Alleati – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 16 Jun 2026 20:00:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale / 35 – Come iniziano e come vanno a finire le guerre https://www.carmillaonline.com/2026/04/15/il-nuovo-disordine-mondiale-35-come-iniziano-e-dove-finiscono-le-guerre/ Wed, 15 Apr 2026 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94064 di Sandro Moiso

Peter Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 300, 26 euro

Potrà sembrare un argomento distante dall’attualità, anche bellica, ma la storia di intrighi, tradimenti, alleanze incerte, signori della guerra e semplici banditi oltre che di mire imperiali di vario genere e di una rivoluzione, che doveva ancora assurgere alla sua piena valenza mitopoietica prima che politica, narrata da Peter Fleming nello studio appena pubblicato dalle edizioni Medhelan, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, comparso nell’edizione originale inglese nel 1963, può essere di grande utilità per comprendere ancora oggi i meccanismi reali e concreti che conducono alle [...]]]> di Sandro Moiso

Peter Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 300, 26 euro

Potrà sembrare un argomento distante dall’attualità, anche bellica, ma la storia di intrighi, tradimenti, alleanze incerte, signori della guerra e semplici banditi oltre che di mire imperiali di vario genere e di una rivoluzione, che doveva ancora assurgere alla sua piena valenza mitopoietica prima che politica, narrata da Peter Fleming nello studio appena pubblicato dalle edizioni Medhelan, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, comparso nell’edizione originale inglese nel 1963, può essere di grande utilità per comprendere ancora oggi i meccanismi reali e concreti che conducono alle guerre e, successivamente, alle vittorie o sconfitte che sono, prima o poi, destinate a concluderle.

La guerra di cui si parla nel testo di Fleming è quella civile, successiva alla Rivoluzione d’Ottobre, che si sviluppò tra il 1918 e il 1921 in Russia, che vide come principali protagoniste le armate rosse bolsceviche da un lato e quelle bianche filo-zariste, appoggiate da diversi paesi appena usciti oppure ancora coinvolti nel primo conflitto mondiale, dall’altro. Una guerra dilaniante e devastante da cui sarebbero uscite vincitrici le armate rosse poste sotto il comando di Leone “Lev” Trockij in qualità di Commissario del Popolo alla Guerra. Anche se la lettura del libro di Fleming aiuta a comprendere come quest’ultima parte della narrazione faccia parte di una storia ben più intricata e complessa.

Al cui centro l’autore pone la figura, allo steso tempo tragica e meschina, dell’ammiraglio Kolčak mentre accompagna il lettore attraverso gli alterni destini dell’esercito contro-rivoluzionario; fino alla definitiva sconfitta delle armate bianche e alla cattura e fucilazionei dello stesso Kolčak da parte dei Bolscevichi. Una narrazione, che costituisce anche l’ultima opera di Fleming, condotta con la professionalità dello storico e, allo stesso tempo, con gli occhi del viaggiatore che aveva conosciuto i luoghi estremi della Russia orientale e dell’Asia Centrale.

Robert Peter Fleming (Londra 1907 – Glencoe 1971), è stato uno scrittore, giornalista e militare britannico, noto soprattutto per essere il fratello di Ian Fleming (1908-1964), il ben più celebre autore dei romanzi di James Bond alias agente 007.

The Fate of Admiral Kolchak è la seconda opera di carattere storico di Fleming pubblicata dalle edizioni Medhelan, dopo Baionette a Lhasa. L’invasione britannica del Tibet (ed. originale Bayonets to Lhasa: The First Full Account of the British Invasion of Tibet in 1904 – 1961). Mentre le edizioni Dall’Oglio avevano pubblicato il suo The Siege at Peking (ed. originale 1959), una relazione sulla ribellione dei Boxer e l’assedio di Pechino del 1900, con il titolo La rivolta dei Boxers, già nel 1965.

Anche se l’autore inglese, per formazione e convinzioni, non può essere certo annoverato tra gli ammiratori della Rivoluzione russa e del Partito bolscevico, nella sua ricerca, pur manifestando una certa simpatia per la figura di Kolčak, sceglie spesso l’imparzialità di giudizio, accompagnata talvolta da una certa dose di ironia, nella descrizione degli eventi narrati. Come afferma infatti egli stesso nella Prefazione:

Il mio interesse per gli eventi descritti in queste pagine risale all’autunno del 1931 quando, all’età di ventiquattro anni, intrapresi per la prima volta un viaggio lungo la Transiberiana. All’epoca sapevo ben poco della guerra civile che si era conclusa un decennio prima ma, notando gli scarni scheletri di filo spinato che ancora fiancheggiavano la maggior parte dei ponti e i fori di proiettile non ancora cancellati dagli edifici delle stazioni, mi ritrovai spesso ad interrogarmi sulla lotta che aveva lasciato quelle piccole cicatrici in angoli dimenticati di una terra vuota e sconfinata. Negli anni successivi ho trascorso molto tempo in Manciuria e nelle zone periferiche della Cina settentrionale e nordoccidentale e ho ascoltato, spesso dalla bocca di chi vi aveva preso parte, molte storie sulla guerra civile in Siberia.
[…] Il contesto politico dell’episodio è complesso. La Siberia fu solo uno della mezza dozzina di scenari russi in cui intervennero gli Alleati. Quell’intervento non fu il risultato di una politica concordata: venne intrapreso da ciascuna delle Potenze con motivazioni diverse. Le speranze, le paure e le illusioni che le animavano non rimasero mai costanti a lungo, poiché l’incedere degli avvenimenti al di fuori della Russia superava o rendeva obsoleti i presupposti, per lo più infondati, su cui si basavano i piani degli alleati. L’effetto di tutto ciò è quello di produrre una sorta di palude della storia. In questo pantano è necessario farsi strada1.

In poche righe l’autore condensa il significato di una storia politica, militare e personale atta a comprendere non soltanto le vicende di allora, ma anche le contraddizioni, gli errori prospettici e militari e le giustificazioni, spesso farlocche, dei conflitti odierni e di alcuni personaggi solo apparentemente centrali nel loro attuale e confuso svolgimento. Un autentico pantano, ieri come oggi, in cui non è facile districarsi e in cui occorre assolutamente evitare di addentrarsi armati soltanto di strumenti di carattere ideologico.

Tanto per iniziare occorre perciò ricordare che l’elemento portante per l’avvio successivo della guerra civile in Russia, più che dalla Rivoluzione in sé, fu costituito dal trattato di pace stipulato tra la Russia bolscevica e gli Imperi centrali il 3 marzo 1918 nell’odierna Bielorussia, presso la città di Brest, al tempo conosciuta come Brest-Litovsk, che di fatto sancì la resa e l’uscita della Russia dalla prima guerra mondiale.

