolo che manifesta in maniera piuttosto esplicita il timore dell’establishment nei confronti di una rivolta generalizzata, come ha già ventilato la ministra degli interni Lamorgese e come il governo ha già cercato di anticipare non solo con l’uso delle forze dell’ordine distribuite sulle piazze, certo non soltanto per impedire la movida (vista la chiusura anticipata dei bar dei locali di ritrovo alle ore 18), ma anche con ciò che il Dpcm del 25 ottobre prevede in tema di manifestazioni pubbliche: ovvero il permesso per le manifestazioni statiche (sit-in) e il divieto per tutte quelle mobili (cortei).

L’ex-direttore del quotidiano nazionale non viene poi meno al suo ruolo insinuando, anche contraddittoriamente, che le proteste sono «sfruttate dalla camorra che nel declino dell’economia ufficiale vede crescere la sua economia parallela e il mercato dell’usura».
Rimuovendo così il fatto che è proprio nella povertà e nella miseria estrema, che i farlocchi provvedimenti anti-virus potrebbero provocare, che questa potrebbe prosperare molto meglio che contribuendo a rinvigorire le proteste. Ma sono ormai abituali le rimozioni del mondo reale dal discorso mediatico, mentre il solito Roberto Saviano, pur parlando di Napoli come esempio della «disperazione del Sud che sta scoppiando», non rinuncia comunque a sottolineare gli interessi criminali che potrebbero stare alle spalle delle proteste.

Non stupisce che Saviano, l’informazione e i media istituzionalizzati, le forze politiche parlamentari tornino a rispolverare le tesi sugli infiltrati, la criminalità e l’estremismo senza volto, insieme a quella sinistra che, in quasi tutte le sue smorte gradazioni di opinione e colore (dal rosa pallido al rosso spento), assume lo stesso atteggiamento, sventolando il pericolo rappresentato dagli utili idioti di Casa Pound e Forza Nuova (utili tanto alla Destra che alla Sinistra per poter urlare al lupo) indicandone il presumibile coinvolgimento nelle manifestazioni, per allontanare da sé lo spettro della rivolta (che ancora una volta si aggira per l’Italia e per l’Europa) e poter continuare a dormire sugli allori delle sconfitte passate e non doversi assumere alcuna responsabilità politica.

Stupisce invece come anche all’interno dei movimenti, tra tante singole soggettività che pure proprio per le esperienze vissute non dovrebbero avere dubbi sul solito schema dei buoni e cattivi, si sia aperto un dibattito particolarmente presente in rete, come già avvenuto con i “gilet jaunes”, che fa propria la propaganda mediatica e delle anime belle della sinistra, che ripropone la solita minestra riscaldata sulla violenza o si scandalizza perché i giovani hanno attaccato e si sono impadroniti delle merci, come a Torino, di Gucci, dell’Apple Store e del negozio Geo e non dei beni di prima necessità, come ha dichiarato un noto intellettuale torinese in un intervista al quotidiano La Stampa : «Rappresenta una novità per una città che ha conosciuto grandi momenti di rivolta, ma mai con l’accaparramento di merce di lusso. Sarebbe una corruzione della storia».

Nelle rivolte, la composizione delle piazze e delle lotte non la si può certo definire a tavolino: non lo si poteva fare negli anni ’70, quando l’organizzazione di cui lo stesso intellettuale faceva parte fu invece tra le prime a cogliere la novità delle rivolte di Reggio Calabria, nelle carceri oppure per la casa e le occupazioni di massa che ne seguirono1, e non lo si può fare oggi quando i fermati e gli arrestati minorenni, di Milano soprattutto, ci parlano in maniera meno formale e forbita del livore delle periferie.

Periferie che da Torino, città con uno dei tassi più alti di povertà in Italia, a Milano, fino a Parigi e a Filadelfia, ci raccontano oggi la medesima storia: l’impossibilità di rappresentarne il disagio reale per tutte le forze politiche tradizionali e l’inevitabile esplosione che ne consegue. L’emarginazione economica e sociale delle aree suburbane, nonostante le belle parole spese, è molto più fuori controllo del virus2 e questo fa davvero paura perché le manifestazioni di questi giorni sono probabilmente soltanto l’antefatto di quelle che verranno, quando la “vera classe operaia”, di cui molto si ostinano a parlare senza più conoscerla, sarà risvegliata dal suo torpore dalla fine dei fondi destinati alla cassa integrazione (il 31 gennaio 2021) e del blocco dei licenziamenti. Forse è per prevenire questo che il governo e tutti gli apparati dello Stato e dell’informazione stanno già cercando di giocare d’anticipo criminalizzando il dissenso, nelle teste e nelle piazze. Anche se è chiaro ormai per tutti che il problema sociale è ormai globalizzato. Specialmente in Europa, dove il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in un’intervista, sempre a La Stampa, alla vigilia del vertice in videoconferenza fra i 27, ha potuto affermare che : “La Ue deve agire compatta per evitare disordini e rivolte sociali”.

L’ineffabile direttore di un Tg serale, martedì 27 ottobre, ha avuto almeno il merito di dire ciò che tutto questo mondo di benpensanti, così compassionevoli con i migranti quando non si ribellano oppure affogano in silenzio e con i poveri quando mendicano un lavoro qualsiasi o un tozzo di pane, pensa realmente di ciò che sta avvenendo e del protagonismo giovanile, spesso di immigrati di seconda generazione, nella ribellione delle periferie: si tratta della “schiuma”, ha detto rivolgendosi ai telespettatori per introdurre le notizie riguardanti le proteste. Separando, naturalmente, quelle pacifiche dei tassisti e dei proprietari dei bar e dei ristoranti da quelle dei disoccupati e dei lavoratori impiegati nelle stesse aziende che, a differenza dei loro datori di lavoro, non potranno certo godere dei ristori promessi dal governo.

Ma vediamo insieme cosa sta avvenendo. Come nella prima fase3, anche ora è proprio da Napoli che è iniziata la lotta, con la manifestazione serale di venerdì 23 ottobre in cui è esplosa la rabbia della città.
Il giorno dopo, nel pomeriggio, sempre a Napoli, c’erano cassaintegrati, disoccupati, operai degli stabilimenti di Pomigliano e della Whirlpool e molti altri, giovani o meno, pesantemente toccati e danneggiati dalla crisi e dai provvedimenti governativi. Che tutto ciò faccia paura al Governo, a Confindustria, ai media asserviti così come anche alle confederazioni sindacali della Triplice è nel normale gioco delle cose. Soprattutto la mancanza di una rappresentanza unica collettiva con cui sia possibile trattare e mediare, ma per caso non è che anche alla sinistra zombificata faccia altrettanto paura?

I giorni successivi hanno visto una mobilitazione dal sud al nord di tutto il paese e le manifestazioni di Torino e Milano, dove la rivolta è esplosa con una forte presenza di giovani, in particolare delle periferie urbane senza futuro, con pratiche di riappropriazione delle merci in Via Roma, la via del lusso torinese, e con la determinazione di attaccare i simboli della politica come a Milano il grattacielo della regione Lombardia.

I manifestanti di Milano, definiti come “uno sciame di vespe che pungeva dove capitava” da un investigatore di lungo corso4 costituiscono forse il più chiaro esempio di ciò che sta avvenendo ai margini della narrazione del mondo ufficiale. Tra i 28 fermati ci sono infatti 18 italiani e 10 stranieri, di cui 13 minorenni. Tutti provenienti dalla periferia di via Padova, via Porpora o dall’hinterland fin da Cernusco sul Naviglio. Più che chiedersi chi ha organizzato o infiltrato quelle centinaia di ragazzi e ragazzini, lo Stato e i suoi apparati dovrebbero forse chiedersi cosa ribolle nella pentola sociale di cui si finge di ignorare, o forse proprio si ignorano, le necessità e i bisogni. Non risolvibili soltanto sul piano della cultura con cui, troppo spesso, politici ed intellettuali si sciacquano la bocca non sapendo cos’altro proporre oppure non riuscendo nemmeno ad immaginare altre soluzioni che non siano quelle legate alla repressione e all’emarginazione economica e sociale.

A rafforzare questa ipotesi c’è il fatto che su Tik Tok, Instagram e altri social tipicamente giovanili stanno rimbalzando le immagini degli scontri di Torino e Milano, con l’indicazione a replicarli ovunque. Indicazione che non arriva da qualche soggetto politicizzato, ma proprio da quei giovani che tanto i cosiddetti boomer quanto i compagni, attribuivano paternalisticamente ad una gioventù disinteressata, passiva e irrecuperabile, mentre invece questi hanno colto il dato assolutamente politico di quei riot e si sono identificati nei loro simili. Inizia così ad emergere un nuovo soggetto politico, i cui contorni sono ancora invisibili, anche se probabilmente saranno ben più radicali; non perché fanno gli scontri e i saccheggi, ma perché sono i veri figli della catastrofe neoliberista e non possono nemmeno rivendicare la delusione del futuro negato. Non lo hanno mai avuto il futuro e il loro presente è assai più crudo di quello che le generazioni precedenti dei trentenni e quarantenni hanno vissuto.

Nelle piazze di Napoli, e in tutte le altre, c’è tutto e il contrario di tutto, le istanze sono reazionarie e comuniste allo stesso tempo, le distinzioni di destra e sinistra nello sguardo comune sono azzerate (certo, se uno si presenta esplicitamente facendo saluti romani e dicendo di essere di Forza nuova, la distinzione si fa un po’ troppo palese e il gioco non dura), così come le divisioni di classe: abbiamo fianco a fianco imprenditori (piccoli, medi o grandi non è qui importante) con lavoratori subordinati. E’ ovvio che le condizioni e le istanze siano differenti per ciascuno e siano in contraddizione, nonché pongano un serio problema: ovvero quello dell’egemonia piccolo borghese (come mentalità non come classe) che spinge in direzione di un orizzonte di immaginario e rivendicazione assolutamente lavorista e corporativista. Questo è per ora un pericolo da scongiurare, ma non per questo ci si può esimere dal comprendere come una delle novità del movimento attuale sia proprio costituita dalla convivenza tra soggetti e rivendicazioni del tutto incompatibili fino a ieri.

L’antagonismo, nella maggioranza dei casi, è arrivato in ritardo al suo appuntamento con la storia (o forse non ci è arrivato proprio), non perché non ha chiamato per primo alle piazze, né perché non ha saputo rispondere al lockdown di marzo, ma perché sono vent’anni almeno che ha smesso di accarezzare il sogno dell’assalto al cielo e della resa dei conti con il nemico storico.
Si tratta quindi, per chi vuole comprendere il presente andando oltre i limiti del Novecento, di essere attenti a queste lotte, a questa tendenziale rivolta generalizzata con cui i discorsi liberal progressisti, il neo-togliattismo, le camarille politiche non hanno più nulla a che spartire, per poter affrontare una questione urgente e profonda: quella della ricomposizione di un soggetto sociale e politico, nemico del presente, che non può più essere riassunto soltanto in facili formule sociologiche e politiche.

Questo possibile movimento non uscirà vincitore conquistando un palazzo d’inverno ormai ridotto a rudere, ma soltanto quando sarà emersa una nuova generazione di ribelli e rivoluzionari, una nuova modalità della politica che abbia al suo centro non la vittimità, ma la volontà di potenza collettiva.
Forse è vero che a manifestare in maniera più radicale il proprio scontento e disagio sia oggi la schiuma, ma non quella immaginata dai benpensanti dell’informazione e della politica, ma piuttosto quella della Grande onda di Kanagawa dipinta da Katsushika Hokusai nel 1831.
Quella di uno tsunami che potrebbe travolgere il modo di produzione vigente, perché, proprio come per i veri tsunami, ha origini telluriche profonde nei movimenti della tettonica a zolle sociale, che nessun congiurato o infiltrato potrà mai davvero mettere da solo in movimento e che mai nessuna barriera di contenimento o repressiva potrà mai definitivamente impedire.


