di Valerio Evangelisti
Rex Stout, Fer-de-Lance, pref. di Goffredo Fofi, ed. Beat, 2011, pp. 290, € 9,00.
Confesso che io, scarsamente appassionato del romanzo poliziesco (con rare eccezioni: Conan Doyle, un po’ di Ellery Queen, qualche Edgar Wallace, e rari altri; tra gli italiani, Loriano Macchiavelli e alcuni dei suoi allievi), amo il Nero Wolfe di Rex Stout dall’età di dodici anni. Per il resto preferisco il genere “nero”, da Hammett, a Chase, a Manchette, e così via, senza distinzioni di nazionalità.
L’idillio con Nero Wolfe cominciò per l’appunto a dodici anni, quando lessi “La scatola rossa” (The Red Box, 1937) e, di seguito, “Nero Wolfe, difenditi” (The Mother Hunt, 1962). Molto meglio il primo che il secondo, ma entrambi in grado di farmi affezionare a un personaggio e al suo universo. Tanto che credo di avere letto successivamente ogni romanzo o racconto di Rex Stout con Wolfe protagonista, ricercando golosamente sulle bancarelle gli arretrati.
di Filippo Casaccia
Batti! …batti lei!
Fantozzi
Andre Agassi, Open, Einaudi, 2011, pp.502, € 20; Adriano Panatta, Più dritti che rovesci, Rizzoli, 2009, pp. 221, € 17; John McEnroe e James Kaplan, Serious, Sphere, 2003, pp. 325, £ 9,99; e altre cosine en passant.
Era odioso. Ed era odiato.
Un odio condiviso anche da se stesso, Andre Agassi, per il personaggio che i media gli avevano attribuito.
“L’immagine è tutto”, diceva di lui una funesta pubblicità. E il campioncino – tirato su da un padre tirannico e bambino prodigio già a 7 anni, quando scambiava colpi a Las Vegas coi campioni di passaggio, gente come Connors, Borg o Nastase – era rimasto sotto questa etichetta. E io un po’ ci avevo creduto.
Il tennis era ancora sulla tivù pubblica e i palinsesti rispettavano le durate degli incontri, non il contrario. Poi a inizio ‘90 è arrivata la pay-tv e addio scambi interminabili, il pomeridiano piacere ipnotico di quel toc toc delle pallettate, specie sulla terra. Magari di Parigi (ricordo un Vilas - Wilander durato 4 ore e mezza!).
Sul finire di quella magica stagione mi era capitato di vedere un giovane punk, in calzoncini di jeans e coi capelli come uno scoiattolo, dare una stracciata al povero Barazzutti nel primo turno di un torneo che ho dimenticato. Punk, dicevano i giornalisti, perché lo aveva sentenziato McEnroe, uno che di ribellione sul campo se ne intendeva eccome. Ma ad Agassi piaceva il pop, con una funesta predisposizione per Barry Manilow.
E questa è una confessione minima, tra le tante che emergono nello straordinario Open, un’autobiografia di 500 pagine che va giù liscia come una Bud Ice (la preferita del coach Brad Gilbert), facendoti sperare che duri ancora un po’, che ci sia ancora qualche piccolo aneddoto e qualche grande verità da leggere in più.
di Claudio Cazzola
Sophie Nezri-Dufour, Il giardino dei Finzi-Contini: una fiaba nascosta, Fernandel, Ravenna, 2011, pp. 156 €12.00
A mo’ di anticipazione possiamo dire che le funzioni sono straordinariamente poche e i personaggi straordinariamente numerosi.
Se si dovesse scegliere una sentenza proppiana atta a suggerire la chiave di accesso al lavoro indicato sopra, nessuna meglio della presente potrebbe prestarsi allo scopo, magari glossata dalla seguente a stretto giro di pagina [1]:
Gli elementi costanti, stabili della favola sono le funzioni dei personaggi, indipendentemente dall’identità dell’esecutore e dal modo di esecuzione. Esse formano le parti componenti fondamentali della favola.
Muniti di tanto viatico, siamo ora attrezzati per delibare la ricerca della studiosa francese, la quale sottopone il bassaniano Libro terzo del Romanzo di Ferrara ad una disamina robustamente strutturata secondo le linee metodologiche appena riportate.
di Lara Manni
Eowyn Ivey, La bambina di neve, Einaudi, Torino 2011, pp. 414, € 19.00
La bambina di neve si chiamava, in origine, Snegurochka, era la figlia della primavera e del gelo e si incarnò in una creatura dotata di parola e respiro grazie al desiderio di una coppia senza figli: da loro riceverà, però, un affetto senza limiti e insieme una condanna. Nella versione originale, la bambina impara dalla madre umana la pietà e le emozioni e proprio per questo, nel momento in cui si innamora per la prima volta, il suo cuore si scalda. Dunque, la fanciulla si scioglie.
“La bambina di neve” è il romanzo d’esordio (in Italia pubblicato da Einaudi Stile Libero) di Eowyn Ivey, giornalista e libraia che vive in Alaska e che ha, di fatto, raccontato con grande fedeltà la fiaba russa, ambientandola negli anni Venti del secolo scorso e dandole come sfondo la propria terra. I protagonisti sono Jack e Mabel, una coppia di mezza età segnata dalla perdita di un figlio e trasferitisi in Alaska per cercare solitudine e il riscatto promesso ai coloni. Come nella storia classica, proprio mentre Jack sta per abbandonare il progetto e accettare un lavoro nelle miniere e Mabel medita il suicidio, cade la neve e i due sposi ritrovano, per una breve notte, allegria e intimità. Costruiscono un pupazzo di neve e gli danno la forma di una bambina. Fanno l’amore. Il giorno dopo, il pupazzo è sparito, ma fra gli alberi appare e scompare una bambina bionda, seguita da una volpe rossa.
di Fabrizio Billi
Walter Peruzzi, Gianluca Paciucci, Svastica verde. Il lato oscuro del va' pensiero leghista, Editori Riuniti, 2011, pp. 437, € 15,00.
Il titolo del libro sintetizza efficacemente cosa gli autori pensano sia la Lega: un partito populista che sfrutta una identità “etnica” per caratterizzarsi e cercare consensi, e che quando governa amministrazioni nazionali e locali promuove politiche di esclusione per coloro considerati non far parte della “etnia” tutelata dalla Lega. Proprio come facevano fascismo e nazismo.
Per dimostrare la loro lettura della Lega, gli autori del libro citano moltissimi documenti prodotti dalla Lega stessa, interviste ed articoli di giornali relativi ad iniziative politiche leghiste.
di Gioacchino Toni
Vincenzo Ruggiero, Il delitto, la legge, la pena. La contro-idea abolizionista, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2011, pp. 272, € 16.
Il testo passa in rassegna, attraverso un approccio abolizionista, a patire dai classici, le concezioni dei delitti e delle pene che sono alla base dei sistemi penali moderni. L’autore non si limita a realizzare una sorta di distaccata rassegna delle riflessioni che storicamente hanno affrontato la funzione e la filosofia della pena ma affronta la questione con un orientamento critico alternativo al pensiero unico repressivo.
Il pensiero abolizionista emerge così, pagina dopo pagina, oltre che in tutta la sua potenza anche nella sua indispensabilità, soprattutto in un paese in cui, negli ultimi decenni, non di rado, anche quello che si pretendeva “pensiero critico”, evitando accuratamente di farsi coinvolgere in questioni concernenti la giustizia sociale, è parso appiattirsi nell’evocazione di legge ed ordine come soluzione di tutti i mali senza mai porsi il problema di riflettere seriamente sul delitto, sulla legge e sulla pena. Una coraggiosa, radicale e controcorrente riflessione su tali questioni può essere salutata come una boccata di ossigeno ad un cervello che, ultimamente, pare davvero, in questo paese, essersi accontentato di un’ora d’aria al giorno.
di Roberto Sturm
Francesca Scotti, Qualcosa di simile, Italic, pp. 144, € 14,00
Francesca Scotti ha trent’anni, è laureata in Giurisprudenza, si è diplomata in Conservatorio e suona il violoncello. Si interessa di cultura orientale e questo la porta spesso nel paese che ama, il Giappone. La sua raccolta di racconti Qualcosa di simile si è classificata prima ex aequo al premio Fucini 2011 e il suo racconto La pace di chi ha sete e sta per bere (che potete leggere qui) ha vinto il Premio esor.dire, sempre nel 2011. Una biografia e due successi editoriali gratificanti, ma che, pur non rientrando nella norma, non possono dirsi fuori dal comune.
Di eccezionale, Francesca Scotti, invece ha scritto almeno tre o quattro dei dieci racconti (ma tutti sono di qualità superiore) che compongono questo Qualcosa di simile: navigando tra le acque dei tanti manoscritti che arrivano, Italic riesce spesso a estrarre il coniglio dal cilindro.
di Daniela Bandini
Monica Zornetta, Ludwig. Storie di fuoco, sangue, follia, ed. Baldini Castoldi Dalai, 2011, pp. 303, € 16,50.
Ludwig, agosto 1977. Un anno come un altro, ma infallibilmente e storicamente inquadrabile. Visualizzate la rivendicazione di questa organizzazione di criminali: in caratteri pseudo runici, è volutamente riprodotta identica all'originale:
LVDWIG DOPO IL ROGO DI S GIORGIO
A VERONA HA COLPITO DI NVOVO
A VICENZA SUL MONTE BERICO
SIAMO GLI VLTiMI EREDI DEL NAZISMO
IL FINE DELLA NOSTRA VITA E' LA
MORTE DI COLORO CHE TRADISCONO
IL VERO DIO
GLI AUTOADESIVI CHE ALLEGHIAMO
COMBACIANO ESATTAMENTE CON QVELLI
APPLICATI SVI MANICI DEGLI STRUMENTI VSATI
GOTT MIT VNS
di Emanuele Manco
Adriano Barone, Zentropia, Agenzia X, Milano 2011, pp.128, € 9,50
Ci sono molti di modi di raccontare il nostro presente tumultuoso. Nessuna scelta è facile o difficile a priori. C'è chi si attiene alla cronaca degli eventi, scelta affatto semplice data la complessità di questo indecifrabile momento storico. Su Carmilla trovate spesso validi contributi in tal senso e non vi farò la mia analisi. C'è poi la genia dei narratori di storie, che però non vivono sulla Luna e non riescono, neanche volendolo, ad astrarsi dal momento storico. Sia che si narri di passato (penso al recente One Big Union di Valerio Evangelisti) che di presente e di futuro, come in Zentropia di Adriano Barone, narrare una storia diventa non solo un’occasione di intelligente intrattenimento, che sarebbe già uno scopo dignitoso vista la scarsa profondità di molta narrativa odierna, ma anche un momento di riflessione sul presente.
di Lorenzo Navone
“Ecceziunale veramente!!!”: chi è sopravvissuto agli anni ottanta senza dover resettare tutto ricorderà l´urlo alla Munch di Diego Abatantuono, esclamazione che si accompagnava a decine di punti esclamativi. Ma se invece della perentorietà di una chiamata alle armi, la frase virasse in una domanda e il punto da esclamativo diventasse interrogativo? Cosa significa chiedersi se qualcosa e` veramente eccezionale?
di Sandro Moiso

Ivan Cicconi, Il libro nero dell'Alta velocità, Koinè Nuove Edizioni 2011, pp.190, euro 14,00
Il titolo è di quelli che non brillano per originalità.
I banchi delle librerie sono inflazionati di “libri neri” e di “libri che...non vi avrebbero fatto leggere” e, probabilmente, l 'autore avrebbe preferito quello che è stato scelto come sottotitolo: “Il futuro di Tangentopoli diventato storia”, sicuramente più consono all'indagine contenuta al suo interno.
Ma tant'è e, sinceramente, senza quel riferimento all'Alta Velocità, forse, non lo avrei preso nemmeno in mano.
Eppure ci troviamo davanti non solo ad un testo tra i più ricchi di informazioni sulla “grande truffa dell'Alta Velocità”, ma che ci permette anche di comprendere più a fondo le strategie del capitalismo odierno e, allo stesso tempo, le radici dell'attuale crisi economica.
Un libro che, per chi non lo avesse ancora capito, dimostra come la lotta e le lotte No Tav non siano solo lotte ambientali o localistiche, ma lotte che si pongono al centro dello scontro tra un sistema di sfruttamento parassitario destinato storicamente a fallire e le esigenze di una società altra in cui sono rappresentati gli interessi del 99% della popolazione (conscia o meno che sia del fatto).
Per citare direttamente il testo:”Questo fenomeno dei cosiddetti No-Tav, in un certo senso, rappresenta un paradigma dell'Italia di questa fase che non si è contrapposto alla modernizzazione, come si è ostinatamente cercato di far apparire, ma ha, anzi, rappresentato e rappresenta un modello da cui non si dovrebbe prescindere. Infatti, esaltando le fondamenta della democrazia, ha fatto emergere – forse non poteva essere disgiunto - competenze e culture tecniche elevate, apparse ancora più grandi di fronte all'insipienza, la superficialità, la grossolanità delle competenze espresse dalle istituzioni” (pp. 9 – 10).
di Marilù Oliva
Con che modalità il cervello regola i nostri processi fisiologici, nonché emozionali e patologici? Perché durante l’adolescenza i comportamenti sociali subiscono un’impennata di aggressività? Come la testa programma l’invecchiamento, quali evoluzioni ha subito, quanto influiscono sul suo funzionamento alterato dipendenze o malattie quali la schizofrenia?
O, per dirla più prosaicamente – tanto almeno una volta nella vita ce lo siamo chiesti tutti –: come cazzo fa questa macchina di un chilo e mezzo – progettata per adempiere a pluriprogrammi con elevati livelli di difficoltà, in parte esplorata ma non conosciuta a fondo, così ritorta su se stessa, divisa in cortecce le cui direttive sono espanse in tutte il corpo, con quella cifra spropositata di cento miliardi di neuroni –, come fa, dicevo, a funzionare?
di Simone Sarasso
Alessandro Angeli, I ragni in testa – Racconti di un’Italia invisibile, BesaEditrice 2011, pp. 112, €14; Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei Firenze, Laterza 2011, pp.147, €10; Antonio Scurati, La seconda mezzanotte, Bompiani 2011, pp.343, €19; Tullio Avoledo, Metro 2033 universe. Le radici del cielo, Multiplayer.it 2011, pp.416, €19
Ci sono quattro libri che non staranno mai sullo stesso scaffale. Non se quello scaffale si guadagna da vivere in un megastore, no di certo. Eppure dovrebbero: con le poche righe che seguono mi auguro che prima o poi finiscano tutti e quattro sul vostro, di scaffale.
Non ho idea del perché questi quattro straordinari romanzi siano capitati in casa mia contemporaneamente: cioè, so dove li ho presi, ma davvero non ricordo perché ho deciso di leggerli uno dopo l’altro. Forse, semplicemente, mi andava di farlo. Ma è solo quando ho chiuso l’ultimo che ho capito che dovevano stare insieme. Ho provato a scriverne separatamente, ma non funzionava: continuavo a saltare dall’uno all’altro, all’altro.
E all’altro ancora.
Quattro libri che continuano a parlarsi, quattro storie che ne raccontano una, in tre tempi: PASSATO, PRESENTE e FUTURO.
Ma andiamo con ordine:
PASSATO:
Alessandro Angeli, I ragni in testa – Racconti di un’Italia invisibile
Una manciata di narrazioni, l’una dentro l’altra: chissà perché si dice che le raccolte di racconti non vanno più. Forse chi lo dice legge le raccolte sbagliate.
Quella di Angeli è la favola oscura del mondo che non vediamo più, il racconto della nostra anima migrante seminata chissà dove. Alessandro mette in bocca a quattro viaggiatori coatti, transfughi per fame (mica per vezzo), l’assoluta verità sul nostro Infame Paesello.
di Fabrizio Lorusso
Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei Firenze, Editori Laterza/Contromano, pp. 158, € 10,00.
Che cos’è Firenze? E cos’è il suo genio, la sua storia? Mille orme che sono una sola. Un dedalo continuo e affascinante di intrecci in una guida romanzo. Anzi, in un romanzo guida che è una miccia accesa di esistenze concatenate: per lo più ventenni ed ex ventenni, lustro più, lustro meno. Se fossi fuoco, arderei Firenze, il nuovo romanzo di Vanni Santoni, autore di Personaggi precari (2007) e Gli interessi in comune (Feltrinelli, 2009), provoca e incuriosisce già dal titolo. Su una cosa siamo d’accordo. Anch’io, dopo aver letto il romanzo, la brucerei, Firenze, se non me ne fossi invece innamorato (un’altra volta…). Ma si tratta di un amore arrabbiato e incomprensibile. Capita. Così come capita a tutti di non poter decidere, definirsi, e di restare sospesi nel limbo dell’attesa, in balia della scintilla furente del caso e di un carico interiore pieno di ricordi. Santoni racconta gli adolescenti che eravamo e quelli che adesso lo sono, o continuano testardi ad esserlo, perduti tra i vicoli e i rioni vetusti ma vitali della sua città. E questi s’infiammano, gridano, entusiasmano e deludono durante il viaggio. Sarà il peso della storia, forse, ma abitare in un museo a cielo aperto resta una gran sfida.
di Cristina Morini
a proposito di: Nina Power, La donna a una dimensione. Dalla donna-oggetto alla donna-merce, DeriveApprodi, Roma 2011, pp. 96, € 11.00 [qui la prefazione all’edizione italiana]
Far nuovamente detonare la radicalità del pensiero e dell’agire delle donne è un compito arduo. Il femminismo ha segnato diverse generazioni in modo vivace e vitale. Ma adesso? Ha perso la forza rivoluzionaria delle origini? Di certo non gli è stato risparmiato lo strazio che è capitato ad altri ambiti (dal sindacato ai partiti politici fino ai movimenti). Il periodo attuale, con una povertà imbarazzante di argomenti ma con profonda e sottile violenza, non fa che alimentare la spirale del silenzio attraverso il potere di persuasione e di repressione dei propri complessi dispositivi di comando. Precarietà, pubblicità, giornali, televisioni, opinionisti, mercati finanziari (ed entità “metafisiche” correlate): tutto è predisposto per omologare e comprare, incanalando verso un solco prestabilito ogni dinamica conflittuale, ogni pulsione dell’anima, piegandone il verso nel senso della compatibilità, della razionalità, della misurabilità, della “normalità”. Tuttavia l’essere umano - la donna come l’uomo - non può mai avere una sola dimensione. C’è sempre un che d’insopprimibile, qualcosa che manca nel conto, che sfugge, fortunosamente, a ogni previsione.
Il conflitto globale permanente
di Rachele Cinarelli
I've seen and done things I want to forget
coming from an unearthly place
The Words That Maketh Murder
PJ Harvey ha pubblicato il suo primo album nel 1992. In questi vent’anni di carriera, la critica rock ha voluto affibbiarle l'etichetta di rockeuse maledetta dai connotati fortemente eroticizzati, un giudizio che ha anche accompagnato l'interpretazione dei suoi testi. L'inglese Polly Jean ha sempre giocato vari ruoli: prima la ragazza dimessa di Dry, poi la diva conturbante con il volto talmente truccato da sembrare la maschera sciolta di Maria Callas di To Bring You My Love, poi la trentenne cool col vestito giusto nel posto giusto (Is This Desire, Stories from the City, Stories from the Sea), il tutto a volte prestando il fianco alla categorizzazioni, flirtando con i giornali di moda, e a volte togliendosi le etichette di dosso (ad esempio, definendo il paragone ricorrente con Patti Smith “giornalismo pigro”). Infine, negli ultimi dischi, ha messo in atto un forte “ritorno alle radici” sia estetico, sia di scelta musicale (l'uso dell'auto harp per la composizione delle canzoni). In tutte queste fasi però ha sempre saputo preservare il nocciolo del proprio lavoro, cioè la composizione pura e onesta di canzoni, frutto di solitudine e ricerca. E soprattutto quel porre il brano all'ascoltatore in maniera imparziale, senza mai imporsi sulla canzone, ma lasciando libere tutte le possibili interpretazioni.
