Alessandro Mantovani – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 08 Aug 2026 20:00:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale / 37 – Sull’utilità o il danno della teoria del socialismo in un paese solo per l’internazionalismo https://www.carmillaonline.com/2026/05/27/il-nuovo-disordine-mondiale-37-una-riflessione-sulle-origini-e-i-danni-arrecati-dal-socialismo-in-un-paese-solo-alla-teoria-della-rivoluzione/ Wed, 27 May 2026 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94855 di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro

Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa ad un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran [...]]]> di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro

Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa ad un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran parte degli attuali lettori, forse, non ha la minima conoscenza oppure non ha mai sentito nemmeno lontanamente parlare. Eppure, eppure…

Nel breve periodo compreso tra il dicembre del 1926 e il gennaio del 1927 si consumò un’autentica tragedia politica per la successiva storia del movimento rivoluzionario comunista e proletario, destinata a riflettersi non soltanto nelle campagne diffamatorie e persecutorie condotte nei confronti di alcuni dei suoi protagonisti più in vista dalla dirigenza staliniana del Partito bolscevico russo e dell’Internazionale Comunista, ma anche sulle scelte di politica interna ed estera della ormai non più neonata Repubblica dei soviet e su quelle inerenti la tattica o le tattiche da adottare nei confronti degli avversari.

Scelte che avrebbero finito con l’influenzare anche la più generale strategia del movimento operaio e la concezione che il movimento rivoluzionario avrebbe avuto di sé non soltanto nei decenni immediatamente successivi ma anche, purtroppo, fino ai nostri giorni. Ed è il titolo stesso della ricerca condotta con precisione e ricchezza di argomenti e materiali da Alessandro Mantovani a rivelare come tale battaglia in seno al Partito comunista, che avrebbe dovuto essere mondiale, riguardasse all’epoca la possibilità o meno di instaurare il “socialismo in un solo paese”.

Una scelta che, una volta affermatasi per la Russia sovietica, avrebbe non soltanto permesso la diffusione della medesima idea nel corso delle rivoluzioni anticoloniali sviluppatesi a partire da allora e nella seconda metà del ‘900, ma anche contribuito ad un totale stravolgimento della teoria marxista rivoluzionaria e della pratica internazionalista che ne costituiva, e dovrebbe ancora costituire, l’irremovible e irrinunciabile corollario.

Un’idea, quella della possibilità di realizzare il socialismo in un “paese solo”, che oltre a confondere le finalità anticapitaliste della rivoluzione con quelle del “necessario” sviluppo economico in chiave di ammodernamento delle strutture economiche e sociali, ha finito con il rappresentare un’autentica spinta all’interclassismo e alla collaborazione tra le classi in funzione delle difesa degli interessi “nazionali”. Un percorso teorico che ha finito con il giustificare qualsiasi collaborazione politica con quelli che avrebbero dovuto essere gli avversari dichiarati di un progetto rivoluzionario atto a superare l’attuale modo di produzione: Stato, interesse nazionale delle classi possidenti, partiti borghesi che ne rappresentano gli interessi.

Così ancora oggi, dopo essere entrati «in una fase di nuova spartizione del mondo tra imperialismi […] in cui emerge nettamente e irreversibilmente la tendenza al riarmo generale e alla guerra “guerreggiata”», il mito della realizzazione del socialismo in un solo paese oppure che un solo paese possa rappresentare il modello sociale, politico ed economico cui ispirarsi per il rovesciamento dell’esistente si traveste subdolamente, ma in maniera assai «varia e penetrante», attraverso «il nuovo mito del “campismo”» 1.

Mito ravvisabile spesso tra quelle correnti politiche che si richiamano ancor oggi al marxismo-leninismo, altra “invenzione” del principale artefice della svolta controrivoluzionaria all’interno dell’Internazionale Comunista e nel partito russo: Iosif Stalin.

Una teoria della Rivoluzione che nel dichiararsi sia marxista che leninista è riuscita nel duplice intento di tradire sia Marx, che come è noto mai si sarebbe dichiarato marxista2, che Lenin, le cui battaglie internazionaliste furono travisate nel loro intento dopo che Stalin ebbe creato un vero e proprio culto della personalità del leader bolscevico per presentare la propria politica come la diretta continuazione della sua opera, in contrasto con l’opposizione di sinistra riunita intorno a Trotsky.

Stalin avrebbe introdotto pubblicamente il marxismo-leninismo alla fine del suo resoconto al XVII Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) il 26 gennaio 1934, anche se già nel 1924 aveva tenuto lezioni presso l’Università Sverdlov che sarebbero poi state successivamente raccolte in un volume dal titolo Principi del leninismo. Ma soltanto nel 1938, nel Corso breve di storia del Partito bolscevico redatto dall’apposita commissione del Comitato centrale del PCU(b), tale pensiero acquisì la forma di “dogma”. Infatti, in quell’anno vennero istituite in URSS le prime Università di marxismo-leninismo come livello superiore della formazione partitica, divenendo in seguito elemento di grande importanza nei sistemi scolastici dei paesi socialisti. Motivo per cui ogni università ed istituto superiore doveva possedere un proprio “Istituto di marxismo-leninismo”.

Il termine “marxismo-leninismo” rimase in uso presso i partiti comunisti anche dopo il XX Congresso del PCUS e le critiche ufficiali avanzate allo stalinismo, mentre nella Russia di Putin, cui Lenin è sicuramente inviso, una rivalutazione della figura e del ruolo di Stalin come grande statista che ha avuto il merito di avviare la modernizzazione del paese è entrata a far parte non soltanto del discorso politico ma, anche, dei manuali di storia della Russia, pubblicati con il sostegno del Ministero dell’Istruzione e destinati agli insegnanti3.

Questa apparente divagazione sul tema del marxismo-leninismo serve per tornare sia sul tema principale del testo curato da Alessandro Mantovani che su quello, precedentemente indicato, di una posizione politica che oggi, nell’illusione di abbreviare i tempi della ripresa della lotta di classe nei confronti della guerra imperialista, fa perno sulla possibilità che paesi come Cina e Russia o blocchi di potenze emergenti, i BRICS, oppure singole nazioni aggredite dalle campagne militari americane, come Venezuela, Iran o Cuba, possano rappresentare « realtà “alternative” » ai “vecchi” imperialismi. Una logica tutt’altro che nuova che fa propria l’idea, sempre foriera di tradimenti e menzogne, che il nemico del mio nemico è mio amico.

Una posizione che richiamandosi, troppo spesso, anche all’evanescente concetto di “diritto internazionale”4 potrebbe in futuro giungere a giustificare una possibile guerra dell’imperialismo europeo contro la Russia o l’ormai ex-alleato americano.

Un’idea truffaldina attraverso la quale si finisce col negare qualsiasi soggettività e autonomia politica al proletariato internazionale e ai popoli ancora oppressi dalle proprie borghesie “nazionali”, asservendola invece, esattamente come fece lo stalinismo proprio con l’invenzione del «socialismo in un solo paese», agli interessi delle borghesie o delle classi dirigenti poste ai vertici dello Stato, sancendo così «il ribaltamento del rapporto tra Stato nazionale (definito socialista) e classi sfruttate, a favore del primo»5.

Quello in cui si svolse il VII esecutivo allargato (22 novembre – 16 dicembre 1926) fu un periodo difficile e confuso della storia sia dell’Internazionale Comunista che del movimento proletario internazionale. Da un lato il secondo, dopo le fallite insurrezioni in Germania, stava per affrontare un’ulteriore sconfitta in Cina nel corso del 1927, mentre le indicazioni dell’Internazionale che avevano contribuito o avrebbero contribuito a tali disastri sociali e politici affondavano le loro radici in un contesto in cui il tentativo di centralizzare a livello mondiale la tattica rivoluzionaria “una volta per tutte” cozzavano tra di loro, così come le divergenze in seno al partito russo e alle stesse opposizioni.

