Al Qaeda – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 17 Jun 2026 20:00:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 I diari di Raqqa https://www.carmillaonline.com/2017/10/08/40996/ Sat, 07 Oct 2017 22:01:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=40996 di Giovanni Iozzoli

Samer, I diari di Raqqa. Vita quotidiano sotto l’Isis (a cura di Gianpaolo Cadalanu), Mimesis, Milano-Udine, 2017, pp. 114, € 15,00

Samer è lo pseudonimo di un’attivista di Raqqa che, per alcuni mesi, ha raccontato al mondo la vita quotidiana degli uomini e delle donne di Raqqa, sotto il governo dello Stato Islamico, che aveva fatto del centro, a nord della Siria, la sua capitale-simbolo. In una città chiusa e occupata da un controllo asfissiante delle comunicazioni, i messaggi, poco più che post, viaggiavano clandestinamente in forma criptata e venivano [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Samer, I diari di Raqqa. Vita quotidiano sotto l’Isis (a cura di Gianpaolo Cadalanu), Mimesis, Milano-Udine, 2017, pp. 114, € 15,00

Samer è lo pseudonimo di un’attivista di Raqqa che, per alcuni mesi, ha raccontato al mondo la vita quotidiana degli uomini e delle donne di Raqqa, sotto il governo dello Stato Islamico, che aveva fatto del centro, a nord della Siria, la sua capitale-simbolo. In una città chiusa e occupata da un controllo asfissiante delle comunicazioni, i messaggi, poco più che post, viaggiavano clandestinamente in forma criptata e venivano poi raccolti e diffusi dalla BBC. Quest’ultimo dettaglio potrebbe rendere meno credibile la narrazione (tra la Siria e l’Iraq, la quantità di bugie, cinismo e disinformazione messa in campo dall’Occidente non ha precedenti nella storia), se non fosse che il racconto è assolutamente verosimile e corroborato da molte altre testimonianze giunte dalle zone occupate.

Del resto l’Isis ha fatto delle ferocia il suo brand pubblico ed esibito, e quando Samer racconta del clima di terrore imposto in città, non ci vuole molta immaginazione per credergli. La vita di questo “cronista per caso” assomiglia probabilmente a quella di centinaia di migliaia di siriani ed iracheni che tra il 2013 e il 2016, si sono ritrovati a vivere dentro un fosco incubo: truppe d’occupazione multinazionali, guidate da fanatici, sadici e criminali, avevano occupato i loro territori e le loro comunità, forti di logistica, arsenali e risorse economiche di enorme efficacia. Com’era potuta materializzarsi, questa specie di invasione aliena?Cosa stava accadendo, tra il disfacimento dello Stato iracheno e l’inizio dei tumulti anti-Assad in Siria?

Nel 2012, Al Qaeda in Iraq aveva volto le sue mire verso la Siria, sotto l’input degli Stati Uniti, di Israele, della Turchia e dei paesi del Golfo, tutti ansiosi di scalzare l’arcinemico alawita. In quel momento Abu Bakhr Al Baghdadi era un anonimo detenuto americano nelle prigioni irachene: venne evidentemente prescelto, liberato e ben fornito per ottemperare a un preciso obiettivo, rovesciare Assad e distruggere la Siria.

Dentro questi complessi piani genocidi di ridisegno del medio-oriente, la vita di milioni di ragazzi come Samer finisce stritolata: gli abitanti di Raqqa si ritrovano addirittura sudditi della capitale di un risorto Califfato e devono presto abituarsi a vivere sul un filo del rasoio; sotto il governo dell’Isis il confine tra la vita e la morte è sottile e labile. Basta un sospetto, o l’adozione in pubblico di un comportamento non shariaticamente ineccepibile, per incappare nell’arresto, la tortura o l’eliminazione. Organizzare un canale d’informazione clandestina in questo contesto, richiede un coraggio straordinario.

Mi sono chiesto cosa spinga una persona a raccontare come ha fatto Samer. Lui sapeva che così avrebbe messo a rischio non solo se stesso, ma anche le persone a lui care. La risposta è evidente nei suoi diari. Dopo aver visto amici e e parenti massacrati, la vita della sua comunità a pezzi e l’economia locale distrutta dagli estremisti, il nostro coraggioso diarista ha pensato che raccontare al mondo quello che stava accadendo alla sua amata città potesse essere il modo migliore di reagire (p. 16 , Prefazione di Mike Thompson).

L’incubo di Raqqa comincia ambiguamente, una mattina di marzo 2013, quando la città si sveglia senza i soldati e la polizia siriani – tutti fuggiti – e la città governata, de facto, dai ribelli anti Assad:

Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Corsi fuori e vidi le auto con la bandiera dell’Esercito Libero Siriano. Una si ferma proprio davanti a me. Un uomo si sporse dal finestrino e mi disse di non avere paura. Era venuto insieme ai suoi compagni per liberarci tutti dalla tirannia e dalla corruzione, disse. – Siamo tuoi fratelli -, aggiunse (p. 25).

La festa dura poco. Le formazioni che l’Occidente generosamente definisce “ribelli democratici” (compresi, incredibilmente, i qaedisti di al Nusra) vengono presto liquidate o cooptate da Daesh, che prende il controllo di Raqqa in breve tempo:

in un primo momento incantavano le persone con discorsi suadenti, promettendo loro la luna. Io non la bevvi… I primi che entrarono in città erano davvero convinti di essere venuti lì per salvarci. Gli altri erano molto più violenti (p.26).

Comincia l’oppressione infinita sulla vita quotidiana e i comportamenti degli abitanti: il pretesto della sharia e del rigore religioso, serve a Daesh a legittimare il suo monopolio della forza e la ferocia con cui lo esercita.

Il paradosso è che tale controllo sulla morale pubblica, viene condotto da truppe straniere, provenienti dal Caucaso, dalla Bosnia, dal Magreb, spesso dalle periferie delle metropoli europee; giovanotti di scarsissima formazione religiosa e dall’indole violenta, pretendono di insegnare l’Islam nelle terre in cui esso visse i suoi secoli d’oro. La popolazione, secondo Samer, li percepisce subito come invasori, ignoranti e pericolosi:

I miliziani di Daesh hanno iniziato a vendicarsi di tutti quelli che si oppongono… Li accusano di apostasia, ma è solo un’altra scusa per un’esecuzione. Ogni giorno fanno riunire la folla in piazza, come volessero mettere in scena una commedia. Eseguono anche alcune punizioni brutali nelle rotonde, proprio nel bel mezzo di strade trafficate. Sono decisi a mostrare a più persone possibili cosa accade a chi li delude. Non riesco a credere a quello che accade a chi li delude (p. 29).

L’accusa di apostasia è lo strumento con cui si può eliminare chiunque senza processi o remore umanitarie. È il lascito più venefico del whabismo, l’ideologia saudita, – delle cui derivazioni moderne i jhiadisti di tutto il mondo si nutrono. Fu il wahabismo a porre per la prima volta nella storia dell’Islam la minaccia apostatica sui dissidenti: chi non condivideva una determinata interpretazione teologica (o politica), era considerato “rinnegatore della religione” – mutazione sostanziale nella storia plurale e millenaria di un credo che non aveva mai avuto un’autorità centrale di legittimazione e certificazione di ortodossia.

Daesh costruisce a Raqqa una rete soffocante di spie, controlla la rete delle telecomunicazioni, chiude gli internet point, sanziona ogni comportamento pubblico non ritenuto ortodosso, mediante una “polizia della virtù” che sorveglia abbigliamento, tempo libero ed osservanza religiosa del popolo di Raqqa. L’autore deve subire 40 frustate pubbliche per un sospetto di imprecazione. E dentro questo clima di follia i servizi pubblici e sanitari, chiudono per l’incuria o l’applicazione di regole demenziali.

Il racconto si snoda in un rosario di sofferenze: la città comincia ad essere bombardata – dai russi, dagli americani, dai governativi, anche dai francesi, dopo il Bataclan. Le condizioni di vita peggiorano sempre di più e al sangue versato dalle milizie Daesh si aggiunge la conta delle vittime dei raid aerei, tra cui il padre di Samer.

Alla fine il narratore capisce di essere entrato nel mirino dei miliziani che lo stanno tenendo d’occhio. Non può più tergiversare e decide di scappare dalla città – con modalità tortuose e pericolose, come tutto quello che riguarda questo angolo di Medioriente. Si ritrova a scrivere il capitolo finale in un campo profughi, al confine con la Turchia, in una terra di nessuno piena di tende, mutilati e disperazione:

Nel campo non c’è abbastanza cibo, né medicine, gli aerei da guerra del regime volano sopra le nostre teste. Qui molte persone dicono che preferirebbero essere già morte… Conservo molti dei miei ricordi in una piccola borsa. Foto di persone e di luoghi. Pezzi smarriti, casuali, del mio passato, pezzi che probabilmente non esistono più… C’è una foto di un nostro vicino ucciso, morto accanto ai suoi figli in un raid aereo. Le foto di un mio vecchio amico crocefisso da Daesh. Qui un’immagine della nostra casa distrutta. Altre della nostra strada ormai devastata e vuota (p. 109).

Nella bella introduzione di Cadalanu riecheggia la domanda che spesso ci si pone sul moderno jhiadismo globale: stiamo assistendo a un processo di “radicalizzazione dell’Islam” o all’evoluzione di un radicalismo nichilista che in questa fase storica indossa l’abito dell’ortodossia musulmana – e domani chissà? Cadalanu opta per questa seconda ipotesi – sociologico-esistenziale, per così dire – e racconta della sua esperienza di giornalista a Mosul:

Gli abitanti del quartiere mi hanno raccontato che i miliziani si erano stabiliti poco lontano. I locali li chiamavano i russi: molto probabilmente si trattava di integralisti del Caucaso, ceceni o daghestani. E mi è sembrato ovvio domandarmi: come si fa a lasciare un paesino freddo, innevato con le foreste, per venire a morire sulla sabbia rovente dell’Iraq, in mezzo a gente che parla un’altra lingua e che odia profondamente chi tenta di imporle regole astruse facendo riferimento ad un vero Islam? (p. 8).

E questa deriva nichilista si accompagna allo sforzo massiccio, enorme, epocale di finanziamento, addestramento e armamento di queste milizie jhiadiste, che sono diventate un autentico esercito di complemento di attori statuali in lotta per ridefinire le loro posizioni in un’area strategica del mondo. Il primo “Jhiad” – quello afghano – fu finanziato in dollari e petroldollari. Dopo quarant’anni, siamo ancora dentro quella scia di morte e distruzione, che usa il fanatismo religioso per chiari fini politici di destabilizzazione , sfruttamento e distruzione delle nazioni.

]]>
Laboratorio Rojava https://www.carmillaonline.com/2016/11/16/laboratorio-rojava/ Wed, 16 Nov 2016 22:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34508 di Sandro Moiso

donne-curde-4 Arzu Demir, LA RIVOLUZIONE DEL ROJAVA. In diretta dai cantoni di Jazira e Kobane: come e perché la resistenza curda in Medio Oriente sta cambiando lo stato di cose presente, Red Star Press 2016, pp. 192, € 16,00

Michael Knapp – Ercan Ayboga – Anja Flach, LABORATORIO ROJAVA. Confederalismo democratico, ecologia radicale e liberazione delle donne nella terra della rivoluzione, Traduzione a cura di Rete Kurdistan Italia, Red Star Press 2016, pp. 280, € 20,00

Per Amore. La rivoluzione del Rojava vista dalle donne, Testi e foto di Silvia [...]]]> di Sandro Moiso

donne-curde-4 Arzu Demir, LA RIVOLUZIONE DEL ROJAVA. In diretta dai cantoni di Jazira e Kobane: come e perché la resistenza curda in Medio Oriente sta cambiando lo stato di cose presente, Red Star Press 2016, pp. 192, € 16,00

Michael Knapp – Ercan Ayboga – Anja Flach, LABORATORIO ROJAVA. Confederalismo democratico, ecologia radicale e liberazione delle donne nella terra della rivoluzione, Traduzione a cura di Rete Kurdistan Italia, Red Star Press 2016, pp. 280, € 20,00

Per Amore. La rivoluzione del Rojava vista dalle donne, Testi e foto di Silvia Todeschini, pp.246, 2016 todessil@gmail.com € 10,00

Immagino lo storcimento di naso che alcuni avranno fatto di fronte alla notizia, comunicata nei primi giorni di novembre dalle Forze democratiche siriane (Sdf), l’alleanza arabo-curda che agisce sul territorio siriano, l’offensiva congiunta su Raqqa la “capitale” siriana dell’Isis. Soprattutto, considerato che tale coalizione ha ricevuto l’appoggio dall’aviazione statunitense.

Certo nella vicenda c’è dell’ambiguità. Da parte degli Stati Uniti che, mentre da un lato hanno tra gli alleati i maggiori finanziatori dell’Isis (Arabia Saudita, Stati del Golfo, Turchia) dall’altro, cercano di sfruttare la legittima aspirazione all’autonomia dei curdi in funzione del proprio progetto di disarticolazione dello stato siriano e del regime di Assad. Oltre che, al momento attuale e dopo le capovolte di Erdogan, per fare indispettire il dittatore turco. Senza magari domani rinunciare ad abbandonare alla sua vendetta i curdi del Rojava in nome di una recuperata “sicura” alleanza. Cosa già messa in atto, tra l’altro dalle forze russe, dopo il riavvicinamento tra Putin ed Erdogan.

D’altra parte, a partita già iniziata e non da ora, come dovrebbero muoversi i curdi del Rojava per continuare a difendere i territori già liberati e per scacciare definitivamente i mercenari dell’Isis dai propri territori?
Certo qualcuno avrebbe trovato da ridire anche in occasione del trasferimento su un treno militare tedesco, da Zurigo a San Pietroburgo, di Lenin nel 1917 o chissà in quante altre occasioni, compresa la guerra civile spagnola, in cui chi la Rivoluzione la stava facendo, o almeno stava provando a realizzarla, è stato colpito dall’ostracismo ideologico di fazioni avverse ”più radicali” o “ortodosse”.

i-dont-fight-3 Non andrebbe però dimenticato che proprio la guerra siriana ha causato malumori tra gli stessi militari americani impiegati che, utilizzando i social network, hanno manifestato la loro contrarietà a combattere una guerra a vantaggio di Al Qaeda e contro le popolazioni civili, pubblicando foto in cui si coprivano il volto con scritte del tipo “I will not fight for Al Qaeda in Syria” oppure “Obama, I will not fight for your Al Qaeda rebels in Syria. Wake Up People!”. Contribuendo così, anche indirettamente, al successivo trionfo elettorale di Donald “Duck” Trump e alla sua, probabile, rottura con la tradizionale politica filo-jihadista della Segreteria di Stato americana, impostata a suo tempo dalla Clinton e dalla lobby petrolifera.

Certo, la semplificazione con cui i media, soprattutto nostrani, dipingono l’alleanza in atto nel Rojava come un’alleanza tra curdi e arabi potrebbe far pensare ad un indesiderabile accordo tra le forze delle Unità di Protezione del Popolo (Ypg – Yekîneyên parastina gel) e le forze arabo-saudite. In realtà sul territorio del Rojava le unità militari curde operano con le formazioni militari locali create dalle comunità arabe e turcomanne che risiedono nello stesso territorio e che hanno accettato i presupposti di autogestione e confederalismo democratico e territoriale proposto dalle e dagli esponenti delle forze rivoluzionarie curde.

riv-rojava Proprio per comprendere meglio un esperimento complesso ed innovativo come quello in atto nel Rojava, la Red Star Press ha edito, nel giro di pochi mesi, due utili testi. Il primo, LA RIVOLUZIONE DEL ROJAVA, è stato scritto da una giornalista nata a Istambul nel 1974, che vive e lavora in Turchia ed è nota per suoi reportage dedicati alle più importanti questioni sociali del Medio Oriente.

Il secondo, LABORATORIO ROJAVA, è opera di uno storico che da sempre studia la questione curda e le pratiche alternative al capitalismo nell’età moderna (Michael Knapp), di un’etnologa che ha trascorso due anni nella resistenza femminile curda (Anja Flach) e di un ingegnere ambientale che vive nel Kurdistan del Nord ed è impegnato in particolare nelle lotte per la salvaguardia delle acque (Ercan Ayboga).

Già il lungo elenco di sigle di formazioni politiche e militari operanti sul territorio del Kurdistan, compreso nelle prime pagine del testo di Arzu Demir, dovrebbe da solo bastare a far comprendere la complessità di una situazione, sia politica che militare e territoriale, che non può essere liquidata semplicemente come “questione curda”. Da qui discende la necessità di rimarcare le differenze intercorrenti tra alcune delle principali organizzazioni: PDK (Partito Democrtaico del Kurdistan – iracheno), PKK (Partîya karkerén Kurdistan – Partito dei lavoratori del Kurdistan – turco) e PYD (Partiya yekîtiya demokrat – Partito dell’unione democratica – siriano).

lab-rojava Il primo è il partito che governa il Kurdistan meridionale (Bajûr, Nord Iraq), divenuto regione autonoma (KRG) dopo la cacciata di Saddam Hussein a seguito dell’invasione americana del 2003. E’ un partito nazionalista e decisamente schierato a fianco della politica americana nella regione e, di fatto, rappresenta gli interessi politico-petroliferi del clan Barzani. Il termine peshmerga, che storicamente definisce genericamente ogni “guerrigliero” o “soldato” curdo, ha finito col rappresentare i combattenti del PDK e del PUK (Yekêtiy nistîmaniy Kurdistan – Unità patriottica del Kurdistan – iracheno) di Talabani; mentre i partigiani del PKK e del PYD preferiscono definirsi col nome delle proprie organizzazioni oppure come gerîlla o partîzan. Ma è proprio sulla genericità e ambiguità del termine peshmerga che si è potuta costruire gran parte della confusione imperante nei media occidentali.

