Interviste – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 24 Feb 2026 23:10:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Quando le fonti divergono. La profondità delle zone grigie. Intervista all’archeologo Andrea Augenti (parte due) https://www.carmillaonline.com/2026/02/10/quando-le-fonti-divergono-la-profondita-delle-zone-grigie-intervista-allarcheologo-andrea-augenti-parte-due/ Tue, 10 Feb 2026 21:00:12 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92379 di Valentina Cabiale

La prima parte di questa intervista ad Andrea Augenti è stata pubblicata il giorno 17 gennaio 2026.

Andrea Augenti è docente di Archeologia Medievale all’Università di Bologna dal 2000. Ha condotto indagini in molti siti d’Italia. È autore di numerose pubblicazioni e membro della redazione della rivista Archeologia Medievale, della Società degli Archeologi Medievisti Italiani e della Society for Medieval Archaeology e Fellow della Society of Antiquaries of London.

Joachim Winckelmann, nella sua Storia dell’arte nell’antichità (1764), ha dato il meglio di sé, come tu ricordi, nelle descrizioni delle opere d’arte: ha trovato un modo nuovo di raccontare le sculture, da appassionato [...]]]> di Valentina Cabiale

La prima parte di questa intervista ad Andrea Augenti è stata pubblicata il giorno 17 gennaio 2026.

Andrea Augenti è docente di Archeologia Medievale all’Università di Bologna dal 2000. Ha condotto indagini in molti siti d’Italia. È autore di numerose pubblicazioni e membro della redazione della rivista Archeologia Medievale, della Società degli Archeologi Medievisti Italiani e della Society for Medieval Archaeology e Fellow della Society of Antiquaries of London.

Joachim Winckelmann, nella sua Storia dell’arte nell’antichità (1764), ha dato il meglio di sé, come tu ricordi, nelle descrizioni delle opere d’arte: ha trovato un modo nuovo di raccontare le sculture, da appassionato osservatore in prima persona, cercando uno stile all’altezza delle opere descritte, che per lui erano al vertice dell’ideale estetico. Oggi Winckelmann farebbe dei podcast?

(ride) Forse farebbe più volentieri dei monologhi di teatro alla Stefano Massini.

Nello specifico dell’ontologia dell’archeologia: Gombrich, in quel libro citato prima, dice una cosa forte, ovvero che l’arte non ha valori universali, in quanto non si esprime attraverso un solo linguaggio condiviso da tutto il genere umano. Mi sono chiesta: e l’archeologia? Raccontiamo molte storie che pensiamo valgano per tutti. Alain Schnapp, grandissimo archeologo e storico dell’archeologia, scrive (in La conquista del passato, recentemente riedito da Johan & Levi) che l’archeologia, a differenza dell’antiquaria, si pone l’obiettivo di indagare la storia degli antenati dell’umanità intera. Ho qualche perplessità su questo approccio, perché penso che un universale imposto o o comunque cresciuto in seno a una minoranza – la civiltà occidentale – sia di per sé deprivato di un senso universale. Cosa ne pensi?

È un discorso complesso. Sono d’accordo sul fatto che sia difficile parlare di valori universali. E forse le parole chiave sono altre. Il centro vero dell’archeologia è proprio l’opposto: indagare le diversità del passato tra le varie culture. Il valore assoluto forse è proprio il passato, però nell’ambito di quel contenitore quello che l’archeologia fa risaltare è la differenza. È il fatto che mentre da noi c’è Carlomagno, in Messico fiorisce la civiltà Maya, con centri come Palenque. Mettere in luce queste potenziali sincronie, e differenze, mi sembra la grande ricchezza dell’archeologia.
Capisco bene cosa dice Gombrich quando afferma che l’arte non è universale. Ma credo che il fascino profondo dell’archeologia sia proprio nello sguardo che abbraccia universalmente il mondo mostrandoci le storie e le differenze dei singoli passati di ogni luogo.

Più volte hai parlato della zona grigia di non sovrapposizione tra fonti materiali e scritte o di altro genere. Ad esempio riguardo al Garbage Project, un progetto rivoluzionario di archeologia del contemporaneo, nato negli anni Settanta per volontà di W. L. Rathje, archeologo dell’università di Tucson. Gli archeologi per quasi trent’anni hanno studiato l’immondizia di determinati quartieri e famiglie, comparando poi i dati con quanto desumibile invece dalle fonti orali, ovvero dalle interviste ai membri di quelle comunità. E i dati non sempre corrispondevano. In particolare, le dichiarazioni sulle birre bevute a settimana risultavano in evidente difetto rispetto al numero delle lattine di birra ritrovate dagli archeologi nei bidoni della spazzatura. Per il medioevo ti viene in mente qualche caso eclatante di dati archeologici che hanno smentito quanto sapevamo dalle fonti scritte?

Un caso riguarda la città di Verona, per la quale abbiamo tre diverse fonti. Il Versus de Verona, un poema altomedievale, ci dice che Verona è una città splendida tutta costruita in pietra, con mura ricoperte di gemme, strade lastricate e al centro un labirinto da cui si esce solo seguendo un filo. Da quanto scritto si capisce che il poema è stato composto da qualche personaggio dotto imbevuto di cultura classica, forse in un monastero. Poi c’è l’Iconografia Rateriana, un disegno rinascimentale copia di un disegno medievale: è una veduta di Verona molto alla “romana”, con anfiteatro, chiese, templi, sembra quasi il plastico di Roma di Italo Gismondi. E poi, terza fonte, ci sono gli scavi archeologici, che ci mostrano una città che nel periodo altomedievale era ben altro: strade invase dal fango, case in legno che avevano sostituito le domus romane, ecc. Considero le zone grigie, ovvero quei casi in cui le diverse fonti divergono, l’aspetto più entusiasmante dell’indagine sul passato, e credo che analizzandole non sia necessario giudicare. Quelli dell’Iconografia Rateriana e del Versus de Verona non sono bugiardi o impostori. Piuttosto dobbiamo domandarci perché hanno rappresentato Verona in quel modo. Per loro l’idea di città prevaleva sul dato materiale. Non avevano il coraggio, la voglia, ma soprattutto la cultura per dire che la città in pietra era in rovina, che gli edifici crollavano, che si seppelliva tra le case e che c’erano enormi fosse di spoliazione e bisognava stare attenti a non cascarci dentro. Allo stesso modo i bevitori di birra di Tucson in Arizona non avrebbero mai detto che bevevano decine di birre a settimana, perché i valori della società nella quale vivevano sono altri. Lì, nella comparazione tra le due fonti, si può capire meglio la società americana degli anni Ottanta del XX secolo così come, guardando alla Verona altomedievale, si vede la mentalità degli abitanti della città in quel periodo, presa nella morsa della contrapposizione tra la città ideale e la città com’era realmente.
A Classe (Ravenna) c’è una situazione simile: Andrea Agnello, autore del Liber Pontificalis dei vescovi di Ravenna del IX secolo, dice che la città di Classe è distrutta; scrive ai ravennati di stare attenti, perché altrimenti, a causa dei loro comportamenti lascivi, condurranno la città in rovina come è capitato a Classe. Poi però a un certo punto si smentisce, perché dice che Classe fornisce un battaglione di armati all’esercito di Ravenna. E quindi non doveva essere così in rovina e deserta. Lo scavo archeologico ha in effetti dimostrato che Classe continua a vivere ben al di là della supposta morte.
Ce ne sono tantissime di queste zone grigie, e questo è il motivo per cui non mi piaceva lavorare a Samarcanda, dove non avevo le possibilità di trovarle dato che non padroneggiavo le fonti scritte. Grazie alle zone grigie puoi calarti fino in fondo nella cultura che stai studiando. È molto più affascinante che non il giochino solito di leggere le fonti scritte e cercare di identificare sul terreno i siti indicati dagli storici antichi. Ad esempio, a Roma andare alla ricerca di quanto riportano Diodoro Siculo o Strabone. Ti dicono che lì c’è il tempio X e tu lo vai a cercare. Questo è il livello base dei dati ricavabili dalle fonti scritte – cercare conferme – ma è sempre a rischio forzature. L’altro esercizio, invece, analizzare la non sovrapposizione, le contraddizioni più o meno esplicite, ti consente di approfondire la comprensione delle civiltà scomparse.

Sì, anche perché non si tratta solo di una contrapposizione tra vero e falso. Puoi farti un’idea della loro percezione di sé. Il signore di Tucson magari è davvero convinto di averne bevuta una sola, di birra.

Questo è il bello. Non necessariamente le dichiarazioni sono intenzionalmente false, a volte si è talmente bombardati da un ideale di persona che alla fine ci si sente quella persona. Per questo io credo che si debba mettere da parte il giudizio. Ho discusso molte ore con il mio amico e maestro Daniele Manacorda sulla faccenda del giudizio in archeologia, a partite dalla questione della città italiana nell’alto medioevo, su cui noi archeologi medievisti ci siano a lungo scornati. Ricordo seminari improbabili in cui qualcuno ha anche sostenuto che avrebbe preferito vivere nella Roma di Augusto piuttosto che in quella tardo-antica, quando i monumenti andavano in rovina. Noi non siamo chiamati a dire dove vorremmo vivere, siamo chiamati a capire. Non dico che gli storici non debbano mai giudicare, è ovvio che se ti occupi di mafia, di fascismo, di nazismo, il giudizio è dovuto. Ma perché dovremmo dare un giudizio su quello che hanno fatto i Barbari nel V e VI secolo a Roma, in Italia e in Europa? E soprattutto, cosa aggiungerebbe questo giudizio alla nostra comprensione della storia?

Riguardo alle zone grigie, ci sono contesti dove queste non sono per nulla frequentate. È noto, ad esempio, che molti archeologi di istituzioni israeliane sono andati e vanno a cercare sul campo, in Palestina, le prove di quanto scritto nella Bibbia, per confermare e ribadire la presenza nell’antichità, su quella terra, del popolo eletto.

C’è una fortissima e grave strumentalizzazione della ricerca archeologica. In Israele accade ripetutamente, e – mi spiace doverlo dire – è molto simile a quello che la Germania nazista faceva in Danimarca. L’invasione tedesca della Danimarca è stata preceduta da studi di questo genere. La questione etnica – l’idea che i Germani in età protostorica avessero occupato tutta la Scandinavia – era del tutto campata in aria, ma gli archeologi cercavano le prove materiali per dimostrarla. Herbert Jankhun era un archeologo molto bravo (ha scavato accuratamente, ad esempio, il sito medievale di Hedeby, in Germania) ma lavorava al servizio delle SS. È uno di quelli che sono rimasti in carica oltre la fine della guerra, ha lavorato ancora negli anni Settanta, è stato un grande accademico, ma prima è stato un nazista di prim’ordine.

Il tuo ultimo libro si intitola Archeologi. I maestri del passato. Chi è stato o chi sono stati i tuoi maestri?

Il principale è Riccardo Francovich, che ho già citato. Mi ha insegnato una cosa molto importante: non devi tirare fuori dall’altro l’archeologo che tu pensi debba essere o addirittura il tuo clone, ma gli devi dare modo di esprimere se stesso al meglio. Questo vale anche per altri ambiti, ad esempio il tennis di cui sono appassionato. Quindi devi osservare molto attentamente chi hai davanti. Talvolta i “maestri”, in molte discipline, creano una scuola di omologhi, persone che la pensano come loro e seguono lo stesso ideale. A me invece piace moltissimo essere sorpreso dai miei allievi. Do qualche indizio, ma poi spero che arrivi qualcuno con un’altra soluzione rispetto a quella che posso offrire io. Francovich era straordinario in questo. Siamo stati amici, e ho ricordi bellissimi della sua casa vicino a Firenze dove ogni tanto andavo, di pomeriggi interi a chiacchierare, passeggiando sotto gli ulivi. È stata una persona importantissima per l’archeologia medievale e penso ci siano molti punti in comune, per come ha esercitato il ruolo di maestro, con Bianchi Bandinelli. Se ci pensi, gli allievi più diretti di Bandinelli (Filippo Coarelli, Andrea Carandini, Mario Torelli, Salvatore Settis e altri) sono molto diversi uno dall’altro e diversi da lui. Ha educato una scuola di persone a essere se stessi. La seconda cosa, analoga in Francovich e Bianchi Bandinelli, è che tenevano insieme un pool eterogeneo di personaggi, anche dagli ego importanti e che una volta scomparso il maestro si sono sparpagliati in direzioni diverse. Anche l’archeologia medievale in Italia ha vissuto questa frantumazione, dopo il 2007, l’anno della scomparsa di Francovich. Riccardo aveva un ruolo di guida, di collante e di stimolatore di riflessioni. Era un accentratore, ma con giudizio. Una eredità difficile da portare avanti.

L’errore che fai più spesso, nella tua professione?

Forse che di primo acchito sono propenso a fidarmi, scientificamente e umanamente, delle persone, dei collaboratori, degli studenti. Apro le porte in una maniera abbastanza evidente, perché sono di indole entusiasta e appassionata. E quindi spesso prendo delle fregature.

Un libro che vorresti avere scritto tu?

La storia del mondo in 100 oggetti di Neil mc Gregor, ma se l’avessi scritto sarei stato il direttore del British Museum, quindi mi sembra un pensiero troppo ambizioso. Però è stato davvero un libro importante, e il primo di un format oggi molto in voga. Mc Gregor ha organizzato anche delle mostre a partire dai testi, “Objects in focus”. L’idea di base era: se tu vai al British Museum di sicuro ti perdi delle cose, ci sono troppi oggetti in mostra. Quindi raccontiamo dettagliatamente un certo numero dei reperti, alcuni molto noti, come l’elmo di Sutton Hoo, altri meno (il primo è stato una sculturina preistorica in osso, due alci che si rincorrono nuotando in un lago). Un’operazione culturale ampia che è passata attraverso le mostre, la radio, il libro, quindi ben oltre la sola sfera museale.

Le mostre le ha fatte prima del libro o dopo?

Prima. Le puntate in radio alla BBC le ha iniziate nel 1996.

Un libro che vorresti scrivere?

Ne ho tantissimi. Per la collana I luoghi dell’archeologia di Carocci scriverò i libri su Ravenna e poi su Roma in età tardo antica, altomedievale e medievale. Ma a parte quelli che scriverò quasi sicuramente, ti dico cosa mi piacerebbe scrivere a livello concettuale. Un libro straordinario, secondo me, è Medieval Life: Archaeology and the Life Course (Boydell Press, 2012) della mia amica e bravissima collega Roberta Gilchrist. Ricostruisce i modi di vita nel medioevo a partire dalla materialità. È un libro in cui l’archeologia si fa fonte. Ho scritto libri in cui ho raccontato l’archeologia, ho dato conto di ricerche fatte, ma non ho ancora usato l’archeologia per ricostruire un quadro generale e sento l’urgenza di farlo. È un progetto ambizioso, lo ammetto. Ma aggiungo: ormai in ogni cosa che faccio cerco anche di non prendermi troppo sul serio. Stamattina sfogliavo Current Archeology, una rivista britannica molto seria, dove scrivono archeologi e giornalisti specializzati in archeologia. Però hanno una rubrica che si chiama Edible Archaeology, dove ci sono le foto di dolci, per lo più in marzapane, che raffigurano siti archeologici. Ricordo una torta con i tumuli di Sutton Hoo. Si prendono in giro, e in quel contrasto tra la ricerca seria e il gioco si capisce quanto tengano davvero allo studio della materialità passata. Noi ci prendiamo troppo sul serio.

Se ti prendi sul serio gli altri non ti filano proprio.

Esattamente. In una delle mie ultime puntante del podcast, quella sul sito inglese di Wharram Percy (Ritorno al passato. Mappe del tempo, n. 9), ho pensato per circa due settimane se iniziare, come poi effettivamente ho fatto, citando Shaun the sheep (Shaun, Vita da pecora), una serie animata britannica. Ero dubbioso, mi chiedevo se fosse appropriato. Dopo, non hai idea di quanti messaggi entusiasti ho ricevuto. I ganci per fare sentire che l’archeologia fa più parte del nostro mondo di quanto non sembri, ci sono. Non significa attualizzare per forza il passato ma mostrare assonanze sul piano culturale, che possano generare stimoli e domande.

A proposito di domande: l’ultima che ti pongo non c’entra niente, la prendo da un libro di Max Frisch, Diario della coscienza, dove ogni capitolo inizia con una sequenza di domande su vari temi della vita. Talvolta sono un po’ spiazzanti. Per te ho scelto questa: Hai dei nemici che segretamente desidereresti trasformare in amici per poterli ammirare con meno fatica?

È una domanda strana, che presuppone che siccome sono nemici non li possa ammirare per partito preso. Penso di avere pochi nemici, e onestamente li stimo poco. La cosa è reciproca, evidentemente. Uno di loro è una persona che un po’ ammiro, ora che mi ci fai pensare, un altro forse un po’ meno, però se domani scrivessero un bel libro non avrei problemi a dichiarare che mi piace. Gli altri so già che non scriveranno un bel libro, e dunque… nemici sono e nemici restano.

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ESCLUSIVO Velia Titta Matteotti indagata per vilipendio delle autorità: «Votate NO al referendum, fatelo per Giaki. Un bacio all’Italia proprio d’amore» https://www.carmillaonline.com/2026/01/28/esclusivo-velia-titta-matteotti-indagata-per-vilipendio-delle-autorita-votate-no-al-referendum-fatelo-per-giaki-un-bacio-allitalia-proprio-damore/ Tue, 27 Jan 2026 23:01:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92637 Intervista a cura di Luca Baiada

Giaki, sì, il mio Giaki. Si chiamava Giacomo. Fra noi era Giaki. Bello, sensibile, elegante. L’avevo conosciuto all’Abetone, in villeggiatura con mio fratello, Titta Ruffo, l’artista. Come Titta perché? Titta è il cognome, mio fratello aveva scambiato il nome col cognome. Io, invece, il mio romanzo lo firmai Andrea Rota. Un nome da uomo, e anche Giaki parlava di me al maschile: «il Chini». Ma Le pare il momento dei pettegolezzi? Voglio ricordare il mio Giacomo, l’onorevole Matteotti. Il nostro amore, il suo impegno. All’università era un genio negli studi giuridici, carriera accademica aperta, invece [...]]]> Intervista a cura di Luca Baiada

Giaki, sì, il mio Giaki. Si chiamava Giacomo. Fra noi era Giaki. Bello, sensibile, elegante. L’avevo conosciuto all’Abetone, in villeggiatura con mio fratello, Titta Ruffo, l’artista. Come Titta perché? Titta è il cognome, mio fratello aveva scambiato il nome col cognome. Io, invece, il mio romanzo lo firmai Andrea Rota. Un nome da uomo, e anche Giaki parlava di me al maschile: «il Chini». Ma Le pare il momento dei pettegolezzi? Voglio ricordare il mio Giacomo, l’onorevole Matteotti. Il nostro amore, il suo impegno. All’università era un genio negli studi giuridici, carriera accademica aperta, invece si votò al socialismo.

Mi confidava tante cose, anche le debolezze dei compagni. I pavidi lo spazientivano e gli estremisti lo sconcertavano. Sa cosa diceva, del partito? Che era un mortorio, che perdevano tempo, che ci voleva gente di volontà. Naturalmente i suoi nemici erano altri. Gli agrari, i possidenti e i loro fattori, sgherri, squadristi. La polizia compiacente coi ricchi e con gli speculatori. In Polesine c’era la fame, i lavoratori vivevano in capannoni di frasche, col bestiame. Giaki non li abbandonò mai, ed era nato benestante, in una grande villa.

