Racconti – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 29 Sep 2026 14:20:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 A quanto pare no https://www.carmillaonline.com/2026/08/31/a-quanto-pare-no/ Sun, 30 Aug 2026 22:01:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96154 di Ludo Mutarelli

Fra i tanti luoghi in cui ho vissuto durante la mia infanzia c’è stata anche Foggia. Avevo dodici anni ed ero appassionata degli Inti-Illimani — li avevo ascoltati da sempre in casa, avevo imparato a suonare qualche canzone alla chitarra, conoscevo la storia di Pinochet, Violeta Parra, Víctor Jara, la guerra del Vietnam, i partigiani, i sopravvissuti ai campi di concentramento. Erano storie come altre, facevano parte dei libri che leggevo e delle canzoni che ascoltavo. In casa c’erano sempre giornali, anche il manifesto.

Un giorno, era inverno, degli amici che già andavano al liceo mi hanno detto che [...]]]> di Ludo Mutarelli

Fra i tanti luoghi in cui ho vissuto durante la mia infanzia c’è stata anche Foggia. Avevo dodici anni ed ero appassionata degli Inti-Illimani — li avevo ascoltati da sempre in casa, avevo imparato a suonare qualche canzone alla chitarra, conoscevo la storia di Pinochet, Violeta Parra, Víctor Jara, la guerra del Vietnam, i partigiani, i sopravvissuti ai campi di concentramento.
Erano storie come altre, facevano parte dei libri che leggevo e delle canzoni che ascoltavo. In casa c’erano sempre giornali, anche il manifesto.

Un giorno, era inverno, degli amici che già andavano al liceo mi hanno detto che c’era un concerto degli Inti-Illimani. Io felicissima — e anche un po’ incredula di vedere quelle canzoni che sapevo a memoria prendere vita. Il concerto si teneva in un posto all’aperto recintato da mura piuttosto alte; eravamo al massimo sessanta, settanta persone; io mi sono piazzata subito in prima fila.

Dopo mezz’ora dall’inizio, sono cominciate a cadere dall’alto delle bottiglie di vetro. Io non capivo cosa stava succedendo. Gli Inti-Illimani hanno smesso di suonare, ci dicevano di mantenere la calma, ma le bottiglie sono arrivate anche sul palco e loro sono scesi di corsa e si sono infilati sotto il palco. Io gli sono andata dietro e molti altri sono venuti dietro a me. Alla fine ero incastrata fra un pezzo della struttura e il braccio di uno degli Inti-Illimani. Aveva il solito poncho che portavano tutti e sentivo la lana grezza sul polso. Era una situazione irreale. Ho chiesto, a nessuno in particolare: «Ma chi è che tira le bottiglie — perché?» E qualcuno mi ha risposto: «Sono i fascisti.»
Per un momento mi sono sentita trasportata dentro a un libro e ho detto: «Ma non sono tutti morti?»
E una voce mi ha risposto: «A quanto pare no».

E in quel momento ho scoperto che quello che pensavo normale in realtà era una posizione politica precisa.
Il giorno dopo ho comprato per la prima volta Lotta Continua, e ancora oggi sento la sensazione della lana grezza sul polso.

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Piacerti era la mia vita https://www.carmillaonline.com/2026/08/21/piacerti-vita/ Fri, 21 Aug 2026 21:55:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96478 Racconto di Cesare Battisti

Il giorno in cui mi chiedesti cos’è il tempo eravamo sul naviglio. Quello schifo di canale dove va la gente a camminare, come se fosse d’acqua chiara e di margini fioriti. Ti sei fermato a guardare un tale. Canna da pesca e sigaretta in bocca a penzoloni. Quasi fosse una sporgenza del cemento sul quale era seduto. Ti chiedesti cosa potesse mai tirar fuori da quella broda scura. Lo fa per passare il tempo, dissi io. A te piace saturare la gente e a lui pescare i cadaveri che ci manda il Seveso.

Non trovasti niente da [...]]]> Racconto di Cesare Battisti

Il giorno in cui mi chiedesti cos’è il tempo eravamo sul naviglio. Quello schifo di canale dove va la gente a camminare, come se fosse d’acqua chiara e di margini fioriti. Ti sei fermato a guardare un tale. Canna da pesca e sigaretta in bocca a penzoloni. Quasi fosse una sporgenza del cemento sul quale era seduto. Ti chiedesti cosa potesse mai tirar fuori da quella broda scura. Lo fa per passare il tempo, dissi io. A te piace saturare la gente e a lui pescare i cadaveri che ci manda il Seveso.

Non trovasti niente da ridire. Mi sembrò strano, non te ne sfuggiva una per trattarmi da scema, o anche da puttana. Invece ti limitasti a bofonchiare, come fanno i saputelli quando non sanno più che dire. Mi sembra di vederti ancora, mordendoti i baffi come quando rimugini un’idea. Se tu lo avessi detto con le maniere solite, ti avrei mandato a quel paese; Invece sembravi quasi un altro, al chiedere quanto tempo ci vuole per morire. Perfino la voce era differente, imbarazzata, simile a quella di un bambino che sta per scoprire qualcosa di cui si vergogna. Mi facesti quasi tenerezza.
Sentimenti da sceme, o da puttane. Adesso che qui di tempo non se ne parla, rivedo i nostri giorni tutti uguali. Mi scorrono molli tra le dita come grani unti di un rosario. Se mi fosse dato ridere lo farei. Ma non di allegria, giusto per dare un suono al tempo che ti rode. Chi l’avrebbe detto sul naviglio, che il tempo è una sigaretta spenta in bocca a un pescatore.

Piangere qui è permesso, ma lo fa solo chi ha rimpianti. Neanche di questo tu sei stato capace. Mi hai fatto uscire dalla vita a mani vuote. Ed ora ti aggiri tra le tue rovine, sperando di trovarci una ragione. Era di sabato, uscendo da casa dicesti che mi ingannavo credendo che avrei potuto lasciarti su due piedi. Hai proprio detto così, mi chiedevo seriamente come te la saresti cavata. Sentivo il caldo molliccio dell’asfalto sotto i piedi e il tuo respiro corto, mentre dicevi che l’amore è cosa seria e che c’è poco da scherzare. Ci vuole del coraggio a dire certe cose, oppure disprezzo. Hai sempre pensato solo a te stesso.

I tuoi non erano pensieri ma congetture, te le ripassavi in testa come mantra fino a farle diventare reali. È così che ti masturbi, immaginando ciò che più può farti male. Le tue parole, il tono di finto distacco che adottavi, “…dai con me puoi parlare, non penserai mica che, siamo adulti e vaccinati, e non metterti a fare la santa, lo sai che così mi fai ammosciare…”, e via di seguito, fino alla nausea; rare volte all’orgasmo.
Questi monologhi tu li mettevi nel reparto di cancellazione automatica. La tua memoria è una punteggiatura fissa nella quale intercali parole giusto per renderla presentabile. Non c’è posto per argomenti, essi sono esclusi dai tuoi contesti. Due ombre unite e condannate a non dirsi mai la verità. Questo eravamo, perché tu ci avevi costretto a nasconderla così profondamente sotto la coscienza che ci sarebbe stato impossibile disseppellirla.

Me ne andavo, stufa di essere sempre al riparo di me stessa, con la paura di commettere un errore. O solo dire una parola equivoca. Avevo resistito grazie a quei momenti, sempre più rari, in cui il morbo della gelosia, (gelosia non è proprio la parola, a te farebbe quasi onore) ti concedeva una tregua. Allora rivedevo nei tuoi occhi la ragazza che ero prima. Quando passeggiando guardavo le vetrine, alla ricerca di un colore che ti fosse grato.

Piacerti era la mia vita, come li ricordo bene quei momenti, finanche l’illusione che tornava a gonfiarmi il petto. Il volere credere che stavi riscoprendo la donna spensierata di cui ti eri innamorato. Neanche tanto tempo prima. Di nuovo il tempo in mezzo a noi. In mesi, in anni, quanto in amore? Avrei voluto fissarti per sempre così nel mio sguardo, mentre mi riempivi di speranza, con i guizzi di malizia e di allegria che resistevano alle tue fobie. Alle fantasie frustrate, che ti facevano sentire maschio la sera e subito pentito al primo sonno.

Mi volevi puttana ad ore e ci hai creduto. lo cercavo la tua bocca, mentre tu frugavi nel mio telefono. Adesso è tutto troppo chiaro, anche quando mi spronavi a tradire solo per mettermi alla prova. Ed io a fingere di essere vulcano, nella pelle troppo umana in cui mi hai voluto. Mi sorprendevi a piangere per niente e dicevi che erano lacrime rubate. Avevi ragione tu, non sono mai stata davvero quella che tu volevi. Comunque fossi stata, tu mi avresti voluto differente. La felicità è il tuo terrore, percepirla nella persona che possiedi ti è insopportabile. Preferiresti uccidere o morire. Parlavi di norme e di rispetto, tutto ciò dal quale non si trae alcun piacere. Ci stavi seppellendo con la noia, mentre boccheggiavi per la vita.

Sul naviglio hai saputo di aver passato il limite. Hai percepito per la prima volta l’ironia del tempo sulla schiena curva di un pescatore. Ora so che hai sentito la sua voce; ti ha detto come le donne sanno amare. Ed allora io ti vidi impallidire, rannicchiato nell’angolo più buio della tua penuria. Poco uomo per troppo amore, si finisce per avere delle idee malsane. Tu sei capace di vivere solo nella tua testa. Mentre io assorbivo il mondo per poi sperimentarlo insieme. Ed ho fatto male a dirtelo. Da allora non hai più smesso di cercare l’intruso che ti sminuiva. Adesso ho piena vista su quello che eravamo.

Quel nostro appartamento sgraziato, arredato con resti della dote di tua madre e i regali sconci del tuo ufficio, Il letto no, quello era fatto per noi, dal futon rossonero al sudore che ci assorbiva. Troppo anche quello per non essere sospetto.
E i vicini che ti apprezzavano. Sei stata fortunata ragazza mia, oggigiorno un uomo così non lo trovi più. All’inizio, rientravi in casa e ci ridevi su, ma poi, con il tempo, hai cominciato a crederci al vicinato. Specialmente il tale del secondo piano a cui puzzava il fiato. Ci andavi a giocare a dama e a parlare di sconcezze. Era lui l’esperto di puttane, le riconosceva da lontano. Non se ne salvava una. Lo erano le straniere, anche tutte quelle con le quali sbavava davanti alla televisione e, evidentemente, le morte ammazzate dai mariti: ci deve ben essere una ragione.

Uomini come quelli sanno ragionare, ci passano il tempo ad escogitare piani. È molto meglio che andare ad ammuffire sull’argine a pescare. Ah sì, c’è poi la domestica straniera del ragioniere, da non dimenticare. Quella che volevi introdurre nel nostro letto per vedere se ci si stava meglio a tre. Al riparo di scandali, tanto prima o poi l’avrebbero rispedita al suo paese. Ma lei non c’è stata, questo le è costato una brutta fama e l’hanno anche licenziata. Farei ridere i morti, se potessi raccontare loro che poi a letto me la sono portata io da sola. Una brava ragazza e ci sapeva anche fare. Prima o poi capiterà da queste parti anche lei. Ma qui nessuno parla della propria vita, sarebbe un’indecenza forzare gli altri ad entrare in una storia che non gli appartiene.

Si dice che chi muore senza essersi preparati al trapasso non è degno e dovrebbe fare un inferno a parte. Per via dell’odore, pare che abbia un fondo acido. Sarà anche vero, ma se cominciamo con le categorie finisce che ognuno dovrebbe aver un girone a parte, o stare tutti con le pinze al naso. E che fare delle morti fulminee o di chi si è preso un tram in pieno. Non è bello da vedere un cadavere già tutto rinsecchito che si chiede ancora chi l’ha messo in quello stato.

Quisquilie, per chi il tempo ha smesso d’importare. Io avrei potuto annunciare la data e la mia ora, non l’ho fatto solo perché non potevo immaginare come sarebbe andata. Se uno volesse un trapasso con tutte le carte in regola dovrebbe farlo di propria iniziativa. Ma non era il mio caso e neanche potevo andare in giro ad annunciare un avvenimento del quale disconoscevo le modalità essenziali. Ragione per cui, non si scappa, anche qui sono una sospetta. Ma c’è il lato buono, il vantaggio dell’incognita, che finché resterà tale non sarà possibile attribuirmi un’etichetta per l’eternità. L’ambiguità è il legame vischioso che tiene insieme le persone, vive o morte. A noi ci univa l’ombra del dubbio: tu non sapevi quando ed io non sapevo come.

Scartavo un’ipotesi dietro l’altra. Non ti ci vedevo architettare qualcosa di complicato, ti avrebbe dato il tempo di cambiare idea. I momenti in cui eravamo più prossimi erano i nostri silenzi carichi di ambiguità. Condividevamo il pensiero di ciò che tu non saresti mai riuscito a mettere a nudo, se non all’improvviso, nell’atto estremo. Evitarlo? Oltre a non essermi permesso tornare nel passato per ipotizzare scelte che potrebbero modificarlo, la curiosità di vederti agire era più forte del buon senso. E poi già allora covavo il desiderio di vederti prendere coscienza del tuo atto e crollare poco a poco nel delirio sciagurato. Il naviglio, mi chiedevo come ti fosse venuta un’idea tanto stupida. Non è posto da passeggio e nemmeno l’ideale per disfarsi di un amore.

Affrettasti il passo, per un momento pensai che tu avessi rinunciato. Eravamo ormai al punto dove il canale fa una brusca curva e poi sprofonda sotto il viale. E allora capii. Come avevo fatto a non pensarci prima? Mentre mi avvicinavo alla fine, mi chiedevo se per caso tu non avessi delle capacità nascoste. Tanto da mettere a punto un piano, o era solo un’altra idea del puzzone del secondo piano. Quella caduta d’acqua negli inferi di Milano non doveva essere sfuggita alla sua viziosa immaginazione. Ma tu non puoi prevedere, sai solo ubbidire al caos dei tuoi istinti. Capace di dividere un passo a metà per prendere due direzioni differenti. Vivi nell’affanno, adesso non te lo puoi più nascondere.

Sono stata io a darti l’idea. Hai visto nel mio sguardo te stesso mentre mi spingevi, giusto dove il naviglio ricade negli abissi che l’hanno rigurgitato a monte.
Hai guardato le tue braccia tese, mentre precipitavo, quasi tu volessi già prendere le distanze da un gesto non ancora del tutto consumato. I tuoi occhi nei miei, mentre la mia testa rimbalzava sulla pietra appuntita e poi giù, trascinata dal peso di un corpo ormai senza vita. Mi sarebbe piaciuto guardare la tua faccia quando non c’era più nulla da vedere. Se la velocità in cui si stacca la vita dalla retina non mi avesse risucchiata. Mentre tu, oh sì che lo so, non riuscivi più a staccate la vista dall’eternità.
I tuoi occhi fissavano tuo malgrado l’aldilà senza trarne alcun profitto. Incapaci di vedere la grandezza di chi non ha più tempo da sprecare.

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Il sostenitore ideale https://www.carmillaonline.com/2026/07/28/il-sostenitore-ideale/ Tue, 28 Jul 2026 21:55:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96008 Racconto di Massimiliano Di Giorgio

Fernanda Cortesi aveva settantasei anni, camminava con un bastone e donava ventotto euro al mese da undici anni. Era quella che in gergo chiamiamo una sostenitrice storica: acquisita tramite direct mail nel 2012, upgrade riuscito nel 2015 (da diciotto a ventotto euro), zero interruzioni, zero richieste di cancellazione.

La nostra sostenitrice Fernanda aveva insegnato lettere alle medie per trentadue anni. Poi, dopo la pensione, si era messa a insegnare italiano agli immigrati. Ora aveva settantasei anni ed era zia di quattro nipoti: lei non aveva avuto figli, ma sua sorella sì. Votava a sinistra dai tempi di [...]]]> Racconto di Massimiliano Di Giorgio

Fernanda Cortesi aveva settantasei anni, camminava con un bastone e donava ventotto euro al mese da undici anni. Era quella che in gergo chiamiamo una sostenitrice storica: acquisita tramite direct mail nel 2012, upgrade riuscito nel 2015 (da diciotto a ventotto euro), zero interruzioni, zero richieste di cancellazione.

La nostra sostenitrice Fernanda aveva insegnato lettere alle medie per trentadue anni. Poi, dopo la pensione, si era messa a insegnare italiano agli immigrati. Ora aveva settantasei anni ed era zia di quattro nipoti: lei non aveva avuto figli, ma sua sorella sì. Votava a sinistra dai tempi di Berlinguer. Sul nostro database appariva con tre stelline – donatrice ad alta fedeltà – e una nota nel campo osservazioni: lascito testamentario confermato, stima patrimonio immobiliare circa 400.000 euro, nessun erede diretto, nipoti esclusi per volontà esplicita della donatrice.

Tre stelline e nessun erede diretto. Nel settore chiamiamo questo profilo un diamante.

Perché diciamoci la verità: il donatore vuole essere ingannato. Non vuole sapere davvero dove vanno i suoi trenta euro. Se glielo spieghi, smette di darli. Vuole la foto del bambino, la letterina di Natale firmata con una grafia infantile da una stagista di ventidue anni, la sensazione tiepida di essere una brava persona per il costo di due pizze al mese. Noi gli vendiamo quella sensazione. È il prodotto. Il bambino è il packaging. Fernanda Cortesi quella sensazione la comprava da undici anni, puntuale, e aveva deciso di comprarla anche da morta, con tutto l’appartamento.

Il problema era che anche quelli di Cuori Aperti ODV lo sapevano, e l’avevano puntata.

Me l’aveva detto Mirella, una milfona che lavora al loro ufficio lasciti e ogni tanto, dopo due bicchieri, parla più del dovuto. Fernanda aveva cominciato a ricevere le loro buste – quelle con il bambino dagli occhi grandi sulla busta, carta riciclata, inchiostro soia, tutta la pantomima – con una frequenza anomala. Tre in un mese. Poi una telefonata di “ringraziamento”. Poi un volontario sotto casa sua, con una pettorina arancione e un sorriso allenato.

Cuori Aperti si stava lavorando Fernanda Cortesi.

Avevo riferito la cosa al dottor Bramante, il nostro direttore fundraising, un uomo che porta occhiali senza montatura e parla sempre come se stesse presentando un bilancio di sostenibilità. Mi ha ascoltato, ha annuito due volte e ha detto: “Situazione critica per il portafoglio lasciti”. Poi, con la stessa voce con cui avrebbe detto passiamo al prossimo punto all’ordine del giorno, ha aggiunto: “Sergio, tu sai cosa fare”.