Il PKK opera da circa trent’anni nel Kurdistan settentrionale (Bakûr, sud-est della Turchia) per sostenere l’autodeterminazione e la sopravvivenza del popolo curdo contro l’aggressione e occupazione militare dello Stato turco. Inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche stilata dai paesi occidentali (USA ed Europa), sta provando a superare l’originaria ideologia nazionalista e marxista-leninista attraverso una critica radicale degli stessi concetti di Stato, Nazione, Partito e l’abbandono dell’obiettivo di uno stato curdo indipendente, attraverso la proposta di un confederalismo democratico rivolto a tutte le differenti comunità presenti sul territorio in cui opera.

Il PYD, le cui formazioni militari sono YPG e YPJ (Yekîneyên parastina jinê – Unità di difesa delle donne), è il partito maggioritario del Kurdistan occidentale (Rojava, Siria del nord). Condivide con il PKK la prospettiva della costruzione di una federazione di comunità indipendenti e autogovernate al di là dei confini nazionali, etnici e religiosi, le cui basi sono costituite dalla partecipazione dal basso, la parità di genere e la difesa dell’ambiente. Prospettiva che, a detta dell’autrice di La rivoluzione del Rojava, sta cercando di realizzare a partire dall’insurrezione di Kobane nel luglio del 2012.

Il testo di Arzu Demir si basa, principalmente su un lavoro di intervista condotto sul campo a donne e uomini delle comunità coinvolte nella guerra siriana e contro l’avanzata dell’Isis. Ma è una guerra condotta anche in casa, dove i residui del passato patriarcale, ancora sin troppo presente, dovranno essere seppelliti non dopo la lotta contro i regimi autoritari e il capitalismo che li ha prodotti, ma durante e insieme a loro.

L’essenza delle politiche del regime siriano verso il Rojava è stata quella di abbandonare la regione alla povertà e alla miseria politica, sociale, culturale ed economica per renderla dipendente dallo stato centrale. In altre parole lasciarla senza identità e senza riconoscimento. Da questo punto di vista ci sono delle somiglianze con le politiche coloniali dello stato turco nel Kurdistan settentrionale. L’unica differenza è che i curdi in Siria, almeno fino alla rivolta di Qamishlo nel 2004, non si sono mai ribellati in maniera aperta e diretta contro il regime e per questo il numero di massacri è molto minore […] La Repubblica araba siriana ha mantenuto come politica di stato quella di assimilare il popolo curdo all’interno del nazionalismo arabo. I curdi sono stati forzati ad abbandonare le loro terre e a migliaia sono stati esclusi dal diritto di cittadinanza siriana.” (pag. 31)

Parte da queste considerazioni una lunga ricostruzione storica della nascita e dello sviluppo della resistenza curda e dell’attività forzatamente clandestina condotta dai partiti curdi in Siria almeno dal 1960 e dei motivi che hanno condotto il PYD a non schierarsi né con il governo di Assad né con i “ribelli siriani”, praticando una terza via che è consistita nel liberare e difendere il proprio territorio per amministrarlo, insieme agli altri partiti e realtà della società non solo curda, in una specie di “democrazia cantonale dal basso”.

donne-curde-1 In questa azione, che è stata politica e militare nel suo insieme, le donne hanno svolto un ruolo nuovo ed importante e la costituzione delle loro unità di difesa (YPJ) ha finito con l’essere uno dei punti di forza nella difesa del Rojava sia dai lealisti di Assad che dai “ribelli siriani” e dall’ISIS e jihadisti vari. Donne di ogni estrazione sociale, e spesso provenienti da altre nazioni, che ormai da anni versano il loro sangue e prestano le loro energie intellettuali e fisiche alla causa della rivoluzione. Come ben dimostrano le numerose interviste condotte dall’autrice a donne poi cadute in combattimento.

Una delle cose che la rivoluzione ha fatto per le donne del Rojava – in queste terre in cui il fatto che un uomo possa sposarsi con quante donne voglia o con una ragazzina è riconosciuto come un diritto culturale e legale – è stata quella di proibire il matrimonio in giovane età, la poligamia o i matrimoni combinati.[…] All’inizio del 2015 è stata emanata la cosiddetta «Legge delle donne», che tutela i diritti di queste ultime. Il primo articolo della legge in questione recita così: «la lotta alla mentalità patriarcale è responsabilità che poggia sulle spalle di tutti gli individui del Rojava autonomo e democratico». Con la Legge delle donne è stata riconosciuta parità di diritti in materia di eredità, divorzio e testimonianza in sede legale. La legge ha posto fine a pratiche, come lo herdel1 o la compravendita della sposa, che mercificavano la donna” (pp. 70-71)

Il testo però non dedica soltanto spazio alla situazione femminile nel Rojava e all’apporto che le donne hanno dato e danno all’esperimento sociale in corso, ma illustra anche con dovizia di fatti e di interviste un po’ tutti gli aspetti dello stesso: dalla gestione amministrativa comunalistica alle nuove forme di organizzazione economica e di autodifesa. Contribuendo così non soltanto all’informazione su ciò che sta succedendo nella Siria del nord, ma anche alla discussione su quali possano essere le forme organizzative, sociali, amministrative e culturali là dove sia già possibile una società in divenire.

Il taglio storico ed ambientalistico contraddistingue il secondo testo pubblicato dalla Red Star Press, che fin dalle prime pagine sembra aprirsi a scenari complessi.
I curdi sono il terzo gruppo etnico del Medio Oriente dopo arabi e turchi. Le stime sul numero dei curdi variano in modo notevole, ma le più realistiche si aggirano fra i 35 e i 40 milioni di persone.
L’area di insediamento curda, sebbene relativamente compatta, si trova oggi a cavallo tra gli Stati di Turchia, Iraq, Iran e Siria. La regione è d’importanza strategica anche per la facilità d’accesso all’acqua: i fiumi che bagnano la Siria e l’Iraq scorrono entrambi nella parte turca del Kurdstan (Bakûr). I linguisti collegano di comune accordo la lingua curda al ramo iraniano della famiglia indoeuropea, nonostante il curdo possa differire in modo significativo dal farsi. Non esiste una lingua comune curda, né un alfabeto standard o scritto, in parte a causa della divisione del Kurdistan e della proibizione della lingua curda in molti stati. I curdi parlano cinque dialetti principali o gruppi dialettali […] Questi dialetti sono talmente differenti che non sempre gli interlocutori riescono a intendersi
”. (pag. 23)

Primo problema: spesso a proposito del Medio Oriente, si parla di petrolio, ma troppo spesso ci si dimentica come per il futuro, e già oggi per il vicino Oriente, la questione della disponibilità d’acqua e del suo controllo sia vitale. Prova ne sia il conflitto aperto da Israele con la Siria per il controllo del Golan. Quindi un Kurdistan ricco di acque potrebbe essere in prospettiva più appetibile e più importante del Kurdistan ricco di petrolio.

Secondo problema: una lingua dispersa che potrebbe ritrovarsi a ragionare in maniera prossima all’iraniano potrebbe costituire un ulteriore motivo di contenzioso per l’attuale espansionismo iraniano che, come ho già spiegato in altra sede,2 è uno dei fattori degli attuali conflitti mediorientali.
Così un testo come Laboratorio Rojava può essere utile non solo per ciò che espone direttamente, ma anche per i problemi che può far sorgere indirettamente a seguito di una sua più attenta lettura.

donne-curde-2 Il testo si differenzia dal precedente soprattutto per il fatto che mentre Arzu Demir fa ancora uso di una lettura e, talvolta, di una retorica ispirate dal marxismo-leninismo,3 gli autori di Laboratorio Rojava si rifanno decisamente al nuovo corso ispirato dalle riflessioni del leader storico del PKK: Abdullah Öcalan.

Nel suo tratteggiare le tradizioni comunaliste della società primitiva, Öcalan si volge verso quella che lui stesso definisce società organica o naturale, esistita a suo parere alcune decine di migliaia di anni fa, organizzata in modo comunalista ed egualitario. Era una società matriarcale e si distingueva per l’uguaglianza di genere: «Nel Neolitico fu creato, attorno alla donna, un ordine sociale genuinamente comunalista, il cosiddetto ‘socialismo primitivo’, un ordine sociale che ‘non conosceva le pratiche coercitive dello Stato’» […] dal punto di vista del materialismo storico marxista, il «comunismo primitivo» doveva necessariamente essere superato per arrivare alla società statalista attraverso le varie fasi dello sviluppo economico, dalla società schiavista al feudalesimo, al capitalismo, al socialismo e infine al comunismo, in una successione di passaggi teleologica, deterministica.4 Nella visione di Öcalan, l’emergere della gerarchia, del dominio di classe e dello statalismo non era inevitabile: «La gerarchia e il conseguente sorgere dello Stato fu agevolato dall’ampio ricorso alla violenza e all’inganno. D’altra parte, le forze essenziali della società naturale hanno resistito senza tregua e devono essere continuamente respinte (dallo Stato stesso). Contro il principio marxista del passaggio necessario attraverso fasi di sviluppo, Öcalan ha elaborato la costruzione della democrazia radicale qui e ora” (pp.51-52)

Per questo motivo il modello organizzativo proposto per il Kurdistan è sostanzialmente quello della democrazia consiliare che ebbe inizio dalla Comune di Parigi. In questa formazione di una società civile senza Stato alcuni principi sono comuni a tutti gli aspetti della riorganizzazione sociale, sia per il movimento delle donne che per il sistema sanitario, la difesa, l’amministrazione della giustizia e altro ancora. “Le persone si organizzano in Comuni, formano commissioni e lavorano insieme alle organizzazioni democraticamente legittimate” (pag. 125)

Il testo dedica molto spazio alle forme organizzative e legislative che si sviluppano in questi ambiti e per questo vale veramente la pena di condurne una lettura attenta e meditata in quanto, ancora più che per il precedente, ogni pagina non è volta soltanto a ricostruire le vicende del Rojava rivoluzionario, ma anche a suggerire prospettive per il futuro. Compreso il nostro.

donne-curde-3 Il terzo testo, quello di Silvia Todeschini, che si può richiedere direttamente all’autrice tramite l’indirizzo e-mail sopra segnalato, si occupa specificamente dell’azione femminile nel Rojava e si basa ancora una volta sull’esperienza di soggiorno e sulle interviste raccolta dall’autrice tra le donne del Rojava. Come dice la stessa Todeschini in apertura: “Questo non è un libro sul Rojava; questo non è un libro sulle donne. Questo è un libro sulla rivoluzione, dal punto di vista delle donne” (pag.6)

Da questa impostazione sorgono ancora numerose riflessioni di cui varrebbe la pena di parlare, ma che richiederebbero una trattazione a sé stante e molto ampia (così come, tra l’altro, la richiederebbero anche molte parti del testo precedente), ma almeno due considerazioni vanno qui prese in esame. La prima riguarda il linguaggio che dovrebbe essere utilizzato nel trattare un genere ancora poco favorito dalla nostra lingua.

Afferma Silvia nella sua Piccola nota sul “maschile neutro” che non viene usato in questo libro: “In italiano, al contrario di molte altre lingue, non esiste il genere neutro. In italiano, per descrivere un gruppo di persone in cui sono presenti sia maschi che femmine, si usa il maschile. Se per esempio c’è un gruppo di 15 giardinieri, di cui 13 donne e 2 uomini che ha fatto n buon lavoro, secondo la grammatica italiana si dice «i giardinieri sono stati bravi». Equiparare il neutro al maschile è chiaramente sessista, perchè la presenza delle donne viene ignorata, vengono assimilate ai maschi. Che fare quindi? Secondo me è da modificare la lingua italiana, inserendo un plurale effettivamente neutro (come del resto esiste in curdo e in altre lingue). In attesa che si modifichi la lingua, come esprimersi in un modo che non sia sessista ma che resti comprensibile? […] altra possibilità è quella di coniugare il plurale neutro al femminile, «le giardiniere sono state brave»: questa possibilità è discriminante nei confronti dei maschi; però perlomeno è facile da leggere. E comunque potrebbe essere un buon mezzo per far comprendere quanto maschilista sia il maschile neutro. In attesa che la lingua venga modificata, e possa esistere un plurale non escludente, verrà quindi per questo libro assunto il femminile come plurale neutro: ciò significa che quando leggerete espressioni come per esempio «le compagne», è possibile che nel gruppo siano presenti anche compagni maschi” (pag.2)

La seconda, invece, tocca il tema della «bellezza», tema che troppo poco spesso o quasi mai i rivoluzionari hanno seriamente preso in considerazione.
Per lottare, infine, è necessaria la bellezza. E’ necessaria l’estetica. Non solo quella esteriore, ma anche o soprattutto quella dei comportamenti. Perché dire che stai dicendo cose giuste, ma il modo in cui le dice è sbagliato, equivale a dire che è sbagliato tutto, perché il modo in cui si fanno le cose è parte integrante di ciò che si fa. Perché il fine non giustifica i mezzi: i mezzi al contrario devono contenere in se stessi il fine, devono rispecchiarlo, i mezzi stessi sono parte del fine. Perché la strada deve essere innanzitutto essere bella, per poter essere percorsa..Perché non c’è una via verso la libertà che non ne contenga i semi al proprio interno; non è sufficiente avere un buon obiettivo, è necessario conseguirlo in maniera giusta, in maniera corretta. Un caro compagno un giorno mi ha detto che puoi riconoscere se una lotta è giusta in base a quanto bene stai nel farla. La bellezza della lotta non è secondaria, perché la lotta è bellezza. E la gioia che provoca, il sorriso sui nostri volti,è già di per se un coltello nel fianco del nemico. In Rojava si dice che l’estetica è come una rosa, a cui sono necessarie spine per difendersi; queste spine sono l’etica, i valori, ma sono anche la lotta, perché la bellezza senza lotta diventa vuota” (pag. 196)

E queste considerazioni finali mi portano a comprendere ancora di più la straordinaria vicinanza tra lotta dei curdi del Rojava e l’esperienza del Movimento No Tav in Val di Susa. Per cui mi permetto di segnalare, in chiusura, tre agili e sintetici, ma tutt’altro che superficiali, libretti prodotti da una casa editrice vicina al movimento No Tav sulla questione fin qui esplorata:

Dai monti del Kurdistan. Intervista a più voci in un villaggio del Kurdistan turco, Alpi libere, Cuneo maggio 2012, pp. 32, € 2,00

pepino-kurdistan Daniele Pepino, Nell’occhio del ciclone. La resistenza curda tra guerra e rivoluzione, TABOR edizioni, Valle di Susa, dicembre 2014, € 2,00

Janeth Bielh, Dallo Stato-nazione al comunalismo. Murray Bookchin, Abdullah Öcalan e le dialettiche della democrazia, TABOR “materiali”, Valle di Susa , giugno 2015, € 2,00


  1. Pratica matrimoniale che consiste nello scambio di spose tra famiglie. E’ spesso utilizzata per mettere fine a sanguinose faide inter-famigliari  

  2. https://www.carmillaonline.com/2015/04/06/la-bomba-iraniana/  

  3. Riferibili, o almeno così sembrerebbe dopo una prima lettura, in alcuni casi alle posizioni del Mlkp (Marksist-Leninist komünist partisi – Partito comunista marxista-leninista)  

  4. Questa ricostruzione, di per sé corretta, risente tuttavia delle forzature interpretative del pensiero di Marx fatte dagli stessi marxisti. Si veda in proposito il mio https://www.carmillaonline.com/2014/09/03/marx-contro-marxismo/  

]]>
Io l’ho visto https://www.carmillaonline.com/2016/08/07/io-lho-visto/ Sun, 07 Aug 2016 17:59:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=32420 di Alessandra Daniele

51Fra tutte le bugie che ci vengono sistematicamente raccontate su questa guerra, una delle più false è che sia cominciata l’undici settembre 2001. In realtà, quando le torri gemelle sono crollate lo Scontro di Civiltà andava già in onda da quasi undici anni. Io l’ho visto.

Il cielo verde di Baghdad. Emilio Fede che esulta per il primo bombardamento, e poi durante la diretta notturna, mentre si rifà il trucco, molla una battutaccia sulle cosce di Kay Rush come un generico in pausa sul set. Il sosia di Saddam [...]]]> di Alessandra Daniele

51Fra tutte le bugie che ci vengono sistematicamente raccontate su questa guerra, una delle più false è che sia cominciata l’undici settembre 2001.
In realtà, quando le torri gemelle sono crollate lo Scontro di Civiltà andava già in onda da quasi undici anni.
Io l’ho visto.

Il cielo verde di Baghdad.
Emilio Fede che esulta per il primo bombardamento, e poi durante la diretta notturna, mentre si rifà il trucco, molla una battutaccia sulle cosce di Kay Rush come un generico in pausa sul set.
Il sosia di Saddam del Tg iracheno.
Bellini e Cocciolone che leggono il gobbo.
L’inviato della CNN che si mette la maschera antigas soltanto durante il collegamento.
Il cormorano incatramato che in realtà viene dall’incidente con una petroliera.
La scia di automobili carbonizzate delle vittime d’una bomba USA Daisy Cutter.
I soldati iracheni che si arrendono alla troupe del Tg3.

Nel 2001 la guerra non è cominciata, ha solo avuto il primo reboot.
Le stesse immagini già viste centinaia di volte nei Disaster movies, Arrmageddon, Deep Impact, Godzilla, Indipendence Day, che improvvisamente invadono tutto il palinsesto.
George W. Bush che avvertito dell’attacco continua a leggere favole ai bambini.
Le voci su un quinto aereo. Un sesto aereo. Una bomba atomica portatile. Suore kamikaze in Vaticano.
Bruno Vespa che legge male “defilati” e commenta “I sospetti terroristi si sono depilati? Dev’essere un rituale islamico”.
L’esperto di strategia militare che s’impapera, e chiama le regole d’ingaggio delle truppe “regole d’inganno”.
La fialetta d’antrace mostrata all’ONU dal generale Powell, che in realtà contiene zucchero.
I video di Bin Laden dalla grotta del presepe.
Paolo Liguori che si vanta “La notizia era falsa, ma noi siamo stati i primi a darvela!”
George W. Bush che complimenta l’inglese di Berlusconi, che effettivamente è migliore del suo.
Saddam Hussein pescato da un tombino.
I selfie dei torturatori di Abu Grahib.
Gli effetti del fosforo bianco su Falluja.
Lo striscione “Mission Accomplished”.
Obama che assiste via satellite al blitz contro Osama, e il cadavere di Bin Laden che sparisce. Un caso di lupara bianca.

