Annie Proulx – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 15 Apr 2026 20:00:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Elogio dell’eccesso / 6: Flannery O’Connor e la rivelazione della fede in una Chiesa senza Cristo https://www.carmillaonline.com/2024/12/30/elogio-delleccesso-6-flannery-oconnor-testimone-di-una-chiesa-senza-cristo/ Mon, 30 Dec 2024 21:00:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86004 di Sandro Moiso

L’estate è stata molto arida quassù e il riuscire nuovamente ad andare a messa ogni giorno mi ha lasciato indifferente – mi vengono in mente pensieri orribili per meschinità e egoismo anche con l’Ostia sulla lingua (22 settembre 1947, Iowa City – A Prayer Journal)

L’altra sponda dell’Atlantico ha dato alla letteratura universale, fin dall’Ottocento, alcune autrici che vanno sicuramente annoverate tra le sue massime espressioni. Dalle poesie di Emily Dickinson (1830-1886) al femminismo di Mary McCarthy (1912-1989), intima amica di Hannah Arendt; dai racconti di Lucia Berlin (1936-2004) (per una loro recensione si veda di Sandro Moiso

L’estate è stata molto arida quassù e il riuscire nuovamente ad andare a messa ogni giorno mi ha lasciato indifferente – mi vengono in mente pensieri orribili per meschinità e egoismo anche con l’Ostia sulla lingua (22 settembre 1947, Iowa City – A Prayer Journal)

L’altra sponda dell’Atlantico ha dato alla letteratura universale, fin dall’Ottocento, alcune autrici che vanno sicuramente annoverate tra le sue massime espressioni. Dalle poesie di Emily Dickinson (1830-1886) al femminismo di Mary McCarthy (1912-1989), intima amica di Hannah Arendt; dai racconti di Lucia Berlin (1936-2004) (per una loro recensione si veda qui ) ai romanzi e racconti di ambiente western della canadese Annie Proulx. E proprio quest’ultima ci deve far riflettere sul fatto che alcune delle migliori espressioni letterarie basate sulle storie del West sono state frutto della penna di donne e non di uomini, come ancora troppo spesso un certo femminismo di maniera spinge a credere e come invece dimostra, ad esempio, la raccolta di racconti di Dorothy M. Johnson (1905-1984) da cui sono stati tratti tre dei film di genere più famosi di tutti i tempi: L’uomo che uccise Liberty Valance (John Ford, 1962), Un uomo chiamato cavallo (Elliot Silverstein, 1970) e L’albero degli impiccati (Delmer Daves, 1959)1.

Ma la più importante e straordinaria esperienza letteraria femminile made in USA è stata sicuramente quella di Flannery O’Connor (1925-1964), la cui vita fu segnata da un lupus eritematoso sistemico, ereditato dal padre, che l’avrebbe condotta alla morte non ancora quarantenne.

All’età di sei anni, Flannery insegnò a un pollo a camminare all’indietro e fu la prima occasione di celebrità. Gli inviati di una rivista filmarono la piccola “Mary O’Connor” con il suo pollo e quelle immagini fecero il giro del paese. Flannery disse in seguito: «C’ero anch’io con il pollo. Ero là solo per assisterlo, ma fu il momento culminante della mia vita. Tutto quello che è accaduto dopo, è stato solo una anticlimax».

Questa attenzione per i volatili da cortile l’avrebbe accompagnata sempre, anche quando nei primi anni Cinquanta le fu diagnosticato il lupus, motivo per cui fece ritorno alla fattoria di famiglia a Milledgeville, che avrebbe rinominato Andalusia e dove si sarebbe circondata di tutto quanto più le piaceva, sostanzialmente libri e animali da cortile. Così negli anni avrebbe allevato tacchini, quaglie, oche, fagiani, galline. Come avrebbe scritto in una lettera: «Dove viviamo io e mia madre c’è molto spazio e mi sono comperata alcuni pavoni e sto seduta per ore sui gradini del cortile a studiarli. Ho intenzione di diventare l’Autorità Mondiale sui Pavoni, e spero che una volta o l’altra mi offrano una cattedra alla Facoltà di Pollamologia.» Come avrebbe annotato Fernanda Rossini, in un suo saggio sulla vita e le opere di Flannery O’Connor:

Nonostante i frequenti rimbrotti della madre e le lamentele dello zio Louis, arriverà a possederne una trentina o più, decisa ad averne un numero sufficiente per inciampare in uno di loro ogni volta che esce di casa. Sono uccelli dal piumaggio e dal portamento maestoso che non ha scelto a caso di allevare, poiché, come lei stessa affermava: «Nella simbologia medievale rappresenta la Chiesa: gli occhi sono gli occhi della Chiesa […]. Il pavone rappresenta la Trasfigurazione, di cui è senz’altro uno dei simboli più belli». Nelle sue storie i pavoni, seppur animali comuni negli ambienti rurali, non sono mai presenze fortuite. Le piace osservarli, dipingerli e capita che raccolga e regali ad amici e visitatori le penne della ruota che l’animale cambia2.

Finì così col descriverli anche in un suo saggio intitolato The Kings of Birds.
Il lettore di queste righe deve perdonare il percorso apparentemente tortuoso e di scarso rilievo con cui ci si avvicina alla personalità di un’autrice le cui aspettative di vita erano di cinque anni al momento della scoperta della malattia, ma che sopravvisse per quasi altri quindici.

Un’autrice sprofondata, autenticamente, nella fede tipica e nella letteratura del Sud degli Stati Uniti, che già aveva dato autori del calibro di William Faulkner. Una letteratura intrisa spesso di comicità, tragedia e grottesco che in seguito, per molti versi sarebbe rientrata nella definizione di “American Gothic”, comprendente romanzi quali Santuario dello stesso Faulkner fino ai migliori racconti di autori come Joe Lansdale, ma che affondava le sue radici nella visionarietà di Edgar Allan Poe.