A 41 anni, PJ Harvey ha scritto il suo capolavoro. Si poteva affermare molto prima che ricevesse il Mercury Prize 2011 (il premio per miglior disco britannico dell'anno), come testimoniano le numerose recensioni entusiastiche all'uscita del disco.
di Giorgio Forni
Riccardo Bonavita, Spettri dell'altro. Letteratura e razzismo nell'Italia contemporanea, a cura di Giuliana Benvenuti e Michele Nani, Il Mulino, 2010, pp. 227, € 22,00.
Nel febbraio del 1992 alcune centinaia di studenti dell’Università di Bologna occupavano pacificamente l’aula in cui avrebbe dovuto parlare lo storico Ernst Nolte per protesta contro la tesi semplificante della “guerra civile europea” che equiparava nazifascismo e bolscevismo relativizzando lo sterminio ebraico e minimizzando i tratti specifici del razzismo di stato del Novecento. Quella giornata, che allora ebbe una risonanza addirittura europea, fu un piccolo evento di vita universitaria, ma alcuni fra coloro che vi presero parte con più entusiasmo vi sentirono forse un impegno ulteriore di approfondimento critico e di memoria civile. filosofica applicata alla storia, ai detriti del rimosso, alle ombre inquietanti della nostra identità collettiva.
di Marilù Oliva
Ave Mary. E la chiesa inventò la donna di Michela Murgia, Einaudi Stile Libero Big, Torino 2011, pp. 166, € 16,00.
Per parlare di questo libro vorrei partire dal titolo, Ave Mary, binomio in parte vocativo, in parte nominale che riassume nell’accostamento – saluto latino e religioso + nome inglese/izzato – una serie di connotazioni che si amplieranno. Prima tra tutti l’agilità di scorrere, nelle pagine, da un riferimento sempiterno e apparentemente statico, la Madonna, alla donna archetipica, Eva, fino a quella terrena di oggi e dei secoli, la donna che si trasforma, che si rimbocca le maniche, la Mater ma anche la madre mancata e la donna che fa i conti con la quotidianità, come la stessa autrice ha chiarito in quarta di copertina: «Dovevo fare i conti con Maria, anche se questo non è un libro sulla Madonna. È un libro su di me, su mia madre, sulle mie amiche e le loro figlie, sulla mia panettiera, la mia maestra e la mia postina. Su tutte le donne che conosco e riconosco».
di Alberto Prunetti
Giuseppe Ciarallo, DanteSka, Milano, paginauno 2011, p.94, euro 15
Si ride, si ride tantissimo leggendo i versi “danteschi” di Giuseppe Ciarallo. Il suo viaggio agli inferi, nel mezzo del cammino di una sbronza, con Fiodoro Dostoieschi come Virgilio e un incontro stupendo con un vecchio dalla barba bianca, che assomiglia ora a Marx ora al Padreterno, è godibilissimo. Oltre a consigliarne la rapida e piacevolissima lettura, della trama non dirò troppo. Innanzitutto perché la struttura del viaggio nell'Ade di Ciarallo riflette, oltre all'imitazione-invenzione parodistica del linguaggio dantesco, quella ben nota dell'Inferno della Divina Commedia, col sistema dei gironi e dei contrappassi. I personaggi incontrati da Ciarallo sono quelli moderni che trovate ogni giorno nei telegiornali e uno dei piaceri di "DanteSka" è quello di riconoscerli per le loro malefatte o per la caricatura fisiognomica che ne viene offerta. Ma non voglio entrare nello specifico, perché significherebbe rovinare il piacere di scoprire passo passo le vittime di Dante/Ciarallo: vi anticipo solo che come me fremerete di piacere quando Beppe alzerà il pugno per salutare il tipo che ha buttato il Nano nella merda.
di Alessandro Castellari
Valerio Varesi, La sentenza, Frassinelli, 2011, pp. 278, € 18,50.
Vorrei cominciare queste note dalla questione all'apparenza più spinosa: come si possa oggi scrivere un romanzo sulla lotta partigiana, quando allo stesso Calvino nel '46, accingendosi al Il sentiero dei nidi di ragno, la “letteratura della Resistenza” parve così “impegnativa e solenne” da trarsi dall'impaccio affrontando il tema non di petto ma di scorcio, affidando il punto di vista ad un bambino, “in un ambiente di monelli e vagabondi”.
Ci possono essere ragioni legate ai fondi interiori da cui trae ispirazione ciascun autore e ragioni che appartengono al contesto culturale di un'epoca. Fra le prime ragioni si può notare in molti romanzi di Valerio Varesi l'esigenza di fare i conti col passato: sfondi drammatici di amori ed odi non elaborati, figure spesso irrisolte di vecchi partigiani, personaggi a volte “secondari”, ma tematicamente decisivi, per i quali lo strazio nasce dal vedere come quell'età di eroici furori si sia impaludata nel disincantato e cinico presente (cose analoghe si potrebbero dire per le vicende dell'Oltretorrente antifascista di Guido Picelli o per quelle studentesche degli “anni del dissenso”). Fra le seconde ragioni è da annoverare la sua dichiarata volontà, in un altro ampio segmento della sua produzione, di fare del giallo una forma del “romanzo sociale”, ponendosi, ma senza forzature programmatiche, nel solco di una parte consistente della letteratura contemporanea: quella che ha abbandonato le forme manieristiche o giocose o estetizzanti o metanarrative del “postmodernismo” (oggi in crisi anche sul versante filosofico perché sormontato da una nuova esigenza di “realismo”) per cimentarsi in modo più diretto con la realtà. Nella speranza, dico io, che i contenuti non facciano dimenticare la forma letteraria, perché, per citare ancora Calvino, “quel che conta è la musica e non il libretto”: pericolo che non corre Varesi per il quale l'orchestrazione narrativa e il ritmo linguistico sono l'assillo continuo del suo mestiere di scrittore.
di Marilù Oliva
“Chiamami Buio” di Massimo Rainer (Todaro, 2011)
Buio è uno sbirro che così vuol essere chiamato, del resto il titolo è esplicativo. L’incipit del romanzo è uno di quelli che mettono il lettore con le spalle al muro: una fellatio molto particolare, non diffusa ma consolidata, nella storia della criminologia, per opera di pochi sordidi esemplari di psicopatici. Ma in questo libro l’autore fa molto di più che riportare un semplice disturbo.
Con “Chiamami Buio” (Todaro, 2011), l’avvocato milanese che scrive sotto lo pseudonimo di Massimo Rainer - qui al suo secondo libro dopo “Rosso italiano”, Barbera 2007 -, ci cala nei baratri del protagonista innalzandolo io narrante e pensante.
Uomo sociopatico recalcitrante alla tecnologia, un’educazione salesiana alle spalle, soliloqui che pausano dilatandosi nelle vocali, Buio ha un fratello gemello prete, oltre a un socio in affari, Il Gabbiano, che è tutto un programma.
di Alberto Prunetti
[Lancio una serie di segnalazioni dedicate alle nuove tendenze delle letterature latinoamericane. In quest'articolo comincio a prendere in rassegna le uscite editoriali della casa editrice La Nuova Frontiera. Prossimamente segnaleremo i titoli di altre case editrici specializzate in letteratura latinoamericana] A.P.
Sono già arrivati in libreria una serie di titoli capaci di mettere in discussione l'immagine stereotipa che molti possono avere della letteratura latinoamericana (o come si voglia dire: sudamericana o ispanoamericana, nessuna di queste etichette è priva di omissioni e ambiguità e per questo abbiamo preferito nell'incipit dell'articolo parlare di "letterature latinoamericane" al plurale). Troppo a lungo tanta letteratura latinoamericana, nel tentativo di rendersi disponibile al mercato europeo, si è cimentata in storie di colonnelli ultracentenari che combattevano migliaia di battaglie e poi si ritiravano in selve lussureggianti per dar vita a dinastie innumerevoli. Era un mondo carico di aggettivi e di umidità dominato dall'immaginario di García Márquez, un immaginario un tempo stimolante che nella ripetizione risulta infine stereotipo e che ha affievolito altre possibilità stilistiche sulle orme di un realismo magico pensato più con occhi "esotici" di europei che con quelli di chi abita, e vive, e scrive concretamente nell'America Latina. Sono proprio queste nuove tendenze, o questi percorsi alternativi al realismo magico, che stanno arrivando in traduzione italiana.
di Girolamo De Michele
Franco Berardi Bifo, Carlo Formenti, L'eclissi. Dialogo precario sulla crisi della civiltà capitalistica, Manni, Lecce 2011, pp. 96, € 10.00
«Direi che questo dialogo è come una specie di brogliaccio, di quaderno di appunti, la mappa di una mappa». Queste parole che concludono il dialogo tra Carlo Formenti e Franco Berardi Bifo rendono, quantomeno per approssimazione, l'idea di ciò che possiamo aspettarci da L'eclissi, testo scaturito dalla sbobinatura di una discussione tra due dei più acuti osservatori della crisi di civiltà che stiamo attraversando.
Non si tratta di osservatori impassibili né imparziali, com'è giusto. L'uno e l'altro hanno un retroterra culturale in quel pensiero che si suole definire “post-operaismo”, dal quale si sono in qualche modo distaccati senza per questo rinnegare né le esperienze passate, né, soprattutto, gli strumenti teorici che il post-operaismo ha prodotto.
di Valerio Evangelisti
Introduzione a Vittorio Curtoni, Bianco su nero e altre storie, Odissea Fantascienza 49, Delos Books 2011, pp. 216, € 12.
È un po’ come scegliere di regnare all’inferno, invece di servire in paradiso. È ciò che ha fatto Vittorio Curtoni quando, ancora giovanissimo, scelse la fantascienza quale suo campo espressivo. In realtà, saprebbe scrivere qualsiasi cosa in ogni dominio narrativo, con risultati sicuramente straordinari. Pochi come lui padroneggiano lingua e stile, tempi e capacità di sintesi. Ciò gli è stato ampiamente riconosciuto dal mondo culturale in veste di traduttore dall’inglese, specialità nella quale si è cimentato senza esitazioni con gli autori e con i generi più disparati. Tuttavia la passione di Curtoni rimane la science-fiction o il fantastico, pur sapendo che si tratta di settori che, in Italia, non garantiscono facili riconoscimenti (certo meno del poliziesco, e persino del fantasy – diverso dal fantastico perché adotta stilemi, più o meno flessibili, derivati da Tolkien). All’interno di uno spicchio creativo circondato da infiniti fossati Curtoni si è proposto uno scopo niente affatto umile: essere il migliore. Ci è riuscito.
Capita di rado che faccia più di una settimana di vacanza. Capita di rado, soprattutto, che abbia del tempo da dedicare a ciò che VOGLIO leggere, invece che a ciò che DEBBO leggere per lavoro. Be’, che ci crediate o meno, lo scorso agosto è successo. E mentre mi rosolavo al sole in riva al Delta e mio figlio annusava il suo primo mare (e masticava la sua prima sabbia, scoprendo anche il trucco per riempirsene ben bene il pannolino), ho letto due libri potentissimi. Non sapendo davvero quale scegliere, ho deciso di recensirli tutti e due: BUM! BUM!
E via che si va…
Gianni Biondillo, I materiali del killer, Guanda 2011, 359 pp., 18,00 €
Michele Ferraro, lo sbirro di Quarto Oggiaro, è tornato.
È stato via parecchio, Mic. Un po’ perché la Capitale se l’era acchiappato e l’aveva fatto invaghire (ma non è funzionata: Ferraro è più tipo da tangenziali che da Grande Raccordo Anulare, se capite cosa intendo) e un po’ perché il suo autore, l’architetto Gianni Biondillo, aveva altre storie da raccontare. Storie di cemento, pannolini, ragazze, divorzi e chilometri a piedi. Sono trascorsi quattro anni dall’ultima avventura di Michele. Ma siccome si trattava d’un prequel (Il giovane sbirro raccontava com’è che Ferraro è finito in polizia), a conti fatti è dal 2005 (anno d’uscita di Con la morte nel cuore, secondo romanzo del ciclo quartoggiarese. Il primo è Per cosa si uccide) che non si sa più nulla di lui.
di Marino Magliani
Vincenzo Pardini, Il viaggio dell'orsa, Fandango 2011, euro 18.
C'è un ritorno alla bestia nella letteratura italiana? Forse un vero e proprio abbandono non c'è mai stato, "Fabio" è di un paio d'anni fa, scoperta di un ragno, di Voltolini, e dallo sviluppo di "Fabio" è nata Zoo, la bella collana "bestiale" di Duepunti edizioni, curata appunto da Giorgio Vasta e Dario Voltolini. Librini eleganti, le cui copertine sono realizzate con escrementi di elefanti. Una collana che ospita le voci della narrativa italiana contemporanea, dove vedrei molto bene Pardini.
Poiché Vincenzo Pardini è un altro che a raccontare le bestie ci riesce dar par suo, attentissimo, laddove il precipizio della banalizzazione è sempre in agguato, Pardini percorre a passo sicuro lo spartiacque, cosciente del pericolo, scarta le vie difficili, quelle impossibili, come fanno le bestie selvatiche nel bosco, che seguono sempre le stesse piste, e lasciano solchi nell'erba.
di Daniela Bandini
Giorgio Bona, L'allungo del mezzofondista, Ed. Iris 4, 2011, pp. 120, € 13,50.
Emil, un atleta, un mezzofondista. In questo allungo che solo a leggerlo viene un attacco di tendinite fulminante, ci immergiamo nella sofferenza fisica, tangibile e viscerale che accompagna la gara di un atleta professionista. Mantenere, scendere, superare i tempi, cronometrare, vivere i cicli e gli sbalzi ormonali con quelli sportivi per un unico, ossessivo scopo: la prossima gara, i prossimi tempi da mantenere, superare, cronometrare.
Emil è un atleta ed è un uomo che deve affrontare e deve distanziare la mediocrità dei propri risultati, sia professionali che familiari. Superare la mediocrità dei propri limiti e lanciare il cuore oltre un ostacolo. Rimbalzerà impietosamente contro un muro di gomma, e in entrambe le gare. Questa è la vera competizione, ed Emil sarà sconfitto.
Sconfitto dalla malasorte, dai cattivi maestri, dal pessimo alunno qual è e da quella carogna di vita che mai ti desse una soddisfazione, una volta sola...
di Roberto Sturm
Mario Minicangeli, La storia sporca, Besa-Controluce edizioni, 2011, pp. 222, € 17,00.
Buona prova quella di Marco Minicangeli con questo romanzo noir edito dai tipi della Besa: ritmo serrato, stile che a volte ricorda Ellroy nella punteggiatura quasi parossistica, sentimenti dei protagonista che a tratti si avvicinano al tenente della Factory di Derek Raymond, passaggi diretti e senza fronzoli che puntano direttamente all’azione, atmosfera cupa e linguaggio crudo.
Dispiace solo continuare a notare, in molti testi italiani, la mancanza di un lavoro di editing serio. Con un intervento neanche troppo radicale, ma solo deciso, sui dialoghi e su alcuni passaggi del testo, la storia ne avrebbe guadagnato, e molto. E il romanzo sarebbe potuto diventare più di una buona prova.
di Roberto Sturm
Flavio Santi, Aspetta primavera, Lucky, Edizioni Socrates - Collana Luminol, 2011, pp. 144, € 9,00.
La collana Luminol, diretta da Alessandro De Santis, Claudia Di Vittorio, Filippo Nicosia e Giammarco Raponi è nata per presentare romanzi di autori italiani snelli, che si leggano tutto d’un fiato, che abbiano una qualità sopra la media e che siano alla portata delle tasche di tutti. Questi obiettivi, con la prima uscita, Aspetta primavera, Lucky, vengono ampiamente rispettati.
Flavio Santi non è un autore alle prime armi. Dopo l’esordio con Diario di bordo della rosa (peQuod 1999), che avevo molto apprezzato, è passato alla poesia con Rimis te sachete (Marsilio 2001), Il ragazzo X (ed. Atelier 2004), per poi tornare al romanzo con L’eterna notte dei Bosconero (Rizzoli, 2006), e cimentarsi nei racconti con La guerra civile in Italia (Sartorio 2008).
di Lorenzo Mnf (da L'Ospite Ingrato)
AA. VV., La rivista Primo Maggio (1973-1989), a cura di Cesare Bermani, Derive Approdi, Roma, 2010, pp. 224, € 20,00.
Divagazioni prima della recensione e per la recensione.Se dico che in molti di voi non ci aspettavate, capite a che generazione appartengo.
Siamo una razza nuova, noi. Abbiamo studiato e vaghiamo randagi per l’Europa, ma abbiamo contingenze e urgenze simili a certi operai.
In molti casi, di quei certi operai, siamo i famosi “figli dottori”. Mentre studiavamo si formava un mondo in cui studiare non era più un atto di liberazione. Ed eccoci di nuovo a lottare.
Siamo studenti o lavoratori della conoscenza, alta o bassa che sia, in un sistema che la conoscenza la vuole schiava. Il proletario non aveva che le braccia, noi non abbiamo che la testa. Non è la stessa cosa, ma lo sfruttamento è sempre tale, e, malgrado il restyling permanente, tale è lo sfruttatore.
Ecco perché a noi nessun novello Pasolini (povero Pasolini) può venirci a dire che abbiamo torto ad invadere le strade, magari perché non siamo figli del popolo.
di Roberto Sturm
Simone Brioni, J. G. Ballard, il futuro quotidiano, Prospettiva Editrice, Siena, 2011, pp. 154, € 14,00.
James Graham Ballard continua a essere, a due anni dalla sua scomparsa, uno degli autori contemporanei più celebrati, uno scrittore di riferimento per un pubblico che vuole approfondire come la modernità abbia condizionato le psicogeografie dell’individuo. Autore di rottura, ha sovvertito i canoni della fantascienza tradizionale nei primi anni ’60.
Il suo testo "Quale la strada per lo spazio interiore?" del 1962 viene adottato dalla New Wave, un gruppo di autori inglesi che ha rinnovato profondamente il genere, come manifesto di intenti.
Non ci sono alieni né astronavi nei racconti e romanzi di Ballard.
“Le trasformazioni più importanti” – afferma Ballard – “che avverranno nell’immediato futuro non avverranno sulla Luna o su Marte, ma sulla Terra. E’ lo spazio interno – e non quello esterno – che necessita di essere esplorato. L’unico pianeta veramente straniero è la Terra.”
di Antonino Fazio
Maurizio Cometto, Cambio di stagione. Edizioni Il Foglio, 2011, pp. 280, € 15,00.
