Rubriche – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 30 Oct 2026 21:00:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il dottor Felkin e la camera dei segreti (Victoriana 4) https://www.carmillaonline.com/2008/10/06/il-dottor-felkin-e-la-camera-dei-segreti-victoriana-4/ Mon, 06 Oct 2008 02:59:51 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=2802 di Franco Pezzini

GoldenDawn.jpgLondra, dicembre 1901. Davanti a una colazione leggera, il dottor Robert William Felkin era pallido. Infinitamente più pallido delle maschere — avi corrucciati, boccacce di genî, demoni di chissà quali inferni — appese alla parete con altri ricordi delle avventure in Africa. E persino più pallido dell’Osiride verdognolo inquadrato a poche spanne dalla sua testa, in tinta coi misteriosi fenomeni che travolgono i cadaveri (lui era medico, ben lo sapeva) e insieme col rigoglio della vegetazione del Nilo. E in realtà più leggeva — perché non riusciva a buttar via il giornale — e peggio si sentiva. E [...]]]> di Franco Pezzini

GoldenDawn.jpgLondra, dicembre 1901. Davanti a una colazione leggera, il dottor Robert William Felkin era pallido. Infinitamente più pallido delle maschere — avi corrucciati, boccacce di genî, demoni di chissà quali inferni — appese alla parete con altri ricordi delle avventure in Africa. E persino più pallido dell’Osiride verdognolo inquadrato a poche spanne dalla sua testa, in tinta coi misteriosi fenomeni che travolgono i cadaveri (lui era medico, ben lo sapeva) e insieme col rigoglio della vegetazione del Nilo. E in realtà più leggeva — perché non riusciva a buttar via il giornale — e peggio si sentiva. E non era un sollievo pensare a quanti altri, in quel momento, si trovassero nella stessa condizione.
L’articolo affettava sdegno, ma trasudava un certo divertimento. La storia squallida di un processo per stupro intentato al sedicente Theo Horos (vero nome Frank Jackson) e alla presunta Swami sua moglie e complice si era infatti colorita di dettagli tanto grotteschi e piccanti da calamitare ormai da giorni l’attenzione del pubblico: un baraccone di turpitudini assortite, pirotecniche spudoratezze e ingenuità idiote che stava facendo la fortuna dei giornalisti. Tanto più che a testimoniare contro la coppia giungeva un corteo di personaggi da fare invidia al tè del Cappellaio matto.

Per esempio il signor Wood di Brighton, capo di una piccola setta religiosa, l’Esercito del Signore: molto impegnato nell’esatta traduzione dei termini biblici tohu e bohu e nel patrocinio di una dieta alimentare a base di erba appena tagliata, gesso e acqua, il brav’uomo era certo di reincarnare Re Salomone, e con tale nome d’arte era noto tra i fedeli. Peccato che, almeno per qualche tempo, fosse stato anche convinto che in Madame Horos rivivesse la Regina di Saba: un’ipotesi almeno avventurosa, a giudicare dai ritratti della signora sui quotidiani, e che mettevano a dura prova l’immaginario simbolista sulla Seduttrice del Mattino.
Di fianco all’articolo, quel giorno, c’era una sequenza di quattro bozzetti della Swami alla sbarra, che puntava teatralmente il dito, intrecciava le mani o sembrava ficcarsi un dito nell’orecchio (“In ascolto” diceva la didascalia), evidenziando impietosamente mole e pappagorgia. Il quarto bozzetto la vedeva addirittura reclina in ostentata posizione di preghiera o meditazione, e in effetti il signor Wood aveva inizialmente giudicato l’Unione Teocratica guidata dalla coppia come un movimento spirituale di altissima dignità.
Eppure, come ora spiegava in aula, in un secondo tempo l’opinione era cambiata: e sulla base di una certa variante a un versetto del libro di Daniele, aveva tratto il giudizio che l’Unione andasse abolita e distrutta. Per quanto la connessione col libro di Daniele non risultasse così chiara all’articolista (e probabilmente neppure al magistrato), era un fatto che proprio nella sacra dimora di Wood gli Horos avessero agganciato una delle vittime, tale Daisy Pollex Adams, poi plagiata con confuse argomentazioni religiose e velocemente portata a letto. A Daisy era stata conferita anche una presunta iniziazione ai misteri di un certo Ordine Ermetico: e Felkin si scoprì sudato — nonostante la stagione, e la pioggia gelata fuori dai vetri — nel leggere la descrizione del Pubblico Ministero. “Era stato eretto un trono, dove stava assiso Theo come sorta di gran sacerdote. Dall’altro lato della stanza la Swami sedeva su un altro trono; entrambi apparivano paludati di fantastici costumi a simboleggiare, si può supporre, la più elevata esistenza ch’essi conducevano. Nel mezzo della stanza sorgeva un altare, sul quale si trovavano una croce di colore rosso, vino e acqua, simboli occulti e lampade, queste ultime distribuite anche attorno; erano presenti anche altri celebranti e ministri dell’Ordine, ciascuno con ornamenti speciali in riferimento a incarico e grado specifico. Quanto tutto fu pronto, la candidata all’iniziazione fu bendata fuori dalla stanza, legata con una corda lungo tutto il corpo, poi condotta sulla soglia per l’ingresso. Un officiante le venne incontro, e fu celebrato un rito di purificazione, poi esteso a tutta la stanza. La candidata fu condotta per tre volte attorno…” e così via. Con tanto di testo di un giuramento che il dottor Felkin, purtroppo, conosceva bene.

Fu più o meno così che gli affiliati alla Golden Dawn, il più famoso ordine magico del mondo moderno, trovarono all’improvviso in pasto alla stampa popolare nome e misteri del proprio veneratissimo gruppo. Che, beninteso, non c’entrava affatto: l’abuso per pratiche assai poco mistiche di parole-chiave e rituali fraudolentemente carpiti rientrava nel consueto modus operandi della coppia Horos.
La presunta reincarnazione della Regina di Saba vantava frizzanti rapporti con la giustizia dai due lati dell’Atlantico, e un buon numero di pseudonimi. Il giornale ufficiale dell’Unione Koreshana (che lei sosteneva di aver fondato a soli dodici anni) menzionava la truffatrice spiritualista Dis Debar; il certificato di matrimonio con Jackson la chiamava principessa Edith Loleta, baronessa Rosenthal, contessa di Landsfelt di Firenze; e le successive avventure l’avevano vista accreditarsi quale Swami Viva Ananda, dottoressa Madame Helena, nonché Swami Santissima Madre del marito Theo… a sua volta presentato come incarnazione di Gesù Cristo e Divinità-Madre in corpo maschile per il nuovo movimento dell’Unione Teocratica (guidato ovviamente da loro). Non si erano limitati a piccole truffe: a carico di entrambi era l’abuso sessuale su alcune ragazze, convinte di impalmare Theo secondo un rito particolarmente sacro, e la violenza sulla sedicenne Adams che in ultimo dubitava della divinità di lui. E appunto per contrabbandare le loro pratiche, gli Horos si erano fatti belli di concetti e riti della Golden Dawn. L’indignato smarrimento di iniziati DOC come il povero dottor Felkin — figura nobile di medico-apostolo, indipendentemente da certe bizzarre opinioni professate — non doveva dunque rappresentare che la punta dell’iceberg. Moltissimi adepti minori si ritrassero sconvolti, e il sordido processo finì con l’influire sulla storia dell’esoterismo nel mondo moderno.
Non sembri ingeneroso soffermarsi su questa crisi, che nulla toglie alla straordinaria officina di sogni dell’esperienza Golden Dawn, sorta emblematicamente all’apogeo dell’età vittoriana e collassata al suo termine, frantumandosi in templi più o meno alleati o rivali. Fondato a Londra per iniziativa di un gruppo di Massoni cultori di magia, l’Ordine dell’Alba Dorata aveva raccolto alcuni tra gli ingegni più brillanti e inquieti del momento, come i letterati Yeats, Machen e Algernon Blackwood e l’attrice Florence Farr. Anzi sull’appartenenza alla Golden Dawn correranno vere leggende, voci infondate che vi arruolerebbero personaggi vicini all’ambiente quali Bram Stoker o Sax Rohmer, o invece presenze del tutto estranee come Stevenson, Lord Dunsany, Chesterton, Rider Haggard o Talbot Mundy. Ed è interessante notare come queste affiliazioni vere o presunte all’Ordine verranno giocate nei profili biografici dei singoli autori, quasi a giustificare tout court i loro interessi (in senso lato) fantastici grazie a riflessioni maturate nell’Ordine: ciò che in qualche caso risponde a verità, mentre spesso va relativizzato nel contesto di sogni e suggestioni assai più diffusi, o invece di interessi autonomi e personalissimi.
Ma si va oltre, e alcuni interpreti hanno creduto di connettere la data di fondazione della Golden Dawn — 1888 — col caso dello Squartatore, magari identificandolo nel coroner e occultista William Wynn Westcott, uno del triumviri fondatori dell’Ordine: un personaggio forse non limpidissimo, ma certo innocente. Il fatto è che attorno a questa istituzione magica si è strutturato un vero e proprio mito, nutrito dei suoi segreti iniziatici, delle suggestioni romanzesche del mondo vittoriano e dell’impatto dei suoi membri sulla storia della letteratura visionaria, ma anche di frecciate malevole e scandalismi d’epoca, affermazioni incontrollate della saggistica moderna e vere e proprie bubbole.
Per altro verso, tuttavia, il mito è fondato su dati concreti. Al di là di ogni salutare diffidenza verso il mondo dell’occulto, è impossibile non restare colpiti dalla ricchezza di dottrina di questi eruditi, dal lussureggiante fiorire di simboli a cui si appellavano, dai sogni febbrili intessuti nelle loro tecniche esoteriche: per esempio quella sui viaggi in astrale, coltivata in particolare nel gruppo della Sfera (sorto in seno all’Ordine attorno alla diva Florence Farr), e che prefigura certi trip postmoderni per il virtuale. Nel laboratorio Golden Dawn si tentava di coordinare ad ampio raggio e in termini di scuola i più diversi filoni dell’esoterismo colto approdati al mondo moderno, preludendo in qualche modo alle riflessioni di Jung: e se l’Ordine rappresentava per i massoni una risposta al disinteresse generale delle Logge verso l’occulto, divenne presto un approdo per simpatizzanti di tutte le classi sociali, spiriti insoddisfatti delle risposte tradizionali della religione e del materialismo, ma non attratti dallo spiritismo in gran voga, né dall’esotismo della Società Teosofica.
Da un certo punto di vista, la Golden Dawn doveva rappresentare per i suoi membri un club non molto diverso da altri, un luogo di incontro con amici dai medesimi interessi: ma al contempo la suggestione dei temi e il senso stesso di una ricerca collettiva lo resero un’esperienza unica. Alla severa formazione delle sue cattedre confluì un corpo vastissimo di tradizioni soprattutto occidentali, trasmesse lungo un dedalo di cerchie rosicruciane, massoniche e illuminatiche: e, a suggerire qualche brivido aggiuntivo, tutto veniva avvolto di un manto impenetrabile di mistero. Terribili obbligazioni vincolavano alla segretezza gli adepti: e anche per questo il pubblico profano — e gli stessi iniziati inferiori — in occasione del caso Horos finirono col travisare completamente il senso dei fatti.
Qualche critico ha citato l’incenso e l’orina per evocare l’atmosfera in cui si muoveva un mago antico, lo scrittore latino Apuleio (II sec. d.C.): anche nel suo caso un processo un po’ squallido — che ci lascia la fortunata autodifesa De magia — aveva visto connessioni tra esoterismo e interessi profani (in quel caso il supposto plagio per magia della vedova Pudentilla da lui impalmata). Se ovviamente il povero Apuleio ha poco a che vedere con l’arcitruffatrice Madame Horos, la dialettica tra sacrario e latrina — o piuttosto bordello — non rappresenta qualcosa di troppo raro nelle camere dei segreti, con buona pace di Harry Potter. E d’altra parte l’impatto deflagrante del caso Horos sull’Ordine era preparato da una crisi sorda, maturata negli anni, tra personaggi di indubbia statura intellettuale ma alla deriva tra menzogne e incompatibilità caratteriali, narcisismi assortiti e interessi di piccolo cabotaggio. Proprio questo contrasto stridente tra sogni elevati e beghe di cortile rende il tramonto della Golden Dawn un teatrino paradigmatico di infinite miserie dei gruppi dell’età moderna, e non solo quelli iniziatici.
In Italia continuano ad apparire opere sull’Alba Dorata, ma in genere di carattere tecnico, cioè edizioni di testi dal suo deposito esoterico, con dottrina e istruzioni più o meno “pratiche”. Francesco Dimitri, nel bellissimo saggio Comunismo magico (Castelvecchi) ha ben mostrato come istanze progressive di rinnovamento della società siano state espresse anche col linguaggio dell’occultismo: tuttavia i fremiti ombelicocentrici che ci vediamo intorno non autorizzano nell’oggi, almeno da noi, eccessive illusioni sul livello delle aspettative da una formazione magica.
Al contrario, sulla storia della Golden Dawn in Italia si è fermi al saggio di Francis King (Ritual Magic in England — 1887 to the present day, intitolato per Mediterranee Magia rituale. Dai Rosacroce alla Golden Dawn), fondamentale ma non recente (1970). In particolare restano intradotti gli studi di R.A. Gilbert, al presente la maggiore autorità in materia, che offrono materiali affascinanti per una contestualizzazione culturale del fenomeno e anche per una storia della letteratura legata all’Ordine. Compresa quella fantastica, tra i linguaggi forse più fedeli alla magia dell’Alba Dorata.