Tutti i suoi romanzi e racconti sono intrisi da una visione della vita cinica, violenta, spietata ma, allo stesso tempo, anche incommensurabilmente umana. Storie che vedono protagonista un’umanità povera, spesso diffidente, per la quale la religiosità, quasi sempre primitiva e al limite dell’eresia, rappresenta, apparentemente, l’unica possibile consolazione.

Infatti al centro delle sue opere spesso c’è l’incontro tra uomini e soprattutto donne e ragazze di campagna con personaggi travestiti da predicatori e uomini di Dio. Non che non lo siano nei fatti, ma certo poco onesti e disinteressati. Opere in cui la sensualità del Sud stride con la rigidita delle norme della fede o delle svariate congregazioni che animano quelle comunità e di cui l’autrice, pur essendo dichiaratamente cattolica, ci rende edotti.

Tra il gennaio 1946 e il settembre 1947, O’Connor tenne un diario che è sostanzialmente una raccolta di preghiere. In queste annotazioni raccontò la sua vita e, attraverso suppliche quasi sempre poco spirituali e molto materiali, cercò di intrattenere un dialogo con Dio. Come ebbe a scrivere ancora in A Prayer Journal, pubblicato soltanto nel 2013: «Per favore, Dio, aiutami a essere una brava scrittrice… Se devo faticare per il mio lavoro di scrittrice, caro Dio, lascia che sia al Tuo servizio. Mi piacerebbe essere santa in modo intelligente.»

Come si è già detto, Flannery era una fervente cattolica che viveva nella Bible Belt, il profondo Sud, e da qui discendevano le contraddizioni che animavano le sue opere, anche se occasionalmente ebbe modo di tenere conferenze su argomenti religiosi, viaggiando anche parecchio nonostante la salute cagionevole.

Pur avendo scritto complessivamente 32 racconti e solo 2 romanzi, O’Connor divenne famosa soprattutto per i due romanzi La saggezza nel sangue (Wise Blood,1952)3 e Il cielo è dei violenti (The Violent Bear It Away,1960)4. Dal primo fu tratto, nel 1979, un film, diretto da John Houston, che venne girato a Macon nella contea di Baldwin in Georgia, proprio nei pressi di quella che era stata la residenza della O’Connor.

La trama del film e del romanzo vede al centro la figura di Hazel Motes che, traumatizzato da piccolo dal nonno predicatore, una volta terminato il servizio militare, incontra un predicatore di strada cieco, Asa, che lo convince a seguire il suo stesso cammino. Hazel si forma così un’idea tutta sua di Gesù Cristo e decide di predicarla. Non è come la maggioranza dei predicatori che cercano solo di tirar su un po’ di dollari con le loro parole, lui è convinto e predica un Gesù che non è morto in Croce per noi e perciò il peccato non esiste. Per fare ciò fonda una propria Chiesa, quella della “Verità senza Cristo”, finendo in un mondo completamente nuovo per lui, in cui si muovono truffatori, “lolite” e poveri di spirito in cerca d’affetto. Così ben presto si troverà a vivere situazioni difficili da affrontare, tra opportunisti e falsi predicatori, e a farne le spese sarà alla fine proprio lui.

E’ interessante notare che Asa, come Omero, è cieco. Un visionario senza la possibiliztà di vedere, finendo col rappresentare l’assurda cecità di chi si affida alla religione stessa. Un dubbio che pervade il romanzo, il film, la stessa Flannery; sempre in bilico tra fede e disperato tentativo di in/validarne i contenuti per il tramite di un metodo “popperiano” di falsificazione dei dogmi e delle verità date “una volta per tutte”.

Anche se è in racconti come A Good Man is Hard to Find (1955)5, cui si sarebbe direttamente ispirato Joe Lansdale per il suo Da mani bizzarre (By Bizarre Hands , 1989)6, che l’autrice raggiunge i vertici della sua scrittura e di una visione personalissima di un mondo contadino, ignorante ed egoista, in cui apparentemente il volere di Dio si sposa con le convenienze famigliari, fino ad esserne trasformato secondo le circostanze. Racconti che da soli basterebbero a fracassare tutte le narrazioni salvifiche, politiche, perbenistiche e religiose delle infinite chiese evangeliche o pentecostali su cui si fonda, ancora ai nostri giorni, tanto conservatorismo e razzismo statunitense.

Madri che consegnano, letteralmente, le proprie figlie, ad individui evidentemente poco raccomandabili, pur di liberarsi di un peso in famiglia, in un contesto in cui è evidente l’assoluta assenza di qualsiasi Grazia divina e un misticismo, quello dell’autrice, che si sforza di trovare “altro” nella pratica religiosa, anche se cattolica. Tutti racconti, che in mezzo a situazioni grottesche e personaggi memorabili sottolineano la presenza di un fattore imponderabile nell’esistenza dell’essere umano grazie all’introduzione nella trama di circostanze imprevedibili e a una profonda indagine sui comportamenti umani. Cercando di rintracciare anche nel suo sé quella certezza in Cristo che, come dimostrano le frasi messe in epigrafe, potrebbe consolarla o premiarla ma che, in realtà, sa già in partenza di non poter trovare.

Non a caso, quindi, i suoi saggi e le sue lettere sulla scrittura sono contenuti in due raccolte intitolate, rispettivamente, Nel territorio del diavolo7 e Sola a presidiare la fortezza8.

I miei pensieri sono così lontani da Dio. Potrebbe anche non avermi creata. E la sensazione che ricavo dallo scrivere queste pagine dura circa una mezz’ora e sembra una farsa. Non desidero alcuna sensazione superficiale e artificiale suscitata dal coro [della chiesa]. Oggi ho dato prova di essere insaziabile – di biscotti ai cereali e di pensieri erotici. Non c’è nient’altro da dire su di me. (Flannery O’Connor, 26 settembre 1947)


  1. D. Johnson, L’uomo che uccise Liberty Valance, Mattioli 1885, 2024 (racconti scritti in lingua originale tra il 1949 e il 1957)  

  2. Si veda: F. Rossini, Flannery O’Connor. Vita, opere, incontri, Edizioni Ares, Milano 2021, pp. 120-121.  

  3. Traduzione italiana di Marcella Bonsanti, con una nota di Fernanda Pivano, Garzanti, Milano, 1985; Prefazione di Fernanda Pivano e Postfazione di Luca Doninelli, Garzanti, Milano 2002-2010. 