La promessa mantenuta da Lenin e dal suo partito di porre immediatamente fine alla partecipazione al macello imperialista, che al contrario non era stata minimamente presa in considerazione dal governo provvisorio di Kerensky rovesciato nell’ottobre del 1917, avrebbe così paradossalmente dato fuoco alle polveri su gran parte del territorio appartenente all’ormai ex-impero zarista. Una sanguinosa dimostrazione, certo non soltanto simbolica, dell’insofferenza del capitale e delle leggi che lo regolamentano per ogni autentico trattato destinato a porre fine alla guerra.

Ciò che risulta chiaro dall’analisi dei fatti condotta da Fleming è che dalle forze alleate la pace di Brest-Litovsk fu considerata un tradimento di fronte da parte della Russia, più che la prima e reale conseguenza di una rivoluzione che, prima ancora che dall’iniziativa bolscevica, era stata avviata dalla diserzione e dall’abbandono del posto di combattimento da parte di un milione e mezzo di soldati russi ritiratisi dalle prime linee nell’inverno tra il 1916 de il 1917 e dall’insorgenza delle giovani operaie di San Pietroburgo nel febbraio del ’172.

Quando nel 1914 Francia e Gran Bretagna scesero in campo contro gli Imperi tedesco e austro-ungarico, riponevano grandi speranze nell’alleato orientale. Il “rullo compressore russo” si rivelò ben presto una macchina che, per quanto innegabilmente ponderosa, […] dopo i primi mesi tendeva a muoversi all’indietro invece che in avanti, e richiedeva un grande sostegno in termini di rifornimenti che non potevano essere distolti dal fronte occidentale […]; ma almeno vi era un fronte russo, e per di più molto lungo. Vi erano concentrate centinaia di migliaia di truppe del nemico: a esso dovevano essere continuamente distribuiti, per quanto il nemico fosse a corto di scorte, per quanto le sue fabbriche fossero sotto pressione, i rifornimenti regolari [e] fu quindi con una certa incredulità, oltre che con allarme e indignazione, che Francia e Gran Bretagna osservarono la Russia ritirarsi dalla guerra quasi da un giorno all’altro3.

Il trionfo del bolscevismo e della rivoluzione in Russia costituì un fenomeno di portata storica, ma sul momento le sue conseguenze immediate più importanti furono, dal punto di vista degli alleati, soprattutto, se non esclusivamente, di ordine militare.

Il 21 marzo 1918 i tedeschi lanciarono l’ultima e più grande offensiva in Occidente. La Quinta Armata britannica arretrò di fronte a essa. L’intero fronte occidentale cedette. Parigi venne bombardata a lungo. Come se fossero stati liberati da un disgelo nefasto, fiumi di scritte in piccolo cominciarono di nuovo a inondare i giornali quando vennero pubblicati gli elenchi dei caduti. In quelle settimane di disperazione nacque l’impulso a intervenire. Sarebbe nato se i bolscevichi fossero stati buddisti o liberali gladstoniani, o qualsiasi altra cosa4.

Gli storici, sia sovietici che non, nelle ricostruzioni successive sembrano aver ignorato, se non rimosso, questa semplice verità, preferendole spesso una ricostruzione in cui a far la parte del leone sarebbe stata invece la chiara e inflessibile volontà imperialista di strangolare e soffocare l’esperimento socialista dello Stato sovietico fin dal suo primo apparire.

Nonostante i segnali di stanchezza nei confronti della guerra avvertibili nella società russa e nel suo esercito fossero da tempo evidenti, così come avevano iniziato ad esserlo anche sul fronte occidentale:

né la Francia né la Gran Bretagna si resero conto di quanto la situazione in Russia fosse precipitata durante il 1917. Entrambi i governi avevano ricevuto rapporti inquietanti dai loro rappresentanti a Pietrogrado e altrove; ma era da molto tempo che non si leggeva un rapporto dalla Russia che non fosse inquietante, e nell’anno di Passchendaele e Caporetto5 gli alleati tendevano, e forse dovevano, guardare agli eventi in Russia con un certo distacco. Ormai si aspettavano poco o nulla ma certo non si aspettavano il peggio. Così quando il peggio arrivò, e videro all’improvviso che la Germania poteva d’ora in poi combatterli con entrambe le mani, non furono disposti come forse avrebbero dovuto a fare sconti alla nuova Russia […] Ricordando le grandi speranze che un tempo avevano riposto nella Russia, i solenni trattat che avevano cofirmato e i prodigiosi aiuti finanziari e materiali che aveva ricevuto, non vedevano nella sua defezione altro che un semplice tradimento; e ben presto si convinsero che questo sviluppo imprevisto, così propizio dal punto di vista della Germania, doveva essere stato provocato da complotti e tangenti tedesche6.

Fermiamoci un attimo e osserviamo le conseguenze di tali convinzioni e ricostruzioni in cui la spontaneità del rifiuto della guerra e delle condizioni e dei sacrifici da essa imposti, che è alla base della rottura in seno alla società russa e con il suo Stato definitivamente messa in opera dal partito di Lenin nell’Ottobre, viene rimossa quasi del tutto sia nelle ricostruzioni ex-post ad opera degli studiosi filo-sovietici dei decenni successivi, che preferirono, e ancora preferiscono, darne una ricostruzione decisamente più ideologica e partitica, che dai politici e dai comandi militari occidentali che in tutto ciò seppero soltanto, ed erroneamente, cogliere il complotto e il tradimento.

Incapaci di leggere, ieri come oggi, i movimenti profondi del malcontento di classe e dell’autonomia operativa dell’antagonismo nei confronti del modo di produzione dominante, delle sue leggi e delle sue conseguenze. Una lezione che anche oggi non andrebbe invece mai dimenticata.

Entrambe le ipotesi erano false. Lenin, Trockij e i loro collaboratori non erano interessati alla guerra. Poiché il concetto di lealtà verso gli alleati capitalisti di un regime imperialista non trovava posto nella loro ideologia, […] per le loro menti dure e stracolme di idee una simile accusa (di tradimento – NdR) sarebbe parsa frivola più che eretica. Nessuno di loro era al soldo dei tedeschi7.

Paradossalmente, però, un secondo importante, anche se casuale, elemento per lo scatenamento della guerra civile e dell’intervento alleato in Russia, fu costituito proprio dalla stanchezza dei soldati nei confronti della guerra, delle sue conseguenza e della prigionia che ne era derivata per molti di loro. A dimostrazione di ciò può servire quanto avvenne a Čelyabinsk, una località all’epoca di scarsa importanza situata lungo la ferrovia che dagli Urali corre verso la grande pianura siberiana, il 14 maggio 1918.

In quella data, nella summenzionata stazione, si incrociarono diversi treni carichi di prigionieri di guerra, tutti appartenenti all’esercito imperiale austro-ungarico, ma con mete differenti. Quello diretto verso ovest era un treno carico di soldati austriaci e ungheresi destinati ad essere riportati in patria dopo essere stati liberati in seguito agli accordi intervenuti tra la Russia sovietica e gli Imperi centrali nel marzo di quell’anno.

