Diario in pubblico – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 12 May 2026 17:08:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Quante storie per nulla! https://www.carmillaonline.com/2026/05/08/quante-storie-per-nulla/ Fri, 08 May 2026 20:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93528 di Marco Sommariva

In un articolo intitolato L’ultimo dei demoni pubblicato nell’inverno del 2008 sulla rivista francese XXI (in Propizio è avere ove recarsi, Adelphi, 2017), Emmanuel Carrère scriveva d’essersi trovato a parlare di Eduard Limonov con più di trenta persone, sconosciuti e amici – artisti, editori e giornalisti –, e nessuna di queste gli aveva parlato male di lui, anzi. Scriveva anche d’aver chiesto a questi amici se il nome Partito nazionalbolscevico di cui Limonov era il leader, non li imbarazzasse, così come i crani rasati, i teschi sulle fasce al braccio e la bandiera del partito che imitava quella nazista, [...]]]> di Marco Sommariva

In un articolo intitolato L’ultimo dei demoni pubblicato nell’inverno del 2008 sulla rivista francese XXI (in Propizio è avere ove recarsi, Adelphi, 2017), Emmanuel Carrère scriveva d’essersi trovato a parlare di Eduard Limonov con più di trenta persone, sconosciuti e amici – artisti, editori e giornalisti –, e nessuna di queste gli aveva parlato male di lui, anzi. Scriveva anche d’aver chiesto a questi amici se il nome Partito nazionalbolscevico di cui Limonov era il leader, non li imbarazzasse, così come i crani rasati, i teschi sulle fasce al braccio e la bandiera del partito che imitava quella nazista, a parte che nel cerchio bianco in campo rosso, invece della croce uncinata, si trovavano la falce e il martello. Carrère raccontava che i suoi interlocutori s’erano stretti nelle spalle e gli avevano risposto che era lui a essere schizzinoso, che faceva delle storie per nulla e che di umanisti con le mani pulite ne avevano quanti ne volevano, mentre i nazbol pagavano di persona, andavano in galera per le loro idee.

Cos’era un nazbol era stato scritto sulla rivista di Limonov, Limonka, il cui titolo rinviava chiaramente al suo nome, ma significava anche “granata”. “Sei giovane. Non ti piace vivere in questo paese di merda. Non vuoi diventare né un qualsiasi compagno Popov, né un figlio di puttana che pensa soltanto alla grana, né un čekista. Sei uno spirito ribelle. I tuoi eroi sono Che Guevara, Mussolini, Lenin, Mishima, Baader. Ecco: sei già un nazbol”. Nell’articolo veniva specificato che i nazbol comprendevano skinhead che andavano in giro con i cani lupo e che si divertivano a fare il saluto nazista per rompere le palle alle persone perbene, fascisti di base, fascisti intellettuali, estremisti di sinistra, fumettisti, bassisti rock alla ricerca di compagni per formare un gruppo, quelli che scrivevano poesie di nascosto, chi sognava vagamente di compiere una strage a scuola e poi farsi saltare le cervella come succede in America, e anche coloro che “prima o poi finiscono per convertirsi all’islam”. Provo a riassumere: sull’argomento nazbol gli amici artisti, editori e giornalisti di Carrère fecero spallucce e gli dissero d’essere schizzinoso e che faceva delle storie per nulla.

Nel 2020 ho il  pubblicato Appropriazione indebita – sottotitolo Ray Bradbury non era di destra –, un mio pamphlet scritto contro quella che ritengo essere, appunto, un’appropriazione indebita da parte di CasaPound della figura dello scrittore statunitense e dell’intera sua opera, specie del romanzo Fahrenheit 451.

Ray Bradbury è compreso fra gli 88 numi tutelari di CasaPound, protettori che, spesso, hanno poco o niente a che fare con chi si definisce “fascista del terzo millennio”. È una lista che comprende personaggi quali George Orwell, James G. Ballard, Geronimo, Alce Nero, John Fante, William Butler Yeats, Corto Maltese, Giordano Bruno e tanti altri ancora, compreso Dante Alighieri. Notare che il numero 88 non è una scelta casuale: al numero 8 corrisponde nel nostro alfabeto la lettera H e, come 1312 sta per ACAB (All Cops Are Bastards), 88 sta per HH (Heil Hitler).

Fra i vari obiettivi di Appropriazione indebita, opera arricchita da un testo di Erri De Luca e dalla postfazione di Elia Rosati, c’era quello di allertare il lettore circa l’avanzata di CasaPound che, da quando è nata, ha sempre viaggiato in parallelo alla crescita esponenziale della destra nel nostro Paese arrivata, oggi, ai vertici del governo. Un’avanzata iniziata a fine anni Novanta quando, prima di occupare CasaPound, un gruppo neofascista romano decise di prendere un romanzo di Bradbury come vessillo facendosi chiamare “Fahrenheit 451”: si era all’inizio di una storia che avrebbe dato vita a una nuova corrente della destra radicale giovanile italiana. Pochi lo notarono e tra questi molti ironizzarono o risero, anche a destra, di quegli strani camerati che non sceglievano nomi sacri e consueti, ma si affidavano a un immaginario che sembrava estraneo all’area.
A distanza di qualche anno questa strategia nera sembrerà decisamente più chiara e lineare: sarà una delle chiavi del successo di quella organizzazione e più in generale di quanti a destra sapranno rendersi mainstream, abbandonando per sempre quell’autocompiaciuto e aristocratico sentirsi esuli in patria, per costruire una comunità di fascisti della porta accanto. E non è certo un caso che tutto ciò sia iniziato col rubare da destra Fahrenheit 451 di Bradbury, un testo del 1953 che, in quegli Stati Uniti militaristi, razzisti e classisti, per primo narrava quanto poteva essere sovversiva la cultura, un libro che, nonostante la fine del nazifascismo, ribadiva che una società che voleva essere ordinata e pura sarebbe finita sempre per ridurre in cenere le diversità.

Questo libello aveva come fine anche quello di mettere a disposizione nuove armi per coloro che desideravano intraprendere una militante controffensiva intellettuale verso una certa destra che già allora – l’idea del pamphlet è del 2016 – stava avanzando, almeno nella mia quotidianità, persino tra colleghi e conoscenti. Non fu un successo. A parte un lettore veneto che mi scrisse quanto utili fossero risultate quelle mie pagine durante le discussioni col figlio adolescente affascinato da Cp (così è chiamata l’organizzazione da chi ne fa parte), non sortii alcun altro ritorno, anzi, l’unica recensione che s’occupò del mio scritto fece presente questo: “Smentire, con dovizia di esempi, ricerche e persino ragionamenti seri, che Ray Bradbury era «di destra» poiché quelli di CasaPound l’hanno messo tra i loro 88 numi tutelari facendoti venire l’orticaria, dai, non è serio. Anzi, è da non credersi: non dico il fatto che quelli l’abbiano messo lì nel loro pantheon, ma che tu, Marco, abbia perso tempo per smentirli, che è tipo catturare l’aria con le mani. Ma che ce ne fotte se Bradbury era o non era di destra o fascista? […] Intellettualmente, CasaPound non è deprecabile, figurarsi, è solo un buco (nero) che si riempie grazie soprattutto a libri come questo” (Stefano I. Bianchi, Blow up, n. 274).

Quindi, “non è serio” provare a smentire, persino con “ragionamenti seri”, ciò che si ritiene falso, che poi sarebbe un tentativo per invitare a non parlare male cosicché, di conseguenza, non si finisca con il pensare male. E dire che fu proprio Orwell – uno dei numi tutelari di CasaPound – col suo 1984, ad allertarci sul fatto che il fascismo non si identifica con un determinato sistema di governo, ma viene praticato da tutti coloro che, indipendentemente dal colore ideologico, parlano male e facciano parlare male, e parlando male e facendo parlare male, pensino male e facciano pensare male. Provo a riassumere: la sensazione è che, sull’argomento CasaPound, io sia risultato schizzinoso, uno che abbia fatto delle storie per nulla.

Mi auguro vada meglio a Paolo Berizzi, inviato speciale de la Repubblica dove lavora dal 2000, autore de Il libro segreto di CasaPound edito nel 2025, che ho avuto il piacere di andare ad ascoltare lo scorso 6 dicembre nella sala Rossa del Comune di Savona, durante un incontro organizzato dalla libreria savonese Ubik.

Berizzi, che s’è occupato anche di lavoro nero, caporalato, droga, narcotraffico e tanto altro ancora, è conosciuto soprattutto per il suo ventennale lavoro di indagine sul neofascismo. Inchieste che mi sa siano state realizzate parecchio bene, dato che dal 1° febbraio 2019 vive sotto scorta in seguito a minacce di morte e atti intimidatori ricevuti da gruppi neofascisti.

“Non so ancora se e quanto resterò in CasaPound. Uscire è ancora più complicato che entrare. Soprattutto adesso. È peggiorato il clima di sospetto e di tensione, anche gratuita, spesso immotivata. Ho partecipato a campagne denigratorie sui fuoriusciti. Anche a trattamenti educativi per chi ha lasciato la comunità, magari con spiegazioni e giustificazioni che non stavano in piedi e che la direzione non gradiva. Se esci per motivi famigliari o lavorativi si accetta: non militi più, va bene, ma resti comunque un simpatizzante. Se invece lasci di punto in bianco, senza motivazioni plausibili, e la cosa non sta bene al capo sezione, scattano le spedizioni punitive. La paura la senti”, comincia così Il libro segreto di CasaPound. Le parole sono di un militante storico di Cp, deciso a rivelare storia, segreti, alleanze e affari di questa struttura di matrice neofascista, a partire dall’occupazione nel 2003 del palazzo in pieno centro a Roma, al civico 8 di via Napoleone III, di proprietà dell’Agenzia del demanio – un’occupazione tuttora in atto.

È una testimonianza straordinaria perché raccolta all’interno di un mondo da sempre inaccessibile, chiuso e protetto. Mai era successo prima che un militante storico di CasaPound rilasciasse una testimonianza così forte, precisa e dettagliata. Dice lo stesso Berizzi: “La voce di un militante di CasaPound da oltre vent’anni solleva per la prima volta il velo nero che copre l’organizzazione e ci guida alla scoperta di un mondo oscuro che riguarda tutti. Perché il neofascismo, quando è sdoganato, sfacciato, protetto e coperto da chi ha in mano il potere, è pericoloso per la democrazia”.

La sollevazione di questo velo nero, intende rivelare la vera storia dell’occupazione del palazzo di proprietà dello Stato in pieno centro a Roma, i nomi dei finanziatori di CasaPound mai resi pubblici prima, il “piano B” eversivo in caso di sgombero da via Napoleone III, i rapporti con Giorgia Meloni, i legami con la destra di governo, la violenza come metodo, i campi di addestramento, la copertura delle istituzioni, i rapporti con i media mainstream e ancora… i capi e i capetti, le donne, le ombre criminali e il sistema su cui s’è retta sinora l’architettura di questo lungo inganno chiamato CasaPound, un movimento che – dopo quasi un quarto di secolo – potrebbe andare incontro allo scioglimento per tentata ricostituzione del Partito fascista.

Prima di addentrarci in questo mondo oscuro, qualche parola sulle origini del libro, un lavoro che nasce da un incontro totalmente inaspettato. È il 6 giugno 2020 e Berizzi, accompagnato dai carabinieri della sua scorta, sta seguendo la manifestazione di CasaPound contro il green pass in piazza Santi Apostoli a Roma, un mezzo flop che, nonostante tutto, verrà ricordato come la protesta delle “mascherine tricolori”. È in quell’occasione che gli uomini della scorta lasciano che una ragazza lo avvicini perché possa dirgli alcune parole: “Le sembrerà strano, ma se vuole sapere la verità su CasaPound contatti questo numero…”. Gli lascia un bigliettino, saluta e s’allontana. La modalità della ragazza sorprende Berizzi e, pensando a uno scherzo, inizialmente sorride, poi smette pensando a una possibile trappola, una provocazione. Dimentica l’episodio, ma mesi dopo, in seguito a un suo tweet su X, un utente gli scrive in privato dicendogli d’essere disposto a raccontargli cose inedite su CasaPound. Al termine di alcuni rapidi contatti telefonici con la presunta fonte e di numerose verifiche effettuate di persona specialmente sul territorio romano, il giornalista scoprirà di non esser stato contattato da un millantatore, ma da un militante di primo livello di Cpi (acronimo di CasaPound Italia). Ottenute le dovute garanzie reciproche, fissano il primo appuntamento a cui ne seguiranno molti altri. La fonte è pronta a “tradire” il gruppo, un gruppo in cui il militante ha molto creduto ma nel quale, così spiega, non crede più. O perlomeno non crede più come prima. Berizzi sa bene di correre il rischio di essere “usato” – è evidente che il neofascista stia mettendo in atto una regolazione di conti all’interno di CasaPound –, ma il materiale messogli a disposizione è davvero tanto e interessante, e capisce che quella mole d’informazioni non solo può reggere un libro, ma è importante che lo diventi.

Verremo così a leggere quella che per Berizzi è la vera storia dell’occupazione del palazzo dello Stato. Un’occupazione che darà vita alla “prima di una serie di stronzate che hanno tolto credibilità al gruppo e creato forti tensioni interne”. Secondo la gola profonda, la prima stronzata è stata quella di convertire gli spazi dell’edificio occupato in quattro alloggi per piano, che avrebbero dovuto ospitare solo famiglie povere in difficoltà – solo ed esclusivamente italiane, ovviamente – mentre, invece, finiranno con l’accogliere anche capi e capetti di CasaPound con tanto di mogli, figli, genitori e parenti vari.

La fonte racconta inoltre che Giorgia Meloni ha fatto tanti “presenti” insieme ai militanti di Cp, quand’era giovane, e che il suo gancio era l’amico Simone Di Stefano – cofondatore di CasaPound, di cui ne è stato anche vicepresidente e segretario nazionale –, lo stesso che l’accolse nella sezione del Msi della Garbatella quando, nel 1992, Meloni iniziò a fare politica attiva: “Quando Giorgia Meloni ha iniziato ad avere ruoli istituzionali non è più venuta ad Acca Larentia. Non da militante, insomma. Ha cominciato a tenere la distanza fisica della prudenza. Ma il suo giro è comunque lo stesso di Di Stefano […]”. Insomma, il libro sostiene che non è affatto vero che Giorgia Meloni non abbia avuto e non abbia rapporti con CasaPound.

Altro passaggio parecchio interessante è quello dedicato agli Unici, una settantina di uomini e donne dei quali si fanno nomi e cognomi, fra cui imprenditori (per esempio, Marco Della Bernardina, presidente dei Giovani di Confindustria Verona), giornalisti (per esempio, Gianluca Mazzini di Mediaset e Davide Burchiellaro per dodici anni vicedirettore di Marie Claire Italia e per altri quattordici anni a Panorama), avvocati (per esempio, Domenico Di Tullio, anche legale di CasaPound), il generale dell’Aeronautica Paolo Pappalepore, l’ambasciatore d’Italia in Giappone Mario Vattani, oltre a docenti universitari, medici, politici, tassisti, una guida turistica e altri insospettabili. Gli Unici nascono nel 2017, un anno prima delle elezioni politiche, quando CasaPound prova a ottenere una rappresentanza parlamentare. Gli Unici sono persone che assicurano a Cp una copertura finanziaria non solo nell’immediato, ma anche nel tempo. Soldi necessari a sostenere campagne elettorali, iniziative, candidature. Risorse che servono a far crescere il movimento e aiutarlo a essere competitivo in mezzo a partiti al confronto dei quali CasaPound scompare. Sino a quel momento Cp era sempre stato un movimento, mai un partito, non aveva mai percepito finanziamenti pubblici. Per loro le elezioni non andarono benissimo: otterranno lo 0,9%, molto al di sotto della soglia del 3%, e il 26 giugno 2019 decideranno di non presentarsi più alle competizioni elettorali.

È un libro pieno di tante altre sorprese che non svelo, anche per rispetto del lavoro dell’autore. Aggiungo solo un passaggio della fonte rivelatasi a Berizzi, che richiama alla memoria tanta Italia degli ultimi cent’anni: “Ci sono state tante aggressioni premeditate, organizzate a tavolino. O comunque che sono partite da noi. E sono state decine. Quella a Trastevere contro i quattro ragazzi del Cinema America; quelle di Torino e Cremona; quella ancora a Roma, nei pressi del Cutty Sark, contro quattro giovani della Rete degli studenti medi e della Sinistra Universitaria dopo la manifestazione del Partito democratico in piazza Santi Apostoli; quella di Torino, contro il cronista de La Stampa Andrea Joly”.

Ma forse anche tutte queste aggressioni, così come l’intero libro di Berizzi, potrebbero risultare, ai più, come delle pratiche da evadere velocemente archiviandole nel fascicolo degli schizzinosi, di chi fa delle storie per nulla, che poi credo sia un po’ quello che successe con le prime aggressioni fasciste avvenute tra il 1919 e il 1922.

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Sono un uomo in bilico. Epepe di Ferenc Karinthy https://www.carmillaonline.com/2026/04/23/sono-un-uomo-in-bilico-epepe-di-ferenc-karinthy/ Thu, 23 Apr 2026 20:00:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93498 di Marco Sommariva

Trent’anni fa iniziai a lavorare per una multinazionale operante nel settore ferroviario che, a un certo punto, visti gli scarsi risultati portati a casa da colleghi laureati che conoscevano più di una lingua straniera, decise di mandare all’estero il sottoscritto per verificare il corretto avanzamento lavori presso le ditte a cui erano state assegnate determinate produzioni. E così, un perito meccanico totalmente incapace di sostenere un qualsiasi dialogo in una lingua diversa dall’italiano o dal dialetto genovese, finì con l’avventurarsi per anni a Berlino, Hennigsdorf, Stoccarda, Parigi, Lione, Vienna, Zurigo, Ginevra e non solo, provando a raggiungere quegli obiettivi [...]]]> di Marco Sommariva

Trent’anni fa iniziai a lavorare per una multinazionale operante nel settore ferroviario che, a un certo punto, visti gli scarsi risultati portati a casa da colleghi laureati che conoscevano più di una lingua straniera, decise di mandare all’estero il sottoscritto per verificare il corretto avanzamento lavori presso le ditte a cui erano state assegnate determinate produzioni. E così, un perito meccanico totalmente incapace di sostenere un qualsiasi dialogo in una lingua diversa dall’italiano o dal dialetto genovese, finì con l’avventurarsi per anni a Berlino, Hennigsdorf, Stoccarda, Parigi, Lione, Vienna, Zurigo, Ginevra e non solo, provando a raggiungere quegli obiettivi che, di volta in volta, i manager dello stabilimento cui faceva capo gli avrebbero posto.

I fatti diedero ragione alla classe dirigente dell’epoca. Il sottoscritto riuscì meglio di chi l’aveva preceduto perché, alla fine, a fronte di numeri, disegni tecnici, strumenti di misura e un poco di gestualità, occorrevano pochissime parole per capirsi e far procedere il lavoro correttamente. Per me, il vero problema non era davanti a un tornio o a una fresa, ma nasceva fuori dagli stabilimenti in cui avevo trascorso la giornata lavorativa: per far capire a un tassista dove portarmi oppure a un ristoratore cosa mangiare, ero sprovvisto di disegni tecnici che mi aiutassero a spiegarmi. Finii, così, in una serie di incidenti che spaziavano dal comico all’horror, come quando, a Vienna, mi vidi servita per pranzo una minestra di verdure arricchita da fettine di fragole o quando, a Parigi, un gigantesco tassista di origine africana fermò il mezzo, si girò e mi urlò contro qualcosa di cui, ancora oggi, non sono riuscito a capirne il significato, oltre che la ragione: scappai letteralmente dall’auto lasciandogli il doppio dei soldi marcati sul tassametro.

Il protagonista di Epepe – romanzo del 1970 dello scrittore ungherese Ferenc Karinthy – è il professor Budai, un famoso linguista che, dopo aver preso inconsciamente un volo sbagliato, si ritrova in una metropoli a lui tanto estranea quanto frenetica, annichilente e disumana, dove neanche le sue conoscenze gli permettono di capire una sola parola della lingua del posto. Di questa labirintica città dove si agita giorno e notte una folla oceanica, anonima e minacciosa, Budai ignora tutto, anche nome e posizione geografica. Una metropoli con tanto di quartieri di periferia, fatti di case tetre di mattoni, recinzioni, ciminiere, gasometri, strade larghe e sporche: “[…] lontano contro il cielo grigio la sagoma scura e imponente di una grande fabbrica, col tetto dentato come una sega, un’aria piena di fuliggine e acre odore di fumo. Qua e là spacci di alimentari, rigattieri, negozi di articoli vari con le vetrine piene di merce piuttosto scadente”.

Le prime domande che il professore si pone sono come dovevano sentirsi gli abitanti nati e cresciuti in mezzo a quel caos; se non si rendevano conto che la folla inondava e intasava tutto obbligandoli a stare perennemente in fila, a sprecare un mucchio di tempo; come potevano tollerare una qualità di vita così infima; se non erano in grado d’immaginare niente di diverso; se a loro sembrava naturale; se davvero avevano fatto l’abitudine a quello squallore.

Gli viene persino il dubbio se si trova sulla Terra o se è finito su un altro pianeta, domanda che non suona così tanto assurda, visto che il personaggio si muove nell’era delle missioni spaziali. Alla fine, decide che si trova ancora sul nostro pianeta data la presenza di esseri umani, case, alberghi e trasporti pubblici, tutto identico o molto simile a quel che si trova in qualsiasi grande città: “Il modo di vivere in generale, i ritmi, i negozi, i ristoranti, il cibo, l’economia basata sul denaro […]; i numeri arabi e l’uso del sistema decimale. La scansione del tempo in settimane, la pausa domenicale, eccetera, eccetera”.

Anche il traffico non è affatto diverso da quello che conosce. Per le strade c’è la stessa enorme quantità di veicoli e pedoni – annessi clacson, ressa e urti –, benché non riesca a spiegarsi dove si dirigano tutti così di fretta, se tornino dal lavoro oppure ci stiano andando: “Nessuno si curava di lui, non lo degnavano di un’occhiata, ma se si distraeva per un istante, se solo si fermava a guardarsi intorno, veniva immediatamente preso a spintoni e faticava a rimanere in piedi. Capì che se voleva ottenere qualcosa in quel luogo doveva ricorrere anche lui alla forza, alle spallate e alle gomitate”.

Budai resta colpito dal numero di divise presenti in città. Poliziotti coi manganelli si aggirano nella calca, al mercato, al parco e attorno allo stadio, ma anche controllori dei mezzi pubblici, vigili del fuoco, postini, ferrovieri e persino bambini e bambine spesso portano una sorta di divisa: “[…] una giacchetta verde con pantaloni o gonna della stessa stoffa. Ma le più comuni erano normali tute da lavoro marroni, di tela robusta, senza alcun distintivo, indossate da uomini e donne”.