  4. Traduzione di Ida Omboni, Einaudi, Torino, 1965; Longanesi, Milano, 1969; Introduzione e biobibliografia di Marisa Caramella, Collana Einaudi Tascabili. Torino, 1994; Collana Letture, Einaudi, Torino, 2008. In seguito nella traduzione di Gaja Lombardi Cenciarelli con Prefazione di Marco Missiroli, minimum fax, Roma, 2020.  

  5. Un brav’uomo è difficile da trovare, in F. O’Connor, La vita che salvi può essere la tua, traduzione di Ida Omboni, Einaudi, Torino, 1968 oppure in Un brav’uomo è difficile da trovare, traduzione Gaja Cenciarelli, con una postfazione di Joyce Carol Oates, minimum fax, Roma, 2021 e, ancora, in Tutti i racconti (The Complete Stories, 1971), a cura e con un’introduzione di Marisa Caramella, traduzione di Ida Omboni e Marisa Caramella, 2 voll., Bompiani, Milano, 1990.  

  6. Ora in J. R. Lansdale, In un tempo freddo e oscuro e altri racconti, Giulio Einaudi Editore, Torino 2006.  

  7. F. O’Connor, Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere, a cura di Robert e Sally Fitzgerald, ed. italiana a cura di Ottavio Fatica, traduzione di Giovanna Granato, Theoria, Roma, 1993, oppure con prefazione di Christian Raimo, Roma, minimum fax, 2003.  

  8. F. O’Connor, Sola a presidiare la fortezza. Lettere (The Habit of Being: Letters Of Flannery O’Connor, 1988) a cura di Ottavio Fatica, traduzione di Giovanna Granato, Einaudi, Torino, 2001; ed. aumentata (con le lettere dal 1948 al 1964), Minimum Fax, Roma, 2012. Entrambi i testi sono ora raccolti in Un ragionevole uso dell’irragionevole. Saggi sulla scrittura e lettere sulla creatività, Prefazioni di Christian Raimo (2002) e Ottavio Fatica (2012), Roma, minimum fax, 2019,  

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La natura ostile. Visioni e prospettive nella narrativa contemporanea https://www.carmillaonline.com/2023/04/21/la-natura-ostile/ Fri, 21 Apr 2023 20:00:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76943 di Paolo Lago

[In occasione dell’uscita del volume di Paolo Lago, La natura ostile. Visioni e prospettive nella narrativa contemporanea, Terracqua, 2023, in cui vengono esaminate alcune opere della narrativa contemporanea che si sono confrontate, in forma distopica e non, con la tematica dell’essere umano alle prese con una natura ostile segnata dall’inquinamento e dal cambiamento climatico, di seguito si riporta un breve estratto dall’introduzione alla prima parte, La natura ostile eco-distopica e post-apocalittica ringraziando l’editore per la gentile concessione]

Nei romanzi che analizzeremo, negli scenari post-apocalittici che vengono rappresentati, potremo incontrare degli elementi [...]]]> di Paolo Lago

[In occasione dell’uscita del volume di Paolo Lago, La natura ostile. Visioni e prospettive nella narrativa contemporanea, Terracqua, 2023, in cui vengono esaminate alcune opere della narrativa contemporanea che si sono confrontate, in forma distopica e non, con la tematica dell’essere umano alle prese con una natura ostile segnata dall’inquinamento e dal cambiamento climatico, di seguito si riporta un breve estratto dall’introduzione alla prima parte, La natura ostile eco-distopica e post-apocalittica ringraziando l’editore per la gentile concessione]

Nei romanzi che analizzeremo, negli scenari post-apocalittici che vengono rappresentati, potremo incontrare degli elementi distopici nell’affrescare, ad esempio, delle organizzazioni sociali del futuro sopravvissute alla catastrofe ma declinate in negativo. Infatti, non ci troveremo di fronte al vuoto schema narrativo che prevede la lotta dei sopravvissuti per la sopravvivenza in un mondo devastato e disseminato di bande violente. Nei mondi post-apocalittici che incontreremo ci saranno, in alcuni casi, delle organizzazioni sociali e dei modi di vita che non potremmo definire altrimenti che distopici1. Ecco che, a questa distopia post-apocalittica affrescata nei romanzi che ci apprestiamo ad analizzare, si addice probabilmente meglio la definizione di “eco-distopia”. La natura ostile che, spesso, si frappone come una barriera quasi insormontabile negli spostamenti dei personaggi, è strettamente legata agli scenari distopici e post-apocalittici rappresentati. È a causa di una catastrofe di tipo ecologico che ha lasciato dietro di sé una scia di devastazione e una ferita profonda nello stesso paesaggio naturale che si sono modellati i mondi eco-distopici e post-apocalittici in cui si muovono dei personaggi che, sempre di più, assomigliano a futuri migranti climatici2.

Di recente Niccolò Scaffai ha curato un’antologia dal titolo Racconti del pianeta Terra, all’interno della quale sono raccolti soprattutto racconti, ma anche saggi, di diversi autori che rientrano nell’ambito tematico della “letteratura e ecologia” (per usare il titolo del suo studio uscito nel 2017). Al suo interno, una sezione, dal titolo Il senso della fine. Apocalissi, estinzioni, distopie, è dedicata proprio a racconti declinati in chiave eco-distopica e post-apocalittica. Accanto al racconto che costituisce il primo nucleo di un romanzo che sarà oggetto della nostra indagine, Bambini bonsai di Paolo Zanotti, incontriamo prove narrative di autori considerati ormai come dei classici del genere: Martin Amis, Ursula Le Guin, Annie Proulx, James Ballard.

