Anni Settanta – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il sogno della rivoluzione https://www.carmillaonline.com/2026/03/12/il-sogno-della-rivoluzione/ Thu, 12 Mar 2026 21:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92870 di Alessandro Barile e Alberto Pantaloni

[In occasione dell’uscita del volume Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta (Mimesis 2026) curato da Alessandro Barile e Alberto Pantaloni, ringraziando l’editore per la gentile concessione, si pubblica di seguito un breve estratto derivato dall’Introduzione stesa dai curatori del volume – gh.t.]

Culmine e crisi della “modernità comunista”

Il Sessantotto italiano ha una sua lunga incubazione – originandosi culturalmente dalla crisi dello stalinismo a partire dal 1956. L’operaismo, da molti considerato come il punto fondante di una presunta “ideologia del Sessantotto”, si configura non tanto (o non solo) come tentativo di fuoriuscire [...]]]> di Alessandro Barile e Alberto Pantaloni

[In occasione dell’uscita del volume Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta (Mimesis 2026) curato da Alessandro Barile e Alberto Pantaloni, ringraziando l’editore per la gentile concessione, si pubblica di seguito un breve estratto derivato dall’Introduzione stesa dai curatori del volume – gh.t.]

Culmine e crisi della “modernità comunista”

Il Sessantotto italiano ha una sua lunga incubazione – originandosi culturalmente dalla crisi dello stalinismo a partire dal 1956. L’operaismo, da molti considerato come il punto fondante di una presunta “ideologia del Sessantotto”, si configura non tanto (o non solo) come tentativo di fuoriuscire “da sinistra” dal “cominternismo” che, nelle sue ovvie rimodulazioni (Cominform, “partito nuovo”, “vie nazionali al socialismo”), ancora ispirava la prassi politico-ideologica e organizzativa del movimento comunista; l’operaismo sperimenta una fuoriuscita dall’“eresia” – quella trockista o bordighista, consiliarista o anarchica – che alimentava la critica da sinistra del modello sovietico. Con gli anni Sessanta prende forma una storia nuova, interna al marxismo rivoluzionario – al quale si richiama tutta la mobilitazione – ma distante dalle forme tradizionali della militanza comunista della prima metà del secolo. Per questo, abbiamo sottotitolato il volume La nuova sinistra negli anni Settanta, ritenendo questa formula generalmente più adatta a quella di “sinistra rivoluzionaria”, pur essendo consapevoli del dibattito presente nella comunità storiografica, dibattito che però riteniamo non dirimente, tanto da aver lasciato autori e autrici liberi e libere di utilizzare la forma che preferivano.

La modernità politica che il movimento comunista in qualche modo esprimeva – organizzando il protagonismo delle masse popolari stimolato dall’intruppamento e dal trauma della Prima guerra mondiale – negli anni Sessanta confligge clamorosamente con un’altra forma di modernità, quella promossa dall’unificazione dei consumi sulla scorta del boom economico. In Italia – dove la modernità industriale si afferma con maggiore ritardo e dirompenza rispetto al contesto europeo occidentale – lo scontro è al tempo stesso più profondo e più lacerante. Il Sessantotto italiano non si configura così (solo) come episodio locale di una vicenda globale: assume delle caratteristiche peculiari, che lo rendono diverso e ne spiegano la durata – giustificando pienamente la locuzione “lungo Sessantotto”, adottata tanto dalla memorialistica quanto dalla storiografia, e relativa alla mobilitazione continua che, tra momenti di picco e fisiologici assestamenti, insiste lungo tutto il decennio. La morte di Aldo Moro (maggio 1978) e la cosiddetta “marcia dei 40mila” (ottobre 1980) funzionano adeguatamente come simbolici termini ad quem – con l’avvertenza di non concedere eccessivo valore esplicativo a questa simbologia.

Gli anni Settanta, su cui si è prodotta molta storia e una straripante memorialistica, mantengono allora e inevitabilmente una loro centralità storiografica, utile a capire perché l’Italia continui a percepirsi come «paese mancato» – individuando proprio nei Settanta la grande occasione persa di modernizzare e democratizzare i rapporti politici e quelli economici. D’altra parte, se per l’amministrazione statunitense negli anni Settanta l’Italia rappresentava «il problema politico potenzialmente più grave che abbiamo in Europa», tutto ciò non può che confermare la rilevanza storica e politica di quella stagione, plasmata dal protagonismo della partecipazione politica radicale e di massa.

Ma se il “lungo Sessantotto” italiano continua ad alimentare interesse e studi, la domanda che si pone la ricerca storica da qualche anno è come continuare a studiarlo preservando una qualche originalità “scientifica”. Declinato l’“imperialismo” della storia politica e delle idee, e ridimensionata la torsione “micro-storica” delle biografie laterali, a farla da padrone nell’ultimo decennio è, da un lato, la storia globale; dall’altro la storia sociale, nelle sue varie declinazioni. Il tentativo di questo volume è invece duplice: da una parte approfondire la ricerca sui nodi politici, i temi programmatici e i repertori d’azione sui quali la galassia delle formazioni della sinistra si è costituita, organizzata e divisa, sia dal Pci, sia al suo interno; dall’altra, quello di mettere in connessione i diversi approcci euristici, provando a trovare un qualche punto d’equilibrio (senza pretesa di riuscirci) tra le ragioni immediate della politica e quelle profonde del mutamento sociale. Le due cose, d’altra parte, si compenetrano: la radicalità e la lunga durata del Sessantotto italiano trovano ragione nel contraddittorio assetto sociale del paese, ma ridimensionare il portato della contesa politica – come pure sta avvenendo nella storiografia più recente – genera ulteriori incomprensioni dell’intera vicenda. Una certa “funzionalizzazione” si è abbattuta sull’intera storia politica del Novecento, coinvolgendo non solo i movimenti, ma anche la storia del Pci e del movimento operaio più in generale. […]


Saggi contenuti nel volume:

  • Introduzione. Culmine e crisi della “modernità comunista” di Alessandro Barile e Alberto Pantaloni
  • Un secondo biennio rosso? di Diego Giachetti
  • La “pista nera” o la “strage di Stato”. PCI e Lotta continua dopo piazza Fontana di Marco Grispigni
  • 1969-1973: la classe operaia tra organizzazione e autonomia di Emilio Mentasti
  • Sotto lo stesso cielo. Lotta armata e violenza politica negli anni Settanta di Davide Serafino
  • La Differenza come strumento di liberazione femminile. Rivolta Femminile, Lotta Femminista e Movimento di Liberazione della Donna a confronto di Chiara Stagno
  • Il Manifesto e Lotta Continua dinanzi al dissenso in Europa centro-orientale (1968-1977) di Andrea Della Polla
  • «Il voto non è mai rosso, solo le lotte lo sono»: nuova sinistra e strategia elettorale di Noemi Magerand
  • La grande fiammata. Reti, scambi e connessioni della nuova sinistra tra l’Italia e il Regno Unito di Alberto Pantaloni e Tommaso Rebora
  • L’autonomia operaia, il PCI e il poliedro del ’77 di Salvatore Corasaniti
  • Democrazia Proletaria nell’avanzare del neoliberismo di William Gambetta
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La fine del vecchio mondo e l’inizio di quello nuovo https://www.carmillaonline.com/2025/10/22/la-fine-del-vecchio-mondo-e-linizio-di-quello-nuovo/ Wed, 22 Oct 2025 20:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90804 di Sandro Moiso

Michael Hardt, I Settanta sovversivi. La globalizzazione delle lotte, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 315, 22 euro

Che non abbiamo avuto nulla a che fare con il terrorismo è ovvio. Che siamo stati «sovversivi» è altrettanto ovvio. (I militanti dell’Autonomia in attesa del processo nel carcere di Rebibbia – 1983)

Michael Hardt, docente alla Duke University del North Carolina è stato co-autore con Toni Negri di numerosi e ben noti saggi di carattere politico. Il suo testo pubblicato in Italia per DeriveApprodi, e uscito in lingua inglese nel 2023 per la Oxford University Press, ha come intento quello [...]]]> di Sandro Moiso

Michael Hardt, I Settanta sovversivi. La globalizzazione delle lotte, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 315, 22 euro

Che non abbiamo avuto nulla a che fare con il terrorismo è ovvio. Che siamo stati «sovversivi» è altrettanto ovvio. (I militanti dell’Autonomia in attesa del processo nel carcere di Rebibbia – 1983)

Michael Hardt, docente alla Duke University del North Carolina è stato co-autore con Toni Negri di numerosi e ben noti saggi di carattere politico. Il suo testo pubblicato in Italia per DeriveApprodi, e uscito in lingua inglese nel 2023 per la Oxford University Press, ha come intento quello di riassumere la grande varietà di esperienze di lotta e organizzazione sviluppatesi nel corso degli anni Settanta del ‘900 e, allo stesso tempo, anche quello di affrontare ed esporre con coerenza e lucidità le differenze intercorse tra le lotte degli anni Sessanta, tutte troppo spesso riassunte a livello di immaginario collettivo dall’autentico brand rappresentato dal ’68, e quelle del decennio successivo, altrimenti riassumibile da un’altra iconica cifra stilistica, quella del ’77.

Due riferimenti simbolici per la rappresentazione di esperienze allo stesso tempo così vicine eppur così lontane. Soprattutto in tante valutazioni sociologiche, politiche e storiche successive che hanno, troppo spesso, diviso gli “anni dell’innocenza”, quelli che avrebbero portato al 1968, da quelli della furia, della rabbia e dell’estremismo. In cui, però, il concetto di autonomia politica, di classe e di genere, si è materializzato concretamente nelle esperienze organizzative di lotta dei lavoratori salariati, delle donne, dei giovani e delle loro differenti culture. Anche se in certe ricostruzioni a posteriori si è sostenuto che, in fin dei conti, negli anni Settanta non sia successo alcunché di significativo.

Sostenere che negli anni Settanta non sia successo nulla, tuttavia, richiede una certa strategia per supportare una tale cecità. In una certa misura, questa cecità ha a che fare con il «come». Molti dei movimenti più importanti degli anni Sessanta – i movimenti dei lavoratori di fabbrica, le femministe, le lotte di liberazione nazionale e antimperialiste, i movimenti antirazzisti, le ribellioni studentesche e giovanili, le lotte indigene – sono continuate negli anni Settanta, in molti casi in numero maggiore e con più intensità di prima. Il fatto che potessero diventare invisibili (almeno per alcuni) era dovuto al fatto che assumevano caratteristiche molto diverse, forme di organizzazione radicalmente rinnovate e nuovi obiettivi, che non rientravano nelle narrazioni accettabili. Nanni Balestrini e Primo Moroni, ad esempio, riferendosi al 1968 e al 1977, date di riferimento per l’attività dei movimenti in Italia, sostengono che mentre la società dominante poteva comprendere e digerire le forme di protesta che avevano caratterizzato gli anni Sessanta, la militanza degli anni Settanta risultava indigesta. «Per questo motivo», sostengono, «la versione “ufficiale” definisce il ’68 come buono e il ’77 come cattivo, infatti il ’68 è stato recuperato, mentre il ’77 è stato annientato»1. I movimenti degli anni Settanta sono stati cancellati dalla memoria, dunque, in parte perché erano diventati irriconoscibili dalla narrazione «ufficiale» (o politicamente inaccettabili per quest’ultima)2.

In particolare, Va subito detto che, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, la rimozione, se non addirittura la criminalizzazione, degli anni Settanta, deriva dalla drastica rottura con i partiti riformisti e/o “comunisti” di stampo togliattiano e berlingueriano che avvenne tra “movimenti” e rappresentanza politico-parlamentare proprio nel corso del secondo quinquennio di quel decennio. Frattura di cui il ’77 rappresentò una sorta di punto di non ritorno per i movimenti che si erano andati progressivamente e vistosamente radicalizzando. Un evento spaventevole e spaventoso per chi pensava di essere riuscito a ricondurre le lotte nei più tranquilli argini della trattativa parlamentare e sindacale.

L’autonomia è un concetto che ha caratterizzato le aspirazioni di un’ampia gamma di movimenti progressisti e rivoluzionari degli anni Settanta. Gli operai militanti, ad esempio, assumendo il controllo delle proprie lotte, dichiararono la propria autonomia non solo dai padroni delle fabbriche, ma anche dalla leadership e dalle imposizioni dei sindacati dominanti. I lavoratori dell’industria, in diversi contesti nazionali tra loro eterogenei, hanno creato strutturedecisionali collettive per decidere da soli quando iniziare uno sciopero e quando terminarlo, se occupare una fabbrica e come gestirla, e persino quando prendere le armi per difendersi. (L’inizio degli anni Settanta ha rappresentato un punto culminante della lotta di classe industriale in molti paesi, sia per l’intensità che per il numero degli scioperi)3.

Allo stesso tempo, però, e questo uno degli elementi che rendono utile e necessaria la consultazione del testo di Hardt, l’autonomia politica ed organizzativa della classe operaia fu soltanto uno degli elementi caratterizzanti le lotte di quegli anni. Che furono segnate in maniera nuova e, spesso, originale da una molteplicità di esperienze e rivendicazioni che trascendevano i limiti della tradizione operaista.

La molteplicità è un’altra pietra angolare che attraversa i movimenti, emergendo con particolare chiarezza nel contesto dei dibattiti femministi. Un presupposto per la concezione politica della molteplicità fu il riconoscimento, sempre più diffuso a metà del decennio, che la centralità operaia nella lotta rivoluzionaria era giunta al termine. Non si trattava della fine della lotta di classe o della cessazione della sua rilevanza, ovviamente, ma del congedo della presunta priorità dei lavoratori industriali, così come della convinzione che un’avanguardia operaia potesse guidare e unificare il movimento rivoluzionario nel suo complesso. […] Gli attivisti e i teorici degli anni Settanta hanno formulato un’analisi del potere caratterizzata dall’intersecarsi delle identità e delle strutture multiple del dominio (capitalista, razziale, imperialista e patriarcale), [che] Di conseguenza, hanno avanzato la proposta strategica di articolare insieme le lotte femministe, antirazziste, antimperialiste e anticapitaliste, senza alcuna priorità tra di esse. Proposte simili di molteplicità strategica sono state formulate anche in progetti politici multirazziali, sotto la bandiera delle persone «di colore» negli Stati Uniti, ad esempio, e all’interno del Black Consciousness Movement in Sudafrica. Anche in questi casi, la molteplicità strategica può funzionare […] solo se nessuna delle sue componenti ha la priorità sulle altre4.

L’altro elemento che scuoteva dalle fondamenta l’ordine dato, anche a sinistra, era costituito dalla rimessa in discussione di ciò che doveva intendersi come democrazia, non soltanto come rivendicazione nei confronti dei regimi illiberali, dittatoriali, autoritari, golpisti e di destra.

Le nozioni di democrazia rivoluzionaria che sono proliferate, non solo si sono opposte al governo autoritario e al controllo capitalista, ma hanno anche rifiutato le strutture consolidate dei regimi democratici liberali. In termini sintetici, si potrebbe dire che questa democrazia privilegia la partecipazione rispetto alla rappresentanza, ovvero la partecipazione universale al processo decisionale politico, piuttosto che schemi di rappresentanza che lasciano il potere nelle mani di pochi5.

Infine, last but not least, l’elemento di rinnovamento contenuto nell’esperienza dei movimenti del decennio, che allo stesso tempo ne costituiva la prima ed ultima ragione di fondo, fu quello della liberazione.