Su quelli diretti a Oriente, nello specifico in direzione del porto russo di Vladivostock, viaggiavano i soldati del Primo Corpo d’Armata cecoslovacco che, a differenza degli altri, erano considerati apolidi poiché le terre boeme di origine facevano ancora parte dell’Impero asburgico, ma erano stati riconosciuti in febbraio dal governo bolscevico come parte autonoma dell’armata cecoslovacca dislocata in Francia. Per questo motivo dovevano rientrare in Europa seguendo un percorso più tortuoso e via mare per andare a rinforzare il fronte occidentale, messo sotto pressione dai tedeschi, su richiesta del Consiglio supremo di guerra alleato.

Il treno cecoslovacco a Čelyabinsk era l’anello di una catena frammentata; lungo le 5.000 miglia di ferrovia tra il Volga e il Pacifico c’erano sessanta o settanta treni cechi […]. I treni di testa avevano già raggiunto Vladivostock, ma durante l’ultima parte di aprile il movimento verso est dei treni di coda, lento e imprevedibile nel migliore dei casi, si era praticamente arrestato.
A Čelyabinsk non c’era simpatia tra i viaggiatori diretti a est e quelli diretti a ovest. I cechi vedevano negli austriaci e negli ungheresi un odioso popolo di presuntuosi, personificazione della tirannia di cui desideravano liberarsi; mentre ai prigionieri di ritorno, i cechi – molti dei quali avevano disertato o si erano arresi alla prima occasione alle armate dello zar – apparivano come dei traditori. Da parte ceca, un motivo di risentimento più immediato risiedeva nella consapevolezza che ai prigionieri invidiabilmente diretti a casa era stata data la precedenza ferroviaria8.

Fu quindi sufficiente un nonnulla per scatenare una violenta rissa in cui un soldato ceco perse la vita. Così i cechi, che a differenza degli altri portavano con sé le armi, bloccarono il treno diretto a ovest, si fecero consegnare l’ungherese colpevole dell’omicidio e lo linciarono sul posto. Per tale motivo un distaccamento di Guardie rosse giunse alla stazione per portare nella prigione della città diversi cechi come “testimoni”.

Da questo fatto e dal successivo tentativo riuscito dei soldati cechi di “liberare” i loro commilitoni trattenuti in città si svilupparono conseguenza che possono essere considerate tra le più decisive per la successiva guerra civile poiché la dura risposta del governo sovietico, che intervenne in maniera repressiva su indicazione di Trockij e non seppe tener conto della situazione psicologica dei soldati dell’armata ceca, così come invece aveva saputo fare a proposito delle richiesta di cessazione del conflitto da parte dei soldati russi, spinse i distaccamenti cechi, dispersi lungo la linea ferroviaria, ad occupare molte stazioni, avamposti militari e cittadine siberiane in direzione di Vladivostock.

Ma proprio in quel porto continuavano ad essere assenti o scarsamente presenti le navi a disposizione per il trasferimento delle divisioni ceche verso il fronte occidentale, mentre vi era una piccola concentrazione di navi da guerra alleate, il cui compito era quello di:

sorvegliare, come meglio potevano, le enormi giacenza di materiale bellico che si trovavano all’interno o intorno al porto. Queste scorte per un valore di un miliardo di dollari, erano state fornite alla Russia dagli Alleati che poi aveva abbandonato; non solo non erano state pagate ma c’era – o sembrava esserci – il pericolo che questo materiale, dopo essere stato trasportato verso ovest, finisse nelle mani dei tedeschi9.

A questo timore, per gli alleati, andava aggiunto quello derivante dalla grande massa di prigionieri turchi, tedeschi, austro-ungarici e di altri paesi che si trovavano in mano ai russi.

Di questi senza contare i turchi ce n’erano circa un milione e mezzo; solo il dieci per cento circa erano tedeschi; la metà, o forse più della metà, si trovavano in Siberia. Dopo la ratifica del trattato di Brest-Litovsk gli uomini, molti dei quali godevano già di un’ampia libertà personale, cessarono tecnicamente di essere prigionieri. Ma in ragione delle condizioni caotiche delle ferrovie russe, il rimpatrio fu, nella migliore delle ipotesi, molto lento e cominciarono ad arrivare notizie che questi grandi contingenti di soldati dispersi venivano armati o si stessero armando. Non passò molto tempo prima che i prigionieri assumessero lo status di spauracchi strategici. Non è mai stato chiarito con esattezza in che modo si pensava potessero danneggiare la causa alleata. Era sufficiente che venissero considerati tedeschi e, sebbene la stragrande maggioranza di loro non fosse nulla di tutto questo, tanto bastava per ammantarli di mistero e di minaccia sullo sfondo chimerico di una cospirazione bolscevico-tedesca. Gli inglesi temevano che quelli detenuti in Turkestan potessero costituire il nucleo di una minaccia per l’India10.

Incapaci di liberarsi dei fantasmi del “Grande Gioco”, che era stato condotto per quasi due secoli tra l’impero zarista e quello britannico per il controllo dell’Asia centrale e del sub-continente indiano11, gli inglesi soprattutto risultavano essere totalmente incapaci di comprendere le nuove condizioni politiche venutesi a creare dopo la Rivoluzione d’ottobre. Il cui unico spauracchio in quel momento era rappresentato, sempre per i rappresentanti alleati, dal fatto che i prigionieri potessero essere reclutati nell’esercito russo.

Questa, come molte altre affermazioni dello stesso tenore era una sciocchezza, Era comunque vero che le autorità sovietiche stavano facendo del loro meglio per indurre i prigionieri a rinunciare a servire il proprio paese e a unirsi all’Armata Rossa […]; ai prigionieri veniva data la possibilità di entrare in azione diventando “internazionalisti”, come venivano chiamati quelli che si arruolavano. Più tardi, quando Trockij si accinse a ricostruire l’Armata Rossa, la necessità di reclute, e soprattutto di uomini già addestrati, fece sì che venissero privilegiati i prigionieri di guerra. Fin dall’inizio i volontari erano stati deludentemente scarsi, ma [comunque] venne costruito sulla carta un considerevole contingente di internazionalisti, [anche se] sembra che rappresentasse solo il cinque o il sei per cento del numero totale dei prigionieri., pochissimi dei suoi membri arrivarono ad essere armati e agli internazionalisti non fu permesso, tranne in un paio di casi, di formare distaccamenti propri, ma vennero distribuiti in diversi scaglioni tra le unità russe12.

Occorre, per analizzare a fondo i fatti storici inerenti quel periodo, comprendere, esattamente come per le diserzioni sul fronte russo, a Caporetto, in Francia e per le proteste dei soldati inglesi dislocati ad Arkhangelsk e per quelli americani destinati a proteggere la linea transiberiana tra il 1918 e il 1919, che tali iniziative, quasi sempre spontanee e di massa, derivavano più dalla stanchezza per la guerra e il servizio militare in sé che non da una precisa scelta di campo ideologica. Così come quella dei marinai della portaerei Gerald Ford che qualche settimana fa è stata danneggiata gravemente da un incendio, molto probabilmente doloso, sviluppatosi a partire dalle lavanderia. Cosa che ha costretto i comandi americani a ritirarla dalla posizione assunta nel Mar Mediterraneo per sostenere le operazioni nel Golfo Persico per farla riparare prima in un porto greco e successivamente a riprendere la via del ritorno verso gli Stati Uniti, dopo una permanenza in mare durata ben oltre i sei mesi di servizio attivo programmato normalmente per le portaerei americane.