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L’Arconte dell’impunito (Victoriana 3) https://www.carmillaonline.com/2008/07/10/larconte-dellimpunito-victoria/ Thu, 10 Jul 2008 03:14:53 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=2706 di Franco Pezzini

Moriarty.jpgTra i personaggi più interessanti e provocatori — specie dal nostro punto di vista — della mitologia vittoriana figura certamente il professor Moriarty, l’arcinemico di Sherlock Holmes. Occasione per parlarne è l’uscita qualche mese orsono della versione dvd di Sherlock Holmes — La valle del terrore distribuito da Perseo Video, un film non notissimo che però merita la visione. Sherlock Holmes und das Halsband des Todes (tale il titolo originale), 1962, costituisce un austero ed elegante bianco e nero di produzione franco-germano-italiana: ma il regista è quel britannicissimo Terence Fisher noto per aver celebrato i grandi miti orrifici [...]]]> di Franco Pezzini

Moriarty.jpgTra i personaggi più interessanti e provocatori — specie dal nostro punto di vista — della mitologia vittoriana figura certamente il professor Moriarty, l’arcinemico di Sherlock Holmes. Occasione per parlarne è l’uscita qualche mese orsono della versione dvd di Sherlock Holmes — La valle del terrore distribuito da Perseo Video, un film non notissimo che però merita la visione. Sherlock Holmes und das Halsband des Todes (tale il titolo originale), 1962, costituisce un austero ed elegante bianco e nero di produzione franco-germano-italiana: ma il regista è quel britannicissimo Terence Fisher noto per aver celebrato i grandi miti orrifici della Hammer, da Frankenstein a Dracula, in particolare con l’immortale coppia di Peter Cushing e Christopher Lee. Che Fisher diresse anche nel famoso La furia dei Baskerville (The Hound of the Baskervilles), 1959 sempre per la Hammer, dove il primo è un Holmes in serrato dialogo col proprio intelletto e il secondo l’erede Baskerville minacciato dalla maledizione.

Cushing, in seguito, ricoprirà ancora e a più riprese il ruolo del segugio di Baker Street, di cui è considerato uno degli interpreti migliori: e sicuramente il suo Van Helsing (dal Dracula del ’58 in avanti) ricorda più Holmes che il tarchiato olandese descritto da Stoker. Ma per La valle del terrore il detective è interpretato da Lee, che a sua volta ripresenterà la maschera in successive produzioni: e questo gioco di attrazioni / rifrazioni tra personaggi di Conan Doyle e Stoker e relativi interpreti “canonici” ha portato a una serie di suggestivi corti circuiti. Non ultimo quello su un possibile scontro tra Holmes e Dracula: al punto da generare la leggenda di un ultimo film Hammer, Dracula Walks the Night, annunciato dalla stampa nel 1972, che avrebbe dovuto contrapporre i due personaggi nella Londra nebbiosa del 1895. Nel cast ci sarebbero stati Lee (ovviamente Dracula), Cushing (ovviamente Holmes), James Donald, Barbara Shelley, Michael Ripper e parecchi altri volti noti con un budget di £ 288.500, più i nomi di Terence Fisher come regista e Anthony Hinds come produttore; e alcune riviste parlarono di una produzione Hammer / Brockridge, in associazione con Russ Jones.
In realtà il presunto progetto, qui e là citato per autentico ma smentito a suo tempo dalla stessa Hammer, costituisce il frutto dell’affascinata fantasia di un fan: e se da un lato rimanda alla stuzzicante epopea dell’unfilmed Hammer — il tesoro di idee filmiche non utilizzate dalla casa britannica — dall’altro la dice lunga sulla potenza mitopoietica della sua avventura. Ma se al cinema Holmes ha incontrato Dracula solo attraverso un’osmosi legata agli interpreti, la letteratura ha fatto il grande salto: Fred Saberhagen in The Holmes-Dracula File, 1978, vede i due personaggi addirittura collaborare al servizio del bene; mentre, in modo più rispettoso della saga — e, diciamocelo, più convincente — Loren D. Estleman ne descrive lo scontro nel delizioso Sherlock Holmes vs. Dracula, 1978, da noi oggi appena approdato per i tipi Gargoyle (Sherlock Holmes contro Dracula, 2008).
D’altro canto, non manca chi abbia accostato a Dracula proprio il tenebroso arcinemico di Holmes, che ne La valle del terrore appare interpretato dal grande attore tedesco Hans Söhnker. Con una certa libertà, è vero, sul romanzo di Conan Doyle The Valley of Fear, 1915, visto che nel film il Napoleone del crimine non è un matematico e un fisico come nel canone sherlockiano, ma un dotto ed equivoco cultore di archeologia.
Moriarty vede la luce — letterariamente parlando — nel 1893. Conan Doyle intende eliminare dalla propria vita quell’Holmes che ormai fa ombra a qualunque sua altra opera, e dedicarsi a “more serious literary work”. Il tentativo pare andare a segno col racconto The Final Problem, dicembre 1893, dove il detective e la sua nemesi sembrano sparire avvinghiati nelle cascate del Reichenbach in Svizzera; ma le insistenze dei lettori costringeranno Conan Doyle e porre in scena un rocambolesco ritorno di Holmes in The Adventure of the Empty House nel settembre 1903. Dove veniamo a scoprire che non è morto nella cascata, ma ha vagato per tre anni sotto falsa identità onde sfuggire al braccio destro del defunto, l’insidioso colonnello Moran, che riuscirà infine a incastrare al ritorno a Londra.
Certo i caratteri di Holmes sono quelli di un eroe mitologico: e dunque il nemico progettato per ucciderlo deve presentare uno statuto non meno eminente — nel male, è ovvio. A fronte infatti della relativa normalità dei casi criminali che costellano la carriera narrata da Watson, quale specchio di complessità e squallore della cronaca nera di ogni tempo e paese, l’apparizione di Moriarty sovverte il meccanismo seriale con una cesura drammatica: e nell’ambito di un ciclo epico dalle rigorose articolazioni razionali, l’ingresso del Professore, la progettata fine dell’Eroe e la sua inattesa ricomparsa appaiono segnati da motivi diversi, visionari e parareligiosi. Alcuni commentatori hanno rilevato il clima improbabile di The Final Problem, la persecuzione quasi onirica ricondotta da Nicholas Meyer (The Seven-per-cent Solution, 1974) al delirio da cocaina, e in effetti non si tratta di un caso da risolvere quanto di una morte da celebrare: ma la chiave più calzante resta probabilmente quella religioso-antropologica, angelologica, apocalittica. Nel mondo positivista di Conan Doyle, che persino nell’accesso allo spiritismo tenterà di rileggere in senso moderno e scientifico-sperimentale categorie dell’educazione cristiana (la Nuova Rivelazione, appunto), l’Arcicriminale riconduce la figura del classico vilain della letteratura gotica e popolare al Maligno per eccellenza. Moriarty, spiega Holmes, è un “Napoleon of crime” di genio: appare matematico insigne e autore di un trattato sul teorema binomiale, forse in eco dell’impunito Jack the Ripper firmatosi una volta “Mathematicus”. Ma insieme è vertice inafferrabile di un’organizzazione criminale titanica e complessa dal cuore di una Londra capitale della Civiltà: insomma un nemico assoluto dell’umanità, ciò di più simile al diavolo che il sistema potesse comprendere.
The Final Problem inscena una sorta di passione di Holmes, lo vede tentare da Moriarty, scatenare contro di lui la battaglia finale, poi fuggire una fuga escatologica (nel senso tecnico-letterario attestato per la comunità perseguitata) e duellare sull’abisso dove precipita il nemico — e dove sembra morire lui stesso, in un tributo al sublime (la Svizzera romantica e gotica), al gesto definitivo (la morte in singolar duello) e alla vertigine teologica dell’Apocalisse. Il rettilesco Moriarty che cade nell’abisso è la proiezione laicizzata del Dragone cadente Satana: e la riemersione di Holmes da quella stessa voragine di morte culmina nel suo riapparire dopo il tempo simbolico, di resurrezione, di tre anni. Non è probabilmente un caso che Tolkien, a distanza di decenni, proponga la morte apparente dell’indagatore Gandalf nel duello sulla voragine, e attribuisca sapore sinistro al prefisso Mor- (Mordor, Moria…) di Moriarty e Moran. Mentre neppure Holmes avrebbe previsto i tragici echi cifrati nel titolo The Final Problem, la raccapricciante soluzione finale di un Male operante nella storia.
Partorito per distruggere l’eccezionale Holmes, per azzerarlo quale corrispettivo di segno opposto (la matematica, ancora), il Professore non può esserne che una sorta di doppio, ombra e nemesi oscura — al punto che qualche commentatore li ha raccordati a uno stesso personaggio schizoide. Il grande detective si salva e dopo un tempo di resurrezione riappare ai lettori, ma la vicenda ha marcato definitivamente il prima e il dopo: e l’ultimo passaggio di Moriarty nel canone sherlockiano, il romanzo The Valley of Fear del 1914-15, si limiterà ad ampliarne il campo d’interessi all’astrofisica con un presunto, pionieristico saggio The Dynamics of an Asteroid.
Certo The Valley of Fear corregge parzialmente il tiro rispetto alla peculiarità formale, strutturale dell’apparizione di Moriarty in The Final Problem: il romanzo tratta di un caso criminale come altri, e come tale lo recepisce il film di Fisher. Ma la nebbia inafferrabile di cui Conan Doyle lascia circonfuso il professore anche in questa tardiva riemersione — la cui storia si ambienta, è ovvio, prima del duello di Reichenbach — non può che confermare l’impatto simbolico e mitologico del richiamo su un pubblico straordinariamente vasto.
Per questo, già nelle prime apparizioni teatrali di Holmes, Moriarty si presenta come avversario fisso; e su questo lavoreranno gli apocrifi letterari, con infinite variazioni sul tema. Senza pretese di completezza, pensiamo a The Return of Moriarty di John Gardner, 1974, dove alla scelta di un’equivoca non-belligeranza tra i due nemici in stallo supplirà l’opera di un oscuro funzionario di Scotland Yard; al già citato Meyer, che fa del “Napoleon of crime” l’innocuo e spaventatissimo ex-professore del cocainomane Holmes; a The Ultimate Crime di Isaac Asimov, 1976, che invece cerca di ricostruire le allarmanti teorie astrofisiche moriartiane. Anno Dracula di Kim Newman, 1992, vedrà il professore felicemente vampiro, per consolidare il proprio impero malefico e proseguire gli studi matematici oltre le barriere del tempo; e The List of 7 di Mark Frost, 1993, giungerà a contrapporre a un possibile prototipo “reale” di Holmes un fratello-ombra malvagio somma di Moriarty, Dracula e del mago Aleister Crowley — laddove un raccordo diretto tra l’Arcicriminale e il conte di Stoker (forse ucciso, secondo folklore, dall’acqua corrente del Reichenbach) è stato altrove proposto in parallelo all’identificazione tra Holmes e il presunto (simulato?) olandese Van Helsing. Ancora più recente, The Mandala of Sherlock Holmes di Jamyang Norbu, 1999 ricostruisce lo scontro finale in Tibet, negli “anni perduti” dopo il duello, tra i due sopravvissuti campioni del Bene e del Male; mentre su tale periodo e il dopo-Moriarty si diffonde The Oriental Casebook of Sherlock Holmes di Ted Riccardi, 2003.
L’assunzione teatrale di Moriarty a personaggio fisso tornerà ovviamente nel cinema, non disposto a farsi sfuggire la ghiotta occasione di un simile antagonista. Basti pensare ai tre volti del Professore in altrettante pellicole 1939, 1942 e 1945 contro Holmes-Basil Rathbone (George Zucco, Lionel Atwill e Henry Daniell, celebri vilain di pellicole avventurose e orrorifiche); alla maschera subdola offerta da Söhnker nel citato La valle del terrore e all’aria ambigua e spaurita di Laurence Olivier nella versione cinematografica del romanzo di Meyer, 1976; e, lo stesso anno, al cameo luciferino di John Houston in Sherlock Holmes in New York. Ancora nel 2003, il criminale totale di The League of Extraordinary Gentlemen di Stephen Norrington ispirato liberamente allo splendido fumetto di Alan Moore e Kevin O’Neill si svelerà alla fine il Professore sopravvissuto a Reichenbach (Richard Roxburgh, nel 2004 Dracula in Van Helsing). E d’altro canto proprio da Moriarty erano già germinati epigoni letterari e cinematografici come il terribile dottor Lipsius di The Three Impostors di Arthur Machen (del ’95, dunque immediatamente successivo a The Final Problem e ammiratissimo da Conan Doyle) e, con qualche spruzzata di mitologia del Mad Doctor e di angoscia espressionistica del Tiranno, il Fu Manchu di Sax Rohmer e il Mabuse langhiano, proiezioni deformate delle ombre di un’epoca.
Resta aperta la ricerca sulle fonti ispiratrici: e a parte i modelli letterari, l’impunità di Moriarty sembra trovare qualche punto di raffronto in quella di Jack lo Squartatore, appunto il “Mathematicus” operante pochi anni prima (1888) nella stessa Londra. Certo, cambia totalmente il profilo del criminale, prima ancora del movente: e più vicino all’imprenditore del crimine dipinto da Doyle e candidato più credibile pare Adam Worth, partito borsaiolo da strada ed evoluto via via in rapinatore, boss internazionale e uomo d’affari, arrestato in Belgio proprio nel 1893 (cfr. la biografia di Ben Macintyre, The Napoleon of Crime, HarperCollins, London 1997). Mentre, per il nome dell’Arcicriminale, un’ipotesi suggestiva di Massimo Introvigne lo vorrebbe derivato da quello di Theodore William Carte Moriarty (1873-1923), un professore angloirlandese massone ed esoterista. L’interesse per l’occulto non gli impedì una posizione molto critica verso lo spiritismo, che tanto successo riscuoteva al tempo e di cui lo stesso Conan Doyle (abbiamo visto) era seguace: donde forse, per antipatia, il nome all’Immenso Cattivo.
La proposta potrebbe risultare problematica per motivi di datazione (Sir Arthur iniziò ad interessarsi di spiritismo nel 1880, ma solo nel ’15 si dichiarerà soddisfatto delle prove raccolte); però di sicuro l’esoterista Moriarty fu modello di un altro personaggio legato all’immaginario su Holmes, cioè il protagonista della raccolta The Secrets of Doctor Taverner di Dion Fortune, 1926. Al secolo Violet Mary Firth, Dion Fortune (1890 o 1891-1946) fu narratrice di qualche virtù, e il testo in questione — con il dottore psichico Taverner che fronteggia i più vari fenomeni paranormali — rappresenta forse il più godibile della sua produzione per un pubblico odierno: ma la scrittrice gallese fu soprattutto un nome insigne dell’esoterismo del XX secolo, un’occultista perbene che attraverso contatti con varie scuole — gli epigoni della leggendaria Golden Dawn, la Società Teosofica, il gruppo di Moriarty di cui fu discepola — cercò di sposare la tradizione ermetica alle moderne scienze umane (Freud, Jung) nell’esaltazione del principio femminile, lasciando una vasta produzione saggistica. A Moriarty-Taverner, che l’aveva strappata alla crisi profonda (tre anni, come per la resurrezione di Holmes) causata da una presunta aggressione psichica, la legarono ammirazione e gratitudine: ne è traccia il rapporto tra il Taverner “Sherlock Holmes dell’occulto” e il fido assistente Rhodes, voce narrante che rammenta Watson. Una caratterizzazione, quella del Santo Esoterista taumaturgo delle anime, ancora in fondo nel segno dell’estremo.
Tuttavia l’Arconte dell’impunito mantiene ancor oggi una sua potenza simbolica: e in particolare rimane sullo sfondo — mitico, legato a istanze simboliche che continuano a interpellarci quali paradigmi e possibilità — della percezione corrente del diritto. All’epoca di Conan Doyle il pubblico delle riviste popolari aveva già incontrato infiniti “cattivi” più o meno sfuggenti alla giustizia, ma l’apparizione di Moriarty segna un momento significativo, in qualche modo di svolta: e cioè la compiuta recezione, nell’immaginario collettivo, dei limiti del principio probatorio, dell’inquietudine di un male eminente e sospettato ma impossibile da accusare in assenza di prove, e della complessità strutturale e sociale che rende agevole l’impunità. Si pensi alla tentacolare evoluzione del fenomeno mafioso, alle riflessioni sui “livelli” delle moderne architetture criminali, o a certe scatole cinesi societarie atte a favorire paraboliche impunità di gerarchi economici.
A differenza che per gli eredi di Rocambole, fino al simpatico Lupin e al pur inquietante Fantômas, nel caso di Moriarty non c’è spazio di ammirazione verso il criminale (o meglio è ammirato Holmes, non il lettore): ci troviamo in sostanza di fronte alla prima grande icona popolare dell’irresolubile dialettica tra indignazione di giustizia e saggezza garantista. La classica accusa volta agli inquirenti, in procedimenti anche recenti, di “seguire un teorema” evoca il mito dell’Arcicriminale non solo nella terminologia matematica cara a Moriarty ma nell’idea di uno stereotipo aggressivo, magari ideologico, in assenza o labilità di prove: e tuttavia proprio la storia recente — citare la via obliqua battuta per fermare Al Capone pare l’esempio più innocuo — mostra come la figura mitica possa trovare riscontri minacciosamente concreti tra le pieghe delle nostre complesse strutture sociali, economiche e politiche.
Certo la mitologia va trattata con prudenza, e più semplicemente la maschera di Moriarty evoca una terribile possibilità. Mentre poco importa che gli arcimpuniti postulati, sospettati e (a volte) smascherati risultino tanto distanti per genio e cultura dal nemico di Sherlock Holmes.

