Il miglior ristorante in città – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 16 Mar 2026 21:00:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 “Le But” a San Michele de Murato, Corsica https://www.carmillaonline.com/2013/08/11/le-but-a-san-michele-de-murato-corsica/ Sat, 10 Aug 2013 22:01:16 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=7135 di Filippo Casaccia

SMMurato

Se avete letto Asterix in Corsica avete già più o meno un’idea degli isolani: un popolo di montagna che vive di fronte al mare, orgoglioso, passionale e bello (Laetitia Casta, per dire). E che mangia benissimo. Per noi italioti la Corsica è lì davanti e a Bastia ci arrivi in traghetto, più o meno comodo. Poi prendi la nazionale 193 verso sud e al primo rondò che indica Murato, t’inerpichi a destra. Venti minuti e ci sei, accolto su un poggio scenografico dalla chiesetta di San Michele, un romanico pisano zebrato da urlo: [...]]]> di Filippo Casaccia

SMMurato

Se avete letto Asterix in Corsica avete già più o meno un’idea degli isolani: un popolo di montagna che vive di fronte al mare, orgoglioso, passionale e bello (Laetitia Casta, per dire). E che mangia benissimo. Per noi italioti la Corsica è lì davanti e a Bastia ci arrivi in traghetto, più o meno comodo. Poi prendi la nazionale 193 verso sud e al primo rondò che indica Murato, t’inerpichi a destra. Venti minuti e ci sei, accolto su un poggio scenografico dalla chiesetta di San Michele, un romanico pisano zebrato da urlo: all’ignoto architetto medievale il classico bianco e nero a strisce doveva sembrare banale, ed ecco una lisergica fantasia di Lego intrecciati.
Ma non siamo qui per questo: arrivi in paese e dalla strada il bar-ristorante Le But non si presenta granché. Entri ed è il classico baretto di mezza montagna, con gli avventori rumorosi che parlano di calcio sorseggiando un bianchetto, fumando in spregio di ogni normativa. Sui muri foto anni Settanta della squadra locale, con baffoni e basettoni d’ordinanza. Inoltre occhieggia Roger Milla, indimenticabile bomber del Camerun e del Bastia.
Sali di un piano attraverso un’angusta scala ed è un altro mondo: una sala rustica e accogliente, rigogliosa di piante di corbezzolo e foto ottocentesche. Il servizio è puntualissimo, esplicativo e incalzante. Mi hanno detto che cenare qui è un impegno agonistico: sono pronto.
Ti accomodi e dopo un rinfrescante bicchiere di vino di pesche, parte la singolar tenzone: minestra di verdure per predisporre lo stomaco. Ottima. Poi il primo shock sensoriale, gli affettati: lonza e coppa, in un tripudio di sapori, e subito l’uno-due: carciofini al basilico, pomodorini secchi e funghi a volontà, innaffiati da vini locali. Queste sono esperienze che ti segnano e io, da provincialotto, faccio l’errore di riempirmi il piatto più volte. Anche se ti piangono gli occhi, resisti e trattieniti, perché la festa deve ancora cominciare.
Siccome s’intuisce che tu sia già alla congestione, ti viene servita della grappa di mirto come se fosse un prezioso idraulico liquido. Uno volta stappato, parte il round di primi. Il mâitre introduce ogni portata con un imperativo prussiano: “ora dobiamo asagiare”. È una piacevole condanna. Tocca ai clamorosi cannelloni: al formaggio e prosciutto per i poveri di spirito e al broccio (una specie di ricotta), menta e timo per i più raffinati. Come direbbe Moe, il barista di Springfield preferito da Homer Simpson, “C’è una festa nella mia bocca!”.
Sei suonato, vorresti gettare la spugna e già parte il secondo round: uno spezzatino di vitello tenero in maniera commovente. Il tuo calice trabocca e la pancia è tesa come un Tango Adidas quando arrivano gli imperdibili formaggi con marmellata di fichi. Un giulebbe di sapori inebrianti, coronato da pesche al liquore e dal classico giro di acqueviti della casa.
Il trattamento a menu fisso costa 45 euro, ma poi non mangi per una settimana, per cui c’è una convenienza. Ci devi arrivare digiuno (meglio se di due giorni) e prevedere almeno tre ore di degustazione: ti servono tutte se non vuoi rischiare il colpo apoplettico. Io mi sono alzato barcollando e ho ripreso vita passeggiando nel paesino. C’era una festa di piazza e cantava un tipico gruppo polifonico indigeno, di quelli che inseguono ardite armonie con la mano a tappare l’orecchio, come se avessero tutti mal di denti. Nello stordimento, riconosco qualcosa: “E se io muoro… da partiggiano…”. È Bella ciao! Be’, posso morire felice.
Le But è anche una discoteca (con scaltra mossa di marketing, si chiama The But), per darsi al cucco isolano enfi di alcol e cibo. Ma di musicaccia techno io non so che farmene e ribadisco il consiglio, raccomandando l’imprescindibile prenotazione allo 0033 4 95376092: astenersi vegetariani e inappetenti.

(Questo post è già stato pubblicato su Carmilla nel 2008, ma il consiglio è sempre valido e chissà mai che non siate in giro da quelle parti).

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Divine Divane Visioni (Iena Videns 02/03) — 33 https://www.carmillaonline.com/2012/02/09/divine-divane-visioni-iena-vid-2/ Thu, 09 Feb 2012 23:16:59 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=4184 di Dziga Cacace

E lasciami gridare, lasciami sfogare… Adriano Pappalardo, Ricominciamo

ddv3301.jpg370 — Black Hawk Down, aridaje, del fascistizzato Ridley Scott, USA 2002 e… Barcelona!

Come a esorcizzare le bombe vere che scoppiettano a Baghdad come ciocchi nel camino, ci vediamo un film di guerra, perso l’anno scorso nonostante le buone recensioni. Nella Somalia di dieci anni fa, in preda alle guerre tribali, gli USA intervengono per garantire il rifornimento di cibo e medicinali gentilmente concessi dalla comunità internazionale. Ma siccome c’è un cattivone di turno cui dare una lezione (il feroce Aidid), la missione di pace diventa una disinteressata [...]]]> di Dziga Cacace

E lasciami gridare, lasciami sfogare…
Adriano Pappalardo,
Ricominciamo

ddv3301.jpg370 — Black Hawk Down, aridaje, del fascistizzato Ridley Scott, USA 2002 e… Barcelona!

Come a esorcizzare le bombe vere che scoppiettano a Baghdad come ciocchi nel camino, ci vediamo un film di guerra, perso l’anno scorso nonostante le buone recensioni. Nella Somalia di dieci anni fa, in preda alle guerre tribali, gli USA intervengono per garantire il rifornimento di cibo e medicinali gentilmente concessi dalla comunità internazionale. Ma siccome c’è un cattivone di turno cui dare una lezione (il feroce Aidid), la missione di pace diventa una disinteressata missione di guerra. Uno stormo di elicotteri vola su Mogadiscio per catturare un signorotto locale, ma i somali sono birichini e tirano giù un Black Hawk. Oh, disdoro: ‘sti selvaggi straccioni hanno fatto questo a noi? Ovviamente non si lascia nessuno sul campo (salme e feriti nonché soldati persi nell’intrico di stradine della città) e i rangers ingaggiano una tremenda lotta per portare il culo a casa. Alla fine della giornata ci saranno 19 perdite tra gli americani contro le 1000 dei somali che, essendo dei morti di fame sconfitti dalla storia, sono ovviamente cattivi, isterici e violenti, nessuno se ne incula la memoria e se lo saranno pure meritato, tiè. Narrativamente il film fila come uno Stuka in picchiata: ritmo incalzante, poca psicologia, molta azione. La messa in scena è superba, con begli effetti e la fotografia che ha ‘sta cosa dell’otturatore che dà un effetto da videogioco; poi attori funzionali e montaggio notevole del premio Oscar Pietro Scalia. Quello che invece repelle è il messaggio monodirezionale su chi debba dirigere i destini del mondo, perché è buono, bianco e sa sempre cos’è giusto fare. Il nemico è talmente “nemico” che non viene quasi mostrato, non vediamo il suo volto né sappiamo le sue motivazioni, giuste o sbagliate che siano. I somali di Aidid non hanno nulla da perdere, sono sanguinari e sono neri neri (che poi, i somali, tanto neri non sono, ma vabbeh). Comunque incarnano per l’Occidente il perfetto babau di infantile memoria. Film così non raccontano la guerra, la producono, la instillano nella mente debole della gente, abituano a pensare che sia necessaria. E magari giusta.


Insomma: Black Hawk Dawn è uno schifoso film divertente. Ridley Scott — grande metteur en scene, non ci piove — è molto attento a questioni plastiche e formali, però molto distratto o indifferente sui messaggi che i suoi film portano al pubblico. Giusto per completare lo sfogo gastro-politico-cinematografico: Tareq Aziz, il vecchio amico di Formigoni (perché petroleum non olet), dichiara che la guerra, per l’Iraq, sta andando benissimo. A naso questi non durano un’altra settimana. Durante la quale mi prendo una vacanzina: una pausa lavorativa concede 3 giorni di svago e allora un venerdì ci fiondiamo a Barcellona, la città più in del momento, per un week end di architettura, sesso e chorizo. In Catalogna ci si vola in un attimo e quando siamo lì vanifichiamo il viaggio celerrimo perché Barbara ha i complessi e non vuole prendere un taxi. Sono uomo di mondo aduso alla fatica e allora raggiungiamo il nostro albergo di stralusso su un plebeo autobus, camallandoci il trolley come degli animali da soma per due chilometri di Passeig de Gràcia. Arriviamo dopo un’eternità, stravolti, ma l’elegantissimo albergo art déco Condès è tra i due capolavori di Antoni Gaudì Casa Battló e Casa Milà, la Pedrera, e questo fa bene agli occhi e allo spirito. Comunque bisogna avere il cervello fritto dagli acidi per progettare delle cose così. Mangiamo da tale Taxidermista nella centralissima e turistica Plaça Reial, senza considerare che il nome e la locazione dovrebbero far venire sospetti. Infatti sembra di mangiare animali impagliati. Il Barrio Gotico è bello, vissuto, zeppo di stranieri e punkabbestia. E nessuno vuole la guerra, ovvio. Chiaramente, però, questo benedetto Barrio osannato ovunque non vale (architettonicamente, per non parlare dell’estensione) un decimo del centro storico di Genova, ma dirlo fa sfigato, mentre dire che Barcellona è unica fa fichissimo. La vera differenza è che Barcellona è viva e Genova non sta troppo bene. Del resto questa è la città della Breve estate dell’anarchia, di Gaudì, di Mirò, del Barcellona e di Vásquez Montalbán, e affermare queste ovvietà fa molto “ho visto il mondo”. Ma voglio ricordare ai miei affezionati lettori che Genova ha tirato fuori i jeans, la Vespa, il pesto, la focaccia, il Genoa, De André, Paoli, Piano, Lauzi, Villaggio, Fossati, Tenco, Grillo, i Garybaldi, i New Trolls, i Delirium, i Matia Bazar, i Ricchi e poveri e pure Baccini e il Cacace. Olé! Vabbeh, dài, facciamo i cosmopoliti: la cittadina catalana si fa passeggiare, lo ammetto. Sabato entriamo nella Pedrera e ci sentiamo in un film di Michelangelo Antonioni; indi ci facciamo venire il torcicollo alla Sagrada Família: se le cose di Gaudì le avesse fatte un americano, tutti avrebbero detto che era un coglione infantile, invece i catalani hanno licenza per folleggiare e scatenare ammirazione, tipo “quel matto di Pablo” che ballava il flamenco a piedi nudi e poi bisognava pulire col Pronto. Vabbeh. Oh: parliamo di campanili con grappoli di frutta appiccicati, manco fossero la capoccia di Carmen Miranda, eh? Del resto questo è finito sotto un tram perché stava con la testa fra le nuvole… Poi torniamo nel centro storico, visitando anche Santa Maria, la Cattedrale, Sant Pau e infine Palau Güell, coi piedi doloranti. La città è piacevolmente sporca; c’è una marea di punk-chic e di giovani bene che mimano la bohème, ma è una città movimentata, attiva, colorata, ricca, dove si vede partecipazione. E ad ogni modo è architettonicamente e borghesemente ordinata, benestante senza essere cafona, con una sua nobiltà. Dovevano essere anarchici ben eleganti! Città bella, non bellissima, però, brava a vendersi e orgogliosa: vive di contraddizioni architettoniche ben risolte. A pranzo due insipide tapas da tale QuQu che ce lo mette anch’egli nel qu; in serata invece al La Fonda, appena usciti dalla Rambla, e qui invece si gode. Domenica tocca a Casa Battlò e poi ci facciamo altri giri fino al Parco Güell (un’altra follia, ma follemente riuscita), passando anche dal bellissimo e abbacinante Museo di Arte Contemporanea di Richard Meier, nel Raval tanto sinistro quanto esuberante. In serata si cena vicino a Barceloneta, al Siete Puertas, discreto: il commissario Carvalho ci aveva illuso dal punto di vista culinario e probabilmente non abbiamo saputo scegliere bene (o le nostre guide facevano cagare, fate voi). Prima di partire realizzo che non ho cercato il mio amico Juan Franquito, un adorabile peruviano mezzo genovese con cui ho studiato architettura e che oggi vive qui. In compenso nel Barrio ho incrociato un altro vecchio compagno di studi di cui non conoscevo né mai più saprò il nome, ma di cui ricorderò sempre lo sguardo. E dopo la poesia, la dura prosa della realtà: si torna a Milano a respirare fetenzie. (Dvd, 1/4/03)

ddv3302.jpg371 — Non ancora Fame Chimica di Antonio Bocola e Paolo Vari, Italia/Svizzera 2003 e altri delitti

