Alcide Cervi – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Un po’ di bene nel mondo, per Giulio Regeni https://www.carmillaonline.com/2026/03/14/un-po-di-bene-nel-mondo-per-giulio-regeni/ Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93532 di Luca Baiada

Tener viva la memoria di un delitto atroce e ribadire l’impegno delle forze che chiedono verità e giustizia. Ecco i punti di forza in Giulio Regeni. Tutto il male del mondo (regia di Simone Manetti, 2026). Un po’ per effetto delle mobilitazioni, un po’ perché nel caso tanti hanno sentito qualcosa che li riguarda, sta di fatto che la storia di Regeni è riuscita a non farsi dimenticare. Un grazie ai giornalisti, agli intellettuali e a tutte le persone che per dieci anni non hanno mollato, con dichiarazioni, articoli, lavoro e presenza nelle aule giudiziarie.

Si è discusso [...]]]> di Luca Baiada

Tener viva la memoria di un delitto atroce e ribadire l’impegno delle forze che chiedono verità e giustizia. Ecco i punti di forza in Giulio Regeni. Tutto il male del mondo (regia di Simone Manetti, 2026). Un po’ per effetto delle mobilitazioni, un po’ perché nel caso tanti hanno sentito qualcosa che li riguarda, sta di fatto che la storia di Regeni è riuscita a non farsi dimenticare. Un grazie ai giornalisti, agli intellettuali e a tutte le persone che per dieci anni non hanno mollato, con dichiarazioni, articoli, lavoro e presenza nelle aule giudiziarie.

Si è discusso se sia un documentario o un docufilm. È più interessante notare che Paola Deffendi, la madre di Regeni, che ha fatto di questa perdita una funzione sociale di alto profilo, ha dovuto sopportare domande sulle torture. Il suo aver visto nella salma del figlio «tutto il male del mondo» – disse così e la frase è diventata un punto di riferimento – sembra che sia stato inteso alla lettera. Come se solo attraverso gli occhi di una madre che ha patito questo, ci si potesse render conto della voglia di male, della negazione, della disumanizzazione. Come se l’onda nera che ci minaccia non si riuscisse a vederla da soli.

Giulio Regeni. Tutto il male del mondo procede per quadri tematici, una spiegazione strutturata dell’assassinio non c’è. Può essere un bene: fa ragionare chi ignora il clima di una dittatura. Magari anche chi – superficialità, sfida sciocca, strafottenza – col rischio di una dittatura si balocca. Ricordiamo il pensiero di Primo Levi, ad Auschwitz, quando un ingegnere tedesco visita il suo posto di lavoro, nota il suo disagio e gli chiede il perché come se nulla fosse. «Der Mensch hat keine Ahnung»; quest’uomo non si rende conto, riflette Levi, che nelle mani dei nazisti non riesce più neanche a ragionare in italiano. È difficile rendersi conto di com’è un regime dispotico, in cui le persone si riducono a ogni bassezza. Nel miglior cinema, un assaggio di che fogna sia una società fascistizzata è in Tony Manero (regia di Pablo Larraín, 2008). Sperando che quella pellicola tremenda svegli i pigri, gli indifferenti e gli arruffapopoli del «tanto peggio tanto meglio».

Se un giorno sapremo per intero la verità su Regeni, è possibile che ne esca un quadro stralunato e a suo modo semplice: in Egitto tutti avevano paura, gli ultimi della scala sociale più degli altri, e molti avevano interesse a fingersi informati. Una spia da poco l’ha indicato come agente straniero, apparati repressivi ci hanno creduto, è stato catturato, non aveva niente da confessare ed è stato massacrato perché fermarsi non conveniva, magari neanche a chi aveva intuito la sua innocenza. A questo il film accenna, sta a noi ragionare sino in fondo. Sforzo indispensabile, a proposito di paranoie del potere, specialmente in tempi di capi e capetti, gregari e adulatori.

Compaiono politici mentre testimoniano al processo. Il dibattimento penale è un contesto che si presta male ai giochi di mano, alle furberie dei personaggi famosi – naturalmente, se c’è l’indipendenza della magistratura. Sembrano impolverati, rimpiccioliti, come giocattoli di un bambino quando li rivede da grande. Viene da pensare a Forlani, Craxi, Andreotti, in processi con fili di bava agli angoli della bocca, imbarazzi, «non ricordo».