Creatura curiosamente ibrida questa di Cometto, al tempo stesso romanzo sui generis, e antologia atipica. I capitoli nei quali si dovrebbe sviluppare la trama sono in realtà autoconclusivi. Ne dovremmo desumere che siano dei racconti, se non fosse che il protagonista è sempre lo stesso, Fabrizio, un alter-ego dell'autore fin troppo trasparente. La somiglianza tra autore e personaggio è tale che, in alcune storie, i due soggetti tendono quasi a scambiarsi di posto. Ciò accade ad esempio, in "Sogni", un racconto (non a caso l'unico narrato in terza persona) nel quale Fabrizio ha una vita che sembra prendere in prestito alcuni dettagli dalla vita di un misterioso Maurizio, che visita i sogni della sua ragazza, Cristina.
È come se Fabrizio e Maurizio fossero la stessa persona, ma dislocata in due universi paralleli, che saltuariamente possono entrare in contatto, o addirittura sovrapporsi, provocando travasi e spostamenti anche fisici di elementi, che si suppone siano presenti su uno solo di questi due mondi, separati eppure contigui: è il caso dei gatti (Betty, e poi anche Parker) in "L'altra casa".
di Franco Ricciardiello
È uscito a febbraio per Einaudi “Vizio di forma” (collana Stile Libero, 470 pagg. € 20,00), traduzione italiana dell’ultimo romanzo di Thofumas Pynchon, “Inherent vice”, apparso negli Stati Uniti nell’agosto 2009. I critici non hanno mancato di notare una frattura con i precedenti, sensibilmente più lunghi (“Contro il giorno”¸ 1100 pagine; “Mason & Dixon”, 740 pagine; “L’arcobaleno della gravità”, 976 pagine). Lo stile colto, eccessivo, ricco di divagazioni e citazioni lascia il posto a una scrittura tranquilla; la trama complessa, involuta, curva come una geometria non euclidea si trasforma in un’indagine poliziesca lineare; le paradossali incursioni nel fantastico che crivellavano la trama rimangono limitate a pochi, sporadici episodi. Cosa rimane di Pynchon dopo questa mutilazione estetica? Un hard boiled alla Raymond Chandler, ma ambientato nella California dei ruggenti anni Sessanta, dove le droghe scorrono a fiumi.
I colleghi americani di Pynchon hanno naturalmente esultato; c’è chi ne ha approfittato per sentenziare che il giallo d’indagine è il genere letterario dei nostri tempi: il più adatto a rappresentare l’ambiguità del reale, il relativismo, il principio di indeterminazione. Il giallista Michael Connelly si è fatto portavoce di un affrettato “benvenuto tra noi”: «Io sono felice e orgoglioso che Pynchon si unisca a noi. Quando uno scrittore scopre quello che noi giallisti abbiamo capito da tempo - e cioè che il crimine racconta l’America meglio di tanti altri generi, compresa la cosiddetta “fiction letteraria” - io sono davvero felice.»
di Fabio Deotto
Giorgio Fontana, La velocità del buio, ed. Zona, 2011, pp. 176, € 16,00.
“Lasci. Stare. De Gasperi.” Sono le parole che, in una scena particolarmente riuscita de Il Divo di Paolo Sorrentino, un Andreotti-Servillo improvvisamente spoglio del suo mezzo sorriso beffardo dedica a un senatore che aveva chiamato in causa il leader storico della DC per metterlo alla berlina. Per qualche motivo, questa scena mi è tornata in mente mentre consumavo le ultime pagine di La velocità del buio, il nuovo libro di Giorgio Fontana, uscito lo scorso 28 aprile per Editrice Zona.
È successo più o meno quando, arrivato alla fine del penultimo capitolo, mi sono reso conto che in poche ore avevo divorato un saggio di filosofia che parla di Berlusconi, berlusconismo, e in generale, degli ultimi disarmanti vent’anni di Italia unita. Ovvero: qualcosa che tecnicamente, ormai, dovrebbe procurarmi d’ufficio orticaria, nausea e orchite fulminante.
di Marilù Oliva
“12 che hanno detto no - La lotta per la libertà nella Russia di Putin”, di Valerij Panjušhkin (edizioni e/o)
Dodici esempi di dissidenza coraggiosa in un clima oscurantista, quello della Russia di oggi, 12 attivisti di varie componenti dell’opposizione, ma anche dodici persone dalle svariate professioni: tra loro un politico, un banchiere, un operaio, uno studente, un giornalista.
A San Pietroburgo, il 15 aprile 2007, è indetta la Marcia dei Dissidenti. Due giorni prima, una medesima iniziativa, tenutasi a Mosca, confluisce in tumulti scoppiati ad arte. In quell’occasione, infiltrati e provocatori operano infatti perché le contestazioni siano spacciate per violenze e i dimostranti vengano scambiati per agitatori assoldati dagli imperialisti americani. Il regime di polizia fa scattare molteplici arresti: tra questi, in piazza Puškin, il campione di scacchi Garri Kasparov, leader del Fronte Civico Unito, viene prima fermato e poi incarcerato (sarà rilasciato dieci ore dopo in seguito al pagamento di mille rubli di multa).
di Girolamo De Michele
Giuseppe Caliceti, Una scuola da rifare. Lettera ai genitori, Feltrinelli, Milano 2011, 255 pp., € 15.00
Leggete con molta attenzione questo brano, per favore. Con molta, molta attenzione:
«Cari genitori italiani, pensate ai diritti dei lavoratori stranieri. Nessuno li ha difesi. E adesso tanti lavoratori italiani sono diventati stranieri in casa propria. Voglio dire: nel giro di pochi anni hanno perso diritti e le loro condizioni di lavoro sono peggiorate. Lo stesso è accaduto per gli studenti. Prima si è iniziato a tagliare fondi e diritti ai più deboli, ai meno tutelati: disabili e studenti di origine straniera. Poi tagli e soppressione di diritti hanno riguardato tutti. Anche i nostri figli. Si inizia sempre così: attaccando le minoranze, i meno protetti. Se non siamo capaci di difendere i più deboli, non difendiamo neppure noi stessi».
di Andrea Borla
Vincent Spasaro, Assedio, Segretissimo Mondadori, 2011, pp. 242, € 4,50.
I protagonisti di una guerra sono molto diversi gli uni dagli altri: i soldati che combattono, i civili che la subiscono e i morti di cui tenere il conto per quantificare l’entità della tragedia. A essi si aggiunge “una fauna che i telegiornali non vi faranno mai vedere: politici, trafficanti d’armi, mediatori, zero zero sette, mafiosi” e soprattutto i turisti.
I turisti vanno e vengono, guardano ma non vivono i luoghi in cui transitano, visitano sapendo che non resteranno a lungo. In loro onore vengono realizzati spettacoli e messinscene. Questa regola non vale soltanto nei villaggi vacanze o nelle crociere, ma viene applicata anche ai turisti che vanno a “guardare i massacri”. In loro onore, a Belgrado come in tutti gli scenari di guerra, deve essere garantita un’immagine di apparente normalità, in cui la morte è ospite sgradita.
di Renzo Fortissimo
[Non è abitudine di Carmilla, ma la riproposizione di una nostra passata recensione a una delle tante opere di Luigi Bisignani ci sembra possa risultare utile ai lettori per una più ampia comprensione del quadro probatorio.] (F.C.)
Luigi Bisignani, Nostra signora del KGB, Rusconi, 1992, pp.266, £ 28.000 iva inclusa
Non è questa la sede per investigare la carriera politica del dott. Luigi Bisignani, peraltro già ampiamente scrutinata da altri, semmai ci sfruculia la sua passata esperienza di romanziere. Vogliamo infatti fornire un servizio scevro di preconcetti al lettore curioso che dovesse recuperare Nostra signora del KGB in una libreria di remainders o su qualche bancarella dell’usato. Trattasi del secondo libro dell’autore, già salutato dalla critica più lungimirante (sul Corriere della Sera e da Giuliano Ferrara) come il Ken Follett italiano per quel Il Sigillo della Porpora (Rusconi, 1988) che ammetto con rammarico di non aver letto. Ma venendo all’oggetto in oggetto, duole dire che il romanzo è francamente deludente e i risultati non sono all’altezza delle aspirazioni. L’autore ha, evidentemente, una predilezione per gli intrighi, le società segrete, le trame oscure e i rapporti inconfessabili tra governi, sottogoverno e potentati economici e religiosi, e ci perdonerà se, per dirla con il Poeta, definiremo Nostra signora del KGB, una cagata pazzesca.
di Valerio Evangelisti (da Il manifesto, 12 maggio 2011)
Marco Philopat, Duka, Rumble Bee, ed. Agenzia X, Milano, 2011, pp. 306, € 16,00.
Un On the Road dei tempi nostri in contesto italiano. Non saprei come meglio definire questo Rumble Bee scritto da Marco Philopat e dal Duka (ed. Agenzia X, Milano, 2011, pp. 306, € 15,00). Il romanzo narra del girovagare di due amici, Malcolm e Paul – non inganni il nome esotico, sono soprannomi – attraverso tutta Europa, e perfino fuori, in cerca di occasioni di scontro frontale col sistema, attraverso i canali sotterranei dell’antagonismo. Si va dai centri sociali nostrani a quelli esteri, dai concerti rock alle dimostrazioni contro il G8, dai raduni antifa alle mischie londinesi. Il tutto con aria svagata, da routards esperti, pronti a immergersi nella bagarre ovunque sia necessario. Con un mix di cinismo e di consapevolezza. Un atteggiamento punk rivisitato (e i riferimenti al punk degli anni ’70-‘80 sono innumerevoli). Fino a trovare, a sorpresa, la rivolta nella stessa città, Torino, che si era lasciata perché troppo sonnolenta.
di Alberto Prunetti e Maria Rosaria Bucci
Claudio Morandini, Il sangue del tiranno, Milano, Agenzia X, 2011, 157 pp., 9,50 euro
Comincia a risultare trito il noir edificato attorno alla figura del poliziotto eterodosso (magari ubriacone o fregato dalla vita). Prendiamo atto dello stato di fatto messo in luce dalla distinzione operata da Massimo Carlotto (“Dalla crisi al conflitto”, in Il Manifesto, 25 maggio 2011) tra giallo di matrice ottocentesca (crimine individuale risolto da un detective con capacità di decifrazione di indizi) e noir contemporaneo (crimine sociale che opera in reti di illegalità spesso parallele o interallacciate al potere legale). Ci auguriamo però la scomparsa degli uniformati (perlomeno dai noir, che diamine). In questo senso salutiamo con entusiasmo la nuova la collana Inchiostro rosso della casa editrice Agenzia X, che sta proponendo dei noir antagonisti d'investigazione, col merito di fare a meno della figura – ormai stantia – del poliziotto e del detective (ubriaco, deluso, dogato, ma sempre birro). Auspicando la disseminazione contagiosa di un noir antagonista capace di innestare il saggio e la controinchiesta nel ceppo fruttifero del noir, segnaliamo intanto Il sangue del tiranno, romanzo di Claudio Morandini dalle tinte grottesche, spesso umoristiche, ambientato in una decadente università di provincia.
di Raul Schenardi
Julio R. Ribeyro, I genietti della domenica, Roma, La nuova frontiera, 2011, pp. 256, € 16,50.
31 dicembre 1951: in uno studio legale di Lima, Ludo Totem lancia un urlo straziante, dopodiché straccia un’istanza di pignoramento e scrive la sua lettera di dimissioni. Con i soldi della liquidazione si appresta a festeggiare con gli amici l’inizio dell’anno nuovo e forse di una nuova vita. La prospettiva è quella di un’orgia, ma rimorchiano solo due meticce, una delle quali oltretutto è una specie di nana con le mutande sporche. Mentre scoppiano i mortaretti che annunciano la mezzanotte, Ludo vomita l’intruglio di pisco e Cinzano che ha ingurgitato.
Così inizia I genietti della domenica di Julio Ramón Ribeyro (La Nuova Frontiera, tr. di N. Santoni), romanzo dello scrittore peruviano unanimemente considerato dalla critica fra i migliori autori latinoamericani di racconti. Ma fu proprio la sua predilezione per la narrativa breve a impedirgli di figurare nella rosa dei nomi del boom degli anni Sessanta e di unirsi al manipolo di scrittori che sarebbero riusciti a vivere del mestiere.
di Roberto Sturm
Gianluca Antoni, Cassonetti, Italic, Ancona 2010, pp. 234, euro 16,00 e Beniamino Cavalli, Non ci sono per nessuno, Italic, Ancona 2011, pp. 354, euro 18,00
Marco Monina e Antonio Rizzo – in attesa del pieno ritorno in pista del marchio PeQuod - continuano il loro felice lavoro di valorizzazione di autori esordienti: Diego De Silva e Mario Desiati sono solo due dei nomi tra i tanti scoperti negli anni, molti dei quali poi migrati verso grandi case editrici. Per Italic, adesso, propongono due opere prime che hanno come filo conduttore il mondo visto e vissuto dai giovani: uno sguardo disincantato, quasi asettico, di una generazione senza punti di riferimento. Precariato, instabilità economica, bagarre politica e abisso sociale sono i prodotti di una società dei consumi e dell’immagine dove si è perso il senso della solidarietà generazionale e i poteri forti tentano, da anni, di negare i diritti dei lavoratori più deboli per tenerli, con il ricatto occupazionale, a loro completa disposizione.
di Valerio Evangelisti
AA.VV., Pomigliano non si piega. Storia di una lotta operaia raccontata dai lavoratori, a cura del circolo Prc Fiat Auto-Avio di Pomigliano, A.C. Editoriale Coop, Milano, 2011, pp. 210, € 8,00
Esiste il rischio che un libro di basilare importanza, per comprendere gli anni che viviamo e le poste in gioco, passi sotto silenzio per la modestia dell’edizione (non quanto a grafica, che anzi è elegante, ma per l’oggettiva marginalità della casa editrice). Invece questa raccolta di testimonianze dirette dovrebbe conoscere la massima diffusione. Farebbe la felicità degli storici futuri, che invece, probabilmente, non ne troveranno traccia nelle biblioteche. Fa già la felicità di chi ha l’opportunità di leggerla. Potrebbe indirizzare diversamente le ricerche degli studiosi, anche molto rispettabili, convinti che la classe operaia sia tramontata, sostituita in toto dal lavoro intellettuale; o che non abbia più nozione di se stessa; o, ancora, che non sia più avanguardia di nulla, avendo ceduto il proprio ruolo a non meglio precisate “moltitudini”.
di Gianfranco Marelli
Giulio Meazza, Adieu Pearà. Memorie future dalle ombre di Verona, BFS, Pisa 2011, pp. 206
Alberto Piccitto, Macnovicina. L’eccitante lotta di classe, Zero in Condotta, Milano 2011, pp. 176
Provate ad immaginare un luogo e un tempo dove a fallire sono le biblioteche, gli ospedali, le scuole e persino le chiese. Dove è proibito spogliarsi negli spogliatoi, dove non ci si può sedere sulle panchine pubbliche per via di una sbarra in mezzo che ne impedisce l’utilizzo ai senza dimora, e dove la Proprietà del quotidiano più diffuso in città è «gente capace di andare d’accordo contemporaneamente (ma segretamente) con Cavour, Mussolini, De Gasperi, Andreotti, Craxi, Berlusconi, Maroni e Bonolis». Forza! Adesso un altro sforzo. Guardatevi mentre, attoniti, assistete in prima fila ad un convegno su “La forza dell’etica nelle scelte sociali. Per un welfare consapevole”, promosso dall’associazione “Cristiani sulla terra”, dove l’atteso relatore – un notabile ex-democristiano così casto e puro da far sbiadire il mondo Giovanardi – avvicinandosi lentamente al tavolo della presidenza, a fatica riesce a nascondere un’immane erezione fallica, coprendo l’oscena parte con i fogli del proprio intervento, e nell’imbarazzo dei presenti prolude con un accorato: «Compagni … oggi la crisi economica provocata dalla borghesia … parassitaria e dal capitalismo … imperialista … ci impone una strategia riv … rivv… o., ll … u …».
di Marilù Oliva
La febbre, di Francesca Genti (Castelvecchi, 2011)
Sfondo apocalittico per questo romanzo edito da Castelvecchi, scritto dalla torinese Francesca Genti, paroliera per vari gruppi musicali e conduttrice di laboratori di lettura di Tarocchi, poetessa i cui lavori sono già stati tradotti in inglese, francese, spagnolo, arabo.
Una città devastata che potrebbe occultare qualsiasi città, dove il mare è di catrame, i gatti hanno le ali, le verdure sono transgeniche, l’asfalto fonde e i marciapiedi molli danno le stesse sensazioni delle sabbie mobili, dove dei negozi rimangono vetrine in frantumi e i cinema a luci rosse hanno rivisitato il concetto di pornografia riadattandosi alle attuali proibizioni: «La nuova frontiera del porno è l’amore».
Il romanzo è narrato in prima persona da un body animal artist che si inoltra con incoscienza in questo contro-mondo dove tutto è distorto (l’impellenza è guardarsi dai poliziotti e dai loro ferocissimi cani-babbuino) con due particolari compagni di ventura: il poeta Andrej Babilonia e l’Astrologo.
di Valerio Evangelisti
Luca Baiada, Operazione Alitalia. Affari e politica: un modello per il capitalismo italiano, ed. Ombre Corte, Verona, 2011, pp. 194, € 18,00
Luca Baiada è un giurista di vaglia, e lo si vede. Ogni sua definizione è calibrata, ogni sua frase ha interpretazione univoca. Non c’è affermazione che non sia seriamente documentata. Tutto il contrario del giornalismo corrivo dei giorni nostri.
Tassello dopo tassello, Baiada riesce a edificare costruzioni logiche inoppugnabili, di grande eleganza formale. Vanno lette lentamente, vanno assaporate. Anche quando si tratta, come nel caso in specie, di un veemente atto d’accusa contro il sistema politico-economico di potere che regge attualmente l’Italia (e buona parte del resto d’Europa).
Malgrado l’attualità del tema, l’indegna vicenda Alitalia, questo saggio di fondamentale importanza non ha finora raccolto l’attenzione che avrebbe meritato. Per forza: Baiada denuncia complicità ripartite che lo spettatore medio di Ballarò nemmeno sospetta.
di Alberto Prunetti
Stefano Boni, Culture e poteri. Un approccio antropologico, Milano, elèuthera, 2011, 15 euro.
Da tempo sono in atto dei percorsi di ibridazione tra antropologia e pensiero anarchico. I punti di interconnessione sono affiorati in Francia e negli Stati Uniti, su linee non sempre convergenti. In Francia emerge negli anni Settanta l'opera di Pierre Clastres, l'autore di Le società contro lo stato, ma anche di stimolanti saggi su potere, guerra e violenza pubblicati anche su Interrogations, una rivista libertaria internazionale. Negli anni Ottanta è una curiosa e interessante pubblicazione autoprodotta, Invariance, curata da un eretico postbordighista come Jacques Camatte, a riprendere certe tematiche di antropologia cognitiva e di etnologia per montarle in un progetto che tenta di illustrare l'uscita della specie umana da un percorso comunitario in una fittizia unità sancita dallo stato.
Negli Stati Uniti ancora negli anni Settanta vedono la luce una moltitudine di produzioni etnografiche che contribuiscono a ribaltare l'immaginario sulle società di caccia e raccolta.