Dunque, vorrei farla breve, ma la storia è questa: a inizio 1998 Paolo Vari, fratello di Barbara, mi ha coinvolto nella scrittura di un soggettone per un film metropolitano, erede di un mediometraggio già chiamato Fame chimica che aveva avuto una certa risonanza. Da farsi a breve, si pensava, il film. E ogni tre mesi c’era una scadenza improrogabile: qualche premio, un bando di concorso, un finanziamento, e ogni scadenza era sempre l’ultimissima, costringendoci a fare le nottate, come per gli esami di Architettura, che eri figo solo con la notte in bianco e le occhiaie in nero come un pachistano. Abbiamo finito nell’estate dell’anno dopo e siamo partiti in vacanza con una sceneggiatura rilegata da 300 pagine che sembrava Novecento: masse oceaniche, la transumanza, le gare con le bighe, costumi tipo Casanova di Fellini e pure l’attraversamento del Mar Rosso. Il progetto era francamente un tantinello sovradimensionato e alla consegna – che anche stavolta era assolutamente definitiva – ne sono seguite altre, perché le sceneggiature non finiscono mai. Nel frattempo avevo cominciato a fare il giullare in tivù e ho perso contatto con gli sceneggiatori, ma soprattutto con Paolo e col Maestro Franz Scarpelli che della scrittura vera e propria era il maggiore responsabile. Sono subentrati altri scrittori, alcune scene sono scomparse, altre hanno legato meglio. Però, vedendo questa copia lavoro che mette in fila, senza montaggio, tutte le scene del film (perché alla fine Fame Chimica è stato girato, questo inverno), scopro che molte mie scempiaggini (scene e dialoghi che avevo scritto) non sono granché cambiate. Oggi vedo finalmente in scena quello che tante volte avevo immaginato. E quando le immagini confermano le mie aspettative, mi piace. Quando questo non accade, un po’ meno. Perché sono stupido, ovvio, però ciò significa che non posso essere obiettivo. Ma Paolo m’ha chiesto di dargli un parere: glielo darò a quattr’occhi perché non vedo cosa possa fregarvene. Per cui non mi rimane che parlarvi di due cose tremende: il David di Donatello e la guerra. Ieri sera s’è consumata la tragicomica diretta tivù per la consegna dei David su RaiDue, coi nostri Oscar consegnati in uno spettacolo al di là del bene e del male, degno di una rete televisiva abusiva degli anni Settanta. Scenografia povera e orrenda e luci sbagliate al punto che quando Lorella Cuccarini (che presentava) si metteva di profilo, le veniva metà faccia nera, come se l’avessero menata. E tra l’altro il copione autorizzava questa ipotesi, con — in sovrapprezzo — l’altro presentatore Massimo Ghini simpatico come un cedro del Libano in culo. In questa parata di letame sono apparsi Luca e Paolo che, davanti alla platea che potrebbe dargli il giusto riconoscimento d’attori, si sono prodotti in tre minuti da imbarazzo folle. Invettive da Iene fuori contesto, davanti a una platea gelida. Orrore. La regia era curata da Stefano Vicario che si dev’essere trovato a lavorare con una torma di lavativi perché tecnicamente lo spettacolo è stato sconcertante: detto di scenografie e luci, sono indimenticabili anche le varie maestranze che impallavano le telecamere, i microfoni lasciati aperti nei momenti meno opportuni (come durante l’esibizione di Piovani), le musiche di sottofondo scelte col culo e diffuse a volumi insostenibili, i cameraman a briglia sciolta ma mai a tempo. Tutto per dare la possibilità al mondo del cinema italiano di pavoneggiarsi a spese del pubblico. Vabbeh: ha vinto molto La finestra di fronte, perché siamo democratici e assolutamente gay friendly, scornato invece Muccino, perché ha già rotto le palle, intesi? Ma che valore avranno, poi, ‘sti premi – a parte compiacere l’ego dei premiati – nessuno lo sa. Avete mai sentito dire uno: vado a vedere il tale film, che ha vinto un David? Io no! Ho gustato questa coppa di tosco fino alla fine (3 ore secche), mentre Barbara agonizzava sul divano. E nel frattempo la guerra sembra finita, o forse no. Fatto sta che il regime di Saddam s’è dissolto e la pace regna a Baghdad. Per le strade qualche centinaio di iracheni dà ridicolo spettacolo di sé prendendo a ciabattate le statue abbattute del Rais. Comodo, adesso, eh? Ci stanno raccontando che son tutti contenti, ma a vedere le immagini affiora qualche dubbio: per la promozione in serie C di una qualunque squadra di calcio italiana c’è molto più casino ed entusiasmo (non so se il paragone regga, ma voi andate avanti senza farvi troppe domande). Comunque bisogna dare una giustificazione ai 3000 morti sin qui accumulati, mentre di armi chimiche e di sterminio (sbaglio o questo era il motivo?) non si sa nulla. Magari dopo averle messe al posto giusto, le troveranno pure. Le clamorose teste di cazzo che infestano il paese cantano vittoria (di chi? Su cosa?) e si prendono l’illusoria rivincita contro chi la guerra non la voleva, come se fosse un derby calcistico e i pacifisti tenessero per Saddam. Il problema è che la guerra vera comincia adesso, non la dichiarerà nessuno e al prossimo 11 settembre — che ovviamente non sarà un 11 settembre — gli americani si guarderanno intorno smarriti, ancora una volta incapaci di capire cosa stia accadendo. (Vhs telecinema; 10/4/03)

ddv3303.jpg372 — L’esiziale Adele H., una storia d’amore di François Truffaut, Francia 1975

Adele, secondogenita di Victor Hugo, era — tanto per chiarirci subito — una piaga logorroica, rompicoglioni, grafomane e pazza. E questo lo mettiamo da parte. Dunque: fingendosi un’altra, insegue in capo al mondo il suo amato, un militare inglese, tale Pinson: per lui un’autentica iattura, per lo spettatore anche. La storia di questo folle amore procede a strattoni e si conclude con degli scarni cenni biografici: Adele finirà in sanatorio. E chi l’avrebbe mai detto, eh? Un film strano, narrato con discontinuità, più attento ai particolari psicologici che all’impianto generale, ad ogni modo lontanissimo da come si costruirebbe oggi una vicenda simile. E lì sta la sua originalità e preziosità: per dire, ci sono le tipiche accelerazioni di Truffaut che all’improvviso fa parlare una voce narrante e ti fa saltare due mesi di narrazione. La confezione è povera ma elegante, con la cinepresa concentrata sul volto perlaceo della Adjani (che sarà pure bella, ma è erotica come una Barbie di ceramica in costume vittoriano). Fotografia verdastra di Néstor Almendros, montaggio spezzato di una marea di gente. Allora: com’è ovvio, a prima vista questo Truffaut non m’ha fatto impazzire. Anzi, no: mi ha proprio scassato i coglioni. Forse non ho più l’età (in realtà non ho mai amato questo cinema francese anni Settanta, molto di sentimento, poco di goduria visiva), ma so anche che si tratta di un film che non mi cercava, che non mi voleva come spettatore, perché ha nuances che… no, dai: è una grossissima menata e basta, perché a una sciagurata frignona come questa Adele qui, non puoi voler bene o comprenderla neanche dieci secondi, eh. Mi dispiace, ma non ho comprato tutti i film di Truffaut con l’Unità per cui non mi sento obbligato a scrivere che ogni cosa che ha fatto sia un capolavoro, ecco. Invece, in questi giorni ho beccato Intrigo internazionale su Retequattro e ho rivisto la clamorosa scena in cui viene spiegato a Cary Grant l’inghippo spionistico che lo coinvolge, con l’audio coperto dal rumore dei motori di un aeroplano. Geniale. Se non altro, su Hitchcock Truffaut aveva ragione. (Vhs da Tele+; 16/4/03)

ddv3304.jpg373 — Shaolin Soccer di un rimbambito, Hong Kong/USA 2002

Guidati da un allenatore in cerca di rivincita, nasce un’incredibile squadra che fonde calcio e tecniche shaolin e trasforma i peggio disperati in un team imprevedibile e vincente. Il Real Shaolin vincerà una Coppa di Cina schiantando gli avversari dopati. Forza della fede. Di questa insostenibile e tremenda puttanata commessa da tale Stephen Chow ci aveva colpito un trailer visto l’anno scorso a San Francisco. Finalmente il film arriva anche da noi, accolto da recensioni entusiastiche (vedi Film TV… questi son pazzi). Ma c’è il solito “ma”. Hanno tagliuzzato il film e lo hanno doppiato mettendoci parlate regionali italiane (?), affidandole a calciatori (che cosa me ne frega se Pancaro, Mihajlovic e Peruzzi ci mettono la voce? Mah!) e ad attori che si sentono istrioni quando storpiano un dialetto (la Premiata Ditta, gente che sta alla comicità tanto quanto Hitler sta alla tenerezza). Ora: per conto mio, il film farebbe cagare uguale, ma cagare a spruzzo e con dolori ventrali tipo parto. Però per Barbara, invece, il doppiaggio oltraggioso ha sicuramente inficiato la visione: sarà. Va detto che l’umorismo cinese è a un livello che più infantile non si può, tutto al grado zero, tutto prevedibile in maniera umiliante. Per esempio a un certo punto c’è la classica gag della buccia di banana (o qualcosa di simile, ho già rimosso): tu vedi un protagonista che cammina verso il pericolo e pensi: “Chissà cosa si inventano? Eh eh eh…”. E invece niente, il tizio ci mette il piede sopra e, pensate un po’… casca! Ma neanche le comiche degli anni Venti erano così basiche, dai. C’è qualche scena divertente quando gli effetti alla Matrix sono contestualizzati nel calcio (con effetti tipo Holly e Benji e parabole impossibili, palloni deformati etc.), ma anche qui non è che ci si sforzi molto. In più il film ha il passo della tartaruga sgozzata e dopo un quarto d’ora vorresti un telecomando con l’avanzamento veloce per dare una botta di vitalità a questa farsaccia troppo orientale e rilassata. Lo abbiamo visto coi genitori di Barbara in una multisala di Castelletto Ticino. Pubblico lombardo tipo convegno a Pontida, intonazioni gutturali e puzza diffusa di popcorn. Ma la proiezione era corretta e la platea silenziosa (perché attonita, immagino). Poi il giorno dopo ho rivisto un nuovo montaggio di Fame chimica assieme a Paolo, il regista quasi cognato. Sta migliorando (il film; lui è inguaribile, invece) ma forse devono girare alcune scene aggiuntive. A me piace di più, adesso. Non sono obiettivo, embeh? (Cinema Metropolis, Castelletto Ticino; 20/4/03)

ddv3305.jpg374 — L’anemico I lunedì al sole di Fernando Leon De Aranoa, Spagna 2002

25 aprile moscio, per cui si va al cinema. Cercando l’impegno e questo ci capita: Vigo, città portuale spagnola in grande crisi. Sullo sfondo di lotte sindacali finite malissimo seguiamo le vicende di un gruppo di disoccupati rimasti umanamente schiantati dalla crisi. Non hanno più la forza di ricominciare. Si abbandonano e lasciano scorrere la vita, esili figurine amareggiate. I lunedì al sole è un film lungo, piagnucoloso, con parti non troppo risolte e qualche momento di sollievo, ma, se devo dire, non m’ha fatto piacere per niente. Tre mesi e l’avrò dimenticato. Il fatto è che avrei voglia di vedere film memorabili, che mi cambiano, che mi arricchiscono, che rimangono. A me di vedere un film che mi ricorda (in minore) Guediguian, non me ne frega una cippa. Da qualche parte ho letto: Loach, ma con humour. Massì, anche senza retorica, se volete, ma dov’è la carne, la polpa, il sangue? Il film ha riusciti momenti drammatici (il tizio che teme di essere lasciato dalla moglie) e altri comici (la rilettura della fiaba della formica e della cicala), ma è spesso verboso e sembra che non vada da nessuna parte, come i suoi personaggi prigionieri di un traghetto che non sanno governare. Io mi rendo perfettamente conto che sono inacidito come una vecchia zitella, ma mi fai un film operaista, che vuole contestare l’ignavia sindacale e l’indifferenza sociale? E fammelo incazzato, eh, se no è sempre la solita pappa dove le disgrazie sono spunto per un garbato umorismo borghese. E infatti siamo all’Anteo, tra tanti finti radical very chic che scuotono la testa davanti ai mali del mondo, comprano il Manifesto (che si legge veloce e in copertina c’è una bella foto che dice tante cose) e poi alla fine votano DS. Vabbeh, che faccio? Scrivo “vaffanculo” ogni cinque righe? E no, dai. Io non so nulla del regista in questione, ma I lunedì al sole è un film velleitario come certe scenate da salotto intellettuale. Boh. E l’osannato Javier Bardem ha un cranio da proscimmia e che qualcuno lo consideri un sex symbol è emblematico dello stato confusionale in cui versa l’Occidente tutto. Prima del film un corto infame che ha pure vinto il premio Kodak (che non so cosa sia; comunque non oso immaginare gli altri contendenti). Si tratta di Riduzione del personale di tale Stefano Ceccarelli, gag con spirito di patata che vede protagonista un travet in un enorme ufficio vuoto. Tutto il rumore di fondo (macchine da scrivere che ticchettano, commenti dei colleghi, rumori assortiti da ufficio) è registrato su nastro. Ammazza, che idea! Quanto ci avranno pensato, per questa barzelletta? Trenta secondi? E poi è uguale alla scena iniziale di Fantozzi subisce ancora. Una cagata senza senso, questo, e pure quel Fantozzi là, purtroppo. Intanto due giorni fa, assistendo la mia amica Simona fratturata e ingessata al piede, ho visto distrattamente Quattro matrimoni e un funerale, commediola tagliata per piacere a tutti (ma soprattutto al giuggiolone pubblico femminile che cede al fascino del puttaniere Hugh Grant). Se devo dar retta ai miei sani pregiudizi m’è sembrato una porcata: equivoci, farse, storie d’amore poco plausibili per una regia alimentare; e siccome non lo vedrò mai più per intero, mi fido del mio cattivo carattere e sentenzio che è una schifezza. Sono nervosetto, sai? (Cinema Anteo, Milano; 25/4/03)

Qui le altre puntate di Divine Divane Visioni

(Continua — 33)

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Divine Divane Visioni (Surfin’ USA, ’02) — 26 https://www.carmillaonline.com/2011/07/08/divine-divane-visioni-surfin-u/ Fri, 08 Jul 2011 00:17:32 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=3956 di Dziga Cacace

If you’re going to San Francisco… Scott McKenzie, San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair)

ddv2601.jpg313 — Ancora Ice Age di Chris Wedge, USA 2002

Con la classica organizzazione Cacace (decisione all’ultimo minuto utile, biglietto aereo acquistato al volo, nessuna prenotazione), decidiamo di andare in vacanza negli Stati Uniti, sulla West Coast con un fiore tra i capelli. In agenzia ci hanno fatto paura: “è giorno di overbooking: in aeroporto almeno due ore prima”, e allora Barbara e io arriviamo fantozzianamente a Linate alle 5 in punto, entrando in aeroporto correndo come forsennati: “Largo! [...]]]> di Dziga Cacace

If you’re going to San Francisco…
Scott McKenzie,
San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair)

ddv2601.jpg313 — Ancora Ice Age di Chris Wedge, USA 2002

Con la classica organizzazione Cacace (decisione all’ultimo minuto utile, biglietto aereo acquistato al volo, nessuna prenotazione), decidiamo di andare in vacanza negli Stati Uniti, sulla West Coast con un fiore tra i capelli. In agenzia ci hanno fatto paura: “è giorno di overbooking: in aeroporto almeno due ore prima”, e allora Barbara e io arriviamo fantozzianamente a Linate alle 5 in punto, entrando in aeroporto correndo come forsennati: “Largo! Largo!”. Nella desolazione totale dello scalo, alle 5 e 11 abbiamo già fatto il biglietto e dobbiamo aspettare come dei fessi per due ore. Non sono aperte neanche le edicole, figuriamoci un baretto. Quando finalmente si parte, scopriamo che il lungo viaggio transoceanico ci regala alcune visioni cinematografiche mignon. Quando ho visto L’era glaciale qualche settimana fa mi ero semplicemente divertito, ma ora, in lingua originale, l’ho apprezzato in pieno. Il bradipo Syd e il mammuth Manfred vogliono rendere al legittimo padre un bimbo trovato casualmente, ma la glaciazione avanza e la tribù degli uomini sta svernando. E poi c’è Diego, tigre dai denti a sciabola che li scorta, non si sa quanto benevolmente. Strada facendo i tre diventeranno amici e il predatore dimenticherà il proposito carnivoro che lo aveva ispirato. I valori della ricomposizione familiare, dell’amicizia e della solidarietà trionferanno su tutte le difficoltà del percorso, mentre Scrat, un isterico scoiattolo seguirà la vicenda da lontano, impegnatissimo a mettere da parte una ghianda per un inverno che si annuncia lunghissimo, addirittura un’era.