Il professore, penalizzato da un carattere alieno a ogni forma d’invadenza e prevaricazione, si rende conto che, se non riuscirà a vincere la sua modestia, il suo timore di essere di peso, non si tirerà mai fuori da quella città, da quella situazione dove non capisce nessuno e nessuno capisce lui, si rende conto che dovrà battersi da solo, che non c’è altra via d’uscita, che dovrà cambiare radicalmente, perché solo così potrà ritrovare la sua vita vera, la sua persona: “Odiava quella città, la odiava profondamente”.

Budai odia la città dov’è finito perché gli riserva solo sconfitte, lo tiene prigioniero e lo costringe a rinnegare e a cambiare la sua natura per sopravvivere.

Il professore vivrà anche la fase complottista e comincerà a chiedersi se è mica finito lì non per un errore ma perché, magari, qualcuno l’ha volutamente dirottato, in pratica, rapito. Si domanderà se sull’aereo potrebbero avergli somministrato in qualche modo del sonnifero perché non si rendesse conto della durata del volo e se, da allora, lo trattenessero appositamente in quel luogo, per impedirgli di tornare a casa: “Ma chi erano, e per quale ragione, e a che scopo? E perché proprio lui? A chi dava fastidio? Che cosa aveva fatto di male, e a chi?”.

Di sicuro, una risposta a queste domande gli avrebbe reso la situazione più sopportabile. Identificare un avversario, combatterlo rabbiosamente, sperare di sconfiggerlo avrebbe dato un senso a quella sua esperienza, ma “se a confinarlo là erano l’indifferenza e la paralizzante noncuranza di chiunque – cosa che sembrava più verosimile –, allora come tirarsi fuori da quelle sabbie mobili senza niente a cui aggrapparsi, niente su cui puntare i piedi?”.

Trovatosi per caso coinvolto in una sollevazione popolare, s’accorgerà che in quella città sono bene organizzati nell’incanalare la rabbia di chiunque: “Si domandò se rivolte simili non fossero già avvenute in altre occasioni. In effetti, le rovine affumicate in mezzo alle quali aveva cercato rifugio portavano i segni di battaglie precedenti. Poteva darsi che queste sommosse fossero un fenomeno necessario, una conseguenza inevitabile del modo di vivere di quel luogo, un’esplosione periodica [per] incanalare la rabbia”.

Intanto il tempo passa e, piano piano, al professore pare che la folla fluttuante di cui lui stesso fa parte non gli sia più così sgradita, pare sopportabile, a tratti persino piacevole perché, in fondo, gli fa vivere il tutto con un senso di leggerezza, forse l’unico vantaggio ma per nulla trascurabile di quella nuova esistenza, ossia il non dover rendere conto di niente a nessuno: “Ci si poteva anche abituare a una vita complicata, fatta di continue attese e code, in cui bisognava sgomitare nella ressa; avrebbe finito per non accorgersene più, l’avrebbe considerata una cosa naturale, come tutti gli altri”.

Il romanzo terminerà lasciando al protagonista uno spiraglio di speranza di tornare da dov’era venuto.

Epepe ha dato corpo ai miei incubi. Oggi, trascorro sempre più tempo in mezzo a gente con la quale non riesco a comunicare, e non perché vado all’estero. Io, come Budai, vivo in mezzo a persone che parlano una lingua sconosciuta e incomprensibile dove, se tento di farmi comprendere, il misterioso linguaggio utilizzato dai più rende vano ogni mio sforzo; vivo immerso in una folla che non mi spinge involontariamente in un hotel come succede al professore nel romanzo ma, comunque, prova a spingermi dove non voglio andare, e non so davvero quanto involontariamente. Come Budai, provo in tutti i modi a farmi capire, a non perdere mai il desiderio e la voglia di comunicare con quelli che sono i miei simili, a cercare di tornare a quel tempo in cui s’ascoltava e s’era ascoltati, ma anch’io, come il professore, ottengo risultati vicini allo zero.

Il grande tema del libro è proprio questo, non riuscire a parlare con nessuno, ascoltare risposte in una lingua indecifrabile.

Pare una sciocchezza, ma la nostra parola ha una valenza se rapportata a quella di altri, persino il senso della nostra esistenza dipende da qualcuno disposto a rispondere e comprendere quanto diciamo; ditemi voi se le vicende di Budai sono così distanti dalla nostra esperienza attuale dove, all’incessante aumento della comunicazione, delle trasmissioni, non corrisponde un identico incremento dell’ascolto, delle ricezioni, anzi. Io riuscivo a comunicare meglio trent’anni fa in un’officina di Hennigsdorf con un tedesco che non conosceva una parola d’italiano, che non oggi con un italiano che non vuole ascoltare e che, in fondo, non gliene frega neanche un granché d’essere ascoltato.

Indubbiamente, sono afflitto dallo stesso problema di Budai, sono alieno a ogni forma d’invadenza e prevaricazione e presto, se non riuscirò a vincere questo mio timore d’essere di peso, non mi tirerò mai fuori da questa situazione dove tendo a non capire più nessuno e viceversa. Come il professore, odio questo stato di cose perché mi riserva soltanto sconfitte, mi tiene prigioniero e mi obbliga, se voglio sopravvivere, a rinnegare la mia natura, a cambiarla. Come Budai, patisco sconfitte inferte da un avversario sgradito che s’è limitato a confinarmi con l’indifferenza, con la paralizzante noncuranza della mia parola scritta e parlata, abbandonandomi in sabbie mobili che, essendo tali, non mi consentono di trovare nulla su cui puntare i piedi per uscirne.

La mia lotta quotidiana è faticosissima perché prevede di resistere anche al tempo che passa, di far sì che l’avversario sgradito, piano piano, non mi diventi prima sopportabile, poi addirittura piacevole, dato che è indubbio che, in fondo, vivere con un senso di leggerezza è un vantaggio per nulla trascurabile.

Ora passo a farvi qualche esempio di questo mio non essere capito. Premetto, sono banalità che espresse negli anni Settanta/Ottanta avrebbero fatto sorridere i più tanti, così come farebbero due genitori verso il figlio piccolo che prova a dar loro consigli di vita.

Quando i colleghi, sentita la notizia alla TV di un giovane marocchino ucciso, mi dicono che ha fatto bene il poliziotto tal dei tali a sparare e uccidere questo spacciatore che gli aveva puntato un’arma contro, io chiedo se, prima di avanzare qualsiasi conclusione, fosse possibile aspettare qualche giorno in più per avere maggiori informazioni su cui ragionare, giusto per avere le idee un po’ più chiare perché, provo inutilmente a spiegare, c’è il rischio che si discuta sul nulla, scoprendo un giorno che, magari, il poliziotto spacciava più del pusher e che non gli è mai stata puntata contro alcuna pistola ma, anzi, l’arma trovata accanto al cadavere è stata messa lì dallo stesso agente. Sono solo ipotesi le mie, ovviamente. Buttate lì con educazione, calma, ma… niente da fare, le reazioni sono energiche, nervose, stizzite, portano musi lunghi, silenzi, ombre.

Quando gli amici, letta la notizia su Internet di un famiglia che vive nel bosco, discutono fra loro schierandosi immediatamente dalla parte di coloro che difendono a prescindere la famiglia come istituzione-totem oppure con chi concepisce l’azione della magistratura come un intervento sempre e comunque giustificato, io propongo se, in attesa di maggiori informazioni, non sarebbe meglio cambiare il quesito e spostarlo su di noi invece che sugli altri, chiedendoci se siamo più propensi a vivere l’armonia tra un gruppo di esseri umani e il bosco, questo sconosciuto groviglio squilibrato, asimmetrico, questo disordine naturale dove non sai cosa accadrà l’indomani ma dove tutto funziona, in cui piante e arbusti crescono e si muovono indipendentemente dall’Uomo favorendo insetti e fauna selvatica, oppure se siamo più portati per la “vita da giardino” ossia, come dice Joel Edgerton nel film Il maestro giardiniere di Paul Schrader, “per una manipolazione del mondo naturale [creando] ordine dove l’ordine sarebbe appropriato, [una] capillare correzione del disordine là dov’è necessario” perché, in fondo, al contrario del bosco, il giardinaggio rasserena, “è fede nel futuro, è convinzione che le cose accadranno secondo i piani, che il cambiamento arriverà a tempo debito” – sempre Joel Edgerton nel film di prima. È solo una proposta la mia, ovviamente. Buttata lì con buona creanza, per allenare l’intelletto e provare anche uno straccio di autoanalisi, ma… niente da fare, le reazioni sono di sbigottimento, sospetto, portano fughe, delusioni, anche un po’ di rancore verso chi non vuole piegarsi al gioco quotidiano di sedersi su una gradinata e augurare le peggiori cose a chi sta su quella di fronte, ovviamente urlandole.

In poche parole, mi ostino ad aprir bocca ma, i fatti parlano chiaro, inutilmente: non sono mai riuscito a spostare di un micron le traiettorie altrui. Ma poi mi domando… chi mi credo di essere per pensare che queste traiettorie abbiano veramente bisogno d’essere spostate? Mi è persino capitato di vedere andare a sbattere persone alle quali avevo suggerito di sterzare un poco e, poi, di commettere l’errore di proferire altre parole inutili tipo la frase che fa imbestialire un po’ tutti quanti, quell’inopportuno “Te l’avevo detto” che da tempo non pronuncio più. Come avrete già capito, tale quale Budai, non mi tirerò mai fuori da questa situazione dove non capisco nessuno e nessuno mi capisce, visto che sono alieno a qualsiasi forma d’invadenza e prevaricazione, perché sussiste sempre il timore d’essere di peso.

Ha scritto Emmanuel Carrère nella prefazione a Epepe: “la storia […] di Budai si svolge non soltanto nella finzione, ma in un universo parallelo, un paese di fantasia che sfugge alle leggi del realismo almeno quanto le isole dove finisce il Gulliver di Swift”. Penso anch’io di vivere in un universo parallelo, e credo che la porta spaziotemporale a condurmi lì sia stata aperta dalle tantissime storie pazientemente ascoltate e dalle altrettante lentamente lette.

Per concludere, proverò a fare ancora più silenzio di quello che già pratico, ma mi vedo messo comunque male, dato che ultimamente ho letto che al capitalismo non piace il silenzio perché, quanto maggiore è la produttività, tanto maggiore è il rumore. Il rumore moltiplica il capitale. E il capitale fa rumore per moltiplicarsi. Il silenzio non produce.

E se fosse che è anche a causa di tutto questo rumore prodotto dal capitalismo che non riusciamo più a capirci? E se, un po’ come scriveva Saul Bellow, tutto quanto non fosse altro che una specie d’addestramento al silenzio? Una richiesta di accettare l’imposizione di ogni tipo d’ingiustizia aspettando in fila sotto il sole cocente? Di essere al contempo sentinelle e lavoratori, di essere privi di significato? Il risultato potrebbe essere che impariamo a non avere sentimenti o curiosità nei confronti di noi stessi, l’autoanalisi di cui sopra: chi potrebbe appassionarsi a essere cacciatore di sé stesso quando sa di essere a sua volta preda o, ancor peggio, nulla di così definito come una preda ma, piuttosto, uno dei tanti pesci che, in banco, vengono guidati verso la diga?

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L’infinita Apocalisse di ogni guerra https://www.carmillaonline.com/2026/04/13/linfinita-apocalisse-di-ogni-guerra/ Mon, 13 Apr 2026 20:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93326 di Marco Sommariva

Nel 1969, dopo vent’anni di esilio e a trentacinque di distanza dalla pubblicazione di Confessioni di un borghese (Adelphi, 2025) – il suo primo volume di memorie scritto a metà anni Trenta, a soli trentaquattro anni –, Sándor Márai decide di pescare nuovamente fra i suoi ricordi, stavolta per raccontare gli atroci anni del Secondo dopoguerra, e scrive Terra, Terra!… (Adelphi, 2025). Lo scrittore ungherese, che riconosce l’esilio come un pericolo ma anche come una possibilità – “[…] è necessario andare spontaneamente in esilio, perché solo così si ha il modo di dire la verità, senza la quale lo scrivere [...]]]> di Marco Sommariva

Nel 1969, dopo vent’anni di esilio e a trentacinque di distanza dalla pubblicazione di Confessioni di un borghese (Adelphi, 2025) – il suo primo volume di memorie scritto a metà anni Trenta, a soli trentaquattro anni –, Sándor Márai decide di pescare nuovamente fra i suoi ricordi, stavolta per raccontare gli atroci anni del Secondo dopoguerra, e scrive Terra, Terra!… (Adelphi, 2025).
Lo scrittore ungherese, che riconosce l’esilio come un pericolo ma anche come una possibilità – “[…] è necessario andare spontaneamente in esilio, perché solo così si ha il modo di dire la verità, senza la quale lo scrivere non ha senso” –, ci racconta delle rovine di Budapest, compresa casa sua, e del faticoso ritorno a una parvenza di normalità in una città dove tutti odiano tutti, in un’Ungheria stremata e terrorizzata, su cui pesa un brutale processo di sovietizzazione. Non solo, ci racconta anche quando – nel settembre del 1948, con la sua opera ormai bollata in patria come “borghese” – decide d’andar via, spinto dal desiderio di vedere se esiste da qualche parte un Mondo Nuovo, se è possibile rivivere l’emozione che provò il mozzo di Cristoforo Colombo quando, “dalla coffa dell’albero maestro della caravella” gridò, appunto, “Terra, terra!…”.
Gli esempi dell’esilio di Lenin in Svizzera, Victor Hugo a Jersey per vent’anni, Karl Marx a Londra, Voltaire a Londra, Potsdam, Parigi e poi Ferney, danno forza all’idea di Márai che senza libertà non c’è letteratura, che lo scrittore può vivere solo in un paese libero se non vuole rassegnarsi a diventare un servo pieno di paura di cui “i compagni di schiavitù non si fidano e […] con invidia e gelosia denunciano al tiranno”, perché solo la verità può essere rivoluzionaria. E non è di certo un caso se ci ricorda che Stalin “non amava i rivoluzionari”, ma “amava gli impiegati ubbidienti e gli uomini-robot sordomuti – tutti gli altri erano sospetti…”.
In questo secondo libro di memorie, lo scrittore ungherese mostra ciò che fa seguito a una guerra come una sua variante di un orrore equivalente, così come fece Stig Dagerman in Autunno tedesco (Iperborea, 2018) quando, nel 1946, insieme a cronisti di tutto il mondo, accorse in Germania per raccontare quel che restava del Reich sconfitto. L’intellettuale anarchico svedese non offrì ai lettori un ritratto preconfezionato di una nazione distrutta come fecero tanti altri, ma raccontò loro la sofferenza dei vinti andando a trovare masse di affamati che vivevano in cantine allagate: “Ci si sveglia, se mai si è riusciti a dormire, gelati in un letto senza coperte, e con l’acqua fredda che arriva sopra le caviglie si cammina fino alla stufa per provare ad accendere il fuoco con qualche ramo umidiccio tolto a un albero bombardato. Da qualche parte là dietro, in mezzo all’acqua, dei bambini tossiscono come adulti tubercolotici. Se finalmente si riesce ad accendere il fuoco in questa stufa estratta da rovine pericolanti a rischio della propria vita […] il fumo si sparge per la cantina e quelli che già tossivano tossiscono ancora di più”.
Così come accade oggi, mostrare ciò che fa seguito a una guerra come una sua variante di un orrore equivalente alla guerra era disturbante anche allora; diversamente, non si spiegherebbe perché un giornalista francese “di nota abilità” arriverà a consigliare a Dagerman “con le migliori intenzioni e nell’interesse dell’obiettività” di leggere i giornali tedeschi anziché guardare le abitazioni distrutte o andare ad annusare cosa bolle nelle pentole degli sconfitti.
Ma uno scrittore non può tacere, deve parlare anche del cumulo di macerie del mondo, deve sbraitare qualcosa anche davanti a una fossa comune, non può semplicemente dire tutto con belle parole; occorre la Parola, quella che, bella o brutta, può modificare un po’ quel che avviene nel mondo.
Uno dei primi vinti ungheresi che incontra Márai è un uomo massiccio, un ciabattino “segretamente comunista” che lo raggiunge correndo e avvia ansimando un concitato, confuso racconto: “Quell’uomo massiccio mi stava davanti nel gran freddo senza giacca e mi spiegava agitato come non mai che i russi, al loro arrivo, lo avevano incontrato fuori dal villaggio e al grido di «Burzsuj, burzsuj!», borghese, borghese, gli avevano strappato di dosso la giacca di pelle; poi, dopo avergli messo in mano duecento pengő di carta, avevano dato una pacca sulla schiena al poveretto terrorizzato ed erano ripartiti al galoppo”. Il ciabattino era stato scambiato per un borghese perché era grasso e aveva la giacca di pelle: “E pensare che io li aspettavo…”. Fu la prima volta che lo scrittore ungherese udì quel tono di voce deluso.
La delusione nasceva da qualcosa che, allora, non era ancora risaputo, il fatto che un grande popolo, al prezzo di orrendi sacrifici, aveva cambiato l’andamento della storia mondiale e aveva portato, ai perseguitati dai nazisti, la liberazione, la salvezza dal terrore, ma non poteva portare la libertà perché neanche quel popolo l’aveva: “[…] voi non siete liberi. E non lo sarete neppure ora […] perché noi russi possiamo liberare solo noi stessi. Anche gli ungheresi, i bulgari, i romeni possono liberare solo se stessi”.
La forza di quel popolo, che a Stalingrado inferse la prima grande sconfitta alla Germania nazista e ai suoi alleati, era personificata nei soldati sovietici, ed era una forza che poteva dare, ma anche togliere, come quando uno di questi soldati entrò in casa di un vecchio signore con la barba bianca che gli andò incontro dichiarandosi ebreo. A quelle parole il russo sorrise, depose a terra la mitragliatrice e baciò il vecchio su entrambe le guance: anche lui era ebreo, gli disse, ma “[…] subito dopo, riappesa al collo la mitragliatrice, intimò all’anziano gentiluomo e al resto dei presenti di mettersi nell’angolo della stanza con la faccia al muro e le mani alzate. Poiché il vecchio non comprese l’ordine, quello gli urlò di ubbidire subito, altrimenti li avrebbe ammazzati tutti. Il vecchio e la moglie si misero nell’angolo della stanza, le facce rivolte al muro. E il russo, con imperturbabile lentezza, prese a derubarli di ogni cosa, a proprio agio: era uno specialista e con la sapienza di un tecnico picchiettò sulle pareti della stufa, sui muri, aprì i cassetti, trovò i gioielli nascosti, il denaro contante – circa quattromila pengő. Si mise tutto in tasca e se ne andò”.