Il nuovo, provocatorio romanzo di Raul Montanari: come (non) stare lontani dai premi letterari e (non) riuscire ad evitare le relazioni (in)umane
di Alan D. Altieri
Raul Montanari, L'esordiente, Dalai Editore, pp. 272, € 18.00
E diciamocelo (o forse facciamo solo finta di dircelo): Livio Aragona le ha tutte, ma proprio tutte:
- Autore (“A” maiuscola, sia chiaro) kultural di grande professionalità e di sicuro successo («non osate chiamarmi giallista!»);
- narratore pubblicato alla grande e con continuità da un Grosso Editore (o qualsivoglia imitazione del medesimo);
- il suo ultimo romanzo, “Il Vizio della Solitudine” (hey, man, ain’t that a bit too shrewd a title for its own good?) candidato principe al Grosso Premio letterario (o qualsivoglia turpitudine del medesimo) dell’anno corrente;
- ammirato e agognato profeta della scuola di sKrittura Kreativa (o qualsivoglia farsa della medesima) della quale tutti gli autori (a minuscola) “esordienti” di questo mondo (e magari anche di quell’altro) vorrebbero essere allievi.
Okay, bro, this is all bliss, so what’s wrong with this picture?
di Roberto Sturm
Derek Raymond, Stanze nascoste, Meridiano Zero, Padova, 2011, pp. 336, € 16,00 e Incubo di strada, Meridiano Zero, Padova, 2010, pp. 160, € 13,00
Finalmente arriva anche in Italia Stanze nascoste, l’autobiografia di un grande – forse il più grande – scrittore di noir contemporaneo, Derek Raymond, pseudonimo di Robin Cook, scomparso nel 1994. Il merito di aver portato in Italia l’autore inglese va a Meridiano Zero, che recentemente ha anche pubblicato Incubo di strada, di cui parleremo più avanti.
Nato da una famiglia aristocratica, Derek Raymond lascia presto la sua casa (un castello) per andare ad osservare il mondo dalla parte della barricata meno comoda. La sua vita è a dir poco avventurosa, girando l’Europa, la Spagna, l’Italia e molta Francia, e sbarcando il lunario con lavori spesso al limite e oltre la legalità. Perché per essere un buon scrittore di noir, ci ricorda l’autore, non basta pensare come parlano i delinquenti ma è indispensabile parlare con loro; non si può immaginare cosa si prova perdendo l’amore ma bisogna perderlo davvero, né come si vive per strada perché è necessario viverci; e per narrare la disperazione occorre diventare disperati. E questo è il motivo per cui molti romanzi etichettati come noir sono solo degli innocui polizieschi o gialli.
di Giovanni Cocco
Nina dei lupi di Alessandro Bertante (Marsilio, 2011) – 223 pagine, € 18.50
Di difficile classificazione, Nina dei lupi, terza prova narrativa di Alessandro Bertante per Marsilio, potrebbe essere qualificato indifferentemente come fiaba gotica, romanzo post-apocalittico, parabola post-industriale, romanzo di formazione (o Dell’apprendistato di Nina?). Nell’epica del “ritorno alla terra” cantata da Bertante il lettore non può fare a meno di notare (almeno all’inizio del romanzo) una certa parentela, nelle ambientazioni e negli scenari evocati, con l’ultimo Veronesi (quello, ottimo, di XY, Fandango, 2010) e l’ultimo Longo (il Longo “vero”, Davide, anch’egli autore della scuderia Procacci- Baricco-Veronesi-Desiati, autore di quell’Uomo Verticale, del 2010, di cui tanto si è parlato nei mesi passati): ma il romanzo dell’autore milanese possiede un incedere impetuoso e si smarca subito dalle direzioni più ovvie.
di Roberto Sturm
José Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo, Feltrinelli, Milano, 2010, pp. 352, € 9,50 e Caino, Feltrinelli, Milano, 2010, pp. 144, € 15,00
Nuova edizione per Il vangelo secondo Gesù Cristo (già edito nel 1991) e prima pubblicazione di Caino, romanzo scritto dal Premio Nobel per la Letteratura 1998 l’anno prima della sua scomparsa, nel 2009: due romanzi che, a distanza di quasi venti anni, hanno un evidente filo rosso che li accomuna, la religione. Se con Il vangelo Saramago ci offre una chiave di lettura del Nuovo Testamento, con Caino affronta il Vecchio. Per questo la Chiesa, spero solo la parte più bigotta (speranza vana, lo so), non ha fatto altro che levare gli scudi contro due testi che mettono in dubbio i dogmi su cui si fonda la religione cattolica: il rispetto per la diversità di pensiero, di opinione non è una prerogativa neanche della Chiesa moderna che negli ultimi trenta anni ha eletto due pontefici intransigenti e conservatori, tanto amici del Capitalismo quanto affaccendati a nascondere episodi che sono stati sulle prime pagine dei giornali e dei notiziari. Il fatto che l’autore portoghese, nei suoi scritti, non abbia mai sconfinato in accuse e offese gratuite non è stato sufficiente affinché il Vaticano evitasse – secondo un costume poco elegante ma ormai consolidato – di lanciare i suoi strali contro lo scrittore non appena diffusa la notizia della sua morte.
di Marilù Oliva
Il libro dell’angelo, di Alfredo Colitto, Piemme (2011)
È una laguna trecentesca quella affrescata dallo scrittore molisano – ma bolognese d’adozione – Alfredo Colitto, nell’ultimo libro della trilogia di Mondino de’ Liuzzi (opera di chiusura del ciclo, ma non necessariamente conclusiva), “Il libro dell’angelo”, edito da Piemme: «Tornarono a bordo senza più dire nulla e restarono immobili fianco a fianco, mentre la piccola galea si staccava dal molo e si infilava nel passaggio tra l’isola della Zudeca e quella di San Zorzi Maggiore, affollata di neri cipressi. A un tratto, preannunciata dal sottofondo di grida e rumori tipici di ogni città, davanti ai loro occhi apparve Venezia. [...]
Un ampio molo di pietra con poche barche alla fonda, due alte colonne, e dietro di esse una piazza lastricata con mattoni cotti a spina di pesce. A destra della piazza un palazzo che a Mondino sembrò uscito direttamente dai racconti fiabeschi uditi da chi aveva viaggiato in Oriente».
Una Venezia prossima alle celebrazioni – fervono i preparativi per la Sensa e lo Sposalizio del Mare – se non fosse che l’aria di festa viene incupita dal ritrovamento dei cadaveri di tre bambini crocifissi trascinati dall’acqua alta, piccoli fagotti informi e gonfi.
di Dario Falconi
Claudia Pozzana, La poesia pensante. Inchieste sulla poesia cinese contemporanea, ed. Quodlibet, Macerata, 2010, pp. 272, € 24,00.
La poesia pensante di Claudia Pozzana è un saggio-inchiesta sulla poesia cinese contemporanea. Questo assunto iniziale sembrerebbe circoscriverne l’interesse a un numero di lettori ridotto. Si tratta invece di un testo decisamente stimolante, per contenuti espressi e sottesi, che s’inserisce nel dibattito (ancora inesistente) intorno al contingente stato della Poesia e quindi del Pensiero, nel nostro Paese. Ed è proprio l’intimo rapporto tra poesia e pensiero che muove la scrupolosa indagine della Pozzana, volta a risolvere l’enigma di ciò che può celarsi addirittura al poeta stesso e a sondare quegli spazi che elevano estemporanei soggettivismi in preziosi valori assoluti.
di Nando Mainardi
William Gambetta, Democrazia proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi, Edizioni Punto Rosso / Archivio M. Pezzi, Milano, 2010, pp. 276, € 15,00.
Gambetta ha scritto un'interessante ricostruzione del percorso di Democrazia Proletaria. Al centro non c'è tanto la storia compiuta di Dp - che va dal 1978 al 1991 - quanto i diversi tentativi di costruire una casa comune elettorale e politica dei gruppi, dei movimenti e dei protagonisti delle lotte di quel decennio. E' in quella fase e in quel contesto che appaiono, per la prima volta e inizialmente solo come cartello elettorale, la sigla e il simbolo di Democrazia Proletaria. A Gambetta interessa in particolare la ricerca, discontinua e segnata da numerose conflittualità, da parte dei diversi soggetti della nuova sinistra di un nesso appunto "tra piazze e palazzi", di uno sbocco elettorale e istituzionale comune che si ponesse in linea con lo spostamento a sinistra della società avvenuto a partire dal '68.
di Valerio Evangelisti
Giorgio Cremaschi, Il regime dei padroni. Da Berlusconi a Marchionne, Editori Riuniti, 2010, pp. 220, € 15,00
Si può essere un grande sindacalista e, nello stesso tempo, scrittore raffinato? Giorgio Cremaschi dimostra di sì. La prima cosa che mi ha colpito, in questo suo Il regime dei padroni, è stata la qualità della lingua e dello stile. Parrà ad alcuni un pregio secondario, ma non lo è. Non ci sono molti esempi di critici attivi del sistema – “attivi” nel senso di organizzatori e di agitatori – che siano anche dei letterati. Vittorio Foa lo fu a suo tempo, a parte cedimenti e concessioni nella parte finale della sua lunga vita. Giorgio Cremaschi in un certo senso lo reincarna, in forma più aggressiva. Morde il suo linguaggio, mordono le sue idee. Insomma, siamo di fronte a un intellettuale completo, nel senso migliore, quasi rinascimentale, del termine.
Ciò che ho scritto finora va messo tra parentesi, perché ovviamente, di fronte al libro di un dirigente del maggiore sindacato di fabbrica che compone la CGIL – la FIOM, Federazione Italiana Operai Metalmeccanici, dalla storia lunga e gloriosa – è in primo luogo alle idee, e non allo stile, che bisogna badare.
di Marilù Oliva
“Bacchiglione Blues”, Matteo Righetto, Perdisa Pop, 2011
Non si può recensire un libro di Matteo Righetto – padovano classe ‘72, insegnante di lettere, autore teatrale e scrittore al suo secondo romanzo, dopo Savana Padana (Ed. Zona) – senza spendere due paroline su Sugarpulp, il movimento letterario da lui fondato (insieme a Matteo Strukul), basato su pochi ma intensi elementi: la territorialità, l’apertura critica a 360 gradi, lo sguardo non catalizzato su un punto fisso, ma che sconfina nell’internazionalità, con particolare attenzione ad autori come Cormac McCarthy, Joe Lansdale, Victor Gischler.
Niente astrattismi vuoti né solipsismi: Sugarpulp, come recita la dichiarazione d’intenti, «affonda le proprie radici nella natura fiera e selvaggia del Nordest, è la polpa narrativa, adulterata con lo zucchero di barbabietola, con una gradazione saccarometrica crescente che rende lo scrivere più alcoolico, più tossico, più anfetaminico...
di Marilù Oliva
“Dove tutto brucia”, Mauro Marcialis, Piemme, 2011
Seguito potenziale ma disgiunto de “La strada della violenza” (Colorado Noir, 2006), in comune col primo dei suoi precedenti tre romanzi, “Dove tutto brucia” ripropone forze di polizia e servizi deviati, collusi con alta imprenditoria e potere politico, narrazioni da differenti punti di vista e una Reggio Emilia portavoce di un contesto provinciale ombra di scenari più ampi, che viene alternata ad altri luoghi. Da Roma a Milano fino a una Bogotà in festa. Ogni città è microcosmo della nazione e la storia viene ricostruita nel poema d’inizio, “Dimensione Italia”, in cui sono spiegati gli ultimi ingloriosi centocinquant’anni italici senza peli sulla lingua:
Dimensione Italia non è misurabile,
non è ascrivibile a limiti geografici.
Dimensione Italia è una slogatura dell’Occidente,
i parametri di valutazione sono esclusivamente criminali.
di Sandro Moiso
Tristram Hunt, La vita rivoluzionaria di Friedrich Engels, Isbn, Milano 2010, pp.400, euro 27,00
Di roghi di libri, certo, Friedrich Engels se ne intendeva.
A partire dalla messa al bando del Manifesto del Partito Comunista, nel 1852, seguita alla condanna dei comunisti nel processo di Colonia, innumerevoli sono state le opere da lui firmate, da solo o con Karl Marx, messe fuori legge o distrutte dai regimi reazionari o autoritari degli ultimi centosessanta anni.
Non solo per questo, però, si dimostra particolarmente utile la lettura del testo di Tristram Hunt dedicato alla vita di Engels.
La vita di un borghese rivoluzionario viene qui esposta al di fuori dell'agiografia che, troppo spesso, ha accompagnato le biografie di Marx ed Engels, soprattutto nell'era del cosiddetto socialismo reale. Anzi, si può tranquillamente affermare che quella prodotta da Hunt sia l'unica biografia degna di rilievo dopo quella scritta da Gustav Mayer nei primi anni trenta e tradotta in Italia soltanto nel 1969 da Einaudi.

di Sandro Moiso
Shane Stevens, Io ti troverò, Fazi 2010, pp.798, € 19,550
Ottocento pagine.
Tante, ma non troppe.
Anzi, arrivati alla fine, si vorrebbe che il libro non finisse ancora.
E definirlo thriller rischia di essere estremamente riduttivo.
Queste sono le prime impressioni che suscita la lettura del romanzo di Shane Stevens, uno degli autori più misteriosi della letteratura americana degli ultimi cinquant’anni.
Nato a New York nel 1941, Stevens scrive cinque romanzi tra il 1966 e il 1985. Poi si ritira e fa perdere ogni traccia di sé.
Nel 2007 scompare definitivamente dal mondo dei vivi.
“Io ti troverò” è il suo penultimo romanzo, scritto nel 1979.
Forse il più importante e sicuramente seminale per gran parte della letteratura di genere successiva.
di Simone Sarasso
Kai Zen, Delta Blues, Edizioni Ambiente – Verdenero Romanzi 2010, pp.264, € 16
Per parlare del nuovo romanzo di KAI ZEN – il collettivo di scrittori già autore del solidissimo La strategia dell’Ariete, nonché di una manciata di romanzi totali (La potenza di Eymerich, Spauracchi, etc. etc.) – tocca parlare del concetto di cover. Wikipedia docet: Nella terminologia musicale, una cover è la reinterpretazione o il rifacimento di un brano musicale - da altri interpretato e pubblicato in precedenza - da parte di qualcuno che non ne è l'interprete originale.
Non ci sono molti atteggiamenti di fronte a una cover: O la si ama o la sia odia.
Se la si odia, di solito, è perché non è all’altezza del pezzo originale. O addirittura maltratta così tanto l’originale da renderlo rivoltante.
di Girolamo De Michele 
Antonella Beccaria, Piccone di Stato. Francesco Cossiga e i segreti della Repubblica, Roma, Nutrimenti 2010, pp. 176, € 13.00
qui l'inizio del libro (dal blog di Antonella Beccaria)
Lasciati scadere i coccodrilli di rito, i necrologi interessati, i commenti pro domo, con questo libro di Antonella Beccaria abbiamo finalmente l'occasione di ritornare su Francesco Cossiga e sui cosiddetti “misteri d'Italia”. Va detto, con chiarezza, che per chi – e noi di Carmilla siamo tra questi, e ne andiamo fieri – Cossiga è sempre stato Kossiga-con-la-K, il responsabile politico degli omicidi di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, non ci sono giudizi da rivedere. In un certo senso, questo libro non aggiunge nulla di nuovo ai fatti noti e a quelli sui quali il giudizio sulla verità storica e giudiziaria dev'essere sospeso – fermo restando quello sulla verità politica.
Dov'è allora il punto di forza di questo lavoro, che è importante e che va letto?
di Andrea Ponso
Il “blocco Artaud” ci permette di entrare nel vivo di una crisi, una crisi di pensiero e di rappresentazione, con un movimento che non può non chiamare in causa il rapporto con il mondo e con il reale, la lucidità e le mille trappole del letterario: tutto il suo lavoro è un vero e proprio corpo a corpo con il sistema delle conoscenze occidentali e non solo, con la religione (certo Artaud non era un ateo: un ateo non lotta così a lungo con Dio) e con le varie suddivisioni dei saperi. Partendo dalla tematica principale attorno alla quale si raccolgono questi scritti (
Sul suicidio e altre prose, Via del vento, 4 euro) cercheremo di dimostrare, entrando nel vivo di questi brevi ma veramente preziosissimi testi, le frizioni che la macchina da pensiero produce a contatto con la mobilità e il corpo del nostro autore.
di Marilù Oliva
“il fratello greco” di Diego Zandel, Hacca, 2010, euro 14
Per presentare “il fratello greco” (sic in minuscolo) parto da un dato estetico non essenziale ma neppure irrilevante: la copertina è una delle più suggestive che abbia visto tra i libri di quest’anno. Il libro sembra un portaritratti, con tanto di cornice usurata, foto d’epoca e sostegno in quarta di cartoncino duro. Il contenuto non delude le aspettative indotte dall’illusione ottica: il romanzo narra il delicato ma potente percorso di Errico Sapori, nome che evoca il più grande anarchico italiano (Errico Malatesta), su un triplice piano: interiore, spaziale, familiare. Errico è oggi un marito non più appagato dalla famiglia ma soprattutto è un ex manager cinquantenne appena sottoposto a pensionamento. L’isola di Kos come destinazione di ripiego si rivela luogo d’elezione per un viaggio nei ricordi, nel non-svelato, dove pezzi di memoria si sfumano in un presente inedito.
Perché Kos?

di Sandro Moiso
Gianfranco Ragona, Gustav Landauer anarchico ebreo tedesco, Editori Riuniti University press 2010, pp. 448, € 25,00
Gianfranco Ragona, ricercatore di Storia del pensiero politico presso l’Università degli Studi di Torino, con il presente testo prosegue, dopo il precedente contributo dedicato al marxologo Maximilen Rubel, la sua ricerca sul pensiero e l’azione di alcune figure eretiche del socialismo, dell’anarchismo e del pensiero utopico del‘900.
In tale contesto, la figura di Gustav Landauer spicca non solo per l’attualità dei temi che gli furono più cari, ma anche per la centralità che finì col rivestire all’interno di un dibattito che, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, vide coinvolti i maggiori rappresentanti della cultura ebraica e del pensiero socialista e anarchico tedesco.
In questo senso egli fu realmente mitteleuropeo, non solo dal punto di vista geografico, ma anche per la centralità che quei confronti e quegli scontri rivestirono all’interno del movimento operaio e della cultura europea tra la Belle Époque e il primo conflitto mondiale.
di Renzo Fortissimo
Luigi Bisignani, Nostra signora del KGB, Rusconi, 1992, pp.266, £ 28.000 iva inclusa
Non è questa la sede per investigare la carriera politica del dott. Luigi Bisignani, peraltro già ampiamente scrutinata da altri, semmai ci sfruculia la sua passata esperienza di romanziere. Vogliamo infatti fornire un servizio scevro di preconcetti al lettore curioso che dovesse recuperare Nostra signora del KGB in una libreria di remainders o su qualche bancarella dell’usato. Trattasi del secondo libro dell’autore, già salutato dalla critica più lungimirante (sul Corriere della Sera) come il Ken Follett italiano per quel Il Sigillo della Porpora (Rusconi, 1988) che ammetto con rammarico di non aver letto. Ma venendo all’oggetto in oggetto, duole dire che il romanzo è francamente deludente e i risultati non sono all’altezza delle aspirazioni. L’autore ha, evidentemente, una predilezione per gli intrighi, le società segrete, le trame oscure e i rapporti inconfessabili tra governi, sottogoverno e potentati economici e religiosi, e ci perdonerà se, per dirla con il Poeta, definiremo Nostra signora del KGB, una cagata pazzesca.
di Riccardo Falcetta
Michele Monina, Milanabad, Castelvecchi, 2010, pp.250, € 15.00
La voce narrante dell’autore scompare spesso lungo i diciannove capitoli di questo romanzo, cedendo spontaneamente il passo a una registrazione in presa diretta, un teatro di voci e dialoghi a base di coloratissimo, virulento irresistibile slang metropolitano che restituisce tutta la ricchezza (idiomatica e non solo) di una giovane umanità alla quale da sola spetta di ricercare, nell’abbandono e nel disfacimento cui è relegata, il propellente del proprio riscatto. Il ritorno al romanzo di Michele Monina è una parabola di autoformazione nella città multietnica e le sue periferie: microcosmi stagni, irreali nel proprio livore, che di formativo sembrano poter offrire soltanto scuole in zone a rischio, deserti civili, metodi di alienazione e un confronto con le istituzioni fatto di scontri. Punti di non ritorno dove spesso a infrangere il paesaggio arriva l’urlo assordante, il frastuono pericoloso della musica.