Sarebbe stato inoltre il caso da parte dei comandi alleati, che già nel luglio del 1918, su suggerimento dell’addetto militare britannico a Pechino, affermavano che non c’era dubbio che in Trans-Baikalia l’influenza tedesca stesse pericolosamente aumentando, di considerare gli uomini non soltanto come pedine, ma come tutt’altro che immuni alla nostalgia di casa, alla malnutrizione, alle malattie e alla demoralizzazione.

Il buon senso avrebbe dovuto dire agli strateghi alleati che i prigionieri di guerra, molti dei quali per più di tre anni erano stati ammassati in condizioni spaventose, che appartenevano a una mezza dozzina di razze reciprocamente antipatiche e tra i quali gli ufficiali erano divisi dai soldati, non avrebbero mai potuto costituire più di un fattore trascurabile nella situazione russa. Il buon senso però non era certo un ingrediente fondamentale della strategia interventista13.

E’ proprio la casualità del moto, ancor più che la sua causalità, che deve infatti essere compresa da chi voglia opporsi all’esistente, motivo per cui la funzione di un ‘eventuale direzione politica o partito non è quella di creare, ma di comprendere le condizioni in cui sia possibile agire in maniera utile e, possibilmente, vincente. Mentre, come affermava già Marx, «il bue borghese crede e diffonde» le stesse falsità che ha contribuito a creare14, ieri con i giornali e oggi con i social media così massivamente usati da politici e capi di governo per ogni “sommaria” comunicazione!

D’altra parte se gli Alleati si stavano lentamente avvicinando alla decisione di intervenire partendo da indizi sbagliati, anche i bolscevichi furono a tratti confusi da fenomeni come quello dei soldati cechi in rivolta che sembravano operare secondo chissà quali ordini invece che per se stessi. Così come dalla presenza di vari signori della guerra che cercavano di spadroneggiare tra le grandi pianure della Siberia e la vicina Manciuria per scopi prevalentemente banditeschi, approfittando del crollo dell’ordine precedente.

Tra questi un ruolo di rilievo sarebbe stato svolto da un ataman cosacco, un ventottenne capitano di nome Grigori Semënov, compagno per un periodo del famigerato barone Ungern-Stemberg15 che si sarebbe guadagnato nella guerra civile una reputazione di sadica brutalità superata da ben pochi rivali, che con un rapido colpo di mano si era assicurato il controllo di una piccola località, Manzhouli, appena all’interno della frontiera della Manciuria, in cui la Transiberiana si collegava alla Ferrovia Orientale cinese, che forniva la via più diretta per Vladivostock.

Prima di comprendere che il cosacco operava sotto la guida delle autorità giapponesi, interessate già all’epoca ad estendere il dominio imperiale sulla Cina, gli alleati videro in lui un potenziale punto di riferimento per il controllo del territorio siberiano a occidente del porto russo. La sua piccola armata di seicento “canaglie” (di cui due terzi erano costituiti da mongoli e cinesi) venne sbaragliata, nella sua avanzata, da un contingente, che comprendeva alcuni prigionieri di guerra ungheresi, al comando di Lazo, un capo partigiano bolscevico di talento, ma nonostante ciò suscitò tra i francesi e gli inglesi un certo interesse. Così, nei primi giorni di febbraio del 1918, Semënov ricevette 10.000 sterline e gli inglesi gli promisero una somma simile per ogni mese a venire.

Anche i francesi, informati di questa transazione, cominciarono a sovvenzionare Semënov, mentre i giapponesi fornirono – oltre ai soldi – armi e munizioni e un certo numero di “volontari” che arrivarono a Manzhouli in borghese e, oltre a presidiare i cannoni da campo di Semënov, costituirono il fiore della sua fanteria. […] Il Giappone, unico tra i tre benefattori di Semënov, esercitò una certa misura di controllo sulle sue attività16.

Le illusioni riconducibili alla figura di Semënov, sul quale gli alleati europei smisero ben presto di far conto, sono da ricordare soltanto per sottolineare le profonda confusione, le contraddizioni e le rivalità che animavano lo schieramento dei fautori dell’intervento in Russia. Così, anche se una fotografia contenuta nel volume ci mostra i rappresentanti di nove paesi17 apparentemente uniti dallo scopo comune, in realtà gli obiettivi rimanevano spesso confusi e sostanzialmente nemici tra di loro.

L’unica cosa che inglesi e francesi continuavano a sbandierare era il pericolo rappresentato dalle “forze tedesche” ancora presenti sul campo durante il maggio-giugno dello stesso anno, quando le commissioni tedesco-austriache arrivarono in Russia per definire le condizioni del rimpatrio dei soldati. Cosa che, tra le altre, aveva fatto sì che il riarruolamento degli “internazionalisti” nelle armate sovietiche fosse sospeso.

Tuttavia ciò non impedì agli Alleati di continuare a parlare, e infine di agire, come se ampie quanto imprecisate zone di territorio russo ospitassero importanti concentrazioni di truppe nemiche. Ancora nel settembre 1918 – almeno due mesi dopo che l’ultimo magiaro perplesso aveva restituito il proprio obsoleto fucile Berdan ai magazzini del quartier generale – il Primo Ministro britannico si congratulava con il dottor Masaryk18 per gli “eclatanti successi dalle forze cecoslovacche contro gli eserciti di truppe tedesche e austriache in Siberia”19.

Certo non è stata soltanto la guerra in Iraq ad avere bisogno di inesistenti “pistole fumanti” per giustificare interventi militari destinati soltanto al fallimento dopo inutili distruzioni di vite umane. Mentre la politica militare condotta dal Giappone in Siberia serve a rivelare, insieme a quella americana, la profonda diversità di vedute e di obiettivi tra gli “alleati”. Infatti, mentre Semënov, autentico fantoccio dei giapponesi, si era installato a un’estremità della Ferrovia Orientale cinese:

all’altra estremità, saldamente confinato in un luogo chiamato Pogranichnaia, un altro leader cosacco, di nome Kalmykov, un delinquente minore ma per certi versi più rivoltante di Semënov, era ancora più alle dipendenze dei padroni giapponesi.
Cosa ancor più importante di tutti questi intrallazzi, il Giappone concluse a metà maggio un accordo militare segreto con la Cina che prevedeva la cooperazione tra le rispettive forze armate se “il nemico” avesse minacciato i loro territori o “la pace o la tranquillità generale in Estremo Oriente”. Poiché il nemico non veniva identificato, i limiti geografici dell’Estremo Oriente non erano definiti e non veniva offerta alcuna interpretazione di ciò che poteva essere considerato una minaccia alla pace generale e alla tranquillità, il trattato dava di fatto al Giappone il diritto di dispiegare le proprie truppe sul territorio cinese ogni volta che avesse voluto inventarsi un pretesto per farlo. [Il Giappone] Voleva consolidare la propria sfera d’influenza in Manciuria. [I suoi] obiettivi finali erano quindi diametralmente opposti, anche se non dichiaratamente, a quelli degli alleati. L’ultima cosa che il Giappone voleva era proprio […] un’amministrazione russa forte e stabile in Siberia. Il Giappone aveva tutto l’interesse a creare l’anarchia, o perlomeno il sistema di signori della guerra che Semënov, con il suo aiuto, aveva così vividamente esemplificato20.