La liberazione, infine, può essere il concetto che unisce tutti gli altri e funge da concetto guida per comprendere l’epoca. Gli attivisti erano convinti che, attraverso una lotta organizzata, fosse possibile cambiare tutto e reinventare la società dalle fondamenta. Liberazione non significa solo emancipazione, cioè liberare le persone dalle loro catene per farle partecipare alla società esistente. La liberazione richiede anche una trasformazione radicale di quella società, rovesciando le sue strutture di dominio e creando nuove istituzioni che favoriscano la libertà. Ma anche questo non basta, perché per la liberazione devono cambiare non solamente le strutture ma anche i soggetti, avviando un processo di trasformazione soggettiva collettiva. Gli anni Settanta sono stati forse l’ultimo periodo in cui numerosi movimenti sociali e politici su larga scala hanno avuto l’audacia e la fiducia di puntare inequivocabilmente alla liberazione e di mettere in pratica i mezzi per raggiungerla6.

In tale concezione, è evidente, di fondavano le istanze rivoluzionarie datesi a partire dal secolo precedente, ma liberate da tutte quelle istanze autoritario-partitiche che avevano contribuito a dar vita alle mostruosità repressive del socialismo reale e, allo stesso tempo, arricchite dalle formulazioni marcusiane liberate dall’aspetto meramente filosofico per essere integrate nell’attività politica e nella vita dei militanti.

Il testo di Hardt, che documenta nell’arco di sedici capitoli dedicati ai diversi aspetti di quei movimenti e ai loro contenuti tutto l’arco dell’esperienza Settanta, oltre a porsi nelle conclusioni il problema di ciò che è giunto ed è stato assorbito dai movimenti attuali, chiarisce quale fu e rimane la sostanziale differenza tra gli anni Sessanta e Settanta, cui si è qui accennato fin dall’inizio.

Ciò che più significativamente divide i movimenti progressisti e rivoluzionari degli anni Settanta da quelli degli anni Sessanta è la loro diversa relazione con il presente. Semplificando molto, gli anni Sessanta sono stati un punto di svolta cruciale che ha segnato la fine di un’epoca. La coincidenza e l’accumulo di lotte in quel decennio, a volte indicato come il «Sessantotto globale» – tra cui lotte anticoloniali e antimperialiste, le rivolte contro i regimi statali socialisti, le insurrezioni contro la dominazione razziale, le ribellioni degli operai contro la disciplina di fabbrica ecc. – hanno reso sempre più ingovernabile il potere globale dominante, così come i regimi disciplinari di ogni paese. Hanno fatto precipitare una lunga serie di crisi sociali, ecologiche e politiche nel corso dei primi anni Settanta. Possiamo certamente imparare dai movimenti degli anni Sessanta, sia da quelli vittoriosi che da quelli sconfitti, ma fondamentalmente appartengono a un mondo passato, non al nostro.
Gli anni Settanta, invece, segnano l’inizio del nostro tempo. È stato un decennio di grandi cambiamenti tellurici nelle strutture e nei meccanismi che governano l’ordine sociale, che gli studiosi hanno cercato di cogliere da diverse angolazioni e attraverso svariati punti di vista. La società post-industriale, ad esempio, ha preso forma negli anni Settanta: è stato, forse paradossalmente, il picco del potere dei lavoratori industriali e l’inizio del suo declino. Contemporaneamente, il lavoro e i regimi salariali si sono spostati dai modelli fordisti a quelli postfordisti, dando inizio a un’epoca di forme di occupazione sempre più precarie e informali. Allo stesso tempo, le politiche neoliberali hanno intrapreso un percorso di privatizzazione dei beni pubblici, di indebolimento delle strutture di welfare e di aumento del divario tra ricchi e poveri, rendendo lo Stato meno reattivo alle richieste sociali e alle riforme progressive.
I progetti progressisti e rivoluzionari si adattarono a questo nuovo contesto in una miriade di modi. Poiché la protesta era diventata meno efficace, a causa della minore risposta dello Stato alle richieste sociali e dell’imposizione di livelli più elevati di repressione (una condizione a cui mi riferirò in seguito come «fine della mediazione»), gli attivisti sono stati costretti a superare la tattica della protesta e a inventare nuove forme di organizzazione e di azione. Allo stesso tempo, si è assistito a una proliferazione e a una maggiore visibilità delle diverse forme di lotta di liberazione, comprese quelle che riguardavano il genere, la razza, la sessualità e le molteplici forme del lavoro. Ciò era dovuto in parte al fatto che gli operai non fossero più un’avanguardia e i protagonisti centrali di un unico movimento. Gli attivisti hanno incominciato a sviluppare una serie di articolazioni tra questi molteplici movimenti per rispondere a nuove esigenze e organizzarsi strategicamente7.


  1. N. Balestrini – P. Moroni, a cura di, L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Feltrinelli, Milano 2021, p. 527  

  2. M. Hardt, I Settanta sovversivi. La globalizzazione delle lotte, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 8-9.  

  3. M. Hardt, op.cit., pp. 14-15.  

  4. Ivi, pp. 15-16.  

  5. Ibidem, p. 16.  

  6. Ibid., p. 16.  

  7. Ivi, pp. 17-18.  

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La Sinistra Negata 03 https://www.carmillaonline.com/2025/10/03/la-sinistra-negata-03/ Fri, 03 Oct 2025 21:45:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90136 Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980) a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale

(la prima parte la trovate qui e qui)

Parte seconda. Gli Anni Settanta.

1. I “GRUPPI” Il superamento della crisi del 1963-66 è reso possibile soprattutto da un mutamento nella composizione della domanda estera e da una posizione conseguentemente diversa assegnata all’Italia nell’ambito della divisione internazionale del lavoro. L’entrata in scena di paesi produttori di beni di consumo a basso costo costringe l’Italia a modificare le [...]]]> Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980)
a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale

(la prima parte la trovate qui e qui)

Parte seconda. Gli Anni Settanta.

1. I “GRUPPI”
Il superamento della crisi del 1963-66 è reso possibile soprattutto da un mutamento nella composizione della domanda estera e da una posizione conseguentemente diversa assegnata all’Italia nell’ambito della divisione internazionale del lavoro. L’entrata in scena di paesi produttori di beni di consumo a basso costo costringe l’Italia a modificare le proprie esportazioni, spostando l’accento sui beni finali d’investimento dell’industria pesante e della meccanica leggera1. Acquistano dunque un inedito peso le imprese chimiche, petrolchimiche, siderurgiche, nelle quali le dimensioni degli impianti e gli enormi bisogni finanziari, rendono necessaria la partecipazione statale. È da notare che le industrie di questo tipo, malgrado le proporzioni colossali degli stabilimenti, assorbono quote ridottissime di forza-lavoro2. Il primo effetto della ristrutturazione, seguita alla crisi è dunque quello di contenere l’occupazione in alcuni dei rami industriali trainanti, producendo, con l’esclusione delle figure “deboli” (anziani, giovani, donne), un’ulteriore selezione a favore degli operai delle fasce centrali di età, più di tutti inclini a intraprendere azioni rivendicative.

È dunque un proletariato di fabbrica ridotto ma estremamente compatto, al cui interno continua a detenere l’egemonia (politica anche se non numerica) l’operaio-massa, a dar vita al lungo “autunno caldo” del 1969-1971. È in queste lotte che si sperimentano, con i Comitati Unitari di Base, le prime forme di organizzazione autonoma della classe operaia; ed è in queste lotte che i gruppi sparsi della sinistra rivoluzionaria trovano il cemento necessario alla loro unificazione, dando vita, dopo i convegni delle avanguardie di fabbrica del 1968 e del 1969 a due vaste organizzazioni: del Potere Operaio e Lotta Continua.

La prima metà degli anni ‘70 reca l’impronta di questi due raggruppamenti, che si dividono le spoglie dell’operaismo del decennio precedente e che, unitamente a gruppi di diversa matrice (Avanguardia Operaia, Il Manifesto. i vari “Partiti” di ispirazione maoista, ecc.), danno vita al complesso arcipelago della cosiddetta “sinistra extraparlamentare”. Fenomeno che si verifica in tutta Europa, ma che in Italia ha una sua specificità rappresentata dall’estensione, dal radicamento e dalla vitalità delle organizzazioni in cui si manifesta (il nostro, è l’unico paese a contare, alla fine del decennio, ben cinque quotidiani di estrema sinistra, anche se due di essi sono condannati a vita effimera)3.

Malgrado l’origine quasi simultanea e il comune riferimento all’operaio-massa, Potere Operaio e Lotta Continua presentano tra loro differenze profonde4. Al centro del discorso di Potere Operato è la tematica del “rifiuto del lavoro”, già sviluppata negli anni Sessanta da “Classe Operaia” e presente anche nell’elaborazione di Lotta Continua, ma lucidamente ampliata da Potere Operaio fino alle estreme conseguenze. Il “rifiuto del lavoro” è anzitutto una descrizione: descrive cioè l’atteggiamento dell’operaio-massa, di estrazione prevalentemente rurale e meridionale, a fronte della spersonalizzazione indotta dai processi produttivi nelle grandi fabbriche del Nord. L’operaio tradizionale usava in chiave rivendicativa la propria professionalità, il proprio patrimonio di conoscenze: l’operaio-massa, invece, immesso in un contesto produttivo che gli è totalmente alieno, fonda la propria ribellione sulla valorizzazione della propria estraneità del proprio distacco dalla logica e dalle sorti della produzione e dell’impresa. L’alienazione, da condizione sofferta, diviene in lui condizione usata, separatezza irriducibile da meccanismi che non gli appartengono e che non possono ispirargli altro che odio o indifferenza. Di qui l’adozione di forme di lotta distruttive (sciopero a gatto selvaggio, sabotaggio) indirizzate a colpire non questa o quella norma, ma l’essenza stessa del lavoro di fabbrica.

In secondo luogo, il “rifiuto del lavoro” è una proposta strategica. Se nella società capitalistica avanzata l’assetto produttivo viene indirizzato al massimo risparmio di lavoro, puntando al minor coinvolgimento possibile nella produzione di una manodopera fattasi “pericolosa”, il superamento del capitalismo dovrà radicarsi su queste linee di tendenza e sugli elementi oggettivamente “liberatori” in esse presenti5. L’obiettivo è dunque la fine del lavoro salariato, tramite un uso non più capitalistico, bensì “operaio” dell’automazione; e ciò esclude transizioni socialiste che, fondandosi sul principio “a ciascuno secondo il suo lavoro, da ciascuno secondo le sue capacità”, riprodurrebbero la condizione operaia limitandosi a modificare l’identità del padrone. Il comunismo è il “Programma minimo”, vale a dire il traguardo diretto reso possibile dalle modificazioni che il capitale stesso ha innescato, spinto dall’esigenza di sottrarsi alla morsa della lotta di classe.

Questo, in forma molto sintetica, è il fulcro teorico ereditato da Potere Operaio dalle elaborazioni del decennio precedente (del resto, in larga misura opera dei suoi dirigenti), e riproposto dall’organizzazione in forma tanto lucida quanto assiomatica. Una teoria di grande originalità e di notevole spessore culturale, ma con un vizio di fondo costituito da una vistosa tendenza all’astrattezza6 che denuncia la formazione giuridico-filosofica degli autori (peraltro intellettualmente ben più ferrati della maggioranza dei leader della sinistra rivoluzionaria).

La descrizione del processi in corso nei settori industriali di punta viene infatti scambiata da Potere Operaio per un ritratto realistico dell’intera società, e il proletariato industriale diventa l’unico referente (cui gli altri settori di classe vanno obbligatoriamente assimilati, si tratti di studenti, di braccianti o di pescatori), le lotte in corso nel terzo Mondo sono ignorate prima ancora che sottovalutate (oppure fatte rientrare a forza nello schema interpretativo applicato all’Occidente). La raffinatezza teorica si traduce così in una stilizzazione che altro non è che una forma di semplificazione mascherata. Ciò condanna Potere Operaio, pur ben presente in molte, significative lotte operaie e studentesche, a proporre parole d’ordine che con la, realtà hanno poca attinenza (culminate nello slogan “dalla città-fabbrica alla città-insurrezione”), per quanto appaiano coerentissime con l’elaborazione teorica del gruppo.

Specchio di una linea non sempre ben decifrabile, oscillante tra iniziative velleitarie (valga per tutte la proclamazione, nel 1972, di uno sciopero generale!), prese di posizione rasentanti l’avventurismo e curiose tentazioni leniniste, (di un leninismo completamente reinventato)7, cui Potere Operaio è strutturalmente inidoneo. Tutto ciò porta all’esaurimento dell’esperienza organizza tiva “potopista’ nel giro di soli quattro anni, anche se non alla fine della presenza politica dei militanti del gruppo; anzi, Potere Operaio fornisce un raro esempio di autoscioglimento in vista di una rinascita in forme completamente mutate (che vedremo, tra breve); operazione che garantisce una sopravvivenza delle sue tesi e delle sue proposte al di là della prematura crisi della sinistra “extraparlamentare”8.

Del tutto diversa la vicenda di Lotta Continua (anche se tra la base di Potere Operaio e quella di Lotta Continua esiste un’affinità sconosciuta ai rispettivi vertici). Benché molti suoi dirigenti provengano dai “Quaderni Rossi”, Lotta Continua pare sostanzialmente disinteressarsi ad una elaborazione teorica molto raffinata (che viene piuttosto delegata ai “Quaderni Piacentini”, all’epoca rivista apertamente fiancheggiatrice del gruppo). Quel che conta è essere sempre e comunque all’interno delle lotte, guidandole a finalità politiche senza tuttavia mai venire a costituire un’avanguardia separata, leninisticamente portatrice di coscienza esterna. È dalle lotte proletarie stesse, secondo Lotta Continua, che sono direttamente desumibili tattica e strategia, in quanto è al fuoco della lotta che il proletariato afferma la propria coscienza di classe. Una mediazione dall’esterno porterebbe quindi ad una dispersione di queste indicazioni spontanee, imponendo al proletariato mezzi e fini non suoi. Stando così le cose, Lotta Continua non rimane ristretta entro i muri della fabbrica, ma seguendo l’antagonismo proletario in tutte le sue manifestazioni, si dilata al quartiere, alla caserma persino alle carceri (in un’epoca in cui non c’è una forte componente di detenuti politici a facilitare l’operazione). La parola d’ordine “Prendiamoci la città” è la manifestazione più significativa di questa flessibilità estremizzata, che porta l’organizzazione nei primi anni Settanta a diffondersi nelle più diverse frazioni di classe: dai metalmeccanici torinesi, ai braccianti meridionali, ai sottoproletari romani e napoletani9.

La crescita è fin troppo tumultuosa. Presto si pone a Lotta Continua, come in generale all’intero arco della sinistra rivoluzionaria, l’esigenza di superare lo spontaneismo iniziale e di dotarsi, oltre che di robuste strutture organizzative, di una strategia credibile. Si vedrà più oltre quale sia la risposta degli eredi di Potere Operaio ad entrambe le questioni. Per quanto riguarda Lotta Continua, il gruppo tenta di strutturarsi, nel 1° congresso nazionale svoltosi a Roma dal 7 al 12 gennaio 1975. in un vero e proprio partito!10, iniziando nel contempo a ipotizzare sul piano strategico un “uso rivoluzionario” di un’eventuale partecipazione del PCI al governo.

L’ipotesi è rivelatrice del bassissimo livello politico del gruppo dirigente di Lotta Continua. La soluzione prospettata rappresenta infatti una grossolana applicazione alla realtà italiana del rapporti instauratisi nel Cile di Allende, tra il MIR (Movimiento de Izquerda Revolucionaria) e la sinistra al governo. Simile assimilazione, a dir poco discutibile, non deve del resto stupire troppo. Una costante dell’“elaborazione” – chiamiamola così – del fantasioso gruppo dirigente di Lotta Continua è proprio la tendenza a trasferire pari pari al contesto italiano esperienze maturate in tutt’altro ambito storico e geografico, si tratti del Cile, dell’Irlanda o del Portogallo11. Tanta irresponsabilità è comunque compensata dalla presenza di una base non solo estesa, ma anche entusiasta e comunque migliore dei vertici tanto dal punto di vista politico che da quello semplicemente umano. Ma a metà degli anni Settanta l’esperienza dei gruppi extraparlamentari (d’altronde sempre meno “extraparlamentari”) comincia ad apparire logora. E ciò sia per motivi soggettivi, sia per l’ampia ristrutturazione in corso nell’assetto economico italiano, indirizzata a colpire proprio quell’operaio-massa su cui le organizzazioni rivoluzionarie si erano forgiate.