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La Zona Amorfa n.3 – I nuovi profeti https://www.carmillaonline.com/2006/11/19/la-zona-amorfa-n3-i-nuovi-profeti/ Sun, 19 Nov 2006 19:59:58 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=2021 thumb_armata_brancaleone.jpgdi Emiliano Mattioli

Una volta fare il catastrofista era una professione faticosa. Occorreva prepararsi un discorso, premunirsi di scaleo e pannello di cartone con scritto a pennarello "Pentitevi" o qualcosa di simile e andare in una piazza a infastidire i passanti, sfidando il caldo dell’estate e il freddo dell’inverno; tutto questo fino all’arrivo della polizia. Ora esistono internet e i newsgroup. Si può ben terrorizzare le masse stando comodamente seduti. Bastano un computer anche vecchio e una connessione telefonica. Sempre tenendo conto che tutto questo durerà fino all’arrivo della polizia.. comodamente e a casa vostra!

Tutto nasce su un newsgroup, [...]]]> thumb_armata_brancaleone.jpgdi Emiliano Mattioli

Una volta fare il catastrofista era una professione faticosa. Occorreva prepararsi
un discorso, premunirsi di scaleo e pannello di cartone con scritto a pennarello
"Pentitevi" o qualcosa di simile e andare in una piazza a infastidire
i passanti, sfidando il caldo dell’estate e il freddo dell’inverno; tutto questo
fino all’arrivo della polizia.
Ora esistono internet e i newsgroup. Si può ben terrorizzare le masse
stando comodamente seduti. Bastano un computer anche vecchio e una connessione
telefonica. Sempre tenendo conto che tutto questo durerà fino all’arrivo
della polizia.. comodamente e a casa vostra!

Tutto nasce su un newsgroup, un gruppo di discussione, in lingua inglese: alt.prophecies.nostradamus.
Il giorno 31 di Agosto 2001 l’utente Xinoehpoel scrive questo messaggio
(traduzione mia):
Oggetto: 911
Qualcosa accadrà domani. E’ una testimonianza contro tutti in questo
newsgroup. Odio questo newsgroup e tutti quelli che ci scrivono fanno schifo.
PENTITEVI! Siete dei bugiardi malvagi! Non siate così malvagi, siate
santi. Mi farete uccidere a causa della verità della mia bocca. Non vi
dirò che cosa accadrà fino a che il fatto non sarà compiuto,
questo perché una MALVAGIA e traditrice generazione è in cerca
di un segno.

Ovviamente il 1° di Settembre non succede proprio un bel nulla. L’utente
Thomas S. McDonald, la sera, lo rimbecca facendo notare l’errore:
Oggetto: Re: 911
Caro Xin,
Beh, il tuo domani era ieri. Ora ci dirai che cos’era quello che è successo?
Pace,
Tom McDonald

La risposta arriva, c’è un rapido scambio di battute. Il tono di McDonald
diventa sempre più sarcastico, quello di Xinoehpoel sempre più
nervoso e più oscuro.
Il giorno 4 settembre 2001, incalzato dai vari utenti, il profeta spara una
sentenza piuttosto dura:
Oggetto: Re: 911
Aspettate 7 giorni, e poi forse vi risponderò. Sapete, andrò
via questi sette giorni, e non sentirete più parlare di me.

Una settimana dopo accade l’attentato al World Trade Center. La sera stessa
Xinoehpoel scrive:
Oggetto: Re: 911 GOD HELLP US!!!
7 giorni fa dissi che 7 giorni da quel giorno avrei spiegato il significato
della mia profezia 911. Una testimonianza contro tutti in America!!! NOI, l’urlo
dei vostri peccati ha raggiunto il cielo!!! Ora andrò via. La testimonianza
è così completa. Dopo questa, se la gente non si pentirà,
ci sarà una testimonianza ANCORA PIU’ GRANDE, e una punzione ANCORA MAGGIORE
se non si pentirà (Ovviamente non lo faranno! Solo gli individui si pentono,
mai le intere nazioni!) Non siate stupidi SUSA
[nota: SUSA sta per Satan
USA]. Bin Laden non è il responsabile di questi attacchi. SATANA stesso,
il DIO della TERRA è responsabile per questi attacchi, il vostro stesso
RE!! Controllate la storia, vedrete! Sono una prova per vedere se gli americani
sono ABBASTANZA STUPIDI per scendere in guerra con una nazione completamente
INNOCENTE. Per vedere se l’America è ABBASTANZA STUPIDA per arrestare
persone INNOCENTI.

MALEDETTI CRISTIANI!!!
MALEDETTI POLIZIOTTI!!!
MALEDETTI IMPIEGATI DEL GOVERNO!!!
MALEDETTO ESERCITO!!!
MALEDETTI INSEGNANTI!!!
MALEDETTI CRISTIANI!!!

