Ovvero: il romanzo come incanto e comunità
di Wu Ming 4
[Ripubblichiamo questo saggio di Wu Ming 4, già apparso sulla rivista "endóre", per proseguire il dibattito su Tolkien avviato qui]
Se vuoi la mia opinione, il fascino [del Signore degli Anelli] consiste in parte nell'intuizione dell'esistenza di altre leggende e di una storia più ampia, di cui quest'opera non contiene che un accenno. (J.R.R. Tolkien, lettera 151, settembre 1954)
Senza falsa modestia è stato lo stesso Tolkien a riconoscere uno dei segreti del proprio successo di pubblico. Da studioso della letteratura antica e medievale sapeva quale enorme attrattiva possa esercitare su chi legge l'ingresso in un mondo e in un'epoca sconosciuti. Nella sua opera ha infatti saputo rendere quella che Tom Shippey chiama la "beowulfiana impressione di profondità", riscontrabile nelle grandi epopee letterarie.

L'Italia è l'unico paese in cui JRR Tolkien sia divenuto scrittore di riferimento della destra più estrema e lugubre, collocato in un ideale pantheon accanto a Julius Evola e consimili figuri razzisti. E' una lunga storia di distorsioni e strumentalizzazioni, iniziata ormai quarant'anni fa.
Questa anomalia italiota non cessa di stupire studiosi e lettori di Tolkien di altri paesi. Persino in questo siamo riusciti a renderci ridicoli.
Da alcuni anni, tuttavia, è in corso un serio lavoro di "aggiornamento" del dibattito: vengono tradotti in italiano gli scritti su Tolkien di studiosi come Tom Shippey, si organizzano incontri, convegni e seminari, si cerca di riscattare l'autore de Il signore degli anelli dall'ipoteca delle appropriazioni destrorse e dei volantinaggi di Forza Nuova davanti alle sale cinematografiche. Non si tratta, banalmente, di "rovesciare" il mito di un Tolkien "fascista" per ottenere l'immagine di un Tolkien "democratico" o addirittura "progressista"; si tratta invece di restituire le sue opere alla loro ricchezza e complessità.
Pochi giorni fa, su L'Unità, Roberto Arduini rendeva conto di questa poco vistosa ma significativa "renaissance" tolkieniana in Italia. Riproponiamo qui il suo articolo. A stretto giro, polemizzava con lui dalle pagine de Il Giornale Gianfranco De Turris, segretario della Fondazione Julius Evola e alfiere della tolkienologia "all'italiana" descritta sopra.
Tra le varie cose, De Turris è l'uomo che definì Furio Jesi, alquanto riduttivamente, "intellettuale ebreo morto prematuramente per una fuga di gas del suo scaldabagno". Ebreo... fuga di gas... Uhm... Scaldabagno... Le docce di Auschwitz... Humour nero? Mah.