A proposito di Stalingrado, ancora in Autunno tedesco, Dagerman riporta un episodio che la dice lunga sulla crudeltà e le infinite sfaccettature della guerra. Racconta di un tedesco appena tornato dall’Unione sovietica che, in stridente contrasto con la maggior parte dei reduci, è un filo-sovietico fanatico perché non è stato fucilato alla cattura: “L’hanno preso a Stalingrado e ora racconta ininterrottamente di come una volta i suoi commilitoni rivestirono il parapetto di un ponte di cadaveri russi nudi, per il divertimento di scattare una fotografia davvero unica. Non riuscirà mai a capacitarsi che gli sia stato concesso di sopravvivere”.
Ma torniamo ai sovietici che prendevano in Ungheria tutto ciò che vedevano. La villa dei vicini di Márai venne svuotata in pieno giorno, sotto i suoi occhi: i mobili, gli oggetti, persino i listelli del parquet vennero caricati sui camion. Tutto venne portato via, solo i libri furono lasciati sugli scaffali.
Quest’aggressività fa tornare in mente allo scrittore ungherese un’affermazione del vecchio Sigmund Freud, il quale, in uno dei suoi ultimi libri, affermava con amarezza che i comunisti avevano privato l’uomo della proprietà privata perché – secondo loro – il possesso incitava all’aggressione, per poi concludere che la società bolscevica era rimasta aggressiva anche senza la proprietà privata.
Secondo Márai, la ragione più vera e profonda di quel saccheggio continuo, non era tanto la rabbia contro il nemico fascista, quanto la miseria; sia in pace sia in guerra, il comunista sovietico “era così povero, così bisognoso e privo di tutto che, uscito nel mondo dopo trent’anni di stenti e di lavoro automatizzato, si gettava con avidità famelica su ogni cosa fosse alla sua portata, dal momento che la Rivoluzione prima e il regime poi lo avevano privato di tutto quanto potesse rendere la vita più umana e colorita”.
La potenza russo-sovietica, peraltro sottovalutata dai tedeschi che si fidarono di informazioni false, non si spaventò di fronte all’avanzata nazista, ma temette più di ogni altra cosa i comunisti che avevano visto l’Occidente, ossia una forma diversa, più veloce e redditizia, di sviluppo sociale. Fu forse anche per questo che, in una sola notte, travolsero l’intera classe dei proprietari terrieri ungheresi avvalendosi di una prepotenza chiamata «riforma fondiaria»: “[…] e se con la manovra di una sola notte avevano nazionalizzato tutta la grande industria, il commercio e le banche, così si preparavano a distruggere il potere della Chiesa sulle anime e a sbaragliare le barricate dello spirito e dell’educazione. Questa selvaggia risolutezza in ogni espressione non conosceva ostacoli né morali né spirituali e fu la causa del loro successo. Una volontà che non conosceva ostacolo, solo scopi e risultati”. Per questo, Sándor Márai era convinto che la molla capace di far scattare tutta questa energia non fosse la lotta di classe, “ma la miseria e i bisogni dell’Oriente”.
Al giorno d’oggi, alcuni arriverebbero a definire Márai profetico, specie quando scrive che l’Unione Sovietica, dopo essersi gettata sui beni dei vinti, un giorno si sarebbe gettata anche su quelli dell’Europa occidentale, appena se ne fosse creata l’occasione, “trovando il terreno già preparato da quegli intellettuali liberali favorevoli alla «coesistenza pacifica»”.
Riguardo all’Unione Sovietica le possibili profezie, in Terra, Terra!… è riportato questo passaggio di Marx che credo sarebbe bene ricordare a lungo: “Quando la Russia costruisce sulla vigliaccheria e sulle paure delle potenze occidentali, fa tintinnare più che può la sua spada, aumenta le proprie pretese per potersi poi comportare con magnanimità appena raggiunti i suoi scopi più immediati… È passato questo pericolo? No, è solo che la cecità dei regnanti d’Europa ha raggiunto il suo zenit. Prima di tutto, la politica russa è immutabile… Possono cambiare i metodi, le tattiche, le manovre, ma la stella polare della sua politica – il dominio globale – è una stella fissa”.
Una stella polare, quella della politica russa, che qualcuno provò a offuscare quando nella Repubblica Ceca, l’unico paese europeo che abbia optato per il comunismo con elezioni libere e democratiche, gli scrittori cechi e slovacchi redassero “il manifesto detto delle «Duemila parole» […] per riconoscere che il sistema chiamato comunismo in realtà non difendeva gli interessi di lavoratori, intellettuali e contadini, ma solo quelli del Partito, dei suoi privilegiati e dei suoi mantenuti”.
Fra le componenti della variante che rendono il Dopoguerra spaventoso come il conflitto terminato, Márai ci ricorda esserci anche l’odio; non esattamente quello che provano gli sconfitti verso i vincitori o viceversa, ma quello che nasce tra amici, familiari, fidanzati. Perché questo odio fra gente che dovrebbe volersi bene, a maggior ragione dopo anni di guerra? Perché l’altro era sopravvissuto, perché l’uno non aveva sofferto quanto l’altro, perché chi aveva sofferto non aveva avuto una ricompensa immediata, né abbastanza ricca e consolatoria, perché altri avevano avuto di più o lo avevano rubato. Tutti odiavano, anche coloro che avevano avuto la fortuna di tornare nel loro appartamento o avevano aperto un negozio, e questo perché l’odio non può essere soddisfatto essendo “pari alla sete di papavero del narcomane, non cessa”. Tutti odiavano perché aspettavano “qualcuno” che non tornava. Non tornava il figlio, la madre, il marito, l’amante. Non tornavano anche se fisicamente si erano salvati dai tanti inferni, anche se erano tornati trascinandosi coperti di stracci e pidocchi. Erano periti nonostante si fossero salvati nella loro realtà corporea, poiché coloro che erano sopravvissuti ai tanti inferni non erano più quelli che erano una volta. Quest’assenza di “qualcuno” che non tornava valeva sia per chi, salvatosi dal conflitto, rientrava a casa sia per chi l’aveva aspettato. E chi patisce una tale delusione comincia a odiare. Quel momento arrivava, per esempio, tra madri e figli quando, dopo i primi abbracci e i pianti dirotti, si guardavano negli occhi, interdetti, e prendevano a parlare d’altro: “Coniugi, amanti e […] amici correvano l’uno verso l’altro a braccia aperte. In seguito le braccia spesso si abbassarono non appena i membri di una stessa famiglia o gli innamorati o gli amici cominciarono a sospettare o a subodorare attoniti, scandalizzati e talvolta inorriditi che l’altro non odiava abbastanza ciò che loro odiavano”.
È certamente crudele un odio tale dopo una guerra, ma è così, nessun altro organismo è incline alla crudeltà come l’uomo. Chissà, forse a renderci così crudeli è il panico che ci assale perché sappiamo che un giorno dovremo morire: “[…] tutti noi viventi siamo condannati a morte, dei condannati a morte chiamati alla vita da un cieco caso, vagolanti in un universo buio e indifferente. Il mondo massificato ha inventato, accanto all’astuta, individuale crudeltà «umana», nuovi tipi di tortura – così sono la tortura d’autorità, la crudeltà comandata, la vessazione ufficializzata della vita privata, la mutilazione regolamentata dei diritti naturali dell’uomo. Queste crudeltà istituzionalizzate non sono più lievi di quelle individuali, tiranniche, personali”.
Quando odio, crudeltà, tirannia, malvagità continua, cocciuta disonestà e bugie ti circondano, nasce un nuovo ulteriore grave pericolo, la noia: “Niente è noioso come il peccato”.
Queste pagine di Márai potrebbero risultare consolatorie a chi oggi spalanca gli occhi davanti all’ottusità di certi politici che si occupano di politica estera, specie quando si legge che nel febbraio del 1947, a Parigi, venivano nuovamente stipulati trattati di pace che, con la stessa testarda miopia, prevedevano di tagliuzzare con le forbici le carte geografiche o di disfare comunità storiche, economiche e culturali grazie a inutili statistiche, proprio “come un quarto di secolo prima”.
Questa mancanza di sottigliezze dei dettagli, il non tenere in considerazione le peculiarità individuali, la varietà delle razze, delle lingue e delle culture, caratterizzò anche il Grande Progetto dei tecnici del Cremlino: “In Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Bulgaria, come in precedenza nei paesi baltici, i comunisti non si preoccuparono di ottenere l’appoggio degli abitanti. I loro programmi, portati avanti, come da prescrizione, con la violenza, furono concepiti con univoca monotonia”; in pratica, a Mosca si ritenne che ciò che pareva opportuno per Varsavia dovesse esserlo anche per Budapest e Sofia.
Nel febbraio del 1947, Márai annota un altro fatto spiacevole – anche se meno grave del precedente –, la nascita di una pseudo-letteratura che, “come un’onda enorme”, sommerge tutto, anche le rubriche di critica su quotidiani e settimanali. Lo scrittore ungherese scrive che il pericolo da lui intuito di questa pseudo-letteratura, l’ha poi riscontrato negli anni Cinquanta e Sessanta quando constatò che “il Libro era mutato nella sua essenza. […] Tutti possedevano libri e sempre meno erano coloro che dai libri si aspettavano una risposta: aspettavano informazioni, o divertimento, o sorpresa, scandalo o vicende sensazionali, ma in pochi aspettavano la Risposta”. Che in quel periodo fosse nata una pseudo-letteratura non mi ha stupito, mi ha sorpreso invece leggere che già all’epoca l’immagine mirava a sostituire la lettera, perché la prima “non dev’essere capita, ma guardata e basta, a bocca aperta, senza sforzo intellettuale”.
Quello sforzo intellettuale che è necessario specie quando le pagine di un libro hanno la potenzialità di suscitare nel lettore un processo di pensiero che alla fine può diventare azione. Un’azione che potrebbe non essere solo muscolare. Potrebbe, per esempio, farci scostare da uno schieramento, magari per guardarlo da una nuova angolazione e, da lì, analizzarlo; una prospettiva diversa che può nascere dalla lettura di passaggi come questo: “I nazisti, in definitiva, si accontentarono «modestamente», di annientare fisicamente le proprie vittime. I comunisti volevano qualcosa di più e di diverso: esigevano che la vittima restasse in vita e che celebrasse il sistema che annientava in lei la coscienza umana e la stima di sé”.
Senza lo sforzo intellettuale è a rischio la libertà di ognuno di noi: “La libertà non è uno stato permanente, ma una continua tensione verso qualcosa, e il lavaggio del cervello annienta proprio questo nella coscienza: chi viene «trattato» un giorno si accorge di non voler più essere libero”. È lo sforzo intellettuale a farci conoscere i libri. E i libri vanno conosciuti, non semplicemente letti. E non basta conoscerne uno, ne vanno conosciuti molti perché colui “[…] che conosce un solo libro è sempre pericoloso: è il tipo che si accosta ai problemi della vita senza elasticità mentale e con rigidi pregiudizi”.
Nel caso realizzassimo che è la libertà a spaventarci, e che magari ci fa paura perché siamo cresciuti demandando sempre ad altri qualsiasi cosa ci riguardasse, proviamo comunque ad andarle incontro, così come fece Márai quando lasciò l’Ungheria “sovietica” destinazione la Svizzera e l’Italia, insomma, l’Occidente: “Dopo qualche minuto oltrepassammo il ponte; viaggiavamo sotto il cielo stellato verso il mondo, dove nessuno ci aspettava. In quel momento, per la prima volta in vita mia, conobbi la paura. Compresi di essere libero. E cominciai ad avere paura”.

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Čechov a Sachalin https://www.carmillaonline.com/2026/01/12/cechov-a-sachalin/ Mon, 12 Jan 2026 22:23:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91987 di Marco Sommariva

È il 1902 quando Jack London, travestitosi da marinaio, s’addentra nell’East End di Londra per calarsi nella più disastrata delle realtà sociali: dormirà nelle baracche, frequenterà prostitute, poveri e ogni genere di umanità rifiutato dalla città “alta”. L’idea che dà vita a quest’opera – un vero e proprio trattato sociologico, che uscirà nel 1903 e che noi conosciamo col titolo Il popolo degli abissi – nasce in London mentre altri autori suoi contemporanei si limitano a cantare ciecamente le glorie dell’Impero britannico, allora giunto al suo massimo fulgore.

Cosa vede e ci racconta London di questa realtà? Un solo [...]]]> di Marco Sommariva

È il 1902 quando Jack London, travestitosi da marinaio, s’addentra nell’East End di Londra per calarsi nella più disastrata delle realtà sociali: dormirà nelle baracche, frequenterà prostitute, poveri e ogni genere di umanità rifiutato dalla città “alta”. L’idea che dà vita a quest’opera – un vero e proprio trattato sociologico, che uscirà nel 1903 e che noi conosciamo col titolo Il popolo degli abissi – nasce in London mentre altri autori suoi contemporanei si limitano a cantare ciecamente le glorie dell’Impero britannico, allora giunto al suo massimo fulgore.

Cosa vede e ci racconta London di questa realtà? Un solo esempio. Quando muore un bambino, e capita spesso visto che il cinquantacinque per cento dei bambini dell’East End non raggiunge i cinque anni, il corpo resta in casa e, se la famiglia è molto povera, viene tenuto lì fino al momento della sepoltura: durante il giorno giace sul letto, invece nella notte, quando il letto è occupato dai vivi, il cadavere viene disteso sul tavolo dove al mattino, dopo che il cadavere è stato rimesso sul letto, i vivi fanno colazione – a volte il corpo viene sistemato sullo scaffale che funge da dispensa.
Un libro che, fra l’altro, ci ricorda un proverbio cinese che non dovremmo mai dimenticare: “Se un uomo vive nell’ozio un altro muore di fame”.

Nel 1937 viene pubblicato un libro-documento di George Orwell, La strada di Wigan Pier. Su queste pagine lo scrittore inglese racconta la sua esperienza tra i minatori disoccupati di una cittadina mineraria dell’Inghilterra settentrionale – Wigan Pier, appunto – che non si esaurisce in una sua testimonianza sulla crisi degli anni Trenta del Novecento, ma che si propone soprattutto come uno studio approfondito del complesso problema dei rapporti fra socialismo e civiltà industriale.
Anche in questo caso, si può parlare di un’indagine politica e sociologica condotta da uno scrittore che decide di calarsi in un inferno, quello delle miniere. È un tentativo, a mio modo di vedere ben riuscito, di entrare nel mondo della classe operaia per scoprirne sofferenze e valori, un’opera commovente, tragica e attualissima.

Cosa vede e ci racconta Orwell di questa realtà? Un solo esempio. Quando lo scrittore inglese entra in una casa della classe operaia – non in case di operai disoccupati, ma di famiglie operaie relativamente prospere – dice di respirare lì un’atmosfera calda, onesta, profondamente umana, che non è molto facile trovare altrove. E questo nonostante sia una classe che, quotidianamente, subisce i meschini disagi e la mancanza di decoro di dover fare ogni cosa secondo il comodo altrui, sempre costantemente sottomessa grazie all’orribile arma della disoccupazione. D’altra parte, come scriveva London ne Il popolo degli abissi, “Lo sfruttamento, i salari da fame, i disoccupati, la massa di persone senza casa né riparo sono inevitabili quando ci sono più uomini che vogliono lavorare che non lavori da fare”.

Senza mai dimenticare il valore di lavori quali, per esempio, Il tallone di ferro, 1984, Il vagabondo delle stelle o La fattoria degli animali, queste due opere di Jack London e George Orwell le ho sempre ritenute il naturale risultato di scrittori che, a un certo punto, si domandano se con la loro attività si stanno occupando di cose serie o di sciocchezze: una mia banalissima conclusione perché spesso, nel mio piccolo, me lo sono domandato e ancora me lo domando quando impugno la penna. Oggi, letto il libro L’isola di Sachalin di Anton Čechov, inizio a credere che la mia conclusione possa avere qualche fondamento, visto che nel 1888 l’autore russo scriveva a un amico: “Per quanto si riferisce a me, non provo appagamento alcuno per il mio lavoro, perché lo trovo meschino […] Se è ancor troppo presto per lamentarmi, non lo è mai abbastanza per domandarmi: mi occupo di una cosa seria o di sciocchezze?”. La risposta a questo suo quesito arriva dopo due anni quando, allora trentenne, armato solo di passaporto e di una tessera di corrispondente del quotidiano russo Novoe vremya (Nuova epoca), intraprende un viaggio verso Sachalin per studiare la vita dei deportati nella colonia penale istituita dal regime zarista nel 1869, sita sull’isola lunga quasi mille chilometri e larga in media ottanta, posta all’Estremo Oriente della Russia, nell’Oceano “Grande o Pacifico che dir si voglia”. È una drastica risposta quella che si dà Čechov, visto che finirà con lo sbarcare ai confini del mondo dove “l’anima è invasa da quel sentimento che, forse, ha già provato Odisseo mentre navigava per mari sconosciuti”, per conoscere un insediamento fondato “quando l’isola non era ancora stata esplorata e costituiva, dal punto di vista scientifico, un’assoluta terra incognita”.

Ancor prima di leggere le pagine sulla realtà di Sachalin, ho trovato molto interessante la descrizione del suo tragitto verso l’isola. È un viaggio durissimo quello affrontato da Čechov, un percorso che costringe, dopo aver trascorso notti al gelo, ad attraversare fiumi scuri che, resi pericolosi da venti impetuosi e piogge sferzanti, riescono ad ammutolire anziani postini che alla loro età hanno attraversato quei fiumi migliaia di volte e che ne hanno viste di tutti i colori, e sono capaci di zittire pure gli stessi rematori dell’imbarcazione su cui lo spaventatissimo Čechov si sente morire sino a quando, finalmente, non vede avvicinarsi la riva, ed è così sollevato che trova qualcosa di bello anche nell’essere codardi perché, come succede a lui, basta veramente poco – raggiungere la riva di un fiume, appunto – “per essere felice, tutt’a un tratto!”.

Non che a Sachalin, all’epoca nota per essere il luogo più piovoso di tutta la Russia, il clima sarà molto migliore, anzi, qualcuno dirà allo scrittore russo che, lì, non esiste alcun clima, ma solo il brutto tempo. È un posto dove il 24 luglio 1889 sulle montagne “che qui non sono affatto alte”, cade già la prima neve e tutti sono già intabarrati in pellicce e tulup, il caldo e ampio giaccone tradizionale russo costituito generalmente da una pelliccia di montone o di astrakan “rivoltata”; dove, per settimane e settimane di fila, il cielo appare coperto da nubi plumbee; dove nel giugno del 1881 non c’è stata nemmeno una giornata di sole; dove per quattro anni, nel periodo compreso tra il 18 maggio e il 1° settembre, le giornate serene non sono mai state più di otto; dove può capitare di entrare in una izba e trovare sette persone che battono i denti dal freddo, benché sia soltanto il 2 agosto.

Čechov è sul tratto di strada siberiana che porta da Tjumen’ a Tomsk dove non ci sono villaggi o fattorie, ma solo vasti insediamenti che distano tra loro venti, venticinque, perfino quaranta chilometri – ovviamente, nel testo le distanze sono descritte con un’unità di misura ormai desueta dell’impero Russo, la versta, pari a circa 1.066 metri –, quando si ritrova nell’izba di un postiglione e conclude che gli arabeschi sulla stufa, “quel cerchio sul soffitto” e un albero carico di fiori rossi e blu su una porta, sono stati dipinti da un europeo perché, pur essendo un’arte ingenua quella che lui ammira, è al di là della portata del contadino locale che per nove mesi di fila non riesce a togliersi i guanti e neppure a raddrizzare le dita. Si domanda lo scrittore russo quando mai troverebbe il tempo di dipingere un uomo del genere, che combatte con quaranta gradi sottozero e campi allagati nel raggio di venti chilometri e che è esausto e con la schiena a pezzi quando arriva l’estate già breve di per sé: “È così impegnato a lottare tutto l’anno contro la natura che non gli restano le forze per dipingere, suonare o cantare”. E allora mi vengono in mente i nostri tempi in cui sistemi repressivi, autoritari, dittatoriali che governano ormai un po’ ovunque, vogliono prendere le persone per stanchezza tenendoci impegnati tutto l’anno con allerte, preallarmi, avvisi, avvertimenti, ammonimenti, segnalazioni, così che ognuno possa cadere preda di timori, apprensioni, preoccupazioni, angosce, assilli, inquietudini e tutti quanti si finisca col consumare le nostre giornate senza aver mai potuto alimentare l’anima con la visione o la realizzazione di un dipinto, di un film o di un’opera teatrale, l’ascolto o la realizzazione di una musica, di un canto o di una poesia, eccetera. Ecco, tenerci impegnati a combattere ogni istante della nostra esistenza con paure create ad hoc è un metodo rapido e sicuro per farci diventare persone aride, facilmente polverizzabili, ignoranti, fragili, disarmate di fronte al prossimo allarme che già sta bollendo in pentola insieme a mille altri.

E riguardo l’attualità delle conclusioni e dei ragionamenti di Čechov questo libro è pieno zeppo, benché siano tutti datati 1890.
Non è ancora arrivato a destinazione, quando inizia a mettere per iscritto cosa non gli piace della pena capitale e della “rimozione del criminale dal consueto ambiente umano, per sempre”, che altro non sarebbe poi che l’attuale ergastolo.
Čechov scrive che non è del tutto esatta l’affermazione ricorrente per cui la pena capitale si applica solo in casi eccezionali, perché le pesanti condanne che l’hanno sostituita conservano la sua caratteristica essenziale, ossia quella di cancellare ogni speranza in un futuro migliore, di rendere vano qualsiasi sforzo del condannato per poter tornare a vivere, a essere un cittadino: “[…] la pena capitale, sia in Europa che da noi, non è stata affatto abolita, bensì camuffata sotto altre vesti, meno scandalose per la sensibilità umana”.

Detto quanto sopra, l’autore russo commette immediatamente un grossolano errore che gli si perdona volentieri perché, molto probabilmente, mosso da quell’ottimismo a cui tutti ci si aggrappa prima o poi per sopravvivere; lo sbaglio sta nell’affermare d’essere profondamente convinto che “tra cinquanta o cent’anni si guarderà al carattere perpetuo delle nostre pene con la stessa perplessità e lo stesso imbarazzo che oggi destano in noi lo strappare le narici o il tagliare un dito della mano sinistra”. Si sa, nessuno è perfetto, neppure Čechov.

Ma il drammaturgo russo si rifà immediatamente ammonendo “la nostra intelligencija pensante” che da venti o trent’anni ripete che ogni criminale è il prodotto della società, ma che s’ostina a guardare questo prodotto con scoraggiante indifferenza. Nel dire questo rimarca che il disinteresse nei confronti di chi langue in cella o in esilio risulta del tutto incomprensibile “alla luce dei fondamenti cristiani del nostro Stato e della nostra letteratura”, e che le ragioni di questo atteggiamento vanno ricercate nell’ignoranza dei nostri giuristi che “danno gli esami all’università solo per poter giudicare il prossimo e condannarlo al carcere o all’esilio”, senza mai interessarsi dove vada a finire l’imputato al termine del processo, cosa che non sanno e non vogliono sapere “perché non rientra nell’ambito delle loro competenze: che ci pensino i soldati di scorta e i direttori delle prigioni dal naso rubizzo!”.

Altro rimprovero lo muove per le misure repressive utilizzate come deterrente, in deciso contrasto con gli ideali cui si ispira la legislazione russa “che intende la pena innanzitutto come strumento correttivo” mentre, invece, venendo spese energie unicamente per ridurre il detenuto in condizioni fisiche tali da essergli impossibile la fuga, secondo lui “si dovrà parlare non di correzione, bensì di trasformazione del detenuto in un animale e della prigione in un serraglio”.

Čechov non ci pensa su due volte neanche a cantarle alla sua amata Russia: un tunnel costruito sbilenco, buio e sporco, lo porta a concludere che “questo tunnel incarna a meraviglia la tendenza tutta russa a sperperare denaro per stramberie d’ogni genere, quando invece le esigenze più basilari sono ben lungi dall’essere soddisfatte”. Così come le canta al suo popolo: “[…] a proposito dei gabinetti. Come tutti sanno, la maggioranza dei russi nutre il più profondo disprezzo nei confronti di questo genere di comodità. […] Questo disprezzo per il gabinetto i russi se lo sono portati dietro anche in Siberia”.

Quest’ultima considerazione nasce dal fatto che, una volta giunto sull’isola di Sachalin, si rende conto che in campagna i gabinetti non esistono affatto, e che nei monasteri, nelle fiere, nelle locande e nelle fabbriche sono assolutamente disgustosi, per cui non gli è difficile capire il perché in tutte le prigioni i gabinetti siano sempre origine di fetore ammorbante ed epidemie, mentre popolazione e amministrazione carceraria se ne sono fatte tranquillamente una ragione.

A Sachalin, Čechov scopre che le attività svolte dai detenuti sono assai eterogenee, che non si limitano all’estrazione dell’oro o del carbone, ma comprendono ogni aspetto della vita sull’isola: il taglio del bosco, i lavori edili, la bonifica delle paludi, la pesca, la fienagione e il carico delle navi sono, per esempio, tutte incombenze che rientrano nell’elenco dei lavori forzati. Non solo, prende visione di documenti che dimostrano che, fin dal 1871, i deportati fanno le veci della servitù per le autorità e gli ufficiali, e che le donne vengono assegnate come cameriere agli impiegati statali, compresi i sorveglianti non ammogliati. Nel 1872 il governatore generale della Siberia orientale proibirà che i detenuti vengano distribuiti a destra e a manca in qualità di servitori, ma sarà un divieto aggirato da subito, per cui nel 1890 Čechov incontrerà contabili con alle proprie dipendenze una mezza dozzina di persone e amministratori che si permettono il lusso, quando vanno in campagna per un picnic, di farsi precedere da una decina di galeotti con il cestino delle provviste: “[…] durante la mia permanenza sull’isola, tutti gli impiegati statali, persino quelli che non avevano nulla a che vedere con l’amministrazione carceraria (per esempio il capo dell’ufficio delle poste e del telegrafo), per le loro esigenze domestiche facevano ampiamente ricorso a deportati non retribuiti e mantenuti a spese dello Stato”. Come oggi, anche all’epoca l’ultima cosa che interessava era recuperare i detenuti, a iniziare dalle celle comuni che non permettevano al carcerato “la solitudine necessaria per raccogliersi in preghiera, riflettere e concentrarsi su se stesso – tutte attività che i paladini dei fini correzionali considerano indispensabili”. Mantenuti a spese dello Stato, sì, ma senza lavorare per questo, bensì per individui che si disinteressano totalmente dei “fini correzionali”, visto che il condannato è trasformato in uno schiavo che dipende dalla volontà del padrone e dei suoi familiari ed è costretto a compiacerne ogni capriccio. Come oggi, anche all’epoca il carcere peggiorava i detenuti, e non poteva essere diversamente: aveva, e ha tutt’ora, effetti devastanti sulla moralità del prigioniero lasciarlo “all’interno del gregge, coi suoi rozzi divertimenti e la cattiva influenza che i malvagi esercitano inevitabilmente sui buoni”.