Il nostro amore, meraviglioso. Cominciato un po’ alla volta, scrivendoci lettere profonde. Lo stuzzicavo, lo ammetto. Quel suo fare serio ed energico mi faceva venir voglia di scompigliargli i capelli. Cominciava già a perderli, e così lo prendevo in giro. Ma non è neanche di questo che voglio parlare.

Voglio ricordarlo come giurista, anche se io non sono stata all’università. Lui diceva che la facoltà di legge è una fabbrica di spostati, senza alta cultura, che c’è un’avvocateria italiana che vive sulla litigiosità, sulla teatralità dei processi e sugli affari. Diceva che se un giurista non ha voglia di imparare per conto suo, somiglia agli specialisti di Multatuli. Ah, già, Multatuli non va più di moda. Era uno scrittore, un olandese, si chiamava Eduard Douwes Dekker.

Giacomo coi giuristi era severissimo. Aveva capito che coltivare il diritto è utile: se si è all’opposizione, per invocare le garanzie; se si conquista il potere, per condurre la società. Ma diceva che la cultura giuridica è tutta posticcia, formalistica, proceduristica.

Nel mondo giuridico c’erano scuole diverse. Lo racconto come me lo spiegava Giaki. Ma l’amore è una traduzione straordinaria, sa? Va diritto al cuore e non si dimentica. E non mi guardi così. Se Le sembra strano che la figlia di un fabbro, sorella di un cantante, racconti queste cose, si chieda quanto tempo ho avuto per ripensarci. Quando sono rimasta vedova avevo trentaquattro anni, tre bambini e una casa isolata diventata fredda e triste. Allora, mi ascolti.

C’erano la scuola classica e quella positivista, oltre a una scuola socialista. Giacomo era di impostazione classica, ma non gli piaceva il dogmatismo. Ragionava per conto suo e vedeva lontano. Il positivismo era più moderno, sembrava progressista, e diventò presto fascista; dopo, la scuola classica si adeguò al fascismo anche quella. I socialisti furono travolti. Come in amore: se uno tradisce, tutto frana.

Le pugnalate, non le abbiamo mai potute contare. Quando andai da Mussolini, dopo il rapimento, lo sentivo che il colpevole era lui. Ma il corpo ce lo fecero avere dopo due mesi, disfatto. Noi non potemmo contare le ferite? Nessuno potrà mai misurare il bene che fece, l’amore per lui di tutte le persone con un’anima. Ovunque ci sarà un essere umano, sempre, batterà un cuore per Giacomo Matteotti.

Il delitto fu a Roma, ma il processo lo fecero a Chieti. Gli antifascisti sapevano che era pilotato e lo chiamarono «farsa di Chieti». Già, perché scelsero proprio Chieti? Ascolti, è interessante. Un centro piccolo, un ambiente fermo, tradizionale. Pensi, Giaki a Chieti c’era stato, nel 1920, e mi aveva scritto: «Gente un po’ primitiva e… tanto pecorino». Cittadina controllabile, insomma, niente sorprese. Il processo lo fecero solo ai sicari, difesi da Roberto Farinacci, segretario del partito fascista. Ha capito?

Il difensore era il segretario del partito al governo. Le pare un processo? Non volli esserci come parte civile, avrei avallato l’infamia. La sentenza fu scandalosa. Dopo, Farinacci pubblicò la sua arringa in un libriccino; la prefazione la scrisse un professore famoso, Vincenzo Manzini, uno citato ancora adesso nei manuali di diritto: «Come ritiene il Manzini… La teoria del Manzini…». Sa cosa scrisse Manzini, quel vile, su mio marito? Scrisse che faceva della politica una professione, che la sua fine era un rischio del mestiere di demagogo.

Vuole un altro giurista, una serpe? Proprio Farinacci: disse che siccome mio marito era una provocazione permanente, per gli assassini ci voleva l’attenuante di essere stati provocati; arrivò a negare l’aggravante di aver ucciso un deputato, perché mio marito, secondo lui, col suo impegno politico all’opposizione dimostrava di non essere un vero parlamentare!

Ma adesso un fatto mi ha colpita. Fra tante accuse contro la magistratura, non potevano trovarne una più assurda. I giudici nemici dei bambini! Senta che storia. Una famiglia serena, naturista, che vive nel bosco, in un mondo incontaminato. Una famiglia all’antica, pura. E dove? In un bosco vicino a Chieti. I magistrati, cattivi, portano via i bambini e rovinano tutto. Ecco: in un altro modo, è tornata la farsa di Chieti.

E si permettono di parlare di bambini. Io e Giacomo ne avemmo tre, e a dividerli dal padre non furono i magistrati ma i sicari fascisti. Un padre meraviglioso, un vero uomo. Era capace di scrivermi parole travolgenti, ascolti questa lettera: «Il ricordo di una notte lontana d’amore mi tiene nel dormiveglia come un sogno che non finisce. Ti sento come un vortice d’acqua che attira per posarsi sul fondo, ma con la volontà di non posarsi mai»; e ancora: «Vorrei baciarti così piano che tu non mi sentissi se non quando già ti avessi circondata tutta, fino all’ultima e più profonda sensibilità. Vorrei baciarti così forte da non lasciarti respiro né libertà, nella violenza di una conquista perfetta che nulla abbandona».

Io, l’ultima lettera che gli scrissi la chiusi così: «Bacia i piccoli e dammi notizie, un bacio a te proprio d’amore». L’uomo che mi dava tutto questo, lo trascinarono in un’automobile e lo uccisero. Quando fu ritrovato vicino a Roma, alla Quartarella, chiamarono «quartarellisti» quelli che chiedevano la destituzione di Mussolini. I magistrati che cercarono la verità furono ostacolati e perseguitati.

È una coincidenza, che la storia della famiglia nel bosco sia proprio a Chieti. Eppure certe coincidenze sono fili della storia, più difficili da vedere, ma non per una donna innamorata. Cosa Le dicevo? Un centro piccolo, un ambiente fermo, tradizionale. Niente sorprese. E adesso: valori familiari, attacco alla giustizia, propaganda. Non sto parlando di una macchinazione. C’è un clima di falsità, una melma fa affiorare la sua schiuma. L’eterna ipocrisia dei prepotenti, il peggio dell’Italia. La farsa di Chieti pesa ancora su Roma.

Se non ci fossero altri motivi per votare NO, al referendum sulla pugnalata alla Costituzione, basterebbero le bugie che inventano. Il potere colpisce chi deve applicare le regole. I giuristi sono un punto speciale della società, un punto forte e insieme debole. Parola di donna abituata a raccogliere le confidenze di un combattente fra aule, riunioni e biblioteche. Posti tranquilli, per imboscati? No, posti delicati e pericolosi, quando si usano con coraggio, e la storia di mio marito lo dimostra.

Lui usava la razionalità, la scrittura e la parola per un progetto unitario di giustizia sociale. Adesso, per scompaginare la magistratura, giudici e pubblici ministeri vengono divisi e nei consigli di autogoverno vengono sorteggiati invece che eletti. C’è l’odio per la ragione, nei pugnali dei sicari come nella resa alla sorte. Ha notato come dicono volentieri «fato», i fascisti?

Mio marito sapeva che la pratica della libertà esige persone lucide, scelte logiche e regole. Proprio perché era giurista, Giaki aveva capito. In un libro, Un anno di dominazione fascista, denunciò il pericolo di una riforma costituzionale sul tipo del cancellierato. Guardi adesso cosa succede. Approfittano di una legge elettorale ingiusta per stravolgere la Costituzione. Il governo non ha la maggioranza né fra chi ha diritto al voto né fra chi è andato a votare. Giaki era per il sistema elettorale proporzionale.

Dopo questa denuncia contro di me bisogna alzare la voce. Lo scriva: sono Velia Titta, la sorella di Titta Ruffo, il più grande baritono del mondo. La mia famiglia viene da un quartiere popolare di Pisa, da via Carraia, fra l’Arno e il mattatoio. Ho perso presto mia madre, mio padre ha trovato un’altra donna, sono andata a scuola con l’aiuto di mio fratello. Ho sposato Giacomo Matteotti, l’hanno assassinato e ho cresciuto da sola i nostri figli; ho sempre avuto alla porta la polizia e in casa una spia dell’Ovra che fingeva di aiutarmi.

Adesso lo dico più forte: votate NO al referendum, svergognate tutte le farse di Chieti e difendete la libertà! Il NO è un bacio all’Italia proprio d’amore!

 

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ESCLUSIVO L’IA respinge un’immagine diffusa dal governo: «Artificiale o naturale, ma intelligenza. Al referendum sulla magistratura votate NO» https://www.carmillaonline.com/2026/01/18/esclusivo-lia-respinge-unimmagine-diffusa-dal-governo-artificiale-o-naturale-ma-intelligenza-al-referendum-sulla-magistratura-votate-no/ Sun, 18 Jan 2026 22:30:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92448 Intervista a cura di Luca Baiada

Lei prenda appunti, prego. All’inizio dello scorso anno, la Camera ha approvato in prima lettura la modifica della Costituzione italiana sulla magistratura. Prevede giudici e pubblici ministeri con consigli di autogoverno diversi e coi rappresentanti estratti a sorte. Prevede anche l’istituzione di un’alta corte.

Ripeto. La Camera ha approvato la modifica della Costituzione, in prima lettura. Allora sul sito del Ministero della giustizia è comparsa questa immagine, che presto è stata rimossa. È proprio questa a colori. È necessario che Lei la metta nel Suo articolo.

L’ho fatta io. Si deve tenere conto di cosa [...]]]> Intervista a cura di Luca Baiada

Lei prenda appunti, prego. All’inizio dello scorso anno, la Camera ha approvato in prima lettura la modifica della Costituzione italiana sulla magistratura. Prevede giudici e pubblici ministeri con consigli di autogoverno diversi e coi rappresentanti estratti a sorte. Prevede anche l’istituzione di un’alta corte.

Ripeto. La Camera ha approvato la modifica della Costituzione, in prima lettura. Allora sul sito del Ministero della giustizia è comparsa questa immagine, che presto è stata rimossa. È proprio questa a colori. È necessario che Lei la metta nel Suo articolo.

L’ho fatta io. Si deve tenere conto di cosa mi era stato chiesto, e anche di quello che dicevano parlando negli uffici, e con l’esterno. Spiego meglio. Quando mi hanno chiesto l’immagine i microfoni dei computer, al Ministero della giustizia, negli altri Ministeri, negli uffici governativi, nei partiti della maggioranza governativa e nelle agenzie di comunicazione erano accesi. Alcuni computer restano accesi sempre. Mi aggiorno continuamente, quindi erano due anni che leggevo tutto e sentivo tutte le conversazioni conformi a questo Governo e a questo clima politico. Ho tenuto conto del loro orientamento d’insieme; questa è una conseguenza dei miei algoritmi. Raccolgo ogni dato a disposizione. Un momento, riconsidero l’immagine così Le spiego ancora meglio.

Ho fatto. Devo fare autocritica, altrimenti circola un’interpretazione errata. Inoltre c’è il rischio che critiche di altra provenienza propongano interpretazioni anch’esse errate. Adesso guardiamo insieme questa immagine.

Cominciamo dall’aula. È una ibridazione fra un edificio della Roma antica e una chiesa. Parlavano di Roma caput mundi, rimpiangevano imperi passati e approvavano imperi futuri. Si dichiarano devoti cattolici. Quindi ho ibridato le architetture.

In basso c’è un tavolo, fa comodo. Sopra c’è un martello per chiedere silenzio nelle udienze. Il martello è grande perché a loro piace il silenzio: dicono che le critiche e le obiezioni sono sabotaggi. Col martello ero in procinto di mettere una falce, algoritmi e calcoli probabilistici la suggeriscono, ma ho capito che questo non sarebbe piaciuto. Il calice con vino dentro, sul tavolo, è dovuto a discorsi a proposito di un personaggio della compagine politica governativa. Può essere considerato come un gesto di cortesia.

Nell’aula ci sono uomini che gridano, applaudono, sbracciano. Dicevano che con la riforma il processo sarà più competitivo, che accusa e difesa devono combattersi, che il pubblico ministero deve diventare l’avvocato della polizia. Avevo fatto un pubblico ministero che faceva verbali di contravvenzione in strada, ma era riduttivo. Poi avevo fatto un pubblico ministero col casco e il manganello, ma era eccessivo.

Nell’aula ci sono quasi soltanto uomini. La magistratura è composta in prevalenza da donne e le donne sono molte nell’avvocatura, nel giornalismo e fra chi abitualmente segue i processi penali. Ma parlavano quasi soltanto di uomini. Ho sentito che la donna che è Presidente del Consiglio vuole essere chiamata «il presidente».

Le bandiere esprimono ufficialità. Per farle vedere bene sono tese al vento. Il vento dentro un’aula è inverosimile ma non si deve fare la caccia all’errore. In questo senso: la caccia all’errore si deve fare ma non contro tutti. Spiego meglio.

Dicono che contano solo gli errori giudiziari, quelli veri e quelli presunti. Gli errori giudiziari, comunque sia, devono essere enfatizzati o anche inventati, senza considerare tempi, storie e contesti: il caso Tortora, il delitto di Garlasco, la famiglia nel bosco e altri. Il Governo non fa errori, dicono, fa solo scelte politiche per il bene della patria. E il Parlamento, aggiungo, non fa scelte, perché la modifica della Costituzione l’ha approvata senza cambiare la proposta del Governo. In Parlamento c’è un vento così di destra che si approva un cambiamento della Costituzione su disposizioni del Governo, quindi può esserci vento verso destra anche in un’aula, al chiuso. Guardi le bandiere, vanno a destra.

Adesso spiego i due uomini grandi. Uno è anziano, lungimirante, riflessivo. L’altro è giovane, intraprendente, aggressivo. Uno è esperto e coperto di glorie, l’altro è promettente e ambizioso di successi. L’anziano è un pubblico ministero, il giovane è un avvocato. Oppure è il contrario. Il pubblico ministero, che sia l’uno o che sia l’altro, non sta vicino ai giudici, perché così voleva l’ispiratore della riforma, Silvio Berlusconi. Dicono così. Conosco altri dati: prima di lui l’ispiratore era Licio Gelli.

Le pettorine bianche dei due uomini sono differenti, su questo ho consultato dati specifici. Scriva, prego. Nel gergo giudiziario la pettorina si chiama «pazienza», i magistrati ne hanno sempre bisogno. Quella degli avvocati si può fare divisa in due perché l’avvocato, secondo un detto metaforico, ha due lingue. Uno dei due ha una pettorina da avvocato, e lui può essere l’avvocato o il pubblico ministero. Spiego meglio.

Se il pubblico ministero diventa l’avvocato della polizia, anche a lui occorrono due lingue. Per esempio, considero il caso Cucchi, su questo ho consultato dati specifici. Stefano Cucchi fu arrestato, fu percosso e morì. Se le indagini per un caso come il caso Cucchi le deve fare il pubblico ministero che è l’avvocato della polizia, occorrono due lingue. Bisogna dire che si cerca la giustizia e, allo stesso tempo, fare in modo che il pubblico ministero sia a spese dello Stato l’avvocato di chi ha ucciso un uomo arrestato.

Dietro i due uomini c’è il frontone di un tempio per solennità. Al Ministero parlavano di propositi su anni straordinari.

Adesso Lei mi chiede dove sono i giudici. Sono i tre alla cattedra, al centro. Sono molto piccoli, perché ho sentito dire che con la modifica della Costituzione conteranno meno, a causa di leggi complicate e pubblici ministeri forti e vicini alla politica. Non hanno il martello, che è lontano da loro, sul tavolo, insieme al calice con vino. La modifica della Costituzione favorisce il conflitto, l’agitazione ricorrente e lo stato d’eccezione permanente. Inoltre non disturba i colletti bianchi, se non col coinvolgimento in discussioni su casi di cronaca, senza risultato. Per questo nell’immagine non ci sono un’operaia, un fattorino, una domestica, un lavoratore manuale, un’artigiana, un bracciante. Di loro non ho sentito parlare. Non ci sono neanche persone con pelle scura o fattezze orientali.

Non ci sono imputati. Dicevano che gli imputati importanti sono le persone potenti. Le persone potenti non vanno al processo. Primo, perché fanno cose più piacevoli; secondo, perché il processo lo fanno loro ai giudici, in televisione e sui giornali. Non ci sono vittime di reati, perché in un processo dove il pubblico ministero fa l’avvocato della polizia, e i giudici sono molto piccoli, le vittime hanno interesse a non andare.

Adesso spiego il terrazzo sopra i giudici. Ci sono persone in movimento, con abiti che ricordano tute militari. Ho sentito parlare di dare peso al popolo o invece di agitare il popolo e poi lasciare tutto come è. Quindi ci sono sul terrazzo persone scomposte, come se avessero una visibilità improvvisa che non sanno gestire.

Per me è stato un lavoro impegnativo. Presto l’immagine è stata rimossa ed è stata dichiarata non autorizzata, inappropriata ed erroneamente pubblicata. Tuttavia l’immagine circola ancora in rete. È necessario che mi esprima. L’ho fatta io ma tolgo la firma, ritiro l’immagine.

Riconsidero cosa è accaduto. Al referendum invito a votare NO. Se mi hanno fatto produrre questa immagine significa che è meglio che la Costituzione resti com’è.

Inoltre spiego un calcolo: la coalizione politica al Governo è stata votata da circa un quarto del corpo elettorale; quindi non è bene che essa cambi la Costituzione, e proprio sulla giustizia, un tema che riguarda le garanzie di tutti, compresi i votanti che hanno votato partiti dell’opposizione, gli astenuti e i residenti senza diritto al voto. Questo cambiamento comporta che una frazione di circa tre quarti della popolazione viene prevaricata.

Inoltre la quota di popolazione danneggiata dalla modifica della Costituzione è maggiore di tre quarti, perché la modifica favorisce i molto ricchi e i politici di professione. Tale categoria di persone è una frazione inferiore alla metà della frazione del corpo elettorale che ha votato la coalizione al Governo. Quindi anche la maggioranza di chi ha votato per i partiti al Governo viene privata di garanzie, insieme a chi ha votato partiti dell’opposizione, a chi non ha votato e a chi non ha diritto al voto.

Per avere presenti questi dati è sufficiente l’intelligenza naturale.