Sono elementi, soprattutto quelli riguardanti lo scontro politico tra Stalin e Trotsky, Kamenev e Zinov’ev, che la premessa di Mantovani analizza con abbondanza di elementi e documenti che riescono a mettere il luce la contraddittorietà profondissima che stava alla base dell’Opposizione al nuovo programma di Stalin. Tutti gli interventi dei tre principali oppositori, in quel momento, al programma di Stalin per la realizzazione del «socialismo in un paese solo» erano corroborati da un solido riferimento al marxismo e a Lenin, ma forse, proprio per questo, riponevano troppa fiducia nella sola “forza della teoria”.
Kamenev affermò nel suo intervento dell’11 dicembre, tra i tumulti e le grida dell’assemblea:

I nostri avversari affermano che nel nostro paese, dove qualche milione di proletari deve guidare 100 milioni di contadini nelle condizioni della NEP e dell’accerchiamento capitalista mondiale, si può costruire una società socialista, indipendentemente da una rivoluzione del proletariato, almeno in alcuni paesi avanzati. Questo punto di vista, che pone speranze tanto ottimistiche nelle capacità socialiste della massa contadina è chiamato “ottimismo”. Noi affermiamo che il raggiungimento dell’economia socialista in Unione Sovietica terminerà con il concorso della rivoluzione proletaria negli altri paesi e si chiama ciò “pessimismo”. Noi affermiamo che l’ottimismo dei nostri avversari nelle capacità socialiste dei contadini non è che il rovescio del loro pessimismo verso la rivoluzione proletaria internazionale6.

Con una serie stringente di citazioni da Marx, Engels, Lenin, e dallo stesso Stalin, Zinov’ev dimostrò che:

la teoria attuale dell’edificazione del socialismo in un solo paese non è sorta che alla fine dell’anno 1924 […] E’ assolutamente necessario avere una prospettiva per l’edificazione del socialismo. Ma perché questa prospettiva deve essere nazionale e non internazionale? E’ questo il nodo della questione. Se il nostro proletariato si rende conto che la questione della rivoluzione è per esso una questione di vita o di morte, ciò è diverso dall’educarlo nella convinzione che edifica il socialismo indipendentemente dalla marcia della rivoluzione mondiale. La nostra prospettivaè, di conseguenza, la prospettiva della rivoluzione mondiale7.

Il giorno successivo a quello dell’intervento di Zinov’ev, sarebbe stato lo stesso Trotsky a gridare, con una impeccabile argomentazione marxista:

Ripetiamolo ancora , la vera edificazione del socialismo significa l’abolizione delle classi e, poi,la sparizione dello Stato. Ed ecco che Stalin dice che noi possiamo assicurare l’edificazione del socialismo nel nostro paese, precisamente nel senso di questo raggiungimento, vincendo solamente la nostra borghesia interna. Ma, compagni, lo Stato e l’esercito ci sono necessari contro il nemico esterno. Dunque, questo elemento resterà in ogni caso, fin t che esisterà la borghesia mondiale. Si può credere, poi, che noi possiamo, con l’aiuto delle nostre sole risorse interne, economiche e culturali, fondere il proletariato e il contadiname in un’economia socialista unica prima che il proletariato d’Europa prenda il potere?8.

In realtà, a ben guardare con il necessario distacco dovuto al secolo trascorso nel frattempo, nel corso di quelle turbolente sedute si svolse più ancora che uno scontro politico, che pur fu centrale, un autentico dramma psicologico che coinvolse in primis proprio coloro che al progetto di Stalin intendevano opporsi. Questo, come ancora ben delinea nelle sue pagine il curatore, derivava non solo dal fatto che i tre principali protagonisti di quella che all’epoca era definita come Opposizione unificata erano stati in fasi successive alleati di Stalin e nemici tra di loro. Fin dai tempi dell’insurrezione ottobrina che avevo visto Kamenez e Zinov’ev opporsi all’azione armata condotta da Lenin e Trotsky per il rovesciamento del governo provvisorio di Kerensky.

Oppure in altre occasioni accondiscendere in nome dell’unità del partito a scelte, non solo di Stalin, con cui non concordavano minimamente. Un tatticismo che si sarebbe ripercosso fino ai grandi processi moscoviti della seconda metà degli anni Trenta che avrebbero finito col liquidare, anche fisicamente, un’opposizione troppo divisa al suo interno e sostanzialmente incerta sul da farsi. Un dramma molto ben descritto, oltre che nelle ricerche storiche accumulatesi nel frattempo, anche nei principali romanzi di Victor Serge9, testimone diretto di quelle tragedie.

Ma indebolita, come afferma Mantovani nelle sue conclusioni, anche da un progressivo diradarsi e da una sconfitta sul campo degli ultimi barlumi rivoluzionari dell’azione proletaria su scala internazionale.

Ciò che all’osservatore odierno può sembrare chiaro, ossia che la parabola della rivoluzione internazionale (e perciò dell’opposizione) era ormai segnata, non poteva esserlo allora per i protagonisti, come mai può esserlo nella storia, a priori.
In realtà tutto dipendeva dal corso che la lotta di classe avrebbe assunto nei mesi e negli anni successivi in Russia, in Europa, in Cina e solo oggi noi sappiamo quale fu lo svolgimento delle cose, e come alla dégringolade del proletariato internazionale, e dunque delle sue élites rivoluzionarie, abbiano contribuito in modo determinante la sconfitta del grande sciopero generale inglese del maggio 1926 e quella della rivoluzione cinese del 1927.
Ai tempi del VII Esecutivo Allargato, che si soffermò lungamente sia sui fatti inglesi sia sulle prospettive della rivoluzione cinese, si riteneva ancora che la situazione britannica fosse promettente dal punto di vista della lotta rivoluzionaria del proletariato, e alle tardive denunce dell’opposizione sul mantenimento del comitato “anglo-russo” (gli oppositori, con la parziale eccezione di Trotsky, non lo avevano all’inizio avversato) mancava (non poteva non mancare) la consapevolezza che si trattava dell’episodio conclusivo delle lotte operaie del dopoguerra europeo. Né maggior consapevolezza – anche per la sostanziale mancanza di informazioni – essa mostrò nel tragico sbocco a cui di lì a pochi mesi avrebbe portato, in Cina, la linea politica Stalin-Bucharin di subordinazione al Kuomintang contro la quale, ancora una volta in ritardo, l’Opposizione Unificata avrebbe invano ripreso vigore e giocato le sue residue carte.
Sarebbe stato – quello cinese – il canto del cigno del ciclo rivoluzionario apertosi con l’Ottobre rosso. Una vittoria in Cina avrebbe sicuramente, come già avvenuto con la Rivoluzione russa, galvanizzato le masse dei lavoratori occidentali e le plebi agrarie dei paesi coloniali. Tutto sarebbe stato rimesso in gioco. Tutto sarà invece definitivamente perduto […] Dopo di allora la storia dell’opposizione – contro la volontà dei suoi stessi protagonisti – si svolgerà al di fuori dell’Internazionale ormai sostanzialmente defunta10.

Successivamente proprio sul piano internazionale, ma non solo, lo stalinismo finì con lo svolgere un ruolo profondamente controrivoluzionario, sia dal punto di vista delle alleanze che della tattica, entrambe determinate dagli interessi nazionali russi. Considerato che, come ancora scrive Mantovani: «le realizzazioni economico-sociali dello stalinismo furono effettivamente rivoluzionarie se valutate col metro di misura delle rivoluzioni borghesi del XVIII e XIX secolo […] Ma lo hanno fatto deformando la dottrina marxista tradizionale da un lato, e ponendo, dall’altro, il partito comunista e l’Internazionale al servizio degli interessi nazionali russi11.

All’epoca, non v’è dubbio alcuno, gran parte della riflessione teorica, anche di parte dell’Opposizione di sinistra più radicale, si basava su una concezione eccessivamente deterministica sia del ruolo del partito che dello sviluppo delle contraddizioni di classe, un fattore che finì col limitare l’azione delle stesse opposizioni sia nei confronti delle strutture politiche di riferimento che delle lotte che si sarebbero poi ancora andate manifestando.

Un determinismo che sembrava, troppo spesso, far derivare le sue formulazioni e principi da una fisica classica che proprio in quei decenni sarebbe stata messa parzialmente in crisi dall’avvento della meccanica quantistica. La prima, per secoli, aveva fornito una visione piuttosto rigida di un universo in cui, date le condizioni iniziali e le loro leggi, il futuro sarebbe già scritto. Un’idea potentissima e rassicurante, ma che escludeva troppe variabili.

Tutto sommato un tema che il vecchio Engels aveva già affrontato in una lettera a Joseph Bloch, scritta il 21 e 22 settembre 1890, in cui si affermava chiaramente che non era certo semplice applicare leggi che, anche quando potevano rappresentare un modello delle dinamiche sociali, certo non dovevano essere meccanicamente applicate ai conflitti di classe e ai cambiamenti che avrebbero potuto derivarne.

Secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa – costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. – le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma. È un’azione reciproca di tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo più facile che risolvere una semplice equazione di primo grado.