La coppa del vostro peccato è quasi piena. Dio sta per versare tutta
la sua potenza distruttrice sull’America. Scappate immediatamente. Non siate
partecipi dei peccati. Lasciate il vostro lavoro. Andate nelle zone desertiche
della terra. Vivete lì. Il mondo sarà distrutto. E’ inevitabile.
Potrete solo provare a portare con voi un po’ di gente. Che cos’altro potrete
fare?

X

Un altro noto profeta della rete, Sollog, aveva già fatto la
comparsa sullo stesso newsgroup tramite l’utente eLnIn l’undici settembre
del 1998:
Oggetto: SOLLOG PREDICTS 911 EMERGENCY!!!!!
SOLLOG DICE CHE IL 911 CI SARA’ UNA GRANDE EMERGENZA IN WASHINGTON DC
UN’ALTRA GARANTITA DA SOLLOG L’UNICO DIO!!!!

LEGGETE E PIANGETE STUPIDI!!!!

Ora, l’undici settembre del 1998 non è successo niente. Nel 2001, se
si esclude una forzatura metonimica capitale/nazione, Washington DC non è
stata toccata da eventi terroristici, sebbene il volo United 93 sembra fosse
diretto verso la Casa Bianca o il Campidoglio. Detto questo potrebbe anche essere
una coincidenza fortuita se non fosse che il nostro Xinoehpoel, nelle sue interviste,
prende questo intervento di Sollog come primo avviso.

Sollog, al secolo John Patrick Ennis, successivamente ha anche previsto la
distruzione di New Orleans, sebbene questa cosa faccia più impressione
a noi non statunitensi, in quanto la città, per conformazione geografica,
è soggetta ad alluvioni. Attualmente è nei guai per la giustizia
per guida in stato d’ebbrezza e per aver provocato un incidente in cui si è
ferito in modo grave un poliziotto. Inoltre in passato ha avuto dei problemi
per i suoi "avvertimenti" a persone importanti. Quelli che per lui
erano tentativi di avvertimento (al giornalista Howard Altman mandò dei
fax per avvertirlo di stare attento alla posta perché avrebbe potuto
contenere esplosivi) venivano visti come delle vere e proprie minacce.

Se tutto questo fosse vero ci sarebbe da preoccuparsi, anche perché
la prossima minaccia prevista da Xinoehpoel è l’impatto di Marte sulla
Terra nel 2008
causato dagli alieni con conseguente cambio del clima…
qui pecca un po’ di ottimismo, se Marte si scontrasse con la Terra non credo
rimarrebbe niente di intatto… a meno che Marte non sia tufaceo e in gran parte
cavo all’interno. Ma come tutti i misteri ha scatenato diverse spiegazioni,
alcune delle quali razionali altre meno:

– Xinoehpoel era uno degli attentatori e qualcun altro (forse suo fratello)
ha risposto al suo posto nei messaggi successivi e alle interviste (notevole
quella rilasciata al Van’s Hardware Journal in cui ammette che non è
stata Al Qaeda ma cittadini americani sotto il diretto controllo mentale di
Satana). Questo è assolutamente non provato.
– Xinoehpoel è stato solo fortunato, e ha cavalcato l’onda della sua
fortuna diventando famoso e mettendosi nei guai con la giustizia. A favore di
questa tesi il fatto che l’avviso fosse per il 1° di settembre 2001, giorno
assolutamente anonimo, anche se l’oggetto era 911, ovvero undici settembre nel
modo anglosassone di scrivere le date, fin dall’inizio. In realtà sono
state date delle spiegazioni operando sui numeri in modo che comunque i conti
tornassero (il giorno successivo al 31 agosto, il primo di settembre, è
scritto alla maniera anglosassone 9/01/01, togliendo gli zeri 911) ma del resto
se prendiamo dei metodi totalmente arbitrari di fare operazioni coi numeri,
possiamo ottenere qualsiasi cifra. E’noto ad esempio cercare di dimostrare che
qualcosa è un anticristo con diverse operazioni matematiche il cui risultato
è sempre 666. Se per questo è anche inquietante che 911 è
il numero d’emergenza negli USA (tipo il nostro 113).
– Xinoehpoel fu informato. Il 29 giugno un file PGP criptato venne mandato a
un grande numero di persone sui newsgroup alt.prophecies.nostradamus, alt.conspiracy,
alt.astrology, sci.archaeology e sci.astro. Solo chi è in possesso della
chiave è in grado di decriptarne il messaggio, ma certi esperti informatici
ci riuscirono con altri mezzi. Il risultato era una semplice sequenza di insulti
e volgarità. Secondo un articolo pubblicato sull’Hindustan Times, l’organizzazione
di Osama bin Laden utilizza messaggi pornografici in codice per sviare l’attenzione
dai filtri automatici dei servizi segreti occidentali. La mail di Xinoehpoel
era fra i destinatari di questo messaggio. Nella stessa lista c’era anche un
altro indirizzo mail che potrebbe essere quello di Xinoehpoel al contrario (gioco
a cui il "profeta" era già abituato: Xinoehpoel sarebbe Leo
Pheonix, un altro nome con cui scriveva, al contrario). Se questa teoria sembra
essere ragionevole è però viziata da diversi fatti: anzitutto
non sarebbe chiaro il motivo di tutta questa messinscena, secondariamente l’FBI,
insospettita da queste strane profezie, ha investigato a lungo non trovando
niente. Se fosse stato anche lontanamente sospetto non sarebbe stato liquidato
come innocuo così in fretta.

La verità su questa cosa non è facile. Se da un lato i fanatici
del complotto hanno, non solo pane, ma anche formaggi e focacce all’olio per
i loro denti, per cui la notizia è rimbalzata in tutto il globo fino
a qui, è anche vero che hanno creato una valanga con tutte le ipotesi
non confermate, per cui al momento attuale è davvero molto difficile
separare la pula dal grano.
A me personalmente, la fine del mondo mi piace pensarla come questo filmato
flash: http://www.endofworld.net/

Fonti e links:
http://en.wikipedia.org/wiki/Xinoehpoel
– Articolo della Wikipedia inglese su Xinoehpoel
http://en.wikipedia.org/wiki/Sollog
– Articolo della Wikipedia inglese su Sollog
http://xinoehpoel.united.net.kg/xinoehpoel/xinoehpoel.com/index.htm
– La homepage di Xinoehpoel
http://xinoehpoel.united.net.kg/main-911.htm
– Un resoconto sulla profezia di Xinoehpoel
http://www.vanshardware.com/
– L’intervista a Xinoehpoel da parte di Van’s Hardware
http://groups.google.it/
– Il thread originale su alt.phropecies.nostradamus su Google gruppi

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Cronache di Bassavilla 64 https://www.carmillaonline.com/2006/07/03/cronache-di-bassavilla-64/ Mon, 03 Jul 2006 02:42:27 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=1834 CUSTODES BESTIAE

di Danilo Arona

CustodesBestiae.jpg C’è nell’aria profumo di rinascita del cinema italiano. Quello di genere, intendo, il noir e l’horror che piacciono a noi. I “presagi” non mancano. E le nostre Cronache, che ormai da più di un anno si snodano sui percorsi periferici di quella italica Transilvania che si chiama Piemonte, non possono esentarsene. Il gossip più significativo riguarda il progetto coordinato dal grande Steve Della Casa titolato Italian Masters of Horror che, grazie alla regione Piemonte con la collaborazione della Dania Film e dell’Istituto Luce, porterà alla realizzazione di quattro lungometraggi horror, tutti quanti girati in questa [...]]]> CUSTODES BESTIAE

di Danilo Arona

CustodesBestiae.jpg
C’è nell’aria profumo di rinascita del cinema italiano. Quello di genere, intendo, il noir e l’horror che piacciono a noi. I “presagi” non mancano. E le nostre Cronache, che ormai da più di un anno si snodano sui percorsi periferici di quella italica Transilvania che si chiama Piemonte, non possono esentarsene. Il gossip più significativo riguarda il progetto coordinato dal grande Steve Della Casa titolato Italian Masters of Horror che, grazie alla regione Piemonte con la collaborazione della Dania Film e dell’Istituto Luce, porterà alla realizzazione di quattro lungometraggi horror, tutti quanti girati in questa terra che, l’ho già scritto sino alla nausea, offre location e quanto mai specifiche “paure del territorio”, linfa e al contempo genetica “diversità” del fantastico italiano: nomi come Umberto Lenzi, Lamberto Bava, Sergio Martino e Nicola Rondolino per altrettanti titoli di cui potrete leggere nei siti specializzati in rete.