Col secondo reboot, l’ISIS prende il posto di Al Qaeda, e agli effetti speciali da blockbuster si sostituisce l’orrore quotidiano stile Bowling a Columbine.
I censori di Guzzanti e Luttazzi che twittano Je Suis Charlie.
Gli snuff dell’ISIS su YouTube.
Papa Bergoglio che promette un cazzotto in bocca a chi parlasse male di sua madre.
L’Aria Che Tira che usa i funerali di Valeria Solesin come promo.
I soldati USA nel deserto che cantano Call Me Maybe.
I profughi sotto la pioggia ammassati dietro il filo spinato.
I media che ormai di default fino a prova contraria attribuiscono qualsiasi fatto di cronaca all’ISIS.
Renzi in jeans e mimetica.

La guerra durerà 30 giorni, promette il governo, che s’appresta a partecipare all’ennesimo bombardamento. Questa guerra è cominciata nel 1990. Fra 4 anni potremo chiamarla la nuova Guerra dei Trent’anni.
Una Magdeburg grande come un sub-continente.

Che cosa abbiamo visto?
Perlopiù quello che volevano farci vedere.
E qualche volta quello che non sono riusciti a impedirci di vedere.

I film post-apocalittici si aprono spesso con un montaggio rapido d’immagini da telegiornale che riassume le circostanze del crollo della civiltà umana.
Nel nostro caso, sarà una puntata di Blob.

[Scheggetaglienti è aggiornato] 

]]>
Verrà l’Islam e avrà i tuoi occhi https://www.carmillaonline.com/2015/11/25/verra-lislam-e-avra-i-tuoi-occhi/ Wed, 25 Nov 2015 21:00:26 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=26759 di Rinaldo Capra

verrà l'islam La comunicazione di tutti i media – TV, social, stampa, Radio, ecc.- dopo il 14 Novembre è straordinariamente uniforme, monolitica: è un atto di guerra. Lo scontro è di civiltà, e la compassione caritatevole, la solidarietà umana è a senso unico, nessun dubbio e nessuna incertezza. Per i militanti della guerra all’Islam l’identità è tutto, e non esitano ad arruolare tutta la comunicazione di massa per sfruttare e all’occorrenza falsificare ogni singola fotografia, ogni singolo video, ogni singola testimonianza. Per la “nostra” comunicazione occidentale l’identità nazionale, cristiana, “democratica” lo è altrettanto. Prima di tutto scontro di [...]]]> di Rinaldo Capra

verrà l'islam La comunicazione di tutti i media – TV, social, stampa, Radio, ecc.- dopo il 14 Novembre è straordinariamente uniforme, monolitica: è un atto di guerra. Lo scontro è di civiltà, e la compassione caritatevole, la solidarietà umana è a senso unico, nessun dubbio e nessuna incertezza. Per i militanti della guerra all’Islam l’identità è tutto, e non esitano ad arruolare tutta la comunicazione di massa per sfruttare e all’occorrenza falsificare ogni singola fotografia, ogni singolo video, ogni singola testimonianza. Per la “nostra” comunicazione occidentale l’identità nazionale, cristiana, “democratica” lo è altrettanto. Prima di tutto scontro di immagine identitaria dunque.

Non c’è giornalista o testata che non celebri l’orrendo rituale della reiterazione dell’orrore e della paura senza soluzione di continuità e indifferente al senso del limite. Video bui, mossi e con spari scorrono inarrestabili in tutte le Tv e nei siti dei quotidiani, fotografie di dettagli raccapriccianti, racconti e testimonianze raccolte mentre il testimone ferito sta entrando in sala operatoria ci vogliono inchiodare alle nostre responsabilità civili: siamo in guerra e tutti, ma proprio tutti la dobbiamo combattere senza riserve e senza pietà e, citando Hollande: Trionferemo.
Si perché sarà comunque un trionfo, comunque vada a finire per le nazioni i occidentali sarà un trionfo di immagine e di convenienza, ma soprattutto di pacificazione sociale.
Tutti gli interessi capitalistici sono stati tutelati.

La macchina di distruzione della coscienza e di amplificazione della paura è a tutto vapore. Ormai non c’è più nessun distinguo, non importa se è Isis, Al Qaeda, Hamas o altro, comunque è sempre Islam e tanto basta. E la guerra che scatena è barbarica: mutilazioni, uccisioni a sangue freddo e stragi di inermi, addirittura praticate a volte da cittadini europei, anche se di pelle scura e mussulmani, che ascoltavano Hi-pop e avevano l’iPad. Ma ogni guerra è per definizione barbarica. E in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, ecc. ne sanno qualcosa, è il loro pane quotidiano la barbarie della “guerra di civiltà”.

La nostra politica, le nostre autorità ora cercano di convincerci scatenare una guerra, in nome di una generica avversione alla guerra, per la difesa di questa democrazia e di questo sistema sociale ed economico. Vogliono che siamo noi a invocarla e ci stanno riuscendo. Facciamo la guerra perché non vogliamo la guerra. Del resto siamo tutti pacifisti, ma se vogliamo continuare a esserlo non possiamo farla fare tutta solo a Salvini e alla Meloni questa guerra.

L’urlo della comunicazione di massa, che si alza imperioso e prepotente da parte del potere costituito, dei giornalisti e dei portavoce dei partiti di sinistra e di destra è uno solo: verrà l’Islam e avrà i tuoi occhi. Tutti siamo in pericolo, perché noi, quelli civili e buoni, quelli che esportano democrazia e ricchezza, siamo il bersaglio predestinato. E non c’è angolo al mondo dove l’Islam non ci possa colpire: al cinema, al bar, nell’hotel, a teatro, dappertutto e con più efficacia e ferocia di tutti i missili terra-aria e terra-terra e tutte le diavolerie elettronico-guerriere che la nostra tecnologia ha saputo costruire. L’elenco delle procedure da attuare è sciorinato come una lista della spesa, fatta di intelligence, corpi speciali e piani di guerra. Nessuno vuole rimanere indietro in questa corsa a occupare i posti buoni, perché il bottino sarà ottimo e non è il caso di andare tanto per il sottile.
Verrà l’Islam e avrà i tuoi occhi.

Leggere così i fatti, manipolandoli attraverso i media, vuol dire rinunciare a fare i conti con la storia della rapacità imperialista degli stati occidentali. Significa liquidare la politica.
Nessuna voce critica si è levata dai partiti, se non in campi marginali. Nessuna voce critica dall’informazione, se non in piccole realtà editoriali. Nessuno ha letto la situazione in senso critico, ma solo in senso spettacolare, granguignolesco e parziale. Certo è difficile con tanti morti sui selciati essere critici ed è più facile lanciare strali in nome di patriottismo, militarismo, e invocare la superiorità culturale ed economica occidentale, che deve governare il mondo. Al massimo un accenno all’instabilità sociale delle banlieu, al disagio dell’integrazione che genera mostri, tutto qui. Ma l’accesso all’informazione obiettiva è sempre negato.

Noi occidentali siamo tutti uguali, non c’è più differenza sociale, culturale, politica e di classe, c’è solo l’appartenenza ai valori occidentali. Liberté, égalité, fraternité, questo sarà il nostro grido. Ma chi più del capitalismo e colonialismo occidentale ha affossato questi principi? Macché ricchi e poveri, barboni e padroni: tutti uguali siamo, indistinti, indifferenti, e l’unica salvezza è rimanere uniti, superare le divisioni ideologiche e fare fronte comune.

In un sol colpo cancelliamo la lotta di classe, l’emancipazione del proletariato, anche di quello cognitivo attuale. Cancelliamo la possibilità di avere ancora un confronto dialettico con la classe politica, cancelliamo la possibilità lottare per una società più giusta. Ci hanno disarmato completamente, chiunque si metterà di traverso e protesterà sarà un disertore. Sarà pace sociale. Sarà disastro sociale. Leggi di Polizia sempre più dure ci vesseranno e impediranno qualsiasi manifestazione antagonista e le pene, già oggi assurdamente dure lo saranno ancora di più, e con il plauso di tutta la società civile: preti, rabbini e intellettuali di sinistra in testa.

Verrà l’Islam per avere i nostri occhi, ma non li troverà. Non li troverà perché se li erano già presi i padroni, le multinazionali, i fascisti, i politici corrotti o insipienti con la complicità della comunicazione di massa. Hanno usato i nostri occhi per creare ad arte una vera nuova Psicopatologia di Massa: la difesa dei “nostri” valori civili.balilla fascismo-2 Del resto anche il fascismo si creò così, anche quello era una Psicopatologia di Massa della quale tutti rimasero vittima e che per un po’ ci affascinò e ci rese tutti fascisti: ricchi e poveri, intellettuali e artisti, proletari e borghesi con le conseguenze note. E ai nostri occhi colmi di dolore e falsità, vittime della persuasione occulta e avida, non rimarrà che l’amarezza di non aver praticato il disincanto nei confronti di un sistema che ci imbroglia, ci violenta e ci perverte nel senso etimologico del termine: ci fa perdere la strada della consapevolezza politica, sociale e di classe.

La sinistra che latita, sempre più vacua, è incapace di leggere ed elaborare l’evoluzione del capitalismo globale e digitale. Ogni giorno è sempre un passo indietro rispetto alla storia e la distanza si moltiplica e diventa incolmabile. Totalmente appiattita e timorosa di questo piano identitario collettivo generato dalla comunicazione di massa, non osa neppure alzare il capino e si accoda. Ha rinunciato alla lotta e celebra vuoti riti autoreferenziali.

Oggi il ruolo centrale dei mezzi d’informazione, è così invadente, ostinato e strumentale che con l’ostensione del dolore degli altri condiziona la pancia del popolo e l’atteggiamento politico generale, anche quello della sinistra. Da una parte crea indifferenza o odio e desiderio di vendetta, e dall’altra sdogana pulsioni di potere abbiette, riscrive la scala dei valori condivisi e nega la pietas agli altri. La continua esibizione di atrocità ha creato un clima favorevole alle forze armate come da decenni non accadeva. A noi rimane l’annichilimento politico, la narcosi sociale e l’incapacità di far politica ogni giorno più. Panorama sconfortante.

Se verrà l’Islam avrà gli occhi dell’Occidente, che già ci ha riconsegnato ai padroni, ai capitalisti, ai nazionalismi e agli imperi.

]]>
Divine Divane Visioni (Cinema di papà 07/08) – 63 https://www.carmillaonline.com/2014/10/23/divine-divane-visioni-cinema-papa-0607-63/ Thu, 23 Oct 2014 20:25:44 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=17722 di Dziga Cacace

Questa sera il montaggio analogico mi ha completamente sconvolto!

ddv6300687 – Sbaglierò: Michael Clayton, di un ciuco, USA 2007 Vedo troppi pochi film, ultimamente, per non imbestialirmi di fronte a una roba come questa, già vista millemila volte: l’avvocato carogna ma con gli occhioni da giuggiolone che – ingorgato in un casino senza vie d’uscita – ha il finale sussulto di coscienza. (Se ci penso bene, però, no: quali film conosco così? Nessuno. Vabbeh, non è importante). Sono di cattivo umore – lo so – e solo io, a differenza di critici e pubblico, ho trovato il film [...]]]> di Dziga Cacace

Questa sera il montaggio analogico mi ha completamente sconvolto!

ddv6300687 – Sbaglierò: Michael Clayton, di un ciuco, USA 2007
Vedo troppi pochi film, ultimamente, per non imbestialirmi di fronte a una roba come questa, già vista millemila volte: l’avvocato carogna ma con gli occhioni da giuggiolone che – ingorgato in un casino senza vie d’uscita – ha il finale sussulto di coscienza. (Se ci penso bene, però, no: quali film conosco così? Nessuno. Vabbeh, non è importante). Sono di cattivo umore – lo so – e solo io, a differenza di critici e pubblico, ho trovato il film borghese, ipocrita e consolatorio, con gli attori da botteghino e la trama senza sorprese. Ma perché – scusate – Clayton (Clooney, fichissimo, ça va sans dire) non poteva essere stronzo fino in fondo, giacché lo è quasi fino in fondo? E fate uno sforzino, eddai! E poi ‘sto ritmo blando, con inserti narrativi che allungano la broda in un thriller giudiziario già immobile, avvincente come un discorso di Lamberto Dini. La regia si atteggia anche ad autoriale, ma se mi date il regista Tony Gilroy lo interrogo come si deve e ve lo faccio confessare in dieci minuti. Inoltre c’è Tilda Swinton: per me da sempre un autentico mistero qui premiato addirittura con l’Oscar. È espressiva come un calco pompeiano in gesso, ha lo stesso colorito e – per rimanere in campo artistico – un fisico picassiano, periodo cubista. Però due secoli fa la Swinton ha fatto un film che ha colpito gli stramaledetti cinéphiles segaioli di mezzo mondo e lei continua ad essere considerata un’icona del cinema “alto”. Boh. Abbiamo visto ‘sta cosaccia perché Barbara riteneva di aver affittato Good Night, and Good Luck: la gravidanza fa brutti scherzi. (Dvd; 23/3/08)

ddv6301688 – Adrenalina pura con 24 – Season 3 di Joel Surnow e Robert Cochran, USA 2004
Allora: faccio un riassuntino per chi si fosse sintonizzato solo ora. Lo show funziona così: 24 ore in tempo reale, in un giorno che più di merda non si può. Vittima della fatale giornata il povero Jack Bauer (Kiefer Sutherland), agente operativo della CTU, Counter Terrorists Unit di Los Angeles, agenzia (fittizia nel mondo reale, ma forse no, chissà) che si occupa di antiterrorismo. Una volta all’anno, arriva quel giorno in cui il malcapitato protagonista capisce che saranno cazzi amarissimi: userà un cellulare con la batteria magica per 24 ore filate (deve avere un abbonamento molto vantaggioso), non mangerà, non si farà mai una sana pisciata, figuriamoci una cagata come si deve leggendo la Gazzetta. Ovviamente la giornata infame vede sempre coinvolta in qualche casino anche quella cretina della figlia. In questa terza serie, tra le altre cose, Bauer sta anche smettendo di drogarsi, cosa che sembra la parodia de L’aereo più pazzo del mondo. Fortuna che queste benedette ultime 24 ore non fossero anche l’ultimo giorno per pagare i contributi alla domestica, l’Iva trimestrale e che non ci fossero visite dentistiche improrogabili in programma. Però – diciamo – la materia narrativa non manca: nella prima serie troviamo dei balcanici efferati (serbi, ovviamente), che ce l’hanno precisamente con Bauer e, per vendetta, vogliono fargli ammazzare il candidato alla Casa Bianca dato per vincente, Palmer, un nero buonissimo, onestissimo e democraticissimo. Solo che c’è una talpa alla CTU e tutta la serie vive del dubbio. Nella seconda tornata, il nero buonissimo etc. è diventato ovviamente presidente (sembrava fantascienza 4 anni fa, ma chissà se adesso questo Obama dell’Illinois…) e Bauer deve fronteggiare una minaccia atomica su Los Angeles, orchestrata da degli arabi pazzi furiosi, mentre nel palazzo presidenziale c’è praticamente un colpo di stato. Niente di meno. Diventa tutto un po’ isterico: meno intrighi, molta azione, gran divertimento. Nella terza stagione – che ho visto dopo la quarta causa pesante rincoglionimento da paternità – l’attacco è batteriologico ed è condotto da un occidentale già al lavoro con gli yankee e ora deciso a fare giustizia vera. Dura poco, chiaramente (per l’appunto: 24 ore). Nella quarta serie c’è un nuovo presidente (il rivale del solito nero dei primi tre episodi) che viene fatto secco da uno Stealth rubato all’uopo; anche qui dietro al complotto stanno degli arabi vagamente incazzati. La crisi sembra indistricabile e il vecchio presidente Palmer torna a dare una mano e, siccome è superlativo come sappiamo, mette tutto a posto. Fino alla prossima stagione. 24 è un serial ottusamente geniale (è una combinazione possibile, l’ho deciso adesso), un thriller fantapolitico ad orologeria a tratti fascistissimo (tipico interrogatorio: “Se non dai una cosa a me, io do…” – agitando una mannaia – “…una cosa a te”) ma anche con insospettabili afflati democratici, probabilmente dovuti al caos mentale da sedicenne con l’ormone impazzito tipico degli sceneggiatori di queste cose: branchi di nerds miliardari che vestono in bermuda e magliette di gruppi metal. E poi ti inventano ‘sto popò di roba. (Dvd; aprile ‘08)