La poca produzione industriale dell’isola – un laboratorio di fonderia, la fucina di un fabbro, un mulino a vapore o una segheria – non è purtroppo finalizzata alla formazione dei deportati quando, invece, il fine primo e ultimo di ogni impresa di Sachalin dovrebbe essere uno solo, la rieducazione del condannato: “[…] le officine locali dovrebbero fornire al continente non sportelli per stufe o rubinetti, bensì individui socialmente utili e artigiani ben preparati”. In poche parole, nessuno si curava di tutti quegli individui che non combinavano niente a casa loro e che, proprio durante il periodo di detenzione in celle dove ci sono tante cimici “da diventare matti”, avrebbero bisogno di mulini e fucine dove imparare qualcosa per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe. Ditemi voi se non avete trovato analogie con l’attuale sistema carcerario italiano che cito solo perché lo conosco meglio di altri, ben sapendo che dal Belgio fiammingo all’Ungheria, dal Kenya alla Russia, dal Perù agli Stati Uniti, non va granché meglio.

Quando i deportati lavorano spettano loro mansioni pesantissime come lavorare in miniera, il che significa trascorrere anni e anni vedendo unicamente la miniera, la strada che porta al carcere e il mare: “La sua vita sembra essersi completamente dissolta in questa sottile striscia di terra […]”. Particolare da non dimenticare: i giacimenti sono sfruttati in esclusiva da una società privata che, oltre a questo, ha ricevuto dall’amministrazione carceraria anche la concessione di avvalersi della mano d’opera dei deportati. Ripeto, non cambia nulla rispetto a quanto accade oggi un po’ in tutto il mondo: considerazioni economiche portate avanti sulla pelle dei carcerati. Un’ultima cosa. Čechov scoprirà che la società privata i cui rappresentanti risiedono a Pietroburgo, sfrutta tanto i giacimenti quanto i deportati senza pagare un centesimo di quanto pattuito con l’amministrazione. Sarebbe obbligata, eppure, chissà il perché, non paga: “[…] i rappresentanti dell’altra parte, di fronte a una violazione così flagrante della legge, sarebbero dovuti intervenire da parecchio tempo, ma […] temporeggiano e, come se non bastasse, continuano a spendere 150.000 rubli all’anno per garantire le entrate della società. In altre parole, entrambe le parti si comportano in modo tale per cui è difficile prevedere quando avrà fine questa anomala situazione” – si tenga conto che, all’epoca, Čechov guadagnava circa trecento rubli al mese, cifra che comprendeva anche le spese di viaggio relative a questa spedizione a Sachalin. Tornando ai minatori, la rieducazione di ogni deportato si risolveva nel risalire in superficie non meno di tredici volte al giorno, e risalire in superficie significava muoversi carponi lungo un corridoio stretto e buio trascinando una slitta che pesa un pud [un’antica unità di misura dell’impero Russo pari a oltre sedici chilogrammi]: questa era la parte più gravosa poi, dopo aver scaricato il carbone, tornava indietro e ricominciava da capo.

Altra forma di risparmio, e quindi di guadagno, di chi gestisce il sistema carcerario di Sachalin, è quella inerente la gestione dell’infermeria: nel caso si sentisse male, un detenuto potrebbe avere l’amara sorpresa di scoprire d’essere rinchiuso presso un carcere in cui l’infermeria non dispone di alcun farmaco – lo dice direttamente a Čechov il medico della prigione di Voevodsk.

Il capitalismo è un’ombra che lo scrittore russo vede avanzare su tutta l’isola e lo denuncia a chiare lettere, specialmente quando scrive che le ricchezze del fiume Tym’ restano un miraggio per gli esiliati del circondario che “fanno la fame”, mentre cambierà tutto nel momento in cui “le ricchissime riserve ittiche locali cadranno nelle mani dei capitalisti, allora, con tutta probabilità, si intraprenderanno seri tentativi per drenare il letto del fiume e renderlo più profondo, forse verrà addirittura costruita una ferrovia litoranea che arriverà alla foce, e non c’è dubbio che il fiume compenserà generosamente qualunque investimento”.

Questo di Čechov è un viaggio da incubo, in tutti i sensi. Giunto in tarda serata nel villaggio di Armudan di Sotto, trascorre la notte a casa del sorvegliante, ma in soffitta, accanto alla canna fumaria, perché il padrone non vuole per nessun motivo lasciarlo entrare nella stanza comune, e questo per via che lì sarebbe impossibile dormire a causa, così gli spiega, di una «marea» di cimici e scarafaggi: “Quando ridiscesi per prendere del tabacco, vidi effettivamente la marea, una scena impressionante, possibile soltanto a Sachalin. Le pareti e il soffitto sembravano coperte da una specie di drappo funebre che si agitava come scosso dal vento; ma il movimento caotico e frenetico dei singoli puntini lasciava subito intendere da che cosa fosse composta quella massa brulicante e strabocchevole. All’orecchio giungeva un fruscio e un mormorio assordante, come se scarafaggi e cimici si stessero affrettando chissà dove e si consultassero tra di loro”.

Forse sono esperienze come quella appena descritta in casa del sorvegliante, oppure il constatare la tipologia comune a tutte le prigioni dell’isola – baracche di legno adibite a celle e, all’interno, la sporcizia, la miseria e la scomodità che si incontrano ovunque la gente dell’isola sia costretta a vivere in gruppo –, o magari il clima, o l’essere a diecimila chilometri da casa, il trovarsi a un’estremità del mondo con “tutt’intorno non un’anima viva” o dove la gente non si ricorda nemmeno più i giorni della settimana, oppure l’essere continuamente costretto a passare da uno stato di timore allo sbigottimento all’essere invaso da “non pensieri”, fatto sta che Čechov si ritrova a fissare a lungo il cielo perché, alla luce di quanto gli stava attorno, di ciò che stava vivendo, quella volta celeste la riteneva una specie di miracolo.

Molto interessanti sono anche le popolazioni indigene di Sachalin, i giljaki a nord dell’isola e gli ainu (originari dell’isola giapponese Hokkaidō) a sud. Mi limiterò a raccontarvi qualcosa dei primi.
Quella dei giljaki non può definirsi un’esistenza stanziale nel vero senso della parola, poiché non si sentono legati né al proprio luogo natìo né a qualsiasi altro e, insieme alle loro famiglie e ai cani, vagano per procacciarsi il cibo.
I giljaki sono magri, asciutti, tutto l’adipe viene consumato per produrre quel calore che ogni abitante dell’isola deve assolutamente immagazzinare nel proprio corpo per compensare i cali di energia dovuti alle basse temperature e alla spaventosa umidità dell’aria. Nessuno sa quale sia il vero colore del loro viso perché non si lavano mai, così come non lavano mai la biancheria e gli abiti, e le loro calzature di pelliccia sembrano appena strappate dalla carcassa di un cane.

È un popolo che, per molti aspetti, andrebbe preso d’esempio visto che sono descritti come dotati di una naturale delicatezza d’animo e le regole della loro etichetta non ammettono nei confronti altrui espressioni arroganti o imperiose, per non parlare della loro istintiva avversione per ogni genere di registrazione o censimento.
I giljaki sono socievoli e l’espressione del loro volto è sempre molto ragionevole, mite e ingenuamente attenta. È un popolo nient’affatto bellicoso, che non ama le liti e le risse e che vive in pace e armonia con i suoi vicini.
I giljaki sono vivaci, intelligenti, allegri, disinvolti e nient’affatto in imbarazzo quando si trovano in compagnia di persone ricche e potenti, e questo anche perché non riconoscono alcuna autorità, non concepiscono neppure i vari gradi di anzianità in famiglia: il figlio non nutre alcun rispetto per il padre e vive come meglio crede.

Come già detto, nessuno è perfetto, neppure i giljaki.
Mentre tutti i componenti maschili della famiglia sono assolutamente alla pari in senso “positivo” – se si offre della vodka agli uomini andrà versata anche ai bambini –, le componenti femminili sono alla pari in senso negativo, ossia sono tutte egualmente prive di diritti, non importa che si tratti della nonna, della madre o di una neonata. Tutte le appartenenti al sesso femminile sono considerate alla stregua di animali domestici o di oggetti che si possono buttar via, vendere o prendere a calci come cani, “anzi, i cani ogni tanto i giljaki li carezzano, le donne mai”. La donna è solo una merce di scambio, esattamente come il tabacco o la seta.
Da quando “loro” usavano la donna come merce di scambio a oggi, epoca in cui “noi” la utilizziamo come merce da esibire, il cammino da fare verso la parità di genere resta ancora molto lungo.
Come si sposi la naturale delicatezza d’animo dei giljaki decantata da Čechov e da chi l’aveva preceduto in escursioni simili, con il ridurre in schiavitù – nel senso più letterale e rude del termine – qualsiasi persona appartenente al genere femminile, non è dato di capire.

In generale, a tutte le donne di Sachalin, indigene e non, spetta una vita molto più dura di quanto già non lo sia per gli uomini: “Le donne, anche quelle libere, si dedicano alla prostituzione; non fa eccezione neppure una privilegiata che pare abbia concluso gli studi superiori. […] i deportati le cui mogli vendono il proprio corpo possono permettersi di fumare costoso tabacco turco […]”. Data l’enorme domanda, questo esercizio non viene ostacolato né dalla vecchiaia, né dalla bruttezza, né dalla sifilide all’ultimo stadio, né dall’eccessiva giovinezza: “[…] mi è capitato di incontrare per strada una ragazza di sedici anni che, si dice, si prostituisce da quando ne aveva nove”.

Non solo. Per i soldati scapoli, le deportate o le parenti di deportati rappresentano “l’indispensabile oggetto per il soddisfacimento dei loro bisogni naturali” – parole di uno dei capi locali della colonia penale. Traghettando le deportate alla volta dell’isola non si pensa né alla pena né al ravvedimento, ma solo alla loro capacità di mettere al mondo figli e di lavorare nei campi. A un certo punto, un comandante dell’isola darà l’ordine di trasformare la sezione femminile della prigione in una casa di tolleranza. Alcune donne finiranno per diventare così apatiche e corrotte da arrivare al punto di “vendere i propri figli per una caraffa di alcol”.

Tornando un attimo ai giljaki, Čechov racconta che alcuni di loro non vivono più sull’isola ma nelle zone limitrofe del continente perché, a un certo punto della loro storia, sono stati incalzati da sud dagli ainu che avevano abbandonato il Giappone perché, a loro volta, incalzati dai giapponesi. Ma non è tanto l’episodio in sé a essermi rimasto impresso, quanto il fatto che il drammaturgo russo – volendo evidenziare quanto i giljaki di Sachalin, perché sempre fedeli all’isola nonostante le loro lunghe peregrinazioni, siano diversi e quindi facilmente riconoscibili rispetto a quelli continentali – usa questa frase: “[…] i giljaki di Sachalin si distinguono per lingua e costumi da quelli continentali come gli ucraini dai moscoviti”.

Sono tanti gli episodi raccontati su queste pagine che mi rimarranno impressi, specie quelli che certificano l’ignoranza di chi è al potere, dove ovviamente per ignoranza non intendo il sapere di non sapere tutto ed essere aperti al dialogo, all’ascolto, alla ricerca, ma la convinzione di sapere già ogni cosa e quindi di essere sordi a indicazioni e consigli di chi ne sa più di te: “[…] a Galkino-Vraskoe sembra di essere a Venezia; le izbe, costruite in un bassopiano, si allagano, e per spostarsi si ricorre alle barche ainu. Il punto dove edificare il villaggio l’aveva scelto un certo signor Ivanov […] all’epoca era vicedirettore della prigione e svolgeva anche le funzioni dell’attuale sorvegliante delle colonie. Sia gli ainu che i coloni lo avevano avvertito che quella era una località paludosa, ma lui non aveva dato loro ascolto, anzi, chi protestava veniva frustato. Durante un’inondazione è annegato un toro, un’altra volta un cavallo”.

Quest’avventura siberiana mise Čechov in una posizione del tutto inaspettata: al suo ritorno non sarà più “solo” l’autore di racconti umoristici o di pièce teatrali, ma anche l’unico letterato russo a essersi sobbarcato fatiche e rischi di un viaggio in Estremo Oriente pur di vedere ciò che nessun intellettuale aveva mai visto prima: “Attribuiscono al mio viaggio un’importanza che mai mi sarei aspettato, arrivano perfino consiglieri di Stato, consiglieri di Stato in carica! Tutti sono impazienti di leggere il mio libro e prevedono che sarà un successo, e io non ho nemmeno il tempo di scriverlo…”.
Ma vi rendete conto? Consiglieri di Stato in carica che attribuiscono importanza al reportage di un intellettuale, impazienti di leggere il libro che raccoglierà le testimonianze dirette e le osservazioni sul campo di uno scrittore! Mai mi sarei aspettato di chiudere un pezzo del genere con un tale omaggio alla fantascienza.

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Non mi prenderete per stanchezza https://www.carmillaonline.com/2025/07/28/non-mi-prenderete-per-stanchezza/ Mon, 28 Jul 2025 20:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89723 di Marco Sommariva

L’8 giugno 1976 fu ucciso Francesco Coco, il primo magistrato a cadere sotto i colpi delle Brigate Rosse. Insieme a lui furono uccisi gli uomini della sua scorta: Giovanni Saponara e Antioco Deiana. Il triplice omicidio avvenne poco distante dalla stazione ferroviaria di Genova Piazza Principe, sulla scalinata di Santa Brigida, a una manciata di metri da quello che oggi è l’ingresso del Count Basie Jazz Club, un circolo Arci che si occupa di promozione sociale e culturale. Il locale si trova all’interno delle fondamenta dell’antico convento di Santa Brigida che risale al 1400, ed è reso a dir poco [...]]]> di Marco Sommariva

L’8 giugno 1976 fu ucciso Francesco Coco, il primo magistrato a cadere sotto i colpi delle Brigate Rosse. Insieme a lui furono uccisi gli uomini della sua scorta: Giovanni Saponara e Antioco Deiana. Il triplice omicidio avvenne poco distante dalla stazione ferroviaria di Genova Piazza Principe, sulla scalinata di Santa Brigida, a una manciata di metri da quello che oggi è l’ingresso del Count Basie Jazz Club, un circolo Arci che si occupa di promozione sociale e culturale. Il locale si trova all’interno delle fondamenta dell’antico convento di Santa Brigida che risale al 1400, ed è reso a dir poco suggestivo dalle pareti in pietra e il soffitto ad archi. Da oltre dieci anni salgo sul loro palco con spettacoli fatti di monologhi e canzoni, che hanno come denominatore comune il sottoscritto – i musicisti spesso cambiano – l’antifascismo come argomento portante e il fatto che la metà delle persone che mi promette – a volte, anche per mesi – di far parte del pubblico all’ultimo momento non si presenta, a volte senza neppure disdire la prenotazione online gratuita.
L’ultimo spettacolo al Count Basie l’ho tenuto il 25 aprile scorso – era un venerdì – e, nonostante le disdette ancor più numerose del solito, per fortuna il locale era pieno. Stavolta, però, è successa una cosa strana; forse complice l’importanza della data che sarebbe stata ricordata e festeggiata quella sera, quasi tutti mi hanno scritto per giustificare l’assenza, e incredibilmente tutti mi hanno scritto la stessa cosa, pur non conoscendosi tra loro: “Non riusciamo a venire, siamo troppo stanchi” – e questo nonostante ci fosse un intero fine settimana alle porte.
Mi sono chiesto da cosa poteva dipendere tutta questa stanchezza che piega le persone, e ho pensato potesse essere la stessa stanchezza già denunciata nel 1908 da Anatole France ne L’isola dei pinguini, quando parla di un popolo stanco di un governo che lo rovina e non fa nulla per lui, di un governo ogni giorno travolto da nuovi scandali, di una repubblica che annega nella vergogna, una repubblica ormai perduta; poi ho pensato alla stanchezza citata da Elizabeth Gaskell in Nord e Sud – un romanzo che uscì a puntate su un settimanale edito da Charles Dickens, fra il 1854 e il 1855 – quando parla di una stanchezza dovuta al trambusto frutto di tutti coloro che si avventano l’uno sull’altro durante la loro corsa alla ricchezza.
Ho pensato anche che forse fossero stanchi della fatica di pensare, come scriveva Jack London in John Barleycorn; di certo, come diceva Steinbeck ne La battaglia, è tutto difficile quando si è stanchi. Eppure, le lotte dei lavoratori iniziate oltre un secolo e mezzo fa per ottenere otto ore per lavorare, otto ore per dormire e otto ore per educarsi, avrebbero dovuto portarci a usufruire della terza e ultima tranche per leggere, scrivere, studiare, dipingere, recitare, suonare, cantare, ballare, partecipare a movimenti e associazioni di carattere sociale e politico, dedicarsi alla famiglia e socializzare in genere, eccetera. E allora come mai siamo sempre circondati da gente stanca, specie dopo una giornata lavorativa? Stanchi per l’eccessivo carico di lavoro, stanchi per la ripetitività della mansione svolta, stanchi per l’ostilità dell’ambiente lavorativo, stanchi perché consapevoli d’essere inutili rotelle di un ingranaggio che potrebbe stritolarti in qualsiasi momento. In effetti, siamo sempre tutti un po’ stanchi. Chi più chi meno.
E stanchi ci addormentiamo su un divano davanti a uno schermo che ci inzuppa con una doccia di luce di cui sembriamo non poter più fare a meno. A questo punto, mi verrebbe da dedurre che Qualcuno s’è fatto furbo e invece che toglierci quelle otto ore libere ottenute con lo scopo di istruirci, ricrearci e magari fare gruppo, ce le ha lasciate ma riducendoci incapaci di goderne, usufruirne, esaurendo prima ogni nostra energia, spegnendoci; l’obiettivo d’impedire il risveglio delle masse sarebbe comunque raggiunto, e pure senza dare troppo nell’occhio con eventuali scioperi e manifestazioni a cui, tra l’altro, partecipa sempre meno gente e quasi esclusivamente soltanto i diretti interessati dal problema, senza alcuna solidarietà esterna.

La Casa dello studente di Genova è oggi sede del Mueseo della Resistenza europea ed è dedicato al comunista tedesco Rudolf Seiffert

Torno allo spettacolo dello scorso 25 aprile perché il giorno precedente un conoscente, ridendo allegramente, prendeva in giro i professori di suo figlio che avevano portato l’intera classe in gita alla Casa dello studente di Genova, per la Festa della Liberazione. Rideva perché convinto fosse questa una gaffe colossale: “Cosa c’entra la Casa dello studente con la storia della Liberazione?”, e giù risate e scrollamenti di testa.
Molto brevemente, durante gli anni finali della Seconda guerra mondiale la Casa dello studente divenne sede della Gestapo; comandata da Friedrich Engel – a quei tempi si faceva chiamare Siegfried, ed era noto come “il boia di Genova” – fu luogo di tortura di prigionieri politici, partigiani e antifascisti genovesi in genere. Testimonianze dei prigionieri sopravvissuti riportano il probabile uso delle caldaie dell’edificio come forno crematorio per smaltire i corpi di chi moriva durante le torture.
Rendendomi conto che il conoscente non sta assolutamente scherzando, ma è convinto delle sue ghignate, provo a raccontargli qualcosa e lui – mio coetaneo, un sessantenne nato e cresciuto a Genova – mi risponde: “Non lo sapevo”. Dopodiché balbetta qualcosa circa la sua stanchezza.
Perché racconto questo? Perché temo che mentre ci addormentiamo sconvolti davanti a una fonte di luce artificiale, fra le tante cose abbiamo perso anche la possibilità di spendere qualche minuto per informarci sulle nostre radici, su quanto è successo nella nostra città: magari semplicemente cliccando su Wikipedia.
E qui mi torna in mente il buon vecchio Jack London quando, in Martin Eden, scriveva: “Non aveva visto un giornale in tutta la settimana e, cosa strana per lui, non sentiva il desiderio di vederlo. Le notizie non lo interessavano. Era troppo stanco e sfiancato per interessarsi a qualcosa”.
E dato che a un certo punto ho intravisto nei muscoli facciali del mio conoscente qualcosa che mi ricordava una miscela d’imbarazzo e paura – chissà, forse s’era spaventato della sua ignoranza – ho pensato a Raymond Chandler quando ne Il lungo addio scrive: “L’uomo medio è stanco e spaventato, e un individuo stanco e spaventato non può permettersi il lusso di avere ideali. Deve procurare il cibo alla propria famiglia”.
L’uomo medio non può permettersi il lusso di avere ideali: bingo!
Sbaglierò, ma chi ha il potere in mano e deve guardarsi bene dal non perderlo, è riuscito nell’impresa; quella di toglierci le otto ore per la nostra educazione senza toglierle effettivamente: ci stanca a tal punto da renderci incapaci d’istruirci e, pregni d’ignoranza, non realizziamo neppure quali fregature quotidianamente ci tirano, gl’inganni in cui cadiamo ogni giorno, figuriamoci se siamo capaci di sposare degli ideali! – insomma, il delitto perfetto.
È intorno alla risoluzione di un delitto che nasce Regno a venire, l’ultimo romanzo di James G. Ballard: con la speranza di scoprire l’assassino, il pubblicitario Richard Pearson si reca a Brooklands, una cittadina come tante tra Londra e l’aeroporto di Heathrow, alcune settimane dopo l’omicidio del padre ucciso in un enorme centro commerciale, il Metro-Centre, un complesso di magazzini, alberghi, piscine e centri sportivi, con una propria televisione via cavo che trasmette pubblicità, dibattiti e partite di calcio, hockey e rugby.
Protetto da un’inquietante rete di omertà, il principale indiziato viene rapidamente rilasciato dai magistrati locali; al centro del mistero è il Metro-Centre, tempio del consumismo più sfrenato, dove convive una passione ossessiva per gli sport e un violento nazionalismo: gli attacchi alle comunità d’immigrati sono all’ordine del giorno e gli incontri sportivi sembrano raduni politici: “La politica è un caos e la democrazia è soltanto un servizio pubblico come il gas o la luce” – scrive Ballard.
Il consumismo smodato sembra sul punto di mutare in una nuova forma di fascismo che parrebbe poter aiutare un’Inghilterra apatica: “un vero senso di comunità, la gente lo trova negli ingorghi stradali” – ancora Ballard.
Annoiata dalla propria vita, la gente ha necessità d’andare oltre il consumismo e così, mentre club di tifosi marceranno per le strade sventolando le loro bandiere e i loro simboli aspettando un nuovo leader che li guidi verso la terra promessa, Richard frequenterà un gruppo di persone decise a fermare il fenomeno prima che s’espanda ma, come pubblicitario, verrà anche attratto dal potere del Metro-Centre: “Sono cose che fanno parte della vita delle persone. Il consumismo è l’aria che abbiamo dato loro per respirare” – sempre Ballard, ovviamente.
Questo romanzo del 2006 racconta molto bene quanto ci siamo deformati e com’è stato possibile creare un popolo di mostri che, senza accorgersene e senza neppure capirne il motivo, un giorno ha deciso di gettarsi volontariamente dell’acido sul viso.
Ballard ci racconta così la nostra mostruosità, dicendoci che siamo un popolo addormentato che possiede tutto. Il parcheggio è la nostra più grande esigenza spirituale; riteniamo aeroporti e centri commerciali delle attrazioni turistiche; si sta diffondendo una forma soft di fascismo, un odio silenzioso e disciplinato; siamo invasi da intrusi che pensano solo a guadagnare;  vogliamo essere convinti a comprare emerite schifezze; finiremo con l’essere circondati da supermercati aperti tutta la notte; celebriamo le vittorie calcistiche come ultima speranza di violenza; il mondo consumistico è un enorme amnesia del passato; nei centri commerciali viviamo un eterno presente fatto di compere e privo di un’idea di futuro; gli stessi centri commerciali sono incubatrici di violenza, dei nuovi gulag dove la pena è lo shopping; riusciamo a entrare in contatto con la realtà solo quando ci ammaliamo; i tifosi non sono tifosi ma militari razzisti e dettano legge; al giorno d’oggi onestà e franchezza vengono scambiati per subdoli stratagemmi e ci vuole del coraggio per compiere una buona azione; la maggior parte delle persone non ha proprio nulla da dire; il consumismo chiede di rispettare la regola del più forte; non riusciamo più a crescere, siamo tutti bambini; la gente ha un enorme bisogno di autorità; non c’è quasi più nessuno ad avere un briciolo di senso civico; il pericolo più grande è la noia e, anche per questo, le persone adorerebbero qualsiasi cosa; chela gente si rifugia in superstizioni e irragionevolezza; crediamo di poter scegliere, ma è tutto già deciso; tutti si sentono soffocare e, anche per questo, c’è fame di violenza in giro; potrebbe nascere una nuova democrazia dove si vota alla cassa di un supermercato anziché alle urne; l’emozione comanda anche perché la ragione è andata a farsi benedire; c’è sempre bisogno di nuovi nemici; alle persone la sola politica rimasta è comprare; il consumismo è l’ultimo rifugio dell’istinto religioso; non abbiamo più una spina dorsale e per questo adoriamo i codici a barre; desideriamo noi stessi diventare merce proprio come quando ci addormentiamo davanti a una luce artificiale sullo scaffale del nostro divano.
Dimenticavo, fra le mille cose che Ballard ci dice col romanzo Regno a venire c’è anche quella che premiamo il grilletto perché ci annoiamo tanto, e credo sia vero anche questo. Oggi.
Sottolineo oggi perché non credo fosse la noia, nel corso della Storia, ad aver fatto decidere di premere più volte il grilletto. Credo fossero mossi da degli ideali. Ideali che potrebbero esser nati e stati curati durante le otto ore conquistate un secolo prima per la nostra educazione. Poi qualcuno deve aver capito che narcotizzando quelle ore s’azzerava qualsiasi lotta armata, fisica e metaforica, e allora… vai di cloroformio! Tutto quel cloroformio che tanto bene elenca Ballard nel suo romanzo. Qualcosa, però, dev’esser andato storto nei piani di chi persegue il Regno, visto che io sono ancora qui a lottare sparando, come al mio solito, raffiche di parole. E se a breve chiuderò il pezzo, nessuno si illuda: non lo faccio di certo perché mi son stancato.
Perché anche se ogni tanto mi cala la palpebra, ricordo bene cosa scrisse Albert Camus in Ribellione e morte: “Le nostre grandi virtù finiscono per stancarci. L’intelligenza ci umilia e talvolta sogniamo di qualche felice barbarie nella quale la verità si possa raggiungere senza sforzo. Ma di questo si fa presto a guarire; ci siete voi [nazisti] a mostrarci dove si va a finire con sogni di questo tipo e allora ci correggiamo” – era il luglio del 1943.
Insomma, per farmi tacere non basterà radere al suolo la striscia ligure, occorrerà riaprire la Casa dello Studente e farmi passare per qualche camino e magari, mentre sarò nel vento di tramontana, sentirò riecheggiare le risate del mio conoscente.