La trama è molto esile ma dà l’occasione per costruire gag a ripetizione e per infarcire il copione di battute francamente esilaranti. I personaggi sono ben definiti e anche le apparizioni di contorno convincono. Manfred, paziente e fortissimo, ha un dolore antico (e ci viene raccontato attraverso un graffito in una caverna: questo è metacinema d’animazione!) e diffida degli umani (“Non mi piacciono gli animali che uccidono per gioco”). Syd è un eroe perfetto per quei e questi tempi: un bradipo pigro, lentissimo, sgraziato nei movimenti e dall’indole inoffensiva. Accompagnati dalla suadente musica vagamente afro di Randy Newman, viene infangata la memoria del dodo (non s’è estinto perché era stupido, perlomeno non solo: a metà Seicento, gli olandesi si son magnati gli ultimi, a Mauritius), assistiamo alle baruffe di due rinoceronti gay, vediamo il ghiaccio avanzare su una terra ancora sconvolta da vulcani in continua eruzione, scopriamo chi ha inventato il fuoco, i toboga, il football americano e lo snowboard e aggiungiamo un nuovo suggestivo contributo alle teorie sui marziani. Il disegno è molto inventivo e le tecniche di animazione servono a dare espressioni, non la semplice verosimiglianza. Rispetto ai film della Pixar spicca la semplicità (di messaggi, di trama), ma anche lo scatenato humour che qui non è “costretto” dagli snodi di un intreccio narrativo. Molto divertente. E l’audio originale conferma l’ottimo lavoro fatto dai doppiatori italiani. (In volo; 28/7/02)

ddv2602.jpg314 — …e pure Le fabuleux destin d’Amélie Poulain di Jean-Pierre Jeunet, Francia 2000

Se tuo padre è un gelido asociale e tua madre è una nevrotica ossessiva, che figlia potrai mai essere, cara Amélie? Una splendida sognatrice che deve trasfigurare la realtà del mondo con la fantasia, sin da piccina. Ma lo splendido vizio rimane e, anche diventata grande, Amélie continua a colorare il mondo con la sua immaginazione. La seconda visione mi permette di apprezzare a fondo questo film generoso, pieno d’invenzioni visive a supporto di un copione ricco, molto scritto. I primi 20 minuti, con la minuziosa introduzione dei personaggi, in altre mani sarebbero già un film. Prendiamo a esempio la mamma di Amélie, Amandine Poulaine: odia il contatto fisico, la pelle delle mani rovinata dall’acqua e la piega del cuscino che lascia un segno sulla guancia: morirà per contrappasso di un estremo contatto, quando una turista canadese volerà su di lei dopo essersi gettata da Notre Dame. Kaurismaki con queste informazioni ci farebbe un film. Lungo. E anche il suo seguito. La prima cosa che salta agli occhi di questo Favoloso mondo di Amélie è la ridondanza della materia narrativa. Ma tutto ha un senso, uno scopo, perché il mondo e le persone, possono essere raccontati attraverso miriadi di piccoli, apparentemente insignificanti, particolari: date, indirizzi, prezzi, suoni, foto, sensazioni tattili, colori, foto, carta da parati e giornali, che evocano mondi e stati d’animo. Altro che la madeleine proustiana: Jeunet ha una pasticceria intera e Amèlie si serve ingorda di queste leccornie che, grazie all’immaginazione, assumono tutto un altro significato. Un maledetto 31 agosto la vita di Amélie cambia, la tragedia irrompe nel quotidiano: a Parigi muore la principessa Diana (muore… la muoiono, direi) ed è la fine di una fiaba condivisa da (i coglioni di) tutto il mondo. E adesso tocca al caso: ad Amélie casca il tappo di un profumo. Va a rotolare contro il battiscopa che si rompe e rivela un anfratto nascosto dentro al muro. Amèlie curiosa e scopre la scatola dei giochi di un bambino, uno scrigno ricco di tesori sepolto lì da chissà quanto tempo. Trova il proprietario e lo fa piangere dalla gioia: la sua missione adesso è chiara, migliorare la vita di tutti, anche la sua. Comincia col padre e gli sequestra un nano da giardino che diventerà un incredibile giramondo. Poi vendica Lucien, il garzone bistrattato dal verduraio, e ridà il gusto della vita a Dufayel, l’uomo di vetro, il misantropo pittore che dipinge sempre lo stesso quadro (omaggio a Jean Renoir attraverso Pierre-Auguste). Infine, dopo mille peripezie, scoverà l’uomo ideale nel viso pulito, forte e dolce di Kassovitz, un altro sognatore come lei, e vivranno felici e contenti nell’atmosfera sospesa di Montmartre. Trascinato dalla musica malinconica di Yann Thiersen, Il favoloso mondo di Amélie è un fantastico inno alla fantasia, che insegna a difendersi da un mondo dove un’emozione può essere scambiata per mal di cuore. Qualcuno, incapace di volare, non lo ha apprezzato e — tra le tante cacchiate che ho sentito — c’era pure la famigerata accusa di buonismo, anche se Amélie, adorabile con chi ama, sa essere una carogna con chi le sta sul gozzo. Forse il film è un po’ lungo e, specie nella seconda parte, tende a ripetersi, ma l’ispirazione è quasi sempre brillante. L’inizio me lo sono goduto due volte perché, al di là del piacere intrinseco alla visione, la prima volta sono stato vittima del proditorio attacco di Barbara che m’ha versato una tazzata di caffè bollente sui calzoni e dentro una scarpa. Inavvertitamente, eh, se no sai le botte. Ma subito dopo mi ha piegato il jack delle cuffie da Dj di cui avevo appena decantato inestimabile valore e utilità. Film visto in versione originale, su schermo 13 x 18, accompagnato dall’intensa voce narrante di André Dussolier. (In volo; 28/7/02)

sf003.jpgCalifornia Dreamin’

29 luglio
Arrivati a San Francisco troviamo da dormire allo Stratford Hotel, modesto, ma attaccato a Union Square. Su tutta Frisco aleggia odore di aglio tostato, roasted garlic, come se la gentile espressione inglese mitigasse l’effetto vomitorio indotto a tutte le ore, esclusa quella di pranzo e cena. Sazi di questo aroma persistente, non ceniamo e filiamo subito a letto. Durante la notte lavori stradali sotto la nostra stanza. Sembra una jam tra Keith Moon, John Bonham e Ian Paice: da incubo. Il mattino dopo si alternano nuvole e sole. La nostra visita della città comincia salendo sugli ascensori del Westin St. Francis Hotel con Barbara che s’appiattisce alla porta d’uscita e rinuncia quasi subito. L’ascensore è in vetro ed è sull’esterno del palazzo. Garantisce una clamorosa visuale della città e ti sembra d’essere per aria. Faccio avanti e indietro sei volte, assieme a dei bambini esilarati. Barbara mi aspetta all’entrata dell’albergo, letteralmente atterrita. Poi prendiamo confidenza con la città — dove sfreccia il tram 27 della ATM milanese! — e gironzoliamo per China Town e poi sulla Lombard, affrontando i tornanti della famosa Crookedest Street, su una collina con pendenza del 27%: Barbara al pianto. Poi arriviamo, sempre a piedi, alla zona di Marina, dove pranziamo al volo con un gyro pita di infimo valore culinario. Troviamo da dormire al Cartwright, sulla Sutter, dietro Union Square. Mi sembra costosissimo e annuncio stizzito e sborone a Barbara: se costa meno di cento dollari lo prendo. Ovviamente la camera costa 99 dollari e faccio una figura di merda con la nana malefica. Gli yankee sono parecchio strani. Va di moda mettersi gli occhiali sulla nuca e le visiere al contrario, ma al contrario due volte, cioè: la visiera è nuovamente sulla nuca (parte della testa privilegiata, chissà), ma verso l’alto. Come se avesse roteato di 180° dalla sua sede naturale. Oh: è presidente Bush, eh? In serata cena da Max’s a base di carne, ottima: porzione che in Italia ci facevamo Natale, tutta la famiglia.
30 luglio
Nottata con pompieri sferraglianti, sirene ululanti e motociclettone rombanti: compro subito dei tappi per le orecchie. Andiamo al Moma, progettato da Mario Botta, uno che metterebbe i mattoncini anche in Lapponia. Pomeriggio tra Yerba Buena Gardens e Embarcadero Center, poi visita al cinematografico grattacielo cuspidale Pyramid e infine libreria City Lights, a respirare profumi beat: e pensa un po’, non hanno Faletti, questi! Dopo altre salite e discese dove ti aspetteresti di vedere sbucare all’improvviso Steve McQueen, la donna che visse due volte o Callaghan, alle 20 siamo al locale Biscuit & Blues. Ceniamo e conosciamo una coppia con una lei ciarliera e rockettara che ci conferma alcuni aspetti dell’atteggiamento degli yankee rispetto alla vita: venerazione dello stardom, voglia di divertirsi (musica e ballo), ricerca di cibo migliore. Cena discreta e poi grande live show di C.J. Chenier: ballano tutti lo zydeco come matti, davanti al palco. A letto entro mezzanotte, previa assunzione di Simpsons e Friends in replica. Cacace gongola.
31 luglio
Legion of Honor Museum in mattinata, con parca e salutare pausa pranzo, unici trentenni in mezzo a una marea di anziani. Nel museo apprezziamo l’opera del fiammingo Michael Sweerts (a me, ignorante, incognito: un bambocciante!) e di Frans Hals (che amo da sempre). C’è un Renoir dove si vedono le chiappette rosee del piccolo Jean in braccio a una tata. Belle cose di Degas e Daumier, un raffinato Giovanni Boldini, una statua di Paolo Troubetzkoy e soprattutto l’autoritratto di James Tissot . Dopo la visita trascino la compagna in un folle e disordinato giro verso il Golden Gate Park che ci stanca e ci irrita. Poi sbuchiamo a Haight-Ashbury dove compro 8 CD da Amoeba, il più bel negozio di musica della terra intiera, e torna il sorriso. Ritorno in albergo con Barbara che blatera e si lamenta. Poi si addormenta prima di cena per due ore come una pietra e finalmente tace.
1 agosto
La vita come gioco, come shopping, come spettacolo, come ricerca continua del divertimento. Sono un popolo incredibile, questi qui: in mattinata andiamo al Fisherman Wharf. C’è brutto tempo per cui rinunciamo all’escursione in battello. Il Fisherman sembra un po’ Disneyland: è tutto finto e firmato (i gamberetti sponsorizzati da Forrest Gump!). Visitiamo Ghirardelli Square, altra meta turistica privilegiata perché si può mangiare e fare shopping. Il cittadino americano vive e lavora per concedersi questo: cibo e acquisti con folle voracità. Ho visto le code per i saldi della Levi’s, come in Unione Sovietica ai tempi d’oro. Prima di pranzo andiamo all’Exploratorium: avrebbe dovuto essere un museo della scienza e si dimostra una baracconata dove ogni esperimento è divulgato attraverso un’esperienza ludica. Di per sé nulla da dire ma, al solito, non esiste percorso né un’organizzazione che regoli l’orda di mocciosi yankee (o teen-agers di equivalente cervello) che corrono, spingono, urlano e giocano senza minimamente interessarsi al significato delle loro azioni. Nel casino e nella ottusa prepotenza generale, ci scocciamo ben presto e dopo una decina di esperimenti ce ne andiamo. Approdiamo allo Swan Depot che è un locale molto poco turistico, splendido: una pescheria dove, volendo, ci si può fermare al bancone per mangiare crostacei. Lo facciamo senza indugio e ci attacca discorso Rockin’ Roger, un tizio che frequenta la fiera di Milano non so per vendere quale aggeggi. Simpatico. Pomeriggio con pausa in albergo, dove Barbara dorme di nuovo come un tronco (o un neonato, a dire il vero). Poi torniamo a Haight-Ashbury per gli ultimi acquisti hippie e per godere dell’atmosfera. Dalle vetrine ti guardano i Grateful Dead, i Jefferson, Janis e Carlos. Fa freddo. Ci avevan detto di portarci una felpa, ma servirebbe un loden imbottito. A cena siamo da Isobune, un ristorante giapponese dove mi strafogo di sushi. Critico tanto gli americani, ma ormai anch’io non faccio che ingurgitare cibo. Alle 10 e 30 Barbara dorme di nuovo, di un sonno profondissimo. Deve avere una malattia, boh.
2 agosto
Colazione clamorosa da Dottie’s, con carico calorico che alimenterebbe una centrale nucleare; poi al Pier 41 per fare la crociera nella baia, tra Golden Gate e fughe e uomini di Alcatraz. Tira un vento bestiale. Vista l’abbondante colazione saltiamo il pranzo e andiamo a cercarci un’auto: troviamo per il rotto della cuffia una normalissima Toyota beige diarrea. Quando la devo spostare per la prima volta realizzo all’improvviso che questi hanno il cambio automatico: nel panico, riesco a muovermi solo perché sono il Patrese de noartri. Le macchine non sono tanto lunghe, in realtà. Il vero status symbol oggi sembra la macchina alta, per guardare gli altri automobilisti dall’alto verso il basso. Tardo pomeriggio a Ghirardelli Square dove — giuro — Barbara si fa fare un massaggio meccanico da una poltrona fantastica. Poi ceniamo senza grande soddisfazione al Crab Lounge. In tarda serata vediamo Springsteen al Letterman Late Night Show. The Rising è appena uscito (preso oggi a 12 dollari, capolavoro che ne varrebbe anche 1200, il miglior Boss dai tempi di Born in the U.S.A.) ed è schizzato in testa alle classifiche. Letterman fa 40 minuti di programma in coming up, tergiversando e annunciando che tra poco arriva Bruce. Succede praticamente a mezzanotte e scoprirò poi che è una delle punte massime di audience della storia della tivù statunitense. Nota di colore gastronomica: nei supermarket ci sono decine di patatine diverse, di soda e di cookies. I migliori sono i Sinful Delicious: un pacchetto equivale a un rotolo di ciccia trapiantato sull’addome. Ne abuso.
3 agosto
Lasciamo il Cartwright. Presa la macchina attraversiamo il fenomenale Golden Gate e poi facciamo un’escursione a Muir Woods, tra sequoie gigantesche. Bello. Gita di due ore e rotti e poi in macchina verso Bodega Bay, dove hanno girato Gli uccelli (ma anche I Goonies e Fog). E infatti comincia l’incubo: abbiamo perso la cognizione del tempo, è sabato ed è tutto prenotato con largo anticipo. Cerchiamo un hotel da Bodega a St.Helena, attraversando poi tutta la Napa Valley andata e ritorno. Ma un letto è un miraggio ed è tutto No Vacancy. Il Wine Country lo vediamo al tramonto col fegato a pezzi e senza aver bevuto un solo bicchiere di vino. Tra i tentativi, la mia entrata tipo malvivente in una winery deserta tutta apparecchiata e scintillante, mooolto Shining, dove poi mi riceve una signora elegantissima e costernata: tutto prenotato. Poi mi avventuro anche in un bed and breakfast che sembra la casa di Buffalo Bill ne Il silenzio degli innocenti e per fortuna non mi apre nessuno, perché il giardino col dondolo sfondato fa veramente horror, come i cervi che ci guardano in silenzio dai margini della strada. Comunque: vigneti, bei paesaggi, magioni (finte) come in Borgogna e in Chianti, colori vivi. Ma è un posto fighetto e non c’è un buco dove dormire. Tanto mi basta: dopo quattro ore di penose investigazioni torniamo da dove siamo partiti, a San Francisco. Anche qui abbiamo qualche difficoltà, ma riusciamo a trovare una stanza al tranquillissimo e cafone Motel Capri di Greenwich St., dove — sapremo un giorno — sono nati i Weather Underground. E in effetti dopo una giornata così, c’è aria di rivoluzione. Alle 23 e 30, stravolti e incazzati, mangiamo una fetta di pizza da Pino’s e non è la più infame da questo lato del Pacifico, anzi.
4 agosto
Imparata la lezione, prenotiamo sin dalla mattinata per le due sere seguenti e poi ci muoviamo verso l’universitaria, anticonformista e libertaria Berkeley, che è carina, solare e vivace anche se è domenica e ci sono meno studenti del solito. Da lontano: l’industriale Oakland e il sobborgo di El Cerrito, patria degli amatissimi Creedence Clearwater Revival e pure dei primi Metallica. Pranzo al Naan’s Curry, urticante anzichenò. Poi attraversiamo la California verso est, lanciati come una zagaglia a 80 chilometri orari, roba da addormentarsi. Tra paesaggi splendidi, arriviamo infine a Groveland, un buco tra i monti con venti case e centro commerciale. Il nostro albergo sembra una casa delle bambole (The Groveland Hotel; alloggiamo nella parte del 1914, non in quella del 1849: siamo gggiovani). Cena senza soddisfazione alcuna all’Iron Door Saloon, un cazzo di locale che mena vanto di essere il più antico della California tutta. Il più antico ci credo poco, il più lento di sicuro sì: 25 minuti per avere il menù, altri 20 per un panino di merda, senza qualità. E con le cipolle, cosa che mi fa pensare ai Quicksilver Messenger Service (vediamo se ci arrivate, non è difficile). A letto presto, ché domani ci aspetta lo Yosemite.
5 agosto
Dopo abbondante colazione entriamo nello Yosemite, per il quale la parola “maestoso” è francamente riduttiva. Nell’ordine visitiamo Tuolumne Grove, Mirror Lake, Bridalveil Fall e poi Barbara s’abbiocca in riva al Merced River. Ottima cena al Groveland Hotel e accompagnamento musicale all’organetto di un curioso settantenne che mi viene a dire in confidenza che faceva parte della staff di Kennedy, un secolo fa. Boh.
6 agosto
Torniamo nello Yosemite e raggiungiamo in macchina il Glacier Point. Poi ci dirigiamo verso l’uscita sud, al Mariposa Grove dove camminiamo il minimo indispensabile per vedere le sequoie giganti, le ennesime. Abbiamo capito, insomma. Alle 18 siamo stravaccati come due grassi capitalisti in uno splendido Best Western piscinato e neanche troppo caro, chi l’avrebbe mai detto. Al Viewpoint Restaurant assumiamo due bistecche grosse come la Basilicata.
7 agosto
Ci godiamo la stanza da veri papponi e poi riprendiamo a viaggiare in tarda mattinata, attraversando lentissimamente la vallata e facendo ritorno alla costa pacifica. Il regime di 77 chilometri orari provoca orchite, piaghe da decubito e la devitalizzazione della gamba destra, col piede morto mollemente appoggiato all’acceleratore. Dopo aver attraversato Gilroy, “capitale mondiale dell’aglio” (e si sente, per Dio se si sente), arriviamo alla placida e riposante Monterey (al Carmel Hill Motor Lodge), quella del festival del 1967 e di Hendrix che dà fuoco al mondo della musica, per intenderci. Sosta corroborante e visita al porticciolo con soddisfacente cena a base di gamberoni e granchio (Wharfside Restaurant). Devo imparare la ricetta della zuppa Crab Chowder, sai?
8 agosto
Lunghissima visita alla riserva marina di Point Lobos. Barbara vuol vedere TUTTO, maledizione: il parco naturale è molto bello, okay. Lontre, leoni marini e uccelli in gran copia e c’è pure una puzza di alghe marce da vomitare. Poi puntiamo su Big Sur, località dall’aura mitica, e scopriamo che è un luogo dell’anima e un parco da esplorare. Il paese non esiste, tradendo i miei ricordi del film-concerto Celebration at Big Sur, e noi, da gretti materialisti, annusiamo solo l’atmosfera del posto e andiamo a visitare la mondana Carmel, quella dov’era sindaco il vecchio Clint Eastwood. È la Portofino del Pacifico (costosa, linda, un po’ finta). Gironzoliamo e andiamo sulla spiaggia. Mi bagno i piedi nell’immenso oceano e poi torniamo a Monterey dove, dopo peccaminosa visita da Wendy, ci scoppiamo goduti Spy Kids 2.