2. I NUOVI SOGGETTI SOCIALI.
L’“autunno caldo” nel quale per la prima volta semplici rivendicazioni salariali si sono congiunte a rivendicazioni di potere, pone il padronato, e in generale le classi dirigenti di fronte ad una duplice necessità: da un lato scomporre la figura sociale – l’operaio-massa – che è stata al centro delle lotte, dall’altro attivare meccanismi di recupero dei profitti intaccati dagli aumenti di salario. Chi si fa carico di quest’ultimo obiettivo è direttamente la Banca d’Italia. che nel 1973 attua una svalutazione coscientemente finalizzata ad innescare, con l’inevitabile aumento di costo delle importazioni, un processo inflattivo12

Ma nel 1973 il calcolo padronale e statale di manovrare l’inflazione per recuperare le concessioni salariali appare avventato e pericoloso. In quello stesso anno, infatti, i paesi produttori di petrolio, reagendo alla manovra del paesi occidentali tesa a ridurre con l’aumento di tutti gli altri prezzi il prezzo del loro prodotto, adeguano il loro listino al valori raggiunti dall’inflazione mondiale13. L’improvvisa crescita dei costi energetici conduce l’inflazione interna italiana oltre la soglia della governabilità. Il governo Rumor, succeduto al governo Andreotti nel corso del 1973, corre ai ripari riducendo violentemente credito e spesa pubblica. Identica manovra deflazionistica si rende necessaria nel 1976. Gli investimenti cadono, la produttività si contrae, aumenta la disoccupazione. Forme di lavoro precario e saltuario si diffondono a macchia d’olio. Ma la scomposizione dell’operaio-massa non è affidata esclusivamente ai dati oggettivi della contingenza economica. Individuato nelle grandi concentrazioni industriali un fattore di perturbamento sociale, i maggiori gruppi industriali provvedono a decentrare quote sempre più ampie della produzione alle piccole imprese ed alle aziende artigianali. Poiché i reparti trasferiti all’esterno sono i meno qualificati e i più nocivi, chi fa le spese di questa manovra sono «le figure marginali della popolazione lavorativa, e cioè i lavoratori giovani o anziani, la manodopera femminile: sono infatti queste frange che possono accontentarsi di remunerazioni minori e di un lavoro svolto in condizioni di maggiore precarietà»14.

Il lavoro precario e non tutelato diviene norma, mentre il dirottamento degli investimenti rivaluta le regioni ad economia “periferica” (Emilia, Veneto, ecc.), caratterizzate da un’ampia diffusione della micro-impresa. Non è un caso se queste regioni diventeranno scenario dei conflitti più acuti della fine del decennio.

In questo quadro. il dato veramente nuovo è la confluenza, nel proletariato marginale, di manodopera scolarizzata e dotata di un notevole livello di coscienza critica. La scolarità di massa frutto da un lato di errori di calcolo padronali15, dall’altro prodotto diretto della maggior forza acquisita dalle classi subalterne, diviene ad un tempo rifugio momentaneo dalla disoccupazione e serbatoio di forza-lavoro adibita, prima ancora della conclusione degli studi, alle mansioni saltuarie e sottratte ai vincoli contrattuali richieste dal nuovo assetto produttivo in gestazione. Si produce così una miscela destabilizzante che, non trovando nel luogo di lavoro e spazi sufficienti di sfogo, trova nel territorio il proprio terreno di Cfr. M. Paci, Mercato del lavoro e classi sociali in Italia, Bologna 1973, cap.IX. lotta, dando vita ad una conflittualità che nessuna mediazione politica è in grado di controllare.

(Segue nella prossima puntata il proseguimento della Parte seconda. Gli anni Settanta.)


  1. Cfr. M. D’Antonio, U. Marani, Sul commercio estero italiano negli anni ‘60, in AA.VV., Crisi e ristrutturazione dell’economia italiana, a cura di A. Graziani, Torino 1975, pp. 317 ss.  

  2. Cfr. A. Graziani, La strategia della divisione, in “Quaderni Piacentini”, 1975, n.56 pp. 40 ss.  

  3. I quotidiani cui si allude sono “Il Manifesto”, “Lotta Continua”, “Il Quotidiano dei Lavoratori”, “Ottobre” e “La Sinistra”. Degli ultimi due, organi del Partito Comunista d’Italia (ml) e del Movimento Lavoratori per il Socialismo, uscirono solo pochi numeri.  

  4. Cfr. in proposito G. Vettori, La sinistra extraparlamentare in Italia, Roma 1973, pp. 88-114. Il volume di G. Vettori, per quanto a volte sommario nei giudizi, è, nel suo genere, uno dei più onestamente informativi. Un giudizio di Lotta Continua su Potere Operaio è formulato nell’articolo Potere Operaio. Teoria della ricchezza e miseria della teoria, in “Lotta Continua” (settimanale), 25 luglio 1971.  

  5. È bene avvertire che Potere Operaio non avrebbe, a suo tempo, usato il linguaggio che utilizziamo noi. Sul “rifiuto del lavoro” e sul progetto strategico connesso a questo tema cfr. Nanni Balestrini e Primo Moroni, L’orda d’oro, (1968-1977), Milano 1988, pp. 250-255. Questo volume va segnalato come la migliore storia della sinistra rivoluzionaria italiana a tutt’oggi apparsa (pur presentando qualche lacuna, come un’esagerata sottovalutazione dei gruppi “extraparlamentari”).  

  6. Un’acuta critica a questa carenza di Potere Operaio è formulata in P. Violi, I giornali dell’estrema sinistra, Milano 1977, pp. 17-43.  

  7. Nell’interpretazione di Potere Operaio, a giudizio di Lenin la strategia apparterrebbe alla classe operaia e la tattica al partito (!). Cfr. Noi e i marxisti-leninisti, in “Potere Operaio”, 2 ottobre 1969.  

  8. Le linee teoriche di questa visione risalgono a “Il Potere Operaio” di Pisa, e sono sistematizzate in un intervento di Adriano Sofri su “Giovane Critica”, 1968, n.19.  

  9. Una ricostruzione sommaria della vicenda di Lotta Continua è in L. Bobbio, Lotta Continua. Storia di un’organizzazione rivoluzionaria, Roma 1979.  

  10. Cfr. Le tesi, le relazioni politiche, lo statuto approvati al 1° Congresso Nazionale di Lotta Continua, Roma s.d. (ma 1975).  

  11. Nelle ultime penosissime fasi della storia di Lotta Continua sarà addirittura l’Iran di Khomeiny che l’organo del gruppo proporrà come modello, facendo rizzare i capelli in testa ai pochi militanti superstiti.  

  12. Cfr. A. Graziani, introduzione a AA.VV., Crisi e ristrutturazione…, cit., pp.58 ss.; M. Salvati, Il sistema economico italiano: analisi di una crisi, Bologna 1975, pp.122 ss.  

  13. Cfr. A. Graziani, La strategia della divisione, cit. pp.33-34.  

  14. Cfr. A. Graziani, introduzione a AA.VV., Crisi e ristrutturazione…, cit., p.45: Sugli effetti del decentramento produttivo cfr. anche V. Evangelisti, S. Sechi, Il galletto rosso. Precariato e conflitto di classe in Emilia Romagna (1980-1980), Venezia 1982, pp.83-126.  

  15. Cfr. M. Paci, Mercato del lavoro e classi sociali in Italia, Bologna 1973, cap.IX.  

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Quei diabolici anni Settanta https://www.carmillaonline.com/2024/04/26/quei-diabolici-anni-settanta/ Fri, 26 Apr 2024 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82249 di Paolo Lago e Gioacchino Toni

Le storie, i costumi e le estetiche del passato rappresentano un bacino per certi versi inesauribile per le opere di finzione, un bacino su cui posare uno sguardo che quel passato tende a ricostruirlo, selezionarlo e significarlo alla luce dell’oggi. In questo scritto si esporranno alcune considerazioni su un paio di serie televisive realizzate nel nuovo millennio che, narrando di vicende ambientate negli anni Settanta del secolo scorso, offrono di quel decennio una lettura incentrata sui suoi aspetti per così dire ‘diabolici’.

Attraverso la messa in scena del ‘male’ che si annida in alcuni individui, [...]]]> di Paolo Lago e Gioacchino Toni

Le storie, i costumi e le estetiche del passato rappresentano un bacino per certi versi inesauribile per le opere di finzione, un bacino su cui posare uno sguardo che quel passato tende a ricostruirlo, selezionarlo e significarlo alla luce dell’oggi. In questo scritto si esporranno alcune considerazioni su un paio di serie televisive realizzate nel nuovo millennio che, narrando di vicende ambientate negli anni Settanta del secolo scorso, offrono di quel decennio una lettura incentrata sui suoi aspetti per così dire ‘diabolici’.

Attraverso la messa in scena del ‘male’ che si annida in alcuni individui, Les papillons noirs (Arte-Netflix, 2022) di Bruno Merle e Olivier Abbou e The Serpent (BBC-Netlfix, 2021) di Mammoth Screen, proiettano uno sguardo sugli anni Settanta che rivela inevitabilmente anche qualcosa dei nostri tempi.

La serie Les papillons noirs racconta dello scrittore quarantenne Adrien Winckler (Nicolas Duvauchelle) che, in crisi creativa, accetta l’offerta di trascrivere in romanzo la vita che gli viene raccontata da un individuo ormai prossimo alla morte, Albert Desiderio (Niels Arestrup), imperniata attorno alla storia d’amore avuta con Solange (Alyzée Costes) negli anni Settanta.

Adrien, che vive con Nora (Alice Belaïdi), una ricercatrice di medicina, ha un passato burrascoso fatto di incontri clandestini di boxe in Thailandia, alcol e carcere. Figlio dell’infermiera ormai in pensione Catherine (Brigitte Catillon), sul piano personale lo scrittore si trova a dover dissipare un alone di mistero che riguarda il padre Vic, medico belga morto da tempo, e il fratello di quest’ultimo.

Nella sua abitazione di campagna, Albert racconta ad Adrien della difficile infanzia passata in orfanotrofio e dell’incontro con Solange, figlia di una prostituta. Da questo incontro tra ‘esseri respinti’ scaturisce una storia d’amore in cui i due si dimostrano disposti ad ogni complicità, una storia che nell’uomo assume tratti di irrefrenabile gelosia.

Nel corso del racconto, Albert riferisce di quando, in risposta a un’aggressione sessuale subita da Solange, la coppia si ritrova complice nell’uccisione del responsabile del gesto e del fratello di questo in quanto testimone. A partire da quell’episodio prende il via, attraverso diversi flashback, il racconto di una lunga scia di sangue che, si scoprirà, intreccia le esistenze di diversi personaggi del film. Mentre il racconto di Albert progredisce svelando allo scrittore le vicende della sua vita e quest’ultimo cerca di venire a capo del proprio passato, il poliziotto Carrel (Sami Bouajila) e la sua collaboratrice Mathilde (Marie Denarnaud) indagano su una serie di omicidi irrisolti risalenti agli anni Settanta.

La serie The Serpent trae invece ispirazione dalle vicende realmente accadute riguardanti Charles Sobhraj (Tahar Rahim), autore di una lunga serie di omicidi nel corso degli anni Settanta che hanno avuto come vittime giovani occidentali in cerca di nuove esperienze di vita lungo la “rotta hippie” nell’Asia meridionale. Mercante di gemme preziose, trafficante di droga ed abile truffatore, Sobhraj ha saputo sfruttare il suo carisma per raggirare numerosi viaggiatori al fine di impossessarsi dei loro documenti, travel cheque e contanti, per poi ucciderli così da non lasciare testimoni.

Non incline a violenza pulsionale e sadismo, questo omicida, amante del lusso, ha condotto i suoi crimini muovendosi con metodo e pianificazione ricorrendo all’aiuto della compagna canadese Marie-Andrée Leclerc (Jenna Coleman) e dell’indiano Ajay Chowdhury (Amesh Edireweera) che provvedevano a somministrare droghe alle vittime, la prima, e ad aiutare Sobhraj negli omicidi, dunque nel far sparire i cadaveri, il secondo. Dopo un periodo di detenzione in India tra la metà degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta, Sobhraj ha sfruttato la sua fama rilasciando interviste a pagamento salvo poi recarsi in Nepal, ove era ricercato per l’omicidio di due giovani turiste statunitensi, venendo nuovamente arrestato e imprigionato all’inizio del nuovo millennio restandovi per quasi un ventennio.

Quegli anni Settanta ‘diabolici’, in Les papillons noirs e in The Serpent, sembrano appartenere ad un tempo mitico e mitizzato, allontanato in una dimensione dalle connotazioni quasi epiche. Gli stessi personaggi violenti ed assassini sembrano trasformarsi in eroi epici, mitici guerrieri di un tempo lontano. Vengono rappresentati estremamente eleganti, abbigliati all’ultima moda (dell’epoca) mentre, in ralenti, camminano o si atteggiano in espressioni ‘dure’ e sprezzanti.

Se l’uomo appare come un guerriero o un giustiziere, la donna è tratteggiata come una terribile femme fatale, una “dama senza pietà” dispensatrice di morte, specialmente in Les papillons noirs. Sono personaggi che sembrano emergere da quel passato epico ed “assoluto” di cui parla Bachtin: lontanissimo, irraggiungibile ed eterno, che appartiene esclusivamente all’universo dell’epopea1. Perché, in fin dei conti, gli anni Settanta si stanno trasformando in un tempo mitico anche nell’immaginario comune odierno: per rendersene conto basta girare un po’ sui social dove sono innumerevoli i gruppi dedicati a quel periodo, intrisi di una lancinante nostalgia.

Ma le serie televisive in questione non ci presentano l’universo ovattato e intimistico che incontriamo invece in molto cinema italiano, circondato da canzoni ‘iconiche’ del periodo e da pulitissime e perfette automobili vintage. Les papillons noirs e The Serpent non raccontano gli anni Settanta come un mondo incantato ed utopistico, come un’età dell’oro per sempre perduta. Sono lontani sì, ma non incastonati in una irraggiungibile utopia. Diventano uno sfondo caratterizzato da una inaudita violenza dove, come eroi, si muovono gli alfieri di quella stessa violenza. Quest’ultima, nei lacerti di flashback presenti in Les papillons noirs, emerge improvvisamente su uno sfondo vintage e quasi nostalgico: ben presto, i caratteri caricaturali della rappresentazione d’epoca (le auto, i vestiti, le canzoni e gli ambienti) precipitano nel baratro di una violenza cieca che sembra emergere dai più segreti interstizi di quei Settanta. I paesaggi e le ambientazioni dei luoghi di vacanza in cui si svolgono gli efferati omicidi della coppia si rivestono di connotazioni diaboliche e infernali, come se ci trovassimo all’interno del filone horror contemporaneo che si focalizza sui viaggi da incubo di turisti che si ritrovano nelle fauci di spietati serial killer.

Un luogo di vacanza, per certi aspetti, è anche lo sfondo in cui si svolge la vicenda di The Serpent, pure se allontanato negli spazi “lisci”2 lontani dall’Occidente, estreme lande orientali che sfuggono alla centralità europea o statunitense che connota le storie ambientate negli anni Settanta. Ci troviamo a Bangkok, in Thailandia, e il terribile Charles Sobhraj circuisce, rapina e uccide giovani turisti occidentali per derubarli e usare i loro documenti. Gli scenari di violenza, qui, sono la Thailandia, il Tibet, l’India: sono luoghi inediti per le ambientazioni vintage e gli stessi ambienti, il paesaggio nonché l’abbigliamento dei personaggi non sembrano eccessivi ed iperbolici come negli scenari europei. Gli unici personaggi tratteggiati con tinte un po’ caricaturali sono i giovani ‘figli dei fiori’ europei e americani che si avventurano in Oriente spinti da una nuova forma di “orientalismo” (un approccio ai territori orientali, secondo una definizione di Edward Said, filtrato da uno sguardo europeo e occidentale3 ) veicolato dalla controcultura.