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Abbasso le buone maniere https://www.carmillaonline.com/2025/06/23/abbasso-le-buone-maniere/ Mon, 23 Jun 2025 20:00:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88655 di Marco Sommariva

Non so voi, ma a me è capitato spesso di vivere situazioni in cui mi si voleva diverso da quello che in realtà ero; anche adesso mi succede, ma molto più raramente: si sono arresi un po’ tutti a questo mio stato. Quale stato? Niente di rivoluzionario, solo il pormi per quello che sono, difetti, pregi e limiti compresi, in qualsiasi situazione. Faccio un esempio, se – come successe nel 1999 – il governo italiano autorizza l’uso del proprio spazio aereo per una guerra, dico che non sono d’accordo anche se sono in presenza di persone che hanno [...]]]> di Marco Sommariva

Non so voi, ma a me è capitato spesso di vivere situazioni in cui mi si voleva diverso da quello che in realtà ero; anche adesso mi succede, ma molto più raramente: si sono arresi un po’ tutti a questo mio stato. Quale stato? Niente di rivoluzionario, solo il pormi per quello che sono, difetti, pregi e limiti compresi, in qualsiasi situazione. Faccio un esempio, se – come successe nel 1999 – il governo italiano autorizza l’uso del proprio spazio aereo per una guerra, dico che non sono d’accordo anche se sono in presenza di persone che hanno votato per Massimo D’Alema, ossia colui che presiede il governo in questione. In quell’occasione, coloro che avevano votato per i DS spalancarono gli occhi verso il sottoscritto scandalizzati dalla bestemmia appena pronunciata, mi dissero con le “buone maniere” che era un intervento obbligato e si sentirono in diritto di garantirmi che non s’andava di certo lì per bombardare qualcuno, e mai più li rividi quando il generale Mario Arpino, capo di stato maggiore della Difesa, ammise in un’intervista a la Repubblica che anche l’Italia sganciò le sue bombe: “Lei chiede: i Tornado hanno bombardato? Io dico che oltre a tutto il resto, oltre a migliaia di uomini che lavorano in queste ore per l’Italia e la Nato, alcuni velivoli italiani hanno anche colpito radar e batterie di missili che ci minacciavano. Ma è questo il problema?”

Fu mia mamma a chiedermi per piacere se, ogni tanto, potevo restare con la bocca chiusa, e lo chiese a un quasi quarantenne, non a un ragazzino; ora che mia madre non c’è più, son persino contento d’essere riuscito, ogni tanto, a far tacere il mio essere regalandole, così, qualche ora in più di serenità.

Il fatto che sia sceso a compromessi non significa che è bene farlo: resto dell’idea che ricoprire ruoli che non ci appartengono, non porta alcun beneficio, specie a lungo andare; benché, anche questo va detto, la volontà che altri recitino una commedia è sempre esistita e, molto probabilmente, sempre esisterà. Scrive Georges Simenon in Memorie intime (Adelphi, 2009): “stiamo per vederli, quegli indiani che fanno sognare milioni di bambini in tutto il mondo. […] Poverissimi, lo sguardo spento, fanno la commedia a uso dei turisti, e un totem scolpito e colorato segna l’ingresso al “villaggio”. Lì indossano il tipico costume reso popolare dal cinema e dai fumetti e, accovacciati davanti alle loro tende, offrono ai visitatori piccoli oggetti fatti con le loro mani. […] di lì a poco, quando i turisti se ne saranno andati, quegli indiani si toglieranno i vestiti con le frange, si metteranno dei blue-jeans e una camicia a quadri e si ritireranno nelle loro casette”.

Probabilmente, si chiede agli altri di recitare anche perché non si vuole essere i soli a farlo, ma questo è un terribile corto circuito: spegne la dignità. E a proposito di dignità, nel libro Conversazioni con Simenon di Francis Lacassin, è ancora lo scrittore belga di lingua francese a dire qualcosa d’interessante: “sostengo che il più grande crimine che si possa commettere contro un uomo non è portargli via la vita, ma la sua dignità. Ogni uomo ha bisogno della propria dignità. Che sia un operaio specializzato alla Renault, o un negro del profondo dell’Africa che mangia farina di miglio, ha bisogno della propria dignità, come gli indiani di una volta avevano bisogno delle loro piume”.

Per tornare alla guerra in casa d’altri… facile esser d’accordo con interventi militari quando sono diretti altrove. Sempre Simenon in Memorie intime: “ci si abitua presto alla guerra quando viene combattuta altrove. Anche adesso, mentre scrivo, si combattono guerre, sanguinose e spietate come lo sono tutte, e sono in atto rivoluzioni, e uomini vengono rinchiusi in campi di concentramento a causa delle loro idee o della loro razza, o del colore della pelle, o perché malauguratamente si trovavano in un certo posto al momento di un attentato dopo il quale le cosiddette “forze dell’ordine” hanno fermato a caso tutti quelli su cui sono riusciti a mettere le mani. Per non parlare poi delle torture, che fin dai tempi più remoti sono state inflitte, e ancora si infliggono, sempre in nome dell’“ordine”, in tutti i paesi del mondo”.

E che importanza ha se poi scopriamo cose tipo “siamo venuti a sapere che gli inglesi avevano bombardato il porto di Nantes e, mancato il bersaglio, avevano distrutto il più grande emporio della città causando più di centocinquanta vittime”.

I morti altrui si dimenticano più facilmente: il dolore degli altri è un dolore a metà, cantava il mio concittadino Fabrizio De André. Specie se si decide di credere alle veline del potere, di chi governa: “A ogni scontro aereo, entrambe le parti dichiaravano di aver abbattuto cento o duecento apparecchi nemici, limitandosi ad ammettere che cinque o sei aerei delle proprie squadriglie «non avevano fatto ritorno alla base»”.

Anche i due estratti precedenti sono tratti da Memorie intime. Con questo tomo pubblicato nel 1981 – l’edizione che ho in mano conta più di milleduecento pagine – Simenon uscì da un silenzio che durava dal 1972; il libro è una sorta di lunga confessione dedicata alla figlia Marie-Jo, suicidatasi tre anni prima.

Nel 1988 si suicidò un mio caro amico: lui ventiquattrenne, io un anno in più. Fu quello l’unico momento in cui ebbi la sensazione di sentirmi straniero, ma non straniero a un paese, straniero alla Vita. Per il resto, condivido in toto un altro passaggio di Memorie intime: “Per quanto mi riguarda, non mi sono sentito straniero da nessuna parte, nella Savana dell’Africa come nelle isole dei Mari del Sud, in Australia come nelle Indie. C’è un termine americano che definisce questo mio sentimento: to belong, “appartenere”. In qualunque paese americano, you have to belong, “devi appartenere”. Alla comunità. E io credo di appartenere non solo a un paese, a un continente, alla nostra piccola sfera terrestre, ma all’intero universo”.

La soddisfazione che provo leggendo Simenon – gialli di Maigret esclusi: non li conosco – pochi altri sanno darmela: Jack London, George  Orwell, Erich Maria Remarque, John Steinbeck, Aldous Huxley. Al momento, altri non mi vengono in mente. Cosa intendo per soddisfazione? Leggere pagine dove non son state utilizzate parole di troppo, trovare passaggi che riassumono, spesso riordinano, pensieri che già avevo in testa ma che non avevo ancora fatto totalmente miei; viene in un secondo tempo il godimento che può dare una trama o la descrizione di personaggi immortali spesso riconoscibili fra parenti, amici e conoscenti, per non dire dell’immedesimazione dell’autore nelle loro crisi. Insomma, la sincerità.

I personaggi dei romanzi. Da Conversazioni con Simenon: “domandavano a Balzac “Che cos’è il personaggio di un romanzo?”. E Balzac rispondeva: “È chiunque là fuori, ma che arriva fino al limite di se stesso”.

Tutti quanti noi non andiamo fino al limite di noi stessi, o perché abbiamo paura di finire in prigione, o perché temiamo di urtare i nostri simili, o per ipersensibilità, o per buona educazione, come si dice… Insomma, per un mucchio di ragioni, ci sono poche persone che arrivano fino al limite di se stesse. E ancora: “Creare personaggi e portarli avanti di peso richiede di mettersi nei panni degli altri, ed è talmente estenuante! […] Se i miei personaggi fossero falsi, non mi leggerebbero in uzbeco, in caucasico, in lituano, in tutti i paesi dell’America del Sud ecc.”

La trama, l’immedesimazione. Ancora da Conversazioni con Simenon: “Alla vigilia dell’ultimo capitolo, non sapevo come si sarebbe sciolto l’intreccio del romanzo, non sapevo assolutamente ciò che sarebbe necessariamente accaduto al mio personaggio. Questi seguiva una sua logica che non era affatto la mia logica. Io vivevo la sua crisi”.

Sul non utilizzare parole di troppo, ha scritto André Gide del romanzo Cargo di Simenon: “In questo romanzo non c’è assolutamente nulla che appaia inutile, nessun episodio, nessun dialogo, nessuna descrizione del paesaggio che non abbia una sua precisa funzione”.

Negli ultimi vent’anni, spesso mi sono ritrovato a sostenere che la differenza tra la fine che ha fatto il sottoscritto e quella che è toccata all’amico romano ex-brigatista rosso che partecipò al rapimento di Aldo Moro e che ha scontato più vent’anni di galera, non sta in nessun “merito” personale, ma solo nel quartiere dove siamo nati e, quindi, nelle amicizie che abbiamo stretto crescendo in strada: lui s’è ritrovato una Škorpion in mano, io no. Ma la rabbia, la voglia di rivalsa era la stessa. Sempre da Conversazioni con Simenon: “Attualmente si fa una campagna per gli animali in gabbia. E gli uomini in gabbia, allora? Poiché mettiamo ancora uomini in stanze non più grandi di una gabbia da leoni, a volte anche più piccole, e ci sono anche delle sbarre. L’idea che si possa fare questo a esseri umani mi indigna, mi fa ribollire il sangue. Che si voglia ostacolare più o meno ciò che si definisce crimine – credo che il crimine sia sempre esistito e che esisterà sempre –, d’accordo. Ma che si cerchi di bloccarlo cambiando la società, e non cambiando i giovani che seguono istintivamente la strada che la società indica loro in qualche modo. Non so che cosa sarei diventato se fossi nato in una casa popolare dei dintorni di Parigi. Ma sarei certamente diventato non l’anarchico… come direi… cerebrale, quale sono, non un anarchico d’istinto, ma un anarchico lanciatore di bombe, e forse un assassino”.

Questa condivisione di pensieri, conclusioni, autodenunce così personali, non può non legarti all’altro, a maggior ragione se l’altro è uno scrittore e ha prodotto centinaia e centinaia di opere – per anni, Simenon ha sfornato un romanzo ogni due mesi – che già ti hanno dato conforto e, presumibilmente, altro te ne daranno coi titoli che ancora non hai letto.

Lo scrittore belga riprende certe “sfumature” anarchiche anche nei suoi romanzi; scrive così in Cargo:
“- È vero che sei un anarchico?
Guardò con stupore l’uomo che aveva parlato con la bocca piena, un marinaio di coperta che calzava ancora gli stivali di gomma.
– Chi l’ha detto?
– Il giornale… Hai mai buttato bombe?
Non si sentiva in grado di fornire spiegazioni. E poi era troppo stanco.
– Mai.
Sbadigliò, appoggiandosi alla paratia.
– Ma allora…?
Eh già! Per loro, se uno non buttava bombe non valeva la pena di essere anarchico”.

Tra le tante cose, in Cargo si racconta anche del figlio di un anarchico condannato a morte per le sue idee politiche, il quale – chiuso nella fatalità del suo destino, nella sua povertà e timidezza – è costretto a fuggire con Charlotte, la sua amante, giovane anarchica che ha ucciso un ricco mercante per ottenere i quattrini necessari a finanziare un giornale anarchico: “Naturalmente lei non crede nell’Idea!… Lei non crede in niente, ed è un suo diritto. Ma noi, invece, ci crediamo e non siamo in pochi, nel mondo, a perseguire un ideale… Ma per farlo ci vogliono soldi… Gli opuscoli di propaganda costano cari… “Liberté”, il nostro giornale, viene a costare più di duemila franchi al mese. Be’, tre giorni fa, alla riunione del martedì, mentre tutti si domandavano come pagare la tipografia, io mi sono alzata e ho chiesto quanti soldi servivano… Trentamila? E se fossi stata capace, proprio io, di garantire un anno di vita al giornale?… […] Per due giorni mi sono appostata in boulevard Beaumarchais, aspettando che Martin fosse solo in casa… Ieri è successo… La domestica aveva il giorno libero… La signora Martin era dalla sorella. Gli ho dato l’aut aut: se mi avesse consegnato tutta in una volta una grossa somma, diciamo trentamila franchi, avrei tolto il disturbo per sempre… È un omicidio a scopo di rapina, questo? Avanti, me lo dica!… Ci guadagno forse qualcosa, io, da questa faccenda?… Portavo sempre una rivoltella in borsetta… Ho minacciato Martin, volevo fargli paura, perché non ci stava…”.

E così eccoci tornati all’utilizzo delle armi affinché un’Idea non muoia.

Le conclusioni e i pensieri di Simenon non sono mai banali, difficilmente rientrano nella norma anche riportandoli ai giorni nostri, o forse sarebbe meglio scrivere, soprattutto riportandoli ai giorni nostri. Altri due estratti da Conversazioni con Simenon: uno, su com’è cambiato il giudizio verso comportamenti ritenuti in passato “originali”; l’altro, sui turisti e i pacchetti vacanza che li portano in ogni angolo del mondo.

Il primo: “Le prigioni e gli ospedali sono il segno di un’organizzazione sociale sempre più restrittiva, più intollerante. Un comportamento che oggi si giudica anormale, un tempo era considerato semplicemente come “originale”. Attualmente gli ospedali sono pieni di persone che, una volta, vivevano libere nelle campagne. Facevano anche il loro “giro di Francia” ed erano ben accolte dai fattori, che permettevano loro di dormire sulla paglia nel fienile. Adesso tutte queste persone sono trattate come pericolosi vagabondi, come degli asociali. Sono esseri perseguitati per il minimo peccatuccio. Rubare una gallina, scavalcare una siepe e andare a mangiare qualche mela è diventato molto pericoloso. Un tempo tutto questo non contava. Allo stesso modo, una volta, non si incarcerava in un manicomio un tipo che era soltanto lo scemo del villaggio. Ogni villaggio aveva il suo matto. Mi ricordo ancora, quando ero giovane, di tizi dalle grandi mani: avevano delle zampe così, dei piedi così, uhuhuhuhuh: parlavano così; ma li si adorava e ci si prendeva cura di loro. E non erano pericolosi. Adesso, quelle persone le rinchiudono. Quando ti dicono che la criminalità è aumentata così tanto, ebbene non è vero. Glielo dico in base a statistiche che ricevo da New York. Il mondo è diventato così borghese che considera criminale colui che ha idee che non rientrano, o quasi, nella norma”.

Il secondo: “La gente mi dice: ma come, non viaggia più, non va più da nessuna parte, non è curioso? Ma di che cosa? Vedo in televisione che le città si assomigliano tutte. I palazzoni di cemento che sono qui a cento metri da casa li vedo dappertutto, che sia in Brasile, in Argentina, in Perù o in India. È lo stesso dappertutto. Il turista guarda tutto questo con aria imperiale! Perché ha pagato un pacchetto di dodici giorni o di otto giorni in cui gli promettono tutte le curiosità locali. Eh, si considera come una specie di re! Ma io considero il turista come il nemico del mondo intero. I turisti hanno sporcato il mondo, hanno snaturato tutto. […] ora i turisti vogliono vedere tutto, anche se non c’è niente che possa interessare loro. Ce ne sono dappertutto”.

A proposito di turisti… nella mia vita precedente scesi a un altro compromesso: dopo anni di stremanti discussioni, accettai d’andare in vacanza per una settimana a Sharm El-Sheikh, là dove la classe dirigente egiziana punta forte sul turismo di massa, in nome di guadagni a breve termine, nonostante questo stia mettendo a repentaglio due dei motivi principali del successo di quei luoghi: la barriera corallina e il patrimonio archeologico.

Nel dicembre del 2022, ho letto nell’articolo Egitto, la svolta green è una farsa che “I lavori a Sharm El-Sheikh sembrano non finire mai. La costante costruzione di nuovi resort di lusso per accogliere nuovi turisti ha completamente trasformato le coste, arrivando a impedire ai locali l’accesso libero alle spiagge”.

Non solo, sullo stesso sito si puntava il dito anche contro le fonti d’inquinamento storiche: “Sharm El-Sheikh è il secondo scalo aeroportuale egiziano. Il turismo di massa, fondamentale fonte di reddito, garantisce all’erario egiziano 6,5 miliardi di euro all’anno. I visitatori però sono da tempo troppi: il solo parco naturale di Ras Muhamad – l’estrema punta meridionale della penisola del Sinai, dove si trova Sharm – negli anni pre Covid-19 accoglieva circa 200 mila persone all’anno al netto di una soglia raccomandata di circa 7-15 mila”.

Quando mi feci convincere ad andare sul Mar Rosso, tutti questi numeri non esistevano ancora, ma visto che non mi occorre l’ufficialità di qualche studio per capire che sto andando a inquinare altrove soltanto perché mi accompagno a esseri che “devono” andare là per la soddisfazione di scattare qualche selfie e postarlo, provai a fare un ragionamento sul turismo di massa; anche stavolta usando le “buone maniere”, mi fu data una risposta di questo genere: “Mica andiamo lì per uccidere qualcuno, anzi, li aiutiamo portando loro i nostri soldi”.

Insomma, va bene tutto – guerra, inquinamento e chissà cos’altro –, ma l’importante è che sia in casa d’altri.

Ci tengo, però, ad avvisare tutti coloro che con le “buone maniere” pensano di sfangarla continuamente: qualcosa vi sta andando storto perché, come riportato in Memorie intime dal buon Simenon, “La «buona educazione» genera spesso dei ribelli, come è stato per me, che continuo a sentirmi a disagio in una società in cui le «buone maniere» non impediscono una condotta «vergognosa» che non si pensa a correggere, ma solo a nascondere”.

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Non solo ferire. Le parole che fanno bene https://www.carmillaonline.com/2025/01/28/non-solo-ferire-le-parole-che-fanno-bene/ Tue, 28 Jan 2025 06:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86528 di Marco Sommariva

Ultimamente ho incassato un po’ di delusioni da diverse persone sulle quali contavo in modo particolare: tutta gente che frequento da almeno quarant’anni, si sappia. È stata la loro intelligenza a deludermi, le loro esternazioni a sorprendermi negativamente. E a parole che fanno male, ho pensato di porre rimedio con parole che fanno bene: è una vita che mi curo coi libri. Sono entrato in sala dove tengo esposti gli oltre cinquecento libri letti di cui ho preferito non liberarmi e, col magone, ho cercato lo spazio dedicato ai titoli di George Orwell: in qualche angolo del mio cervello [...]]]> di Marco Sommariva

Ultimamente ho incassato un po’ di delusioni da diverse persone sulle quali contavo in modo particolare: tutta gente che frequento da almeno quarant’anni, si sappia. È stata la loro intelligenza a deludermi, le loro esternazioni a sorprendermi negativamente. E a parole che fanno male, ho pensato di porre rimedio con parole che fanno bene: è una vita che mi curo coi libri. Sono entrato in sala dove tengo esposti gli oltre cinquecento libri letti di cui ho preferito non liberarmi e, col magone, ho cercato lo spazio dedicato ai titoli di George Orwell: in qualche angolo del mio cervello c’era la certezza che un libro dello scrittore inglese potesse aiutarmi. Guardo La fattoria degli animali, ma il cervello non reagisce. Una boccata d’aria? Senza un soldo a Parigi e a Londra? Niente. Forse Omaggio alla Catalogna oppure 1984? Neppure. Nel ventre della balena? Zero assoluto. Possibile che quell’angolo del mio cervello abbia preso un tale abbaglio? Data l’età sì. E invece no che non l’ha preso! Eccolo lì il ricercato, stranamente fuori posto: La strada di Wigan Pier. Mi affretto a cercare in terza di copertina tutte le note che richiamano ogni mia sottolineatura di quando l’ho letto nell’aprile del 2005 – non è buona memoria: ho trovato la data in calce alle note –, e inizio a sfogliare il libro cercando le frasi sottolineate, l’urgente medicamento.