Ho portato con me Giacomo, che era arrivato da tre mesi dalla sede di Milano e che avevo osservato con una certa attenzione. Ventisette anni, laurea in cooperazione internazionale, uno stage a Nairobi, il tipo che in riunione parla di impatto sistemico e approccio olistico con gli occhi che brillano. Ma io non guardo mai gli occhi che brillano. Guardo le altre cose.

E le altre cose, su Giacomo, le avevo raccolte con discrezione. Non è difficile, nel nostro ambiente: il settore è piccolo, i pettegolezzi e le voci girano, le persone parlano, basta offrire da bere alla persona giusta. Avevo saputo della famiglia: padre notaio, madre dirigente scolastica, una villetta in Brianza, vacanze impegnate e impegni civili, il genere di sinistra che firma appelli e finanzia ai figli master da dodicimila euro. E avevo saputo di Nairobi.

Durante lo stage, un coordinatore locale aveva fatto qualcosa a una beneficiaria – qualcosa di brutto – e Giacomo lo aveva visto, ma non aveva detto niente. Probabilmente, avrà pensato, perché parlare avrebbe significato compromettere lo stage e le referenze. E poi, negli ultimi due mesi, dalla piccola cassa dell’ufficio erano spariti dei soldi. Mai dimostrato. Mai contestato. Ma le date coincidevano con la sua presenza, e quando se n’era andato gli ammanchi erano cessati.

Due cose, in fila. La prima era viltà. La seconda era qualcosa di più interessante: era curiosità. Giacomo aveva voluto sapere se poteva farlo, se poteva pescare nella cassa. E aveva scoperto che poteva.

Questo è il tipo di persona che cerco. Non i cinici: i cinici fanno troppe domande. Cerco quelli che hanno già attraversato la linea una volta, di nascosto, e che da allora aspettano soltanto che qualcuno gli dica che andava bene così. Che era giusto. Che il mondo funziona davvero come avevano sospettato.

L’avevo messo alla prova due giorni prima, in ufficio, mostrandogli come si profila un sostenitore sul gestionale. Mentre parlavo, lui aveva aperto il campo osservazioni – quello dove annotiamo i lasciti, le stime di patrimonio, le malattie – prima che glielo indicassi. È un campo nascosto in fondo a una scheda secondaria: chi non ha mai usato quel programma non sa nemmeno che esista. “Impari in fretta,” gli avevo detto. Lui aveva fatto una faccia modesta. Mi era sembrato un buon segno.

“Dove andiamo?” ha chiesto, salendo in macchina.
Non era la nostra macchina. Era una Punto grigia, presa in prestito, diciamo.
“Andiamo a trovare una sostenitrice”.
“Un’uscita di ringraziamento?”.
“Una cosa del genere”.

Fernanda Cortesi usciva ogni martedì alle dieci e un quarto. Lo sapevamo da una risorsa territoriale che abitava nel suo palazzo: non un volontario nel senso nobile, più uno che aveva un debito con noi. Fernanda era di farmacia il lunedì, di mercato il giovedì, di fisioterapia il martedì. Usciva dal portone, girava a sinistra, percorreva ottanta metri fino all’incrocio, attraversava sulle strisce. In quel tratto un furgone parcheggiava sempre sul lato destro e riduceva la visibilità.

Avevo scelto quel punto anche per un’altra ragione. Un investimento stradale, oggi, è l’operazione più rischiosa che ci sia: la città è piena di occhi, varchi della ZTL, telecamere di traffico, citofoni che filmano il pianerottolo. Un pirata della strada lo prendono quasi sempre, e in fretta. Ma quell’incrocio era un buco: nessun varco comunale, nessuna telecamera di traffico, solo quella di una tabaccheria che inquadrava la propria vetrina e ignorava la strada. E poi c’era la macchina. La Punto grigia l’avevo prelevata la sera prima da un parcheggio lungo la tangenziale, con le sue targhe addosso, e dopo sarebbe sparita per sempre. Un’auto rubata che investe una persona e si dissolve non porta a niente: la polizia cerca un proprietario, e il proprietario è una vittima pure lui, che quella mattina dormiva. Non si improvvisa, un investimento. L’automobilista distratto viene preso proprio perché improvvisa.

Ho parcheggiato a cinquanta metri, con il motore acceso.
“Perché aspettiamo?”, ha chiesto Giacomo.
“Tra poco passa la nostra sostenitrice”.

Alle dieci e diciassette il portone si è aperto.

Fernanda Cortesi era più piccola di come me l’ero immaginata. Capelli bianchi corti, cappotto grigio, un bastone con il manico a uncino. Camminava guardando il marciapiede, con la prudenza di chi alla sua età ha imparato a temere le mattonelle rotte, le buche. Settantasei anni, insegnante in pensione, ventotto euro al mese da undici anni, e un appartamento da circa 400.000 euro che sarebbe andato a noi, la ONG “Su Le Mani! International”.
“È lei?” ha chiesto Giacomo.
“Sì”.

Ho aspettato che raggiungesse le strisce. Ha alzato gli occhi, ha controllato la strada nel modo in cui controllano gli anziani – con un secondo di ritardo su tutto – e ha fatto il primo passo.

Ho messo la prima e ho accelerato.

Il colpo è stato secco. L’ho sentita sul lato destro, ho visto con la coda dell’occhio il cappotto grigio piegarsi e cadere, il bastone saltare in aria. Non ho frenato. Ho proseguito dritto fino alla fine della strada, ho girato a destra, ho tenuto una velocità normale, regolare. Tre isolati dopo ho imboccato la circonvallazione.

Giacomo non aveva detto niente. Era rigido, le mani strette sulle ginocchia, lo sguardo fisso davanti a sé. Respirava con la bocca.

Ho lasciato che il silenzio lavorasse un po’ per me. Poi ho parlato.
“Adesso ascolta, perché lo dico una volta sola”. Ho tenuto gli occhi sulla strada. “Quella signora si chiamava Fernanda Cortesi. Tra sei mesi al massimo il suo appartamento sarebbe andato a Cuori Aperti, che se la stava lavorando da settimane. Adesso invece resta nostro. Quattrocentomila euro che diventano pozzi, vaccini, scuole. Impatto. Quello vero, non quello dei dépliant”.

Giacomo non rispondeva. Ma non aveva neanche aperto la portiera a un semaforo per scappare, e questo mi diceva già abbastanza.

“Tu adesso starai pensando che sei complice di una cosa enorme. E hai ragione. Lo è. Eri in macchina, conoscevi il nome della sostenitrice, sapevi dove abitava. Se questa storia esce, tu esci con me”. Ho fatto una pausa. “Ma non è per questo che te ne parlo”.

Ho girato lo sguardo verso di lui, un secondo, poi di nuovo sulla strada.

“Te ne parlo perché tu a Nairobi hai visto cosa faceva quel coordinatore alla ragazzina, e hai tenuto la bocca chiusa per non perdere le referenze. E poi hai preso i soldi dalla cassa, un po’ per volta, solo per vedere se ti riusciva. E ci sei riuscito. Nessuno l’ha mai saputo. Tranne me.”

Adesso mi guardava. L’espressione era diversa: non era spaventato. Aveva la faccia di uno che si accorge per la prima volta che lo stanno guardando davvero per com’è.

“Guarda, non te lo dico per ricattarti. Te lo dico perché so chi sei. Sei uno di quelli che hanno capito come funziona davvero il mondo e magari si vergognano di averlo capito. Io ti tolgo la vergogna. Ti dico che va bene”.

Abbiamo fatto un chilometro in silenzio.

Poi ha parlato lui, e la voce era più ferma di quanto mi aspettassi.

“Mio padre – ha detto – ha donato a cinque associazioni per trent’anni. Aveva l’adesivo del WWF sulla macchina e la casa in Brianza. Mia madre andava ai cortei e aveva la colf in nero”. Ha guardato fuori dal finestrino. “Tutta gente come quella signora. Hanno passato la vita a sentirsi buoni, e intanto si tenevano tutto. Le case, i soldi, i posti. E a noi cosa lasciano? I master che ci hanno pagato per tenerci buoni, e poi niente. Le case se le tengono fino a novant’anni e poi le lasciano a un’associazione per pulirsi la coscienza”.

Ho sorriso, ma discretamente.

“Quella signora – ha continuato lui; e adesso c’era qualcosa di duro, quasi allegro, nella sua voce – insegnava italiano agli immigrati. Lo faceva gratis per sentirsi giusta. Però con quell’appartamento in un posto così. ‘Sti vecchi qua ci hanno fottuto il futuro e sono pure morti sentendosi in credito”.
“Esatto”, ho detto.
“E adesso quei soldi almeno servono a qualcosa”.
“Esatto, Giacomo. Vedo che capisci al volo”.

Ha annuito. Non era più la risposta automatica del primo giorno, quel cenno che facevano i sostenitori prima di firmare senza aver capito. Questa volta aveva capito tutto. Si era tolto la vergogna da solo, mentre parlava, come ci si toglie un cappotto stretto.

Lo avevo letto bene. Li leggo sempre bene. È l’unica vera competenza che conta, in questo mestiere: riconoscere un diamante, quando ne vedi uno.

La rappresaglia è arrivata nove giorni dopo.

Si chiamava Walter, aveva ventidue anni ed era un dialogatore, insomma faceva il face to face, per noi: uno di quelli con la pettorina azzurra e il tablet, piazzati agli angoli buoni del centro a fermare i passanti. Ha due minuti per i bambini? Walter era bravo, con un tasso di conversione sopra la media, il sorriso facile, quel misto di entusiasmo e precarietà che funziona bene con quelli sotto i quarant’anni di reddito medio-alto. Lo hanno preso una sera mentre tornava al deposito, in una via laterale senza telecamere. Due uomini, genere disgraziati, di quelli che vivono più o meno per strada, di espedienti. Forse dell’est, violenti, con la puzza di alcol e di sporco vecchio. Gli hanno rotto un braccio, due costole e tre denti, e gli hanno portato via il tablet. Solo il tablet.

Aveva ancora il portafoglio in tasca, con dentro 30 euro e il bancomat. Non li hanno toccati. Hanno preso solo il tablet, dove c’erano i contatti caldi della settimana: nomi, telefoni, fasce di reddito stimate, tutti i prospect che Walter aveva agganciato e non ancora chiuso.

Una rapina non funziona così. Questo era un messaggio, e il messaggio diceva: sappiamo chi state lavorando, e possiamo arrivarci prima noi.

Ho capito subito da dove veniva. Walter lavorava la zona che stavamo contendendo a Cuori Aperti dopo la faccenda Cortesi. Avevamo intensificato l’acquisizione proprio lì, sul loro territorio, e a qualcuno non era piaciuto. Il dottor Bramante non ha detto granché. Ha guardato il referto medico che gli avevo girato, ha tolto gli occhiali, li ha puliti con il fazzoletto e ha detto: “Provvedi tu alla continuità operativa, Sergio?”. Poi ha rimesso gli occhiali. Continuità operativa.

I bravi dialogatori sono merce rara, e come ogni merce rara ogni tanto vengono rubati. Walter, prima che lo pestassero, aveva ricevuto due offerte da Cuori Aperti e una da Ponte Solidale: più fisso, più percentuale, un contratto vero invece della partita IVA. Si chiama poaching, e lo facciamo tutti. Mando una persona a fermarsi davanti al ragazzo migliore della concorrenza mentre stacca, a fine turno, e a offrirgli un caffè. Nel caffè non c’è niente di male. Nel caffè c’è solo il numero che guadagnerebbe da noi. I sostenitori credono che chi gli chiede dieci euro per i bambini lo faccia per vocazione. Qualcuno sì. Ma la vocazione, come tutto il resto, ha un prezzo di mercato, e quel prezzo lo conosciamo a memoria.

Quella sera ho detto a Giacomo che andavamo a farci due birre.

Non era del tutto una bugia. Avevamo davvero due birre tiepide nei portabicchieri, prese a un distributore, e giravamo senza fretta apparente per la cintura della città: capannoni, piazzali, la luce arancione dei lampioni sui muri di cemento. Solo che mentre giravamo io cercavo. Avevo un’idea abbastanza precisa di dove reclutano, quelli, perché è lo stesso posto dove reclutiamo tutti: la stazione, il piazzale dietro, dove stazionano gli uomini che accettano cento euro (anche cinquanta) in contanti per fare una cosa e dimenticarsela.

“Posso chiederti una cosa?” ha detto Giacomo a un certo punto.
“Chiedi”.
“È sempre stato così? Voglio dire, questo. Le ONG che si fanno la guerra”.

Ho bevuto un sorso di birra. Un po’ calda e sgasata, come piace a me.

“Da quando ci sono i soldi grossi, sì. E i soldi grossi ci sono da quando esistono i lasciti e il regular giving. Finché campavamo di spiccioli nelle cassette, nessuno si scannava per gli spicci”.
Ho rallentato a un incrocio, ho guardato un gruppo di figure ferme sotto un cavalcavia, ho proseguito. “Ti racconto come funziona, così capisci dove sei finito”.

“Tre anni fa Mondo Vivo ha perso l’intero archivio donatori. Un incendio, di notte, nella sede dove tenevano i server. Origine dolosa, hanno detto i pompieri, ma non hanno trovato niente. Sei mesi dopo gli stessi nominativi hanno cominciato a ricevere lettere da Ponte Solidale. Coincidenze”.

Giacomo ascoltava senza muoversi.

“Due anni fa al responsabile lasciti di una piccola fondazione cattolica hanno svuotato l’ufficio in una notte. Non i computer, i faldoni cartacei. I testamenti olografi, le promesse di donazione firmate, la roba che non puoi ricostruire. Senza quei fogli, metà dei lasciti che aspettavano non erano più dimostrabili. La fondazione ha chiuso il ramo lasciti l’anno dopo. Qualcuno ne ha ereditato i donatori”.
“E nessuno denuncia?”.
“Denunciare cosa? Un furto di scartoffie? Un incendio doloso senza colpevoli?”. Ho sorriso nello specchietto. “E poi denunciare significa ammettere che esiste una guerra. E nessuna ONG può permettersi che i sostenitori sappiano che esiste una guerra. Il sostenitore vuole crederci buoni. La nostra prima regola è proteggere quella convinzione. Tutto il resto viene dopo”.

Ho imboccato un piazzale dietro la stazione, a passo d’uomo.

“L’anno scorso – ho continuato – un coordinatore territoriale di Cuori Aperti è stato trovato impiccato in un box auto. Aveva debiti, hanno detto. Depressione, hanno detto. Probabile. Però quel coordinatore tre settimane prima era passato a Ponte Solidale portandosi dietro un portafoglio lasciti da quattro milioni, e a qualcuno questo trasloco era costato parecchio”. Ho fatto una pausa. “Ufficialmente si è impiccato, insomma”.

Non sempre succedono cose così drammatiche, intendiamoci. Però la questione di fondo è sempre quella. Il sostenitore ha un budget. Non è infinito. Chi dà trenta euro al mese ai bambini non li dà ai cani, e chi li dà ai cani non li dà ai migranti. Per questo le ONG non si fanno la guerra solo dentro lo stesso settore: se la fanno anche tra settori diversi, perché alla fine peschiamo tutti nello stesso portafoglio. Mondo Vivo, che si occupa di ambiente, ha fatto girare per due anni la voce che una certa associazione per l’infanzia spendeva il settanta per cento in stipendi. Non era vero – era il quaranta, come tutti – ma la voce è bastata. I donatori sensibili ai bambini hanno cominciato a guardarsi intorno, e indovina chi era lì pronto a riceverli con una bella campagna sulle foreste? Non rubi il donatore al concorrente diretto. Lo fai uscire da un settore e lo accogli nel tuo. È più pulito, e non lascia impronte.

Sì, lo so, sembra brutto, sembriamo persone orribili. Però. La gente pensa che la beneficenza sia gratis. Che i suoi trenta euro arrivino interi al pozzo, al vaccino, alla scuola. Non funziona così, e non può funzionare così. Tra il suo bonifico e il pozzo c’è un mondo intero che deve campare. Ci sono io. C’è Bramante. C’è chi scrive le buste e chi le stampa e chi le imbusta, c’è l’agenzia creativa che decide quale bambino mettere in copertina e quanto grandi devono essere i suoi occhi, c’è la società che gestisce il database, ci sono i dialogatori in strada e i call center che chiamano la sera all’ora di cena, ci sono i consulenti per i lasciti e i notai e i commercialisti e gli avvocati. C’è gente che si è comprata la casa, mandato i figli all’università, pagato le vacanze, facendo del bene agli altri per mestiere. È un’industria. Una delle poche che non va mai in crisi, perché la materia prima – la cattiva coscienza di chi sta bene – è inesauribile e si rinnova da sola a ogni telegiornale. Fa girare soldi, posti di lavoro, fatturato. Fa il suo bravo pezzettino di PIL.

Anche se i governi e pure la UE ogni tanto tagliano il budget dedicato all’assistenza e agli aiuti internazionali, e devo dire che questo non ci aiuta e anzi ci spinge a fare cose che in altri momenti non faremmo. Ma è l’economia, bellezza, che ci vuoi fare. E quando uno come me toglie di mezzo una vecchia signora per accelerare un lascito, non sta facendo niente di diverso, in fondo, da quello che fa tutto il sistema ogni giorno alla luce del sole. Sta solo saltando qualche passaggio intermedio.

Giacomo non ha detto niente per un po’. Poi: “E noi adesso cosa stiamo facendo?”.
“Adesso,” ho detto, “stiamo cercando due signori”.

Li ho visti dopo il terzo giro. Erano sotto la pensilina di un parcheggio chiuso, due figure che avevo già notato al primo passaggio e che al secondo erano ancora lì, il che voleva dire che aspettavano qualcuno o non avevano nessun posto dove andare. Uno era grosso, con un giubbotto di pelle troppo leggero per la stagione. L’altro era magro e si muoveva male, come chi ha dolori vecchi. Tutti e due avevano l’aria di chi accetta 100 euro per rompere un braccio e poi se lo dimentica.

Riconosco la gente di stazione come riconosco i diamanti. È sempre la stessa competenza. Ho accostato. Ho abbassato il finestrino.
“Cerco due persone per un lavoretto,” ho detto. “Pagato bene”.

Si sono avvicinati. Il grosso si è chinato verso il finestrino, e in quel momento ho visto, sul polso, l’orologio di Walter. Un Casio da quaranta euro che Walter portava sempre e di cui andava fiero perché glielo aveva regalato la ragazza. Non avevano preso i soldi o il bancomat, ma l’orologio sì. Certa gente è così: ruba secondo copione e poi tiene un souvenir.