Nei romanzi che verranno qui analizzati la rappresentazione del ‘dopo-catastrofe’ si presta bene ad essere analizzata da un’ottica, se così si può dire, ecocritica. Per mezzo, cioè, dell’approccio offerto dall’ecocriticism, la quale, secondo una definizione di Serenella Iovino, “vuole proporre una lettura delle opere letterarie che possa essere il veicolo di una «educazione a vedere» le tensioni ecologiche del presente”3. L’ecocriticism, come già notato in sede introduttiva, sempre secondo Iovino, intende essere una vera e propria “forma di attivismo culturale”, mirata a sondare, tramite appunto la cultura, i cambiamenti della società contemporanea4. Né si deve dimenticare che ci troviamo in un’epoca conosciuta col nome di Antropocene, secondo una definizione offerta dapprima dal biologo Eugene Stoermer e, successivamente, dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen5. Un’epoca in cui la presenza umana ha inesorabilmente mutato il pianeta, e sta continuando a farlo. Secondo Scaffai, “l’Antropocene coincide con una prospettiva più che con un’estensione temporale, ed è correlato alla coscienza di uno stato di crisi. Come ogni crisi, e come ogni cambiamento, l’Antropocene ha bisogno di racconti”6. Come già aveva notato Matteo Meschiari in un suo pamphlet dal titolo Antropocene fantastico, il romanzo, ora più che mai, deve fare i conti con “le scienze dure e le scienze sociali”7. Perché “vivere in un pianeta che può essere distrutto per davvero, che si riscalda, che vede i suoi ultimi anni di clima stabile è una cosa nuova che la fiction deve esplorare e che in parte sta esplorando”8. Nuovi territori narrativi che un romanzo dell’Antropocene non può esimersi dall’attraversare, secondo quanto aveva già osservato Amitav Ghosh ne La grande cecità (la cui edizione originale è del 2016), scrittore e antropologo indiano tra i più autorevoli, sul quale torneremo. D’altra parte, come scrive Serenella Iovino in un suo intervento, i geologi non hanno ancora riconosciuto ufficialmente l’Antropocene perché stanno ancora raccogliendo prove: che altre prove occorrerebbero – osserva la studiosa – dal momento che “molti abitanti del pianeta, umani e non, nell’Antropocene della plastica e degli scarti ci sono già da decenni”9?

La natura è ostile perché è stata devastata dalla civiltà umana10 e, in alcuni casi, cerca di riprendere il sopravvento sulle costruzioni antropiche. In altri casi, invece, appare totalmente annullata in un inaridimento che, a sua volta, risulta ostile per la presenza degli uomini. In altri ancora, la dimensione post-apocalittica si palesa in una cancellazione totale della terra a causa dell’innalzamento del livello dei mari.

Anche la rappresentazione dei protagonisti di queste narrazioni può essere analizzata con uno sguardo ecocritico che racchiuda in sé anche la dimensione politica e sociale: coloro che sono sopravvissuti ai disastri, infatti, appaiono come dei veri e propri migranti climatici, in fuga dall’inaridimento del loro territorio, o da una distruzione dello stesso, causata da apocalittiche alluvioni. Ci troveremo perciò di fronte due tipi di natura ostile: terre desolate, inaridite oppure caratterizzate da una ricrescita ‘malata’ e inarrestabile della natura, sulle quali i protagonisti, nel loro viaggio, devono vedersela con pericolosi nemici di ogni sorta; terre sommerse, in cui i sopravvissuti potranno muoversi solo su barche e navi o condurre la propria vita in nuove città subacquee11.

Un tratto abbastanza comune a questo tipo di narrazioni è poi quello della presenza della struttura narrativa del viaggio. Quest’ultimo, abbandonata qualsiasi velleità di ‘liberazione’ e di ‘formazione’ tipica della letteratura americana on the road12 si riveste invece di toni lividi e cupi, senza però assumere i tratti tipici del viaggio picaresco, caratterizzato da una libera peregrinazione senza meta. Tutti i personaggi che incontreremo una meta ce l’hanno, reale o sognata, vera o utopistica, un lembo di mondo forse sopravvissuto alla catastrofe dove probabilmente è possibile, pure se a costo di immani sofferenze, ricostruire una nuova vita. E poi, forse, non è del tutto vero che in questi viaggi non sono presenti elementi di ‘formazione’: il viaggio post-apocalittico dei sopravvissuti segna nel profondo, cambia, ferisce. Non si tratta della classica formazione ‘in positivo’ ma di una formazione quasi ‘in negativo’, che giunge dalle sfere più irrazionali e notturne della mente umana, costretta a percepire con sofferenza indicibile un mondo devastato che non si riconosce più, in cui le normali condizioni di esistenza vengono meno.


  1. Cfr. N. Scaffai, Mondi sconosciuti: ecologia e letteratura, in Ecosistemi letterari. Luoghi e paesaggi nella finzione novecentesca, a cura di N. Turi, Firenze University Press, Firenze, 2016, p. 23. 

  2. Per un’analisi dei personaggi dei romanzi di Zanotti, Arpaia, Bertante e Montag in chiave di migranti climatici rimando al mio Migranti climatici nella geopoetica del disastro: Zanotti, Arpaia, Bertante, Montag, in “Tellūs | Quaderni di letteratura, ecologia, paesaggio”, 1, 2020, pp. 23-49, consultabile su https://www.zestletteraturasostenibile.com/tellus1/ 

  3. S. Iovino, Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, Edizioni Ambiente, Milano, 2015. 

  4. Ivi, p. 17. 

  5. Cfr. N. Scaffai, Introduzione, in Racconti del pianeta Terra, a cura di Id., Einaudi, Torino, 2022, p. VI. 

  6. Ivi, p. X. 

  7. M. Meschiari, Antropocene fantastico. Scrivere un altro mondo, Armillaria, Milano, 2020, p. 23. 

  8. Ivi, pp. 23-24. 

  9. S. Iovino, Il Codice antropocene, in “La repubblica”, 1 luglio 2022. 

  10. Cfr. S. Micali, I bambini dell’apocalisse. Racconti della fine e di nuovi inizi nella fantascienza italiana degli anni Duemila, in La fantascienza nelle narrazioni italiane ipercontemporanee, “Narrativa”, 43, 2021, p. 99: “Anche perché l’apocalisse letteraria postmoderna procede raramente da disastri naturali o agenti esterni, bensì è quasi immancabilmente un prodotto della civiltà stessa, dell’arroganza e dell’avidità della specie nel suo complesso”. 