??????????????????????????????????????????689 – L’inguardabile Billy, perché l’hai fatto? di due bestie, Volker Schlondorff e Gisella Grischow, Germania 1992
Freddie Mercury e Jimi Hendrix insegnano: è proprio vero che da morto non puoi più difenderti da nessuno, neanche da chi pensa di ripubblicare questa porcata micidiale, un documentario allucinante che – una volta tanto d’accordo – Barbara e io abbiamo mollato dopo quaranta minuti. La schifezza è l’ignobile mix di una vecchia intervista al maestro Wilder e da inserti recenti di Schlondorff che cuce e rappezza. Senza chiarire niente: chi sia Billy (e la sua vita vale quanto i suoi film) e perché sia stato un genio. L’intervista storica, oltre ad avere una qualità da videotape smagnetizzato, è ottusa ai limiti dell’idiozia, con il petulante Schlondorff che chiede con fervore maniacale soluzioni di regia e sceneggiatura a un Wilder infastidito da questo fan inopportuno. Le risposte son sempre sopra le righe (ma se sono sbagliate le domande è logico che poi siano sbagliate anche le risposte) e mai Billy avrebbe pensato che da quel colloquio sarebbe potuto uscire alcunché. Ahinoi si sbagliava, il mercato sdogana qualunque cosa e c’è sempre chi ci casca (non ricordo chi mi abbia regalato questo prezioso prodotto Feltrinelli che ora puntella il tavolo della cucina). Tornando all’abominio che non troverebbe spazio in palinsesto neanche su una tivù satellitare della Val Brevenna: il commento a posteriori del regista teutonico è freddo come un ghiacciolo in culo, con luci da obitorio, verve cimiteriale e chiarezza narrativa pressoché nulla. Questa schifezza di film non è un omaggio, è un insulto alla memoria. E se non avete visto i film di Wilder è pure pieno di spoiler. (Dvd; 2/4/08)

ddv6303690 –Il blues di Feel Like Going Home di Martin Scorsese, USA 2002
Esco il precedente dvd dal lettore e ne metto subito un altro, tanto il destino della serata è segnato e la gravida Barbara si addormenterà a breve al mio fianco. Scelgo per cui a mio gusto e mi scoppio un bello Scorsese: il vecchio Martin si riserva, nell’ambito della serie di documentari dedicati al blues da lui coordinata, il compito più impegnativo e ambizioso. Però, siccome non è un presuntuoso come Wenders o un mestierante come Figgis – autori in questo ciclo di due autentiche bestemmie su pellicola –, si fa scrivere il film da Peter Guralnick che è un giornalista e uno scrittore che sa, e molto bene, ciò di cui parla. L’unica pecca, non da poco, è la totale mancanza di didascalie, per cui i personaggi che incontriamo durante la narrazione rimangono per lo spettatore medio degli assoluti carneadi, né sono chiari i rapporti tra chi parla e di cosa. Siamo alla solita mancanza di comunicazione che mi parrebbe marchiana in un esordiente, figuriamoci in un maestro come Scorsese. Ma è inutile che mi ci incazzi: all’Autore lo spettatore, in realtà, fa schifo. Un po’ come a Veltroni e D’Alema dan fastidio gli operai, per intenderci. Ad ogni modo nel racconto c’è una prospettiva storica, c’è un percorso e una chiara intenzione narrativa. Inoltre a farci da Cicerone, nella (ri)scoperta del blues del Delta c’è un musicista nero sconosciuto ai più, Corey Harris, che suona la chitarra in maniera eloquente e comprende ciò di cui si parla. Dal Delta del Mississippi fino al Mali, a recuperare le radici della musica più bella che esista, pura, intensa, dolorosa, carica di storia. Si vedono Son House (eccezionale), John Lee Hooker, Muddy Waters, Ali Farka Toure e altri personaggi minori ma anche loro con una storia da raccontare. Film più che discreto, ma fruibile solo da una percentuale della popolazione con almeno due lauree, in musicologia e folclore. Cioè quasi nessuno. Tutti gli altri che se ne dicono entusiasti, mentono, anche perché – a differenza che con Buena Vista Social Club – il disco non se l’è comprato proprio nessuno. Ma nessuno nessuno, perché il blues non si danza nelle balere come quel ritmato scassamento di minchia della musica cubana. M’è scappata, eeeeh. (Dvd; 2/4/08)

ddv6304692 – Il pacifismo guerrafondaio di Kingdom of Heaven di Ridley Scott, USA, Gran Bretagna, Spagna 2005
Sceneggiato col martello pneumatico e montato come se fosse Salvate il soldato Ryan, Kingdom of Heaven è un film ambiguo come spesso capita alle ultime cose di Ridley Scott. Ma la sua non è un’ambiguità ricca, bensì subdola, cinica, a buon mercato. Come da titolo italiano (Le crociate, non sia mai che ci si confonda) siamo in Terra Santa a liberare i luoghi sacri. Ci sono i saraceni buoni e il fanatico guerrafondaio che identifichi subito con uno di Al Qaeda. E ci sono i cristiani saggi e disponibili e quelli teo-con che vogliono la guerra a tutti i costi. Il messaggio generale vorrebbe essere di tolleranza, pace e comprensione, però poi la cinepresa indugia piacevolmente sulle scene di battaglia che – detto tra noi – sono anche la cosa migliore di un film che – ridetto tra noi – sembra adatto, nella sua semplice consequenzialità, all’età mentale di un dodicenne. E infatti – seppur turbandomi ideologicamente l’unico neurone funzionante – m’ha divertito. Girato con consueto stile grafico, purtroppo a Ridley scappa la cafonata di qualche modernismo di troppo: l’impressione che ogni paesaggio o scena di massa siano digitalizzati toglie molta magia a una messa in scena che fa (o dovrebbe fare) della grandiosità la sua cifra distintiva. Il belloccio Orlando Bloom se la cava, Eva Green – diamante splendente in The Dreamers del Maestro Bertolucci – mi sembra già appassita. Bravini gli altri e anche i costumi sgargianti. Suvvia: me lo son goduto (Barbara no, era indignata e sicuramente ha ragione lei). (Dvd; 11/4/08)

ddv6305693 – Il classico La carica dei cento e uno di Wolfgang Reitherman, Hamilton Luske, Clyde Geronimi, USA 1961
Regalato a Sofia per i suoi tre anni (festeggiati il 26 aprile e non il 25, a sua insaputa; potere del nostro regime autocratico, neanche in Corea del Nord si cambia il calendario!) e visto praticamente subito assieme a lei. Il commento critico della piccina a fine visione è sintetico e straight to the point: “Questo è un film bellissimo!”. E non ha tutti i torti. Prima di questo ha visto, a inizio aprile, solo Le avventure di Barbapapà (di Talus Taylor e Annette Tison, Olanda 1973) che io ho finora evitato in toto e che in realtà sembra l’assemblaggio di una serie di episodi televisivi, per cui non so se possa valere come film “narrativo” vero e proprio (non c’è insomma la consequenzialità delle storie classiche di Barbapapà e lo dico a ragion veduta perché le ho lette tutte. Non per esclusivo piacer mio, s’intende). La Carica è un film molto “familiare” e lineare, anche se con azzeccata struttura ad inseguimento. Giusto per la cronaca: Crudelia De Mon è considerata una delle cattive più cattive del grande schermo di sempre, una zitellaccia ingrigita dal fumo, secca come un’acciuga e che non deve avere partner da decenni. Vuole farsi un pelliccione di pelle di dalmata e ruba 15 cuccioli a una coppia felice di conoscenti (coppia sana, solida, che tromba, seppur con britannica discrezione), ma in realtà, Crudelia, ne aveva già da parte 84 comprati, suppongo, con regolare fattura, e di cui poteva farne il cazzo che voleva, eh. E quando i 101 (99 cuccioli più Peggy e Pongo, genitori dei 15 rapiti) scappano e si salvano, gli 84 di Crudelia sono effettivamente sottratti alla legittima proprietaria. E questo nessuno lo dice! Ci starebbe un seguito politicamente corretto dove i cuccioli vengono restituiti e giustamente scuoiati, perché se non gli insegniamo l’osservanza della legge fin da piccoli, poi ci aspetta l’anarchia, no? (Dvd: 26/4/08)

ddv6312694 – Good Night, And Good Luck di George Clooney, USA 2005
Stavolta Barbara azzecca l’affitto e il film, effettivamente, merita: Clooney ritorna alla regia con le idee chiare (il suo primo film non m’era piaciuto per niente, vulgo faceva cacare). Qui troviamo afflato democratico, impegno rivendicato anche per un mezzuccio come la televisione, e ottima cinematografia, con gusto e classe. Bravo Giorgetto che non dimentica di reinvestire i mijiardi – guadagnati recitando in puttanate – in qualcosa di durevole e onesto. Film ben fatto e necessario, dài. (Dvd; 3/5/08)

ddv6306695 – Altro classicone: Il libro della giungla di Wolfgang Reitherman, USA 1967
I doveri di babbo mi impongono la visione di un film che non vedo dai miei nove anni (al Manin di Genova, con nonna Franca: avevo scazzato con un bambino di quattro perché disturbava. Avevo vinto). È il film Disney con due dei momenti più divertenti in assoluto: l’amicizia di Baloo e Mowgli e l’incontro con l’orango tersicoreo Re Luigi. Per il resto, il percorso di crescita e maturazione del trovatello tra animali buoni e meno buoni (lo spauracchio Shere Khan) scorre facile, tenero e sereno, narrativamente semplice, disegnato bene e animato meglio, con belle caratterizzazioni e sfondi. Semmai il finale, molto dark e coraggioso, lascia un po’ perplessa Sofia. E due giorni dopo nasce Elena. (Dvd; 4/5/08)

ddv6307696 – Man of the World di un cretino, Gran Bretagna 2007
Una tra le più belle storie del rock. E una delle più tragiche: quella di Peter Green. Giovanissimo chitarrista nei Bluesbreakers di John Mayall in sostituzione del dio Clapton, forma poi i primi Fleetwood Mac (quelli blues, che poi diventeranno pop) e i 3 album che produce in meno di due anni, ’68 e ’69, vendono più di Beatles e Rolling Stones assieme. Albatross, Need Your Love So Bad, Black Magic Woman, Man of the World e The Green Manalishi vanno in testa alle classifiche e rendono l’uomo molto ricco e molto infelice. Ma sarà un’infausta serata a Monaco nel 1970 a farlo uscire completamente di cotenna. Già da un po’ Green era insoddisfatto del suo ruolo di rockstar per caso, del successo e dello show-biz. Andava dicendo agli altri della band: “Diamo tutti i soldi alle popolazioni del Biafra, dài!”. Nessuno che gli desse retta: volevano diventare ricchi sfondati e pochi anni dopo ci sarebbero riusciti eccome. Comunque, alla festicciola di Monaco di cui si diceva, a Peter viene somministrato dell’LSD a tradimento che fa il resto: il genio esplode, vuole solo fare jam oceaniche (tipo 40 minuti di improvvisazione), molla il gruppo, pubblica un disco folle e doloroso (e splendido e dal titolo inconsciamente programmatico: The End of the Game) e poi crolla in una depressione che lo fa finire perfino in casa di cura per malati di mente. Le medicine lo annientano, così come l’elettroshock e il musicista più lirico del British Blues finisce per imbracciare un fucile per minacciare il suo commercialista (cosa che in realtà vorremmo fare tutti, credo, quando ti presenta la dichiarazione dei redditi). Non vuole soldi che ritiene maledetti, vuole solo scomparire. Il recupero è lento e non completo. Oggi Green fa compassione: parla impastato, in maniera incoerente, con sprazzi di amarissima lucidità. Ha tentato un ritorno alla musica negli anni Novanta e a Pistoia fui testimone di un concerto a dir poco straziante. Adesso ha mollato del tutto e forse si gode un po’ di pace, dopo alcuni anni di incisioni (più che dignitose e sicuramente dolorose) e concerti che giustifico solo come trattamento terapeutico per questa anima in pena. Il documentario di Steve Graham è pedestre, senza alcuna idea se non quella della consueta biografia scandita cronologicamente, con interviste molto statiche e non particolarmente brillanti (e riprese cazzo canis). Il film lo tiene a galla il simpaticissimo Mick Fleetwood che è una fucina di ricordi. Musica ovviamente magnifica e immagini di repertorio straviste (da me) e riutilizzate più volte per le due ore del film. Gli do 6 perché l’argomento merita 10, ma la regia non va oltre il 2. Occasione persa molto molto male. (Dvd; 15/5/08)

ddv6308697 – Classicone aggiornato: Tarzan di Kevin Lima e Chris Buck, USA 1999
Con la minuscola Elena son giorni di gran daffare e faccio questo regalo a sorpresa a Sofia che lo riceve emozionatissima, giacché sono settimane che chiede senza speranze di averlo. Guarda il film a bocca aperta, non si prende particolari spaventi ed è totalmente presa da una vicenda che in effetti non ha un attimo di respiro e va via veloce. Alla fine del film si gira verso di me e sentenzia: “Bello, eh?”. Divertente, ritmato, animato da dio ibridando tecniche tradizionali con quelle più moderne (gli sfondi sembrano statici e molte volte vengono esplorati in 3D), con tentazioni moderne (Tarzan che surfa tra i rami) e concessioni classiche (il cattivone Clayton, molto anni Quaranta), si fa vedere volentieri. Anche più volte, ahinoi, tollerando Phil Collins che canta cose insensate in un italiano degno di Mal. Due giorni dopo Sofia mi chiede se i cattivi esistano anche fuori dai film, nella vita reale. Beata innocenza. (Dvd; 16/5/08)

ddv6309698 – Immagina The U.S. vs. John Lennon di David Leaf e John Scheinfeld, USA 2006
Paratelevisivo, molto lavorato ed effettato, è un discreto racconto della vita politica di John Lennon durante la sua contrastata permanenza negli USA. Parte bene e regge per almeno un’ora, poi si ripete e mostra un po’ la corda anche perché abbiamo capito che John stava sul cazzo a Hoover e non volevano dargli la cittadinanza, però poi non è che sia capitato molto altro. Lennon s’è battuto ancora e alla fine gli han dato la carta verde. Bene, bravo, bis. Oltre a tutto al ripiegamento privato di Lennon e della Ono (che, francamente, nelle scene di repertorio è fuori luogo in maniera evidente e puntualmente sovrastata da Lennon) non corrisponde una virata del racconto, che in troppe parti è meramente cronachistico. Poi, certo, la musica è splendida, Lennon illumina ogni volta lo schermo e i commenti sono interessanti, però si vede che è stato prodotto per la tivù (VH1) e c’è un evidente sentimento agiografico, anche perché la vedova ha collaborato attivamente. Non brutto come avevo letto da qualche parte né neanche lontanamente un capolavoro come molti critici ignoranti di cinema, rock e vita hanno blaterato; mmh. (Dvd; 22/5/08)

ddv6310699 – Non ha bisogno di presentazioni Il secondo tragico Fantozzi di Luciano Salce, Italia 1976
E beh. Secondo shot dopo il successo galattico del primo Fantozzi, uno dei film italiani più visti di sempre come biglietti staccati (non fidatevi delle classifiche degli incassi, vincon sempre gli ultimi!). Qui è evidente come la struttura episodica (e stagionale) non sia sempre riuscita come nel prototipo e viene un po’ a mancare l’evidenza del sottotesto politico, concentrandosi invece più sulla satira grottesca di vizi, manie e sogni dell’italiano medio, un’analisi della sua evoluzione che oggi ha un valore antropologico notevole. Il problema è che Fantozzi siamo noi e chi vede il film preferisce sempre credere che sia qualcun altro diverso da sé, confondendo inoltre il padronato e la sua rappresentazione grottesca con un’esagerazione umoristica. Qui – comunque – abbiamo la corazzata Potemkin imposta dal prof. Guidbaldo Maria Riccardelli, il varo a Genova con cena tra i potenti (con i pomodorini “dentro palla di fuoco a 18mila gradi”), la notte brava di Calboni, Filini e Fantozzi, la seguente fuga d’amore del ragioniere e della signorina Silvani a Capri e anche la clamorosa gita del Duca Conte Semenzara al casinò di Montecarlo. Ci sono pure la fiacchissima battuta di caccia e la truffaldina malattia di Fantozzi con visita al circo, due parti che sembrano outtakes, con umorismo scarico e pure delle scopiazzature (alcune che risalgono addirittura al Chaplin muto… che chissà dove le aveva fregate lui, però). Detto questo, io Fantozzi non lo contesterò mai. Mai. (Diretta tv su Retequattro; 31/5/08)

ddv6311700 – Pensa: Le avventure di Peter Pan di Clyde Geronimi, Hamilton Luske e Wilfred Jackson, USA 1953
Sofia l’ha preteso e, da genitore fermo nelle sue convinzioni pedagogiche, ho ceduto subito. Ma al momento non è sembrata particolarmente impressionata salvo poi diventarne fanatica. Io l’ho sopportato, anche se poi, alla quarta visione, ho cominciato ad affezionarmi (coi bambini la visione ripetuta è d’obbligo: o impazzisci o t’innamori). Disegnato benissimo, musicato con belle canzoni, ci presenta un cast eterogeneo e ben congegnato e noto subito che Capitan Uncino è praticamente Willy DeVille mentre Spugna sembra il Baciccia marinaretto della Sampdoria; assortito anche il cast femminile, con la virginale Wendy, la molto hot Giglio Tigrato e infine la lolita da tasca, Trilli. Il protagonista Peter Pan è invece un’odiosa faccia da cazzo con le orecchie a punta, un coglione dispettoso che non vuol crescere e il povero Capitan Uncino è la sua vittima frignona (pure con l’incubo di un coccodrillo… marino?! Sì, esistono). Il film me lo vedo, ma tutte le menate sulla fantasia, sul rimanere bambini… boh, mica lo so se sono d’accordo. Poi io son cresciuto con Bennato (e il suo layer politico alla vicenda) piuttosto che con questo Disney, per cui tutta la faccenda mi risulta confusa, anche se evidentemente il confuso sono io. E già che ci sono: il Bennato Peter Pan libero contro il movimento giovanile massa di pecoroni, rivoluzionari coi soldi di papà etc. etc. m’è sempre sembrato troppo egocentrico e qualunquistico, anche se non dubito che Edoardo abbia incontrato tanta gente così nella sua carriera. Però il disco era bellissimo: Bennato, quando non gli parte la brocca e il tono profetico/apocalittico, è (stato) un genio. Ma tornando al film: a me sarebbe piaciuto che quelli per cui tenere fossero i pirati, ecco. Cioè, posso farlo lo stesso, ma vallo a spiegare a Sofia, eh. (Dvd; 31/5/08)

ddv6313701 – L’orrendo The Grand Finale, di due pelandroni, Gran Bretagna 2006
Michael Apted, già responsabile di film più che dignitosi come Gorky Park o Gorilla nella nebbia, di serial goduriosi come Rome e di documentari celebratissimi (il militante – e menoso – Incident at Oglala o il kolossal televisivo Up series) si macchia assieme a tale Pat O’Connor di questo documentario che dovrebbe raccontare il campionato mondiale di calcio del 2006, disputato in Germania. Ne viene fuori una minchiata catatonica, per nulla coinvolgente, col gioco più bello del mondo (in un campionato in effetti non esaltante) raccontato come sarebbe capace di fare solo un appassionato di shangai. Le interviste fanno letteralmente schifo sia come domande poste ai calciatori (all’attaccante Thierry Henry: “Come mai tanti talenti in Francia?”… ma come si può soltanto pensare di porre una domanda così stupida?) che come regia (Cannavaro è ripreso in una palestra, con un audio soffocato e delle luci degne di un’emittente uzbeka). Il commento è spesso fuori luogo e il montaggio e l’impianto generale del film sono disastrosi: non solo manca la cronaca spiccia (l’Italia sembra capitare in finale a Berlino per caso), ma non c’è proprio calore, umanità, curiosità; è un film celebrativo surgelato, con le interviste realizzate dopo, senza avere a disposizione materiali pensati e realizzati prima e durante. Mancano vitalità, ritmo e invenzione; e mancano soprattutto un’idea del cinema e – cosa gravissima e incomprensibile – un’idea del calcio. Oltre a tutto c’è anche uno smarrone clamoroso: dell’arbitro della finale Elizondo (pure intervistato e senza motivo) si sbaglia il nome. Immagino che Apted sia stato locupletato dalla Fifa a suon di milionate di euro e poi non ci abbia perso granché tempo, tanto il committente era quella blatta di Sepp Blatter. Vabbeh, ancora grazie che il film non sia stato affidato al tedesco Wenders: almeno abbiamo evitato l’ennesima colonna sonora modaiola, tipo vecchietti tirolesi che fanno lo yodel e tutti a perderci le bave. (Diretta tv su La7; 1/6/08)