Tanto mi bastava.

Quello che è successo dopo l’ho gestito in fretta, dietro il parcheggio, dove non arrivava la luce. Avevo nel bagagliaio una chiave inglese grossa, di quelle che non insospettiscono nessuno se le trovi in un’auto. Funziona meglio di tante altre cose perché non taglia e non spara, fa solo molto, molto male, e lascia segni che sembrano una rissa tra ubriachi. Giacomo è rimasto vicino alla macchina. Non l’ho obbligato a partecipare, non era ancora il momento. L’ho lasciato guardare.

Quando il grosso era a terra e il magro aveva smesso di provare a scappare perché aveva capito che con quella gamba non poteva, ho tirato fuori dalla tasca non il coltello che entrambi si aspettavano – glielo avevo visto negli occhi – ma una chiave. Una semplice chiave di sicurezza, di quelle a doppia mappa.

L’ho posata sul petto del grosso.

“Questa – ho detto – apre una porta sul retro in via Crespi 12. È un magazzino. Dentro ci sono delle carte e delle cose di computer, degli hard disk, e una cassaforte a muro che tanto non saprete aprire. Voi prendete i faldoni e gli hard disk, tutti, li mettete in due borsoni e li portate dove vi dirò. Per questo vi do cinquecento euro. Più di quanto vi ha dato chi vi ha mandato a pestare il ragazzo. E potete prendervi anche altre cose che sono lì, quello che vi serve”.

Il magro mi ha guardato dal basso, con un occhio che si stava già gonfiando. “E quelli di prima?”.
“Quelli di prima vi hanno pagato per un lavoro. Io vi pago per il prossimo. Funziona così, in questo settore: si cambia bandiera in continuazione. Nessuno se la prende”. Ho indicato la chiave. “Via Crespi 12 è una sede loro. Gli stessi che vi hanno mandato a rompere il braccio a Walter. Vedetela come una promozione”.

Il grosso ha guardato la chiave. Poi l’ha presa.

È sempre questione di trovare la leva giusta. Con i sostenitori è la coscienza. Con questi era il fatto che chi li aveva assoldati li aveva pagati poco e li avrebbe scaricati senza pensarci. Glielo avevo solo fatto notare. Il resto l’hanno fatto loro.

Siamo risaliti in macchina. Le birre erano ancora lì, definitivamente tiepide.

“Non li hai…”, ha cominciato a dire Giacomo.
“Ammazzati? No. Ma ti pare? Per chi mi hai preso, per un serial killer? Guarda che noi lavoriamo per il bene. E poi questi qui morti non servono a niente. Vivi e in debito, invece, sono una risorsa. Quei due adesso lavorano per noi. Deruberanno Cuori Aperti, avranno paura di tutte e due le parti, e l’unica persona al mondo con cui sono in regola sono io”. Ho rimesso in moto. “Questo è reclutamento, Giacomo. Il pestaggio era solo il colloquio”.

Lui guardava fuori dal finestrino i lampioni che scorrevano. Aveva un mezzo sorriso che la prima settimana non aveva.
“È geniale,” ha detto piano.
“È mestiere,” ho risposto.

Ma mentre lo dicevo, e mentre lo guardavo di profilo godersi la cosa, ho avvertito per la prima volta qualcosa che non saprei chiamare preoccupazione – non sono un tipo che si preoccupa – ma che gli somigliava. Giacomo non aveva detto: è giusto. Non aveva detto: poveracci. Aveva detto è geniale, e l’aveva detto con l’ammirazione di chi sta prendendo appunti.
Gli allievi che imparano troppo in fretta sono come i lasciti troppo grossi. Fanno gola, ma attirano l’attenzione delle persone sbagliate. E a volte la persona sbagliata sei tu.

Per qualche settimana non è successo niente di particolare. La faccenda Cortesi si era chiusa bene, i due della stazione avevano svuotato il magazzino di Cuori Aperti senza intoppi, e Bramante aveva ricevuto due borsoni di faldoni e hard disk con la soddisfazione contenuta di chi vede tornare in pari un bilancio. Giacomo lavorava bene. Imparava in fretta, faceva le domande giuste. Lo stavo formando con la pazienza che si usa per gli investimenti a lungo termine.

Poi è morto il professor Aldovrandi.

Non l’ho ucciso io, sia chiaro, e non l’ha ucciso nessuno dei nostri. L’ho saputo da una telefonata. Il professor Vittorio Aldovrandi, ottantatré anni, vedovo, ex docente di diritto commerciale, una villa sulla collina e un patrimonio che le voci stimavano sopra il milione e mezzo. Era caduto dalle scale di casa sua una domenica mattina. Trovato dalla donna delle pulizie il lunedì. Frattura cranica, niente segni di effrazione, archiviato in tre giorni come incidente domestico.

Il problema è che il professor Aldovrandi, sei mesi prima, aveva firmato un lascito testamentario a favore di Ponte Solidale International. E che nelle ultime settimane Mondo Vivo se lo stava lavorando con un’insistenza che a qualcuno doveva essere sembrata promettente, tanto che, secondo le voci, il professore aveva accennato a un nipote la possibilità di “rivedere certe disposizioni”.

“Rivedere certe disposizioni”: nel nostro settore non esistono tre parole più pericolose di queste.
Un lascito firmato è un asset iscritto a bilancio. Le ONG grosse li contabilizzano, ci fanno proiezioni, ci costruiscono sopra i piani triennali. Quando un donatore che ha già firmato comincia a “rivedere”, non sta facendo un ripensamento privato: sta spostando un milione e mezzo da una colonna all’altra di due bilanci diversi. E i bilanci, quando sono abbastanza grossi, si difendono.

Ne ho parlato con Giacomo, in ufficio, davanti al caffè della macchinetta. Lo trattavo ormai come uno a cui si possono dire tutte le cose.

“Vedi – gli ho spiegato – questa è la differenza tra noi e loro. La signora Cortesi era una piccola operazione. Pulita, mirata, quattrocentomila euro. La gestisci in due persone e un’auto presa in prestito. Ma Aldovrandi era un milione e mezzo, e a quel livello non mandano due disgraziati con una chiave inglese. A quel livello la cosa la decide un consiglio direttivo, anche se nel verbale c’è scritto altro”.
“Tu come fai a sapere che non è stata una caduta?”.
“Non lo so. Intendiamoci: ufficialmente è una caduta”. Ho bevuto il caffè. “Ma il professore aveva ottantatré anni e firmava lasciti da rivedere. Te lo dico perché tu lo sappia: noi siamo in mezzo alla catena alimentare, Giacomo. Su Le Mani! è un pesce medio. Possiamo permetterci una Cortesi ogni tanto. Quelli sopra di noi giocano un altro campionato”.

Giacomo ascoltava con quella sua attenzione che a quel punto avevo imparato ad apprezzare.
“Ponte Solidale e Mondo Vivo – ha detto – Ma il lascito alla fine a chi va? A chi ce l’aveva o a chi lo stava lavorando?”.
“A chi ce l’aveva. Se il professore è morto prima di modificare, vince la versione firmata. Ponte Solidale incassa”.
Ha annuito, piano. “Quindi a Mondo Vivo non è servito a niente”.
“A Mondo Vivo no. Ma non è detto che sia stata Mondo Vivo. Anzi: se il lascito era già di Ponte Solidale, l’unica che aveva interesse a farlo morire prima che cambiasse idea era proprio Ponte Solidale. Mondo Vivo aveva interesse a tenerlo in vita finché non firmava il nuovo”. Ho buttato il bicchierino.
Giacomo mi ha guardato con una specie di rispetto. “Sei bravo a leggere queste cose”.
“È il mestiere,” ho detto. “Leggere chi ha interesse a cosa. Funziona con i lasciti, funziona con i morti, funziona con le persone”.

Funziona con le persone. L’ho detto io, con la mia bocca, mentre lui mi guardava. E non ho letto niente.

Avrei dovuto capirlo prima. È questa la parte che ancora mi dà fastidio: il fatto che io, che leggo le persone per vivere, abbia avuto la risposta davanti per settimane e l’abbia scambiata per un’altra cosa.

I segni c’erano tutti. Li ho riletti dopo, uno per uno, con la pignoleria con cui si rilegge un contratto quando ormai l’hai già firmato.

Giacomo imparava troppo in fretta. Questo me l’ero detto fin dall’inizio, ma me l’ero detto nel modo sbagliato, con il compiacimento del maestro che si gode l’allievo dotato. Solo che un allievo dotato fa gli errori dei principianti, e poi li corregge. Giacomo non li faceva. Sapeva già dove guardare. Quel campo osservazioni che aveva aperto il primo giorno, prima che glielo indicassi – me l’ero raccontato come talento. Non era talento. Era uno che quel gestionale lo aveva già visto, da qualche parte, e si era dimenticato di fingere di non conoscerlo.

Una volta, parlando del face to face, ha usato la parola churn riferita ai dialogatori, non ai donatori. È un uso interno, gergale, che fanno solo le organizzazioni grosse e strutturate quando misurano il turnover dei raccoglitori in strada. Un ragazzo di ventisette anni alla prima esperienza dice “ricambio”, “abbandono”, dice che “la gente molla”. Non dice churn dei dialogatori. Gliel’ho sentito dire e ho pensato: ha studiato. Non mi sono chiesto dove.

E poi la domanda su Aldovrandi. Quel pomeriggio, davanti al caffè, mi aveva chiesto a chi andava il lascito di un donatore morto prima di modificare le disposizioni. Sul momento mi era sembrata la curiosità giusta, la domanda di uno che vuole imparare. Solo che non era una domanda da neofita. Era una domanda da addetto ai lavori che verifica una procedura che già conosce. Gliel’avevo spiegato con pazienza. Lui aveva annuito.

Tre cose, in fila. Esattamente come tre mesi prima avevo messo in fila le tre cose su di lui – la famiglia, la violenza coperta, i soldi dalla cassa – e ne avevo ricavato un ritratto. Solo che il ritratto era sbagliato. O meglio: era il ritratto che mi avevano lasciato vedere. La famiglia in Brianza era vera, lo stage a Nairobi era vero, probabilmente erano veri anche i soldi dalla cassa. Ma erano gli ingredienti di una copertura costruita bene, lasciati lì apposta perché uno come me li trovasse, li mettesse in fila, e si convincesse di aver capito tutto. Mi avevano dato un diamante da riconoscere, e io l’avevo riconosciuto. È la truffa più antica che esista: dai al mago il trucco che vuole vedere.

Ho cominciato a tirare il filo a fine ottobre, quando ormai era tardi.

Non sto a raccontare come: sono gli stessi metodi che uso per i sostenitori, applicati a un collega, una telefonata a un vecchio contatto, una verifica su uno stage che risultava più breve di come lui lo raccontava, un nome che non tornava in un’azienda dove diceva di aver lavorato. Bastò poco. La cooperazione internazionale, Nairobi, la laurea: tutto vero, tutto verificabile, tutto inutile. Perché negli ultimi otto mesi prima di arrivare da noi, aveva lavorato. Per Meridian Hope International.

Meridian Hope non la conoscevamo se non di nome, perché non esisteva ancora, in Italia. Era una di quelle macchine enormi del terzo settore anglosassone – sedi in quaranta paesi, un fatturato da multinazionale, un dipartimento legale più grande di tutta Su Le Mani! messa insieme – che aveva deciso di entrare nel mercato italiano. E quando una di quelle entra in un mercato nuovo, non comincia da zero. Non si costruisce i donatori uno per uno come ce li costruiamo noi, in vent’anni di buste e telefonate. Compra, assorbe; oppure – quando il mercato è piccolo e litigioso come il nostro – studia. Manda qualcuno dentro a imparare come funziona davvero: chi controlla quali territori, come si lavorano i lasciti, dove sono i punti deboli, quali ONG si possono comprare e quali conviene far crollare prima di arrivare.

Giacomo era quel qualcuno. Non era un allievo. Era uno che faceva sopralluoghi. E io gli avevo fatto da guida turistica. Gli avevo mostrato la Cortesi, il reclutamento alla stazione, il modo di leggere un database, la geografia dei territori, i nomi delle altre ONG e di cosa erano capaci. Gli avevo insegnato il mestiere con l’orgoglio dell’artigiano che forma il garzone, e intanto il garzone catalogava tutto per conto di chi, di lì a un anno, avrebbe usato quelle informazioni per spazzare via artigiano e bottega.

Quando ho capito, ho fatto l’unica cosa sensata: sono andato da Bramante. Ed è lì che ho scoperto di essere arrivato secondo anche in questo.

Bramante mi ha ricevuto un giovedì pomeriggio. Sul suo tavolo c’era una cartellina chiusa.

“Volevo parlarti di Giacomo,” ho detto.
“So di Giacomo.” Ha intrecciato le mani sul tavolo. “Sappiamo di Giacomo da qualche settimana, Sergio”.
L’ho guardato. “Come, sappiamo? Chi lo sa?”.
“Meridian Hope ci ha contattati. A livello, diciamo, di direzione”. Bramante ha fatto una piccola pausa, scegliendo le parole. “Non sono venuti a minacciarci. Sono venuti a proporci una collaborazione. Stanno entrando nel mercato, hanno bisogno di una struttura locale già radicata, con territori e portafoglio lasciti. Per loro Su Le Mani! è una struttura interessante. Il ragazzo non era qui per danneggiarci. Era qui per valutarci”.
Ho impiegato un attimo a capire. “Ci stanno comprando,” ho detto.
“È un’integrazione. La parola che usiamo è integrazione”. Bramante ha aperto la cartellina. “E un’integrazione di questo tipo richiede che certe… pratiche del passato non emergano. Tu capisci. Una multinazionale con un dipartimento di compliance non può ereditare un partner con dei rischi reputazionali in sospeso. La faccenda della signora Cortesi, i due individui della stazione, la sede di via Crespi. Cose che hai gestito tu, Sergio. Egregiamente, sia chiaro. Ma che esistono”.

La cartellina è scivolata verso di me sul tavolo.
“Cos’è?”, ho chiesto.
“Una soluzione vantaggiosa per tutti. Buonuscita di dodici mensilità. Referenze eccellenti. E un accordo di riservatezza che copre l’intero periodo della tua collaborazione con Su Le Mani! International. Tutto quello che hai fatto qui dentro resta qui dentro. Per sempre”. Ha rimesso a posto una piega della cravatta. “Tu in cambio, semplicemente, valuti altre opportunità professionali. Altrove”.
Ho guardato i fogli.
Un collaboratore che sa troppo è una passività. Liquidarla è fundraising difensivo. Lo avevo pensato decine di volte, di altri. Non avevo mai pensato di leggerlo dalla parte sbagliata del tavolo.

“E Giacomo?”.
“Giacomo rientra in sede. Ha completato la sua valutazione”. Bramante ha sorriso, forse per la prima volta da quando lo conoscevo. “Ti ha fatto i complimenti, sai. Ha detto che ha imparato moltissimo da te. Che sei il miglior professionista che ha incontrato in Italia”. Ha allungato verso di me una penna. “Prendilo come un riconoscimento”. Poi ha aggiunto: “Ci vuoi pensare un attimo su, oppure firmi?”.

Ho firmato.

Si firma sempre. È l’altra cosa che ho imparato in vent’anni: davanti al documento giusto, presentato dalla persona giusta, al momento giusto, tutti firmano. I sostenitori firmano i lasciti, i collaboratori firmano gli accordi di riservatezza, le vecchie signore firmano le revoche. Avevo costruito una carriera sul fatto che la gente firma. Era giusto che finisse con una firma anche per me.

Ho passato l’inverno a valutare opportunità, come si era detto.

Il settore delle ONG era precluso: l’accordo aveva una clausola di non concorrenza di ventiquattro mesi nella raccolta fondi. Ma le competenze, quelle no, quelle non te le toglie nessun accordo. Sapevo costruire relazioni con persone anziane, sole, con patrimoni da gestire e aspettative di vita da calcolare. Sapevo ascoltare. Sapevo essere paziente. Sapevo riconoscere, in una stanza piena di gente, l’unica persona che contava.

O almeno credevo di saperlo. Giacomo mi aveva lasciato un piccolo dubbio professionale, su quest’ultimo punto. Ma un dubbio sano, ci tengo a dirlo. Nel mio lavoro un po’ di umiltà sulle proprie capacità di lettura non ha mai fatto male a nessuno.

Il settore sanitario mi sembrava quello con le prospettive migliori.

Ho mandato il curriculum a tre gruppi privati e a una residenza sanitaria assistita di medie dimensioni, in provincia. Cercavano un responsabile delle relazioni con gli ospiti e le famiglie. Il profilo richiedeva empatia, capacità di gestione dello stress, esperienza nel rapporto con persone fragili e con i loro cari nei momenti delicati. Sapevo già quali fossero, i momenti delicati. Sono quelli in cui si parla di patrimoni, di volontà, di disposizioni per il dopo.

Una RSA privata è piena di persone anziane, sole, facoltose. In certi casi senza eredi diretti. Tutte, prima o poi, alla fine di un percorso.

È un settore con margini di crescita interessanti, e una concorrenza ancora poco organizzata.

Il colloquio era fissato per il martedì successivo. Mi sono presentato con una cravatta sobria e la risposta pronta alla domanda che fanno sempre, quella sul perché si lascia l’impiego precedente.

“Sentivo il bisogno – ho detto – di avere un impatto più diretto sulle persone”.

Il direttore ha annuito, soddisfatto. Aveva la faccia di uno che ha trovato la persona giusta.

Li riconosco sempre, quelli che hanno trovato la persona giusta. È l’unica vera competenza che conta, in questo mestiere.

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Due racconti pre agostani https://www.carmillaonline.com/2026/07/14/due-racconti-pre-agostani/ Tue, 14 Jul 2026 21:55:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95944 di Cesare Battisti

La cifra della prigionia

Tornare sul proprio passato e non ricordare la data di certi avvenimenti che, nonostante, hanno segnato momenti significativi della mia vita, è deprimente. Potrei descrivere nei dettagli una scena vissuta, affrescare uno stato d’animo o tornare sul significato di un gesto, un’espressione, non ho nemmeno dubbi sulla successione di questi avvenimenti. Ma dargli una data quando mi occorrerebbe farlo, questo è un altro paio di maniche. Non penso sia una faglia da attribuire alla vecchiaia, se così fosse, ad essere compromessa sarebbe piuttosto la memoria recente. Ma è proprio questo il punto: il carcere [...]]]> di Cesare Battisti

La cifra della prigionia

Tornare sul proprio passato e non ricordare la data di certi avvenimenti che, nonostante, hanno segnato momenti significativi della mia vita, è deprimente. Potrei descrivere nei dettagli una scena vissuta, affrescare uno stato d’animo o tornare sul significato di un gesto, un’espressione, non ho nemmeno dubbi sulla successione di questi avvenimenti. Ma dargli una data quando mi occorrerebbe farlo, questo è un altro paio di maniche. Non penso sia una faglia da attribuire alla vecchiaia, se così fosse, ad essere compromessa sarebbe piuttosto la memoria recente. Ma è proprio questo il punto: il carcere appiattisce i ricordi su una stessa linea di tempo, un rullo compressore che spiana tutto su uno sconfinato presente.