Se al lettore paziente tutto ciò facesse venire in mente non soltanto l’attuale politica di Israele nei confronti del Medio Oriente, ma anche il miglior romanzo a fumetti di Hugo Pratt21, non sarebbe molto lontano dal vero e proprio per questo motivo si è scelto di illustrare questo articolo con immagini provenienti dai bozzetti preparatori o dalle pagine dello stesso.

Ma ancor più destinato a creare confusione fu l’intervento americano, per giustificare il quale l’allora presidente Wilson scrisse pagine degne del miglior Donald Trump, in piena crisi di senescenza personale e imperiale americana. Una decisione di intervento, ratificata il 6 luglio del 1918, a favore di quella che, nel frattempo, era stata denominata Legione ceca, ovvero quell’insieme di circa 40.000 soldati, di cui 12.000 arrivati a Vladivostock in attesa di navi che non c’erano, dislocati lungo i 4.800 chilometri della Transiberiana tra Irkutsk e Penza. Una decisione presentata da Wilson al suo Segretari di Stato e successivamente agli ambasciatori alleati per mezzo di un memoir composto alla macchina da scrivere dallo stesso presidente22.

«L’azione militare», vi si affermava, «è ammissibile in Russia […] solo per aiutare i cecoslovacchi a consolidare le proprie unità, a cooperare con successo con i fratelli slavi e per sostenere qualsiasi sforzi di autogoverno o di autodifesa in cui i russi stessi potrebbero essere disposti ad accettare aiuto.» E anche se una nuova versione presentata successivamente avrebbe ripreso il pericolo rappresentato dai prigionieri armati tedeschi e austriaci, quel documento non aveva quasi alcun significato: «Quali russi? Autodifesa contro chi? E soprattutto cosa aveva a che fare con la vittoria della guerra contro la Germania il fatto che i cechi “potessero collaborare con successo con i loro fratelli slavi”?»23 Soprattutto una volta considerato il fatto che molti fuggitivi e ufficiali russi filo-zaristi avevano dato vita ad Harbin ad una comunità piuttosto numerosa, presieduta dal generale Horvat, dove:

Nelle sale pubbliche sovraffollate dell’Hotel Moderne gli speroni tintinnavano senza posa, risuonavano brindisi patriottici e gli occhi si riempivano di lacrime. Gli opinionisti anatomizzavano i pettegolezzi, le canaglie portavano avanti intrighi e gli speculatori facevano fortuna. Si scambiavano saluti, si baciavano le mani, si lucidava l’elsa della spada. Ma a parte qualche losco e deplorevole avventuriero nessuno lasciò la scena di questo tableau vivant marzial-patriottico per prendere un treno verso il fronte24.

E se tutto ciò, ancora una volta, suggerisse al lettore qualche parallelo con le politiche internazionali, e soprattutto europee, nei confronti del conflitto russo-ucraino attuale…beh, ancora una volta non si sbaglierebbe di certo. Così come sembra confermare l’immagine di un territorio frammentato in vari governatorati e percorso da piccoli e grandi eserciti, ognuno rispondente ad esigenze ed interessi diversi.

Deve essere allora chiaro, in chiusura, che il successivo ruolo svolto dall’ammiraglio russo Aleksandr Vasil’evič Kolčak (San Pietroburgo 1874-Irkutsk 1920), ex-comandante della flotta russa del Baltico destituito dall’incarico a seguito della Rivoluzione, nella posizione assunta nelle armate Bianche dopo essersi volontariamente presentato ai comandi alleati per continuare a battersi anche come semplice soldato, tanto da far ipotizzare in un primo tempo ai comandi britannici di usarlo in Mesopotamia, sarebbe stato destinato all’insuccesso fin dall’inizio.

Nonostante i suoi progetti di liberare la famiglia del zar, che non contribuirono ad altro che a indurre i bolscevichi ad eliminarne tutti i componenti il più rapidamente possibile nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 a Ekaterinburg; le sue iniziali vittorie e la fondazione di una Repubblica siberiana di cui si autonominò dittatore, Kolčak finì come tutti i mercenari di talento, come Wallenstein nella Guerra dei Trent’anni oppure Yevgeny Prigozhin nell’odierna guerra in Ucraina, ovvero tradito dai suoi stesi padroni, infastiditi da una personalità tendente ad ampliare i limiti entro cui avrebbe dovuto esclusivamente muoversi.

Kolčak avrebbe allora perso l’appoggio della legione Ceca e della Quinta divisione fucilieri polacca che si ritirarono dal conflitto già nell’ottobre 1918, mentre il nuovo comandante della Legione Ceca, il generale francese Janin, lo considerava un mero strumento dei britannici. Kolčak non poté neppure contare sull’aiuto dei giapponesi che temevano che volesse interferire con la loro occupazione dell’estremo oriente russo, mentre le truppe americane stanziate in Siberia finirono col dichiarsi strettamente neutrali riguardo “agli affari interni russi” e rimasero solo per sovraintendere alla “sicurezza” della Ferrovia Transiberiana.

Quando nel 1919 le forze dell’Armata Rossa riuscirono a riorganizzarsi e passarono al contrattacco, l’esercito di Kolčak iniziò a perdere terreno. I bolscevichi scatenarono la controffensiva nell’aprile, e, alla fine del mese di giugno, le forze di Michail Tuchačevskij sfondarono le difese dei Bianchi sugli Urali, catturando Čeljabinskil 25 luglio. Ma Kolčak era anche sotto la minaccia di nemici interni al proprio Stato: oppositori locali iniziarono a cospirare contro il suo potere e persino il supporto inglese venne meno, riponendo il governo britannico più fiducia in Denikin.

Kolčak fu costretto a lasciare Omsk, sede del suo comando, utilizzando la ferrovia Transiberiana il 13 novembre 1919; attraversando aree controllate dai Cecoslovacchi fu più volte fermato e successivamente dichiarato decaduto dal comando. Anche se a Kolčak fu promesso che sarebbe stato consegnato al comando britannico a Irkutsk, dove però, il 20 gennaio 1920, il governo della città aveva rimesso il potere nelle mani di un comitato bolscevico. A seguito dell’arrivo di un ordine da Mosca, fu condannato a morte e fucilato all’alba del 7 febbraio.