Soprattutto quando milioni di individui sembrano, nella loro soggettività pur determinata, comportarsi in maniera più vicina al principio di indeterminazione di Heisenberg che a quelli della meccanica classica. Un modo questo per ricordare che la soggettività espressa dai movimenti sociali deriva da un accumulo di elementi e comportamenti che non sempre è possibile prevedere con precisione e, soprattutto, liquidare con superficialità.

Ad esempio, tornando al dibattito prima citato, per quanto riguardava la questione contadina che i tre relatori dell’opposizione sembravano sottovalutare se non eludere con frasi e formule ad effetto (contadiname), in un paese in cui la stragrande maggioranza della popolazione viveva ancora nelle campagne, spesso in condizioni di estrema arretratezza ma anche di gestione comunitaria delle terre.

Questo derivava, molto probabilmente, da una concezione meccanicistica della successione storica delle forme di produzione che lo stesso Marx, dopo averla delineata nei Grundrisse, aveva relegato ad ipotesi valide solo per l’Europa e non per tutti i continenti, Russia compresa, nel corso dei suoi ultimi anni. Cosicché, in una lettera dell’8 marzo 1881 con cui rispondeva a Vera Zasulich, al tempo facente parte del gruppo Emancipazione del lavoro fondato con Plechanov e altri, sul tema del possibile ruolo della comune russa (obščina) nel corso della trasformazione dei rapporti di produzione in Russia, aveva scritto:

L’«inevitabilità storica» di questo corso è dunque espressamente limitata ai paesi dell’Europa occidentale. La ragione di questa limitazione è indicata nel capitolo XXXII: « La proprietà privata, fondata sul lavoro personale… viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica, che si basa sullo sfruttamento del lavoro altrui, sul lavoro salariato».
Nel caso occidentale, quindi, una forma di proprietà privata si trasforma in un’altra forma di proprietà privata. Nel caso dei contadini russi, invece, la loro proprietà comune dovrebbe essere trasformata in proprietà privata.
L’analisi contenuta ne Il Capitale non fornisce quindi argomentazioni né a favore né contro la vitalità della comune russa. Tuttavia, lo studio specifico che ho condotto sull’argomento, compresa la ricerca di fonti originali, mi ha convinto che la comune rappresenta il fulcro della rigenerazione sociale in Russia. Affinché possa funzionare come tale, però, è necessario innanzitutto eliminare le influenze nocive che la assalgono da ogni lato, e solo in seguito garantirle le normali condizioni per uno sviluppo spontaneo.

In una prima bozza della stessa aveva altresì scritto:

Da un punto di vista storico, è stato addotto un solo argomento serio a favore dell’inevitabile dissoluzione della comune contadina russa: si dice che, se si torna indietro nel tempo, un tipo più o meno arcaico di proprietà comune si possa trovare ovunque nell’Europa occidentale. Ma con il progresso della società è ovunque scomparso. Perché dovrebbe sfuggire alla stessa sorte solo in Russia?
La mia risposta è che, grazie alla particolare combinazione di circostanze in Russia, la comune rurale, ancora presente su scala nazionale, può gradualmente scrollarsi di dosso le sue caratteristiche primitive e svilupparsi direttamente come elemento di produzione collettiva su scala nazionale. Proprio perché contemporanea alla produzione capitalistica, la comune rurale può appropriarsi di tutti i suoi successi positivi senza subirne le [terribili] e spaventose vicissitudini. La Russia non vive isolata dal mondo moderno, né è caduta preda, come le Indie Orientali, di una potenza straniera conquistatrice.
Se gli ammiratori russi del sistema capitalistico dovessero negare che un simile sviluppo sia teoricamente possibile, allora vorrei porre loro la seguente domanda: la Russia ha dovuto forse attraversare una lunga fase di incubazione dell’industria meccanica, sul modello occidentale, prima di poter utilizzare macchinari, navi a vapore, ferrovie, ecc.? Che spieghino anche come siano riusciti a introdurre, in un batter d’occhio, tutto quell’apparato di scambio (banche, società di credito, ecc.) che in Occidente ha richiesto secoli di lavoro.
Se, al tempo dell’emancipazione, la comune rurale fosse stata inizialmente posta in condizioni di normale prosperità, se, inoltre, l’enorme debito pubblico, finanziato in gran parte a spese dei contadini, insieme alle ingenti somme che lo Stato (sempre a spese dei contadini) ha stanziato per i “nuovi pilastri della società”, trasformatisi in capitalisti, se tutte queste spese fossero servite all’ulteriore sviluppo della comune rurale, nessuno oggi sognerebbe l'”inevitabilità storica” della sua annientamento. Tutti vedrebbero la comune come un elemento di rigenerazione della società russa e un elemento di superiorità rispetto ai paesi ancora asserviti al regime capitalista.

Come si vede l’ipotesi marxiana è ben lontana da quell’esclusivo dogma dell’industrializzazione che avrebbe comunque caratterizzato il dibattito in seno al partito bolscevico, sia nella sua variante stalinista che in quella dell’Opposizione. Un fatto probabilmente dovuto alla scelta di Plechanov e della stessa Zasulich di non rendere nota la posizione di Marx in seno alla nascente socialdemocrazia per non mettere in crisi la tattica gradualistica di emancipazione della società russa all’epoca elaborata e contro la quale ben presto Lenin, per altre vie e con altre motivazioni, avrebbe lanciato i suoi strali

A ri/scoprire la lettera, insieme alle bozze preparatorie, sarebbe stato nel 1911 David B. Rjazanov che in seguito, dopo essere stato nominato direttore dell’Istituto Marx-Engels fondato successivamente alla rivoluzione in vista della ripubblicazione dei testi dei due padri del socialismo “scientifico”, l’avrebbe resa nota e pubblicata, insieme alle bozze, nel 1926 nel Marx-Engels-Archiv. Mossa che forse Stalin non gli perdonò mai, considerato che lo studioso e storico russo, dopo essere stato allontanato dalla direzione dell’Istituto nel 1931, finì fucilato nel 1938, a sessantotto anni, durante il cosiddetto Grande Terrore.12.

Una riflessione, quella di Marx che, in un’altra parte degli scritti destinati alla Zasulich, si sarebbe allargata anche ad altre forme comunitarie di condivisione delle terre e dei beni:

Nel leggere le storie delle comunità primitive, scritte da borghesi, bisogna stare in guardia. Essi non indietreggiano «dinanzi a nulla» neppure dinanzi ai fatti. Sir Henry Maine, per esempio, che fu un ardente collaboratore del governo inglese nell’opera di violenta distruzione delle comunità indiane, ci racconta ipocritamente che “tutti i nobili sforzi da parte dl governo per sostenere queste comunità fallirono contro la forza spontanea delle leggi economiche!”. E sottolineava ancora che: ”nessuno – eccetto Sir H. Maine e altra gente della stessa risma – ignora che laggiù la soppressione della proprietà comunitaria del suolo fu solo un atto di vandalismo inglese, che spinse il popolo indigeno non avanti, bensì indietro13.

Tutte riflessioni che avrebbero dovuto rendere più prudente non solo Stalin, artefice indiscusso del violento processo di industrializzazione dell’URSS, ma anche i membri dell’Opposizione, accecati invece da una concezione estremamente schematica dei rapporti sociali di produzione e della loro evoluzione. Mentre, troppe volte, è stato taciuto a proposito di Lenin il fatto che nella parte finale della sua vita, mentre si scatenava la lotta intorno al suo presunto testamento14, avesse cercato di indirizzare il partito verso una più prudente linea di costruzione del socialismo.

Quel che ci interessa non è l’ineluttabilità della vittoria del socialismo. Ci interessa la tattica cui dobbiamo attenerci noi, Partito comunista russo [perché] anche noi non abbiamo un grado sufficiente di civiltà per passare direttamente al socialismo pur essendoci da noi le premesse politiche. Dobbiamo […] attuare per la nostra salvezza la politica seguente. Dobbiamo ridurre il nostro apparato statale in modo da fare la massima economia. Dobbiamo eliminare ogni traccia di quello che la Russia zarista e il suo apparato burocratico e capitalistico ha lasciato in così larga misura in eredità al nostro apparato15.

Cosa avrebbe fatto l’Opposizione al governo non è dato sapere perché la Storia non si fa con i se, ma non fu certo Stalin, che già aveva suscitato allarme nel leader bolscevico a causa del suo sciovinismo (nazionalismo) grande russo nei confronti dei popoli da annettere alla federazione sovietica, a seguire le indicazione Vladimir Ilich.