Le ambientazioni appaiono meno naïf di quelle occidentali appunto perché sono allontanate in luoghi separati dai cliché europei e statunitensi, luoghi intrisi essi stessi di uno sguardo orientalista che trasforma la Bangkok del racconto in un vero e proprio baratro infernale che ingloba nelle sue spire gli ingenui occidentali. In questi luoghi infernali si muove il “serpente” Sobhraj, infido e imprendibile, braccato a sua volta dal giovane diplomatico olandese Herman Knippenberg (Billy Howle ).

Fin dai tempi di Baudelaire e di Flaubert, Oriente è sempre stato sinonimo di pericolo ambiguo e strisciante, di malattia e di corruzione: ecco allora il “serpente” Sobhraj, egli stesso di origine orientale, ambiguo e mostruoso (coadiuvato dall’altrettanto ambiguo e mostruoso, e altrettanto orientale, Ajay, di carnagione scura) che si contrappone ai perfetti occidentali rappresentati dal già ricordato diplomatico olandese, dalla sua moglie tedesca e dal belga Paul, nonché dalla coppia di francesi Nadine (Mathilde Warnier) e Remi (Grégoire Isvarine). Gli occidentali sembrano gli emblemi di una razionalità che cerca di infiltrarsi negli interstizi malati dell’Oriente: sono sempre riconoscibili, sempre ben vestiti in impeccabili abiti, come il diplomatico che veste sempre una camicia bianca con cravatta4. Sono il simbolo di una razionalità che si è lanciata verso l’ignoto, quasi come Jonathan Harker in Dracula di Bram Stoker, che si spinge verso le orrorifiche lande della Transilvania, proprio in bocca al mostruoso vampiro.

Se The serpent ci mostra i diabolici anni 70 ‘disambientati’ in territori orientali, lontani quindi nel tempo e nello spazio, Les papillons noirs ce li mostra soltanto lontani nel tempo. Ma è un tempo che equivale in tutto e per tutto ad un altro spazio, quello dell’orrore. Perché in quel tempo – sembrano voler ribadire le due serie televisive – c’è posto solo per l’orrore e la violenza, oltretutto scatenati da futili motivi. La Francia degli anni Settanta non sembra neppure la Francia: sembra un paese emerso da una fiaba crudele, un universo di cartapesta e di sangue, che si contrappone alla logicità e alla razionalità del nostro tempo. La contemporaneità appare quindi venata di una caratterizzazione ‘occidentale’ mentre gli anni Settanta – fatti di lunghe gonne colorate, di camicie sgargianti e di capelli lunghi – sono l’Oriente del nostro passato: un orrore clownesco che ci spia dalla sua notte. Non sono i cosiddetti ‘anni di piombo’ – mostrati, ad esempio, da una serie TV come Esterno notte (Rai, 2022) di Marco Bellocchio, incentrata sulla ‘vicenda Moro’, o da un film come La prima linea di Renato De Maria, liberamente ispirato al libro Miccia corta (2009) di Sergio Segio, che racconta un episodio dei primissimi anni Ottanta che assume la forma di epilogo degli anni Settanta vissuti da alcuni militanti che il mondo lo volevano cambiare, in cui la violenza emergeva da una lotta inesausta fra le classi, da logiche di protesta e di ribellione – ma sono gli anni di una futile e vacua efferatezza. Ancora più terribile se pensiamo che, in fondo, quella diabolica violenza è figlia delle nostre paure e del nostro tempo perché è proprio il nostro tempo che l’ha creata e che l’ha messa in scena. E allora, forse, quell’universo di cartapesta e di sangue, fra le guerre e le efferatezze che ci circondano, è più vicino di quanto possiamo immaginare.


  1. Cfr. M. Bachtin, Estetica e romanzo, trad. it. Einaudi, Torino, 1979, p. 457. 

  2. Per il concetto di “spazio liscio” cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, trad. it. Castelvecchi, Roma, 2010, p. 451 e seguenti. 

  3. Cfr. E.W. Said, Orientalismo, trad. it. Feltrinelli, Milano, 2013. 

  4. Cfr. ivi, pp. 55-56: «Da un lato ci sono gli occidentali, dall’altro gli arabi-orientali; i primi sono, nell’ordine che preferite, razionali, propensi alla pace, democratici, logici, realistici, fiduciosi; i secondi sono quasi esattamente l’opposto». 

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No all’emergenza perenne contro le lotte e i movimenti https://www.carmillaonline.com/2022/10/08/la-memoria-del-presente/ Sat, 08 Oct 2022 21:56:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74338 [Riceviamo e pubblichiamo questo testo di denuncia degli attacchi forcaioli ai quali viene sottoposto Cesare Battisti da parte di esponenti del mondo politico per puri fini propagandistici e per mantenere un clima di emergenza soprattutto riguardo le lotte e i movimenti sociali. A piè di articolo il link per tutti coloro che volessero aderire.]

La memoria del presente

In queste settimane, la notizia del declassamento del regime di carcerazione a cui è sottoposto Cesare Battisti, da “alta sicurezza” a “media”, ha scatenato la solita canea reazionaria e forcaiola, [...]]]> [Riceviamo e pubblichiamo questo testo di denuncia degli attacchi forcaioli ai quali viene sottoposto Cesare Battisti da parte di esponenti del mondo politico per puri fini propagandistici e per mantenere un clima di emergenza soprattutto riguardo le lotte e i movimenti sociali. A piè di articolo il link per tutti coloro che volessero aderire.]

La memoria del presente

In queste settimane, la notizia del declassamento del regime di carcerazione a cui è sottoposto Cesare Battisti, da “alta sicurezza” a “media”, ha scatenato la solita canea reazionaria e forcaiola, che da sempre si accompagna alle vicende di Battisti. Inutile dire che tale provvedimento non costituisce un elemento di clemenza: il Dap ha precisato che si tratta di un atto dovuto, tutto interno alle procedure vigenti, che non “normalizza” la condizione del detenuto Battisti né influisce sull’esecuzione della pena

L’accanimento con cui si pretenderebbe la sepoltura civile di Battisti, va al di là della sua biografia o della sua fedina penale – considerando che l’ultimo reato di cui è accusato risale a 43 anni fa e l’organizzazione in cui militò si sciolse nel 1980!  Aver trasformato in questi anni Battisti in un simbolo di criminalità politica, averlo braccato ed esibito come una preda, pretendere un aggravio punitivo del suo ergastolo, rivela due elementi ormai cronici del nostro presente:

1) la memoria irrisolta del conflitto sociale degli anni 70 – soprattutto nella sua componente armata – è ancora una ferita aperta con cui l’Italia non ha saputo fare i conti;

2) la sanzione penale, soprattutto davanti alla violazione dell’ordine costituito, continua ad essere la risposta prevalente, dentro un paese livido, invecchiato, che vede un imbarbarimento del diritto, del sistema giudiziario, del carcere (fresco di stragi), e soprattutto dei rapporti sociali e degli spazi di democrazia e conflitto.

Tali elementi sono propri di un regime che, al di là di ogni ritegno, ci costringe ad uno stato permanente di emergenza, di legislazione eccezionale, di repressione politico-sindacale, colpendo i lavoratori che lottano (emblematico il caso di Modena o e Piacenza, dove si cerca nei tribunali di derubricare a reato il diritto di sciopero), imponendoci la guerra e l’economia di guerra, aprendo la strada all’impoverimento di massa.

Il fatto che gli attacchi alla memoria degli anni ’70 giungano dagli eredi della fiamma missina rende più paradossale e triste la parabola di questo paese. Siamo sicuri che piddini, forcaioli vari e garantisti a corrente alternata, condividano l’indignazione missina.

Per tutte queste ragioni, contrastare la campagna di accanimento contro Cesare Battisti, significa battersi contro la deriva antioperaia, guerrafondaia e autoritaria in cui ci stanno conducendo: appoggiare la resistenza sociale di oggi contro il riarmo, il carovita, la devastazione dei territori, dal No Muos alla Val di Susa, per un nuovo sindacalismo conflittuale.

Allo stesso modo dobbiamo riprendere la battaglia politica e culturale sulla memoria antagonista – che è il nostro retaggio, la nostra eredità; un patrimonio da rivendicare per intero, sul quale troppo spesso la sinistra di classe ha mostrato reticenze o oblii. Se non ricordiamo e raccontiamo noi, la nostra storia, saranno altri a farlo al posto nostro: contro le nostre ragioni e contro ogni opzione di trasformazione dell’esistente.

Tiziano Loreti – Nico Maccentelli – Giovanni Iozzoli

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]]> Fotografia e femminismo nell’Italia degli anni Settanta https://www.carmillaonline.com/2021/12/23/fotografia-e-femminismo-nellitalia-degli-anni-settanta/ Thu, 23 Dec 2021 21:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69726 di Gioacchino Toni

Nel corso degli anni Settanta, analogamente a quanto accade in altri paesi, anche in Italia molte donne, più o meno legate ai movimenti femministi, si incontrano con la pratica fotografica secondo molteplici direzioni che spaziano dall’ambito documentaristico a quello artistico, secondo modalità che, anche quando non direttamente militanti, con una consapevolezza del tutto nuova del proprio operare e del proprio ruolo, concorrono a sviluppare tanto una riflessione identitaria, quanto una testimonianza circa la condizione femminile nella società italiana del periodo.

Nel corso del 2020 il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo ha organizzato il convegno di studi [...]]]> di Gioacchino Toni

Nel corso degli anni Settanta, analogamente a quanto accade in altri paesi, anche in Italia molte donne, più o meno legate ai movimenti femministi, si incontrano con la pratica fotografica secondo molteplici direzioni che spaziano dall’ambito documentaristico a quello artistico, secondo modalità che, anche quando non direttamente militanti, con una consapevolezza del tutto nuova del proprio operare e del proprio ruolo, concorrono a sviluppare tanto una riflessione identitaria, quanto una testimonianza circa la condizione femminile nella società italiana del periodo.

Nel corso del 2020 il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo ha organizzato il convegno di studi intitolato “Rispecchiamento, indagine critica, testimonianza. Fotografia e femminismo nell’Italia degli anni ’70”, curato da Cristina Casero, docente di storia della fotografia e di arte contemporanea. L’iniziativa milanese ha inteso riflettere sull’importanza che la pratica fotografia “in mano alle donne” ha assunto nel panorama italiano degli anni Settanta. Il Convegno, moderato da Cristina Casero e Giovanna Calvenzi, attraverso i contributi di studiose da tempo impegnate nell’indagare il rapporto tra fotografia e femminismo (Linda Bertelli, Lara Conte, Elena Di Raddo, Laura Iamurri, Lucia Miodini, Federica Muzzarelli e Raffaella Perna) ha approfondito le ricerche di alcune fotografe italiane impegnate nell’elaborazione di una riflessione del tutto nuova sulla donna.

È dai contributi esposti durante il Convegno che deriva il volume di Cristina Casero (a cura di), Fotografia e femminismo nell’Italia degli anni Settanta. Rispecchiamento, indagine critica e testimonianza. Rispecchiamento, indagine critica e testimonianza (postmedia books, 2021) in cui sono raccolti saggi delle studiose che hanno preso parte all’iniziativa milanese, oltre che contributi e testimonianze di Paola Agosti, Isabella Balena, Marina Ballo Charmet, Liliana Barchiesi, Giovanna Calvenzi, Marcella Campagnano, Paola Di Bello, Bruna Ginammi, Gabriella Guerci, Silvia Lelli, Marzia Malli, Paola Mattioli, Donata Pizzi, Agnese Purgatorio e Livia Sismondi.

Riflettendo sulla sua esperienza personale di donna alle prese con la fotografia tra anni Sessanta e Settanta afferma Giovanna Calvenzi:

molte di noi si sono trovate con una macchina fotografica in mano. Eravamo tante. Venivamo da storie ed esperienze diverse eppure le intenzioni, i progetti, i sogni e l’impegno erano comuni. Alcune di noi erano legate ai gruppi extraparlamentari, altre al femminismo. In breve siamo diventate una gruppo forte e solidale. Frequentarci significava discutere di fotografia e di femminismo, fare progetti insieme. Io fotografavo in modo molto mediocre, non volevo diventare una fotografa ma amavo lavorare con le mie amiche (p. 137).

Le parole di Calvenzi evidenziano come la pratica fotografica delle donne nel corso di una delle più radicali stagioni di lotte sia stata anche una pratica collettiva, di una comunità solidale, oltre che un momento di riflessione ed analisi individuale.

Cristina Casero, curatrice del volume, oltre a ricordare come la fotografia sia stata uno degli strumenti privilegiati di proposta di un’immagine “altra” della realtà rispetto a quella “ufficiale”, maschile, evidenzia come donne artiste e fotografia si siano trovate ad essere accomunuate da un’analoga dimensione “alternativa”: le prime nei confronti del potere culturale degli uomini che tendenzialmente tendeva ad escluderle, e l’altra nei confronti della pratica pittorica a cui spettava una sorta di ruolo privilegiato, se non egemone, in ambito artistico. Da un certo punto di vista si è trattato di un incontro tra “visioni alternative” al potere. Mettere in relazione la tecnica, storicamente dato culturale maschile, con l’occhio della donna ha significato innanzitutto mettere in discussione quella rappresentazione del mondo maschile imposta come assoluta.

Le modalità con cui nel corso degli anni Settanta in Italia le donne hanno fatto ricorso alla pratica fotografica sono indubbiamente varie: in alcuni casi si è trattato di coniugare la pratica femminista, anche di autoanalisi, con quella artistica (es. Paola Mattioli e Verita Monselles), in altri è piuttosto stato indagato il ruolo della donna nella società contemporanea (es. Paola Agosti, Lisetta Cerati, Giovanna Nuvoletti, il Collettivo Donne Fotoreporter ecc.), oppure vi sono autrici che in maniera meno diretta hanno comunque contributo a scalfire il “dominio visivo maschile” proponendo una “visione di parte”, femminile, sul reale (es. Letizia Battaglia, Silvia Lelli, Maria Mulas, Marialba Russo ecc.). Scrive Cristina Casero:

Sono, dunque, numerosi gli aspetti che rendono quasi fisiologico il connubio tra alcune delle istanze femministe e la fotografia. Essenziale è pure il fatto che essa permette di lavorare sull’immagine e quindi sull’immaginario collettivo, che veicolando una figura femminile costruita su cliché rinforza stereotipi sul corpo delle donne, il luogo dell’identità e della differenza. Attraverso la prassi fotografica è possibile dare visibilità a una nuova immagine della donna, nata dallo sguardo del “soggetto imprevisto”, come dice Lonzi, da un occhio che si muove al di fuori degli schemi per proporre, attraverso il racconto del reale, un nuovo racconto di sé, del proprio corpo, nel quale sia finalmente possibile riconoscersi (p. 31).

Nel suo intervento Federica Muzzarelli si sofferma sull’incontro tra esigenze femministe e fotografia sottolineando come «ciò che fa di una fotografia un’immagine femminista è il suo opporsi alla visione monolitica dominante e monodirezionale sui ruoli di genere, dell’identità di genere e dei desideri di genere, se insomma una fotografia femminista si oppone a una visione sessista dei rapporti e del mondo, allora l’estetica femminista di una fotografia è sempre al contempo una dichiarazione politica in sé» (p. 44).