Il tempo vuoto è la cifra della prigionia, è il calendario di una sola pagina, è tempo che non passa nel luogo senza, senza speranza e senza senso. Nella smania dell’attesa,non è più possibile distinguere il passato recente dal quello remoto; può essere successo da un secolo o una settimana fa, per il prigioniero sarà sempre e solo un ieri. Non si tratta di un punto di vista personale, dovuto magari a un momento di sconforto, bensì di un responso senza appello. Esso si inscrive nell’anima dei sempre troppi esseri umani costretti ad adattarsi all’ambiente spietato del carcere. Che non è solo il luogo dell’espiazione della pena, è anche e soprattutto un modo diverso di non stare al mondo. Il prigioniero si adegua al vuoto, resiste, ma per far questo deve annullare sé stesso. E il tempo lo aiuta cessando la sua corsa. Certe volte, per dirmi che c’è sempre di peggio, o solo per riempire di pensieri il silenzio della notte, saltello di pena in pena confondendo epoche e prigioni. Risento allora il solletico sulle labbra che mi facevano gli scarafaggi quando venivano a succhiarmi la saliva, non appena chiudevo gli occhi in una cella di sicurezza del Quai des Orfèvres, la questura centrale di Parigi. E poi il freddo della prigione di Fresnes, il famigerato bastione della sicurezza sin dai tempi dell’occupazione nazista.

Mi ferisce la mente la crudeltà di quegli agenti di sorveglianza, il loro ordinario disprezzo per la dignità umana. Avendo sperimentato il regime delle carceri speciali al culmine della repressione in Italia, credevo non esistesse peggiore nefandezza che poteva impressionarmi. Sembra impossibile, a ricordarlo adesso, qui seduto a tavolino davanti al mio PC, con le vette delle Apuane così vicine alla mia finestra da farmi dimenticare a tratti le sbarre che ci separano.
Ancora detenuto, sì, e lontano da quella Francia così severa nel dovere quanto attenta al diritto. Ma non era ieri, come vorrebbe farmelo credere l’insonnia, è stato tanto tempo fa. Era in corso il mio primo processo di estradizione, poi negata dalla Corte di Parigi.

Nel carcere di Fresnes ci sono rimasto solo cinque mesi, altro mondo, altra epoca, ma la mente mi ci è rimasta impigliata e adesso non mi lascia andare. Mi obbliga a ricordare la sporcizia, risentire nelle ossa il freddo dell’inverno nordico, con il capo chino sotto gli insulti di guardie avvinazzate. Poi tradotto in giustizia mani e piedi incatenati. Valeva per tutti, non importava se ladro di polli o terrorista internazionale. La Francia dà e la Francia toglie, anche la vita, se pochi anni prima il governo socialista non avesse fatto saltare la ghigliottina. Fresnes è stata un’esperienza che mi marcherà più di tante altre disgrazie, talune anche peggiori, forse perché non me lo aspettavo da un paese che credevo di grande civiltà e che, oltretutto, non avevo mai offeso.

Il buio mi risucchia, da un freddo all’altro. E io non so più dire: Fresnes o Oristano? Le ossa tremanti sotto la coperta rozza sembrano le stesse, ma il cuore no, quello nell’isolamento di Oristano è stanco, anche la storia che racconta è un’altra. Sensazioni diverse, ma stesse esperienze che uccidono la speranza, definitive come la morte, al punto da non averne più paura. Anche il carcere di Oristano fa parte del passato, sta tutto nel sacco senza fondo della pena. Ma la notte è irrequieta e la mente ci va dietro. Saltella di carcere in carcere, rimette a nudo il pietoso rientro nelle patrie galere. Ricordi che credevo spenti ora nella notte bruciano. È stato ieri, solo ieri. Niente di strano, ho già sentito ergastolani rifare mille combinazioni del presente mischiando le carte di un ieri troppo lontano perfino per la memoria degli archivi giudiziari.

La disinvoltura con la quale questi prigionieri pluridecennali usano raccontare l’antica libertà, a dispetto del tempo e delle pene, è la mano tesa nella mia notte oscura. Una mano forte, mi guiderà verso il prossimo ieri.

 

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Silvana e baci

Silvana l’ho baciata alle scuole medie. Anzi, lei ha baciato me e, prima ancora di capire, si era staccata e già correva via tenendosi il vestitino a fiori con la mano. Cosa avesse mangiato Silvana prima di quel bacio, me lo sono chiesto fino alle superiori. C’era sulle sue labbra un sapore strano, che avrei ricercato invano in altre bocche da baciare. Ho creduto a volte di averlo ritrovato masticando un fiore, o dentro un cartoccio di dolciumi. Mi è sembrato anche di sentirlo tra le rime di una poesía letta a scuola, di scovarlo in una canzone degli Equipe 84 con Guccini.

Ho cercato Silvana correndo le vie di Latina, mentre baciavo le altre per esercitarmi e poi farglielo vedere. Era l’epoca dei baci. Si baciava per non sentirsi tagliato fuori dall’età che lievitava e anche per parlare di bocche a scuola, come fossero gelati da leccare. E per non dimenticare il sapore di Silvana, con il gonnellino a fiori e la frangetta nera scolpita sulla fronte. Silvana l’ho cercata dappertutto.

Ho creduto poi di riconoscerla tra i ragazzi della Quinta, con i pantaloni scampanati e la cinta a bassa vita. L’ho abbracciata di sfuggita nei sottoscala delle case popolari, chiedendole dove avesse lasciato il suo sapore, e facendomi trattare da imbranato quando inventavo scuse per fuggire. Silvana mi faceva vergognare, quando con Lino e la sua banda prendevamo in “prestito” un motorino per andare alle feste di paese, a impressionare le ragazze da baciare. Certe volte mi è sembrato di vederla applaudire, quando rinunciavo a una parte del mio bottino per una colletta militante, o per pagare l’avvocato a un compagno finito male; talvolta un ciclostile da comprare, ma il cui uso mi era ancora indifferente.

Ho creduto di vederla tra la folla che piangeva, la volta in cui Lotta Continua con quelli della Quinta avevano riempito piazza del Popolo, mentre io venivo schiaffeggiato e ammanettato a una volante della polizia. Il sapore di Silvana mi bruciava in gola, ogni volta che respiravo un po’ d’aria pura, andando a spasso con una nuova amica.
Ancora oggi, con la schiena curva e incanutito, mi pare di vederla tra le righe. Mentre, con aria delusa, lei si rimette i pantaloni sotto l’albero più frondoso della Macchiarella, l’alcova beffata dal mio primo amore. Bella da morire, sembrava fosse la sua pelle a profumarle la maglietta rossa. Era un giorno qualunque, buono per scoprire il sesso e il poco che con esso si può fare. E adesso, in questa domenica fredda e carcerata, cercando con la mente i giorni andati, con qualche orgasmo dato e ricevuto, chiudo gli occhi e mi vergogno ancora. Non era cosi che si doveva fare, troppo stupido per confessare a Silvana che non l’avevo mai fatto prima. Entrai ed arraffai in fretta e in furia quel che potevo, per poi ritirarmi come un ladro a mani vuote. Era quanto avevo fin li imparato a fare.

Adesso che pretendo aver capito tutto questo, cerco e non trovo il momento di rottura, il giorno e l’istante in cui l’adolescenza mi ha tradito e il mondo è diventato una prateria da bruciare. È difficile separare i sogni dalle illusioni, chissà sono farina dello stesso sacco, come la morte e la bellezza che mi forzava allora, e mi sforzo ancora oggi di capire. Cosa è successo al ragazzo che si fermava a chiedersi cos’era, che rendeva bello un qualcosa che succede tutti i giorni, come quel tramonto in riva al mare, che c’era anche ieri e tornerà domani.

Dall’alto dell’età, o dal basso delle mie disgrazie, guardo a quando ingannavo me stesso dicendomi che stavo con chi riempiva le piazze, mentre per un pugno di emozione e in tasca qualche lira in più sfidavo la notte con Lino e i suoi. Eppure, continuo a credere che è stato quello il periodo più fertile del mio passato. Mi ha fatto capire a posteriori il senso profondo di alcuni atti nella vita. È stato come guardare un seme piccolo e insignificante, dal quale germogliano piante che danno frutti, ma anche le bacche velenose. All’epoca rimanevo incantato davanti alla durezza di una ghianda che sarebbe diventata un albero gigante; oggi mi accontento di una foresta di pixel sullo schermo della televisione. Non ha colpa la quercia, se invece del fresco della sua ombra io ho scelto il gelo dello Stato.

Silvana è la ragazza che non è mai stata mia. È l’uccellino del galeotto che non porta pena, saltella sempre libero sul muretto che sta oltre la grata. L’ho reinventata per immaginarmi vivo e poter discutere col muro ad armi pari, quando esso mi rinfaccia un’esistenza incauta. Ne ho bisogno per riattizzare il sapore di un’epoca che mi è passata tra le dita, che ho cercato dappertutto altrove e che adesso sto qui a raccontare.

 

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Una storia di giustizia minorile https://www.carmillaonline.com/2026/06/23/una-storia-di-giustizia-minorile/ Tue, 23 Jun 2026 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95384 di G.M.

Il 15 luglio 2025 sono stato arrestato. Ricordo, come se fosse ieri, le facce dei miei genitori quando, mentre eravamo tutti insieme alla caserma Fatebenefratelli, mi hanno detto che il PM aveva disposto l’arresto e che a breve mi avrebbero portato al carcere minorile Beccaria. Gli stessi due poliziotti che mi avevano arrestato mi hanno messo in macchina e sul momento avevo già realizzato quanto seria fosse la cosa: avevo ancora stampata nella testa l’immagine di mia madre che piangeva.

Dopo un quarto d’ora in macchina siamo arrivati nella zona di Bisceglie dove appunto c’è il carcere: una volta entrato, [...]]]> di G.M.

Il 15 luglio 2025 sono stato arrestato.
Ricordo, come se fosse ieri, le facce dei miei genitori quando, mentre eravamo tutti insieme alla caserma Fatebenefratelli, mi hanno detto che il PM aveva disposto l’arresto e che a breve mi avrebbero portato al carcere minorile Beccaria.
Gli stessi due poliziotti che mi avevano arrestato mi hanno messo in macchina e sul momento avevo già realizzato quanto seria fosse la cosa: avevo ancora stampata nella testa l’immagine di mia madre che piangeva.

Dopo un quarto d’ora in macchina siamo arrivati nella zona di Bisceglie dove appunto c’è il carcere: una volta entrato, incontro un assistente sociale accompagnato da due ufficiali della polizia penitenziaria, che mi spiega che sarei stato in cella fino all’udienza preliminare con un giudice, che avrebbe deciso il mio destino. Mi ha detto anche che dovevo fare una doccia e consegnare i miei effetti personali ad una delle guardie, così, nonostante fossi osservato, mi sono spogliato. Mi hanno buttato in una piccola stanza senza finestre, con uno sciacquone sul pavimento e un doccino che a malapena funzionava.

Finita la doccia mi hanno portato alla mia cella dove ho incontrato un ragazzo algerino con cui avrei passato le notti successive. All’inizio ero un po’ in paranoia, perché non riuscivo a capire se quel ragazzo fosse uno a posto o meno, ma dopo poco mi sono deciso ad iniziare una conversazione. Il ragazzo parlava un mix tra italiano e francese quindi ho dovuto un po’ improvvisare con la comunicazione: ho studiato francese alle medie quindi non avevo problemi a capirlo ma riuscire a rispondere nella sua lingua mi era molto difficile.
Mi è rimasto impresso come lui fosse quasi contento di essere lì, perché mi raccontava che era in Italia da dieci giorni e che non sapeva come procurarsi da mangiare o da dormire, quindi, nel tentativo di rapinare dei turisti sulla metro, ha trovato dei poliziotti in borghese che lo hanno portato via. Per lui il fatto di avere un tetto sulla testa e due piatti al giorno era molto meglio che stare in strada, anche se questo significava stare in una cella sporca con i muri imbrattati di graffiti fatti col dentifricio dai detenuti precedenti, dormendo su materassini di polistirolo senza coperte e mangiare cibo che a casa mia non avremmo dato neanche al cane.

A ripensarci mi fa strano rendermi conto che non ci siamo neanche scambiati i nomi, probabilmente perché entrambi eravamo presi dalla situazione e non ci abbiamo pensato, probabilmente anche perché essendo solamente in due bastava dirsi ‘’bro” e l’altro si girava.
Mi ricordo che la mattina dopo la prima notte, anche se non ho potuto vederlo, mio padre mi ha portato le sigarette e un libro da leggere.
In quei giorni ho fatto diversi colloqui con il mio avvocato, gli assistenti sociali e il frate che lavora al Beccaria, e mi dissero che avevo una brava mamma che chiamava per sapere come stessi e adesso mi chiedo: ci sono mamme che non chiamano?
In quei pochi giorni mi sono reso anche conto di come io e il mio compagno di cella fossimo trattati diversamente per una questione etnica: io ero di una buona famiglia italiana e lui un immigrato scappato di casa e solo al mondo. A volte a me le guardie permettevano di fumare in cella e di uscire a bere un tè o un caffè alla macchinetta, mentre a lui no; infatti, quando chiedevo di portarmi una sigaretta, ne chiedevo sempre due dicendo che una era per dopo, ma la davo sempre a lui.

Dopo qualche giorno, le guardie mi hanno avvisato che a breve avrei avuto un’udienza preliminare con il giudice che avrebbe deciso il mio destino: ero molto in ansia e non sapevo cosa aspettarmi, anche perché, in fondo al mio cuore, sapevo che avevo commesso un reato abbastanza grave e temevo di rimanere rinchiuso per molto più tempo di quanto in realtà non è stato.
Quella mattina anche il mio compagno di cella aveva la sua udienza e il fatto di non essere l’unico in ansia per il proprio futuro mi è stato d’aiuto.

Arrivato dal giudice, dopo una breve chiacchierata con l’avvocato per capire cosa dire, venivo informato che il PM aveva chiesto di mettermi in una comunità, ma dopo avermi interrogato e aver constatato che ero già in cura al Policlinico di Milano e dopo aver verificato che i miei genitori erano disponibili a prendermi in casa e che tra di noi in famiglia non c’erano problemi, il giudice ha deciso che la cosa migliore, in attesa di processo, fossero i domiciliari.

I miei genitori mi aspettavano fuori e riunirmi a loro è stato un sollievo immenso come se non li vedessi da anni e come se tutte le cose brutte che avevo pensato di loro non fossero mai esistite.
Il periodo dei domiciliari e stato sicuramente quello più difficile, non tanto i primi giorni, in cui la gioia di essere a casa mia, essermi sbarazzato di un tipo di vita che in realtà odiavo e la forte motivazione a fare le cose bene hanno prevalso su ogni altro sentimento.
Non dimenticherò mai gli sforzi della mia famiglia: mio padre mi portava a scuola tutti i giorni, la mamma mi accompagnava a piedi al Policlinico perché io potessi fare un po’ di esercizio fisico e i nonni venivano a Milano da *** ogni settimana per farmi compagnia e non lasciarmi troppo solo.

Sicuramente una delle sfide più difficili di quel periodo riguardava le sostanze, il cui uso ho interrotto da un momento all’altro e il fatto di non avere wi-fi o telefono che mi ha portato ad avere molte paranoie anche rispetto al fatto che i miei amici potessero essere arrestati a causa delle informazioni contenute nel mio telefono.
Per fortuna però sono riuscito a trovare degli svaghi: il sacco da box che mi ha regalato mia mamma oppure tra uno spostamento e l’altro mi fermavo al negozio di fumetti con mio padre e ne compravo alcuni per ammazzare la noia.

Per fortuna anche questo periodo dopo appena sei mesi è finito e il 6 novembre del 2025 c’è stato il processo, che mi ha portato ad una sospensione della pena e ad una Messa alla prova della durata di 12 mesi.

Oggi oltre alla scuola, gli incontri al Policlinico e gli esami delle urine, ho iniziato anche i lavori socialmente utili.
Ogni martedì vado in un centro di ascolto per persone disagiate: consegno kit per le docce ai senzatetto: asciugamano vestiti puliti shampoo.
Vedo passare molte persone diverse, tutte hanno i loro problemi ed in comune hanno di essere apparentemente soli al mondo.
Al centro ci sono molti volontari e tutti sono molto anziani, probabilmente in pensione, e vogliono usare il loro tempo per rendersi utili alla società.

Prima di iniziare mi chiedevo se mi avrebbero giudicato per quello che avevo fatto, ma in realtà non mi hanno fatto neanche una domanda e mi hanno trattato come un membro del gruppo, insegnandomi a fare il mio lavoro e facendomi sentire utile.
Si incontrano persone diverse con storie diverse: ad esempio, uno dei primi giorni ho incontrato una donna che mi ha chiesto una bacinella d’acqua e della crema idratante da spalmare sulle gambe: quando si è alzata i pantaloni ho visto che aveva le gambe gonfissime e viola come se stessero andando in cancrena e mi sono reso conto che queste persone con cui ho a che fare vengono lì per soddisfare i loro bisogni primari: una doccia, un pasto caldo, vestiti puliti, igiene personale e assistenza medica.
Il 20 giugno è prevista una udienza intermedia in attesa di quella definitiva del 21 novembre in cui si deciderà il mio futuro e un giudice valuterà se merito o meno di essere riammesso in società con la fedina penale pulita.

***

Questa che ho raccontato è la mia storia, che mi ha portato a stare rinchiuso al Beccaria per tre giorni in un contesto che però non è quello specifico del carcere, ma una sorta di stallo in attesa di giudizio.
Chi va invece veramente negli Istituti Penali per Minorenni, che sono le carceri per ragazzi e ragazze che hanno commesso reati e hanno meno di 18 anni?
Ho letto alcuni articoli in particolare uno dell’associazione Antigone che riporta dei dati molto tristi e interessanti.
A gennaio 2024 negli IPM italiani erano detenuti 496 ragazzi, il numero più alto degli ultimi anni. Più della metà è composta da cittadini stranieri e sono più i maschi delle femmine, quasi la metà dei detenuti si trova negli istituti del Sud Italia.