ddv2603.jpg315 — Spy Kids 2: The Island Of Lost Dreams del giocherellone Robert Rodriguez, USA 2002

Nella multisala Century Galaxy di Monterey non c’è grande differenza con un cinema di Milano. La sala è semivuota, c’è puzza di pop-corn, la gente parlotta e la proiezione parte in ritardo. Prima del film vediamo alcuni trailer (approvati da una commissione di genitori, per evitare denunce) tra cui quello di Shaolin Soccer che già pregusto (una tavanata galattica che mescola football e arti marziali, immaginate un po’). Ottimo schermo, ottima proiezione, ottimo sound. Robert Rodriguez è un genietto e lo ha già ampiamente dimostrato. Scrive, dirige, musica, monta e produce. Soprattutto pensa, pensa film così e riesce a realizzarli senza spendere i miliardi di Hollywood, ma lavorando da casa. Il ragazzo ha talento e fegato: s’è comprato Avid e ProTools e si fa tutto da sé. Poi coordina qualche giovinastro per gli effetti musicali e la mattina riesce pure a portare i bambini a scuola. Questo tex-mex di buona (e numerosa) famiglia è cresciuto a videocassette e già a 15 anni montava con due videoregistratori in parallelo; oggi che di anni ne ha qualcuno in più continua a divertirsi cercando gli strumenti giusti per fare il suo mestiere. Spy Kids 2 ha del miracoloso: in meno di un’ora e tre quarti ci sono più idee di quante ne distilli il cinema medio holywoodiano in un’annata. Spider-Man aveva tre idee tre (ahimé), l’ultimo Guerre Stellari neanche due, questo Spy Kids 2 ne ha almeno venti che fanno godere per intuizione e realizzazione. Questa volta i due fratellini Juni e Carmen Cortez devono salvare il mondo dal perfido neo-direttore della OSS, l’organizzazione mondiale delle spie di cui anche loro — come i genitori — fanno parte. Le vicende portano i nostri su un’isola misteriosa che il consueto scienziato pazzo (l’amabile Steve Buscemi) ha popolato di mostri. Il cast si arricchisce anche di due spy kids rivali e anche degli arzilli nonnetti (i suoceri di papà Gregorio). Pur se difettoso (una parte centrale ripetitiva, un plot non proprio scorrevole), il film diverte e non c’è un attimo di tregua. E poi c’è la musica con l’incredibile clip finale in cui Juni diventa Angus Van Santana (il dio della chitarra) e la citazione del maiale di pinkfloydiana memoria. (Century Galaxy, Monterey; 8/8/02)

ddv2604.jpg316 — xXx di Un Burino, USA 2002

9 agosto
Visita alla 17-Mile Drive (doppione facile, ridotto e borghese di Point Lobos) e ritorno a Frisco: 3 ore di viaggio attraverso una costa lussureggiante. E sabbia, surfer scarsi, baracchini che vendono frutta, chicanos che lavorano nei campi a raccoglierla e generale scarsa densità abitativa. A San Francisco andiamo direttamente allo Swan Depot dove mangiamo con soddisfazione granchio e gamberoni, per poi finire — per errori della concierge del Cartwright — nel lussuoso ed esclusivo Galleria Park Hotel: camera sicuramente molto più costosa ma anonima, fredda e brutta.
10 agosto
Facciamo i biglietti del Greyhound per L.A. Poi dritti da Dottie’s True Blue (522 Jones Street) per un ultimo brunch da urlo ginsberghiano. Giornata nella parte ispanica di San Francisco (da Castro a Mission, e dintorni), respirando Carlos Santana a ogni angolo di strada. In serata ci mescoliamo alla pazza folla per vedere XXX, un vero blockbuster movie, nel Metreon, un palazzo dello spettacolo della Sony nel centro Yerba Buena. Coda per i biglietti, pop-corn giganteschi e Coca Cola da un litro. Qui non esiste il concetto di modica quantità. Bella sala con schermo gigantesco. Le poltrone hanno un po’ di gioco, ma la seduta è comoda. Un bimbetto irrequieto si siede davanti a me e comincia a fare compulsivamente la sedia a dondolo. Va avanti un quarto d’ora durante i trailer e quando capisco che sta per partire il nostro film punto il piede sullo schienale della sua poltrona e lo blocco di colpo: coi nani di dieci anni so essere un duro da paura, e poi l’ordine regna a Varsavia. XXX è una gran bella cagata d’azione, protagonista Vin Diesel, affiancato dalla cacirrissima Asia Argento e da Samuel L. Jackson che tenta di nobilitare il tutto con un po’ di recitazione degna di tal nome. Xander Cage è un professionista delle spacconate mediatiche, esperto di motori, di arrampicate free-style e di skate e snowboard. L’eroe perfetto per i giovani d’oggi. I servizi segreti yankee, a corto di personale, decidono di utilizzarlo per la classica missione impossibile. Se ci riesce bene, se no, tanto meglio e ci siamo pure liberati di questo cazzone asociale che deve saldare parecchi conti con la giustizia. Lo mandano a Praga a sventare il folle complotto di una banda di mafiosetti che oltre a droga e prostituzione, gestisce pure un pool di scienziati ex sovietici che hanno costruito una bomba con gas letali. Il piano? Beh, far secchi tutti, per il piacere di far casino. Non è una gran motivazione, ma agli sceneggiatori è bastata. Insomma: siamo tornati al Bond-movie con l’assurdo cattivone contrastato dal super agente segreto che ne supera di tutti i colori, trovando anche l’amore. Ma stavolta non c’è lo stile del fedele suddito di Sua Maestà, no, stavolta c’è un super cafone orgoglioso della sua ignoranza. Vin Diesel ha muscoli, sense of humour, vitale arroganza e porta a casa il compitino. Il film dura due ore e un quarto e potrebbe essere ripulito di quarantacinque minuti buoni. Dopo una partenza discreta XXX s’ingessa e diventa pigro. Non ci sono grandi battute per il sarcastico Vin e la trama assume connotazioni vieppiù deliranti, in una corsa a chi la spara più grossa. Musica punk-metal a palla, montaggio a effetto, ridondanza di rumori e lampi nelle scene più concitate. Asia Argento è in forma smagliante e la parte di buzzicona lasciva le si addice. Il pubblico ha seguito calcisticamente i primi minuti, poi s’è acquietato nella prevedibilità della pellicola anche se non sono mancati altri “Whoaaa!” e “Heeeey!!” e “Oooh!” ad alta voce, per fare caciara e cercare l’approvazione di altri bovari ciccioni che vedono nel cinema l’odierno colosseo dove sfogarsi. XXX (di tale Rob Cohen) ti passa, ma da un punto di vista sociologico (anche per come l’ho visto) mi ha atterrito. Stilizzato ma molto violento (come suoni e montaggio), teso a esaltare il personaggio fuorilegge – comunque “dei nostri”, quindi “buono” – che rivendica la sua ignoranza perché troppe speculazioni inibiscono l’azione (“i videogiochi sono l’unica educazione che abbiamo avuto!” e il pubblico: “Right”, “Yeah!”, “Cool!”). E poi c’è tutto questo feticismo della bandiera, del rumore, delle armi, dei motori, della cultura giovanile antagonista. Dagli e ridagli, alla fine lo spettatore medio si convince che menare le mani è cosa buona e giusta e vedendo tutti i giorni i bollettini sull’umore dell’elettorato relativamente a una nuova guerra contro l’Iraq, questa politica propagandistica sembra avere i suoi frutti. (Metreon, San Francisco; 10/8/02)

ddv2605.jpg317 — The Gladiator del massiccio Ridley Scott, USA 2000

11 agosto
Viaggio in Greyhound da S.F. a L.A., assieme a neri, ispanici, orientali e misfits bianchi. Tutto molto rock n’roll: più che turisti per caso, sembriamo due personaggi di un film di Jarmusch, con due zainoni e il mio prezioso e scomodissimo sacchetto con dentro una quarantina di Cd, collo che autorizza Barbara all’insulto compulsivo. Arrivati a Los Angeles faccio il milanese che lavora, paga, spende, pretende e rifiuto di cercare un mezzo pubblico (peraltro scarsi) e allora prendiamo un taxi costosissimo che ci scarrozza fino al The Inn at Venice Beach (327 Washington Blvd., Venice), alberghetto carino e confortevole. Mangiamo bene nel trendy ZaZen, lì davanti e in serata vediamo il programma di Ebert e Roeper (Two Thumbs Up!) in cui si discute amabilmente di cinema in tivù come mai Marzullo sarà capace, anche se lo rieducassi io.
12 agosto
L’edificio progettato da Gehry col binocolone di Oldenburg è vicino al nostro albergo e ci andiamo a piedi. Poi facciamo lo struscio sull’Ocean Front Walk, fotografando le splendide villette di un sacco di archistar futuri e passati, e andiamo a leggere Roth e De Lillo (mica cazzetti, eh?) sulla spiaggia dove si sono formati i Doors. Io mi scotto un po’. Pisolino in albergo, poi tramonto sulla sabbia e cena da urlo con hamburger al mango al Sidewalk Café. E tornati in camera ci attende The Gladiator che fa sempre la sua porca figura, anche in formato a tutto schermo. Dopo l’ennesima battaglia contro i germani che turbano i confini nord-orientali, l’imperatore Marco Aurelio, sentendosi prossimo alla morte, incarica il fido generale Maximus (Crowe) di riportare la Repubblica a Roma. Ma a Commodo, figlio degenere, immorale, fifone, incestuoso, geloso, crudele, pure col culo basso e quant’altro, la cosa non va giù manco pe ‘nniente. Ammazza il padre e ordina l’esecuzione di Maximus, cui stermina anco la famiglia con maniacale impeto perfezionistico (il classico lavoro fatto bene). Ma il valoroso generale non ci sta e sfugge all’assassinio. Cavalca disperato fino in Spagna (!?) dove trova moglie, figlio e servitù massacrati. Frigna disperato e viene catturato dai mercanti di schiavi. Si lascia fare di tutto, tanto ormai aspetta solo di morire. Sinché non lo buttano in un’arena a combattere da gladiatore e lì tira fuori i cosiddetti e mena gran strage di avversari. Il manager di spettacoli circensi Proximus intuisce l’affare e punta sul gladiatore spagnolo. La fama ormai precede il combattente che viene reclamato a gran voce ai giochi che Commodo ammannisce al popolino di Roma. Basta una semplice apparizione e il Colosseo è ai suoi piedi. Maximus si manifesta a Commodo che ci rimane letteralmente di merda, anche perché il gladiatore non ha dimenticato l’impegno preso con Marco Aurelio. Mettiamoci poi anche Lucilia (sorella di Commodo, interpretata dalla bella Connie Nielsen, non ancora signora Metallica) che si prende una cotta per il pugnace guerriero. Si arriverà a una tremenda sfida finale tra Commodo e Maximus, in cui si compirà giustizia, nonostante la morte del gladiatore, finalmente ricongiunto ai suoi cari nell’aldilà. Joaquin Phoenix è perfetto nel ruolo dell’incompreso, gelosissimo Commodo che voleva solo un po’ d’amore: quello della sorella e del nipote, quello del padre, quello dei suoi sudditi e dei suoi soldati. E ovviamente funziona anche Russell Crowe, tosto e bovino il giusto, ma capace di sorrisi, dolcezza e rabbia. Cosa che suppongo faccia sbavare tutte le donne. Menzione d’onore anche a Richard Harris che come il vino migliora con la vecchiaia. A fine riprese Oliver Reed (Proximus) è criccato e il film è dedicato a lui. Non è vero che Il gladiatore valga solo per la prima scena di battaglia, come alcuni dicono, anzi. Di scene d’azione memorabili ce ne sono almeno altre quattro (perlomeno tutti i combattimenti gladiatorii) ed è grandiosa anche l’ultima commovente sfida con l’imperatore usurpatore. Scene magnifiche, costumi e scenografie non so quanto veritieri, ma verosimili e sontuosi. La confezione è croccante, con incisiva fotografia di John Mathieson e montaggio postmoderno di Pietro Scalia (che coniuga tecniche recenti a momenti più classici, più distesi). Ma il film non è bello solo da vedere, è anche ricco di agganci che si potrebbero ulteriormente esplorare (e non ne ho alcuna voglia): il dramma edipico (sfaccettato in diversi rapporti) o la tensione tra tirannia e democrazia. Nessun messaggio è porto in maniera evidente allo spettatore, ma se – subliminale – ci fosse un paragone tra l’impero romano e gli odierni Stati Uniti? Chi è il gladiatore che ci salverà dalla tirannia di Bush junior? Naaah! Visto in lingua originale: due ore e quaranta senza pause, mai annoiato. Gran spettacolo. (Diretta su HBO; 12/8/02)