Anche se la guerra sarebbe finita circa due anni dopo, con la tragica repressione della ribelle Kronstadt e la disastrosa iniziativa di avanzata bolscevica e delle armate rosse sulla Vistola, che non avrebbe tenuto conto del fatto che la possibilità di un appoggio rivoluzionario in Germania era venuto meno con la repressione dell’insurrezione spartachista del gennaio 1919 da parte del socialdemocratico Noske, che aveva concesso piena libertà d’azione ai Freikorps formati da volontari nazionalisti, in realtà fruttò alcuni risultati degni di attenzione.

In particolare la disarticolazione dell’intervento alleato, cui alla confusione di intenti si sovrappose molto rapidamente il rifiuto dei soldati, soprattutto inglesi e americani, di continuare la permanenza e lo stato di belligeranza in Russia. La piena riaffermazione del governo bolscevico sui territori dell’ex-impero zarista e la diffusione verso l’Asia centrale e l’Estremo Oriente delle idee rivoluzionarie e socialiste. Diffusione che, contribuendo ad animare le iniziative rivoluzionarie in tutto l’area fino alla costituzione della Repubblica Popolare cinese e ancor più avnti nel tempo, compensò l’autentico scacco subito in Occidente dalle altalenanti politiche dell’Internazionale comunista, prima e dopo l’avvento dello stalinismo.

Se, infine, il disastro delle strategie alleate e delle armate bianche in Siberia nel corso del 1918-19 dovesse suggerire al paziente lettore un parallelo con il recente fallimento politico e militare americano nel Golfo Persico, non dovrebbe fare altro che leggere qui per trovare conferma delle proprie supposizioni.


  1. P. Fleming, Prefazione a Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 17-18.  

  2. Si veda: C. Miéville, Ottobre. Storia della Rivoluzione russa, Nutrimenti, Roma 2017.  

  3. P. Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 35-36.  

  4. P. Fleming, op. cit., p. 37.  

  5. La battaglia di Passchendaele fu combattuta tra il 31 luglio e il 6 novembre 1917. L’obiettivo franco-britannico consisteva nel prendere possesso dei crinali meridionali e orientali nei pressi della città belga di Ypres nelle Fiandre, ma per le elevatissime perdite subite, i modesti risultati e l’incapacità dei generali britannici, la battaglia di Passchendaele nella storiografia britannica diventò sinonimo di fiasco militare, mentre lo storico militare Basil Liddell Hart la definì”il più triste dramma della storia militare inglese”.  

  6. Fleming, op. cit., pp. 38-39.  

  7. Ibidem, p.39.  

  8. Ibid., pp. 25-26.  

  9. Ivi, pp. 29-30.  

  10. ibid., p. 74.  

  11. Si veda: P. Hopkirk, Il Grande Gioco, Adelphi Edizioni, Milano 2004.  

  12. Fleming, op. cit., pp. 75-76.  

  13. Ivi, p. 75.  

  14. K. Marx – Lettera a Kugelmann del 27 luglio 1871.  

  15. Si veda: V. Pozner, Il barone sanguinario, Adelphi Edizioni, Milano 2012.  

  16. Fleming, op. cit., pp. 63-64.  

  17. Si tratta di una fotografia scattata a Vladivostock in cui sono presenti, in pose più o mene austere e marziali, gli ufficiali americani, giapponesi, polacchi, inglesi, rumeni, francesi, italiani, cinesi e cecoslovacchi dei contingenti militari presenti in città.  

  18. Tomáš Garrigue Masaryk, primo presidente della Cecoslovacchia eletto nel 1918.  

  19. Fleming, op. cit., p. 77.  

  20. Ibidem, pp. 86-89.  

  21. Corte Sconta detta Arcana, appartenente al ciclo di Corto Maltese e uscito originariamente a puntate su «Linus» tra il 1974 e il 1977.  

  22. Oggi avrebbe avuto a disposizione X, Truth o gli altri social usati quotidianamente da “The Donald”.  

  23. Fleming, op. cit., pp. 82-83.  

  24. Ivi, p. 64.  

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I comunisti della capitale… (seconda parte) https://www.carmillaonline.com/2022/11/09/i-comunisti-della-capitale-seconda-parte/ Wed, 09 Nov 2022 21:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74526 di Pietro Basso

David Broder, The Rebirth of Italian Communism, 1943-44. Dissidents in German-Occupied Rome, Palgrave Macmillan, 2021

Per quanto possano esserci stati attriti tattici di secondaria importanza, la svolta a cui si opposero come poterono nuclei organizzati di comunisti come quello di Roma, veniva dalla direzione stalinista del movimento comunista internazionale. Questo dato essenziale, oggi convalidato da qualsiasi ricerca storica degna del nome, i “comunisti dissidenti” di Bandiera rossa non riuscirono né a capirlo né a crederlo, restando così prigionieri delle proprie illusioni e votati alla sconfitta. La loro convinzione che [...]]]> di Pietro Basso

David Broder, The Rebirth of Italian Communism, 1943-44. Dissidents in German-Occupied Rome, Palgrave Macmillan, 2021

Per quanto possano esserci stati attriti tattici di secondaria importanza, la svolta a cui si opposero come poterono nuclei organizzati di comunisti come quello di Roma, veniva dalla direzione stalinista del movimento comunista internazionale. Questo dato essenziale, oggi convalidato da qualsiasi ricerca storica degna del nome, i “comunisti dissidenti” di Bandiera rossa non riuscirono né a capirlo né a crederlo, restando così prigionieri delle proprie illusioni e votati alla sconfitta. La loro convinzione che fossero mature le condizioni per un nuovo assalto al cielo era infondata per il loro errato giudizio sullo stalinismo e sull’Urss. E lo era anche, a un livello ancora più profondo, per ciò che riguarda i rapporti di forza su scala internazionale tra classe capitalistica e movimento proletario. Vediamo il primo aspetto, torneremo in seguito sul secondo.

Il 26 novembre 1943, nel suo discorso da Mosca “L’Italia in guerra contro la Germania hitleriana”, Togliatti afferma in modo inequivocabile sull’Italia post-fascista quanto segue:

Sarebbe assurdo pensare al governo di un solo partito o al dominio di una sola classe. L’unità e la collaborazione di tutte le forze democratiche e popolari dovranno essere l’asse della politica italiana, la base su cui verrà costruito un vero regime democratico, che distrugga le radici del fascismo e dia alla nazione delle garanzie serie contro ogni possibile ripetizione della tragica avventura ch’è costata all’Italia il suo benessere, la sua libertà, la sua indipendenza, il suo onore. Ma questo non vuol dire che nella vita del paese non debbano essere operate profonde riforme… la nuova democrazia italiana… con un ragionevole intervento dello stato dovrà impedire che dei gruppi di plutocrati avidi ed egoisti [gli Agnelli ad esempio? – n.] sfruttino il monopolio delle risorse del paese per asservire il popolo intero e gettare il paese nell’abisso di criminali avventure di guerra.