Dopo molti anni in cui i detenuti minorenni diminuivano, nel 2023 e nel 2024 si è registrata una crescita significativa. Secondo l’articolo, questo aumento dipende soprattutto dal fatto che ci siano più ragazzi in custodia cautelare cioè in carcere prima della sentenza definitiva, come sarebbe successo a me se non ci fosse stato posto in case-famiglia o se i miei genitori non fossero stati disponibili, e che ci siano più ingressi per reati legati agli stupefacenti, aumentati notevolmente rispetto all’anno precedente.

Circa 8 ragazzi su 10 entrano in IPM in custodia cautelare, quindi prima della condanna definitiva. Gli stranieri finiscono più spesso in questa situazione rispetto agli italiani.
Molti giovani non restano in carcere fino alla fine della pena: alcuni passano alla detenzione domiciliare e altri vengono affidati ai servizi sociali.
Tuttavia, l’articolo che ho letto evidenzia che sta aumentando il numero di ragazzi che terminano la pena direttamente in carcere, mentre diminuisce l’uso delle misure alternative.

Parlando con il mio avvocato e con gli assistenti sociali, ho capito come la giustizia minorile si stia sempre più inasprendo.
In particolare, l’istituto di cui io sto usufruendo in questo momento (la messa alla prova minorile), che era nata come strumento educativo e di recupero del minore autore di reato, sta assumendo caratteristiche sempre più vicine al sistema penale degli adulti. Tradizionalmente, questo istituto consentiva di sospendere il processo e avviare un percorso di responsabilizzazione e reinserimento sociale, senza particolari limiti legati alla gravità del reato, perché al centro vi era la personalità del minore e la sua possibilità di recupero.

Le più recenti riforme normative – in particolare quelle del cosiddetto “Decreto Caivano” (introdotto in seguito alla scoperta di abusi perpetrati per mesi da un gruppo di giovanissimi su due bambine di 10 e 12 anni) – hanno però cambiato questa impostazione, escludendo la messa alla prova per alcuni reati particolarmente gravi. In questo modo il legislatore sembra aver privilegiato esigenze di sicurezza e repressione rispetto alla finalità educativa che ha sempre caratterizzato la giustizia minorile.

Diversi Tribunali hanno sollevato dubbi di costituzionalità su queste nuove limitazioni. I giudici ritengono che impedire automaticamente l’accesso alla messa alla prova per determinate categorie di reati possa entrare in contrasto con i principi fondamentali della giustizia minorile, basati sulla valutazione individuale del ragazzo e sul suo percorso di recupero.
In conclusione, secondo quanto mi è parso di capire, la giustizia penale minorile sta attraversando una fase di trasformazione: da un modello centrato sull’educazione e sul reinserimento del minore verso uno più orientato alla logica punitiva. Questa evoluzione, definita appunto “adultizzazione”, rischia di indebolire la funzione rieducativa della messa alla prova e di allontanare il sistema dai principi che ne hanno storicamente giustificato l’esistenza.

***

Dopo ormai 7 mesi di messa alla prova, sta arrivando l’estate e mi rendo conto di essere cambiato completamente rispetto ad un anno fa.
Sono grato a tutte le persone che mi hanno aiutato anche perché sono consapevole che, nonostante i miei sforzi incredibili, da solo non avrei potuto farcela. Anche la scuola si è dimostrata molto comprensiva e d’aiuto e, se non lo fosse stata, non so che fine avrei fatto, anche perché all’inizio dell’anno ero convinto di non riuscire a combinare nulla, perché nei precedenti due anni, per darmi ad attività illegali e reati di vario genere, la scuola era qualcosa che non mi passava nemmeno per la testa, tanto che in terza dopo solo il primo trimestre avevo fatto già moltissime assenze e per non essere bocciato sono andato in una scuola privata dove fumavo canne in classe e non aprivo un libro nemmeno se pagato.

Mi sento diverso e mi sembra di essere uscito da quella nube di fumo che mi impediva di pensare.
La mia vita non è perfetta, faccio ancora fatica a fare un sacco di cose: andare a scuola la mattina, frequentare ragazzi della mia età, dormire la notte…
Sto facendo un percorso che è iniziato il 15 luglio quando la legge mi ha messo di fronte a me stesso e a quello che ero diventato.
Se non fossi stato arrestato non credo che oggi sarei qui, ma è anche vero che, se non avessi avuto tutto l’aiuto che ho avuto, questo percorso che sto facendo non sarebbe possibile.

In questi anni ho frequentato tanti ragazzi che vivono in condizioni molto diverse dalle mie e per loro non c’è una cameretta pulita, il frigo pieno dei genitori che ti chiedono come stai e che ti portano in vacanza e spesso neanche una scuola che ti accoglie o un medico con cui parlare.
Si può parlare di recupero se si è lasciati soli abbandonati a sé stessi? Io non credo.
La giustizia non è uguale per tutti, le misure impiegate forse lo sono, ma certamente non le possibilità di riuscita e di reinserimento nella società.
In questo periodo penso molto a cosa sarebbe stato di me in un altro contesto culturale ed economico e penso al mio “bro” del Beccaria quello che non so neanche come si chiama, arrivato da chissà dove alla ricerca di quel qualcosa che io invece ho rischiato con noncuranza di gettare via. Dove sarà? In una casa-famiglia? Di nuovo per strada? Mi piacerebbe saperlo.

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Il Palazzo Rosso https://www.carmillaonline.com/2026/06/12/il-palazzo-rosso/ Fri, 12 Jun 2026 20:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94127 di Camillo Acquilino

Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.

Per noi ragazzi di Genova PP invece il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.

Ho dovuto iniziare a conoscere [...]]]> di Camillo Acquilino

Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.

Per noi ragazzi di Genova PP invece il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.

Ho dovuto iniziare a conoscere quel fabbricato partendo, con molta umiltà, dalle sue fondamenta. Era il settembre del 1982 quando, vincitore del bando di concorso esterno per Capo Tecnico in prova, sono stato assunto dalla Azienda Autonoma FS e inquadrato come responsabile dell’OCA.

OCA?? Officina Carica Accumulatori, mi hanno spiegato dopo aver accolto la mia promessa di fedeltà allo Stato e prima di accompagnarmi nell’inquietante percorso che mi ha portato in un piccolo ufficio situato nelle fondamenta del palazzo.

La mia inquietudine derivava da quei grandi locali interrati semibui, popolati da un gran numero di persone che da quel momento avrei dovuto guidare nel loro lavoro, ma che ora mi guardavano come si guarda un pivello da schernire. Improvvisamente mi sono imbattuto nella consapevolezza della mia assoluta ignoranza in ciò che mi chiedeva il nuovo lavoro, un’attività che si basava su di un vastissimo impianto normativo di impostazione statale, pieno zeppo di acronimi (concetto nuovo per me in quel momento) come OCA infatti.

Uscivo, per scelta, da una interessante esperienza di lavoro in un centro studi di tecnica navale dove, io giovane perito industriale con specializzazione in meccanica, mi ero prodigato per cinque anni a diventare un costruttore navale. Era un lavoro impegnativo e interessante dicevo, che però non mi ha mai concesso di vivere una reale indipendenza operativa, semmai mi ha quasi sempre fatto provare la sgradevole sensazione di avere costantemente il fiato sul collo di qualche superiore.

Quando invece sono arrivato nel primo ufficio che mi ha assegnato le FS, il superiore che aveva accolto la mia promessa formale di fedeltà allo Stato anticipandomi che, se avessi chiuso con successo il periodo di prova di un anno, avrei dovuto perfezionarla con un giuramento, ha ribadito che da quel momento io ero il responsabile di quella officina e dell’operato di chi ci lavorava e si è congedato.

Iniziava l’autunno del 1982 e si era conclusa forse l’ultima ondata di reclutamento in FS mediante concorso pubblico, processo di selezione organizzato per il 1980, ma che era stato rimandato a causa del disastroso terremoto che si era verificato in Irpinia.

Le maestranze dell’OCA occupavano forse il livello più basso della manovalanza in ferrovia. Gli addetti al rifornimento accumulatori alle vetture per viaggiatori lavoravano in coppia e dovevano trasbordare, in posizioni spesso scomode, delle batterie che pesavano 90 kg ciascuna. Molti di loro avevano vinto il concorso pubblico nelle regioni meridionali e vivevano a Genova, spesso in condizioni di precarietà, aspettando un agognato trasferimento in avvicinamento alla famiglia rimasta al sud. Non era un ambiente facile da gestire per un novellino come me. In quel mondo sotterraneo ero suggestionato anche da alcuni nomi propri che non avevo mai sentito nella vita “normale” come Elmo, Adelchi, Efisio….

In ufficio ero affiancato da uno “Scritturale” che mi introduceva nel mondo dei regolamenti. I nostri erano classificati con la sigla TV (Trazione e Veicoli). Esistevano poi quelli M del Movimento, IE degli Impianti Elettrici, L dei Lavori ….

L’officina era costituita da un grande salone dove erano installati i banchi di carica degli accumulatori IEA/IEAU  (Impianto Elettrico Autonomo / Impianto Elettrico Autonomo Unificato) da 140 Ah, da una cabina elettrica, dove erano ancora custoditi dei raddrizzatori trifase a vapore di mercurio e da due officine, una attrezzata per la riparazione degli accumulatori e l’altra per la riparazione dei carrelli da trasporto.

I raddrizzatori a vapori di mercurio non erano più in uso in quella officina, ma io li ho visti ancora operativi e sfiammeggianti nella consorella di Brignole. Uno di quegli oggetti è però diventato uno dei primi miei problemi da risolvere come neo assunto. Un famoso ex Dirigente delle FS, l’Ing. Finzi, mi aveva fatto ordinare di inviarne uno alla Scuola Impianti Elettrici Ferroviari (SIEF) di Rivarolo. Era destinato a una vetrina espositiva dove credo che si trovi ancora oggi. Si trattava di un oggetto pesante e fragilissimo ed era custodito in una vecchia struttura di supporto che assomigliava a un pollaio per le galline. Io dovevo valutare se quella struttura fosse sufficientemente robusta per garantire il trasporto sicuro di quell’ampolla, contenente una discreta quantità di mercurio, fino al SIEF.

L’OCA era collegata a un sottopassaggio di servizio munito dei montacarichi necessari a trasferire i carrelli con le batterie al piano dei marciapiedi della stazione. Questo sottopassaggio era utilizzato anche dagli addetti al servizio postale, dalla cooperativa portabagagli e dagli operatori del servizio di carico scarico dei vagoni bagagliaio. Inoltre costituiva una comoda via di accesso al Palazzo Rosso ed era preferita da molti che vi erano impiegati.  Sono testimone del fatto che in quel mondo sotterraneo si muovessero molte più persone addette ai lavori di quante oggi sono impiegate in tutta la stazione.

Il processo di carica degli accumulatori libera idrogeno e, in determinate concentrazioni può rendere esplosiva l’aria circostante. Per questo motivo la sala di carica aveva delle finestre a soffitto poste al livello del marciapiede della stazione. Così il fabbricato non aveva il piano terra, ma un piano ammezzato dove, fra gli altri, si trovava l’ufficio che avrei occupato con il mio primo avanzamento di carriera: CT PV GEPP (Capo Tecnico turnista del Posto Verifica di Genova Piazza Principe). Anche in questa nuova collocazione, nonostante fossero trascorsi un paio di anni dalla mia assunzione, mi trovavo nella condizione del pivello del gruppo con la differenza che il mondo dei verificatori di allora, anch’esso difficile da gestire, era tutto particolare e meriterebbe uno o più racconti per poterlo descrivere adeguatamente. Per curiosità aggiungo solo che i nostri vicini di piano vivevano in un’ala segregata del palazzo dove si diceva che già avessero l’aria condizionata. Un termine, che a me pare appartenere al modernariato, li classificava come “Elettrocontabili”, probabilmente si occupavano della perforazione delle schede di input degli elaboratori IBM. Fonti sedicenti informate riferivano cha avessero anche una cucina e che fossero capaci di prepararsi una mensa prelibata.

Con un altro passo in carriera sono arrivato al primo piano del Palazzo Rosso, nel sacro ufficio del Capo Impianto dove alcuni anni prima avevo prestato il giuramento di fedeltà allo Stato Italiano. Qui i nostri vicini di piano erano gli addetti al Collaudo del Materiale Rotabile, altro ambito lavorativo piuttosto defilato rispetto alle attività della circolazione dei treni.

Nell’ufficio del Capo Impianto, il Titolare come si dice nella lingua delle FS, ricoprivo il ruolo del suo assistente tecnico diretto. Ai tempi della mia assunzione quel posto era occupato da un custode storico dell’Impianto, tanto da meritarsi il soprannome di “U Frattun”. Quel signore allora mi incuteva un certo timore e anche un senso di tristezza dato che lo vedevo invecchiare in quell’ufficio come eterno secondo dei vari Titolari che nel frattempo si erano avvicendati.

Da quella mia nuova posizione non immaginavo quindi di poter assistere a un evento innovativo per le FS, ma per mia fortuna il Titolare al quale ero stato affiancato si poteva considerare giovane per quei tempi e giovanile era anche per l’apertura, quasi sportiva, con la quale si approcciava alle novità tecnologiche. Quell’uomo, che annovero fra i migliori insegnanti di mestiere che mi è capitato di incontrare, si chiama Pasquale. Egli, nel settore della verifica tecnica dei veicoli, era anche molto esperto delle modalità di assicurazione del carico sui carri.

L’evento a cui accennavo è stato l’arrivo dei Personal Computer nelle sedi periferiche delle FS. In un pomeriggio del 1991 ero solo in ufficio quando è arrivato un corriere per la consegna di alcuni scatoloni e mi ha detto che contenevano gli elementi di un computer Olivetti 286 (PC, monitor a tubo catodico, tastiera e stampante ad aghi per modulo continuo). Conoscendo l’inerzia del mondo FS e dando credito alle voci secondo le quali quella fornitura non mirava tanto a dare un aiuto al lavoro dei ferrovieri, quanto a costituire un appoggio di stato all’AD della Olivetti, azienda in quegli anni in grosse difficoltà, stavo già pensando di dover trovare un posto nel magazzino per quelle scatole, in attesa dell’attivazione di quella nuova macchina che chissà quando sarebbe avvenuta.  Proprio in quel momento è arrivato Pasquale il quale, dopo aver appreso del contenuto di quegli ingombranti imballaggi, con gioia mi ha detto: “Lo montiamo?” .

Windows non esisteva e si lavorava direttamente dal prompt del DOS. Contagiato dall’entusiasmo di Pasquale ho iniziato subito a “picchiarmi” con quel nuovo strumento di lavoro, ma devo riconoscere che il vero specialista in dBASE III e Clipper era lui.

Successivamente Pasquale è stato trasferito al quinto piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova. Lui era stato promosso Capo del Reparto Veicoli e io, che nel frattempo avevo lavorato  alla manutenzione delle carrozze per viaggiatori, l’ho raggiunto per tornare a essere il suo assistente. Proprio in virtù dell’utilizzo dei PC in quel periodo, in due riuscivamo a svolgere una mole di lavoro davvero eccezionale.

Il posto di Pasquale è poi passato a Maurizio, un altro mio grande maestro di mestiere. Maurizio non amava particolarmente i PC, ma era molto attento alla normativa che regolava il nostro settore ferroviario e alla conoscenza diretta delle particolarità tecniche delle carrozze viaggiatori e dei carri merci. Un suo “pallino” tecnico/normativo riguardava l’impianto del freno continuo automatico dei treni. Oltre alle capacità professionali era dotato di uno stile ammirevole; quando si doveva confrontare in controversie burrascose, riusciva a mantenere un profilo corretto e signorile. Con lui sento di aver completato la mia formazione professionale.

Per descrivere l’ambiente del 5° piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova che rappresentava il centro di coordinamento per la Liguria delle attività di manutenzione dei rotabili, di verifica dei veicoli e del personale di condotta (macchinisti), vi accenno a un personaggio ancora oggi molto noto per la sua competenza professionale, con il quale sono stato vicino di ufficio. Occupavamo due stanze contigue, molto ampie e che, dato che erano affacciate sul lato sud del fabbricato, beneficiavano di una bella visuale sul piazzale della stazione, sul Ponte dei Mille e sul bacino portuale fino alla Calata Sanità e la Lanterna.

Armando, questo è il suo nome, aveva istruito moltissimi dei macchinisti genovesi ed era considerato da tutti loro come una persona molto preparata, corretta e affidabile. Quando mi è capitato di incontrare dei colleghi fiorentini che si occupavano della stesura dei regolamenti nazionali per i macchinisti, immancabilmente mi sono sentito dire: “Noi si ragiona, si discute, si scrive e poi si manda il tutto ad Armando: se per lui va bene noi si è a posto”.

Però, come in tante realtà lavorative, esisteva un conflitto di fondo fra chi produceva (da noi sui binari o nelle officine) e chi invece dirigeva le operazioni dagli uffici di sede centrale. Allusioni reciproche collocavano lavativi e incapaci nel campo avversario, quando invece capacità e voglia di lavorare, come pure le situazioni opposte, erano ovviamente presenti e distribuite nei due campi.

Un giorno ho visto arrivare una baldanzosa comitiva dagli impianti operativi, forse convocata per un confronto di tipo sindacale. Uno di quelli che guidavano il gruppo ha scorto Armando che stava lavorando alla propria scrivania proprio accanto alla finestra, postazione che oramai occupava da diversi mesi. Fermandosi in modo plateale, tanto da essere visto e udito da tutto il suo seguito, quello ha salutato così: “Armandu, te l’han deta n’a scrivania cun n’a bella vista!” Prima di dare la risposta, Armando ha sollevato lo sguardo dal testo che stava studiando e, dopo essersi voltato verso la finestra, ha ammesso: “Ti se che ti è propriu raxiun. Nu gh’eiva mai fetu caxu”.

Un altro giorno sotto quella stessa finestra una locomotiva E656 sostava in testa a un treno pronto in partenza dal binario 18 quando è arrivato dal mare il fronte di un forte temporale. Lo scroscio d’acqua è stato così intenso che dal ginocchio del pantografo anteriore, che si trovava in posizione abbassata, si è innescato un arco elettrico verso il tetto della cabina. La scarica è durata diversi secondi e ha provocato la salita di una colonna di fumo verso il cielo, già nero di per se stesso, rendendo uno spettacolo tetro e infernale. In molti ci siamo affacciati dalle finestre nonostante l’imperversare della burrasca. La tregua è arrivata quando sono intervenuti i dispositivi di sicurezza del sistema di alimentazione della linea aerea che staccato l’alimentazione. Nel silenzio ritrovato si è inserito il vociare dei soliti commenti inutili. Solo Armando si era accorto che l’altro pantografo era ancora alzato toccando il filo di contatto e, prevedendo il prossimo tentativo automatico di re inserimento della remota cabina di alimentazione, ha iniziato a urlare verso il macchinista: “Tira giù! Tira giù!”.