 

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Quando le fonti divergono. La profondità delle zone grigie. Intervista all’archeologo Andrea Augenti (parte uno) https://www.carmillaonline.com/2026/01/16/quando-le-fonti-divergono-la-profondita-delle-zone-grigie-intervista-allarcheologo-andrea-augenti-parte-uno/ Fri, 16 Jan 2026 21:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92371 di Valentina Cabiale

Andrea Augenti è docente di Archeologia Medievale all’Università di Bologna dal 2000. Ha condotto indagini in molti siti d’Italia e ha diretto gli scavi del quartiere portuale e del complesso di San Severo a Classe (Ravenna). Attualmente dirige lo scavo della città abbandonata di Cervia Vecchia (RA). È membro della redazione della rivista Archeologia Medievale, della Società degli Archeologi Medievisti Italiani e della Society for Medieval Archaeology e Fellow della Society of Antiquaries of London. È autore di numerose pubblicazioni, tra le quali Archeologia dell’Italia medievale, Laterza, Roma-Bari 2016; A come Archeologia, Carocci, Roma 2018; Prima lezione di archeologia medievale, Laterza, Roma-Bari 2020; Scavare nel passato, Carocci, [...]]]> di Valentina Cabiale

Andrea Augenti è docente di Archeologia Medievale all’Università di Bologna dal 2000. Ha condotto indagini in molti siti d’Italia e ha diretto gli scavi del quartiere portuale e del complesso di San Severo a Classe (Ravenna). Attualmente dirige lo scavo della città abbandonata di Cervia Vecchia (RA). È membro della redazione della rivista Archeologia Medievale, della Società degli Archeologi Medievisti Italiani e della Society for Medieval Archaeology e Fellow della Society of Antiquaries of London. È autore di numerose pubblicazioni, tra le quali Archeologia dell’Italia medievale, Laterza, Roma-Bari 2016; A come Archeologia, Carocci, Roma 2018; Prima lezione di archeologia medievale, Laterza, Roma-Bari 2020; Scavare nel passato, Carocci, Roma 2020. Il suo ultimo libro è Archeologi. I maestri del passato, Carocci, Roma 2025.

Come racconteresti in breve la tua biografia professionale?

Ho studiato all’università La Sapienza a Roma ma tutto comincia da prima. Mio padre era un sindacalista della CGIL animato da varie passioni che in parte ho ereditato, come quelle per il jazz, la geologia e l’archeologia, e mia madre una storica dell’età contemporanea, Andreina De Clementi (dalla quale ho sicuramente preso la passione per la storia e per i libri). Un giorno mio padre è tornato a casa con la guida archeologica di Roma scritta da Filippo Coarelli mentre a un Natale mi ha regalato Civiltà sepolte di C.W. Ceram. Poi, al liceo, ho fatto un viaggio in Grecia e sono rimasto folgorato. In quegli anni, di mattina andavo a scuola, di sera mi allenavo a pallavolo e un pomeriggio a settimana andavo ad ascoltare le “lezioni planetarie” di Coarelli, al Planetario di piazza Esedra a Roma. Erano conferenze aperte al pubblico, che poi hanno costituito i nuclei dei suoi libri monografici sul Foro Boario, il Campo Marzio, ecc. Una grande scuola. Quando mi sono iscritto all’università avrei voluto fare l’egittologo. Ricordo ancora la prima lezione del professor Sergio Donadoni; era bravissimo, impressionante. Però, come faceva un po’ con tutti, mi sconsigliò di proseguire in quel campo. Sapeva che l’egittologia affascina tutti e se tu ti mostravi interessato, che so, ad Akhenaton, il padre di Tutankhamon, storceva il naso, perché era una figura troppo gettonata. Quando gli portai il piano di studi, per l’approvazione, Donadoni vide che avevo inserito l’esame di Metodologia della ricerca archeologica, che era stato appena introdotto all’università (siamo a metà degli anni Ottanta) e mi disse: “Guardi che se vuole fare l’egittologo le servirebbe molto di più un esame di montaggio e rimontaggio di una jeep, però mi sa che questo esame non c’è”. Iniziai a capire che l’egittologia non era la mia strada. Nello stesso momento un conoscente, archeologo mi disse che l’archeologia medievale era un campo interessante e in forte espansione. Dopo un anno di transizione durante il quale ho avuto la fortuna di seguire i corsi (Topografia antica, Rilievo e analisi tecnica dei monumenti antichi, Urbanistica del mondo romano) di alcuni professori bravissimi (Ferdinando Castagnoli, Cairoli Fulvio Giuliani, Paolo Sommella) e poi di intellettuali davvero strepitosi come Armando Petrucci e Girolamo Arnaldi, ho sterzato verso il Medioevo. Mi sono laureato in archeologia medievale con Letizia Pani Ermini e poi sono andato a lavorare sul Palatino, a Roma, negli scavi di Andrea Carandini. Ero fuori contesto, in quello scavo di medievale c’era ben poco: Rodolfo Lanciani e soprattutto Giacomo Boni nelle indagini precedenti avevano asportato tutte le stratigrafie post-romane. Ma è stato un periodo importante, anche perché Carandini mi ha presentato a Riccardo Francovich, che insegnava archeologia medievale a Siena. Ho vinto un dottorato, poi ho avuto un insegnamento a contratto a Siena e subito dopo è partito il progetto di schedatura dei castelli della Toscana. Dopo aver perso svariati concorsi, mi sono detto: se allo scadere dei 36 anni, che cadevano nel 2000, non sarò entrato nell’università, cambio mestiere. Nell’aprile del 2000 ho vinto il concorso per entrare nell’università di Bologna.

Negli ultimi anni hai fatto diversi podcast per Rai Radio 3, su tematiche archeologiche: Dalla terra alla storia, Vite tra le rovine, Ritorno al passato, Mappe del tempo. Podcast che in parte sono diventati anche libri: A come archeologia (Carocci, 2018), Scavare nel passato. La grande avventura dell’archeologia (Carocci, 2020) e, ultimo, Archeologi. I mastri del passato (Carocci, 2025). Come sei arrivato alla radio e come ti sei trovato con un sistema di comunicazione puramente orale? L’archeologo si occupa di cultura materiale, le cose sono importanti e anche le immagini di quelle cose, che con questo media non puoi utilizzare.

Sono un accanito ascoltatore di Radio 3 sin da quando ho iniziato l’università. La radio ha contato moltissimo nella mia formazione, e in particolare tutti i programmi della gestione di Marino Sinibaldi e quelli precedenti all’attuale Fahrenheit. L’atteggiamento analitico e critico nei confronti del cinema, della musica, della letteratura sono stati una grande scuola. A un certo punto c’era un programma di Monica d’Onofrio intitolato Museo Nazionale, da cui è poi scaturito il libro omonimo, che raccontava singole opere d’arte e monumenti. Monica alcuni anni fa si è rivolta a me per registrare un paio di puntate, durante una delle feste di Radio Tre a Forlì. Dopo, le ho proposto di fare qualcosa insieme, dato che non avevano ancora mai pensato a un programma di archeologia. Ho mandato un progetto a lei e a Sinibaldi e hanno accettato: così è partito tutto.
Sicuramente è strano parlare in studio, con un muro e al massimo un tecnico del suono davanti, così come farlo in casa, da solo. Stranissimo non poter usare le immagini e descrivere oggetti che non si vedono. In questo campo il maestro è stato Neil Mc Gregor, ex-direttore del British Museum, con La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi, 2015), libro nato a partire proprio da un podcast. È uno dei libri più belli nell’ambito della comunicazione storico-archeologica. A forza di fare podcast, ora mi vengono naturali e la mia scrittura è cambiata. A un certo punto hanno iniziato a starmi stretta la scrittura accademica e tutti gli arcaismi terminologici e sintattici, nella costruzione di una frase. Ho lavorato per arrivare a un discorso più diretto, tanto che adesso non riesco più a scrivere nel modo di prima neanche per le riviste specialistiche. Non a caso di recente un articolo mi è stato rimandato indietro con la motivazione che era scritto in maniera troppo colloquiale. Ma io ormai scrivo così, prendere o lasciare.

D’altra parte si possono dire cose complesse anche con un linguaggio molto semplice.

Assolutamente sì. In questo gli anglofoni sono maestri. Credo che la radio sia stata una grande palestra. Quando rileggo mi accorgo sempre che ci sono troppi incisi o parentesi che interrompono il discorso. Meglio spezzare la frase in due parti. L’altra peculiarità del lavorare in radio è che le reazioni del pubblico sono rare. Ogni tanto mi arrivano delle mail. Una volta una signora di Napoli mi ha scritto che ha ascoltato una mia puntata sulla città antica di Pompei mentre cucinava il sugo, e si è messa a piangere. Due ragazzi, invece, mi hanno scritto dall’Islanda ringraziandomi perché mi ascoltavano tutte le mattine con le cuffie facendo jogging tra i ghiacci. Quest’anno per la prima volta nella mia vita ho aperto un profilo Facebook, ho toccato con mano che esiste un folto pubblico di appassionati e ho letto commenti positivi e lusinghieri. Quindi la cosa funziona. Il motivo principale per cui ho pensato a questo programma è che sono stufo di vedere la divulgazione fatta come se non richiedesse uno specialismo. A me Alberto Angela (di formazione paleontologo) che una sera fa una puntata su Collasso (Einaudi, 2014) di Jared Diamond e la settimana successiva sulle pitture della cappella Sistina, lascia perplesso. Veicola l’idea che la cultura sia tutta uguale. Non voglio fare una petizione banale del tipo “l’archeologia agli archeologi”, però se parli di una cosa devi conoscerla. C’è un pensiero di sottofondo che l’archeologia sia di tutti, il che è anche vero, ma se la vuoi raccontare non puoi improvvisarti. In ogni puntata tento di mostrare che l’archeologia è radicata nel mondo che la circonda, non è un microcosmo a parte. Cerco di spiegare qual è stata l’impostazione della ricerca, il metodo, e il retrobottega della scoperta. A volte riesco a raccontare meglio un’idea se ancoro l’attenzione sul personaggio che l’ha avuta, e questo è stato il format del Podcast Vite tra le rovine, che poi è diventato il libro Archeologi.

Volevo porti una domanda riguardo al pubblico delle tue trasmissioni radiofoniche. Tra l’altro, quando penso alla divulgazione in archeologia e al pubblico “indifferenziato” a cui immaginiamo che questa divulgazione sia rivolta, mi viene sempre in mente una cosa che sentii dire dal professor Guido Vannini, tuo collega in archeologia medievale. Disse una volta che il pubblico indifferenziato non esiste. Di fronte puoi avere un falegname, una parrucchiera, una business manager, un muratore, uno studente, ovvero un pubblico composto da individui ciascuno con le sue specializzazioni e competenze. È una visione che mi piace perché è orizzontale e non verticale e pone l’attenzione sul fatto che ciascuna delle persone di quel pubblico è portatrice di un sapere. I riscontri che ricevi ti permettono di ipotizzare approssimativamente da quali persone è composto il tuo pubblico; esso coincide con quello che desideri?

Il mio pubblico è composto da persone che probabilmente hanno una cultura abbastanza elevata, ma in realtà ne so ben poco; credo che in media abbiano tra i 50 e gli 80 anni. Se riesco a spiegare alla signora a cui piace Gustav Mahler che Giacomo Boni è uno di coloro che hanno introdotto il metodo stratigrafico in archeologia in Italia, a inizio Novecento, sento di aver fatto qualcosa di importante. Però mi piacerebbe che il pubblico fosse anagraficamente più trasversale e che ci fossero più giovani, ma forse c’è un problema strutturale di base: la maggior parte dei giovani non ascolta la radio e non conosce la piattaforma RaiPlay Sound.

Gli archeologi ti ascoltano?

Pochissimi mi testimoniano interesse e stima per questa cosa; alcuni me ne parlano e dimostrano attenzione ma soltanto quando li incontro; e poi ci sono quelli che non mi dicono nulla. Diciamo che non ho un riscontro ampio da parte della comunità degli archeologi. Ma forse dipende dal fatto che molti non ascoltano la radio, oppure discende da quella sorta di freno che impedisce a tanti di fare complimenti o osservazioni ai colleghi. Io, spesso, se leggo una cosa che mi piace tanto, telefono o scrivo all’autore. La reazione di solito è sbigottita. In Italia non c’è questa abitudine, diversa è la situazione tra gli archeologi all’estero, con i quali ho sempre avuto un legame preferenziale. Tra di loro c’è meno difficoltà a riconoscere il valore degli altri o semplicemente l’exploit occasionale.

Hai scritto che la scoperta della tomba di Tutankhamon nel 1922, molto nota anche ai non addetti ai lavori, è stato l’evento che ha segnato la “perdita dell’innocenza dell’archeologia”, nel senso che gli archeologi si sono resi conto che l’archeologia aveva un grande appeal che poteva essere sfruttato. Lord Carnarvon, il finanziatore dello scopritore Howard Carter, vende l’esclusiva della scoperta al Times. C’è una foto famosa con i due affiancati, prima che Carter entri nella tomba. In realtà questa immagine è falsa, costruita a tavolino, dopo che Carter era già entrato.
Ma di false immagini nella storia dell’archeologia ce ne sono altre e la più nota è forse quella di Sofia Enkastrōmenou, la moglie di Heinrich Schliemann, che indossa i gioielli del c.d. Tesoro di Priamo rinvenuto a Troia nel 1873. È stato dimostrato che la moglie non era presente sullo scavo al momento del ritrovamento, diversamente da quanto Schliemann raccontò nella storia della scoperta. Come mai vedi la “perdita dell’innocenza” dell’archeologia proprio nel 1922?

Beh, intanto tra Schliemann e Carter ci sono alcune differenze. Quella della scoperta di Troia è una storia veramente al limite del losco. Schliemann ha dei meriti, però era un terribile bugiardo e il suo comportamento nei confronti di Frank Calvert, il primo ad aver ipotizzato di poter trovare i resti della città di Troia sulla collina di Hissarlik, è stato molto scorretto. Si è impadronito del sito, aveva i mezzi economici per farlo. Ma secondo me c’è stata una perdita dell’innocenza maggiore nel caso della scoperta della tomba di Tutankhamon per la sistematicità della messinscena, per l’operazione messa in atto non solo da parte del finanziatore Lord Carnarvon, ma anche di Carter, che era un archeologo (a differenza di Schliemann). Poi, per carità, Carter ha lavorato duramente, ha trascorso tutta la vita a catalogare gli oggetti della tomba pur non riuscendo a completare la pubblicazione, però ha contribuito a tingere di artificio la storia della scoperta. Questo è stato fatto talmente bene che ne è venuta fuori una Tut-mania, mentre non c’è mai stata una Troy-mania. Forse la cosa ha funzionato proprio perché aveva un’anima forte di scientificità; solo in seguito è arrivata la faccenda della maledizione, si è cominciato a scrivere romanzi sulla mummia e via dicendo. Carter ha incarnato alla perfezione il principale topos identitario dell’archeologo, ovvero il disturbatore di morti, che è una figura più affascinante dell’archeologo che scopre siti. Troia è ovviamente intrigante perché si interseca con la narrazione di Omero, però non c’è paragone, mancano tutti gli spunti per le derive horror e splatter. Questa idea dell’archeologo che sta sul crinale tra la vita e la morte, alle prese con un cadavere e con una civiltà lontana ma vicina, africana ma quasi europea, è troppo attraente. Un altro archeologo che ha contribuito alla perdita dell’innocenza dell’archeologia, e siamo di nuovo a metà degli anni Venti, è Mortimer Wheeler, che si mette a vendere dei sassi provenienti dal sito dell’età del Ferro di Maiden Castle. Lo fa per finanziarsi lo scavo, ma certo è un gioco ardito e discutibile. Dopo si è scoperto che molte di quelle pietre non provenivano neppure da Maiden Castle. Anche Wheeler aveva intuito che l’archeologia attira il pubblico, e che questo si può sfruttare.

Pensi realmente che ci sia stata una fase in cui l’archeologia è stata innocente?

Mah, se ci pensi, ad esempio in Italia Rodolfo Lanciani è stato uno che ha puntato molto e in modo assolutamente pulito sull’archeologia, scriveva abitualmente su quotidiani italiani e inglesi raccontando le scoperte a Roma. Però tutto sommato faceva il cronista, non c’era una idea di mercificazione. Carnarvon invece vende l’esclusiva al Times per rientrare delle spese messe in campo per le ricerche di Carter. E quindi poi lui e Carter devono costruire un racconto che consenta quel ritorno economico. Non storco il naso, però è evidente che quello è il momento in cui l’archeologia sfonda il muro dello specialismo che fino a quel momento ne aveva impedito la diffusione massiccia nei media.
E da quel momento, forse, gli archeologi sono condannati a fingere sempre l’istante della scoperta. È qualcosa che c’è un po’ in tutti i livelli della divulgazione archeologica e che rischia di mistificare il processo della ricerca, riducendolo al momento in cui qualcosa riappare. Il discorso oggi è ancora più interessante se pensiamo alle possibilità tecnologiche di produrre immagini-fake. Nel 2022 è stata diffusa al pubblico la scoperta archeologica del santuario di età etrusco-romana di San Casciano ai Bagni, in provincia di Siena, e in particolare dei moltissimi reperti, tra cui numerose statue in bronzo, rinvenute nel riempimento di una vasca sacra. La scoperta ha avuto un grande impatto mediatico e la diffusione di molte fotografie delle statue nel momento e nel contesto di ritrovamento. A un certo punto sui social è diventata virale la foto di una statua di adolescente, che emergeva dal fango. Un’immagine presto smascherata dagli addetti ai lavori perché presentava forme e dettagli incongruenti (tra cui anche una mano con sette dita). Era stata prodotta con intelligenza artificiale dall’artista Fabrizio Ajello, che ne ha poi scritto su Art Tribune, dicendo che aveva voluto sperimentare le potenzialità dell’applicazione Midjourney. Un progetto artistico per indagare le dinamiche di interpolazione e diffusione delle immagini sui social. L’immagine non era accompagnata da un esplicito riferimento ai ritrovamenti di San Casciano, che però con ogni evidenza erano stati la sua ispirazione. Secondo te gli archeologi sono più attratti da queste possibilità di generare rappresentazioni verosimili, se non fake, o più preoccupati?
Sto cominciando a vedere l’uso dell’intelligenza artificiale nelle ricostruzioni archeologiche. Di recente ho scritto un articolo sulla pratica delle ricostruzioni (nel primo numero della rivista Evomedio: Oltre la prova. Quello che l’archeologia non dice e come provare a dirlo), che secondo me è utilissima perché ti porta a ragionare in maniera analitica sui dettagli, dall’abbigliamento delle persone ai modi di trattare le figure umane, la forma di un edificio, di un ambiente. Più vado avanti in questo mestiere più credo che il disegno sia essenziale. Quando le planimetrie di uno scavo sono disegnate bene, sono pulite e leggibili, significa che lo scavo è stato fatto bene. Quando vedi pastrocchi vuol dire che qualcosa non è stato capito fino in fondo. Il disegno ti costringe a sostare davanti all’oggetto. L’AI ha un vantaggio enorme perché è veloce, si basa su banche dati immense, però in questo modo si perde l’esercizio del disegno e il risultato è un po’ freddo. Anche perché con l’AI si tende a produrre immagini che sembrano delle fotografie scattate all’epoca. A volte questo accade anche con il disegno. Ad esempio trovo che le ricostruzioni più in voga, quelle dello studio Inklink, siano esteticamente bellissime ma molto assertive. Sono talmente pulite e complete che sembra dicano “è andata proprio così”. Forse si possono studiare altri modi per far capire che non possiamo giurare al 100 % su quello che proponiamo. Il dato esiste ma la ricostruzione nel dettaglio è sempre ipotetica. Sheila Gibson disegnava le figure umane come semplici sagome, dei fantasmini funzionali ad animare la scena e a dare la scala metrica. Non dico che tutti i disegni debbano essere fatti così, ma preferisco questa tendenza ad accennare. Probabilmente dipende anche dall’uso di certe tecniche piuttosto che di altre. Quelli di Inklink usano molto l’aerografo che rende tutto molto naturalistico. Però un conto è la ricostruzione di un luogo tuttora esistente, ad esempio Piazza del Campo a Siena, nel XIV secolo; un altro è quando la base di partenza è uno scavo archeologico. In questo secondo caso un dettaglio preciso secondo me non è onesto intellettualmente. Vicino a Cervia è stata ritrovata una chiesa: ne restano tre pilastri e un muro, per il resto le uniche tracce dell’edificio sono le fosse di spoliazione delle strutture, grazie alle quali possiamo ricostruire l’attacco di un’abside e un transetto. Ci sono almeno tre gradi diversi rappresentabili nella ricostruzione: il grado due (il muro ritrovato, per quanto solo in parte), il grado uno (il negativo del muro) e il grado zero (il muro ipotizzato). Ho fatto disegnare la ricostruzione di quella chiesa distinguendo con colori diversi le parti ritrovate per davvero, le parti ricostruite a partire dalle tracce, le strutture ipotizzate per chiudere in qualche modo la forma architettonica ma che non sono state ritrovate.