Darò fuoco a ciò che mi costringe alla Scrittura
di Giuseppe Catozzella
[dal "Corriere nazionale"]
Il nemico (Isbn Edizioni, 102 pagine), romanzo d’esordio di Emanuele Tonon, è prima di tutto un atto di scrittura contro la Sacra Scrittura, contro la disattesa radicale della Promessa del Dio, quella – dopo l’incarnazione – di ritornare sulla terra, e di salvare l’uomo.
Un testamento, quindi, un ennesimo atto mancato, destinato a distruggere se stesso, come viene scritto alla fine del libro quando, insieme alla autocessazione dei due personaggi che non riescono a generare il figlio che vorrebbero, sterili come tutto il mondo, si dichiara l’incendio di ciò che si va scrivendo, la sua distruzione: la distruzione di ogni promessa, di ogni cosa lasciata scritta, dunque, che – in quanto tale – non può che essere destinata alla menzogna poiché “solo la morte è vera”.

di Sandro Moiso
Maurizio Blatto, L’ultimo disco dei Mohicani, Castelvecchi, 2010, pp.232, € 15,00
Sfiga.
Tanta.
Basterebbe scostare di poco il sipario dorato che nasconde il palcoscenico della musica pop, per accorgersi che, alle spalle di coloro che hanno raggiunto il successo ed il grande pubblico, giacciono le storie di tanti, certamente i più, che non ce l’hanno fatta e sono caduti prima sul tortuoso sentiero dello showbiz e, poi, nel dimenticatoio.
La sfiga e la sua poesia, ovvero la grande sfiga del rock’n’roll ( e potremmo altrettanto dire del blues, del funky, del soul e di tutti gli altri derivati della black music).
E qui non si parla di chi è decaduto o di chi è morto giovane a causa dei troppi additivi o di chi si è suicidato.
No, occorre pensare a tutti quegli artisti di genio che non sono mai riusciti a mettere insieme un disco intero di buona qualità, a quei gruppi che si sono prontamente dispersi quando il governo dello Zio Sam ha chiamato alcuni dei loro componenti per andare a combattere in Vietnam oppure, ancora, a quelli che hanno visto deformarsi irreparabilmente l’unico disco prodotto…e mal custodito in un baule d’auto surriscaldato dal sole dell’estate.
di Nando Mainardi
Pino Casamassima, Il caso Claps. Una storia nascosta, ed. Albatros Il Filo, 2010, pp. 96, € 4,90.
Ci sono fatti di cronaca nera su cui è consigliabile non sorgano plastici "alla Cogne" o su cui è conveniente che sociologi e strizzacervelli dall'inquadratura facile tacciano. Ci sono, infatti, omicidi che - se realmente indagati - rivelerebbero troppo spudoratamente le geografie del potere. Pino Casamassima è invece un giornalista che non tace, e anche per questo ha scritto Il caso Claps. Una storia nascosta.
Casamassima ricostruisce l'incredibile vicenda di Elisa Claps, uccisa il 12 settembre di 17 anni fa e rimasta da allora nel sottotetto della chiesa della Ss.Trinità di Potenza. Una verità che molti sapevano, ma su cui evidentemente conveniva tacere fingendo che Elisa fosse semplicemente scomparsa o, come disse nei giorni dell'omicidio il questore di Potenza, che si fosse "allontanata volontariamente".
di Marilù Oliva
“Questa città che sanguina” di Alex Preston
(Elliot, 2010), pp. 384, 18,50 euro
“Questa città che sanguina” è uno di quegli esordi fulminanti che spiazzano le aspettative editoriali: vero e proprio caso letterario in Inghilterra, è stato tradotto in diversi paesi (in Italia è alla seconda edizione) e ha vinto numerosi premi letterari. L’autore, oggi poco più che trentenne, ha lavorato nel settore della finanza a Londra, dopo essersi laureato ad Oxford e aver ottenuto la CFA designation in economia.
Parto subito da un dato: questo è un romanzo notevole. Diversi elementi concorrono a sostenere la mia affermazione. Innanzitutto la storia. Interessante, attuale, corrosiva, dedicata a un’umanità in cui si rifrange una gioventù che sfiorisce sotto la spinta del cinismo economico, della corsa all’oro, trita dai meccanismi dell’alta finanza. Charles, il protagonista, ne è l’incarnazione: terminata l’Università di Edimburgo con grandi speranze approda a Londra per concretizzare i suoi sogni e viene inghiottito dal mondo della City. L’amore (Vero), l’amicizia (Henry) e gli altri valori sfumano alle sue spalle, nonostante Charles ne mantenga vivo il miraggio. E se la sopravvivenza negli ambienti finanziari è consentita solo sporcandosi le mani, il ragazzo potrà sostenere la sua discesa fino al sopraggiungere della crisi economica.
Giovanni Robertini, Il barbecue dei panda, Milano, Agenzia X, 2010, € 12.00, pp. 144
0.
Come in un magnifico videogioco
si moltiplicano le congiure.
Fuori c'è odore di crolli di borsa.
Nelle toilette delle donne le popstar uggiolano misericordia.
I ratti sono i primi ad abbandonare
la discoteca in fiamme.
Le autorità competenti assicurano
che la popolazione non corre alcun rischio.
H. M. Enzensberger, Tutto sotto controllo (estratti)
1.
C’è una festa, ed è una festa a cui andranno tutti. Intorno, come sempre, la routine della metropoli italiana: ronde di picchiatori che aggrediscono i malvestiti, incursioni punitive in casa di chi non esce la sera, nuove forme di socialismo basate sul culto del corpo, un piano per la gentrification coatta di un campo rom, esauriti ormai i quartierini a sei passi dal centro. Gli invitati, come sempre, sono scrittori, dj, giornalisti e modelle, ognuno col cartellino di riconoscimento, comprato o innato o impiantato chirurgicamente. L’aria è tesa, ma stemperata dal fatto che, tutti lo sanno, due rivoluzioni sono all’orizzonte: le nuove collezioni, autunno-inverno e primavera-estate. C’è una festa, ed è una festa a cui andranno tutti. Si festeggia, come sempre, la chiusura di una casa editrice.
Accecante e tremenda è la potenza del Delizioso
di Giuseppe Genna
[Prefazione al romanzo Sugli Sugli Bane Bane del Conte Nebbia, alias di Andrea Bruni, edito da Epika, 15 euro]
Dato che ci troviamo di fronte a un romanzo importante e, credo, non evitabile, va posta una domanda oggidì non tanto scabrosa: che cos’è un fantasma? La questione sembrerebbe molto distante da un pamphlet incipriato, da una pochade commistionata, da un organetto surrealista, da un nonsense apparentemente privo di continuità, da un’irrisione di plot quale è Sugli Sugli Bane Bane di Andrea Bruni, ovvero il Conte Nebbia. Al contrario, questo delizioso manualetto sull’occidente for dummies altro non è che la severa, scrosciante potenza che prelude al crollo definitivo dell’immaginario prodottosi qui, in questi ultimi cento anni, nell’universo spettacolarizzato, industrializzato, finanziarizzato e soprattutto a noi ora contemporaneo.
di Riccardo Falcetta
Antonella Lattanzi, Devozione, Einaudi Stile Libero, 2010, pp. 372, € 18,50.
Devozione è il racconto di una passione voluta, vissuta, fortemente perseguita, che diventa necessità e poi ossessione: il desiderio di vita quando muta in un incubo di morte – te la vedi accanto ogni minuto […] sta in ogni pensiero che fai. È la storia terribile e drammaticamente “vera” di due ragazzi e della loro devozione per la regina Indiscussa di tutte le droghe.
L’esordio letterario di Antonella Lattanzi è un’occasione considerevole per la letteratura italiana recente e lo è per diverse ragioni. Si tratta, prima di tutto, di un libro di assoluto interesse civile: in un momento in cui la tossicodipendenza da eroina non fa più notizia tra i grandi media e gli eroinomani sono divenuti scorie sociali condannate ai margini di un generale disinteresse, il romanzo riporta la questione all’attenzione dell’opinione pubblica con una forza di intenti che ha come unico paragone possibile, nella produzione recente, Gomorra, il celebre romanzo inchiesta di Roberto Saviano.
di Simone Sarasso
Dmitry Glukhovsky, METRO 2033, Multiplayer.it 2010, pp. 779, € 17,90
Prologo
15 maggio 2010, Salone del libro di Torino, h 15.00.
Dmitry Glukhovsky, l’autore di METRO 2033 – il caso letterario russo dell’anno, il ponte transmediale tra letteratura e videogame – è in visita in Italia e sta per essere intervistato da Jaime D’Alessandro. È un’occasione imperdibile (chissà quando ricapita nel Bel Paese…), me la sono segnata da tempo sull’agenda. La platea è importante, forse anche per la presenza di Francesco Pannofino (l’eroe di Boris, la voce di George Clooney), accorso per leggere alcuni brani del romanzo. I fan scalpitano, stringono tra le mani l’imponente mole del volume (quasi ottocento pagine in hardcover) e si pregustano il momento del firmacopie.
Tutto perfetto: la presentazione è sulla rampa di lancio. Non manca proprio nessuno.
A parte il sottoscritto.
E' tutto da stabilire il primato che viene a oggi attribuito a David Foster Wallace, nelle patrie lettere statunitensi. Non che DFW non sia un grandissimo scrittore - è comunque da passare attraverso il filtro del tempo ed è necessario osservare la disposizione dei residui magici di foglie aruspicine che rimarranno in fondo alla tazza vuota. Brillantezza, capacità di intravvedere legami tra oggetti e soggetti distantissimi, edificazione di gnoseologie narrative - chi potrebbe negare a Foster Wallace il ruolo di autentico narratore di avanguardia? La risposta c'è e non è un nessuno: è William T. Vollmann. Se messi accanto sul piano dell'intelligenza ciclopica, dell'acribia assoluta, della capacità di sguardo morale e amorale, di scultura del memorabile, Vollmann risulta assai meno prediletto di DFW eppure probabilmente destinato a compiere quanto all'autore dell'infinita beffa non è riuscito: dare a noi la nostra epica occidentale, mentre l'occidente si folgora nel suo tramonto. Europe Central (Strade Blu Mondadori, straordinaria traduzione di Gianni Pannofino, 25 euro per 1080 pagine) è questa epica apparentemente storica, fondamentalisticamente storica - è ciò che Le benevole di Littell non è riuscito a essere: il libro mondo del Novecento europeo, il testo universo, che vortica in ogni cantone dell'occidente, intravvedendo il gorgo del male ovunque e ovunque il riscatto del bene.
di Valerio Evangelisti
Raffaele K. Salinari, Stalin in Italia ovvero “Bepi del giasso”, ed. Ogni uomo è tutti gli uomini, Bologna, 2010, pp. 42, € 3,50
Un libretto veramente curioso, questo di Raffaele K. Salinari (medico, docente universitario, animatore della ONG Terre des Hommes, esponente della Federazione della Sinistra). Vi si narra di come, nel 1907, Stalin, di passaggio in Italia, cercasse lavoro come portiere all’hotel Roma e Pace di Ancona, che conserva ancora oggi il ricordo di quel postulante destinato a diventare sin troppo famoso. L’accordo non si fece, e il giovane Stalin proseguì il suo viaggio in direzione di Venezia. Qui forse trovò alloggio nel convento adiacente alla chiesa di San Lazzaro degli Armeni, sita su un’isoletta al largo della città.
di Emanuele Manco
Philip Pullman, Il buon Gesù e il cattivo Cristo, Ponte alle Grazie, 2010, pp. 161, € 14, 00.
Per raccontare una storia si possono scegliere molti modi. Tutto dipende da chi ne è il destinatario. La stessa storia e gli stessi concetti non possono sempre essere espressi al medesimo modo.
Se c'è un libro che viene ormai raccontato in modi diversi è il Vangelo. Sono rimasti solo Tex Willer e Kit Carson a dirsi “puro Vangelo”, per intendere che una cosa è certa senza ragionevoli dubbi.
Non è mio scopo addentrarmi nel ginepraio di possibili interpretazioni dei passi del Vangelo, ma posso provare timidamente a raccontarvi questo libro.
di Daniele Barbieri
Giovanni Di Iacovo, Tutti i poveri devono morire, Castelvecchi, 2010, pp. 156, € 12,60.
[Di norma, Carmilla pubblica solo testi originali. Fa eccezione per questa recensione, tratta dal blog di Daniele Barbieri, giornalista ed esperto di fantascienza. Il libro di Giovanni Di Iacovo, vecchio amico di Carmilla, andava segnalato. Dato, però, che alcuni redattori di questa testata hanno avuto una parte seppur minima nella pubblicazione (commento in quarta di copertina), si è preferito ricorrere, per correttezza, a fonti terze.] (V.E.)
Il prato è «curatissimo». Dunque il sangue che scorrerà, alla fine della gara iniqua, lo sporcherà. Non è un safari o una caccia alla volpe. La vittima è umana, Lila. Ma cosa c’entra «la sigla dei Teletubbies»? Perché gli assassini gettano sulla morta predestinata e sull’altro in sovrappiù «la pagina 5 di Viaggio al termine della notte di Céline e la pagina 5 di Chiedi alla polvere di John Fante»?
Lucio Iaccarino, Napoli bene. Salotti, clienti e intellettuali nella capitale del Mezzogiorno, Ediesse Edizioni - Carta Bianca, 2008.
“Gli anni italiani insegnano che i palazzi sono micidiali quanto i campi di battaglia, solo che qui dentro i rumori della guerra sono attutiti, assorbiti dal parlottio delle trattative e dalle menti acute e assassine di questi uomini. […] Nessuno può cogliere il quadro d’insieme, vedere contemporaneamente la figura e lo sfondo, l’obiettivo finale. Nessuno eccetto coloro che tengono i fili di quelle trame…”. Luther Blissett, Q.
Se Saviano ci ha accompagnato nel ventre delle periferie degradate e del sistema della camorra, Iaccarino ci racconta un’altra Napoli, quella istituzionale, quella del potere politico. Scrutando nelle maglie più nascoste della città, il libro – che si sviluppa in modo ibrido tra narrativa, finzione e dettagliato reportage sociale, una sorta di memoir di formazione intellettuale – illustra i motivi di complicità che legano la società civile all’illegalità, riflettendo sulle debolezze politiche e sulle possibili vie per risollevare le sorti della città.
di Alberto Prunetti
La banda del racconto, Vittoria! Malinconica e avventurosa vita di Pietro Rossi, garibaldino (Davide Ghaleb Editore, Vetralla, 10 euro)
Vittoria! è un curioso fumetto dedicato a un garibaldino dimenticato: Pietro Rossi (Viterbo 1820 – Castel Giorgio, Orvieto 1876), unico viterbese ufficialmente incluso fra i Mille dello sbarco di Marsala. Scrivo “curioso” perché il fumetto - frutto della dinamica collaborazione creativa di Antonello Ricci (testi) e Alfonso Prota (fumetti), sodali nella Banda del racconto - incrocia in maniera straniante una moderna tecnica di narrazione fumettistica con un testo che volutamente gioca con connotazioni antiquate e arcaiche. Il risultato è avvincente.
L'età del comunismo sovietico Europa 1900-1945
a cura di Pier Paolo Poggio (Jaca Book, 2010, 40 euro)
di Arturo "Potassa" Cravani
Il progetto è monumentale, anche perché ogni nome citato in questa “reference” del comunismo eretico ne attiva di rimbalzo altri e ogni libro in bibliografia ne richiama alla mente, al lettore appassionato, altri dieci. Ci sono nomi di militanti, movimenti, rivolte, ribellioni, insurgenze e rivoluzioni. E soprattutto un'alternativa al comunismo realizzato in Unione Sovietica.
In anni in cui va di moda pubblicare libri neri del comunismo e strillare ai quattro venti che lo spettro non si aggira più per l'Europa (Ma perché, il capitalismo ha vinto? Su quali macerie, su quali discariche, su quanta miseria e su quali vinti regna questa metastasi terminale, e a quanti dispensa i suoi dividendi?), ben venga un ponderoso progetto editoriale che riattiva il lievito dell'opposizione di sinistra e dei comunisti libertari. Quelli che non hanno mai brindato alla proclamata “fine del comunismo” perché non l'hanno visto realizzato in URSS. O che al limite nell'Unione Sovietica hanno visto solo la perversione di un'idea. Il capitalismo di stato, il comunismo autoritario, la burocrazia.
di Luca Bortolazzi
Simone Sarasso, Settanta, Marsilio, 2009, pp. 694, € 21,50
Come dice lo stesso autore nella postfazione del romanzo, citando Valerio Evangelisti: “sebbene questo romanzo non abbia pretese storiografiche, il contesto della vicenda è frutto di ricerche piuttosto accurate”. Il risultato è un quadro impressionista in cui da vicino non si vedono che macchie di colore che sembrano messe giù a casaccio, ma mano a mano che ci si allontana, quando lo sguardo abbraccia l’intero dipinto, mano a mano che la trama si dipana, si osserva uno splendido giardino fiorito, oppure la facciata della cattedrale di Rouen o quello che volete voi.
di Vittorio Sergi
“Oso citarvi colui che era ritenuto un grande dittatore, Benito Mussolini. Nei suoi diari ho letto recentemente questa frase: sostengono che ho potere, non è vero.
Forse ce l’hanno i gerarchi, ma non lo so. Io so solo che posso ordinare al cavallo vai a destra o vai a sinistra, e di questo posso essere contento.”
Silvio Berlusconi – "La Stampa", 28 maggio 2010.
“Non ho il benché minimo dubbio che Berlusconi voglia restaurare il fascismo in Italia. Non è un fascismo come quello degli anni trenta, fatto di gesti ridicoli come l’alzare il braccio teso. Ne ha altri, ugualmente ridicoli. Non sarà un fascismo in camicia nera, ma in cravatta di Armani.”
José Saramago – "El Pais", 14 ottobre 2009.
In Italia il fantasma e l'aura nefasta del fascismo periodicamente ritornano ad accompagnare i potenti nei momenti di scontro più duro con le forze progressiste e rivoluzionarie. Nella società italiana ma anche in altre società che hanno conosciuto il fascismo storico, l'imposizione del neoliberalismo è stata accompagnata da un ritorno sulla scena pubblica di gruppi e formazioni che si rifanno apertamente al repertorio politico e mitologico del fascismo e che in non poche occasioni si mantengono in un’area di continuità anche biografica con il fascismo storico e la sua declinazione terrorista e para-statale che l'Italia ha conosciuto spesso dal 1968 in poi.
di Valerio Evangelisti
Loriano Macchiavelli, Strage, Einaudi Stile Libero, 2010, pp. 590, € 21,00
Non si può prescindere, nel trattare del ponderoso romanzo Strage di Loriano Macchiavelli, dalla curiosa storia di questo libro. Pubblicato da Rizzoli nel 1990, fu ritirato dalle librerie dopo una sola settimana di visibilità. Uno degli imputati del processo d’appello per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 si era riconosciuto in uno dei personaggi. Il tribunale di Milano ordinò il sequestro di una copia, ma la casa editrice, temendo querele, preferì fare sparire l’intera tiratura.
