Risultati della ricerca per “Poco di buono. Il Romanzo ” – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 31 Aug 2025 09:28:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 12 https://www.carmillaonline.com/2025/07/12/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-12/ Sat, 12 Jul 2025 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89172 di Franco Pezzini

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Il Tao e l’arte della dissoluzione con la spada

Con le sue oscurissime speculazioni (il rapporto sonno/veglia, quello tra membri apicali e terminali di famiglie dal destino anomalo, la compenetrazione identitaria…), Il Domenicano Bianco resta il più criptico dei romanzi di Meyrink, quello per cui forse a maggior ragione può valere l’abusata categoria dell’esoterico. Resta però il fatto che centrale nel romanzo sia quel tema dell’identità al tempo tanto forte nella letteratura modernista anche senza risvolti esoterici: tema dell’identità le cui crisi – sogni, perturbazioni, ossessioni – [...]]]> di Franco Pezzini


(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Il Tao e l’arte della dissoluzione con la spada

Con le sue oscurissime speculazioni (il rapporto sonno/veglia, quello tra membri apicali e terminali di famiglie dal destino anomalo, la compenetrazione identitaria…), Il Domenicano Bianco resta il più criptico dei romanzi di Meyrink, quello per cui forse a maggior ragione può valere l’abusata categoria dell’esoterico. Resta però il fatto che centrale nel romanzo sia quel tema dell’identità al tempo tanto forte nella letteratura modernista anche senza risvolti esoterici: tema dell’identità le cui crisi – sogni, perturbazioni, ossessioni – sono al contempo ben illuminate dal fantastico moderno e si ascrivono molto bene al quadro del coevo espressionismo. Se aggiungiamo che le speculazioni sul Tao e su pratiche yoga guardano a un più vasto panorama di contatti con filosofie e spiritualità dell’Oriente, la pur valida (in questo caso) chiave dell’esoterismo va richiamata con consapevolezza, fuor d’ogni moda o pregiudiziale. Così come Meyrink non è tutto praghese (in questo caso, per esempio, la storia si ambienta altrove), così va ripensata la chiave – tanto amata da un certo fronte di critici – dell’autore esoterico a tutti i costi.
Siamo al cap. 6, titolato Ofelia. Rafforzato interiormente dalla recuperata identità e dall’appartenenza – persino nel compito apparentemente umile – alla stirpe von Jöcher, il protagonista Cristoforo non è più disturbato dal codazzo di bambini che lo seguono, peraltro ormai meno irridenti, e la gente gli mostra sostanziale rispetto. Anche la signora Aglaja, con imbarazzo del giovane; mentre il frustrato tornitore appare da lui patologicamente intimorito. Non solo lo tiene in concetto di creatura sovrannaturale, ma lo sa informato dei suoi segreti notturni: il tentativo di tranquillizzare il pover’uomo si è risolto in un’ancora più sovreccitata preoccupazione di costui. A quel punto parlargli parrebbe un atto di superbia malcelata, come se Cristoforo si degnasse
Unico a non mutare atteggiamento nei suoi confronti è lo spiacevole signor Paride, il regista, una figura oniricamente minacciosa di burattinaio alla Hoffmann che gli ispira un influsso paralizzante – forse per il tono di voce, anche se si rende conto dell’assurdità del timore. Una figura che per ripugnanza, nell’economia del romanzo, fa pensare al Wassertrum del Golem, altro uomo dell’Ombra: abbiamo ormai capito che, come figure degli Arcani Maggiori dei Tarocchi, una serie di profili archetipici tornano nelle opere di Meyrink con frequenza quasi ossessiva. Quando Cristoforo sente declamare Paride nella stanza di Ofelia, non può fare a meno di considerare quanto a confronto il proprio tono sia vergognosamente infantile (qui inevitabile pensare a un altro Hoffmann dispensatore di incubi, l’autore di Pierino Porcospino, già in circolazione del 1845): e non riesce a tranquillizzarsi pensando che Paride ignora il suo amore con la ragazza. Il figuro potrebbe infatti preparare qualche brutta sorpresa… Del resto anche Ofelia è inerme in balia di Paride, per quanto non l’abbia mai ammesso con il suo amato; ma al ritrovarsi abbracciati nei loro incontri notturni, nei fatti è quell’uomo che temono, al punto da non osare citarne il nome. Peccato che Cristoforo lo incontri ogni giorno, a qualunque ora, come un serpente che stringe il cerchio sempre più prossimo all’uccello insidiato. Per evitare di essere riconosciuti con Ofelia, Cristoforo si organizza per portarla in barca sull’altro lato del fiume.
Constatando i battiti del cuore nell’attesa che Ofelia compaia, il Nostro riflette: “Se conoscessi me stesso e avessi anche soltanto un po’ di potere sul mio cuore, sarei un mago, capace d’influire su tutto quanto è”. Poi gli sovvengono le vecchie storie sul fatto che si fermino gli orologi quando qualcuno muore – e cerca di tranquillizzarsi pensando che finchè sarà lontano da Ofelia, lei non correrà rischi. Però il desiderio è più forte, scende in giardino e all’incontro con lei scopre che l’ansia era reciproca: la ragazza gli comunica che forse stanno vedendosi per l’ultima volta, emerge che ha paura di lui – cioè del torvo Paride – e in un crescendo melodrammatico si congeda dalla panchina del loro primo bacio.
Salgono sulla barca e si lasciano trasportare abbracciati, formulando timori di separazione e sogni d’unione: poi Ofelia si fa promettere che, quando lei morirà, Cristoforo la seppellirà in segreto sotto la panchina del giardino. Allontanate le lacrime, si baciano ancora; lei racconta la propria avversione all’idea di simulare emozioni recitando, ma quando lui propone di evitarle la carriera di attrice coinvolgendo il proprio padre, lo blocca. Il fatto è che i genitori di lei tengono a quella sua carriera: Ofelia non ha affetto per la madre (immagine della madre di Meyrink?), ma vuol bene al padre… peraltro solo putativo, ignora di non esserlo davvero. Fin dall’infanzia la madre ha fatto in modo di separarli, la bimba trattata come una principessina e lui come uno schiavo disprezzabile, “Ti sporchi, non lo toccare”… E invece Ofelia per lui prova una pietà “cocente e terribile”. Probabilmente il suo padre naturale è lo spregevole ricattatore Paride: e dunque la ragazza si augura e prega che il padre putativo provi rigetto per loro, le butti fuori di casa, per liberarla da quel senso oppressivo di pietà – ma lui è troppo buono. L’unica parola che lui sa scrivere è il nome di Ofelia… e ha posto in lei ogni speranza. Dunque, Cristoforo comprenda, lei non può sfuggire da quel destino. Poi si riscuote, commenta che forse la situazione non è così grave come la dipinge ma qualcosa della parte di Ofelia può esserle rimasto appiccicato addosso, e recitando “l’anima se ne ammala”… poi forse farà fiasco, e tutto si aggiusterà da solo.
Il ragazzo si rende conto che lei cerca di ridere per consolarlo, e fino a quel punto gli ha taciuto tutta una serie di angosce divoranti mentre lui sfogava le sue puerili preoccupazioni: Ofelia si dimostra cioè molto più matura e “grande” di lui, e ora gli pare che le sue carezze siano più quelle di una madre. Tutto questo gli crea un montare di ansie… e vorrebbe far qualcosa per salvarla. Vagheggia dunque di uccidere il padre putativo di lei, unico vero ostacolo a una vita libera, ma lei gli lascia le mani, tremante. Forse ha capito cosa lui fantastichi? Resta in attesa, poi la sente pronunciare: “Forse avrà compassione di lui… l’angelo della morte!”.
Lui agitato balza in piedi, prende i remi e la barca va più veloce verso Via dei Fornai sull’altro lato; ma poi la velocità li conduce sul fiume fuori dalla città. lui vi si oppone con energia remando, in preda a pensieri d’omicidio, e finalmente la depone sull’argine del fiume. La lascia a riva, leggerissima, e si sente uomo. Si baciano ancora, ed è tornata a essere l’amata… tanto che ignora un rumore sentito alle spalle. “Poi Ofelia scompare nel vestibolo della casa”.
A quel punto il Nostro si reca nell’officina del tornitore: lo vede curvo sul suo strumento e si sente improvvisamente angosciato all’idea di uccidere quel poveretto. Che si avvicina, pur senza vederlo nel buio… e ora Cristoforo prova qualcosa di ciò che sente Ofelia quella terribile pietà che lo brucia come se fosse avvolto dalla camicia di Nesso. Decide di sopprimere il vecchio e suicidarsi, ma il rintocco dell’orologio sembra annunciare la voce del Domenicano Bianco che aveva rimesso anche i suoi peccati futuri e lo chiama per nome. E a quel punto viene afferrato da Paride che lo trascina alla luce della lanterna sibilando: “Ragazzo, assassino!”. Non riesce a rispondere, il che pare una confessione: deve averlo notato e seguito, “ha individuato che volevo uccidere il vecchio per ‘rubarglielo’, come egli ora mi grida”. Si sente come un uccello tra le spire di un serpente, e che dimentica anche la paura: “Mondo interiore e mondo esteriore si confondono uno con l’altro come mare e aria”, sprofonda nel delirio e sa soltanto che è stato indotto, presuntamente per salvare Ofelia, a falsificare la firma di suo padre su una cambiale.
Si risveglia, sente profumo di rose e non sa se si trovi sulla tomba della madre o nel proprio letto, vive l’angoscia di mancare al dovere quotidiano coi lampioni, ma probabilmente delira a causa della febbre. Tra ossessioni di immagini disturbanti (il sangue che erutta dalla testa del tornitore) e pensieri affannati passa del tempo: finchè non gli pare di risvegliarsi con la sensazione di avere acquisito un’udito prodigioso e di dover incontrare i suoi antenati. Ovviamente è ancora una stazione del suo delirio. Sente suo padre intento a spiegare al proprio padre, aprendo la porta, che non è ancora il momento di quell’incontro: “La scena si ripete nove volte”, e alla decima volta una figura che a giudicare dal suono arranca col bastone, lo tocca sul collo, “il pollice e l’indice squadrati ad angolo retto” – badiamo al particolare. Lui tiene gli occhi ben chiusi, quindi non vede nulla, ma apprende che lì è morto suo nonno e lì

“[…] attende la Resurrezione. Il corpo dell’uomo è la casa in cui dimorano i suoi avi.
I defunti, prima che sia maturato il momento della loro Resurrezione, si ridestano ad una breve vita spettrale nella casa o nel corpo di certi uomini, allora tra il popolo si sparge una voce, si parla di fantasmi e di ossessi”.
Con il pollice e il palmo della mano ripete il gesto sul mio petto: “E qui giace il tuo bisnonno, sepolto nella bara”.
Così dicendo percorre tutte le mie membra sfiorandomi il ventre, i lombi, le cosce e le ginocchia fino alla pianta dei piedi.
Quando posa le mani su di esso, dice: “E questa è la mia dimora! Poiché i piedi sono le fondamenta sulle quali poggia la casa; essi sono la radice e congiungono il corpo di un uomo con la Madre Terra. così tu potrai proseguire il cammino.
Oggi è il giorno che segue la notte del tuo solstizio. Questo è il giorno in cui i defunti cominciavano la loro Resurrezione in te. Ed io sono il primo”.

Lo sente seduto sul letto, intento a sfogliare le pagine di un libro che dev’essere la loro cronaca di famiglia e spiega litaniando: “Tu sei dodicesimo, io fui il primo. Si comincia a contare da Uno e si finisce con Dodici. Questo è il segreto dell’incarnazione di Dio”. Si procede poi su questo tono, con un risultato fortemente onirico da incubo espressionista e che insieme esaspera un po’ il lettore non disposto alla complicata decrittazione di un’astrusa simbolica. Apprendiamo così che l’Albero della Vita dell’Eden sarebbe il sambuco, simbolo della stirpe scelto dall’antenato perché capace di rigermogliare capovolto, “perché ogni sua fibra è così profondamente convinta di avere in comune sia l’Io che il Tu!”. Se poi nelle sue peregrinazioni Cristoforo si è sentito stanco, è perché in sé sentiva l’antenato omonimo, anzi medesima persona, che ha trovato il Grande Padre e la Grande Madre che il discendente ancora non conosce, uno principio e l’altro fine – e più invecchierà, più l’altro ringiovanirà. Di fronte l’un l’altro come Veglia e Sonno, potevano incontrarsi solo nel Sogno: ma “La notte del solstizio ha posto la linea di demarcazione”.
Agli audaci che credono solo nel corpo e compiono peccati per tornaconto si oppongono i vigliacchi che non osano compiere un peccato – ma lui per amore sarebbe stato pronto a commettere un assassinio. “Colpa e merito dovrebbero diventare la medesima cosa, altrimenti entrambi rimarrebbero un fardello, e colui che è gravato da un peso non potrà mai essere libero!”: ma nel suo caso il Domenicano Bianco gli ha rimesso anche i peccati futuri,sapendo cosa sarebbe avvenuto. Egli è libero da colpe e meriti e dunque da illusioni, è il giardino e loro gli alberi, emerge dall’etermità per scendere nell’infinito mentre loro escono dall’infinito in direzione dell’etermità… Però chi ha varcato questa soglia fa parte di una catena speciale, lo spirito della vita del grande albero di sambuco da cui sono nate tutte le religioni: “esse si trasformano, ma lo spirito rimane sempre immutabile”.
Chi è diventato una cima della pianta e porta consapevolmente in sé la radice primordiale sperimenta anzi il mistero del “dissolvimento con il corpo e con la spada”. Una tradizione cinese che conosce declinazioni dette Sci-Kiai, “dissolvimento con il cadavere” o invece Kieu-Kiai, “dissolvimento con la spada”: nel primo caso “la salma del defunto diventa invisibile e costui si eleva ad immortale”, potendo anche tornare in vita o riapparire senza ossa; nel secondo al posto della salma resta nella bara una spada, una delle armi invincibili destinate all’ultima grande battaglia. L’arte del dissolvimento è comunicata agli adepti degni: e chi possiede il Libro Color Cinabro (il cinabro cinese, color rosso vermiglio, è storicamente considerato il migliore) e “saprà come rendere viva la mano destra” costui si dissolverà con il cadavere. Cinabro è il colore delle vesti degli esseri perfetti rimasti sulla terra per la salvezza dell’umanità. Però le vicissitudini del destino, se non comprese, non porteranno giovamento e la vita parrà un futile gioco: quando invece iniziamo a capire il linguaggio vivente del libro della vita, lo spirito inizia a respirare e leggere. Il corpo non è che spirito cristallizzato e si dissolverà al risveglio dello spirito. E agli occhi del lettore attento, ormai iniziato, apparirà “un Libro supremo, il Libro Color Cinabro che tutti i segreti racchiude” (cfr. le speculazioni di Julius Evola – Il cammino del cinabro, 1963 – che però trapianta il pensiero meyrinkiano in un tessuto ideologico molto diverso). Si tratta dell’unica via per scampare al carcere del fato, e per chi dimentica che esista una libertà fuori da quel carcere non c’è più salvezza…
La “speranza è che il grande Viandante Bianco in cammino verso l’infinito, riesca a spezzare le catene”. Mentre colui per cui il Libro Color Cinabro verrà aperto non lascerà corpo alle spalle, “lavorerà alla Grande Opera dell’alchimia divina”. Quanto al soffio spirituale, è custodito nel Libro Color Cinabro solo per coloro che sono radici o cime di un albero, non per i rami attraversati dallo spirito come un vento: ma in loro il soffio dovrà consolidarsi fino a divenire un raggio di luce. Com’è scritto nel Libro, “Il corpo non può nulla, lo spirito può tutto” e ciascuno parte dalle convinzioni personali, la fede o una Tradizione in cui è nato. Poco a poco il soffio compenetrerà il corpo rendendolo più giovane: e a quel punto si potrà guidare la corrente del soffio. Il primo membro da risvegliare con il respiro è la mano destra, e quando il soffio toccherà carne e sangue risuoneranno i due suoni della creazione, I (ignis, fuoco, al soffio nell’indice) e A (aqua, al soffio nel pollice). “A quel punto dalla tua mano si sprigioneranno le correnti dell’acqua della vita” e posandola sul collo l’acqua fluirà nel corpo, rendendolo imputrescibile. Ma per potersi dissolvere con il corpo, dovrà far bollire l’acqua grazie al fuoco… ed è quello che l’avo si appresta a fare.
Per cui lo sente chiudere il libro, e posargli sul collo la mano squadrata ad angolo retto: avverte allora come una corrente gelida fino ai piedi. Ripensiamo al sogno di Cristoforo, ma anche a tutta la simbolica precedentemente accennata sulla spiritualità gestita con le mani. “Quando porterò ad ebollizione l’acqua, la febbre si desterà in te e tu perderai la coscienza” ma per l’identità tra loro due sarà come se lo facesse in prima persona, pur rappresentando ciascuno di loro solo un mezzo Io. Poi allontana il pollice e passa l’indice tre volte sul suo collo: “Un suono terribile, acuto come una I penetrò nel mio corpo, bruciandomi la carne e il sangue. / Era come se delle lingue di fuoco ardessero uscendo dal mio corpo”. Tutto quello che soffrirà, gli ricorda l’antenato, dovrà sopportarlo in nome del dissolvimento – poi il Nostro perde coscienza.

[…] sarebbe un errore credere, come si fa in Occidente, che il taoismo sia unicamente limitato alla Cina. Dato che la tradizione taoista ingloba ciò che noi occidentali chiamiamo la tradizione alchemica, che ne è parte integrante, è interessante notare che all’epoca della dinastia del T’ang, durante la quale il brutale rigorismo del confucianesimo rimosse in misura più o meno profonda il taoismo dai costumi cinesi, alcuni maestri taoisti emigrarono in altri paesi, e in particolare in quelli islamici, ove, a quanto sembra allo stato attuale delle nostre conoscenze, fondarono o incitarono a fondare la grande tradizione alchemica dei musulmani.
La via del Tao, come l’alchimia, è una via di liberazione; comporta un aspetto exoterico ed uno esoterico. Nel Tao, tuttavia, l’ingrediente puramente alchemico, “alchemico” nel senso che noi diamo a questo termine in Occidente, non è mai il fine principale della Via. […] al suo apogeo [….] il taoismo era per l’élite una gerarchia e per gli altri una via di liberazione, che poneva la conoscenza alla portata di chiunque fosse stato capace di comprendere.
La sommità della piramide esoterica taoista era costituita dal gruppo di adepti o di iniziati chiamati gli “Immortali”; erano sette, otto, undici – il loro numero non era mai definito con esattezza, e i ranghi su arricchivano costantemente coll’afflusso di nuovi “Immortali”. L’“Immortalità”, che non bisogna intendere nel senso in cui la concepisce il cristianesimo, è il fine della vita taoista. Immortalità del corpo in terra, attravero la creazione del “corpo sottile”, corpo fisico ma estremamente purificato, che è immortale. Così lo spirito, senza perdita di coscienza alcuna, è egualmente immortale.
Esistevano diversi metodi che permettevano di realizzare questa immortalità: uno, assai prossimo alla fabbricazione dell’“elisir di lunga vita” praticata in Occidente e nei paesi musulmani, era basato sulla messa in opera di una sostanza misteriosa che i nostri traduttori chiamano “cinabro”, sostanza dotata, si direbbe con terminologia moderna, di una “radioattività” estremamente intensa; i testi cinesi ne descrivono le proprietà, e ne stabiliscono la natura senza possibili dubbi. [Nota del traduttore: Sembra nondimeno che il “divino cinabro” utilizzato dagli alchimisti cinesi fosse differente dal solfuro rosso naturale di mercurio chiamato cinabro in Occidente.]
Un altro metodo, il più corrente, si basava su una tecnica complicatissima di esercizi respiratori e di meditazione visiva su alcuni centri funzionali del corpo. Era tuttavia così difficile arrivare alla fine del primo stadio sulla via dell’immortalità che ben rari sono stati, in tutta la storia della Cina, quelli che hanno saputo raggiungere la meta finale. Il Domenicano bianco è basato su questo secondo metodo; il che è assolutamente naturale, dal momento che Meyrink era personamente molto avanti nella pratica dello yoga. [Gérard Heym, “Il domenicano bianco”, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, cit.].

Curioso (ma capiremo poi perché): anche il cap. 8, come il 6, s’intitola semplicemente Ofelia. Rimessosi in salute dopo due settimane, il Nostro è tormentato dalla nostalgia della ragazza, che è andata a trovarlo mentre era febbricitante lasciando un mazzo di rose. Il padre di Cristoforo, a questo punto, deve aver capito tutto (o lei gliel’ha confessato?) ma il figlioo non osa chiedergli nulla. Lo assiste con premura e Cristoforo si sente in colpa per quella falsificazione ai suoi danni, vorrebbe fosse solo un sogno ma purtroppo è certo non sia così – per quanto i dettagli gli manchino. Invece di confessare, preferisce espiare. Oltretutto l’avversione del padre ai corsi di istruzione tradizionale rende impensabile che lui possa seguire Ofelia in un’altra città… Dal canto suo, il padre cerca di rasserenarlo, anche se Cristoforo sente che il padre intuisce le sofferenze che l’avvenire porterà al giovane. Non riesce peraltro a ricordare di avergli narrato dell’apparizione dell’antenato, eppure il vecchio ne parla come lo sapesse: non potrà evitare dolori – spiega – finchè non sarà annoverato nella schiera dei “dissolti”. Il soffrire, privo di scopo, finisce col risultare un castigo per il male commesso, ma si può sfuggire a “questa orrenda legge della ricompensa e del castigo, […] se accettiamo tutto quanto accade pensando che esso avviene allo scopo di risvegliare la nostra vita spirituale”. A contare non è l’azione ma lo spirito: il che non aiuta soltanto a sopportare, ma può dare origine all’opposto: e “render viva la mano destra” – simbolo dell’agire – significa essere capaci di agire nel “Regno di là” dove prima restavamo esseri dormienti. Si tratta di ripensare una serie di concetti: parlare assume un senso diverso perché nel “Regno di là” tu e io sono la stessa cosa. “Parlare in senso spirituale significa creare; è evocare magicamente qualcosa nel mondo fenomenico”. Anche scrivere ha un significato più profondo, cioè “scolpire qualcosa nella memoria dell’eternità”; e leggere significa “riconoscere le grandi leggi immutabili e agire in confornità per amore dell’armonia”.
Alla richiesta del ragazzo di raccontargli qualcosa di sua madre, il padre chiede di essere dispensato dal parlare del passato rendendolo di nuovo vivo, si amavano, ma – come per tutti i membri della famiglia – “tutto ciò che si riferisce alla ‘donna’ è stato fonte di dolore e di sorte funesta” senza loro colpe. Tutti hanno avuto un unico figlio, come se con quella nascita l’unione nuziale avesse esaurito lo scopo e senza che comportasse la felicità – mogli troppo giovani come la sua o troppo vecchie. Senza intesa sul piano fisico, e con un allontanarsi progressivo… non è certo per tradimento che sua moglie l’aveva abbandonato, lo sentirebbe: forse si è innamorata di un altro e ha preferito lasciare il marito e morire. Alla domanda del figlio su perché abbia abbandonato lui, sospetta che essendo devota cattolica vedesse nella loro via spirituale una “deviazione demoniaca” e forse voleva proteggere il piccolo (il tema è ben rappresentato in un’opera esoterica che Meyrink deve conoscere, Zanoni di Edward Bulwer-Lytton, 1842, e sul punto dovremo tornare). Alla fine Cristoforo apprende che il nome di sua madre era Ofelia (ecco perché, probabilmente, i capitoli si intitolavano allo stesso modo, riferendosi a figure diverse).
Il ragazzo viene sollevato dall’incarico dei lampioni, vi provvederà un addetto comunale. Ma finalmente può uscire, e apprende che Ofelia è partita con l’orrido Paride per la capitale. Riesce anche a ricordare perché quello gli avesse fatto firmare una cambiale, come impegno che non le avrebbe fatto calcare le scene: e invece tre giorni dopo l’infame ha infranto la promessa. Così ogni giorno il poverino si reca alla fatale panchina, mentendo a se stesso sul fatto che ora lei spunterà per incontrarlo: e a volte si accorge di raspare la terra attorno, con un bastone o anche solo con le dita. “È come se la terra mi nascondesse qualcosa che le devo strappare”: come si dice faccia chi muore di sete nel deserto e vi scava buche profonde cercando acqua. Ma non sente più il dolore… a volte siede sulla tomba della madre, attirato dallo stesso nome Ofelia.
Ma un giorno appare un portalettere con un messaggio per suo padre e per lui. Nel testo al barone chiede di non leggere la parte allegata per Cristoforo, ma se dovesse decidere di non dargliela prega di non perderlo d’occhio. A Cristoforo invia un messaggio affettuoso e struggente: colma di gratitudine e d’amore, gli rimanda la cambiale che ha trovato tra i fogli dell’orrido Paride e promette che si rivedranno nel mondo futuro, nel Regno dell’Eterna Giovinezza, per non separarsi più. Ma lo supplica di vivere la sua vita e non abbreviarla per amore di lei, che ora è libera: ha deciso di lanciarsi nel fiume (gli antichi timori del vecchio tornitore legati al testo teatrale che lei stava provando trovano una sinistra conferma), ma gli sarà vicina sempre.
Legittimo domandarsi, a fronte di un tema che già avvicinava a Zanoni, se Meyrink non conosca una triste storia riguardante Edward Bulwer-Lytton, narratore ed esoterista vittoriano, nei suoi anni giovanili. La cui amata Lily era sparita all’improvviso, per fargli giungere tre anni dopo una lettera straziante: vi raccontava d’essere stata costretta a un matrimonio d’interesse, di sapersi destinata a morire in breve tempo e pregava, quando ciò accadesse, di visitare la sua tomba. Muore in effetti nel 1823, Edward veglia sulla pietra di lei a Ullswater e compone una poesia The Poet to the Dead dove la morta reca il nome di Viola, come poi la protagonista di Zanoni (mentre in A Strange Story la protagonista si chiama Lilian). E il lutto, a suo dire, getterà un’ombra su tutta la sua vita successiva, oltre che sulla sua produzione narrativa.
Cristoforo è colpito nel profondo, ma si rende conto di non versare lacrime. La sua anima si è come irrigidita, e i suoi piedi lo riportano meccanicamente fino a casa. Solo per un attimo, una fitta tremenda lo attraversa: ma poi cerca “il punto da dove viene il dolore e non riesc[e] più a trovarlo. Si è consumato in se stesso come un fulmine”. A tavola col padre vorrebbe mangiare ma non riesce a inghiottire: a subire la sofferenza è il suo corpo e non lui – quindi, pur nelle analogie, una situazione un po’ diversa dalla conquistata serenità finale dell’eroe del Volto verde. Ofelia tiene il suo cuore in mano perché non si schianti…

Vorrei essere felice che ella sia con me, ma ho dimenticato come si fa ad essere felici.
Per rallegrarsi è necessario il corpo, e su di esso non ho più alcun potere.
Sarò dunque costretto a dover vagare qui sulla terra come un cadavere vivente?

Ofelia – capisce ora – è morta alle tre di notte. L’ha sognata sorridente, accanto al suo letto, che lo esortava a non dimenticare la sua promessa. Quale? A un tratto pensa che potrebbe riguardare il recupero del corpo dalle acque del fiume, e si precipita – ma poi capisce che dovrà andare alle 11 di sera, ora dei loro consueti appuntamenti. E a quell’ora, con la barca, ne ripesca in effetti il corpo. La seppellisce come d’accordo accanto alla panchina.
La notizia della morte di Ofelia tarda a circolare, e Cristoforo realizza di essere l’unico raggiuntone.