“La cosa più terribile in [certa] gente […] è il modo con cui ripetono all’infinito sempre le stesse cose.” In effetti, ai personaggi che mi hanno ferito ho troppo spesso scusato il loro frequente ripetersi, mi spiaceva farglielo notare, ma il sopportare questa loro terribile caratteristica non mi ha giovato: quando il problema su cui avrei voluto confrontarmi era di una portata spaventosa, mi è stata detta la stessa banalità che avevo già sentito per il figlio del fruttivendolo sotto casa, che non ha mai mostrato troppa voglia di lavorare.

Qualche pagina più avanti, con l’evidente intento d’infondermi coraggio, Orwell mi dice: “Per quanto abbia tentato, l’uomo non è ancora riuscito a spargere la sua sporcizia dappertutto. La terra è così vasta e ancora così vuota che perfino nel sudicio cuore della civiltà trovi campi dove l’erba è verde anzi che grigia; forse, a cercarli, si potrebbero perfino trovare fiumi e torrenti con dentro pesci vivi anzi che scatole di salmone.”

Questa faccenda di non aver mai fatto notare ai miei interlocutori che si ripetevano, che le loro frasi sfilate dalla faretra della banalità non servivano a nulla, che erano comode solo ai piccoloborghesi per infilzare qualsiasi discorso, ferirlo, se non ucciderlo, potrebbe aver spiegazione nelle mie radici operaie: lo erano i miei nonni, lo era mio padre, lo son stato io per almeno una dozzina d’anni: “Questa faccenda […] di dover fare ogni cosa secondo il comodo altrui è implicita nella vita della classe operaia. Mille influenze costringono di continuo l’operaio in una parte passiva. Egli non agisce, ma subisce l’azione altrui. Si sente schiavo di una misteriosa autorità ed è fermamente convinto che “quelli” non gli permetteranno mai di fare questo, quello, o quell’altro.”

Mi domando se anch’io faccio parte di “quella gente [che] ha cessato di scalciare sotto le frustate.” Fa bene Orwell a farmelo notare.

Che poi, ripensandoci bene, una delle persone che mi ha deluso è un dirigente abituato a sviscerare complessità enormi che spesso “l’uomo comune” ha difficoltà persino a immaginare, a sbrogliare matasse relazionali sviscerando ogni minimo dettaglio; sia chiaro, non per il gusto del vivere pacifico, ma perché ogni risorsa coinvolta in qualsivoglia bega possa rendere al massimo in quella famosissima ditta per cui lavora. Ma anche qui sbagliavo: “…lo sviluppo postbellico di generi voluttuari a buon mercato è stato una fortuna per i nostri governanti. È molto verosimile che pesce e patatine fritte, calze di seta, salmone in scatola, cioccolata a prezzi modici […] il cinematografo, la radio, il tè forte e i Football Pools abbiano fra tutti evitato la rivoluzione. Così che ci sentiamo dire ogni tanto che tutta la faccenda è un’astuta manovra della classe dirigente – una specie di “pane e circensi” – per tenere a bada i disoccupati. Ciò che ho visto della nostra classe dirigente non mi convince che abbia molta intelligenza. La cosa è avvenuta, ma attraverso un processo inconscio: l’interazione affatto naturale tra la necessità da parte dell’industriale di un mercato e il bisogno, da parte di gente semiaffamata, di palliativi a basso costo.”

Ciò che ho visto della nostra classe dirigente non mi convince che abbia molta intelligenza, e io l’avevo vista la poca elasticità di questa stirpe, ma avevo dimenticato, o meglio, ritenevo che qualcuno si potesse salvare da questo egocentrismo che riesce a convincerli d’essere in grado di chiudere a loro favore ogni querelle, disputa, perché alla fine di questo si trattava: io esprimevo un pensiero rispettando il suo, lui esprimeva il suo ritenendo il mio quello di un idiota. Era un pensiero per nulla profondo, il mio, lo ammetto; mi ero limitato a dire che invidiavo agli stranieri la loro capacità di aprire un’attività in Italia mentre io, che non ho il problema della lingua, non saprei neppure da che parte iniziare, tutto qui. Bene, dall’altra parte mi sentivo ripetere che sbagliavo. In cosa? Sbagliavo a invidiarli, STOP!, senza alcuna spiegazione del perché ero nell’errore. Detto che la mia era invidia “buona” e che al mio contraltare nulla importava dei sette peccati capitali che lo impregnano da una vita per minimo quattro settimi del totale, mi chiedevo – visto lo stato in cui ero: dignitosamente disperato – non mi fai neppure un piccolo sconto? Perché mi aspettavo uno sconto? Perché nelle case dove sono cresciuto s’è sempre respirato un’atmosfera profondamente umana: “In una casa della classe operaia – non penso per il momento a case di operai disoccupati, ma ad altre relativamente prospere – si respira un’atmosfera calda, onesta, profondamente umana, che non è molto facile trovare altrove.”

Case dove ho imparato molto, dove s’impara molto: “…so che si può imparare molto in una casa operaia, sol che vi si possa andare a vivere. Il punto essenziale è che i vostri ideali e pregiudizi borghesi sono messi alla prova dal contatto con altri ideali e pregiudizi che non sono necessariamente migliori, ma sono certo diversi.”

Case in cui non si va tanto per il sottile, dove si dice pane al pane e vino al vino, dove regna la schiettezza: “Un’altra caratteristica operaia, sconcertante in un primo momento, è la schiettezza nei riguardi di chiunque l’operaio ritenga suo pari. Se offrite a un operaio qualcosa che egli non vuole, vi dirà che non la vuole; una persona del ceto medio l’accetterà evitando così di offendervi.” Forse sarà stata la mia schiettezza a infastidire, chissà.

Di certo qualcuno era infastidito: io. E lo ero per via della pena capitale che avrebbe volentieri inflitto chi stava dall’altra parte del telefono, al ragazzo su cui si stava disquisendo, un giovane che, in fondo, aveva soltanto ripetuto più volte d’avere in testa un unico progetto di vita pressoché impossibile da realizzare, denunciando così tutto il proprio grande disagio e che questo – il Grande Disagio – andava analizzato, null’altro: “La maggioranza della gente approva la punizione capitale, ma quella stessa maggioranza non vorrebbe fare il lavoro del boia. E ancora… Non ho mai messo piede in una prigione senza sentire […] che il mio posto era dall’altra parte delle sbarre. […] il peggior criminale che abbia mai camminato su questa terra è moralmente superiore al giudice che lo condanna alla forca.” Ma quanti passaggi interessanti ci sono in questo libro?!

Le delusioni a cui sto facendo riferimento, le ho incassate sia parlando al telefono sia vis à vis e anche nei silenzi che dialogando faccia a faccia, spesso, dicono più di tante parole: “…sfortunatamente non mi ero allenato ad essere indifferente all’espressione della faccia umana.”

Nonostante tutto, a parte l’impatto iniziale di questi scontri imprevisti, ne sono uscito certamente più forte: “È solo quando s’incontra qualcuno di cultura ed educazione differenti dalle nostre che si comincia a scoprire quali siano realmente le nostre opinioni.”

Eppure, me lo ricordo bene quel dirigente quand’era ragazzo, verso la fine degli anni Settanta, quando girava con in testa la cresta colorata dei punk dell’epoca: “…si può osservare […] il triste fenomeno del borghese che è un ardente socialista a venticinque anni e un conservatore tutto sussiego a trentacinque.”

Se non vi ho ancora annoiato, termino con l’ultima grande delusione: una persona che raccoglie per anni le mie confidenze e un giorno scopro non aver tenuto per sé nulla, ogni mia personalissima parola l’aveva data in pasto ad altri. Motivo? “Perché così potrai riappacificarti con un po’ di persone.” Ma uno potrà ancora avere almeno la libertà di decidere da sé quando, come e con chi riappacificarsi? Purtroppo, pare non essere così, c’è sempre qualcuno che si erge genitore benché tu abbia ormai tutti i capelli grigi, e ti indichi la retta via. Questa persona credente cattolica, fottendosene ampiamente del segreto previsto dal sacramento della (mia) confessione, mi ha gettato al vento un mondo intero, perlomeno una dimensione di questo: “Come avviene per la religione cristiana, la peggior pubblicità al socialismo è rappresentata dai suoi fautori”, sempre il buon George.

Niente. Non mi resta altro da fare che ammettere tutta la mia imbecillità: a cosa serve leggere, rileggere, sottolineare Orwell se poi penso ad altro e abbasso la guardia? Appena l’ho abbassata, subito mi hanno fiocinato come un polpo, anzi, di più, mi hanno battuto come un polpo, legato, incaprettato e trascinato per lo scalpo. Consegnata ai posteri la mia ammissione d’imbecillità, mi viene in mente che una cosa ha accomunato tutte queste delusioni: gl’interlocutori m’interrompevano continuamente. Mi si voleva silenziare, in pratica. Insomma, era stato messo in opera un genocidio nei miei confronti: “…c’è una differenza sostanziale fra genocidio e tortura. Il genocidio cerca di mettere a tacere, mentre la tortura è l’antidoto contro il silenzio.” Questo non è più Orwell, è John Biguenet e il suo libro s’intitola Elogio del silenzio, un saggio da non perdere: “…un mondo in cui il destino, anzi Dio stesso si son fatti famosi anzitutto perché ci fronteggiano col silenzio.”

È in questo libro che ho realizzato una conclusione tanto scontata quanto sfuggente: chi t’interrompe manifesta la sua superiorità: “…mentre cercavo di perfezionarmi nel mestiere di professore, lessi un articolo sulla tendenza degli insegnanti, sia uomini che donne, a interrompere le studentesse – ma non gli studenti – mentre rispondono alle domande. […] Viviamo in un mondo in cui le donne vengono spesso messe a tacere, a volte anche in modo violento. Ma l’umiliante affronto di zittire le donne con nonchalance è un’esperienza talmente radicata nella nostra quotidianità che questo piccolo esempio di imposizione del silenzio su un altro essere umano – la brusca interruzione […] dell’insegnante – in realtà può aiutare, anche meglio di casi più eclatanti, a chiarire quale ruolo abbia il silenzio nel mantenimento dell’attuale distribuzione del potere nella società.”

Il tentativo di zittirmi va avanti ormai da una vita. Mi contestano i credenti perché non credo e mi contestano i non credenti perché non sto neppure dalla loro parte, e allora mi consolo con Non ho risposte semplici, un volume che raccoglie una ventina tra interviste e conversazioni con Stanley Kubrick, che delineano il suo genio: “Nella galassia ci sono cento miliardi di stelle e nell’universo visibile ci sono cento miliardi di galassie. Ogni stella è un sole, come il nostro, probabilmente con pianeti che lo circondano. […] Pensi al tipo di vita che potrebbe essersi evoluta su quei pianeti nel corso di millenni, e pensi anche a quali passi da gigante ha fatto la tecnologia dell’uomo sulla terra nei seimila anni in cui è documentata la sua civiltà, un periodo che è più piccolo di un granello di sabbia nella clessidra cosmica. […] Quelle intelligenze cosmiche […] potrebbero essere in comunicazione telepatica simultanea attraverso tutto l’universo; potrebbero aver ottenuto la padronanza completa sulla materia, e quindi potrebbero essere in grado di trasportarsi telecineticamente in modo istantaneo a miliardi di anni luce di distanza; nella loro forma definitiva, potrebbero essersi liberati completamente del guscio del corpo ed esistere in quanto coscienze incorporee e immortali in tutto l’universo. […] tutti gli attributi essenziali di quelle intelligenze extraterrestri sono gli attributi che noi conferiamo a Dio. E se quegli esseri di pura intelligenza dovessero mai intervenire negli affari dell’uomo, i loro poteri sarebbero talmente lontani dalla nostra possibilità di capirli che potremmo giustificarli solo in termini divini o magici.”

Mi contesta chi vota perché non voto e mi contesta chi non vota perché non scrivo ciò che lo aggrada: “Un aspetto doloroso della crescita intellettuale e artistica è che implica soprattutto il superamento degli altri: man mano, ci sono sempre meno persone con cui condividere le proprie idee, persone che capiscono, senza semplificare troppo, quello che uno sta cercando di comunicare.” Ancora Stanley Kubrick in Non ho risposte semplici.

Visto che non mi è nuovo questo potere che interrompe, silenzia, irrompe e violenta, da molto tempo mi auto silenzio verso coloro che tanto tengono alla mia bocca chiusa, così da restituire loro un po’ di dolore. E pare che Biguenet abbia nuovamente qualcosa da dire al riguardo: “L’impiego del silenzio […] spesso attraverso il semplice rifiuto di rivolgersi al soggetto, viene largamente utilizzato sia dai governi sia dai singoli individui. Per esempio, il rifiuto dei terroristi di proclamare la propria responsabilità dopo un bombardamento o dopo altre forme di omicidio di massa cerca di amplificare la paura causata dal violento attacco attraverso un silenzio implacabile. Così facendo, si prolunga la paura almeno finché il mistero sui responsabili rimane irrisolto.”

Non mi spiace affatto l’idea che alle tante delusioni causatemi da ‘sti signori corrisponda loro un po’ di paura, fosse solo che per rivolgermi la parola; certo è che dall’altra parte della barricata sono sempre più numerosi i nemici, ma non mi scoraggio perché se erano numerosi i consigli de La strada di Wigan Pier che avevo dimenticato, un passaggio di un altro romanzo di Orwell – 1984 – lo ricordo bene: “l’essere in minoranza, anche l’esser rimasto addirittura solo, non vuol dire affatto esser pazzo.” Ma anche, come diceva Camillo Berneri, “Non ci posso niente, in questo mio trovarmi d’accordo con quasi nessuno.” La solitudine è scomoda? La posizione scomoda è da sempre una garanzia di sapere come stanno veramente le cose. Sapere come stanno veramente le cose non fa star tranquilli? Bene. Come diceva Errico Malatesta, “Non ho bisogno di stare tranquillo.”

Permettetemi un consiglio: agitatevi. Anzi, istruitevi agitatevi organizzatevi.

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L’eclisse degli Stati Uniti https://www.carmillaonline.com/2024/12/23/leclisse-degli-stati-uniti/ Mon, 23 Dec 2024 06:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=85843 di Marco Sommariva

Il Fatto Quotidiano riporta che Eva Longoria, l’ex stella della serie TV cult Desperate Housewives che aveva partecipato attivamente alla campagna elettorale per i Democratici e Kamala Harris, profondamente delusa dalla vittoria di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America, ha preso la decisione drastica di lasciare gli Usa. In un’intervista ha dichiarato: “La parte scioccante non è tanto che abbia vinto. Il fatto è che un criminale condannato che sputa così tanto odio possa occupare l’ufficio più importante del Paese”. E ancora: “Gli Stati Uniti sono un luogo spaventoso. Se Donald Trump mantiene le sue promesse, diventerà un luogo spaventoso. [...]]]> di Marco Sommariva

Il Fatto Quotidiano riporta che Eva Longoria, l’ex stella della serie TV cult Desperate Housewives che aveva partecipato attivamente alla campagna elettorale per i Democratici e Kamala Harris, profondamente delusa dalla vittoria di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America, ha preso la decisione drastica di lasciare gli Usa. In un’intervista ha dichiarato: “La parte scioccante non è tanto che abbia vinto. Il fatto è che un criminale condannato che sputa così tanto odio possa occupare l’ufficio più importante del Paese”. E ancora: “Gli Stati Uniti sono un luogo spaventoso. Se Donald Trump mantiene le sue promesse, diventerà un luogo spaventoso. […] Sento che questo capitolo della mia vita è finito. Sono privilegiata, posso scappare e andare da un’altra parte. La maggior parte degli americani non è così fortunata e si ritrova in questo Paese distopico. Per loro provo ansia e tristezza”.

Questo voler fuggire da un paese distopico mi ha ricordato l’inizio di Eclipse, romanzo pubblicato negli Stati Uniti nel 1985, il primo dell’omonima trilogia cyberpunk scritta John Shirley che proseguirà con Azione al crepuscolo (1900) e terminerà con La maschera sul sole (1990), tutti pubblicati su Urania.

L’universo descritto in Eclipse è ambientato nel XXI secolo, racconta un’Unione Sovietica che ha invaso l’Europa occidentale e, a proposito del fuggire di cui sopra, nei primi capitoli riporta: “Tutto ciò cui riuscivo a pensare era di pararmi il culo, di tornare negli Stati Uniti. Ma non riuscii a trovare un volo per fuori Londra; erano tutti limitati a uso governativo. O cancellati. Tutti volevano andarsene dalla fottuta Europa. Mai sentito parlare della guerra del Vietnam? Bene, allora sai come, quando l’esercito americano si spinse verso sud, ci fu questa frenetica corsa per uscire da Saigon con qualsiasi mezzo possibile… E lo stesso accadde in tutto il continente, nelle grandi città…”.

Cos’era accaduto esattamente nel romanzo? Era successo che l’esercito sovietico era apparso dal nulla, “che nessuno era riuscito a capire come avessero potuto riunire così tante truppe lungo il confine senza insospettire la Nato. […] La Nato aveva avvistato qualche paracadute, ma i Sovietici avevano detto che si trattava dell’invio di medicinali per via di qualche epidemia. Poi, di colpo, le fottute truppe erano lì…”.

Anche in questo caso, quanto accade realmente in Europa nel febbraio del 2022 s’avvicina molto alla narrazione di Shirley: all’epoca, l’Occidente temeva un bluff di Putin quando dichiarava che le truppe russe al confine ucraino erano lì per delle esercitazioni e che sarebbero rientrate alle loro basi.

Una volta si diceva che la narrazione fantascientifica era nata e s’era sviluppata in Occidente col presupposto d’ipotizzare quali scenari avrebbero potuto scaturire dalle nuove scoperte scientifiche, ragionando anche sugli impatti che queste potevano avere sulla società e sulle persone. Sono anni, invece, che s’è insinuato un sospetto, quello che si segua la fantascienza – libri, fumetti, film, serie TV, videogiochi, eccetera – per trarre spunti, ispirazioni, suggerimenti su cosa fare e come, tipo il cane robot (da guardia) che si aggira per il resort della proprietà di Mar-a-Lago di Donald Trump, impiegato per rafforzare le misure di sicurezza a protezione del neoeletto presidente: come non pensare ai cani robot di uno degli episodi di Black Mirror 4  (Metalhead) e, soprattutto, ai cani robot di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, programmati per individuare e colpire i nemici, ossia i possessori di libri e i luoghi dove questi sono contenuti? Di esempi del genere se ne potrebbero fare a decine, a iniziare dalla decisione presa in Kuwait d’introdurre un’identità digitale elettronica giustificando la scelta come un aiuto ai cittadini per accedere ai servizi digitali della pubblica amministrazione senza, però, dare la possibilità alle persone di scegliere se aderire o meno a questa cessione dei dati sensibili allo Stato, andando a penalizzare chi si è rifiutato bloccando a tutti loro, 35 mila persone, l’accesso al proprio conto corrente né di trasferire denaro.  Un po’ quello che succede alle donne nel mondo distopico immaginato da Margaret Atwood ne Il racconto dell’ancella, pubblicato nel 1985.

Le similitudini tra la realtà e la trilogia di Shirley sono numerose, dall’utilizzo dei droni che sorvegliano le città – “Era un uccello di metallo. Aveva ali meccaniche, viscere elettroniche e una telecamera nel capo. Ma aveva la forma di un tordo, e più o meno le stesse dimensioni. Le sue ali battevano freneticamente come quelle di un colibrì mentre attraversava in volo la città, inondata e in rovina. […] Sul ventre del pennuto era visibile una fila di numeri di serie. In realtà si trattava di un apparecchio di sorveglianza […]” – alla presenza di una Rete che ci foraggia di canali televisivi e notizie, e che viene ascoltata e seguita come una religione – “La Rete Amica, dio di tutta la Rete elettronica. La Rete dà la Tv e le notizie… dà credito, che si traduce in cibo e riparo. Pregate la Rete Amica e i computer della compagnia elettrica perderanno la vostra bolletta, regalandovi un mese extra prima di tagliarvi i fili della luce; pregate la Rete Amica e l’Interbanca compirà un errore a vostro favore, attribuendovi cinquecento dollari che non dovreste avere. Per poi dimenticarsene. Pregate la Rete Amica e il computer della polizia perderà i dati dei vostri precedenti”.

Se riteneste quanto sopra non particolarmente brillante o profetico, leggete cosa scrive Shirley in Eclipse, circa la Colonia, una “cosa” costruita con asteroidi e frammenti di roccia su cui vivono diecimila persone, orbitante intorno alla Terra – “Vista dall’esterno, la Colonia, lunga dieci chilometri, appariva come una specie di cilindro che avesse inghiottito qualcosa di grosso e lo stesse digerendo come fanno i serpenti boa. Il rigonfiamento che mostrava nel centro era una sfera del diametro di circa due chilometri, il cui concavo interno rappresentava la principale zona residenziale della Colonia” – e poi date un’occhiata all’articolo pubblicato l’8 settembre 2024 da Il Sole 24 Ore, in cui Elon Musk si pone come traguardo anche quello di consentire al genere umano di “non avere più tutte le nostre uova, letteralmente e metabolicamente, su un unico pianeta”.