  1. Era l’epoca dello slogan, lanciato da Lotta Continua nell’autunno del 1970, Prendiamoci la città!  

  2. Come anche il magnifico film I miserabili di Ladj Ly (qui https://www.carmillaonline.com/2020/08/26/i-dont-live-today-2-la-guerra-nelle-periferie/ ) dovrebbe aver insegnato anche ai ciechi intellettuali che pur si riempiono la bocca delle parole cultura e cinema  

  3. Fu proprio a Pomigliano che, il 10 marzo scorso, iniziarono quelle agitazioni operaie e quei blocchi della produzione che costrinsero, almeno formalmente, il Governo a dichiarare un fermo di tutte le attività produttive. E fu proprio da Pomigliano che iniziarono le ribellioni e gli scioperi spontanei che poi si diffusero al resto delle fabbriche d’Italia, soprattutto in Piemonte e Lombardia  

  4. I. Carra, Milano scopre i suoi ragazzi della banlieue. “Uno sciame di vespe”, la Repubblica Milano, 28 ottobre 2020  

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Cosa resterà https://www.carmillaonline.com/2019/04/02/cosa-restera/ Mon, 01 Apr 2019 22:01:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51839 di Giovanni Iozzoli

Nel 2017 abbiamo celebrato l’anniversario del movimento del ’77. L’anno dopo è toccato è toccato al ’68. Nel 2019? L’autunno caldo, forse? Sia pur in forme sempre più blande, gli anniversari scandiscono anche una memoria generazionale, al di là della grande Storia, una memoria di persone concrete, in carne e ossa, che ridefiniscono dinamicamente il rapporto con il loro passato. Uomini e donne, ogni anno più vecchi, che discutono di sé, della loro storia, del senso del loro stare al mondo.

Il susseguirsi (più o meno ritualistico) delle celebrazioni mi [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Nel 2017 abbiamo celebrato l’anniversario del movimento del ’77. L’anno dopo è toccato è toccato al ’68. Nel 2019? L’autunno caldo, forse? Sia pur in forme sempre più blande, gli anniversari scandiscono anche una memoria generazionale, al di là della grande Storia, una memoria di persone concrete, in carne e ossa, che ridefiniscono dinamicamente il rapporto con il loro passato. Uomini e donne, ogni anno più vecchi, che discutono di sé, della loro storia, del senso del loro stare al mondo.

Il susseguirsi (più o meno ritualistico) delle celebrazioni mi porta a ripensare alla mia generazione – gli attuali cinquantenni – e al suo destino di apparente mediocrità. Una generazione che non pare aver depositato un vero lascito, una generazione senza slanci epici, senza una sua mitologia da tramandare – se non qualche autoironia sulla propria balbuzie tecnologica, tipica delle “generazioni di mezzo”. Quindi: non avremo anniversari, in futuro, da proporre alla memoria collettiva; niente seminari o monografie in cui sarà esaltato il nostro ruolo di “testimoni”; non riascolteremo nostalgicamente canzoni che celebrano eventi in cui siamo stati protagonisti. Siamo cresciuti con vecchi film in bianco e nero e ci siamo ritrovati all’improvviso nel più fasullo e colorato degli universi virtuali: e tutto nello spazio di un mattino, quasi senza accorgercene.

Vecchia storia, questa della “transizione”: tutte le generazioni sono sempre in transizione, ma la mia, chissà perché, mi dà l’idea di averla subita unilateralmente, più di altre. Una generazione mai davvero protagonista, come se fosse cresciuta in un vuoto artificioso, in un deserto della storia, nel quale non ha ricevuto linfa, impulsi vitali, un ambiente sterile in cui non ha interagito e a cui non ha saputo reagire.

Eppure, se si getta anche solo un’occhiata distratta ai libri di storia, ne sono successe di cose, nei decenni che separano quelli come me dalla loro infanzia civile: la totale riscrittura della carta geopolitica dell’Europa; una feroce continuità bellica ai quattro angoli del pianeta; postcolonialismi e neocolonialismi variamente intrecciati che ingoiano intere nazioni e digeriscono utopie; e le tv commerciali che formattano la psiche collettiva degli italiani ben oltre ogni pessimistica aspettativa pasoliniana; una lenta, strisciante, persistente controrivoluzione sociale che consolida i primati di amoralità, familismo, clientela. Altro che deserto.

Sotto i nostri occhi le civiltà crollavano.

I ragazzini degli anni ’80 guardavano il mondo con sguardo cinico e al contempo stupito – il disincanto verso le narrazioni sistemiche, ormai fuori moda, conviveva con l’incedere maestoso e catastrofico degli eventi. Si è scritto molto del rinculo privatistico di quegli anni, il solipsismo, la perdita di intelligenza e moventi collettivi: eppure nessuna generazione precedente aveva visto scorrere davanti ai suoi occhi il fiume tremendo della Storia con tanto fragore, dopo i due conflitti mondiali. Cosa vedevamo, in diretta, sui nostri vecchi televisori? La resa progressiva dell’URSS che dal 1986, accordo dopo accordo, retrocedeva il suo campo d’influenza fino all’autoannientamento. Tienanmen che si riempiva di migliaia di giovani anime in pena, incuranti del motto di Deng: arricchitevi! E nei brulli altopiani afghani si consolidava e avanzava la “rivincita di Dio” – che la modernità pareva aver a suo tempo espunto dalla storia – e l’islamismo politico metteva alle corde l’Armata Rossa (mentre gli amici della sinistra palestinese ci raccontavano allibiti delle madrasse che aprivano in Palestina, con i soldi del Golfo e la benedizione dello Shin Bet israeliano). Tutto era maledettamente complicato, tutto era caoticamente in movimento. Tutto era incubazione dei processi oggi in corso.
Nel novembre 1989 a Berlino il maldestro annuncio di un ministro, anonimo fantaccino della storia, provocava il primo assalto di massa di cittadini orientali al Muro, che fortunatamente non trovava resistenza: da lì a poche ore crollerà tutto il cupo e maestoso edificio che eravamo abituati a chiamare DDR. Gorbačëv era il più rassegnato di tutti e fingeva di voler “transitare” pure lui, mentre era in ostaggio delle leve potenti che ogni controrivoluzione capitalistica scatena, quando le forze produttive si liberano dei vecchi rapporti sociali decrepiti. Potenze anonime e incontrollabili, proprio come quelle che in Cina, nel decennio successivo, avrebbero prodotto il più prodigioso processo di modernizzazione della storia dell’umanità.

Guardavamo quello smottamento devastante, noi ragazzini degli anni ’80, e non capivamo che quelle macerie, quelle onde telluriche potentissime, parlavano anche a noi, alle nostre velleità, al nostro futuro indecifrabile. Cossiga, vecchio rottame catto-massone, disperato alfiere della realpolitik atlantica, stava intuendo il sovvertimento generale e si divertiva a recitare il ruolo del profeta pazzo: il crollo del socialismo sarebbe stato anche il crollo della Prima Repubblica, del suo ruolo di paese frontiera e cerniera, della sua centralità strategica, dei suoi mercati protetti, della sua lira svalutabile alla bisogna. La fine della guerra fredda ci spingeva in periferia – e non ne saremmo più usciti.

Alla fine degli anni ’80, nonostante i colossali mutamenti del teatro geopolitico, la nostra Italietta continuava a sembrarci immota provincia sub-imperiale, mentre la propaganda craxiana – l’Italia che va! – la raccontava addirittura dinamicamente in movimento (provare a diventare “moderni”, la tragica coazione italiota…).

Dopo la doppia sconfitta del movimento operaio, tra la marcia dei quarantamila e il referendum sulla scala mobile, il quadro sociale pareva stabilizzato in modo irreversibile. E milioni di italiani si percepivano effettivamente nel loro momento migliore: impiego pubblico, rendita da Bot, lavoro nero a go go, rientro degli emigranti, grandi cataclismi che muovevano altrettanto formidabili masse di indebitamento – Keynes e Antonio Gava uniti nella lotta.

Non eravamo né in crescita né propriamente fermi: diciamo una corsa sul posto.

E noi, ragazzotti degli anni ’80, più o meno figli di niente, con che animo nuotavamo in quello che ci pareva uno stagno soffocante, di cui ignoravamo la ribollente profondità? Non tutti si adattavano allo spirito dei tempi. Qualcuno più testardo si era messo in testa – addirittura – di raccogliere le bandiere cadute nel fango. Eravamo stati o no il paese più conflittuale d’Europa, un laboratorio rivoluzionario, con l’antagonismo più duraturo e il Partito comunista più forte dell’Occidente? La rivoluzione era stata o no una cosa seria – di sangue, piombo e riforme strappate con i denti? E allora perché non ricominciare? Perché non riprendere il filo spezzato dalla generazione precedente?

Quelli che coltivavano queste ambizioni si guardavano intorno perplessi. L’assalto al cielo aveva lasciato prevalentemente (ma non solo) macerie fumanti. Centinaia di uomini e donne in gabbia, erano testimoni viventi della sconfitta, della sanzione, una specie di monumento perenne all’impossibilità del cambiamento. Un monito, appunto, per le generazioni successive.

Ci guardavamo intorno a caccia di tracce fresche, indizi, reperti: da dove ricominciare? Dove sono i nostri fratelli maggiori? – ci chiedevamo – perché ci hanno lasciati soli? Dove sono gli arsenali, i giornali, le sedi, le radio – dov’era finita quell’onda di vita che pure era esistita, aveva lasciato tracce archeologiche visibili: c’erano rimasti in giro solo menestrelli queruli e strapentiti, gli unici autorizzati a parlare a reti unificate. E storie precocemente ingiallite, vendute a pacchi nelle bancarelle di libri usati (di cui eravamo, tra l’altro, accaniti consumatori).

Non era solo la repressione giudiziaria, la sconfitta operaia o la narrazione di regime: una potente comunità umana si era sgretolata, era implosa su se stessa, vittima delle sue contraddizioni – prima che degli attacchi del nemico – e noi ragazzi degli anni ’80 raccoglievamo lungo il nostro cammino rare pepite e i molti ciottoli anneriti di una stagione esaurita.

Non ho una memoria ingenerosa: me li ricordo bene i quarantenni di allora, carichi di processi e sconfitte che avrebbero stroncato un mulo, disponibili, sempre in prima fila, a organizzare la grande campagna antinucleare o il sostegno alla prima Intifada. Ma tutti loro sapevano di essere fisiologicamente il residuo ultraminoritario di una storia che era stata di massa. A guardarsi intorno c’erano ancora tutti: maoisti, anarchici, trotskisti e brigatisti; ma erano come statuine di un presepio, conservate con cura, anche belline, disposte in buon ordine, ma con legami ormai sempre più affievoliti con la società che pretendevano di rappresentare – soprattutto con i ragazzi e le ragazze italiane, gioventù inafferrabile. Non avremmo potuto contare su un ordinato passaggio di staffetta, le condizioni non lo consentivano.

I ricordi di quegli anni, a Napoli, in una città ancora endemicamente conflittuale, sono impastati di volontarismo, generosità e persistenti stati confusionali. Ricordo come negli ambienti “di movimento” non discutemmo praticamente mai dell’evento epocale del crollo del Muro, come se, assurdamente, non ci riguardasse affatto: che c’entriamo noi con quei rozzi regimi di fine secolo?

Noi siamo altro! – la benemerita futura umanità…

L’angelo della storia ci stava pisciando in testa e noi, sotto, facevamo finta di niente.