Ero pervaso da un singolare stato d’animo fatto di indescrivibile solitudine e di ricchezza interiore che non avevo bisogno di condividere con nessuno.
Tutte le persone accanto a me, persino mio padre, mi facevano pensare a figurine di carta che non appartenevano alla mia esistenza e facevano solo parte dello scenario.

Passa ore seduto sulla panchina, stupefatto dal non provare la minima sofferenza, e sentendosi profondamente unito a lei: e sulla terra si sente ormai una sorta di cadavere ambulante, occupato da un’identità antica, un progenitore che cancellerà ogni traccia di ciò che lui sente d’essere. Nondimeno ha visioni di luoghi sconosciuti, ode attraverso un organo interiore parole che per ora non comprende, e scandite dalle labbra di individui vestiti in modo strano, conosciuti ma non riconosciuti… Quanto ai luoghi ignoti, le vette innevate scagliate nel cielo le identifica come “il Tetto del Mondo, il Tibet misterioso” – e sarebbe suggestivo pensare che qui Meyrink avesse in mente i visionari dipinti di Nicholas Roerich, all’anagrafe Nikolai Konstantinovich Rerikh (1874-1947), figlio di un padre baltico-tedesco e di una madre russa, pittore, teosofo e cultore d’ipnosi le cui opere colpiranno anche Lovecraft. In realtà non è necessario, la Tibetan connection suscita in ambito teosofico ed esoterico spunti visionari anche prima di Roerich che vi offrirà visioni indimenticabili.
Le visioni continuano con “steppe sterminate, carovane di cammelli, monasteri asiatici immersi nel più profondo isolamento, sacerdoti in vesti gialle che recavano in mano mulini da preghiera, rocce scolpite e trasformate in giganteschi Buddha seduti” eccetera, forse ricordi del progenitore che ora risorge in lui, mettendoli in comune. Del resto, a fronte di amori e gioia di vivere dei coetanei, Cristoforo non prova che gelo – proveniente “da un mondo siderale che era la patria della mia anima”, in virtù di una trasformazione alchemica della sua interiorità. Un fenomeno descritto di frequente nella agiografie cristiane o di altre religioni e di solito frainteso: l’unico oggetto del suo desiderio, Ofelia, è già presente in lui con certezza.
La vita esteriore, peraltro, procede senza lasciare tracce: forse passando gli anni seduto sulla fatale panchina, e con pochi ricordi. Come l’improvviso arrestarsi della ruota idraulica del tornitore, col calar del silenzio sul vicolo; o la confessione al padre di aver falsificato la cambiale – ma con quali reazioni? Ricorda solo la soddisfazione che non ci fosse più segreti e, sull’altra questione, la felicità che il vecchio tornitore non fosse più costretto a lavorare. Ma forse è Ofelia ad avergli suggerito quelle sensazioni… in ogni caso, nomen omen, è davvero diventato una colombaia in cui coabitano Ofelia, il progenitore e la sua identità di ex-giovane. Quanto alle tante conoscenze che possiede, impara a capire che l’anima è onnisciente e onnipotente, e occorre sgombrare la via dagli ostacoli. “Dico questo a te che mi hai prestato la mano, per ringraziarti di scrivere in mio nome”: la vera metamorfosi è quella della forma corporea, spiritualizzata e resa immagine della divinità.

S’avvicina il tempo, in cui riaffiorerà la dottrina di questa alchimia: essa giace morta, sepolta sotto le rovine del fachirismo pietrificato dell’India.
In balia dell’influsso plasmante del progenitore, ero diventato […] un automa i cui sensi si fossero raggelati, e così rimasi fino al giorno del mio “dissolvimento con il corpo”.

Intanto in città è corsa voce che il tornitore Mutschelknaus abbia perso la ragione. In giro per commissioni si vede solo la moglie, sempre più sporca e trasandata. Il Nostro non sa neppure se lei lo riconosca: parla da sola, e quando chiedono di Ofelia risponde che è in America. Il Nostro ha perso la cognizione sullo scorrere del tempo, ma quando finalmente s’imbatte nel tornitore, quello sembra non vederlo. Salvo poi bofonchiare qualcosa che potrebbe dimostrare il contrario: e a un tratto è come se Ofelia fosse davanti a loro, avvertita da entrambi. Lei ha comunicato al vecchio di essere morta e di amare Cristoforo, come il tornitore gli rivela: “Sì, è morta! Ma non è scomparsa, il Figlio di Dio, il Domenicano Bianco, ha avuto misericordia, così Ofelia può rimanere con noi!”. In sogno lei ha convinto il vecchio a smettere di affannarsi sul lavoro, e quando è entrato di notte nella Chiesa di Santa Maria gli è stata accanto, a spiegargli quale rituale il Domenicano Bianco stesse celebrando all’altare; e ormai lì alla panchina, il vecchio vede Ofelia tutti i giorni. Felice nel Paese dei Beati, dov’è anche il padre del tornitore, in pace. E la sera in Paradiso Ofelia interpreta davanti al pubblico degli angeli la protagonista nel dramma Il Re di Danimarca, dove alla fine sposa il principe. Le piaceva così tanto recitare… come Cristoforo gli sente dire, sapendo che non era vero.
Turbato che “il regno della menzogna raggiunga persino l’Aldilà”, Cristoforo si scopre in preda all’amarezza (torniamo in qualche modo alle visioni fallaci sull’Aldilà descritte nel Volto verde). Ma la presenza di Ofelia pervade l’amato fino a fargli capire che il tornitore vede solo l’immagine di lei: “È una allucinazione, la creatura di desideri lungamente nutriti; il suo cuore non è diventato freddo come il mio, per questo egli vede la verità in modo distorto”. Anzi il tornitore incalza che i defunti “possono diventare di carne e d’ossa e vagare tra di noi. Ci credi?!” (casi del genere sono ben rappresentati in Swedenborg, per esempio). Però la risposta diplomatica del narrante non basta al vecchio: “No, tu non ci credi! Ofelia vuole che tu stesso veda per crederci. Vieni!”, ma poi si ferma, come percepisse una voce. “No, non ora. Stanotte” conclude e si allontana. Cristoforo non sa cosa pensare.
(12-continua)

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Marguerite Yourcenar nelle pagine e Giacomo Matteotti fra le righe https://www.carmillaonline.com/2024/09/06/marguerite-yourcenar-nelle-pagine-e-giacomo-matteotti-fra-le-righe/ Thu, 05 Sep 2024 22:05:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84121 di Luca Baiada

Comincia con la prostituzione e finisce con l’ubriachezza, la fantasia di sangue, l’incoscienza. In mezzo ci sono un negoziante bigotto, una suicida che non ha mai fatto altro che suicidarsi e una tirannicida che ha buone ragioni. Ma anche un opportunista e una fioraia sfinita, un pittore e un operaio. Le donne muoiono o sono morenti o sfatte; gli uomini sono inetti o repellenti. Tutti, tranne l’artista Roux, un malato col coraggio del desiderio.

Un personaggio è assente, presupposto; fa parlare di sé senza comparire: Carlo Stevo, scrittore antifascista. Che tipo di intellettuale immaginava, Marguerite Yourcenar? Sentiva già sotto [...]]]> di Luca Baiada

Comincia con la prostituzione e finisce con l’ubriachezza, la fantasia di sangue, l’incoscienza. In mezzo ci sono un negoziante bigotto, una suicida che non ha mai fatto altro che suicidarsi e una tirannicida che ha buone ragioni. Ma anche un opportunista e una fioraia sfinita, un pittore e un operaio. Le donne muoiono o sono morenti o sfatte; gli uomini sono inetti o repellenti. Tutti, tranne l’artista Roux, un malato col coraggio del desiderio.

Un personaggio è assente, presupposto; fa parlare di sé senza comparire: Carlo Stevo, scrittore antifascista. Che tipo di intellettuale immaginava, Marguerite Yourcenar? Sentiva già sotto le dita l’Opera al nero? L’assenza di Stevo mi spinge a spiegarmi, a mostrare il mio biglietto d’ingresso.

Il romanzo è Moneta del sogno (Denier du Rêve), pubblicato nel 1934 e riscritto nel 1958-1959[1]. La riscrittura è un enigma. C’è una prefazione dell’autrice, nel 1959, e non si sa se voglia spiegare o depistare. Per giustificarsi, per costruire l’unico alibi possibile: quello concesso a chi scrive.

Arrivo al libro sapendo che parla di Matteotti, poi scopro che anche questa è un’assenza: Matteotti, come Mussolini, non è mai nominato. Un cenno all’assassinio del socialista è sulla bocca più disgustosa, quella di una spia. I nomi del tiranno e del suo irriducibile avversario non ci sono, ma su tutta la storia incombe il clima fetido della capitale negli anni stabili della dittatura. Nel 1959 qualcosa di quel clima è ancora lì, in Italia, e si vedrà nel gabinetto Tambroni. Ma è nel 1933, l’anno di Hitler, che il fascismo galleggia denso, prima delle avventure. Le colonne della società sono lì da anni: leggi fascistissime e Concordato.

Faccio fatica, a leggere Moneta del sogno. Non capisco, mi turba. L’intreccio mi sgomenta, i salti temporali mi indispettiscono, mi sento di colpo afflitto da analfabetismo mentale. Anche quell’Italia pittoresca e arcaica, vista nel suo lato meschino, rancoroso, putrefatto, mi disturba. Mi fa l’effetto di un disvelamento previsto. Come quando sentiamo raccontare un segreto che conoscevamo già; solo, non volevamo fosse detto a voce alta.

In parte l’autrice ammette l’ambiguità, quando nella prefazione dichiara l’intenzione di «scegliere personaggi che a prima vista potrebbero parere evasi da una Commedia o piuttosto da una Tragedia dell’arte moderna»; la commedia dell’arte dev’essere stata presente, a chi ha visto arrivare sulla scena europea Benito Mussolini: le smorfie, l’andatura da burattino gonfiato, il roteare d’occhi. Ma la Yourcenar fa un discorso più profondo: «Lo scivolare verso il mito o l’allegoria [tendeva] a confondere in un tutto unico la Roma dell’anno XI del fascismo e la città dove si annoda e snoda eternamente l’avventura umana».

Cioè, il carattere universale della cultura italiana, unito alla modernità del fascismo, rende universale proprio la dittatura. Una primogenitura negativa – ritrattazione e prostituzione del Risorgimento: il primato morale degli italiani diventato passo dell’oca, Gioberti col grugno di Starace – per una nuova Santa Alleanza del gagliardetto, del manganello e dell’aspersorio. Il fascismo è un Congresso di Vienna tardivo, coi congressisti lerci, incarogniti e inseparabili, come in L’angelo sterminatore di Buñuel. Ci tiene, la Yourcenar, alla scelta di quel periodo: l’Italia fascista senza ancora l’alleanza con Berlino, senza l’impero, senza le leggi razziali.

Marcella, che prepara l’attentato contro il dittatore, ha qualcosa di assurdo, di arcaico; per l’autrice, che umanamente si immedesima poco in lei, conviene lasciare al gesto «il suo aspetto di protesta quasi individuale, tragicamente isolata, e alla sua ideologia quella traccia di dottrine anarchiche che hanno così profondamente segnato un tempo la dissidenza italiana». Eppure la scrittrice si è resa conto della posta in gioco, per l’Europa; almeno nel 1959 ha capito, se nota il clima letterario della prima pubblicazione:

Tanti scrittori in visita nella penisola si appagavano ancora d’incantarsi una volta di più al tradizionale pittoresco italiano o si felicitavano di vedere i treni partire in orario (almeno in teoria), senza pensare di domandarsi verso quale stazione finale procedevano.

Anche così non riesco a superare l’idea che la Yourcenar menta, per qualche strategia narrativa, quando sempre nella prefazione del 1959 scrive: «Ho tentato di accrescere in più d’un punto la parte del realismo, altrove, quella della poesia, il che, alla fine, è o dovrebbe essere la stessa cosa». In Moneta del sogno non c’è un realismo prevedibile, semmai un iperrealismo, e non c’è neppure poesia. E poi, via: realismo e poesia non sono la stessa cosa e lo sa benissimo.

Un vero protagonista non c’è. Non l’attentatrice, non il dittatore. Con le pallottole – si è visto a luglio in Pennsylvania – l’attenzione si fissa su chi prende la mira e su chi è benedetto da un graffio, ma niente cura il male della folla. Non è centrale nessuno dei personaggi che si inseguono e si sovrappongono, vicini anche quando le loro storie hanno poco in comune. Insomma il protagonista c’è ma non va nominato. Ci fa troppa paura. È il contesto, l’ambiente italiano. E la moneta non conta, e non conta neppure il sogno, che nel titolo si affaccia: non è un libro da sogni, tutti hanno un incubo da svegli. Le storie devono intrecciarsi perché il falso comunitarismo del regime risalta meglio se ci sono parentele, coincidenze, pretesti.

Attraverso Carlo Stevo, l’antifascista, due unioni si intrecciano. Carlo è sposato con Vanna, figlia di un fascista per ordine, ma ha una relazione austera e cospirativa con Marcella, sposata con Alessandro, che per convenienza si è messo una maschera da fascista e ora non se la toglie più. Marcella è figlia di un anarchico, amico d’infanzia di Mussolini, che ha perso il posto per volere del dittatore.

La relazione fra Marcella e Carlo è un pozzo di echi. L’ombra di Matteotti doveva aver toccato la sensibilità della Yourcenar. Stevo è arrestato al ritorno da Vienna; e in realtà, al ritorno da un viaggio a Vienna Matteotti fu ucciso. E poi, Marcella e Stevo sono descritti così:

Lei aveva significato il Popolo per il solitario uscito da una di quelle buone famiglie della borghesia liberale che magari hanno inventato l’idea stessa di popolo, ma a cui un residuo d’usi, pregiudizi e timori impedisce quasi sempre la frequentazione della massa.

Parole che con qualche forzatura potrebbero valere per il socialista, figlio di possidenti, e per la moglie Velia Titta, figlia di un artigiano.

Il rapporto fra Stevo e Marcella: «Nel magazzino di grano, tra i sacchi pieni del segreto delle semenze, s’erano tenuti conciliaboli in cui covava, sotto quella Roma ridiventata imperiale, tutto il puro fanatismo delle giovani sette perseguitate». L’intuito della Yourcenar: gli antifascisti sotto la dittatura sono un cristianesimo primitivo e risoluto; appunto, semi impregnati di segreto. Ci si rende conto di questo considerando la fase in cui il semenzaio è più fertile: la Resistenza romana, quando molti semi muoiono perché altri diano frutto. Il gappismo romano, falcidiato dalla repressione, dalle delazioni, dalle retate, ha per sfondo la città insidiosa e magnifica; il Foro di Traiano, per esempio. Il lungo itinerario di Bentivegna col carretto della spazzatura, il 23 marzo 1944, per raggiungere via Rasella, è una passeggiata romana: Stendhal a mano armata.

Ancora qualcosa di Matteotti nella relazione fra i due:

Mentre il senso della giustizia, del diritto, una specie di bontà indignata, aveva condotto Carlo all’odio per il nuovo padrone in cui s’incarnava la ragion di Stato, era stato, al contrario, l’odio che a poco a poco aveva guidato quella donna [Marcella], sorella di tutti i vinti, a coltivare in sé le emozioni della bontà.

In Stevo c’è l’eco del diritto, e il grande polesano era un giurista. Matteotti fra le righe.

L’angoscia di questo decentramento narrativo, col suo dono spaesato e col suo furto di certezze, non lascia scampo: confrontarsi con una storia che non è storia, che rifluisce in se stessa. La bontà indignata di Stevo è un riassunto del caduto socialista, del «santo di Fratta», invidiabile dai migliori studiosi. Eppure preferisco pensare che la scrittrice non abbia lasciato di proposito questi segni, e invece che siano stati i frammenti della storia italiana, come per magnetismo, a prendere il loro posto mentre si parlava d’altro. Sarebbe forse la prima volta, che le cose abitano il tempo al punto da riconoscervi i loro indirizzi anche quando il vento, l’incuria, la polvere credono di averli cancellati?

Alla profondità umana non si arriva per caso. A casa di Marcella, cioè di suo padre l’anarchico, c’erano i libri dei poeti dell’Ottocento. E a rimproverarglielo è suo marito Alessandro. Tra i fascisti, Alessandro è di quelli non per convinzione ma per convenienza: «Il regime per lui non era altro che un fatto con cui ci si arrangia, ma che non si onora». Però, lui nel regime ci si trova così bene! e lo rivendica con un cinismo inconfondibile; è quello che sentiamo di nuovo, adesso, in voci senza vergogna:

«Ci son dottrine che si tradiscono come donne che si abbandonano: hanno sempre torto. Dovevo compromettere una posizione faticosamente conquistata per correre in aiuto a una banda di fanatici come tuo padre o di sognatori come Carlo Stevo? Una delle lezioni dell’esperienza è che chi perde si merita la sconfitta».

Il carrierista paragona l’appartenenza politica e la donna: luoghi, particelle catastali, piazzeforti vendibili o espugnabili o consegnabili. Di tutt’altra natura, Marcella. Quando viene a sapere che Carlo ha tradito, riflette:

«Non ti biasimo. Poco m’importa a causa di quali brutalità o di quali promesse. Il loro peggiore delitto: prenderci, trovare il modo di forzarci a piegarci o a parer averlo fatto, industriarsi perché nessuno risulti più puro. Ragione di più perché io agisca senza indugi. Per rivalsa, per espiazione… Per il Partito, per te, per me stessa… Siamo tutti arnesi più o meno solidi. Non si può rimproverare a un arnese d’essersi spezzato».

Per un fascista chi perde è colpevole. Per la cospiratrice – morale calda e formidabile – neanche chi tradisce è del tutto un perdente.

A tastare la convinzione dell’attentatrice è Massimo Iacovleff, una spia del regime, che le ricorda i suoi veri motivi per uccidere Mussolini. E qui si affaccia ancora Matteotti:

«Il tuo odio… Oh, lo so, non è che te ne manchino le ragioni: tuo padre […] e Carlo, e l’altro che un giorno si fece ammazzare sulle rive del Tevere (lo sai, chi voglio dire) e che neppure lui è stato vendicato. E anche quando fosse solo per farla finita con quelle scritte imbrattate sui muri, alte come la menzogna, per ridurre al silenzio quella voce che distribuisce alla folla una zuppa grossolana… Ma è falso… Tu vuoi ammazzare Cesare, ma soprattutto Alessandro, e me, e te stessa… Fare piazza pulita… Uscire dall’incubo… Sparare come a teatro perché nel fumo dello sparo la scena si dissolva… E finirla con tutta questa gente che non esiste. […] Siamo tutti dei pezzi di stoffa lacerati, degli stracci stinti, dei miscugli di compromessi. Il discepolo più amato non è quello che dorme nei quadri sulla spalla del Maestro, ma quello che si è impiccato con in tasca trenta denari. O, forse, no: quei due ne fanno solo uno: era lo stesso uomo».

Iacovleff indica i veri motivi, dicevo, o li costruisce? E poi, vuole davvero impedirle di sparare? Forse in alto si vuole un attentato pilotato, all’insaputa di chi lo compie.

La spia suggerisce depistaggi morali plausibili anche per chi legge: i bersagli sarebbero Giulio Cesare o il marito di Marcella o altri. L’autrice mima l’inganno per smascherarlo: è tipico della falsa introspezione fascista, carica di convulsioni mentali e morale contorta, frammentare la persona e disorientarla facendo le viste di volerla emancipare (in fondo è così Sei personaggi in cerca d’autore, del fascista Pirandello). Per la spia la gente non esiste, tutti sono stracci. È probabile che questo fosse l’orizzonte anche di chi pose la bomba alla stazione di Bologna nel 1980, considerando che ancor oggi le vittime sono offese da menzogne.

Quel Giulio Cesare, però, ha un altro senso: per sparare a Mussolini, Marcella ha rubato una pistola ad Alessandro e vuole pagargliela per non sentirsi in debito; gli porge il denaro dicendo: «Dare a Cesare…» (il romanzo avrà una trasposizione teatrale, Rendre à César, appunto). Le parole di Gesù servono a staccare l’arma dallo spazio di Alessandro, profano, per portarla nel perimetro sacro della violenza politica. Ben diverso, questo, dalle chiacchiere con cui la spia mischia Giuda e Giovanni. Eppure quelle chiacchiere hanno una fascinazione che invita chi legge al dubbio. Il cenno ai trenta denari, naturalmente, si discosta dal Vangelo: Giuda si impicca dopo essersi liberato da quel prezzo – non dal senso di colpa.

Il punto suggestivo riguarda, invece, la moneta che attraversa tutto il libro. Proviamo ad assecondarlo. La moneta del sogno è sorella delle altre ventinove, cioè viene dai trenta denari: è quella che ha attraversato il deserto del silenzio, oppure che è rimasta indietro e che per questo ha qualcosa da aggiungere. Il trentesimo, di quei denari, non finì nel tesoro del tempio, nell’acquisto del campo, e rimase addosso a Giuda, ad appesantire il corpo, a stringere il cappio. Allora, ciò che unisce l’intreccio di storie è il di più della colpa, cioè la tessitura di un quadro di squalifica delle persone che le spinge ad accettare l’autorità, ad aver voglia di un padrone, di uno che distribuisce una zuppa grossolana. Proprio così. Neanche la Yourcenar dalla prosa veggente poteva alludere, con quel distribuire la zuppa, al fatto che se nel 1922 era andato al governo un giornalista, cento anni dopo vi si sarebbe seduta una diplomata di un istituto professionale alberghiero e gastronomico, dove si insegna a lavorare col mestolo. Un libro che conta sul caso non può diffidare delle coincidenze; almeno, non più di chi lo legge molti anni dopo.

Fallito l’attentato, la notte copre due persone agli estremi della società. Ecco il dittatore, illeso:

Cesare dormiva, dimenticando di essere Cesare. Si svegliò, rientrò nel suo personaggio e nella sua gloria, guardò l’ora, esultò per aver mostrato nel corso dell’incidente della vigilia il sangue freddo che si addice a un uomo di Stato. «Ardeati, nata Ardeati» [il cognome di Marcella], pensò, ruminando quel nome che si era fatto dire qualche ora prima, «la figlia del vecchio Giacomo…» E rivide a una distanza smisurata la cucina dell’appartamento di Cesena, una discussione sui reciproci meriti di Marx e di Engels, il caffè che la madre Ardeati serviva all’epoca in cui il caffè era per lui una spezia rara. «Quel che c’era di meglio in loro, l’ho amalgamato nel mio programma», si disse. «Quei chiacchieroni non avrebbero mai saputo governare un popolo». E si girò sul cuscino, l’anima in pace, sicuro di avere in tutto e per tutto l’approvazione della gente d’ordine.

Ed ecco Oreste, operaio, stritolato dalla vita. In una fiaschetteria – ce n’è qualcuna vera, a Roma, ancora nel 2024 – si ubriaca e fantastica su sua suocera:

Voluttuosamente, s’immaginò mentre strangolava la vecchia, inventò particolari precisi, degustò tutta la delizia che avrebbe provato a impadronirsi sotto i suoi occhi del sacchetto di pelle in cui lei nascondeva il tesoro che, invece, sarebbe spettato a Attilia [sua moglie] e ai loro figli. Ma simili atti di giustizia conducono sempre solo in galera, i giudici non capiscono mai quanto si sia stati maltrattati dapprima da coloro che si ammazza.

Una sbornia in cui c’è qualcosa di Baudelaire, del Vino dell’assassino.

Ma se davvero si può parlare di caso, in tutto questo, è casuale la compresenza di alcuni personaggi in una chiesa romana? Le litanie della Madonna si susseguono. Dicono «casa d’oro» e Rosalia, che vende candele, pensa alla casa perduta, in Sicilia. Marcella entra, ha la pistola e riflette:

«Non vacillare. Presto sarò morta, è la sola cosa sicura. Che cosa dicono? Regina dei cieli… Regina Coeli: questo nome di prigione… Sarà là che domani… Mio Dio, fa’ che muoia subito. Fa’ che la mia morte non sia inutile. Fa’ che la mia mano non tremi, fa’ che lui muoia. Ma guarda, è buffo. Mi sono messa a pregare senza saperlo».

In chiesa dicono anche «torre d’avorio» e c’è il grande pittore Clément Roux:

Abbassò la testa per seguire la spirale di quelle parole che lentamente sprofondavano in lui, urtando infine la resistenza di un ricordo. Dorato, liscio e nudo. Quella ragazzetta sulla spiaggia, una sera, possibile che lui avesse già circa vent’anni? Torre d’avorio… C’è al mondo un’espressione più evocatrice dell’architettura di un giovane corpo?

Un anno dopo la riedizione di Moneta del sogno, una ragazzetta sulla spiaggia renderà indimenticabile l’ultima scena della Dolce vita di Fellini.

Proprio lui, Roux, così malmesso che lo scambiano per un mendicante, riscatta la vita. Vaga per Roma e commenta fra sé gli sventramenti degli antichi rioni:

«Le rovine troppo pulite, tirate a filo. Troppo demolite, troppo ricostruite. Ai miei tempi queste viuzze zigzaganti in pieno passato che ti portavano al monumento di sorpresa… Hanno sostituito tutto con queste belle arterie per autobus, e, nel caso peggiore, per carri armati. La Parigi di Haussmann. Il luna-park delle Rovine, l’Esposizione Permanente della Romanità».

E Roux parla a Iacovleff, la spia, che ascolta distratto. Siamo nel luogo che diventerà un simbolo del buon vivere: alla Fontana di Trevi. Three Coins in the Fountain, il film di Negulesco, arriva nel 1953. Esiste già l’uso di gettare monete per un voto del ritorno, e il pittore si adegua. Voto falso o sincero? Il proposito del ritorno serve a chiudere con un passato, non a fare in modo che si ripresenti: sprechiamo qualcosa per fare un dono senza volto, per non dire a noi stessi che non vogliamo voltarci indietro. E c’è una perla gettata via, in un pensiero di Roux offerto a chi non ne è degno; la raccogliamo noi:

«Ci son pure delle cose buone… delle cose che si vorrebbe. […] Delle cose talmente belle da stupirsi che ci siano. Pezzi, frammenti. Parigi tutta grigia, Roma dorata. […] Corpi di donna… Non le modelle, con il loro nudo a un tanto all’ora. Né il nudo insipido delle puttane né il nudo a teatro così tinto che non si vede neppure più la pelle. […] Ma di tanto in tanto… La carne intravista sotto la veste come un dolce segreto in questo duro mondo. Il corpo sotto la stoffa. L’anima sotto il corpo. L’anima del corpo. Così, molto tempo fa, su una spiaggia, in un posto deserto, in Sicilia, una ragazzina tutta nuda… Dodici o tredici anni… Nella luce frizzante del primo mattino. Con una camicia che si è tolta, quando mi ha visto, per suo piacere, suppongo. Innocente e non innocente. Eccola, la piccola Venere uscente dalle acque. […] Non l’ho neppure dipinta, perché i nudi fatti del ricordo… Ma l’ho messa qua e là, un poco dappertutto, una certa maniera di mostrare la luce che gioca su un corpo. Queste son le cose che aiutano nell’ora della morte».

In questo nascondiglio giace un segreto di tutto il libro.

 

 

[1] Marguerite Yourcenar, Denier du rêve, Grasset 1934; poi, in nuova versione, Plon 1959. La prima edizione italiana è Moneta del sogno, Bompiani 1984, traduzione di Oreste Del Buono. Qui ho tratto le citazioni dalla ristampa Bompiani 1986. Nei discorsi dei personaggi ho tolto i puntini di sospensione che mi sembravano in eccesso.