Certo è che la campagna di industrializzazione e collettivizzazione forzata delle terre degli anni successivi avrebbe visto idealmente affiancati i ribelli contadini e gli operai in rivolta nelle fabbriche in cui lo stachanovismo imponeva ritmi di lavoro assurdi e misure repressive eccezionali. Tutti, contadini ed operai, destinati a cadere a decine di migliaia, vittime spesso senza nome di un programma forzato di ammodernamento che più che realizzare il socialismo avrebbe contribuito a dar vita ad un capitalismo di stato neppure troppo efficiente16.

N.B.
Su tutto questo, che richiederebbe altre innumerevoli pagine destinate a dimostrare che la lotta di classe non può mai morire proprio a causa delle contraddizioni create dal modo di produzione capitalistico, sotto qualsiasi bandiera esso si presenti, e non per aprioristica volontà di un partito, potrebbe rivelarsi utile la consultazione dei seguenti testi: D. Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Edizioni quaderni piacentini, Piacenza 1976; A. Graziosi, Stato e industria in Unione Sovietica (1917-1953), Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1993; F. Benvenuti, Fuoco sui sabotatori! Stachanovismo e organizzazione industriale in URSS 1934-1938, Valerio Levi Editore, Roma 1988; L. Viola, Stalin e i ribelli contadini, Rubbettino Editore, Catanzaro 2000. Mentre per l’uso del “terrore“ durante la guerra civile si consiglia la lettura dello splendido La scheggia. Racconto su lei e ancora su lei (a cura di Serena Vitale, Adelphi 1990) di Vladimir Zazubrin, in cui “lei” è la rivoluzione colta nel suo massimo grado di violenza. Motivo per cui il romanzo breve o racconto lungo, scritto nel 1923, venne censurato, rimosso e defalcato insieme all’autore dalla storia ufficiale della letteratura russa e pubblicato in Russia soltanto nel 1989, quando il suo autore fu riabilitato, molti anni dopo la morte, avvenuta il 6 dicembre 1938 sull’onda delle grandi purghe staliniane.


  1. G. Giusti, Prefazione a A. Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, p. 23.  

  2. Affermazione che secondo Engels, in una lettera indirizzata a Bernstein il 2/3 novembre 1882, Marx avrebbe usato con Lafargue per prendere le distanze dal gruppo francese dei cosiddetti “collettivisti” di cui facevano parte lo stesso Lafargue, genero di Marx, e Guesde: «ce qu’il a de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste» [quel che è certo è che io non sono marxista]” .  

  3. Si veda: M. Calusio, Nota all’edizione italiana di L. Jurgenson (a cura di), Lettere al boia. Scrivere a Stalin, RCS Libri, Milano 2011, pp. 8-9.  

  4. Si veda quanto scritto in proposito nell’editoriale del n° 3 di «Limes» del 2026:

    Da studiare in quanto arma di legittimazione agitata da attori interessati a spacciare per ecumenici gli interessi propri. Questo abracadabra manca del carattere primo di qualsiasi sistema legale: l’applicazione uniforme e consensuale. […] Ma dove? In nessun luogo, da nessuna parte. Si pretende universale mentre è apolide. A disposizione di qualsiasi passante pronto a travestirsi da portavoce della civiltà. Spendibile in ogni contesto, quindi falso dappertutto […] Tradotto: gli attori aderiscono ai flessibili principi del «diritto internazionale» finché coincidono con i propri interessi. ( Bussando alla porta dell’Inferno in In trappola, «Limes» n° 3 /2026, pp. 28-29.)

     

  5. G. Giusti, Prefazione a A. Mantovani, op. cit., p. 25.  

  6. «La Correspondance internationale» n. 12, 25 gennaio 1927, p. 155 ora in A. Mantovani, Premessa a Lo scontro sul «Socialismo in un Paese solo» al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista, dicembre 1926 -gennaio 1927, op. cit., pp. 39-40.  

  7. «La Correspondance internationale» n. 4, 10 gennaio 1927, p. 67 ora in A. Mantovani, op. cit., pp. 36-37.  

  8. «La Correspondance internationale» n. 6, 14 gennaio 1927, p. 86, ora in A. Mantovani, op. cit., pp. 38-39.  

  9. Di Victor Serge si vedano, almeno: Anni spietati, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1974; E’ mezzanotte del secolo, Edizioni e/o, Roma 1980 (ed. originale 1939) e Il caso Tulaev, Casa editrice Valentino Bompiani & C., Milano 1952.  

  10. A. Mantovani, op. cit., pp. 98-99.  

  11. Ivi, p. 100.  

  12. Sull’intera faccenda si veda il documentatissimo testo di E. Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa – Cagliari 2014.  

  13. Cit. in E. Cinnella, op. cit, p. 162.  

  14. Si veda in proposito: M. Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, Giuseppe Laterza & Figli, Bari 1969, e L. Canfora, Il testamento di Lenin. Storia segreta di una lettera non spedita, RCS, MIlano 2025.  

  15. Lenin, Meglio meno, ma meglio, «Pravda», 4 marzo 1923; ora in M. Lewin, op. cit., pp. 188-189.  

  16. Si veda a proposito di questa definizione del sistema sovietico: A. Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, edizioni il programma comunista, Milano 1976.  

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Bordiga, Marx e l’enigma risolto della storia https://www.carmillaonline.com/2026/02/11/amadeo-bordiga-e-lenigma-risolto-della-storia/ Wed, 11 Feb 2026 21:00:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92938 di Sandro Moiso

Luigi Gerosa, Bordiga legge Marx. I manoscritti economico-filosofici del 1844, con un saggio di Alessandro Mantovani, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia-Milano 2025, pp. 260, 35 euro

«E’ questo il frutto più comune dell’eresia: ispirare la sedizione e la rivolta!» (L. Laguille, Histoire de la province d’Alsace)

E’ stato e rimane un ben strano destino quello di Amadeo Bordiga, della sua opera, delle sue riflessioni e delle sue intuizioni. Rimosso a lungo dagli avversari, primo tra tutti Palmiro Togiatti che volle ridurlo a figura di “vecchio dinosauro” per sminuirlo davanti ad una compagine di vecchi militanti comunisti che ancora [...]]]> di Sandro Moiso

Luigi Gerosa, Bordiga legge Marx. I manoscritti economico-filosofici del 1844, con un saggio di Alessandro Mantovani, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia-Milano 2025, pp. 260, 35 euro

«E’ questo il frutto più comune dell’eresia: ispirare la sedizione e la rivolta!»
(L. Laguille, Histoire de la province d’Alsace)

E’ stato e rimane un ben strano destino quello di Amadeo Bordiga, della sua opera, delle sue riflessioni e delle sue intuizioni. Rimosso a lungo dagli avversari, primo tra tutti Palmiro Togiatti che volle ridurlo a figura di “vecchio dinosauro” per sminuirlo davanti ad una compagine di vecchi militanti comunisti che ancora dopo la caduta del fascismo e il suo arrivo a Salerno, vedevano nel primo segretario del Pcd’I un valido e indispensabile leader, ma in qualche modo ancor maggiormente danneggiato da molti dei suoi epigoni che si sono spesso divisi tra marmorei difensori di un pensiero ritenuto immutabile e valido per tutte le stagioni e negatori assoluti della validità del suo metodo e delle sue teorie, ritenendole ormai inadeguate per la comprensione del divenire storico e superate nei confronti dell’azione di classe.

Due posizioni queste ultime derivanti entrambe da una concezione specularmente rovesciata dello stesso insieme di scritti e testi estratti dalle riunioni di Partito che mai furono intesi come definitivi dall’autore, ma soltanto come semilavorati di un immane work in progress cui la vittoria della controrivoluzione, non solo di stampo capitalista e fascista ma anche, e forse soprattutto, staliniana, aveva imposto prima di tutto la necessità di restaurare i principi fondamentali destinati a guidare o almeno ispirare le Rivoluzioni a venire.

A più di cinquantacinque anni dalla sua morte, avvenuta il 25 luglio 1970, il malinteso, se così lo si vuol chiamare, rimane immutato e per questo motivo il lavoro della Fondazione Amadeo Bordiga riveste una notevole importanza per il lavoro certosino svolto nel mettere a disposizione di un pubblico più vasto, e magari nuovo e più giovane, i lavoro prodotti dal comunista napoletano sia nel corso della sua militanza giovanile nel Partito socialista italiano e negli anni in cui fu tra i fondatori e poi segretario del Partito Comunista d’Italia sia, successivamente al secondo conflitto mondiale, come militante del Partito Comunista Internazionalista – «Battaglia Comunista» e dal 1953 del Partito Comunista Internazionale – «Programma Comunista».