Questa linea di condotta era perfettamente coerente con l’obiettivo strategico perseguito da Stalin, che non era più la rivoluzione proletaria internazionale, cui lo stalinismo aveva rinunciato da tempo, bensì la costruzione in Russia di un industrialismo di stato capace di ridurre il gap economico-tecnologico rispetto alle grandi potenze occidentali. In tale prospettiva strategica di coesistenza e di concorrenza pacifica tra il campo occidentale e quello del “socialismo reale”, rientrava la pace con gli imperialisti d’Occidente, la divisione del mondo in sfere di influenza, nonché la spartizione dell’Europa che prevedeva l’assegnazione dell’Italia al dominio delle democrazie anglo-sassoni. Contro questo muro si infranse l’attività politica del Mcd’I che pagò dazio alla fine della guerra con la sua rapida disgregazione e scomparsa. Una fine amara perché la battaglia politica del Mcd’I per la rinascita di un movimento comunista rivoluzionario in Italia non si era certo limitata ai giornali e alla propaganda delle proprie idee, ma aveva visto la sua partecipazione alla resistenza armata anti-nazista e anti-fascista, svolta da posizioni autonome. Broder ricostruisce con estrema puntualità il peculiare modo di partecipare alla resistenza di questo insieme di militanti. Parlo di insieme perché il Mcd’I non fu mai un organismo centralizzato, a differenza del PCI-partito nuovo, restando piuttosto, dall’inizio alla fine, una federazione di vari gruppi di comunisti attraversati da influenze ideologiche molteplici (incluso l’anarchismo). Nella biblioteca di sezione del Mcd’I la “Storia della rivoluzione russa” di Trotsky, e scritti di Bordiga, Bucharin o Malatesta potevano stare accanto alle opere di Marx Engels e Lenin senza provocare guerre di religione. L’aspirazione di questi compagni ad essere dei militanti ben attrezzati si materializza nella scuola di formazione di Grotta Rossa. Già negli “anni della cospirazione” la loro priorità non era l’azione militare, bensì la ricostituzione dell’organizzazione comunista. Questa impostazione consentirà a Bandiera rossa di essere uno dei pochissimi esempi di “leadership politica comunista” nell’azione militare nel corso di tutta la resistenza italiana. Quando su Roma, dal settembre 1943, si stringe la morsa sanguinaria delle truppe naziste ed inizia l’attività militare dell’Armata rossa (così il Mcd’I denominò i suoi nuclei d’azione armata), la priorità di questa area di compagni rimane non lo scontro frontale con i nazisti, ma la preparazione delle forze e delle strutture per quando le truppe naziste avrebbero lasciato la città. Il loro sforzo principale – riuscito solo in piccola parte – resta il radicamento sociale negli strati proletari e popolari più schiacciati, ridotti alla fame nera. Tuttavia la Wehrmacht e la polizia fascista, mettendo in atto la coscrizione obbligatoria e la deportazione, obbligano chi intenda resistere a questa duplice violenza ad organizzarsi in gruppi armati. Il Mcd’I non si tira indietro. La consistenza delle sue milizie sarà sempre piuttosto limitata, ma il movimento arriva ad avere 27 unità locali, 8 gruppi speciali, e collegamenti con 39 bande “esterne”, alcune delle quali estranee ai suoi orientamenti politici. Pagherà un pesante tributo di sangue nei 9 mesi di occupazione nazista della città, designata capitale della Repubblica sociale italiana.

Seguendo un tracciato del tutto differente, i Gap del PCI operanti per lo più nel centro di Roma, furono dediti esclusivamente ad un’attività militare finalizzata a provocare rappresaglie naziste come strumento per stimolare la popolazione a sollevarsi contro lo straniero nell’ottica di un “nuovo risorgimento” dell’Italia – nelle parole di Rosario Bentivegna, uno dei gappisti più noti, a “scuotere la popolazione, eccitarla in modo che si sollevasse contro i tedeschi”, una tattica fallimentare perché a Roma non ci fu alcuna insurrezione. Ci fu, invece, una catena di sanguinose repressioni nazi-fasciste: tra le più brutali quelle compiute al Trionfale, al Quadraro e l’eccidio delle Fosse ardeatine dopo l’attentato di via Rasella, organizzato dai GAP il 23 marzo 1944 contro una compagnia di riservisti alto-atesini senza ruoli di combattimento. In tutti e tre i casi gli appartenenti al Mcd’I e all’Armata rossa pagarono il prezzo più alto tra le diverse componenti della resistenza romana: 68 dei 335 prigionieri (e passanti) fucilati alle Fosse ardeatine erano militanti del Mcd’I che – con ottime ragioni, a mio avviso – criticò i metodi terroristici dei Gap e si espresse a favore di un approccio “difensivo” alla lotta contro le forze nazifasciste in ritirata.

Nonostante queste difficilissime prove, il prestigio e il seguito del Mcd’I continuano a crescere fino alla fine del 1944, quando i membri del movimento oltrepassano le 13.000 unità (ma il PCI, con una progressione fulminea, aveva già oltrepassato i 50.000). Il momento di massima euforia è nei giorni successivi all’entrata delle truppe alleate in Roma avvenuta il 4 giugno 1944. Scrive Corvisieri:

I nove terribili mesi dell’occupazione e del terrore nazifascista erano finiti. Per i militanti più vecchi come De Luca (uscito da Regina Coeli alla testa di un corteo di detenuti politici), Poce, Volpini e tanti altri l’attesa era stata molto più lunga: da venti anni aspettavano quelle radiose giornate. La fame e la miseria generale, che tuttavia restavano, non frenarono le manifestazioni popolari di entusiasmo per la ritrovata libertà. La fine di un incubo. I militanti più attivi del Mcd’I si erano impossessati delle sedi necessarie alla loro attività e s’impegnarono a fondo nel reclutare giovani per l’Armata Rossa. Poce, a conferma dell’autorità di cui godeva, fu affiancato al vice-questore.
Furono giorni di vertigine per chi aveva tanto sofferto e anelato alla sconfitta del fascismo come nella necessaria premessa per la rivoluzione socialista. Il sogno di allestire un esercito popolare di liberazione, una Armata Rossa, apparve per qualche tempo di possibile realizzazione. Durante la occupazione di Roma, Armata Rossa era stata una piccola ma agguerrita formazione che raggruppava alcune centinaia di combattenti del Mcd’I e del PCI (sbandati o dissidenti dal partito); ora si trattava di sviluppare questo nucleo fino ad avere una forza armata popolare che conducesse autonomamente la guerra contro i tedeschi e i fascisti, affiancandosi agli Alleati e stabilendo un contatto non solo ideale con i partigiani del nord.

In pochi giorni la campagna di reclutamento dei volontari vede l’adesione di 40-50 mila giovani. E immediatamente scatta l’altolà degli Alleati “liberatori”, che “preoccupati dal movimento dei volontari che sarebbe stato difficile da controllare, emisero un decreto che ordinava la sospensione degli arruolamenti e ogni altra iniziativa non autorizzata. Poce, avendo insistito il Mcd’I nella sua azione, passò da vice-questore al carcere. Tornò in quella Regina Coeli che aveva conosciuto a più riprese durante il fascismo e ci restò per un paio di mesi.”