L’alimentazione a 3.000 V è infatti ritornata provocando un secondo arco elettrico che ha costretto il macchinista a una fuga precipitosa. Si è poi saputo che lui in effetti aveva comandato l’abbassamento del pantografo, forse in seguito dell’incitazione di Armando, ma che l’operazione non si era compiuta perché lo strisciante si era saldato al filo di contatto.

Ho imparato molto nel percorso attraverso i vari piani del Palazzo Rosso, soprattutto quando ho incontrato persone come Pasquale, Maurizio e Armando. Se posso riassumere qui il loro insegnamento, mi sento di dire che a guardare sono tutti capaci, ma pochi sanno anche vedere.

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Lavoratore dipendente https://www.carmillaonline.com/2026/05/26/lavoratore-dipendente/ Tue, 26 May 2026 20:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94120 di Camillo Acquilino

Il lavoro è stato un mio compagno di vita fin da quando ero giovanissimo. La mia famiglia, insieme a quella dei nonni e degli zii contadini, nell’educazione di noi bambini poneva la capacità operativa e la disposizione al lavoro come obiettivi primari. Si era premiati con la riconoscenza al termine dei piccoli servizi prestati ai grandi, ma si veniva elogiati soprattutto quando il servizio era svolto senza una richiesta esplicita: “Questu figgeu u vedde u lòu” sottintendendo ovviamente che non lo rifugge. Durante le vacanze scolastiche collaboravamo in modo naturale, acquisendo senso pratico, manualità e un senso di appartenenza [...]]]> di Camillo Acquilino

Il lavoro è stato un mio compagno di vita fin da quando ero giovanissimo. La mia famiglia, insieme a quella dei nonni e degli zii contadini, nell’educazione di noi bambini poneva la capacità operativa e la disposizione al lavoro come obiettivi primari. Si era premiati con la riconoscenza al termine dei piccoli servizi prestati ai grandi, ma si veniva elogiati soprattutto quando il servizio era svolto senza una richiesta esplicita: “Questu figgeu u vedde u lòu” sottintendendo ovviamente che non lo rifugge. Durante le vacanze scolastiche collaboravamo in modo naturale, acquisendo senso pratico, manualità e un senso di appartenenza alla comunità. Senza saperlo, vivevamo in modo coerente con l’articolo 4 della Costituzione.

Il mio ciclo di studi si è concluso con l’acquisizione della maturità tecnica nel 1976. Il Civico Istituto Tecnico Industriale che avevo frequentato passava per una scuola molto impegnativa, anche per via degli orari che già si avvicinavano a quelli delle industrie verso le quali eravamo destinati. All’esame finale adottai alcune scelte personali:

  • Scelsi, per la prova orale, le materie considerate più impegnative: Teoria delle Macchine e Tecnologia Meccanica, argomento vastissimo. Così mi collocavo nella posizione meno favorevole e non dovevo temere il peggio;
  • Dopo la prova scritta, in attesa dell’orale, passai alcuni giorni sulla collina “a Michea”, versante “Palìn”, con uno dei primi decespugliatori arrivati in zona, una tanica di miscela e un bottiglione di bianco “du Tunn-a”: uno per il suo funzionamento, l’altro per il mio. Credo di essere stato l’ultimo a tagliare il fieno in quel prato, nel 1976. Oggi quel versante si presenta come un bosco di alberi di alto fusto;
  • Subito prima del colloquio finale mi sono offerto un bicchierino di Marsala secco.

Il risultato di questa strategia è stato un 51/60, che per il CITI G. Galilei di allora non era niente male.

Ho seguito tutto il ciclo scolastico con il mio gemello Gigi e, giunti alla maturità, contavamo ancora su un’estate di vacanza, operativa come lo erano state le precedenti, prima di intraprendere il servizio militare obbligatorio. Però, non senza un certo imbarazzo, i miei ci hanno accennato di un’officina che cercava proprio l’aiuto di un paio di disegnatori meccanici. Avrebbero contato sul nostro aiuto fino alla partenza per il militare, riconoscendoci 250.000 lire al mese, 125.000 a testa, di stipendio. Abbiamo accettato, ovviamente, ma io ricordo ancora il brivido lungo la schiena che mi ha colto pensando che sarebbe incominciata una stagione lavorativa che avrebbe caratterizzato la maggior parte della mia vita. Era fine luglio 1976 e, salvo il periodo del servizio militare, ho lavorato con contratti ininterrotti fino al 30 aprile 2019.

Il mio primo lavoro “vero” è iniziato nella primavera del 1977 con un contratto di borsa di studio presso un centro di ricerca in campo navale. Quell’ambiente mi colpì profondamente per la sua natura specialistica, per procedure operative ancora largamente manuali e per i molti lavoratori anziani che vi operavano come consulenti specialisti in quanto avevano vissuto in precedenza la grandezza postbellica dei cantieri navali italiani. Giovane perito industriale meccanico, inesperto, mi trovavo a dover imparare velocemente il mestiere del costruttore navale, non senza provare il disagio di non sapere nulla delle navi pur essendo un genovese. Per mia fortuna il mio “gemello” di assunzione era un costruttore navale vero, e quella non era la sua sola autenticità. Lorenzo era competente, paziente e generoso nel trasmettere ciò che sapeva. Il nostro intervallo quotidiano prevedeva la rinuncia al pasto in mensa, per un giro cittadino con la sua motocicletta e la visita alla Cantina del chianti in Via Frugoni o all’oste Mauro, quello dell’Asinello, in Canneto il Lungo. A quell’epoca coltivavo una passione intensa per l’alpinismo e spesso iniziavo la settimana di lavoro stanco e teso per le arrampicate del fine settimana; ero intrattabile, ma non per lui. Mi dispiace esserci persi di vista dopo che ho cambiato lavoro nel 1982 e posso solo consolarmi per il fatto che ancora oggi guido quella stessa motocicletta, che avevo acquistato da Lorenzo nel 1979.

Il banco da disegno navale ha un piano orizzontale di circa uno per quattro metri. Uno strumento di queste dimensioni non consente uffici piccoli: richiede una sala disegno. Quindi i disegnatori navali lavoravano necessariamente in spazi condivisi, molto prima che l’espressione “open space” entrasse nel lessico aziendale. La collocazione in un’unica sala di tutte le postazioni che sviluppavano le varie specialità di un solo progetto rendeva l’ambiente di lavoro vivace e continuo nel confronto. Con Lorenzo, sotto la guida teorica del carenista Doria e quella pratica dei disegnatori Taccini e Parodi, due disegnatori consulenti già in pensione che all’inizio della giornata indossavano un grembiule leggero per proteggere dall’usura i calzoni quando dovevano appoggiarsi al banco di lavoro e, per lo stesso motivo, indossavano anche dei manicotti sopra la camicia, ci occupavamo dell’aspetto idrodinamico del progetto. L’istruzione avveniva quasi interamente in dialetto genovese. Gli strumenti principali per il disegno della carena erano i “ciungi”, pesi in piombo sagomati che bloccavano le aste flessibili sul piano di costruzione, il reticolo delle sezioni nei tre piani della forma. Era l’uso dei “ciungi” che richiedeva un piano orizzontale.

Le aste flessibili fermate dai piombi erano costruite in legno da un falegname che aveva il laboratorio presso la Villa Giustiniani Cambiaso di Albaro, allora sede della facoltà di Ingegneria Navale di Genova. Le “linee d’aegua” si rastremavano verso un’estremità, così da favorire l’avvio delle linee verso la chiusura di poppa o verso il dritto di prua. Una versione più robusta di queste aste flessibili era “a cua de rattu”. Esistevano anche aste spesse alle estremità e sottili al centro, necessarie per tracciare “a sessiùn mestra”. Le più sottili erano costruite con il legno di bosso (büsciu). Un piano di costruzione richiedeva settimane: partendo da una bozza delle sezioni trasversali, occorreva far coincidere tutti i punti d’incontro delle sezioni orizzontali e longitudinali.
Si raccontava che nei cantieri Ansaldo alcuni disegnatori, pur avendo lavorato insieme per tutta la vita, continuassero a darsi del “vu scia”.
“Vu scià cusse scia ne dixe? A va ben questa linea d’aegua?”, “Scia l’agge pasienza, ma a me pà in po troppu süssà”. (troppo succhiata, nel senso di troppo fine in chiusura). E ancora più impegnativo, a mio parere, era il disegno delle eliche.

Fra i colleghi giovani ve ne erano due, nelle postazioni di lavoro davanti alla mia, che si occupavano della schematizzazione delle strutture navali in elementi finiti, da valutare con il programma di calcolo Nastran, sviluppato dalla NASA. Un livornese di mezza età era specializzato nella sistemazione dell’apparato motore. Aveva un portamento elegante, ma a volte giocava ad essere irrispettoso verso i più anziani sostituendosi a loro nella funzione di mentore di noi giovani. Da lui ho imparato l’imprecazione “bù di hulo” che fino ad allora non avevo mai sentito. Lo specialista della struttura della nave era riconosciuto come molto valente, ma spesso era preso di mira per la sua avarizia. Sul suo banco, assieme ai disegni strutturali della “sessiùn mestra” abitavano i tomi dei vari registri di classificazione; RINA, ma anche Det Norske Veritas, American Bureau of Shipping, Bureau Veritas, Lloyd Register.

Ultimo componente operativo era il disegnatore dei Piani Generali, la mappa dell’imbarcazione. Era un uomo di Sestri Ponente, di indole socialista, non particolarmente apprezzato dalla direzione. I Piani Generali sono dei disegni complessi e di sintesi e il signor Cavalli era davvero bravo nel suo lavoro. Per mitigare la sua posizione a volte difficile, alcuni colleghi lo avevano coinvolto per la predisposizione di uno schizzo a matita che serviva urgentemente al Direttore, impegnato in una importante riunione. Quando il prodotto, terminato in tempi brevi, è stato consegnato al Direttore, questi è subito esploso con rabbia: “Avevo detto a matita, non a china”. “Ma, Signor Direttore, è a matita”.

La nostra attività era anche rivolta alla valutazione della geometria della nave, anche con l’uso di planimetri, dei calcoli di stabilità, di valutazione delle prove in vasca navale e delle prove di navigabilità in mare. Per tutti questi lavori nella sala disegno avevamo un calcolatore Olivetti Programma 101, ma gli anziani usavano ancora alcune calcolatrici meccaniche, e nel centro c’era un calcolatore elettronico IBM e altri, con input dati a schede, dischi rigidi amovibili di grosse dimensioni, stampante a modulo continuo grande come una lavatrice.

I giri del tavolo

Valter, dopo aver letto il mio ultimo post, con tono di rimprovero scherzoso, mi ha detto: “Però non l’hai raccontata tutta; non hai detto dei giri del tavolo.”

È vero. Aggiungo però che è stato solo per un vuoto di memoria. Non era mia intenzione mascherare situazioni che possono incrinare l’immagine degli assidui giovani lavoratori che forse ho descritto con troppa enfasi.

La smania per l’arrampicata mi dominava dopo che avevo frequentato un corso di alpinismo nel 1980. Avevo anche detto che con il mio collega di lavoro Lorenzo, a piedi o in moto, giravamo per il centro di Genova durante la pausa pranzo, invece che andare in mensa. A proposito della moto, devo aggiungere che allora l’obbligo del casco non vigeva ancora.

Un episodio che può dare la misura della mia fissazione per l’arrampicata riguarda una volta che, in uno dei giri con Lorenzo, mi trovavo in Piazza de Ferrari dal lato del Teatro Carlo Felice. Passò di lì in Vespa Marco, uno dei miei più assidui compagni di cordata, ed essendo senza casco poté richiamare la nostra attenzione gridando: “Camilluu!”. Proseguì poi la sua corsa girando attorno alla vasca che ancora si trovava al centro della piazza, così da urlarmi, in un secondo passaggio davanti a noi: “Existe anche a patatta!”.

In effetti il fuoco sacro che mi animava allora era di fatto incompatibile con implicazioni amorose.

Il luogo dove lavoravo aveva un lungo corridoio in testa al quale, sul lato sud, c’era la postazione del dirigente, mentre, sulla destra dell’altra estremità, c’era la sala disegno, con di fronte il deposito della cancelleria. Anche questo locale aveva delle caratteristiche specifiche per il disegno navale. Al suo centro c’era un tavolo che serviva a tagliare, dai rotoli di fornitura, i grandi fogli di carta lucida sui quali disegnavamo. Il ripiano di quel mobile appoggiava su solide gambe ed era largo almeno un metro e mezzo. I bordi laterali erano fasciati da una banda metallica che facilitava il taglio dei fogli. Mi capitò di vedere in quel mobile un attrezzo da allenamento, perché la parte inferiore del piano, posizionata a poco più di un metro da terra, sembrava un tetto da superare in arrampicata. Quel modo di vedere le cose mi aveva già permesso di individuare come arrampicabili tanti manufatti, soprattutto nell’ottica del sassista. Ad esempio, passando da Orco per uno o più bicchieri del nostralino della Toppia, dopo una giornata di arrampicata in quell’area del finalese, non mancavo ancora di provare un passaggio di arrampicata che prevedeva di ristabilirsi in piedi sul lastrone che fascia la base del campanile, senza approfittare dell’aiuto dello spigolo del campanile stesso. Eravamo in tanti ad avere un approccio di quel genere; nel 1982 era stato pubblicato “Sassismo, spazio per la fantasia”, considerato una pietra miliare del bouldering (che all’epoca in Italia veniva appunto chiamato “sassismo”), dove Gian Carlo Grassi esponeva un censimento maniacale di tanti massi sui quali@ si poteva sviluppare un gesto di arrampicata. A Genova molti arrampicavano già sui muri verticali del “tritagalüsci” di Punta Vagno.

Generalmente, in una pausa di lavoro autogestita nel primo pomeriggio, incitato dai miei giovani colleghi iniziai a usare quel tavolo per i miei acrobatici allenamenti. Partendo dal piano superiore, mi lasciavo scivolare al di sotto di uno dei bordi laterali, attraversavo la faccia inferiore per ristabilirmi poi nuovamente sul piano superiore salendo dall’altro lato. Tutto questo senza toccare a terra e avendo a disposizione la sola presa dei due bordi, resi taglienti dalla banda metallica di rivestimento.

Eseguivo quella traversata in tre versioni che avevano difficoltà crescenti. Il passaggio più agevole era quello che chiamavo laterale, con il mio corpo in asse con i bordi del tavolo. C’era poi quello longitudinale, con la testa in avanti e quello longitudinale con piedi in avanti, il più difficile perché richiedeva di uscire da sotto il tavolo con una posizione a candela e ribaltamento del corpo sul piano del tavolo. La tecnica dei tre passaggi richiedeva la forza fisica necessaria a rimanere appeso sotto il tetto senza toccare a terra, ma il segreto del successo stava nella gestione del trasferimento “dolce” del proprio baricentro da un bordo all’altro, giocando anche con gli agganci dei piedi. Era proprio questa necessità tecnica ad avvicinare questa prestazione indoor all’arrampicata su roccia strapiombante.

Un giorno è successo che un giovane ingegnere, prestante e sicuro di sé, volesse provare il passaggio laterale. Con la sua forza è riuscito a rimanere appeso sotto con mano e piedi destri appigliati a un bordo e quelli sinistri all’altro. Non riusciva però a gestire il trasferimento del baricentro verso il bordo di uscita e, dopo un po’ di tentativi, ha chiesto il mio aiuto: “Camillo, sono nella merda”. Non ha però ottenuto la mia risposta, anzi, ha forse percepito il silenzio improvviso di tutti i presenti. Da sotto il tavolo poté solo vedere le scarpe e i calzoni del dirigente che ha intimato: “Scendi giù di lì!” e lui: “Sono proprio nella merda”.

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Smettere https://www.carmillaonline.com/2026/05/19/smettere/ Tue, 19 May 2026 21:55:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94853 di Cesare Battisti

L’ultimo libro è come l’ultima sigaretta, si butta via il pacchetto e se ne compra un altro. Ho smesso tante volte di fumare e altrettante di scrivere. È da un quarto di secolo che ho detto addio al fumo, ma con la scrittura non ce l’ho fatta, è droga dura. Ci sto provando anche adesso mentre scrivo. Offrendo tutta intera la mia vita a questa autobiografia, dopodiché il tarlo dovrà cercarsi un altro legno da rosicchiare. Ma mi manca ancora un pezzo di cammino da rifare, l’ultimo, senza il quale non non si lascerà cadere la parola fine. [...]]]> di Cesare Battisti

L’ultimo libro è come l’ultima sigaretta, si butta via il pacchetto e se ne compra un altro. Ho smesso tante volte di fumare e altrettante di scrivere. È da un quarto di secolo che ho detto addio al fumo, ma con la scrittura non ce l’ho fatta, è droga dura. Ci sto provando anche adesso mentre scrivo. Offrendo tutta intera la mia vita a questa autobiografia, dopodiché il tarlo dovrà cercarsi un altro legno da rosicchiare. Ma mi manca ancora un pezzo di cammino da rifare, l’ultimo, senza il quale non non si lascerà cadere la parola fine. Il pensiero di poterlo veramente fare, che questa volta con il pacchetto pieno butto via anche anche la smania di capire, già che per me scrivere è sempre stato un regolamento di conti personale, è sconcertante. E triste, come dare forma a qualcosa che non sarà più; come circoscrivere il vuoto che l’ultima sigaretta lascia nella vita del fumatore.

E così ieri non ce l’ho fatta a continuare. Rimanere davanti allo schermo a macinare ricordi, come quando partorivo idee, e a ravvivare con il disagio anche il dolore di esserci stato. Oltre al rischio di star pagando, anche adesso, l’ennesimo tributo alla scrittura: ultimo insulto alla memoria. Così alla beffa, ho preferito una scappatina all’aria.