Elon Musk mi richiama alla mente uno dei personaggi di quest’opera di Shirley: Rick Crandall il Sorridente – proprio così, “il Sorridente”. Ora, provate a leggere il prossimo estratto e vedete voi se vi viene in mente qualcuno: “Negli anni ’90, nonostante il declino economico degli Stati Uniti, tutti i paesi non-socialisti e non-islamici erano andati americanizzandosi sempre di più. Verso la fine del decennio, ogni paese in cui vivesse una classe borghese o piccolo-borghese disponeva di una sua televisione. E fra esse proliferavano le trasmissioni via satellite di canali americani. In ogni paese industrializzato esistevano canali in lingua inglese: l’inglese aveva acquistato via via sempre maggiore importanza. I valori e le attrattive della vita americana si fecero sempre più presenti nelle società del terzo mondo. E uno dei pilastri di tale pensiero era la rinata cristianità. E i sempre più numerosi predicatori propagandavano in lingua spagnola, portoghese, swahili e così via, l’importanza dei valori e dei comportamenti cari agli Stati Uniti. Ogni televisione del terzo mondo trasmetteva un programma presentato da un tipo chiamato Rick Crandall il Sorridente. Costui era uno fra i più giovani ministri fondamentalisti d’America. […] Ma in realtà, Crandall era un reclutatore. Approfittava della sua fama internazionale o ricorreva alla corruzione per arrivare ai personaggi politici più importanti, a coloro che si collocavano ai margini del governo e ai loro oppositori. Legandoli a una nuova sezione dell’Alleanza detta Loggia Antiterrorismo. La quale, in realtà, era una copertura. Era in realtà la sezione di reclutamento dell’esercito della Seconda Alleanza”.

La Seconda Alleanza – nel romanzo è abbreviato in SA, proprio come il reparto paramilitare costituito da Hitler nel 1921 a difesa dei comizi del Partito Nazista – è un esercito capace di schierare solo che in Europa mezzo milione di soldati, una compagnia di sicurezza privata fondata da Predinger “un milionario americano categoricamente conservatore. Tanto quant’è possibile esserlo senza venire rinchiusi in un manicomio”, costituita da mercenari razzisti e spietati, guidata dal telepredicatore Rick Crandall, appunto. Questa forza di polizia internazionale privata, ispirata da valori di stampo religioso cristiano, ha evidenti connotati di estrema destra: “Fottuti Yankee che si masturbano con quei fottuti nazisti. Hanno deciso di reclutarli perché pensano che sia “o così o il comunismo”. E i fascisti hanno fatto grandi promesse di ottimi affari commerciali”.

Caso strano, questo corpo privato, l’SA, diventa presto un gruppo armato antiterroristico che permette al suo fondatore, Predinger, di esprimere le sue simpatie politiche: “Va da sé che l’Alleanza concentrò la sua azione sul terrorismo di sinistra, ignorando quello delle destre. Mise una gran quantità di persone sotto sorveglianza […] l’Sa assassinò alcuni leader radicali da essa ritenuti alleati con i terroristi. Il più delle volte, però, le persone colpite erano proprio quei moderati che riuscivano a tenere a bada le frange più estremiste. Può anche darsi che l’abbiano fatto deliberatamente, sapendo che quando gli estremisti si fossero fatti avanti per riempire quel vuoto, il mondo impaurito avrebbe tollerato, se non addirittura richiesto, l’intervento dell’Sa. Così crebbe sia di responsabilità che di contatti, e con questi ultimi vennero anche potere e influenza. E, naturalmente, questo credito veniva aumentato dal sapiente uso del denaro operato da Predinger”.

Insomma, non so voi, ma a me sembra che i due personaggi costruiti da Shirley – Predinger e Crandall – siano molto attuali: “Politicamente, il credo fondamentale dell’SA è semplicemente il fascismo. E qui non parliamo di fascisti come uno sbarbatello di sinistra potrebbe chiamare “fascista” qualsiasi guerrafondaio, rendendo il termine un mero dispregiativo. Parliamo della vera e propria essenza del fascismo. Predinger e Crandall sono entrambi profondi ammiratori del fascismo classico e della demagogia razzista, Hitler e Mussolini compresi”.

Ci tengo a ricordare che Biden e, più volte, Kamala Harris hanno definito “fascista” il prossimo presidente americano Trump , e che Elon Musk è un padrone che ha proibito ai propri dipendenti negli Usa di organizzarsi in sindacato, così come Henry Ford – ammiratore di Mussolini e Hitler – famoso per la sua politica antisindacale esercitata nelle sue fabbriche.

Ammesso la crescente influenza di Musk su Trump non faccia saltare il banco, alcuni collaboratori del neoeletto presidente potrebbero preoccupare come certi personaggi di Shirley. Proviamo a conoscerne meglio alcuni.

Iniziamo da Pete Hegset, il signore coi tatuaggi di estrema destra.

Come Crandall, anche Pete Hegseth – l’uomo scelto da Trump come futuro capo del Pentagono, un Dipartimento che governa un milione e 300 mila soldati, e 750 mila civili – è un personaggio televisivo e, come Crandall, non ama la diversità etnica: “dagli schermi di Fox, Hegseth si è scagliato in tante occasioni contro gli ideologhi che avrebbero distrutto l’esercito a colpi di programmi che incentivano la diversità etnica, razziale, di genere tra i militari. Hegseth è contrario all’accesso tra i militari delle persone transgender e alla partecipazione delle donne a operazioni di combattimento (deciso durante l’amministrazione Obama)”. Soprattutto il tema delle donne nell’esercito è sembrato appassionarlo – ovviamente in negativo. “Le donne non dovrebbero far parte dei corpi di combattimento”, ha spiegato Hegseth, “sono coloro che danno la vita. Non coloro che la tolgono. Conosco un sacco di fantastiche donne soldato. Solo che non dovrebbero stare nel mio battaglione di fanteria. Complicano tutto. E complicare le cose in una situazione di combattimento significa perdite sicure”.

Proseguiamo con il fervente antiabortista Matt Gaetz.

Nonostante Trump sappia che questo suo fedelissimo, assediato dagli scandali sessuali e dalle notizie che circolano relative all’abuso di droghe, non abbia molte chance di ottenere il via libera dal Senato, ha deciso di proporlo come futuro capo del dipartimento di Giustizia; ossia, lo stesso dipartimento che ha incriminato Gaetz per traffico sessuale con minorenni: “È in particolare la nomina di Gaetz, sotto inchiesta alla Camera per questioni etiche dopo che il dipartimento di Giustizia (che ora dovrà guidare) l’ha indagato senza incriminarlo per traffico sessuale con minorenni, che sta creando il maggiore shock ed oltraggio al Congresso, anche tra i senatori repubblicani che dovranno confermarlo. I repubblicani avranno una maggioranza tra i 52 e i 53 seggi, quindi anche un piccolo gruppo di oppositori potrebbe creare dei problemi alla conferma del deputato. Gaetz, 42 anni, è stato indagato dai procuratori federali per accuse di sfruttamento sessuale di una 17enne. L’inchiesta federale si è chiusa senza incriminazioni, ma ora è la commissione Etica della Camera ad indagare sulle accuse di natura sessuale e uso illecito di droga. Al centro delle accuse i viaggi che Gaetz avrebbe fatto alle Bahamas con escort pagate per viaggiare con lui, cosa che viola la legge federale, tra le quali anche una minorenne. Accuse sempre negate dal repubblicano che in questi anni si è imposto come una figura divisiva anche all’interno del partito repubblicano, soprattutto per essere stato alla guida del gruppo di trumpiani di estrema destra che fecero cadere lo Speaker Kevin McCarthy e precipitare la Camera nel caos”.

Quindi, nell’ottobre del 2023 Matt Gaetz “è stato alla guida del gruppo di trumpiani di estrema destra che fecero cadere lo speaker Kevin McCarthy e precipitare la Camera nel caos”: qualcosa di inedito per la politica americana – è stata la prima volta nella storia degli Stati Uniti che la Camera dei Rappresentanti ha rimosso dall’incarico il suo presidente.

Pete Hegseth e Matt Gaetz – personaggi di destra con discreta idiosincrasia verso il mondo femminile – Elon Musk e Donald Trump… sarà mica per questo che, dopo soli tre giorni dall’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti, sono tantissimi i lettori americani che hanno acquistato romanzi distopici? In una sola settimana, Il racconto dell’ancella ha scalato quattrocento posizioni nella US Amazon Best Sellers chart di Amazon, arrivando a essere il terzo libro più venduto sulla piattaforma – al sedicesimo, invece, 1984 di George Orwell.

Nel romanzo di Atwood è descritto un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, dove gli Stati Uniti sono diventati uno stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile; la voce narrante è quella di una ragazza che, prima del cambiamento, conduceva una vita normale – lavorava in una redazione, conviveva col suo compagno e, insieme, crescevano una figlia – e che, dopo, viene allontanata dalla famiglia e costretta a diventare un’ancella, perdendo così anche il diritto ad avere un nome: “Era così che si viveva allora? Vivevamo di abitudini. Come tutti, la più parte del tempo. Qualsiasi cosa accade rientra sempre nelle abitudini. Anche questo, ora, è un vivere di abitudini. Vivevamo, come al solito, ignorando. Ignorare non è come non sapere, ti ci devi mettere di buona volontà. Nulla muta istantaneamente: in una vasca da bagno che si riscaldi gradatamente moriresti bollito senza nemmeno accorgertene. C’erano notizie sui giornali, certi giornali, cadaveri dentro rogge o nei boschi, percossi a morte o mutilati, manomessi, così si diceva, ma si trattava di altre donne, e gli uomini che commettevano simili cose erano altri uomini. Non erano gli uomini che conoscevamo. Le storie dei giornali erano come sogni per noi, brutti sogni sognati da altri. Che cose orribili, dicevamo, e lo erano, ma erano orribili senza essere credibili. Erano troppo melodrammatiche, avevano una dimensione che non era la dimensione della nostra vita. Noi eravamo la gente di cui non si parlava sui giornali. Vivevamo nei vuoti spazi bianchi ai margini dei fogli e questo ci dava più libertà. Vivevamo negli interstizi tra le storie altrui”.

Credo sia molto importante essere consapevoli del fatto che “nulla muta istantaneamente” e che, appunto, in una vasca da bagno che si riscalda gradatamente si morirebbe bolliti senza nemmeno accorgercene; forse questo aumento delle vendite è dovuto all’aver percepito sulla propria pelle, l’alzarsi della temperatura dell’acqua – o del brodo? – in cui gli statunitensi, e non solo loro, sono immersi.

A proposito di donne e della prossima amministrazione, Trump ha deciso di assegnare la guida del dipartimento dell’Istruzione a Linda McMahon, ex Ceo della famosa compagnia di wrestling World Wrestling Entertainment (Wwe), scatenando le critiche dell’Associazione nazionale dell’istruzione, secondo cui The Donald “mostra di non essere interessato al futuro degli studenti” visto che, a parer loro, la McMahon non è qualificata “e il suo unico obiettivo è eliminare il dipartimento e togliere risorse alle scuole pubbliche”.

Togliere risorse alle scuole pubbliche; ossia, penalizzare gli strati sociali più bassi: sempre gli stessi ci finiscono in mezzo, i più bisognosi.

Anche in Eclipse non va granché bene agl’indigenti: la Colonia che avrebbe dovuto essere in grado di fornire lavoro e alloggio alle persone degli strati sociali più bassi, e quindi doveva essere qualcosa di estremamente positivo e umanitario, si rivela essere un fallimento: “una volta quassù [i più bisognosi] si sono ritrovati a vivere in dormitori sovraffollati e dall’aria malsana; una casa ben peggiore di quella che si erano lasciati dietro”.

In Eclipse non va granché bene neppure agl’immigrati. Durante il Congresso Europeo della Nuova Destra, “con la stessa freddezza di un cuoco intento a commentare una ricetta”, il leader del Front Nationale francese dice: “…l’inevitabilità del conflitto fra culture le cui radici storiche affondano in terreni fondamentalmente diversi, come quelle europee e mediorientali, non può venire ignorata. Le buone intenzioni di coloro i quali cercano di riconciliare i fondamentalisti islamici con gli Europei non può che far aumentare l’attrito delle divergenze sociali. Perché in realtà le divergenze sociali sono inevitabili. Gli immigrati provenienti da mondi estranei al nostro hanno inquinato le nostre acque culturali. È da sciocchi ritenere che si possa mai arrivare a convivere armoniosamente nello stesso paese. È ingenuo e poco realistico. E questa ingenuità costa tempo, denaro e… sì, anche vite umane. Bisogna affrontare la realtà: alcune razze non potranno mai andare d’accordo con altre! La risposta è semplice: espulsione. Non dipende da noi se saremo costretti a usare la violenza per mettere in pratica questa che è l’unica soluzione al problema dell’immigrazione. Vitalità culturale e purezza razziale sono sinonimi…”.

Un po’ come scriveva Michel Houellebecq in Sottomissione: “Bisognava arrendersi all’evidenza: giunta a un livello di decomposizione ripugnante, l’Europa occidentale non era più in grado di salvare se stessa […]. Il massiccio arrivo di popolazioni immigrate fedeli a una cultura tradizionale ancora modellata sulle gerarchie naturali, sulla sottomissione della donna e sul rispetto dovuto agli anziani, costituiva un’occasione storica per il riarmo morale e familiare dell’Europa, creava la possibilità di una nuova età dell’oro per il Vecchio Continente. Quelle popolazioni erano in certi casi cristiane; ma più spesso, bisognava riconoscerlo, erano musulmane”.

Il problema dell’immigrazione: cos’ha idea di fare Trump, per risolverlo? Annuncia il ritorno dell’intransigente Tom Homan alla guida dell’Agenzia responsabile per il controllo delle frontiere e dell’immigrazione, l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) degli Stati Uniti: “Conosco Tom da molto tempo e non c’è nessuno più bravo di lui nel sorvegliare e controllare i nostri confini, [sarà responsabile di] tutte le deportazioni di immigrati clandestini nel loro Paese di origine”. In pratica, il tycoon dà un volto alla promessa fatta, quella di attuare la più grande operazione di deportazione di immigrati clandestini nella storia degli Stati Uniti.

Personalmente, son rimasto impressionato da quanto dichiarato da Homan durante un’intervista rilasciata a Fox News, in cui afferma che i militari non rastrelleranno e arresteranno illegalmente gli immigrati nel paese e che l’Ice si muoverà per attuare i piani di Trump in maniera umana: “Quando andremo là fuori, sapremo chi stiamo cercando. Molto probabilmente sappiamo dove saranno e tutto sarà fatto in modo umano”.

Sbaglierò, ma questo attuare una deportazione in modo umano mi ha ricordato lo scopo umanitario che, in Eclipse, ha portato gli strati sociali più bassi a essere “deportati” sulla Colonia; tra l’altro, temo di sapere dove, “molto probabilmente”, Homan e l’Ice troveranno chi stanno cercando: in dormitori sovraffollati e dall’aria malsana.

L’immagine dei dormitori fa tornare a Il racconto dell’ancella, il romanzo distopico già citato, dove le Zie sono le guardiane del rigore morale delle donne e le ancelle – uniche femmine ancora in grado di procreare dopo la catastrofe – vivono così: “Si dormiva in quella che un tempo era la palestra. […] Avevamo lenzuola di flanella leggera, come i bambini, e vecchie coperte di quelle in dotazione all’esercito, ancora con la scritta U.S. Ripiegavamo i nostri abiti per bene e li riponevamo sugli sgabelli ai piedi del letto. Le luci venivano abbassate ma non spente. Zia Sara e Zia Elisabetta vigilavano, camminando avanti e indietro; avevano dei pungoli elettrici di quelli che si usano per il bestiame agganciati a delle cinghie che pendevano dalle loro cinture di cuoio. Niente pistole, però, neanche a loro venivano affidate le pistole. Le pistole erano per le guardie, scelte a questo scopo tra gli Angeli. Alle guardie non era permesso entrare nella casa se non vi erano chiamate, e a noi non era permesso uscirne, tranne che per le nostre passeggiate, due volte al giorno, due per due, attorno al campo di calcio che adesso era cintato da una rete metallica bordata di filo spinato. Gli Angeli stavano dall’altra parte, voltati di schiena verso di noi. Erano oggetto di paura per noi, ma anche di qualcos’altro. Se solo ci avessero guardato. Se solo avessimo potuto parlare con loro. Si sarebbe potuto stabilire uno scambio, pensavamo, un accordo, un baratto. Avevamo ancora il nostro corpo. Erano queste le nostre fantasie. Avevamo imparato a sussurrare quasi impercettibilmente. Nella semioscurità potevamo allungare le braccia, quando le Zie non guardavano, e toccarci le mani attraverso lo spazio tra un letto e l’altro. Leggevamo il movimento delle labbra, con le teste posate sul cuscino, girate di lato, osservando l’una la bocca dell’altra. In questo modo ci eravamo scambiate i nostri nomi, di letto in letto: Alma. Janine. Dolores. Moira. June”.

Prima di perdermi, e magari non ritrovarmi più, in questo ginepraio dove spesso confondo quale sia la realtà e quale la finzione distopica, soprattutto, dove spesso mi sembra che la finzione distopica sia più accettabile di tante realtà, chiudo con l’ennesimo spaventoso intreccio tra quello che ci sta intorno e l’opera di Shirley.

Ricordate la Seconda Alleanza descritta in Eclipse, la forza di polizia internazionale privata che diventa presto un gruppo armato antiterroristico? Bene. Pete Hegseth, la personalità Tv di estrema destra scelta da Trump quale futuro capo del Pentagono, non s’è battuto soltanto contro inchieste su militari Usa accusati di gravi crimini di guerra in Irak, ha preso le parti anche di squadre paramilitari private che avevano in appalto mansioni di sicurezza, come fece nel 2017, quando definì il massacro di diciassette civili inermi e innocenti in una piazza di Baghdad da parte di guardie dell’allora società Blackwater, come “un altro giorno di lavoro in Irak”.

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Ragionare camminando https://www.carmillaonline.com/2024/11/02/ragionare-camminando/ Sat, 02 Nov 2024 06:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84859 di Marco Sommariva

Ho letto su L’indiscreto un articolo di Alessia Dulbecco intitolato “È difficile camminare, se sei una donna” che, davanti a un video proiettato in una classe in cui si vede una ragazza camminare, sola, in pieno giorno, per le strade di New York, la stragrande maggioranza delle persone di genere femminile sapeva già, dopo i primi fotogrammi, cosa avrebbe subito la protagonista: molestie, abusi e commenti non richiesti. È il fenomeno che oggi viene definito catcalling: molestia sessuale prevalentemente verbale che, per esperienza personale, posso assicurare esser già presente a fine anni Sessanta.

Pur essendo un uomo, parlo [...]]]> di Marco Sommariva

Ho letto su L’indiscreto un articolo di Alessia Dulbecco intitolato “È difficile camminare, se sei una donna” che, davanti a un video proiettato in una classe in cui si vede una ragazza camminare, sola, in pieno giorno, per le strade di New York, la stragrande maggioranza delle persone di genere femminile sapeva già, dopo i primi fotogrammi, cosa avrebbe subito la protagonista: molestie, abusi e commenti non richiesti. È il fenomeno che oggi viene definito catcalling: molestia sessuale prevalentemente verbale che, per esperienza personale, posso assicurare esser già presente a fine anni Sessanta.

Pur essendo un uomo, parlo di esperienza personale per questo motivo: non avevo ancora compiuto sei anni quando, nell’estate del 1969, ogni pomeriggio d’estate passavo con mia madre – all’epoca trentanovenne – davanti a un’officina meccanica per recarci in casa di mia zia dove le due sorelle facevano venir sera cucendo abiti; eravamo costretti a passar di lì perché non c’erano strade alternative e visto che, per via del caldo, le saracinesche di quella carpenteria metallica erano sempre alzate, al nostro passaggio gli operai interrompevano il lavoro, fischiavano all’indirizzo di mia mamma e commentavano ad alta voce le sue curve. Ricordo che mia madre allungava il passo e mi diceva di fare altrettanto, così come ricordo la paura che provavo in quel tratto di strada perché, secondo me, quegli uomini volevano far del male a mia madre e, lasciatemi dire, non ero così tanto distante dalla realtà.

Scrive Atiq Rahimi in Pietra di pazienza: “Per gli uomini come lui scopare, violentare una puttana non è una grande impresa. Mettere il suo lurido affare in un buco che è già stato usato centinaia di volte prima di lui non gli procura alcun orgoglio virile. […] Lo sai bene, tu. Gli uomini come lui hanno paura delle puttane. E lo sai perché? […] perché, scopando una puttana, non dominate più il suo corpo. Siete in una dimensione di scambio. Voi le date del denaro, lei vi dà il piacere. E, posso dirtelo, spesso è lei a dominarvi. È lei a scoparvi. […] Quindi violentare una puttana non è uno stupro. Ma lo è rubare la verginità a una ragazza, violare l’onore di una donna! Ecco il vostro credo!”

Ho voluto raccontare quanto ho vissuto all’età di cinque anni, perché mi pare impossibile che, davanti al video proiettato in classe, i ragazzi non siano stati pronti a rispondere come le loro compagne: davvero c’è qualcuno che non si rende conto di ciò che accade per strada? E se questo accadesse perché, in qualche modo, si è riusciti a portare le menti di alcuni di noi in un mondo ideale che distrae da quello reale? Scriveva Anatole France ne L’isola dei pinguini, nel 1908: “Le testimonianze false valgono più di quelle vere, perché vengono create espressamente per le necessità della causa, su ordinazione e su misura, e quindi risultano esatte e particolareggiate. Sono preferibili perché trasportano le menti in un mondo ideale e le distraggono dalla realtà, che, in questo mondo, purtroppo, non è mai senza ombre.”

E non prenderei troppo sottogamba l’estratto sopra, visto che in 1984 George Orwell scriveva: “Tutto quel che succede, succede nella mente. Tutto ciò che succede in tutte le menti, succede davvero”.

Eppure, è indubbio che, ancora oggi, una donna che cammina da sola costituisce un’anomalia del Sistema: prima che si scoprisse l’assassino della povera Sharon Verzeni – la barista di Terno d’Isola uccisa a coltellate mentre passeggiava, di notte, vicino alla propria abitazione – abbiamo letto e ascoltato numerosi commenti circa l’abitudine della giovane di uscir da casa, da sola, a tarda sera: “forse si vedeva con qualcuno?” Avremmo letto e ascoltato identici commenti fosse stato un uomo? Ho grossi dubbi.

Comunque, se per le donne il pericolo di uscir da sole aumenta dopo il tramonto, non significa che prima possano muoversi a piedi serenamente: le donne sanno che, a prescindere da ciò che indossano e se è mattina o pomeriggio, il rischio di incorrere in commenti, sguardi e tentativi di approccio non richiesti è sempre presente.

Prima ho parlato degli anni Sessanta perché, per esperienza, non posso andare più indietro, ma leggo che, fin dai tempi antichi, strade e piazze sono i luoghi dove gli uomini hanno intrecciato scambi commerciali, concordato alleanze e definito rapporti di potere ma che, in quegli stessi spazi, alle donne è sempre stato consentito svolgere solo mansioni quotidiane, non sostarvi liberamente: “Non si può ottenere nulla di buono, con la paura” – I falsari di André Gide.

Aver timore di sostare per strada potrebbe indurre a frequentare luoghi ad hoc rischiando, però, di lasciare indietro donne o compagn* di genere appartenenti a minoranze etniche o a classi sociali disagiate.

Aver timore di passeggiare per strada potrebbe indurre a svolgere nella solitudine della propria abitazione ciò che si potrebbe fare all’aperto: col comprare un tapis roulant per replicare nel proprio salotto ciò che si potrebbe fare nei viali sotto casa, si corre il rischio di ridursi a dei criceti che sgambettano nella ruota di una gabbia – credere a una libertà illusoria, insomma.