(Continua – 63)

Qui le altre puntate di Divine divane visioni

]]>
La guerra delle ombre di Obama https://www.carmillaonline.com/2014/09/18/guerra-delle-ombre-obama/ Wed, 17 Sep 2014 22:05:59 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=17464 di Sandro Moiso

mickey mouse 6La locuzione latina “divide et impera” è stata per lungo tempo alla base delle politiche di indebolimento degli avversari da parte degli imperi e dei regimi di classe. Gli Stati Uniti, per tutta la durata della loro storia politica, coloniale e imperiale l’hanno tenuta in gran conto, non soltanto per dividere tra di loro i proletari divisi per identità nazionale, colore della pelle e religione sul suolo americano, ma anche per trarre vantaggio dall’indebolimento dei concorrenti europei oppure in America latina, in Medio Oriente, nei confronti dei paesi satelliti dell’ex-Unione sovietica e nelle aree ex-coloniali.

Ma [...]]]> di Sandro Moiso

mickey mouse 6La locuzione latina “divide et impera” è stata per lungo tempo alla base delle politiche di indebolimento degli avversari da parte degli imperi e dei regimi di classe.
Gli Stati Uniti, per tutta la durata della loro storia politica, coloniale e imperiale l’hanno tenuta in gran conto, non soltanto per dividere tra di loro i proletari divisi per identità nazionale, colore della pelle e religione sul suolo americano, ma anche per trarre vantaggio dall’indebolimento dei concorrenti europei oppure in America latina, in Medio Oriente, nei confronti dei paesi satelliti dell’ex-Unione sovietica e nelle aree ex-coloniali.

Ma tale politica, che funziona particolarmente bene soltanto quando gli imperi sono giovani oppure all’apice della loro potenza, sembra aver oggi raggiunto i suoi limiti di reale efficacia poiché le perplessità e le rivalità che l’attuale debolezza dell’impero americano fa sorgere, tra suoi alleati, ex-alleati e potenziali rivali, sembrano condurre sempre di più verso una catastrofe in direzione della quale le incertezze statunitensi sembrano, allo stesso tempo, spingere sia sul pedale dell’acceleratore che su quello del freno.

Mickey Mouse Obama si è trovato a dover gestire, con il ritiro delle truppe dall’Iraq e dall’Afghanistan, quella che agli occhi di gran parte del mondo, soprattutto musulmano, ha avuto tutto il sapore di una sconfitta e, contemporaneamente, iniziative di carattere politico, economico e militare di alcuni alleati che, pur parzialmente concordate, hanno scatenato fattori di rischio che hanno incrinato ancora di più l’effettiva capacità di governance planetaria da parte di Washington.

Tutto ciò che da parte degli infaticabili “democratici” occidentali era stato esaltato nelle azioni e parole del leader americano (ritiro delle truppe, promessa di difesa e sviluppo della democrazia in Medio Oriente) è stato pertanto rapidamente e drasticamente modificato dalla crisi politica ed economica in atto e si è rivelato per quello che realmente era: un pensiero piuttosto vacuo, le cui affermazioni erano dettate soltanto dalla debolezza in cui si trovavano (e tuttora si trovano) il governo della superpotenza wasp (nonostante il presidente di colore) e la sua diplomazia che, nella dinamica della crisi attuale difficilmente riesce a far convivere bastone e carota.
Infatti il bastone non può essere troppo grande e la carota risulta di dimensioni troppo poco appetibili per molti degli attori chiamati in scena.

obama bush Le guerre, come ha ben dimostrato Paul Kennedy in un suo importante saggio (Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti 1989), costano, soprattutto per le potenze il cui corso sta volgendo verso il tramonto. Costano in termini politici, economici, militari e, soprattutto, di immagine. In particolare se non sono vinte rapidamente. E negli annali recenti della storia americana nessuna guerra è stata vinta brillantemente e, ancora meno, in tempi rapidi.

D’altra parte per un colosso come quello statunitense, da anni foraggiato da un sistema di dominio e sfruttamento basato sia sulla potenza finanziaria che su quella del proprio apparato militar-industriale, anche la pace ha un costo. Occorrerebbe, almeno ogni tanto, “saper perdere”. Ma Shel Shapiro e i Rokes non sono certo annoverati tra i consiglieri politici della Casa Bianca.
Anzi, sembra che ad ogni sconfitta segua un periodo di ulteriori involuzioni destinate soltanto a cercare un’ipotetica rivincita militare in altre aree.

Una logica politica più vicina alla mentalità del giocatore accanito che ad ogni perdita è costretto a chiedere prestiti sempre più difficili da rimborsare e destinati ad ingrandirne ulteriormente il debito.
Indirizzandolo verso puntate e giocate sempre più azzardate e rischiose.
E oggi, intorno allo stesso tavolo di casinò, si sono ammassati non solo gli Stati Uniti e il loro sistema economico ed imperiale, ma alcuni dei giocatori più azzardati e “indebitati” (politicamente, economicamente e diplomaticamente alias militarmente) del pianeta.

Pensare che tutto oggi stia seguendo una certa inderogabile logica oppure che tutti gli avvenimenti drammatici che stanno avvenendo tra la Siria, l’Iraq, la Libia e l’Ucraina, passando per quella macelleria a cielo aperto costituita ormai da anni dai Territori palestinesi occupati o stretti d’assedio dagli israeliani, siano ferreamente governati dalla volontà statunitense è un grave errore. Perché non ci permette di cogliere la gravità e le possibili conseguenze dell’attuale momento dell’imperialismo mondiale.

Un’Europa in crisi economica, sociale politica ed identitaria; paesi del Golfo timorosi di finire le riserve petrolifere e di vedere modificati i propri arcaici assetti istituzionali; la Russia di Putin stretta tra delirio di grandezza imperiale e limiti di sviluppo ereditati dal passato; una Turchia avvolta in una spirale di ammodernamento economico e sociale e conservazione politica e religiosa tesi entrambi a garantire l’ordine interno e allo stesso tempo un diverso ruolo degli eredi dell’impero ottomano nella geopolitica planetaria; Israele sempre più schiacciata tra il desiderio di ampliare i propri confini all’infinito e la paura di perdere l’alleato americano: tutti questi fattori concorrono, insieme all’incertezza americana, a creare una miscela fortemente instabile ed altamente esplosiva. Cui, per paradosso attuale, non può nemmeno opporsi una significativa forza antagonista ancora troppo debole e divisa dal trionfo dei nazionalismi e delle identità etniche e religiose e dalle preoccupazioni di carattere economico ed occupazionale.

Lo Stato Islamico ed integralista installatosi a cavallo di Siria ed Iraq sembra, nonostante le atrocità ivi perpetrate, sempre più una parodia di regime del terrore; in cui le immagini delle azioni diffuse attraverso la rete e i network televisivi sembrano rispondere più a logiche dello spettacolo che politiche. E’ però proprio, e sempre di più, la regia di questo teatro del Grand Guignol ad essere nebulosa, evanescente e confusa.

Logiche che sì rispondono alla necessità americana di riaprire un fronte là dove si era appena chiuso, ma, allo stesso tempo, rischiano di riaprire anche questioni delicate ed indesiderate. Come quella curda (che vedrebbe Turchia ed Iran uniti dal comune rigetto di uno stato curdo indipendente), tanto per dirne una. Insieme alla questione dei finanziatori “occulti” del nuovo terrorismo “globale”.

Iniziamo dallo spettacolo in sé. Le immagini delle decapitazioni sono accompagnate, come risposta, dall’uso di aggettivi e sostantivi, indirizzati al fantomatico nemico o a “John l’Inglese”, come mostri, belve, tagliagole, etc. Oppure, ancora una volta, da dichiarazioni sulla nuova minaccia globale che, come ai bei tempi di Saddam, potrebbe ricorrere a terribili armi di distruzione di massa. Ovvero da tutta quella terminologia che serve, in questi casi, a riscaldare gli animi dei benpensanti e i motori dei caccia-bombardieri e dei carri armati.

In compenso le scene di guerra, viste in Tv, non sono adeguate allo sforzo: gente che spara per aria, qualche cadavere qua e là, qualche testimonianza tradotta direttamente nella lingua delle nazioni occidentali, qualche mezzo lanciato in corsa in aree desertiche, qualche altra di mezzi fatti esplodere dai droni o dai missili americani ( che potrebbe provenire da qualsiasi conflitto degli ultimi anni), qualche funerale. Poco, troppo poco per essere un vero kolossal come quello che media e governi ci vorrebbero propinare.

Sia ben chiaro: non si può provare alcuna simpatia o empatia con i militanti delle varie formazioni che si riuniscono intorno allo Stato islamico. Anche se è chiaro che quei militanti, pochi o tanti che siano (volontari delle mille guerre iniziate da quelle balcaniche in poi, sottoproletari delle periferie occidentali stufi della condizione di disagio in cui si trovano a vivere milioni di immigrati di prima, seconda o terza generazione, soldati del disciolto esercito irakeno, sunniti infiammati dalla predicazione di imām radicali in Europa e in Africa) provengono in gran parte da situazioni di disagio e disperazione che sono il risultato delle guerre degli ultimi vent’anni e il prodotto della spartizione imperialistica e capitalistica del globo e del prodotto sociale.

Obama ha chiamato alla mobilitazione generale gli alleati e il dado sarebbe tratto se non che gli alleati, come molti commentatori tendono a sottolineare, sono piuttosto refrattari e recalcitranti ad assumersi decisamente i costi di una guerra che gli Stati Uniti, mai come questa volta, non vogliono affrontare da soli.

Durante il periplo mediorientale il segretario di Stato, John Kerry, ha raccolto l’aperta adesione di dieci paesi arabi favorevoli all’operazione tesa a “distruggere” lo Stato islamico. Questo non significa che siano tutti pronti a mandare la propria fanteria o a bombardare le province siriane e irachene controllate dai jihadisti del califfato autoproclamato da Al-Baghdadi” così scrive Bernardo Valli su La Repubblica del 15 settembre.1 Così alla conferenza di Parigi tenutasi il 15 settembre, dove dei 40 possibili alleati annunciati ne sono intervenuti 30 circa, la disponibilità dei vari governi a condividere i rischi del conflitto contro lo Stato islamico è stata diversa, ed incerta, da caso a caso.

Rischi che non sono soltanto di natura militare. Sul piano religioso o semplicemente emotivo l’alleanza con l’Occidente contro il califfato, sia pur poco credibile secondo le grandi istituzioni islamiche, può urtare la sensibilità di parte della popolazione araba2 In quanto ai dubbi, poi, la stessa Francia, così come altri paesi europei, si è dimostrata incerta sulla possibilità di estendere le incursioni aeree sulla Siria. Più prudenti altri europei che hanno studiato partecipazioni non troppo compromettenti, come il governo di Berlino che ha escluso ogni partecipazione diretta. Mentre la stessa Gran Bretagna ha visto, nei giorni precedenti la conferenza, il governo dividersi tra chi escludeva i bombardamenti in Siria e chi li appoggiava.

Eh sì, perché, guarda caso, un importante pomo della discordia continua ad essere costituito proprio dalla Siria e dal destino futuro del regime di Assad.3 Che, a quanto pare, gli Stati Uniti preferiscono ancora indebolire ed aggredire per fare un piacere all’Arabia Saudita e ad Israele per cercare di indebolire, allo stesso tempo, la presenza russa nel Mediterraneo.

mickey mouse 3 Provare, anche qui, qualsiasi empatia con le politiche di Assad o di Putin è assolutamente fuori luogo, ma, allo stesso tempo, è chiaro che l’ostinazione americana a voler colpire in Siria rivela una parte del gioco mediatico, militare e diplomatico attuale. Alla faccia degli ostaggi, dei cristiani perseguitati, delle minoranze etniche e religiose, delle violenze sulle donne e della salvaguardia della democrazia e della libertà. Ciò che conta continua ad essere contenere la Russia e prepararsi a fronteggiare l’Iran.

Già…gli ostaggi, verso cui sembra volersi estendere il divieto americano ed inglese di trattativa. Anche per quelli europei, francesi ed italiani. Così il sottosegretario agli Esteri Mario Giro, dopo aver dichiarato in un’intervista a Sky Tg24, che “riporteremo a casa gli ostaggi, non importa come“, che qualche sito ha sintetizzato usando il termine “trattare”, ha dovuto immediata precisare che: “Non ho mai detto ‘non importa come’ a riguardo del modo di riportare a casa i nostri rapiti, né ho utilizzato il termine ‘trattare’. Ho detto invece che l’Italia farà di tutto per riportare a casa i 6 rapiti, perché la nostra politica è di non abbandonare nessuno e per raggiungere questo obiettivo studiamo tutti i mezzi possibili e leciti”.4

Gli ostaggi servono alla causa della guerra, soprattutto se morti o uccisi barbaramente, e questi distinguo non sono che la prova della tensione e dell’indecisione che si vive negli uffici dell’intelligence e nei palazzi del governo di fronte alla drastica richiesta di Obama. Purtroppo l’uccisione ad opera di “fuoco amico” di Nicola Calipari, il numero uno dell’antiterrorismo dell’allora SISMI, avvenuto a Baghdad nel 2005 in occasione della liberazione di Giuliana Sgrena ancora insegna.

L’Italia, persa ormai qualsiasi autonomia politica, incapace persino di dar seguito a quella strategia politica che uno dei maggiori rappresentanti della Democrazia Cristiana, Paolo Emilio Taviani, aveva sintetizzo nella formula “la moglie americana e l’amante libica”, finge di tenersi ai margini del conflitto fornendo soltanto armi ai Curdi, addestratori per gli eserciti mediorientali coinvolti e rifornimenti in volo per i cacciabombardieri alleati.

Mettendo così definitivamente a rischio le vite degli ostaggi e i fragili equilibri mediterranei un tempo raggiunti ed oggi denunciati come errori o peggio. Mentre il direttore del quotidiano “democratico” per eccellenza chiama alla difesa dell’Occidente e dei suoi “sacri” valori e alla vera e propria guerra, contro Putin e contro l’Is, con un linguaggio che non si vedeva dai tempi della guerra, almeno allora, fredda.5

Nel frattempo, però, non è escluso che la Russia possa porre un veto al Consiglio di Sicurezza sull’estensione del conflitto alla Siria. Mosca è alleata del regime siriano di Bashar Al Assad e quindi si oppone allo Stato islamico suo nemico, non esitando a offrire aiuti al governo di Bagdad. Ma il presidente russo è pronto, come dimostra l’ordine di mobilitazione e di “pronti al combattimento” dato alle truppe stanziate sul fronte orientale nei giorni scorsi,6 ad opporsi anche muscolarmente a qualsiasi ingerenza americana sul territorio siriano. In un confronto che dall’Ucraina al Mediterraneo si va facendo sempre meno “freddo”.

Che per alcuni “alleati” il vero obiettivo, poi, sia l’Iran non vi possono più essere dubbi. Israele e Arabia Saudita, in particolare, spingono con forza in quella direzione da tempo. Da quando, cioè, la disastrosa campagna irachena condotta dagli Stati Uniti ha rafforzato i governi di Teheran, regalando di fatto agli sciiti il controllo di una vasta parte dell’Iraq medesimo. Ed una delle “colpe” principali del governo di Al Maliki, sciita, è stata forse quella di favorire un riavvicinamento del paese a Russia e Cina ed un allontanamento dagli USA. Mentre il governo di Obama si trova in una posizione altalenante in cui, da una parte chiede alle milizie sciite presenti sul territorio iracheno di collaborare alla guerra contro lo Stato islamico e, dall’altra, rifiuta di far sedere l’Iran allo stesso tavolo di trattative militari e politiche cui siedono anche i suoi due principali nemici (ed alleati degli USA).