In particolare, almeno a giudizio di chi qui scrive, si rivela importantissima la scelta di ripubblicare in volume le riflessioni di Bordiga sui Manoscritti economico—filosofici del 1844 di Karl Marx, esposte nel corso di alcune riunioni generali del Partito Comunista Internazionale tenutesi tra l’aprile del 1958 e il novembre del 1960 e che precedentemente erano state raccolte, insieme ad altri testi, nel volume dal titolo Testi sul comunismo per le Edizioni Vecchia Talpa (Napoli 1972, pp. 111-183.), introdotto da un saggio di Jacques Camatte: Bordiga e la passione del comunismo.

Il Commento ai manoscritti economico-filosofici del 1844 di Karl Marx, così come viene riportato nella presente edizione da pagina 115 a pagina 227, è costituito da due parti, come riporta il curatore. La prima è apparsa su «il programma comunista», tra il mese di settembre e quello di ottobre del 1959, come resoconto della terza seduta della riunione interfederale di La Spezia del PC Int. del 25 e 26 aprile 1959, dal titolo La struttura economica e sociale della Russia e la tappa del trasformismo involutivo del XXI congresso. La seconda è la parte finale della terza seduta: Tavole immutabili della teoria comunista del partito, della riunione di Milano, Soluzioni classiche della dottrina storica marxista per le vicende della miserabile attualità borghese, tenutasi il 17 e 18 ottobre 1959 e poi comparsa sul medesimo giornale nel n°5 del marzo 1960.

Prima di continuare, però, occorre qui ricordare la figura dell’autore della dettagliata analisi della lettura bordighiana dei Manoscritti del 1844 di Marx, al quale Alessandro Mantovani dedica un saggio analitico sull’importante ruolo svolto dallo stesso nella cura e nella sistemazione degli scritti di Bordiga compresi tra il 1911 e il 1926 posto alla fine del volume1, in cui si delineano anche le vicende della riscoperta storiografica e politica della figura del vecchio comunista, come si è già detto in apertura, troppo a lungo rimosso dalla memoria del movimento operaio italiano.

Luigi Gerosa, nato nel 1947 e recentemente scomparso, era – come Mantovani afferma – «un nome che pochissimi, o nessuno conosceva prima che egli iniziasse a pubblicare, un trentennio fa, l’edizione critica, in nove volumi, degli Scritti 1911-1926 di Amadeo Bordiga, il cui primo tomo apparve nel 1996 mentre l’ultimo è stato dato alle stampe nel 20212 ». Animato da una passione, nata ancora sui banchi dell’Università Statale di Milano, che lo spinse a dedicare gran parte della sua esistenza «allo studio di uno dei più grandi fra i marxisti del XX secolo (del secondo dopoguerra forse il più grande ma sicuramente il più misconosciuto): quell’ingegnere edile napoletano al quale, più che a qualsiasi altro, e assai più che a Gramsci, dobbiamo la nascita del comunismo italiano e la fondazione, nel 1921 a Livorno, del Partito Comunista d’Italia (PCd’I)»3.

«Per contribuire alla sua conoscenza, – continua poi ancora Mantovani – per renderla più accessibile, Gerosa ha compiuto una ricerca immensa per dimensioni e ancor più per qualità, un lavoro per portare a compimento il quale egli – studioso schivo, riservato, misterioso e quasi solitario – ha impiegato le sue energie migliori e le sue finissime competenze di ricercatore senza inseguire, quale gratificazione, nient’altro che il felice compimento dell’opera stessa»4.

Prima dell’opera in nove volumi della quale si è parlato fin qui, lo studioso di origini liguri aveva dato alle stampe una ricerca in cui si esaminava il contributo dato da Bordiga, nel periodo del Secondo dopoguerra e fino alla morte (1944-1970) in seno al Collegio degli Ingegneri e degli Architetti di Napoli, alla definizione dell’immagine di tale città da posizioni molto critiche nei confronti del Piano di Ricostruzione dei quartieri adiacenti il porto. Una battaglia che, come affermava lo stesso Gerosa, costituiva:

una radicale denuncia del disastro urbanistico di Napoli, condotta con grande coraggio civile e competenza tecnica, per molti aspetti premonitrice e ben più tempestiva di altre che hanno avuto grande risonanza. [Tuttavia] per quanto svolta in maniera del tutto indipendente e difforme dal lavoro politico di partito, l’attività in campo urbanistico di Bordiga non si lascia confinare in una dimensione meramente “professionale” perché la critica all’urbanistica moderna e l’osservazione della sua dinamica reale hanno avuto un ruolo rilevante, tutt’altro che marginale, nel dispiegamento del programma volto a riaffermare la validità permanente del metodo e della dottrina marxista5

Queste poche righe, apparentemente avulse dal contesto riguardante la lettura bordighiana dei Manoscritti “giovanili” di Marx, servono invece a ricordare, fin da subito, che nessuno studio o lavoro del marxista napoletano fu mai fine a se stesso e tanto meno di carattere accademico, ma sempre inserito in un lavoro costantemente perseguito in difesa dei principi necessari alla conduzione di una rivoluzione destinata a rovesciare e negare le basi, materiali e “immateriali”, del modo di produzione capitalistico.

In questo sta uno dei principali elementi di modernità del comunista partenopeo di origini piemontesi: l’aver rifiutato qualsiasi attenzione al lavoro di carattere accademico o “soltanto” professionale, per rivolgere invece ogni energia fisica e intellettuale al lavoro militante da rivoluzionario autentico, anche se questo ultimo non avrebbe garantito di per sé, come ebbe più volte a dire, ai suoi seguaci un posto di rilievo e in prima fila allo spettacolo della Rivoluzione. D’altra parte, come affermava Michele Fatica nella presentazione del testo di Gerosa citato poc’anzi:

Se si chiedesse quale sia l’aspetto più suggestivo del pensiero bordighiano in questo arco di tempo compreso tra il 1944 e il 1969, si potrebbe rispondere che è dato dalla distinzione tra “partito storico” e “partito formale”. L’attesa di una società di giusti e di eguali, che ha accompagnato l’uomo dagli albori della civiltà – intesa quest’ultima come nascita della città, della proprietà privata e della società divisa in classi – attesa che per molti secoli è stata intesa come ritorno alla felicità edenica si situa nel solco del “partito storico”; mentre nelle diverse epoche si è formata una forza organizzata per realizzare questa attesa: questa forza egli chiama “partito formale”6.

E’ all’interno di questa visione della Storia e del ruolo del Partito che occorre situare dunque l’attenzione rivolta da Bordiga agli scritti giovanili di Marx, scritti che all’epoca in Italia erano stati presentati soltanto nell’edizione curata da Norberto Bobbio nel 1949 per la casa editrice Einaudi nella collana «Biblioteca di cultura filosofica» poi successivamente riproposta nella collana Nue (1968 e successive) e poi ancora nella Pbe (2006), anche se alcuni passi degli stessi erano apparsi in appendice in un corso all’Università di Pisa tenuto da Delio Cantimori nel 1947, mentre Galvano Della Volpe, sempre nel 1947, ne aveva tradotto un altro frammento dedicato alla Critica della dialettica e della filosofia hegeliana in generale.

L’attenzione di Bordiga non è di carattere filosofico e tanto meno filologico, non gli interessa ricostruire i precedenti di quegli scritti di Marx risalenti ai tempi del soggiorno parigino nell’estate del 1844. Manoscritti mai pubblicati in vita dal filosofo tedesco e editi per la prima volta da ricercatori sovietici nel 1932, anche se nel 1927 e successivamente nel 1929 il terzo quaderno degli stessi, quello che tratta della divisione del lavoro e del comunismo, era già stato pubblicato da David Borisovič Rjazanov, primo direttore dell’Istituto Marx-Engels di Mosca dal 1920 al 1931, che aveva rinvenuto i manoscritti nell’archivio della Socialdemocrazia tedesca nel 1923.

In quegli scritti Bordiga ravvisava l’origine di quell’invarianza del marxismo ovvero della teoria rivoluzionaria, o della controrivoluzione come preferiva definirla, che, nelle parole di Gerosa: «non è garantita dalla corretta ripetizione della dottrina, che rischia di diventare culto religioso, ma dalla possibilità di rielaborarla con un continuo lavoro teorico e pratico alla luce di nuovi materiali, confermandola in un sistema teorico di ordine superiore» 7. Per questo motivo è dunque impossibile non notare che l’”invarianza” della dottrina marxista, così come la intende Bordiga, è di carattere dinamico.