Guardavamo il passato con la nostalgia degli “sfiorati” – sentivamo l’odore della polvere da sparo senza mai aver sparato un colpo, più o meno metaforicamente. La testa volta all’indietro, verso le mitopoiesi di un passato che non ci apparteneva. E contemporaneamente lo sguardo costretto a guardare il presente indecifrabile, con durezza, con scaltrezza. Una specie di gianismo militante.
Se all’inizio degli anni ’80 qualcuno di noi poteva consolarsi, pensando che la storia fosse eterna ripetizione, che avremmo solo dovuto pazientare, perché il pendolo sarebbe tornato bene o male a girare dalla nostra parte, al giro di boa di quel decennio era ormai chiaro che un capitolo era chiuso per sempre, che dovevamo scriverne un altro usando inchiostro nuovo, e che ci mancavano le parole per riempire quelle pagine fresche.

E qui inizia la storia senza gloria di una generazione pragmatica e dimessa. Dedita all’invenzione estemporanea, alla politica del giorno per giorno, della navigazione a vista in mezzo a scogli acuminati e dentro nebbie persistenti. Una generazione senza medaglie, armata della buona volontà dei mediocri che devono tirare fuori soluzioni efficaci e alla svelta: è così che nacque, ad esempio, la stagione dei centri sociali (che all’inizio furono soprattutto sedi politiche e l’esaurimento graduale di quella funzione, negli anni, li logorò…). Scoperte inaspettate, pratiche improvvisate, sperimentazioni per ricostruire presidi e legittimazione nei territori; campagne solennemente annunciate, magari precocemente abortite per mancanza di mezzi e militanza; manifestazioni nazionali organizzate a colpi di gettoni telefonici nei bar di periferia; e poi la lenta faticosissima ripresa dei rapporti con il mondo operaio – un calvario di equivoci tutt’ora in corso.

Vite da mediani di spinta – le nostre –, vite di tenuta, di raccordo. Fatica e repressione (e un po’ di autoironia che ci portava finalmente anche a smitizzare i nostri fratelli maggiori – che, con tutto il bene possibile, a conoscerli meglio, si capivano tante cose…).

Pochi grandi scenari di massa – tra la Pantera e Genova 2001, eventi entrambi incompiuti e deludenti come ogni appuntamento mancato. Poche anche le teste d’uovo: a differenza delle generazioni precedenti, dal nostro seno non sono sortiti raffinati intellettuali e schiere di giornalisti mainstream (semmai precariato di massa delle tastiere e delle intelligenze diffuse). E pochi anche i politicanti di mestiere – in genere figure marginali anche dentro i movimenti, sempre a caccia di consulenze e improbabili mense pubbliche, nel sottobosco delle amministrazioni “progressiste”.

A differenza di chi ci aveva preceduto, a noi non era toccato misurarci con le lacerazioni strazianti delle sconfitte epocali. Ma avevamo vissuto e occupato con dignità e misura tutto lo spazio umanamente e socialmente possibile – le piazze reali e quelle virtuali dell’immaginario, sempre più ostili e contorte.

E questa cifra di “normalità” si riscontra nelle biografie dei tanti militanti o ex tali che oggi si possono ancora incontrare, qua e là, a fare il loro dovere, senza fanfare e grancasse. Una generazione con molti falliti e pochi venduti – grana grossa di gente sobria e seria, fanti e formiche. Perché non servono le primedonne davanti alle discariche napoletane o nella Val di Susa militarizzata, o a presidiare i cancelli delle grandi fabbriche o degli anonimi micromagazzini della logistica – i luoghi vecchi e nuovi in cui il potere si nutre dello stesso sangue, della stessa sottomissione dei “diversamente ultimi”.

Quei ragazzi degli anni ’80, spesso, li puoi trovare ancora lì, nei fronti sparsi del conflitto, nelle linee di frattura, nelle faglie sociali, a tagliare e ricucire, con gli occhiali sul naso, come vecchi sarti di paese.

Abbiamo fatto quanto potevamo, con i mezzi disponibili, nel tempo che ci è toccato vivere.

Abbiamo fatto quanto potevamo.

Eppure, adesso, mentre le ombre della sera (vabbè, del tardo pomeriggio), si allungano lente sulle nostre vite, sulle nostre speranze, sulle nostre bandiere – e i conti, maledetti, non tornano mai – ci sorprendiamo a chiederci: cosa resterà?

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Le voci di una Livorno ribelle e corsara https://www.carmillaonline.com/2018/05/27/le-voci-di-una-livorno-ribelle-e-corsara/ Sat, 26 May 2018 22:01:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45937 di Paolo Lago

Luca Falorni, Voci possenti e corsare. La Livorno ribelle dagli anni ottanta a oggi, Agenzia X, Milano, 2017, pp. 261, € 15,00.

Il recente libro di Luca Falorni, Voci possenti e corsare, trae il titolo da un verso di una canzone della cantautrice livornese Alessandra Falca, Livorno: le «voci possenti e corsare» sono le «urla del porto», le voci, cioè dei lavoratori portuali, che lo stesso Falorni, in una introduzione di carattere autobiografico, descrive come caratterizzate da un volume altissimo e scomposto, ascoltate mentre, da piccolo, una volta accompagnò il [...]]]> di Paolo Lago

Luca Falorni, Voci possenti e corsare. La Livorno ribelle dagli anni ottanta a oggi, Agenzia X, Milano, 2017, pp. 261, € 15,00.

Il recente libro di Luca Falorni, Voci possenti e corsare, trae il titolo da un verso di una canzone della cantautrice livornese Alessandra Falca, Livorno: le «voci possenti e corsare» sono le «urla del porto», le voci, cioè dei lavoratori portuali, che lo stesso Falorni, in una introduzione di carattere autobiografico, descrive come caratterizzate da un volume altissimo e scomposto, ascoltate mentre, da piccolo, una volta accompagnò il padre portuale a una assemblea dei lavoratori. Del resto, come ricorda lo stesso Falorni, anche lo scrittore livornese Carlo Coccioli diceva che «tutti i livornesi urlano troppo, sempre, senza motivo». È quindi la città di Livorno la vera protagonista del libro, una città che il lettore troverà molto diversa dalla ‘banalizzazione’ «degli anni novanta del cinema “postveltroniano” del noto regista Paolo Virzì […], annacquatore di costumi e usi labronici, tanto quanto inventore di una città immaginaria in cui le vie sono vuote a tutte le ore, in cui la politica non è niente più che un manifesto sbiadito o una battuta scherzosa in bocca a qualche personaggio secondario».

Quella che viene fuori dal libro di Falorni è una città vera e verace, che sa di mare e di porto, di voce della gente comune, di strade, di disagio e dolore, di ribellione. Perché, come leggiamo nel sottotitolo, si tratta della «Livorno ribelle», una Livorno corsara che ha sempre combattuto contro l’indifferenza e il vuoto diffuso, sollevando la testa, lottando. Infatti, il libro, è dedicato a una cronistoria della lotta per gli spazi sociali a Livorno (raccontata da svariate testimonianze di chi ha vissuto in prima persona quei momenti), una lotta effettuata da un gruppo di giovani che, fin dagli anni ottanta, ha combattuto, in aperto contrasto con il potentato locale – prima il PCI, poi il PDS – per cercare degli spazi sociali dove poter svolgere attività politica, culturale e artistica connotata da una chiara impronta antifascista. L’introduzione del libro, intitolata Ironici volti sulle rovine, è dedicata a un racconto prevalentemente di carattere autobiografico: Falorni racconta la sua ‘educazione sentimentale’ politica e culturale a Livorno fino alla scelta, nel 2002, di lasciare la città per trasferirsi a Milano e svolgere nel capoluogo lombardo la sua professione di insegnante di Lettere. Una situazione insostenibile – quella di sentirsi un «topo nella gabbietta» quando la gabbietta è tutta la città – ha determinato la decisione di trasferirsi a Milano: «Orrore, terrore, raccapriccio, pensavo all’epoca, meglio morire solo in un andito buio alla Bovisa, stramazzare sulla Comasina, marcire nella Brianza velenosa, che finire così». Livorno, quindi, oltre che come culla e madre, appare anche sotto le vesti di prigione provinciale vuota e insostenibile, quasi come la gretta e fatua provincia tratteggiata dalla penna di Balzac nella Comédie humaine, in cui tutti sanno tutto di tutti e ognuno ha un suo ‘rispettabile’ e incasellato ruolo sociale. L’autore, in questo modo, intende anche sfatare il mito di Livorno «isola felice», propagandato da una fatua opinione pubblica e dai «boiardi di partito». Disagio sociale, disoccupazione giovanile, «crisi sistemica del porto già dai fine anni ottanta, a cui sarebbe seguita la progressiva dissoluzione di tutto il tessuto sociale cittadino»: altro che isola felice! Luca, insofferente a ogni tipo di incasellamento, ha preferito ‘perdersi’ nella metropoli e da lì, anni dopo, raccontare con queste pagine alcuni indelebili momenti della storia underground livornese. Nel suo scritto autobiografico l’autore, con note malinconiche e doloranti, ricorda anche gli amici che non ci sono più, tanti compagni di strada che non ce l’hanno fatta, anche e soprattutto falcidiati dalla piaga dell’eroina che negli anni ottanta – gli anni del ‘riflusso’ in cui le persone cominciavano a chiudersi in casa, complici le nuove televisioni private, piuttosto che lanciarsi nel marasma vitale delle strade – mieteva le sue vittime soprattutto fra i giovani. E, in questi momenti, la scrittura di Falorni mi ha fatto pensare al recente romanzo di Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo, uscito nel 2016 (cronistoria autobiografica di un’educazione sentimentale e politica, stavolta proprio a Milano), in cui lo scrittore ricorda con note dolorose tutti gli amici falcidiati dall’eroina.

A seguire l’introduzione dell’autore incontriamo uno scritto di Silvano Cacciari (Attaccare il dispositivo di controllo) che traccia un quadro delle occupazioni livornesi da un punto di vista più strategico-politico, legato alla gestione, anche sociale, del territorio. Uno degli errori più grandi, secondo Cacciari ma anche secondo molti altri intervistati, è stato quello di offrire indiscriminatamente troppo spazio ai tossicomani i quali, nella prima occupazione del 1989 (quella di Villa Sansoni, come vedremo), hanno preso in mano le redini della gestione del luogo dando adito all’opinione pubblica, movimentata dall’egemone partito locale, che considerava la Villa come una sorta di ricettacolo di ‘drogati’. Come nota Cacciari, «in Villa ci siamo dovuti confrontare con maggioranze schiaccianti di eroinomani in assemblea per la gestione del posto, forse il nostro è stato uno dei pochi collettivi che è stato politicamente sgomberato dai tossici!». Un’altra problematica affrontata è costituita dalle dinamiche di interrelazione col partito egemone in città, perché «il Pci all’epoca rappresentava esattamente il contrario di una forza popolare, era in realtà una forza di occupazione del territorio», un «dispositivo di controllo»: «Quando noi facevamo politica, organizzavamo un’azione, anche quando facevamo le feste, ci trovavamo sempre in mezzo i funzionari del partito». È facile quindi capire perché nel 2014, assistendo da Milano alla clamorosa sconfitta del PD nelle elezioni cittadine e alla vittoria dei pentastellati (comunque poi rivelatisi una specie di «Armata Brancaleone»), Luca afferma di aver euforicamente brindato con un «ottimo rosso piemontese» del 2003.

Dopo le dichiarazioni di Cacciari, è Franco Marino, pseudonimo di un redattore di “Senza Soste”, importante giornale livornese di controinformazione, a tracciare una sintesi di «dieci anni di movimento a Livorno (2001-2011)». Nel 2001, infatti, un gruppo di giovani rioccupa una palazzina che era stata la sede storica del centro sociale «Godzilla». Inizia poi un periodo di importanti lotte sociali che sfociano in cortei ed esperienze di piazza come il gigantesco corteo contro la base militare americana di Camp Darby, nel 2003, o la grande manifestazione, nel 2006, contro il rigassificatore offshore, una enorme nave gasiera che sarebbe stata ancorata al largo della città, fino alla nascita del «Mal», il Movimento antagonista livornese.