Un altro bel segnale proviene dal trentaseienne friulano Lorenzo Bianchini che, con quattro soldi e tecnica digitale, ti inchioda alla sedia per 100 minuti con un piccolo e tesissimo gioiello che s’intitola Custodes Bestiae e che possiamo solo vedere solo in DVD (peraltro non un limite, viste anche recenti uscite come H2ODIO di Alex Infascelli e AD Project di Eros Puglielli pensate espressamente per il mercato dell’home video): un film girato da un autentico appassionato e che, come tale, non può esimersi da omaggi e citazioni ben evidenti (l’Avati de La casa dalle finestre che ridono, certo Argento, insert spettrali d’ispirazione iberica alla Amenabar o alla Balaguero), ma che esprime senza cedimenti e compromessi una più che genuina traccia di originalità territoriale in grado di dimostrare, qualora ve ne fosse bisgono, l’assoluta ricchezza del folclore nostrano. Una Factory di amici e collaboratori fidati (Massimiliano Pividore, Alex Nazzi, Giorgio Berlino e altri), una trama misteriosamente articolata ma coerente e una colonna sonora da brividi firmata da Giulio Venier: il resto è inventiva, originalità e freschezza, in grado di ben sopperire ai limiti tecnici che, nel caso in questione, non appaiono quasi mai come un difetto.
La trama ruota attorno a una pericolosa indagine compiuta sul lato oscuro del quotidiano da un giornalista e da un anziano professore universitario, laddove misteriose fotografie in bianco e nero e un affresco da restaurare fanno intravedere tenebrosi squarci di un’antica e insondabile realtà storica in grado di proiettare una mortifera ombra nel presente: una provincia chiusa con troppi scheletri nell’armadio, i piccoli paesi attorno a Udine che sembrano certi posti dell’altro mondo cari a Lovecraft, preti satanici al servizio dell’Ombra, Satana che tutto è men che metafora e una rilettura storica dei tempi dell’Inquisizione che va oltre Ginzburg… Insomma, mi fermo qui, altrimenti scopro tutte le carte di Bianchini e non sta bene, soprattutto nei confronti di chi non ha mai visto il film e vorrebbe farlo, magari dopo aver letto quest’articolo.
Aggiungo solo che Custodes Bestiae è quasi tutto parlato in friulano (con i sottotitoli, altrimenti sarebbe dura), che è una scelta strepitosa al di là delle contingenze ambientali (il friulano è una lingua che “occulta” tanti suoi significati ed è sovente portatrice di qualche spiazzante sottotesto) e che Lorenzo annovera nel suo curriculum altri, interessanti titoli di genere (Radice Quadrata di Tre, Film sporco) e i cortometraggi Paura dentro, Smoke Hallucination e I denti della Luna. Scopritelo, accidenti…
E che c’entra Bassavilla? C’entra. Guardate bene nel buio perché Bassavilla è ovunque. E se c’è un film che lo dimostra è proprio Custodes Bestiae dove si supera persino il vecchio assioma degli anni Ottanta dei “peccati di provincia” e che ammiccava al noir come unica soluzione letteraria per portarli alla luce. Nel nuovo Millennio, ormai già vagamente rugoso, il noir sta cedendo all’horror i suoi grimaldelli investigativi, ricordandoci che le avanguardie del gotico padano — con le sue storie da veglia in cascina e quei grumi d’immaginario fluttuante che sanno al contempo di Avati e di Baldini, di Medio Evo alla Evangelisti e di incubi senza tempo alla Sclavi – già ci parlavano in tempi non sospetti di orrori inguardabili sepolti nell’oblio di campagne e vigneti. Tra dolci colline di sangue (dove Mario Spezi e Remo Guerrini hanno, ognuno per il suo verso, dimostrato che “le colline hanno gli occhi”) e arcaici quanto sanguinosi ritualismi, tra mostri di Firenze e serial killer dei treni, tra centinaia di case autenticamente infestate e orripilanti massacri irrisolti, tra enigmatiche scomparse di bambini e presunti scoop satanici, c’è un fiume di porpora che attraversa, collegandole, cronaca vs. fiction e storia vs. leggenda, contrapponendole o incistandole l’una nell’altra. E’ da qui che scaturisce l’autentica e, sovente, negletta “paura del territorio”, la Bassavilla Zone di ogni regione italica.
C’è un passaggio che non rivelo verso la fine di Custodes Bestiae che appare quanto mai pertinente a queste caotiche considerazioni e che mi ha fatto venire in mente racconti e ricordi dell’infanzia quando si sentiva dire che in un certo paese tra Ovada e Bassavilla (permettetemi di ometterne il nome per non finire lapidato…) gli abitanti non apparivano così tanto normali perché frutto e genetico retaggio di rapporti “contro natura” tra consanguinei per non dire di un peggio che si ometteva sempre tanto sembrava insostenibile il raccontarne. Era da quelle parti dove un’indimenticabile “nonna di paese”, che si chiamava Toscana e oggi non è più, ambientava uno dei suoi più cupi racconti, spergiurando ogni volta che non si trattava di una favola da veglia ma di un autentico fatto di cronaca, mai finito sui giornali per ovvii motivi. Si trattava della storia “della notte in cui nacque la bestia”, una nottata di tregenda in cui una contadina non sposata che viveva da sola nell’isolamento della campagna molto fuori dal paese, diede alla luce quello che Toscana definiva come “un piccolo coccodrillo”, verdastro, con la coda e ricoperto di scaglie, e che morì per fortuna quasi subito dopo il parto.
Noi, ragazzini, non davamo il minimo peso a storie del genere. Ci sembravano bufale create appositamente per spaventare gli allocchi, e dovrei tuttora ragionarla così. Però capitò un giorno che i ragazzi più grandi ci portassero con loro a fare un giro in quel paese e lì io vidi un freak degno di Tod Browing che quelli del posto chiamavano la “donna Polifemo”, perché aveva un occhio solo e l’altro non formato. In realtà non fu di lei l’essenza ciclopica a spaventarmi e a restare impressa nella mente per la vita: fu una sua mano, a prima vista palmata, con le dita tutte attaccate l’una all’altra e con una sola, unica, unghia lunghissima e sporca che ricopriva lo spazio dall’abbozzato pollice all’abbozzato mignolo. Un trauma primario, degno dell’Altro Io di Musil.
Ma esiste un secondo “però” che nel mezzo di queste riflessioni ci sta proprio come il cacio sui maccheroni. E non si riferisce né a storie da veglia né a confusi ricordi d’infanzia. Come forse ho già scritto un po’ di tempo fa , mi è capitato di partecipare anni addietro a qualche puntata di un’ottima trasmissione radiofonica della RAI che si chiamava La notte dei misteri. Formula classica e invitta con ospiti in studio, più o meno “esperti”, e il popolo degli insonni che entrava in diretta da mezzanotte alle sei del mattino. Argomenti prediletti, questi: fantasmi, misteri, i confini della realtà dove non si capisce, ed è il bello del gioco, dove inizia o finisce la suggestione e dove domina il reale.
La notte cui faccio riferimento era dedicata al diavolo, al male e alle sette. Come già era capitato per un’analoga nottata sulle urban legends, la gente ridefiniva di telefonata in telefonata il suo concetto del tema del giorno e perciò spesso “si svisava” alla grande. Più o meno intorno alle tre telefonò un pompiere che raccontò di una sua esperienza avvenuta nella notte fra il 23 e il 24 novembre 1980 in Irpinia, in una delle zone maggiormente colpite dal disastroso terremoto che aveva squassato la Campania alle 19,30. Lui disse, con voce rotta dall’emozione, che con altri membri di una squadra di soccorso stava procedendo a tentoni nell’oscurità, tra focolai d’incendio e nuvole di polvere non ancora sfumate, quando capitò in una casa parzialmente crollata dal cui interno un gruppo di persone superstiti assisteva una giovane partoriente. Loro, i pompieri, si fermarono logicamente per portare il loro aiuto in quella situazione a dir poco estrema. Ma tutti furono sopraffatti dell’orrore quando videro che cosa uscì dal ventre della ragazza.
“Scappammo tutti in preda al panico, non me ne vergogno”, raccontò quel pompiere nel cuore della notte dei misteri. “La donna aveva partorito una specie di rettile, un piccolo coccodrillo che emetteva un verso terribile. I suoi parenti urlavano che in quella notte di terrore il diavolo era venuto alla luce.”
Io non lo so se c’è da crederci. Ma so che questa testimonianza dovrebbe stare negli archivi RAI. E, in qualche modo tutto suo, è una storia che manda in sollucchero i fan di David Icke e della sua Reptilian Connection, che sostiene l’ibridazione dell’umanità con progenitori rettili, veri dominatori dell’Universo e padroni della nostre menti attraverso una griglia sensoriale in grado di nascondere la vera realtà. Però, cronaca o allucinazione, è una “Cronaca di Bassavilla”. Che puo iniziare in Friuli, transitando dal Piemonte alla Toscana, per finire in Irpinia in una notte spaventosa in cui l’inferno emerge dal profondo della terra.
Bassavilla è ovunque? Mi sa di sì. Guardatelo — e ascoltatelo — con attenzione Custodes Bestiae.

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Lo Schifometro – 6 https://www.carmillaonline.com/2006/04/05/lo-schifometro-6/ Wed, 05 Apr 2006 22:08:47 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=1734 I TESTICOLI UMILIATI

di Vittorio Catani [Qui tutti gli ‘Schifometri’ di Catani]

Dunque, dare del ‘coglione’ a qualcuno ormai fa trend. Coglioni sono, ellitticamente, quelli che votano a sinistra (“contro i propri interessi”); coglione è chi ricorda a qualcuno i suoi mai chiariti rapporti con gente mafiosa. Ma ‘coglione’ è in realtà — precisiamo subito — un appellativo squisitamente ironico, benché solo pochi siano in grado di capirlo, anzi in molti: per esempio, l’hanno subito inteso (quasi fossero gestalticamente un’unica mente) i nostri politici del centrodestra. Quanto ai loro elettori, al momento mancano dati: ma IF.jpegè plausibile che il pensiero [...]]]> I TESTICOLI UMILIATI

di Vittorio Catani
[Qui tutti gli ‘Schifometri’ di Catani]

Dunque, dare del ‘coglione’ a qualcuno ormai fa trend. Coglioni sono, ellitticamente, quelli che votano a sinistra (“contro i propri interessi”); coglione è chi ricorda a qualcuno i suoi mai chiariti rapporti con gente mafiosa. Ma ‘coglione’ è in realtà — precisiamo subito — un appellativo squisitamente ironico, benché solo pochi siano in grado di capirlo, anzi in molti: per esempio, l’hanno subito inteso (quasi fossero gestalticamente un’unica mente) i nostri politici del centrodestra. Quanto ai loro elettori, al momento mancano dati: ma IF.jpegè plausibile che il pensiero gestaltico — in quanto tale — si sia istantaneamente esteso anche a loro. I quali tutti (politici ed elettori) hanno, è notorio, una sorta di corsia preferenziale con le arti, le lettere, la cultura e la lingua italiana. Negozi di libri e biblioteche traboccano di capolavori partoriti dalla odierna destra più nobile. I titoli e gli autori si sprecano, sono sulla bocca di tutti, per cui è inutile star qui a ricordarli. Certamente li rammentano i nostri lettori; l’industria della stampa riversa sul mercato vagonate di capolavori scritti da uomini della destra che ci narrano i letterari stupori, le ansie, le angosce, le intuizioni geniali, le trame coinvolgenti e mozzafiato, le gioie traboccanti dei forzaitalioti, dei sacerdoti del dio Po, dell’Italia berlusconiana, di una moderna destra gagliarda, viscerale e sincera. Ma anche andando indietro nel tempo, troviamo carrettate intere di autori di destra.

Per esempio Marcel Proust. Nessuno oserebbe affermare, infatti, che Proust possa essere catalogato come marxista: ergo, è destra pura.
Naturalmente, tutto questo non viene e non può essere compreso da quelli della sinistra.
Quelli della sinistra non hanno una sensibilità, né una cultura. Tanto per cominciare, continuano a mostrare ancora, in alcuni loro stemmi, la falce e il martello. Com’è noto, quei simboli in Italia sono sempre stati portatori di massacri, deportazioni, fosse comuni, lager, confini, discriminazioni razziali, sanguinari movimenti di piazza, esplosioni con decine di morti su treni o in stazioni ferroviarie o in banche. E tanto per parlar chiaro, sono segni che ci ricordano direttamente i bollitori di bambini. Comunque. Quando L’Unità chiama ‘coglioni’ quelli del centrodestra, allora sì, allora un verbo proferito dall’infedele non può farsi che bestemmia e offendere biecamente gente timorata di Dio. Ma se lo dice un Presidente del consiglio…

Per passare a dati di fatto. Ieri sera, 4 aprile 2006, alle 23:30, la breve trasmissione Primo piano si soffermava — fra l’altro — sulla bruciante, fondamentale faccenda dei ‘coglioni’. Intervenivano Bobo Craxi e un parlamentare di destra di cui al momento mi sfugge il nome. Ma il nome del singolo non è importante quando ci si riferisce a una gestalt. Da un Cicchitto, un Bondi, un Tajani, un Ronchi o uno Schifani è lecito, è doveroso — anzi è scientifico — attendersi che fotocopino le loro parole su ciascun argomento, si tratti della soppressione dell’Ici quanto dell’esistenza dei Marziani o del ruolo odierno dei ‘coglioni’ nella viva lingua italiota. Dunque, asseriva iersera cotesta promanazione della gestalt forzaitaliota, ‘coglione’ è termine per l’appunto ironico, ed è normalissimo usarlo. In ciò nulla v’è di strano, trattasi della cosa più comune e naturale nell’universo mondo.
Nell’ascoltare mi sono fatto piccolo piccolo sul mio divanetto, felice di apprendere a 66 anni ciò che ancora non sapevo circa una faccenda talmente evidente. Il fatto è che, in quanto giurassico, io rammento altro genere di parlamentari, pur non di sinistra: per esempio il repubblicano Spadolini, morto nel 1994 e che fu a sua volta Presidente del consiglio nei primissimi anni Ottanta. Direttore del Corriere della Sera, storico, autore di libri quali Il mondo di Giolitti e La questione del Concordato; uomo di vastissima cultura (non per nulla, devo ripetere, non era comunista): eppure… Eppure, scopro ora una grave pecca nel troppo bonario Spadolini: non mi consta abbia mai dato del ‘coglione’ a nessuno. Come verosimilmente i suoi colleghi di parlamento, fossero o meno della sua area politica. Ma evidentemente ricordo male, o sarò preda di allucinazioni, dell’Alzheimer, o è l’età che avanza.
E in effetti, suvvia, cosa si vuole sia un ‘coglione’? Voce dal sen sfuggita, come recita la romanza. Cosa pensate siano un paio di corna mimate sulla testa del collega? Un amichevole, virile, affettuoso scherzo, ma gli ‘utili idioti’ continuano a travisare.
E cos’altro fa la Santanchè quando alza vistosamente il dito medio? Un gesto che tutti abbiamo sperimentato allegramente fin da quando frequentavamo le elementari. Benché su questo punto mi permanga un dubbio, figlio senz’altro del mio Alzheimer strisciante: prima quei politici non alzavano tutta la mano?
Sconvolto, sono andato a fare controlli. E ho constatato che sì, ho torto marcio! Mi sento mancare. Parole pesanti — naturalmente in senso ironico, se non allegorico — sono sempre state usate anche in passato dai politici, verso coloro che ‘coglioni’ si mostravano di fatto.
Voglio quindi fare ammenda, penitenza, portando a mia espiazione un esempio concreto. Lo riprendo da una scolastica Storia della letteratura italiana, di Salinari e Ricci (Laterza, 1993):