Raffaella Perna ricostruisce il contesto in cui, nel 1976, escono due libri importanti nella storia del neofemminismo italiano: Donne Immagini di Marcella Campagnano, edito dalla casa editrice milanese Moizzi, e Riprendiamoci la vita. Immagini del movimento delle donne di Paola Agosti, Silvia Bordini, Rosalba Spagnoletti, Annalisa Usai, dato alle stampe dall’editore romano Savelli. Entrambi i volumi sono caratterizzati dalla volontà di dare espressione a quei valori emersi nell’ambito dei gruppi femministi italiani ripensando «i canoni della rappresentazione fotografica del corpo della donna», riflettendo «sullo sguardo che le donne rivolgono su se stesse e sul mondo» (p. 63). Al di là delle analogie, Perna mette in evidenza le profonde differenze che caratterizzano le due pubblicazioni, che non mancano di ribadire le differenze tra il movimento romano e quello milanese, a partire dal diverso modo di concepire il medium fotografico e una differente concezione del libro fotografico.

Lucia Miodini approfondisce la produzione di Carla Cerati nelle sue modalità di raccontare le donne tra reportage e sperimentazioni narrative.

Per Carla Cerati la fotografia ha rappresentato un mezzo di riappropriazione di sé, le ha offerto la possibilità di tenere insieme le dimensioni complementari del corpo e della mente, ma soprattutto è stata la sua stanza tutta per sé. Allo stesso tempo la macchina fotografica è stata un diaframma tra sé e gli altri, un oggetto mimetico, quasi invisibile, che è diventato anche strumento di conoscenza e mediazione. […] Narrando la città, i personaggi che la abitano o la attraversano, Cerati racconta se stessa (p. 77)

Laura Iamurri analizza la pubblicazione alfabeta, scritta e illustrata nel 1975 da Cloti Ricciardi durante il suo periodo di militanza nel Movimento Femminista Romano in cui approda dopo aver preso parte all’esperienza di Rivolta Femminile. Scrive Ricciardi a proposito della pubblicazione «il libricino alfabeta fu per me un’esperienza molto interessante e anticipatoria sotto molti aspetti, c’erano fotografie, ritratti, parole, la modificazione del quotidiano. Per noi la riflessione su quello che vivevamo era costante, l’autocoscienza ci portava ad essere analitiche, il rapporto tra le parole e le immagini era fondamentale, una riflessione quotidiana» (p. 94). Sebbene a metà anni Settanta la fotografia non rappresenti un ambito privilegiato nella produzione di Ricciardi, è comunque presente intrecciandosi con con elementi verbali e grafici.

Lara Conte prende in esame una serie di proposte fotografiche legate alla città di Genova e alle questioni di genere realizzate da Lisetta Carmi nel corso degli anni Settanta preoccupandosi di tracciare «una possibile genealogia nelle vicende non lineari del rapporto tra arte, fotografia e femminismo in Italia negli Settanta, in cui militanza e politicità definiscono sovente una dimensione che parte dal sé, nella profonda relazione tra privato e pubblico, al di là di una effettiva adesione da parte delle artiste a gruppi e movimenti femministi» (p. 108).

Il termine “femminista”, scrive Conte, applicato all’opera di Carmi assume la dimensione di uno “sguardo altro” attraverso cui osservare il mondo.

Più volte Lisetta Carmi ha ribadito che la fotografia “è un modo diverso per capire il mondo ed entrare nel mistero dell’umano”. La fotografia è per lei la definizione di una nuova prospettiva che fa emergere il marginale, il minoritario, il rimosso. Grazie ai suoi reportage Lisetta Carmi dà voce a quello che Rosi Braidotti ha definito “soggetto nomade”. Un soggetto che mette in crisi i rapporti di forza e di oppressione del sistema capitalistico e della cultura patriarcale, deegemonizzando le narrazioni, alla conquista di una libertà e di un’individualità non sottomessa alle rigide codificazioni dei generi (p. 108).

Focalizzandosi sulla produzione di Ketty La Rocca, Elena di Raddo si sofferma invece sul tema della “Grande Madre” ripreso da numerose artiste nel corso degli anni Settanata; «l’archetipo che definisce con varie sfumature, nelle diverse epoche e civiltà, il principio generativo della donna, il suo rapporto privilegiato con la natura, espressione quindi non tanto della singolarità, ma di un principio femminile che accomuna tutti i generi, al di là della semplice distinzione maschile femminile» (p. 121).

Fotografia e femminismo nell’Italia degli anni Settanta rappresenta davvero un’importante ricostruzione di come lo sguardo e la sensibilità delle donne abbiano fatto uso della fotografia in un periodo in cui, non accontentandosi della dimensione critica o del politicamente corretto, si volevano davvero cambiare le cose. La pratica fotografia “in mano alle donne” nel corso dei Settanta è certamente un altro sguardo sul mondo, ma è anche un’altra proposta di mondo.

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Il senso di un’estate passata https://www.carmillaonline.com/2020/12/13/il-senso-di-unestate-passata/ Sat, 12 Dec 2020 23:01:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63829 di Luca Cangianti

Paolo Scardanelli, L’accordo. Era l’estate del 1979, Carbonio, 2020, pp. 240, € 15,00.

Gli anni della scuola, la nostra sensibilità ancora priva di epidermide, i riti di passaggio della gioventù racchiudono significati che impieghiamo un’intera vita per decifrare. Siamo figli e figlie di un’estate passata a interrogarci su come cambieremo il mondo, con il rumore delle cicale nelle orecchie e una bomba a orologeria nel cuore. Poi, quando giunge il tempo dell’età adulta, la memoria s’incarica prometeicamente di trovare un senso a ciò che è stato e a [...]]]> di Luca Cangianti

Paolo Scardanelli, L’accordo. Era l’estate del 1979, Carbonio, 2020, pp. 240, € 15,00.

Gli anni della scuola, la nostra sensibilità ancora priva di epidermide, i riti di passaggio della gioventù racchiudono significati che impieghiamo un’intera vita per decifrare. Siamo figli e figlie di un’estate passata a interrogarci su come cambieremo il mondo, con il rumore delle cicale nelle orecchie e una bomba a orologeria nel cuore. Poi, quando giunge il tempo dell’età adulta, la memoria s’incarica prometeicamente di trovare un senso a ciò che è stato e a ciò che ne rimane.
L’estate di cui parla L’accordo di Paolo Scardanelli è quella del 1979, quando dopo la maturità un gruppo di amici parte dalla Sicilia alla volta del Friuli per partecipare a un campo di lavoro della Fgci, la federazione giovanile del Pci. In verità il vero “figgicciotto” è uno solo (Roberto), mentre gli altri (Paolo, autore e voce narrante, e Pino) sono più che altro di tendenze anarchiche e autonome. E infatti combineranno qualche guaio. Infine c’è Andrea, che rimane a casa, ma che diviene il focus narrativo degli anni che seguiranno. Il suo rapporto frustrante con il padre, un imprenditore etneo dal carattere autoritario, il suo amore possessivo e disperato verso Anna sono la cifra di una condizione esistenziale tipica degli anni Ottanta. Si tratta di un orizzonte percettivo senza soggettività, dove tutto “sembrava semplicemente e inevitabilmente agito”, dove la realtà sfuggiva via tra le dita come sabbia finissima: “penso ad Andrea – scrive Scardanelli – come paradigma della difficoltà, dell’impossibilità quasi di vivere”.

La trama del libro è solo struttura leggera intorno alla quale si aggrappa una prosa densa, intima, a tratti aulica, a tratti colloquiale, spesso tagliente, sempre dolorosa. È un lungo flusso di coscienza che divaga tra filosofia, religione e temi musicali; un guardare agli anni Settanta, dove tutto iniziò, con sofferto distacco, ma senza rancore: “Gli anni Settanta erano un vecchio mantello lasciato nel guardaroba non senza una punta di nostalgia… dell’ansia d’eterno che li attraversò, della desolazione del dopo che ci colse tutti e ci traghettò verso gli orrendi Ottanta.”
L’accordo è un romanzo che va letto con calma. Parla di un’esperienza imprescindibile che ci riguarda tutti, la necessità di guardare indietro e ritrovare un senso: “Ho paura, ma so di potere, dovere provare a riconnettermi. A ciò che è stato, a ciò che sono stato. Al suo illusorio stato di benessere che la distanza magnifica. Illudendoci. Che ciò che siamo stati possa ritornare. Che l’Eden abbia un posto sulla Terra.”

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Quella persistente memoria autonoma https://www.carmillaonline.com/2020/03/11/quella-persistente-memoria-autonoma/ Wed, 11 Mar 2020 22:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58542 di Giovanni Iozzoli

Giacomo e Piero Despali (a cura di Mimmo Sersante), Storia dei collettivi politici veneti per il potere operaio, Gli autonomi – volume VI, Edizioni DeriveApprodi, Roma, 2020, pp. 260, € 19,00

È uscito il sesto volume della serie Gli autonomi – e questa è già una notizia, visto che una collana di tale persistenza, merita qualche considerazione. Il primo volume risale al lontanissimo 2007 ed è già in gestazione il numero sette. Qual è la platea che sostiene questa continuità di interesse su un terreno che potrebbe sembrare monotematico o [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Giacomo e Piero Despali (a cura di Mimmo Sersante), Storia dei collettivi politici veneti per il potere operaio, Gli autonomi – volume VI, Edizioni DeriveApprodi, Roma, 2020, pp. 260, € 19,00

È uscito il sesto volume della serie Gli autonomi – e questa è già una notizia, visto che una collana di tale persistenza, merita qualche considerazione. Il primo volume risale al lontanissimo 2007 ed è già in gestazione il numero sette. Qual è la platea che sostiene questa continuità di interesse su un terreno che potrebbe sembrare monotematico o specialistico? Tutti over 65 che contemplano malinconicamente il loro passato pirotecnico? No, certo. Fra gli accaniti lettori di questi libri, sempre miracolosamente in equilibrio tra memorialistica e saggistica politica, esiste di sicuro una ricca eterogeneità di volti e storie, fatta anche di giovanissimi: tutta gente che si interroga sul presente e sul futuro, usando questi volumi come strumenti per aggredire i nodi del qui e ora, la battaglia politica e sociale dell’oggi, il bilancio storico del movimento antagonista come bilancio del movimento reale del conflitto in questo paese – l’autonomia “storica” come elemento di riflessione sull'”autonomia possibile”.

Giacomo e Piero Despali, sotto la guida di Mimmo Sersante, tessono il racconto appassionato e lucido di una stagione che sembra lontana anni luce, guardando il Veneto d’oggi, ridotto a suburra leghista. Ma ci raccontano (come già aveva fatto Donato Tagliapietra nel volume precedente dedicato al territorio vicentino) che anche il “loro” Veneto, quello che uscì dal turbine degli anni ’60, era il risultato di una massiccia trasformazione antropologica, maturata nell’arco di un mattino: un mondo di arretratezza arcaica, di provincialismo democristiano, che pareva immoto e immutabile, nel giro di pochi anni divenne un laboratorio di pratiche sociali rivoluzionarie, che coglievano ed esasperavano, fino a portarli al punto di rottura, gli elementi di sviluppo e modernizzazione prodotti dal boom economico e dalla scolarizzazione di massa.

Al centro della narrazione, una generazione di giovanissimi militanti, quasi tutti studenti delle scuole tecniche e professionali o lavoratori delle microfabbrichette, che si pone l’obiettivo di un insediamento reale nel corpo di classe e nel cuore di questi territori in rapida modificazione. Rompendo con il vecchio Veneto provinciale e rurale, ma anche con il quietismo piccista che spera nella lunga inerzia elettorale, per scalzare la DC. I fratelli Despali sono due giovanotti come tanti, politicizzati nelle scuole medie superiori e approdati in Potere Operaio, la sponda più radicale tra quelle disponibili. La stagione dei gruppi che sta volgendo al termine, ha comunque costituito un invaso e un dispositivo di formazione per migliaia di giovanissimi militanti. Quando Potop si scioglie, non tutti condividono questa scelta, anzi Giacomo e Piero Despali – e con loro, probabilmente la maggior parte del quadro diffuso dell’organizzazione – non ne colgono neanche bene le ragioni.

Ricordo che lo scioglimento di Potere Operaio a Rosolina l’ho vissuto in maniera negativa perché il fatto di rimanere o non rimanere in Potere Operaio, dare continuità a quell’esperienza oppure uscirne per dare forma ad altre esperienze, è stato un effettivo elemento di confusione. Per quanto mi riguarda, ero allora – parliamo del 1973 – in un gruppo di studenti, medi ed ex medi, che sul momento non aveva capito il vero motivo dello scioglimento perché la proposta di dare centralità alle assemblee autonome delle grandi fabbriche poteva solo significare che si andasse tutti a Marghera a fare lavoro esterno; e però questa cosa non c’entrava niente con la nostra esperienza territoriale. (pag. 35)

Potere Operaio si scioglie, ma la sua intelaiatura organizzativa a Padova è ancora in piedi. Nella confusione dei riferimenti nazionali e delle varie ipotesi, il “che fare”, per i giovanissimi quadri veneti, è la riconduzione dell’iniziativa politica al territorio: non un rinculo, ma una specie di intuizione strategica, che solo nel tempo troverà le parole – e l’armamentario teorico – per essere razionalizzata. I Collettivi per il potere operaio rappresentano, anche nella sigla, questa fase di superamento: si mantiene testardamente il riferimento al “potere operaio”, ma è ormai tramontata la prospettiva che basti andare a traino delle grandi fabbriche e dell’operaio massa; la ristrutturazione sociale è velocissima, cambia i territori, l’organizzazione del lavoro, gli insediamenti produttivi, la scuola; più che affidarsi alla funzione salvifica del mondo operaio, si devono ripercorrere i nessi che stanno legando tutte queste trasformazioni, leggerne gli attori sociali, coglierne le potenzialità conflittuali o ricompositive. Per fare questo c’è bisogno di una generazione di quadri – e di una organizzazione – adatta a questa fase di intensa movimentazione.