Fra il rapimento e l’assassinio passano giorni: sono interrogatori e torture. Roma cosa sa e cosa fa? Un film non può risolvere la questione meglio del lavoro giudiziario e del giornalismo investigativo, e la pellicola non corre alle conclusioni. Forse è dovuto anche alla pendenza del processo: un dibattimento scottante, con andirivieni fra un tribunale e la Corte costituzionale. Meglio non calcare la mano, e si può capire. La questione centrale è se in quei giorni fosse possibile salvare quella vita.

Altro tema, il confine fra ricerca e impegno personale. Regeni lavorava a una ricerca. Su questo una scena farebbe ridere, se non si sapesse com’è andata a finire. Un esponente di un’organizzazione sindacale, in un bar, gli dice che si può organizzare una rivoluzione, basta che ci si metta del denaro. Il girato è reale. L’uomo è in contatto con le autorità, e mentre farnetica di rivoluzioni a pagamento sta filmando di nascosto; è per questo che la scena, spaccato miserabile di provocazione e delazione, dopo è entrata nel film, con un cortocircuito espressivo. In pratica lo spettatore vede contemporaneamente: ciò che videro gli agenti che avevano indotto la spia a provocare; ciò che li convinse al rapimento; ciò che forse fu mostrato a Regeni cercando di fargli ammettere false accuse; la merce procurata dal suo accusatore ai committenti. A pensarci sembra di giocare a dama coi trenta denari di Giuda al posto delle pedine.

Ma Regeni non innesca rivoluzioni, fa un lavoro di livello universitario. Quell’incontro prosegue: da una parte fiducia malriposta, dall’altra cattive intenzioni e doppiogiochismo. È tagliente, questo crinale fra storia del presente, politica e ricerca: per l’egiziano significa denaro e protezione poliziesca, per Regeni il rapimento e la fine. Adesso, guardiamo e vediamo un’immagine sgranata, un giovane che cerca dati, l’ombra di una sera punteggiata di luci; ma quello è l’antefatto di un crimine di Stato.

Qui la questione si complica. Il film si sofferma in parte su questo, ma certo non c’è solo quell’uomo. Altri, in Egitto, hanno un comportamento opaco, a cominciare da chi riceve la visita della polizia in assenza di Regeni: fanno domande, copiano documenti. Sarebbe bastato avvertirlo, fargli capire che doveva tornare in Italia. Forse altri ancora, in Egitto, hanno tenuto comportamenti discutibili e hanno scelto il silenzio. Qui non si ipotizzano responsabilità, ma è bene porre mente ai meccanismi della connivenza, quelli di quando scatta l’oscena voglia di padrone. C’è un momento in cui il bersaglio viene individuato e il branco fa sì che gli altri si allontanino da lui, gli facciano intorno il vuoto, quasi per permettere di prender meglio la mira. L’intreccio di compiacenza, paura e tornaconto può essere ovunque: fra rivenduglioli di un suq come fra lavoratori, funzionari, intellettuali.

Tutto il male del mondo. Per me, la mente corre a una famiglia a cui non strapparono un figlio ma sette. I fratelli Cervi, assassinati dai fascisti: una famiglia contadina istruita, moderna, che curava la campagna con tecniche avanzate. Avevano anche un mappamondo, preso insieme a un trattore. Un mappamondo: un capriccio, all’apparenza. A luglio 1943 festeggiarono la caduta della dittatura offrendo pastasciutta al paese; cioè vollero far festa ma non da soli. Non soli, perché non volevano vedere soltanto il loro campo; l’orizzonte era più vasto. Quella gioia non fu perdonata.

In una foto l’anziano padre, Alcide Cervi, è accanto al trattore col mappamondo. Lavorare i campi e aver presente il mondo non è da tutti. Ecco un caso in cui il mappamondo non scatena sogni di dominio, come nel gioco delirante in una scena del film Il grande dittatore.

Fare il bene qui e ora, guardando lontano, verso il domani e l’altrove. Tutto il male del mondo, e invece tutto il bene del mondo.

 

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