In quest’ottica non vi è alcuna difficoltà ad ammettere che nel Nachlass (eredità) di Marx siano presenti elementi caduchi – come intendere altrimenti la dichiarazione degli stessi Marx ed Engels nella prefazione all’edizione tedesca del Manifesto del 1872 che i principi generali enunciati rimanevano validi mentre il programma era invecchiato in alcuni punti?
[…] In senso stretto, epistemologico, l’invarianza può essere affermata a priori solo per i postulati fondamentali della dottrina, immutabili e inderogabili, non evidentemente per tutte le teorie del marxismo, che pur essendo parti integranti della dottrina, non escludono sviluppi, aggiornamenti, compatibilità con altre dottrine ed anche smentite, senza che per questo crolli l’intero sistema (qualunque sistema scientifico contiene errori o contraddizioni periferiche). Riferita alle teorie l’invarianza non può avere che carattere regolativo, in attesa di una verifica, che evidentemente è qualcosa di diverso da una scolastica ripetizione8.

E’ per tale concezione dell’invarianza che Bordiga si avvicina, più di qualsiasi altro esponente del marxismo successivo alla Rivoluzione di Ottobre, all’eresia leniniana ovvero alla rottura con i presupposti teorici dell’ortodossia elaborata dalla Seconda Internazionale, complici anche certe forzature di Engels e interpretazioni di Kautsky, che non fu soltanto di ordine pratico, con la nascita dei partiti comunisti, ma anche e forse soprattutto teorica per tutto quanto riguardava la concezione del divenire della Storia, della lotta di classe e dei compiti “immediati”, non rinviabili a un prossimo o più lontano futuro, del “partito formale”9.

Nel caso dei Manoscritti, però, Bordiga, in piena polemica con lo stalinismo all’epoca imperante e con una sinistra nazionale e internazionale che vedeva ancora troppo spesso nell’URSS la patria proletaria del socialismo, se non addirittura del comunismo, cerca e trova le formule marxiane più adatte a negare l’ortodossia filo-sovietica e, con orrido aggettivo, marxista-leninista che non prevedeva per la patria del bolscevismo un’abolizione del salario, dello scambio mercantile, del calcolo del valore e del prodotto interno lordo. Quindi che non aveva ancora sostanzialmente messo al primo posto l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la conseguente alienazione politica e soggettiva che ne derivava. Cosa che, dal punto di vista di Bordiga, non veniva affatto modificata dal fatto che il soggetto che esercitava lo sfruttamento intensivo del lavoro fosse il Partito, i suoi funzionari o lo Stato.

Per questo motivo Bordiga, che non fidandosi delle traduzioni esistenti del testo di Marx si sarebbe affidato all’aiuto di Roger Dangeville (1925-2006), un militante francese di origini alsaziane che parlava correttamente anche il tedesco e che nel 1959 aveva tradotto parzialmente i Grundrisse, per affrontarne la lettura in lingua originale, utilizzò principalmente le riflessioni/indicazioni contenute nel Primo e nel Terzo quaderno dei manoscritti ovvero le parti inerenti i temi del rapporto tra Lavoro estraniato e proprietà privata (I) e quello del rapporto tra Proprietà privata e comunismo (III) che sarà quello analizzato più a fondo, saltando invece quasi a piè pari il contenuto del II, intitolato Il rapporto della proprietà privata.

Come sempre cercava nelle pagine di Marx, e degli altri autori di riferimento come la Luxemburg e Lenin, strumenti da lavoro: martelli, tenaglie, chiodi utili per demolire l’inganno borghese, anche quando questo si traveste da falso socialismo, per inchiodarlo alle sue menzogne e falsificazioni e per trarre, d’altro lato, indicazioni su ciò che il comunismo non potrà essere. Da lì, e soltanto da lì, deve scaturire il discorso sull’”invarianza” ovvero di ciò che non può essere rimosso dalla teoria, pena il tradire le aspettative e i compiti dei rivoluzionari.

In tal senso il marxismo diventa la teoria della controrivoluzione ovvero destinata a negare tutto ciò che è caratteristico di un modo di produzione, e riproduzione, non ancora sconfitto e superato dall’azione rivoluzionaria che, invece è ancora tutta da sviluppare insieme alla sua teoria e prassi. Per questo motivo si può tranquillamente affermare che il pensiero, verrebbe da dire ogni pensiero, di Bordiga è rivolto, esattamente come per l’”eretico” Lenin e il Marx non imbalsamato dall’accademia oppure dall’opportunismo della Seconda Internazionale e di quella stalinizzata, alla fondazione di una scienza della rivoluzione che tenga conto sia delle lezioni della Storia (partito storico) che delle necessità e contraddizioni del presente (partito formale).

Una scienza che si avvale della negazione necessaria e soggettiva del proletariato costituitosi in classe più che dell’osservazione oggettiva del modo di produzione ancora in auge. La prima costituisce, in ogni epoca, la trama dei principi e delle scelte dei rivoluzionari, mentre la seconda rischia sempre di trasformarsi in un economicismo destinato soltanto a conservare il presente senza mai condurre alla rottura sperata dai comunisti. Scambiando la scienza della rivoluzione con la scienza economica, di cui Marx aveva studiato e individuato le le leggi nei classici solo per meglio affrontare il nemico.

Uno studio, quello di Marx, che se, da un lato, lo condusse alla pubblicazione in vita del Primo volume del Capitale, dall’altro lo portò ad incartarsi letteralmente in un’infinità di riflessioni, analisi e contraddizioni che soltanto l’eccessivo scientismo positivista dell’amico Engels permise di trasformare in un Secondo e poi ancora Terzo volume. Ricordando, a solo titolo di esempio, che nella versione edita per la «Bibliothèque de la Pléiade», edita dalla francese Gallimard, degli scritti economici di Marx, Maximilien Rubel, con l’aiuto della vecchia militante bordighista di Marsiglia Suzanne Voûte, avrebbe usato scritti diversi lasciati a parte da Engels per la ricostruzione dei due tomi. Anche se l’attuale edizione critica della MEGA (Marx-Engels-Gesamtausgabe, ovvero Edizione Completa delle opere di Marx ed Engels), in 100 volumi, dovrebbe forse finalmente comprendere tutti gli scritti, appunti e annotazioni di Marx in proposito.

A questa osservazione va poi ancora aggiunto, prima di tornare al tema centrale di questa recensione, che negli ultimi anni l’attenzione di Marx fu ad esempio molto più attratta dagli studi antropologici e dal suo personale rapporto con i populisti e terroristi russi10, che non dalla corretta risoluzione del problema, solo per citarne uno, della trasformazione del valore in prezzi.

Riprendendo il discorso sul testo di Gerosa e sugli scritti dedicati da Bordiga ai Manoscritti occorre ancora sottolineare, prima di chiudere, che le riflessioni del secondo nacquero prima come relazione di Partito, come si è già precedentemente affermato, che come testi a sé stanti. Relazioni per riunioni in cui l’oggetto del contendere era ancora, oltre alla contestazione dei risultati della miserabile attualità borghese, soprattutto la negazione del fatto che nell’URSS fosse presente qualsiasi caratteristica politica, sociale ed economica rinviabile a qualche forma di socialismo o di comunismo. Come avrebbe scritto con rara capacità di sintesi Liliana Grilli, studiosa e militante scomparsa troppo presto nel 2007:

Con un’analisi del tutto “controcorrente”, Bordiga ha demistificato il carattere socialista dell’URSS nel periodo di massimo vigore di tale mito, i primi anni ’50, ma lo ha fatto richiamandosi alla teoria dello stesso Marx, tanto da vedere in tale esperienza storica sia la più grande sconfitta politica del movimento proletario internazionale, ma anche la più grande conferma teorica del marxismo rivoluzionario.
Dall’analisi che Bordiga fa della società sovietica, sia dal punto di vista “statico” della forma di produzione, che da quello “dinamico” delle leggi di funzionamento economico, la struttura economico-sociale dell’URSS si configura come capitalismo mercantile ad industria statizzata. Tale definizione assume in Bordiga la portata di una vera e propria riconsiderazione globale della stessa concezione del capitalismo quale modo storico di produzione ed è insieme anche riproposizione al proletariato occidentale degli obiettivi storici del comunismo rivoluzionario. Caratterizzato il capitalismo come sistema di appropriazione “sociale” del prodotto (anche se ancora “di classe”) ai fini non del consumo personale dei capitalisti ma dell’accumulazione del capitale, la portata alternativa del socialismo rispetto al capitalismo non si pone al livello delle forme di proprietà (statali invece che private) né al livello delle forme di gestione (di partecipazione democratica anziché di direzione accentrata). Essa sta nel mutamento delle forme di produzione, nella scomparsa dell’impresa quale forma tipica del capitalismo in quanto produzione di valore.
Si è voluto vedere in Bordiga l’ultimo esponente […] di un marxismo ormai superato dai tempi, inadeguato a interpretarli, cioè il sopravvissuto “resto fossile” di un mondo del tempo passato. In realtà Bordiga (come ci si rivela soprattutto la sua riflessione nel secondo dopoguerra) è stato il teorico comunista rivoluzionario a noi più contemporaneo, anzi troppo in anticipo sui tempi, guardando al suo presente con gli occhi del futuro11.