Ci ritroviamo con quanti avevano condiviso a Padova l’esperienza di Potere Operaio; l’attivo registra in verità la sua fine. Alcuni di noi, sempre più consapevoli del limite della proposta di Potere Operaio nazionale, proprio riferendosi a questa pratica politica di radicamento territoriale, decidono di razionalizzare l’intervento strutturandoci in collettivi politici fissati da specifici ambiti di lavoro. […] Il primo a formarsi è il Collettivo Padova Nord […] L’aggancio ci è offerto dall’intervento sul caro trasporti dell’anno prima del Comitato Interistituto; partendo dall’autoriduzione dell’aumento del prezzo dei biglietti e dell’abbonamento, dall’organizzazione degli scioperi e dal blocco delle corriere, avevamo costruito i Comitati di linea dei pendolari, una forma di organizzazione di fatto permanente che ci sarebbe tornata utile l’anno dopo (pag. 44)

Vertenzialità e territorio. Questa la ricetta. E poi adeguata strumentazione organizzativa: i Collettivi come struttura generale, e poi i Gruppi Sociali, i Coordinamenti operai, gli organismi studenteschi, tutto dentro il medesimo tessuto connettivo, animati da strumenti di comunicazione collettivi – vedi Radio Sherwood e più tardi il settimanale «Autonomia» – in un crescendo di legittimazione sociale che farà tremare partiti e istituzioni.
Tutta la tematica dell’operaio sociale, si dispiegherà prima nella prassi, e poi, dopo, troverà una sua sistematizzazione teorica: «Noi vi scorgemmo il nostro punto di luce nel giovane proletario, studente di un istituto professionale o tecnico, frequentatore dell’oratorio parrocchiale, prossimo a varcare le soglie di una fabbrichetta oppure, se femmina, di un laboratorio» (pag. 48)

Dopo di che abbiamo voltato pagina privilegiando fin da subito la figura dell’operaio sociale. Aggiungerei naturalmente perché anche noi ne facevamo parte per età, percorsi scolastici, forme di vita e tutto questo a prescindere dai paesi e dalle famiglie di provenienza. In più sentivamo di farne parte. Si, c’era questo comune sentire che era difficile da spiegare, forse perché non c’era nulla da spiegare; era così e basta. E’ il motivo per cui non siamo entrati in maniera significativa nelle roccaforti dell’operaio massa, nella fabbriche di tre-quattrocento operai dove era il partito a fare il bello e il cattivo tempo. In questo caso si sarebbe trattato di una scelta, che non poteva essere la nostra perché ci saremmo sentiti come pesci fuor d’acqua. Sono convinto che solo più tardi Negri comincerà a valorizzare la centralità di questa nuova composizione di classe. Da parte nostra possiamo dire di averlo proprio anticipato sul terreno della politica pratica (pag. 51)

Il dibattito sulla composizione “tecnica e politica” di classe – e quindi sull’imputazione del soggetto rivoluzionario – agiterà furiosamente tutta la sinistra rivoluzionaria e anche la stessa area dell’autonomia, sempre divisa, tra i suoi tre-quattro tronconi principali, al momento di convergere su ipotesi di ricomposizione nazionale. Così come altrettanto lacerante sarà la discussione, in quell’infuocato decennio, sulla legittimità della lotta armata e, in generale, sull’uso della forza:

L’uso della forza, traduzione sul terreno della pratica contingente della lotta armata la cui validità sul piano strategico non era messa in discussione, la commisuravamo a questo progetto di intervento territoriale e la sua legittimazione poteva venire solo dalle strutture e non da fonti autoritative esterne. Senza questa premessa, la lotta armata avrebbe potuto svilupparsi solo avvitandosi su se stessa, come di fatto avvenne con le BR dopo il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Anche se il distinguo per chi legge oggi potrebbe suonare capzioso, per noi violenza politica ed omicidio politico non furono mai la stessa cosa. Oggi è tornata di moda l’idea che solo lo Stato è legittimato a usare la forza e che solo la violenza di Stato è quella legittima. È la rivincita postuma di Hobbes su Spinoza e di Kant su Marx. Eppure per noi era diverso; veramente da questo punto di vista siamo stati i figli di questo secolo, delle sue rivoluzioni. È alla luce della sua storia che abbiamo potuto mettere in discussione quel monopolio di Stato conservando nel contempo i nostri distinguo (pag. 53)

Uso dell’illegalità, organizzazione, spostamento dei rapporti di forza sui territori: «è stato durante il 76 che abbiamo iniziato a parlare seriamente di contropotere, che abbiamo cominciato a crederci», cioè è la pratica reale, il consenso di massa, la vittoria nelle vertenze, a darti l’idea che quella parola tante volte evocata – contropotere – stava diventando esercizio concreto e quotidiano.

Durante tutto il ’76 continuiamo il nostro radicamento in città e in provincia, sviluppiamo in maniera ancora più estesa le pratiche di programma sul salario diretto e indiretto, il Comitato Interistituto si radica ancora di più nelle scuole, cominciamo a mettere piede in alcune facoltà, sempre attraverso ex medi; oltre a Scienze Politiche cominciamo ad essere molto presenti a Psicologia e Lettere. Iscriversi non costavo un cazzo e l’università era in quegli anni veramente di massa. Evidentemente il ciclo di lotte partito nel ’67 nelle Università di mezza Italia aveva dato i suoi frutti. Nessuno ci aveva regalato niente e quello che avevamo ce l’eravamo guadagnato. Così Psicologia stava diventando per Padova quello che Sociologia era diventata per Trento: una buona facoltà di tendenza, con bravi insegnati e uno sbocco garantito soprattutto per le donne. Con Psicologia approda a Padova lo studente massa […] ora sono migliaia con una composizione omogenea molto diversa dallo studente tradizionale, espressione della borghesia di un certo tipo. Molti di noi si sentono parte della nuova composizione per cui la scelta di questa facoltà non è casuale. Siccome Psicologia e Lettere erano vicino a Piazza dei Signori, anche noi eravamo sempre lì in piazza al punto che questa era diventata la nostra piazza, il nostro centro sociale: un cocktail micidiale grazie a questa combinazione di un casino di gente con caratteristiche nuove, che esprimeva un’idea diversa di studio e del modo di stare al mondo. Avevamo trovato il nostro brodo di coltura, letteralmente. Quale studente poteva resistere al fascino dei Collettivi? (pag. 58)

Se la realtà padovana non consente l’intervento sull’operaio massa, i Coordinamenti operai saranno comunque uno strumento di ricomposizione tra la classe operaia diffusa dei piccoli laboratori e i disoccupati prodotti dal processo di crisi/ristrutturazione iniziato nella prima metà dei settanta. La lotta agli straordinari, diventa tematica centrale, per tenere al centro delle pratiche la parola d’ordine “lavorare tutti lavorare meno” e in prospettiva il rifiuto del lavoro salariato, come critica all’immolazione del tempo di vita al moloch della produzione e all’etica lavorista, così radicata in quelle terre.

per noi lo straordinario, ogni sabato, in una situazione di forte disoccupazione, doveva essere combattuto ovunque, e non solo nelle medie e grandi fabbriche, attraverso la ronda. La ronda era una forma di lotta che coinvolgeva soprattutto i disoccupati; andava davanti la fabbrica, anche con gli operai della fabbrica, per bloccare lo straordinario. A ben vedere, per i disoccupati era la sola forma di lotta possibile, quella che restituiva loro dignità perché permetteva di lottare per i loro interessi. (pag. 66)

Mentre i ritmi della lotta di classe in Italia subiscono drastiche accelerazioni, si riflette con serietà sulla necessità di non lasciarsi intrappolare da ideologie territorialiste: c’è bisogno di un orizzonte nazionale complessivo per trasformare i conflitti diffusi in programma comunista.
Il tema dell’Autonomia Operaia Organizzata – il nodo, in ultima analisi, del partito –, tra il ’76 e il ’77 diventa sempre più stringente; per i collettivi veneti significa rafforzare l’asse con gli organismi milanesi di «Rosso», stabilendo la nuova realtà organizzativa, anche mediante un significativo cambio della testata del giornale:

A sancire la nuova casa comune sarà «Rosso per il potere operaio» il cui primo numero è del novembre 1977, che non a caso apre sul tema dell’Organizzazione nazionale dell’Autonomia. […] Da parte nostra volevamo che i nostri interlocutori intanto condividessero l’idea che il nuovo ciclo di movimento fosse finalmente promosso e organizzato dall’Autonomia; in secondo luogo, che l’organizzazione ventilata fosse legata ad alcuni punti, in primis il radicamento territoriale a garanzia dell’effettiva consistenza di quanti si fossero dichiarati d’accordo col progetto. […] Da questo punto di vista eravamo interessati a parlare solo con chi era espressione di un percorso proprio, radicato, reale e grosso. […] Una prima risposta è stata quindi quella di un patto federativo tra realtà organizzate e radicate sul piano territoriale, capaci di rappresentare in termini qualitativi e quantitativi forme reali di ricomposizione di classe. (pag. 92)

I tempi incalzano, esaltanti e feroci. I veneti attraversano e si lasciano attraversare dal movimento del ’77, intensificando ancora di più il processo di maturazione organizzativo. Dietro l’angolo, però, c’è già il 1978, l’anno del sequestro Moro e di un ulteriore scompaginamento di qualsiasi illusione di un ordinato e progressivo accumulo di forza dell’autonomia operaia. Rammenta Piero Despali:

Anch’io ricordo bene che come militante dei collettivi veneti non mi sfuggì la portata di quell’operazione militare. Nonostante che del ’77 non avessero capito un cazzo, che fossero ancora legati alla grande fabbrica già ristrutturata e che si fossero mossi in assoluta autonomia imponendoci dall’alto la loro decisione, pensai che questa volta era diverso, e che a fare la differenza era proprio la potenza militare espressa in via Fani; questa stessa potenza – era il mio timore – avrebbe potuto funzionare come un ipoteca del loro progetto politico rispetto a tutto. A maggior ragione l’urgenza di aprire una battaglia politica per contrastarla. […] La nostra risposta era obbligata e non bastava dire che il nostro nemico era lo Stato. Dovevamo rispondere anche alle Br affrontando di petto taluni aspetti della nostra proposta alternativa, in primis quello dell’Organizzazione che non c’era. Se prima di Moro i tempi che avevamo preso in considerazione erano più o meno lunghi, adesso bisognava accelerare. È in questa ottica che va letto l’articolo di Toni sul partito dell’Autonomia nel numero di «Rosso per il potere operaio» di Maggio. Si tratta di un accorato appello a mettere mano al Partito. (pagg. 98-99)

Molto lucida la lettura degli effetti del dopo Moro e della “geometrica potenza” di via Fani dentro al movimento: nasce la categoria politico-sociologica della tifoseria.

Il tifoso è quello che si affascina, che non ragiona più sugli effetti perché non ha il problema di andare il giorno dopo a costruire qualcosa di politicamente utile, ragiona in forma astratta […] Dietro la sua ombra puoi scorgere in controluce quello che smanetta al computer, parla di tutto, se ne sta a casa sua, non ha alcun rapporto con la realtà. (pag. 103)

I Collettivi intanto, sperimentano livelli sempre più alti di illegalità, fino ad arrivare alla “critica delle armi”. Questi passaggi sono però tutti interni ai livelli organizzativi, alle campagne, alle scadenze di movimento, e non giungeranno mai all’uso dell’omicidio come “propaganda armata”. Le “notti dei fuochi” con la riappropriazione manu militari di pezzi di territorio e il sanzionamento di massa di precisi obiettivi politici, resteranno esempi importanti nel panorama nazionale.

Si arriva così al 1979, alla stagione del sette aprile – e alle inchieste successive, con la pesca “a strascico” praticata con larghezza dagli inquirenti dentro al movimento. Il teorema Calogero postula l’esistenza di un’assurda cupola unitaria che ha eterodiretto tutti i fermenti rivoluzionari in Italia, dal ’69 ad allora. La costruzione giuridica manicomiale giungerà all’indicazione di Negri come telefonista delle BR.

Piero Despali si farà 13 anni da latitante. Giacomo sei anni in carcere. Con loro tanti altri quadri e militanti. Con malinconica franchezza, i due narratori ricordano che più delle provocazioni calogeriane, ebbe un effetto lacerante la tragedia di Thiene – tre giovani militanti dei collettivi uccisi dall’esplosione accidentale di un ordigno che doveva servire nella campagna di risposta agli arresti del 7 aprile, con il tragico corollario del suicidio in carcere di un quarto militante, Lorenzo Bortoli, due mesi dopo. Il decennio Settanta si chiude nelle condizioni di massima durezza immaginabili.

La stagione di caccia di Calogero sarà lunga e fagociterà storie, vite, militanza in tutta Italia, come una schiacciasassi. Gli ultimi processi si concluderanno alla fine degli anni ’80. Gli autonomi veneti si ritroveranno in carcere a confrontarsi con due passaggi, anche umanamente, laceranti: da una parte l’egemonia delle BR che cercano di trasformare il carcere in un proprio fronte di organizzazione; dall’altro lo sviluppo del movimento della dissociazione, tanto più lacerante e pericoloso, perché coinvolgente nomi che avevano rappresentato molto nella storia dell’autonomia.
Tra questi settori e i giudici inizia un dialogo, che diventerà sempre più gravido di conseguenze:

Se vuoi, e per semplificare al massimo, mentre per noi restava valido l’assunto comunista dello “Stato si abbatte e non si cambia”, per loro, invece, da nemico assoluto lo Stato diventava un soggetto con cui potevi tranquillamente dialogare, il che comportava la messa in mora di ogni forma di lotta armata finalizzata per l’appunto alla sua distruzione. È il motivo per cui questi stessi compagni pensavano di poter spiegare al giudice – istruttore, inquirente o giudicante, poco importa – le buone ragioni dell’Autonomia contrapposte alle cattive ragioni delle BR. Ritenevano di poter convincere i giudici della loro diversità che pensavano abissale per cui, a partire da queste considerazioni, il trattamento conseguente avrebbe dovuto essere diversificato (pag. 144)

Avviato il dialogo con i magistrati “illuminati”, elaborati alcuni documenti politici che dovevano fare da spartiacque, iniziò la formazione delle “aree omogenee” dentro le carceri. Il processo della dissociazione era pienamente avviato e si concluderà con la legge 34 del 1987.

Ma io, e con me gli altri compagni dei Collettivi, da chi avrei dovuto dissociarmi? Noi avevamo sempre dato battaglia ai compagni delle BR condannandone le degenerazioni nel mentre si davano, ma la nostra era una battaglia politica, mentre questa della dissociazione, di politico non aveva nulla perché a condurre il gioco era lo Stato, quello Stato che i compagni, che la dissociazione avevano promosso, dicevano di aver sempre combattuto. Noi la battaglia processuale l’abbiamo condotta avendo sempre di mira le lotte fuori dal carcere. Questi compagni avevano preferito l’autoreferenzialità, vestendo i panni di un ceto politico separato, con il «Il Manifesto» come megafono e il dialogo con le istituzioni come il loro impegno precipuo. Comunque sia, il mondo carcerario si dividerà presto nei due emisferi dei dissociati e degli irriducibili, per cui il dilemma di stare con gli uni o con gli altri sarà il rovello di chi, preso atto che tertium non datur, si trovava costretto a navigare, come dice il poeta, in acque perigliose e a guardarsi le spalle dagli uni e dagli altri […] Chi eravamo? Non potendo ricondurre la mia esistenza di carcerato al concetto di dissociato, pentito, irriducibile brigatista, per quanto mi riguarda avevo optato per il sintagma nominale “prigioniero politico comunista” (pagg. 145-146)

Sono anni di rotture umane, di disgregazione di una comunità politica e carceraria che per lungo tempo segnerà le vite di chi attraversò quelle esperienze laceranti. La storia dei Collettivi finisce più o meno in questa temperie infuocata. Nasce il Movimento Comunista Veneto (articolazione territoriale di una proposta nazionale mai decollata) e anche la narrazione dei due fratelli protagonisti della storia, si interrompe, non senza qualche necessario elemento di bilancio.

I Collettivi Politici Veneti per il potere operaio, saranno l’organizzazione autonoma più radicata e persistente della storia, insieme ai Comitati autonomi romani: ma con un agire da partito – una tendenza al partito, potremmo dire – più evidente e coerente. I mitici “padovani” erano sempre additati come esempio da seguire nel rigore organizzativo; non si trattava di fissazione organizzativistica, ma di metodo: tutta la produzione di autovalorizzazione proletaria, doveva “costituirsi” in un livello strutturato di contropotere, darsi una forma, una visibilità; e l’autonomia operaia organizzata era lo sforzo interno, a questi movimenti, per elevare l’antagonismo sociale in prospettiva comunista. I collettivi politici – tra mobilità delle forme e sapienti funzioni di accentramento – furono lo strumento utile a svolgere quel ruolo in quella fase.

Solo la forza dell’insediamento e la continuità del metodo, permisero all’autonomia operaia veneta di sopravvivere e ritrovarsi, ancora in piedi, nel decennio successivo. Tra i fallimenti nazionali, lo scompaginamento prodotto dalle inchieste e dalla galera, le grandi sconfitte sociali, solo un organizzazione solida poteva sopravvivere a questo tsunami e, sia pur piena di cerotti e stampelle, l’autonomia veneta resse. Sono ancora disponibili in rete le bellissime immagini amatoriali della manifestazione cittadina a Padova, convocata per l’assassinio di Pietro Greco, nella primavera del 1985. Fu l’occasione della rottura del “coprifuoco” imposto alle manifestazioni di piazza a Padova, fin dall’aprile 1979. Si vedono molti ragazzi e ragazze, in quelle immagini un po’ sgranate, che rivendicano il nome di quel loro fratello maggiore che non conobbero, ammazzato come un cane in un agguato sbirresco – ragazzi che non avevano conosciuto gli anni ’70 ma che avevano scelto di essere lì, in piazza, a raccogliere quelle bandiere, a rivendicare una memoria, a guardare al futuro. Calogero era stato sconfitto.