ddv2606.jpg318 — Rock Star di Un Fetentone, USA 2001

13 agosto
Visita dei canali di Venice (carini, msì… bah, sono pazzi, questi) e poi al Getty Museum con tre cambi d’autobus. Il Getty, inno all’architettura “bianca” di Richard Meier, è bellissimo e gratis: passo la prima mezz’ora a fare riprese furtive, nascondendomi in modo patetico con la telecamera che sbuca dallo zainetto o obbligando Barbara a coprirmi. Poi – di fronte all’evidenza di migliaia di giapponesi che filmano en plein air – capisco che le riprese sono libere. Vabbeh. Nel museo poche opere (comunque centinaia, eh?) disposte benissimo. Diversi capolavori, molti stranieri, pochi americani; il museo è veramente un’esperienza e chissà che han fatto i Getty per emendare e regalare al mondo un’opera simile. Torniamo in serata a Venice e, sul Front Walk ascoltiamo il concerto di una band che omaggia gli Aerosmith, dei simpatici zarri (la band originale e la band tributo).
14 agosto
Usciamo tardi e gironzoliamo per Marina del Rey, posto trés chic. Poi torniamo in albergo, proviamo con alterne fortune a chiamare in Messico e le cabine telefoniche ci succhiano tanti bei dollaroni. Infine andiamo sulla spiaggia ma viene nuvolo. A cena presto e poi tivù, impressionati dai Worst Case Scenarios in onda su Superstation. Gli americani sono ossessionati dal tempo, dai rapimenti e dalle disgrazie in generale. E rimanendo in tema, mi scoppio questo Rock Star commesso da tale Stephen Herek: metà anni Ottanta, gli Steel Dragon sono una chiassosa band di heavy metal. Per Chris Cole (Mark Wahlberg) sono una ragione di vita. Suona in una loro tribute band e sogna di poterli conoscere. Il miracolo accade perché il cantante degli Steel Dragon è in crisi motivazionale, è scoppiato, è pelato ed è pure gay, cosa che nel machissimo rock metal è inammissibile. Chris fa un provino e viene subito assunto. Gli cambiano nome in Izzy e lui sta al gioco: stardom, sesso organizzato, alcol, droghe, cameratismo, la dura vita sulla strada, chitarre roventi, groupies disponibili, nuovo album, nuovo tour, the show must go on. La vita da rock star allontana Chris dalla sua fedele ragazza di sempre, Emily (Jennifer Aniston), e i nodi vengono al pettine. Quando Chris/Izzy capisce la falsità totale della situazione, molla tutto e torna alle radici, a casa, in provincia, a produrre cantautorato intimista (…). La vicenda (nella prima parte) ricalca un po’ quello che è accaduto ai Judas Priest (nel senso che hanno sostituito Halford, gay, con un fan della band). La parabola è molto scritta e prevedibile, ma risulta godibile nella sua sciatta cialtronaggine. La sincerità svenduta al mercato non è rivelazione che mi faccia saltare sulla poltrona, ma funziona il parallelismo tra la spontaneità delle vere cover band e la finzione della band originale che vive di routine, diventando col tempo una cover band di se stessa, inseguendo il business e perdendo ogni entusiasmo vitale. C’è pure qualche moralismo di troppo (il rock “artistico” contrapposto a quello delle arene, l’amore eterno che non va tradito, il ritorno all’ovile, il banale “essere se stessi” che non vuol dire un beato cazzo: anche un venduto è se stesso, un se stesso venduto, eh), ma vogliamo parlare seriamente di una cafonata come questo Rock Star? Ma mai più! E poi: i musicisti che hanno partecipato a questa baracconata (tra i quali Zakk Wylde e Jason Bonham), a quali band credono di appartenere? A quelle “sincere”? I poseur sono sempre gli altri? A ogni modo c’è meno edulcorazione che in quella schifezza pseudo autoriale di Quasi famosi, film doppiamente falso. Lì sesso e droga erano suggeriti in maniera abbastanza infantile, con una strizzatina d’occhio, come dire “sono ragazzi”. Qui, seppur con la consueta pruderie yankee (e con gli obblighi della messa in onda televisiva) si suggerisce qualcosa di più pesante, dal blow job ginocchioni della groupie alla droga in quantità industriali, dai party sibaritici con sesso e carnazza al plotone di gnocche al seguito, molto più esplicite di quel gruppetto di educande virginali che accompagnavano gli Stillwater nel film di Cameron Crowe. Fotografia discreta, regia invisibile, indulgenze clippettare. Wahlberg e la Aniston se la cavano, ma il film non richiedeva particolari sforzi. La colonna sonora è estremamente divertente quando fa ricorso al repertorio di Rainbow, Foghat, Ted Nugent e altri adorabili chiassosi cazzoni. Coprodotto da George Clooney. Prima di Rock Star abbiamo visto anche una decina di minuti di Indecent Proposal, film che trovai asinino ed emetico sei anni fa e che, ogni volta che mi capita sotto mano, provo a rivalutare pensando che allora fossi stato troppo snob. Invece fa veramente cagare a spruzzo, anche se assunto in dosi omeopatiche. Poi a nanna, ché domani si fa una capatina in Messico, ma non ho più voglia di raccontarvelo, anche perché vedrò Tulum, mangerò ceviche e leggerò, nient’altro. Ciao, bella gioia. (Diretta su HBO; 14/8/02)

Qui le altre puntate di Divine Divane Visioni

(Fine! — 26)

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Bombay, Leopold café: il miglior ristorante in città? https://www.carmillaonline.com/2010/03/24/bombay-leopold-caf-il-miglior/ Wed, 24 Mar 2010 18:35:56 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=3402 di Arturo “Potassa” Cravani

iranicafe.jpgSono arrivato a Bombay col mito letterario del Leopold Café, elaborato nella lettura di Shantaram, il roccioso romanzo di Gregory David Roberts. Nelle pagine dell’autore australiano, ex-rapinatore, ex-studente di filosofia, ex-evaso da un carcere di pubblica sicurezza e un tempo sul conto-paga della mafia di Bombay, il Leopold è un angolo di boheme nel caos della città: ubriaconi, filosofi, spacciatori, aspiranti attrici di Bollywood e gangster si incrociano tra gli specchi di questo caffé a pochi metri dalla Gate of India. Perlopiù europei (termine che qui può indicare anche i canadesi o i neozelandesi), che [...]]]> di Arturo “Potassa” Cravani

iranicafe.jpgSono arrivato a Bombay col mito letterario del Leopold Café, elaborato nella lettura di Shantaram, il roccioso romanzo di Gregory David Roberts. Nelle pagine dell’autore australiano, ex-rapinatore, ex-studente di filosofia, ex-evaso da un carcere di pubblica sicurezza e un tempo sul conto-paga della mafia di Bombay, il Leopold è un angolo di boheme nel caos della città: ubriaconi, filosofi, spacciatori, aspiranti attrici di Bollywood e gangster si incrociano tra gli specchi di questo caffé a pochi metri dalla Gate of India. Perlopiù europei (termine che qui può indicare anche i canadesi o i neozelandesi), che sotto i ventilatori del Leopold danno vita, nella finzione letteraria, a una combriccola romantica di malaffare.


Il Leopold non è famoso solo per Shantaram. É salito alla ribalta dei media internazionali in seguito all’attacco terroristico del novembre 2008, quando un commando di estremisti assaltò alcuni simboli di Mumbai. Oltre ai monumenti dell’affluenza, il Taj Mahal e l’Oberoi, anche il Leopold, punto di sosta dei turisti occidentali, ricevette raffiche di mitragliatrice e versò sangue. Stupisce, ripercorrendo l’itinerario degli obiettivi, la vicinanza con la centrale di polizia di Colaba (30 passi) e con il quartier generale della polizia di Mumbai (300 passi).

Detto questo, si arriva al Leopold e per entrare bisogna superare una serie di controlli che vanno dalla scrupolosità più meticolosa al menefreghismo totale. Come tutto in India, dipende dalla sorte. Un giorno per entrare mi hanno fatto una perquisizione accuratissima, il giorno dopo ho tirato a dritto e nessuno mi ha fermato. I controllori impugnano doppiette da caccia. Non c’è mai un posto libero. I clienti sono tutti biondi, bianchi e obesi. Inglesi e americani del nord spadroneggiano, e non parlano né di Baudelaire né di hashish, ma del sari di seta da 300 dollari che hanno comprato a Westgate. Quanto al cibo, è nella media della qualità e sopra la media per il prezzo. Vale solo la pena andare al Leopold per bere una birra, ma è la solita Kingfisher: si difende, ma in altri posti non devono farmi una perquisizione. Alla fine, il Leopold non è granché: belli gli specchi, me se ne vedono di migliori, idem per il pavimento.

Ogni volta che ho provato a rientrarci, la prospettiva dei controlli e l’idea di sedermi al tavolo di uno yankee in compagnia obbligatoria mi hanno spinto a fare retromarcia e ad attraversare la strada (quella Colaba Causeway che in realtà è intitolata a un freedom fighter dell’indipendenza indiana che in molti hanno dimenticato, troppo violento e troppo poco gandhiano). Proprio di fronte al Leopold ci sono due ristoranti meravigliosi. Cucina migliore, clientela migliore, prezzi modestissimi.

Il primo è l’Olympia. É un ristorante musulmano, specializzato in cucina moghlai. Ovviamente il biryani al pollo è il capolavoro di questo posto. Io in India però tendo a essere vegetariano, non per questioni religiose ma per diffidenza verso la conservazione e il sapore della carne. Vado quindi per un egg-masala con veg-biryani (riso con verdure e salsa di spezie con un uovo sodo, anche se l’uovo a voler essere precisi qui è considerato carne), scegliendo la mezza porzione, per tenermi un po di fame e provare un altro locale. Mi regalano anche un chapati (focaccia sottile) e alla fine mi prendo un chai, il te dolce e denso al latte. Spendo 60 rupie (meno di un euro), tutto è squisito. Il servizio è composto da ragazzini vestiti in abito tradizionale musulmano. Peccato che in tutto il locale non ci sia una donna a riflettersi sugli splendidi specchi dell’Olympia. Questa è l’unica pecca di questo meraviglioso locale.

Basta fare pochi passi in avanti, sullo stesso lato della strada, in direzione Khala Goda, e si incontra l’entrata dell’Hotel Majestic. Hotel qui vuol dire soltanto ristorante. Dalle strada intravedo un piccolo altarino di Ganesha, il dio elefante, con una ghirlanda di garofani color zafferano. É un buon segno: la cucina vegetariana indù è la mia preferita. Dentro ci sono solo indiani, nessun turista: anche questo è propizio. Il servizio va per caste. Il cameriere può toccare il cibo ma non pulire il tavolo, e viceversa. Chi pulisce è scalzo e vestito di scuro. Una gerarchia a cui purtroppo ci si abitua spesso in India. Ordino un veeg sheed kebab e un lassi, non posso mangiare troppo perché sono appena uscito dal ristorante musulmano. Anche qui specchi, che però riflettono la variegata tavolozza dell’iconografia religiosa indù, coi suoi impasti colori e forme (mentre l’Olympia rispetta il precetto islamico del divieto della rappresentazione divina). Alla maniera indiana, si mangia solo con la mano destra, senza posate – la sinistra è impura – e si mangia di fretta, per continuare l’eterno movimento indiano da un posto a un altro. Trangugio il mio lassi, il latte fermentato e zuccherato, e mi infilo in un taxi per fumarmi in pace un beedi (per strada in teoria sarebbe vietato), mentre l’autista mi guarda malissimo: i beedi, tanto fashion tra i fricchettoni europei, sono fumati esclusivamente dai contadini poveri delle campagne.

Decido che è il momento di prendere un dessert. Mi faccio scaricare dal tassista a Ballard Estate, sulla soglia di uno degli ultimi ristoranti parsi di Bombay. I parsi sono una piccola comunità – piuttosto affluente, tanto che tra le sue fila conta il magnate indiano Tata – che è emigrata qui dall’Iran alcuni secoli fa per sfuggire le persecuzioni religiose. Sono seguaci di Zoroastro. Il nome del ristorante, Britannia, mi ricorda un caffé di Buenos Aires che fu costretto a cambiare nome durante la guerra per le Falkland/Malvinas, ma le affinità finiscono qui. Per il resto il locale è semplice, con una clientela di vecchi iraniani con abiti stinti che odorano di vecchie abitudini e che parlano delle loro belle case a Malabar Hill. Scruto velocemente il menù e scopro che qui fanno il Fried Bombay duck. É un piatto tipico di Mumbai che volevo provare da tempo e che non avevo mai trovato in un ristorante. L’anatra, la “duck”, non c’entra nulla. Si tratta di un pesce che si trova solo nella baia di Mumbai e che viene pescato da un gruppo specifico di pescatori, un’etnia di tribali intorno ai quali nei secoli è stata costruita la metropoli. Decido di mandare a monte l’idea del dessert e di provarlo. Mi servono il pesce e me lo spinano: è fritto, molto saporito, con una consistenza strana, molto morbida, quasi gelatinosa. Non voglio pensare a quanto possa essere inquinato. Il conto è salato: 300 rupie per 4 pesci di medio-piccola dimensione. Il Britannia non mi ha impressionato: è un posto per vecchietti ricchi.

Mi chiedo come continuare il gastro-tour religioso (l’ultimo attributo è dovuto al fatto che i ristoranti seguono le diete religiose, in India). Dai cristiani no. E non solo per diffidenza antipapalina, ma per il fatto che qui i cristiani si vantano di non essere vegetariani (per distinguersi dagli indù) e trangugiano quantità esasperanti di carne (spesso le stesse vacche sacre che si nutrono di spazzatura agli angoli delle strade, macellate dai musulmani e rivendute ai cristiani). Ma se la cucina indiana vegetariana è strepitosa, non si può dire altrettanto per quella carnivora. La carne marcisce spesso nei negozietti dei mercati estemporanei, pieni di mosche e privi di frigorifero, e spesso solo le spezie, con la loro esuberanza, riescono a nascondere al palato il sapore del marcio.