Cominciano quindi le testimonianze, anima e cuore pulsante del libro di Falorni, rigorosamente divise in blocchi cronologici e precedute da una mappa dei luoghi attraversati dal movimento livornese attraverso gli anni. Il primo gruppo di testimonianze comprende gli anni dal 1980 al 1993 ed è raccolto sotto il titolo Questa storia non mi piace! – lo stesso di un documentario di Falorni sugli spazi sociali a Livorno dal 1980 al 1993 (l’autore, infatti, è anche un bravo videomaker). Le testimonianze qui raccolte sono tratte proprio dal documentario-intervista. Già dagli anni ottanta, come osservano molti intervistati, si cercava – da parte del Collettivo spazi sociali che si riuniva nel Palazzo Rosciano occupato – uno spazio sociale che fosse un centro di aggregazione politica e culturale. La prima importante occupazione (dopo quella, passeggera, dell’ex Istituto Pascoli) è quindi quella, nel 1988, di Villa Sansoni, una villa ottocentesca nella frazione di Ardenza, nella zona sud della città, località in passato «sirena e adescatrice» di pittori postmacchiaioli. Come già ricordato, l’esperienza dell’occupazione svanisce nel ‘riflusso’ provocato dall’eroina. Come afferma Massimo M., «l’eroina pesò parecchio sul movimento degli spazi sociali, la città stessa in un certo periodo era stata affossata da chi si faceva le pere. Livorno era particolarmente nel mirino e non credo che ciò sia successo per caso. C’era stata una strage, anche di gente in gamba che avrebbe potuto dire la sua». La seconda, importante occupazione cittadina è poi quella del «Godzilla», che prende il nome dal mostro del cinema giapponese di fantascienza. Inaugurato nel dicembre del 1990, lo spazio sociale è il frutto di un’occupazione e di un accordo con l’amministrazione locale: all’interno di esso, nel corso degli anni, vengono avviati significativi progetti politici e culturali, come il gruppo di studio su Foucault o le prime sperimentazioni sulla comunicazione informatica. Purtroppo, anche l’esperienza del Godzilla decade più o meno per gli stessi motivi della fine dell’occupazione di Villa Sansoni: l’incapacità di contenere l’invasione da parte dei tossici e gli attacchi dell’amministrazione locale che, appunto, vedeva il centro sociale come un ‘ricettacolo di drogati’.

Dopo la significativa occupazione del Teatro delle Commedie, nel 1993, un teatro abbandonato e lasciato in disuso dall’incapace amministrazione locale, si passa alla seconda sezione delle testimonianze raccolte nel libro, Uovo strapazzato (1993-2010). Nel novembre del 2001, un gruppo di giovanissimi, una nuova generazione dedita alla ricerca di spazi sociali, rioccupa la palazzina del vecchio Godzilla mentre una parte del collettivo, più legata all’ambiente dello stadio, crea al primo piano della palazzina il Centro politico 1921. Di nuovo, vengono avviate iniziative culturali e politiche (personalmente, ricordo un interessante ciclo di seminari su Impero di Negri-Hardt tenuto da Silvano Cacciari) in una temperie socio-politica complessa: Genova 2001, manifestazioni contro la base americana di Camp Darby e contro il progetto del rigassificatore, le varie «sagre del precario» organizzate all’interno della Fortezza Nuova, un altro bellissimo spazio cittadino – una fortezza medicea circondata dai canali – abbandonato alla decadenza dall’amministrazione locale.

Si arriva dunque all’ultima sezione del libro, Il posto più difficile del mondo (Livorno ribelle oggi). La scena degli spazi sociali oggi è dominata da due importanti luoghi: il «Teatrofficina Refugio (Tor)» e la «Caserma occupata». Il primo, occupato nel 2006, è un teatro dove vengono organizzati concerti, spettacoli, mostre, iniziative culturali ed artistiche, anche con ospiti importanti a livello nazionale: si tratta probabilmente del luogo, al momento attuale, più culturalmente attivo e vitale della città. La Caserma (una vecchia caserma in disuso), occupata nel 2011, è sede di diverse iniziative, soprattutto di carattere musicale nonché del Critical Wine che ogni anno, in dicembre, vede riuniti produttori vitivinicoli provenienti da ogni parte d’Italia. A fianco di questi spazi occupati è poi doveroso ricordare altre strutture che sono attive a Livorno con un progetto di militanza sociale, politica e culturale sul territorio, come l’Associazione don Nesi nel quartiere di Corea (che nasce nel luogo dell’ex villaggio scolastico creato coraggiosamente negli anni sessanta da don Nesi per aiutare famiglie e ragazzi in condizioni di disagio), la Federazione anarchica, gli Orti Urbani di via Goito, un pezzo di amena campagna nel centro cittadino sottratto (per ora) all’edilizia selvaggia.

Il libro di Luca Falorni è perciò sicuramente un importante tassello, frutto di un lavoro certosino, nella ricostruzione di un periodo storico importante (e, direi, non solo underground) per la città di Livorno. Dopo la lettura viene spontaneo chiedersi quanto sia assurda la logica da sempre sottesa agli apparati di ‘potere’ e controllo: spazi gestiti da giovani, culturalmente e politicamente attivi, vengono contrastati e osteggiati fino allo sgombero da parte di amministrazioni locali (dappertutto, non solo a Livorno) che non riescono a tollerare che quella stessa cultura sia gestita (meglio) da un “altro da sé”. È una logica assurda perché queste strutture non riescono a rendersi conto di quanto bene facciano, invece, questi spazi alle realtà urbane contemporanee, attraversate da complessità sociali sempre più intricate. Il totale svelamento di questa assurda logica è quindi probabilmente il principale punto di forza del libro di Luca. Un punto di debolezza è però, a mio avviso, l’eccessiva nota malinconica e ‘dolorante’ con la quale molti degli intervistati, soprattutto legati al mondo artistico, rievocano il periodo in questione, come se dolori, rancori, insoddisfazioni personali facessero oggettivamente parte di uno spazio e di un tempo. Come se, in fin dei conti, tutte queste esperienze passate fossero state un grande fallimento. Ma, forse, questa nota malinconica fa da sempre parte, fino in fondo, dell’anima di Livorno, città di porto, disincantata, profondamente ferita nel corso della storia, fino alle terribili distruzioni della Seconda Guerra Mondiale. E, nonostante tutto, perdute in mille malinconie, le «voci possenti e corsare» riescono sempre a risollevare la testa, a cantare, a urlare, a parlare, adesso anche a un pubblico più vasto, grazie al bel libro di Luca Falorni.

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Lotte e strategie comunitarie: orizzonti oltre il capitale https://www.carmillaonline.com/2015/11/07/lotte-e-strategie-comunitarie-orizzonti-oltre-il-capitale/ Fri, 06 Nov 2015 23:01:10 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=26448 di Gianmarco Peterlongo*

Puebla congreso comunalidad[Cronaca del Primo Congresso Internazionale della Comunalidad, tenutosi presso la Benemerita Università Autonoma di Puebla (BUAP), Messico, 26-29 ottobre 2015].

Centinaia e centinaia di attivisti, ricercatori, studenti, militanti delle lotte sociali ed indigene si ritrovano a Puebla sotto la bandiera del comune contro il capitale. Quattro giorni (dal 26 al 29 ottobre scorso) intensissimi di dibattiti e discussioni che hanno animato il Primo Congresso Internazionale della Comunalità: un concetto eterogeneo, come spiega Silvia Federici nell’assemblea di inaugurazione, che in qualunque sua coniugazione esprime il comune obiettivo [...]]]> di Gianmarco Peterlongo*

Puebla congreso comunalidad[Cronaca del Primo Congresso Internazionale della Comunalidad, tenutosi presso la Benemerita Università Autonoma di Puebla (BUAP), Messico, 26-29 ottobre 2015].

Centinaia e centinaia di attivisti, ricercatori, studenti, militanti delle lotte sociali ed indigene si ritrovano a Puebla sotto la bandiera del comune contro il capitale. Quattro giorni (dal 26 al 29 ottobre scorso) intensissimi di dibattiti e discussioni che hanno animato il Primo Congresso Internazionale della Comunalità: un concetto eterogeneo, come spiega Silvia Federici nell’assemblea di inaugurazione, che in qualunque sua coniugazione esprime il comune obiettivo di superare il sistema neoliberale neocoloniale patriarcale, che dopo 500 anni dalla conquista delle Americhe ha da impartire ancora solo miseria e guerra. La Comunalidad intesa, dunque, come progetto politico che esprime il rifiuto a tale sistema e che aspira a costruire “altro”, un mondo di tanti mondi già visibile in atto in migliaia di realtà che in tutto il pianeta costruiscono relazioni diverse, comunità e società fuori dalle logiche del capitalismo, dell’accumulazione, del profitto, dello sviluppo, e per la riproduzione della vita in una prospettiva cosmo-centrica: dalle battaglie contro l’austerità e la crisi nel vecchio continente alle lotte indigene per l’autogoverno che popolano tutto il continente americano.

Dobbiamo prepararci alla tormenta, ci dicono gli zapatisti del Chiapas, il capitalismo vive delle sue crisi, come insegna Marx, e l’apice del capitalismo ci porta oggi a una “crisi di civililtà (civilizatoria) globale. Una crisi sociale, ambientale, sanitaria, culturale, dei rapporti umani, spiega Raùl Zibechi, dove il consumismo rischia di sancire una mutazione antropologica senza precedenti nella storia dell’umanità, a cui la comunità e il lavoro collettivo possono essere l’unica risposta adeguata ed efficace all’arrivo della tormenta. “Camminare più veloce è camminare insieme” ribadiscono gli indigeni in resistenza dalla Selva Lacandona, attraverso le parole del fu Subcomandante Marcos.
C’è la voce di tutte le Americhe negli auditori dell’università, dei Sem Terra del Brasile, degli Aymara boliviani, di Occupy Wall Street e degli indigeni di Oaxaca, di collettivi femministi, delle polizie comunitarie dello stato messicano del Guerrero, della comunità autonoma di Cherán (Michoacán, Messico), delle lotte studentesche e dei movimenti sociali di Città del Messico. E ovviamente non manca la voce dei desaparecidos di Ayotzinapa e delle decine di migliaia di scomparsi dall’inizio della guerra sucia (guerra sporca) in Messico. Le parole di un compa peruviano commuovono l’enorme platea: “Per noi Aymara la morte non esiste, per noi i 43 di Iguala come tutti i desaparcidos sono qui ed ora insieme a noi a discutere e lottare”.

John HolowayTantissimi tavoli tematici in contemporanea animano al mattino le aule dell’università, che per alcuni giorni perde il suo carattere di accademia: giustizia comunitaria, estrattivismo, battaglie di genere, acqua e difesa dei territori, memoria, linguaggio delle lotte, pratiche di comunicazione comunitaria, migrazioni. Le esperienze dei compagni di tutta l’America Latina riportano in maniera chiara e ineludibile i limiti e le contraddizioni dei governi progressisti sudamericani, il neoliberismo economico del governo del Mas (Movimiento al Socialismo) del boliviano Evo Morales e l’avanzata delle monoculture transgeniche in Brasile e Uruguay, l’ipocrisia dell’ecuadoriano Rafael Correa di fronte alle mobilitazioni degli indigeni andini, e le elezioni in Argentina che segnano un’inevitabile disillusione davanti al così definito ciclo progressista.