 

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Una vita molteplice, quindi compiuta. Parola di Matteotti https://www.carmillaonline.com/2024/07/13/una-vita-molteplice-quindi-compiuta-parola-di-matteotti/ Fri, 12 Jul 2024 22:05:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83304 di Luca Baiada

Gianpaolo Romanato, Giacomo Matteotti. Un italiano diverso, Bompiani, Firenze-Milano 2024, pp. 336, euro 17,10

 

Tra i punti di forza, l’apparato di fonti. Sul contesto, buona conoscenza del Polesine e ampi riferimenti ad autori e personaggi. Attenzione allo sviluppo delle leghe e delle casse rurali, agli effetti della malaria, della pellagra, delle alluvioni e delle bonifiche. Sul protagonista, padronanza dei fatti. Eppure, tutto lo studio risente di qualcosa; probabilmente di un orientamento cattolico troppo rigido che condiziona la lettura dei dati.

La difficoltà di capire il passato è ricondotta bene al presente: «Matteotti divenne un’icona da rispolverare nelle [...]]]> di Luca Baiada

Gianpaolo Romanato, Giacomo Matteotti. Un italiano diverso, Bompiani, Firenze-Milano 2024, pp. 336, euro 17,10

 

Tra i punti di forza, l’apparato di fonti. Sul contesto, buona conoscenza del Polesine e ampi riferimenti ad autori e personaggi. Attenzione allo sviluppo delle leghe e delle casse rurali, agli effetti della malaria, della pellagra, delle alluvioni e delle bonifiche. Sul protagonista, padronanza dei fatti. Eppure, tutto lo studio risente di qualcosa; probabilmente di un orientamento cattolico troppo rigido che condiziona la lettura dei dati.

La difficoltà di capire il passato è ricondotta bene al presente: «Matteotti divenne un’icona da rispolverare nelle occasioni ufficiali». Ma per altri aspetti non ci siamo:

Con la dissoluzione della prima repubblica e dei partiti che l’avevano costruita, Giacomo Matteotti è uscito definitivamente dagli appiattimenti di parte, dalle contrapposizioni ideologiche, da gelosie e rivalità che erano sopravvissute alle divisioni del passato, ed è entrato definitivamente nella dimensione che gli è propria, quella della storia.

Le gelosie hanno solo perso il tratto da segreteria e da grisaglia, per diventare tic nervosi nei discorsi d’occasione. Le ideologie si sono spente ma Matteotti non ha ancora il posto che merita. Cosa significa?

Qualcosa di imbarazzante: non c’erano i fronteggiamenti ideologici, all’origine della messa tra parentesi. Il male è più profondo e si può capirlo solo sorbendo – ma fino all’ultima goccia amara – in politica Salvemini e Gobetti, in letteratura Sciascia. Il paese del papato e dell’inquisizione romana, delle corti e delle accademie respinse come un insetto molesto l’uomo dell’antiretorica, della prassi determinata, della certezza senza fanatismo. Gobetti, appunto, poco dopo il delitto, con la sincerità del morituro lo chiamò protestante. Romanato è realistico qui:

È uomo del postrisorgimento, estraneo alle mitologie dell’unificazione, ma estraneo anche alle rigidezze delle ideologie allora prevalenti: il positivismo, il marxismo, l’idealismo. Scontento, ribelle, inquieto, guardava al futuro, senza lasciarsi condizionare dal passato.

Sui rapporti fra Matteotti e marxismo, però, ci vorrebbero spiegazioni, anche tenendo conto del periodo: nasce poco dopo la morte di Garibaldi e poco prima della fondazione del Partito socialista. Di certo, fatta l’unità emergono problemi, insieme alla questione romana irrisolta – i fascisti la peggioreranno restituendo al papa uno Stato – e a molto altro.

Il commenti di un secolo fa riaprono ferite. Il giudizio dei comunisti fu e rimase duro, sino alla mancanza di umanità, vedendo nell’assassinio il suggello dell’errore. Riflesso automatico di fiducia nell’ineluttabilità della storia: chi cade, non può che aver torto. Gli alfieri della memoria del grande socialista si risparmiarono l’acredine, ma neanche loro furono mai all’altezza del caduto. Atroce, nel 1924, la partecipazione di una minoranza dei deputati del Psu al funerale del loro segretario; e assurde, nel dopoguerra, le commemorazioni alternate fra Psi e Psdi, per non mischiarsi mai.

Anche la confusione al monumento romano, oggi, con lapidi diverse che si contendono lo spazio, dice più disordine che insegnamento. Quell’aiuola assediata dal flusso di auto, sul lungotevere – un tempo ariosa passeggiata, adesso convulsa arteria di scorrimento – , parla da sé. Forse è un caso, ma è in un sottopassaggio, simile a uno di quelli scavati nei lungotevere per le Olimpiadi del 1960, che Fellini gira l’inizio di Otto e ½, col sogno del protagonista: nell’ingorgo, chiuso in una macchina, batte sui vetri e si divincola come Matteotti nella Lancia dei sicari, sino a che riesce a volare via.

La percezione dell’importanza del diritto nella sua posizione politica – «singolare impasto di legalitarismo e di spirito rivoluzionario» – è lucida:

[Per Matteotti] era il diritto, non il determinismo sociale, a creare la strada che conduce alla giustizia e all’uguaglianza. È qui che si deve vedere la modernità di Matteotti nella galassia dei socialisti italiani, modernità che giustificherà tanto la sua proposta di insurrezione per fermare l’entrata in guerra (lo Stato aveva violato le regole e quindi andava fermato con la forza) quanto, in seguito, la sua lotta solitaria contro il fascismo, fondata sulla difesa della legalità e della rappresentanza parlamentare. Chi infrangeva le regole del gioco legittimava chi le violava, a sua volta, per legittima difesa.

I giuristi, però, non valorizzarono le sue ricerche e proposte. Più in generale, anche molti intellettuali furono inadeguati; il testo li ricorda ma vanno ridimensionati meglio. Per esempio:

Ivo Andrić, futuro premio Nobel per la letteratura, che allora era in servizio a Roma presso la legazione diplomatica del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, la futura Jugoslavia: «La crisi del fascismo è iniziata. A causa del delitto Matteotti. Un caso che è allo stesso tempo incredibile e terribile, semplice e banale. Incredibile e terribile è che in Europa, nel Paese che rivendica la paternità del diritto, nel centro di Roma a mezzogiorno sei mercenari possano rapire un deputato popolare inerme, segretario di un partito, portarlo fuori città e ucciderlo».

Andrić non ha capito. Proprio perché siamo nella culla del diritto, lo stragismo portato dalla guerra, con una massa di reduci storditi e incarogniti, e col padronato che non vuole mantenere le promesse – pace perpetua, giustizia, lavoro – , apre al fascismo. Esso è anche il passaggio dal massacro indiscriminato, in guerra, al massacro selettivo, in pace. L’assassinio di Matteotti, giurista e per questo più scomodo, è il segno di un’epoca. La civile Europa, nel paese della paternità del diritto, ha covato un patrigno in camicia nera: presto avrà molti figliastri. La Roma mussoliniana – in questo terribilmente moderna – con le borgate di deportati dal centro per gli sventramenti, con le scenografie di cartapesta per le parate, con le burocrazie labirintiche, diventa insieme culla e bara. Già nel 1934 il groviglio umano dell’Urbe è colto in un romanzo di Marguerite Yourcenar, con un cenno al delitto di dieci anni prima[1].

Un italiano diverso presenta il socialista senza encomi prevedibili:

Un personaggio duro, intransigente, mai disponibile al compromesso, talora anche sgradevole. […] Un uomo di parte, spesso settario, che non dava confidenza e non faceva sconti a nessuno. […] Ante mortem Matteotti fu un uomo profondamente divisivo. Il ritratto che ne scrisse Piero Gobetti a ridosso dell’assassinio, centrato sul tema della solitudine, a mio parere, rimane pur con qualche forzatura, l’interpretazione più penetrante che ne sia stata proposta.

Il punto di vista gobettiano è stato criticato da chi vuole interpretazioni concilianti; ma se forzatura c’è, in Gobetti, è perché quel testo era costretto a una densità alchemica[2].

Un elemento critico. Si insiste sul fatto che il padre di Matteotti avesse prestato denaro a usura:

Le fonti che ne parlano sono numerose e circostanziate. […] Non è fuori luogo ipotizzare che i rancori accumulati per questo motivo contro di lui possano essere arrivati a lambire anche le motivazioni del delitto, considerando il ruolo che in esso ebbero […] due fascisti polesani che conoscevano Matteotti fin dagli anni di scuola: Giovanni Marinelli e (ma in questo caso il coinvolgimento è molto meno sicuro) Aldo Finzi.

La questione è contraddittoria: gli immobili della famiglia erano sparpagliati perché erano frutto di acquisti occasionati dalla fretta dei venditori, all’epoca dell’emigrazione postunitaria; ma questo – felix culpa – permise a due figli, Matteo e Giacomo, di candidarsi in più comuni (all’epoca ogni proprietà dava diritto al voto nel suo comune). Che i rancori locali abbiano contribuito al delitto non è dimostrato, ma di certo l’assassinio fu anche una vendetta castale: come altri – i fratelli Rosselli, per esempio, poi Giangiacomo Feltrinelli e Pier Paolo Pasolini – Matteotti è un traditore della sua classe. Mentre Romanato offre pagine e pagine sullo strozzinaggio del padre, proviamo a chiederci: e se proprio quella provenienza della ricchezza fosse stata determinante nella scelta di far del bene, di schierarsi con gli sfruttati e contro gli sfruttatori?

Dell’epistolario fra Giacomo e Velia si dimostra frequentazione ma non altrettanta comprensione:

C’è più ragionamento che attrazione, sia prima sia dopo il matrimonio, anche quando la lontananza fisica […] rende forte ed esplicito il desiderio reciproco, il bisogno di rivedersi, di toccarsi, di baciarsi. […] Chi leggesse queste lettere pensando di trovarvi riferimenti erotici rimarrebbe deluso. E non soltanto perché il linguaggio del tempo era molto più riservato del nostro, ma perché nel rapporto fra questi due giovani la fisicità è sopraffatta dal ragionamento.

Nella commemorazione alla Camera, il 30 maggio – brutta nel suo lato spettacolare e ingannevole in quello politico – , anche Bruno Vespa ha escluso l’erotismo di quello che invece è un palpitante documento amoroso; questo libro ha un’altra statura, eppure si sente una mentalità che non si accorge dell’eros se non sobbalzano carni. Così sono fraintese in senso negativo le schermaglie, le sofferenze e le ammissioni reciproche di scoramento, che fanno parte di quell’unione. Il fatto che i due si scrivessero anche mentre erano nella stessa città è una «bizzarria»; e pensare che Victor Hugo e Juliette Drouet si scrivevano anche mentre vivevano insieme.

Altri malintesi. Si legge che in Matteotti c’era «l’ansia di fare, e anche di strafare», perché scrisse: «Il desiderio di una vita molteplice, e quindi allora soltanto compiuta, sta diventando una mia ossessione». Questa è l’eco di una profonda inquietudine, di stampo ottocentesco, come quella che fremeva in Arthur Rimbaud. In Une saison en enfer il poeta aveva scritto: «A chaque être, plusieurs autres vies me semblaient dues»; e infatti Matteotti: «Vorrei avere dieci vite». La competenza giuridica, amministrativa e contabile del polesano ha oscurato la creatività; ma a modo suo, anch’egli fu ladro di fuoco e veggente.

Quando si ricorda che per Matteotti l’amore per la propria patria non deve portare a sopraffare le altre – lo scrive a proposito di suo figlio e di un bambino abbandonato di cui si prende cura – non si deve tacere che quel principio e quel senso di umanità vengono da Giuseppe Mazzini. Il Polesine è terra di lotta di classe, sì, ma prima di Risorgimento. E poi. Romanato vede nell’attenzione di Matteotti per l’educazione un’anticipazione di Lorenzo Milani, ma è più immediato pensare a un seguito di Alberto Mario, polesano di Lendinara, piccolo centro che gli ha dedicato un monumento gagliardo. L’autore, che conosce il patriota perché accenna agli studi sull’Italia postunitaria della moglie, Jessie White, non ricorda l’impegno di Mario per i ragazzi da garibaldino.

Nel libro si sentono le insistenze sugli errori dei socialisti e la benevolenza verso il Partito popolare. Quanto agli effetti tremendi della violenza squadrista, vanno posti nel giusto rilievo; per esempio, bisogna sempre precisare che, negli enti locali, le dimissioni dei socialisti erano imposte dai fascisti e le autorità non proteggevano i rappresentanti eletti. L’autore cita come attendibile questa analisi, presa dal giornale dei popolari:

Tacerà il vento di follia quando gli onesti di ogni partito si adopereranno seriamente e fermamente a richiamare i propri aderenti alla legge. È giunto il momento di proclamare che tutti ebbero torto, che esiste per tutti, socialisti e fascisti, il dovere di rientrare per sempre nella legalità. La provincia domanda a tutti i partiti e a tutte le fedi di liberarsi dalle forme degenerative della loro attività.

Sembra l’«Osservatore romano» del marzo 1944, dopo le Fosse Ardeatine, quando chiede a tutti, nella Roma occupata dai nazisti, «serenità» e «calma», «al di fuori, al di sopra delle contese»[3].

Da queste premesse viene l’accusa che il socialismo abbia determinato l’avvento del fascismo; così Matteotti diventa un colpevole. Nel discorso ha un ruolo anche l’avversione alla guerra, ed ecco che il pacifismo diventa colpevole di guerra civile. Sono tesi superate, eppure l’autore, malgrado un bagaglio culturale raffinato, ne sente la fascinazione:

Anni decisivi, quelli del trionfo massimalista, dopo il congresso di Reggio Emilia del 1912 e l’affermazione di Mussolini. Questi poi prenderà tutt’altre strade, tuttavia dal virus dell’estremismo il socialismo italiano non guarirà più. La sconfitta storica di Turati, e della linea riformista, maturarono allora. Quando Mussolini, nel suo primo discorso parlamentare, disse cinicamente che la sinistra la conosceva bene – «io per primo ho infettato codesta gente» – diceva una incontestabile verità.

Invece no. Altro che incontestabile. L’estremismo non fu una prerogativa del socialismo, e comunque il fanatismo determinante fu quello della borghesia nel difendere privilegi di classe.

Affiorano cedimenti al complottismo. Quasi si avalla l’ipotesi che il socialista fosse austriacante, e quindi neutralista, per legami familiari. Si sottolinea che il vero motivo dell’assassinio non è ancora sicuro e si cita la pista petrolifera senza una riflessione di accompagnamento. Si fanno congetture sul movente con punti interrogativi, supposizioni, cenni: il petrolio, le case da gioco dei fascisti, la massoneria, i documenti nella borsa, un cenno nel diario di Ciano. Su Aldo Finzi, squadrista e fascista che morirà alle Ardeatine, scivola un dubbio:

Si volle chiudere in questo modo la bocca del maggior testimone del delitto Matteotti? È un’ipotesi che non ha mai avuto conferme, anche se è quasi certo che Mussolini, pure sollecitato, non intervenne per salvargli la vita.

Per Romanato, di Finzi non è ben sicuro il coinvolgimento ma Finzi è il maggior testimone? Di certo, Finzi l’occasione per aprire bocca la ebbe e non la usò. Quanto a Mussolini, c’è da stupirsi? Non intervenne neanche per salvare il genero dalla fucilazione.

Altre accuse. Si dà spazio a critiche di doppiezza: Matteotti estremista nel Polesine e moderato a Roma. Anche il banditismo veneto, con la repressione austriaca, e poi la rivolta nota come «La boje» contribuiscono alla colpevolizzazione del socialismo. Citando di tutto, anche Sturzo e Galli della Loggia, si addebita ai socialisti di non aver risolto le incertezze interne, con gravi conseguenze.

Come può salvarsi, Matteotti, da tante colpe? E infatti, per l’autore sono involontariamente profetiche le parole rivoltegli da un periodico cattolico:

Buffone e istrione! Tu continui a solleticare nelle folle lo spirito della rivolta. Parola di galantuomo: sarai il primo a pagare il fio di questa improntitudine da istrione. I Danton e i Robespierre furono le prime vittime della loro nefasta propaganda.

Profezia falsa: Matteotti fu assassinato per le doti di denuncia, critica e organizzazione, concretizzate su basi amministrative, legali e contabili. Cadde proprio perché non era un tagliatore di teste ma un tessitore di contatti e sindacalismo, cooperative e relazioni internazionali, persino nessi profondi fra teorie giuridiche e interessi sociali.

Si affaccia una tematica che sa di tempi meno lontani. Riguarda il progetto di un fronte antifascista e qui si può solo segnalarla:

[Matteotti] pensava nel suo intimo anche ai cattolici di Sturzo, che non appartenevano alla sinistra ma rappresentavano […] una forza popolare, benché estranea ai partiti di classe, che non poteva essere confusa con la borghesia italiana ormai fascistizzata. La speranza nella possibilità di quest’incontro divenne concreta soltanto dopo la sua morte, […] ma venne fermata da un intervento esterno alla politica italiana: il veto pontificio.

In queste vicinanze intime c’è da capire. Per un verso, può confermare quest’attenzione all’incontro la citazione di un articolo di Ernesto Buonaiuti, sacerdote perseguitato dalle autorità ecclesiastiche: uscito su un quotidiano di orientamento laico, commenta il discorso di Turati per Matteotti e paragona la morte del socialista al sacrificio di Cristo. Per un altro, viene naturale il paragone con un altro incontro, molti anni dopo; quello fra comunisti e democristiani, con un perno: Aldo Moro. Allora, subito un altro raffronto viene spontaneo: quello con la posizione del Vaticano mentre Moro era nelle mani delle Brigate rosse. Questo paragone costringerebbe a rileggere la lettera di Paolo VI che non provò per davvero a salvare il democristiano, anzi. Un altro veto pontificio.

Romanato scrive: «Ogni ricostruzione del passato non è mai tutto il passato. C’è sempre una zona che sfugge, o per mancanza di fonti, o per insufficienza dello storico, o per il velo di silenzio con il quale, spesso, l’animo umano cela i propri riposti intendimenti, che determinano i fatti più di quanto immaginiamo». Qui il libro si fa perdonare i difetti con l’onestà dell’autore. E a questo punto, se lui non dice i suoi intendimenti, sia il recensore a diradare il suo velo.

Sono un giurista, lavoro con le regole anche quando non le condivido. Con Matteotti ho incontrato un modo coraggioso e concreto di vivere la condizione del giureconsulto: una tensione verso il bene che non cede né al formalismo né al fanatismo né al compromesso. Una cosa che il lavoro legale e giudiziario non insegna, anzi, fa di tutto per mortificare. Neanche di me, quindi, si fidi del tutto chi legge. La zona che sfugge riguarda anche il mio modo di vedere le cose. Matteotti, per tutti noi, in fondo è un monito severo.

 

[1] Marguerite Yourcenar, Denier du rêve, Grasset 1934; poi, in nuova versione, Plon 1959. La prima edizione italiana è Moneta del sogno, Bompiani 1984, traduzione di Oreste Del Buono.

[2] Piero Gobetti, Matteotti, Piero Gobetti Editore, Torino 1924.

[3] «L’Osservatore romano», 26 marzo 1944, p. 1.

 

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Pantera, magia e rivoluzione nel vecchio west di Valerio Evangelisti /3 https://www.carmillaonline.com/2023/10/24/pantera-magia-e-rivoluzione-nel-vecchio-west-di-valerio-evangelisti-3/ Mon, 23 Oct 2023 22:30:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79457 di Fabio Ciabatti

Pantera e la sua religione appartengono al mondo dei vinti e degli oppressi. Così avevamo concluso la precedente parte di questo scritto. È questa sua appartenenza che lo spinge a difendere una variegata congerie di reietti, anche se la sua prima reazione istintiva al pensiero di diventare “una sorta di calamita per mostri e pezzenti” è quella di grande irritazione. La pietà nei confronti dei deboli non è di certo il sentimento che lo caratterizza in prima istanza. E quando affiora tende ad allontanarlo. Queste pulsioni contraddittorie che [...]]]> di Fabio Ciabatti

Pantera e la sua religione appartengono al mondo dei vinti e degli oppressi. Così avevamo concluso la precedente parte di questo scritto. È questa sua appartenenza che lo spinge a difendere una variegata congerie di reietti, anche se la sua prima reazione istintiva al pensiero di diventare “una sorta di calamita per mostri e pezzenti” è quella di grande irritazione. La pietà nei confronti dei deboli non è di certo il sentimento che lo caratterizza in prima istanza. E quando affiora tende ad allontanarlo. Queste pulsioni contraddittorie che muovono Pantera lo rendono un personaggio sfaccettato e affascinante. Ma forse indicano anche qualcosa di più. Nella narrativa di Evangelisti non c’è spazio per il mito del buon oppresso o, per dirla altrimenti, per il paradigma vittimario. Per dirla con le parole del saggista Evangelisti, gli oppressi, al pari dei loro oppressori, devono avere “la volontà, la determinazione, la capacità di lacerare la notte con lo sguardo penetrante del lupo o del felino”.1 Devono essere in grado di rispondere “ai morsi con i morsi”.2 Come si può tradurre questa convinzione dello scrittore emiliano-romagnolo nello svolgimento narrativo delle avventure di Pantera? Ebbene i “mostri e i pezzenti” non appaiono solo come vittime passive che vengono difese dal nostro eroe. Per quanto possano apparire combattenti improbabili, finiscono spesso per lottare insieme a Pantera, anche contro la sua iniziale volontà.
Nello scontro finale di Metallo urlante, infatti, il messicano viene aiutato da una banda alquanto strampalata, come nota con disprezzo il vice sceriffo Wishburn, subito prima di essere freddato da Pantera.“‘Ma guarda che combriccola’ osservò, senza badare all’arma del messicano. ‘Un negro, una puttana, un ebreo e un meticcio. Dio li fa poi li accompagna.’”3 Anche in Black flag la posse di Pantera assomiglia a un’armata Brancaleone.

Il messicano contemplò, all’ultimo raggio della luna che stava per tornare a sparire, i miseri campioni di umanità che aveva davanti. Trascinare con sé quelle creature fiacche e inservibili poteva costargli la vita. Tuttavia valutò che forse la somma delle loro debolezze poteva dare un risultato superiore alle parti. La magia zoppicante di Vecchia Pipa, la vigoria in declino di Koger, la modesta sensualità di Molly, se prese insieme, formavano quasi una sgangherata forma di potenza. Aggiunta alla sua, poteva dare qualcosa di buono.4

Altrettanto raccogliticcio è il gruppo che aiuterà Pantera in una delle sue ultime imprese in Antracite: liberare dal carcere la giovanissima irlandese Kate, che il messicano aveva conosciuto quando, appena adolescente, si divideva tra il lavoro in miniera e la prostituzione occasionale, e nei confronti della quale svilupperà una sorta di istinto paterno di protezione. Nel gruppo c’è l’irlandese Skel, che sta per Skeleton, incontrato per la prima volta da Pantera quando, quindicenne, estremamente magro e con il petto squassato continuamente da crudeli colpi di tosse, lavorava come runner, l’ultimo gradino nella gerarchia dei minatori. Poi c’era Jikta, prostituta slava di mezza età e infine Gudrun, ragazza grassottella di famiglia tedesca, dedita a pratiche magiche della sua terra d’origine, che in un recente passato aveva aveva partecipato a una macchinazione per incastrare Pantera e che ancora manteneva nei suoi confronti una certa ostilità. Mentre fuggono dal carcere Pantera, dopo aver presentato le due donne a Kate specificandone la nazionalità, continua con un sorrisetto: “Se aggiungi due irlandesi e un messicano, hai un’idea di chi stia costruendo l’America.”5
Ma, cosa ancora più importante, a sembrare un’armata Brancaleone in
Antracite è il nascente movimento operaio americano. Nobile, generoso, ma un po’ cialtronesco. Forse ha in mente anche questo Evangelisti quando sostiene che “Antracite è un tentativo di mettere in luce le radici di un’America ‘alternativa’ che ho sempre amato, e delle ragioni storiche che l’hanno resa minoritaria”.6 Come nota giustamente Sandro Moiso, le simpatie politiche dello scrittore “rivelano in lui ancor più che la ‘passione per il comunismo’ quella per la rivolta spontanea, popolare e dal basso. Qualsiasi fossero le forme in cui questa si manifestava, tanto nelle campagne emiliano-romagnole a cavallo tra ’800 e ’900 quanto nelle strade in fiamme di Bologna della primavera del ’77”.7

Tornando negli Stati Uniti della seconda metà dell’800, è arrivato il momento di raccontare brevemente la trama dell’ultimo libro in cui compare Pantera.  Lo avevamo lasciato alla fine di Black flag quando, sconfitti i lupi suoi nemici, decide di seguire il suo vecchio capo nella sua terra di origine per unirsi alla rivoluzione di  Benito Juarez. Molly, la prostituta irlandese sua compagna di avventura, lo segue diventando sua amante occasionale. Dopo qualche tempo le loro strade si separano e Pantera torna a fare il pistolero a pagamento negli Stati Uniti. Tutto lo ciò non viene raccontato in presa diretta, ma come antefatto di Antracite che inizia quando Molly ha nuovamente contattato Pantera perché vuole affidargli un compito per conto dei Molly Maguires, gruppo irlandese che, a suon di omicidi, cerca di difendere i propri compatrioti dallo sfruttamento dei padroni, soprattutto quelli di origine inglese. Pantera deve scoprire un infiltrato nelle file del gruppo e ucciderlo.
In realtà il messicano finirà per cacciarsi in un ginepraio, tanto che la narrazione assume in certi momenti toni simili a quelli di una commedia degli equivoci. Per eseguire il suo compito deve fingersi una spia dei padroni delle miniere e infiltrarsi nelle file nemiche. I Molly Maguires, però, sono talmente infestati da spie che la missione di Pantera è nota da subito, ma verrà tollerata perché la famosa agenzia Pinkerton vuole assicurarsi i suoi servigi di stregone. Deve trovare e eliminare il misterioso “uomo dei topi”. Chi è costui? Si tratta di una persona

capace di dare corpo a una sintesi tra le diverse superstizioni importate dall’Europa e da altri continenti. Un individuo che convoglia diverse aspirazioni inconfessabili e le traduce in realtà, sotto forma di morbo e di invasioni di animali.8

Pantera, quando gli viene presentata questa missione, è sorpreso perché ritiene che le diverse credenze di origine europea dovrebbero essere considerate fenomeni marginali da parte dei padroni del nuovo modo. Ma, è questa la cosa più interessante, gli viene spiegato che non è così dal senatore Schurz.