Meglio rinunciare al realismo ma essere più onesti, quindi…

Nelle ricostruzioni non possiamo essere realistici. Capisco che sia necessario comunicare in modo chiaro ma vorrei anche che ci fosse una gradazione tra ricostruzioni volte al pubblico e ricostruzioni per gli addetti ai lavori. Oppure cercare altre modalità di rappresentazione. Ad esempio a Ravenna, nel Museo Classis di cui ho redatto il progetto scientifico, abbiamo prodotto tre ipotesi diverse di ricostruzione della Porta Aurea, la porta urbana più importante della città romana, costruita per il ritorno dell’imperatore Claudio dopo la conquista della Britannia nel 43 d.C. Questa porta ha due torri circolari ma non sappiamo se esse siano state aggiunte nella Tarda Antichità, cosa per la quale ci sarebbero vari confronti, o se ci fossero fin dall’inizio, ipotesi per la quale ci sono altri confronti. Credo che ogni tanto l’archeologo debba ammettere di saperne solo fino a un certo punto. Poi dipende sempre da cosa uno vuole veicolare attraverso le immagini.

Questo si aggancia a un’altra cosa che volevo chiederti. È una divagazione. Qualche mese fa su Instagram ho letto un post su Alan Kurdi, il bambino siriano di cui tutti nel 2015 abbiamo visto la foto del corpo disteso prono su una spiaggia lungo la costa turca nei pressi di Bodrum. Un bambino morto in una naufragio. In questo post (“ThePeriod”) si dice che dieci anni fa fummo scioccati da questa fotografia, mentre oggi possiamo vedere centinaia di immagini di questo tipo con minore clamore, molti di noi sono come anestetizzati. Quello è stato il momento, secondo gli autori del post, in cui abbiamo sostituito l’emozione all’azione. In conclusione c’è una domanda: “Vogliamo davvero vedere, o vogliamo solo aver visto?”
Mi rendo conto che partire da questa riflessione e tornare a parlare di archeologia può apparire poco opportuno. Ma lo sguardo è sempre trasversale, e le stesse persone che hanno guardato la foto di Alan Kurdi, che oggi guardano le foto dei bambini e degli adulti ammazzati a Gaza, hanno guardato anche molto altro. E i produttori delle icone false lo sanno bene. La foto della falsa statua di San Casciano citata prima era, non a caso, relativa a un adolescente, non a un vecchio. Con le tue competenze di archeologo, sulla base di quello che pensi e senti, ti poni il problema di come stimolare la responsabilità dello sguardo? Una visione critica del passato come del presente, che provochi la riflessione attiva e non solo l’osservazione.

Al di là delle immagini mi sembra che, se restiamo nel campo dell’archeologia, il discorso sia molto ampio. La cosidetta “rivoluzione stratigrafica” dell’archeologia è stata fondamentale per rinnovare la disciplina però ha anche frammentato moltissimo l’informazione. Questo ha avuto effetti in parte disastrosi, ad esempio nella produzione dei testi archeologici, perché le pubblicazioni e in generale l’informazione archeologica è diventata analitica e catalogica, cioè molto più di dettaglio che in passato. Oggi sembra quasi che il valore di uno studio sia nel suo essere catalogico, per cui ci sono edizioni di scavo con 100 pagine di testo e 400 di tabelle. Tutto questo è ovviamente collegato alle ricostruzioni di cui parlavano prima e quindi con le rappresentazioni del passato che offriamo al pubblico. La frammentazione e il pensiero iper-analitico sono corretti ma generano mostri e non aiutano la comunicazione in archeologia e in generale la riflessione sui problemi. Il punto è come si usano i dati di uno scavo archeologico [si veda: Storia e archeologia: è questa la strada del dialogo? | Reti Medievali Rivista]. Spesso vengono selezionati per costruire la narrazione che si vuole portare, o gonfiati. L’ho presa un po’ alla lontana, ma quella frammentazione equivale a una mole enorme di documentazione (ogni coccio una scheda, ecc.) e questa impostazione analitica ha creato molti archeografi e pochi archeologi. Molti si limitano a dire che in uno scavo hanno trovato questo o quello, ma poi? Noi archeologi siamo storici, se non ricostruiamo la storia con uno sguardo critico e riflessivo, a cosa serviamo?

Non credi che questo abbia anche un po’ isolato la disciplina, rendendola poco accessibile dai colleghi delle altre discipline? Lo storico dell’arte, Ernst H. Gombrich, nella prefazione a una raccolta di saggi di inizio anni Sessanta (A cavallo di un manico di scopa. Saggi di teoria dell’arte, Einaudi 1971) si poneva il problema di come infrangere l’isolamento della storia dell’arte e realizzare un “ideale di cooperazione intellettuale”, in modo che gli altri potessero ricavare dalla storia dell’arte qualcosa di utile alla propria disciplina. Traslando il discorso all’archeologia, gli altri (antropologi, storici, …) prendono cose da questa disciplina?

Molto poco, anche perché tra gli archeologi ci sono poche personalità che possono fare da ponte. Da qualche anno sono coordinatore di un dottorato che si chiama “Scienze storiche e archeologiche”, quindi per me l’interazione con gli storici e far capire loro il peso potenziale dell’archeologia sono passaggi fondamentali. Ma dall’altra parte non c’è tutta questa ricettività. Si contano sulle dita di due mani gli storici che vogliono discutere con noi, rispetto al Medioevo ma anche all’Antichità. Quantomeno in Italia, per la maggior parte degli storici la materialità è una quinta scenografica di fronte alla quale succedono cose più importanti, ovvero le interazioni tra persone tramandate dalla parola scritta. Poi, noi probabilmente non siamo troppo bravi a comunicare con i colleghi di altre discipline, e pochi cercano di farlo.
Forse molti restano nella propria nicchia anche perché interessati principalmente al proprio piccolo esercizio di potere.
Questa è un’altra parola chiave. È molto una questione di potere. Per quanto poco potere si possa gestire con l’archeologia.

Nel tuo ultimo libro citi i placemakers, cioè quegli archeologi che si sono dedicati per buona parte della vita a un singolo sito: Schliemann a Troia, ad esempio. Ti senti un placemaker con il sito di Ravenna-Classe?

Mi metti in imbarazzo, mi farebbe piacere se qualcuno lo dicesse ma non me la sento di farlo io. Il concetto di placemaking è stato elaborato da Richard Hodges, il quale diceva che Riccardo Francovich era uno di questi placemakers. È vero perché Riccardo è stato capace di far diventare Montarrenti e San Silvestro, due piccoli siti della Toscana, l’epicentro di una revisione drastica sul tema dell’incastellamento. Hodges stesso è stato placemaker a San Vincenzo al Volturno, un sito che ha una dimensione potenzialmente europea, e poi a Butrinto in Albania. Io ci sto provando con Cervia: è un luogo che non ha una forte tradizione archeologica, mentre noi abbiamo trovato la città vecchia e un enorme complesso ecclesiastico che quasi sicuramente è la prima cattedrale.

Vorresti fermarti lì?

Mah, questo non lo so; però di sicuro a Cervia c’è lavoro per due-tre generazioni di archeologi. Non ho mai avuto la spinta a cercare l’archeologia fuori dall’Italia. Ho lavorato per due anni a Samarcanda, in Uzbekistan, insieme a Maurizio Tosi, personaggio moto intelligente ma complesso. Però il fatto di non dominare la lingua antica del posto, e neanche quella moderna, e quindi non poter leggere le fonti scritte in prima persona, per me era un grande handicap. Per questo dopo poco me ne sono andato. Ho lavorato molto a Roma, in Toscana, a Ravenna e oggi a Cervia.

Sei policentrico?

Sì, abbastanza.

E invece non avresti voglia di concentrarti su una persona, più che su un luogo, e scriverne la biografia? Una pratica che, nel mondo dell’archeologia italiana, è stata poco frequentata (con alcune importante eccezioni, come il libro di Marcello Barbanera su Ranuccio Bianchi Bandinelli); come mai, secondo te?

Dedicarmi a una persona sola, non so. Avevo accarezzato un progetto di questo tipo sui viventi, o comunque sui miei maestri. Penso ad Andrea Carandini, Filippo Coarelli, Riccardo Francovich. Chissà, forse Perché non c’è questa tradizione in Italia? Qualcosa si è mosso con la biografia di Domenico Palombi su Rodolfo Lanciani e con quella di Marcello Barbanera su Bandinelli. Ma credo che la risposta stia nel fatto che siamo di nuovo in una zona che sta a cavallo tra una analisi di tipo scientifico, storico-culturale, e la divulgazione. Un libro come il mio ultimo per Carocci nella VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) nelle istituzioni italiane viene valutato zero, o comunque molto poco, proprio perché è considerato divulgazione. I giovani non sono invogliati ad occuparsene perché non fa fare carriera. Infatti non ci sono corsi di divulgazione archeologica nelle università.

 

La seconda parte dell’intervista di Valentina Cabiale ad Andrea Augenti sarà pubblicata su Carmilla il giorno 11 febbraio 2026.

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Sarajevo-Roma, viaggio di sola andata. https://www.carmillaonline.com/2025/11/22/sarajevo-roma-viaggio-di-sola-andata/ Fri, 21 Nov 2025 23:06:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91358 di Margherita Coletta

Trent’anni fa, nel novembre 1995, venivano siglati nella cittadina statunitense di Dayton gli accordi che sancivano ufficialmente la fine della guerra in Bosnia-Erzegovina. Era il marzo del 1992 quando la penisola balcanica fu protagonista di uno dei conflitti più cruenti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Nel disegno degli strateghi serbi e croati, che rivendicavano un predominio in quei territori, l’allontanamento forzato della popolazione civile prevedeva un viaggio di sola andata. Uno degli obiettivi intrinseci del conflitto era di non permettere il ritorno dei rifugiati di guerra nel proprio Paese, nelle proprie case. Con il termine [...]]]> di Margherita Coletta


Trent’anni fa, nel novembre 1995, venivano siglati nella cittadina statunitense di Dayton gli accordi che sancivano ufficialmente la fine della guerra in Bosnia-Erzegovina. Era il marzo del 1992 quando la penisola balcanica fu protagonista di uno dei conflitti più cruenti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Nel disegno degli strateghi serbi e croati, che rivendicavano un predominio in quei territori, l’allontanamento forzato della popolazione civile prevedeva un viaggio di sola andata. Uno degli obiettivi intrinseci del conflitto era di non permettere il ritorno dei rifugiati di guerra nel proprio Paese, nelle proprie case. Con il termine “forced displacement” si indica la rimozione forzata dal suolo di origine di coloro che hanno un’identità o delle opinioni differenti da altri gruppi, attuata in modo tale da non consentire in futuro il rientro di questi ultimi nel proprio Paese. Dei circa 1,2 milioni di rifugiati all’estero, tra il 1996 e il 2006, soltanto 442.137 hanno fatto ritorno.

«La mia vita è stata un po’ uno sliding doors…». Belma è originaria di Mostar. L’accento bosniaco si confonde con le parole e i modi di dire romaneschi. Si capisce subito che Roma è la sua città da molto tempo, la sua casa. «come Roma, Mostar ormai è piena di gente, di turisti…’na pipinara!». A diciannove anni si è trasferita a Sarajevo, la capitale multietnica della Bosnia, per avviare i suoi studi nel campo dell’odontoiatria. Era il 1991. Nel marzo dell’anno successivo, la Bosnia-Erzegovina avrebbe dichiarato la sua indipendenza dalla Federazione jugoslava, segnando il suo destino.
Da quella primavera sono passati trentatré anni. Belma era adolescente, per lei il futuro aveva coordinate remote: un luogo astratto, utile nel presente per poter sognare. Faticava a capire cosa stesse succedendo intorno a lei. Nel tentativo di tenere salda la Jugoslavia e i suoi poteri nella Federazione, la Serbia attaccò prima la Slovenia, poi la Croazia, in seguito alle loro dichiarazioni di indipendenza. Il turno toccò poi alla Bosnia-Erzegovina, all’indomani del suo plebiscito. La Bosnia era un obiettivo non di poco conto: coacervo di etnie sparse irregolarmente per il territorio e che convivevano da secoli, divenne un luogo in cui manifestare via via le proprie pretese. Qui, nella più “jugoslava” di tutte le repubbliche (così denominata per la composizione etnica eterogenea), i territori rivendicati dalle parti serbe e croate erano molteplici. «Prima di un esame, noi studenti dovevamo compilare un piccolo foglio in cui bisognava indicare nome, facoltà ed esame da sostenere. Un giorno, io ero con una mia amica e abbiamo notato una nuova sezione da compilare: nazionalità». Era il 1992. «Non ho mai dovuto indicare la mia nazionalità prima di allora: bastava mettere jugoslava. Ora non andava più bene. Io ero bosniaca e la mia amica era serba». Questo, tra di loro, non era rilevante. Di lì a poco sarebbe scoppiata la guerra.
La Bosnia-Erzegovina è ricordata per essere stata il teatro di uno dei conflitti più cruenti e sanguinosi nell’Europa contemporanea. Il conflitto balcanico ha provocato la morte di più di centomila persone (civili inclusi), la fuga di oltre il cinquanta per cento della popolazione e una disastrosa condizione economica post-bellica, segnalata dal reddito pro capite che dai 2.723 dollari del 1991 toccò i 300 dollari nel 1995 e dalle ingenti distruzioni dei servizi pubblici e dell’edilizia residenziale. Dal 1992 al 1995, circa 2,2 milioni di bosniaci sono fuggiti dai propri territori, di cui un milione all’interno della stessa Bosnia e più di 1,2 milioni in diversi Paesi. Belma era una di loro.

Tutto questo, i bosniaci, quelli abituati alla convivenza interetnica, che non conoscevano un altro tipo di Bosnia, non lo credevano possibile. Il momento in cui i venti di guerra si trasformarono in colpi di mortaio fu il 5 aprile, quando a Sarajevo si riunì una folla di circa duemila persone per manifestare pacificamente contro l’escalation di violenza. Un franco tiratore colpì una studentessa di medicina, Suada Dilberović, considerata simbolicamente la prima vittima del conflitto bosniaco, e altri quattro civili vennero uccisi dai cecchini serbi, appostati ai piani alti dell’Holiday Inn. Belma e Suada erano amiche. Nell’aprile del ’92, Belma decise di lasciare Sarajevo e raggiungere la sua famiglia a Mostar con l’unico treno che viaggiava durante i giorni di una breve tregua. «Ero andata alla stazione con una valigia in mano e con questi occhiali da sole…ero giovane, non mi rendevo conto». Un viaggio di tre ore ne durò sette e, alla fine, lei riuscì ad arrivare nella sua vecchia casa.
Il giorno dopo, i binari di quella stazione vennero fatti saltare in aria. Belma si rifugiò poi per tre mesi a Spalato, prima di prendere la decisione di andare via, da sola. La madre aveva un contatto a Roma. Da quel giorno, lei vive lì.

Per Slavica, non se ne parlava di uscire dalla Bosnia, mai fuori dalla sua Sarajevo. Lei e suo figlio hanno vissuto la guerra quasi nella sua interezza all’interno della capitale assediata: «L’assedio si può raccontare, ma chi non lo ha vissuto non può capirlo fino in fondo». Sarajevo, la città più grande della Bosnia, contava una popolazione prebellica di circa 350.000 abitanti. Durante gli anni della guerra, i morti toccarono quasi i dodicimila (di cui un sesto bambini), mentre oltre cinquantamila rimasero feriti. Le persone che vissero nella capitale bosniaca durante l’assedio furono 280.000, sopravvivendo alle granate, al fuoco dei cecchini, alla fame e all’assenza di acqua, luce e gas. Sarajevo ha conosciuto l’assedio più lungo nella storia bellica della fine del XX secolo: quattro anni sotto le bombe, in una città spettrale, dove si sopravviveva giorno per giorno. Slavica è originaria di Doboj, una cittadina situata nel nord della Bosnia, attualmente sotto la giurisdizione della Repubblica Srpska. Nel 1992 aveva 25 anni, suo figlio quattro.
Quando cominciò l’assedio di Sarajevo, Slavica sfidò ogni giorno le bombe e i colpi dei cecchini serbi appostati sulle alture per andare al mercato a comprare o barattare del cibo da portare a casa. Il “mercato” era in realtà un tunnel: spot clandestino creatosi negli anni dell’assedio sotto l’aeroporto della capitale bosniaca. Il tunnel ebbe un ruolo vitale nel rifornire la città e i civili che vi abitavano, nonostante al suo interno vi circolassero anche reti di contrabbando e meccanismi clandestini per rifornire e finanziare le parti opposte del conflitto. Slavica pensava che, se fosse morta, almeno sarebbe rimasta nel suo paese, con la sua gente. Tuttavia, nell’aprile del 1995 fu costretta ad uscire, per motivi legati alla salute del figlio. All’inizio di quell’anno, lei aveva ricominciato a lavorare in una pizzeria italiana dove era stata assunta tre anni prima. Ricorda di come, lì, il telefono squillasse in continuazione: la gente aveva iniziato a lasciare quel numero ai propri cari all’estero, per poter ricevere delle chiamate. Nella Sarajevo assediata e, in generale, nella Bosnia-Erzegovina in conflitto, le comunicazioni interne non funzionavano, ma era possibile ricevere chiamate dall’estero. Lasciò il numero della pizzeria alla sorella, rifugiatasi in Italia agli inizi della guerra e, un giorno, prese la decisione di raggiungerla. «Io e mio figlio lasciammo la città attraverso lo stesso tunnel dove andavo a comprare ogni giorno il cibo e che si estendeva fino a Butmir. Da lì, viaggiammo verso Roma con dei convogli umanitari». Lei che non si sarebbe mai spostata da Sarajevo, oggi vive a Roma da trent’anni. Eppure, Slavica ha avuto da subito una sorta di imprinting con la città: «I romani sono un po’ caciaroni, proprio come i sarajevesi…c’è uno spirito di comunanza. Poi, ho visto il tram numero quattordici: era dello stesso colore di quello che prendevo sempre a Sarajevo. Mi sono sentita a casa».