“Sì, siamo antiprogressisti”, dice chiaramente Raquel Gutiérrez, tra le principali animatrici di questo congresso, “perché contro il mito del progresso del capitalismo e il paradigma sviluppista”, e perché il progressismo oggi in America Latina è la nuova faccia del colonialismo neoliberale: “Siamo antiprogressisti in quanto contrari al progresso come locomotore della storia, al progresso che unisce destra e sinistra, scienza e chiesa, e che è oggi una nuova forma di colonialismo moderno”, conclude il sociologo argentino Horacio Machado nell’ultima plenaria del congresso. Tantissimi intellettuali e realtà tutti insieme in un confronto non privo di discussioni: la voce delle donne di Silvia Cusicanqui e Sivia Federici, Margara Millán, autrice del recentissimo libro Desordenando el genero, decentrando la nacion (“Disordinando il genere, decentrando la nazione”), il femminismo comunitario della boliviana Julieta Paredes, John Holloway, lo storico statunitense Sinclair Thomson, Raùl Zibechi, Gustavo Esteva dall’Università della Tierra di Oaxaca, l’immenso linguaggio filosofico di Jaime Martínez Luna, Luis Tapia con la sua lezione sullo Stato come campo di lotta, la sociologa Fabiola Escàrzaga, tra i tanti.

Nelle assemblee plenarie pomeridiane dei primi due giorni ci si interroga spesso sul significato e sulla centralità della comunalità, condividendo in ogni caso la necessità non tanto di trovarne una definizione statica, ma piuttosto di concepirla come un concetto dinamico da tradurre nella lotta: Silvia Cusicanqui, ad esempio, invita a “pensare alla comunalità come un concetto eterogeneo che costituisca una forma utopica di ripensare l’esistente” contro il “processo di espropriazione della volontà collettiva da parte del capitalismo predatorio odierno”. Holloway, invece, sostiene che la comunalità vada percepita per natura come “movimento antagonista al capitalismo”, come processo oppositivo e di riconquista, in quanto “oggi viviamo nella società della distruzione del comune, delle relazioni comunitarie sostituite al denaro e alla merce”.

Puebla comunalidadLa plenaria del terzo giorno è incentrata sul ruolo della memoria storica, intesa non come un oggetto, ma come un processo da costruire collettivamente, al di fuori delle narrazioni ufficiali egemoniche del passato, lontano da pericolosi folclorismi così come da revisionismi reazionari. Nell’ultima plenaria, infine, dedicata all’ecologia politica, si guarda alla crisi del mondo moderno, al peggiore ecocidio della storia dell’umanità che oggi colpisce l’America Latina, al capitalismo come anomalia storica perché basato sullo sfruttamento e sulla distruzione della natura e dell’uomo, a cui opporsi oggi secondo una logica differente, biocentrica, che ponga cioè al centro l’uomo senza rimuoverlo dal suo contesto.

Insomma, tutt’altro che un concetto idealizzato e idilliaco, la comunalità è pratica di lotta il cui terreno supera i confini, varca gli oceani e accomuna milioni di persone in resistenza per la vita. Il comune, come spesso viene ribadito riprendendo l’insegnamento negriano, prende sempre forma a partire da un sentimento comune di dolore, rabbia e indignazione, e non a partire da una concezione romantica di unione. I ponti tra le lotte del comunitarismo indigeno latinoamericano e i movimenti sociali dei paesi dell’austerity sono ancora più evidenti se si guarda al linguaggio che utilizzano: solidarietà, mutuo soccorso, reciprocità sono gli strumenti per l’edificazione di comunalità e autonomia, gli anticorpi all’insopportabile individualismo dilagante, al razzismo e all’intolleranza. Sta ora a noi, europei, raccogliere la sfida e la lezione della comunalità, riconiugarla nei nostri territori, ben consapevoli di non poter attingere, in modo analogo, al sostrato di tradizioni secolari che costituiscono la memoria collettiva dei popoli in resistenza dell’America Latina, ma costruendo comunità che siano capaci di costituirsi come spazio delle differenze in lotta per il comune.

Qui video, audio e cronache delle assemblee plenarie e dei tavoli di discussione: http://www.congresocomunalidad2015.org/

Di seguito il pronunciamento finale della neo-costituita Assemblea Nazionale della Comunalidad tradotto in italiano:

URGENTE

PER IL TESSUTO COMUNE

PRONUNCIAMENTO
Primo Congresso Internazionale della Comunalità
Lotte e strategie comunitarie: orizzonti oltre il capitale.

  • Riconosciamo la necessità urgente di appoggiare le lotte sociali che emergono quotidianamente di fronte all’esproprio materiale e simbolico che il capitalismo predatorio porta avanti nel mondo intero. Sono lotte collettive e popoli che si concepiscono e si realizzano a partire da saperi, conoscenze e modi d’agire condivisi di uomini e donne che percorrono il cammino della emancipazione.
  • Adottiamo la “comunalità” come simbolo comune. Tale parola nacque negli anni ’80 come espressione di una realtà viva e in movimento, radicata nei modi di essere e di lottare dei popoli di Oaxaca. Presto si incontrò con altre di tale senso. E’ oggi una fonte di ispirazione e un manto efficace per coprire una varietà di iniziative e lotte che si contrappongono apertamente all’individualismo dominante. In alcuni casi, si tratta di antiche attività che nascono dal tessuto comunitario, come quello dei popoli indigeni, e che si aggiornano costantemente. In altri casi, riflette lo sforzo contemporaneo di coloro i quali soffrirono la costruzione individuale come una prigione e decisero di unirsi con altre ed altri per lottare per il comune e il comunitario. Si tratta sempre di relazioni sociali tessute in pratiche comuni che combattono per la vita e se ne prendono cura di fronte alla dinamica di morte dominante.
  • Ci impegniamo a generare nuovi concetti, teorie e saperi che contribuiscano a comprendere ciò che sta succedendo e a rinforzare le lotte per il comune e per la difesa della vita, contro le teste della idra capitalista. Rifiutiamo tutti i tentativi di gerarchizzare le conoscenze, per far prevalere quella dell’accademia e legittimare la dominazione. Favoriamo, invece, dibattiti fertili su idee e pratiche come quello che ha ispirato l’incontro convocato dagli zapatisti lo scorso mese di maggio.
  • Costituiamo l’Assemblea Nazionale della Comunalità, per continuare a sollecitare gli sforzi che ci uniscono, la lotta anticapitalista e la difesa dei nostri popoli. L’Assemblea adotta il motto del Congresso Nazionale Indigeno: “Siamo assemblea quando siamo insieme, siamo rete quando siamo separati”. Non sarà una entità organica, una struttura burocratica o uno spazio chiuso di intellettuali o attivisti. Sarà un tessuto aperto a quanti condividano le pratiche e gli ideali che ci uniscono. Manteniamo la speranza che con il tempo questa assemblea giunga a essere integrata da rappresentanti di assemblee statali, regionali e locali, costituite in forma autonoma da coloro che considerino utile farlo. Per realizzare questo proposito, costituiamo anche un comitato animatore dell’iniziativa, composto da chi ha organizzato questo Primo Congresso.
  • Esigiamo la comparsa con vita di tutti i desaparecidos di questi anni in Messico. Ci mancano ancora i 43 e solidarizziamo con le loro famiglie. Lontani dal farci intimorire, le azioni atroci delle autorità producono la rabbia e l’indignazione che ha nutrito questo congresso e che alimentano quotidianamente iniziative di resistenza ed emancipazione. Vivi li hanno presi, vivi li vogliamo!
  • Facciamo nostre le lotte per la difesa del comune, dell’acqua, del territorio che si estende negli spazi feriti del Messico, dell’America Latina, del mondo. Sappiamo che in quelle lotte si trova già il germe di un mondo nuovo capace di fermare l’orrore che ci travolge e di affermare il “buen vivir” che ci insegnano i popoli originari.

Puebla, Messico, 29 ottobre 2015

*Inviato a Puebla (Mx) C.S. Cantiere (Mi) www.cantiere.org/

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Quando l’immagine è politica https://www.carmillaonline.com/2015/09/21/quando-limmagine-e-politica/ Mon, 21 Sep 2015 21:30:53 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=25110 di Massimiliano Coviello

cinema-uva-immagine-politicaChristian Uva, L’immagine politica. Forme del contropotere tra cinema, video e fotografia nell’Italia degli anni Settanta, Mimesis, Milano – Udine, 2015, 210 pagine, € 24,00

Il volume di Christian Uva prende avvio dalla riflessione sul politico, inteso come dimensione della vita pubblica nelle sue relazioni con il potere, svolta dallo storico e teorico del cinema Maurizio Grande in Eros e Politica. Sul cinema di Bellocchio Ferreri Petri Bertolucci P e V. Taviani (1995). A partire dalle pellicole girate negli anni Settanta da Bellocchio, Ferreri, Petri, Bertolucci e dai Taviani, [...]]]> di Massimiliano Coviello

cinema-uva-immagine-politicaChristian Uva, L’immagine politica. Forme del contropotere tra cinema, video e fotografia nell’Italia degli anni Settanta, Mimesis, Milano – Udine, 2015, 210 pagine, € 24,00

Il volume di Christian Uva prende avvio dalla riflessione sul politico, inteso come dimensione della vita pubblica nelle sue relazioni con il potere, svolta dallo storico e teorico del cinema Maurizio Grande in Eros e Politica. Sul cinema di Bellocchio Ferreri Petri Bertolucci P e V. Taviani (1995). A partire dalle pellicole girate negli anni Settanta da Bellocchio, Ferreri, Petri, Bertolucci e dai Taviani, Grande, che per diversi anni intrattenne un dialogo vivace con Gilles Deleuze e Carmelo Bene, utilizza l’aggettivo politico non tanto per quei film che sviluppano il loro intreccio a partire dalla rappresentazione di un particolare contesto politico (è il caso della politica messa in scena nei film legati alla cronaca o in quelli di propaganda), quanto piuttosto per individuare le opere che possiedono un senso politico e suscitano interrogativi politici.
L’immagine politica si appropria del paradigma inaugurato da Grande. Pertanto il volume di Uva non è una storia per immagini degli anni Settanta e delle lotte che li hanno segnati ma un’analisi che, a partire da un accurato studio storico e critico delle riviste cinematografiche e di quelle dei gruppi extraparlamentari, del cinema, del video e della fotografia militante, offre al lettore un’analisi del contropotere delle immagini, delle sue forme e della sua efficacia sociale, politica, nonché della sua capacità di imprimersi nell’immaginario collettivo.

Il contropotere, ossia «contestazione, rivoluzione, resistenza, antagonismo» (p. 10), messo in atto dalle e per il tramite delle immagini configura queste ultime come armi capaci di enunciare un discorso e di sprigionare un senso politico di natura antagonista ma anche di denunciare, ossia di offrire una risposta, quella della controinformazione, al malcontento crescente nei confronti degli organi di stampa e dei mass media in varia misura conniventi con il discorso istituzionale.

L’immagine politica ha una scansione cronologica che intreccia gli eventi alle trasformazioni tecnologiche, stilistiche e contenutistiche connesse alle immagini e ai loro medium di propagazione e diffusione sociale. Il volume prende avvio dalle lotte studentesche e operaie della seconda metà degli anni Sessanta, un periodo in cui si afferma il “cinema militante”, una fase «nella quale fiorisce una nutrita produzione di materiali di “servizio alla causa” di matrice fondamentalmente documentaria» (p. 15). Al centro della seconda sezione, dedicata agli anni Settanta, vi sono i linguaggi elettronici del video: la tecnologia elettronica esce dagli studi televisivi e diventa un strumento accessibili ai molti per supportare, sovvertendo i mezzi di produzione, l’attivismo politico e le istanze trasformatrici del periodo. L’ultima parte di questo percorso sul contropotere delle immagini negli anni Settanta è dedicata alla fotografia, un apparato di cattura che in quel periodo è al servizio di scopi e regimi discorsivi molto diversi, dalle Polaroid delle Brigate Rosse alle “immagini del movimento” di Tano D’amico.