Un altro paese che ha opposto un netto rifiuto all’uso delle proprie basi per operazioni di ordine militare in Siria è la Turchia di Erdogan. La scusa ufficialmente addotta è, in questo caso, quella dei 46 ostaggi turchi in mano alle milizie integraliste, ma è chiaro che l’opposizione all’intervento militare nell’area è dettato dal timore della realizzazione di uno stato autonomo curdo in Iraq, che potrebbe portare ad una richiesta di distacco della regione curda dalla Turchia stessa, alla fine o durante il conflitto stesso. In questo Ankara si trova a condividere gli stessi timori regionali di Siria, Iran e Iraq e quindi a propendere più in direzione di accordi con due nazioni (Siria e Iran) che attualmente la politica americana vorrebbe escludere, forse definitivamente, dai giochi politico-economici dell’area.

In tutto questo c’è da chiedersi come il popolo curdo non si sia ancora stancato di dipendere dalle decisioni dei principali clan famigliari (ad esempio il clan Barzani) che si spartiscono il potere nella regione e che, negli ultimi decenni, hanno contribuito a coinvolgerlo in tutti i conflitti dell’area, solo e sempre a vantaggio dell’imperialismo statunitense e delle speranze di arricchimento di alcuni leader attraverso lo sfruttamento delle aree petrolifere presenti sul territorio kurdo. Così come c’è da chiedersi come dopo il tradimento di Abdullah Öcalan, messo in atto dal governo D’Alema nel 1999, il PKK possa ancor a sperare di raggiungere qualche soluzione vantaggiosa attraverso la collaborazione con gli imperi d’Occidente. Una situazione di confusione politica, religiosa e clanica che ha portato anche diversi giovani curdi ad arruolarsi nelle file dell’Isis in Siria fin dal 2012.7

Se il Kurdistan, a differenza di quanto affermano i media occidentali, non è solo abitato da peshmerga è altresì vero che dei circa 30 paesi intervenuti alla conferenza di Parigi quasi il 20% di questi ( Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar) non possono essere considerati pienamente affidabili, poiché tutte le indagini volte ad individuare i possibili finanziatori dell’Isis portano nella direzione degli stati del Golfo e dell’Arabia Saudita in particolare.

Già, perché gli eserciti del califfato islamico si muovono non solo sotto la bandiera nera che tutti abbiamo visto sventolare nelle immagini televisive. Soprattutto dal punto di vista finanziario.
La frottola che tali gruppi si finanzino principalmente con il “contrabbando” di petrolio, i rapimenti e le trattative per la liberazione degli ostaggi alla lunga non regge. Infatti il pagamento di 20 milioni di dollari al Fronte al-Nusra da parte del Qatar per il rilascio dei 45 caschi blu originari delle Isole Fiji rapiti sulle alture del Golan, puzza di bruciato lontano un miglio e ha tutta l’aria di un finanziamento diretto travestito da intervento umanitario. Nei confronti, oltre tutto, di un gruppo da sempre vicino ad Al Qaeda e all’Isis ed oggi ben accetto a Washington per la sua partecipazione al fronte anti-Assad.8

Un funzionario dell’intelligence degli Stati Uniti sostiene che le risorse dell’Is superano quelle di qualsiasi altro gruppo terroristico della storia.9 Ma tale ipotesi si accompagna al tentativo di negare che tali gruppi non si servano più dei finanziamenti dei ricchi sceiccati arabi. Ora, però, se anche tale ipotesi fosse vera, vorrebbe dire che in passato tali formazioni terroristiche sono state coltivate e cresciute dalle ricche casate petrolifere arabe ovvero dai “fedeli alleati degli USA”. Torniamo dunque in quel teatro di ombre che sempre di più assomiglia alla nota caverna di Platone in cui le ombre proiettate dall’esterno sulle pareti confondono le idee degli uomini. In particolare del bue borghese, come avrebbe detto Marx, ma, troppo spesso, anche di quello pseudo-antagonista.

In un recente articolo, pubblicato sull’Huffington Post, Alastair Crooke , agente ed esperto di cose mediorientali per conto del britannico M-6, ha affermato: ” Con l’avvento della manna petrolifera gli obiettivi dei sauditi erano diventati quelli di “espandersi, diffondendo il wahhabismo10 in tutto il mondo musulmano”… di ‘wahhabizzare’ l’Islam, riducendo così “la pluralità delle voci all’interno di questa religione” in un “unico credo” — un movimento che avrebbe trasceso le divisioni nazionali. Miliardi di dollari furono – e continuano tutt’ora – ad essere investiti in questa manifestazione di soft power.Fu quest’esaltante combinazione di miliardi di dollari d’investimento nell’esercizio di soft power – e la disponibilità manifestata dai sauditi a orientare l’Islam sunnita secondo gli interessi americani, pur innestandovi il Wahhabismo attraverso le istituzioni scolastiche, la società e la cultura in tutti i paesi musulmani – che generò la politica occidentale di dipendenza dall’Arabia Saudita, una dipendenza che dura già dall’incontro di Abd-al Aziz con Roosevelt a bordo di una nave da guerra statunitense (di ritorno dalla Conferenza di Yalta) fino ad oggi […]Dopotutto, i movimenti islamisti più radicali venivano visti dai servizi segreti occidentali come strumenti utili per abbattere l’URSS in Afghanistan – e combattere leader e stati mediorientali che non godevano più del loro favore.

Perché sentirsi così sorpresi, allora, se dal mandato saudita-occidentale del Principe Bandar di gestire l’insorgenza siriana contro il Presidente Assad sia poi emerso un tipo movimento d’avanguardia neo-Ikhwan, violento e spaventoso: l’ISIS? E perché mai dovremmo sentirci tanto sorpresi – sapendone un po’ sul Wahhabismo – del fatto che gli insorgenti siriani “moderati” siano finiti col diventare più rari del mitico unicorno? Perché mai avremmo dovuto immaginare che il wahhabismo avrebbe generato dei moderati? Oppure, perché mai avremmo dovuto immaginare che la dottrina di “Un Leader, Un’Autorità, Una Moschea: sottomettetevi o morirete” potesse mai in ultima istanza condurre alla moderazione o alla tolleranza?
Oppure, forse, non ci siamo mai sforzati d’immaginare
11 Ma qui occorre per ora fermarsi.

mickey mouse 4 L’Is o, meglio, le varie milizie jihadiste costituiscono, inoltre, un mosaico molto composito in cui si manifestano anche i differenti interessi dei vari paesi del Golfo che, in alcuni, casi (Arabia Saudita e Qatar) hanno spesso interessi contrapposti in Siria e in Egitto. Quando, addirittura, non arrivano ad avere posizioni differenti a seconda che agiscano in Siria o in Iraq. Come il già citato Fronte al-Nusra.

L’unica cosa certa per ora è che si sta andando verso una guerra, i cui contorni, obiettivi e limiti, se ne avrà, non sono ancora ben definiti. Obama non sembra avere una road map che vada oltre il momento12 e la necessità di mantenere in vita lo sfiancatissimo cavallo imperiale statunitense. A qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo. Per ora con scarso impegno militare sul terreno, qualche bombardamento e il tentativo di costringere tutti gli attori regionali e occidentali a dichiararsi o a stringersi in un blocco sostanzialmente anti-russo ( a partire dalle sparate retoriche sull’indipendenza ucraina) e anti-iraniano. Tutto ciò mentre gli europei sono scoordinati, divisi e confusi e una parte significativa dei giocatori seduti al tavolo sta evidentemente barando.

Per di più, all’ombra di questo gioco e sulla pelle di centinaia di migliaia di civili, Israele sta tranquillamente preparando un’ennesima aggressione al Libano, paventando la pericolosità di Hezbollah (che in realtà ha sempre combattuto contro le forze integraliste sunnite); l’Egitto può continuare nella sua politica di normalizzazione dei beduini del Sinai, accampando la scusa di una presenza tra le varie tribù di una componente jihadista, e di messa al bando dei Fratelli Musulmani e gli Stati Uniti arrivano a lanciare l’allarme per una pericolosa presenza dell’Is anche in Estremo Oriente, preparandosi ad ammassare truppe in quel quadrante in funzione anti-cinese. Cosa cui non è rimasta indifferente la Cina che si è schierata con la Russia sulla questione dei possibili bombardamenti americani in Siria.

ombre di guerra1 Ma la cosa più grave, da un punto di vista anti-imperialista e anti-militarista, non è nemmeno costituita tanto dall’assenza di un qualsiasi movimento contrario alla guerra di qualche peso, quanto piuttosto dal fatto che, nel disastro generale, i disperati, i giovani proletari e i sotto proletari delle aree coinvolte dai massacri e delle periferie dell’impero siano diventati succubi dei nazionalismi e del fanatismo religioso oppure dei vacui discorsi democratici e progressisti; insomma di tutte le trappole ideologiche di cui si sono serviti gli imperialismi, potenti o straccioni non importa che siano, per affermare le loro logiche di dominio a partire dai due conflitti mondiali. Tutto ciò grazie anche al totale abbandono di qualsiasi riferimento alla lotta di classe da parte delle sedicenti sinistre occidentali. Che, in ultima istanza, nascoste dietro alla fasulla maschera dell’umanitarismo e della non violenza hanno abbandonato al proprio destino proprio coloro che tale stato di cose (i lavoratori, i giovani, gli sfruttati di ogni sesso e nazionalità) avrebbero potuto rovesciare, tanto in Occidente quanto in Oriente.


  1. Bernardo Valli, Raid contro l’Is, sì dei paesi arabi. A Obama l’appoggio degli “alleati riluttanti”  

  2. Bernardo Valli, art. cit.  

  3. Definito, ancora su La Stampa, “macellaio”. Domenico Quirico, Fra i tagliagole e il macellaio Assad in Siria non c’è più posto per i buoni, 15 settembre 2014  

  4. Claudia Fusani, Terrorismo, l’Italia ha ancora sei ostaggi. Barack Obama chiede agli alleati di non trattare, L’Huffington Post 14 settembre 2014  

  5. Ma nel momento in cui due parti del mondo lo designano contemporaneamente come il nemico finale e l’avversario eterno, l’Occidente ha una nozione e una coscienza di sé all’altezza della sfida? Ha almeno la consapevolezza che quel pugnale islamista è puntato alla sua gola, mentre Putin sta rialzando un muro politico e diplomatico che fermi l’America, delimiti l’Europa e blocchi la libertà di destino dei popoli?[…]Per tutto il breve spazio “di pace” che va dalla caduta del Muro all’11 settembre abbiamo lasciato deperire nelle nostre stesse mani il concetto di Occidente, mentre altri lavoravano per costruirlo come bersaglio immobile. Lo abbiamo svalutato come un reperto della guerra fredda e non come un elemento della nostra identità culturale, istituzionale e politica, quasi che fossimo definiti soltanto dall’avversario sovietico, e solo per lo spazio della sua durata.[…]Oggi noi dobbiamo vedere (se non fosse bastato l’11 settembre) che non è l’America soltanto il bersaglio, ma è questo nostro insieme di valori e questo nostro sistema di vita, fatto di libertà, di istituzioni, di controlli, di regole, di parlamenti, di diritti. E contemporaneamente, certo, di nostre inadeguatezze, miserie, errori, abusi e violenze, perché siamo umani e perché la tentazione del potere è l’abuso della forza. Ma la differenza della democrazia è l’oggetto dell’attacco, il potenziale di liberazione e di dignità e di uguaglianza che porta in sé anche coi nostri tradimenti, e proprio per questo il suo carattere universale, che può parlare ad ogni latitudine ogni volta che siamo capaci di comporre le nostre verità con quelle degli altri rinunciando a pretese di assoluto, ogni volta che dividiamo le fedi dallo Stato, ogni volta che dubitiamo del potere – sia pur riconoscendo la sua legittimità – e coltiviamo la libertà del dubbio.
    Hanno il terrore di tutto questo, nonostante la nostra testimonianza infedele della democrazia e il cattivo uso delle nostre libertà. Lo ha Putin, con la sua sovranità oligarchica. E lo ha radicalmente l’Is. Ma noi, siamo in grado di difendere questi nostri principi e di credere alla loro universalità almeno potenziale, oppure siamo disponibili ad ammettere che per realpolitik diritti e libertà devono essere proclamati universali in questa parte del mondo, ma possono essere banditi come relativi altrove? In sostanza, siamo disposti a difendere davvero la democrazia sotto attacco?
    ” in Ezio Mauro, L’Occidente da difendere, La Repubblica 5 settembre 2014  

  6. L’ordine di verificare le capacità combattive delle truppe russe sembrerebbe essere legato all’imminente avvio della campagna americana contro l’Is in Iraq e in Siria. Il ministero della Difesa russo, infatti, ha ribadito oggi che qualunque azione aerea delle forze armate americane sul territorio siriano senza un preciso mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sarà interpretato dalla Russia come un atto di aggressione unilaterale” in Putin ordina alle Forze armate russe: “Pronti al combattimento in Oriente”, La Repubblica 13 settembre 2014  

  7. i focolai jihadisti non sono una realtà nuova per il Kurdistan iracheno. Basti pensare che il 23 maggio scorso è stato sventato un attacco terroristico a Suleimani ordito ai danni di esponenti governativi dell’Unione patriottica del Kurdistan da parte di Aram Ozair, ventenne originario di Halabja che era tornato in Kurdistan dopo aver combattuto per 8 mesi tra le file dell’Isis in Siria. Originari di Halabja erano pure i 9 ragazzi curdi che nel novembre 2013 sono morti in Siria durante feroci scontri tra i miliziani dell’Isis e l’esercito di Asad. I giovani, tutti di età compresa tra i 17 e i 24 anni, erano stati assoldati dalle milizie dell’Isis nel 2011 e si erano uniti alla guerriglia jihadista in Siria. […]Secondo Mariwan Naqshbandi, ministro degli Affari religiosi del Kurdistan iracheno, molti uomini che si sono uniti all’Isis e combattono oggi in Siria sono stati membri attivi dell’organizzazione salafita curda Ansar al Islam. Questo gruppo terroristico ha cominciato a operare in tutto il Kurdistan iracheno a partire dal 2001; tra le azioni più note, si ricorda l’assassinio nel febbraio 2002 di Franso Hariri, governatore di Erbil. Nel 2003, Ansar al-Islam fu bombardata durante un’azione militare congiunta tra peshmerga e Forze speciali americane. L’organizzazione si è sfaldata in più fazioni, la principale delle quali è Ansar al-Sunna, autrice di decine di attacchi suicidi, di cui il più clamoroso è stato quello all’interno della mensa di una base americana a Mosul il 21 dicembre 2004 che causò la morte di 14 militari americani.
    Alcuni giovani curdi di Halabja si sono arruolati tra le file dell’Isisper per via dell’alto tasso di disoccupazione giovanile (7,7% nel 2012) e dell’analfabetismo (20,8% dei residenti sopra i 10 anni). Anche l’eredità ideologica di Ansar al-Islam e la glorificazione del jihad da parte di mullah curdi che avverrebbe tramite i canali televisivi locali sono ottimi volani per il reclutamento. Non vi è competizione con altre ideologie, perché non convincono in un Kurdistan in cui la tradizione curda, per certi versi più secolare rispetto all’islam saudita, resta comunque ancorata a valori predefiniti che lasciano poco spazio a iniziative autonome individuali.
    La pressione ideologica nelle scuole e nelle università è forte e volta alla formazione di personalità standardizzate. Per questo i non pochi religiosi curdi che incoraggiano il jihad in Siria presentandolo come un valore coranico raccolgono proseliti. Salim Shushkay, esponente di spicco dell’islam curdo, è stato recentemente accusato dai servizi segreti del Kurdistan di aver spinto ragazzi curdi ad arruolarsi tra le fila dell’Isis in Siria, accuse respinte fermamente. L’intelligence curda continua a indagare tra le moschee soprattutto della provincia di Halabja, che è considerata l’hub principale del fondamentalismo religioso in Kurdistan. È vero però che, tra i rifugiati siriani, alcuni giovani uomini che si sono trasferiti nel Kurdistan iracheno perché disertori o obiettori di coscienza vengono reclutati e addestrati in campi militari nella regione già dal 2012. La differenza sta non nella finalità ma nella mentalità
    ”, in Emanuela C. Del Re, Guerra a Isis, tregua con Baghdad: la strategia dei curdi d’Iraq, Limes Oggi on Line del 24 giugno 2014  

  8. Opposizione siriana, Qatar ha pagato riscatto di 20 milioni di dollari per rilascio caschi blu da al-Nusra”, La Repubblica 13 settembre 2014  

  9. Petrolio, tratta, rapimenti: Is è il gruppo terroristico più ricco della storia”, La Repubblica 14 settembre 2014  

  10. una forma di puritanesimo islamico radicale ed esclusionista – N.d. A.  

  11. Alastair Crooke, Non si può capire l’ISIS senza conoscere la storia del Wahhabismo in Arabia Saudita, traduzione di Stefano Pitrelli, Huffington Post 3 settembre 2014  

  12. Massimo Gaggi, “Ma Obama non ha una road map per quando il Califfato sarà sconfitto”, Corriere della sera 15 settembre 2015  

]]>
Chi vince e chi perde a Gaza https://www.carmillaonline.com/2014/08/01/vince-perde-gaza/ Fri, 01 Aug 2014 21:40:57 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=16523 di Sandro Moiso

gazaE’ sicuramente difficile da fare in momenti in cui l’orrore e la rabbia per il massacro dei palestinesi rischiano di prendere il sopravvento sulla riflessione, ma occorre mantenere il necessario distacco dall’immanenza degli eventi per poter meglio comprenderli ed inquadrarli nel loro reale contesto storico e politico.

A Gaza si combatte e si muore non solo perché il popolo palestinese possa affermare il proprio diritto all’esistenza e a quella di uno stato degno di questo nome. A Gaza non agiscono soltanto lo stato fascista di Israele e i rappresentanti del [...]]]> di Sandro Moiso

gazaE’ sicuramente difficile da fare in momenti in cui l’orrore e la rabbia per il massacro dei palestinesi rischiano di prendere il sopravvento sulla riflessione, ma occorre mantenere il necessario distacco dall’immanenza degli eventi per poter meglio comprenderli ed inquadrarli nel loro reale contesto storico e politico.