“Io prendo il sig. Arturo Toscanini, probabilmente non figlio di cani, che deve aver succhiato dalla balia come tutti i bambini, che certamente avrà sporcato i primi lini come tutti i bambini con o senza diarrea; prendo l’uomo, spettatore nella sua tarda età di tanta fede, di tanti eroismi, di tante intelligenze (un po’ meno microcefale della sua); prendo il maestro celebre che dopo la sua morte sarà come tutti gli altri uomini destinato a marcire; prendo il rettile che putre già ora nell’anima sua; prendo il fesso cocciuto e nevrastenico, dalla struttura invertebrata; prendo per le orecchie questo essere più schifoso che intelligente, deficiente nel sistema nervoso centrale e nel periferico, più mostro che genio; prendo questo animale fisiologico, senza scrupoli di spudorata vergogna; prendo questo infelice zimbello di tutti i pochi amorali che abortiscono nelle circostanze provocate e anormali; prendo questo uomo-rudere che molta gente, di dentro e di fuori, avrebbe voluto divenisse il deposito escrementizio di tutte le loro acidose e putrefacenti ire isteriche; prendo questo fesso classificato, gli osservo sulla guancia le impronte (ora metaforiche) dello schiaffo bolognese che lo fa degno del mio compassionevole sguardo, e… gli sputo negli occhi. Non si scandalizzi nessuno… (…)”

Scandalizzarsi! E di che? Ecco, giustizia è fatta.
Ho ricostruito il contesto: l’Autore del brano si riferiva all’insigne direttore d’orchestra che nel 1931, a Bologna, in occasione d’un concerto si rifiutò d’eseguire la Marcia reale e Giovinezza, per cui venne giustamente preso a schiaffi da un gruppo di ‘fedelissimi’. Il brano dalla Storia della letteratura è ripreso da Libro e moschetto (1931). Visto? Comprendete anche voi la fine, sottilissima ironia del testo?

Eppure nel leggere ho provato un senso di vuoto. Quasi mancasse qualcosa… Poi finalmente, con ritardo, ho capito. Emerge un’assenza di cui mi stupisco. Possibile che perfino allora non si osasse il goliardico ‘coglione’?

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Lo Schifometro – 5 https://www.carmillaonline.com/2006/04/04/lo-schifometro-5/ Tue, 04 Apr 2006 02:17:26 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=1731 BARI TRA BERLUSCONI E PUNTA PEROTTI

di Vittorio Catani [Qui tutti gli ‘Schifometri’ di Catani]

PuntaPerotti1.JPGIl 1° aprile 2006 Berlusconi è stato qui a Bari e ha tenuto uno dei suoi ‘brillanti’ discorsi-fiume alla piazza, davanti a 20 mila persone. Il 2 aprile, dopo un quindicennio di scempio ecologico e della legalità, è stato abbattuto uno dei tre palazzi (rimasti ‘al rustico’; l’abbattimento degli altri due seguirà entro aprile) costruiti in località Punta Perotti, alla periferia cittadina, a pochi metri dal litorale. Uno dei circa settanta ecomostri italiani, al centro di una vicenda intricatissima e contraddittoria: la legge, [...]]]> BARI TRA BERLUSCONI E PUNTA PEROTTI

di Vittorio Catani
[Qui tutti gli ‘Schifometri’ di Catani]

PuntaPerotti1.JPGIl 1° aprile 2006 Berlusconi è stato qui a Bari e ha tenuto uno dei suoi ‘brillanti’ discorsi-fiume alla piazza, davanti a 20 mila persone.
Il 2 aprile, dopo un quindicennio di scempio ecologico e della legalità, è stato abbattuto uno dei tre palazzi (rimasti ‘al rustico’; l’abbattimento degli altri due seguirà entro aprile) costruiti in località Punta Perotti, alla periferia cittadina, a pochi metri dal litorale. Uno dei circa settanta ecomostri italiani, al centro di una vicenda intricatissima e contraddittoria: la legge, dopo estenuanti bizantinismi, non ha identificato ‘nessun colpevole’ ma ha decretato che quanto costruito ‘dev’essere abbattuto’. Una faccenda tutta italiana, nata da un intreccio scellerato all’ordine del giorno nella mercantilistica ‘Bari che conta’, figlia dei ruggenti anni ’60/70.
Due notizie forse eterogenee ma che ci toccano profondamente perché, ciascuna a suo modo, si rivela figlia del ‘nuovo che avanza’ fino a sommergerci. Un ‘nuovo’ in cui — è stata la sostanza della tiritera berlusconiana alle masse baresi osannanti — la vera libertà sta nella mistica mano del libero mercato, laddove la sinistra ha come orrido ideale uno Stato pianificatore, cioé punitivo e oppressore, se non bollitore di bambini.

Ho trovato i due eventi angustianti, benché per motivi diversi. Una tv locale rimandava le gesta interminabili di Berlusconi in immagini moltiplicate all’infinito sui maxischermi torreggianti nelle piazze e per le vie più importanti di Bari.

Giungevano i suoi arzigogolamenti da guitto della politica, il solito linguaggio violento arrogante e offensivo, sorriso da marketing, argomentazioni ripetitive e di elementare ignoranza, rivoltanti menzogne, evidente animalesco piacere di esibirsi in un populismo d’accatto che speravamo sepolto o rimosso. Al contempo era palese la massiccia presenza della gente in uno dei comizi più affollati che io abbia mai visto. Si udivano urla, i ‘viva Silvio’, gli applausi a richiesta, i fischi alla sinistra (a richiesta). Persone di mia conoscenza, presenti tra la folla, mi hanno narrato di donne svenute, persone che piangevano, entusiasmi irrefrenabili. E risaltava l’assoluta mancanza della sia pur minima contestazione, dell’occasionale segno di dissenso (non dico delle bordate di fischi, come a Torino).
Lo spettacolo mi ha fatto salire un profondo senso di nausea, sconforto e vergogna. Di folle oceaniche impazzite ne abbiamo piene le tasche. Reazioni Berlusconi a Bari.JPG della folla viscerali e chiaramente isteriche si possono giustificare per Elvis o i Beatles o qualche rockstar. E so che esse sono consuetudine in talune convention statunitensi, dove l’orchestra è sapientemente diretta da una Rose Mary Althea o da politici e industriali il cui carisma sono i miliardi di dollari oculatamente dispensati (roba che comunque appartiene a un mondo che non è mai stato il nostro). Mi è parso inverosimile che ciò potesse accadere oggi in Italia, in questa Italia, a Bari, grazie a un guitto politico dai controversi trascorsi. Un uomo che è ‘sceso in campo’ per far soldi vendendo saponette via tv ma che, forse anche inconsapevolmente, si è creato un vastissimo pubblico ad personam. Grottesco che non ci si renda conto di qualcosa fuori binario, o che siamo al plagio vero e proprio; che col berlusconismo populista fascista e xenofobo, e la sua cornice patinata ma violenta, tocchiamo l’emergenza, il pericolo pubblico.
Sì, mi vergogno di vivere in una Bari che in piazza non ha espresso neanche una punta di sdegno o di protesta, anzi si è felicemente lasciata cullare. In linea, d’altronde, con lo spirito ciecamente bottegaio e ‘apolitico’ (a parole) di questa città. Spirito prettamente individualista che in altri tempi ne ha fatto le fortune commerciali, ma che ora mostra enormi difficoltà nell’adeguarsi a una realtà che esigerebbe una mentalità più aperta e lungimirante, in linea (e online) con i tempi. Una città in cui ottenere un lavoro decente è diventato quasi impossibile; dove cioé occorre essere raccomandati per andare a pulire i cessi dei padroncini di turno e degli industrialotti rampanti; dove se ti rivolgi alle famose agenzie di lavoro trovi — di fatto — già tutto… ‘occupato’, e per esempio puoi attendere da quattro anni una chiamata. Una città in cui striscia un’indifferenza — forse uno sprezzo — per la cultura in genere, cultura salvata da encomiabili ma rare voci nel deserto. Indifferenza che trasuda da mura cittadine peraltro ricche di storia, dalle istituzioni.
Sono gli eterni problemi del Mezzogiorno, forse non solo del Mezzogiorno.

Ho voluto assistere di persona, in diretta — piazzato com’ero sul lungomare affollato — al crollo del primo dei tre palazzi ecomostri. Quegli immobili rimasti incompleti da anni, simili a scheletri (solo colonne portanti e pavimento stagliati contro il cielo) piantati di traverso alla fine del lungomare, furono subito definiti ‘la saracinesca della città’. Ora che il sindaco Emiliano (nuova giunta di sinistra in una terra tradizionalmente appannaggio della destra) ha preso di petto la questione e ha deciso di agire, fregandosene degli innumerevoli cavilli legali frapposti dai costruttori fino all’ultimo istante. Per questo dovrei, come cittadino, essere puntaperotti2.JPGsoddisfatto, e lo sono. Ma non posso liberarmi da un malessere derivante da tutto ciò che Punta Perotti ha significato e significa: spreco di denaro pubblico e privato, di tempo, polemiche e liti a non finire, opportunità mancate, offesa all’immagine della città (già penalizzata da altre macellerie come l’incendio del Petruzzelli); il dover ricominciare sempre da capo; la consapevolezza che, abbattuto il mostro, siamo appena al preludio e bisogna pensare a cosa verrà ‘dopo’ in quella zona: non una discarica abusiva, tanto per dire; sapere che tra coloro che avevano versato l’anticipo per acquistare un appartamento a Punta Perotti c’è anche tanta gente comune, persone come me o voi, che avevano raggranellato un gruzzolo e nel frattempo sono divenute anziane; ma non si sa quanto occorrerà attendere per il rimborso — se il rimborso verrà — e in che misura.

Ci sarebbe da aggiungere, commentare, dettagliare, ma non è il caso. Mi viene alla mente un racconto di Borges, Deutsches Requiem. Lo ricorderete: narra le peripezie di Otto Dietrich zur Linde, modesto, ‘normale’ travet tedesco che si ritrova a fare l’aguzzino in un campo di sterminio. Condannato successivamente a morte per crimini di guerra, a poche ore dalla fucilazione fa una sorta di bilancio esistenziale: “Molte cose bisogna distruggere, per edificare il nuovo ordine; ora sappiamo che la Germania era una di quelle cose. Abbiamo dato più delle nostre vite, abbiamo dato il destino del nostro amato Paese. Altri maledicano e piangano; io sono lieto che il nostro dono sia circolare e perfetto. Si libra ora un’epoca implacabile. Fummo noi a forgiarla, noi che ora siamo le sue vittime. Che importa che adesso l’Inghilterra sia il martello e noi l’incudine? Quel che conta è che domini la violenza, non la servile pietà cristiana. Che il cielo esista, anche se il nostro luogo è l’inferno.” Perché, lascia intendere Borges, quella Germania ha già vinto.
Siamo un popolo di poeti, di navigatori, di santi, e di incurabili coglioni.