Andiamo per gradi e proviamo a offrire una panoramica su ciascuna delle sezione di cui si compone L’immagine politica.

Fotogramma tratto da Ipotesi su Giuseppe PinelliA cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, il dibattito sullo specifico ideologico e linguistico del cinema politico imperversa su riviste come «Cinema&Film» «Ombre Rosse» e «Cinema Nuovo». A confrontarsi sono posizioni contrastanti a proposito della dimensione didattica del film, dell’accesso democratico al mezzo e alla grammatica cinematografica, della militanza e della rivoluzione culturale condotta attraverso il cinema. D’altra, parte anche la pratica del cinema militante si presenta come un coacervo di istanze produttive: dai gruppi extraparlamentari alle riviste come «Lotta Continua», dai collettivi studenteschi come il “Collettivo cinema militante Milano” a quelli operai e femministi, come il “Collettivo di Cinema femminista”, sino ai gruppi e ai comitati che riunivano registi e cineasti come il “Comitato cineasti italiani contro la repressione”, formatosi all’indomani della strage di piazza Fontana avvenuta il 12 dicembre 1969. Uno dei gruppi del comitato dei cineasti, realizza, con il coordinamento di Elio Petri, Ipotesi su Giuseppe Pinelli (o Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli). Le tre versioni sul presunto suicidio dell’anarchico milanese sono restituite allo spettatore grazie alla capacità attoriale di Gian Maria Volonté «nella funzione di persona/personaggio interna/esterna alle tre “narrazioni” che ricostruiscono, sfruttando le diverse e contraddittorie indicazioni fornite dalla Questura, i vari scenari dai quali emerge in definitiva l’impossibilità materiale della caduta volontaria o accidentale dell’anarchico dalla finestra» (p. 70).
A livello delle tecnologie usate dal cinema militante dell’epoca, tematiche e rivendicazioni vengono documentate e raccontate attraverso quei formati ridotti come l’8mm e il 16mm che consentivano l’alleggerimento dell’apparecchiatura e davano al cineoperatore, professionista o amatoriale, la possibilità di cogliere sul fatto le manifestazioni e le proteste, le assemblee e gli scioperi.
Tra le esperienze più fertili e riuscite di questa stagione si può ricordare la serie dei Cinegiornali Liberi realizzati da Cesare Zavattini a partire dal 1967, nei quali l’utilizzo del piano sequenza “adegua” l’estetica del pedinamento di matrice neorealista ad un cinema di analisi e di intervento, militante e di azione, «un cinema di tanti per tanti» (p. 42) che però prevede la presenza e il supporto di intellettuali e registi.
In pieno Sessantotto il Movimento Studentesco dell’Università “La Sapienza”, con il coordinamento del regista Silvano Agosti, realizza quattro cinegiornali sulle manifestazioni romane. Ben presto alcune immagini di questi cinegiornali (il ferimento di Oreste Scalzone, allora leader del Movimento Studentesco, le cariche violente della polizia contro i manifestanti che protestano per l’arresto di Piperno e Russo) vengono «fagocitate e reiterate in più momenti dalla televisione, diventando tout court il simbolo di quella stagione» (p. 49).
Matti da slegareCon l’arrivo degli anni Settanta il cinema militante inizia a produrre immagini e discorsi su due nuove direttrici che possono essere definite a partire da alcune parole chiave la prima è sintetizzata dalle rivendicazioni sociali delle minoranze, la seconda, sulla scorta dell’ascesa del terrorismo di destra e la strage di piazza Fontana, fonde le lotte studentesche e operaie al passato della Resistenza. Nella prima direttrice rientrano opere importanti come il documentario, girato nel 1975, tre anni prima della legge Basaglia, Matti da slegare di Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia e Stefano Rulli. Gli autori di Matti da slegare mostrano gli spazi interni dell’ospedale psichiatrico di Colorno (Parma) e le strutture esterne di recupero in cui venivano impiegati alcuni dei ricoverati dismessi e soprattutto deliberatamente rifiutano «un ruolo puramente documentaristico o di informazione, optando piuttosto per un intervento diretto sulla realtà politica e sociale di uno spazio fisico che, nel frangente, è quello dell’emarginazione dei malati di mente» (p. 58).

Fotogramma da Pagherete caro Pagherete tutto, la morte di ZibecchiLa seconda direttrice intrapresa dal cinema militante, a fianco di quella a vocazione sociale e femminista, è quella ideologica e militante. All’interno di questa direttrice, oltre al lavoro di Volonté e al già menzionato Ipotesi su Giuseppe Pinelli, rientrano operazioni di controinformazione militante che si impegna a offrire immagini e punti di vista sulle manifestazioni, sulle violenze della polizia e sul terrorismo nero opposti a quelli forniti dalla stampa e dalla televisione. Due titoli. Il primo è Pagherete caro pagherete tutto (1975) del Collettivo cinema militante Milano, «vero e proprio manifesto dell’antifascismo militante […], realizzato durante le “calde” giornate dell’aprile 1975» (p. 78). Pagherete caro pagherete tutto è il resoconto delle uccisioni compiute dall’estremismo di destra (l’omicidio di Carlo Varalli) e dalla polizia (Giannino Zibecchi, investito da una camionetta della polizia durante le manifestazioni per la morte di Varalli). Il secondo film è Filmando in città – Roma 1977, realizzato da Lotta Continua per documentare, con immagini fisse e in movimento, spesso a bassa definizione, la repressione di stato e le violenze della polizia. Uva, che nella sezione dedicata alla fotografia, analizzerà gli scatti realizzati da Tano d’Amico su quegli stessi eventi, in particolare l’arresto e il ferimento di Paolo Tommasini (Paolo) e di Leonardo Fortuna (Daddo), attribuisce alle immagini di Filmando in città la «funzione di inoppugnabili prove, tracce, indici di una violenza e di una criminalità di cui si intende responsabilizzare lo Stato» (p. 85).

Le tecnologie di ripresa e registrazione elettronica vengono impiegate per la prima volta al di fuori degli studi televisivi a metà degli anni Sessanta grazie a tre noti artisti, precursori della video arte: Andy Warhol, Les Levine e Nam June Paik. È soprattutto quest’ultimo a pensare e adoperare il video come strumento antagonista rispetto alla televisione e a sostenere la nascita di una controcultura fondata su questa tecnologia. Dal punto di vista tecnico, il video può essere considerata l’“arma” ideale per la militanza e la guerriglia urbana. Esso è in grado, seguendo la teoria e la pratica vertoviana, di cogliere e restituire la vita colta sul fatto, inoltre permette di produrre immagini facilmente rielaborabili in fase di post produzione, infine, come già accennato, l’utilizzo del video da parte delle controculture è in opposizione alla produzione televisiva con la quale condivide la stessa matrice tecnologica.
Nel 1964 il padre degli studi sui media, Marshall McLuhan, dà alle stampe Understanding Media: The Extensions of Man (Gli strumenti del comunicare). Nel volume McLuhan classifica come freddi i medium che hanno una bassa definizione e che quindi richiedono un’alta partecipazione dell’utente, in modo che egli possa riempire e completare le informazioni non trasmesse; i media caldi sono invece quelli caratterizzati da un’alta definizione e da una scarsa partecipazione. Leggerezza del dispositivo, bassa definizione dell’immagine e alto livello di partecipazione e coinvolgimento: il videoattivismo, cinquant’anni prima dell’avvento dei social media e del giornalismo partecipativo, sembra possedere, in misura maggiore rispetto al medium televisivo, tutte le caratteristiche per essere una di quelle pratiche mediali che McLuhan avrebbe definito come fredda.
Rispetto all’utilizzo coevo del mezzo televisivo e del cinema, la politicità dell’immagine video si esprime, in primo luogo a livello temporale. Il video, a differenza del cinema, non riproduce il tempo ma lo produce: l’immagine si genera e si trasforma mentre l’evento ha luogo. Inoltre, Uva rileva la centralità del flusso video che risponde a «quell’urgenza […] di porsi in presa diretta con la realtà» (p. 97). La registrazione in tempo reale e il long take ben si adeguano alle necessità di processualità, trasformazione e immediatezza che sono racchiuse nell’idea di rivoluzione permanente ritornata in auge negli anni Settanta.
In Italia, il termine “videoteppisti” compare in quello che potrebbe essere definito il manifesto del video militante: Senza chiedere permesso. Come rivoluzionare l’informazione, un volume a cura di Roberto Faenza, edito da Feltrinelli nel 1975. Accanto ad alcune importanti proposte programmatiche ed estetiche sull’uso del video per una comunicazione partecipata e paritetica, Senza chiedere il permesso istruisce i suoi lettori sulla tecnica e la pratica del mezzo che, a differenze delle compatte fotocamere digitali, era ancora un sistema composto da due dispositivi separati, la telecamera con il microfono e il videoregistratore, e aveva dei costi elevati. Pertanto Faenza, che è ben consapevole della valenza politica dei media e della necessità per il proletariato di conoscere e controllare i propri mezzi di comunicazione, promuove un uso collettivo del videotape per «controllare e non di farsi controllare dalla tecnologia» (p. 95). All’esaltazione, tipica del periodo, di una produzione partecipata dal basso spesso fondata sullo spontaneismo, Faenza accosta la riflessione sulla dimensione processuale che la tecnologia video garantisce sia in fase di registrazione (la vita colta sul fatto) sia in fase di fruizione (il flusso di immagini che può restituire l’evento nel suo farsi) e che si oppone e nasce per contrastare l’idea di ricezione passiva del prodotto televisivo.
Come per il cinema militante, anche nel caso delle esperienze video i temi delle lotte sociali si affiancano all’antagonismo politico. è il caso di Processo per stupro (1979) di Loredana Rotondo, prodotto dal movimento femminista per denunciare l’arretratezza della legislazione italiana in materia. Trasmesso dalla Rai e presentato in diversi festival del cinema, Uva definisce Processo per stupro un oggetto narrativo non identificato per il suo carattere ibrido, «a cavallo tra prodotto televisivo di servizio pubblico e video militante» (p. 111).
Tra le esperienze di video attivismo più importanti, sia dal punto di vista della militanza sia per la consapevolezza tecnica e teorica del mezzo, c’è quella di Videobase. Il collettivo nasce nel 1971 e comprende Anna Lajolo, Guido Lombardi e Alfredo Leo. Lottando la vita (1975), girato tra i lavoratori italiani a Berlino, e Il lavoro contro la vita (1979), un’inchiesta sul petrolchimico di Porto Marghera realizzato per Rai Tre, condensano, già a partire dai titoli, la proposta teorica, estetica e politica di Videobase. Se il video è in grado di catturare il flusso vitale degli eventi e degli esistenti, allora esso è anche capace di “dirottare” questo flusso al di fuori delle processi di irreggimentazione a cui la politica ha sottoposto la vita. Ad una società disciplinare, fondata sull’esercizio della violenza e della repressione poliziesca delle manifestazioni, Videobase contrappone una biopolitica affermativa che, pur non potendo prescindere dalle lotte, è «intesa come politica condotta in nome e a difesa delle forme di vita» (p. 130). Per Videobase non esiste un confine tra osservatore e osservatore: nella loro pratica, in cui è evidente il debito nei confronti del documentario etno-antropologico, vige una tendenza “immersiva” nei confronti dell’ambiente, spesso i testimoni e gli intervistati vengono inquadrati mentre guardano e dibattono su ciò che è stato girato in precedenza. Tali strategie permettono a Videobase di rafforzare la dimensione performativa e partecipativa del video.
Le strategie del controllo, le forme della sorveglianza, le pratiche dell’irreggimentazione: al centro della produzione di Alberto Grifi ci sono molte delle tematiche studiate da Michel Foucault (Surveiller et punir viene pubblicato nel 1975; due anni prima, Gilles Deleuze e Félix Guattari avevano scritto L’Anti-Edipo, incentrato sulla contrapposizione tra desiderio e capitalismo). Ne Il festival del proletariato giovani al Parco Lambro (1976) Grifi coordina la regia di quattro troupe di “videoteppisti” catturando, contro il parere degli organizzatori, tutte le contraddizioni e le proteste emerse durante il festival milanese. In Lia (1977), un piano sequenza di oltre venti minuti serve a raccogliere le parole dell’omonima studentessa che, durante un’assemblea sull’antipsichiatria, smonta la retorica dei collettivi di sinistra. Fotogramma tratto da Anna di GrifiMa è soprattutto in Anna (1972-1975) che le tematiche sopra elencate incontrano le immagini più intense, immagini capaci di articolare un complesso discorso sulla follia e la sessualità. Anna è un progetto talmente sperimentale che la forma di vita che esso tenta di raccontare – la cronaca di una minorenne sarda, ospitata dall’attore Massimo Sarchielli, che sul proprio corpo gravido reca i segni della contenzione e della tossicodipendenza– impone continue trasformazioni alle forme della rappresentazione: dalla pellicola al video, dalla creazione di una traccia di lavoro per il film alla scelta di registrare tutto ciò che accade prima e dopo e le scene, sino allo scavalcamento dello spazio che separa la troupe e il profilmico per mezzo del gesto compiuto dall’elettricista Vincenzo Marra che entra in campo per dichiarare, di fronte all’obiettivo, il suo amore per Anna.