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Arte e femminismo in Italia. Conversazione con Raffaella Perna https://www.carmillaonline.com/2019/07/13/arte-e-femminismo-in-italia-conversazione-con-raffaella-perna/ Fri, 12 Jul 2019 22:01:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53583 di Gioacchino Toni

Si è da poco conclusa la mostra Il Soggetto Imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia curata da Marco Scotini e Raffaella Perna presso lo storico complesso industriale dei Frigoriferi Milanesi FM Centro per l’Arte Contemporanea di Milano. Realizzata con l’obiettivo di scardinare una lettura storico-critica che, ancora oggi, continua a sottostimare l’importanza delle artiste, l’iniziativa ha esposto i lavori di un centinaio di donne operanti in Italia nell’ambito della sperimentazione artistica degli anni Settanta. Si è trattato in buona parte di opere votate all’esplorazione del linguaggio verbale e del corpo con l’intenzione di demistificare gli stereotipi di [...]]]> di Gioacchino Toni

Si è da poco conclusa la mostra Il Soggetto Imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia curata da Marco Scotini e Raffaella Perna presso lo storico complesso industriale dei Frigoriferi Milanesi FM Centro per l’Arte Contemporanea di Milano. Realizzata con l’obiettivo di scardinare una lettura storico-critica che, ancora oggi, continua a sottostimare l’importanza delle artiste, l’iniziativa ha esposto i lavori di un centinaio di donne operanti in Italia nell’ambito della sperimentazione artistica degli anni Settanta. Si è trattato in buona parte di opere votate all’esplorazione del linguaggio verbale e del corpo con l’intenzione di demistificare gli stereotipi di genere e di promuovere una riflessione sul ruolo della donna nella società e nella cultura.

Di tali questioni abbiamo parlato con Raffaella Perna, research fellow all’Università di Roma “La Sapienza”, studiosa che ha concentrato la sua ricerca sui legami tra arte e fotografia nel XIX e XX secolo, sui rapporti tra arte e femminismo in Italia e in Nord America e sulla pittura a Roma dalla fine degli anni Cinquanta ai Settanta.

[ght] Visto che si è da poco conclusa la mostra milanese Il Soggetto Imprevisto, che hai curato insieme a Marco Scotini, ti chiedo un primo commento sulla riuscita dell’evento.

[rp] Sono molto soddisfatta, perché le reazioni della critica, delle artiste coinvolte nel progetto e dei visitatori sono state estremamente positive. La mostra ha avuto un ottimo riscontro di pubblico e di stampa, anche all’estero.

[ght] Questa mostra nasce dalla consapevolezza di come gli anni Settanta rappresentino un momento particolarmente importante per la storia dell’arte e della cultura, oltre che della politica, di questo paese. Visitando Il Soggetto Imprevisto si è potuto cogliere come quel decennio italiano sia caratterizzato da un fecondo intrecciarsi di politica, sperimentazioni artistiche e pensiero femminista. È corretto affermare che uno degli obiettivi della mostra è stato quello di evidenziare l’indissolubile intrecciarsi di questi diversi ambiti nell’Italia di quel decennio? Pur andando collocato all’interno di un generale clima politico e culturale internazionale, quali ti sembrano essere le specificità italiane di questo decennio in cui si intrecciano politica/femminismo/arte?

[rp] Sì, tra gli obiettivi dell’esposizione vi è stato quello di riflettere sui nessi tra arte e politica negli anni Settanta. Dalle opere di molte artiste in mostra è emersa con chiarezza l’urgenza di cambiamento sociale, politico ed esistenziale emerso con il pensiero e con le pratiche del femminismo. Benché non tutte le artiste abbiano abbracciato la militanza o si siano riconosciute nelle idee del femminismo, nel loro lavoro si evidenzia il desiderio di reinventare il linguaggio al di fuori dei canoni dominanti. Artiste come Ketty La Rocca, Lucia Marcucci, Tomaso Binga o Libera Mazzoleni, sebbene non abbiano partecipato alle attività dei gruppi femministi, con le loro opere hanno demistificato, con sguardo ironico, le rappresentazioni stereotipate della donna e hanno denunciato la subalternità femminile nell’ambito della società tardocapitalista.

[ght] In particolare Il Soggetto Imprevisto individua nel 1978 un anno cruciale. In Italia è l’anno in cui le donne “mettono piede” alla Biennale di Venezia. Nell’edizione di quell’anno Mirella Bentivoglio organizza la mostra Materializzazione del linguaggio, a cui prendono parte un’ottantina di artiste, e si tengono le importanti mostre del Gruppo Femminista Immagine di Varese e del Gruppo Donne/Immagine/Creatività di Napoli. Se questa inedita presenza femminile alla Biennale veneziana del 1978 da un parte rappresenta sicuramente una conquista che l’universo artistico femminile ha saputo strappare con i denti, dall’altra è stato fatto notare all’epoca come alle artiste donne siano stati riservati spazi secondari rispetto alle sezioni principali, quasi si trattasse di una sorta di risarcimento alla storica scarsa presenza femminile alla Biennale. Col senno del poi, personalmente mi sembra che, pur non tacendo dei limiti – che comunque sono limiti dell’Istituzione –, valga davvero la pena insistere sull’importanza di quella presenza femminile. A distanza di tanto tempo, ti sembra corretto insistere maggiormente sulla “conquista”, piuttosto che sulla “concessione”?

[rp] Concordo pienamente. Quello alla Biennale fu uno spazio che Mirella Bentivoglio conquistò grazie alla sua bravura nel tessere relazioni con artiste e poetesse visive di tutto il mondo. Certo, l’Istituzione all’epoca le “concesse” uno spazio minore: l’inaugurazione avvenne a due mesi dall’apertura ufficiale della Biennale. Ma ritengo che questo spazio, seppure marginale, le fu assegnato per la paura delle polemiche dovute alla quasi totale assenza di artiste donne nel resto della manifestazione. All’epoca i movimenti femministi avevano una forza d’urto importante: il 1978 è l’anno in cui entra in vigore la legge 194 che, sebbene controversa, è stata una grande vittoria delle donne e resta una conquista fondamentale per il nostro Paese.

[ght] Il 1978 è però cruciale anche per ciò che termina in quell’anno, per le esperienze che vanno a morire. Cessa infatti nel 1978 l’esperienza della Cooperativa del Beato Angelico a cui partecipò anche Carla Accardi e, nel medesimo anno, Romana Loda realizza Il volto sinistro dell’arte, che sarà la sua ultima mostra collettiva di donne. Se nel rapporto arte/femminismo il 1978, come abbiamo visto prima, apre nuove prospettive, cosa si “perde” in quell’anno? Che stagione va a chiudersi con il 1978?

[rp] Sì, il 1978 è stato uno spartiacque: molte esperienze artistiche raggiunsero il culmine e altre, come la Cooperativa del Beato Angelico a Roma, si conclusero. Il 1978 è anche l’anno del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta; e della crisi della cosiddetta ala creativa del movimento. Dal punto di vista artistico il nuovo decennio segnò un cambio di rotta profondo, dove lo spazio per le sperimentazioni delle artiste si riduce. I segni del cambiamento erano già nell’aria intorno al 1978.

[ght] In una tua recente riflessione hai affermato: «La critica femminista ha in più occasioni sollevato le contraddizioni e i rischi insiti in rassegne espositive fondate sulla separazione tra i sessi per meglio garantirne l’uguaglianza». Immagino resti una questione dibattuta questa; puoi dire qualcosa del dibattito attuale a tal proposito?

[rp] Sì, lo è. Quella di curare mostre di solo donne non è una scelta facile, né per certi aspetti indolore. Ma rivendico la necessità di farlo e concordo con Maura Reilly quando sottolinea che mostre come Women of Abstract Expressionism (Denver Art Museum, 2016), Wack!: Art and the Feminist Revolution (Museum of Contemporary Art, Los Angeles, 2007) o elles@centrepompidou (Centre Pompidou, Parigi, 2009) hanno avuto il grande merito di riportare l’attenzione sul lavoro di artiste spesso poco note. Mentre esposizioni come Global Feminisms o Radical Women: Latin American Art, 1960-1985 (Hammer Museum, Los Angeles, 2017), hanno gettato luce su esperienze di artiste non occidentali, aprendo il dibattito critico a nuovi sguardi e nuove narrazioni. Certo, spero che si arrivi presto a raccontare la scena artistica italiana degli anni Settanta creando un dialogo tra artiste e artisti, ma sin qui ho visto soltanto mostre che hanno presentato il decennio come un monologo al maschile, interrotto qui e là dalla presenza di qualche donna.

[ght] Venendo invece all’ambito storico-artistico, la critica femminista ha insistito sul fatto che per riscrivere la storia dell’arte da una prospettiva femminista, non sia sufficiente inserire alcuni nomi di donne a una narrazione basata su canoni e strumenti analitici maschili. La questione resta attuale, tanto che oltre alle perduranti difficoltà di accesso all’universo dell’arte da parte di tante artiste italiane, anche l’approccio teorico femminista incontra non poche difficoltà in Italia. Penso valga la pena spendere qualche parola sullo spazio che ha o meno saputo conquistarsi la prospettiva femminista nel mondo della critica e della storia dell’arte in questo paese.

[rp] Sì, aggiungere nomi di donne a una storia dell’arte basata su canoni maschili non è l’obiettivo. Nello stesso tempo è importante che le opere, le esperienze di vita e di lavoro delle artiste vengano approfondite. Non credo che il processo di riscrittura della storia possa prescindere dallo studio delle tante esperienze di artiste rimosse o poco conosciute. Trovare strumenti storiografici nuovi, e se necessario diversi dalla teoria di area anglosassone, non è un’impresa facile, ma è la sfida che le nuove generazioni di studiose e studiose si trovano ad affrontare. E in questo percorso credo che le università italiane possano giocare un ruolo di primo piano.


Raffaella Perna su Carmilla:

recensione al libro di Raffaella Perna, Pablo Echaurren. Il movimento del ’77 e gli indiani metropolitani (Postmedia Books, 2016)

segnalazione mostra curata da Raffaella Perna: Altra misura. Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta (Frittelli arte contemporanea, Firenze 2015)

recessione al libro di Maurizio Calvesi, Avanguardia di massa. Compaiono gli indiani metropolitani (Postmedia Books, 2018) – Postfazione di Raffaella Perna

recensione al libro di Raffaella Perna e Ilaria Schiaffini (a caura di), Etica e fotografia. Potere, ideologia, violenza dell’immagine fotografica (DeriveApprodi, 2015)

recensione al libro di Ilaria Bussoni e Raffaella Perna (a cura di), Il gesto femminista (DeriveApprodi, 2014)

 

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A/traverso (a suo modo) una pratica dell’obiettivo https://www.carmillaonline.com/2017/05/12/38008/ Thu, 11 May 2017 22:01:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38008 di Gioacchino Toni

cover_Chiurchiù_La rivoluzione_è_finita_Luca Chiurchiù, La rivoluzione è finita abbiamo vinto. Storia della rivista “A/traverso”, Derive Approdi, Roma, 2017, pp. 208, € 18,00

«Le categorie vecchio-socialiste dei gruppi, come le categorie democratico-partecipative del revisionismo e della borghesia, cercano di dare un volto a questo soggetto indefinibile: i giovani, gli operai, gli studenti, le donne, soggetto di trasformazione, inafferrabile ieri per la sua ostilità e lotta aperta, oggi per il suo stare altrove, per l’estraneità, debbono essere catalogati, debbono avere un nome, stare dentro qualche ordine. Ordine. Perché solo nell’ordine si può costringere [...]]]> di Gioacchino Toni

cover_Chiurchiù_La rivoluzione_è_finita_Luca Chiurchiù, La rivoluzione è finita abbiamo vinto. Storia della rivista “A/traverso”, Derive Approdi, Roma, 2017, pp. 208, € 18,00

«Le categorie vecchio-socialiste dei gruppi, come le categorie democratico-partecipative del revisionismo e della borghesia, cercano di dare un volto a questo soggetto indefinibile: i giovani, gli operai, gli studenti, le donne, soggetto di trasformazione, inafferrabile ieri per la sua ostilità e lotta aperta, oggi per il suo stare altrove, per l’estraneità, debbono essere catalogati, debbono avere un nome, stare dentro qualche ordine.
Ordine. Perché solo nell’ordine si può costringere la gente a lavorare»

“Piccolo gruppo in moltiplicazione”, “A/traverso”, maggio 1975

La rivista nacque nel 1975, dall’eredità della controcultura e dell’operaismo degli anni Sessanta, ma al contempo si presentò come il simbolo di uno scarto nel mondo antagonista della sinistra extraparlamentare di allora. Una frattura sghemba, obliqua e anche ambigua, proprio come quella della barra che spaccava il titolo a metà e che si insinuava nel mezzo delle cose. La proposta era quella di mettere in moto la rivoluzione dal linguaggio, di rideterminare l’ordine del reale utilizzando la scrittura […]
“A/traverso” è un oggetto alieno, oltre che per le sue fattezze anticipatrici delle fanzine punk, anche e soprattutto per il modo in cui, nelle sue pagine forma e contenuti si influenzano a vicenda, andando a costituire un messaggio che riesce sempre a travalicare la semplice trasmissione dell’informazione. È come se fosse in atto un instancabile tentativo di evasione, una costante, ostinata (e inattuale) spinta centripeta volta alla dissoluzione delle norme imposte dal discorso dell’ordine (pp. 5-7).

Nelle intenzioni di Luca Chiurchiù, autore del lavoro recentemente edito da Derive Approdi, il libro non vuole “tradurre” e “spiegare” i testi apparsi sulla rivista bolognese, quanto piuttosto capire se e quanto

i progetti della rivista abbiano trovato un vero riscontro, o meglio, se e fin dove essi siano stati capaci di promuovere il cambiamento che si prefissavano di operare in ambito espressivo e, per suo tramite, in ambito politico. Sconvolgere e rifondare il linguaggio per sconvolgere e rifondare la vita, scoprendo le sue infinite possibilità di libertà e di liberazione dal destino impostoci dall’alto del potere. Questo è stato il principale, utopico e impossibile obiettivo di “A/traverso” (p. 7).

L’analisi della rivista bolognese proposta da Chiurchiù prende il via dai debiti che essa palesa nei confronti delle esperienze delle avanguardie artistiche di inizio Novecento tanto per l’importanza assegnata da esse alla pubblicazione di riviste quanto per il loro aver rivoluzionato il periodico

affrancandolo per la prima volta dal suo specifico fine comunicativo. La rivista si è così trasformata in un supporto dove poter portare fino alle estreme conseguenze la loro sperimentazione programmatica. Da semplice contenitore, neutro e impersonale, essa è stata elevata a oggetto d’arte da plasmare e colorare, smembrare e riassemblare in continuazione. […] Le avanguardie hanno stravolto il periodico dall’interno, spodestando l’informazione dal suo ruolo di fulcro, mettendo in secondo piano il significato. […] La sovversione della gerarchia segnica, il rovesciamento e la confusione tra significante e significato sono le cifre identitarie di questi fogli (pp. 10-11).

Se da un certo punto di vista queste sperimentazioni di rottura nei confronti del linguaggio della stampa borghese, hanno permesso alle avanguardie storiche di infrangere il confine tra arte e vita, dall’altro hanno comportato un allontanamento delle riviste dal lettore. É da questo stallo che alcune esperienze maturate in quella sorta di “lungo Sessantotto”, protrattosi dalla fine degli anni Sessanta al termine dei Settanta, sono ripartite ricorrendo a modalità produttive e distributive autonome rispetto al sistema dominante. Si parla a tal proposito di “esoeditoria” indicando con tale neologismo, introdotto ad inizio anni Settanta, quelle esperienze editoriali autoprodotte circolanti negli ambienti politici ed artistici di movimento.