Decido allora di dare un’occhiata a un posto che mi aveva attratto, passandoci davanti qualche tempo fa. Nella zona di Khola Gada, tra Fort e Colaba, anzi, per essere più precisi, tra la Mumbai University e l’High Court, avevo visto un ristorantaccio fatiscente che mi aveva colpito. Poi il nome mi aveva bloccato: Army Restaurant. Il ristorante dell’esercito. Decido di entrarci per l’ennesimo chai. Il posto è stupendo. Sudicio, fatiscente, forse vecchio (è difficile fare datazioni di immobili in India: un posto restaurato da tre anni può avere l’aspetto di un edificio centenario, tanto il clima e l’incuria corrodono gli intonaci). Il proprietario non si lascia sfuggire l’occasione di salutare un occidentale. Dice di essere iraniano. Iniziamo a parlare di tè e tabacco.
Nel frattempo osservo la clientela: la maggior parte degli astanti sono avvocati (il tribunale è a due passi). Li riconosco facilmente perché sono vestiti in abiti molto formali e alcuni hanno il bavaglio bianco, già usato nelle corti britanniche, al collo. Quello che mi stupisce è che quasi ogni tavolo ospita un avvocato elegantissimo e dei poveracci male in arnese. Mi sembra di capire che il ristorante funzioni come sala visite per gli avvocati che si consultano con i loro clienti. Spesso i clienti sono dei ceffi e hanno tutte le stigma, come direbbe il vecchio Lombroso, del “criminale nato”. A volte sembra che abbiano cercato di darsi una sistemata ma che i panni che hanno addosso, buoni per l’udienza, non siano i loro ma che li abbiano piuttosto presi a prestito. Continuo la panoramica sui volti. Mi rendo conto (e qui il Lombroso fa fiasco) che a volte ci sono avvocati che hanno ghigni peggiori di quelli dei loro clienti. La fisiognomica della criminalità rimane una stronzata della criminologia positivista.
Continuo a guardarmi attorno. Non capisco le parole in marathi o in hindi e nessuno parla inglese. Ma dai volti preoccupati degli uni che osservano le mani degli altri che contano con le dita (alla maniera indiana, cioè contando sulle falangi col pollice di una stessa mano, un sistema estremamente efficace e migliore di quello occidentale che permette di arrivare a 12 con una mano sola), capisco che qui si parla di mesi e anni di carcere.
In questo limbo di uomini che aspettano il giudizio e di difensori che mercanteggiano anni di carcere con la stessa tranquillità con cui infilano le zollette di zucchero nel chai, si riassume uno dei conflitti della meravigliosa e corrotta Bombay. Il miglior ristorante in città è quello che della città esprime l’anima, e questo posto umido e sudicio, affollato d’azzeccagarbugli e di poveracci alle soglie di una sentenza, è indiscutibilmente il miglior ristorante in città.

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The Hidden Taba. Bangalore, India https://www.carmillaonline.com/2009/09/16/the-hidden-taba-bangalore-indi/ Wed, 16 Sep 2009 23:00:52 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=3180 di Alberto Prunetti

dosa india.jpgSto battendo le strade polverose e sconquassate che circondano il mio albergo, attento a non finire dentro ai canali di scolo del marciapiede e a non essere investito dalle moto che salgono sui marciapiedi per guadagnare qualche metro sul traffico congestionato dell’ora di punta. A Bangalore si torna da lavoro passando anche due ore in mezzo alle nuvole di smog. Metà della strada è senza elettricità e io ormai ci sono abituato. Solo che devo mandare alcuni fax in Italia e il tempo passa senza che riesco a trovare un ufficio con l’abilitazione della linea verso [...]]]> di Alberto Prunetti

dosa india.jpgSto battendo le strade polverose e sconquassate che circondano il mio albergo, attento a non finire dentro ai canali di scolo del marciapiede e a non essere investito dalle moto che salgono sui marciapiedi per guadagnare qualche metro sul traffico congestionato dell’ora di punta. A Bangalore si torna da lavoro passando anche due ore in mezzo alle nuvole di smog. Metà della strada è senza elettricità e io ormai ci sono abituato. Solo che devo mandare alcuni fax in Italia e il tempo passa senza che riesco a trovare un ufficio con l’abilitazione della linea verso l’estero. Se lo trovo, mi sento dire. “No power”. Non c’è elettricità.

Decido di lasciar perdere. Ho un appuntamento e sono già in ritardo. Raggiungo la casa di un amico indiano. Lo trovo che traffica già attorno alla sua motocicletta nera. Mi sistemo dietro di lui e ci infiliamo nella bolgia infernale che scivola sull’asfalto. Il traffico è presto bloccato anche per le moto e noi siamo addirittura contromano. Alla maniera locale, lui si butta sul marciapiede. Andiamo avanti per trecento metri, ma altri risciò e motociclisti hanno avuto la stessa idea. Sul marciapiede si va in due sensi di marcia (ma solo perché noi siamo contromano anche sul marciapiede). I pedoni si attaccano agli alberi, noi procediamo per un altro centinaio di metri. Poi ci ritroviamo di nuovo fermi, mentre l’aria si fa irrespirabile. Dopo 10 minuti, sull’altro lato della strada (quello dove dovremmo stare noi) i veicoli riprendono a muoversi. Propongo allora di lasciare la moto e prendere un risciò su una strada laterale che sembra più scorrevole: pagherò io e potremo arrivare in tempo al ristorante dove ci attendono alcuni suoi amici per farci un chai, il tè indiano macchiato, forte e dolce, una vera scarica di energia. Affare fatto. L’idea ha funzionato e in venti minuti mi ritrovo già circondato da un gruppo di ragazzi indiani, tutti originari dello stato del Kerala, a un tavolo dell’Hidden Taba.

Assaggio un lungo peperone fritto con le mani (si mangia principalmente con le mani in India e le forchette sono in dotazione solo dei ristoranti più turistici) ma, in un contesto molto libero e divertito, mi dimentico del tabù della mano sinistra: porto il cibo alla bocca con entrambe le mani. A tavola si bloccano tutti, poi qualcuno mi dice “Actually, we don’t eat with the left hand”. Ho fatto una gaffe: la mano sinistra in India è impura e si usa solo per le abluzioni intime.
L’incidente non smorza l’atmosfera rilassata della cena. Acquistiamo per poche rupie un enorme vassoio pieno di veg biryani, un riso vegetariano meraviglioso, guarnito con una salsa di latte di cocco e una frittella con alcune noci. A tavola non ci sono forchette. Mangiare con le mani è difficile e tutt’altro che libero da regole. Prima di tutto lavarsi le mani. Poi fare con la destra una piccola palla col riso, prenderlo dal basso con la mano quasi questa fosse un cucchiaio, sporcandosi solo le falangi, in particolare indice medio e anulare (guai a sporcarsi il palmo: sarebbe roba da barbari, quasi come usare la sinistra). A questo punto bisogna portare il riso alla bocca evitando di abbassare troppo la testa, spingendo con il pollice quasi fosse una molla, senza far troppo entrare le tre dita tra i denti. Non è facile e ogni boccone inserito con successo viene celebrato con un piccolo applauso, mentre una risata accompagna i tentativi più grossolani.

Arriva a tavola un po’ di tutto, ma io scelgo solo piatti vegetariani. Da un occidentale, ci si aspetta che sia un gran mangiatore di carne. Io non sono vegetariano, ma la cucina vegetariana indiana è superlativa e gli sguardi che ho gettato in certe macellerie prive di frigo e piene di mosche mi hanno fatto desistere dalla voglia di provare il pollo o l’agnello. Quando mi chiedono se sono vegetariano, prendo una strada di compromesso: spiego che in India sono diventato vegetariano per osmosi.

Però a vedere bene nei menu dei ristoranti pare proprio che la carne faccia da padrona: chicken kebab, fish curry, chicken manchurian. Ogni tanto ci si imbatte anche in una bistecca, se il proprietario è musulmano o cristiano (o ateo non vegetariano, mi viene da rispondere). In effetti, mangiare carne sembra tra le nuove generazioni una scelta antitradizizionale.
Nasce una discussione sul consumo di carne bovina. Con la mia risposta ho fatto la figura del tradizionalista. Un ragazzo ribatte sostenendo che le cose non sono più quelle di una volta, e che i tempi cambiano. Per esempio, lui quando era studente lavorava come operaio in una fabbrica che faceva dei collanti estraendo il midollo dalla spina dorsale dei bovini. Un lavoro duro, che serviva a pagargli gli studi. I suoi genitori non l’hanno presa bene, perché ai loro occhi era un misfatto. Ma lui voleva studiare e nonostante abbia lavorato le ossa dei bovini sacri, si considera un buon indù. “I tempi cambiano”, mi dice lui. “E già”, gli dico io, pensando che lo stereotipo dell’indiano succube delle vacche è proprio una gran bufala, tanto per rimanere in tema di bovini.
In realtà quella dell’India come paese religioso pieno di tabù è una visione orientalista alimentata da stereotipi radicati nello sguardo degli occidentali. L’india ha una forte tradizione laica e razionalista e l’enfasi sulla spiritualità indiana, considerata un attributo nazionale, è una risposta al colonialismo britannico, che si installò nel paese introducendo il proprio primato tecnologico e spingendo gli indiani a rafforzare gli elementi spirituali su cui i britannici non avevano possibilità di competizione.
Finiamo di mangiare. Dalla tasca estraggo un rotolo di bīdi — la classica sigaretta indiana arrotolata a mano, col tabacco avvolto in una foglia di tendu e legato da un filo di cotone. Le bīdi sono un souvenir esotico di tanti visitatori occidentali, ma in India sono fumate perlopiù dai poveri, dai fuori casta e dai contadini. I ragazzi mi guardano perplessi. Poi uno di loro mi offre una sigaretta “americana”. Lo ringrazio, ma non fumo sigarette già rollate e ho proprio voglia di una bīdi. Ridono tutti imbarazzati. Un occidentale esotico che si comporta da maleducato fuori casta.
Ma anche questa impasse interculturale dura un secondo. La cena termina convivialmente con un piccolo concerto di rutti. Una manifestazione di apprezzamento del cibo che in India è tutt’altro che volgare, e per la quale non ho bisogno di mediatori culturali per far apprezzare tutta la mia buona disposizione verso i piatti dell’Hidden Taba.

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Guida ai ristoranti più ignobili di Milano https://www.carmillaonline.com/2009/03/28/guida-ai-ristoranti-pi-ignobili-di-milano/ Sat, 28 Mar 2009 11:10:50 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=2990 di Francesco M. De Collibus

Pappa.jpgOgni giorno, più o meno alla stessa ora, sempre la stessa domanda: “E ora dove si va a pranzo?”. Saper scovare a prima vista un ristorante ignobile si rivela un talento prezioso a mezzodì. L’efficientismo degli uffici si vanta di trangugiare tramezzini in piedi, come se sedersi e comunicare fosse una perdita di tempo. I fortunati che non hanno ancora la schiena come il filo del telefono addirittura approfittano per fare palestra : diventa così un esercizio splendidamente inattuale quello di cercare un ristorante ignobile per sfracellarsi a dovere lo stomaco. Il cibo sortisce poi l’effetto [...]]]> di Francesco M. De Collibus

Pappa.jpgOgni giorno, più o meno alla stessa ora, sempre la stessa domanda: “E ora dove si va a pranzo?”.
Saper scovare a prima vista un ristorante ignobile si rivela un talento prezioso a mezzodì. L’efficientismo degli uffici si vanta di trangugiare tramezzini in piedi, come se sedersi e comunicare fosse una perdita di tempo. I fortunati che non hanno ancora la schiena come il filo del telefono addirittura approfittano per fare palestra : diventa così un esercizio splendidamente inattuale quello di cercare un ristorante ignobile per sfracellarsi a dovere lo stomaco. Il cibo sortisce poi l’effetto della morfina, rendendoci pacati ed indolenti per tutto il pomeriggio, e così deliziosamente inefficienti mentre intorno a noi tutti proiettano slides e organizzano call. Un semplice pranzo pesante diventa un gesto eversivo, un atto di sabotaggio dell’etica del turbocapitale, ammesso che ne abbia una, un piantare i piedi contro il moto della terra e dei pianeti, un piccolo umanissimo gesto di rivolta, capace di rendere l’esistenza più sopportabile. Miracoli dell’ignobiltà, e dei fagioli con le cotiche!


Zu den sachen selbst, cos’è un ristorante ignobile? Un ristorante alla buona in cui si mangia bene, unto e tanto, e non si spende un pazzo(1). Il ristorante ignobile, come il diavolo, ha molti nomi. Si può chiamare “Dalla Vecchiaccia”, “Dai camionisti”, “Dai luridi”, “Lo scannatoio” ” Dallo Zozzone” ” Dall’AIDS”… per compensazione più è laido il nomignolo impiegato, migliore sarà la cucina.(2)
Ma definire l’ignobiltà, è come descrivere il fascino di una donna, un grande esercizio di presunzione. Non sono i singoli componenti, la cui somma vale meno del tutto!
Non è l’antica patina di grasso sulla vetrina, che mai ha conosciuto l’onta di un detergente. Non è il vernacolo incomprensibile dei camerieri, che ci riporta ai fasti dell’italia preunitaria, e neppure l’esilarante ortografia dei menu, che offre amburgher e cotoleta e neanche il grasso carbonizzato sul fondo delle stoviglie, sedimento per carotaggi di future geologie culinarie.
No, è l’autenticità a rendere ignobile un locale. Il posticino ignobile è sincero, del tutto al di fuori della grammatica della carineria, della menzogna e della posa, del servizio. Ed è per questo che noi lo amiamo. Nella ipocrita capitale morale di una paese senza morale, cosa c’è di più bello, ed anche più pericoloso, della sincerità? Dopo i Corsi Comi, e i localetti patinati, cosa c’è di meglio della gustosa zozzoneria? Il locale ignobile è esattamente quello che sembra, una bettola, un postaccio! Tanta è la potenza della stamberga non tirata a lucido da imporre leggi proprie, curvando il galateo a regole nuove.
Ad esempio, nel locale ignobile è consigliato piluccare dal piatto altrui, gesto che altrove implicherebbe l’immediata scomunica sociale. “Ma tu ti stai ammazzando con i peperoni? Io mi sto schiattando di cipolla e tonno, prova qui”. Macchie di sugo sulla camicia, dita unte del grasso del pollo, implicando un rapporto ancora più carnale con il cibo, sono del tutto OK. Guai invece a segnalare ad un commensale che ha le labbra sporche di sugo: gli si impedirebbe di gustare di nuovo nel pomeriggio gli squisiti sapori del pranzetto.
Il megarutto è d’obbligo dopo il pasto ignobile, anzi dall’oscillazione indotta sui cappotti(3) si può trarre una utile aruspicina per l’avvenire, come comunemente si fa dai fondi di caffè e dalle linee della mano. Se oscilla tanto porta fortuna e danari. Se compie un moto leggermente sussultorio ondulatorio, possibilità di tresche in ufficio. Se cadono a terra, significa sciagura(4)!
Ma come essere sicuri di trovarsi in un locale davvero ignobile? E’ presto detto. Premuratevi di avere sempre a portata di mano un dado da venti, una matita ed un pezzo di carta. Come entrate in un locale, tirate immediatamente il D20, osservate il risultato e dimenticatevelo. Tanto ormai siete entrati, non vi serve niente. A questo punto prendete carta e penna , osservate se sono presenti le seguenti cose con il relativo punteggio:
Il perlinato alle pareti = + 10
Foto dell’Italia Campione del mondo 1982 e/o raccolta dei vecchi scudetti dell’inter ( solo fino al 1989 compreso) = + 5
Posacenere di bevande scomparse tipo il liquore Aurum o la Cola 101 = + 5
Posacenere della cedrata Tassoni = +10
Tovaglia di carta = +5 (+ 8 se con fantasia di fiori)
Bicchieri sporchi, consunti, asimmetrici, calcificati, lordati, lattiginosi, purulenti, o comunque infetti = +5
Nuvole di mosche che si spostano sul carrello dei dolci come un flagello biblico = + 5
Cartelli al banco del tipo ” Si fa credito solo ai novantenni se accompagnati dai genitori” = + 3
Calendario di Frate Indovino = +3
Il bagno fisicamente staccato dal locale con i tavoli, magari nel cortiletto = + 5
Scarico temporaneamente rotto. Da cinque anni = + 10
Tovaglia croccante = +10
Tovagliolo croccante = +15
Assenza totale di menu = +10
Il cameriere che recita a voce i piatti disponibili, con una sola emissione di fiato che fa tanto atmosfera di festa, come il nipotino a natale = +15
L’oste che prende a mente tutti gli ordini + 15
Menu fotocopiato = +5
Menu scritto a penna foglio per foglio = +10
Vetrina resa fumè dalla sporcizia = +8
Ogni errore di grammatica sul menu = +5
Per ogni singolo nomignolo distinto del ristorante, tipo “La Lurida”, “Lo scannatoio”, “La vecchia” = +5
Presenza di un piatto kamikaze (5) = + 25