Sono forme di resistenza al progresso, rivendicazioni di identità che una società in via di industrializzazione non può tollerare. Dev’essere la morale protestante a guidare questo paese, nessun’altra. È l’unica che tenga nel debito conto le esigenze dell’economia e non le demonizzi.9

Ed ecco spiegato in termini prosaici quello che poteva emergere già dai due precedenti libri in cui compare Pantera e dai romanzi di Eymerich. Antichi culti, credenze ancestrali, religioni sconfitte ma mai definitivamente sradicate sono tutti fattori di resistenza alla colonizzazione dell’immaginario da parte del potere. Ma questo immaginario alternativo, radicato nel passato, ha un’intrinseca ambivalenza, come mostrerà lo scontro con l’uomo dei topi, il lucumi Learco. Tutto sommato questa figura si rivelerà alquanto meschina, così come sarà la sua fine. Certamente una persona insidiosa e tenebrosa, ma decisamente lontana dalla diabolica potenza che gli veniva accreditata. Le forze in gioco sono ben altre rispetto a quelle di un oscuro stregone di colore che, approfittando delle perversioni sessuali di Gowen, il padrone della miniera di Tamaqua, lo aveva reso succube solo per cercare una sua personale vendetta. Parlando con Pantera, così gli spiega le sue motivazioni:

“Nel 1863 ero un bambino e abitavo a New York. Quando gli irlandesi insorsero contro la leva obbligatoria, se la presero anzitutto con i neri. Ne ammazzarono una trentina. Uno era mio padre, un altro mio zio. Prima di ucciderli li castrarono.” “Credi sul serio che Gowen e i suoi simili proteggano la gente di colore?” “Non sono così stupido. A me però basta vendicarmi degli irlandesi.”10

Insomma, le vecchie resistenze identitarie possono anche rappresentare un elemento di frammentazione per gli oppressi e trasformarsi in una guerra tra poveri. Cosa di cui Pantera si stava rendendo conto lavorando per i Molly Maguires. Il messicano, tra un’uccisione e una fuga precipitosa, deve comprendere cosa sta accadendo attorno a lui, deve capire il significato delle trame politiche in cui è invischiato. Come sostiene parlando con Molly “Dovresti saperlo. Lavoro per chi mi paga. Ciò non mi impedisce, di tanto in tanto, di pormi delle domande.”11 Insomma,

Pantera avvertiva personalmente il bisogno di una certa coerenza nell’agire, e nei Molly Maguires non la trovava ancora. Da un lato sembravano ergersi a vendicatori del proletariato sconfitto. D’altro lato parevano voler instaurare un dominio di strada fondato su basi strettamente etniche. Dove stava la verità?12

Il palero ha sentito parlare un oste tedesco di ideali che, pur reputando confusi e troppo astratti, percepisce in qualche modo positivi perché vogliono essere comuni a tutti gli operai. Cosa vogliono invece i Molly Maguires, chiede a Molly?

“La riscossa dei soli irlandesi?” “Che ci sarebbe di male?” “C’è che ho sentito Gowen, il vostro nemico numero uno, parlare in modo del tutto diverso. Fa la guerra agli operai senza badare a nazionalità, razza o religione. Capisci?” Lo sguardo di Molly tornò all’ordinaria vacuità. “No, capisco solo un poco. Magari hai ragione. Però una volta sparavi alla gente senza farti tanti problemi.” “Anche adesso.” Pantera si alzò. “Vado ad ammazzare un poliziotto, un certo Yost. Sai chi sia?” “No.”  “Nemmeno io. Ma lo ammazzo lo stesso.”13

La coscienza di classe può attendere, ci sono questioni più urgenti da risolvere senza andare troppo per il sottile. In fin dei conti siamo sempre nel caro vecchio west! Ma questo mondo fatto di sconfinate praterie e uomini a cavallo con la pistola nel fodero sta cambiando. L’antracite sta colorando di nero le vaste estensioni verdeggianti. E Pantera è costretto a capire le forze che muovono questi cambiamenti per cercare di non soccombere alla fitta rete di intrighi in cui si trova invischiato. Come viene spiegato a Pantera, di nuovo dal senatore Schurz:

È in corso una lotta per il controllo politico ed economico di questo paese, e il marciume va dal presidente Grant fino ai più oscuri sceriffi di villaggio. Le forze in campo sono da un lato quelle degli industriali del Nord, del grosso dell’esercito, degli allevatori e di una parte dei latifondisti del Sud. Tendono a un’alleanza che ravvicini i partiti in cui si sono sempre riconosciuti: il repubblicano e il democratico. Dal lato opposto ci sono il resto dei proprietari terrieri meridionali, grandi ma soprattutto piccoli, i democratici populisti, le organizzazioni operaie, i fuorilegge come la banda James.14

La ricostruzione storica di Evangelisti è come sempre accurata, ma mai didascalica. La curiosità del lettore viene solleticata attraverso una narrazione che assume per certi versi le fattezze di un political thriller. E così, tra un colpo di scena e un’altro, veniamo a sapere che nel corso del 1876, alla vigilia di elezioni presidenziali che si annunciavano decisive, il ridisegno delle forze politiche e sociali stava subendo una violenta accelerazione.

Spezzoni di Partito democratico perdevano i loro connotati populisti; settori di Partito repubblicano si liberavano dell’eredità di Lincoln in tema di eguaglianza razziale e dell’ostilità verso i latifondisti del Sud. Hayes rappresentava appunto questa nuova tendenza, e il suo programma, favorevole sia alla grande proprietà terriera sia a uno sviluppo industriale libero da freni, era fatto proprio da molti dei governatori di recente eletti. Tilden, paternalista, non ostile alle rivendicazioni operaie e alla proibizione del lavoro minorile nelle officine e nelle miniere, pareva invece il residuo un po’ patetico di un’America destinata a sparire.15

Fermiamoci qua nella ricostruzione del contesto storico perché è giunto il momento di chiederci cosa rimane del mondo magico di Pantera quando il palero diventa protagonista di un vero e proprio romanzo storico. Evangelisti, dichiarando l’intenzione, mai concretizzata,  di riprendere il personaggio, sostiene di dover “superare una contraddizione: nato come stregone, in Antracite questa sua funzione è piuttosto secondaria. La storia non si prestava”.16
Nei primi due romanzi la “magia” di Pantera produce effetti reali: che si tratti di evocazione di spiriti o di attivazione inconsapevole di qualcosa di assimilabile a fluidi mesmerici poco importa in questo contesto. La cosa rilevante è che il messicano ha ricevuto un “dono”, i suoi poteri, magici o meno che siano. Questi gli consentono di superare le prove affrontate nel suo “viaggio dell’eroe”. Non esiste però un personaggio in carne e ossa che gli consegna questo dono, ruolo normalmente ricoperto dalla figura del mentore. Possiamo immaginare sia stato il padre a iniziarlo al Palo Mayombe, ma questa funzione non viene raccontata esplicitamente. Di conseguenza possiamo dire che l’archetipo del mentore è svolto dalle sue stesse credenze religiose. Pantera ha “interiorizzato l’archetipo, che ora vive dentro di lui come un insieme di regole di comportamento interiore”.17 Non è forse un caso che Vogler, quando parla di questo tipo di mentore, faccia riferimento ad alcuni film western (e noir) che prevedono un eroe risoluto non bisognoso di una guida in carne e ossa.
La funzione di mentore rappresentata dalla sua religione risulta fortemente indebolita in Antracite. Sebbene i suoi spiriti guida risultino infiacchiti Pantera dovrà affrontare una realtà che continua ad apparire come dominata da potenze che hanno qualcosa di sovrannaturale o meglio ancora demoniaco. La descrizione dei paesaggi, infatti, richiama spesso atmosfere orrorifiche.

Alcune colline sembravano bruciare. Le loro pendici erano segnate da fitti reticoli di vene infuocate, tanto brillanti da sfidare il bagliore della luna. Non c’erano vampe né fumi. Era il suolo stesso a essere incandescente, come fosse fatto di lava vulcanica. Lava immobile, però, che non scorreva e ardeva sul posto.18

Soprattutto è la miniera di antracite, in cui Pantera lavora per un breve periodo, ad apparire come un inquietante mondo ctonio, in senso metaforico, ma soprattutto molto materiale. Quando Pantera scende per la prima volta nelle sue profondità

non si era atteso che fosse come entrare in un’altra realtà, governata da logiche proprie che poco avevano a che vedere con quelle della superficie. Ciò non si percepiva quando, prima del sorgere del sole, le sirene degli stabilimenti chiamavano al lavoro, e una folla silenziosa e assonnata di operai invadeva le strade di Tamaqua, la gamella in mano. Era nel profondo del suolo, non appena le gabbie degli ascensori scaricavano il loro carico umano ai vari livelli di scavo, che tutto cambiava e si entrava in una diversa dimensione. Nel buio, dove aleggiavano gli odori di terra umida, di acido solforico, di gas naturali, di polvere di carbone, pulsava irregolare il cuore di una città in miniatura, affollata solo il tempo necessario perché le squadre si disperdessero nelle gallerie.19

In Black flag l’indiano Vecchia Pipa aveva detto a Pantera: “Devi solo seguire i tuoi riti, amico, poi sprofonderai fino alla verità che cerchi”.20 E in effetti così era accaduto. In Antracite la catabasi perde il suo carattere spirituale e diviene discesa reale in un mondo sotterraneo che richiama alla mente il “segreto laboratorio della produzione” del vecchio Marx.
Il ricorso al Nganga non consente più di accedere a una realtà sottostante non percepibile, anche se  Pantera continua a portarselo appresso e a professare la sua religione. Potremmo forse dire che il messicano non ha più un mentore, ma solo una sorta di aiutante/alleato, inteso, di nuovo, non come personaggio in carne e ossa ma come archetipo narrativo. Dovrà sostanzialmente cavarsela con le sue forze. Per chiarire questo punto un passaggio mi sembra particolarmente significativo.

Pantera rimpiangeva di avere lasciato il suo Nganga a Tamaqua, dentro la valigia affidata a Molly. Senza l’anima di un morto con sé, un palero diventava vulnerabile e non poteva abbandonarsi al semplice istinto. Pantera era dunque costretto a seguire logica e ragione, senza confidare in interventi soprannaturali. Appena possibile avrebbe miscelato e bollito un altro Nganga. Per ora doveva soprattutto tenere gli occhi bene aperti.21

Logica e ragione da una parte, istinto dall’altra. La religione di Pantera, come già accennato, si trasforma in una sorta di aiutante, nel senso che rappresenta una specie di amuleto in grado di dare fiducia al palero sulla giustezza della sua comprensione intuitiva delle cose. Il Ngana non produce più visioni alternative della realtà, ma si limita a trasmettere pulsazioni, scosse, vibrazioni che lanciano segnali di pericolo o di tranquillità. Non siamo più in un contesto fantastico e ci sono pochi dubbi sulla reale natura di queste percezioni. Per scoprire la verità sul mondo che lo circonda il messicano sarà costretto a usare soprattutto logica e ragione. C’è addirittura un momento in cui Pantera sembra abiurare le sue credenze, quando invoca l’aiuto del Santo per guarire Molly, malata di carbonchio.

Pantera si portò di fronte al Nganga. L’istinto era di prendere a calci quella cosa inutile, ma si trattenne. Invece curvò la testa, simulando devozione. Secondo la regla vrillumba, risultata inutile l’iguana, avrebbe dovuto alimentare il Santo con le viscere di un bambino. Non se la sentiva. Preferì recitare un’invocazione delle più potenti, sperando che fosse efficace. In cuor suo ne dubitava molto.22

Dopo non molto tempo l’atto sacrilego viene effettivamente compiuto: “Il messicano non invocò il Nganga, come era solito fare prima di un’azione. Lo aveva disfatto a calci quando Molly era spirata”.23

A questo punto ci si potrebbe anche aspettare che Pantera inizi mettere in dubbio le sue più radicate convinzioni a favore di una visione disincantata del mondo, considerando anche il fatto che, sebbene con la solita riluttanza, si sta avvicinando al nascente movimento operaio americano. Insomma, una sorta di evoluzione dall’utopia alla scienza di engelsiana memoria, ma in formato western. Sarebbe un’ottima trama per un narrazione dalle forti tinte pedagogiche. Ma non per un romanzo di Evangelisti.
Credo sia significativo il fatto che lo scrittore emiliano-romagnolo descriva la distruzione del Nganga prima come un’intenzione abortita e poi come un’azione avvenuta nel passato, sebbene molto recente. Narrare questo fatto al presente ne avrebbe dato una rappresentazione molto più forte, lasciando presagire un ripudio definitivo. In realtà si tratta di un momento di sconforto e di sfiducia cui seguirà la produzione di un nuovo Santo. “Prepararlo era stata una delle azioni più dolorose della sua vita, dato che conteneva la scatola cranica e alcune ossa di Molly, oltre agli ingredienti consueti”.24 Pantera si sente costretto ad assemblare la prima variante al femminile del Nganga perché teme che l’uomo dei topi si appropri delle spoglie mortali di Molly per i suoi rituali magici, condannando lo spirito della donna a non avere più pace. In effetti qui assistiamo a una piccola svolta, ma di questo parleremo nella prossima puntata.

3 – continua. Precedenti puntate qui e qui. Prossima e ultima puntata Sabato 28 ottobre


  1. V. Evangelisti, …Et mourir de plaisir, in Id. Le strade di Alphaville, a cura di Alberto Sebastiani, Odoya, Città di Castello 2022, p.60. 

  2. Ivi, p. 62. 

  3. V. Evangelisti, Metallo urlante, Einaudi, Torino 1998, p. 124. 

  4. V. Evangelisti, Black flag, Einaudi, Torino 2002, p. 182. 

  5. V. Evangelisti, Antracite, Mondadori, Milano 2003, p. 352. 

  6. Intervista a Valerio Evangelisti, di Luigi Pachì, in “Fantascienza.com”, 20 settembre 2003, https://www.fantascienza.com/6581/pantera-nera-antracite-intervista-con-valerio-evangelisti

  7. S. Moiso, Introduzione a S. Moiso e A. Sebastiani (a cura di), L’insurrezione immaginaria. Valerio Evangelisti autore, militante e teorico della paraletteratura, Mimesis, Milano 2023, pp. 10-11. 

  8. V. Evangelisti, Antracite, cit., p. 225. 

  9. Ivi, p. 223. 

  10. Ivi, p. 344. 

  11. Ivi. p. 127. 

  12. Ivi, p. 132. 

  13. Ivi, p. 128. 

  14. Ivi, p. 221. 

  15. Ivi, p. 327. 

  16. Intervista a V. Evangelisti di Paul D. Dramelay, in “Progetto Babele”, https://www.progettobabele.it/autori/valerioevangelisti.php

  17. C. Vogler, Il viaggio dell’eroe, Dino Audino, Roma 1999, p. 52. 

  18. V. Evangelisti, Antracite, cit., p. 105. 

  19. Ivi, p. 139. 

  20. V. Evangelisti, Black flag, Einaudi, Torino 2002, pp. 144-145. 

  21. V. Evangelisti, Antracite, cit., p. 78. 

  22. Ivi, p. 269. 

  23. Ivi, p. 274. 

  24. Ivi, p. 312. 

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Esperienze estetiche fondamentali / 9: Dr Jekyll, Mr Hyde e Herr Wittfogel nella Baghdad occidentale, più basiti che perplessi https://www.carmillaonline.com/2023/10/02/esperienze-estetiche-fondamentali-9-dr-jekyll-mr-hyde-e-herr-wittfogel-nella-baghdad-occidentale-piu-basiti-che-perplessi/ Mon, 02 Oct 2023 20:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78856 di Diego Gabutti

Guardala, eccola in lontananza, l’Asia, l’Asia profonda al punto che ti viene da tremare al pensiero di quanto sia vicina a Mosca. (Vasilij Golovanov, Verso le rovine di Čevengur)

Ricordo benissimo in che occasione mi sono procurato Il dispotismo orientale di Wittfogel. Fu a Firenze nell’estate del 1971: era l’ammezzato d’una grande libreria del centro (adesso me ne sfugge il nome, e chissà se esiste ancora). Ma proprio non saprei dire dov’ero (e quand’ero) il giorno in cui mi è capitata per le mani la prima copia dello [...]]]> di Diego Gabutti

Guardala, eccola in lontananza, l’Asia, l’Asia profonda al punto che ti viene da tremare al pensiero di quanto sia vicina a Mosca. (Vasilij Golovanov, Verso le rovine di Čevengur)

Ricordo benissimo in che occasione mi sono procurato Il dispotismo orientale di Wittfogel. Fu a Firenze nell’estate del 1971: era l’ammezzato d’una grande libreria del centro (adesso me ne sfugge il nome, e chissà se esiste ancora). Ma proprio non saprei dire dov’ero (e quand’ero) il giorno in cui mi è capitata per le mani la prima copia dello Strano caso del Dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson (The Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde, 1886). Troppe versioni ne ho lette e palpate nell’altro secolo e in questo. Non so neanche se la prima volta ho letto il romanzo oppure un fumetto ispirato al romanzo (allora ne circolavano parecchi, alcuni molto belli, e ne appaiono di nuovi anche adesso) o se non era piuttosto un’«edizione ridotta» del libro (buona l’ultima, credo, ma chi lo sa). Sempre che il mio primo contatto col romanzo di Stevenson non sia stato né il romanzo né il fumetto, ma il film del 1941 con Ingrid Bergman (la bella) e Spencer Tracy (il dottore impasticcato).

Ai tempi, quando la televisione era ancora una mezza novità, Il dottor Jekyll e Mr. Hyde, regia di Victor Fleming, candidato all’Oscar per la migliore fotografia black and white, passava spesso «sul piccolo schermo», come si diceva una volta, prima che gli schermi diventassero piccolissimi, tipo l’iPhone, o più piccoli ancora, come il mio primo iPod, che aveva uno schermo non più grande d’un francobollo (eppure io ci ho visto Ghostbusters, Lawrence d’Arabia e le tre stagioni della serie classica di Star Trek mentre marciavo sullo stepper, in palestra, macinando chilometri su chilometri senza mai arrivare da nessuna parte né togliermi mai dal punto). Immagino che, rivisto oggi, quel vecchio film babau sembrerebbe ridicolo (tutti quei peli, e quei denti, e il cilindro, le ghette) ma all’epoca mi aveva impressionato, da tenere la luce accesa sul comodino.

Solo Le sei mogli di Barbablù, quando passò in tv più o meno negli stessi anni di Jekill e Hyde, m’aveva spaventato di più: le povere soubrette da scannare, Totò sospeso sulle vasche piene d’acido, un Tino Buazzelli mannaro. Per anni, dopo aver visto le Le sei mogli di Barbablù, girato nel 1950 da Anton Giulio Bragaglia, regista nonché futurista della vecchia guardia, la faccia storta del Principe De Curtis mi è sembrata più agghiacciante di quella del Joker. Totò veniva inseguito da Aldo Fabrizi in Guardie e ladri, oppure finiva tra gli esistenzialisti capresi in Totò a colori, e io pensavo che al posto degli esistenzialisti con la mossetta ambigua e l’erre moscia, o di Aldo Fabrizi in divisa XXXL da questurino, mi sarei ben guardato dal frequentare Totò, il cui sorriso sghembo e scardinato, che ai babbani poteva sembrare buffo, era in realtà un rictus satanico, una smorfia loffia. Totò aveva due anime, pensavo io. Era un attore comico, ma anche un mostro.

Avevo capito niente. Prima di tutto, e a ciascuno il suo, il mostro era Buazzelli e non Totò. E poi, anche se allora non lo sapevo e lo capisco soltanto ora, stavo confondendo Totò con Spencer Tracy, Isa Barzizza con Ingrid Bergman. Era Tracy, e non Totò, ad avere due anime.

Stevenson, col suo apologo sulla location del bene e del male, aveva riscritto la Bibbia: non Caino e Abele ma Caino-Abele. Siamo stati creati doppi, con due anime, una luminosa, l’altra no. È questo che raccontava Lo strano caso. Stevenson non aveva ancora finito d’enunciare il suo filosofema che già era storia vecchia, neanche l’avessimo sempre saputo. E non lo sapevamo, qualunque cosa ci dicessimo dopo averlo letto.

Adesso so che cosa mi piace dello Strano caso, e quel che mi piace c’entra poco col romanzo ma c’entra con l’idea che me sono fatto dopo averci almanaccato su. Alcuni non hanno orecchio per la musica o per la poesia. Io non ho orecchio per la musica, per la poesia e per il romanzo gotico. È più forte di me: le storie de paura mi fanno paura. Mi agito nel letto, senza trovare sonno, dopo aver visto L’esorcista (e persino L’esorciccio) o dopo aver letto Frankenstein e Il miglio verde di Stephen King. Mai visto un serial di zombie, nemmeno i trailer. M’impressionano, e così li evito, i film sulla Shoah – compreso Schindler’s List, di cui tutti dicono un gran bene – e confesso di non avere mai letto, sempre per non sognarmelo di notte, Se questo è un uomo. Ci sono libri sul Gulag o sulle imprese d’ayatollah, talebani e alqaedisti di cui salto intere pagine. Appena qualcuno viene arso vivo o decollato io mi teletrasporto qualche capoverso più in là. Ma Lo strano caso non è voyeurismo. È una metafora illuminante. Ergo non può essere facilmente scansata. Stevenson ne fu il profeta.

Al pari della felicità, che secondo Saint-Just era un’idea nuova in Europa, anche la natura doppia dell’homo era un’idea nuova, forse non particolarmente felice, però nuova, o abbastanza nuova, almeno in quella forma estrema. Non era la prima volta, infatti, che ricorrendo al concetto di doppiezza i filosofi s’affannavano a spiegare le difficoltà (Adorno, un ragazzo snob, le chiamava «aporie») nelle quali s’imbatte il pensiero quando gli si para di fronte qualcosa d’inspiegabile, «l’orrore! l’orrore» con cui si chiude Cuore di tenebra, la banalità del male di Hannah Arendt, Lee Marvin nell’Uomo che uccise Liberty Valance (1962) di John Ford, qualcosa insomma che fa disperare dell’umana natura, e che dà i brividi persino a chi non se ne aspetta niente di buono. Metti Iago nell’Otello di Shakespeare, metti Barbablù-Buazzelli nel film di Totò. Oppure metti il totalitarismo moderno, metti Gengis Khan, metti i terrificanti sistemi sociali d’India e Cina, oppure metti l’Unione Sovietica, come fa Karl August Wittfogel quando s’interroga sulla piega che, dopo il golpe dei bolscevichi a Pietroburgo, fino a poco prima San Pietroburgo e subito dopo Leningrado, hanno preso gli eventi, e prova a spiegarsi su quali radici prosperano le catastrofi sociali. Ma Lo strano caso era una primizia. Era cioè la prima volta che la natura doppia della natura umana, il segreto dei segreti, cioè che gli umanesimi e i disumanesimi sono (disilludiamoci) la même chose o poco ci manca, trovava il suo avatar, la sua icona o meglio, per così dire. la sua zazzera d’Albert Einstein, o di Che Guevara: Jekyll-Hyde. C’era già stato Giano, vero, ma Giano non era «bifronte» per via d’una doppia personalità, una altruista e l’altra bastarda, ma perché una delle sue facce era rivolta al passato, l’altra al futuro, tutt’altra partita.

Unde malum? Unde Hyde?
Questo era il problema che illustrava (e a cui dava risposta, una risposta pop, gotica e moralistica) Robert Louis Stevenson, che giusto tre anni prima, nel 1883, aveva pubblicato L’isola del tesoro, dove il pirata Long John Silver, gamba di legno, un pappagallo sulla spalla, la stampella, era già una specie di Jekyll-Hyde, probo o infame secondo estro e convenienza. Perché Hyde? Perché Long John Silver? Da dove arrivano costoro? Chi li ha mandati? Arimane, il dio malvagio? E Ahura Mazdā, il dio buono… lui niente, lascia fare? Führer, Duci, Godzilla, Padrini e Gruppi Wagner, Segretari Generali? Com’è che ci sono i cattivi? Perché la fetta di pane cade sempre dalla parte imburrata? La verità, vi prego, su odio, vizio e «orrore! orrore!»

Stevenson ha un’intuizione da feuilleton, diventata col tempo e l’evoluzione dei media per l’intrattenimento un’intuizione da fumetto: il male siamo noi, ce l’abbiamo dentro, e basta molto poco per far emergere il lato oscuro, un beverone, le corna, una crisi economica, insomma l’occasione che fa l’uomo peccatore. A scatenare Hyde contro Jekyll, originando il gran conflitto metafisico, può essere un trauma, come dirà poi Sigmund Freud, o anche solo una botta in testa, come capita a Pippo nei fumetti, e allora il socio di Topolino cambia carattere, da scemo diventa un’aquila, da tamarro un intellò, era generoso e simpatico, ed eccolo avaro e gretto. Questa intuizione ha, volendo, anche un suo bel risvolto teologico, perché è evidente che, se Pippo è un intelligentone come Hulk è Bruce Banner, allora nessuno può fingere stupore, tant’è vero che nessuno lo fa, se salta fuori che Ahura Mazdā è Arimane, l’Alto il Basso e la Luce Tenebra. Nessuno come i nerd, niente come la cultura pop, ha mai preso così sul serio gnostici, manichei, albigesi e dolciniani (vedi, per dire, Il nome della rosa).

Nella cultura pop del Novecento Jekyll-Hyde ha avuto più imitazioni della Settimana Enigmistica: il turista tedesco di Morte a Venezia che sembra un tranquillo compositore e invece, «Two-Face» nelle storie di Batman, lo stesso Batman cavaliere oscuro e naturalmente anche tutti gli altri supereroi in maschera con i loro poteri misteriosi e le loro identità segrete, lì a dimostrare che abbiamo tutti qualcosa da nascondere (Flash e Lanterna Verde, Paperinik, il barista qui sotto, tutt’e quattro i Fantastici Quattro). Per non parlare del Sosia di Dostoevskij, col suo spirito beffardo e distruttore, o di Darth Vader nell’interminabile ciclo di Star Wars, che in gioventù era la speranza dei Cavalieri Jedi, forse il Prescelto medesimo, maiuscola e tutto, e che poi si trasforma nel monumento a cavallo del Lato Oscuro, di nuovo maiuscole e tutto. Sappiamo come Hyde si manifesta, così come sappiamo che per lui ogni occasione per far danni è buona, ma non sappiamo altro, la sua natura è fumosa, imprecisa, scontornata come le sequenze sfuggenti e disallineate dei sogni, le sue motivazioni arcane.

Mr. Hyde, il lato oscuro, «non è facile a descriversi», dice Stevenson dando espressaione alla difficoltà (o all’aporia) di descriverlo. «C’è qualcosa che non va nella sua fisionomia; qualcosa di sgradevole, qualcosa d’assolutamente detestabile. Non avevo mai visto un uomo che mi ripugnasse quanto Hyde mi ripugnava eppure non so neanche come mai. Deve avere un che di deforme: dà una forte impressione di deformità, benché mi sia impossibile specificarne la natura. È un tipo assolutamente fuori dal comune, eppure non saprei indicare niente d’insolito. No, signore, niente da fare… non riesco a descriverlo. E non per un vuoto di memoria; vi posso assicurare, infatti, che ce l’ho davanti agli occhi anche in questo momento».

Non sappiamo a quali leggi risponda, donde arrivi, né che aspetto precisamente abbia, perché soltanto l’Hyde cinematografico è sempre dotato di caratteristiche inconfondibili in tutte le sue multiple manifestazioni: le zanne à la Friedrich March, che fu Hyde nel film di Rouben Mamoulian dieci anni prima di Spencer Tracy, la mascella sbieca di Totò, Jerry Lewis senz’ombra di trucco da lupo cattivo nelle Folli notti del dottor Jerryl. Non sappiamo, semplicemente, a che scopo il fantasma di Mr Hyde infesti il nostro DNA, ma che il gene hydiano ci sia, questo sì, lo sappiamo. Evidentemente, in un lontano passato, tra gli ominidi o prima ancora, tra nostri antenati anche più remoti e pre-scimmieschi, quando persino l’albero delle banane era ancora nel mondo della luna, agire da orchi ha rappresentato un vantaggio evolutivo. È per questa via che si è fissato, come un post-it diabolista, nel nostro codice genetico.