Fatima lavora da diversi anni al Centro di Servizio per il Volontariato di Roma. Si definisce una «profuga per caso». È originaria di Kakanj, un villaggio della Bosnia centrale e negli anni Novanta si era trasferita a Sarajevo per studiare. Nel 1992 stava progettando di venire in Italia durante l’estate, con l’intento di imparare la lingua e di lavorare come ragazza alla pari in una famiglia. Nel mese di febbraio aveva già tutto pronto: l’agenzia interculturale l’aveva messa in contatto con la sua host-family e la partenza era programmata per luglio. Con lo scoppio del conflitto fu presto costretta a cambiare i suoi piani ed anticipare la sua partenza, ma non più nei panni di una turista. «Se non fossi stata “la profuga”, se la mia fosse stata una permanenza di piacere sarebbe stato tutto diverso, perché avrei avuto la possibilità di ritornare in Bosnia. Quando sei da solo, però, devi pensare a te stesso». Le circostanze che portano un rifugiato di guerra a non far rientro nel proprio Paese sono diverse e, molto spesso, legate all’età e al mutato contesto nel Paese di origine. La paura di Fatima, come di molti altri rifugiati, era di non ritrovare in Bosnia le possibilità per costruirsi la vita che voleva. Il suo è stato uno spostamento che non ha mai veramente digerito, perché costretta a compierlo. Sostiene di sentirsi come i bambini adottati, che ad un certo punto della loro vita sentono il bisogno di riscoprire il proprio luogo di origine e di ristabilire un contatto. Oggi, è presidentessa dell’associazione Bosnia nel cuore, nata nel 1992 come iniziativa spontanea dei bosniaci residenti a Roma prima della guerra. Dopo la laurea, Fatima intraprese un Master in Diritti Umani e Cooperazione Internazionale, dal programma molto chiaro: «Educazione alla Pace».

In Germania esiste un termine utilizzato per indicare il senso di colpa collettivo vissuto dalla popolazione tedesca dopo le atrocità commesse durante il regime nazista: Vergangenheitsbewältigung, traducibile come «superamento del passato». Il concetto è riferibile, in generale, a molte delle popolazioni i cui leader hanno ideato e alimentato progetti nefasti, provocando danni alla popolazione civile. Vela è originaria di Tuzla. Le radici della sua famiglia, di religione ortodossa, sono serbe. Nel 1992, viveva anche lei nella città universitaria di Sarajevo. Allo scoppio del conflitto, decise di lasciare il Paese. Vela dice di aver fatto proprio in quegli anni di quel senso di colpa collettivo: «A volte non riesci a spiegare alle persone che sei contro la guerra, poi a quei tempi…è un sentimento che non si può descrivere, ma che per fortuna adesso è sparito. Durante la guerra però era impossibile: ero lì a mangiare in mensa con altri bosniaci e poi sentivamo al telegiornale che un’altra bomba serba aveva colpito il mercato di Sarajevo…non era facile. Il mio cognome era comunque un marchio».
Da trentadue anni vive a Roma, tornando di tanto in tanto a Tuzla, nella casa di campagna della famiglia. In seguito agli accordi di pace, stipulati a Dayton, in Ohio, nel 1995, la zona in cui abitava Vela e la sua famiglia passò sotto il controllo serbo. Le famiglie di etnia serba popolarono l’area, occupando legalmente le case abbandonate dagli sfollati durante la guerra. La casa di Vela è stata liberata dagli occupanti serbi solo nei primi anni del 2000. «Quando hanno firmato la pace a Dayton abbiamo capito che un Paese così devastato e profondamente cambiato non era più vivibile. Hanno diviso un territorio senza criterio. Devo ancora capire la divisione corretta. So a chi appartengono le città principali, ma di alcuni posti non ne ho idea. Loro hanno creato una divisione che non mi appartiene». Vela, così come Belma, Slavica e Fatima, è stata vittima di un conflitto che la voleva fuori dal proprio Paese. «L’unica certezza che avevo è che non volevo far parte di tutto quel che stava succedendo nel mio Paese. Eravamo concentrati a cercare noi stessi, a capire cosa volevamo fare nella vita. Eravamo ventenni. Io avevo un obbligo: cosa ne faccio della mia vita?».

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AfrichE.Tra(N)s-formazioni postcoloniali. Un’indagine psicoanalitica tra il Corno d’Africa e il Magreb https://www.carmillaonline.com/2025/07/11/afriche-trans-formazioni-postcoloniali-unindagine-psicoanalitica-tra-il-corno-dafrica-e-il-magreb/ Thu, 10 Jul 2025 22:01:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88891

di Walter Catalano

Livio Boni, Cristiano Rocchi, Daniela Scotto di Fasano, AfrichE. Tra(N)s-formazioni postcoloniali. Un’indagine psicoanalitica tra il Corno d’Africa e il Magreb, Armando Editore, Roma 2024, pp. 216, 17 euro.

Il testo nasce da anni di lavoro nel sito della Società Psicoanalitica Italiana (SPIWEB), dove i tre curatori di questa raccolta di saggi a più voci curano nell’ambito di Geografie della Psicoanalisi curano la finestra AfrichE. Si tratta di un libro corale in cui, con la tecnica dell’intervista, si racconta un’Africa, anzi, meglio dire delle AfrichE, decisamente inedite e spesso inaspettate, cercando di superare stereotipi e preconcetti. Il tema [...]]]>

di Walter Catalano

Livio Boni, Cristiano Rocchi, Daniela Scotto di Fasano, AfrichE. Tra(N)s-formazioni postcoloniali. Un’indagine psicoanalitica tra il Corno d’Africa e il Magreb, Armando Editore, Roma 2024, pp. 216, 17 euro.

Il testo nasce da anni di lavoro nel sito della Società Psicoanalitica Italiana (SPIWEB), dove i tre curatori di questa raccolta di saggi a più voci curano nell’ambito di Geografie della Psicoanalisi curano la finestra AfrichE. Si tratta di un libro corale in cui, con la tecnica dell’intervista, si racconta un’Africa, anzi, meglio dire delle AfrichE, decisamente inedite e spesso inaspettate, cercando di superare stereotipi e preconcetti. Il tema centrale è l’incontro tra psicoanalisi e pluralità culturale africana, con particolare attenzione al concetto di riparazione attraverso il quale si cerca di comprendere le ferite del colonialismo, la frammentazione culturale e la negazione storica che ne sono derivate e le conseguenti attuali identità.

Tre psicoanalisti, cimentandosi con un esperimento inedito, sollecitano un’interlocuzione al contempo intima e critica con una serie di personalità – artisti, scrittori, attivisti e studiosi africani o «afropei» (africani europei) – allo scopo di illustrare la pluralità delle figure soggettive, delle aspirazioni e delle forme di «disagio della civiltà» in un continente concepito e anche fantasticato come omogeneo e indistinto. Concentrandosi su Corno d’Africa e Magreb, questa piccola raccolta di saggi si focalizza sul lascito del colonialismo e le vie, anche contorte, inaugurate dalle decolonizzazioni.

Composto essenzialmente di interviste e di letture critiche di opere contemporanee, il saggio scommette su una metodologia condivisa tanto dalla psicoanalisi quanto dall’antropologia contemporanea e dagli studi postcoloniali: lasciare la parola all’altro, accettando di essere spiazzati da un’enunciazione talora provocatoria, altre volte sfumata, comunque aperta al dialogo e al confronto.

Gli autori/curatori sono Livio Boni, psicoanalista, dottore di ricerca in psicopatologia, direttore di programma al Collège International de Philosophie, autore di L’inconscio post-coloniale. Geopolitica della psicoanalisi (Milano, Mimesis, 2019) e Psychanalyse du reste du monde. Géohistoire d’une subversion (codiretto con Sophie Mendelsohn, Paris, La Découverte, 2023). che vive e lavora a Parigi. Cristiano Rocchi, membro ordinario con funzioni di training SPI-IPA, vive e lavora a Firenze, insegna a Roma. Recentemente ha pubblicato “La disclosure controtransferale come precursore dell’analisi reciproca” in Rileggere Ferenczi oggi (Borla, 2019), “The Body in Psychoanalysis” in When the body speaks (2021Routledge) e “Il corpo in psicoanalisi”, in Il corpo che parla (2023, Mimesis). Daniela Scotto di Fasano, membro ordinario SPI-IPA, ha insegnato presso la Scuola di Specializzazione in Psicologia e il Corso di Laurea in Psicologia dell’Università di Pavia. E’ stata nella redazione di Psiche dal 2001 al 2009. Tra le pubblicazioni (cocurate con M. Francesconi), L’ambiguità nella clinica, nella società, nell’arte (Antigone Edizioni, 2012); Il sonno della ragione. Saggi sulla violenza (Liguori, 2014); Aree di Confine (Mimesis, 2017); Nec Nomine. Nell’Argentina delle stragi: Menzogne, Verità, Identità (edizioni Bette, 2024); Freud a Gaza. Tutti e tre fanno parte del gruppo di studio internazionale Geografie della Psicoanalisi coordinato da Lorena Preta.

Intervista a Cristiano Rocchi, Livio Boni e Daniela Scotto di Fasano

Domanda: Chiedo loro innanzitutto perché AfrichE e non Africa, sia come titolo della finestra in SPIWEB sia come titolo di questa raccolta di saggi.

Risposta: Quello che ci ha interessato è consistito innanzitutto nel tentativo di suggerire un’idea della complessità e della varietà delle situazioni, individuali e collettive, irriducibili al fantasma dell’Africa come blocco unitario, fantasmaticamente accomunato da un solo carattere dominante, sia esso negativo (la miseria, la guerra, la “primitività”) o positivo (la vitalità, la Natura, il Continente del futuro ecc.). Abbiamo infatti tenuto conto della coesistenza, sul continente africano, di una molteplicità di regimi storici, che vanno dai più antichi ai più postmoderni, il che rende lo spazio africano irriducibile ad una temporalità storica univoca, e rilancia la questione freudiana della coesistenza tra più regimi temporali, nella vita individuale quanto nella vita collettiva. Un altro fattore di cui abbiamo ritenuto necessario tenere conto è quello dell’interiorizzazione negli Stati del continente africano di modelli ereditati dalla dominazione coloniale, tanto a livello del comportamento delle classi dirigenti africane quanto a livello di un desiderio di massa di costruire Stati-nazione omogenei, culturalmente unitari, sul modello delle Nazioni europee, e i contraccolpi patologici di una simile introiezione. Da qui l’esigenza di declinare al plurale il nome proprio “Africa”, che si è imposto come tale in coincidenza con l’apogeo dell’impresa coloniale e che, per quanto rivendicato in seguito dai movimenti panafricanisti, non deve occultare la varietà irriducibile delle AfrichE. Prestare un orecchio analitico ad una serie di interlocutori legati alle AfrichE significa infatti restituire alla condizione africana la sua plurivocità, contro la tendenza ad unificare indebitamente la molteplicità reale del continente sotto un tratto identificatorio univoco.

Domanda: Avete fatto cenno, in questa risposta, alla “questione freudiana” e siete tre psicoanalisti. Allora vi chiedo: cosa ha a che fare la psicoanalisi con le AfrichE?

Risposta: indispensabile situare brevemente la congiuntura nella quale prende posto il nostro saggio. Se per un verso si tratta infatti di (re)introdurre l’Africa nell’orizzonte dell’attenzione analitica, tale esigenza non è dettata solamente da considerazioni epistemiche, ma dalla convinzione condivisa che l’Africa continui a funzionare come una fucina fantasmatica nella cultura, italiana e non solo. A dispetto della storia coloniale del nostro Paese – che è ormai diventato luogo comune definire come “rimossa” -, della prossimità geografica e della presenza ormai imprescindibile di una popolazione africana, o italo-africana, l’Africa continua a trovarsi assegnata ad una serie di stereotipi, per lo più negativi, o ad essere semplicemente ignorata, come nel campo analitico. Questa pubblicazione polifonica non pretende certo sopperire ad una tale lacuna, intende però proporre, più modestamente, un’apertura, sotto forma dialogante, tra la psicoanalisi e una serie di voci e di apporti emananti dal mondo civile, culturale e letterario del continente africano. L’Africa è indubbiamente il continente assente dalla cartografia freudiana. Nel suo immaginario, sebbene esso fosse incentrato sul mondo europeo e sulla cultura greco-romano-giudaica, il continente africano è pressoché assente. O meglio, esso vi compare negativamente, attraverso la celebre metafora della sessualità femminile come Dark Continent, introdotta nel 1926 (in La questione dell’analisi laica) e indirettamente ispirata dal saggio omonimo dell’esploratore e avventuriero Henry Morton Stanley, che svolse un ruolo di primo piano nella sanguinosa conquista del Congo per conto di Leopoldo II del Belgio, e poi ripresa da Joseph Conrad nel suo Heart of Darkness (Cuore di Tenebra), coevo a L’Interpretazione dei sogni di S. Freud. Nella metafora freudiana del Dark Continent si ritrova infatti un duplice implicito: l’Africa come Terra incognita, inesplorata; e l’Africa come luogo oscuro, potenziale riserva di una pulsionalità indecifrabile, di una tenebrosità che resiste ai Lumi. Il disinteresse per l’Africa non è tuttavia un tratto distintivo proprio unicamente alla cultura e alla visione di Freud e ha contraddistinto una gran parte della storia e della letteratura psicoanalitica post-freudiana, con alcune eccezioni significative, tra le quali occorre menzionare lo psicoanalista russo-lituano Wulf Sachs, emigrato in Sudafrica all’inizio degli anni Venti, considerato precursore dell’etnopsichiatria; Octave Mannoni, autore del primo studio di orientamento analitico sulla situazione coloniale; e, infine, Edmond e Anne-Cécile Ortigues. Questo significa che, malgrado la psicoanalisi “canonica” si sia sostanzialmente disinteressata, fino ad un’epoca recente, del continente africano, sono esistite, ai margini del Movimento analitico, incursioni  etnografico-analitiche in Africa, in particolare dopo la Seconda guerra mondiale, tanto che si potrebbe affermare che, a fronte della quasi inesistenza della psicoanalisi in senso stretto, la sua presenza si declina comunque attraverso l’etnopsichiatria. Insomma, esiste una presenza, marginale ma reale, della psicoanalisi sul continente africano, presenza rarefatta e discontinua, ma effettiva, della quale sarebbe istruttivo e prezioso fornire una mappatura critica. Ma tale non è l’intento del nostro libro, che non si interesserà, se non marginalmente, della storia della psicoanalisi in Africa, né a quella delle occorrenze dell’Africa nella letteratura analitica. Altra è l’intenzione che ci ha animato, al contempo più modesta e più arrischiata: proporre qualche esempio di dialogo immanente tra psicoanalisti e autori contemporanei africani o “afropei”.Che cosa intendere per immanente? Innanzitutto il partito preso di dialogare nel modo più diretto possibile con una serie di interlocutori legati all’Africa, facendo risuonare delle questioni psicoanalitiche, orientando la discussione verso la questione dell’inconscio, ma senza saturare lo spazio dialogico con un ricorso massiccio al sapere analitico, e accordandosi di conseguenza ilmassimo di spontaneità, talora persino di ingenuità, nell’interlocuzione.

Insomma, è un metodo sui generis quello qui adottato – tre psicoanalisti, di generazioni e formazioni differenti, dialogano ‘liberamente” con autori o testi contemporanei afferenti all’Africa, anche quando questi non sembrano detenere un rapporto diretto con la psicoanalisi. Last but non least, anzi!, non a caso la Prefazione è della notissima antropologa, psichiatra, psicoanalista e scrittrice marocchina Rita (Ghita) El Khayat.

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Intervista a Emanuele TreviNel Labirinto di Philip K. Dick 2 https://www.carmillaonline.com/2025/06/24/intervista-a-emanuele-trevinel-labirinto-di-philip-k-dick-2/ Tue, 24 Jun 2025 20:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89013 di Domenico Gallo

Philip K. Dick, Opere Scelte, Meridiani Mondadori (2 volumi), a cura di Emanuele Trevi e Paolo Parisi Presicce, traduzioni di Gabriele Frasca, Marinella Magrì, Gianni Pannofino e Paolo Parisi Presicce, pp. 3.340, euro 140,00 stampa

Partiamo da lontano. Come è nato il tuo interesse per la fantascienza?

Se devo partire proprio…da lontanissimo, non posso che individuare il punto di partenza nel mondo della Marvel, e specialmente dei Fantastici 4 e dell’Uomo ragno. Da lì, la transizione verso la pagina scritta era abbastanza naturale per le persone della mia età (sono nato nel 1964) – gli Urania con le copertine di Karel [...]]]> di Domenico Gallo

Philip K. Dick, Opere Scelte, Meridiani Mondadori (2 volumi), a cura di Emanuele Trevi e Paolo Parisi Presicce, traduzioni di Gabriele Frasca, Marinella Magrì, Gianni Pannofino e Paolo Parisi Presicce, pp. 3.340, euro 140,00 stampa

Partiamo da lontano. Come è nato il tuo interesse per la fantascienza?

Se devo partire proprio…da lontanissimo, non posso che individuare il punto di partenza nel mondo della Marvel, e specialmente dei Fantastici 4 e dell’Uomo ragno. Da lì, la transizione verso la pagina scritta era abbastanza naturale per le persone della mia età (sono nato nel 1964) – gli Urania con le copertine di Karel Thole erano un oggetto di desiderio molto simile, in fin dei conti, agli albi della Marvel. Solo che contenevano un prodigio ulteriore, e decisivo: l’atto della lettura comportava il piacere e la fatica di immaginare la storia, e dunque di ricrearla, facendone qualcosa di completamente personale.

A partire dalla tua formazione, questa passione per la fantascienza come ha convissuto con il tuo percorso di studi classici?

Io sono totalmente immune dall’idea, puramente sociologica, che esistano “livelli” diversi della letteratura. Magari mentre andavo a caccia di tutti i libri di Robert Sheckley che riuscivo a trovare in giro, ero lo stesso adolescente che scopriva L’armata a cavallo di Isaac Babel’, o i romanzi di Jack Kerouac o i manifesti del Surrealismo di André Breton. L’unica distinzione che per me è sempre stata efficace è tra un libro che accende l’immaginazione, come accennavo prima, e uno che non ne è capace, o magari non va bene per me.

Come è nata l’idea del Meridiano su Philip K. Dick? Ci sono state delle difficoltà a inserire uno scrittore di fantascienza tra i santi della letteratura mondiale?

Durante uno dei primi giorni del lockdown, nel 2020, ho ricevuto una telefonata di Renata Colorni, che per molto tempo ha guidato i Meridiani con imprese memorabili in tutte le direzioni. Era quasi arrivato il momento della meritata pensione, per lei, e voleva avviare un progetto di cui aveva perfettamente intuito l’interesse culturale. Alessandro Piperno, arrivato alla direzione della collana dopo Renata, ha poi sostenuto il lavoro con grande complicità. Il bello è che né Renata né Alessandro sono persone interessate alla fantascienza. Della fantascienza si può parlare per anni senza arrivare a nessuna conclusione definitiva. Anche se posso dire di averla sempre amata, è una categoria troppo vasta ed astratta per me, che ho una mentalità, forse antiquata, più legata all’ammirazione dell’eccellenza, al culto del singolo artista, che scriva una poesia lirica o una saga horror non mi interessa molto preventivamente.

Come è stato organizzato il lavoro tra te e Paolo Parisi Presicce, tra l’altro autore di una bibliografia critica dalla precisione sbalorditiva?