  11. Probabilmente l’archetipo narrativo di questi due scenari va ricercato in due romanzi di James Ballard: rispettivamente, Terra bruciata (Burning World, 1964) e Il mondo sommerso (The Drowned World, 1962). 

  12. Cfr. G. Panella, Il disastro prossimo venturo in Ecosistemi letterari, cit. p. 231. 

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Soltanto la morte danzava sulle grandi pianure https://www.carmillaonline.com/2017/12/07/la-morte-danzava-sulle-grandi-pianure/ Wed, 06 Dec 2017 23:01:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41690 di Sandro Moiso

Larry McMurtry, Lonesome Dove, Einaudi 2017, collana Supercorall, pp. 952, € 25,00

Torna nelle librerie a trent’anni di distanza dalla prima edizione, nella nuova traduzione di Margherita Emo e con il titolo originale non tradotto, un autentico classico della letteratura western e della letteratura americana contemporanea. Sicuramente un’ottima scelta per una casa editrice che già ha avuto il merito di far conoscere in Italia l’opera di Cormac McCarthy (classe 1933), cui non solo idealmente è possibile ricollegare questo romanzo dell’altro grande vecchio del western: Larry McMurtry (classe 1936).

Ottima [...]]]> di Sandro Moiso

Larry McMurtry, Lonesome Dove, Einaudi 2017, collana Supercorall, pp. 952, € 25,00

Torna nelle librerie a trent’anni di distanza dalla prima edizione, nella nuova traduzione di Margherita Emo e con il titolo originale non tradotto, un autentico classico della letteratura western e della letteratura americana contemporanea. Sicuramente un’ottima scelta per una casa editrice che già ha avuto il merito di far conoscere in Italia l’opera di Cormac McCarthy (classe 1933), cui non solo idealmente è possibile ricollegare questo romanzo dell’altro grande vecchio del western: Larry McMurtry (classe 1936).

Ottima scelta per un paese in cui l’attenzione della critica letteraria per la letteratura americana sembra, negli ultimi anni, essersi concentrata principalmente su autori come David Foster Wallace o Don DeLillo. Scelta utile anche per contrastare un’idea di cultura e letteratura che incoraggia una certa critica, tutt’altro che competente, a recensire positivamente un film noioso e inutilmente ripetitivo come “Revenant” di Alejandro González Iñárritu, dimenticando o, peggio ancora ignorando, che alla base dello stesso possa esserci invece un ottimo ed essenziale romanzo come “Revenant. La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta” di Michael Punke, edito anch’esso da Einaudi nel 2014. Critici superficiali che finiscono col ridurre le vicende drammatiche dell’espansione wasp verso l’Occidente americano, nei primi decenni dell’Ottocento, ad una storiella degna del grande Blek. Ignorando così sia la storia che la tradizione letteraria degli Stati Uniti.

Nel 1986 il romanzo di Larry McMurtry, che aveva appena vinto il premio Pulitzer, era stato infatti edito da Arnoldo Mondadori con il titolo, poco accattivante per l’epoca, Un volo di colombe nella traduzione di Roberta Rambelli. Titolo che tradiva non solo il titolo originale,1 ma l’intero senso della storia narrata.
Devo infatti dire che, all’epoca, se non mi fosse stato regalato da un carissimo amico, non avrei mai preso in considerazione un libro che, a differenza dell’attuale riedizione, mostrava in copertina un’immagine e un titolo degni di un romanzo di Barbara Cartland: una giovane e avvenente donna bionda che salutava romanticamente un cowboy in sella e già pronto a partire per chissà quali avventure.

E proprio in tale suggerimento sta la questione, poiché se l’editore attuale si ostina ad inserirne ancora la trama nell’epopea della grande avventura del West, in realtà questo non è un romanzo di avventure. O, meglio, un romanzo in cui l’avventura costituisce il centro delle vicende. Larry McMurtry, nei romanzi che compongono la quadrilogia da cui è tratto Lonesome Dove,2 ma non solo in quelli, non è uno scrittore d’avventure. Cosa che lo metterebbe sul piano di Zane Grey, Louis L’Amour o altri autori seriali del genere western-avventuroso.

In realtà McMurtry ha suddiviso la sua esperienza di scrittore in almeno in tre settori: un settore mainstream in cui ha pubblicato romanzi come Voglia di tenerezza (da cui, nel 1983, fu tratto un film di Jame L. Brooks con Jack Nicholosn e Shirley McLaine, vincitore di 5 premi Oscar); un settore western (numerosi romanzi e racconti) e, infine, uno dedicato alla ricostruzione storica di personaggi e vicende dell’Ovest americano dell’Ottocento.3

Sono in particolare queste ultime opere a rivelare che per lo scrittore di Wichita Falls l’interesse per la storia e le vicende della conquista dei territori dell’Ovest non è né superficiale né tanto meno casuale. La conoscenza della materia è infatti approfondita e l’attenzione per tutto il sangue che ha intriso la terra delle grandi pianure su cui un tempo pascolavano i bisonti non ha una funzione soltanto narrativa. Come le vicende del romanzo in questione dimostrano ad ogni pagina.

In uno paese al confine fra Texas e Messico, ben dopo la fine della guerra civile, Augustus McCrae e Woodrow Call, due ex-ranger, ammazzano il tempo bevendo e giocando a carte oppure lavorando sodo dall’alba al tramonto, allevando uno smagrito bestiame, mentre nei dintorni si aggirano solo armadilli e capre spelacchiate. Un giorno però torna un vecchio amico che descrive i pascoli lussureggianti del Montana. Radunata una mandria di bovini e messa insieme una nuova squadra di autentici proletari a cavallo i due soci partiranno per essere i primi a fondare un ranch oltre lo Yellowstone.