Per capire il perché e il percome d’un tale fenomeno evolutivo ci vorrebbe la macchina del tempo di H.G. Wells. Così come sta la faccenda, e fin quando non si potrà viaggiare indietro negli anni, ci dovremo accontentare d’un feuilleton del 1886 e dei suoi derivati cinematografici e fumettistici. Ma sulle macchine del tempo, se posso aprire qui con permesso una parentesi, non farei nessun conto: gli scienziati dubitano che ce ne sarà mai una, ahinoi, e avanzano quale prova ontologica dell’impossibilità di muoversi attraverso il tempo l’affaire del Golgota, nel senso che se viaggiare nel tempo fosse possibile allora i viaggiatori nel tempo si dirigerebbero-dirigeranno-sarebbero diretti tutti lì, sotto le croci, a farsi i selfie con Barabba e Longino, e ci sarebbe – last but not least, ultimo ma non meno importante – anche un Vangelo secondo H.G. Wells. Ma c’è un romanzo di Poul Anderson – Tempo verrà, in originale There Will Be Time, e forse ci torniamo – in cui sul Golgota, confusi tra la folla, ci sono effettivamente parecchi crononauti, tutti ben camuffati, niente AppleWatch al polso, nessuno con lo smartphone o con gli occhiali scuri. Uno dei viaggiatori si rivolge al protagonista del romanzo: «Es tu peregrinator temporis?»

Ammesso che non si possa viaggiare nel tempo, ok, non importa, consoliamoci, va bene lo stesso, che ci sono macchine del tempo a vapore: le biblioteche, i musei e la fantasia romanzesca degli storici, per venire finalmente a Karl August Wittfogel, che tuttavia non fu semplicemente uno storico, anzi fu ben altro che uno storico. Fu allo stesso tempo storico, filosofo e sociologo. Ce n’era di gente così a cavallo tra l’Otto e il Novecento. Anche Marx era uno di costoro: la storia è storia delle lotte di classe, uno spettro s’aggira per l’Europa, finem historiae, il comunismo primitivo, roba kolossal. Un altro era Oswald Spengler: l’Occidente al tramonto, la danza e contraddanza delle civiltà. C’era poi Johann Jakob Bachofen, giurista e antropologo, oltre che storico: decretò ab origine una società matriarcale, da cui le moderne società patriarcali derivano, frutto di preistorici tumulti «men-lib». Non dimentichiamo Freud, appena citato: ribattezzata l’anima «inconscio», ne fece una barretta di pongo plasmata dai palpeggi delle esperienze traumatiche, e con l’inconscio tutto acquistava senso, lo stesso senso, dall’edificazione delle piramidi al motto di spirito, dai sogni al sorriso della Gioconda.

Erano filosofi, costoro e costruttori di cattedrali. Ce sono ancora, anche oggi, di simili pensatori in cinerama che proiettano le loro elaborate e barocche teorie fantasy su vasti – tra loro dissimili, e spesso (per non dire sempre) incompatibili – schermi accademici. Sono pensatori senza rete. Con un solo sguardo, e una sola idea fissa, abbracciano ogni orizzonte e spiegano ogni cosa. Ma sono talenti sempre più rari, e nessuno vale i primi della specie. Altro, e molto peggio, che viaggiatori nel tempo: il tempo sono loro.

Quanto a me, personalmente sono un fan di questi pifferai di Hammelin del piffero (ci vuole poco, come dimostrano queste pagine, a incantarmi). Si può capire che mi appassioni allo strano caso illustrato da R.L. Stevenson. Ma cosa ci trovi, onestamente parlando, in Karl August Wittfogel, teorico grossier, prosatore noioso? Ci trovo, ci trovo. In primis l’enormità.

Raccolgo queste opere monumentali e talvolta le apro a caso, come faceva Betteredge – il maggiordomo della Pietra di luna (The Moonstone) di Wilkie Collins, un romanzo del 1868 – con La vita e le avventure di Robinson Crusoe, che consultava come l’I Ching, per aprirsi la strada a colpi di machete attraverso la giungla dei giorni. Più in piccolo, io cerco le citazioni di cui sono goloso, sia per hobby sia per lavoro (fossi un porco, non le chiamerei citazioni ma perle, che per l’uso che ne faccio siamo lì). In queste opere, oltre alle seduzioni spicciole, dico le frasi tirabaci, da biscotto della fortuna, colleziono e ammiro le visioni iperboliche, i concetti spropositati, che svettano alte come grattacieli, o minacciose come mulini a vento agli occhi dell’hidalgo, sulle culture del loro tempo, negandole ed esaltandole insieme.

Wittfogel, lui, cominciò da drammaturgo nel primo dopoguerra. Fu membro del KPD, il partito comunista tedesco, quando il comunismo poteva sembrare ancora un’avventura (ma chi aveva la testa sul collo sapeva perfettamente che già non lo era più, e che anzi non lo era mai stata). Prese in fretta le distanze. Comunista di sinistra, conseguì un dottorato in sinologia. Rimanendo sempre un drammaturgo, e sempre sedotto dall’idea che cambiare il mondo poteva essere, chissà, «la più grande delle avventure», come la morte secondo Peter Pan, Wittfogel aderì alla Scuola di Francoforte intanto che scopriva l’Asia e il suo enigma. Perché libertà e diritto in Asia non facevano problema? Perché i khanati? Perché il modo di produzione asiatico, come l’aveva battezzato Marx, non funzionava in maniera razionale ma era un affare curvo, gobbo, sadomaso: schiavitù, lavoro servile, la frusta, le caste, il bushido, la pelata e i colori di guerra di Marlon Brando-Kurtz in Apocalypse Now, poi l’occhio torvo di Martin Sheen che emerge dalle acque del Mekong e (aritanga) «l’orrore! l’orrore!»

Wittfogel comprese che, dopo la prima, per numerare così la natura umana, era doppia anche la seconda natura, quella sociale, e che le comunità umane potevano essere distanti tra loro quanto Jekyll e Hyde. Già lo sapevano i greci, che una cosa sono le libere assemblee, un’altra i Gulag e le mandrie umane, una cosa l’Oriente, tutt’altra l’Occidente, di là Putin e noi di qua. Capì questo da comunista di sinistra: aveva visto avanzare Hyde in Occidente, prima via Comintern e movimenti operai filobolscevichi, poi via Wehrmacht, SS ed Einsatzgruppen a caccia di giudei. Era in corso l’ennesimo tentativo d’invasione, l’Orda d’Oro, i Turchi a Vienna, oggi Putin nel Donbass. Eravamo di nuovo lì, pensò forse Wittfogel (di sicuro non saprei, mica c’ero, ma lo credo). Eccoci, pensò, di nuovo a un passo dalle Termopili, minacciati dal Grande Re, come sempre deciso a estendere il suo Impero, infettandoci con la peste del suo modello sociale.

Quel vale per Jekyll, sempre sotto il bando di Hyde, vale anche per le società aperte, a loro volta minacciate da brutti e cattivi, dai fondamentalismi religiosi, sociali e socialreligiosi. Wittfogel lo sapeva, come lo sapeva Stevenson, ma lo sappiamo, per istinto, anche tutti noi: la possibilità della catastrofe ci scorre nel sangue, e semina memi ideologicamente mortali nelle nostre culture, specie le più progressiste, dove si nascondono meglio, agghindate da retto pensiero, woke, politically correct.

È a questo, d’altra parte, che servono le metafore: ad aprire gli occhi quando le cose si fanno confuse. Mai state così confuse, a memoria d’uomo e d’elefante, come nella seconda parte del secolo breve, che caduto il comunismo avrebbe dovuto chiudersi lì, bon, la storia è finita, ma che invece s’allunga nel XXI secolo, alimentandosi di social, guerre sante, cancel culture, brutti film, talk show. Non so se le metafore, oggi, possono erigere barricate abbastanza alte da scoraggiare gl’Imperi dell’Acqua, come li descrive (ma è un’altra storia) Wittofogel, e da esorcizzare le mattane cannibali di Mr. Hyde.

Circolano, temo, pochi libri giusti, e con giusti non intendo i buoni autori né i buoni titoli, ma i formati, le edizioni giuste. Quand’ero bambino, negli anni cinquanta e primi sessanta, c’erano collane specializzate nelle edizioni ridotte dei classici della letteratura: Taras Bulba, I viaggi di Gulliver, Tartarino, Senza famiglia, Pel di carota, L’ultimo dei Mohicani, I miserabili, Il piccolo Lord, Moby Dick, Ivanhoe, Il giro del mondo in ottanta giorni, I ragazzi della Via Paal, Zanna bianca, David Copperfield, Le avventure di Tom Sawyer. Erano libretti smilzi, facilmente leggibili, tirati un po’ via, qualche incertezza sui congiuntivi ma niente fuffa letteraria. Da passarci in perfetto relax pomeriggi interi. Erano edizioni Bemporad, o Bemporad-Marzocco, se ricordo bene, ma di sicuro ce n’erano anche altre edizioni che mi sono scordato. Erano stampati su cartaccia. Costavano due lire, oppure li potevi prendere a prestito, se eri un bambino buono, dalle biblioteche di classe, all’epoca molto fornite (dagli stessi scolaretti, che mettevano qualche loro libro a disposizione). Io ne avevo per casa pile alte mezzo metro da terra. C’erano, ricordo di preciso, anche le edizioni ridotte di tutti o quasi tutti (non so) i romanzi d’Emilio Salgàri, che non ho mai capito se mi piacesse o no, ma più no che sì. Epurato dall’aggettivazione troppo esclamativa, ripulito, igienizzato, sfrondato della prosopopea da osteria, Salgari ci guadagnava parecchio. C’era qualcosa di doppio, a pensarci, anche in lui, per tornare da dove siamo partiti una o due digressioni fa: Emilio Jekyll era uno scrittore che anelava a rispettabilità e quieto vivere, mentre Emilio Hyde anelava ai bagordi esotici e i suoi personaggi erano tutti killer e massacratori.

Fumetti e film a parte, è certamente in edizione ridotta – su qualche panchina ai giardinetti di Piazza Cavour, a Torino, o in qualche viale alberato di Alassio, o Diano Marina, nelle lunghe estati dell’Italia miracolata dal boom – che ho letto per la prima volta il romanzo di Stevenson. Avrei letto volentieri e con profitto, sempre in edizione ridotta, anche Il dispotismo orientale del professor Wittfogel, se qualcuno avesse provveduto a metterne in commercio una sintesi per piccoli bibliomani, ma niente, Bemporad o Bemporad-Marzocco non ci hanno mai pensato, e così m’è toccato spiluccare poche pagine qua e là (teleportandomi spesso da un capitolo all’altro) parecchi anni dopo, scoraggiato dall’impianto troppo dottoreggiante. Non so cosa ne avrei concluso, riguardo a nature prime e seconde, ma qualche bislacca idea da nerd sociologico mi sarebbe venuta.

Tutti parlavano malissimo, e lo fanno ancora, pomposi e incompetenti, delle edizioni ridotte, rovina dei giovani, e oggi infatti non se ne scrivono né se ne ristampano più. Ci sono, in compenso, edizioni per giovani e giovanissimi con su la scritta in caratteri boriosi e soddisfatti «edizione integrale». Fai e fai, i ridottofobi hanno ottenuto quel che volevano: che nessuno dai sei anni in su sappia più leggere niente di buono o di utile, e soprattutto niente di più complicato di Gianni Rodari. Vien da piangere a leggere i titoli dei libri che la scuola consiglia ai bambini. Ne citerei qualcuno, come per esempio Gli adoratori del ragù d’alga, o Le mitiche avventure di Capitan Mutanda, ma mi viene il magone e rinuncio.

Abolito il mercato delle edizioni ridotte dal piano quinquennale delle edizioni integrali e dei libriminchia, perché non consigliare ai giovani la lettura di buoni, solidi fumetti, diciamo Tex Willer, ranger e capo navajo? A me da bambino, quando cioè avrei dovuto leggerlo come facevano tutti, m’era un po’ sfuggito. Conoscevo in pratica giusto i primi dieci-dodici volumetti, da La mano rossa al Figlio di Tex. Avrei rimediato a New York, quattro o cinque anni fa. Era primavera, e niente, dice Meg Ryan in C’è posta per te, «è come New York in primavera». Avevo scaricato sull’iPad, prima di partire, l’intera collezione di Tex, 600 volumetti e più, e me li lessi tutti, dal primo all’ultimo, dove vivevo, nella 98th, e sulle panchine del Central Park. Un pomeriggio, mentre leggevo Tex Willer, Danny Aiello (o qualcuno che gli somigliava molto) sedette nella panchina accanto alla mia.

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Black Flag, speranza e distopia. Ricordando la meraviglia del primo incontro con Valerio Evangelisti https://www.carmillaonline.com/2022/05/07/black-flag-speranza-e-distopia-ricordando-la-meraviglia-del-primo-incontro-con-valerio-evangelisti/ Sat, 07 May 2022 06:52:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71775 di Fabio Ciabatti

Quando il mio ricordo va a Valerio Evangelisti la prima immagine che mi viene in mente è quella di un grande narratore, di una persona capace di raccontare storie meravigliose. Storie che non avevano una conclusione definitiva, ma che potevano ricominciare sempre, continuare all’infinito perché avevano un carattere aperto e multilineare. Storie pensate per costituire una sorta di memoria collettiva degli oppressi e degli sfruttati e per consentire loro di riappropriarsi delle proprie passate gesta, cancellate dalla storia scritta dai vincitori. Insomma, nel mio ricordo Valerio più che apparire come uno scrittore in senso stretto assomiglia un po’ [...]]]> di Fabio Ciabatti

Quando il mio ricordo va a Valerio Evangelisti la prima immagine che mi viene in mente è quella di un grande narratore, di una persona capace di raccontare storie meravigliose. Storie che non avevano una conclusione definitiva, ma che potevano ricominciare sempre, continuare all’infinito perché avevano un carattere aperto e multilineare. Storie pensate per costituire una sorta di memoria collettiva degli oppressi e degli sfruttati e per consentire loro di riappropriarsi delle proprie passate gesta, cancellate dalla storia scritta dai vincitori. Insomma, nel mio ricordo Valerio più che apparire come uno scrittore in senso stretto assomiglia un po’ al narratore di cui ci parla Walter Benjamin.
Sono ben consapevole che questo paragone ha dei limiti. A cominciare dal fatto che raramente i suoi romanzi hanno per protagonista l’uomo giusto e semplice di cui ci parla il filosofo berlinese. È più frequente che il motore della narrazione proceda dal “lato cattivo della storia”. Basti pensare al suo personaggio più famoso, l’inquisitore Nicolas Eymerich. I suoi racconti, in questo modo, sono in grado di dissezionare i fondamenti antropologici, ideologici, psicologici del potere, mettendosi dalla parte del potere stesso. È poi ovvio che il suo mezzo espressivo principale era il racconto scritto e non quello orale, per quanto sia anche vero che, sentendolo parlare con il suo tono di voce basso e leggermente cantilenante, non si poteva non rimanere affascinati dalla sua capacità affabulatoria e dalla sua sottile ironia.  

Rimane il fatto che Valerio non si accontentava di cristallizzare in forma letteraria l’insanabile scissione tra significato e vita, come accade al romanziere tipo benjaminiano. I suoi racconti, come quelli del narratore descritto dal filosofo berlinese, hanno un orientamento pratico anche se di natura peculiare. Hanno una finalità eminentemente politica, fanno cioè parte della sua battaglia per contendere palmo a palmo territori dell’immaginario alle potenze mitiche al soldo delle classi dominanti. Pur non avendo assolutamente nulla di didascalico, le sue storie hanno una morale. Si prenda come esempio la conclusione, tragica e al tempo stesso priva di rassegnazione, di Black Flag.

– È inutile! Tanto hanno già vinto! Il mondo è loro! Il futuro è loro!
Sheryl rispose: – Può darsi. L’importante è che sappiano che c’è chi resiste.
Avanzò verso i carri sparando tutti e sei i colpi del tamburo, in successione. Sei pallottole argentee perforarono il metallo urlante.

Devo confessare che a questo romanzo sono particolarmente legato, non perché lo consideri una delle opere più significative di Evangelisti, ma semplicemente per il fatto che è stato il suo primo libro che ho letto. Per me, oramai vent’anni fa, fu una vera folgorazione scoprire la sua eccezionale capacità di mescolare diversi tipi di narrativa di genere (western, horror, fantascienza, racconto di guerra) e di intrecciare nello stesso testo epoche passate, presenti e future tra loro distantissime costruendo un insieme incredibilmente compatto, appassionante, popolare, profondo. Per quanto sia poi diventato un avido lettore della sua opera, la meraviglia di quella scoperta letteraria è rimasta per me indelebile. Tanto da farmi venire la voglia di rileggere questo romanzo quando ho saputo della scomparsa di Valerio.
Ci sarà tempo per considerazioni di più ampio respiro rispetto a quelle che sto proponendo in questo scritto. I compagni della redazione di Carmilla e tutti coloro che conoscono più di me la vita personale, la produzione letteraria e l’attività politica di Valerio potranno dare il loro contributo. Nel frattempo, penso valga la pena di condividere la rilettura di un testo che per me ha avuto un grande significato. 

Si potrebbe individuare anche un motivo meno personale per parlare di Black flag, legato in qualche modo all’attualità. In questo romanzo, infatti, in primo piano c’è la guerra, intesa come fondamento nascosto del mondo contemporaneo che tende a farsi inerzialmente esito ultimo e totalizzante della sua storia, guerra civile globale potremmo anche dire.  Il romanzo è pubblicato nel 2002 quando è ancora fresco il ricordo dell’abbattimento delle Torri Gemelle a New York e da non molto è iniziata l’invasione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti. Ma la storia inizia e finisce con un’altra vicenda bellica, l’invasione statunitense nel 1989 di Panama dove Sheryl e Carl, medici psichiatrici americani, sono impiegati per curare nove marines affetti da una misteriosa malattia. I due scopriranno di essere stati inconsapevole strumento di un esperimento dell’esercito statunitense finalizzato alla creazione di un gruppo di soldati-mostro: il commando Gray Wolves. La parte più ampia della narrazione è però ambientata al tempo della guerra civile americana e segue le vicende di uno spietato gruppo di irregolari sudisti, i bushwhackers, cui si unisce per caso il Pantera, stregone e killer a pagamento messicano.
Un altro filone della storia è ambientato all’alba dell’anno 3000, in un futuro distopico caratterizzato da una sorta di anomia ferocemente carnevalesca. Un mondo in cui vige il più classico homo homini lupus, la guerra di tutti contro tutti. Un mondo in cui l’unica cosa che distingue le persone è la diversa psicosi da cui sono affette: esistono solo i Fobici, gli Isterici, gli Ossesso, gli Autistici, gli Schizo. Tra questi ultimi c’è anche Lilith, una giovane donna astuta e forte come nessun altro, una belva piena di rabbia anche se incapace di comprenderne il motivo.

Qui vediamo all’opera l’estrema conseguenza della logica bellica. 

Al riparo dalla violenza! Lilith si sentì fremere dall’indignazione. Senza violenza non c’era contatto umano. Che razza di società poteva mai essere, quella che ignorava la comunicazione attraverso la morte e il dolore?

Tutta Paradice stava vivendo l’unica forma di empatia tra gli uomini rimasta sulla terra. L’antitesi del gelo che si viveva normalmente. Uccidere per uscire dal proprio isolamento ed entrare in rapporto col prossimo. La festa. Finì per sgozzare il giovane inebriandosi dei suoi sussulti. Lo amò per un istante.

Come si è potuti arrivare a questo punto? Bisogna tornare indietro nel tempo, al periodo della guerra civile americana. Qui l’intero territorio dell’immaginario sembra esaurirsi nella dialettica tra un delirante utopismo anarco-individualista e un realismo conservatore meno visionario ma altrettanto spietato. Tra un massacro e un altro di civili perpetrato dai bushwhackers, Pantera assiste a ripetuti dialoghi tra Hamp Wyatt, uno degli uomini della milizia sudista, e Anselme Bellegarrigue, medico parigino dedito a cinici esperimenti sul malcapitato Koger, uomo lupo al seguito della banda, per renderlo suo malgrado una spietata macchina da guerra. Le argomentazioni del francese non vanno tanto per il sottile. Per lui non è la “sciocchezza” della schiavitù a tener insieme ciò che resta della Confederazione, ma è il suo “stile di vita”.

Noi ci battiamo per un’America in cui nessun governo ostacoli la proprietà individuale e le scelte del singolo. Non c’è governo che non sia nemico naturale della proprietà.

Proprietà equivale a libertà. Quando ogni americano bianco, maschio e adulto avrà la propria particella di terreno, grande o piccola che sia, non serviranno più leggi.

Caricare di energia il metallo che è in noi, renderci di nuovo belve e predatori. Questo è l’obiettivo. Uomini liberi capaci di vivere fuori di ogni costrizione sociale, così come vivono i lupi che hanno abbandonato il branco. Ognuno potente come una pila galvanica. In pratica tanti magneti che si respingono. 

L’uomo servile, che vive in gregge, costruisce. L’individualista, che disprezza il branco, distrugge. È quest’ultimo che fa la storia. 

Hamp Wyatt, replica con simpatia ma ritiene il suo interlocutore un po’ folle. 

D’accordo, ma la schiavitù è un principio, che poi si riassume in autorità e disciplina. Servono gerarchie, ruoli ben definiti. È questa l’anima del Sud, e lo schiavismo ne è la sintesi.

Racconti storie. Non c’è terra per tutti, e non tutta la terra è coltivabile senza braccia. La schiavitù è una necessità economica prima che morale.

Wyatt, in ultima istanza, considera pericoloso l’utopismo del francese perché 

Nel Nord gente come lui, ha persuaso gli operai a scioperare in piena guerra … Comincio a credere che la schiavitù andrebbe estesa a tutti i salariati. 

Il mondo però non si esaurisce nella dialettica tra i Bellegarrigue e i Wyatt. Perché tra di loro si aggira anche Pantera, eroe riluttante, infastidito catalizzatore della fiducia e della speranza dei più strambi emarginati nel gruppo dei bushwhackers. Attorno a lui si aggira un mondo di spiriti maligni ma giusti. La sua magia rispetto al mondo moderno appare come un arcaismo, memoria e tradizione di un passato che fatica a diventare una guida per il presente. L’attrito tra i differenti strati temporali genera una tensione la cui risultante appare inizialmente sospesa tra il mero rifugio nel passato e la creazione di nuove e inedite possibilità. Pantera, infatti, non ha molto da dire su ciò che accadrà al suo mondo o su ciò che pensa sia auspicabile per i tempi a venire. Chiamato in causa in una delle tante discussioni tra Bellegarrigue e Wyatt si limita a commentare Quando ho combattuto con Juan Nepomuceno Cortina l’ho fatto per difendere gli ejidos, le terre comuni. Non so altro”. Alla fine, però, sotto l’apparenza riuscirà a percepire un’altra realtà. Che si tratti dei suoi poteri di stregone o di una mera allucinazione poco importa. Quello che riesce a vedere con chiarezza è la vera natura dei suoi nemici. 

Non erano esseri umani: erano lupi. Lupi diversi dalla sua guida però. Più famelici che affamati, più crudeli che selvaggi, più violenti che forti. Odiavano tutti, si odiavano tra loro, ma soprattutto odiavano lui, che pure apparteneva alla stessa specie, e la sua diversità … pregustavano il momento in cui avrebbero soppresso l’anomalia, il lupo di branco. Feroce quanto loro, ma non sempre e non comunque. 

Dopo il combattimento finale Pantera decide di seguire nuovamente il suo vecchio comandante Juan Nepomuceno Cortina per andare in Messico e unirsi alla causa di Benito Juarez. Ha accettato finalmente  la sua natura di lupo di branco e ha compreso che la battaglia appena affrontata è solo un episodio di una lunga guerra.

La lotta, in questo Paese, continuerà anche senza di noi. Lupi di branco contro lupi solitari. Se avranno la meglio i secondi, l’America sarà l’inferno, e prima o poi il mondo intero. La loro frontiera si sposta -. Ghigno tra sé – Bellegarrigue lo avrebbe però chiamato paradiso. Anzi paradice -. Imitò l’accento del francese.

E in effetti quella frontiera nel 1989 si è spostata fino a Panama, bombardata dagli Stati Uniti. E, nell’anno 3000, ha inglobato l’intero mondo, piagato da una sovrappopolazione di 300 miliardi di persone. In questo lontano futuro sorge un’unica megalopoli che unisce le vecchie città di New York, Los Angeles, Washington. Un mostruoso agglomerato urbano chiamato, appunto, Paradice. Un mondo votato all’autodistruzione, alla stregua di Lilith che in un estremo tentativo di ribellione, uccide l’uomo che la controlla e la vuole violentare. Ma i due si trovano in una navetta spaziale che li sta portando sulla Luna, ultimo avamposto “civilizzato” della Organizzazione mondiale per la sanità mentale in grado di tenere sotto controllo gli abitanti della terra attraverso i lampi, una sorta di scariche planetarie di elettroshock. Lei, rimasta sola e incapace di guidare la navetta, è destinata alla morte. Ma l’uccisione del suo carnefice era l’ultimo disperato tentativo di cercare un contatto umano, l’ultima esperienza voluttuosa che “valeva bene la morte”. 

Questa versione fantascientifica della vecchia favola dello scorpione e della rana non vuole rappresentare un futuro ritenuto ineluttabile sulla base di un’antropologia pessimistica. È piuttosto un monito. “Quando un sistema di vita abolisce la comprensione del prossimo, l’aggressività diventa la norma. Dopo non ci sono che nemici, e se non ci sono li si inventa”, sostiene Sheryl poco prima del suo estremo atto di resistenza.  Un atto che, occorre sottolineare, non si configura come mero gesto individuale. Evangelisti ce lo fa capire a modo suo: l’arma utilizzata da Sheryl per sparare contro le mostruose forze dell’esercito statunitense è una vecchissima colt a tamburo dalla canna brunita molto lunga, curiosamente caricata a palle argentate, raccolta un attimo prima dalle mani di un giovane panamense ferito a morte che indossava una maglietta insanguinata con la scritta Battallon de la dignidad. Evangelisti non ce lo dice esplicitamente ma è chiaro che è la pistola di Pantera, passata di mano in mano per generazioni di resistenti!
C’è dunque un filo rosso che unisce le lotte degli oppressi del passato e del presente. Un futuro possibile che è stato sconfitto nel passato può risorgere trasfigurato nel presente. Ma quale speranza ci potrà mai essere di fronte a un nemico così potente? Nell’universo narrativo di Evangelisti non c’è spazio per un ingenuo ottimismo, né per alcuna indulgenza verso il mito del buon oppresso. In fin dei conti anche gli sfruttati possono essere dei lupi feroci. Ed è bene che lo siano al momento giusto. E anche se appaiono più deboli dei loro oppressori, non tutto è perduto. La storia di Pantera e dei suoi strambi compagni di viaggio ci mostra che c’è sempre una chance:

Il messicano contemplò, all’ultimo raggio della luna che stava per tornare a sparire, i miseri campioni di umanità che aveva davanti. Trascinare con sé quelle creature fiacche e inservibili poteva costargli la vita. Tuttavia valutò che forse la somma delle loro debolezze poteva dare un risultato superiore alle parti. La magia zoppicante di Vecchia Pipa, la vigoria in declino di Koger, la modesta sensualità di Molly, se prese insieme, formavano quasi una sgangherata forma di potenza. Aggiunta alla sua, poteva dare qualcosa di buono. 

La morale di Black flag, insomma, ci offre un monito e una speranza. Attraverso una narrativa di genere tutto suo, Valerio ci ha regalato una storia fantastica per ricordarci, insieme a Marx, che la lotta di classe dovrà finire “con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta”; ci ha fatto dono di un meraviglioso racconto per dirci ancora una volta, riprendendo lo slogan degli Industrial Workers of the World, che “noi saremo tutto” soltanto se saremo capaci, per prima cosa, di essere un “noi”.