A Gaza si combatte e si muore non solo perché il popolo palestinese possa affermare il proprio diritto all’esistenza e a quella di uno stato degno di questo nome.
A Gaza non agiscono soltanto lo stato fascista di Israele e i rappresentanti del sionismo più aggressivo.
A Gaza non si può guardare soltanto con gli occhi dell’umanitarismo becero del cattolicesimo e del generico pacifismo.
A Gaza si sta giocando una partita mondiale.

Partita che si è aperta ormai da molti anni e che, con buona pace di chi predicava circa vent’anni fa la fine della storia, vede venire al pettine tutti i nodi della storia del novecento e della crisi del dominio occidentale (economico, politico e militare) sul globo.
Gli Stati Uniti non sono più credibili e l’Europa Unita è un puro concetto filosofico di scarso valore ed entrambe questa realtà non hanno più la forza di risolvere le crisi internazionali. Né con la diplomazia, né e tanto meno con gli eserciti.

Su questo non c’è alcun motivo per versare lacrime, come alcuni infausti democratici ed intellettuali più sinistri che di sinistra, vorrebbero forse fare.
Il capitalismo e l’imperialismo occidentali stanno declinando rapidamente dopo essersi illusi di aver sconfitto la lotta di classe e dei popoli soltanto perché alcune sigle e definizioni sono scomparse essendo diventate obsolete e prive di significati reali.

Ma la lotta di classe, all’interno di un sistema diviso ed organizzato per trarre profitto dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non può scomparire. Così come non possono sparire a comando, e nemmeno in seguito alla più terribile repressione, le richieste dei popoli oppressi di veder riconosciuti i propri diritti inalienabili. Poiché, in ultima analisi, la lotta di classe e l’anti-imperialismo non sono soltanto patrimonio del marxismo, del comunismo o dell’anarchismo, ma delle contraddizioni reali, radicate nella storia e nell’economia del sistema mondo.

Allo stesso tempo le contraddizioni del dominio e della spartizione imperialistica del globo stanno venendo a galla. In maniera sempre più evidente e proprio grazie all’indebolimento, non solo di immagine, dell’imperialismo occidentale.
Costretto ormai a delegare, anche contro voglia, ad altri il proprio ruolo di controllore planetario.
Il falso trionfo del 1989 mostra ora le sue drammatiche conseguenze e la spartizione del mondo tra due sole superpotenze è stata sostituita da un intricatissimo gioco di grandi e medie potenze locali con aspirazioni planetarie.

Ma tagliamo subito la testa al toro: oggi a Gaza non sta vincendo Israele.
Come già non aveva vinto nella guerra libanese del 2006, condotta con lo stesso dispiegamento di forze, mezzi e violenza distruttiva. Anzi, l’immagine dello stato ebraico ha iniziato a sfaldarsi anche là dove, per esempio presso l’opinione pubblica americana, era sempre risultata più convincente e vincente.

Non vince l’ebraismo che, sempre di più, viene accomunato alla responsabilità dei massacri perpetrati in Palestina, nonostante le voci critiche nei confronti del sionismo armato israeliano che provengono, sempre più numerose, dall’ambito della comunità ebraica internazionale e anche, seppure in maniera minore, dall’interno della stessa Israele.

Nel corso degli anni il governo sionista ha spinto il paese tra le braccia dei peggiori avversari e dei più acerrimi nemici dell’ebraismo: le destre di governo occidentali (dal Partito Repubblicano negli USA a Forza Italia qui da noi) e l’Arabia Saudita. Nemica di ogni emancipazione sociale, politica e nazionale in tutto il Medio Oriente e nel Nord Africa e, soprattutto, dell’Iran.

Ne abbiamo già parlato altre volte su Carmilla: non si può capire cosa è avvenuto in Nord Africa e Medio Oriente, dalla caduta del regime di Gheddafi alla guerra in Siria e fino all’attuale “califfato iracheno”, se non si considera l’azione lenta ed inesorabile dell’Arabia Saudita e di alcuni suoi concorrenti degli Emirati per accaparrarsi le riserve petrolifere dell’area e il controllo politico e militare delle aree geografiche interessate

Infatti tra i vincitori dell’attuale scontro a Gaza vanno annoverati, in primo luogo, i sauditi.
Dalla Libia alla Siria, giù forse fino al Mali e alla Nigeria, le milizie integraliste che si scontrano tra di loro e con i rimasugli del potere statale superstite, lo fanno in nome dell’Arabia Saudita e del Qatar ovvero del petrolio. Occorre dirlo: Al Qaeda di Osama Bin Laden era al confronto una sorta di internazionale progressista, con l’idea di rovesciare il regime saudita, nazionalizzarne le risorse e le ricchezze e non abbandonare, almeno a parole, i vari popoli in lotta al loro destino.

Il progetto visionario, e per molti versi reazionario di Bin Laden, era, nonostante tutto, altra cosa da quello che si sta realizzando tra Iraq e Siria. Da quest’ultimo e dalle milizie jihadiste presenti in Libia e Siria non è mai giunta nemmeno una voce a difesa dei palestinesi. Anzi nei primi giorni del dramma si è cercato di distrarre l’attenzione degli arabi da Gaza attraverso la distruzione della moschea e del mausoleo di Giona.

Certo se si segue con attenzione lo sviluppo degli avvenimenti dal 2010 in avanti ci si accorge che lentamente ed inesorabilmente le milizie jihadiste si sono progressivamente impegnate, non solo nelle aree petrolifere del continente africano e del Medio Oriente, a coinvolgere in uno scontro militare senza fine tutte quelle forze che, in un conflitto locale o allargato, avrebbero potuto prestare il loro appoggio all’Iran: Hezbollah, Siria e Hamas.

L’obiettivo di indebolire i potenziali alleati del principale nemico comune di Israele e Arabia Saudita è stato infatti raggiunto con l’aggravante, se vogliamo così dire, di aver diviso tra di loro anche alcune di queste forze. Per esempio proprio Hamas e Fratelli musulmani che dopo aver preso le distanze, in maniera opportunistica e becera, dal regime di Assad, sperando in un riconoscimento occidentale, si sono trovati poi alla mercé del colpo di stato militare egiziano (di cui il principale sponsor è stata proprio il capitale saudita) e dell’attacco israeliano (con poco o nessun appoggio militare dai cugini di Hezbollah, già fin troppo impegnati sul fronte siriano).

Cosa quest’ultima che ha spinto e spinge i militanti di Hamas ad intensificare l’azione di “bombardamento” del territorio israeliano per dimostrare la propria esistenza in vita.
Certo la resistenza dei militanti del suo braccio militare ha dell’eroico e il fatto stesso che Israele abbia dovuto richiamare altri 16.000 riservisti, facendo arrivare a quasi 100.000 i militari impegnati nell’operazione di invasione e controllo territoriale della striscia di Gaza, lo dimostra.

D’altra parte fino ad ora le truppe di terra sono state maggiormente impegnate nelle aree agricole e più scoperte della Striscia. Le aree urbane possono essere devastate , distrutte e massacrate, ma difficilmente conquistate come dimostra tutta la storia del ‘900 da Leningrado a Varsavia fino a Grozny. Le vittime dell’esercito di Israele aumenterebbero in maniera sproporzionata e il costo potrebbe risultare troppo alto anche per i più famigerati sostenitori israeliani dell’operazione.

Ma, nonostante ciò e a differenza di Hezbollah nel 2006, molto probabilmente anche Hamas non risulterà nel novero dei vincitori di questo conflitto: troppi morti e troppi sacrifici costerà il tutto ai Palestinesi di Gaza e questo sicuramente significherà un indebolimento delle sue posizioni, politiche e militari.
Mentre l’ipocrisia pacifista ed umanitaria che finge ancora che si possano fare guerre senza coinvolgere i civili e le strutture pubbliche (scuole, ospedali, abitazioni civili, infrastrutture di vario genere) nella distruzione, raggiungerà sicuramente il risultato di confondere ulteriormente le idee sul conflitto e sulle sue cause.

ONU, Ban Ki Moon, Obama, democratici di sinistra e di vario genere, pacifisti cattolici e mille altri pensano che sia possibile limitare i danni, pur mantenendosi equidistanti e riconoscendo il diritto all’autodifesa di Israele. Stupidi, arroganti e ignoranti che pensano, con parole di cordoglio, di nascondere che ogni difesa non può essere che attacco e che, nel caso di Israele, tale difesa può usufruire di mezzi di offesa straordinariamente efficaci e distruttivi.

Dimenticano, tutti e senza distinzione, che già nel 1921 proprio un teorico italiano, Giulio Douhet, nel suo testo “Il dominio dell’aria” (poi divenuto a livello internazionale una vera bibbia della guerra aerea) teorizzava l’uso dell’arma aerea come strumento di distruzione totale delle infrastrutture economiche e civili e di vero e proprio terrorismo nei confronti della popolazione soggetta ai bombardamenti. Infatti l’aviazione militare, dalla guerra civile spagnola alla seconda guerra mondiale e dal Vietnam all’Iraq e a Gaza non è stata mai utilizzata per la guerra intelligente (che già di per sé costituisce un curioso ossimoro), ma solo e sempre in chiave terroristica.

Scoprirlo ogni volta, con pianti e strepiti istituzionali e privi di conseguenze, è assolutamente ridicolo e fuorviante. La guerra è la guerra ed è diritto degli oppressi denunciarlo ed opporsi ad essa con ogni mezzo necessario. Altrimenti si rischia di tornare ancora una volta a giustificarla sotto forma di “operazioni di polizia” oppure di “pacificazione” oppure, ancora, con le mille altre formule elaborate dall’opportunismo immarcescibile nel corso degli anni.

Israele, l’abbiamo già detto, anche se dovesse radere al suolo la striscia di Gaza e massacrare tutti i suoi abitanti non vincerà mai questa guerra. Non solo per l’immagine, ma anche perché attraverso di essa e, soprattutto, con una possibile futura guerra all’Iran si sarà totalmente messa nelle mani dei suoi peggiori nemici/amici. Prima di tutto l’Arabia Saudita che, quando avrà acquisito il controllo di quasi tutte le aree petrolifere più importanti dell’Africa e del Medio Oriente avrà buon gioco a ricattare gli USA e ad utilizzare i regimi jihadisti e califfati vari contro Israele stessa.

Nel disastro del Medio Oriente, dopo aver distrutto i movimenti classisti e laici e gli stati nazionali nati da moti anti-coloniali, gli occidentali non hanno più che una carta: la forza militare di Israele.
Dopo aver alimentato il mostro integralista pur di troncare qualsiasi appartenenza di classe e dichiaratamente anti-imperialista dei movimenti in Africa del Nord e Medio Oriente oggi scoprono che dal califfato islamico iracheno e siriano, giù fino alla Palestina, passando per il Libano, e fino a gran parte dell’Africa essi hanno coltivato, da un lato, forze incontrollabili legate agli interessi e agli investimenti dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi e dall’altra, e questa la cosa più interessante per l’antagonismo sociale, dei momentanei contenitori per una rabbia che non può più essere ulteriormente compressa.

Una rabbia che affonda le sue radici nelle contraddizioni di classe e nella miseria, ma anche, e forse soprattutto, in quelle ridicole divisioni territoriali legate agli interessi, prima, europei e, poi, americani che, a partite dalla spartizione dell’impero ottomano, dopo la prima guerra mondiale, e dalla dichiarazione Balfour del 1917 hanno riempito il Medio Oriente di linee di confine verticali ed orizzontali che non hanno mai tenuto conto delle reali esigenze dei popoli coinvolti. Come già il Congresso di Berlino del 1885 aveva fatto con il continente africano.

Lasciamo pure piangere i filistei, soprattutto di sinistra, sugli orrori della guerra. Lasciamoli scoprire che ad ogni tornata di guerra l’antisionismo si trasforma, troppo spesso, nel più bieco e volgare antisemitismo. Lasciamoli credere che il sionismo sia divenuta l’unica espressione possibile dell’ebraismo. Tutti uniti nel dire che non è più possibile schierarsi in questo conflitto, ma lasciateli perdere perché sono già politicamente e socialmente morti.

Tutti i nodi stanno venendo al pettine e l’Occidente è debole come non mai. Mickey Mouse Obama ne è la migliore esemplificazione. E tutti, ma proprio tutti, corrono a mettersi al riparo delle bombe israeliane, sperando che queste li salvino un giorno da ben altri missili sparati contro di loro e da ben altri conflitti, militari e di classe.

Ma i calcoli degli “occidentalisti”, quelli che sventolano in questo contesto le bandiere della democrazia greca, del femminismo di facciata e del cristianesimo di papa Francesco, sono errati e nascondono solo il vuoto politico, esattamente come i discorsi del bulletto di Firenze, e la paura. Di perdere. Tutto.

Anni fa, quando cominciarono le guerre afgane, chi scrive ebbe modo di affermare che la potenza militare statunitense si sarebbe rivelata un colosso d’argilla nei confronti dei combattenti che portavano solo sandali ai piedi e un kalashnikov a tracolla. Mi sembra che nulla abbia contraddetto quella affermazione. Anzi.
Oggi a Gaza è lo stesso. Gli israeliani potranno uccidere migliaia di palestinesi: combattenti, donne e bambini. Ma non vinceranno mai.

La specie nel suo insieme vuole continuare a vivere e non potrà sopportare in eterno una suddivisione dei beni, dei territori e delle risorse che implica una condanna alla miseria e alla morte per miliardi di individui da Sud a Nord e da Est a Ovest.
Nelle sue sempre più spaventose convulsioni il modo di produzione capitalistico, soprattutto qui in Occidente, non ha più altre risposte che la repressione, lo strozzinaggio finanziario e i bombardamenti. Così oggi, non solo per scelta ma neanche solo per necessità, siamo tutti Palestinesi davanti alle forze del capitale.
Ma alla fine la risposta di “quei piccoli uomini e di quelle piccole donne”, di cui ha parlato recentemente Valerio Evangelisti in un articolo, “chiamati a compiti molto più grandi di loro e delle loro capacità”, sarà adeguata e giustificata e ne decreterà la fine insieme a quella di tutti i suoi servi.

]]>
War! https://www.carmillaonline.com/2013/09/10/war/ Mon, 09 Sep 2013 23:00:26 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=9243 di Sandro Moiso

Strangelove“War / What is it good for / Absolutely nothing / War / What is it good for / Absolutely nothing / War is something that I despise / For it means destruction of innocent lives / War means tears in thousand of mothers’ eyes / When their sons go out to fight to give their lives”( Norman Whitfield – Barrett Strong, War, 1969)*

Abituati ai tempi del web e della “diretta” televisiva e al tempo ormai digitalizzato degli orologi e della produzione “just in time”, spesso ci si dimentica che i tempi della [...]]]> di Sandro Moiso

StrangeloveWar / What is it good for / Absolutely nothing / War / What is it good for / Absolutely nothing / War is something that I despise / For it means destruction of innocent lives / War means tears in thousand of mothers’ eyes / When their sons go out to fight to give their lives”( Norman Whitfield – Barrett Strong, War, 1969)*

Abituati ai tempi del web e della “diretta” televisiva e al tempo ormai digitalizzato degli orologi e della produzione “just in time”, spesso ci si dimentica che i tempi della storia sono più vicini a quelli della tettonica a zolle piuttosto che a quelli (fasulli) di Italo e dell’alta velocità.

Accade così che l’opinione pubblica come si stupisce, immancabilmente e ogni volta, di fronte al fatto che città costruite lungo la faglia adriatica siano destinate, prima o poi, a soccombere sotto la furia di “imprevedibili” terremoti, altrettanto  si stupisca di fronte al fatto di trovarsi davanti al pericolo di un nuovo, imponente, devastante e altrettanto “imprevedibile” conflitto mondiale.

Ciò non sarebbe grave se lo stupore riguardasse soltanto la tanto denigrata pubblica opinione e l’arrendevolezza mentale al quieto vivere dettato dai media di ogni formato, ma lo diventa quando tale sorpresa riguarda anche chi di tale modello di pensiero quieto dovrebbe farsi critico o antagonista. Così, per decenni, una certa sinistra, da quella democratica e riformista fino a certe frange della cosiddetta estrema sinistra, ha potuto crogiolarsi nell’illusione che la guerra, come strumento di risoluzione delle contraddizioni dell’imperialismo, fosse ormai superata.

Sì, certo, poteva svilupparsi qua e là in giro per il mondo sotto forma di scontro tra stati e regimi sottomessi all’impero della finanza e del capitale occidentale, oppure tra gli stessi e i popoli che non ne accettavano logiche perverse e ingiustizie palesi, ma, per dio, sempre a casa d’altri. Non ora, non qui.

Come se il Mediterraneo fosse lontano, come se i Balcani appartenessero a un altro continente, come se i paesi del Nord Africa e del Vicino Oriente si trovassero su un altro pianeta. Già: non adesso, non qui a casa nostra. Eppure, eppure… il rischio di un conflitto allargato, destinato a coinvolgere anche e, soprattutto, tutte le grandi potenze è esploso letteralmente tra le mani di capi di stato, di uomini politici di piccola e media statura, di esperti (quanto?) di affari internazionali, di analisti politici e vassalli dell’informazione di regime, degli imprenditori e, anche, del clero e dei suoi massimi vertici.

Tutti a dire: ”sì, un po’ di guerra ci va bene…anzi è essenziale per i nostri affari, ma dislocata un po’ più in là e con motivazioni condivisibili”. Da lì l’eterna e mefitica barzelletta delle guerre umanitarie, delle operazioni di polizia internazionale, delle missioni di pace ONU e così via. Mentre chi da tempo indicava la guerra come fase ultima della risoluzione dei conflitti economici e sociali scatenati dalle brame capitalistico-finanziarie finiva con l’essere indicato, a seconda delle occasioni, come visionario, profeta di disgrazie o portavoce di una concezione politica ormai definitivamente morta e sepolta.