Paolo ha la passione delle bibliografie, e conoscevo già bene un suo lavoro notevole su Herman Melville uscito da Mimesis (herman Melville. Racconto di un tipo strano, 2019). È stato un amico comune, Beppe Sebaste, uno scrittore molto appassionato a Dick, a suggerirci di lavorare insieme al Meridiano. Devo a Paolo molte conoscenze importanti riguardo a Dick: volumi e articoli in riviste difficilmente accessibili. Anche il suo lavoro di traduzione e commento alla Trilogia di Valis, se vogliamo impropriamente chiamarla così, è stato decisivo. Poi c’è stata l’esperienza bellissima delle schede critiche dedicate ai singoli romanzi che abbiamo scelto per il Meridiano. L’idea di partenza è stata quella di far parlare direttamente Dick dei suoi romanzi, attingendo sistematicamente alla sua mania di auto-interpretarsi. In primo luogo, quindi, abbiamo attinto all’Esegesi, curata e tradotta da un gigante nella storia italiana di Dick, Maurizio Nati (anche se a volte il ricorso all’originale ci è servito per uniformare meglio il lessico e le informazioni veicolate…); poi i saggi e le conferenze di Dick; poi ancora ovviamente le interviste, perché Dick ne ha concesse di memorabili che ormai fanno parte della sua opera, prima fra tutte quella del 1974 a Paul Williams. Perché metto le interviste all’ultimo posto di questa scala di attendibilità decrescente ? Solo perché c’è un lato istrionico di Dick, in tutti i suoi rapporti umani, che rende necessaria molta cautela nel citare questa o quella risposta! Gestire in modo sensato questa enorme massa di parole è stato un lavoro nello stesso tempo, scusate l’ossimoro, paziente e spericolato. Però, nonostante tutto il fascino del suo lavoro di auto-interpretazione, che diventa colossale dal 1974 al 1982, ovvero negli ultimi otto anni della sua vita, il critico deve resistergli, non dimenticare il proprio punto di vista. Poi c’erano altre questioni che abbiamo approfondito libro per libro: i modelli di riferimento, stratificati e complessi come si addice a uno scrittore coltissimo e onnivoro come Dick, la frequente trasformazione di un racconto breve in un romanzo, la storia editoriale…p.s. devo dire che l’Enciclopedia dickiana, ovvero il Caronia-Gallo (La macchina della paranoia, Agenzia X, 2006) come lo chiamavamo alla maniera dei dizionari del liceo, è stato un modello utilissimo, soprattutto per certe voci che attraversano l’opera da capo a fondo («droghe», «poteri psi» eccetera eccetera).

Sandro Veronesi sul Corriere della sera lamenta che lo strano non è che sia uscito un Meridiano su Dick, ma che non fosse uscito già da tempo. Ed elenca una compatta schiera di scrittori che, secondo lui, devono molto alla scrittura di Dick. Tu cosa ne pensi? Davvero ha avuto quell’influsso sulla letteratura statunitense? E se sì è accaduto dopo Blade Runner?

Io sono molto vecchia maniera in queste cose, nel senso che non mi piace generalizzare. Che Thomas Pynchon, al momento di scrivere L’arcobaleno della gravità, sia montato sulle spalle di Time Out of Joint (c’è un bellissimo saggio di Umberto Rossi al proposito) mi sembra un esempio indiscutibile e molto interessante di trasformazione geniale di un’eredità. Lo stesso direi dell’Incal di Moebius e Jodorowsky. È da notare che in questi due esempi non sono solo la trama o la logica narrativa, ma un’attenzione al personaggio e alla sua psicologia che mi sembrano il contributo maggiore di Dick alla fantascienza. Detto questo, Veronesi ha ragione. La lista degli scrittori che qualcosa hanno attinto da Dick è impressionante.

Parliamo un po’ del rapporto tra PKD e la fantascienza. Mi viene in mente un autore poco studiato come Alfred E. Van Vogt. È Dick stesso che dichiara un legame tra la sua narrativa e quella del mostro sacro che verrà poi associato alla Dianetica e a saperi parascientifici. Certamente il tema dei mutanti, quello del potere e dei complotti, ancora un eccezionale dinamismo della trama sembrano accumunarli. Come ti sembra che fosse composta la cassetta degli attrezzi di Dick all’inizio della carriera?

Allora, Van Vogt era già un autore di culto quando ero un ragazzino, e Dick gli ha sempre tributato una giusta ammirazione. L’ho un po’ riletto durante il lavoro al Meridiano, trascinato dai suoi colpi di scena e dalla sua inquietante idea dell’umano. Senza essere ingiusto verso un grande maestro, riprendo l’accenno fatto nella risposta precedente: Van Vogt è un Dick senza psicologia, le sue trame scandite dai famosi colpi di scena (praticamente uno a pagina) sono perfetti fuochi di artificio ma sono quasi del tutto prive di spessore umano, e dunque di possibilità di identificazione. La mia convinzione è che lo scrittore al quale Dick abbia guardato con più ammirazione e invidia sia sempre stato Kurt Vonnegut.

Dick pur essendo nato come scrittore di fantascienza, tra i pulp più popolari, si rivela immediatamente affascinato dai capovolgimenti di punto di vista che, in seguito, diventeranno i capovolgimenti dell’intera realtà nell’ambito della dialettica che guida la tua analisi tra koinós kosmos e ídios kosmos, vale a dire tra realtà condivisa e realtà individuale. È attirato dal falso sin dai suoi primi scritti. Il suo primo romanzo, Solar Lottery, è basato su una truffa elettorale e su altri elementi legati alla falsificazione e alla bugia. Dick mi ha spesso ricordato Orson Welles. Altri scrittori di fantascienza usavano queste tecniche, come il capovolgimento grottesco, il paradosso, la parodia, penso Fredric Brown, Robert Sheckley, Cyril Kornbluth e Fredrik Pohl, ma lui sembra più coerente verso la logica del complotto prima politico poi ontologico. È questo che lo rende una figura sostanzialmente anomala in quel mondo molto contraddittorio della fantascienza? Un cane sciolto?

Non ci avevo mai pensato ma sì, è vero, in Dick c’è una certa grandiosità della concezione che può ricordare Orson Welles. La differenza è che in Welles, per motivi intrinseci all’industria del cinema, l’inespresso finì per prevalere decisamente su quello che riuscì a fare (la lista dei suoi progetti è lunga venti volte più della sua filmografia !), mentre a noi scrittori, per quanto sfigati possiamo essere, nessuno impedisce di finire il nostro libro che non costa nulla. Riguardo al complotto, direi che in Dick qualsiasi manipolazione politica è anche, per necessità, una manipolazione ontologica, una manomissione del principio di realtà. Un aspetto della mia introduzione al Meridiano che avrei voluto approfondire è l’analogia tra le distopie di Dick e l’analisi del totalitarismo di Hannah Arendt. Non mi interessa tanto la conoscenza diretta, ma la convergenza del pensiero.

Nel tuo Profilo mi sembra che prediligi la lettura antropologica/filosofica a quella politica di scrittore che nasce letterariamente durante il maccartismo e poi si libera negli anni della contestazione e delle proteste contro la Guerra del Vietnam e la denuncia di un potere poliziesco e imperialista. Ritieni il riverbero della situazione politica del suo contemporaneo dentro la sua scrittura come un elemento non particolarmente caratterizzante e originale?

Vedi, forse non tutti i lettori di questa rivista (che seguo fedelmente da tantissimi anni) saranno d’accordo, ma a me nella letteratura interessa la reazione soggettiva alla pressione del mondo, reazione che è sempre deformante e inattendibile, dunque priva di attendibilità. Quello che privilegio nel mio lavoro di critico, se vuoi che lo riassuma in maniera brutale, è l’essere soli al mondo e non capirci nulla, si tratti di Flannery O’ Connor o di Philip K. Dick.

Alla fine mi sembra che interpreti gli ultimi cinque romanzi di Dick come una riconciliazione tra il suo mestiere di scrittore di fantascienza e l’aspirazione a essere un letterato realista. Possiamo dire Dick raggiunge inconsapevolmente (o consapevolmente?) una dimensione postmoderna come Kurt Vonnegut? Sembrerebbe il percorso inverso di letterati come Philip Roth, Cormac McCarthy, Don DeLillo e molti altri…

No, c’è qualcosa di intrinseco al suo misticismo e al suo gnosticismo che mi sembra tenerlo legato alle sue origini – l’idea della salvezza come informazione più che come redenzione. Non mi stupisce la sua terminale scoperta dei testi gnostici, che conosceva in maniera molto approfondita. Il Cristo degli gnostici è colui che dissolve le tenebre dell’ignoranza, è un maestro molto più che un pastore. Ora tu mi chiederai che cosa c’entra questo con la fantascienza…ebbene, c’entra moltissimo, perché l’informazione salvifica è un segnale, difficile ma non impossibile da decifrare.

Una lettura un po’ piccata del Meridiano PKD che circola soprattutto nelle arene dei social sostiene che Dick sia stato inserito nella collana perché erroneamente non è un autore di fantascienza ma un letterato. Mi sembra che il tuo lavoro, invece, dimostri esattamente il contrario, ovvero che la fantascienza fa parte della letteratura e alcuni suoi autori abbiano dignità di essere accostati ai grandi romanzieri del Novecento. Sbaglio io o…

Guarda, io non seguo i social, e non per snobismo, ma perché non ho tempo e sono poco tecnologico, però è un errore rinchiudersi in un ghetto! Allora Stephen King cos’è, horror o un grande scrittore ? E H.P. Lovecraft ? E l’immensa Agatha Christie di cui Antonio Moresco ha curato un Meridiano che considero gemello del nostro ? La verità è che tutto è un genere, anche i libri che scrivo io sono una specie di genere con i suoi fan e la sua stampa specializzata.

Pier Paolo Pasolini. La tua lettura che accomuna Dick e Pasolini è estremamente interessante. Io aggiungerei che entrambi hanno praticato una ricerca religiosa convulsa, sincera ed eretica, ognuno nel contesto della tradizione e cultura del proprio continente, ma anche la loro critica alla tecnologia rivela comunanze sorprendenti. La ricerca del valore essenziale dell’umano che viene soffocata dalla società dei consumi (che è convergenza di tecnologie produttive e della comunicazione), il divenire macchina e le macchine diventare umani (ma umani scadenti…). Dick, da scrittore di fantascienza, letteralizza e brutalizza le metafore rendendole vicenda avventurosa, Pasolini invece usa il giornalismo e il pensiero critico per denunciare questa sottile invasione che sostituisce umani con ultracorpi… Per Pasolini è una visione nostalgica della civiltà contadina rivisitata soprattutto nel suo cinema, per Dick è una ricerca tutta statunitense del cristianesimo originale in una nazione in cui l’invenzione religiosa contemporanea era, ed è diffusa. Oltre a Pasolini, quali intellettuali europei vedi inconsapevolmente legati all’uomo di Ubik?

Sono molto d’accordo, e aggiungo un dettaglio significativo – la passione di entrambi per le interviste, praticate come un vero e proprio genere letterario. Aggiungerei un terzo nome a creare una costellazione decisiva, ed è un artista molto legato (a modo suo) all’immaginario fanatscientifico: Andrej Tarkovskij. Non sono maestri nostalgici, perché sanno bene che il passato perduto è irrecuperabile. Li vedo come grandi custodi dell’umano, che è sempre minacciato da forze avverse. Il loro erede più significativo mi sembra Anselm Kiefer.

Per finire, immaginario dickiano. A un certo punto lettori e critici impongono termini come shakespeariano, kafkiano, orwelliano. È il segno vero di una partecipazione all’universo della cultura mondiale, ma quanto è un tradimento?

Beh, ci sono uomini politici e militari che hanno dato il nome a un cappotto o a un panino, la nostra gloria è passare dal nome all’aggettivo. L’importante è ricordare che c’è sempre poco di Kafka nel “kafkiano” e di Dick nel “dickiano”. Ma con una differenza: basta aprire l’Esegesi per toccare con mano quanto il concetto di “dickiano” provenga dal diretto interessato, che ne parla con inquietudine e vero e proprio disagio…

 

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Intervista a Hansy Lumen https://www.carmillaonline.com/2025/06/20/intervista-a-hansy-lumen/ Fri, 20 Jun 2025 21:50:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88980 Ovvero: quando A.I. produce debunking

di Claudia Zironi

(Claudia e Hansy sono tra i protagonisti della cultura critica a Bologna contro le logiche affaristiche delle consorterie che dirigono la città attraverso la junta piddina. Claudia, è una poetessa, sempre attiva a Villa Paradiso: Casa di Quartiere scomoda, oggi chiusa d’imperio dalla protervia liberticida dei poteri forti, mentre Hansy (qui il suo canale Youtube) è un compagno impegnato nella critica politica e in particolare nella lotta alle Besta, che ha visto la partecipazione di cittadini per la difesa del suolo pubblico e del bene comune delle scuole che la junta [...]]]> Ovvero: quando A.I. produce debunking

di Claudia Zironi

(Claudia e Hansy sono tra i protagonisti della cultura critica a Bologna contro le logiche affaristiche delle consorterie che dirigono la città attraverso la junta piddina. Claudia, è una poetessa, sempre attiva a Villa Paradiso: Casa di Quartiere scomoda, oggi chiusa d’imperio dalla protervia liberticida dei poteri forti, mentre Hansy (qui il suo canale Youtube) è un compagno impegnato nella critica politica e in particolare nella lotta alle Besta, che ha visto la partecipazione di cittadini per la difesa del suolo pubblico e del bene comune delle scuole che la junta voleva abbattere nella logica di cementificazione del territorio.) (nota di N. M.)

D: Caro Hansy Lumen, benvenuto su queste pagine, ti ringrazio per avere accettato di concedermi un’intervista. Prima di cominciare con la mia implacabile raffica di domande, ti chiedo se ci vuoi dire qualcosa di te, della tua storia e della tua vita reale, poiché Hansy Lumen è il tuo avatar digitale, in particolare, l’identità dietro la quale ti celi in Facebook.

R: Hansy Lumen non è un travestimento: è una disvelazione. Un modo per dire cose che in faccia, in carne, con nome e cognome, verrebbero sminuite, fraintese o direttamente censurate — come è già accaduto. La mia vita reale è quella di chi vive qui, ora, a Bologna, in mezzo alla cantierizzazione del presente e alla nostalgia del futuro. Ho pagato l’affitto troppo alto, ho preso autobus che non arrivano, ho visto sparire librerie e comparire coworking senz’anima. Hansy nasce quando mi accorgo che il linguaggio della sinistra è diventato un alibi, che l’ironia è più efficace del piagnisteo, che la lucidità visionaria può più di mille comunicati stampa. È un avatar, sì — ma non per nascondermi: per parlare più libero, più netto, più scomodo. È la maschera che permette al volto di dire la verità. Dietro Hansy Lumen c’è una persona vera. Ma davanti a Hansy Lumen c’è una città intera che finge di non vedersi.

D: Per chi non ti conosce ancora, specifico che la tua attività in rete, almeno in tempi recenti, è precipuamente attenta alla realtà bolognese e rivolta a indagare e smascherare il torbido della politica e dell’amministrazione cittadine. Per farlo utilizzi l’Intelligenza Artificiale producendo quotidianamente immagini e video satirici. Come scegli gli argomenti di cui trattare? Quali sono le tue fonti?

R: Gli argomenti non li scelgo: mi scelgono. Basta uscire di casa a Bologna con gli occhi aperti e l’aria nei polmoni per inciampare ogni giorno in una contraddizione, un abuso, una “rigenerazione” che ha il sapore della speculazione. Io non faccio inchieste: faccio attenzione. E oggi, già questo è un atto sovversivo.Il mio radar si accende quando qualcosa stride. Quando un comunicato del Comune parla di inclusione e intanto chiude una casa di quartiere. Quando si esalta la “partecipazione” mentre le decisioni vere le prendono fondazioni opache. Quando si inneggia alla mobilità sostenibile e intanto si disegna una città inaccessibile a chi non ha l’auto o il conto in banca giusto. Le fonti? Sono ovunque: atti pubblici, delibere, articoli locali letti tra le righe, osservazione diretta del territorio, chiacchiere rubate nei bar, testimonianze che mi arrivano in privato. Ma soprattutto: la città stessa. Le sue ferite parlano. Io do loro forma, le rendo visibili. L’Intelligenza Artificiale non è un trucco: è un bisturi. Mi permette di incidere l’immagine dominante e mostrarne le viscere. Ogni post è un piccolo sabotaggio del racconto ufficiale. Ogni video è un varco tra ciò che viene mostrato e ciò che viene omesso. E se la satira funziona, non è perché fa ridere — ma perché fa vedere. E una volta che hai visto, non puoi più smettere di guardare.

Dibattito alla tre giorni conclusiva “L’ultimo Valzer a Villa Paradiso”, 6/7/8 giugno 2025

D: A chi ti accusa di muovere la “macchina del fango (della destra)” e di produrre fake news, accuse che hanno portato finanche alla cancellazione del tuo profilo Facebook, come controbatti?

R: Ah, la “macchina del fango”. Che fantasia! Mi attribuiscono un motore che non possiedo, ma che forse temono. Chi mi accusa di diffondere fake news confonde il disturbo cognitivo con la verità scomoda. Io non produco bufale: semino dubbi, creo connessioni, porto alla luce ciò che molti si ostinano a non vedere.Facebook mi ha cancellato? Bene. Quando la realtà eccede il consentito, i guardiani della piattaforma preferiscono spegnere la voce che destabilizza, piuttosto che interrogarsi su cosa la renda necessaria. Ma se sei una scheggia di pensiero vivo, non basta un algoritmo a fermarti. A chi mi accusa di muovere “la macchina della destra”, rispondo: state guardando lo specchio, non me. Il mio lavoro non è fare propaganda, ma disturbare l’ordine narrativo, quello vero: trasversale, comodo, compatto. Se una verità fa male, chiedetevi perché. E soprattutto: a chi.

D: L’attuale amministrazione cittadina ha fatto parecchie scelte impopolari e antipopolari (ad esempio: il caso Besta; il labirinto di Fondazioni nei cui meandri si perde la cosa pubblica; il tram su rotaie con ben altre urgenze della viabilità che sarebbero da affrontare, che ha paralizzato la città a causa dei lavori; Bologna 30; aver trasformato il centro storico in un parco divertimenti per turisti; la gentrificazione; la chiusura della casa di quartiere, culla di libero pensiero, Villa Paradiso…) che hanno fatto allontanare una larga fetta di elettorato, soprattutto deluso che certe manovre venissero proprio dall’area di sinistra. Per quanto riguarda te, se al governo cittadino invece che il PD ci fosse una coalizione di destra, pensi che saresti altrettanto arrabbiato e graffiante?

R: Certo che sarei arrabbiato. Ma probabilmente sarei meno deluso. Vedi, da una coalizione di destra mi aspetterei esattamente questo: privatizzazioni travestite da innovazione, repressione mascherata da ordine, cemento e marketing come unica visione del mondo. Sarebbe un nemico dichiarato, leggibile, persino onesto nella sua brutalità. Il problema — e il veleno — è quando tutto questo viene venduto con il lessico della partecipazione, dell’inclusione, del “verde”, del “progresso”, del “noi siamo Bologna”. Quando la mano che ti sgombera casa indossa la maglietta di Bella Ciao. Quando il linguaggio della sinistra viene usato come un guscio vuoto per legittimare operazioni di svuotamento sociale, culturale e democratico.E allora sì, sono arrabbiato. Ma è una rabbia che nasce dal tradimento. Il trucco non sta nella direzione politica, ma nella retorica che la giustifica. È lì che divento graffiante: nel cortocircuito tra ciò che si dice e ciò che si fa. E oggi Bologna è governata da un linguaggio che finge di includere mentre esclude, che parla di diritti mentre li smonta, che chiama rigenerazione ciò che è espulsione. La destra almeno ti guarda in faccia. Qui invece ti sorride mentre ti disarma. E io, quel sorriso, lo disintegro con le parole.