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Leggere “Palla di sego” nei giorni della memoria https://www.carmillaonline.com/2020/01/26/leggere-palla-di-sego-nei-giorni-della-memoria/ Sun, 26 Jan 2020 01:02:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=57676 di Luca Baiada

È una prostituta, neanche bella, però tonda e formosetta. Boule de suif, Palla di sego, è socievole e patriottica, populista alla prima maniera: ammira l’imperatore Napoleone III, che non fa il demagogo a torso nudo, ma già odora di folla. Col racconto che parla di lei, Guy de Maupassant conquistò il successo. Emile Zola, incontrato a casa di Flaubert, considerò subito Palla di sego un capolavoro, e fu grazie a lui che Maupassant conobbe Ernest Renan, Hippolyte Taine e molti altri. Fu lo stesso Zola, però, a chiedere che [...]]]> di Luca Baiada

È una prostituta, neanche bella, però tonda e formosetta. Boule de suif, Palla di sego, è socievole e patriottica, populista alla prima maniera: ammira l’imperatore Napoleone III, che non fa il demagogo a torso nudo, ma già odora di folla. Col racconto che parla di lei, Guy de Maupassant conquistò il successo. Emile Zola, incontrato a casa di Flaubert, considerò subito Palla di sego un capolavoro, e fu grazie a lui che Maupassant conobbe Ernest Renan, Hippolyte Taine e molti altri. Fu lo stesso Zola, però, a chiedere che la protagonista avesse un po’ meno pancia; pochi anni dopo si sarebbe battuto per un obiettivo più nobile, della linea di un personaggio: l’innocenza di Dreyfus.

Nel 1870 i prussiani avanzano, la Francia è invasa, i civili fuggono. Il microepisodio è sezionato con l’abilità di uno scienziato, e regge il paragone col realismo senza sconti di Beppe Fenoglio. In piccolo formato, in una tragedia che sembra incruenta e sfida ogni convenzione, mentre il corpo del debole – donna, sola e prostituta – diventa preda e terreno di scontro, c’è tutto.

I personaggi: borghesi dalla retorica dritta e dalla morale curva; clero, con le suore miti e furbe; notabili ingessati nel mestiere dell’egoismo. E poi la distinzione fra militari e civili, carica di falsa coscienza e di violenza per delega. I partigiani, franc-tireurs, ultimo baluardo della patria sconfitta, in cui si mischiano coraggio e illusioni, generosità e fanciullaggini: «Passavano poi legioni di partigiani dai nomi eroici – i “Vendicatori della disfatta”, i “Cittadini della tomba”, i “Votati alla morte” – e dall’aspetto di banditi». Gli effetti dell’occupazione, cioè della presenza di armati ostili nel territorio dei disarmati: «Da tutte le strade vicine arrivava l’esercito tedesco, snodando i suoi battaglioni che facevano risuonare il selciato col loro passo duro e cadenzato. Lungo le case che parevano morte e deserte salivano gli ordini gridati da voci estranee e gutturali, mentre dietro gli scuri socchiusi gli occhi degli abitanti spiavano i vincitori, padroni della città». L’attacco spontaneo a sorpresa, estrema risorsa del popolo, che dissemina la campagna di cadaveri prussiani: «La melma del fiume seppelliva queste vendette, selvagge e legittime, eroismi sconosciuti, assalti silenziosi, più pericolosi delle battaglie alla luce del giorno e senza la risonanza della gloria».

Il capriccio dell’ufficiale straniero prima è alluso, poi è sempre più chiaro, infine è tollerato, avallato. Approvato, il capriccio: ma dai francesi. E Palla di sego in mezzo, lei che ha osato più degli altri: «Li guardavo dalla finestra, quei maialoni col casco a punta, e la mia donna di servizio mi reggeva le mani per impedirmi di scaraventargli addosso i mobili. Poi alcuni sono venuti a stare a casa mia: sono saltata alla gola del primo, non ci vuol mica tanto a strozzarli. Con quello ce l’avrei fatta se non mi avessero tirata via per i capelli». L’Agnese che va a morire, nel romanzo di Renata Viganò, neanche lei è pratica di armi, ma ci riesce. Palla di sego la fermano prima; ora fugge, col paniere delle provviste per un lungo viaggio, previdente conoscitrice delle cose del mondo, eppure adorabile ingenua.

E ingenuo chi segue tracce invisibili. Adesso, dopo tre quarti di secolo dalla strage del Padule di Fucecchio, un massacro tedesco ma in Italia, seguire le orme di una prostituta del Novecento, incollando testimonianze, verbali polverosi, luoghi enigmatici, dicerie. A Montecatini di notte ci sono tre ragazze a ogni incrocio, a ogni rotonda, intirizzite dalla ghiaccia padulina, appollaiate sui paracarri, vestite come al night fra le brume della Valdinievole. Sono scrigni muti dei ricordi più recenti, non quelli della guerra ma quelli del dopopace, dopomuro, dopoglobalizzazione, dopocrisi, dopo tutto e prima di niente. Stanno lì, con le gambe nell’aria e gli occhi prigionieri del telefono, un focolare dalla luce azzurrina che brilla piccolo e freddo nella mano. Provare a chiedere: «Conosci mica la Romana, quella che stende le calze al crocifisso del fontanile, quella che sta in canonica con l’ufficiale della Wehrmacht? È quella che mostra le scarpe eleganti alle contadine scalze. Dai, quella venuta su coi fascisti, e poi scappata al Nord a settembre del ’44!». Risponderebbero: «Bocca fica trenta euro». O la storia è un’illusione ottica, o è invisibile da punti di osservazione troppo bassi. Ma il tempo è una beffa, il passato non è andato via, si è nascosto, ammicca, parla per segni come un oracolo. La Sibilla è equivoca anche lei, inganna coi suoi responsi imbrogliati.

Ancora ieri. Ma ieri, quando? Ieri prima, ma prima di quel dopo. Nella guerra franco-prussiana, i concittadini convincono Palla di sego con mille argomenti suggestivi, è come un assedio: «Stabilirono il piano d’attacco, le astuzie da usare e le sorprese dell’assalto, per obbligare quella cittadella vivente a ricevere il nemico nella piazzaforte». Ecco, adesso è lei la fortezza da espugnare, la terra di conquista. Curioso rovesciamento, lo scopo della manovra è concedere la donna a un ufficiale tedesco, a un invasore; per poter ripartire, sfollare, sfuggire alla guerra che dilaga. Palla di sego è la Francia stessa, nel suo essere sopraffatta dalla Germania c’è la sciagurata impresa militare di Napoleone III, ma si anticipa qualcosa dell’ambigua condotta francese nel 1940, L’étrange défaite, complici la miopia militarista, quella denunciata da Marc Bloch, e la simpatia strisciante filotedesca, quella che presterà l’efficiente burocrazia di Parigi alla persecuzione degli antifascisti, alla vendetta sui repubblicani di Spagna, allo sterminio degli ebrei.

La storia di Boule de suif è intramontabile come i dittatori e il loro pubblico, come i burocrati pietrificati, i giuristi dal cuore inaridito, i generali larghi di sangue altrui, gli intellettuali in vendita. Più in fondo, per noi italiani, si affacciano la retorica fascista, l’impero, l’entrata in guerra, spezzeremo le reni alla Grecia, noi tireremo diritto, vinceremo. Poi i fatti: il fascismo che frana, l’armistizio dei doppiogiochisti, il re e il governo che fuggono, la presa di coscienza, così necessaria che non basta mai, la svolta della Resistenza. E ancora il senso di colpa, l’inadeguatezza, la Costituzione messa tra parentesi, la falsa inferiorità nei confronti della Germania. In questi rovesci c’è l’orrore di ricevere lezioni di fermezza dove meno te le aspetti: se a ribellarsi è una puttana, se l’unica solidale, disposta a condividere il suo canestro di cose buone coi viaggiatori digiuni, è sempre una puttana, dove vigliacchi sono i benpensanti, il clero, il notabilato, allora il sottinteso è che sono luride di meretricio le posizioni arrendevoli, quelle del buonsenso e del privato tornaconto.

Boule de suif è lì, fremente di rabbia e aggrappata a un cencio di rispettabilità, che ci rinfaccia il nostro tradimento. Forse proprio lei, che vede l’umanità dal lato più inconfessabile, che accoglie le nudità incerte o respinte, lei fiuta per prima i corpi intrusi. Guy de Maupassant: «C’era qualcosa nell’aria, qualcosa di sottile e d’ignoto, una insopportabile atmosfera estranea e una specie di odore diffuso, l’odore dell’invasione. Riempiva le case e i locali pubblici, mutava il gusto dei cibi, dando l’impressione che si fosse in viaggio, lontanissimo, fra tribù barbare e pericolose». Piero Calamandrei, sui tedeschi in Italia: «Artiglieri della sozzura e dello sterco, di cui pareva che nei loro rifornimenti portassero inesauribili riserve, sì da potersene servire a comando nei più scherzevoli modi, quasi per lasciare a coronamento delle stragi compiute la firma autentica del loro passaggio».

È patriottica come Palla di sego un’altra donna, in Maupassant: Irma, Il letto 29. Perché Palla di sego è una, fra le tante in un affresco che spazia dalle trame sconvolgenti alle storielle grassocce. Irma è una combattente suicida. Resta nella zona occupata dai prussiani, e a cose fatte neppure il suo amante, all’ospedale, apprezza la sua strategia terribile: «“Ma non ti sei curata?” Negli occhi di Irma guizzò un lampo: “No, mi sono voluta vendicare, anche a costo di crepare! E anch’io li ho appestati tutti, tutti, più che ho potuto. Finché loro sono rimasti a Rouen non mi sono curata”». La più umile è la più risoluta, sorella infetta dell’unico soldato semplice nei Ragazzi della via Paal.

Invece non sono come Palla di sego, le brave signore del conformismo organizzato: «La contessa e la industriale, che nutrivano in cuore l’irragionevole odio della gente dabbene contro la repubblica e l’istintivo affetto che tutte le donne hanno per i governi impennacchiati e dispotici, si sentivano loro malgrado attirate da quella prostituta piena di dignità». Certe esigenze superano ogni scrupolo: «Dal momento che lo fa di mestiere, quella sgualdrina, di andare con tutti gli uomini, mi pare che non abbia il diritto di rifiutare questo o un altro». S’impegnano anche le cancellerie internazionali: «Il conte, che discendeva da tre generazioni di ambasciatori, e aveva la figura del diplomatico, propendeva per l’astuzia: “Bisognerà convincerla”, disse».

I frequentatori del potere sono disposti a mettersi in vendita, quando non preferiscono donarsi al più forte, e per questo a volte trovano imbarazzante che gli altri non cedano. Dopo il 2008 accade che un gruppo di storici italiani accetti denaro tedesco per raccontare le stragi naziste: a pagare la narrazione infiocchettata è la stessa Germania che le ha commesse e che si rifiuta di risarcire le famiglie colpite; l’effetto sa di mercato d’alto bordo, e infatti sembra aver radici all’epoca del governo di Berlusconi, un uomo che ha premiato le sue favorite così bene, che anche dopo il suo tramonto passano per statiste. E accade che il governo di Roma attivi l’Avvocatura dello Stato a difesa di Berlino, non degli italiani, quando si chiedono risarcimenti davanti ai tribunali, e gli atti ufficiali su tutto questo sono così indicibili da esigere il segreto più impenetrabile, un segreto che se provi a chiedere ti rispondono che è segreto anche il perché del segreto, è un mistero persino se ci sia un accordo internazionale con la Germania, che forse non c’è, forse sì, però no, e non si facciano troppe domande perché è tutto ambiguo e tutto falso.

Lei, Boule de suif, fu vera. Irrisolta, come ciò che sta con un piede nella realtà e uno in quell’altra che chiamiamo letteratura, arte, rappresentazione, altrove. Adrienne Legay, nata intorno al 1848 in un paesello vicino a Fécamp, era andata a Rouen a cercar fortuna ed era diventata l’amante d’un affarista. Scoppiata la guerra del 1870, lui fu richiamato alle armi e Adrienne l’andava a trovare. L’episodio della diligenza e del prussiano che volle a tutti i costi fare i suoi comodi, costringendo i fuggiaschi alla sosta, è in uno di quei viaggi. Dopo la guerra, Adrienne compra un caffè e perde tutto. Spiantata peggio di prima, si ritrova per strada, a ricominciare dal suo corpo calpestato, ingannata e tenace, dolce e sfrontata come la Cabiria di Federico Fellini. Ma scende sempre più giù: cartomante, morfinomane, Adrienne si uccide il 18 agosto 1893. È sfiorita e l’hanno gettata via, è solo una bagascia di provincia, non come Margaretha Zelle, che in quel momento è una ragazza olandese dal fascino forestiero, e presto sarà desiderata da amanti in cerca di esotismo, sarà famosa con un nome d’arte, come una Salomè dell’Oriente più estremo, quello dei sogni: Mata Hari.

Maupassant fa in tempo a rivedere Adrienne, a Rouen, e a invitarla a cena. Lei confida a un amico: un tempo quel Guy non le era piaciuto, e poi, via, non poteva mica sapere che sarebbe diventato qualcuno. Gli scrittori rubano la vita degli altri: Maupassant divenne celebre, coi proventi di Bel ami armò un vascello tutto per sé; la donna che gli ispirò la trama del suo primo successo si uccise in miseria. Sarebbero buoni motivi per non scrivere, per rinunciare a lasciarsi dietro questa bava nera su uno specchio confuso. In fondo, scrivere è sempre una colpa che finge di assolversi con la sua confessione, ma neppure tu che leggi sei innocente.

Palla di sego suicida, e Mata Hari, l’agente H21, fucilata e mai riabilitata, anche lei stritolata in quella Grande guerra che Dreyfus, riammesso nell’esercito, fece in tempo più a sostenere dalle retrovie che a combattere. Tutte e due più sfortunate di Raab, quella che a Gerico faceva la locandiera e qualcos’altro. Dante la trova nel cielo di Venere: è stata accolta in paradiso, e per prima, alla resurrezione del Cristo. A indicargliela è Folchetto di Marsiglia, trovatore innamorato che si fece chierico. Ma in questi incontri celesti i benpensanti vedrebbero prosa: un vagheggino pentito strizza l’occhio a un ricercato politico, per presentargli una poco di buono.

In certe storie il lieto fine sarebbe un’offesa. Anzi, è meglio che non abbiano nessuna fine, che si diano per disperse e si intravedano da un affaccio postumo. Fra la narrativa della prostituzione e la prostituzione della narrativa, una storia che voglia stare nella Storia è costretta a ritagliarsi pretesti, a spezzarsi in fragili occasioni, come gli appuntamenti di una signorina di piccola virtù.

In Italia, nel 1944, la Romana accompagna le truppe tedesche passando per la Valdinievole, lasciando nei verbali delle autorità i segni dei suoi capricci di bambina cattiva. Tanti anni dopo, in Francia, Madame Rosa, ebrea, ex prostituta, bambinaia dei figli delle puttane, in La vita davanti a sé di Romain Gary, punteggia la sua tragedia grottesca di allucinazioni in cui rivive la persecuzione nazista: il passato è vero perché è sotto il presente, non prima. Forse, l’unica risposta sincera a un Dreyfus monumentalizzato è lei, povera, grassa e invecchiata. Gronda belletti stinti, troneggia su una fungaia di travestiti e di furfanti, inganna per terrore della solitudine e incarna l’intuizione di Marcel Proust: c’è qualcosa di più tremendo del dolore, ed è l’oblio. Dev’essere per questo, che Madame Rosa si fabbrica un nido in cantina, un Israele catacombale che è rifugio e camera mortuaria. Kapò di Gillo Pontecorvo, con una ragazzina ebrea che nel Lager diventa ladra, prostituta, aguzzina, è tra i film più intensi ma è del lontano 1959: vuol dire che qualcosa seppellisce le vittime credute al sicuro: tutti noi.

C’è un’altra tana oscura, è in L’armadio, ancora di Maupassant: una donna si vende, ha solo una stanza e riceve i clienti nascondendo il suo bambino in un armadio. A tradire il sotterfugio sono il freddo e il sonno: «Il bambino continuava a piangere. Un povero ragazzetto gracile e timido, era proprio il ragazzetto dell’armadio, dell’armadio buio e freddo, il bambino che ogni tanto usciva a riscaldarsi nel letto della madre, nel letto appena vuoto». L’Armadio della vergogna è una storia tutta italiana di stragi nascoste, rimaste senza punizione né risarcimento, coi fascicoli e le prove a stingere per mezzo secolo, in qualche stanza remota di un palazzo della Roma rinascimentale, mentre sui familiari delle vittime trionfavano i postriboli della ragion di Stato. Quell’Armadio, la giustizia l’ha lasciata così: sola, al buio e disperata.

Certo, gli scrigni nascosti hanno un fascino speciale. In Infanzia berlinese, capitolo Armadi, Walter Benjamin rivive il piacere dei calzini appaiati, arrotolati e rincalzati all’uso antico, a formare una piccola borsa: ficcarci la mano, srotolarli e scoprire ogni volta che scrigno e tesoro sono una cosa sola, e sono anche la terza cosa in cui si trasformano, una cosa che per incanto sparisce quando le altre due si separano. Lo stesso Benjamin accosta questo teorema alle favole. Per dimostrarlo ci vuole un romanzo da arrotolare e srotolare, spezzare e ricomporre, col piacere di infilarci dentro le mani per metterne a nudo il mistero. E non sapeva, Benjamin, di un altro ripostiglio dal futuro più tenebroso, a pochi passi dalla casa degli armadi, proprio nella Delbrückstrasse, la strada di Berlino dove abitava: la sede dell’Operazione Bernhard, l’immensa, minuziosa falsificazione di sterline organizzata dai nazisti, su cui non fece chiarezza neanche il processo di Norimberga.

Tutto sommato, le bugie delle puttane non arrivano alla capacità di falsificazione della finanza creativa, quella di guerra, di pace, d’anteguerra e di dopoguerra. Le messe in scena del potere prendono in contropiede filosofi e letterati, li invecchiano e li beffano, vicini di casa sospetti che non si vede l’ora di cacciare via, di braccare, di consegnare a una polizia, di quelle come si vede in un disegno di George Grosz, con gli sbirri nazisti che frugano in una stanza trovando carte e una macchina da scrivere, col ghigno di chi snuda una colpa: «Uno scrittore, lui?».

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Laser game – Undicesima puntata https://www.carmillaonline.com/2019/05/12/laser-game-undicesima-puntata/ Sat, 11 May 2019 22:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52473 di Nico Maccentelli

(Capitolo 20)

20.

— I shot the sheriff, but I did not shoot the deputyyy…

La testa gli ronzava come un vecchio frullatore.

— I shot the sheriff, but I did not shoot the deputyyy…

E quel canto sgangherato gli rimbombava nella cervice come un gesso che riga una lavagna.

— All around in my home tooown…

Cattabriga scosse la testa per scacciare la voce. Non riusciva ad aprire gli occhi perché una grande luce si insinuava tra le palpebre, aggredendo le pupille.

— They’re trying to [...]]]> di Nico Maccentelli

(Capitolo 20)

20.

— I shot the sheriff, but I did not shoot the deputyyy…

La testa gli ronzava come un vecchio frullatore.

— I shot the sheriff, but I did not shoot the deputyyy…

E quel canto sgangherato gli rimbombava nella cervice come un gesso che riga una lavagna.

— All around in my home tooown…

Cattabriga scosse la testa per scacciare la voce. Non riusciva ad aprire gli occhi perché una grande luce si insinuava tra le palpebre, aggredendo le pupille.

— They’re trying to track me down…

Dov’era, chi storpiava quel pezzo di Bob Marley… cos’era successo…

— They say they want to bring me in guilty, for the killing of a deputyyy!!

Il labirinto… Si coprì il volto con un gomito per abituare gradatamente gli occhi alla luce.

— Buongiorno ispettò!

A poco a poco riuscì a mettere a fuoco l’ambiente. — Ciro?

— Indovinato ispettò!

— La figura che aveva davanti divenne sempre più nitida. Ciro Mutolo imbracciava una mitraglietta Uzi e lo fissava con un’espressione affabile. Dietro di lui, appeso a un gancio per il mento, dondolava placidamente il corpo di Tore Russo, con la faccia e la camicetta a fiori insanguinate. Era letteralmente crivellato di colpi in tutto il corpo e sotto i suoi piedi si era già rappresa una pozza scura.

— Lui? Eh sì, ho dovuto farlo. Voleva vendere tutto. Poteva farlo, aveva la maggioranza delle quote e io non potevo comprare la sua parte. Addio Laser game: ci avrebbero fatto un fast-food o chissà cos’altro. E io non potevo permettermelo, vero Tore?

Ciro diede un buffetto affettuoso su una guancia del cadavere.

— Dov’è Silvia?

— Una cosa alla volta, ispettò! Prima mi deve dire cosa ci faceva in una proprietà privata.

La constatazione del napoletano suonò grottesca, come quella di un inquilino intento a questionare sui millesimi della cantina durante un terremoto.

— Lei è un assassino, Mutolo.

L’espressione affabile di Ciro si trasformò all’improvviso in un ghigno perfido. Puntò l’arma contro Cattabriga e strillò: — Volevate fermarmi, bastardi!!

— Si calmi Mutolo, si calmi. — Il cuore di Yuri batteva all’impazzata. Più della sua pelle però, gli stava a cuore la sorte della ragazza. Ma non doveva farlo intuire al pazzo, per non dargli un’arma in più, la più importante, se ancora c’era…

Il tono di Ciro tornò calmo: — Risponda ispettò.

— Ho fatto solo il mio dovere.

Il pazzo gridò: — Ha fatto solo il suo dovere, eh? Nessuno le ha mai insegnato l’educazione?! — Poi aggiunse più a se stesso: — Voleva mandarmi a puttane la grande mattanza…

E restò a fissare il vuoto con un’aria stralunata.

— Grande mattanza?

Ciro scosse la testa. — Venga ispettò, cosa fa ancora lì per terra? si alzi.

Yuri si sollevò in piedi. Sentiva un gran dolore alla spalla, fortunatamente però non aveva perso sangue. Il piombo lo aveva solo accarezzato, ma non poteva dirsi fortunato. — Mi risponda Mutolo. Cosa intende per mattanza?

— Stia lontano e con le mani bene alzate — gli intimò Ciro. E rispose: — Ha mai pensato a un grande magnifico eccidio, a un assassinio simultaneo di almeno una ventina di guaglioni?

— Assassinio simultaneo?

— Sì, di stupidi ragazzi senza arte né parte, individui inutili, figli di individui inutili.

— Lei è pazzo, Mutolo.

Il napoletano cambiò rapidamente espressione, allargando gli occhi con sguardo minaccioso: — Non mi dia del pazzo, ispettò!

— Mi scusi. Però converrà con me che è un po’ troppo severo con questi ragazzi.

Gli occhi di Ciro si spalancarono con fervore. — Ma ci pensi solo per un istante. Ha mai notato il loro modo di vestirsi, i loro stemmini del cazzo? Simboli che significano tutto e nulla, che rivelano il vuoto. È una questione di igiene, caro ispettore, di igiene mentale. Se la loro vita è un gioco, io lo farò diventare un gioco di morte.

— Come ha fatto nei luna park di mezza Italia, vero?

— Vedo che è venuto qua con le idee molto chiare, ispettò. Francamente non mi aspettavo un’alta capacità deduttiva da uno sbirro. Comunque la risposta è sì. Ci ho messo molto tempo per mettere a punto questo progetto. Anni. Doveva essere qualcosa di ineccepibile.

— E i due ragazzi uccisi come rientrano nel suo piano?

Ciro sorrise beffardo. — Dovevo pur fare delle prove generali. E il sistema ha dimostrato di funzionare alla perfezione. Non potevano bastarmi i fantocci che ho usato per mesi. Dovevo sperimentare il sistema su oggetti in movimento. Tanto valeva iniziare con questi luridi vermi.

— Ma si rende conto delle cose insensate che sta dicendo?

— Non mi contraddicaaaa!!! — urlò Ciro con il volto deformato da un ghigno di rabbia e puntando la Uzi con mano tremante contro l’ispettore.

Yuri si riparò istintivamente la testa con un braccio. Poi tornò a guardare il pazzo, che ora stava ansimando in preda a una crisi. Doveva assecondarlo fino in fondo: era l’unico modo non solo per prendere tempo, ma per rendersi conto dei suoi folli scopi.

— Stia calmo, Mutolo. Va bene, sono ragazzi inutili, come dice lei e il suo sistema può eliminarli. Ma mi sfugge ancora il come.

— Venga ispettò, guardi!

Ciro lo fece passare attraverso una porta controllandolo con la Uzi, poi passò a sua volta. Cattabriga vide un lungo corridoio e, ogni tanto, in alcuni punti, c’erano dei revolver 38 special infilati dentro delle feritoie rotonde. Erano le armi che avevano sparato nel labirinto, comprese subito. I calci delle pistole erano fissati su dei supporti metallici, probabilmente con funzione antirinculo, agganciati a loro volta alle feritoie.

Sui grilletti erano appoggiate delle aste metalliche a forma di martelletto, da cui partivano dei fili elettrici che si snodavano lungo il muro, riunendosi tutti in un unico fascio. Sembravano un avviluppo contorto di radici umide e tetre, che convergeva verso un punto ben preciso del corridoio. Lì c’era una console piuttosto lunga e piena di monitor disposti su tre file.

— Guardi, ispettò. Guardi pure! Questa non è la televisione: è meglio!

Cattabriga si avvicinò all’enorme marchingegno e comprese come il pazzo potesse controllare ogni scorcio del labirinto. Infatti i monitor, almeno una trentina, dovevano essere apparecchi a raggi infrarossi, perché le immagini erano incredibilmente nitide, nonostante l’oscurità. Ognuno aveva un mirino al centro. In questo modo era possibile individuare con precisione ogni sagoma di passaggio e sparare al momento giusto.

— Bello, vero?

— Ingegnoso, Ciro, ingegnoso.

— Grazie ispettò.  Ma lei è troppo furbo e ha scoperto tutto!

Cattabriga guardò una trentotto che aveva a portata di mano. Ma tentare il tutto per tutto sarebbe stato troppo rischioso. Disinserire il grilletto dal martelletto e dal groviglio di cavi elettrici era già una bella impresa. Senza considerare che Ciro aveva certamente il colpo in canna nella mitraglietta. Doveva continuare a dargli corda e poi agire una volta scoperto cosa fosse accaduto a Silvia.

— E la mattanza per quando è in programma?

— Chissà? Quando mi va! Adesso che l’ordine di chiusura del locale è stato sospeso, ogni momento è buono. Peccato però che lei non ci sarà Ispettò. Avrebbe assistito a un bello spettacolo.

— Se il biglietto non costasse troppo, sarei allettato a venire anche dall’inferno — commentò Cattabriga cercando di buttarla sullo scherzo. E la tattica dava i suoi frutti, perché Ciro ora aveva i muscoli del volto più rilassati. Solo il suo sorriso enigmatico emanava qualcosa di inquietante.

— Lei ha voglia di scherzare, ispettò! Ma venga, venga… per di qua! — lo esortò il napoletano aprendo una piccola porta scura, che Yuri non aveva ancora notato.

— Entri, entri pure. Dopo di lei!

Il poliziotto dovette inginocchiarsi perché quello che doveva affrontare era un budello lungo e stretto. — Dove mi sta facendo andare, Mutolo.

— Vada vada, non abbia paura!

Il corridoio non doveva essere alto più di ottanta centimetri e largo sessanta.

— Vedrà la sorpresa che le ho preparato.

Dopo venti metri circa, Cattabriga arrivò all’altezza di una lastra di metallo. — E adesso?

— Non si preocupi, ispettò!

— Qui non si va più avanti.

— Lo dice lei. Spinga, sposti pure la lastra verso la sua destra!

Yuri fece leva con le mani e spostò la lastra senza fatica. Si accorse che il budello ne intersecava un altro. Appena entrato nel nuovo cunicolo, scorse davanti a sé una grata..

— Non inizia a capire, ispettò?

— Le condotte dell’areazione!