A trent’anni di distanza, la riedizione da parte di Stile Libero è un’idea eccellente. Diciamo subito che la trama ideata da Macchiavelli, qui alle prese con i meccanismi del thriller più che con quelli del giallo, non coincide nei dettagli con le risultanze processuali. A grandi linee però sì, visto che sono in scena logge massoniche, corpi deviati dello Stato, estremisti di destra, cosche mafiose e servizi segreti internazionali. Dalle sinergie di queste entità mostruose nasce un piano efferato che, se non è quello vero (o presunto tale, alla luce delle attuali, ancora troppo lacunose conoscenze), è tuttavia plausibile.
di Paola Papetti
Jonathan Lethem, Chronic City, Il Saggiatore, 2010, pp. 487, € 17,00
“Esiste una guerra tra chi sostiene che c’è una guerra e chi sostiene che non c’è.”
Case è un attore. Da bambino ha lavorato a una sitcom di successo e da allora campa di diritti di immagine. C’è anche Perkus Tooth. E’ un personaggio particolare, in passato affissore di manifesti abusivi situazionisti, un paio di libri e molta critica rock. Ora vive di marijuana, imbevuto in ellissi di ragionamento che lo divorano psicologicamente e fisicamente. Richard Abnerg, invece, era uno squatter, partendo dalla lotta per il diritto alla casa è giunto fino ai palazzi dell’amministrazione: leva castagne dal fuoco per il sindaco e con la sua folta barba ricorda il suo passato, per quanto stridente con il presente. Oona Laslo è una ghost writer, camaleontica figura in nero bisognosa di tenerezza, ma si muove in modo spesso ambiguo.
di Emanuele Manco
Alan D. Altieri, Killzone. Autostrade per l'inferno, TEA, pp. 262, € 12,00
La nuova antologia di racconti di Sergio “Alan D.” Altieri ha per protagonista Russell Kane, lo Sniper già visto in tre romanzi dei cinque che lo scrittore milanese ha previsto per il personaggio.
Solo uno dei sei racconti è inedito, si tratta di “Dry Thunder”, primo della raccolta, nel quale viene mostrata una diversa versione dell'epilogo di "Victoria Cross", nel quale il personaggio sembrava morire nell'esplosione di un pozzo petrolifero nel golfo del Messico.
Ed è già da questo primo racconto che si evincono alcuni elementi che sono la costante narrativa e tematica della raccolta.
La costante narrativa è la capacità ormai non comune di scrivere un racconto che abbia una struttura solida, con un inizio, un centro e una fine. A prescindere dallo stile fatto di frasi brevissime, di terminologia cinematografica e di suggestioni più visive che letterarie, i racconti hanno una struttura senza falle. Felice di sapere che Altieri non rinnega di essere un mestierante dello scrivere, non c'è nulla di cui vergognarsi nell'essere tale.
di Marilù Oliva
Uno stesso scenario affrontato diversamente e letto, nei primi due libri qui recensiti, attraverso il portavoce eccellente di una certa Italia, Silvio Berlusconi, cui è dedicato uno spazio secondario ne “La battuta perfetta” di Carlo D’Amicis (minimum fax, 2010, p. 365, euro 15), e sostanziale nel “Berlusconario. Tutte le gaffe del presidente” di Giovanni Belfiori e Giorgio Santelli, (Melampo, 2010, pp. 240, euro 13). Nella terza opera, “Giovani, nazisti e disoccupati” di Michele Vaccari (Castelvecchi, 2010, p. 224, euro 14), l’Italia è narrata attraverso le proiezioni di falsi miti propinati e imboccati a una gioventù priva di punti di riferimento.
«Le dispiace, presidente, se accendo un’altra lampada?»
Mi allungo verso il comodino. Quando mi rigiro Silvio sembra aver perso un’altra volta conoscenza. L’osservo attentamente. E ciò che vedo – dal ventre dilatato ai quattro peli arruffati sulla testa, dalle caviglie gonfie alla bava che si rapprende agli angoli della bocca- è ontologicamente ciò che è, ma che nessuno al mondo, guardando Berlusconi, ha visto mai: un vecchio di settantatré anni.
Stremato, questo vecchio sembra dormire. E invece mi sta frugando nei pensieri.
«Ha pietà di me, vero, Spinato?»
di Marilù Oliva
“Mano Nera” (Baldini Castoldi Dalai editore, 2010, euro 13), prende il nome dall’organizzazione criminale Crna Ruka, lo stesso gruppo nazionalista serbo-bosniaco che, il 28 giugno del 1914, armando la mano di Gavrilo Princip per eliminare l’erede al trono d’asburgo arciduca Francesco Ferdinando, aveva acceso la scintilla della prima guerra mondiale. Un’organizzazione creduta morta e sepolta, ma che invece è ancora attivissima e persegue i suoi scopi politici agendo nell’ombra, sullo sfondo di una Sarajevo multietnica e irrisolta, magicamente sfaccettata, in balia di traffici illegali, un epicentro multirazziale dove l’integrazione sussiste solo attraverso la dis/integrazione e dove popoli diversi convivono non sempre pacificamente.
Inserita all’interno di “Vidocq”, la nuova collana di Baldini Castoldi Dalai, “Mano Nera” di Al Custerlina comincia a Sarajevo, col sangue: la strage provocata dal sequestro di Sanja Karahasan, figlia di un ministro bosgnacco, cui segue, a breve, il rapimento della cugina Nadira.
Sul supplemento letterario del "New York Times", il non eccezionale narratore Geoff Dyer (di cui intendo ricordare unicamente lo splendido Natura morta con custodia di sax, edito in Italia per i tipi Instar) esprime una considerazione che, da quanto si legge in Rete e su carta, sono in molti a ritenere corretta: e cioè che, dopo l’esplosione paraepica di Underworld, uno dei pesi massimi del romanzo americano fin de XX siècle, Don DeLillo è andato sgonfiandosi, depotenziandosi, deludendo, con libri minuscoli troppo autoreferenziati, densi di metalivelli evitabili, come Cosmopolis, che Dyer definisce “un alto-concettuale auto-karaoke”, mentre il precedente Body art era un calando già preoccupante. Come si faceva a scuola, nei temi, dopo avere comperato il quinterno a righe, tenterò di smentire il giudizio critico di Geoff Dyer: utilizzando cioè la premessa del “Secondo me”. E’ dalla quinta elementare che non facevo così, ma a ciò devo ridurmi per definire, in via del tutto personale,
Punto omega (Einaudi, allo spropositato prezzo di 18.50 euro per 118 pagine...), il più recente romanzo firmato Don DeLillo.
di Simone Ghelli

Tra i momenti più belli dell'andare al cinema vi è senz'altro quello in cui, all'uscita dalla sala, ci si ritrova di colpo in mezzo a quelli che hanno condiviso con noi l'esperienza di una visione dalla durata ben definita. È un momento che dura pochi secondi, simile a quella frazione di tempo che divide la fine del sonno dal risveglio vero e proprio – sarà anche per questo che molti teorici del secolo scorso si sono prodigati in affascinanti paragoni tra il sogno e l'arte cinematografica. Il bello del cinema, però, è che ci dà l'impressione di non risvegliarci mai da soli, perché è quasi sempre anche un'esperienza mondana, un evento al quale non si può mancare, soprattutto se poi il tema affrontato è proprio la mondanità di un certo ambiente (in questo caso del mondo letterario).
E infatti, guardandomi intorno all'uscita dall'Azzurro Scipioni (ma anche al momento di entrare in sala), mi sono chiesto a quale comunità stessi appartenendo in quel momento. E me lo chiedo anche adesso, mentre rifletto sul destinatario di Senza scrittori, il documentario sul mondo dell'editoria letteraria firmato da Andrea Cortellessa e Luca Archibugi.
E mi chiedo: a chi volevano rivolgersi gli autori?
di Nando Mainardi
Giacomo Pacini, Il cuore occulto del potere. Storia dell'ufficio affari riservati del Viminale (1919-1984), ed. Nutrimenti, 2010, pp. 256, € 14,00
Ricostruire la storia dei nostri servizi segreti serve indubbiamente a capire la storia recente del nostro Paese e la qualità della nostra democrazia. Giacomo Pacini, con Il cuore occulto del potere. Storia dell’Ufficio Affari riservati del Viminale, dà un contributo in questa direzione: non svela segreti inediti e sconvolgenti, ma prova a mettere insieme i diversi tasselli con un utilizzo rigoroso dei documenti, delle sentenze e delle testimonianze. Ne emerge un quadro a tratti compiuto e definito, a tratti sfocato e sfuggente.
di Tommaso de Lorenzis
Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Acqua in bocca, Minimum Fax, 2010, pp. 108, € 10,00
A vederli insieme, nelle pagine dello stesso romanzo, verrebbe da pensare a una versione poliziesca degli incontri ravvicinati del terzo tipo o – magari – a un aggiornamento de les liaisons dangereuses. Stiamo parlando di Salvo Montalbano, il celebre commissario di Vigàta nato dalla penna di Andrea Camilleri, e di Grazia Negro, ispettrice d’origini salentine in forza alla Questura di Bologna e protagonista d’una fortunata trilogia firmata da Carlo Lucarelli. C’è sempre qualcosa di “alieno” nel rendez-vous dei personaggi della letteratura popolare, qualcosa che evoca un periglioso transitare dagli universi cartacei di “competenza” verso mondi inesplorati.
di Marco Meneghelli
Iacopo Barison, 28 grammi dopo, Voras edizioni, 2010, pp. 144, € 13,00
Il cosiddetto genere noir ha i suoi stilemi e le sue regole già molto codificate, dalla possibilità che muoia il protagonista al senso di fallimento, di lutto e di perdita che pervade molti romanzi di questo genere al pessimismo metafisico fino alla presenza di un qualche investigatore privato o pubblico in stile Marlowe. Ma si può allo stesso modo pensare al noir in senso più lato e generale e trovare tratti neri in autori non specificamente classificati all’interno di questo filone. Per fare solo un esempio, un autore come David Foster Wallace, che ha nello humour una delle sue più evidenti caratteristiche di stile, abbastanza spesso, penso in particolare a Infinite Jest, tende al nero, il suo è uno humour fondamentalmente nero. E allora perché non considerare i romanzi di Wallace come caratterizzati anche da aspetti del genere noir, di essere in qualche modo e latu sensu noir? In questa prospettiva di allargamento del concetto di genere potrebbero ben rientrare allora molti altri autori che esplicitamente al genere non appartengono.
(Smells Like Skunky Spirit)*
della Redazione di Carmilla
«Qui a Berlusconia, tra fandonie e miti, tra spettri ed epifanie del Maligno, tra risentimenti e narcisismi è in corso da un pezzo una vera e propria guerra all'intelligenza, dove ogni ragionamento di un qualche spessore è tacciato di sabotaggio o di spregio dell'umore popolare». Così Marco Bascetta, difendendo la pubblicazione per manifestolibri del libretto Eroi di carta [158 pp., € 18.00, d’ora in poi EdC], stigmatizzava gli attacchi all’autore, il professor Alessandro Dal Lago («La libertà negata di criticare Saviano», manifesto, 30 maggio 2010).
Lasciamo perdere il termine "Berlusconia", usato in difesa di un libro che individua (non a torto) nella «personalizzazione e simbolizzazione» della politica sotto forma di un continuo referendum pro o contro Berlusconi «il segnale della vittoria strategica del berlusconismo» [EdC p. 148], e cerchiamo di capire dove stiano i risentiti e i narcisi, a quale intelligenza si dichiari guerra, e soprattutto come siano questi ragionamenti «di un qualche spessore».
di Valerio Evangelisti
AA.VV., Seven, 21 storie di peccato e paura, a cura di Gian Franco Orsi, Piemme, 2010, pp. 410, € 19,00.
Esiste una solida narrativa italiana “di genere” che, senza essere in alcun modo egemonica nel mercato librario, come alcuni hanno preteso con allarme, si è conquistata una buona quota di lettori. Ha i propri festival, i propri luoghi d’incontro, le proprie riviste. Talora conosce trasposizioni cinematografiche e televisive. Per lo più, salvo importanti eccezioni (Camilleri, Carofiglio, in parte Lucarelli), conduce una vita del tutto separata da quella della letteratura generale. Quest’ultima guarda al “genere” con disprezzo e lo accusa in toto di essere paccottiglia. Peggio, di rappresentare un fenomeno pericoloso, perché toglierebbe spazio nelle librerie all’editoria di qualità, dalle piccole tirature, dalla scrittura raffinata e dai contenuti “alti”. La narrativa di genere, definita in toto di consumo, parteciperebbe quindi attivamente all’attuale trasformazione delle librerie in supermercati, destinati a ospitare prodotti di rapida e facile fruibilità, condannati a un veloce oblio.
di Saverio Fattori
Robert R. McCammon, Mary Terror, Gargoyle Books, 2010, pp. 410. € 16,00
Romanzi come questo potrebbero fare da libri di testo per tanti noiristi italiani che disseminano morti inutili a scansioni regolari in un mare morto di episodi risibili e di flussi di coscienza da dopo cena. La giustificazione è sempre quella della “banalità del male”, i flussi di coscienza sono più cadaverici dei morti ammazzati stessi. Romanzi di ombelicalismo minimale che escono con cadaveri in allegato a parziale risarcimento. In alternativa il serial killer di turno compie acrobazie sempre più astruse per smarcarsi dall'altro serial killer ammonticchiato di fianco nello scaffale della libreria. Si dice che “tira” solo il noir. Si dovrebbe ammettere che non tutti hanno il talento di aggiungere qualcosa a un genere così inflazionato.
di Danilo Arona
AA.VV., Ambigue utopie. 19 racconti di fantascienza, a cura di Gian Filippo Pizzo e Walter Catalano, Bietti, 2010, pp. 400, € 22,00
Qualche tempo fa ho inaugurato su un blog alessandrino una mia rubrica personale fatta di strali, elzeviri e altre sciocchezze. L'ho intitolata “Il superstite”...
La inizio così, questa recensione-segnalazione di Ambigue utopie, una bella – di più – antologia italiana di “fantaresistenza” (per dirla coi curatori), che viaggia sull'indimenticato asse politica e fantascienza. Edita impeccabilmente da Bietti e amorevolmente curata da Gian Filippo Pizzo e Walter Catalano, ospita quasi tutti gli italici irriducibili che ci devono essere: Asciuti, Nico Gallo, Catani, Curtoni, Evangelisti, Ricciardiello, Prosperi, Sturm, Verrengia... Più altri che citerò oltre per non far torti a nessuno, ma che a spanna, arrivano una generazione dopo questi “storici”. Il che, ça va sans dire, riveste un notevole significato. Qualcuno manca. E' inevitabile. Chi poteva e non ha voluto. Chi voleva e non ha potuto. Qualcuno morto, qualcuno morto dentro. Già, più che un'antologia – da come la sto impostando - sembra una celebrazione (funebre). Ma no, tranquilli...
di Tommaso De Lorenzis
Stefania Nardini, Jean Claude Izzo. Storia di un marsigliese, Perdisapop, 2010, pp. 160 , € 14
Jean-Claude Izzo è morto il 26 gennaio del 2000, «abbattuto da due stecche di sigarette in pieno petto» come scriverà René Frégni nella dedica di Nero Marsiglia. A dieci anni dalla scomparsa dello scrittore, un libro della giornalista Stefania Nardini torna sui significati della letteratura nera e sulla figura d’uno dei suoi maggiori interpreti. Il volume s’intitola Jean Claude Izzo. Storia di un marsigliese e ha la forma d’una biografia. In realtà, come accade nelle migliori narrazioni di vita, la scrittura scivola tra le pieghe dei documenti per sollevare questioni cruciali.
di Riccardo Falcetta
Ettore Maggi, Il gioco dell'inferno, BESA, 2009, pp. 220, € 15,00
Ettore, il protagonista del racconto di apertura, è uno studente ed è uno skinhead, di sinistra. Dalle pagine di Hemingway e Orwell conosce le vicende della Guerra di Spagna e di quell’epopea intona i canti di lotta, mentre vive la strada e le leggi che la skin culture impone: il branco, i concerti, le armi bianche, gli scontri con le fazioni nere. In uno di questi scontri rimane vittima, durante un epilogo in cui i versi del Quinto Regimiento tornano a beffarda metafora del sacrificio.
di Marilù Oliva
Victor Gischler, Anche i poeti uccidono, ed. Meridiano Zero, 2010, pp. 286, € 15,00
Dopo l’esordio hard boiled con “La gabbia delle scimmie”, Victor Gischler è uscito, sempre per Meridiano Zero, col romanzo “Anche i poeti uccidono”. Partirei dal titolo e dalle riflessioni indotte che si sviluppano, senza esagerazioni e con frecce a tratti avvelenate, lungo una narrazione dagli incastri interessanti, condita con ironia, azione, elementi pulp e altri ingredienti che rendono irrinunciabile una lettura ostinata. I poeti uccidono e non solo.
I poeti si ubriacano, disquisiscono a vuoto, si riscattano in immagini lapidarie di sublime significato. I poeti si dividono in variegate sottocategorie: poeti veri e fasulli, poeti spompati dalla vita, privi di ispirazione, poeti pretenziosi, invidiosi, imbroglioni, boccioli di poeti pronti a fiorire, poeti già appassiti e, in ultimo, rarissimi, grandi talenti.
Era già accaduto anni fa - per la precisione nel 1997, con il suo straordinario Lezioni di tenebra (Mondadori). Introducendo una prima persona giudicante e verisimile, testimoniale e muta a seconda dei momenti, una figlia che accompagna nel buco nero di Auschwitz la propria madre, deportata lì e da lì sopravvissuta - così Helena Janeczek si era non semplicemente imposta all'attenzione della critica (questo treno di parole che non va più ad alta velocità né a lenta). Aveva penetrato la narrativa contemporanea e, con altri autori in generi diversi, aveva permesso di riacquistare il diritto a un racconto verisimile che, in quanto tale, fosse pienamente tragico. Aveva, Janeczek, aperto strade percorribili a molti suoi colleghi. Quasi tutta la querelle su reportage e fiction, di fatto, nasce dall'affondo profondissimo di questa narratrice che ospita la nostra lingua o da soggetto o da oggetto. 13 anni dopo, Janeczek compie nuovamente l'affondo. In tempi di discussione su romanzo corale ed epico, l'autrice crea, con Le rondini di Montecassino (Guanda, 18 euro), un tessuto intricato di spostamenti nello spazio e nel tempo, una superfetazione dell'eroismo e della coralità.
ovvero: Il paradiso è popolato di stronzi?
di Girolamo De Michele
Serge Quadruppani, Le furiose, feuilletton illustrato da Jean-Christophe Lie, traduzione di Maruzza Loria, Derive e Approdi, Roma 2010, pp. 132, € 13
La pubblicazione in volume dell’edizione italiana [qui il primo capitolo] del feuilletton di Serge Quadruppani Les furieuses – volume che in Francia non ha trovato editore – offre qualche spunto per tornare a parlare del noir, adesso che il noir sembra essere diventato un genere sul quale tutti hanno detto tutto, e di qualche argomento correlato.