Benissimo, avete annotato tutto? Ora sommate le singole voci, se avete ottenuto un punteggio superiore a 47 ma strettamente inferiore a 51 allora… ma chi se ne frega, pensate solo a magnare e a stare bene. Milano, l’Indeterminante, la città a macchia di leopardo che non somiglia neppure a se stessa, la cosmopolita capitale della gretta e folle lombardia, vi aspetta con migliaia di questi posti deliziosi e magici, se solo avrete il coraggio di cercarli!
Buon piatto kamikaze(5), allora…

(1) il Pazzo, nota unità monetaria dal valore trascurabile, equivalente al penny, al centesimo, allo scellino, e al dollaro americano post-crisi.
(2) In nessun caso il nome con cui ci si riferisce al ristorante ignobile può essere quello scritto sull’insegna .Questo per una conseguenza dell’assioma secondo cui – terminata – la declamazione dei nomi di Dio il mondo terminerà. Chiamando il ristorante ignobile con il nome scritto sulla ragione sociale si accorcia istantaneamente di cento milioni di anni la vita dell’universo. Ci avete le palle per prendervi una simile responsabilità?
(3) Cappotti ovviamente poggiati sulla sedia. Volete pure gli attaccappanni nel locale ignobile? Sofistici del cavolo!
(4) Anche perchè se state ruttando a cotanti decibel, probabilmente passerete la parte restante del pomeriggio chiusi in bagno intenti in trasformazioni alchemiche.
(5) A questo punto, si apre necessariamente una parentesi. Cos’è il piatto kamikaze? E’ la fatality dell’esofago: un piatto untissimo nel quale si transustanzia somma tutta l’ignobiltà del posto. Ogni locale davvero ignobile ne ha almeno uno. Quando ne viene ordinato uno, un istante di silenzio cala tra gli avventori. Affrontare il piatto kamikaze è un gesto temerario, una sfida per l’esistenza. Il piatto kamikaze vuole solo trascinarci all’inferno giù con lui. Il vero piatto kamikaze non è fatto per essere finito. Il suo obiettivo non è non solo saziare, ma saziare in maniera tale che anche se si sta crepando, non si riesce a finirlo. E’ come una mistress, deve soggiogare per dare piacere. Per sopravvivere ad un piatto kamikaze, bisogna riesumare il dado da 20 di cui sopra ed effettuare un tiro salvezza contro morte. Se lo si fallisce, si diparte belli sazi, e con le proprie carni si farciranno altri piatti kamikaze stesso. Se si sopravvive… beh, si torna il giorno dopo a mangiare un altro piatto kamikaze. E’ buono di bestia d’altronde, no?

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Se vi capitasse una volta di passare per Sana’a… https://www.carmillaonline.com/2009/01/03/se-vi-capitasse-una-volta-di-passare-per-sanaa/ Sat, 03 Jan 2009 15:00:35 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=2892 Pensab01.jpgdi Giuseppe Pensabene Perez

A Sana’a i ristoranti si dividono principalmente in due categorie: quelli popolari e quelli “di lusso”. Nei primi si mangia la vera cucina yemenita e sono frequentati dal popolo. Quelli lussuosi offrono cucina fusion o pietanze di tipo siro-libanese e gli avventori sono quasi solo yemeniti ricchi, arabi del golfo ed occidentali. Esistono giusto un paio di posti “di classe” che propongono piatti locali tipici. Nelle abitudini yemenite il menù del pranzo è completamente diverso da quello della cena. Il pasto di mezzogiorno è quello principale e fondamentale perché premette alla rituale masticata pomeridiana di qat [...]]]> Pensab01.jpgdi Giuseppe Pensabene Perez

A Sana’a i ristoranti si dividono principalmente in due categorie: quelli popolari e quelli “di lusso”. Nei primi si mangia la vera cucina yemenita e sono frequentati dal popolo. Quelli lussuosi offrono cucina fusion o pietanze di tipo siro-libanese e gli avventori sono quasi solo yemeniti ricchi, arabi del golfo ed occidentali. Esistono giusto un paio di posti “di classe” che propongono piatti locali tipici.

Nelle abitudini yemenite il menù del pranzo è completamente diverso da quello della cena. Il pasto di mezzogiorno è quello principale e fondamentale perché premette alla rituale masticata pomeridiana di qat e non si può masticare il qat senza la pancia piena. Il qat in Yemen è assunto quotidianamente dal novanta per cento della popolazione, il venti per cento del reddito familiare viene speso per acquistarlo e la maggioranza delle superfici coltivabili sono occupate dai suoi alberi, tanto che gran parte dei beni alimentari sono importati. Il mio caro amico Shafìq, medico dirigente della Mezzaluna Rossa (l’equivalente islamico della Croce Rossa), mi ha detto di aver provato a smettere ma dopo un mese ha ricominciato: senza qat si stancava molto di più e la sera, a casa, la moglie si lamentava…

Pensab03.jpgA pranzo regna incontrastata la salta, una spumosa poltiglia verde a base di verdure varie e brodo di carne. Buona ma un po’ amara, anche se dicono che permetta di gustare meglio le foglioline verdi dell’imprescindibile masticata digestiva di sappiamo noi cosa. Viene servita in ciotole di terracotta che arrivano al tavolo direttamente da una specie di fornace (non appoggiateci mai le dita!) e si mangia servendosi dell’ottimo pane locale. Io preferisco la variante fahsa, la stessa minestra con l’aggiunta di carne bovina spezzettata e pomodoro. La migliore la trovate da Al-Faqih (Al-Faghih nella pronuncia sananita), ristorante che per prepararla vanta di macellare cinque mucche intere ogni giorno. Si trova un po’ fuori città, sulla strada che porta a Wadi Dahr, ma qualsiasi tassista lo conosce. A pranzo è sempre strapieno e se non c’è posto ai tavoli, i camerieri stendono volentieri delle stuoie sul marciapiede, dove si può comodamente mangiare seduti con le gambe incrociate.
Di secondo generalmente vi viene servito il pollo arrosto. Buonissimo: la pelle bruciacchiata e croccante di cumino e altre spezie, la carne morbida e saporita da prendere con le mani e intingere nella salsina a base di yogurt. Il tutto accompagnato dal marag, brodo di carne servito in simpatiche ciotoline, e dall’onnipresente bisbàs, peperoncini verdi piccantissimi da mangiare a morsi. Un gesto gentile è disossare la coscia e offrirla, rigorosamente con la mano destra, al proprio ospite.

pensab02.jpgA cena invece ci si mantiene più leggerini: l’effetto del qat non lascia molta fame. Il menu varia e si può scegliere tra kebda (fegato tagliato a listellini), lahme mafruma (carne macinata), ful e fasuliyya (fave e fagioli) e beyda (frittatine piccanti di uova e cipolle).
Assolutamente da non perdere è l’esperienza del pesce: si va allegramente in macchina nel quartiere di Buleyli chiedendo del suq al-samak (mercato del pesce) dove arrivano ogni giorni camion carichi da Hodeida, città sul mar rosso, e da Aden. Dentro degli enormi secchioni ottimi giàmbari, gamberoni, e sul bancone del mercato pescioni di tutti i tipi: squaletti, cernie, oratone. Il padrone ti accoglie mostrandoti quelli più freschi alzandogli le branchie, tu scegli il tuo pesce e lui te lo pesa per poi darlo ai ragazzetti addetti a pulirlo, ai quali si lasciano un centinaio di riali di mancia.
Dopo aver pagato un prezzo che è un po’ caro per lo Yemen ma ridicolo in confronto a quanto costa da noi, con il pesce incartato ci si avvia al ristorante prescelto. Io consiglio Filastin (Palestina) della via Zubeyri vicino a Bab Al-Yemen. L’ambiente è anonimo, uguale a quello di tutti gli altri ristoranti popolari, ma il cuoco è bravissimo. Prepara i gamberi con un delizioso sughetto di pomodoro e bisbas e altre spezie, da provare assolutamente con il pane rateb (umido).
Il pesce lo cucina facendone quasi carbonizzare la pelle e lo si mangia strappandolo con il pane e intingendolo nel sahhawik, salsetta piccantissima di formaggio, pomodoro, cetrioli.
Queste ottime cene si concludono bevendo il solito tè al cardamomo o un frullato di mango, un po’ malinconici per l’assenza di vino bianco ma sazi e soddisfatti.
Pranzo o cena nei ristoranti popolari non vi costeranno comunque più di duecentocinquanta riali, cioè meno di un euro. Clientela rigorosamente maschile.

Una nota sul Deja Vu, uno dei ristoranti moderni di Hadda, il quartiere ricco. Il locale potrebbe stare tranquillamente a Londra o Parigi per arredamento, colori e atmosfera, con l’immancabile contrassegno dei “posti fichi”: lo schermo gigante al plasma che trasmette video musicali muti. Le cameriere sono ragazze filippine, senza velo, carine e sorridenti, il proprietario è un bel ragazzone libanese senza baffi e parlano tutti solo inglese. Di antipasto ho preso degli involtini primavera molto più buoni di quelli dei comuni ristoranti cinesi di Roma; di secondo l’ottimo filetto al pepe verde servito con patate, carote e zucchine. Prezzo totale circa dodici euro. Sul tavolo c’erano dei piccoli menù con scritto “cocktails”: Heaven, Haway, Puertorico. Ma l’illusione è durata poco: erano succhi di frutta mista.

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Abolish Restaurants: clienti e camerieri https://www.carmillaonline.com/2008/10/10/abolish-restaurants-clienti-e/ Fri, 10 Oct 2008 11:56:24 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=2807 waitress.gif[Per riprendere la critica alla ristorazione, già iniziata qui, propongo la traduzione di un brano da Abolish Restaurants, un opuscolo diffuso negli ambienti antagonisti britannici. Devo precisare che in certi aspetti la realtà italiana è diversa da quella descritta nelle righe che seguono: in primo luogo in Italia la gestione dei ristoranti è in gran parte di tipo familiare, il che alimenta forme di subordinazione in nero mascherate da rapporti pseudo-affettivi; poi la produzione dei pranzi è meno semplificata, quindi più esigente e comunque peggio pagata, mentre il sistema delle mance è molto circoscritto. Infine, al contrario degli UK, nel [...]]]> waitress.gif[Per riprendere la critica alla ristorazione, già iniziata qui, propongo la traduzione di un brano da Abolish Restaurants, un opuscolo diffuso negli ambienti antagonisti britannici. Devo precisare che in certi aspetti la realtà italiana è diversa da quella descritta nelle righe che seguono: in primo luogo in Italia la gestione dei ristoranti è in gran parte di tipo familiare, il che alimenta forme di subordinazione in nero mascherate da rapporti pseudo-affettivi; poi la produzione dei pranzi è meno semplificata, quindi più esigente e comunque peggio pagata, mentre il sistema delle mance è molto circoscritto. Infine, al contrario degli UK, nel verbale segreto il cameriere più bravo è quello che fa mangiare i clienti più lentamente, così da non dover riapparecchiare di nuovo il tavolo e quindi poter lavorare di meno e più lentamente] A.P.

Ti fa male la schiena, perché stai in piedi 6, 10 o 14 ore di seguito. Puzzi di frutti di mare e di spezie per la carne. Hai corso avanti e indietro per tutta la notte. Fa caldo. I vestiti ti si attaccano addosso per il sudore. I pensieri più strani ti montano in testa. Afferri frammenti di chiacchiere dei clienti ma devi continuamente interrompere le tue conversazioni coi colleghi. Non c’è tempo per preoccuparsi di problemi di relazione, se hai dato da mangiare al tuo gatto stamani, come pagherai l’affitto questo mese. C’è da prendere un nuovo ordine.


Sempre la stessa musica. Versi il caffè per i due tipi alla vetrina, la solita coppia al secondo appuntamento. Offri il solito blando sorriso di servizio al cliente, ti giri e cammini sfiorando le solite decorazioni appiccicose. Ti fermi nel posto di sempre, guardando il pavimento della sala da pranzo. Dietro di te l’aiuto-cuoco sta grattando via da un piatto usato il burro riciclato per rimetterlo in un contenitore di plastica. Cose già viste.

Tempo di elezioni. Una cameriera deve occuparsi nello stesso istante di tre diversi tavoli. A ogni tavolo i clienti difendono le idee di un differente partito politico. Quando arriva al tavolo, la cameriera loda ciascun partito e programma. I clienti sono contenti e le lasciano una buona mancia. Probabilmente lei neanche andrà a votare.

Una sera la lavapiatti non si è fatta viva. I piatti cominciano ad ammucchiarsi. Un cuoco cerca di mettere in moto la lavastoviglie ma scopre che non funziona. Lo sportello è ammaccato e i fili sono stati tranciati. Nessuno saprà più nulla di quella lavastoviglie.

Eccolo! L’ultimo cliente! L’ultimo stronzo d’un direttore. L’ultima discussione con un collega. L’ultimo piatto puzzolente di cozze. L’ultima volta che ti tagli o ti ustioni perché vai di fretta. L’ultima volta che giuri “domani mi licenzio”, per poi ritrovarti a fare la stessa promessa dopo due settimane.

Un ristorante è un posto deplorevole. Tutti i ristoranti, anche quelli con le recensioni fiorite nei giornali, quelli che servono solo cibo biologico, senza glutine, vegano, quelli che coltivano un’atmosfera alla moda con disegni suggestivi, tutti i ristoranti hanno cuochi, camerieri e lavapiatti stressati, depressi, annoiati. Alla ricerca di altro.

Di solito, i lavoratori dei ristoranti odiano i clienti. Quando ci imbattiamo in altri tipi che lavorano al banco nei bar o nei party, possiamo raccontarci storie e inveire contro i clienti per ore. In molti ristoranti chi ci lavora non potrebbe permettersi di mangiare. Questo significa che siamo inclini a servire persone che se la passano meglio di noi, anche se non sono necessariamente dei fottuti ricchi.

Ma questo è solo lo sfondo del rancore verso i clienti. I clienti possono facilmente essere gente d’estrazione popolare con lavori pessimi e alienanti quanto quelli dei lavoratori della ristorazione. Anche chi lavora 60 ore alla settimana come aiuto-cuoco può andare a mangiare fuori ed essere un cliente rompicoglioni. L’estrazione di classe dei clienti è meno importante del fatto stesso di essere clienti di un ristorante.

I clienti comprano. Pensano di comprare cibo e servizi di qualità. Quel che di solito ottengono è l’apparenza di cibo e servizi di qualità. Di rado il cibo dei ristoranti è fresco e sano quanto quello che si mangia a casa. Il cliente pressante e odioso avrà un caffè pieno di decaffeinato. Diremo al cliente che abbiamo finito quello che ci chiede, se avremo troppo da fare per interessarci a lui. Consiglieremo il piatto più caro o quello più semplice da preparare.