Nelle pagine del testo di Gerosa e, soprattutto, in quelle di Bordiga relative ai Manoscritti, il lettore, anche il meno attento, troverà tutti i principi e i fondamenti di tale interpretazione critica, radicale e rivoluzionaria di Marx e del suo pensiero. Infatti, come sottolinea ancora Gerosa, nel Marx dei Manoscritti, il comunismo:

è presentato come un ritorno completo, cosciente, dell’uomo non ad un ipotetico stato naturale, primitivo ma alla sua essenza sociale, alle sue potenzialità atrofizzate dalla estraniazione, arricchite tuttavia dall’esperienza di tutto lo sviluppo storico precedente: sotto questo aspetto il comunismo è quindi il prodotto reale dell’intero movimento della storia, e al tempo stesso la piena consapevolezza e conoscenza del proprio divenire.
[…] Marx definisce questo comunismo in termini filosofici, come compiuta identità di naturalismo e umanesimo, quindi come soluzione definitiva delle tradizionali antitesi che hanno afflitto il pensiero umano: uomo-natura, esistenza-essenza, soggetto-oggetto, libertà-necessità, individuo-genere, ecc. ecc., stringendola in una celebre definizione che Bordiga, entusiasta della sua audacia, cita due volte: E’ l’enigma risolto della storia e sa di essere tale soluzione.
[…]E’ questa dimensione sociale totale a caratterizzare il comunismo nella descrizione che ne fa Marx nei Manoscritti […] Per Marx l’individuo è esso stesso un essere sociale: anche quando svolge un’attività che non comporta relazioni immediate con altri individui, agisce socialmente, perché sono un prodotto sociale i mezzi e i materiali di cui si serve (a partire dal linguaggio), e sociale è la sua stessa esistenza. Egli agisce per la società e con la coscienza di sé come essere sociale.
Il comunismo non prevede la sua liquidazione, anzi semmai la sua riabilitazione e il suo sviluppo rispetto all’appiattimento a cui è sottoposto nel capitalismo12.


  1. A. Mantovani, Luigi Gerosa e l’edizione critica degli «Scritti 1911-1926» di Amadeo Bordiga in L. Gerosa, Bordiga legge Marx. I manoscritti economico-filosofici del 1844, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia-Milano 2025, pp. 229-251.  

  2. I primi due volumi uscirono per i tipi della Graphos di Genova.  

  3. Ivi.  

  4. Ibidem, pp. 233-234. 

  5. L. Gerosa, L’ingegnere “fuori uso”. Vent’anni di battaglie urbanistiche di Amadeo Bordiga. Napoli 1946- 1966, con una presentazione di M. Fatica, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia (LT) 2006.  

  6. M. Fatica, Presentazione in L. Gerosa, L’ingegnere “fuori uso”, op. cit., p. X.  

  7. L. Gerosa, Economia politica e filosofia nei manoscritti parigini del 1844 in L. Gerosa, Bordiga legge Marx. I manoscritti economico-filosofici del 1844, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia-Milano 2025, p. 14.  

  8. L. Gerosa, op. cit., pp. 14-15.  

  9. Sull’”eresia” di Lenin si consultino i seguenti testi dello scomparso Emilio Quadrelli: L’altro bolscevismo. Lenin l’uomo di Kamo, DeriveApprodi, Bologna 2024 e Győrgy Lukács, un’eresia ortodossa, saggio introduttivo a G. Lukács, Lenin, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 5-79.  

  10. Si vedano in proposito: K.Marx, Quaderni antropologici. Appunti da L.H. Morgan e H.S. Maine, a cura di Politta Foraboschi, Edizioni Unicopli, Milano 2009 e E. Cinnella, L’altro Marx. Una biografia, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari 2014.  

  11. L. Grilli, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, La Pietra, Milano 1982. I testi principali di Bordiga sulla società e sull’economia sovietica sono raccolti in Struttura economica e sociale della Russia d’oggi. Le grandi questioni storiche della rivoluzione in Russia. La Russia nella grande rivoluzione e nella società contemporanea, edizioni il programma comunista, Milano 1976 oggi disponibile nelle edizioni Lotta Comunista, 2009.  

  12. L. Gerosa, Bordiga legge Marx, op.cit., pp. 62-63.  

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Gli Arditi del popolo, il PCd’I e l’irrisolta questione dell’organizzazione militare di classe https://www.carmillaonline.com/2019/12/11/gli-arditi-del-popolo-il-pcdi-e-lirrisolta-questione-dellorganizzazione-militare-di-classe/ Wed, 11 Dec 2019 22:01:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56642 di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Gli “Arditi del popolo”, il Partito Comunista d’Italia e la questione della lotta armata (1921-1922), Pagine Marxiste, 2019, pp. 184, 10,00 euro

Definitivo è il fallimento d’ogni programma di lotta costituzionale e morale (La catena, Emilio Lussu – 1929)

In tempi in cui le piazze “antifasciste” si riempiono di giovani inneggianti alla legalità, alla politica educata e non violenta e in cui la conflittualità di classe, ancora una volta, rischia di essere messa sott’olio e sigillata come le sardine che le promuovono, è sicuramente molto utile ripercorrere, [...]]]> di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Gli “Arditi del popolo”, il Partito Comunista d’Italia e la questione della lotta armata (1921-1922), Pagine Marxiste, 2019, pp. 184, 10,00 euro

Definitivo è il fallimento d’ogni programma di lotta costituzionale e morale (La catena, Emilio Lussu – 1929)

In tempi in cui le piazze “antifasciste” si riempiono di giovani inneggianti alla legalità, alla politica educata e non violenta e in cui la conflittualità di classe, ancora una volta, rischia di essere messa sott’olio e sigillata come le sardine che le promuovono, è sicuramente molto utile ripercorrere, dal punto di vista storiografico e politico, le vicende che portarono ad una netta distinzione tra l’organizzazione illegale del Partito fondato a Livorno nel 1921 e quella spontanea e diffusa, soprattutto in ambito proletario, di chi cercava di opporsi armi alla mano alla nascente minaccia fascista.

Una lezione, indipendentemente dai risultati conseguiti e dalle motivazioni politiche che alimentarono le differenti strategie e tattiche assunte dai principali protagonisti, che potrebbe rivelarsi ancora oggi decisiva per distinguere comunque il reale antifascismo da quello di facciata finalizzato soltanto a protrarre oltre ogni possibile limite la sopravvivenza dell’attuale ordine economico e sociale basato sul sopruso e l’oppressione di classe.
All’interno di un conflitto sociale che si muove oggi in un’aura già di guerra civile, nelle diverse aree del globo in cui si va manifestando, ma in cui una parte dei contendenti sembra ancora tardare nel prendere coscienza delle difficoltà e delle responsabilità che l’attendono nel confronto con la violenza dispiegata dagli Stati e dai loro apparati militari e repressivi.

Tale non secondario problema, evidentemente, nel periodo intercorso tra il 1919 e il 1921, fu invece centrale per l’organizzazione di chi, tornato dalla guerra oppure rimasto in officina, doveva fare i conti con la crisi economica successiva alla fine del primo conflitto mondiale e, soprattutto qui in Italia, con l’organizzazione della violenza armata delle milizie che, come quelle fasciste, affiancarono l’opera di controrivoluzione preventiva messa in atto dallo Stato nei confronti dei lavoratori e del proletariato e delle loro iniziative ed organizzazioni politiche e sindacali.

Certo, a differenza di oggi, l’idea della violenza ineliminabile da qualsiasi discorso sullo scontro di classe non era ancora stata cancellata dalla memoria di chi si opponeva all’esistente e alle condizioni di vita e di lavoro che ne conseguivano. E a questo avevano certamente contribuito anni di guerra e di macelli interimperialisti, la leva di massa, le sofferenze di coloro che erano rimasti a casa e la delusione dei reduci e dei sopravvissuti di un conflitto che aveva causato in Europa circa dieci milioni di morti e un’innumerevole quantità di feriti e dispersi tra le file dei soldati di ogni nazionalità.