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Lo Schifometro – 4 https://www.carmillaonline.com/2005/04/19/lo-schifometro-4/ Tue, 19 Apr 2005 00:29:06 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=1328 di Vittorio Catani [Qui tutti gli ‘Schifometri’ di Catani]

MISTER BANANA E LE ROVINE DI ATTILA altanbanane.jpgL’altra sera, venerdì 15 aprile 2005, una “misura dello schifo” me l’ha suggerita, anzi gridata, la trasmissione su Rai2 “Contatti”, condotta non so bene da chi perché lo spettacolo — spettacolo lo era davvero, ma inguardabile — era già iniziato quando sono capitato casualmente sul canale (vedo raramente la tv). Devo anzi precisare che eravamo a sabato 16 aprile, giacché “Contatti” (ho poi verificato) era iniziato alle 0,05 per terminare alle 0,45. Ospiti: Stefano Zecchi, il docente universitario e saggista famoso perché “creato” dal [...]]]> di Vittorio Catani
[Qui tutti gli ‘Schifometri’ di Catani]

MISTER BANANA E LE ROVINE DI ATTILA
altanbanane.jpgL’altra sera, venerdì 15 aprile 2005, una “misura dello schifo” me l’ha suggerita, anzi gridata, la trasmissione su Rai2 “Contatti”, condotta non so bene da chi perché lo spettacolo — spettacolo lo era davvero, ma inguardabile — era già iniziato quando sono capitato casualmente sul canale (vedo raramente la tv). Devo anzi precisare che eravamo a sabato 16 aprile, giacché “Contatti” (ho poi verificato) era iniziato alle 0,05 per terminare alle 0,45. Ospiti: Stefano Zecchi, il docente universitario e saggista famoso perché “creato” dal Maurizio Costanzo Show, e Pasquale Squitieri, il regista famoso perché “creato” dalla moglie Claudia Cardinale (il Morandini alla voce “Squitieri” riporta una quindicina di film, con punteggi della critica che vanno in massima parte da 1 – il minimo – a 2, salvo “Il prefetto di ferro” con Giuliano Gemma, che raggiunge 3,5) e famoso anche per la sua militanza destrorsa. Il tema di base della trasmissione, mi è parso di capire, era: “la cultura” in Italia.

Apro una parentesi. Berlusconi e il suo governo sono giunti alla inevitabile resa dei conti e al momento sono in fase preagonica. Purtroppo però non è affatto agonizzante, né temo lo sarà a lungo, il “berlusconismo”, termine col quale intendo quanto di becero — nelle idee e nei fatti — Berlusconi ha fatto emergere. In Calabria (io sono del sud) c’è un detto popolare che, addolcito, suona: “lo sterco più lo rimesti più puzza”. Il governo di centrodestra nello sterco ha rimestato a piene mani, e purtroppo il fetore resterà a lungo, anche quando saranno stati versati litri di candeggina e deodoranti. I danni del berlusconismo sono emersi e si sono diffusi (come “zecche”, mi verrebbe da dire) e ora che si è dato modo ai gagliardi, rissosi e rumorosi alfieri del centrodestra di diffondere all’etere i loro pensieri geneticamente degradati, occorreranno decenni per ricostituire verità e purezza dei Dna precedente. Gli italiani dovevano essere vaccinati da Berlusconi? Ma di vaccini si può anche morire…

Naturalmente i due, Zecchi e Squitieri, sono andati a ruota libera assecondati dal conduttore. Così ho scoperto che tutto ciò che sappiamo è menzogna, che finalmente c’è chi ci sta aprendo gli occhi. Uno di questi sarebbe Pansa; inoltre finalmente si parla anche delle foibe (infatti: ma vedi l’articolo di su Carmillaonline che, strano, è piuttosto divergente). Poi si sottolinea che la cultura di destra, anche come quantità, è infinitamente più vasta di quella di sinistra: Squitieri, di sua iniziativa, assimila alla destra tutti coloro che non sono o non sono stati di sinistra o marxisti; eccoci quindi con una caterva di nomi notissimi di scrittori, poeti, filosofi, scienziati (Bertrand Russel, Marcel Proust, etc.) tutti appartenenti “alla destra”. Come mai allora la sinistra italiana ha la cultura in mano? [a voi risulta?] Semplice: la cultura di sinistra, pur essendo infinitamente minoritaria, riesce ad avere un peso maggiore in quanto esiste un “potere” delle cultura minoritaria della sinistra (!) C’è poi un altro fatto ignorato dai più: Einaudi (l’editore) è responsabile (moralmente?) dell’omicidio di Moro, perché ha contribuito alla diffusione di una certa cultura e ha invece per anni “impedito la pubblicazione di Nietzsche”. Ancora: si scopre — per esempio — che le BR hanno ucciso più persone di quante ne abbia ucciso il fascismo: dite la verità, a questo geniale paragone non avevate pensato. Non so se sia vero, ma naturalmente nella visione Zecchi-Squitieri non contano i milioni di morti dovuti alla II guerra mondiale voluta dal fascismo. Lasciamo perdere: se è per questo, non si considera neanche lo stato di assoggettamento in cui viveva la popolazione, ma il mio e’ un dettaglio demagogico anche se c’è chi non ha visto quanto fosse semplicemente folle un raffronto del genere. Eppoi, tutti gli italiani che alla fine del fascismo sono diventati antifascisti! Innumerevoli, mentre prima erano tutti pecore entusiaste del fascismo [ma se non erano acquiescenti passavano i guai, e di ciò non si è detto; né tutti hanno la stoffa degli eroi, martiri e paladini]. Poi costoro, fascisti nel midollo, in blocco sono diventati antifascisti (potendo, aggiungo io, finalmente dare una gioiosa pedata al loro oppressore) ergo sono stati tutti — nella visione squinternata-squitierana) dei “voltagiacchetta”. Come pure quei comunisti intellettuali che prima erano fascisti o repubblichini tipo: Dario Fo, Bocca, Gadda, etc. etc. E si scopre così che la Resistenza prima era di 30 mila persone, poi è… cresciuta con le frottole ed è diventata di 300 mila, 600 mila e via salendo. Comunque meno male che oggi ci sono giovani che leggono Renzo De Felice e altri (i cui nomi francamente mi sfuggono anche perché non li ho mai sentiti nominare prima, certo mia ignoranza).
Zecchi poi ha presentato un suo nuovo saggio in volume sulla tv e sul modo di recepire le notizie tv, “L’uomo è ciò che guarda. Televisione e popolo” (Mondadori), libro che è stato giudicato coltissimo da Squitieri il quale ha fatto tra altri celeberrimi il nome di Kant oltre ad aver paragonato il libro di Zecchi a testi dei massimi sociologi e filosofi (di destra e non) del ‘900, citando in proposito argomenti molto colti e à la page quali l’autrisme. Dopo un delirante lavaggio del cervello durato quasi un’ora, e del quale fortunatamente mi restano poche tracce mnemoniche (coscienti, ma non so i danni al subconscio) la trasmissione chiude in bellezza con una ciliegina sulla torta: l’annuncio di un prossimo film di Squitieri (“Speriamo che me lo lasciano fare e lo lasciano passare”, dice ammiccante il famoso regista), film nientemeno che su ANDREOTTI: per ristabilire finalmente la verità vera su un uomo che ha la statura e ripercorre le tristi vicissitudini — garantisce sempre Squitieri — di un GALILEO.

Ecco la nostra nuova tv. Anche se, leggo in giro, il revisionismo d’ogni genere è una piaga purulenta, anticulturale, antirazionale, sfacciatamente bugiarda, che dilaga in tutto il mondo in tutte le salse e trova adepti entusiasti soprattutto nella peggiore categoria, i sedicenti intellettuali (e nell’integralismo religioso cristiano).
Ma guardiamo all’Italia. Sarà che io, come dicevo, seguo la tv molto poco, ma non mi ero ancora accorto che fosse giunto a questi livelli culturali (si fa per dire) il danno irreparabile della gestione del cavalier Banana. Se anche ora lui se ne andrà, lascerà dietro di sé macerie tali che forse non potranno mai essere spazzate via per poter ricostruire. Un moderno Attila, altro che storie. Non posso che affidarmi all’intelligenza della gente; da questo punto di vista trasmissioni del genere dovrebbero aiutare a cacciare a calci nel sedere mister Banana e i suoi scherani. Ma mi chiedo anche quanti mai, tra i giovani d’oggi e di domani, conoscono o conosceranno la verità, hanno o avranno voglia di conoscerla, e troveranno chi li aiuterà a rimettere al giusto posto i cocci, i pezzi mancanti, scartando calunnie e menzogne.
Personalmente, ho speranze prossime allo zero…

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La Zona Amorfa n.2 – SeeMeRot.com https://www.carmillaonline.com/2005/03/30/la-zona-amorfa-n2-seemerotcom/ Wed, 30 Mar 2005 18:26:56 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=1299 Il fatto che tu sia morto e sepolto non significa che tu non possa fare amicizie! di Emiliano Mattioli

Attenzione: contiene umorismo di pessimo gusto

smr.jpgInternet, si sa, è luogo di scambi. Si scambiano merci, danaro, fumetti, informazioni e pareri. Si scambiano anche immagini ed emozioni. Tramite una webcam infatti si può parlare con un tale sull’isola di Huku Hiva* come se stesse nel nostro stesso salotto. A che serve il potere pseudomistico della telepatia quando la tecnologia riesce ad ottenere lo stesso effetto? A nulla! W la tecnologia, allora! Quel che ancora la ricerca scientifica non riesce a fare è [...]]]> Il fatto che tu sia morto e sepolto non significa che tu non possa fare amicizie!
di Emiliano Mattioli

Attenzione: contiene umorismo di pessimo gusto

smr.jpgInternet, si sa, è luogo di scambi. Si scambiano merci, danaro, fumetti, informazioni e pareri. Si scambiano anche immagini ed emozioni. Tramite una webcam infatti si può parlare con un tale sull’isola di Huku Hiva* come se stesse nel nostro stesso salotto. A che serve il potere pseudomistico della telepatia quando la tecnologia riesce ad ottenere lo stesso effetto? A nulla! W la tecnologia, allora!
Quel che ancora la ricerca scientifica non riesce a fare è tutto ciò che concerne la sfera dell’occulto: tramite un PC (e stavolta non importa davvero se Win o Mac) non è possibile comunicare con i morti.
Ma ci stiamo avvicinando!

Grazie al servizio di questi pazzoidi è possibile installare una webcam perpetua all’interno della vostra bara (Live Coffin Cam). Quale opportunità di essere una star anche dopo il trapasso!
La serietà di questa simpatica azienda è comprovata da una telecamera di prova installata dentro la tomba di una sfortunata donna mancata prematuramente. L’unico problema è la data di inumazione: 15 Aprile 2003. Dopo due anni è ancora fresca e rosea. Ora: non sono mai stato un grande anatomopatologo, ma mi sembra un poco esageratino che il cadavere non si sia putrefatto neanche un minimo. Delle due l’una: o l’hanno imbalsamata oppure è una burla.
Voi che ne pensate? E’vero, è falso? E se fosse falso vi piacerebbe se fosse vero? Scrivetemi pure le vostre impressioni impressionanti a emiliano@fratellimattioli.it. Nel frattempo vado ad ordinare il mio micio bonsai.

*Ebbene sì, anche alle Isole Marchesi c’è internet, ce l’ha portato Antoine, quello di Pietre. O almeno così affermava in un documentario che ho visto tanto tempo fa in TV. Onestamente non so se sia effettivamente vero o se mi stavano prendendo in giro. L’unica cosa certa è che in quell’arcipelago lui c’è stato veramente.

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Lo Schifometro – 3 https://www.carmillaonline.com/2005/01/28/lo-schifometro-3/ Fri, 28 Jan 2005 19:02:57 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=1194 BERLUSCONI AD AUSCHWITZ, CON FACILITA’

di Vittorio Catani

Berlusconi ad Auschwitz. Sogno o son desto? “Berlusconi rappresenterà l’Italia ad Auschwitz nel Giorno della Memoria”. Possibile? Berlusconi ad Auschwitz, B. 6.jpgad A., BadA, bada! Bada, attento lettore, qui dev’esserci uno sporco trucco. Se non peggio. Un brutto sogno, un incubo. Anzi un’infamia. Chissà: domani forse ringrazierà idealmente le truppe sovietiche dell’epoca? Quando la notizia del loro arrivo fece fuggire precipitosamente le SS? Le truppe del vituperato Stalin che il 27 gennaio 1945 aprirono il cancello con l’immortale scritta Arbeit Macht Frei, inorridendo perfino loro, facendo inorridire il mondo intero, e contribuendo con milioni [...]]]> BERLUSCONI AD AUSCHWITZ, CON FACILITA’

di Vittorio Catani

Berlusconi ad Auschwitz. Sogno o son desto? “Berlusconi rappresenterà l’Italia ad Auschwitz nel Giorno della Memoria”. Possibile? Berlusconi ad Auschwitz, B. 6.jpgad A., BadA, bada! Bada, attento lettore, qui dev’esserci uno sporco trucco. Se non peggio. Un brutto sogno, un incubo. Anzi un’infamia. Chissà: domani forse ringrazierà idealmente le truppe sovietiche dell’epoca? Quando la notizia del loro arrivo fece fuggire precipitosamente le SS? Le truppe del vituperato Stalin che il 27 gennaio 1945 aprirono il cancello con l’immortale scritta Arbeit Macht Frei, inorridendo perfino loro, facendo inorridire il mondo intero, e contribuendo con milioni di morti a salvare l’Occidente? Ma Berlusconi ad Auschwitz ci va. Anzi poi dice: “Porterò qui i miei figli”. Commovente. Sulle truppe sovietiche, opportuna cortina di silenzio. Quale figlio vi condurrà, quello che — si è letto — marciava con la bandiera della pace? Auschwitz fa audience, audience mondiale. Perché mai la Storia, già flusso di eventi insensibile, lo è al punto da consentire ad alcuni di infangare con retorica ufficialità perfino Auschwitz con la propria presenza?