E’ il tipico inizio di una miriade di trame western classiche: da Red River-Il Fiume Rosso di Howard Hawks (1948) a Open Range – Terra di confine di Kevin Costner (2003). Ma qui, fin dall’inizio non vi è altro che la morte ad attendere gran parte dei personaggi durante il lunghissimo viaggio oppure alla sua fine. Morti banali legate alla presenza nei fiumi dei velenosi mocassini d’acqua oppure violente dovute allo scontro tra bianchi, avidi di guadagno, e tribù che non intendono cedere i propri territori e gli animali selvatici che li popolano, anche se ancora per poco.

Morti di donne che sognano una vita che non sia quella in una monotona cittadina di frontiera e di bambini, che non hanno altra colpa di essere lì, da qualche parte nello sperduto nulla del West, nel momento peggiore e ultimo della loro vita. Morti che concludono vite qualsiasi oppure apparentemente già entrate nel mito e vite di rinnegati, bianchi o nativi americani, che cercano nella violenza un’ingiustificata vendetta oppure una sorta di impossibile riscatto.

Morte per i cacciatori di bisonti e per chi si accompagna a loro in cerca di fortuna; morte per chi immaginava una vecchiaia tranquilla tra pascoli verdi e acque ancora chiare. Morti istantanee e morti atroci, magari tra gli spasmi di una cancrena o di un veleno che divora il corpo. In terra non esiste che l’inferno e nel cielo si aggirano soltanto nubi di tempesta. Il sogno americano muore in ogni riga e in ogni capitolo del romanzo.

La banalizzante e inveterata abitudine, specialmente legata alla critica di cui si parlava all’inizio, di considerare la narrazione western come il caposaldo della difesa del mito fondativo americano non tiene conto del fatto che, molto spesso, proprio in quella narrativa, sia essa cinematografica o letteraria, si trovano gli argomenti più forti per comprendere come gli Stati Uniti siano nati da un grosso equivoco, da un’altrettanto grande menzogna e da una ancor più grande violenza che ha distrutto spesso insieme l’opera dell’uomo e l’ambiente che la circondava.

Basti pensare ad alcuni altri grandi romanzi della letteratura americana del dopoguerra come Il grande cielo di A. B. Guthrie (1947) oppure Butcher’s Crossing di John Williams (1960), oltre a quelli di Cormac McCarthy, 4 oppure ancora alla cinematografia recente di Tommy Lee Jones e in particolare al suo The Homesman (2014), tratto dall’omonimo romanzo di Glendon Swarthout del 1988,5 per non citare sempre e soltanto i classici di Sam Peckinpah, Dick Richards (The Culpepper Cattle Company,1972 – Fango, sudore e polvere da sparo) e Robert Aldrich (Ulzana’s Raid, 1972 – Nessuna pietà per Ulzana). Quelle appena citate non appartengono comunque ad una letteratura e una cinematografia buonista e non sono neppure troppo politically correct,6 ma appartengono tutte ad una visione più antica e profonda dei drammi che hanno fondato la storia e la nazione americana.

Una visione drammatica che, se ancor non rivolta alle grandi pianure, ha inizio proprio con Moby Dick di Melville, in cui desiderio di guadagno e sete di vendetta non possono portare ad altro che ad un’inutile e sanguinosa distruzione di uomo e natura insieme. Intendendo qui come natura anche le comunità ancora non sottomesse alla successiva regola capitalistica travestita da civiltà universale. Un’ombra che si allunga già sul primo romanzo della Frontiera, Last of the Mohicans di James Fenimore Cooper, attraverso la figura tragica di Magua e la sua feroce e inutile ribellione contro una Storia già scritta da ben altre forze. Un senso di sconfitta e di irrealizzabilità di qualsiasi umano desiderio che sta agli antipodi del sogno americano, sia esso promesso da Donald the Duck Trump oppure da Mickey Mouse Obama, e che di conseguenza rivela anche la menzogna contenuta nella leggenda del melting pot.
Quasi a conferma di ciò che affermava William Burroughs nel suo Pasto nudo (1959):

L’America non è una terra giovane: era già vecchia, sporca e malvagia prima dei coloni, prima degli indiani. Il male è lì che aspetta.

Una fine che giunge ancor prima che il sogno abbia inizio, all’interno di una morale puritana in cui il senso della predestinazione raggiunge, fin dai tempi di Cotton Mather, i suoi vertici letterari e culturali. Il cui senso ultimo è sempre lo stesso: nessuno è destinato a salvarsi e i predestinati della tradizione luterana forse neppure esistono. Poiché alle spalle tutti hanno un peccato originale così grave, la distruzione della Natura e delle comunità umane preesistenti, che neppure Dio può cancellare.
Animando così quel cupo senso di morte, quell’autentico memento mori che sembra caratterizzare quasi tutta la letteratura americana da Melville a Poe, da Twain a Hemingway, da Cormac McCarthy a Burroughs.

Nell’opera di McMurtry decine di piccole storie s’intrecciano tra loro ed escono dall’ombra della Storia per un attimo. Fantasmi dimenticati di una vicenda di conquista e indebita appropriazione che ha segnato l’immaginario di un secolo. Non solo americano. E se per caso qualcuno dubitasse di questa interpretazione basterebbe rileggere oppure riguardare un altro romanzo dell’autore americano: The Last Picture Show del 1966,7 da cui Peter Bogdanovich trasse, nel 1971, uno dei suoi film migliori.

Un’autentica elegia sulla fine del West e della sua leggenda, vista attraverso le vicende di un’amicizia tra due giovani, il loro rapporto con l’unica sala cinematografica in cui si proiettano ancora e soltanto film western, con l’ultimo dei cowboy e l’amore per la stessa ragazza.
La guerra di Corea costringerà uno dei due ad allontanarsi da tutto ciò e al suo ritorno tutto sarà svanito: l’amore, la sala cinematografica ormai chiusa e il vecchio cowboy ormai morto.
Segnando una cesura definitiva con un prima che probabilmente poteva essere soltanto immaginato dai giovani protagonisti a causa dell’età.