Uscire per strada, camminare, è sempre stato e continua a essere un atto sovversivo.

Giorni fa ho confessato all’amico Pino Cacucci che, nel 1998, decisi d’imbracciar la penna dopo aver letto un suo libro edito per la prima volta nel ‘96, Camminando: “Spostarsi è facile, spesso lo impone il lavoro, o si vola in vacanza dall’altra parte dell’emisfero per spedire cartoline, scattare diapositive, comprare ricordini per amici e parenti, e tornare indietro identici a come si è partiti. Viaggiare con occhi sgranati sulle meraviglie altrui è inutile, quando l’anima resta chiusa nella cassaforte di casa”.

L’autore ha scritto che le testimonianze raccolte in questo libro, sono un piccolo contributo a non dimenticare che tutti i privilegi di questa fettina di mondo sono ottenuti in cambio di insostenibili ingiustizie imposte agli abitanti di almeno tre quarti del pianeta, che l’oblio è sempre una colpa perché la mancanza di memoria permette all’orrore di perpetuarsi e che un libro è certo poca cosa, ma può aiutare a sentirsi meno soli. E in effetti mi sentii meno solo quando mi trovai davanti questo suo passaggio: “in questo livido fine millennio […] non ci sono più guerre mosse da ideali di liberazione, ma solo da accaparramenti petroliferi, razzismi e pulizie etniche”. Mi sentii meno solo perché lo pensavo, ma non sentivo dirlo da altri, soprattutto dalla televisione: “con la Guerra del Golfo hanno definitivamente sancito il controllo ferreo sull’informazione: se non accetti la loro uniforme mimetica e i giri guidati, non ti puoi lamentare se poi ti sparano in faccia…”.

In un’intervista,  Nadine Gordimer ha affermato: “È vero che siamo bombardati dalle informazioni. Le informazioni, però, non sono la conoscenza; sono una collezione superficiale di fatti. Dobbiamo, invece, rivolgerci alla letteratura, agli scrittori per avere un’interpretazione dei fatti, per capire ciò che precede e segue i fatti. Solo lo scrittore fa diventare storia una serie di eventi”. Sono d’accordo. Non a caso non faccio altro che rivolgermi alla letteratura, agli scrittori, per analizzare gli avvenimenti; a proposito di questo, il senso del viaggio di Pino Cacucci sta nel fermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare sulla propria vita e le passioni che l’hanno segnata, per poterla rinarrare e sottrarla, così, alla cloaca della dimenticanza.

Non permettere alle donne di camminare liberamente per strada significa pure questo, impedire l’ascolto di storie, e questo potrebbe significare perdersi anche episodi che riguardano loro molto da vicino: “Oggi molti inorridiscono per il trattamento che le milizie in Bosnia riservano alle donne catturate, dimenticando che il vero volto delle guerre d’aggressione è questo, e nulla di meno. I contras, però, non hanno mai lasciato donne incinte: la consuetudine era sgozzarle dopo averle fatte “passare” all’intera compagnia. Ma allora, il mondo sembrò non accorgersene neppure, e nessun telegiornale nostrano ha mai dimostrato orrore al riguardo”.

La parola contras è un accorciamento di contrarrevolucionarios; i contras furono un gruppo armato nicaraguense, appunto, nato per combattere il governo sandinista che, nel ’79, s’insediò al potere dopo aver rovesciato la dittatura di Somoza che durava da dodici anni.

Restando in quegli anni e in quella zona geografica, c’è un’altra storia raccontata da Cacucci in Camminando, che vale la pena non dimenticare: “La vigilia di Natale del 1981, nel villaggio di El Mozote irruppero le truppe scelte del Battaglione Atlacatl, corpo d’élite dell’esercito salvadoregno addestrato da istruttori statunitensi e i cui ufficiali si sono vantati di ispirarsi alle SS hitleriane. L’operazione faceva parte della strategia “togliere l’acqua intorno ai pesci”. I mille abitanti di El Mozote appoggiavano i guerriglieri e avevano offerto loro riparo e provviste. Furono sterminati tutti. Riempirono la chiesa di uomini, e la fecero saltare con la dinamite. Uccisero con un colpo alla nuca quelli che erano rimasti fuori, poi raggrupparono le donne: scelsero le giovani più belle, portandole tra i cespugli per stuprarle e poi sgozzarle. Le altre, furono falciate subito a raffiche di mitragliatrice. Alcuni militari presero dei neonati lanciandoli in aria per poi infilzarli al volo con le baionette, altri li gettarono vivi nei forni del pane ancora accesi. Il raccapricciante resoconto di tanto orrore è stato fatto da un bambino di undici anni scampato miracolosamente all’eccidio”.

Anche qui si parla di donne e pure in questo caso si riserva loro un trattamento particolare, specie se giovani e belle.

Ma come son cresciute tutte queste generazioni di uomini che stuprano, sgozzano, uccidono, molestano, importunano le donne e che, ancora oggi, pare siano incapaci d’immaginare cosa accadrà alla protagonista di un video ripresa mentre cammina, sola, in pieno giorno, per le strade di New York? Non so rispondere, ma credo varrebbe la pena tenere a mente un avvertimento di Voltairine de Cleyre, riportato nel libro Un’anarchica americana, sul crescere i figli maschi e le figlie femmine: “Guardate ora come crescono i vostri figli. Insegnate loro, sin dalla prima infanzia, a frenare la naturale indole ad amare, a trattenersi sempre di più! Le vostre incredibili bugie infangherebbero persino l’innocente bacio di un bambino. Alle ragazzine insegnate che non devono comportarsi come dei maschiacci: non devono camminare scalze, non devono arrampicarsi sugli alberi, non devono imparare a nuotare, non devono fare niente di ciò che desiderano se la morale lo ha bollato come «inappropriato». I ragazzini vengono invece derisi se hanno atteggiamenti effeminati, ad esempio se vogliono imparare a cucire o magari giocare con le bambole. E poi, quando saranno cresciuti, direte loro: «Ehi, agli uomini non importa della casa o dei bambini tanto quanto importa alle donne!». E perché gliene dovrebbe importare, se vi siete deliberatamente riproposti di distruggere quella loro natura? «Le donne non sanno cavarsela come gli uomini», direte loro. Ma se addestrate un qualunque animale, o persino una pianta, come addestrate le ragazze, neanche quello se la saprebbe cavare. Qualcuno mi potrebbe spiegare perché esistono sport adatti agli uomini e sport adatti alle donne? Perché un bambino non dovrebbe avere il libero uso del proprio corpo?”

E nel libero uso del proprio corpo va anche compreso il passeggiare dove si vuole, quando lo si desidera e come meglio aggrada a ognuno di noi, uomo o donna che esso sia.

Sempre riguardo il camminare, desidererei ricordare un passo tratto dal romanzo Sognando Maldini, di un’altra donna, Fatou Diome: “Con i piedi modellati, segnati dalla terra africana, calpesto il suolo europeo. […] Dappertutto si cammina, però mai verso lo stesso orizzonte. In Africa seguivo il solco del destino fatto d’imprevisti e di speranza infinita. In Europa cammino nel lungo tunnel dell’affermazione che conduce a obiettivi ben definiti. Qui, nessun imprevisto, ogni passo porta a un esito scontato; la speranza si misura dal grado di combattività. Ambiente in technicolor, camminiamo in altro modo, verso un destino interiorizzato che fissiamo controvoglia senza mai rendercene conto, perché ci troviamo arruolati nel branco moderno, ghermiti dal rullo compressore sociale pronto a schiacciare chiunque si azzardi a fermarsi nella corsia di emergenza”.

Evidenziando la differenza tra il destino africano fatto d’imprevisti e di speranza infinita e quello occidentale che porta a un esito scontato – forse perché, “da noi”, l’imprevisto è il nemico numero uno di un sistema che non deve subire alcuna battuta d’arresto perché possa produrre capitale ventiquattrore su ventiquattro? –, la scrittrice senegalese naturalizzata francese mi ha fatto venire in mente un episodio riportato sul settimanale Internazionale dello scorso 6 settembre che, per la portata della reazione a un evento inatteso, ci dà la misura di cosa siamo diventati: i controlli di sicurezza all’aeroporto di Hokkaido, in Giappone, hanno fatto chiudere il terminal nazionale dopo che un duty free dell’aeroporto ha segnalato la scomparsa di un paio di forbici. Il controllo a tutti i passeggeri è durato due ore, durante le quali sono stati cancellati trentasei voli e più di duecento hanno subito dei ritardi. Le forbici non sono state trovate e la sicurezza ha infine permesso ai voli di riprendere. Il giorno successivo ci si è accorti che erano nel negozio dov’erano state smarrite. L’autorità aeroportuale di Hokkaido ha affermato che “lavorerà per garantire una migliore attenzione da parte dei negozi”.

Non ci accorgiamo più di un mucchio di cose che abbiamo sotto il naso, dalle forbici che sono dove devono essere al fatto che per strada non tutti hanno la libertà di muoversi alla stessa maniera: chissà mai se un giorno il sistema bloccherà tutto per cercare una soluzione al catcalling.

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Fahrenheit 1660. Il decreto della fenice https://www.carmillaonline.com/2024/10/19/fahrenheit-1660-il-decreto-della-fenice/ Sat, 19 Oct 2024 05:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84861 di Marco Sommariva

Nel febbraio del 2021, una suora fu fotografata in ginocchio, con le mani giunte, davanti a un gruppo di militari birmani mentre li implorava di non sparare contro i civili disarmati in protesta: divenne l’immagine simbolo del Myanmar in rivolta dopo il colpo di stato che portò all’arresto del Premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi. Quanto sopra successe perché all’insurrezione a livello nazionale, la polizia rispose arrestando, picchiando e sparando alle persone.

Nel giugno del 1989, in questo caso senza implorare nessuno, a opporsi al potere fu un ragazzo cinese che, armato di un sacchetto [...]]]> di Marco Sommariva

Nel febbraio del 2021, una suora fu fotografata in ginocchio, con le mani giunte, davanti a un gruppo di militari birmani mentre li implorava di non sparare contro i civili disarmati in protesta: divenne l’immagine simbolo del Myanmar in rivolta dopo il colpo di stato che portò all’arresto del Premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi. Quanto sopra successe perché all’insurrezione a livello nazionale, la polizia rispose arrestando, picchiando e sparando alle persone.

Nel giugno del 1989, in questo caso senza implorare nessuno, a opporsi al potere fu un ragazzo cinese che, armato di un sacchetto della spesa in ciascuna mano, sfidò l’avanzata dei carri armati in piazza Tienanmen; il giorno prima, l’Esercito di Liberazione Popolare aveva ucciso a Pechino centinaia di studenti e lavoratori, soffocando nel sangue le proteste dei cittadini che chiedevano democrazia, salari più equi, insomma, una vita migliore.

Non di certo due codardi, la suora e il ragazzo; lo penso io, ma credo lo penserebbe anche Gandhi visto che ne L’arte di vivere scriveva: “Quando c’è una scelta da fare tra fuggire, fingendo di non vedere il peccato, o uccidere il potenziale stupratore, è dovere uccidere o essere uccisi, senza mai abbandonare il posto del dovere. Un codardo non rischia la vita”.

In questo stesso libro, il Mahatma ci dice qualcosa anche sulla resistenza nonviolenta: “Che i deboli non si affidino mai ad un uomo armato. Un tale aiuto li renderebbe più deboli. Se sono capaci di resistenza nonviolenta, imparino l’arte di difendersi. Non si richiede un corpo robusto, ma un cuore forte”.

Non si richiede un corpo robusto per la resistenza nonviolenta, ma un cuore forte, quello che sicuramente ebbe la popolazione di Praga quando, nell’agosto del 1968, centinaia di migliaia di soldati sovietici e migliaia di veicoli corazzati invasero la capitale per fermare il tentativo dell’allora segretario generale del Partito Comunista di Cecoslovacchia, Alexander Dubček, di concedere nuovi diritti ai cittadini: “I sovietici sono entrati in Cecoslovacchia. Sono arrivati in aereo e su carri d’assalto. […] i sovietici vengono a mettere un po’ d’ordine in un regime di cui si credono i padroni e la cui evoluzione attuale appare loro una seccante deriva che è opportuno normalizzare rapidamente. Arrivano, insomma, con gli eserciti di cinque Paesi del patto e si insediano, ecco tutto. […] l’occupazione fisica del Paese ha luogo in meno di ventiquattr’ore”. Lo scrive Jean Echenoz in Correre.

In Correre, Echenoz scrive anche: “A Praga, la popolazione oppone una resistenza passiva. All’inizio prova a discutere coi soldati, ma visti gli scarsi risultati comincia a prendere le contromisure. Se dei soldati sovietici si perdono in città e chiedono la strada, viene spontaneo a tutti mandarli nella direzione opposta. Ci si premura, inoltre, di spostare sistematicamente i cartelli indicatori per confondere gli intrusi”.

Nel rileggere questo passaggio, mi torna alla mente un episodio che amava ripetere mio padre. Nato nel 1931, i suoi primi quattordici anni di vita furono segnati dal regime fascista e dalla Seconda guerra mondiale e benché, per esperienze personali, conservò un ricordo molto più brutto dei fascisti italiani che dei soldati tedeschi, la Germania non rientrò mai fra le sue simpatie. Nel 1946 successe che una delle poche auto che circolavano all’epoca, si fermò accanto al ragazzo che diciassette anni dopo diventerà mio padre, per chiedergli da che parte andare per raggiungere il Centro di Genova; riconoscendo immediatamente la cadenza, mio papà fu lestissimo a indicare all’autista la direzione opposta.

Certo, mio padre avrebbe potuto tacere, fare come i tanti che avevano dimenticato cos’era accaduto neanche un anno prima, e invece no: resistere sempre, anche passivamente, era uno dei suoi principi, così come lo era per mia madre che ancora non aveva conosciuto. Sempre da Correre di Echenoz: “Dal momento che la gente non ha più il coraggio di parlarsi né di ascoltarsi, ci si evita scrupolosamente a vicenda, non ci si conosce più neanche in famiglia. La stampa è imbavagliata come non mai […] e ascoltare radio straniere può esporre a dure rappresaglie. Il terrore si è ormai comodamente insediato nelle coscienze, sicché la scelta è semplice: tacere e rassegnarsi o unirsi alle manifestazioni di fanatica adesione al regime e al culto del presidente Gottwald – un’altra bella àncora di salvezza è iscriversi al Partito, che in pochi mesi ha visto le sue fila ingrossarsi di oltre un milione di nuovi membri”.

Mio padre non s’iscrisse mai né al Partito Comunista Italiano che votò per una vita né ad alcun sindacato: la sua àncora di salvezza era resistere quotidianamente, ogni minuto, in ogni occasione, senza alcuna indicazione dall’alto, anche a costo di ritrovarsi solo al momento dell’azione. Capita spesso anche a me: sarà una tradizione di famiglia, vai a sapere.

Correre è un romanzo sull’atleta cecoslovacco Emil Zatopek, un uomo che, tra la fine degli anni Quaranta e la prima metà degli anni Cinquanta, nessuno poté fermare: né sulla pista di atletica – rimase imbattuto per quattro anni – né dal regime che invano lo spiava, limitava le sue trasferte, distorceva le sue dichiarazioni.

Zatopek, eroe nazionale, a un certo punto si sentì in dovere di dire la sua, denunciando, condannando l’invasione delle forze del Patto di Varsavia: “Le conseguenze di tali dichiarazioni non si fanno attendere. Già il giorno dopo Emil perde il posto al ministero. E nei giorni successivi è escluso dal Partito, radiato dall’esercito, costretto a lasciare Praga. Non è l’unico: insieme a lui trecentomila membri del Partito sono espulsi dai suoi ranghi, altri trecentomila non comunisti sono esclusi dalla vita pubblica, altri trecentomila, infine, licenziati o ricollocati in posizioni inferiori. Emil si ritrova così disoccupato”.

Tranquilli, non rimase a lungo senza lavoro: pochi giorni dopo il regime gli trovò una nuova occupazione mandandolo in una miniera di uranio; per punizione, ovviamente.

La Storia è piena di esempi di persone che non accettano ingiustizie subite o viste subire, a volte li abbiamo persino in famiglia ma non lo sappiamo perché non siamo più capaci di fermarci ad ascoltare chi ha qualcosa d’interessante da raccontare.

Nell’Elogio della disobbedienza civile, scrive Goffredo Fofi: “Un’ingiustizia subita o vista subire da altri è una forma di violenza che, dice Thoreau e insiste Gandhi, non va accettata e a cui è doveroso ribellarsi. La differenza tra Thoreau e Gandhi comincia con il discorso sui mezzi. Thoreau non esclude affatto […] il ricorso ai mezzi violenti; Gandhi […] si è limitato a dire che soltanto in casi davvero estremi, il ricorso alla violenza può essere giustificato (ma entrambi hanno anche affermato che peggio del violento è l’ignavo, il vigliacco)”.

Per trasformare le persone in vigliacche, ignave, codarde, è funzionale spaventarle.

Lo scorso mese di settembre, la Camera dei deputati ha approvato il Disegno di legge 1660 recante “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”.

Leggo su L’Indipendente un’intervista all’avvocato Eugenio Losco del Foro di Milano, attivo nella difesa di cause relative a proteste e movimenti sociali, in cui il legale dichiara: “È un disegno di legge caratterizzato dalla volontà evidente di reprimere qualsiasi forma di lotta e di conflitto sociale, andando a colpire i vari movimenti e le lotte sociali in maniera specifica e dettagliata. C’è una norma studiata per reprimere gli eco-ambientalisti, una contro i lavoratori della logistica, una contro Ultima Generazione, una contro il movimento per la casa, una contro chi si oppone alle grandi opere, una contro i detenuti che protestano nelle carceri, e una contro gli immigrati nei centri di detenzione. Si tratta di un decreto repressivo concepito in modo organico, che costituisce quindi un salto di qualità rispetto ai precedenti decreti sicurezza”.

Personalmente, non riscontro intorno a me grande preoccupazione per questo Disegno di legge; immagino sia per il “solito” motivo, quello che in passato non ci ha fatto alzare il sedere dal divano per scendere in strada a manifestare contro la chiusura o riduzione delle strutture mediche pubbliche perché non ritenuto un problema di tutti, per poi scoprire che, anche grazie a queste chiusure e riduzioni, chi comandava riusciva a chiudere in casa per mesi un intero pianeta, o poco meno, magari mentre le stesse persone al comando – vedi l’ex primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson – organizzavano feste durante il lockdown violando le norme anti-Covid da lui stesso emanate e ipotizzavano operazioni anfibie alla 007 nei Paesi Bassi per recuperare milioni di dosi AstraZeneca.

A fronte della nostra passività, ottusità, opacità nel recepire la portata di certe decisioni imposte dal potere o addirittura, in alcuni casi, della nostra collaborazione col potere perché questo ci controlli di più, c’ingabbi meglio – ricordo nel marzo del 2020 i colleghi entusiasti d’esser stati autorizzati a lavorare da casa, chiamare qualche settimana dopo il sottoscritto rimasto scientemente alla scrivania, denunciandogli un forte stato depressivo – dicevo… a fronte di tutto questo, mi viene in mente un altro passaggio dell’Elogio della disobbedienza civile, libro edito nel 2015, dove l’autore ci fa notare la pochezza di chi muove i fili aumentando, così, la misura della nostra sconfitta, visto che una generazione di analfabeti che ci aveva preceduto aveva saputo fare meglio: “Ciò che si muove, che cerca positivamente di reagire all’alienazione imposta dal potere e dai suoi funzionari e propagandata dai suoi servi, ha di fronte a sé un’ottusità e un’opacità che sono la conseguenza del “trentennio”. Il ventennio fascista, al paragone, aveva una vitalità diversa e aggressiva, una chiara proposta negativa, antidemocratica, mentre il trentennio recente si è affermato per via democratica presentandosi come sommamente razionale (ché il nostro è l’unico mondo possibile, anzi il migliore) ed è stato benedetto dal popolo – che rispetto a quello del ventennio non aveva identità e storia diverse da quelle del potere, non era più composta da contadini, operai, artigiani, impiegati, in gran parte analfabeti e i cui bisogni erano inconciliabili con quelli del potere”.

Credo siano almeno trent’anni che predico di fare attenzione al potere perché non commette, e non penso commetterà più, l’errore di mostrarsi visibilmente aggressivo, impugnando manganelli e olio di ricino o mandando i dissidenti in una miniera di uranio, ma che s’è evoluto a tal punto che i malmenati dei nostri giorni scoprono i lividi e le emorragie interne che li hanno ridotti a larve quando ormai è troppo tardi, quelle stesse larve che non riescono ad alzarsi dal divano per scendere in strada; che poi, diciamocela tutta, non è strettamente necessario calcare il selciato, si possono fare un mucchio di cose per non risultare opachi, ottusi, passivi, tra cui sedersi su un divano, sì, ma per leggere attentamente qualche libro e poi magari alzarsi per scrivere un articolo frutto di quelle pagine – sì, lo ammetto, non ho un corposo curriculum di manifestazioni.

Ma sarebbe anche sufficiente, semplicemente, non collaborare: “È con la disobbedienza civile e con la noncollaborazione a ciò che non ci sembra bene, con il “non accetto” che si fa azione, che si può intervenire nella storia mettendo in discussione l’ordine imposto dal potere, i suoi modi di gestione […]” – sempre da l’Elogio della disobbedienza civile.

Mi raccomando, però, di non confondere il non collaborare con lo starsene seduti con le mani in tasca; non cambierà nulla esitando, rammaricandosi, aspettando che altri pongano fine alle ingiustizie, magari dando il voto alla persona che ha gracchiato lo slogan più ruffiano; anche perché, spesso, se questa persona mette fine a un problema è perché, di quel problema, era rimasto poco o nulla. E lo fa legiferando.

A tutti coloro che pensano, redigono e votano (o non votano) leggi, chiedo la cortesia di soffermarsi a ragionare su un passaggio tratto dal romanzo Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: “Ogni legge trasgredita troppo spesso è cattiva; spetta al legislatore abrogarla o emendarla, per impedire che il dispregio in cui è caduta quella stolta ordinanza si estenda ad altre leggi più giuste”.

A tutti coloro che hanno pensato, redatto, votato (e voteranno al Senato) il Ddl 1660, ma anche a coloro che non si sono opposti a questo Disegno di legge (e non si opporranno in Senato), dedico un passaggio del romanzo One Big Union di Valerio Evangelisti, che ho riletto ultimamente accovacciato nell’angolo di un comodo divano, appunto: “Hai un’idea vaga di cosa sia la democrazia… In sostanza una catena di interessi”.

Se siete arrivati in fondo a questo pezzo significa che non è ancora stato redatto e votato un Ddl che vieti di scrivere articoli sui Ddl; che, però, non l’abbiano già pensato ho seri dubbi.

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