— Bravo. Arriverebbe primo a Uestepoint! — commentò Ciro. E aggiunse: — Spinga ispettò, spinga!

Cattabriga tirò una spallata alla grata, che si aprì agevolmente, ma cigolando come lo sportello d’un pensile da cucina.

— Esca, non abbia paura.

Yuri mise fuori prima un piede, poi l’altro. Spiccò un piccolo salto e si trovò in un ambiente pieno di pannelli neri. L’arena! Ciro sembrò leggergli nella mente. — Certo ispettò — confermò mentre spiccava il piccolo salto anche lui, senza smettere di tenere la Uzi puntata sul poliziotto, — è proprio il campo di gioco che conosce già molto bene. Il Laser game! Il giro è finito, si torna al punto di partenza.

— Va bene, ma la ragazza.

— Una cosa alla volta ispettò. Una cosa alla volta.

Yuri strinse i pugni. Ciro stava giocando con lui come il gatto col topo. Si inoltrarono per gli oscuri corridoi. Il dedalo era proprio grande: sembrava non finire mai.

— Mutolo, mi spiega perché mi ha portato nel suo nascondiglio? Non poteva risolvere tutto qui nel suo bel labirinto?

— È una domanda che offende la mia e la sua intelligenza, ispettò. Un ospite di riguardo come lei non poteva non conoscere…

— … la sua genialità prima di essere fatto fuori.

— Sì, ci tengo a rivelarle tutto. Ma sulla sua prossima dipartita da questa valle di lacrime si può anche sbagliare; perché le darò un’opportunità.

— E come?

— Con una una bella partita.

— Ma cosa dice!

— Si giocherebbe la sua vita, ispettò?

— Lei è pazzo!

— Tanto cos’ha da perdere a questo punto? Le propongo una bella partita, un gioco ideale per appassionati di armi come noi. Per estimatori. È da tanto che sogno di farne una, ispettò!

— E come si svolgerà questa… partita?

— Adesso vedrà! Ma prima le avevo detto che c’era una sorpresa per lei.

Arrivarono in un punto più largo. Silvia era sopra la pedana della base, legata, a coprire il bersaglio. Indosso aveva solo la sottanella.

— Yuri! — gridò.

I suoi seni erano schiacciati dalle corde, e i capezzoli spuntavano a malapena tra un canape a l’altro.

— Silvia, stai bene?

— Sì, la sua puttanella sta bene, contento?

— Ti ha fatto qualcosa?

— Mi pare di no…

— Lei è un porco, ispettò. Un vero porco! Se l’è sbattuta per bene la fichetta, vero? Lei non è un gentiluomo come me!

— Preferirei essere fottuta da un cane rognoso, piuttosto che essere toccata da un lurido assassino come te!!

Ciro si avvicinò alla ragazza, la guardò, fissò per un breve istante l’ispettore con con un ghigno sarcastico. Poi, all’imporvviso, le tirò un manrovescio. Il collo di Silvia fece una torsione scomposta, la guancia destra aveva il segno rosso del colpo, e dai suoi occhi scesero piccole lacrime, che contrastavano con la sua aria strafottente

— Tutto pepe, la piccola, vero ispettò? — commentò Ciro. Poi con una mano afferrò il viso della ragazza per le guance e, guardandola con una smorfia delirante, strinse con forza. — E chi te lo dice che ti vorrei fottere, stronzetta? Magari voglio solo ammazzarti, no? Che ne sai? Che ne sai tu di un campo di grano?

Il napoletano mollò la presa con violenza e aggiunse: — Come le ho detto voglio lasciarvi una chance.

— Ne dubito — disse Cattabriga. — Voleva aggiungere “Lo sai benissimo che se noi usciamo vivi da qui, per te è finita”, ma si trattenne. Alludere a questa eventualità, scombinando il folle ragionamento del pazzo, avrebbe potuto far precipitare la situazione. 

— Sì ispettò: io sono di parola. Una chance: la partita! Ecco le regole. Numero uno ci giochiamo la ragazza e ovviamente la vita. Niente prigionieri ispettò. Numero due, lei ha esattamente trenta secondi per andare al punto di caricamento: troverà un’arma identica alla mia. Numero tre, deve agire al più presto.

— E perché?

Ciro girò l’arma di centottanta gradi e sparò un colpo di Uzi alla ragazza, senza neanche guardarla.

Silvia ebbe un sussulto.

— Nooo!! — urlò Yuri.

Il sangue iniziava a uscirle da un fianco. Le sue labbra tremavano facendo uscire un debole lamento.

— Numero quattro, perché in caso di vittoria suppongo che dovrà trovare al più presto l’uscita! — E aggiunse istericamente: — Non vorrà mica che la puttanella muoia dissanguata.

— Se non è morta prima, figlio di puttana!!

Ciro guardò l’orologio. — Uno…

— Bastardo!!

— … due…

— Silvia!!

— Sta perdendo tempo ispettò, tre…

Yuri si mise a correre a casaccio. Davanti agli occhi aveva ancora Silvia con la testa a ciondoloni e i suoi fremiti d’uccello ferito. Nella testa, la sua piccola voce roca.

— … cinque…

Doveva trovare la zona di caricamento. Ma quale delle due?

— … otto…

E poi era vero che avrebbe trovato un’arma? Non era meglio appostarsi e giocare il tutto per tutto puntando sul fattore sorpresa?

— … tredici…

I corridoi sembravano uguali tra loro.

— Diciannove…

Vicoli ciechi, svolte verso altri vicoli ciechi.

— … venticinque…

La luce giallo-elettrico ossessiva,

— … ventotto…

il dolore alla spalla, all’anca, il cuore in gola,

— … ventinove…

La morte col volto metallico di una mitraglietta di fabbricazione israeliana.

— Trenta! — urlò Ciro.

Yuri girò la testa verso un lungo corridoio. Dove si trovava ora, dove perdio! Dove portava questo budello nero! Lo percorse con la forza della disperazione. Avrebbe potuto trovarsi davanti il pazzo. No, era il punto di caricamento. E c’era l’arma! La estrasse dalla fondina di plastica nera. Un suono psichedelico si propagò tra i corridoi del labirinto. Una risata fece eco.

“Merda!” gridò col pensiero “è uno di quei fottuti aggeggi di plastica che sparano laserate innocue!”

— Piaciuto lo scherzo? — gridò da lontano Ciro.

Doveva allontanarsi dalla zona di caricamento, che il napoletano sapeva benissimo dov’era. Doveva anche far parlare l’avversario per sapere dove si trovava. Il fattore sorpresa era decisivo. Solo che le sue parole avrebbero rivelato anche la sua posizione. Doveva richiamare l’attenzione di Ciro non più di una volta, due al massimo, e capire dalla sua risposta il punto preciso dove appostarsi.

— Sei un bastardo, Mutolo! — urlò.

— E sennò che criminale sarei, ispettò!

Da destra, la sua voce viene da destra.

Nella sua folle corsa, imbracciando la mitraglietta, anche Ciro si orientò verso il grido di Yuri. Correva lanciando urla insensate. Poi iniziò a sparare raffiche. I proiettili produssero botti sordi forando i pannelli di plexiglass, e scheggiando i muri, rimbalzando di corridoio in corridoio. Seguì una risata sgangherata.

È da questa parte, commentò tra sé Cattabriga, svoltando veloce a destra. Ma doveva stare attento, la nuova risata era ancora più vicina. Iniziò a sentire anche lo scalpiccio della corsa. È troppo sicuro di sé perché è armato… devo fare leva su questo fattore, pensò. Si bloccò rasente un muro e attese.

— Non dice più nulla, ispettò?

Ecco, doveva aver capito che il suo silenzio era quello di un animale in attesa della preda.

— E va bene — urlò Ciro, — giochiamo pure a nascondino!

Il napoletano smise di urlare, rallentò il passò e avanzò guardingo, puntando rapidamente l’arma contro eventuali e improvvisi bersagli a ogni svolta, come nelle azioni antiterrorismo che si rispettino, quelle delle teste di cuoio.

Yuri sentiva che i passi dell’avversario si avvicinavano sempre di più. Ora capiva anche che provenivano da un corridoio alla sua sinistra. In quel momento avrebbe voluto smettere di respirare, fermare le pulsazioni del cuore che sembravano grandi tamburi che squarciavano il vuoto con tonfi cupi.

Pensò a Silvia. Non sentiva più i suoi deboli lamenti. Forse perché era lontano dal luogo in cui era legata e sanguinante. Forse invece…

Non voleva, non doveva pensarci. Oltre ai passi di Ciro, ora distingueva anche il fruscio dei suoi pantaloni. Doveva essere a non più di cinque o sei metri. Era dietro l’angolo… era lì!

Non stette neppure a pensare, balzò fuori con le mani protese verso il collo dell’uomo. Ciro si girò di scatto e lasciò partire una raffica simultanea al volo dell’ispettore.

L’impatto fu forte. Il napoletano cadde all’indietro, sbilanciato dall’urto col poliziotto. Yuri lo seguì nella rovinosa caduta. La Uzi nel cadere per terra fece alcuni giri su se stessa lasciando partire ancora qualche colpo a ripetizione. Poi tacque.

I due uomini si agitarono in una lotta cieca. Ciro emise un grido rauco per lo sforzo e sibilò: — Anche se muoio, ispettò… non finisce qua!!

Cattabriga sentì un forte bruciore all’anca sinistra. Guardò in basso. Il pugno di Ciro stringeva un pugnale da guerra, con scanalature nella lama. Era conficcato per un buon terzo nelle sue carni. Il sangue iniziò a uscire dal giubbotto a piccoli zampilli intermittenti. Il dolore gli velò gli occhi.

Contrasse le dita con la forza della disperazione, stringendo quanto più poteva la sagoma che aveva davanti. Sentì che la presa dell’avversario si era allentata.

Alzò lo sguardo. Ciro lo fissava con il suo ghigno insensato. Solo in quel momento si accorse che le sue mani tenevano stretto il collo del napoletano, quasi fossero due naufraghi aggrappati a un relitto come ultima speranza di salvezza.

Si accorse che il volto dell’avversario era paonazzo, quasi viola. Brevi contrazioni partivano dalla schiena di Ciro, scuotendo tutto il corpo. A poco a poco si ridussero a fremiti sempre più deboli, fino a divenire quasi impercettibili. Il napoletano sembrava sempre di più un pupazzo sgonfio. Poi l’immobilità e il silenzio avvolsero i due uomini.

Yuri mollò la presa con precauzione. Ciro giaceva inerte. Merda, come aveva fatto a strozzarlo così, in pochi secondi!

Tornò con la mano sul collo dell’avversario, stavolta per tastargli la giugulare. Andato. Afferrò il pugno che stringeva ancora il coltello e, con un colpo deciso, sfilò la lama dalla sua anca. I rivoli di sangue divennero un fiotto violento. Solo allora si scostò dal corpo esanime con un sospiro e gli si sedette a fianco. Guardò l’anca: sì, perdeva molto sangue. Le scanalature della lama dovevano aver fatto un bel danno anche nell’uscire. Stava tirando le cuoia, lo sapeva. A pochi metri da Silvia, forse già morta.

Tra poco le forze gli sarebbero venute a mancare del tutto. Già aveva voglia di sdraiarsi, di affondare in quel mare di sangue che si stava propagando per tutto il pavimento. Ma non era sangue solo suo. Solo in quel momento notò che sotto l’ascella sinistra di Ciro c’era una curiosa rientranza. Raccolse le forze e scostò il braccio sinistro del cadavere. Un foro di proiettile aveva aperto una fontana di sangue rosso vivido, che scendendo per terra si mischiava al suo. Tre secondi di guerra. Tre secondi di sfortuna per il pazzo.

Cattabriga capì che la mitraglietta ballerina, forse folle e perversa proprio come il suo padrone, aveva fatto giustizia, come spesso fanno i giochi e gli strumenti dell’uomo, carnefici inconsapevoli, al di là del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto.

Notò che gli echi della colluttazione, del tonfo tremendo per terra, delle raffiche, si erano spenti anche nella sua testa. E sentì per un attimo il freddo silenzio della morte. Ma ora che in quel corridoio cosparso di sangue, in quel maledetto dedalo indecifrabile e scuro aveva chiara la coscienza dell’assenza di ogni rumore, udì qualcosa. Piccole grida di donna, versi remoti e inarticolati che non avevano altro senso se non quello di dire: “Sto crepando”.

“Silvia, non può finire così!” urlò dentro di sé. Un urlo che uscì anche fuori, nello spazio, spezzando quel silenzio. — Silviaa!!

La ragazza rispose con un grido più alto. Yuri lottò per qualche secondo col pugno rigido del cadavere, ma alla fine riuscì a strappargli il coltello. Poi fece leva sulle braccia, raccolse le forze residue e si alzò. Fece qualche debole passo barcollando e appoggiandosi al muro. Doveva procedere così, a tentoni, trovando sempre qualcosa a cui attaccarsi. — Parlami! parlami Silvia!! — gridò. “Se continui a parlare posso trovare la strada fino a te, amore…”, aggiunse tra sé, facendo morire la frase nella bocca.

Furono minuti lunghissimi, passati a trascinarsi da un muro all’altro, con passo sempre più pesante, guidato dalle grida di Silvia, che si trasformavano sempre più in rantoli impastati e gorgoglianti. Tante volte si trovò in vicoli ciechi e altrettante volte percorse a ritroso strade già fatte. La testa gli ronzava sempre più forte.

Finalmente la vide. Respirava appena. E il sangue le scendeva lungo le gambe, formando già una pozza per terra. Doveva avere una forte emorragia. Non avrebbe vissuto ancora per molto.

— Sono qui, piccola! — mormorò con voce roca.

Silvia alzò debolmente la testa, sorrise e sussurrò: — Ce ne hai messo di tempo, cazzone!

E la sua testa crollò come quella di un fantoccio. Yuri ebbe un moto di disperazione. Si avventò rabbiosamente su quel piccolo straordinario corpo. Tagliò le corde che lo legavano, strinse i denti e, non seppe mai neppure lui come, lo prese in braccio.

Nel camminare verso l’uscita perse la cognizione del tempo. La testa ormai gli girava vorticosamente. Finalmente vide la porta. Barcollò ancora qualche metro prima di stramazzare al suolo. Nel perdere coscienza riuscì solo a constatare che con quella fottuta porta, quella notte, era stato sfigato due volte.

 

(Fine della undicesima puntata, la prossima: domenica 19/05/2019)

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Il promovideo

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Propizio è avere una cura. Lsd ed eroina, due storie stupefacenti https://www.carmillaonline.com/2019/02/22/propizio-e-avere-una-cura-lsd-ed-eroina-due-storie-stupefacenti/ Thu, 21 Feb 2019 23:01:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51208 di Piero Cipriano

Carrère direbbe che Propizio è avere ove recarsi. Partito, innumerevoli volte, mete, viaggi, incontri, gli hanno dato materia per i suoi libri. L’avversario, Romanzo russo, Limonov. L’anno scorso, dopo aver concluso la mia avventurosa trilogia della riluttanza-ai-manicomi (e il quarto libro su Basaglia che li riassume e chiude), ho fatto due viaggi, due viaggi alla Carrère, diciamo. Uno breve l’altro lungo. Entrambi densi, però.

Quello breve l’8 dicembre, verso Livorno, destinazione Premio Ciampi, il cantante alcolico che ora è diventato un premio. Smonto dalla notte in ospedale, e come (quasi) [...]]]> di Piero Cipriano

Carrère direbbe che Propizio è avere ove recarsi. Partito, innumerevoli volte, mete, viaggi, incontri, gli hanno dato materia per i suoi libri. L’avversario, Romanzo russo, Limonov. L’anno scorso, dopo aver concluso la mia avventurosa trilogia della riluttanza-ai-manicomi (e il quarto libro su Basaglia che li riassume e chiude), ho fatto due viaggi, due viaggi alla Carrère, diciamo. Uno breve l’altro lungo. Entrambi densi, però.

Quello breve l’8 dicembre, verso Livorno, destinazione Premio Ciampi, il cantante alcolico che ora è diventato un premio. Smonto dalla notte in ospedale, e come (quasi) tutte le notti un tossico è venuto in pronto soccorso a reclamare fiale di benzodiazepine in vena, siccome il metadone che aveva in corpo non gli bastava, e io a smadonnare, sono le quattro del mattino, e vieni a svegliarmi per le benzodiazepine? Ecco: i tossici, gli eroinomani che ora sono diventati metadonomani, per noi psichiatri che lavoriamo negli ospedali e ci occupiamo di folli e non di tossici (e sì, vige ancora questa dicotomia), sono rotture di scatole. Soprattutto se ci svegliano di notte. Al mattino mi passa a prendere mia moglie, lei guida, figlia grande accanto, io e figlia piccola dietro. Invece di dormire il sonno del povero psichiatra che non ha dormito di notte in ospedale per colpa del tossico, leggo Piccola città di Vanessa Roghi. Che mi riconcilia con i tossici. I tossici eroinomani, voglio dire. I poveri eroinomani fregati negli anni 70 e poi negli 80 (e che di nuovo ritornano a essere fregati in questi anni) dall’ingresso, nel mercato delle droghe, di una sostanza eroica, questa eroina che come nessun’altra sostanza mai, prima, e mai, dopo, leva il dolore, elimina la sofferenza, ogni tipo di sofferenza, fisica e mentale, ammesso che vogliamo indulgere su questa celebre separazione cartesiana, e induce un’assuefazione (e una conseguente drogomania) la più rapida, la più micidiale. Eppure, “senza la società”, scrive Vanessa Roghi, “il drogato non esisterebbe”, giacché sono stati necessari un’industria chimica per sintetizzare la morfina o altri oppioidi di sintesi, e medici che li hanno prescritti generosamente come antidolorifici, e farmacisti che li hanno venduti con manica altrettanto larga, e soltanto dopo che l’addiction è stata iatrogenicamente indotta, entra in gioco la complessa e piramidale organizzazione dello spaccio, fino all’ultimo anello: quel tipo di consumatore che, per potersi fare, spaccia. Insomma, come per gli psicofarmaci, anche qui l’innesco della dipendenza è iatrogeno. A genesi medica. Di sicuro negli anni 60 e poi 70, scrive Roghi, “la confusione tra le droghe era tanta”. Eroina, cocaina, anfetamine, Lsd, tutte sembravano funzionali al dropping out, ovvero rinunciare a lavorare, studiare, fare politica, secondo lo slogan del guru della rivoluzione psichedelica Timothy Leary (“Turn on, turn in, drop aut”). Nel 1971, quando l’Lsd e gli altri allucinogeni vengono inseriti nella tabella 1 degli stupefacenti (stessa sorte per le anfetamine), è la fine. Arriva sul mercato illegale prima la morfina a prezzi stracciati e poi l’eroina. Quando, nel 1975 (in Italia), viene approvata la legge 685 sulle tossicodipendenze, ciò che riuscirà a produrre saranno degli ambulatori dove come terapia alla dipendenza da eroina si eroga un altro oppioide, il metadone, il cui unico vantaggio è l’assunzione per bocca e non per buco. Inizia a diffondersi il modello delle comunità di recupero. Comunità, spesso confessionali, segnate (scrive Cecco Bellosi in Piccoli Gulag) dal “rapporto tra colpa e redenzione”, così come l’altra faccia della medaglia, per il tossico, ovvero il carcere, era/è “segnato dal rapporto tra delitto e castigo”. Comunità come luoghi di reclusione dove, senza neppure il dispositivo del TSO, poter trattenere persone, sine die.

Suggerisco, nel titolo, che propizio, nella vita degli umani, è avere come curarsi. La ricerca della droga è, tutto sommato, la ricerca del farmaco, o dello psicofarmaco perfetto.

Ancora Carrère: “Scrivere un libro, qualsiasi libro, richiede ciò che i giuristi chiamano un interesse ad agire”. Nel 1987 il padre di Vanessa viene arrestato, ecco che l’eroina entra nella sua storia, ecco che il suo è un libro in cui la sostanza eroica e la vita eroica di suo padre, e la sua, si embricano.

Ma l’eroina non è la mia storia, peraltro è una sostanza in cui non c’è niente di terapeutico (per quanto mi riguarda, per il mio specifico mestiere di psichiatra) da poter scoprire o riscoprire. Ecco perché il mio viaggio con questo libro è stato più breve dell’altro che ora vado a raccontare.

Nel 1994 mettevo piede nella Terza Clinica Psichiatrica dell’università di Roma, la Sapienza. La dirigeva Paolo Pancheri. A quel tempo, era lo psichiatra psicofarmacologo più in auge in Italia (la rivalità era con Pisa, con la scuola di Giovanni Battista Cassano). E tutti noi cosiddetti pancheriani, di riflesso, ci consideravamo dei grandi psicofarmacologi.

Dopo vent’anni dal mio ingresso nella psicofarmacologia, ho pubblicato Il manicomio chimico, dove racconto di questo immenso manicomio molecolare a cielo aperto. Gli psicofarmaci, le molecole attualmente sul mercato e prescrivibili, non sono la soluzione per l’ansia (le benzodiazepine determinano dipendenze feroci), non per la depressione (gli antidepressivi, come gli antibiotici, dopo qualche anno non funzionano più), non per le psicosi (gli antipsicotici sono come sabbia messa negli ingranaggi mentali, rallentano, paralizzano, creano neurolepsia, ovvero paralisi del sistema nervoso).

Quale potrebbe essere la soluzione allora? O meglio, se la soluzione terapeutica deve essere una sostanza, o una molecola, quale potrebbe essere?

Vengo all’altro viaggio (quello lungo, nel senso che ancora non è finito) fatto-leggendo-un-libro. Il 20 di agosto del 2018, in una spiaggia di Polignano a mare che era un carnaio stipato di corpi che nemmeno un girone dantesco, ho iniziato un viaggio acido. Premetto che, a causa della mia ipocondria minor, non sono mai stato uno psiconauta, in vita mia di drogastico (a parte il sesso) ho sperimentato solo alcol caffè mate e ginseng. Dunque mi trovavo in quella spiaggia manicomio pugliese, letteralmente sotto acido, nel senso che ero flesciato dalla lettura di LSD, il libro psichedelico di Agnese Codignola. Eppure sono del mestiere, la materia non doveva sorprendermi, e da psichiatra qual sono, seppur critico rispetto a psicofarmaci e relativista rispetto alle sostanze che chiamano droghe, non avrei dovuto lasciarmi folgorare sulla via dell’Lsd. Invece è successo.

Un libro rigoroso e documentatissimo. Nessuna concessione al self disclosure (dunque molto diverso da quello di Vanessa Roghi). Che Agnese non abbia mai assunto Lsd o psilocibina, per dire, lo svela in una intervista, mica nel libro. Come me, Agnese non si è mai fidata di prendersi sostanze fornite da pusher di origine ignota (è ciò che mi ha sempre dissuaso dallo sperimentare molecole illegali, sono un farmacologo, ho bisogno di sapere cosa e quanto, prescrivo agli altri, o introduco nel mio corpo).

Libro diviso in due parti. La prima: “come l’Lsd da farmaco diventa droga”.

Per serendipity, come sovente accadono le scoperte, nell’aprile del 1943, il chimico svizzero Albert Hofmann ci ripensa, e torna su una sostanza che ha sintetizzato nel 1938, l’Lsd-25 (ovvero la venticinquesima provetta di dietilammide di acido lisergico). L’ha sintetizzata studiando la Claviceps purpurea (o ergot), un fungo che provoca una malattia dei cereali detta segale cornuta. Insomma, sintetizza questo derivato sintetico dell’ergot e si espone ai suoi effetti allucinogeni, che sono noti da secoli, perciò lui non è del tutto impreparato, e decide di assumerne 250 microgrammi, sperimentarlo su di sé. Subito capisce di aver sintetizzato una sostanza di straordinaria potenza, proprio per questo molto difficile (infatti Lsd. Il mio bambino difficile, è il titolo del libro in cui riassume la vicenda). A questo punto inizia una staffetta di diversi personaggi che si occuperanno di Lsd e molecole simili. Humphry Osmond, in Canada, a partire dal 1953, usa l’Lsd per trattare gli alcolisti. Ribadisco che siamo all’esordio dell’era psicofarmacologica, che debutta col neurolettico cloropromazina, e con l’antidepressivo triciclico imipramina, e poco dopo con l’ansiolitica benzodiazepina clordiazepossido. L’Lsd è solo una delle decine (se non centinaia) di molecole in ballo che devono guadagnarsi il titolo di psicofarmaco. Ronald Sandison, in quegli anni, mette a punto la terapia psicolitica, che consiste in piccole somministrazioni ripetute a dosi crescenti di Lsd, invece che una sola a dose alta (che costituisce la terapia psichedelica di Osmond). Entrambi si propongono di ottenere la cosiddetta Ego dissolution (l’effetto più prodigioso di Lsd e simili, su cui Codignola insiste molto), seppure con modalità diverse.

Humphry Osmond. E’ lo psichiatra a cui Aldous Huxley si affida per sperimentare la mescalina prima e l’Lsd poi. Strano percorso, quello di Huxley. Nel 1932, nel suo romanzo distopico (e profetico) Il mondo nuovo, immagina una società in cui tutti assumono una molecola (il Soma). E ne denuncia il pericolo. Vent’anni dopo, si lascia convincere da Hofmann e somministrare da Osmond il farmaco psichedelico (termine coniato da Osmond proprio). Dopo l’auto sperimentazione, il giudizio di Huxley cambia. Lo scrive in vari libri: Le porte della percezione, Paradiso e inferno, L’isola. Al punto che, quando sta per morire, si fa accompagnare da un’iniezione di Lsd somministrata da sua moglie.

Poi guadagna la scena lo psicologo di Harvard Timothy Leary, che dopo aver assunto i funghi magici messicani intuisce la potenzialità degli psichedelici di arrivare dove le varie forme di psicoterapia, inclusa la psicanalisi, non riescono. Dal 1961 inizia a sperimentare prima il principio attivo dei funghi magici (la psilocibina) e poi l’Lsd stesso, con l’intento di mettere a punto un’instant psychoanalysis, capace di destrutturare i circoli viziosi psichici, e sostituirli con processi mentali più efficaci. Le sperimentazioni di Timothy Leary e del suo socio Richard Alpert (perfino sui detenuti sperimentano, con risultati clamorosi: fuori dalla prigione chi aveva assunto psilocibina era meno propenso a delinquere), tuttavia, si rivelarono metodologicamente deboli (gli stessi sperimentatori, nel corso delle sperimentazioni, assumevano le sostanze). Espulsi dall’università, intraprendono una deriva mistica, il discorso di Leary si impregna di metafore mistico-ufologico-cosmogoniche. Viene perfino arrestato, per banale possesso di marjuana, e definito da Nixon (non uno stinco di santo) “l’uomo più pericoloso d’America” (mettiamoci nei panni dei giovani americani mandati a morire in Vietnam, chi era, l’uomo più pericoloso d’America, se non il comandante in capo?).

Malgrado i buoni propositi, Leary getta cattiva luce su Lsd e simili.

Altri sperimentatori, in quegli anni, sono più prudenti. In Messico Salvador Roquet dalla fine dei Cinquanta studia gli effetti della mescalina (il principio attivo dei cactus Peyote e San Pedro). A differenza di tutti gli altri che si occupavano di Lsd, non solo lui è un etnobotanico, ma proviene dalla stessa cultura indigena messicana che da secoli ha consuetudine con funghi magici e cactus psichedelici. Inizia a sperimentare Lsd e ketamina, psilocibina e Salvia divinorum, Peyote e ayahuasca. Ma a differenza del metodo Leary, Roquet e la sua equipe non assumono mai gli psichedelici nel corso delle sperimentazioni. Il suo schema era: 10-12 sedute in un anno, ogni seduta dalle 8 alle 20 ore. L’esperienza di ogni seduta si poteva schematicamente suddividere in quattro fasi. Nella prima accadono le distorsioni sensoriali, nella seconda le visioni mistiche, nella terza emerge l’ansia associata a ricordi infantili, dunque angoscia per la catarsi dovuta alla dissoluzione della vecchia personalità con ricostituzione di un nuovo sé, nella quarta fase si organizza un nuovo modo di pensare e di essere.