Anche Lonesome Dove nasce da un’idea di collaborazione tra lo scrittore texano e il regista Bogdanovich, quando all’inizio degli anni Settanta, Peter Bogdanovich avrebbe voluto girare un film in omaggio al suo maestro John Ford.8 Nasce così il primo abbozzo di Lonesome Dove, sebbene con un altro titolo. Successivamente, nel 1989, Lonesome Dove verrà adattato in una mini-serie televisiva, con Robert Duvall e Tommy Lee Jones.

La collaborazione con il cinema continuerà nel tempo per McMurtry, anche attraverso l’adattamento cinematografico di una storia tratta dall’opera di un’altra grandissima autrice statunitense, di origini canadesi, di storie western: Annie Proulx. Il film sarà quel Brokeback Mountain (I segreti di Brokeback Mountain), diretto da Ang Lee9 che nel 2005 proporrà una visione assolutamente diversa della vita e della sessualità dei cowboy. Contribuendo a distruggere uno degli ultimi miti della Frontiera: il machismo sciupafemmine e la virilità incontaminata degli uomini delle grandi praterie.


  1. Lonesome Dove, colomba solitaria, è il nome del ranch da cui prende inizio la vicenda  

  2. Gli altri sono: Streets of Laredo (1993), Dead Man’s Walk (1995) e Comanche Moon (1997). Tutti ancora non tradotti in Italia  

  3. Crazy Horse: A Life, 1999 pubblicato in Italia come Cavallo Pazzo. Storia del capo Sioux che vinse a Little Bighorn, Mondadori 2003; Oh What A Slaughter! : Massacres in the American West: 1846—1890, 2005 e, solo per citarne uno dei più recenti, Custer, 2012  

  4. In particolare Blood Meridian, or The Evening Redness in the West (1985), traduzione italiana Meridiano di sangue, Einaudi 1996; All the Pretty Horses (1992), Cavalli selvaggi, Einaudi,1996; The Crossing (1994), Oltre il confine, Einaudi, 1995 e Cities of the Plain (1998), Città della pianura, Einaudi, 1999  

  5. In assoluto la migliore descrizione delle reali condizioni di vita delle donne sulle grandi pianure del West e del Midwest  

  6. A differenza di film come Little Big Man (Il piccolo grande uomo) diretto da Arthur Penn nel 1970 e tratto dal romanzo omonimo di Thomas Berger (1964) oppure Soldier Blue (Soldato blu) diretto nel 1970 da Ralph Nelson e ispirato al romanzo dello stesso anno Arrow in the Sun di Theodore V. Olsen, che risentivano, soprattutto il secondo, del clima intellettuale e culturale creato dalle proteste contro la guerra in Vietnam.  

  7. Traduzione italiana: L’ultimo spettacolo, Mattioli 1885, 2006  

  8. Cui aveva dedicato, nel 1971, il documentario-intervista Directed by John Ford  

  9. Regista di origine cinese che già aveva diretto un altro film western dedicato ai guerriglieri sudisti dopo la Guerra Civile: Ride with the Devil (Cavalcando con il diavolo) nel 1999  

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Sotto il cielo del West https://www.carmillaonline.com/2014/11/28/grande-cielo-west/ Thu, 27 Nov 2014 23:01:38 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=18888 di Sandro Moiso

guthrieAlfred Bertram Guthrie, Il grande cielo, Mattioli 1885, Fidenza 2014, pp.450, € 16,90

“L’epoca degli uomini della montagna nel Far West non fu mai narrata così bene. Probabilmente non lo sarà mai più” (Ernest Hemingway)

Le edizioni Mattioli 1885, nella loro pregevole opera di riscoperta e pubblicazione di opere ed autori della letteratura nord-americana del XIX e XX secolo, rendono nuovamente disponibile per il pubblico italiano, nella nuova traduzione di Nicola Manuppelli, uno dei capolavori meno conosciuti della letteratura statunitense. Pubblicato, infatti, negli Stati Uniti nel 1947, il romanzo di A. B. Guthrie fu tradotto e pubblicato per [...]]]> di Sandro Moiso

guthrieAlfred Bertram Guthrie, Il grande cielo, Mattioli 1885, Fidenza 2014, pp.450, € 16,90

“L’epoca degli uomini della montagna nel Far West non fu mai narrata così bene. Probabilmente non lo sarà mai più” (Ernest Hemingway)

Le edizioni Mattioli 1885, nella loro pregevole opera di riscoperta e pubblicazione di opere ed autori della letteratura nord-americana del XIX e XX secolo, rendono nuovamente disponibile per il pubblico italiano, nella nuova traduzione di Nicola Manuppelli, uno dei capolavori meno conosciuti della letteratura statunitense. Pubblicato, infatti, negli Stati Uniti nel 1947, il romanzo di A. B. Guthrie fu tradotto e pubblicato per la prima volta in Italia dalla Mondadori nella collana Medusa nel 1950; in seguito ricomparve, ad opera della Rizzoli, nel 1978 per poi sparire definitivamente nel dimenticatoio.

Probabilmente ciò fu dovuto allo scarso interesse che la letteratura e il cinema di carattere western esercitarono in Italia a partire dalla fine degli anni settanta e per i decenni successivi. Dal libro era stato infatti tratto nel 1952 anche un film dall’omonimo titolo, diretto da Howard Hawks ed interpretato da Kirk Douglas, che, però, ne stravolgeva completamente storia e significato. Assolutamente lontano dai modelli di cinismo, violenza e ribellione che avrebbero caratterizzato il cinema western di Sergio Leone e di Sam Peckinpah negli anni sessanta.

Peccato, perché in realtà il romanzo di Guthrie anticipava di decenni il revisionismo western di cui sarebbero, poi, stati protagonisti i due registi ed autori come Cormac McCarthy, Larry Mc Murtry, Annie Proulx e, anche se per un solo romanzo,1 John Williams. Lontano dall’epica della Frontiera come creazione di un mondo nuovo e migliore, Guthrie mostrava, in quello che è stato unanimemente considerato il suo romanzo migliore, il peccato d’origine degli Stati Uniti: la distruzione dei nativi, delle specie animali, del territorio e di qualsiasi rapporto sociale che non fosse immediatamente basato sulle logiche dello scambio mercantile e del profitto individuale o delle grandi compagnie commerciali.