L’uso delle armi era diventato massiccio e abituale per chi era stato al fronte, ma anche il corso degli avvenimenti precedenti e contemporanei al periodo di guerra (la settimana rossa, l’insurrezione di Torino dell’agosto del 1917, le rivolte per il pane e la terra e le occupazioni delle fabbriche del cosiddetto Biennio rosso) aveva determinato tra i proletari, gli operai e i militanti più decisi delle varie tendenze politiche contrarie al capitalismo una pratica diffusa di detenzione o una più semplice propensione all’uso delle armi per far valere i propri diritti oppure per difendere la propria vita, le manifestazioni, gli scioperi e tutte le strutture connesse all’organizzazione delle lotte (tipografie, sedi sindacali e di partito, case private dei militanti) dall’assalto delle forze della controrivoluzione preventiva: sia che si trattasse di quelle dello Stato che di quelle inquadrate nelle milizie fasciste.

Un’azione militare proletaria che ebbe nell’azione degli Arditi del popolo un’autentica punta di diamante nella risposta al Fascismo e che finì con lo scontrarsi sia direttamente sul campo che giuridicamente con gli apparati repressivi e militari dello Stato Regio.
Stato che sempre e comunque, ben prima della sua completa fascistizzazione, intervenne a difesa delle milizie nere sia a supporto della loro azione repressiva che per soccorrerle in caso di probabile o evidente sconfitta. Ragion per cui gli appelli successivi alla pacificazione o l’invito al ritorno alla tradizione democratica del parlamento e del governo, ancora nel 1924 dopo il delitto Matteotti oppure vent’anni dopo con gli appelli ai “fratelli in camicia nera” del 1938 o la formazione del CLN dopo la caduta del regime, sempre risuonarono, e non avrebbe potuto essere diversamente, come autentici tradimenti dell’iniziativa autonoma proletaria e dello spirito rivoluzionario che l’aveva spontaneamente animata fin dagli anni del primo dopoguerra.

Mantovani prende in esame, nel suo sintetico testo, un problema importante e significativo del rapporto tra organizzazione politica (il partito o i partiti) e azione autonoma del proletariato: quello dell’avvicinamento alle formazioni militari degli Arditi del popolo e del contemporaneo allontanamento di molti militanti dalla disciplina e dalle direttive degli stessi partiti, in particolare da quel Partito Comunista d’Italia che era nato da una scissione a sinistra dell’ormai decotto Partito Socialista.

Proprio la giovane dirigenza del partito, nato rivoluzionario sulla base delle indicazioni della Internazionale Comunista o Terza Internazionale, fu quella che con più decisione si oppose teoricamente e organizzativamente all’unione militare tra militanti del Partito, proletari non ancora inquadrati politicamente e ex-combattenti antifascisti e avversi a quell’ordine socio-economico che li aveva mandati al macello.

Questi ultimi avevano una composizione socio-politica molto diversificata al proprio interno: ex-militari di prima linea, volontari fiumani, anarchici, socialisti, repubblicani, comunisti provenienti da classi sociali diverse (studenti, piccoli borghesi, disoccupati, sottoproletari, lavoratori), ma uniti nel rifiuto dell’esistente e attivi nel rispondere alla minaccia e alle aggressioni fasciste.
Certo non potevano essere portatori di un programma politico ben delineato e definito e proprio da qui nacque l’equivoco, se vogliamo definirlo con un eufemismo, che portò l’allora segretario del Partito Amadeo Bordiga e buona parte del direttivo dello stesso ad opporsi alla pratica di collaborazione militare e a proporre un inquadramento militare, destinato soltanto ai militanti riconosciuti del partito stesso, all’interno delle strutture illegali del Partito.

Molti militanti non diedero ascolto a tali indicazioni (lo dimostrano le cifre delle adesioni agli Arditi del popolo di militanti definiti come comunisti) e ciò naturalmente causò irritazione negli organi dirigenti da una parte e dall’altra una serrata polemica tra la direzione del Partito e la Direzione dell’Internazionale e lo stesso Lenin, favorevoli invece ad una collaborazione militare tra il Partito italiano e le formazioni militari spontanee rappresentate dagli Arditi.

Mentre la dotta introduzione di Marco Rossi, già autore di diversi testi sul teme degli Arditi e del rifiuto della guerra, serve a inquadrare più generalmente il periodo e le pratiche spontanee di resistenza e di organizzazione paramilitare di chi, nel primo dopoguerra oppure durante la guerra stessa, si opponeva allo Stato borghese, al capitalismo, al nazionalismo e al fascismo, la ricostruzione di Mantovani si basa principalmente sulla documentazione e sui testi prodotti all’epoca dal Partito Comunista a direzione bordighiana e dall’Internazionale relativi al medesimo argomento.

E’ un lavoro interessante e, fortunatamente, critico delle formulazioni e delle pratiche messe in atto dal PCd’I in quei frangenti, ma nell’opera quasi ostinata di antologizzazione dei testi (molto ricca è infatti l’Appendice in cui si raccolgono i documenti, gli articoli e gli accesi contrasti tra Partito e Internazionale) rischia di cadere nello stesso errore di schematismo in cui caddero Bordiga e gli altri dirigenti del Partito (fatto forse salvo il caso di Gramsci) che ebbero come unico faro i compiti e i programmi del Partito stesso, senza tener conto delle proposte e delle nuove modalità organizzative e operative che giungevano dal basso e dalla società. Un dibattito che, per forza di cose, era destinato e sarebbe destinato tutt’ora, a rimanere racchiuso nel confronto ideologico e politico interno ad una minima frazione di proletariato e di militanti compresi all’interno del Partito di allora o di quello puramente immaginario di adesso.

In questo, però, occorre anche vedere anche un prolungamento di quelle pratiche bolsceviche e bolscevizzanti messe in atto proprio sulla base delle indicazioni provenienti dall’Internazionale per la formazione dei nascenti partiti comunisti: partiti di quadri e militanti rivoluzionari che dovevano guidare le masse in nome di un chiaro e ben definito progetto di azione tattica e strategica.
Una concezione dell’azione politica militante che non solo avrebbe portato nel giro di pochi anni alla degenerazione staliniana nell’Urss e nei partiti “fratelli”, ma che era riuscita di ostacolo persino agli inizi della rivoluzione russa quando, a febbraio, i rappresntanti del partio presenti a Pietrogrado si erano inizialmente opposti alle iniziative dal basso, di operaie, operai e soldati, che avrebbero portato nel giro di una settimana alla caduta dello Zar.

Una concezione e una pratica militare, quella ereditata dal partito bolscevico, più adatta all’azione armata ristretta delle fasi di difficoltà di un movimento (come quella attraversata dal partito bolscevico dopo la rivoluzione del 1905) piuttosto che all’azione generale di classe in un momento di guerra civile oppure pre-insurrezionale e rivoluzionario. Concezione ristretta che si sarebbe drammaticamente riverberata anche nei cosiddetti ‘anni di piombo’ e nelle tragiche e perdenti scelte operate dalle organizzazioni maggioritarie della lotta armata italiana a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.

Se non sbaglio, poi, l’autore dimentica una specie di autocritica che lo stesso Bordiga avrebbe poi fatto sulle pagine di Prometeo, la rivista teorica del Partito sopravvissuta pochi mesi all’azione fascista statalizzata, riconoscendo l’importanza che il movimento dannunziano e l’impresa di Fiume avrebbero potuto avere come momento di rottura all’interno della società italiana se questa fosse stata riconosciuta dai vertici della Sinistra come una possibile componente del movimento rivoluzionario. Ma questa “autocritica” in realtà tale non era poiché all’epoca del movimento dannunziano il Partito Comunista non esisteva ancora e, quindi, la responsabilità poteva essere rovesciata interamente sul Partito Socialista.

Il testo di Mantovani, edito da Pagine marxiste, è pertanto utile dal punto di vista della conoscenza e diffusione delle teorizzazioni, pro o contro, dell’epoca, ma pecca ancora di una mancata e approfondita analisi delle componenti sociali e degli immaginari che determinarono tali scelte. E questo non è poco in un momento in cui, a livello mondiale, torna a delinearsi uno scontro di classe variegato e contraddistinto dall’essere più guerra civile che non “rivoluzione pura” come alcuni vorrebbero, cosa che condannerà inevitabilmente questi ultimi a ripercorrere ancora le stesse orme lasciate da altre sconfitte nella neve insanguinata della Storia.

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