Pesa più il “libro nero” del comunismo o il “buco nero” del nazifascismo? Eppure proprio lui, il Berluska, pare avesse avuto in famiglia qualche problema, se il padre — non è chiaro perché — dovette restarsene un bel po’ di tempo in Svizzera. Berlusconi ad Auschwitz. E ad Auschwitz, Berlusconi (udite udite) tuona contro il razzismo! Questa è vera “fantascienza”. Ecco il perché di queste mie parole nel presente contesto: “Carmilla” è anche un sito dedicato all’immaginario, alle letterature fantastiche, alla science fiction. O forse pensavate che Berlusconi ad Auschwitz fosse una vignetta di Vauro, o un cartoon, un videogame, una becera trovata di Emilio Fede, un articolo di Feltri, un insulto di scherno rivoltogli dai Disobbedienti o dai no global, una fatwa scagliatagli da Bin Laden, uno scherzo di cattivo gusto (“B. ad A., ma nei forni!”) di qualche esasperato comunista — senza treppiede — riuscito a sopravvivere ad Auschwitz?
Nulla di tutto questo.
E’ semplicemente la verità: lui (Lui) che non presenzia mai alle commemorazioni antifasciste o antinazifasciste in Italia, lui che è paurosamente ignorante — per esempio — quando gli si parla dei fratelli Rosselli, e in diretta tv promette che andrà a conoscere il loro padre; lui che snobba ogni cerimonia istituzionale della repubblica italiana, lui che si allea con la feccia dei razzisti d’Italia (i leghisti: che ventimila leghe di tutto il mondo sprofondino sotto i mari!), lui che è compagno di merende degli eredi incravattati rampanti e comodamente sdoganati del nazifascismo e delle teorie razziste eversive destabilizzanti e genocide di Giulio (Julius) Evola, lui che è connivente con mafiosi conclamati e condannati come dell’Utri e molti altri, lui che ha trafficato con la P2, lui…
No. Non è possibile. E’ uno scempio, il danno sommato alla beffa, una vergogna, un’onta aggiuntiva, una degradazione, la ferita che non si rimargina, un nuovamente morire torturati, o col Zyklon-B. Non è ammissibile. Troppo facile andare a far predica ad Auschwitz. Troppo facile (come affermare una qualunque cosa per smentirla dopo due minuti: miro al Colle, non miro al Colle. Mirate al collo!) Dirsi antirazzista e baciarsi con Calderoli e Borghezio, andare ad Auschwitz e baciarsi con Fini e La Russa, dire peste e corna dei comunisti che hanno contribuito a elevare civiltà o cultura del nostro Paese e accarezzare il ricordo del “buon Duce”; inveire contro i “rossi” e baciarsi con Putin. Troppo facile. Ma almeno Auschwitz no… per favore. Vi prego: lui (Lui) non è degno di nominare quel luogo con la sua sceneggiata ad audience galattica, non è autorizzato neanche a pensare Auschwitz: perché geneticamente impossibilitato a comprenderla. Troppo comodo. Troppo facile la recita, come troppo facile mandare alla malora dignità, buonsenso, ambiente, legalità, democrazia, solidarietà, stato sociale, pensioni, Italia, memoria, il mondo imperfetto faticosamente costruito in 50 anni, sbandierando di star costruendo la vera democrazia. Troppo facile! E devastante. Forse irrimediabilmente. Molto, molto meglio mandare alla malora lui alle prossime elezioni.
Ma questo, purtroppo, non si preannuncia altrettanto facile.

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Lo Schifometro – 2 https://www.carmillaonline.com/2005/01/19/lo-schifometro-2/ Wed, 19 Jan 2005 23:34:45 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=1177 “LIBERO” E IL PAESE DELLE ORECCHIETTE

di Vittorio Catani

Vendola.jpg Lascia ch’io pianga muto / senza quel tuo limone limone asfalto e sputo / astio del venerdì

la morte all’imbrunire / lontano dal cancello chiuso dentro l’imbuto / di un altro carosello

di carri armati e irati / di un celerino a uccello ti spezzano i carati / del sogno tuo degli anni

l’ora del manganello / rintocca nei tuoi panni l’ostia di nuovi giorni / si frange a questo luglio

arca del mai partire / arco del tuo finire freccia dentro uno scoglio / fumogeni [...]]]> “LIBERO” E IL PAESE DELLE ORECCHIETTE

di Vittorio Catani

Vendola.jpg
Lascia ch’io pianga muto / senza quel tuo limone
limone asfalto e sputo / astio del venerdì

la morte all’imbrunire / lontano dal cancello
chiuso dentro l’imbuto / di un altro carosello

di carri armati e irati / di un celerino a uccello
ti spezzano i carati / del sogno tuo degli anni

l’ora del manganello / rintocca nei tuoi panni
l’ostia di nuovi giorni / si frange a questo luglio

arca del mai partire / arco del tuo finire
freccia dentro uno scoglio / fumogeni a morire.

Il giorno 19 gennaio 2005, un’altra “misura” me la suggerisce il quotidiano “Libero”, che in prima pagina urla: “L’ALA GAY DELLA SINISTRA”, proponendo due grandi foto, una di Nichi Vendola – Deputato di Rifondazione Comunista, reduce della recente vittoria alle

“primarie” pugliesi — l’altra di Pecoraro Scanio (bisex dichiarato); mentre dall’articolone in pag. 1 dell’ineffabile Feltri estrapolo le seguenti frasi: “…E primarie furono. L’esordio delle quali è avvenuto in Puglia, simpatica regione di orecchiette (ho scritto orecchiette, diminutivo, quasi vezzeggiativo, di orecchie), di burrate e trulli. Felici come pasque gli ulivetani e i comunisti sono corsi alle urne. Qualcuno però è corso di più. Altri sono andati al mare o a scopare il mare…” E più avanti, a pag. 3: “Il Cavaliere per via dell’anticomunismo viscerale è stato preso in giro per anni, suscitando risate progressiste; adesso però gli sfottò nei suoi confronti saranno meno efficaci, dato che la realtà è esattamente come lui l’aveva sempre descritta. Il pericolo rosso è nei fatti, nei numeri. Nichi Vendola sarà una brava persona, e le sue preferenze sessuali magari non influiranno, ce lo auguriamo, sul giudizio dei votanti, ma non è un moderato, e questo è importante.”
Stavolta tuttavia non scrivo per infierire sul modo becero in cui si ironizza sui “comunisti” e sulla regione in cui sono nato e vivo da 65 anni, nonché sui suoi abitanti (chissà se Feltri è mai venuto in Puglia o se, giuntovi, è mai riuscito a entrare nello spirito della sua gente e delle bellezze naturali pugliesi): potrei essere accusato di partigianeria. Né mi soffermo più di tanto sullo stile di quella sottolineatura (c’è un sinonimo di “becero” altrettanto efficace? Forse no) circa l’“ala gay” della sinistra: inutile parlare al vento. No, stavolta lascio il resto al suo misero destino e voglio dirvi di una persona davvero poco comune.

Breve premessa: da anni frequento circoli culturali baresi. Ce ne sono. Sono privati, e solitamente celati in scantinati o soffitte o — periodicamente — in salette retrostanti di qualche bar. A Bari, città tradizionalmente levantina, di mercanti e di bottegai, nonostante tutto c’è stata e c’è una fervente cultura espressa da una costellazione di piccole associazioni invisibili. Le famose “istituzioni” spendono miliardi a fine anno per i “botti”, o per chiamare in piazza Al Bano a sgolarsi, o per costruire spiagge pubbliche ai confini della città sapendo (in malafede) che sabbia o pietrisco nascondono tonnellate di amianto (poi sono costrette a chiuderle; intanto i milioni di euro sono stati spesi), etc.: perché della Cultura queste istituzioni hanno avuto, almeno finora, un concetto molto particolare. Tanto vero che praticamente “mai”, in decenni, io ho visto un assessore, un consigliere, un politico locale, venire almeno a curiosare, o ad ascoltare — in uno di questi circoli o associazioni — la presentazione di un libro, una lettura di poesie; né tanto meno a uno dei summenzionati rappresentanti istituzionali è mai passato per la testa di affossarsi nello scantinato d’una libreria per presentare un proprio volume alla “gente”: a quella che davvero ama la cultura, che è ammalata di “libridine”. Anche per rendersi conto della “qualità” di certi testi che vengono prodotti (meglio, autoprodotti) nell’indifferenza più assoluta, o dell’esistenza di un humus, di un fervore, che meriterebbero d’essere valorizzati in quanto anch’essi potenziale ricchezza di queste terre: perché tra inevitabili montagne di banalità spesso spuntano fiori, che però appassiranno subito, dal momento che nessuno di coloro che potrebbero valorizzarli se ne cura. Mancano fondi, manca un qualunque luogo adeguato per riunirsi, manca chi pubblicizzi e offra una minima chance a chi merita. Assenza totale, vuoto intergalattico.
Tranne una volta.

Quella volta (un paio d’anni fa) ci andai anch’io, incuriosito: un “politico” accettava di inabissarsi nel sottoscala della libreria Roma, a Bari, e si mescolava a poetastri e scrittorucoli dell’associazione “La Vallisa” (operante in Bari da quasi due decenni, con gemellaggi nell’ex Iugoslavia) e addirittura accettava di presentare senza pompa magna, senza stucchi, bandiere, fiori, trombe e sindaci che facessero da corifei, un proprio libretto di “poesie”?!? Inaudito.
Avrete intuito: il personaggio che voleva scendere agli inferi era Nichi Vendola. Il suo libriccino, tipo quelli di Stampa Alternativa, era edito dalla Fratelli Frilli, di Genova, e recava una prefazione di Bertinotti. Titolo: Lamento in morte di Carlo Giuliani. L’epigrafe in versi che apre il presente articolo è l’incipit del libretto.

Fu quella sera che seppi davvero chi è Vendola. Fino ad allora lo conoscevo solo di nome, vagamente. C’era pienone, nello scantinato. E mi resi conto, ci rendemmo tutti conto (“La Vallisa”, volutamente, non esprime pubblicamente alcun orientamento politico) di trovarci di fronte a un ospite quanto meno insolito, sicuramente fuori dai canoni correnti, lontanissimo dall’idea standard del “politico” di professione. Personaggio dal carisma accentuato, capace di suscitare immediatamente una forte empatia col pubblico, Vendola si mostrò non solo sensibile poeta, ma anche esperto — grazie ai suoi numerosi viaggi nei Paesi poveri, in Sudamerica, in tutto il mondo — in tema di questioni economiche, sociali, politiche, ambientali; ma soprattutto si “aprì” al pubblico evidenziando un’umanità e una sensibilità non comuni, tipiche di chi a sua volta non abbia avuto vita facile, abbia maturato una visione non manichea del reale, e sia capace — dote sempre più rara, anzi ormai boicottata — di immedesimarsi nell’“altro”. La serata si concluse con applausi interminabili, fu un autentico trionfo.
Non mi stupisco molto oggi, quindi, della sua vittoria alle “primarie” pugliesi: tanti auguri di buon lavoro, Nichi.
Ma tutto questo — per citare una frase famosa — Feltri non lo sa.

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