Feuilletton, e nel senso classico del termine: Les furieuses è stato pubblicato a puntate settimanali dal settimanale satirico Siné Hebdo, che proprio oggi (28 aprile 2010) saluta i propri lettori e chiude. Siné Hebdo, giornale del mercoledì, fu fondato dal disegnatore e polemista Siné, alias Maurice Sinet, dopo la sua cacciata, da Charlie Hebdo in seguito al cosiddetto Affaire Siné: una piccola ma significativa caccia alle streghe che merita di essere conosciuta.
di Daniela Bandini
Maria Silvia Avanzato, Ratafià per l'assassino, Edizioni Forme Libere, Trento, 2010, pp.103, €12,50.
Maria Silvia Avanzato, con questo libro, è stata tra le vincitrici del premio letterario “Passi nel buio” di Verona 2009. Un premio meritatissimo per uno sforzo pluriennale in ambito letterario. Sforzo non è però il termine più adatto per descrivere il lavoro di Maria Silvia Avanzato: l'unico sforzo davvero insostenibile per lei sarebbe quello di non poter elaborare in maniera scritta e creativa quella trama continua che ogni stimolo sensoriale le offre. Un incontro, una conversazione sul treno, un atteggiamento, una frustrazione, una gratificazione, prendono il volo e vanno da sé, scorporandosi dall'accaduto, avvolgendo parole e situazioni quotidiane in fantastiche opportunità, non sempre gradevoli e auspicabili. Neanche agli amanti dell'horror e del mistero più truculento e sanguinario...
di Valerio Evangelisti
Cesare Bermani, Filopanti. Anarchico, ferroviere, comunista, partigiano, Odadrek, 2010, pp. 130, € 14,00.
Uno dei più importanti storici del nostro paese, Cesare Bermani, non ha mai ricevuto riconoscimenti accademici di rilievo (almeno credo), e forse è meglio così. Tra i fondatori dell’Istituto Ernesto De Martino, tra gli animatori di quella straordinaria fucina di talenti che fu la rivista Primo Maggio, a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, Bermani è stato il più illustre e coerente portavoce della “storia orale” (nata su suggestioni di Gianni Bosio, senza adeguarsi alla versione “istituzionale” della stessa disciplina), di cui ha anche descritto metodologia e presupposti scientifici (Introduzione alla storia orale, 2 voll., Odadrek, 1999-2001).
Grazie a Bermani, e quasi solo a lui, oggi conosciamo in dettaglio pagine oscure o trascurate della storia del movimento operaio italiano: dalla Volante Rossa (La volante rossa, Colibrì, 2009) alla “battaglia di Novara” del 1922 (La battaglia di Novara, Derive Approdi, 2010). Altrettante bibbie per ogni antifascista.
di Vittorio Curtoni
Sigmund Freud, Il disagio nella civiltà, a cura di S. Mistura, Einaudi, 2010, pp. LVI+93, € 14,00.
Quando Freud pubblica questo saggio, in due parti tra il 1929 e il 1930 e nella sistemazione definitiva nel 1931, chiaramente avverte i tremori tutt'altro che sotterranei di un'epoca che dopo i disastri della prima guerra mondiale sta correndo verso la seconda: il mondo occidentale è nella morsa della Grande Depressione economica; in Germania, la repubblica di Weimar, ormai giunta al capolinea, soffocata da un'inflazione incontrollabile, è destinata a soccombere al nazismo. Non per la prima volta, ma senza dubbio con un'urgenza maggiore che in passato, Freud sente il bisogno di applicare gli strumenti della sua dottrina non più al singolo individuo ma all'intero contesto sociale. Alla civiltà. Per meglio dire, all'individuo inserito nel contesto sociale e al disagio che da questo inserimento deriva.
di Marilù Oliva
AA.VV., Donne a perdere. Tre romanzi Sabot, a cura di M. Carlotto, E/O, 2010, pp. 435, € 18,00.
Donne a perdere, appena uscito per edizioni e/o, è un’esperienza editoriale di estremo interesse sotto diversi aspetti. Innanzitutto è un volume costituito da tre romanzi sabot redatti da quattro autori (Soluzioni finanziarie di Michele Ledda, Sette giorni di maestrale di Ciro Auriemma e Renato Troffa, Un amore sporco di Piergiorgio Pulixi), in secondo luogo è siglato da Massimo Carlotto il quale, già nella prefazione, propone alcuni spunti di riflessione sul metamorfismo del noir e sulla sua natura incline alla dissidenza: «Da qualche tempo il noir sta dando vita a esperienze che accentuano differenze e punti di vista spesso non conciliabili con la concezione classica del genere. Credo si possa affermare che ormai sia sfuggito a ogni possibilità di catalogazione e che la sua velocità di trasformazione sia tale da aver messo a soqquadro le certezze di molti critici, scrittori ed editori. D’altronde il noir è sovversione per eccellenza.»
di Marco Meneghelli
Lorenzo Calza, La commedia è finita, Robin Edizioni, Roma, 2009, pp. 323, ill., € 12,00.
La commedia è finita, opera prima di Lorenzo Calza, è romanzo che restituisce in modo semplice e altamente leggibile la costruzione di una trama complessa, fatta di fili che si intrecciano e di nodi che solo alla fine (della commedia) vengono al pettine. Il genere di riferimento è certamente il noir, di autori come McBain e il "nostro" Scerbanenco, ma il romanzo non rimane ancorato solo alla narrativa di genere, avendo una portata più "universale" che travalica i limiti imposti dal genere. Altri riferimenti, altri sottotesti, sono certamente un rinvio ai conflitti familiari tipici delle tragedie shakespeariane, e un respiro narrativo che ricorda uno scrittore come Raymond Carver.
di Valerio Evangelisti
David Ely, L’anno dell’inondazione, trad. di Francesco Francis, ed. Cargo, Napoli, 2010, pp. 274, € 18,50.
Uno dei più straordinari romanzi di fantascienza che io abbia mai letto è uscito in originale nel 1992, ma, ristampato di recente nel mondo anglosassone, giunge in Italia solo ora. Difficile procurarsi notizie dettagliate sull’autore, David Ely (David Eli Lilienthal jr.), nato a Chicago, oggi ultraottantenne. Giornalista, militante per i diritti civili, autore di qualche romanzo e di numerosi racconti. Dal suo Seconds fu tratto nel 1966 il notissimo film Operazione diabolica di John Frankenheimer. Se il tempo gli renderà giustizia, sarà ricordato soprattutto per L’anno dell’inondazione.
Siamo in un futuro imprecisato, né troppo vicino né troppo lontano. Gli Stati Uniti hanno ampliato di un terzo il loro territorio con la costruzione della Barriera, una diga titanica che si estende dal Canada alla Florida e tiene a bada l’Atlantico. La superficie strappata all’oceano ospita città e coltivazioni.
di Paola Papetti
Giacomo Carretto, Luigi De Pascalis, Come l'oro di Rimbaud. Un romanzo mediterraneo di Bedrì Bekir, ed. Irradiazioni, 2005, pp. 336, € 16,00.
Un antico baule sputa una storia interessante e la casa editrice Irradiazioni decide di editare il lavoro che i curatori Giacomo E. Carretto e Luigi De Pascalis fanno su questi foglietti, organizzando un volume di ben quattrocento pagine davvero avvincenti.
Siamo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, il colonialismo sfaccetta i profili delle nazioni, l’Oriente della Sublime Porta e l’occidente europeo che fa mattanze nell’Africa, una tavolozza di etnie e di esigenze. Tante vittime nere.
Umar, il protagonista, non è una vittima. Umar è un guerriero nato al Cairo. Suo padre sparisce spesso da casa, viaggia molto e non dice dove va.
Riemerge prepotente dal passato, precisamente dal 1973:
L’ultima estate in città di Gianfranco Calligarich (Aragno, € 16), se esistesse una società letteraria, sarebbe il caso dell’anno. E’ grazie alle cure dell’editore Aragno che questo straordinario esordio, lanciato ai tempi da Natalia Ginzburg, riappare per la gioia di chi, da un romanzo, si aspetta un’esperienza rivelatrice. In quest’epoca 2.0, perdutasi in una fitta nuvola di byte, il racconto di una bohème molto particolare, a fine Sessanta in una Roma irripetibile, sembra quasi preistorico (quanto lo è Proust, almeno per i giovani amanti delle tecnologie wii) – invece ci si trova di fronte a quell’oggetto strano e perturbante che è l’autentico romanzo.
di Valerio Cuccaroni
Geraldina Colotti, La guardia è stanca, Ed. Cattedrale, Ancona, 2010, pp. 109, € 13,50
A cinque anni di distanza dal suo ultimo libro, Certificato di esistenza in vita, raccolta di racconti pubblicata da Bompiani, con La guardia è stanca Geraldina Colotti torna a interrogare, in versi stavolta («versi ciechi / di rabbia che consuma»), le coscienze dei lettori, sempre più incupite da «questo grigio tempo bastardo / che teme la vita».
Giornalista de «il manifesto», responsabile dell'edizione italiana del mensile «Le Monde diplomatique», reduce da 27 anni di carcere per la sua militanza nelle Brigate Rosse, Colotti è una di quelle scrittrici italiane di cui è impossibile trascurare la biografia, sebbene questa non oscuri mai l'opera, grazie a quel raro dono della leggerezza che permette all'autrice di evitare accuratamente le paludi dell'autobiografismo.
Rosa Matteucci, Tutta mio padre, Bompiani, Milano, 2010, pp. 286, euro 17,50.
Rosa Matteucci si impone con il suo ultimo romanzo come una scrittrice matura, in un libro ambizioso in cui si dispiegano le sue genuine qualità letterarie. Un’ampia narrazione familiare che racconta un mondo, una città (Orvieto), e una famiglia che è di quelle che segnano per sempre il carattere e il destino di una persona.
Quanto a stile la Matteucci ha optato per un racconto di genere bizzarro e picaresco. E una lingua barocca e scoppiettante, quasi una performance rutilante di invenzioni e di exploit a getto continuo connota tutta la narrazione - e infatti qualcuno ha parlato di gaddismo.
di Tommaso De Lorenzis (da L'Unità del 21 febbraio 2010)
Walter Tevis, Il colore dei soldi, Minimum Fax, 2010, pp. 332, € 13,00.
Un tempo Eddie Felson era il miglior giocatore di biliardo a buche d’America. Lo chiamavano Fast Eddie, lo Svelto. Non era stato semplice arrivare lassù, sulla “cima della piramide”. A Chicago aveva rimediato una sonora lezione dal mitico Minnesota Fats, il professionista obeso dallo stile impeccabile. In un localaccio aveva ripulito i gonzi sbagliati e l’eccesso di spocchia gli era costato entrambi i pollici.
Poi aveva saputo rialzarsi. S’era guardato il fondo dell’anima ed era tornato da Fats: questa volta per vincere. Giocavano forte. Anche per quaranta ore di fila. Cinquecento, mille, cinquemila bigliettoni a partita in un rilancio al massacro.
di Nicole Mistroni
Gianni Biondillo, Nel nome del padre, Guanda, Milano 2009, pp. 193, € 14,50
«Fuori è Natale e noi lo sappiamo dalla confusione, dalle luminarie. Fuori però. Qui, in questa casa desolata, c’è solo un uomo umiliato».
È la Vigilia di Natale, e mentre tutti celebrano la festività più attesa dell’anno tra regali e riunioni di famiglia, Luca è solo, abbandonato sulla sua poltrona, in mano solo una bottiglia di liquore. C’è silenzio nel salotto, c’è desolazione e la percepiamo dal modo in cui Luca guarda nel vuoto, si alza, barcolla verso la credenza alla ricerca di una nuova bottiglia da svuotare.
Ma Luca non è sempre stato così, e Gianni Biondillo, l’autore di questo libro tanto drammatico quanto coinvolgente, ci cala nella sua storia, tornando indietro nel tempo a quando la famiglia di Luca era ancora unita.
di Alessandro Castellari
Marta Casalini, Nina Nihil giù per terra, Voras edizioni, 2009, pp. 144, € 12,50.
Due buone notizie: la prima è che una giovane esordiente bolognese non si cimenta con il noir; la seconda è che questo romanzo di Marta Casarini, Nina Nihil giù per terrra (Voras Edizioni), si muove con la grazia leggera e sicura di una scrittrice che ha letto buoni libri e ascoltato buona musica.
Nina, la protagonista narratrice, è “una tatona giovane e ben messa”, ovvero una studentessa fuori corso con 25 chili di troppo, che affida il suo discorso “logorroico” su di sé e sul mondo a Mela, una bambina di dieci anni di cui fa la babysitter una volta alla settimana e con cui gioca alla “plei”. La ciccia esteriore piena di smagliature e il caos interiore denso di ombre, ma anche generatore di vitalità, rendono questo personaggio irresistibile.
Ovvero: dell’auto-nichilismo nell’era del web secondo Raul Montanari 
di Alan D. Altieri
a proposito di: Raul Montanari, Strane Cose, Domani, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2009, pp. 279, € 17.50
Danio Ascari - protagonista assoluto di Strane Cose, Domani, l’ultimo, fenomenale romanzo di Raul Montanari - si trascina addosso cotanto ingombrante nome come una sorta di masso di Sisifo. Quarantenne ottimamente portante e psicoterapeuta magnificamente arrivato, il caro Danio è infatti riuscito a scamparla ad abbastanza fetenzie della condizione (in)umana da schiantare perfino l’eroe oscuro de Il Male Oscuro di Giuseppe Berto.
di Gioacchino Toni
Matteo Guarnaccia, Ribelli con stile. Un secolo di mode radicali, ShaKe edizioni, Milano, 2009, € 18,00.
Bohémien, Apache, Wandervogel, Squadristi, Rebeti, Sorelle della strada, Flapper, Wilde Cliquen, Edelweiss Piraten, Zootie, Viper, Swingjugend, Zazou, Biker, Rockabilly, Esistenzialisti, Gang di New York, Gutai, Teddy Boy, Beat, Beatnik, Gammler, Provo, Mod, Raggare, Stilyagi, Rocker, Surfer, Hot rodder, Skater, Hippie, Punk, Glam, Skinhead, Paninari, Rasta, Hip Hop, Raver, Clubber, Traveller, Bike Messenger... una marea di stili ribelli sospesi tra pretesa di cambiare il mondo e voglia di rinnovare semplicemente il guardaroba, tra la ricerca di una via di fuga dall’omologazione e il fornire idee di rinnovamento al mercato della moda. Se in passato gli stili delle cosiddette subculture giovanili sono stati osteggiati e ogni simbolo di devianza rispetto all’ordine codificato non mancava di essere condannato, oggi assistiamo a un nuovo meccanismo che così Guarnaccia, nel suo vero e proprio manuale degli “stili radicali” che hanno attraversato il Novecento, ha magistralmente descritto: «Oggi il consumo individuale di look, grazie all’indefesso lavorio delle subculture, è stato liberalizzato - o meglio, la dose personale consentita è stata innalzata a livelli mai raggiunti in passato. Il motivo di questa magnanima tolleranza è semplice: il mercato è diventato sempre più dipendente dalla devianza, che si rivelata un’efficientissima palestra di innovazione. Centro (mercato) e frontiera (devianza) collaborano sempre più strettamente alla solidità del sistema, si completano reciprocamente (...) La devianza – dopo strepiti e conflitti – più o meno rassegnata, viene ricondotta nell’alveo rassicurante del consumo.» (pp. 11-12)
di Chiara Cretella
Giovanna Campani, Veline nyokke e cilici. Femministe pentite senza sex e senza city, Odoya, Bologna, 2009, pp. 210, € 14,00.
A partire dagli anni Ottanta in America si assiste al fenomeno del backlash (letteralmente colpo di frusta, balzo indietro), un periodo che azzera tutte le conquiste delle donne impoverendo l’esperienza di emancipazione nei fenomeni del postfemminismo di massa, incarnati dagli stereotipi di Sex and the city, Bridget Jones’s diary o Desperate Housewives.
A partire da una ipotetica e totalmente presunta parità raggiunta, queste donne sono libere sì, ma libere di esplicare la propria indipendenza economica e sorellanza solo nella ritualità mercificatoria dello shopping compulsivo, del gossip e in una effimera libertà sessuale, solo apparentemente trasgressiva. Tutte queste pratiche sono in realtà inserite nell’ideologia del “consumo” volto a consolare il femminile della propria limitatezza nella performance sociale, performance ancora tenacemente in mano al potere maschile.
di Alberto Prunetti
Bimbi, sbarazzatevi delle palle di Natale orpena regalatevi dal prete (soprattutto quelle coi peli sotto, meglio lascià perde'....) e andate subito alla ricerca di questo splendido volume che non mancherà di contribuire alla vostra edificazione spirituale. Rallegratevi, e non angustiatevi per quello che vi aspetta. Ivi troverete nuovi dettagli sul passato del vostro esorcista preferito, che la vox populi esige santo subito, prima ancora di Coso XII.
Carmilla si è già occupata di Don Zauker, il personaggio di Emiliano Pagani e Daniele Caluri (qui e qui). Ma riassumiamo per chi ancora brancola nell'errore e nell'ignoranza la storia di questo arcigno testimone dello spirito.
di Simone Sarasso
Paolo Roversi, L’uomo della pianura, Milano, Mursia, 2009, pp. 296, € 17
C’era una volta San Vittore. Correva l’Anno del Signore 1975 e se ti capitava di finire dietro le sbarre – magari per colpa di un maledetto errore – potevi star certo che la tua vita non sarebbe stata più la stessa. In quelle celle bastarde, tra quei passeggi lerci di sudore e brutti pensieri, osceni di rabbia e cause perse, si finiva male. In buiosa i ragazzini diventavano uomini. Uomini che le loro stesse madri stentavano a riconoscere.
Succedeva: a metà dei Settanta, a San Vittore.
Nel mondo vero.
Succede ancora: nel 2009, sulla carta. Succede al protagonista dell’ultimo riuscitissimo (nerissimo) giallo di Paolo Roversi.
di Daniela Bandini
Pino Bruni, Dissolvenza uomo, Edizioni Noubs (Chieti), 2009, pp. 220, € 13,00.
Dissolvenza uomo è un libro tra i più deliziosi che ho letto recentemente. E questo per svariati motivi, alcuni palesi, altri più tradizionali, altri ancora caratteriali. Dissolvenza uomo è il titolo di un romanzo che, a grandi linee, tratta della futura società umana dominata da robot. Tutto qui, direte? Sì, tutto qui, tranne... Tranne che si parla di robot. Tranne che sono robot attratti dal cinema, lo si evince dal titolo, e dalla cultura per amore della stessa cultura. Robot con personalità miti e dialoganti, consapevoli delle proprie contraddizioni di classe, robot gerarchizzati ma capaci di superarsi e di apprendere, di imporsi alle ingiustizie e di discernere. Tutto il meglio del genere umano, e della sua lunghissima storia, politica e sociale, giunto alla fine di ogni esperienza trasmissibile. Infatti a ben vedere sono robot progettati, programmati da un genere umano che si è estinto per consunzione, per sfinimento, incapace com'era di trasmettere conoscenze ed entusiasmi a nuovi esseri nati senza una volontà. Di cambiamento, di dubbio, di superamento.
di Gioacchino Toni
Giovanni Iozzoli, I terremotati, Manifestolibri, 2009, pp. 158, € 14,00.