Un’America che nasce tutt’altro che vergine e che porta con se un peccato originale non di carattere religioso, come avrebbero voluto i Padri Pellegrini, ma di stampo capitalistico e mercantile; dando vita, come risultato inevitabile, ad una società spietata in cui tutte le contraddizioni del sistema si sarebbero manifestate senza alcuna remora. Una società in cui la presenza della morte avrebbe dominato non come conseguenza del puritanesimo importato col Mayflower, ma come risultato delle logiche distruttive messe in atto.

A.B. Guthrie Jr. (1901 – 1991), come ci rivela nelle preziose note poste a chiusura del testo il curatore e traduttore, aveva deciso preventivamente di narrare il West e i suoi avventurieri come mai nessuno li aveva narrati prima. Ci riuscì e nel corso della sua vita, in cui scrisse molti altri romanzi e racconti di ambiente western, si spostò sempre più su posizioni radicali a difesa dei nativi americani e dell’ambiente. Praticamente fino al termine dei suoi giorni.

Già negli anni successivi al college l’autore si dichiarava “agnostico, liberale e ribelle” e tutto ciò traspare fin dalle prime pagine del romanzo, in cui il protagonista Boone Caudill rompe violentemente con il padre e fugge, ancora diciassettenne, verso l’Ovest e verso l’ignoto; scontrandosi immediatamente con l’avidità degli uomini e la falsità della Legge e dei suoi tutori. Ma la sua odissea di formazione, come in seguito per tanti personaggi di Cormac McCarthy, non assumerà le forme né della liberazione né, tanto meno, della redenzione dai peccati della civiltà.

Scandita in cinque parti (1830, ancora 1830, 1837, 1842-1843 e 1843), la narrazione accompagna Boone attraverso le grandi pianure del bacino del Missouri e le Montagne Rocciose, fino al suo trentesimo anno e al suo, inutile, ritorno all’Est. Un Odisseo senza Itaca, perché quello che ritorna non è un Boone migliore o più maturo o più saggio. No, è soltanto un uomo indurito, con la nostalgia per un mondo che ha contribuito a conquistare e distruggere e in cui ha dimostrato di non sapere davvero amare. E che non potrà nemmeno portare a termine la vendetta che aveva meditato per così lungo tempo.

Un mondo di violenza e di sospetto, in cui il mito dell’amicizia virile non è altro che una leggenda come quella delle valli ancora piene di castori; che, invece, a loro volta sono già stati distrutti per soddisfare, con le loro pellicce rivendute anche a bassissimo costo, l’industria e il mercato dei cappelli a cilindro per i benestanti delle grani città. Un mondo duro e spietato dove un minimo errore può significare la morte e la vita scorre fino a quando non incontra un coltello, una freccia o una pallottola. Magari sparata da un amico.

Domina su tutto il grande cielo del West, infinito e imperturbabile; sia sulle vicende degli uomini bianchi che su quelle degli uomini rossi. I primi destinati a morire per gli agguati e le ferite oppure a soffrire la fame, la sete, il freddo o per le conseguenze di malattie veneree; i secondi destinati ad essere spazzati via per effetto delle devastazioni e delle violenze portate dalla civiltà e dalle epidemie diffuse ad arte. Vittime del primo grande genocidio moderno. Il tutto in uno scenario in cui domina una natura solo potenzialmente ancora incontaminata, ma, in realtà, già cartografata, divisa e contesa dalle grandi compagnie per il commercio delle pellicce.

Lewis e Clark sono passati da lì pochi anni prima, ma il danno è stato già fatto e non si potrà più tornare indietro. Esattamente come per Boone Caudill.
Mentre rimangono sullo sfondo le donne. Bianche e rosse. Le prime eterne Penelopi dalla vita passata in attesa di un ritorno che magari non avverrà mai oppure di un amore che non si rivelerà altro che violenza, anche sessuale, oppure, ancora, destinate a morire di fatica nelle povere case costruite in prossimità della Frontiera. Le altre destinate ad essere, nel rapporto con l’uomo bianco, null’altro che una merce di scambio o inconsapevoli oggetti e schiave sessuali.

Leggendo questo romanzo, durissimo e bellissimo, ci si rende conto che il cinema western tradizionale ha davvero fatto un cattivo servizio alla storia degli Stati Uniti e della Frontiera. Probabilmente lo sapevamo già tutti da tempo, ma Guthrie, che con il successivo “Il sentiero del West” avrebbe vinto il Premio Pulitzer, lo ha rivelato ben prima di tutti gli altri autori che abbiamo poi imparato a conoscere ed amare.

Non vi è traccia in Guthrie della visione pastorale di una America bucolica in cui potersi rifugiare e dove solo l’avvento della macchina a vapore, oppure del macchinismo tout court, avrebbe segnato l’inizio del declino e della rovina, così come Henry David Thoreau nel “Walden” aveva teorizzato fin dall’Ottocento.2 Non vi è romanticismo, ma una visione, che rasenta il naturalismo espressivo, ben lontana da qualsiasi forma di epica o di epopea.

Non resta così che augurarsi che l’editore continui nella riedizione dei romanzi e delle novelle dell’autore americano, sia di quelli già pubblicati in Italia sia di quelli ancora inediti. Un autentico Omero di una frontiera priva di qualunque funzione mitopoietica, le cui vicende non sono determinate dalla volontà di divinità sregolate e volubili, ma dal raziocinio del calcolo della profittabilità delle imprese e delle conquiste.


  1. Butcher’s Crossing, Fazi Editore 2013, edizione originale americana 1960  

  2. Si veda in proposito Leo Marx, The Machine in the Garden. Technology and the pastoral ideal in America, Oxford University Press 1964 – 2000  

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