Chiurchiù passa dunque in rassegna alcune riviste che ritiene, in qualche modo, si possano collocare a monte dell’esperienza di “A/traverso”. “Quaderni rossi”, “Classe operaia”, “Contropiano”, “Quaderni Piacentini”, per fare alcuni esempi, vengono annoverate dallo studioso tra le esperienze editoriali espressione di “un luogo autonomo” di elaborazione politica al di fuori del circuito politico istituzionale.

Con il primo operaismo si sviluppa la pratica della “con-ricerca”, ossia dell’inchiesta nella quale le esperienze personali degli operai e le loro testimonianze dirette diventano parte integrante della comprensione “dal di dentro” dei processi di produzione e di sfruttamento. Seppur strutturate su un linguaggio ancora tutto intellettuale, e chiuse in un circuito distributivo ristretto, queste pratiche innovative di analisi in presa diretta […] trovarono seguito e sviluppo nelle riviste degli anni a venire, in favore di un sempre maggior interesse nei riguardi della soggettività operaia (p. 15).

Negli anni Settanta la soggettività del “qui ed ora” tende a sostituirsi in molti casi all’utopia di una società da trasformarsi in data a venire e le pubblicazioni periodiche provano a dare spazio in presa diretta a settori del proletariato giovanile. L’esperienza di “A/traverso” e di Radio Alice, secondo l’autore, rientrano in tale dinamica di riappropriazione della parola.

a_traverso___3446Non vengono tralasciate dallo studioso le riviste sorte attorno alla metà degli anni Sessanta nell’ambiente beat milanese come “Mondo Beat” e “Pianeta Fresco”, capaci di dar voce ad un immaginario altrimenti celato o distorto dalla stampa ufficiale. La rivista “Quindici” del Gruppo 63 viene invece indicata come esempio importante volto a rinnovare la scena letterario-culturale italiana altrimenti piegata – ed attardata – attorno ai canoni neorealisti cari al Pci.

Le pubblicazioni di Potere operaio e Lotta continua rappresentano una trasformazione importante all’interno dell’editoria della sinistra radicale. In particolare “Lotta Continua” viene indicata come esempio di sperimentazione e di rinnovamento linguistico teso tanto a rendere il linguaggio politico accessibile a larghi strati sociali, quanto ad assolvere ad una funzione di controinformazione in opposizione al monopolio informativo del potere. Nell’ambito delle esperienze editoriali alternative, il saggio affronta anche la parabola della rivista milanese “Re Nudo”, nata nel 1970, esempio di pubblicazione tesa al superamento della scissione tra politico e privato.

Da una parte, dunque, si fanno strada le voci delle nuove generazioni, sempre più insistenti riguardo i loro bisogni individuali e privati, in un processo simile a quello che si sarebbe concretizzato nella sezione epistolare di “Lotta Continua”. Dall’altra, in maniera opposta, trovano spazio nelle pagine di “Re Nudo” anche i primi comunicati delle Brigate rosse (p. 29).

Dopo aver ricostruito il panorama editoriale del periodo, Chiurchiù ripercorre la nascita e lo sviluppo nel corso degli anni Settanta di quell’autonomia operaia diffusa – entro la quale deve essere collocata l’esperienza del collettivo bolognese – ed il dilagare a livello sociale di fenomeni di “pratica dell’obiettivo”. Il bisogno di “autorappresentazione” di esperienze specifiche di lotta conduce non di rado alla creazione di pubblicazioni sostanzialmente autoreferenziali, volte non più a raggiungere il numero più alto possibile di lettori ma ad esprimere un’urgenza di comunicare con i “propri simili”.

“L’erba voglio”, “Rosso” e “A/traverso” rappresentano, secondo l’autore, alcune importanti novità nel panorama delle pubblicazioni degli anni Settanta. Della prima di queste pubblicazioni, che non appartiene all’area autonoma anche per motivi cronologici, viene messa in evidenza la capacità di dare spazio ad una pluralità di voci derivanti da ambiti decisamente differenziati. Del periodico milanese “Rosso” viene evidenziata la modalità comunicativa decisamente diretta e rude.

Chiurchiù giunge così, dopo una panoramica sull’editoria alternativa e sul mondo politico della sinistra radiale, ad affrontare la storia della pubblicazione bolognese “A/traverso” i cui animatori «si propongono di operare mediante il linguaggio, di trasformare il reale attraverso una pratica scrittoria liberata e liberante da qualsiasi schema preordinato. La prassi da testuale vuole farsi concreta, politica e quindi rivoluzionaria» (p. 39).

Se la maggior parte degli studi sistematici sulla rivista si sono concentrati quasi esclusivamente sul versante artistico/letterario, il saggio di Chiurchiù intende invece, e qua sta la vera novità proposta dal volume, di

riservare un’attenzione particolare ai fatti che segnano anche la vita della rivista bolognese, la modificano, le fanno prendere una determinata direzione durante il corso dei suoi numeri. Questo giornale è uno dei testimoni alternativi di ciò che accade in Italia nella seconda metà degli anni Settanta, ed è necessario inserire la sua analisi in un contesto storico il più possibile ben definito. La ricostruzione storiografica procederà quindi di pari passo con lo studio degli aspetti più innovativi, quelli legati all’anima avanguardistica del progetto, alla sua inedita concezione della pratica scrittoria e dei mezzi comunicativi, alla sua lettura semiotica del mondo e del potere. A fare da filo conduttore saranno le diverse tematiche in campo estetico e politico affrontate dal giornale e il loro sviluppo nel succedersi degli anni di pubblicazione (p. 41).

Il “piccolo gruppo in moltiplicazione” da cui nasce la rivista si colloca, come detto, all’interno di quella magmatica area dell’autonomia diffusa che, in quel di Bologna, si trova a fare i conti direttamente con la gestione del potere da parte del Pci. Nata nel 1975, presentandosi come supplemento a “Rosso”, la testata ha un’uscita estremamente irregolare e, secondo l’analisi proposta dal saggio, è nel 1979, in seguito agli eventi repressivi del 7 aprile calogeriano, che l’attività della rivista va pian piano spegnendosi. Sebbene il “periodo eroico” resti quello compreso tra il 1975 ed il 1979, l’ultimo numero esce nell’estate del 1981, salvo poi riapparire qualche tempo dopo sotto diverso formato prolungando la pubblicazione fino al 1988 a cui si deve, inoltre, aggiungere un’appendice in forma di piccoli quaderni in concomitanza all’esplosione del movimento studentesco della Pantera nel 1990.

La veste grafica ed il linguaggio di “A/traverso” riprendono sperimentazioni delle avanguardie di inizio Novecento, la tecnica del cut up e le fanzine punk anglosassoni. La scritta “A/traverso”, composta da Claudio Cappi, che assembla lettere ritagliate da testate giornalistiche come “L’Unità”, “il manifesto”, “Lotta Continua” e “Rosso”, ha nella barra divisoria diagonale l’elemento di maggior interesse come ha ben evidenziato Claudia Salaris nel suo libro Il movimento del Settantasette (1997); con essa, attraverso essa, viene scardinato il discorso a senso unico, si sabota l’univocità del linguaggio ufficiale. Per certi versi si apre il discorso in direzione polisemica rifiutando la grigia e servile monosemia propria del linguaggio strettamente funzionale.

Nel solco del rifiuto del lavoro praticato in fabbrica e fuori da essa da parte di quel proletariato giovanile reso/resosi estraneo al ciclo produttivo, l’innovazione tecnologica portata nelle fabbriche al fine di piegare la ribellione operaia, secondo il gruppo bolognese, sull’onda di un certo operaismo che recupera il Marx dei Grundrisse, può essere rovesciata al fine di limitare il più possibile il tempo in cui si resta confinati in fabbrica trasformando il (falso) tempo libero in libertà reale. Lavorare tutti ma lavorare poco, anzi pochissimo e magari lentamente.

Lavorare con lentezza / Senza fare alcuno sforzo / Chi è veloce si fa male / E finisce in ospedale / in ospedale non c’è posto / e si può morire presto / Lavorare con lentezza / senza fare alcuno sforzo / la salute non ha prezzo, / quindi rallentare il ritmo / pausa pausa ritmo lento, / pausa pausa ritmo lento (Lavorare con lentezza, 1974, Enzo Del Re)

Secondo Chiurchiù il linguaggio di “A/traverso” insiste sulla necessità di «rilevare il meccanismo di espropriazione che il sistema compie nei confronti della produzione testuale e sovvertirlo, rimpossessarsi di ciò che ci viene tolto ogni volta in cui crediamo di comunicare […] Il mondo in cui viviamo è costruito su segni e simulacri, e il modo linguistico e logico con cui pensiamo è il solo modo con cui possiamo (ci è dato di) leggere (ma non scrivere) la realtà» (p. 87). É alla ricerca di un’alternativa a ciò che si impegna la rivista.

Nel 1976 il sottotitolo della testata si trasforma; da «giornale dell’autonomia» a «giornale PER l’autonomia» e ciò potrebbe essere letto, a parere di chi scrive, come l’intenzione di praticare l’obiettivo della liberazione del linguaggio, l’intenzione della rivista di farsi agente di autonomia e non portavoce di un’esigenza. «Distruggere il linguaggio codificato è dunque un modo per restituire parola al rimosso e a quei bisogni materiali che le istituzioni della politica stanno contraffacendo e mettendo da parte affinché non destabilizzino l’ordine delle cose» (p. 91). Un editoriale del 1976 è intitolato “Leggere nella merda”, riprendendo l’invito di Antonin Artuad di “leggere nella merda”, in tutto ciò che il sistema nasconde nell’emarginazione attraverso strutture come i manicomi, la scuola e la famiglia. La scrittura trasversale che intende praticare la rivista pare voler indagare ciò che la ragione capitalistica rifiuta in quanto contraddittorio; «è il nonsenso, è la gratuità, una sostanza che pulsa e non può né vuole essere resa valore, il corpo sottratto alla prestazione e al ricatto salariale, il desiderio che produce soltanto se stesso. Tuttavia, è solo là dove si odora la merda che si sente l’essere» (p. 91).

Chiurchiù si sofferma anche sul ruolo esercitato dell’Antiedipo di Gilles Deleuze e Félix Guattari (uscito in Francia nel 1972) sul ragionamento portato avanti dal gruppo bolognese a proposito dell’occultamento

compiuto dalla psicanalisi e dal sistema in generale della macchina desiderante che è proprio un occultamento di di tipo codificante, significante, formalizzante. […] Il desiderio è schizofrenico, senza direzione né freni, il sistema capitalistico è paranoico, in quanto per esso tutto deve essere necessariamente ridotto a segno, a valore, a simbolo da poter ipostatizzare, immobilizzare nelle sue reti. Il desiderio è molecolare, scomposto e scontornato, le macchine paranoiche del capitale sono invece molari, compatte e strutturate (p. 93).

Occorre pertanto, secondo il “Piccolo gruppo in moltiplicazione” ridare voce al desiderio, rifiutando di uniformarsi alle macchine paranoiche, occorre delirare fino in fondo.

a_traverso___3456Se da un lato risultano evidenti i debiti nei confronti delle avanguardie storiche, secondo Chiurchiù il gruppo bolognese ne individua lucidamente anche i limiti; certo queste hanno operato per abolire la distanza tra pratica artistica e vita ma il loro sabotaggio nei confronti della società e della sua cultura ufficiale è ancora, tutto sommato, di matrice romantica in quanto gli esponenti delle avanguardie di inizio Novecento ritengono la loro attività ancora «indipendente rispetto ai processi di valorizzazione e, soprattutto, rispetto alla progressiva sussunzione di qualsiasi lavoro o produzione intellettuale da parte del capitale» (p. 96).

In sostanza le avanguardie storiche non comprendono che la loro azione resta comunque coinvolta nel generale processo di alienazione. Le stesse pur meritorie neoavanguardie degli anni Sessanta vengono accusate di non aver saputo uscire dal “laboratorio artistico” e “stilistico formale”. Nelle loro pratiche il mondo risulta comunque essere messo tra parentesi. É dal fallimento di quelle esperienze che occorre ripartire secondo “A/traverso”, dall’abbandono dell’illusorio laboratorio artistico e della pretesa indipendenza rispetto alla sussunzione della produzione creativa ed intellettuale da parte del capitale.

È su questa strada si arriva al mao-dadaismo ed a Vladímir Vladímirovič Majakovskij. Nel manifesto del mao-dadaismo, letto polemicamente nell’estate del 1976 in occasione del convegno di Orvieto della Cooperativa scrittori, all’ottavo punto è scritto: «Ripartiamo dalla lezione del dadaismo; ma quella separazione fra arte e vita che il dadaismo vuole abolire nel regno (illusorio) dell’arte, il trasversalismo la abolisce sul terreno pratico dell’esistenza, del rifiuto del lavoro, dell’appropriazione. Trasformazione del tempo, del corpo, del linguaggio» (p. 101).

Majakovskij è preso come punto di riferimento dal gruppo bolognese, sostiene l’autore, per il suo farsi promotore di una poesia capace di divenire pratica di massa, per il suo non essersi integrato al potere, per il fatto che è proprio nella sua partecipazione al processo rivoluzionario che

ha trovato il punto in cui la separazione veniva praticamente superata: tutta la forza-intelligenza che il capitale sottrae agli operai e cristallizza in forma di lavoro, tutta una creatività che il capitale riduce a spettacolo di fronte alla miseria del quotidiano delle masse, in quel movimento di massa che era l’ottobre Rosso esplodeva e travolgeva in cinto dentro cui la letteratura voleva stare rinchiusa. Produrre testi in piazza, dipingere di rosso la trasformazione della vita. Trasformare il colore della metropoli e il linguaggio di tutti rapporti, per rendere insopportabile la schiavitù capitalistica. Questa è l’indicazione di Majakovskij. La pratica testuale è così, in quei momenti, pratica creativa. Pratica creativa significa superamento reale (e non mera predicazione su questo superamento, o lamento della separatezza) della spettacolarità del testo e della miseria del quotidiano. Nel processo rivoluzionario, di liberazione della vita operaia dal lavoro salariato, diventa centrale la trasformazione collettiva del tempo liberato, dello spazio in cui si vive, del linguaggio (p. 103).

Nel volume si riportano anche le celebri letture proposte da Umberto Eco e Maurizio Calvesi del linguaggio del movimento della seconda metà degli anni Settanta e degli evidenti debiti di Bifo e compagni nei confronti di Guy Debord e di Jean Baudrillard. Nel saggio viene, inoltre, ricostruita la collaborazione romano-bolognese tra “Zut” e “A/traverso” che porta alla pubblicazione nel 1977 di “La rivoluzione. Finalmente il cielo è caduto sulla terra”. Nell’analizzare l’esperienza di Radio Alice Chiurchiù mette in risalto il suo aprirsi al flusso sociale, il suo lasciarsi attraversare da esso, il suo esserne parte.

Poi si arriva alla Bologna del marzo 1977, ai “fatti nostri”, come recita il titolo di un noto libro bolognese (“autori molti compagni”), ai blindati all’università, alla morte di Francesco Lorusso, alle barricate, ai botti ed alle botte, all’irruzione a Radio Alice. Poi è epoca di fughe precipitose verso il confine o verso la baiaffa, verso la solitudine e verso l’eroina. Poi è anche storia di oblio e di memorie selettive, di nostalgie reduciste e di silenzi assordanti calati su chi non ha finito di pagare il conto, di portavoce sempre in servizio e di riciclati facenti capolino negli anniversari comandati, di chi si è spento sul lavoro e di chi si è spento avendolo perso senza avere in cambio libertà, di chi è tornato a  chinare il capo ma anche di chi ha continuato a non farlo. La rivoluzione (è) in/finita (?)

 

 

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