Così da un lato si è finiti spesso col cadere in una passiva accettazione dello status quo dettato dall’immagine che lo stesso ordine capitalistico voleva e vuole dare di sé e dall’altro nell’eleggere la volontà del capitale a forza capace di  dominare le proprie, inevitabili contraddizioni (Trilateral, G 8 – 10 – 20 oppure SIM – Stato Imperialista delle Multinazionali). Posizioni, a sinistra, che finiscono col riflettersi specularmente l’una nell’altra e destinate a far cadere quel potente baluardo di classe sempre rappresentato dall’antimilitarismo attivo e cosciente.

Non è un caso che in questi giorni agitati, mentre gli italiani continuano a trascorrere lieti week-end estasiati di fronte alle vetrine dei negozi che riaprono per la stagione autunno-inverno, l’unica forza che si è mobilitata davanti al pericolo di una nuova guerra sia stata quella della Chiesa e del pacifismo di stampo cattolico. Forza che oltre a perseguire propri scopi geo-strtategici e politici (presenza cristiana in Siria, problema dei rapporti con il mondo islamico, origine argentina del novello Papa), ha il difetto di restringere la critica alla guerra a una semplice occasione di accettazione del verbo cristiano e a scelta etica e morale individuale.

 Tanto è vero che al digiuno “vaticano” hanno potuto appellarsi non solo le decine di migliaia di credenti affollatisi in Piazza San Pietro il 7 settembre, non solo i rappresentanti di tutta la chiesa cattolica nelle funzioni domenicali dell’8 settembre, i rappresentanti del mondo islamico e ortodosso, ma anche personaggi che del gioco imperiale fanno parte come la Ministra degli Esteri o, addirittura, il Ministro della Difesa che, mentre da un lato digiuna per la pace, dall’altro insiste per l’acquisto degli F – 35, che strumenti di pace non sono. Non occorre qui ricordare che il buon Anton Čechov affermava che “se un fucile appare appoggiato al caminetto durante il primo atto (di un’opera teatrale), sicuramente avrà sparato prima della conclusione dell’ultimo”.

Occorrerà tornare ancora su questo argomento, ma, ora, è meglio tracciare per linee ampie e (forse) grossolane il quadro di instabilità politica, militare, sociale ed economica (ultima nell’elenco, ma non per importanza) che ha portato alla situazione attuale. Osservando però che, a differenza di quanto molti credono, l’imperialismo traccia il quadro generale della sua attività di dominio ed espansione, ma non può determinare con certezza tutte le conseguenze delle sue scelte. Come dire: l’imperialismo è la causa di ogni guerra moderna, ma non sempre la vuole.

Scriveva Lev Trotskij nel 1937: ”le contraddizioni internazionali sono così complesse e intricate che nessuno può prevedere con esattezza dove la guerra potrà scoppiare, né come si delineeranno gli schieramenti contrapposti. Che si sparerà è certo, ma non si sa da dove verranno i colpi e contro chi saranno diretti […]. Tutti vogliono la pace, soprattutto coloro che non possono aspettarsi nulla di buona da una guerra […]. Nessuna delle piccole potenze potrà restare in disparte. Tutte verseranno il loro sangue […] Gli schieramenti dei campi belligeranti e il corso della guerra non saranno determinati da criteri politici, razziali o morali, ma da interessi imperialistici. Tutto il resto non è che polvere negli occhi. Le forze che operano sia per un’accelerazione sia per un rinvio della guerra, sono così numerose e così complesse da rendere rischioso ogni tentativo di azzardare previsioni sulle date. Tuttavia esistono punti di riferimento che consentono un pronostico**.

Qualche lettore potrà dire : ”Ma una guerra, anzi più guerre sono già in corso…”. E’ vero, d’altra parte anche quando il rivoluzionario russo in esilio scriveva già più guerre erano in corso, preludendo al secondo conflitto mondiale: guerra civile spagnola, guerre d’occupazione italiane in Africa orientale, occupazione giapponese della Cina, solo per citare le più evidenti. E infatti oggi affermare che la seconda guerra mondiale si è svolta tra il settembre del 1939 e l’agosto del 1945 non è più così corretto. Sono date di comodo, soprattutto per i manuali scolastici, ma è chiaro che il secondo conflitto mondiale andrebbe datato almeno dal 1936, se non addirittura dagli accordi di spartizione degli imperi firmati a Versailles.

Così la guerra futura, anche se  dovesse iniziare nei prossimi giorni oppure negli anni a venire,  affonderebbe chiaramente le sue radici almeno negli avvenimenti seguiti alla caduta dello Scià di Persia, alla fallita invasione sovietica dell’Afghanistan e in quelli successivi alla fine dell’URSS (1989) e alla riunificazione tedesca (1990) con la Guerra del Golfo e le guerre balcaniche (1991). Da allora, infatti, gli Stati Uniti hanno perseguito un obiettivo di destabilizzazione completa del Mediterraneo e del Vicino Oriente che, con la caduta di Assad, dovrebbe essere ora portata a termine.

Ma si sa, non tutte le ciambelle riescono col buco. Nei trent’anni trascorsi dall’affermazione dell’ayatollah Khomeyni in Iran molte cose sono cambiate sotto il cielo e non tutte sono andate per il verso desiderato dalla potenza imperiale americana. Che dopo aver fatto scannare per dieci anni il regime di Saddam Hussein con la nascente Repubblica Islamica iraniana, si vide costretta a fare sempre più affidamento su Israele e Arabia Saudita per il mantenimento della propria supremazia petrolifera, militare e politica nell’area.

Sul ruolo di Israele all’interno delle strategie americane poco ci sarebbe da aggiungere se non che data proprio dal 1978 (anno dell’inizio della rivolta popolare contro Mohammad Reza Pahlavi che l’avrebbe costretto, un anno dopo, alla fuga e all’esilio) quella mini-serie televisiva (“Olocausto”) che avrebbe così potentemente rilanciato l’immagine di Israele nel mondo (attraverso la messa in scena  della Shoa come spettacolo) dopo la sconfitta militare del 1973 ( ad opera delle forze armate egiziane) con la perdita del Sinai. E che è andata crescendo ininterrottamente fino all’altra sconfitta militare israeliana avvenuta nel 2006, in Libano, ad opera di Hezbollah e del suo braccio armato.

Ed è proprio la comune opposizione all’islamismo sciita iraniano e libanese ad aver avvicinato negli anni, in un’alleanza a tempo e blasfema, i due poli dell’azione americana: il regno saudita e lo stato ebraico. Che dei misfatti attuali in Nord Africa, Medio Oriente e Siria sono tra i principali protagonisti e  non solo  strumenti.

L’Arabia Saudita, che detiene, insieme agli altri emirati, oltre che una delle più vaste riserve petrolifere del globo anche una discreta parte dell’imponente debito pubblico americano, sta presentando il conto dei suoi “fedeli” servizi. Il finanziamento e il sostegno dei mujāhidīn in Afghanistan durante l’occupazione sovietica, nei Balcani negli anni novanta e successivi, il concorso al mantenimento di un prezzo (di volta in volta basso oppure alto) dell’oro nero conveniente alle multinazionali petrolifere. Conto forse già presentato in maniera poco elegante con l’attentato alle torri gemelle nel 2001 e col lasciar correre (ma solo fino al 2 maggio 2011) le “birichinate” terroristiche e indipendentistiche di Osama Bin Laden (con buona pace di chi voleva anche qui da noi suggellare un patto politico con i “fratelli” dell’integralismo sunnita armato).

E lo presenta in maniera pesante, tanto da determinare, ben più dell’Occidente nel suo insieme, le politiche interne del Nord Africa e dell’Egitto. Tanto per fare un esempio: mentre in tempi di crisi l’Unione Europea ha promesso 500 milioni di euro  e gli Stati Uniti un miliardo di dollari ai militari egiziani, l’Arabia Saudita ha letteralmente “sganciato” 12 miliardi di dollari (sostanzialmente a fondo perduto) al regime che ha rovesciato il governo dei Fratelli Mussulmani (che, non dimentichiamolo, ci piaccia o meno, era stato democraticamente eletto).

Lo fa armando e appoggiando le bande di “guerriglieri” islamici, spesso vicini ad Al Qaeda, che scorrazzano ormai dalla Libia al Mali, dalla Somalia alla Siria. In territori dove rendono difficile non solo la possibile penetrazione cinese, ma anche la presenza diplomatica russa e quella economica europea. Insomma “questa è casa mia” inizia a dire la monarchia saudita, ricca di dollari e petrolio e povera, fino a ieri, di peso politico e diplomatico. Ma questa strategia la spinge inevitabilmente a scontrarsi con quella della “Grande Israele” voluta dai sionisti.

Certo, in comune tra Israele, Arabia Saudita e Stati Uniti, c’è di fondo l’interesse per il ridimensionamento politico, economico e militare dell’Iran e il fine ultimo dell’attuale crisi siriana dovrebbe, nel loro intento portare ad una guerra contro la repubblica islamica di Teheran, ma, oltre allo scontro tra sunniti e sciiti  e al di là della sempre centrale questione del controllo delle principali risorse petrolifere, nella crisi mondiale attuale altre forze sono destinate a entrare in campo.

Se si analizza attentamente chi, al G 20 di Pietroburgo, si è opposto all’intervento militare in Siria ci si può rendere facilmente conto che tutti i BRICS (Brasile, Russia, Cina, India e Sud Africa) lo hanno fatto compatti. Non è più tempo di paesi non allineati dipendenti da questo o quel blocco. Se si aggiunge l’Indonesia, il più grande stato islamico con circa 240 milioni di abitanti, che si è espressa contro l’intervento, si arriva a quasi 4 miliardi di abitanti sui 7  dell’intero pianeta. Ma è il peso economico dei BRICS a contare e giusto il 27 marzo 2013, a Durban in Sud Africa, questi si sono accordati per la creazione di una banca internazionale per lo sviluppo economico da contrapporre alla Banca Mondiale e al FMI, enti di controllo economico legati a doppio filo alla finanza americana e inglese.

La Russia di Putin, che non è più quella stremata di Michail Gorbačëv e neppure quella dell’etilico Boris Eltsin, è quindi capofila (a denti stretti se si considera la Cina) del gruppo più importante di quelli che un tempo erano definiti paesi emergenti. Lo spostamento di navi e truppe davanti alla Siria non riguarda quindi soltanto la difesa dell’unica base navale e militare che la Russia, sempre a caccia di porti fuori dal Mar Nero e dal Mar Glaciale Artico fin dai tempi di Pietro il Grande, ha sul Mediterraneo a Tartus, a circa 200 chilometri da Damasco. Ha anche a  che fare con la volontà dei suddetti paesi di manifestare la propria rappresentatività diplomatica, politica e militare e il proprio peso economico nell’economia mondiale.

L’azione dei BRICS, di Arabia Saudita e di Israele è legata significativamente alla crisi di rappresentatività e di potenza militare ed economica degli USA e dell’Occidente. Non vi è dubbio che le guerre imperiali americane nel Golfo e in Afghanistan, oltre che destabilizzanti, sono state oltremodo dannose per l’immagine degli USA come potenza militare. I pashtun afghani hanno segnato più di un punto a proprio favore contro le truppe statunitensi. Più di quanti, probabilmente, i comandi americani fossero intenzionati a concedere.

La caduta del regime di Gheddafi e il crollo prima di Mubarak e poi di Morsi in Egitto hanno gravemente nuociuto agli interessi italiani nel Mediterraneo e provocato subdoli e inevitabili contrasti all’interno dello schieramento europeo, che si sta presentando all’appuntamento siriano estremamente diviso e accomunato formalmente soltanto da una mozione che dice tutto e il contrario di tutto. La Gran Bretagna indebolita dalla crisi economica tarda a riconoscersi nelle scelte di Cameron, la Francia vorrebbe trattare Libia e Siria come ai tempi degli splendori imperiali, ma oggi non è più quella di un tempo. La borghesia italiana paga pesantemente il mancato proseguimento delle autonome politiche mediterranee perseguite dalla DC, da Enrico Mattei fino a Giulio Andreotti, e l’essersi lasciata imbarcare in imprese contrarie ai propri interessi nei Balcani e nel Nord Africa. Così ancora una volta si trova costretta a presentarsi al mondo con le solite due facce: quella della Bonino, contraria all’intervento militare se non supportato dalle Nazioni Unite, e quella di Letta, fedele alleato degli USA sulla linea di D’Alema e dei ministri della difesa e degli esteri berlusconiani.

Mentre la Germania è tentata di coccolare di più le sue strategie a Est con la Russia e le sue joint-venture con la Cina, anche un’altra potenza è entrata in gioco, per quanto piccola territorialmente. L’attuale fibrillazione pacifista di Papa Francesco non rappresenta soltanto la pruderie del pacifismo di stampo cattolico, rappresenta anche la preoccupazione che il mondo cristiano (cattolico e ortodosso) sia completamente espulso dal Vicino Oriente e dal Nord Africa a vantaggio dell’islamico radicale sunnita che pesta anche i piedi degli interessi russi nel Caucaso e cinesi nell’Asia Centrale.

Ma rappresenta anche, e non da ultimo, gli interessi di quei paesi del Sud America che, a partire proprio dall’Argentina di papa Bergoglio e del Venezuela dello scomparso Chavez, intendono perseguire autonome politiche di sviluppo e di regolamentazione del mercato mondiale del petrolio. Sì, insieme all’Iran e senza dimenticare che l’Argentina non ha mai digerito l’appoggio dato dagli USA, non solo al golpe militare degli anni settanta, ma anche alla Gran Bretagna nella contesa sulle Isole Falkland. Utili e possibili basi per il controllo delle rotte verso le ricchezze (future) dell’Antartide, sulle quali l’Argentina vanta vasti diritti contrapposti (anche nel continente di ghiaccio) agli interessi britannici .

Ultimo, ma non secondario, protagonista dell’attuale contesa è il presidente turco Erdogan che sembra costretto e determinato, allo stesso tempo, a perseguire politiche di espansione di stampo ottomano, soprattutto dopo l’esclusione della Turchia dalla comunità europea. Gli incidenti di Istanbul, in cui è scesa in piazza una parte significativa della borghesia laica del suo paese e la sempiterna questione kurda lo costringono, poi, a cercare comunque un momento di unità nazionale attraverso la guerra, anche se i rapporti con Israele variano dall’alleanza alla ruggine formale di stampo sunnita.

Così, mentre appare sempre più chiara la bufala, grazie anche alle rivelazioni del giornalista belga Perre Piccinin appena liberato dai presunti “ribelli” siriani,  con cui Obama sta cercando di coinvolgere gli “alleati” e gli americani in un conflitto in cui si è trovato anche lui trascinato un po’ per forza, fondamentale e predominante appare  la crisi economica mondiale, che spinge tutti gli attori qui nominati e, probabilmente, molti altri ancora verso l’appuntamento fatale. Al di là delle volontà e delle scelte. Esattamente come la Grande Crisi fu la causa detrminante del secondo conflitto mondiale. Poiché “il grande Spinoza ci insegnava giustamente: non ridere, né piangere, ma comprendere***, è utile a questo punto cercare di trarre alcune conclusioni dai fatti e non dai desideri.

Per i lavoratori e i giovani di tutto il mondo non vi è scelta: il vero nemico è sempre quello che sta in casa, quello più vicino: i governi  e le camarille finanziarie e imprenditoriali nazionali. Per questo motivo occorre essere anti-militaristi sempre, contro le guerre di aggressione imperialistiche, ma anche contro le guerre di pretesa difesa degli interessi nazionali, sempre contrari agli interessi del 99% della popolazione. Così, anche se, in assenza di una rivoluzione sociale unica e vera alternativa alla guerra, dal futuro e inevitabile conflitto sarebbe meglio che uscissero sconfitti gli Stati Uniti e l’Occidente, l’Arabia Saudita e Israele, questo non deve imprigionare la lotta contro la guerra in una scelta di parte. Così come, purtroppo, avvenne al termine del disastroso secondo conflitto mondiale.

Che si sparerà è certo, ma non si sa da dove verranno i colpi e contro chi saranno diretti**** appunto. Ma non vi è ragione nazionale o migliore per gli oppressi se si rimane in ambito capitalistico. I regimi più o meno dittatoriali che si scontreranno nella conflagrazione sono tutti egualmente nemici dei giovani che manderanno a morire accampando mille demagogiche scuse e dei lavoratori che dovranno sacrificarsi in nome dell’interesse nazionale e del profitto di impresa. L’opposizione non potrà essere solo morale ed etica, dovrà essere attiva e non potrà attendere il massacro di milioni di civili per manifestarsi pietosamente ed “è necessario che il proletariato mondiale non sia preso di nuovo alla sprovvista dai grandi avvenimenti*****  di cui tutti parlano celandone però le reali ragioni d’essere.

Ma, di certo, anche se sul momento le manovre diplomatiche messe in atto nei confronti della Siria, del suo regime e delle sue presunte o reali armi chimiche dovessero servire a rinviare il momento dell éclatement generalizzato, i primi e incerti passi verso l’inferno sono già stati fatti. Il piano delle contraddizioni politiche ed economiche si è fatto più inclinato e scivoloso e chiunque o qualunque presunto leader, partito o gruppo politico si allontani da una chiara e precisa scelta anti-imperialista e anti-militarista non potrà diventare altro che un avversario della lotta di classe e della lotta per la liberazione dell’umanità da quest’orrido presente storico.

 * Ne è consigliabile l’ascolto nelle versioni di Edwin Starr (1970), The Temptations (1970) e Bruce Spingsteen (live, 1985).

 **Lev Trotskij, Di fronte a una nuova guerra mondiale (9 agosto 1937), in Guerra e rivoluzione, Mondadori 1973, pp. 3 – 10.

 *** L. Trotskij, op. cit., p. 21

 **** L.Trotskij, op. cit., p. 3

 ***** L. Trotskij, La situazione mondiale e la guerra (18 marzo 1939), in op. cit., p. 48.

]]>