Giù in cortile ho trovato una lingua di sole che lambiva il muro, una fila di detenuti la seguiva. Mi sono accodato a loro, gli occhi bassi, attento a non provocare conversazioni, che eppure mi avrebbero distratto: curare la tristezza somministrandosi una dose infinitesimalmente minore dello stesso male. Una volta, almeno, in cortili simili a questo c’era la rabbia a tenermi compagnia, adesso è la malinconia a farla da padrone. Seguo il sole, “beato lui che può arrampicarsi sui muri senza rischiare una raffica di mitra”. L’ha detto un giorno Raffaele, mentre guardava il cielo e ci vedeva il volto di Gesù. Lui vede Gesù dappertutto, ci mette tanta passione a dirlo che tante volte sono tentato di crederci. Qui lo prendono in giro perché lui ride sempre, qualche volta piange ma è come se ridesse. Raffaele è un vecchio ladro, di quelli di una volta che rubavano per vivere e non come fanno oggi per la dose. Io gli sono simpatico perché lo sto ad ascoltare. Ho cominciato a dargli retta per educazione, poi mi ha incuriosito e qualche volta mi sorprende con un’intuizione, allora ridiamo insieme. “Il vecchio terrorista ride con il vecchio scemo”, dicono gli sguardi dei compagni di galera. Sguardi che si accendono ad intermittenza, al ritmo imposto dal metadone, dalla buona telefonata a casa, dell’ennesimo rigetto del magistrato di sorveglianza, dall’ansia e dall’amore che li divora. Occhi che camminano e io che li seguo, dietro questa lingua di sole che si assottiglia e sale e più sale più gli sguardi si sollevano, si aggrappano ad essa come all’ultima luce di speranza.

Ed è sperando di portare a termine questa attraversata, che ricomincio di buonora stamattina. A disseppellire i ricordi di un tempo in cui della scrittura credevo di poterne fare un esame di coscienza. Di quando, un libro dopo l’altro, sempre rincorrendo l’incompiuto, alla spasmodica ricerca d’innocenza, trovavo mille versioni per raccontare la stessa storia. Una storia poco chiara, diciamolo, con un inizio che sembrava un fine e alle circostanze andava sempre l’ultima parola. Allora nessuno mi aveva visto arrivare, suppongo sia stata la luce morente di fine millennio a favorire la mia incursione tra i santuari patinati di Saint Germain de Près.

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Baxeicò. Una storia del basilico https://www.carmillaonline.com/2026/05/10/baxeico-una-storia-del-basilico/ Sun, 10 May 2026 20:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94115 di Camillo Acquilino

Ho conosciuto Camillo Acquilino alpinista, mio istrutture severo e paziente alla Scuola del CAI, oltre quaranta anni fa. Oggi ho conosciuto Camillo Acquilino scrittore, attento osservatore del lavoro, letterato con una grande attenzione alla storia della sua comunità. Ligure di quelli inerpicati sulle fasce, lì dove le famiglie contadine hanno costruito le serre per il basilico, diventato alpinista e tecnico, la sua scrittura è meticolosa, segnata dalla precisione richiesta dal lavoro (e anche dalla pratica dell’alpinismo), essenziale ma ricca di particolari. Con Baxeicò inizia la pubblicazione di tre suoi racconti dedicati al tema del lavoro. [dg]

Alle cugine Gaggero [...]]]> di Camillo Acquilino

Ho conosciuto Camillo Acquilino alpinista, mio istrutture severo e paziente alla Scuola del CAI, oltre quaranta anni fa. Oggi ho conosciuto Camillo Acquilino scrittore, attento osservatore del lavoro, letterato con una grande attenzione alla storia della sua comunità. Ligure di quelli inerpicati sulle fasce, lì dove le famiglie contadine hanno costruito le serre per il basilico, diventato alpinista e tecnico, la sua scrittura è meticolosa, segnata dalla precisione richiesta dal lavoro (e anche dalla pratica dell’alpinismo), essenziale ma ricca di particolari. Con Baxeicò inizia la pubblicazione di tre suoi racconti dedicati al tema del lavoro. [dg]

Alle cugine Gaggero
che di basilico ne sanno
e a Lorenzo Ferrando
che ancora lo coltiva!

Nel 1958 ero alle prese con le prime parole della lingua madre: il dialetto genovese nella versione in uso presso i contadini voltresi. Come concesso a tutti i bambini, nel primo apprendimento semplificavo alcune parole ed è così che il nome del mio gemello Luigi è diventato Gigi (Giggi in genovese) e ancora oggi, che è un omone di cinquantacinque anni, un uomo buono dalle spalle larghe, anche in senso figurato, si porta appresso il nome Gigi con orgoglio, quasi fosse un nome di battaglia. Mio nonno Camillo era un patriarca, ma io, che ne avevo ereditato il nome, per un po’ di tempo ho potuto chiamarlo “Nonnu Billu”. Mi dicevano poi che un’altra delle primissime parole che ho pronunciato è stata “bicò” una semplificazione di baxeicò, il basilico.

Nella mia infanzia ho visto il basilico come l’oggetto della mobilitazione dei grandi che mi circondavano poiché, a vari livelli di coinvolgimento, erano tutti impegnati nella sua produzione. Un continuo movimento, consumato dall’alba fino a oltre il tramonto di ogni giorno, caratterizzava l’esistenza dei membri di questa famiglia contadina. Potete immaginarli operosi come un nugolo di api, solo che nell’arnia, al posto del miele, depositavano i mazzetti di basilico.

La nonna Marinin si occupava da sempre della vendita al mercato all’ingrosso del basilico e di altre verdure. Aveva iniziato a vendere da bambina al Mercato dello Statuto, credo, o forse, ancora prima di quello, all’aperto in una piazza di Genova. Negli anni Sessanta partiva da Voltri con il primo tram del mattino per raggiungere, assieme ad altri contadini della zona, il mercato di Corso Sardegna dove assisteva il piazzista nella vendita dei prodotti raccolti il giorno precedente e tradotti nottetempo al mercato per mezzo di un camioncino.

Il piazzista Carmelin era un bravo mediatore così come lo era diventata sua figlia Lisetta. All’epoca le notizie sull’andamento delle vendite al mercato genovese arrivavano a Voltri portate dalla stessa nonna che, prima di ogni altra incombenza casalinga, si preoccupava di informare tutto il parentado sui risultati ottenuti a Corso Sardegna e orientare così il lavoro in corso d’opera. La relazione era rapida come una sentenza: “Ghè vendia” oppure, drammaticamente, “A l’è molla”.

Dopo che avevamo installato il telefono l’annuncio arrivava direttamente dalla signora Lisetta la quale, con la sua cantilena bisagnina, quando le vendite andavano male diceva: “Prontoo…sun a Lizeettaa (con la z di Zena)… a l’è mollaa!”.

Vendere poco è spiacevole per tutti, ma con il basilico coltivato in serra la situazione diventa critica. Se non si vende non si raccoglie nemmeno, ma le piantine continuano a crescere perdendo inesorabilmente e in breve tempo la misura giusta per realizzare il pesto più delicato. Perciò, quando il mercato non “tira”, ben presto tutto il raccolto perde valore e, in pochi giorni, può essere compromesso il risultato di settimane di lavoro: roba da villèn! roba da contadini!

Quando invece c’era vendita tutti, grandi e piccini, erano subito mobilitati freneticamente a soddisfare le richieste della piazza.

Dopo aver indirizzato la produzione, la nonna riferiva anche varie notizie su quello che succedeva nella vita degli altri contadini e, perché no, sulle attività e iniziative intraprese dai concorrenti diretti come, ad esempio, i Laviosa di Coronata (I Laviùsa de Cuunà). Una particolare attenzione era riservata alle clienti più assidue, e casann-e, per le quali erano sempre accantonati i prodotti migliori della giornata.

Tutto questo si concludeva a metà mattinata, giusto per dare il tempo alla nonna di mettersi ai fornelli vicino ai quali dimostrava di essere una cuoca valente, nel senso che riusciva a rendere ottimi anche i piatti più semplici, a consolazione di chi lavorava tanto.

La località Chiappa si trova sulle pendici meridionali della collina che sovrasta il quartiere di Sant’Ambrogio di Voltri. In alcune delle sue fasce, intorno al 1920, furono costruite delle stüffe pe u baxeicò, le serre. Queste costruzioni furono realizzare con criteri di massima economia. La copertura aveva un solo spiovente che a monte si appoggiava, tramite una piccola soletta calpestabile in cemento, al muro di contenimento di un terrazzamento. L’altezza della serra, sopra i camminamenti interni, era sufficiente al passaggio di una persona in piedi, ma non era mai eccessiva in maniera da limitare al minimo i volumi da riscaldare durante l’inverno. I terrazzamenti, che nella lingua ligure sono nominati fasce, all’interno della stüffa prendono il nome più delicato di èaa (area). Sono superfici coltivabili, lunghe e orizzontali, larghe poco più di due metri, contornate sul lato lungo dai tubi dell’impianto di riscaldamento i quali sono anche usati come sostegno delle tavole di legno che, come dirò, si utilizzano per la raccolta delle piantine. Per sfruttare al massimo il volume riscaldato della serra si approfittava anche dello spazio verticale del muro di contenimento sul quale erano state costruite due solette, larghe meno di un metro e riempite della terra sufficiente per la semina del basilico. Le chiamavano càntie, cioè cassetti.

Dotare la serra di un impianto di riscaldamento è un requisito indispensabile per la coltivazione invernale della pianta di basilico. I primi allestimenti erano autarchici, costruiti quasi interamente con pezzi di recupero e… tanta sapienza. Erano realizzati con tubi di due pollici di diametro, alcuni dei quali costruiti in ghisa e muniti di alette per favorire la dispersione del calore e recuperati da qualche essiccatoio da cartiera, che contornavano le èee e che erano allacciati a una caldaia a carbone. L’impianto di riscaldamento sfruttava il ciclo naturale dell’acqua calda e, quindi, per il suo funzionamento non serviva l’energia elettrica. Nelle lunghe notti invernali, quelle più rigide, si era costretti a frequenti ricariche del focolaio, tanto che il nonno Camillo spesso vegliava la caldaia in compagnia di qualche libro da leggere preso in prestito dalla biblioteca del vicino palazzo padronale del quale era il custode.

In pieno inverno però il basilico teme il freddo anche nella radice e non cresce, nonostante che il tepore della serra ne protegga lo stelo e le foglie. L’eccellenza del coltivatore di basilico era così sancita dalla capacità di mettere in atto un espediente con il quale risolvere questo problema ed era premiata dalla disponibilità del prodotto nel periodo dell’anno in cui era più raro e, quindi, meglio pagato. Già dalla fine dell’estate bisognava preparare ciò che serviva per metterlo in atto; era un lavorone quello e richiedeva l’impegno di tutta la famiglia. Ad una filanda della Val di Susa si ordinava un carico degli scarti della pulitura del cotone grezzo. Questo materiale, contenuto in grossi sacchi di iuta, arrivava a Voltri su di un camion grande con il quale non si poteva raggiungere la destinazione del trasporto. Bisognava così trasbordare i sacchi, alcuni dei quali superavano il quintale, su di un motocarro che, con numerosi viaggi lungo un percorso di circa un chilometro su strada sterrata, li trasferiva alla partenza di una piccola teleferica. Questa, in alto, terminava proprio vicino al magazzino in cui andavano stivati i sacchi; u baracun da püa. Sì, della polvere, perché ogni movimento dei sacchi provocava una copiosa dispersione della parte più fine degli scarti di cotone attraverso la trama grossolana del tessuto in iuta. Questa polvere, assieme alla fatica, caratterizzava la giornata di lavoro e si depositava su tutto, sulle ciglia, sulle sopraciglia, nelle mucose nasali, s’impastava con il sudore, entrava nella canottiera, nei calzoni, nelle scarpe, dappertutto. Al termine della giornata, con in mano un bicchiere di vino bianco del nostro, ci osservavamo reciprocamente ridendo ognuno della sporcizia dell’altro, soddisfatti però di aver completato assieme il lavoro.

Prima della semina di dicembre il nonno o lo zio Ton, artisti nel manipolare la terra, ne asportavano alcuni centimetri dalla superficie dell’èaa, stendevano uno strato di cinque dita di polvere di cotone che compattavano battendolo ripetutamente con un attrezzo realizzato con una tavola fissata inclinata su un lungo manico. Ricoprivano poi il cotone con la terra prima rimossa.

È sorprendente vedere come vecchie mani indurite possano essere capaci e delicate. Abili nello spargere uniformemente la giusta quantità di semi, anche se minuscoli come quelli del basilico, nel manovrare il rastrello per interrare i semini quel tanto che basta per farli germogliare, nel premere il pollice contro l’estremità della manichetta e realizzare così un ventaglio nebulizzato d’acqua, adatto ad annaffiare senza far danni.

Dopo le prime irrigazioni il cotone iniziava una fermentazione che riscaldava dal basso le radici del basilico per tutto il periodo della crescita e, nello stesso tempo, produceva un prezioso concime naturale.

La manutenzione della copertura delle serre rappresentava l’immancabile impegno di ogni estate. In realtà le coperture erano rimesse in ordine ogni due anni, ma la sensata laboriosità dei contadini si preoccupava di riservare metà delle serre per la produzione estiva del basilico e metà per le riparazioni. Scoperchiare una serra era un altro di quei lavori che mobilitavano tutti. Si trattava di rimuovere uno a uno i telai con i vetri, e arve, e accatastarli nel luogo destinato alla loro riparazione. Lo zio Ton, in piedi su una sedia con intelaiatura in ferro, per rispetto della sua mole corporea, schiodava i quattro agguanti, tiranti costituiti da filo di acciaio zincato attorcigliato, che avevano due chiodi alle estremità e che servivano a fissare la testa e il fondo del telaio alla struttura portante della serra. Quindi sollevava l’arva e, ruotandola, la “scendeva” porgendola a chi aveva il compito di trasportarla. Eravamo tutti in fila ad aspettare il nostro turno per il trasporto e ogni carico era accompagnato dalla raccomandazione di non farsi male e di non rompere i vetri. Da notare che la serra più grande era ricoperta da più di trecento telai.

Le arve erano costruite con criteri di uniformità. Il loro telaio, due metri per ottanta centimetri, serviva a sostenere due file parallele di cinque vetri larghi trentaquattro e alti trentanove centimetri e dello spessore di tre millimetri. Erano realizzate con legno di peackpine, in genovese piccepaine, il più adatto a sopportare il logorio dell’ambiente umido della serra. Nel legno risiedeva il valore dell’oggetto, il più pregiato era quello recuperato dalle demolizioni delle navi dato che aveva già dimostrata l’attitudine alla sopravvivenza negli ambienti umidi più impegnativi. Spesso si riconosceva perché mostrava degli intarsi con i quali erano stati chiusi i fori che erano serviti a fissare il legname nel suo impiego primitivo.

Gli elementi principali del telaio erano la testata, il fondo, le longherine e il bastetto centrale ed erano fissati fra loro per mezzo di incastri e caviglie in legno. I chiodi erano utilizzati per fissare i due bastetti trasversali, che irrigidivano il telaio e servivano come maniglie da trasporto, e la foderina collocata sopra la longherina di destra, che serviva da coprigiunto fra le due arve contigue. C’erano inoltre quelli necessari a tenere in sede i vetri prima del loro fissaggio con lo stucco masticote. Un componente fondamentale, utile per la durata dell’arva, era l’olio di lino con il quale si imbeveva per bene il legno prima della coloritura e funzionava anche come diluente della pittura. L’effetto serra, auspicato per il miglior sfruttamento dell’energia termica fornita dal sole, era favorito dal fatto che i telai erano colorati con pittura verde scuro sulla faccia esterna e con pittura bianca su quella interna.

La manutenzione di ogni arva iniziava con la raschiatura del legno, necessaria a rimuovere le sfogliature della pittura. Spesso questo lavoro preliminare si faceva quando essa si trovava ancora in piedi nel posto in cui era stata accatastata. L’arva era poi adagiata orizzontale su due cavalletti di legno dove veniva esaminata per valutare, prima della pitturazione, se erano necessarie delle riparazioni importanti, come la sostituzione di un componente in legno o la riparazione di un vetro. Prima di arrivare a decidere di sostituire un vetro si tentavano tutti i modi possibili per rabberciare il danno poiché il vetro nuovo lo si doveva comprare e ciò contrastava con la politica di economia autarchica che vigeva allora. Intanto bisognava stare molto attenti nella rimozione di quelli rotti perché lo stucco, con il tempo e l’esposizione al sole, si induriva e non era facile toglierlo senza estendere il danno ai vetri vicini. A questo proposito ricordo di aver assistito lo zio Ton, uomo generalmente molto paziente e parsimonioso, mentre era intento a smontare uno dei vetri in fondo al telaio. Chino sull’arva, con lievi colpi di martello battuti sullo scalpello, lavorava alla rimozione dello stucco. Come faceva spesso quando era impegnato, mostrava la lingua stretta fra i denti al lato della bocca. È stato un attimo, non proprio di disattenzione, ed è partita una venatura sul vetro vicino. Solo un sospiro, poi ha iniziato a levare lo stucco, maledettamente duro, anche da quel vetro. Lavorava ancora concentrato alla delicata rimozione dello stucco in prossimità del vetro successivo, ma anche questo, quasi beffardo, si è spaccato. Lo zio ha rialzato la schiena, è stato un attimo immobile dopo di che ha cominciato a impartire una serie di violente martellate su tutti i vetri rimanenti della fila che sono andati in frantumi. Ancora un momento di silenziosa sosta e ha ripreso a lavorare.

La pittura verde, quella esterna, doveva essere stesa sotto le continue raccomandazioni di “tirare” il pennello alla lunga. Solo in quella maniera il nuovo velo protettivo si stendeva aderendo per bene su tutta la superficie e non rischiava di formare bolle che si sarebbero staccate ben presto. Girato sottosopra il telaio si passava alla pittura bianca, che era la più noiosa da stendere perché da quel lato fra il legno e il vetro non c’era lo stucco ed era così più facile imbrattare i vetri. L’arva passava finalmente nella catasta delle “fatte” e riceveva l’ultimo ritocco sui bastetti trasversali che si erano impugnati per manovrarla: una di meno!

Protetti da una tenda parasole, ci si dedicava a quest’attività nelle ore più calde della giornata, quando non si potevano fare altri lavori faticosi, ma quando sarebbe stato anche bello rimanere in ozio. La terra attorno ai cavalletti era calpestata fino a diventare un solco polveroso cosparso di croste di vecchia pittura. Tutto intorno imperava l’odore di olio di lino, misto a quello del masticote, che aumentava l’effetto soffocante del caldo e imponeva, per resistere, l’adozione di un atteggiamento di rassegnata pazienza.