Stanislav Grof a quel tempo assiste alle sedute di Roquet, e crede fermamente nelle potenzialità dell’Lsd (“usato responsabilmente e con la dovuta cautela”, sostiene, “potrebbe essere per la psichiatria ciò che il microscopio è stato per la medicina e il telescopio per l’astronomia”), riprende le quattro fasi descritte da Roquet, e le suddivide in: una fase estetica (visioni coloratissime, senza valenza terapeutica), una fase psicodinamica (ricordi del passato, traumi),una fase perinatale (sensazione analoga al parto, come si rinascesse, si assumono posture neonatali) e una fase transpersonale (quella della ego dissolution, dove la coscienza personale si fonde col cosmo, con esperienze potenti di telepatia, bilocazione, viaggi nel tempo, incontri con divinità, defunti). Quando l’Lsd viene reso illegale, e posto nella tabella 1 degli stupefacenti, Grof ripiega su metodi alternativi per procurare l’ego dissolution, e inizia a lavorare sul respiro (il metodo della respirazione olotropica).

A questo punto l’Lsd inizia la parabola che lo porta a non essere più un farmaco. Comincia, dal 1966, una campagna mediatica che demonizza la molecola di Hofmann. Il New York Times racconta di una bambina resa selvaggia da (forse) una zolletta di zucchero all’Lsd. Il Time titola: Epidemia di menti acide. Gli allucinogeni, dopo le sperimentazioni selvagge di Leary, vengono usati in massa nei campus. Facile immaginare che l’assunzione non sia oculata (voglio dire: né per dosaggio né per utilizzo di prodotto puro), ma selvaggia appunto, e spesso in poliassunzione con altre sostanze. Nessuna attenzione al setting di utilizzo (che è decisivo, nell’assunzione degli psichedelici, perchè il setting condiziona fortemente gli effetti). Dunque ecco l’enfasi mediatica sui bad trip e su quel tipo di permanenza di allucinazione a lungo termine, possibile ma molto rara, oggi definita HPPD, hallucinogen persisiting perception disorder (disturbo persistente della percezione da allucinogeni).

Ricapitolando. Fino al 1967 l’Lsd è ancora legale. Ma per questa escalation di demonizzazione mediatica, nel 1966 negli USA viene inserito nella lista dei narcotici, e nel 1968 ne viene vietato l’utilizzo per ricerca. Inizia una reazione a catena. L’ECOSOC (Economic and social council delle Nazioni Unite) ne chiede la limitazione ai soli ambiti di ricerca e terapia. Nel 1971 i rappresentanti dei paesi dell’ONU, riuniti a Vienna, stipulano la Convenzione sulle sostanze psicotrope, che dà una sterzata alquanto proibizionista. Vengono formulati quattro elenchi di sostanze. Nella prima tabella, vi sono i principi attivi più pericolosi (attualmente 62), dove insieme a anfetamine cannabis ed ecstasy vengono inseriti gli allucinogeni Lsd e psilocibina. Nella seconda tabella (oggi) vi sono 17 sostanze, prodotte per lo più da aziende farmaceutiche, tra queste la morfina. Nella terza tabella sono 9 i principi attivi, tra cui i barbiturici. Nella quarta abbiamo 62 sostanze, tra cui le benzodiazepine.

Ecco che gli allucinogeni vengono a essere ritenuti più pericolosi della morfina e dei barbiturici.

Non rientrano invece, nella Convenzione sulle sostanze psicotrope, sostanze sporche (ovvero composte da diversi principi attivi) quali l’ayahuasca o i funghi magici interi.

E così, nel 1971, Lsd e simili, da farmaci a dir poco promettenti, diventano droghe le più temibili.

Il libro di Codignola, nella seconda parte cambia verso. Racconta come, dagli anni 70 a oggi, in modo carsico, queste molecole tornano a essere considerate promettentissimi farmaci.

Ritorniamo in Svizzera, là dove con Hofmann tutto ha avuto inizio. A Soletta c’è uno psichiatra, si chiama Peter Gasser. Da quando l’Lsd da farmaco viene declassato a droga, Peter Gasser è stato il primo al mondo a poterlo utilizzare (e studiare) di nuovo. Nel 1985 è tra i fondatori dell’Associazione medica svizzera per la terapia psicolitica. Nel 1988 l’ufficio federale di sanità pubblica autorizza Gasser, insieme a altri quattro psichiatri, a sperimentale Lsd e MDMA (ecstasy). L’Lsd torna, per quattro anni e mezzo, a essere un farmaco. Poi il governo cambia e l’Lsd viene di nuovo vietato. Ma intanto, per quei “sessanta mesi felici”, cinque specialisti hanno potuto somministrarlo a 171 pazienti affetti da disturbi della personalità, dell’adattamento, disturbi affettivi, del comportamento alimentare, dipendenze, deviazioni sessuali. Somministrano 125 mg di MDMA oppure Lsd (posologia compresa tra 100 e 400 microgrammi, per conseguire un effetto intermedio tra quello psicolitico di Leuner e quello psichedelico di Grof). I risultati? Nel novanta per cento dei pazienti c’è un cambiamento esistenziale profondo. Snza effetti avversi (tra i pazienti). Tra i medici sperimentatori, invece, uno dei cinque prende la via mistica, intraprende il destino di Timothy Leary insomma. E’ Samuel Widmer, che fonda una comune, la Comunità dei boccioli di ciliegio, dove vive con due mogli e con un paio di centinaia di adepti. Gasser, invece, continua a lavorare privatamente. Non può più prescrivere Lsd, ovviamente, ma non si arrende al divieto. Nel 1996 chiede di poter sperimentare la psilocibina sui depressi gravi. Non viene autorizzato. Ci riprova nel 2000. Ancora niente. Nel 2007 ottiene di poter somministrare, in modalità compassionevole, Lsd a malati terminali. I risultati sono molto buoni.

Qualcosa è cambiato. Anche in altri paesi le cose si muovono. Dal 2010 anche negli USA si inizia, di nuovo, a sperimentare gli allucinogeni. Charles Grob, psichiatra dell’università di Baltimora, sperimenta la psilocibina a dosi molto basse (20-30 mg), con risultati soddisfacenti. Stephen Ross, psichiatra di New York, somministra psilocibina a malati terminali. Anche in questo caso le persone stanno meglio. E così via. Altri sperimentatori. Altri studi. Altre ricerche.

A questo punto Codignola ci presenta un personaggio incredibile, si chiama Amanda Feilding, è una contessa, erede degli Asburgo, è stata un’adolescente inquieta che dopo aver lasciato le scuole è andata in Medio Oriente a cercare se stessa. Torna, e si fissa sulla trapanazione del cranio, per espandere la coscienza. E si fa davvero trapanare, il cranio, mica no, perché l’idea è che se il sangue fluisce più liberamente, senza la costrizione cranica, la coscienza riesce a espandersi. Si candida al parlamento inglese, sia nel 79 che nell’83, con un solo scopo: ottenere una legge che renda legale e rimborsabile la trapanazione del cranio. State pensando che non ha tutte le rotelle al posto. In effetti, pure a me, sembrerebbe. Tuttavia, nel 1996, fonda la Foundation to Further Counsciousness, che diventa poi la Beckley Foundation, il cui scopo principale è sostenere la ricerca in materia di sostanze psicoattive. Inizia a collaborare con l’Imperial College di Londra e con David Nutt. Amanda Feilding è convinta che assumere Lsd aumenti la capacità di problem solving. Migliori le prestazioni cognitive. Ne è persuasa non solo per la sua personale esperienza (pare che quando giochi a bridge sotto Lsd non abbia rivali), ma alla luce della crescente diffusione del microdosing tra i geniali pensatori della Silicon Valley. E così, decide di finanziare uno studio per dimostrare che piccole dosi di Lsd (meno di 50 microgrammi, da assumere due volte a settimana, per un mese) migliorano le prestazioni cognitive.

Si chiama James Fadiman, e si professa il massimo esperto al mondo di microdosing di Lsd. I suoi primi studi non sono metodologicamente buoni. D’altra parte, è un allievo di Timothy Leary, e forse ne eredita anche i limiti. Somministra mescalina in dose di 200 milligrammi a ingegneri, architetti, matematici, dimostrando un aumento della loro creatività. Tuttavia omette, nella descrizione dello studio, che insieme alla mescalina ha somministrato un’anfetamina e una benzodiazepina, inficiandone il risultato. Invece lo studio che pubblica nel 2015, su persone che hanno assunto microdosi di Lsd una volta ogni quattro giorni, ottenendo una stabilizzazione dell’umore, pare buono. Il suo metodo si diffonde, fa presa in una scrittrice moglie di un premio Pulizer, Aylet Waldman, che pubblica nel 2017 A really good day: how the microdosing made a mega difference in my mood, my marriage, and my life. Convinta da Fadiman, inizia la cura, e la sua vita cambia. La depressione sparisce. Ecco che il microdosing, da espediente per migliorare l’intelligenza e la creatività, diventa antidepressivo e stabilizzatore dell’umore. Sembra avverata la profezia di Huxley: il microdosing di Lsd somiglia al Soma che lui descrive nel Il mondo nuovo.

Amanda Feilding si lega a David Nutt. Chi è David Nutt. Classe 1951. Neurofarmacologo. Debutta nel 1982, con un primo studio importante sulle benzodiazepine. Sappiamo ormai, anche grazie a lui, che queste molecole hanno un effetto tranquillante perché si legano al recettore del GABA, che è un neurotrasmettitore inibitorio, e dunque inibiscono, ecco perché sedano, calmano, levano l’ansia. Dal 2009 dirige la cattedra di neuropsicofarmacologia dell’Imperial College. Nel 2007 su The Lancet pubblica un articolo dove domanda quale sia il criterio per definire se una sostanza è pericolosa o no. Sul Journal of Psycopharmacology pubblica il caso di una ragazza affetta da equasy. Una sindrome mai sentita prima. Un danno cerebrale da equasy, scrive. Racconta di centinaia di persone che, ogni anno, conseguono una cerebropatia da equasy, bisognerebbe inserirlo in tabella 1, l’equasy, insieme a Lsd e psilocibina. Invece (la faccio breve) equasy sta per equine addiction syndrome, quella voglia compulsiva di andare a cavallo. Si sa che da cavallo a volte si cade, e se cadi da cavallo facile che ti rompi la testa. Solo negli USA, ogni anno, più di diecimila persone riportano traumi cerebrali da caduta da cavallo. Lo stesso si potrebbe dire per boxe, rugby, sci, free climbing, andare in moto, fare ciclismo, e così via. Per cui, prosegue Nutt, nel demonizzare certe sostanze grande è stato il ruolo dell’informazione, appena accade un incidente da ecstasy o Lsd giù i titoloni, delle centinaia di decessi da paracetamolo, o da benzodiazepine, niente. Sono troppi, non fa notizia.

Il risultato di questa provocazione (che non la fa Marco Pannella, per dire, ma il prestigioso neurofarmacologo dell’Imperial College) è una richiesta di scuse, da parte della segretaria di stato per gli affari interni, nei confronti delle famiglie delle vittime di ecstasy. Sembra di sentire Giovanardi. O Maurizio Gasparri. Politici che non sanno un accidenti di farmacodinamica, eppure sproloquiano su quale sia il male assoluto per i giovani.

Nutt non si scusa. E perde il posto di capo dell’Advisory Council of the Misuse of Drugs. Invece rilancia. Nel 2010 pubblica su The Lancet una sorprendente analisi sulla reale pericolosità delle sostanze. La più pericolosa è l’alcol, subito dopo l’eroina, poi il crack poi la metanfetamina poi la cocaina poi il tabacco quindi anfetamine e cannabis. In fondo alla classifica l’Lsd e la psilocibina dei funghi magici.

Ma queste provocazioni di Nutt sono controproducenti, nel 2016 viene approvata la nuova legge inglese sulle sostanze psicoattive, lo Psychoactive Substances Act. Dove, per non sbagliare, si proibisce “qualunque sostanza per uso umano capace di produrre effetti psicoattivi”. Tutte. Salvo le sostanze già legali quali alcol, tabacco, nicotina, caffeina, alimenti vari. Tutto vietato, a eccezione della più pericolosa delle droghe: l’alcol.

Nello stesso anno però, a neutralizzare questo provvedimento, che azzera qualunque prospettiva di ricerca sulle sostanze psicoattive nel Regno Unito, inizia una serie di rigorose pubblicazioni, da parte di un allievo di Nutt: Robin Carhart-Harris. Non è un medico, ma uno psicologo, ha letto Stanislav Grof, Realms of the human unconscious: observations from Lsd research, e si è proposto di indagare la coscienza con tecniche di neuroimaging. Inizia a fotografare il cervello sotto psilocibina, sottopone dieci persone a due RMN funzionali, prima e dopo l’iniezione di 2 mg di psilocibina. Cosa cambia nei cervelli? Si attivano straordinariamente le aree della memoria: zone limbiche, striatali e corteccia prefrontale mediale, aree visive e sensoriali si attivano proprio mentre i volontari riferiscono visioni e ricordi. Carhart-Harris passa poi a un esperimento con Lsd. Venti volontari sani, ricevono 75 mg di Lsd o di placebo, in vena. Registra i cambiamenti cerebrali con RMNf e altre tecniche di imaging cerebrale. Nel 2016, in aprile, pubblica lo studio dove rivendica di aver scoperto il bosone di Higgs delle neuroscienze.

Sì ma cosa significa tutto ciò? Carhart-Harris e Nutt provano a spiegarlo in questi termini. Il cervello è sottoposto a un’organizzazione gerarchica. Come fosse uno stato. Alcune aree rappresentano dei centri di comando rispetto ad altre. I centri di comando, le alte sfere, i vertici sarebbero il talamo, la corteccia posteriore cingolata, la corteccia prefrontale mediale. Aree di controllo e supervisione costituite, perlopiù, da neuroni serotoninergici. E l’Lsd si lega soprattutto ai recettori serotoninergici 5HT2A. Queste aree di controllo vengono definite DMN (Default Mode Network), la cui attività è, di norma, inibitoria. Un cervello, per scegliere bene, non può tener conto delle migliaia di stimoli che riceve. Lsd e psilocibina sostituiscono la serotonina nel legame ai recettori serotoninergici delle aree DMN, aboliscono l’inibizione che la serotonina determina, slatentizzano la possibilità di una iper-percezione, danno vita a un cervello anarchico, a una mente entropica, dove domina il caos. Come uno stato senza più governo, ovvero una società anarchica, dove tutte le aree cerebrali, tutti i neuroni, si connettono con aree mai incontrate prima.

E’ la cosiddetta ego dissolution.

Il risultato di questa rivoluzione, rispetto all’ordine costituito mentale però, non è il caos bensì una nuova organizzazione, non più disfunzionale, non più basata sui vecchi meccanismi.

L’Lsd e la psilocibina fanno ciò che neppure vent’anni di psicoanalisi sono capaci di fare. Davvero una sorta di psicoanalisi subitanea. E penso non solo al tempo risparmiato, ma pure al denaro.

Le neuroimmagini di Carhart-Harris dimostrano che tutto quanto di stupefacente il soggetto (che ha assunto Lsd o psilocibina) esperisce, ovvero di appartenere a un diverso universo, dipende dalle molteplici, nuove, diverse connessioni che nel cervello si sono formate dopo l’interruzione del DMN.

Scrive Codignola che “i neuroni, sganciati dalla rigidità delle vie obbligate, diventerebbero entità cosmopolite, libere e desiderose di comunicare le une con le altre, capaci di esprimere livelli di immaginazione creativa molto più complessi rispetto al normale e di modificare per sempre la percezione di sé e della vita”.

Ricapitolando. Cosa dimostra, nei suoi studi con la RMNf, Carhart-Harris? Nell’ordine: che con Lsd si attivano neuroni serotoninergici, e grazie a loro accade l’ego dissolution, e quanto maggiore è il dosaggio di Lsd tanto maggiore è l’entropia cerebrale che determina e quindi l’ego dissolution e dunque maggiore sarà il cambiamento di approccio all’esistenza che ne deriva.

Un dato che emerge, oltre alle dispercezioni, è una notevole attivazione semantica. Al cervello affluiscono più parole, perché non c’è il filtro del DMN. Chiaro che l’aumento della creatività verbale torna buona in una eventuale psicoterapia associata a Lsd o psilocibina. Con Lsd, inoltre, aumentano le sinestesie. Aumenta la suggestionabilità. Quindi possiamo immaginare che aumenti la suggestionabilità a quel che emerge nel corso di un colloquio psicoterapico. Diventa, in ogni caso, un potente acceleratore dei tempi della psicoterapia.

Nel 2016 viene pubblicato su The Lancet uno studio sul ruolo della psilocibina nella depressione. Due dosi, di 10 e 25 mg a distanza di una settimana, hanno un effetto antidepressivo nei due terzi dei pazienti. Secondo Carhart-Harris, ciò avviene per l’effetto di inibizione della psilocibina sul DMN. Ciò che non sappiamo è: perché Lsd e psilocibina, legandosi ai recettori 5HT2A risultano tanto più potenti dell’agonista naturale, ovvero della serotonina?

La risposta prova a darla il farmacologo Bryan Roth, che è riuscito a fotografare l’Lsd legato al recettore serotoninergico, e ha visto che la sua durata d’azione è davvero lunga: una dozzina di ore se non giorni se non per sempre. Ciò perché il recettore serotoninergico, appena aggancia l’Lsd, lo ricopre con un lembo, lo inguaina, tenendolo fermo per ore o giorni. Un comportamento assolutamente raro. Ciò confermerebbe che il microdosing funziona, proprio perché bastano dosi molto basse per ottenere un effetto antidepressivo.

Direi che per ora può bastare così. Negli anni 70 c’è stato questo switch. Dalla sostanza di vita, alla sostanza di morte. Si chiudono i rubinetti dell’Lsd, che viene posto in tabella 1, tra le droghe più pericolose. E si aprono (sul mercato dello spaccio) i rubinetti dell’eroina. Lei sì, la sostanza che uccide.

E’ venuto il momento di rivalutare Lsd, psilocibina, mescalina.

Propizio, delle volte, è avere libri da leggere. Leggeteli entrambi. Due libri che si legano. Che mi istigano a continuare la loro narrazione. Una narrazione su due sostanze temutissime, narrazione iniziata da una storica, proseguita da una chimica, e chi meglio di uno psichiatra, che è un mezzo chimico e un mezzo storico la può continuare?

Mentre leggevo i due libri ci pensavo. Non sono né uno storico né un chimico. Uno psichiatra, in effetti, è uno storico mancato, uno storico imperfetto, uno che non conosce mai bene la storia delle persone che incontra né conosce la sua storia, la storia di se stesso agente della psichiatria, voglio dire, in questo senso è un commesso un po’ stupido che si incarica di normalizzare per quel che può la minoranza deviante, e però lo fa coi farmaci, e dunque è per forza una specie di chimico, ma un chimico imperfetto, che non conosce bene la chimica, non conosce il meccanismo d’azione dei farmaci che prescrive, li dà ex aiuvantibus perché non conosce come funziona quel cervello che con quei farmaci bersaglia e cerca di cambiare e tutto sommato cambia, solo che non sa come. Quindi io sono meno di uno storico e meno di un chimico però mezzo più mezzo non sempre fa uno ma può far due o può far pure tre. Non lo dico io lo diceva Basaglia (e no, non lo rinnego né lo dimentico, il mio nume, solo perché adesso ho deciso di tornare a occuparmi di farmaci) citando Gramsci, che il nuovo intellettuale sarà sostenuto non più dal pessimismo della ragione (gli antipsicotici) ma dall’ottimismo della volontà (l’Lsd), e con l’ottimismo della volontà mezzo più mezzo può far due o anche tre. Voglio dire che questo specialista imperfetto incompleto indefinito monco che sono proverà a continuare la narrazione di queste due straordinarie narratrici, diverse ma efficacissime e che hanno pubblicato, lo scorso anno, due libri fondamentali. Propizio è stato avere questi due libri da leggere. Propizio è avere “un interesse ad agire”. Adesso lo sapete, dove andrà a parare il mio prossimo saggio narrativo (à la Carrère, naturalmente).

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Esotismo della mafia – un altro caso di Operazione Astra https://www.carmillaonline.com/2018/01/07/esotismo-della-mafia-un-altro-caso-di-operazione-astra/ Sat, 06 Jan 2018 23:01:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42293 di Michelangelo Franchini

La mafia, si sa, è un ente secolarmente presente ovunque, e tuttavia torna a essere fenomeno solo quando è spettacolarizzata. Adesso è spettacolarizzata: la testata di Spada è diventata immediatamente fenomeno, notizia, aneddoto, meme. Come ogni fenomeno si è cercato di serializzarla, replicandola: si è cercata altra violenza simile nelle cronache precedenti, nei verbali di polizia, nelle parole dei cittadini (invano si è cercato di farlo con Totò Riina, fenomeno di tutt’altro genere, esaurito da tempo). I giornalisti hanno incalzato: come intimidisce la criminalità? Come agisce, cosa fanno fisicamente i [...]]]> di Michelangelo Franchini

La mafia, si sa, è un ente secolarmente presente ovunque, e tuttavia torna a essere fenomeno solo quando è spettacolarizzata. Adesso è spettacolarizzata: la testata di Spada è diventata immediatamente fenomeno, notizia, aneddoto, meme. Come ogni fenomeno si è cercato di serializzarla, replicandola: si è cercata altra violenza simile nelle cronache precedenti, nei verbali di polizia, nelle parole dei cittadini (invano si è cercato di farlo con Totò Riina, fenomeno di tutt’altro genere, esaurito da tempo). I giornalisti hanno incalzato: come intimidisce la criminalità? Come agisce, cosa fanno fisicamente i tirapiedi quando vengono a chiedere il pizzo? In che modo si muovono, che creature sono?

Alla costruzione della narrazione criminale si persegue con una certa morbosità. Come ogni narrazione mediatica avrà vita breve: si esaurirà e smetterà di essere interessante, salvo venir tirata fuori da qualche politico durante il prossimo comizio, nella speranza di rievocare quella curiosità che ora ci ossessiona. Perché? Perché vogliamo saperne di più.

Negli ultimi anni si è fatto spettacolo di associazioni criminali più e meno attuali, e lo si è fatto per i motivi più diversi. Nel caso di Romanzo criminale era il carisma dei personaggi a interessare, nel caso di Suburra la particolarità della vicenda, nel caso di Gomorra una deliberata intenzione divulgativa. Come Roberto Saviano ha intuito, è lo spettacolo a interessarci.

Non ci approcciamo ai servizi di La Sette sui malavitosi di Ostia con la volontà di fare di noi stessi dei cittadini informati, bensì con la voglia inconscia di ritrovare i personaggi di Suburra. Perché? Perché Suburra è spettacolo, è una vicenda particolare, lontana dalle nostre vite come può esserlo un film di fantascienza. Lontana e tuttavia vicina: si ambienta accanto a noi. Accanto a noi e tuttavia comunque a distanza di sicurezza: a Ostia, lontano, o comunque in periferia. Non certo qui da noi. Qui da noi, in questo quartiere, certe cose non accadono. Certe cose, quelle che vedi nella serie, non avvengono qui. Non potrebbero mai avvenire qui dove sono io, adesso, in questo quartiere rispettabile. Figuriamoci.

Il fatto è che siamo avulsi a ogni normalità. Pur essendone immersi, la rifuggiamo. Cerchiamo i filmati di Roberto Spada dopo che abbiamo saputo che Roberto Spada è un criminale perché vogliamo vedere che faccia ha: il criminale, non Roberto Spada. A nessuno importa di Roberto Spada, a nessuno importa di una giornalista sequestrata e minacciata chissà quanti anni fa.

Invece guarda qui: questo tipo ha dato una testata a un giornalista perché faceva domande scomode. Questo qui è un personaggio pericoloso, guarda che faccia da criminale. Questo è come il personaggio della serie.

La mafia è un fenomeno anche romano, e non solo. Probabilmente è ovunque, ma non ci siamo abituati. Pensiamo che la fisionomia di un mafioso non possa prescindere da certi e ben definiti tratti lombrosiani tra cui uno spiccato accento meridionale. La mafia per noi è, ed è sempre stata, un fatto meridionale. I criminali della banda della magliana? No, quelli non erano mafiosi. Erano pischelli. Pischelli che hanno sfidato i veri mafiosi, quelli meridionali, quelli lontani. Pischelli che hanno sconfitto la mafia meridionale. Pischelli con un’etica criminale. Quasi degli eroi, in pratica. Non certo mafiosi, no.

Siamo curiosi di vedere che facce hanno persone che chiedono il pizzo, che picchiano e che non hanno paura di uccidere e morire. Siamo più che curiosi di sapere chi sono. Perché loro sono il male, l’anti-stato, il cancro di questa bella città, non sono persone come noi. Devono avere facce diverse, vite diverse, case diverse. Sono come alieni infiltrati nel nostro sistema perfetto. Appena Roberto Spada si rivela, ecco che lo riconosciamo: guardalo, con quella faccia, è palesemente un criminale, un poco di buono. Si vede chiaramente, glielo si legge in faccia. Guarda com’è violento, come scatta. Una persona normale non farebbe niente del genere. Noi non faremmo niente del genere, noi siamo bravi cittadini. Sono loro i colpevoli di tutto.

Il motivo per cui sentiamo il bisogno di documentarci sulle vicende giudiziarie ostiensi è che abbiamo bisogno di costruire l’alterità per definire noi stessi, e definire noi stessi per escludere l’alterità, allontanarla, farne spettacolo, oggetto di studio. Allontanarla e sentirci al sicuro, convincerci che noi, i giusti, non siamo e non possiamo essere in nessun grado colpevoli: sono loro, gli altri, gli alieni che rovinano il nostro sistema perfetto, loro dell’altra fazione, nettamente divisa, e per fortuna lontana.

A un tangentista, a un omertoso, non riserviamo che l’accusa di complicità, annacquata da un empatico senso di autoconservazione: che altro deve fare? Evadere il fisco è reato ma non è peccato, quella donna deve proteggere i suoi bambini non può esporsi. Quando lo stato non c’è, la mafia balla, e lo stato non c’è mai, è un ente invisibile che possiamo personificare occasionalmente lanciando invettive contro i nomi. E tuttavia l’esercizio dell’invettiva, che pure esaurisce i postumi della sbronza elettorale, è tautologico e tutt’al più rilassante. Ciò di cui abbiamo bisogno è guardare in faccia i colpevoli, personificare il nostro malessere. Un tangentista è un uomo d’affari oppresso dal fisco, un omertoso un uomo cauto. Perfino un assassino cessa di essere un assassino dopo aver compiuto il delitto. Ma un mafioso no, non cessa mai di essere ciò che è: il nostro doppelganger, un uomo della strada, che vive e prospera nell’anti-stato. La sua esistenza, speculare alla nostra di bravi cittadini, è un fatto che ci indigna, ci frustra, ci intriga.

E così l’industria dello spettacolo ci mostra il reietto per eccellenza, per darci modo di disprezzarlo in pubblico e ammirarne segretamente la ribellione, e si immolano due o tre malavitosi sull’altare sacrificale della gogna mediatico-giudiziaria, mentre il popolo grida e il silenzio cala sul sistema. Fino alla prossima testata.


Operazione Astra: termine di Roland Barthes, designa l’atto di denunciare una parte per salvare il tutto

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