Fatto altamente simbolico dell’avvio della democrazia post-fascista (non però anti-fascista, come usa dire). L’esperienza romana è uno dei pochi casi in cui, pur essendoci rapporti con i comandi anglo-americani, viene mantenuta sia l’autonomia dell’organizzazione comunista che quella dei gruppi armati, perché “i proletari combattono per sé stessi”, e non per la borghesia. Poce si scontra con questi comandi quando pretendono di imporre al Mcd’I che a Roma non ci debba essere una insurrezione, e rinuncia al suo proposito solo quando sa che PCI, Psi e azionisti hanno accettato il diktat. Alla vigilia dell’occupazione di Roma da parte delle truppe alleate si rifiuta di mettere le proprie milizie sotto il controllo dei commissariati romani di pubblica sicurezza. Sennonché è proprio questa autonomia che i nuovi padroni, alleati e protettori dei vecchi padroni, non intendono in alcun modo accettare, tant’è che oltre Poce, anche altri militanti del Mcd’I vengono arrestati dalle forze della repressione democratica. Del resto, il 19 luglio 1943 i bombardamenti alleati su Roma erano cominciati, guarda caso, dal quartiere rosso di San Lorenzo con una strage di 1.600 persone. Nello scontro inter-imperialistico tra truppe nazifasciste e truppe a guida anglo-americana appariva sempre più chiaro, ormai, che la Resistenza avrebbe dovuto avere più un ruolo subalterno. Come ebbe poi a riconoscere senza mezzi termini Ferruccio Parri: Rifiutiamo per noi le penne del pavone. Sono gli Alleati che hanno sconfitto il nazismo e la sua triste appendice.

Un giudizio storico-politico che, contro ogni bolsa retorica resistenziale di “estrema sinistra”, oggi appare indiscutibile. Per dirla con Paul Ginsborg: “la Resistenza non fu mai servile nei confronti degli Alleati, ma non può esservi alcun dubbio sulla sua essenziale subordinazione” ai comandi Alleati. I “comunisti dissidenti” di Roma cercarono invano di sottrarsi a questo amaro destino di donatori di sangue per la vittoria degli Alleati (imperialisti). Decimati dai nazi-fascisti; controllati, intimiditi e colpiti dalle autorità alleate; calunniati, minacciati, attaccati politicamente dal PCI; grazie alla loro speciale dedizione alla causa, erano riusciti a crescere fino alla fine del 1944, ma non ebbero la forza di tenere il campo dopo il crollo del nazifascismo e la fine della guerra. Si divisero prima tra favorevoli e contrari all’ingresso nel PCI; si dispersero poi in più direzioni, per dissolversi completamente nell’estate del 1947. Il PCI accettò nelle sue fila la gran parte dei militanti di base, respingendo invece i capi.

La vittoria del PCI sul Mcd’I è, in realtà, parte di un processo assai più ampio e profondo di nuova stabilizzazione del capitalismo globale dopo il trentennio di devastanti sconvolgimenti che va dal 1914 al 1945 passando per due guerre mondiali e la Grande Depressione. L’impressionante salasso di capitale fisso e di esseri umani avvenuto in questo frangente; il totale tracollo delle tre potenze dell’Asse; l’emergere sulle loro rovine e sul disfacimento dell’impero coloniale britannico di un nuovo, potentissimo guardiano dell’ordine capitalistico mondiale dotato di armi di sterminio di massa e in possesso di ingenti quantità di capitali da anticipare ai paesi europei vinti, gli Stati Uniti d’America; aprono una fase di forte ripresa dell’economia. E per i paesi europei, un periodo di pace nel quale i proletari in massa vengono risucchiati in una macchina produttiva democratica (fuori dai luoghi di lavoro) che pare promettergli un futuro differente dall’incubo vissuto da due generazioni di lavoratori. Non erano stati solo i dissidenti romani, erano stati in centinaia di migliaia, se non milioni di proletari italiani, jugoslavi, greci, albanesi e così via a sognare la ripresa e la conclusione vittoriosa del ciclo rivoluzionario degli anni 1917-1927. Che non si trattasse di sparuti gruppi settari e infantili, lo hanno riconosciuto in seguito gli stessi massimi pedagoghi della “via italiana al socialismo”. Ha scritto ad esempio Giorgio Amendola: “Vi era nel partito un profondo contrasto tra una grande parte degli aderenti che vedeva l’insurrezione [del 25 aprile ‘45] in maniera ingenua come già l’inizio del socialismo, e il gruppo dirigente che aveva coscienza dei limiti di classe della situazione italiana e cercava di correggere questo orientamento massimalista”. E lo stesso Togliatti, ha confessato ripetutamente che fu dura far comprendere alla massa dei militanti che la scelta di Salerno e dell’unità nazionale con la borghesia italiana in quanto tale non era una furba tattica doppiogiochista per fregare gli avversari borghesi, bensì la definitiva rinuncia alla prospettiva della rivoluzione sociale.

Con la mano ferma dello studioso che sa bene quello che dice, con ammirevole sobrietà nello stile, David Broder ci conduce a vedere e a vivere il progressivo impatto devastante che questo nuovo corso del capitalismo mondiale e del “movimento comunista internazionale” ebbe sui “dissidenti comunisti” di Roma. Davvero un libro da leggere. Che si chiude con queste parole:

i militanti del Mcd’I erano guidati più dalla fede in ciò per cui stavano combattendo che da una chiara idea su come raggiungere il proprio scopo. Questi proletari romani sognavano il sol dell’avvenire e una vittoria che non era soltanto degna della lotta per conseguirla, ma anche inevitabile, assicurata dal movimento della storia. Questa fede permise una coesione che altrimenti sarebbe mancata alla loro organizzazione piuttosto traballante, una teleologia capace di dare senso ai loro terribili sacrifici. Ma quando l’obiettivo finale scomparve dal loro orizzonte, non gli rimase alcuna tradizione da difendere. Alcuni di loro modificarono il proprio modo di vedere per abbracciare lo spirito dei tempi; i più rivolsero semplicemente le loro speranze al di fuori della politica. Non ci fu alcun lieto fine, né alcuna redenzione, e neppure un articolo di giornale che spiegasse perché gli ultimi seguaci avevano staccato la spina. Non potettero avanzare alcuna giustificazione, né indicare una svolta sbagliata. La loro storia non è stata altro che una storia di fede nel futuro, e della sua sconfitta.

Eppure: se un domani ci sarà una Roma senza Quirinale, senza Vaticano, senza i pescecani e senza la sterminata burocrazia che oggi l’appestano. Se sui sette colli nuove generazioni di proletari dovessero fondare la Comune romana sognata nel 1943-’45 da questi sconfitti esploratori del futuro. Allora la loro vicenda, i loro nomi sconosciuti grandeggeranno sulle forze nazionali e internazionali e sui “celebri personaggi” che li dispersero.

Fine

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