I primi congegni di ripresa foto-cinematografica sono costruiti e lessicalizzati sul modello dell’arma da fuoco: uno degli esempi più noti è il fucile cronofotografico di Étienne Jules Marey, fabbricato alla fine dell’Ottocento, con cui era possibile mirare e fotografare un oggetto in movimento nello spazio. Mettiamo tutto a fuoco! Manuale eversivo di fotografia (1978) di Fabio Augugliaro, Daniela Guidi, Andrea Jemolo e Armando Manni, una sintesi delle buone pratiche per realizzare immagini della e per la lotta, è in perfetta continuità con la semantica e la pragmatica che legano le capacità scopiche, mediate dall’apparato fotografico, e la potenza di fuoco in ambito militare. Naturalmente, il manuale edito da Savelli compie un’operazione di parziale inversione, spostando “il fuoco” dal contesto bellico a quello delle lotte di piazza: «la messa a fuoco del soggetto su cui gioca il titolo del manuale si fa così lo strumento attraverso il quale l’atto fotografico diventa un vero e proprio atto politico» (p. 196). Come accade per altri volumi coevi – oltre al testo di Faenza già menzionato si può ricordare anche L’arma dell’immagine. Esperimenti di animazione sulla comunicazione, realizzato dal Laboratorio di Comunicazione Militante per fornire strumenti di analisi dell’immagine giornalistica capaci di svelarne il portato sensazionalistico e repressivo – l’educazione alla tecnica non è scindibile da quella politica.

giuseppe-memeoLa fine degli anni Settanta è caratterizzata dalla convivenza delle istanze vitali e desideranti che hanno animati i movimenti e la loro produzione audiovisiva, con una pulsione distruttiva e mortifera che trova nel terrorismo e nelle sue immagini fotografiche la fonte principale. Per questo Uva sottopone ad attenta analisi la nota istantanea dell’ “uomo che spara” (Giuseppe Memeo, esponente di Autonomia Operaia), scattata in via De Amicis a Milano il 14 maggio 1977, mostrandone le manipolazioni e gli ingrandimenti adoperati dai quotidiani dell’epoca, comparandola con le altre foto scattata durante quella giornata (Carmilla), rinvenendo le somiglianze e i rimandi tra questo corpus fotografico e i generi cinematografici all’epoca in voga, dal western al poliziottesco italiano, riportando il dibattito tra intellettuali che quella foto, fin da subito un simbolo (lavoroculturale), aveva scatenato. Pur ribadendo che con quella foto il terrorismo fa il suo ingresso nella cultura visuale italiana dell’epoca, Uva riconduce l’immagine dell’uomo che spara all’interno di una costellazione discorsiva più ampia, capace di individuare le molteplici ragioni che hanno trasformato via De Amicis nel set in cui si è consumato un momento importante per la capitolazione dei movimenti e l’esplosione della violenza terroristica.
Con l’arrivo del Settantotto l’immaginario è invaso dalle polaroid scattate dalle Brigate Rosse ad Aldo Moro. Nel formato scelto, che elimina le fasi di sviluppo e stampa della fotografia, e nelle modalità della messa in scena, la “prigione del popolo” nella quale campeggia la stella a cinque punte, il volto in primo piano del ministro che guarda in macchina, l’elemento metalinguistico e probatorio della prima pagina di Repubblica con il titolo cubitale del sequestro che compare in una delle polaroid, il modello «indiziario fondato sui canoni della fotografia segnaletica (denotante) e quello prettamente comunicativo-propagandisco (connotante) trovano una perfetta sintesi» (p. 205). Istantaneità dello scatto, efficacia indiziaria e persuasiva (il mezzo busto di Moro interpella lo spettatore alla stregua dello Zio Sam con suo il dito puntato e la didascalia “I want you”): la disfatta del corpo del potere immortalato nelle polaroid delle BR costruiscono un “canone” estetico per gran parte dell’iconografia terroristica coeva e di quella futura, sino a video diffusi su YouTube dall’IS (doppiozero).
Il poliziotto Giovanni Santone fotografato da DamicoChiude l’ultima sezione del volume il capitolo dedicato alla produzione di Tano D’amico (lavoroculturale) nella quale ritornano le istanze vitalistiche di cattura del flusso della vita e delle trasformazioni dei movimenti si legano alla necessità di denunciare le ingerenze del potere politico nelle sue bieche derive poliziesche. è il caso della fotografia che immortala l’agente di polizia Giovanni Santone infiltrato tra i disordini successivi al sit-in del maggio 1972, indetto a Roma dal Partito Radicale, in cui rimane uccisa Giorgiana Masi. Con gli scatti del fotografo siciliano si chiude il percorso intrapreso da L’immagine politica e il lettore può rivolgere il suo sguardo verso delle immagini disposte a raccogliere i volti e i sentimenti della storia dei movimenti. E D’Amico, seppur dietro l’obiettivo, si sente con fierezza parte in causa di questa storia.

Fotogramma da solo limoniLe immagini politiche analizzate da Uva custodiscono e sono ancora capaci di spigionare la loro efficacia? Queste immagini sanno offrire allo spettatore contemporaneo una risposta alla domanda di contropotere e di controinformazione? Queste domande sembrano emergere in filigrana in diverse parti de L’immagine politica e le risposte non risiedono esclusivamente nell’elevata accessibilità dei dispositivi di cattura e riproduzione digitale, quanto piuttosto nella volontà degli spettatori contemporanei di saper esporre e montare le immagini del presente assieme e a partire da quelle del passato, strappando queste ultime al fenomeno di fagocitazione degli immaginari legati alle contestazioni politiche spesso attuato dai media. Si tratta quindi di un processo di analisi, critica e storica, condotto attraverso le immagini che, per esempio, viene messo in evidenza dallo stesso Uva quando compara la frontalità del cadavere del militante antifascista Zibecchi, investito da una camionetta dei carabinieri durante le proteste milanesi dell’aprile del 1975, congelata in una delle inquadratura di Pagherete caro pagherete tutto con una delle tante immagini digitali del cadavere di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda durante le manifestazioni contro il G8 di Genova del 2011. Un’altra risposta giunge nelle conclusioni di Uva dove, ancora una volta, sono le “immagini povere” che ancora oggi si rendono disponibili a un’apertura delle potenzialità autenticative e rielaborative rese possibili dalla bassa definizione. È il caso della produzione poetica e militante di Pippo del Bono, condotta attraverso lo smartphone, in opere come Amore Carne (2011), Sangue (2013) e La paura (2009) o di Giacomo Verde che Solo limoni (2001) (vimeo.com), rimonta le immagini del G8 per rivelare come lo schieramento antisommossa adoperato dalla polizia in seguito alla morte di Giuliani abbia principalmente un obiettivo scopico, quella di occludere la visione del cadavere.

 

 

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World War Zombie https://www.carmillaonline.com/2014/08/22/world-war-zombie/ Thu, 21 Aug 2014 22:04:33 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=16855 di Sandro Moiso papa1

Ogni volta che vedo un Papa non posso fare a meno di pensare ad una vecchia canzone di Edoardo Bennato: “Affacciati affacciati / coi tuoi gesti larghi / e con i tuoi vestiti bianchi…/ Affacciati affacciati / e facci uno dei tuoi discorsi / sulla pace universale…/ Affacciati affacciati / dicci che va a finire male”. Era il 1975 e uno dei più radicali e sottovalutati cantautori italiani coglieva in pochi versi e con molta ironia la “sostanza” delle comparsate papali: “Affacciati affacciati / non ti stancare…/ tanto sono quasi duemila anni / che stai a guardare...”

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di Sandro Moiso papa1

Ogni volta che vedo un Papa non posso fare a meno di pensare ad una vecchia canzone di Edoardo Bennato: “Affacciati affacciati / coi tuoi gesti larghi / e con i tuoi vestiti bianchi…/ Affacciati affacciati / e facci uno dei tuoi discorsi / sulla pace universale…/ Affacciati affacciati / dicci che va a finire male”. Era il 1975 e uno dei più radicali e sottovalutati cantautori italiani coglieva in pochi versi e con molta ironia la “sostanza” delle comparsate papali: “Affacciati affacciati / non ti stancare…/ tanto sono quasi duemila anni / che stai a guardare...”

Le recenti esternazioni di Papa Francesco pertanto non mi hanno colpito più del dovuto, anche se, a dire il vero, il papa argentino ha avuto il pregio di anticipare almeno una parziale verità, costantemente rimossa dai governi e dai media, soprattutto a casa nostra: la Terza guerra mondiale si avvicina a passi da gigante. Nella più completa incoscienza dei politici, dei popoli e anche, bisogna dirlo forte e chiaro, di vasti settori dell’antagonismo sociale occidentale.

Ora, Papa Francesco non ha fatto una gran scoperta e non è uscito nemmeno troppo dal canone vaticano perché, se proprio si vuol guardare alla situazione internazionale senza preclusioni o bende ideologiche sugli occhi, dentro ai prodromi di un nuovo conflitto mondiale ci stiamo almeno fin dai tempi della prima guerra del Golfo. Dal 1991, da ventitre anni. Eppure, eppure…

Poiché la scuola ha insegnato a tutti che la Seconda Guerra Mondiale si è svolta dal 1939 al 1945, quasi nessuno osa pensare che le campagne africane del Duce, l’espansione giapponese in Estremo Oriente, le annessioni territoriali tedesche, la guerra civile spagnola, le politiche economiche degli stati dopo la Grande Crisi fossero già, di fatto, guerra mondiale. Così come oggi nessuno sembra voler intendere che dalla riunificazione tedesca in avanti, e non soltanto per colpa della Germania, le guerre prima già ampiamente diffuse nel mondo si sono riavvicinate sempre più pericolosamente a quello che era, e per certi fatti rimane, il cuore del capitalismo e, soprattutto, alle aree e alle situazioni irrisolte dei due precedenti conflitti globali.