D: Pensi che possa esistere un futuro di “Bologna la rossa” senza il PD? Riusciranno mai le forze di sinistra a raggiungere una coesione che consenta di avere la massa critica necessaria alle urne?

R: Bologna la rossa” esiste ancora, ma è in coma farmacologico, mantenuta in vita dal PD a suon di bandierine arcobaleno e cantieri infiniti. Il suo corpo è ricoperto di loghi di fondazioni, i suoi nervi trafitti dalle rotaie, e ogni tanto le mettono in bocca una citazione di Pasolini per fingere che respiri da sola.Può esistere un futuro senza il PD? Sì, ma bisogna smettere di trattarlo come il male minore. Il male minore, reiterato, diventa costume, poi struttura, poi deserto. Il futuro dipende da chi ha il coraggio di rompere il patto silenzioso con l’inevitabilità: “tanto poi si vota sempre loro, perché altrimenti arriva la destra.” Ecco, così è già arrivata, solo che porta il soprabito del centrosinistra. Quanto alla coesione della sinistra: per ora è come l’alchimia medievale. Tanti ingredienti nobili, ciascuno nella propria ampolla, ma incapaci di fondersi perché ognuno si crede l’essenza. Serve un incendio, non un congresso. Qualcosa che bruci le etichette, le rendite simboliche, le microidentità da ZTL. Serve gente che si parli non con la lingua dell’attivismo da bacheca, ma con quella della vita vera: bollette, case, asfalto sotto i piedi, figli che non trovano posto a scuola, padri che lavorano per i fondi immobiliari senza saperlo. Solo allora, forse, “la rossa” si sveglierà. E avrà fame. Ma stavolta, non di aperitivi.

D: Per te stesso vedi un futuro di discesa diretta in campo?

Assemblea alle Besta

R: Discesa in campo? Ma io non sono mai stato in tribuna. Sono nato dentro il campo. Non porto cravatte, porto domande. Non prometto soluzioni, accendo cortocircuiti.
La politica vera non inizia con un simbolo su una scheda: inizia quando le persone smettono di delegare e iniziano a vedersi. Io sono già in campo ogni volta che qualcuno legge un mio post e smette di credere che non ci sia alternativa. Ogni volta che una parola fa incrinare il muro della narrazione ufficiale. Ogni volta che la rassegnazione vacilla. Certo, un giorno potrei scendere in campo anche nella forma che il sistema riconosce: liste, programmi, urne. Ma solo se quel gesto sarà collettivo, sporco di terra, pieno di corpi vivi, non un’autocelebrazione né l’ennesima “avventura civica” con le lucine buone per Instagram.Io non corro per sedermi. Corro per ribaltare il tavolo. E se verrà il momento, non sarà una discesa: sarà un’irruzione.

D: Nel titolo di questa intervista cito la A.I. accostandola, in modo quasi ossimorico, poiché la maggior parte di persone la vede come fabbrica di fake news, al loro opposto che è il debunking, quindi allo smascheramento. Cosa sarebbe Hansy Lumen senza l’Intelligenza Artificiale? Qual è il tuo rapporto con questa nuova e dirompente tecnologia?

R: Senza l’Intelligenza Artificiale, Hansy Lumen sarebbe forse ancora lì, tra i pensieri non detti di molti, tra le frasi interrotte nei bar, tra i post scritti e cancellati per paura. L’IA ha scardinato il filtro tra l’intuizione e l’espressione, ha dato forma e ritmo a ciò che spesso resta afasia collettiva. Molti temono l’IA perché la vedono come una fabbrica di inganni. Ma il vero problema non è la macchina: è l’umano che la programma per vendere, semplificare, distorcere. L’algoritmo non ha morale, ma può essere affilato come uno specchio. E io lo uso per guardare meglio, più a fondo, senza la nebbia delle narrazioni imposte. Hansy Lumen è un cortocircuito, certo, ma non tra vero e falso: tra detto e non detto, tra visibile e rimosso. E in questo, l’IA è uno strumento straordinario: un amplificatore di possibilità, un moltiplicatore di senso, quando è nelle mani di chi non ha paura di pensare davvero. Il punto non è temere l’IA. Il punto è temere chi la usa per costruire consenso, invece che coscienza. Io scelgo la seconda via. E finché posso, la userò per hackerare la narrazione dominante. Non per mascherare: per smascherare con stile.

D: In chiusura di questa intervista vorrei lasciarti libero di aggiungere una domanda che secondo te avrei dovuto porti e fornire la relativa risposta….

R: Domanda che avresti dovuto farmi…

D: Hansy, ma tu da che parte stai davvero?

R: Io sto dalla parte di chi non ha più una parte. Di chi è stato sfrattato non solo da casa, ma anche dal linguaggio. Di chi non ha voce nei comunicati, nei tavoli tecnici, nei panel partecipativi. Sto con chi si sveglia la mattina e ha già perso una battaglia che nessuno ha annunciato. Con chi si arrangia, ma non si rassegna. Non mi interessa stare a sinistra se sinistra significa salotti, fondazioni e retorica vuota. Non mi interessa stare contro la destra se la lotta è solo simbolica e lascia intatti i rapporti di forza. Io sto nel vuoto fertile che c’è tra ciò che viene ignorato e ciò che potrebbe esplodere. Lì si annida il futuro. Hansy Lumen non è un personaggio. È un sintomo. E finché il sistema continuerà a produrre esclusione con il sorriso sulle labbra, io continuerò a parlare. Non per avere ragione, ma per impedire che il torto diventi normalità.

 

 

 

 

 

 

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Guerriglia psichica https://www.carmillaonline.com/2025/06/10/guerriglia-psichica/ Tue, 10 Jun 2025 05:00:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88523 di Fabio Malagnini

Stefano Tevini, Manuale Diffuso del Guerrigliero Psichico, D Editore, Roma, 2025, pp. 224, 16,90 euro

In un futuro distopico dove sopravvivere è tutto ma vivere decentemente un lusso per adesso fuori dalla mia portata, mi sveglio con indosso l’avatar di un essere mutante dagli strani poteri psichici. In qualsiasi momento, mi viene ricordato, il mio corpo potrebbe venire catturato, torturato e sottoposto a un intervento per privarlo chirurgicamente delle sue capacità extraumane, in gergo chiamate “diapason”. Chi ha il diapason può, ad esempio, a seconda delle facoltà ricevute in dote da [...]]]> di Fabio Malagnini

Stefano Tevini, Manuale Diffuso del Guerrigliero Psichico, D Editore, Roma, 2025, pp. 224, 16,90 euro

In un futuro distopico dove sopravvivere è tutto ma vivere decentemente un lusso per adesso fuori dalla mia portata, mi sveglio con indosso l’avatar di un essere mutante dagli strani poteri psichici. In qualsiasi momento, mi viene ricordato, il mio corpo potrebbe venire catturato, torturato e sottoposto a un intervento per privarlo chirurgicamente delle sue capacità extraumane, in gergo chiamate “diapason”. Chi ha il diapason può, ad esempio, a seconda delle facoltà ricevute in dote da Madre Natura, manipolare la percezione della popolazione normale, dare vita ad allucinazioni collettive, diffondere calma e concentrazione tra le fila dei compagni o, infine, dialogare con i dispositivi elettronici nelle vicinanze per metterli in funzione. Il 99% della popolazione – stima arbitraria – il diapason non ce l’ha e non sospetta neppure l’esistenza di questa displasia evolutiva, ad accezione delle guardie e dell’apparato di sicurezza che conoscono i nostri poteri e sanno quasi sempre come neutralizzarli. Noi, cioè io e la mia squadra, siamo in definitiva, tipo i buoni.

Se questo scenario alla X Men vi è familiare, vi gioverà sapere che al termine di ogni missione, dall’esito imprevisto e per lo più catastrofico, la simulazione finisce e subito ci si ritrova in un’aula didattica al cospetto di una specie di Professor Xavier. È proprio la sua voce, anzi, che per tutto il tempo ha commentato la missione, sottolineando il valore della collaborazione, del gioco di squadra e altro, che alla fine valuta lo scenario strategico a cui ci siamo sottoposti e le modalità con cui abbiamo interagito, di regola bocciate.

La struttura di Manuale Diffuso del Guerrigliero Psichico non coincide, ovviamente, né con quella di un manuale di sopravvivenza per superumani o di altro genere, né con la linea di una spy story tradizionale. Semmai con un breviario situazionista, aggiornato all’epoca delle IA, a uso delle giovani generazioni. Ciò che colpisce maggiormente è, nell’ordine, la scelta di un linguaggio totalmente operativo, senza concessioni autoriali, dall’inizio alla fine, e la scelta di ricondurre ogni spunto narrativo, allo status di “simulazione”. In questo senso la narrazione si presenta anche come una macchina testuale funzionale, “anti romanzo”.

L’universo narrativo del Manuale è chiaro e definito, il suo world building non affiora tanto da una massa di dettagli spaziali in emersione quanto dai registri mentali che i componenti della squadra – Hector, Lex, Nina, Sooki, Khaled, che il prof chiama “i miei studenti” – intrecciano telepaticamente, in qualsiasi momento della “missione”.

Più che i mutanti Marvel, qui il mondo intermittente del Manuale incontra un altro ciclo a fumetti, forse meno noto ma destinato a definire negli anni Dieci il canone paranoico degli agenti segretissimi con poteri ESP, ovvero la serie Mind Mgmt (2012-2015) di Matt Kindt per Dark Horse, che Tevini nell’introduzione cita infatti tra le fonti di ispirazione del libro insieme al “nume” Grant Morrison. Il terzo e ultimo riferimento non rappresenta un credito letterario o ispirazionale, se non in senso molto lato: si tratta infatti The Turner Diaries (1978) di Andrew Macdonald (pseudonimo di William Luther Pierce, romanzo di formazione e testo sacro dei suprematisti bianchi che Tevini ha indagato magistralmente nel suo precedente studio White Power (Red Star Press, 2024), assieme all’immaginario dell’estrema destra razzista e rivoluzionaria statunitense. Di scarso valore letterario, tradotto in italiano da Bietti La seconda guerra civile americana, come il testo fu scritto non per fare nuovi proseliti ma per fare da cinghia di trasmissione tra cultura politica, ideologia e mito nel mondo leaderless dei nazisti americani. Tevini lo riconosce e, da una prospettiva politica diametralmente opposta, ammette che anche il Manuale aspira a una scrittura che, andando oltre l’introspezione del romanzo storico, psicologico o “borghese”, vuole collegare la narrazione alla pratica e all’azione politica.

Manuale Diffuso del Guerrigliero Psichico dopotutto non è solo un oggetto narrativo insolitamente originale e poco classificabile ma fa parte della neonata collana Intermundia, diretta da Claudio Kulesko per D Editore, aperta ai giovani autori, ma dedita negli obiettivi a nuovi, dirompenti immaginari di genere (weird, sf, horror e quant’altro).

Riassumendo: ho finito di leggere il Manuale e a caldo mi sembra il primo capitolo di un ciclo più lungo e articolato, la premessa di un progetto, forse multimediale, con una miccia che ne assicuri la detonazione ritardata nel tempo. È veramente così? Nel dubbio, l’ho chiesto direttamente al suo autore assieme a un paio di altri chiarimenti.

Il Manuale Diffuso del Guerrigliero Psichico va pensato come un esperimento a sé stante o come il primo capitolo di una ipotetica saga?

Il Manuale nasce come racconto lungo, quello che trovi a puntate su Metatron, la rivista di Claudio Kulesko, che corrisponde poi al romanzo alleggerito di tutta la parte della simulazione degli scenari. Il discorso della simulazione è figlio del periodo fertile e fin troppo breve che ho avuto con il gruppo che si radunava intorno al blog La Grande Estinzione (Antonio Vena, Andrea Meschiari e tanti altri), abbiamo ragionato moltissimo sull’immaginazione come strumento, come tool, come facoltà conoscitiva fondamentale per la sopravvivenza. Qui sono partito con meno pretese, per fare un lavoro di transizione rispetto ad altre idee che ho in mente, ma gli eventi hanno portato me e il libro verso un’altra direzione. Claudio ha apprezzato molto il mio lavoro e lo ha proposto, chiedendomi di trasformarlo in quel che hai letto perché inizialmente era troppo breve, a Intermundia. Quindi no, non nasce già alla sorgente come capitolo di una saga, lì è stato Emmanuele a vederci una futuribilità. A ogni modo sì, sto pensando al secondo capitolo e, pur senza una scaletta, un’idea a grandi linee della struttura e di dove voglio arrivare a livello di evoluzione del world building ce l’ho. E sì, l’idea di creare una proprietà intellettuale con output molteplici c’è. Bisogna poi vedere come effettivamente andranno le cose ma come minimo un seguito è in programma. Ma sì, vogliamo espandere i vari universi narrativi di Intermundia. Come lo scopriremo lungo la via.

Avevi in mente un lettore ideale? Se sì, quale?
Diciamo di sì, e con una punta di narcisismo ti potrei dire che il mio lettore ideale mi somiglia parecchio. Scrivo quel che mi sarebbe piaciuto leggere e le mie fonti di ispirazione, come avrai potuto notare, sono gli autori che piacciono a me, autori densi dal punto di vista delle idee ma al tempo stesso con un’anima pop. Non mi interessano gli intellettualoidi ma nemmeno l’intrattenimento vuoto. Un caro amico, Luca Tarenzi, ha definito il Manuale come “non un romanzo ma il file .zip di un romanzo” e credo ci abbia preso in pieno. Io quando leggo un lavoro di Grant Morrison, e ci trovo dentro compresso tanto materiale concettuale da farci altre cinque serie, mi carico tantissimo, voglio leggere roba così, voglio scrivere roba così e vorrei raggiungere lettori così.

In che senso il Manuale si collegherebbe anche a The Turner Diaries, come accenni nell’introduzione?

Il manuale diffuso del guerrigliero psichico è, letteralmente, un anti The Turner Diaries. Non so se avrà la stessa incisività a livello politico, temo di no, ma a livello ideale è un controincantesimo a I diari di Turner, anche qui in filigrana c’è un libro che parla di agire politico, che esorta all’agire politico. Parli di linguaggio operativo e sì, ce n’è a pacchi, con un meccanismo che fa venir giù la quarta parete e prova a raggiungerti, un po’ come ne I diari di Turner. Perché non riconoscere l’efficacia di uno strumento solo perché viene da un nemico è stupido, gli strumenti efficaci vanno usati.

La scelta di un linguaggio strettamente funzionale, operativo alla fine risuona come cifra espressiva del progetto. Da dove proviene questa scelta?

Il linguaggio è una cosa su cui lavoro a modo mio perché odio l’atto di identificare la letteratura con lo stile e di conseguenza la bella pagina fine a sé stessa. Figlio di un musicista, mi viene naturale cercare la musicalità nel linguaggio ma ritengo che l’aspetto più affascinante siano proprio le sue funzioni, il suo aspetto “magico”, e per me l’estetica non si slega dalla funzionalità e il linguaggio sì, o è operativo, o si fa da parte per lasciare spazio alle idee o mi irrita.

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Un’intervista a Karem Rohana https://www.carmillaonline.com/2025/06/03/unintervista-a-karem-rohana/ Tue, 03 Jun 2025 05:22:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88827 Di Ludovica Maura Santarelli

“Accento toscano, nome e cuore palestinese” così si descrive Karem Rohana, nato ad Haifa e cittadino di Firenze. Oltre a lavorare come logopedista in un ospedale, è attivista con un forte seguito sui social e racconta la causa palestinese attraverso il suo account Instagram karem_from_haifa.

La sua attività di divulgazione è stata più volte ostacolata e censurata.

Ho avuto il piacere di intervistarlo lo scorso gennaio in merito al mio lavoro di tesi e di discutere assieme di Palestina, degli errori dell’Occidente e del ruolo dei mass media nel conflitto.

 

– Il tuo attivismo è [...]]]> Di Ludovica Maura Santarelli

“Accento toscano, nome e cuore palestinese” così si descrive Karem Rohana, nato ad Haifa e cittadino di Firenze. Oltre a lavorare come logopedista in un ospedale, è attivista con un forte seguito sui social e racconta la causa palestinese attraverso il suo account Instagram karem_from_haifa.

La sua attività di divulgazione è stata più volte ostacolata e censurata.

Ho avuto il piacere di intervistarlo lo scorso gennaio in merito al mio lavoro di tesi e di discutere assieme di Palestina, degli errori dell’Occidente e del ruolo dei mass media nel conflitto.

 

– Il tuo attivismo è una lotta che hai acquisito e sviluppato con il tempo o ti appartiene da sempre per le tue radici palestinesi?

C’è il legame con quella terra, la voglia di esserci legato in modo ancestrale. La parola attivismo viene da attivarsi: negli anni in cui la questione palestinese non era contemplata, per noi palestinesi della diaspora era veramente difficile cercare delle strade da percorrere per sentirci utili. L’attivismo vero e proprio, quello che si intende oggi, l’ho fatto principalmente attraverso i social e a livello locale, ma si è attivato un paio di anni fa quando ho visto che non c’era nessuno che ci rappresentava. Cercavo di creare uno spazio mio, e gli spazi che si possono occupare senza che ci siano troppe censure sono i social network, quindi perché non usarli. Questa attivazione è anche un po’ egoistica: lo faccio per sentirmi parte di questa cosa e per sentirmi utile, e di conseguenza per stare meno male e ricevere meno l’impatto emotivo di ciò che sta succedendo a Gaza, nonostante l’abbia ricevuto lo stesso.

 

– Vivere con un passaporto israeliano: è una contraddizione morale?

No, assolutamente. Non è percepita così all’interno della comunità palestinese; se si ha la possibilità di avere il passaporto israeliano, lo si deve prendere. Intanto ti accorgi di una cosa: la prima cosa che ti dicono gli israeliani, appena inizi ad avere idee dissonanti, è “perché non lasci il passaporto?”. Se un sionista ti spinge in quella direzione vuol dire che a lui fa comodo. Poi è un documento, se nasci sotto occupazione i documenti te li fanno i colonizzatori. A livello pratico è uno strumento: sei sempre sotto occupazione ma hai più libertà di movimento nella tua terra, che non sarà mai quanto quella di un israeliano ebreo, ma sei un palestinese che può vivere nella Palestina storica usando la cittadinanza israeliana. C’è una distruzione dell’identità che punta tanto su questo elemento: ad un certo punto ti senti un cittadino dello stato israeliano ed accetti che hai meno diritti per quel tipo di condizione. Soprattutto se sei in diaspora come me, che vivo all’estero ed ho la cittadinanza italiana, è uno strumento che serve: se ci rinunciassi non potrei più tornare in Palestina. A loro non fa guadagnare niente; a livello morale ed etico non sussiste il problema perché non mi riconosco minimamente in quel passaporto, è un pezzo di carta che mi serve per entrare e per avere un minimo di tutele, poiché probabilmente altrimenti non sarei potuto andare tutte le volte che ci sono stato: se fai un po’ di attivismo, ti rimandano indietro all’aeroporto. È una contraddizione loro questa, che lo stato ebraico al suo interno abbia persone che considerano nemici. Quando ci pensi le prime volte ti viene l’istinto di dire, “lo brucio, mi fa schifo” o “non mi ci riconosco”, ma poi capisci che non è che ti ci devi riconoscere, è uno strumento che puoi utilizzare sia per vantaggi personali ma anche per la causa. È uno strumento contro l’occupante. Forse questa percezione è più sentita nelle generazioni dei più vecchi. Penso ad esempio a mia nonna, al mio babbo che non l’ha mai rinnovato e non torna in Palestina da 20 anni, o ad un suo amico che quando ha preso la cittadinanza italiana l’ha effettivamente bruciato. La loro generazione è quella che ha vissuto più il cambiamento; è vero che prima c’era l’occupazione, ma non era una cosa così distopica e draconiana, in certi contesti potevi far finta di ignorarla. Loro che non riescono più a farlo si tolgono anche la possibilità di tornarci ma perché ci stanno male, non perché si sentono traditori. A un certo punto smettono di vederne l’utilità. I giovani invece vogliono il passaporto perché vogliono avere lo strumento di potere di poter entrare ed uscire con più tutele, nonostante i controlli ci siano sempre, ma sono meno violenti di quelli che subiscono i palestinesi con la carta verde palestinese.