Molta di quella pazienza la metteva il signor Cesare, un anziano vicino di casa, oramai in pensione dopo aver lavorato come falegname alla riparazione dei tram genovesi, che si dedicava alla manutenzione delle arve per intere giornate senza dire una parola. A lui erano riservate le lavorazioni più complesse, come la sostituzione dei componenti del telaio, per le quali adoperava i suoi utensili che custodiva gelosamente in un’apposita cassetta in legno. Naturalmente a noi giovani era precluso l’uso di quegli attrezzi. Aveva un singolare tic che lo costringeva a sputacchiare a labbra strette, come se si dovesse continuamente liberare di un pelucco rimasto fra le labbra. Chissà cosa pensava mentre lavorava per ore in silenzio.

Per ricoprire la serra, ovviamente, si procedeva in modo inverso da quello della scopertura con l’aggiunta di una non trascurabile attenzione rivolta ai numerosi nidi di vespa che, durante l’estate, si erano insediati lungo la sua intelaiatura. Erano lavori duri, ma per identificarli si usavano i termini descrüvì e crüvì, scoprire e coprire, pronunciati attribuendo loro anche il significato dell’accudimento, perche il basilico coltivato in serra ha bisogno di essere accudito.

La prima evoluzione del sistema di coltivazione del basilico è arrivata nel 1964 con l’introduzione dell’impianto di riscaldamento a nafta. Era ancora in vita il nonno Camillo il quale, forse più di tutti, ha seguito con molto interesse l’installazione delle nuove caldaie in ghisa Ideal Standard e degli innovativi bruciatori Riello.

La zona in cui c’erano le serre era raggiungibile solo a piedi e, per alleviare la fatica del trasporto a spalla, esisteva la teleferica. Devono aver installato questo sistema di trasporto nell’immediato dopoguerra e per farlo, naturalmente, hanno utilizzato tutti pezzi di recupero, compresa la fune portante in trefoli d’acciaio. Questa era ancorata a valle ad una putrella affogata in un basamento di cemento interrato, era sostenuta da due cavalletti intermedi e da quello di arrivo e terminava avvolta in un tamburo che serviva a dare alla stessa la giusta tensione. Il carrello era sostenuto da due ruote a quattro razze munite di una gola adatta ad abbracciare il cavo portante, unite fra loro da un telaio. Su di esso era fissata l’estremità della fune di traino e due tondini rigidi, sagomati opportunamente per sostenere il piano di carico. Il fondo del piano poteva essere sganciato da un lato quando si doveva scaricare il carbone che serviva per le calderine. Il verricello di traino era munito, dal lato esterno, di un semplice tamburo sul quale agiva un freno a nastro azionato da una leva. La trasmissione del movimento fra il motore elettrico, che era molto grosso nonostante erogasse la potenza di un solo cavallo vapore, e il verricello era garantita da una cinghia di cuoio. Sostanzialmente la sicurezza del sistema era affidata all’abilità del manovratore il quale doveva regolare la velocità di discesa per mezzo del freno ed essere pronto, al termine della salita, a bloccare il freno non appena disinserita l’alimentazione elettrica. L’interruttore destinato all’azionamento del motore, naturalmente anche questo di recupero, aveva la leva di manovra ricostruita con un legnetto e la protezione dei contatti elettrici realizzata con robusta carta straccia. L’autorizzazione a manovrare la teleferica ha costituito per me un passo importante nel percorso verso l’età adulta.

Gli elementi in ghisa delle nuove caldaie e tutto ciò che è stato necessario per rinnovare l’impianto di riscaldamento sono stati i trasporti più impegnativi della teleferica. Ma l’eccellenza nel suo impiego è stata raggiunta con la risalita delle lamiere necessarie alla costruzione del serbatoio della nafta. L’artefice del progetto di questo serbatoio, comprensivo della soluzione adottata per il trasporto dei suoi componenti, è stato mio papà. Specialista di trasporti ferroviari e progettista tuttofare di casa (già da sedicenne in tempo di guerra, ad esempio, aveva disegnato il tracciato del rifugio sotterraneo antiaereo) con il serbatoio aveva dato prova del meglio di sé.

Per trasportare lamiere lunghe quattro metri e larghe un metro e settantacinque, del peso di oltre tre quintali, come quelle utilizzate per realizzare il serbatoio di acciaio, il progettista ha stupito tutti. Aveva stimato la larghezza massima delle lamiere fidando di poterle fare passare inclinate secondo la diagonale dei portali che sostenevano il cavo portante della teleferica e aveva poi azzeccato il calcolo della posizione dei punti in cui sostenere la lamiera per ottenere l’inclinazione voluta. Per questo trasporto, come per altri impegnativi, si era rinunciato all’azionamento motorizzato del verricello, ma per il traino del carrello si era fatto ricorso alla manovella manovrata da braccia robuste.

Il cantiere di lavoro per la costruzione del nuovo impianto era equipaggiato con strumenti che ora sarebbero a dir poco insoliti. L’acetilene per la saldatura, ad esempio, era prodotto sul posto per mezzo di un vecchio gasogeno a carburo di calcio. Anche l’operaio che lo utilizzava era in sintonia con i propri attrezzi. Per via dell’ambiente disagiato in cui doveva operare, alcune lavorazioni non gli riuscivano alla perfezione, ma lui le sistemava dicendo semplicemente al committente: “Nu v’arragè Tognu”.

La proficua stagione dei nuovi bruciatori è stata coronata da mio papà con la costruzione di telecomandi con i quali, il quasi ottantenne nonno Camillo, negli ultimi due anni della sua vita, ha potuto sovraintendere da casa e con molta soddisfazione la buona conduzione delle due caldaie messe in opera.

La saggia sensibilità del contadino di un tempo era orientata principalmente alla sorveglianza di quello che succedeva per potere, possibilmente, tentare di porre rimedio all’imprevisto. Nel caso delle nuove caldaie, per esempio, si era sempre pronti a rimettere in funzione velocemente quelle vecchie a carbone, lasciate prudentemente ancora allacciate ai nuovi impianti. Allora, più di adesso, si sapevano apprezzare i risultati della buona stagione, consapevoli del rischio sempre presente di incappare in quella grama. Sulla porta della cantina, il cui uso era condiviso da più famiglie contadine della zona, qualcuno aveva scritto, con il pennello intriso nel minio e manovrato con incerta grafia: “1929 ano di miseria”. L’ilarità che suscitava in noi quell’enne mancante era ben presto compensata dal monito che trasmetteva una frase così disperata.

Negli ultimi trent’anni le vecchie serre sono state sostituite con strutture moderne, costruite con acciaio zincato e grossi e luminosi vetri. La necessità della manutenzione ordinaria si è quasi azzerata, ma bisogna ricordare che alcuni anni orsono, una grandinata di pochi minuti, ha “regalato” la necessità di alcuni mesi di lavoro imprevisto, necessari per sostituire un migliaio di vetri andati in frantumi e per bonificare l’area di coltivazione, rimasta cosparsa da infiniti frammenti.

Anche l’impianto di riscaldamento è stato modificato con l’introduzione di scaldiglie interrate che rendono superfluo in inverno l’impiego della polvere di cotone. Però l’attuale esorbitante costo del gasolio ha imposto il recente ritorno all’uso della legna da ardere.

Bisogna ancora tenere conto che il lavoro, un tempo eseguito anche da una decina di persone, oggi è affrontato da tre sole; tuttavia la raccolta del basilico migliore per la preparazione del pesto alla genovese è l’unica operazione che nel tempo non è cambiata e, quindi, richiede sempre la stessa pazienza e fatica. Il campo di basilico pronto al raccolto è una distesa fitta di piantine alte dai dieci ai quindici centimetri. Non sarebbe possibile entrarvi senza far danni per cui non si deve mai calpestarlo. Ogni raccoglitore utilizza una tavola di legno appoggiata trasversalmente all’èaa sui tubi di riscaldamento e che si trova così una ventina di centimetri sopra le piante di basilico. Egli si deve inginocchiare su questa tavola sulla quale deve anche appoggiare il gomito sinistro che gli servirà a controllare la propria posizione rispetto all’area di raccolta e ne utilizzerà la mano per impugnare il mazzetto in formazione di piantine appena estirpate. La semina del basilico è molto fitta e fa sì che le prime piantine che germogliano crescano più rapidamente di quelle che rimangono sottomesse. La raccolta avviene quindi “schiumando” le piantine più alte, cioè estirpando solo quelle e avendo cura di lasciare intatte le altre, le quali, una volta guadagnata l’esposizione alla luce, cresceranno e saranno raccolte a loro volta in successive passate. Per fare questo il pollice e l’indice della mano destra devono serrare alla base il gambo di una sola piantina alla volta e, con un colpo deciso del polso, estirparla, completa delle radici, lasciando sul posto le piantine circostanti. La raccolta prosegue così per ore, con una serie infinita di piccoli gesti, condotti in rapida successione come il pittare di una gallina.

La raccolta del basilico inizia prestissimo la mattina poiché deve finire prima che faccia troppo caldo, nel rispetto di chi deve lavorare in serra, ma, ancora prima, della fragranza del basilico. Per questo nella serra si preparano dei mazzi grossi che contengono tante piantine quante ne stanno nella mano. Questi, via via che si producono, sono trasportati nel locale nel quale si confezionerà definitivamente il prodotto. Nell’attesa di questa lavorazione i mazzi sono adagiati su di un tavolo con le radici appoggiate su di un sacco di iuta imbevuto d’acqua. Inoltre un lenzuolo bagnato ricoprirà le foglie.

Generalmente nel pomeriggio, seduti attorno al tavolo dove erano stati depositati i mazzi, con un lavoro paziente quanto ripetitivo, questi si scompongono e le piantine sono raccolte in mazzetti più piccoli. La radice e il gambo sono quindi avvolte con erba inumidita e fasciate con un foglio di carta che è chiuso per mezzo di un elastichino. Il mazzetto così preparato è depositato, ancora provvisoriamente, in una cesta. Un tempo per chiudere i mazzetti si usava la fibra delle foglie di canna che era legata con il caratteristico tortiglione; da qui il termine antico “ligà u baxeicò” con il quale era chiamata questa lavorazione. Prima di sera ogni lavoratore arriva a confezionare anche più di un migliaio di mazzetti.

A turno, per alleviare la noia della legatura, ci si alza, per “incorbà u baxeicò”. Prima si prepara una cassetta, un tempo si usava una corba, fasciandone l’interno con fogli di carta disposti in una specifica maniera. Al centro, nel senso più lungo della cassetta, si adagia una striscia di carta straccia imbevuta d’acqua e si iniziano a depositare, contandoli, i mazzetti, avendo cura di sistemarli su due file, con le chiome a contatto fra loro nel centro. In ogni cassetta ci stanno cinque o sei decine di mazzetti. Dopo aver depositato anche sulla parte superiore della chioma del basilico un’altra striscia di carta bagnata, la cassetta è chiusa con i lembi dei fogli di carta utilizzati per il rivestimento interno in modo da sigillare il prezioso prodotto.

Un tempo il marchio di fabbrica era siglato direttamente sulla carta panciuta che copriva la cassetta con un pennellino intinto nell’inchiostro. Ad esempio “Merello 5” voleva dire cinquanta mazzi di basilico dei Merello della Chiappa.

Il viaggio delle cassette iniziava la sera sulla teleferica, proseguiva sul camion sgangherato di Gaspare, assieme ai prodotti degli altri contadini della zona, approdava al posteggio du Carmelin Caneva dal quale, con buona fortuna, era avviato alla cucina di qualche brava cuoca genovese, possibilmente per tramite di una negoziante “bunn-a Casann-a”.

L’attuale produzione condotta con sistema tradizionale, per la quale rimane invariata la necessità di una totale dedizione degli addetti, è mortificata da una concorrenza che invade il mercato con un prodotto che non è altro che un surrogato del basilico verace da pesto. La principale caratteristica dei tempi in cui viviamo, che è quella di considerare solo l’apparenza delle cose, porta generalmente ad acquistare il basilico sulla base del suo minor prezzo se non a comprare il pesto già fatto da chissà chi e chissà dove. Fra le coltivazioni più economiche del basilico vi è quella idroponica. È realizzata in vasche riempite d’acqua, con disciolti i necessari elementi nutritivi, sulla quale galleggiano contenitori di polistirolo che diventano il supporto di semina e crescita delle piantine fino al momento della raccolta. La zappa è sostituita dal contagocce, ma ne vale la pena?

Il rischio maggiore adesso è che il sapore del nuovo pesto crei una tendenza mutante del gusto che in poco tempo possa fare dimenticare quello tradizionale e porti al fallimento della coltivazione del basilico da pesto di Pra e Voltri.

Nei momenti migliori della sua storia, l’uomo ha ricondotto le pratiche necessarie alla propria alimentazione alla sfera della cultura. Coltivare il basilico secondo il rito che ho tentato di descrivere è soprattutto un fatto culturale. I contenuti di questo sapere sono stati tramandati fra le generazioni con raffinati metodi d’insegnamento orali e pratici e credo che, onestamente, nessuno possa improvvisarli.

Racconto pubblicato in una prima versione su Nuova Prosa, Greco Editori

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Echi di una cella brasiliana https://www.carmillaonline.com/2026/04/19/echi-di-una-cella-brasiliana/ Sun, 19 Apr 2026 21:55:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94212 Racconto di Cesare Battisti 

Il Nobel Jon Fosse dice che: “Scrivere richiede fede profonda nel fatto che ci sia qualcosa dentro di noi, e che possa venire a galla. La scrittura implica abbandono, ed è qualcosa che viene donato. Ma perché arrivi, ci si deve appunto affidare. In questo senso, sì, scrivere assomiglia al credere. Entrambi sono processi in cui non si sa dove si vada a parare: scrivere è un modo per conoscere, per capire di più qualcosa man mano che si procede: è quasi un logico, direi, che implichi un atto se non di fede. almeno di fiducia.”

Diciotto anni [...]]]> Racconto di Cesare Battisti 

Il Nobel Jon Fosse dice che: “Scrivere richiede fede profonda nel fatto che ci sia qualcosa dentro di noi, e che possa venire a galla. La scrittura implica abbandono, ed è qualcosa che viene donato. Ma perché arrivi, ci si deve appunto affidare. In questo senso, sì, scrivere assomiglia al credere. Entrambi sono processi in cui non si sa dove si vada a parare: scrivere è un modo per conoscere, per capire di più qualcosa man mano che si procede: è quasi un logico, direi, che implichi un atto se non di fede. almeno di fiducia.”

Diciotto anni fa, quando mi trovavo nella cella di un carcere federale a Brasilia, non conoscevo Jon Fosse, né la sua “fede”, che eppure dovevo avere già frequentato. Se l’avessi lette allora, nel caldo asfissiante di una cella affollata, queste sue parole sarebbero state vapore esalato dal mucchio di carne umana. Il nostro abbandono aveva poco a che fare con la fiducia e l’inspirazione dell’artista. Nella nostra cella non c’era posto per la fede di Jon Fosse, non c’era posto nemmeno per carta e penna. Di giornali e pubblicazioni nemmeno a parlarne, mangiavamo a terra, accovacciati l’uno sull’altro e per posate avevamo le dita delle mani. Facevamo i turni per dormire perché sul pavimento non c’era posto sufficiente per sdraiarci tutti allo stesso tempo. C’era chi riusciva a sonnecchiare in piedi, legandosi con strisce di coperta all’inferriata.

Qualcuno si lasciava andare, deperiva a vista, finché se lo portavano via e un altro veniva a rimpiazzarlo.
Le prime settimane credevo di morire, sarebbe stata una liberazione. Ma nemmeno la morte è gratis, bisogna meritarsela e io non avevo niente da offrire in cambio. Nemmeno un guizzo di coraggio per l’atto estremo, ma dove trovare un angolo per appendersi? Condannato a resistere, come me lo imploravano da dietro il vetro blindato gli sguardi di visitatori che neppure conoscevo. Uomini e donne che sul palmo della mano avevano scritto il nome della persona che li mandava. Erano nomi che dicevano “ci siamo” e che per qualche minuto, una volta alla settimana, naso e bocca schiacciati contro il vetro divisorio, mi facevano trattenere il fiato e con esso anche il filo di speranza. Giusto il tempo di tornare in cella e vederla evaporare nel carnaio.

“Resistere”, dicevano gli sguardi dietro il vetro divisorio del colloquio. Una parola che i miei compagni di prigionia non pronunciavano mai. Loro lo facevano e basta, respirando aria viziata e divorando, dopo essersi segnati, la ciotola di riso e fagioli. I fagioli, sempre pochi, che due volte al giorno ci passavano dal pertugio rasoterra. Mangiavo anch’io, una capitolazione ogni volta che affondavo le dita nella sbobba. Ai devoti sembrava una conquista, oppure sapevano fingere bene. Erano sempre stati timorosi di Dio o gli tornava utile esserlo in prigione? Non avevo la Fede, perciò riempivo il vuoto con domande stupide. Ma la fede di cui Jon Fosse mi avrebbe parlato due decenni dopo era un’altra cosa, se l’avessi capito allora, non l’avrei confusa con la pena. Era una fede che non mi dava pace.

La velocità con cui il passato e la realtà presente s’intrecciano è tale da non poter talvolta districare l’uno dall’altro. Succede che non sono più sicuro se è o se è stato. La prigionia comprime il tempo, l’emozione lo dilata e il tutto sta in un solo istante. Oggi sono qui, prigioniero che racconta un’altra prigionia e cerca sé stesso nella differenza. È necessario poter dire questo è oggi, le sbarre sembrano le stesse ma in realtà non lo sono. Queste che ho qui adesso fingono di non esserci, rischio di non vederle e ci vado a sbattere contro. A Brasilia avrei fatto chissà che per avere un tavolo dove leggere Jon Fosse e poter dire è vero. A modo mio, lo sapevo anche allora che la scrittura è un atto di fede.

Un disperato deve per forza affidarsi a qualcosa più grande di lui. Magari non ci crede fino in fondo, perché la vita lo ha reso diffidente, ma sa anche di non avere scelta, così si butta e prende quello che viene. Lo faccio ancora oggi e la paura da vincere è la stessa di allora: come accettare la propria vulnerabilità, renderla palese a chi ti può ferire. Non è il coraggio a spingerti nel vuoto, sperando che ti spuntino le ali, è l’incoscienza.

Ce ne sarebbe voluta una buona dose nell’inferno di Brasilia, per dire a diavoli e dannati
datemi carta e penna e scordatevi di me. Ma l’incoscienza da sola non basta ci sarebbe voluto dell’altro, solo un pazzo avrebbe preteso tanto. O un disperato che sa di non avere scelta: scrivi o muori. Ma abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ce lo dica, di una persona amica che venga a ricordarci che mantenersi vivo non è solo un diritto, talvolta può essere un dovere, perché è nelle circostanze avverse che l’umano si rivela, e ricompensa così la mano tesa.

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