I clienti non sono abituati al processo di produzione. Gran parte del lavoro di chi sta in sala serve a incastrarli efficientemente in questo processo. Siamo bravi a farli stare a posto, a farli mangiare e a farli pagare quando noi lo vogliamo. I camerieri migliori sono quelli che si occupano nello stesso tempo del maggior numero di tavoli, che fanno ordinare cibo e bibite in quantità, che sanno convincere i clienti a mangiare e pagare velocemente, così che questi pensino di aver ordinato, mangiato e pagato secondo la loro volontà. Questo è possibile perché ogni piatto è ottimizzato e ridotto a un numero limitato di varianti. Se vogliono un piatto particolare, preparato su misura per loro, o se non sono pronti a pagare quando ci fermiamo al loro tavolo, ci procurano un lavoro in eccesso. Cominciamo a elaborare dei pregiudizi (non completamente infondati): quali clienti saranno difficili da adattare al ritmo della produzione? E quali pagheranno buone mance? I vecchi e i ragazzini sono un problema. I turisti stranieri e gli uomini d’affari non lasciano mance soddisfacenti. Di solito i muratori e gli altri lavoratori della ristorazione lasciano buone mance.

I clienti detengono un grosso potere sui lavoratori della ristorazione e non solo quando ci lasciano la mancia. Un’osservazione negativa e qualcuno ci urla contro. Una seria lamentela al gestore e siamo licenziati. L’asimmetria di potere è tale che i clienti talvolta si comportano come capetti. Possono essere dei rompicoglioni esigenti, ubriachi e grezzi, ma dobbiamo essere carini con loro e farli felici è il nostro lavoro. Noi li odiamo per il potere che hanno su di noi. Fanno parte dell’apparato di sorveglianza del ristorante.

Ancora le solite minuziose conversazioni coi clienti. Impariamo velocemente a leggere in loro, a dire quello che vogliono ascoltare. Li aduliamo e facciamo battute consunte per costringerli a comprare di più, mangiare velocemente e pagare buone mance. Ma appena ci allontaniamo dal tavolo e dalle orecchie del cliente la maschera di educazione cade velocemente a terra. Li malediciamo, o ridiamo di loro, o parliamo di quali ci piacerebbe fottere, o ci domandiamo se sono padre e figlia o un uomo d’affari colla sua amante. Proviamo uno strano piacere in questa doppiezza di comportamenti. Nell’oppressivo servizio di attenzione al cliente l’atmosfera è pregna di ribellione.

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Bombe a Barbados https://www.carmillaonline.com/2008/07/02/bombe-a-barbados/ Wed, 02 Jul 2008 02:52:38 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=2697 di Filippo Casaccia

CippoBarbados.jpgA fine agosto 2001 son finito a Barbados perché l’amico dell’amico aveva trovato una casetta a Saint James, sulla costa ovest, a un quarto d’ora di macchina dalla capitale Bridgetown. Non avendo precedenti esperienze caraibiche, è stata una vacanza abbastanza straniante. L’isola è bella e le spiagge sono spettacolari, ma la popolazione non è particolarmente gioviale. I pochi austeri rasta non ti degnano neanche di uno sguardo, mentre tutti gli altri si fan dei grandi cazzi propri, anche perché il tipico turista caucasico di solito si rinchiude in un albergone a distribuire biglietti verdi e l’isola manco la [...]]]> di Filippo Casaccia

CippoBarbados.jpgA fine agosto 2001 son finito a Barbados perché l’amico dell’amico aveva trovato una casetta a Saint James, sulla costa ovest, a un quarto d’ora di macchina dalla capitale Bridgetown. Non avendo precedenti esperienze caraibiche, è stata una vacanza abbastanza straniante.
L’isola è bella e le spiagge sono spettacolari, ma la popolazione non è particolarmente gioviale. I pochi austeri rasta non ti degnano neanche di uno sguardo, mentre tutti gli altri si fan dei grandi cazzi propri, anche perché il tipico turista caucasico di solito si rinchiude in un albergone a distribuire biglietti verdi e l’isola manco la visita.
Noi del turista bianco abbiamo solo il colore, perché soldi, pochini, e il vivere in mezzo ai locali desta più sospetti che simpatie, anche se alla fine della vacanza qualcuno che ci offre il pugno dicendo “respect and dignity” lo troviamo.

L’architettura è peculiare: linde casette in legno costruite su piattaforme di cemento, nel caso che passi l’ennesimo uragano. Possibilità sempre presente, come il pomeriggio che vediamo tutti i nostri vicini inchiodare le imposte. Uno incatena addirittura la macchina a un albero enorme. Veniamo invitati a raggiungere tutti una chiesetta lì vicino, poi per fortuna l’allarme rientra: l’uragano ha svoltato e ci ha risparmiati.
Ci ambientiamo: sole, sabbia, biglie, libri, mare e qualcosa da mangiare, non serve altro. E qui viene il problema, perché a Barbados si mangia letteralmente da schifo. Oltre tre secoli di colonizzazione britannica hanno lasciato nella popolazione un senso critico culinario vicino allo zero. Oggi l’isola sembra una colonia statunitense: la valuta locale è agganciata al dollaro e i prezzi altissimi e i consumi riflettono la scelta monetaria; e sul deserto gastronomico britannico è calato un bombardamento di salsine. Tolta la frutta, non c’è grande scelta: o pesce (cattivo) o pollo. Godardianamente, direte, un pollo è un pollo… e invece qui, lo sbagliano il pollo.
Vabbeh: si mangerà male, ma ci sarà una vita locale, no? No. La prima sera partecipiamo a una festa locale al Boat Yard, un localaccio di Bridgetown sul mare. La scelta culinaria è ristretta a un panino poroso con petto di pollo, asciutto come velluto e pure senza la benedizione di una qualsiasi salsina lubrificante. Gli indigeni, rigidi e in piedi, ascoltano un raggamuffin ossessivo e aspro, guardando l’enorme amplificatore da cui fuoriesce. A metà tra la scena del monolito di 2001 e Ho camminato con uno zombie. Non ci resta che sbronzarci con la birra Banks, secca e leggera, o con il famoso rum Mount Gay, pregiato, antico e nobile.
I giorni passano indolenti, spiaggiati come leoni marini, in attesa della temutissima ora di cena, quando di frutta non ne puoi più. Il regime gastronomico punitivo ci induce a racimolare i nostri pochi soldi e optare per un ristorante lussuoso. A differenza delle altre sere mangiamo comunque di merda, ma spendendo un capitale.
Il giorno dopo, senza soldi, mi arrangio con della pressatella in scatola stesa su del pan carré mentre i miei compagni d’avventura hanno la faccia tosta di intrufolarsi in un club Med per razziare il buffet.
Una visita culturale all’unico monumento storico, una chiesa devastata dal passaggio di diversi uragani e ricostruita a fine ‘700, sembra un pellegrinaggio devoto per chiedere di mangiare qualcosa di commestibile e con un vago sapore. Funziona, perché una sera avviene il miracolo. Affamato e avvilito, approccio un umile chioschetto sulla spiaggia vicino a casa nostra, il Bomba’s Beach Bar. E, sarà stata la dieta forzata dei giorni precedenti, ma mangio un panino che non dimenticherò mai e che nei giorni seguenti diventa pasto e cena, più volte al giorno.
Il Bomba Burger sarebbe il classico hamburger se non fosse per qualche tocco di genio locale: al pane col sesamo e alla carne, si accompagnano papaya, bacon croccante e una goccia di chili sauce, in un mix esaltante per il vostro palato e mortificante per il tasso di colesterolo.
Non so se la precaria struttura del Bomba’s sia ancora in piedi ma è lì che dovete andare, se vi trovate a Barbados e non alloggiate in uno dei resort da miliardari dove probabilmente vi servono pasti fatti arrivare direttamente dall’Europa continentale.
Nei giorni seguenti, accompagnato alla succitata Banks, il Bomba Burger diventa un succulento pranzetto e il nostro umore cambia. Cominciamo a passeggiare per le spiagge della costa ovest con più curiosità, verificando con mano i danni della colonizzazione culturale ed economica. Sinché una sera — a pochi centinaia di metri da dove dormiamo — incontro un curioso cippo piramidale. Mi avvicino e leggo. Nomi di origine spagnola. Tanti. Il 6 ottobre 1976, lì davanti, è venuto giù un DC8 a causa di un attentato organizzato da uomini pagati dalla CIA. L’aereo era cubano, 73 i morti, i principali responsabili oggi liberi, come il venezuelano Alfredo Bosch, al sicuro in Florida dopo la grazia personale di Bush padre nel 1990.
Qualche giorno dopo siamo in Italia, davanti a un televisore acceso.
È il primo pomeriggio dell’11 settembre.

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Da Carlitos, Buenos Aires https://www.carmillaonline.com/2008/04/26/da-carlitos-buenos-aires/ Sat, 26 Apr 2008 12:47:27 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=2617 di Alberto Prunetti

dacarlitos.jpgContinuò a camminare nelle strade ormai illuminate artificialmente. La città non sembrava voler rallentare il ritmo. Il traffico rimaneva caotico e il rumore dei motori era superato solo dai colpi dei clacson. Bastarono pochi passi in direzione Corrientes e il suo stomaco cominciò a lamentarsi. Guardò le vetrine dei ristoranti. Evitò con la consueta attenzione i posti pieni di turisti e quelli con una clientela troppo affettata. Si atteneva a un’ipotesi che la realtà non aveva mai falsificato: i ricchi mangiano da schifo. Attraversò una strada, attratto da voci di ubriaconi e da un’atmosfera da taverna italiana degli [...]]]> di Alberto Prunetti

dacarlitos.jpgContinuò a camminare nelle strade ormai illuminate artificialmente. La città non sembrava voler rallentare il ritmo. Il traffico rimaneva caotico e il rumore dei motori era superato solo dai colpi dei clacson. Bastarono pochi passi in direzione Corrientes e il suo stomaco cominciò a lamentarsi. Guardò le vetrine dei ristoranti. Evitò con la consueta attenzione i posti pieni di turisti e quelli con una clientela troppo affettata. Si atteneva a un’ipotesi che la realtà non aveva mai falsificato: i ricchi mangiano da schifo. Attraversò una strada, attratto da voci di ubriaconi e da un’atmosfera da taverna italiana degli anni Cinquanta. “Ecco il mio posto”, pensò.

L’interno sembrava non aver mai conosciuto ristrutturazioni e assomigliava alla casa di un rigattiere nel giorno di una festa tra amici alcolizzati. Risate, urla, voci in un castigliano incomprensibile. Non capì se fosse per il lunfardo, il dialetto portegno infarcito di termini gergali italiani, o se la colpa andasse addebitata ai radi denti rimasti in quelle bocche: ad ogni modo pareva non riuscire a intender troppo del loro spagnolo. Comprese però che quella era serata di tango cantato e di trippa gorda. Si preparò all’evento. Annuì, quando una bocca sdentata proferì qualcosa da un tavolo vicino. Un altro avventore, conscio che non aveva capito niente, gli spiegò che per tradizione lì dentro il tango era solo cantato. “Eh, sì, anche a me il tango piace solo cantato.” Spiegò: “Non mi piace ballare, tengo piernas de madera.”
“Beato te, amigo, noi di legno non abbiamo più nulla!” crepitò un avventore, prima di scoppiare a ridere.
Si avvicinò al tavolo l’oste, con una faccia degna d’un caratterista dei vecchi spaghetti-western italiani. “Mucho gusto, Carlitos”. Non c’era menu, solo un fogliaccio di carta da macellaio attaccato a un muro, e le cose sembravano essere le stesse da anni. Ma la cuoca non aveva l’aria di una che scherza. Guardandola, larga di fianchi e con una permanente sfatta, immaginò che con le padella sapeva farsi onore. Quanto alla griglia, quella era affare d’uomini, secondo il costume gaucho che si riproduceva negli anni. Ordinò la trippa gorda alla parrilla, “e vediamo cosa succede”, disse. Stesero sul tavolo una tovaglia a quadrettoni gialli e rossi, mentre un gatto soriano, addetto alla derattizzazione, si strusciava contro il suo stinco. Il vino era libero: sul bancone c’era sempre una damigiana da cinque litri e quando la svuotavano Carlitos la riempiva.
“Che fai qua, italiano?” chiede un tale, mentre tagliava il vino con l’acqua di seltz.
“Sono alla ricerca di vecchi parenti.”
“Ti piace la città?”
“Per ora è bellissima. Ricorda l’Italia che non ho conosciuto. C’è anche qualcosa di Madrid e Parigi, a tratti di New York. Ma appena entro in un locale ho la sensazione di ritrovarmi nella Roma popolare degli anni Cinquanta.”
“E’ una città che contiene tante città, questo l’hai capito bene, tano.”
“Promosso”, pensò. “Non sono più un turista, sono già diventato un tano, un italiano che ha messo radici a Baires. Meglio così.”
Scambiò due parole col tipo. In due minuti quello gli spiegò che la pizza, la pasta e il lotto erano invenzioni argentine. Non se la sentì di contraddirlo. Poi l’altro reclamò come argentine anche scopa e briscola. La misura era colma e si mise a fare il bastian contrario. L’argentino non batté ciglio e rilanciò. La tenzone si spostò sui polli allo spiedo che girano nel forno. Anche quelli argentini. Peccato che a Baires li chiamino come in Italia, pollos al spiedo, ma sul Plata nessuno conosce il significato della parola “spiedo”. Segnò un punto e per calmarlo gli offrì da bere.
Arrivò la trippa in gratella: un sontuoso pezzo di intestino grasso, arricciato sui carboni ardenti. Come omaggio della casa, enormi costole di asado. L’asado alla brace è un’arte argentina, su questo non c’era discussione. Contemplò la monumentale griglia e l’asador assorto nel suo lavoro. Su un lato era disposta la camera di combustione, che bruciava carbone fossile. Di tanto in tanto Carlitos prelevava con una pala il carbone, ridotto a brace ardente, e lo disponeva sotto la griglia. Questa, dotata di una leva, era sollevabile e regolabile. Così l’asador era libero di disporre regolarmente le braci, calibrando a suo piacimento la distanza della carne dai tizzoni che la arrostivano. Carlitos scottava la carne in anticipo e terminava la cottura solo quando riceveva una comanda. Il risultato era stupendo: la carne era quasi bruciata all’esterno, ma si conservava rosa nelle fibre interiori.
Stava ancora masticando la trippa e l’asado quando sentì le vibrazioni delle corde di una chitarra. Un tizio, con radi capelli lunghi legati in un codino, iniziò a suonare. L’oste impose il silenzio con gesto severo. Tutti guardarono un tipo di età indefinibile, quasi un barbone, con barba e capelli incolti, vestiti logori e occhi lacrimosi, di un azzurro sbiadito. Attaccò un brano, una zamba malinconica di Atahualpa Yupanqui, con voce rauca, sporca, stupenda. Ne aveva poca però, quella che l’alcool gli aveva lasciato, e per sentirlo bisognava tendere le orecchie, evitando anche di respirare. Il trovatore sdentato passava da una copla andina a un tango di Mercedes Sosa, mentre l’italiano restava assorto in un mare di malinconia musicale, in quella città triste e stupenda. La chitarra passava di mano in mano, ogni pezzo gli sembrava sempre più intenso e il vino non mancava mai nel suo bicchiere.
Poi gli occhi cominciarono a galleggiare tra i resti delle costolette di vitello scarnificate. Svuotò il fondo di rosso, lasciò quindici pesos e si lasciò ingoiare dalle strade di Buenos Aires, battute dal vento della Pampa.

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