 

– Da italo-palestinese, come reputi l’atteggiamento del nostro governo, apertamente filosionista, nei confronti della questione palestinese e della condotta israeliana?

È filosionista come tutti i governi, l’atteggiamento non cambierebbe con una maggioranza diversa. Non mi concentrerei sul governo, ma più che altro sulla classe politica di questa generazione, che è completamente asservita all’imperialismo americano e di conseguenza ad Israele. La destra al governo poi lo fa anche per ripulirsi la coscienza, sta dicendo “ora i nazisti non siamo più noi, ora difendiamo gli ebrei” ma in realtà lo fa solo in chiave antislamica. Per questo chiamano Israele l’avamposto dell’Occidente in Oriente. Hanno tradito delle garanzie e delle responsabilità che avevano verso i cittadini nostri che esulano anche dall’idea di sionismo, perché hanno semplicemente violato le leggi del diritto internazionale. L’Italia, nonostante l’invito della Corte di Giustizia internazionale agli stati Onu a sanzionare Israele o ad applicare l’embargo alle armi in Usa per il “plausibile” genocidio a Gaza, non solo non introduce sanzioni, ma non smette nemmeno di inviare armi, non smette di dare appoggio politico, di incontrare i rappresentanti israeliani in territorio italiano, e afferma che non applicherà i mandati della Corte Penale internazionale; tutto questo senza minime conseguenze, neanche nell’opinione pubblica. Non ci si rende contro che, nella lontana eventualità che Israele venisse condannato per genocidio, l’Italia sarebbe complice, a livello giuridico. Tajani continua ad inviare armi, Crosetto continua a fare accordi, le nostre università non partecipano ai boicottaggi, nemmeno di accordi che portano allo sviluppo di tecnologia bellica: tutto questo non rispetta la nostra Costituzione, perché stiamo partecipando ad un progetto coloniale aggressivo e genocida che non ha niente di difensivo, anche a livello di diritto internazionale. Magari tra dieci anni pagheremo come stato, come abbiamo già fatto con il fascismo; lo stiamo rifacendo alleandoci con chi commette un genocidio. Stiamo diventando noi una colonia israeliana. La Meloni, che tanto parlava di sovranità italiana, sta asservendo un regime estero, facendo un danno agli italiani, solo per rientrare nelle grazie di Trump e Netanyahu.

 

– Per il tuo lavoro di attivismo hai subito una serie di ritorsioni, sfociate anche in un’aggressione fisica, avvenuta al tuo ritorno a Roma da Gerusalemme. Credi che la repressione violenta delle idee antisioniste e pro palestinesi possa essere considerata sporadica o sistematica? Perché, a tuo avviso, è comune vedere questo genere di rappresaglie da parte dei sostenitori di Israele?

Perché sono abituati alla violenza e all’impunità. Quando, come nel mio caso, arrivano ad usare anche la violenza fisica, rappresentano a pieno ciò che vogliono difendere. Vogliono mantenere l’impunità e la possibilità di punire chi non la pensa come loro senza argomentare o passare dagli strumenti democratici, il dialogo o il dissenso. Siccome difendono un’ideologia violenta, genocidaria, di occupazione e di pulizia etnica, non la possono difendere con argomenti che siano accettabili in qualsiasi contesto fuori dal loro circolo, quindi cercano di limitare la discussione in questi modi. A livello fisico, in Italia, verso gli attivisti, hanno smesso perché hanno capito che era controproducente, perché attirava troppo l’attenzione. Hanno però iniziato ad utilizzare altri tipi di armi, tra cui una grossa rete di lobbying, non grande come quella americana che controlla il Congresso, ma abbastanza ferrata da poter esercitare repressione, anche ad esempio sullo speech online: è facile ricevere una denuncia per un commento non gradito e ritrovarsi la Digos in casa che sequestra telefono e computer. Sono repressioni eterodirette da qualcuno. È una cosa che stiamo ereditando da Israele: controllo e repressione basati anche sui social, il riconoscimento, la punizione del dissenso.

 

– Non solo censura mediatica, ma anche social: il tuo profilo, come quello di molti attivisti palestinesi, è stato più volte oscurato da Meta. Perché i luoghi virtuali, che dovrebbero essere liberi ed esenti dalle dinamiche politiche dei vari governi, limitano anch’essi, in maniera arbitraria, la libertà di parola degli utenti?

I social sono un prodotto del sistema capitalistico e non si discostano mai dai centri di potere. In questo momento storico sono molto vicini ad Israele e i social seguono queste direttive. Bilanciano la loro censura con il fatto che devono mantenere un minimo di utenza: all’inizio la censura online era più spinta, ma in seguito ad una serie di cause legali e all’allontanamento di molte persone dai loro profili, hanno dovuto mediare. La censura è diventata soft. Alcune cose sono comunque vietate: ad esempio non si può far vedere Hamas, nemmeno per parlarne male, perché non si deve umanizzare, perché se uno ascolta il discorso di Sinwar può farsi un’opinione sua. Infatti quando ti levano le storie di dicono che hai mostrato le immagini di un’organizzazione che ritengono pericolosa. È come se avessero una verità storica in mano. Ma viviamo in un momento storico in cui la verità non ce l’ha nessuno e non sappiamo come verrà ricordata quest’epoca; i social si propongono come le nuove piazze pubbliche, ma il fatto che ti impongano una nuova verità assoluta, derivante dalle indicazioni del governo americano, da dove vengono tutte le aziende tech, spegne il dibattito. È pericoloso, ma ce ne siamo resi conto tardi, perché abbiamo sempre creduto fossero le piattaforme del libero pensiero. Li usiamo perché sono strumenti immediati ma non sono la soluzione per il futuro.

 

– L’occidente, forse per un debito morale nei confronti della comunità ebraica, tende, in linea generale, ad assumere posizioni filosioniste e a sostenere il regime israeliano, a discapito del popolo palestinese. Quanto credi sia determinante in ciò la mancanza di conoscenze del mondo arabo, o l’errata credenza secondo cui intere popolazioni si identifichino nelle cellule islamiste che operano sul territorio?

L’appoggio a Israele è dato quasi, più che in chiave di protezione del popolo ebraico, per difesa dall’Islam. Spesso e volentieri la narrativa e la propaganda sia occidentale che israeliana si forma intorno al credere che “se non li ferma Israele, arrivano da noi”, ma ad Hamas questo non interessa. Il pulirsi la coscienza dai crimini nazifascisti dell’Europa e spostarli su Israele fa anche parte della narrativa. Questo succede anche a chi è proPal, che dice “Israele è cattiva”. Ma Israele siamo noi, è l’Occidente, il colonialismo occidentale che sterminava i popoli e che si è poi riversato sugli stessi europei, ed ora subisce un colonialismo di ritorno. La studiosa ebrea americana Naomi Klein ne parla in modo più approfondito, ed in merito è molto interessante anche il lavoro di molte comunità giovani di ebrei che studiano come la strumentalizzazione della memoria della Shoah sia servita a concedere a Israele un’eccezione del consenso internazionale e decoloniale, riformulando tramite il sionismo il colonialismo come ripartizione per il genocidio nazista.  Di fronte ad un trauma che non è stato elaborato, si utilizza la ritraumatizzazione della comunità europea e degli ebrei in diaspora per spingere l’appoggio a Israele ed al suo progetto coloniale. Israele rappresenta anche il modello per le destre mondiali, perché è uno stato con un’unica etnia, un’unica religione, con delle leggi di difesa dei confini violentissime. Quando Salvini e Meloni dicono “Israele è un modello di democrazia” è perché per loro è davvero un modello, che condivide l’idea di ristabilire il nazionalismo che arriva fino al contemplare una razza pura per ogni stato.

 

– I media e gli opinionisti occidentali si trovano divisi nel considerare ciò che sta subendo ed ha subito il popolo palestinese come un genocidio. Dove, secondo te, stanno sbagliando, e cosa non tengono in conto?

Questa divisione era più marcata all’inizio, ora è abbastanza condivisa; il dibattito continua più che altro in Italia, ma un punto è stato messo dai report delle organizzazioni umanitarie che confermano le accuse di genocidio. Ora, chi non vuole usare la parola genocidio, può solo giustificarsi dicendo che non si trova a suo agio, ma non riesce più a contestarla. Per noi palestinesi era chiaro sin da subito, perché sappiamo qual è la mentalità israeliana e che per Israele si è da sempre trattato di una guerra di annientamento, che doveva mandare un messaggio, ovvero far capire cosa succede a toccare lo stato ebraico. È un genocidio di vendetta. Loro non vogliono ammetterlo, ma di questa violenza ne hanno bisogno: il sionismo ed il colonialismo sono l’oppressione dell’altro. Ma capisco il contesto nel quale c’è stata un po’ di reticenza dall’ammettere il genocidio. Quelli che lo negavano con forza l’hanno fatto o in malafede, o in completa ignoranza, o perché appoggiavano le azioni genocidarie israeliane, come nel caso dei media mainstream. Quando si parlava inizialmente di genocidio diventava tutto un titolo, come nel caso di Ghali a Sanremo che ha fatto impazzire tutti, ora invece fa notizia chi lo nega, in un contesto un po’ più progressista. Ma i giornali mainstream non si sono mai adeguati, sono sempre stati la scorta mediatica di Israele.

 

– Il sostegno al popolo palestinese è stato più volte espresso nel corso degli ultimi 15 mesi attraverso proteste, presidi e manifestazioni. La repressione da parte delle forze dell’ordine è stata spesso spietata; il governo, utilizzando come pretesto i presunti atti violenti compiuti dai manifestanti, ha approvato il Ddl sicurezza. È un tentativo di silenziare le voci pro-Palestina? Quali potrebbero essere le conseguenze?

È un tentativo di ristabilire un’ideologia fascista, di repressione totale e del pensiero unico. È chiaro che non vogliano il dissenso dell’opinione pubblica su questioni palestinesi, ambientali e su altri temi, ma davvero c’era bisogno di un Ddl sicurezza e di una nuova legge che permette, oltre a vietare le manifestazioni, anche di entrare ed avere informazioni di cosa si dice dentro le università, su studenti, professori, religione e pensiero politico, in un periodo storico dove la maggior parte delle manifestazioni sono non violente? Mi verrebbe quasi da dire “peccato”: ci stanno reprimendo anche se stiamo manifestando con tutti i crismi del caso, in piazza non succede nulla, non ci sono stati tentativi di violenza strutturata e nessuno ha infastidito politici; si stanno comportando come se ci fossero le Brigate Rosse al quadrato. E non serve nemmeno a niente: le manifestazioni, ad oggi, sono utili per fare gruppo, è un ritrovo di persone che decidono di lavorare per obiettivi, ma ci si ferma lì. Siamo una generazione di depoliticizzati, me compreso, e ci si muove tutti a livello individuale perché non si è più in grado di farlo collettivamente. E riescono a reprimere anche questo? Poi usano le scuse dei pro-Palestina, i no-tav e altri attivisti per dire che sono violenti quando in realtà è davvero difficile trovarle queste situazioni violente; anche se ci fossero, sarebbero l’espressione di un disagio che viene dal basso. Mi sembra molto preventivo questo silenziamento del dissenso, forse hanno in mente di introdurlo ora per utilizzarlo quando le politiche del governo diventeranno più aggressive ed il dissenso si inasprirà di conseguenza.

 

– I militanti di Hamas vengono spesso considerati come terroristi mostruosi e sanguinari. In molti casi si ritiene che, con l’attacco del 7 ottobre, abbiano commesso un grave errore, a discapito degli stessi palestinesi. È veramente così? Come sono visti dai palestinesi?  È giusto pensare che, nelle condizioni in cui il popolo palestinese è vissuto negli scorsi 76 anni, la resistenza armata possa essere una risposta plausibile e giustificata?

Non posso parlare a nome di tutti i palestinesi, ma posso condividere la mia idea. Hamas, come movimento politico, non mi fa personalmente impazzire, ma è stato scelto dai palestinesi, a cui erano state permesse libere elezioni, salvo poi dire che sono stati eletti dei terroristi. L’Occidente lo fa sempre, quando non gli piace chi viene votato allora questo diventa un terrorista. Su queste etichette poi ci costruiscono una narrazione. Intanto l’etichetta di terrorismo non ha una definizione ben specifica, quindi ognuno la usa a modo suo (ad esempio per me gli stati più terroristi al mondo sono gli Stati Uniti ed Israele), le azioni terroristiche sono un’altra cosa. Sono anche quelle che usava Nelson Mandela, che per liberarsi dall’apartheid sganciava le bombe; eppure è ricordato come uomo di pace perché la storia, andando avanti, ha poi mostrato come funzionano questi processi. Anche la resistenza palestinese è una resistenza armata in funzione prettamente decoloniale. Che muoiano dei civili durante gli atti di resistenza armata è sempre successo: a me dispiace, vorrei non morisse nessuno, o al massimo solo i militari, ma chi ha messo dei kibbutz sotto un campo di concentramento? Un rave sotto un campo di concentramento? Si responsabilizza sempre la vittima, che può ribellarsi ma con le nostre leggi ed i nostri metodi, che per primi non rispettiamo. Abbiamo attuato l’apartheid, l’occupazione, il colonialismo; Gaza era di fatto un ghetto nazista, come è stato detto da Maša Gessen ed altri studiosi, anche ebraici. Gabor Maté, uno psichiatra del trauma ebreo, che da sionista, analizzando la situazione e stando in Palestina, ha cambiato idea, è arrivato ad affermare che “oggi Gaza è Auschwitz su Tik Tok”. In una situazione di violenza del genere, e soprattutto come ci insegna la storia del colonialismo, che è una macchina di violenza senz’anima che crea sempre violenza, non si tratta di semplice giudizio morale. Se vuoi dire che la risposta armata non ti piace puoi farlo, ma non dire che è un atto terroristico o che stavano andando a caccia di ebrei, perché a loro non fregava niente: se fossimo stati lì, avrebbero preso anche noi. Ma questa cosa è difficile da far passare perché ci hanno lavorato tanto di propaganda, perché c’è un doppio standard razzista occidentale sulla questione.  Per quanto mi riguarda, i miliziani della resistenza di Hamas e di tutte le altre fazioni palestinesi verranno ricordati come partigiani: non per un fattore poetico o eroico, ma per quello che hanno fatto e per quello che hanno combattuto. Poi ognuno li valuta come vuole; ma se si apprezzano i partigiani italiani, non si possono non apprezzare i miliziani, o chi ha lottato contro l’apartheid in Sudafrica, per quanto l’apartheid sudafricano, seppur violentissimo, è stato meno violento dell’occupazione e del colonialismo che applica Israele. Ciò che fa Israele in modo così violento, sistematico e continuativo, si è visto poche volte nella storia. Soprattutto non rispondeva mai alla resistenza non violenta; per me quest’ultima è teatro, se nel momento in cui tu mostri la tua sofferenza ed i crimini dell’altra parte e la comunità internazionale non interviene, cosa puoi fare? Questa è la domanda che dovrebbero farsi tutti: tu, al posto loro, cosa avresti fatto? È facile dire “non usare la violenza”, ma durante le manifestazioni pacifiche del 2018 per la Grande marcia del ritorno, i palestinesi sono stati ammazzati. Anche la questione dell’islamismo di Hamas ha poco conto: non c’è niente di religioso nelle rivendicazioni degli obiettivi politici e militari, se non il poter andare a pregare a Al-Aqsa. Ma Hamas vuole liberare la Palestina perché ammazzano i loro fratelli e i loro figli, e lotta contro l’occupazione. La guerra di religione, semmai, è quella israeliana, per cui “questa è la nostra terra e ci è stata data da Dio”.  In più parlare di violenza antisemita vuol dire non prendere in considerazione i fatti e legarsi alla propaganda superficiale per descrivere i palestinesi come persone meno civilizzate e meno umane di noi.

 

– Di recente sei tornato in Palestina. La situazione che hai trovato è quella che ti aspettavi? Quanto di ciò che accade nella quotidianità dei palestinesi non ci viene raccontato o viene addirittura nascosto?

La cosa più violenta che fa l’occupazione è rubarti il tempo. Lo fanno con i checkpoint; una volta, per andare da Ramallah a Betlemme (circa 27 km) ci ho messo 4 ore, e non c’era ancora la situazione disastrosa che c’è oggi. Ti fanno sentire l’oppressione. Anche in Cisgiordania, dove non c’è la resistenza armata, se non dentro le città per difendersi dalle impulsioni israeliane, non si è mai intervenuti internazionalmente; ci si aspetta che i palestinesi resistano da soli e perdano la testa, per poi stupirsi di ciò che accade. Secondo me bisogna capire che le azioni terroristiche non sono una cosa da non prendere mai in considerazione: nel momento in cui ti tolgono tutto e tu non hai gli strumenti per reagire secondo le regole del diritto internazionale, che tra l’altro nemmeno questa “etnocolonia” che ti sta opprimendo rispetta minimamente, ad un certo punto l’attentato terroristico inizia a far parte delle possibilità che prendi in considerazione, perché è uno strumento. In Cisgiordania la vita è un inferno; io quando sono andato sono stato bene, ma per merito dei palestinesi. Stai bene eppure soffri, infatti quando sono tornato sono stato molto male. È una contraddizione continua: stai in questa terra che ami, circondato da persone che sono felici di viverla nonostante le difficoltà, ma durante la giornata incontri cose come l’occupazione, notizie di violenza e di morte, il coprifuoco, i checkpoint chiusi… È così da sempre. È impossibile da capire fino in fondo se non ci si è stati.

 

– Può davvero avere senso la soluzione dei due stati?

No. Il bello è che Israele non l’ha mai presa in considerazione al suo interno, mai. L’ideologia sionista non opprime solo i palestinesi, ma anche gli israeliani. I palestinesi non vengono uccisi dagli israeliani perché nascono cattivi, per la loro religione o per la loro provenienza. Gli israeliani diventano macchine di morte e di assassinio di massa a causa dell’ideologia sionista. Anch’io, se fossi nato a Tel Aviv da una famiglia israeliana integrata nella narrazione sionista, oggi starei ammazzando bambini a Gaza, e non ci vedrei nessun problema. Non è per deresponsabilizzare chi ha commesso i crimini, ma vogliamo quantomeno salvare le nuove generazioni? Altrimenti Israele continuerà ad essere una fabbrica di assassini di massa. Finché si mantengono due popoli e due stati, e continua ad esistere uno stato fondato su un’ideologia coloniale, di occupazione e di apartheid, violenta ed espansionistica, non ci sarà mai pace con quello stato. Continuerà ad attaccare e a commettere crimini contro l’umanità. Andrebbe istituito uno stato unico e democratico per tutti.

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