Oltre a ciò va sottolineato che, da un punto di vista generale, soltanto una certa scarsa conoscenza della storia e dei processi economici reali può far sì che ancora si creda in alcuni ambienti che siano state le manovre keynesiane di intervento statale a far uscire il capitalismo dalla grande crisi degli anni ’30 e non, al contrario, le distruzioni, i massacri e l’intensificazione dello sforzo bellico-economico che lo accompagnò, insieme allo sfruttamento più che intensivo della manodopera dell’industria, coatta e/o schiava durante il conflitto e oltre. Per esempio durante i “gloriosi anni della Ricostruzione” (oggi assai più santificata della Resistenza anti-fascista). guerra_morte

La guerra oggi riparte esattamente da lì, dove il secondo conflitto mondiale l’aveva lasciata. Dai problemi irrisolti di allora (la spartizione territoriale dell’area centro-europea e del Medio Oriente), dalla necessaria ed inevitabile ridistribuzione in ambito imperialista dei ruoli economici e politici oltre che dei mercati (finanziari e commerciali) e delle materie prime (prima tra tutte, come allora, il petrolio). Con alcune aggravanti dovute all’indebolimento storico degli attori principali di allora (USA, Russia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Giappone e Italia) e al sorgere di nuovi ed agguerriti competitori economico-militari e diplomatici che al tempo contarono,invece, ben poco (prima di tutto la Cina, seguita però dall’India, dalle monarchie del Golfo, dalla Turchia, dall’Iran e da un sempre più agguerrito, seppur apparentemente defilato, Sud Africa, solo per citarne alcuni).

Ripercorrere ancora una volta, qui, tutti i motivi di conflitto locale dal Nord Africa all’Ucraina sarebbe soltanto un noioso e ripetitivo esercizio scolastico, ma il viaggio del nostro Pinocchio fiorentino in Iraq rende obbligatorie alcune considerazioni legate nello specifico, ancora una volta, al Medio Oriente e al Nord Africa.
E proprio qui su Carmilla si è già accennato in tempi recenti ad un prevedibile e farsesco, oltre che pericoloso, esercizio muscolare di stampo mussoliniano che il governo degli incapaci avrebbe dovuto mettere in atto per far vedere all’Europa e al mondo (oltre che al tremebondo elettorato interno) le proprie capacità di iniziativa.

D’altra parte, dovremmo saperlo bene tutti, le guerre sono spesso state anche delle momentanee uscite di sicurezza per regimi e governi in difficoltà. Naturalmente la nostra genia di incapaci (con una Ministra della Difesa che afferma che uno scontro tra due caccia-bombardieri Tornado in volo si è svolto tutto “rispettando gli standard di sicurezza” e una ministra degli Esteri che parla alle Camere più per convincere se stessa di essere una candidata accettabile per una poltrona europea più che per esporre fatti e propositi dotati di un minimo di coerenza) non poteva far altro che infilarsi, a caccia di onori e gloria, in uno dei peggiori gineprai del pianeta. Quello siro-curdo-iracheno con contorno di jihad islamica finanziata dalle monarchie del Golfo e dall’Arabia Saudita.

Roba che fino ad ora ha fatto tremare i polsi a gente poco pratica di guerra come americani, francesi, inglesi; incapaci di decidere quale scelta possa essere la meno costosa ed errata per l’imperialismo occidentale dopo i clamorosi passi falsi fatti nel corso degli ultimi anni dalla Libia alla Siria ( come ha dovuto velatamente ammettere pochi giorni or sono lo stesso David Cameron).
Continuare a chiudere un occhio sull’invasiva presenza saudita dalla Libia all’Iraq oppure mandare a carte quarantotto gli equilibri raggiunti in quell’area grazie, anche alla spartizione del Kurdistan tra Turchia, Siria, Iraq?
Continuare a trattare come demone l’Iran oppure cogliere l’occasione di attrarlo nei giochi occidentali inimicandosi, però, Israele e Arabia Saudita? E, soprattutto, aprendo una diversa trattativa sul nucleare di Teheran?1
Inviare armi, soldati e ulteriori “aiuti” economici nell’area ( e a fianco di chi poi, visto che fino a qualche mese fa il principale nemico era il regime di Assad in Siria) oppure astenersi pilatescamente ed aspettare di vedere chi potrebbe essere il candidato più forte a cui affidare il governo di una delle aree del pianeta più ricche di petrolio?

Ma, come nella classica barzelletta in cui all’idiota di turno viene detto: “Vai avanti tu che a me vien da ridere”, il Sindaco d’Italia si è fatto perniciosamente avanti e, come per altre mille questioni irrisolte o aggravate dai perentori interventi del suo esecutivo, ha deciso che avrebbe smosso le acque…bisogna fare in fretta! L’Italia, l’Europa, il Mondo ce lo chiedono!!

Mancano solo i milioni di baionette promesse da Mussolini, sostituite però dalle migliaia di kalashnikov sequestrati ad una nave ucraina durante le guerre balcaniche. Come dire: poca spesa, molta resa! annuncio_guerra
E infatti c’è da chiedersi quale sarà la “rendita” a cui mira l’improvvida ed avventuristica uscita del nostro presidente del consiglio. Recuperare in Iraq le forniture di petrolio perse con l’affaire libico? Affermare che la diplomazia italiana, e quindi la Mogherini, è degna di rappresentare gli interessi europei su scala internazionale? Ma, quali sono gli interessi europei? Siamo proprio sicuri che dalla Germania al Regno Unito passando per la Francia gli interessi siano davvero comuni?

Oppure solamente aprire la strada ad un intervento occidentale che, per ragioni di equilibrio interno ed internazionale, Obama può soltanto indicare ma non garantire e definire di più?
Basta guardare ad alcuni dei principali quotidiani nazionali degli ultimi giorni per capire la confusione in cui versa tutta l’iniziativa politica italiana. La Stampa, come al solito filo-israeliana ed imbeccata dai servizi del Mossad, indica nel Qatar il principale finanziatore dello Stato Islamico e per fare ciò ricollega questo sia ai Fratelli Musulmani che ad Hamas, nel tentativo di suggerire una fragile equazione in cui il progetto dei jihadisti siriaco-iracheni è parallelo a quello di Hamas e quindi, quest’ultima formazione politica deve essere bombardata ed annichilita insieme a tutti i Palestinesi, nemici di Israele.2

Posizione il cui primo risultato sembra essere quello delle rivelazioni derivanti dalla desecretazione dei documenti riguardanti i legami e i patti intercorsi tra l’OLP di Arafat, il Sismi e la Dc.3 Una “tempestiva” iniziativa che rompe definitivamente con la tradizione politica seguita per decenni nell’area mediorientale e mediterranea dai governi italiani e che consegna definitivamente ogni iniziativa politica di Roma nelle mani dei servizi anglo-americani ed israeliani.

La Repubblica, invece, tende a cogliere nel coacervo di rivalità e mire espansionistiche, almeno dal punto di vista finanziario, petrolifero ed anti-iraniano, presenti tra gli stati del Golfo (Arabia Saudita e Kuwait in testa) l’origine dell’attuale situazione in Medio Oriente e in Nord Africa ed indica nell’Egitto uno degli “attrattori fatali” degli attuali contrasti. Ma ha almeno il buon gusto di far risalire l’attuale groviglio medio orientale all’arroganza coloniale espressa, dopo il primo conflitto mondiale, dall’Asia Minor Agreement firmato e voluto dal francese Francois Georges-Picot e dall’inglese Mark Sykes che ridisegnò i confini dei territori dell’ex-impero ottomano.4 Mentre uno strano incidente, verificatosi a Parigi nei giorni scorsi e riferito da Repubblica il 18 agosto, sembra avvallare una certa attenzione dei servizi segreti di varie nazioni nei confronti di possibili trame saudite. Infatti un corteo di automobili di un principe saudita è stato attaccato da un commando armato di kalashnikov a Parigi. Non vi sono vittime, ma sono stati rubati almeno 250.000 euro in contanti e documenti definiti “sensibili” dalla polizia francese. Il corteo aveva lasciato l’ambasciata saudita e si stava dirigendo verso l’aeroporto di Le Bourget. Si è trattato, ha riferito una fonte della polizia, di “un modo di agire inusuale e raro. Sicuramente erano ben informati” sulla composizione del corteo e sul contenuto stipato nelle auto che lo formavano.

L’unica cosa certa è che la questione non si risolverà troppo in fretta, che non sarà poco costosa e che chi si sta attualmente precipitando disordinatamente nel centro dell’arena rischia soltanto di anticipare i tempi di apertura delle porte dell’inferno. Sembra rendersene conto perfino Lucia Annunziata che in un recente articolo sull’Huffington Post afferma: “Le decisioni che l’Europa e l’Italia stanno maturando in queste ore contengono un passaggio tremendamente nuovo e definitorio: dare armi ai curdi significa infatti oggi rientrare appieno, sia pur indirettamente per ora, nel conflitto iracheno e mediorientale in generale. Spero che le nostre classi dirigenti vorranno parlarcene senza veli[…] Ma ci diranno tutti loro questa verità? Intervenire in Medio Oriente (e sulla Russia, e in Libia,dove operiamo già con nostre operazioni “segrete”) è più che mai urgente […] Ma sicuramente non rimandabile è un chiarimento con le nostre opinioni pubbliche sulle conseguenze delle decisioni che la classe dirigente sta prendendo“.5

Gli appelli a salvare cristiani e yazidi nascondono soltanto le mire imperialistiche diverse dei vari attori. I civili, ci dispiace ancora una volta per tutte le anime belle che, dalla Serbia all’Afghanistan al Kurdistan di oggi, hanno sempre giustificato come “umanitari” i bombardamenti e gli interventi militari occidentali, non interessano realmente a nessuno. Dalla striscia di Gaza a Mosul, passando attraverso tutta la storia delle guerre del XX e del XXI secolo, nessuno si preoccupa realmente di loro o della loro sorte. Tutti potenziali ostaggi della guerra, degli imperi e degli scoop mediatici.
Perché, oggi, la crisi economica e politica internazionale grida: “Guerra!”
Mentre i nostri politici irresponsabili sanno soltanto rispondere: “E così sia”.

ROUSSEAU - La guerraLa guerra si avvicina a passi da gigante.
Il capitale deve rigenerarsi come un vampiro attraverso le distruzioni, i massacri e le ricostruzioni in grande scala, ma
l’antagonismo di classe non può che avere una posizione anti-imperialista e anti-bellicista.
Ma se ho parlato a lungo delle irresponsabili scelte italiane è soltanto perché il nostro vero nemico è, prima di tutto, qui. In casa.

Una classe dirigente acefala, in grado soltanto di straparlare tenendo le mani in tasca e di cercare di trarre profitto dalle sofferenze altrui, sia che si tratti di lavoratori, giovani e pensionati italiani soffocati dalla crisi, sia che si tratti dei palestinesi o dei popoli soffocati dalle guerre, dai nazionalismi e dalle religioni in ogni parte del mondo.

La guerra potrebbe servire a prolungare ancora una volta (altro che keynesismo!) la vita di un morto vivente chiamato capitale. Trasformiamola, con le nostre lotte, in una guerra contro gli zombie del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di una classe su un’altra e di alcune nazioni (qualsiasi esse siano) su tutte le altre. Fino alla loro definitiva scomparsa dagli orizzonti futuri della specie.


  1. cfr.Iraq, Iran: “Pronti ad agire contro Isis in cambio di progressi sul nucleare”, Huffington Post 21 agosto 2014  

  2. Maurizio Molinari, Ecco chi finanzia il califfato del terrore, La Stampa 21 agosto 2014  

  3. Andrea Palladino, Si apre una breccia nel muro di gomma. I rapporti inconfessabili tra palestinesi e Sismi, L’Espresso 21 agosto 2014  

  4. Bernardo Valli, L’inganno feroce del califfato, La Repubblica 21 agosto 2014  

  5. Lucia Annunziata, Dare armi ai curdi è un’operazione militare, parliamone senza ipocrisia, Huffington Post 19 agosto 2014  

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