Il ventinovesimo anniversario, da poco trascorso, del terremoto irpino del 1980 è passato inosservato, come spesso capita in un paese in cui l’agenda politico-culturale è dominata da un frenetico presente fatto di guerre di palazzo e scaldaletti tristi. Eppure quel terremoto, nella sua devastante estensione, produsse molti grandi eventi le cui conseguenze si proiettano fino ai giorni nostri, nella drammatica attualità di un paese che vive una perenne emergenza in termini di sicurezza sismica e assetti idrogeologici. L’autore, con una scrittura amara, senza mai farsi pedante, lascia parlare le piccole storie di piccoli uomini, alle prese con le devastazioni materiali e morali del cratere. Comunità lacerate o distrutte, rapporti sociali saltati, figure patetiche alle prese con la malamodernizzazione forzata del nostro Mezzogiorno, indotta dalla forza del sisma ma soprattutto dal flusso di spesa pubblica che investì quei territori, ridisegnandone, in peggio, gerarchie e vocazioni.
di Girolamo De Michele
Antonella Beccaria e Simona Mammano, Attentato imminente, prefazione di Daniele Bianchessi, postfazione di Antonio Juliano, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2009, pp. 214, € 14.00
Il caso di Pasquale Juliano, commissario di polizia a Padova nel 1969, è oggi poco conosciuto: capita, a citarlo, di scoprire che il tuo interlocutore confonda Juliano (Pasquale) con Giuliano (Boris). Eppure Juliano, come il suo quasi omonimo collega assassinato da Leoluca Bagarella, è stato un poliziotto degno dei Jules Maigret e dei Nestor Burma: quasi da solo, aveva scoperto l’esistenza di un nucleo organizzato di neo-fascisti che preparava ed eseguiva attentati.
Aveva, in pratica, scoperto i preparativi della strage di piazza Fontana.
di Tommaso De Lorenzis (da L'unità, 6 dicembre 2009)
Serge Quadruppani, Rue de la Cloche, Marsilio, 2009, pp. 256, € 13,60.
Léon Jaquet è un traduttore malinconico e disincantato. Vive a Parigi, in rue de la Cloche, una stradina di marginali, squatter e accattoni, lontana dal fascino patinato d’una certa bohème. Siamo sulla riva destra, nel XX arrondissement, quello della multietnica Belleville e del Père Lachaise, il cimitero in cui sono sepolti Jim Morrison e Piero Gobetti, Edith Piaf e Amedeo Modigliani.
Lavorare con le parole altrui è l’unica cosa che Léon sa fare. Uomo senza qualità, dimentico d’ogni ambizione, sogna di «essere uno qualsiasi». Tuttavia, com’è noto, il desiderio più modesto può diventare la più irraggiungibile delle mete. Ed è proprio così che va, perché il destino ha in serbo una perfida beffa che schianterebbe il miglior detective. Figuriamoci un traduttore che, per tirare avanti in un mondo insopportabile, s’è affidato a quella follia chiamata amore.
ovvero
Apoteosi dei fetenti, Azzeramento dei pezzenti

di Alan D. Altieri
Okay, boys & girls, sapevamo che sarebbe accaduto e ora sta accadendo: con ben tre anni di anticipo sulla fatidica data-adios del venerato calendario Maya, Hollyweird ci offre solamente il primo (bust rest assured: more to come, “The Road”, “The Book of Eli” etc. etc. etc.) rombante pachiderma di celluloide sulla – ahhh, il dolce suono di queste parole! - “fine del mondo”.
Bene, considerando in quale buco nero sta crollando questo nostro malpaese di policanti ripugnanti (hey, man, tell something I don’t know), freaks al rogo (burn, baby, burn!) e finte pandemie mutanti (where’s Captain Trips when we really need it?), la fine del mondo dovrebbe vendere alla grande, giusto?
Sbagliato.
di Alberto Prunetti
Sabatino Catapano è un aitante settantenne campano con un lungo passato nelle patrie galere e una storia di resistenza libertaria ancora in corso. Alla nobile “follia” di Sabatino e all'orrida demenza del sistema penitenziario italiano - che continua a macinare dolore e corpi umani, come dimostrano i recenti omicidi di reclusi – è dedicato il vibrante documentario di 39 minuti di Andrea Searle Villarroel. Un mediometraggio che viene proposto assieme a una autobiografia cartacea autoprodotta di Sabatino (intitolata “Il sopravvissuto”) che sta circolando nel circuito delle distribuzioni libertarie.
Riassumo la storia di Sabatino Catapano attraverso le due produzioni, ovvero l'autobiografia e l'intervista resa ad Andrea Searle, autrice di alcuni documentari sul tema delle migrazioni femminili in Italia e in Messico.
di Franco Ricciardiello
Thomas Pynchon, Contro il giorno, Rizzoli, 2009, pp. 1127, € 25,60
A 72 anni di età, e con solo sette romanzi alle spalle malgrado una precoce iniziazione alla scrittura, ancora ai tempi del liceo, Thomas Pynchon è oggi probabilmente l’unica icona indiscussa della letteratura postmoderna. Nessun altro autore è ugualmente lontano dalla più suggestiva definizione di “letteratura” come metafora della realtà. Il mondo di Pynchon infatti non è esattamente sovrapponibile a quello che conosciamo, anche se non è facile cogliere le differenze che si presentano come semplici smagliature, una sottile sensazione di straniamento. Questa impressione è accentuata dalla lettura del recente Contro il giorno, pubblicato da Rizzoli lo scorso giugno in una monumentale edizione — 1127 pagine di formato inusuale — sicuramente il più lungo dei lunghi romanzi di Pynchon.
di Leandro Piantini
Nicola Lagioia, RIPORTANDO TUTTO A CASA, Einaudi, pp. 288, euro 20
Questo romanzo racconta l’Italia come da tempo nessuno raccontava.
E’ un libro meditato e costruito con intelligenza, un prodotto della migliore narrativa che si scrive nel nostro Paese. Verrà riconosciuta adeguatamente la sua importanza? Forse sì perché esso ha molte frecce al proprio arco, tra cui la forza di seduzione di una scrittura dai molti registri, robusta ed elegante, di gusto raffinato ma in linea con i parametri di leggibilità che oggi contano.
Il romanzo non racconta tuttavia nulla di sensazionale. Racconta l’Italia, raccontando la Puglia degli anni Ottanta.
di Benedetta Masera
L’ultimo film di Michael Haneke, Il nastro bianco, è stato spesso interpretato sulla nostra stampa come un film sulle origini del nazismo. Penso che questa interpretazione sia molto riduttiva e molto consolatoria. E anche un po’ autoassolutoria. Un gruppo di ragazzini nella campagna tedesca del 1914. La macchina riprende in primi piani immensi i loro volti lisci, gli occhi immobili, i capelli biondi pettinati con cura. Figurette dritte, vestite di scuro, compatte e ordinate.
Siete madri milanesi? Precari napoletani? Manager fiorentini? Politici trevigiani? Siete amanti dei reality (qualunque cosa essi siano) e state a Roma, Venezia, Torino, Palermo? Allora non risiedete soltanto in una meravigliosa città di questo grande e Bel Paese: siete tutti stipati ne
Gli anni feroci di Riccardo Bocca (Rizzoli, 18.50 euro). Che abbiate dai 20 ai 40 anni o che abbiate vissuto il ’68, siete tutti protagonisti di un romanzo! Questo dovrebbe farvi felici e invece non sarebbe il caso, poiché Gli anni feroci non è soltanto il romanzo del tempo di palta che state vivendo, ma è anche e soprattutto un’autoritratto collettivo in forma di narrazione sorprendente, acuminata come la punta velenosa di certe frecce indiane, di cui si leggeva un tempo (e si continua a leggere) su Tex.
di Daniela Bandini
Sacha Nespini, I cariolanti, ed. Elliot, 2009, pp. 158, € 13,60.
I Cariolanti di Sacha Naspini sono creature mitologiche atte a terrorizzare i bambini che disobbediscono ai genitori, che fanno i capricci o che non finiscono tutto quello che hanno nel piatto. Simili a sporchi gnomi, prelevano i monelli per infilarli dentro i loro sudici carretti, facendo fare loro una fine orribile. E' con queste figure di contorno, ma non meno tangibili, che il nostro protagonista Bastiano si trova a convivere. Una convivenza di per sé drammatica, se valutiamo l'impatto psicologico della sua condizione: insieme alla madre e al padre, figure che analizzeremo in seguito, si trova sepolto in un rifugio sotterraneo nel mezzo di un bosco, da essi stessi realizzato per impedire che il capofamiglia possa venire arruolato a forza durante la prima guerra mondiale. Il padre, un imboscato, un vigliacco per la gente.
Marco Rovelli - Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro - Feltrinelli, pag. 219 - € 15.
“Rumeni e polacchi sembrano bianchi, ma è Dio che ha sbagliato il colore della pelle.”
Cominciano con questa frase, pronunciata da Marcella, donna ivoriana che gestisce una trattoria popolare per lavoratori stagionali in provincia di Foggia. Poche parole, che però testimoniano l’amara consapevolezza di una condizione di schiavitù che va oltre il colore della pelle e la propaganda razzista di qualche gruppo politico. Cominciano da questa frase perché è su frammenti simili a questo, rubati alla quotidiana lotta per sopravvivere, è costruito Servi (Fetrinelli), il nuovo libro di Marco Rovelli, cantautore, scrittore e intellettuale libertario già autore per Rizzoli di Lager italiani (2006) e Lavorare uccide (2008).
di Valerio Evangelisti
Hugues Pagan, Quelli che restano, ed. Meridiano Zero, Padova, 2009, pp. 322, € 9,00
Hugues Pagan, ex militante sessantottino divenuto commissario di polizia (un po’ come il nostro Piergiorgio Di Cara, ex leader della Pantera), poi dimissionario dal Quai des Orfèvres e affermatosi come scrittore, riassume un po’ tutte le caratteristiche del noir francese contemporaneo. Stile stringato, frasi brevissime, immagini vivide, taglio cinematografico. Scenari urbani (Parigi) desolati, malinconici, prevalentemente notturni e piovosi. Un poliziotto – o, nel nostro caso, un ex poliziotto – amaro e apparentemente cinico, ma in realtà portatore di una sua morale, che si trascina stancamente tra i bistrot, con un sottofondo di musica jazz. E un caso di omicidio che, a furia di ramificazioni, ci dice che tutto il sistema è marcio, e in particolare lo è la polizia, che dovrebbe vegliare sulla sicurezza di noi tutti. Invece...
Lo spazio del reale nel cinema italiano contemporaneo
A cura di Riccardo Guerrini, Giacomo Tagliani, Francesco Zucconi
(Le Mani, Recco 2009; 144 pagine, brossura, ill. colori, 14 €)
Negli ultimi anni la critica cinematografica, ma lo stesso si potrebbe dire per quella letteraria, sembra aver riscoperto la propria fame di realtà. Questo di per sé non può che essere un bene, perché è una buona occasione per tornare a riflettere sul rapporto che il cinema stabilisce con il mondo e con i suoi significati, e soprattutto possiamo farlo alla luce degli eventi storici recenti. E' però vero che “il ritorno alla realtà” nel cinema italiano contemporaneo viene spesso declinato nelle forme brutali di un realismo tematico. In altre parole un film come Gomorra sarebbe realista perché parla di Camorra e in questo senso si potrebbe addirittura invocare un “ritorno al neorealismo”. Il limite evidente di una tale posizione, tutta interna ad un’idea di realismo ideologicamente impegnato, è di ignorare completamente il discorso formale del cinema, ossia le procedure e le tecniche con cui l'immagine cinematografica interroga, costruisce, decostruisce e ricompone il reale.
di Valerio Evangelisti
Silverio Corvisieri, Bandiera Rossa nella resistenza romana, Odradek edizioni, 2005, pp. 218, € 16,00.
Mi rendo conto che commentare un libro a quattro anni dall’uscita (e l’edizione originale è di quarant’anni precedente!), mi classifica tra i peggiori recensori della storia. Il fatto è che, non essendo un critico di professione, e non potendo leggere tutti i libri che ricevo, a volte scelgo il criterio banale della curiosità. Data l’aria mefitica che si respira in Italia, e la crisi della sinistra anticapitalista, mi è venuta voglia di scorrere un testo sulla lotta partigiana e sul ruolo dei comunisti nella sua vicenda. Il saggio di Corvisieri prendeva polvere da tempo. Ora che ho avuto modo e motivazioni per leggerlo, direi che ho fatto la scelta giusta.
Aggiungo che, malgrado l’avvicendarsi frenetico dei titoli nelle librerie, il volume è ancora reperibile, e può essere ordinato on line nei siti specializzati. Un ennesimo motivo per ringraziare Internet, che mette a disposizione libri di tutto il mondo dati per estinti.
di Girolamo De Michele
Lara Manni, Esbat, Milano, Feltrinelli, 2009, pp. 278, € 16.50
«Esbat nasce come una fan fiction, ovvero come storia di fan liberamente ispirata, nel caso, a un manga (un fumetto giapponese), e poi sviluppata in modo autonomo. Il primo capitolo di Esbat viene pubblicato su alcuni siti di fan fiction italiani, il 20 giugno 2007, l’ultimo – il ventesimo – l’8 ottobre dello stesso anno. La pubblicazione è avvenuta a puntate come gli antichi feuilletton: un capitolo a settimana».
Così, senza fronzoli inutili, l’autrice di questo sorprendente romanzo d’esordio, a 32 anni (dichiarati: ma alcuni indizi ne fanno sospettare meno), Lara Manni. Della quale poco si sa («una che legge e, da qualche tempo, scrive»), quanto a biografia, e ancor meno si vede, quanto a foto o altre immagini che non siano fumetti o Sims prodotti dalla cerchia sempre più ampia dei suoi fan.
di Valerio Evangelisti

Errico Malatesta, Dialoghi sull’anarchia, Gwynplaine edizioni, 2009, pp. 146, € 11,50.
Graditissimo ritorno, questo di Errico Malatesta (1855-1932). Certo, è un ritorno per modo di dire: il più noto degli anarchici italiani non era mai scomparso dall’editoria libertaria. Ora, però, le coraggiose edizioni Gwynplaine lo ripropongono al grande pubblico, con un volume che raccoglie gli opuscoli più conosciuti di Malatesta: Al caffè e Tra contadini. Opere singolari di un uomo che non fu mai un teorico alla Kropotkin (al cui “comunismo anarchico” si ispirava, così come al collettivismo di Bakunin), ma preferì esprimersi attraverso gli articoli dei giornali e delle riviste da lui fondati (Umanità Nova, Volontà) e soprattutto attraverso l’azione diretta.
Fu infatti protagonista di diversi tentativi insurrezionali, di cui i più conosciuti sono la Banda del Matese (1877) e la Settimana rossa (1914). Ma si può dire che, in tutto l’arco della sua vita adulta, non vi fu moto di rivolta o di protesta che non lo vedesse partecipe o ispiratore, non soltanto in Italia.
di Saverio Fattori
Luca Moretti, Cani da rapina Purple Press, € 12,90
La seconda di copertina inquieta: la frase «Scritto in prima persona da un autore in grado di usare la penna come la pistola» si presta a equivoci e imbarazzi, e la stessa presentazione dei personaggi in apertura è affidata alla fedina penale (es.: “Lo Storto” - Detenzione e spaccio di stupefacenti. Rapina. Lesioni aggravate a sfondo razziale). E per tutti i personaggi è subito chiaro che non c'è speranza, la loro vita sarà inchiodata per sempre al Parco.
[Pubblichiamo, con colpevole ritardo, la recensione che Mauro Gervasini ha scritto per Splendido splendente, il romanzo vincitore del Premio Calvino 2009 ('Moana Blues', da "Film Tv", 5 luglio 2009). Sull'icona Moana, Gervasini era già intervenuto dalle pagine di "Carmilla". In calce all'articolo, un estratto dal bellissimo libro di Ivan Guerrerio. gg]
Cos’è “ un biglietto di auguri pieno di cuori”? Ma la felicità naturalmente, quella che si vorrebbe profusa a piene mani in un’altra Italia dagli immancabili destini. Non il Ventennio di Vincere ma gli anni ’80 dei nani e delle ballerine, del riflusso e dei sogni bagnati di una generazione disillusa, pronta a farsi “catodizzare” a dovere. Non poteva che essere Milano la città dove tutto nacque, o forse dove tutto morì. Riflessioni a ogni riga di un bellissimo libro, Splendido splendente. Romanzo per Moana (Agenzia X, pp. 107, 12 euro) di Ivan Guerrerio, fresco vincitore del Premio Calvino. Storia di Marzio, che in vacanza a Camogli, poco più che adolescente, sul finire degli anni di piombo e di rabbia, conosce e ama Moana Pozzi. Lei, alla quale lo stato delle cose e la famiglia vorrebbero imporre una vita di provincia timorata di Dio, sceglie il cinema, al quale si dedica senza falsi pudori.
di Valerio Evangelisti
Adriano Sofri, La notte che Pinelli, Sellerio editore, Palermo, 2009, pp. 284, € 12,00.
La prosa di Adriano Sofri è involuta, barocca, spesso noiosa. Ma non è per questo, credo, che un libro come La notte che Pinelli, malgrado la notorietà dell’autore, ha trovato scarsa eco sulla stampa. Il fatto è che va in totale controtendenza rispetto a una insistita campagna che, dall’uscita del memoriale di Mario Calabresi Spingendo la notte più in là, a una puntata di Ballarò in cui lo stesso enunciava le proprie verità senza contraddittori, fino all’incontro al Quirinale tra le vedove Pinelli e Calabresi voluto da un Napolitano alla perenne ricerca di pacificazioni improponibili, si è fatta strada ed è affermata con granitica supponenza (per esempio da Marco Travaglio, che alcuni scambiano per un duro oppositore del sistema) l’ipotesi per cui Giuseppe Pinelli sarebbe morto accidentalmente o per suicidio, e che comunque il commissario Luigi Calabresi non avrebbe avuto alcuna parte nella tragedia. Il libro di Adriano Sofri, pur fingendo di astenersi dal giungere a conclusioni certe, dimostra l’esatto contrario, con abbondanza (anzi, sovrabbondanza) di prove documentali.
di Alessandro Cartoni
Pelagio D’Afro, I ciccioni esplosivi, ed. Montag, 2009, pp. 182, € 12,50
Il grottesco è una categoria estetica tipica della modernità dalla struttura ambivalente, che sapientemente mescola un certo grado di comicità allo spessore tragico della narrazione. Per questo è tanto più difficile conquistarlo quanto più l’occasione comica diventa facile e debordante. Riesce onestamente in questa impresa Pelagio D’Afro, l’autore policefalo de I ciccioni esplosivi, romanzo giallo-grottesco recentemente edito dalla piccola casa editrice marchigiana Montag.
I casi della vita non mi permettono di avere fiato da mesi e, quindi, di non riuscire a scrivere adeguatamente dei libri che ritengo importanti.
Tra i libri che ritengo importanti, usciti in questo ultimo semestre, mi pare abbastanza fondamentale Il giorno dell'indipendenza di Letizia Muratori, edito da Adelphi (15 euro). Chi desiderasse conoscere la trama, può farlo cliccando qui. Posso permettermi qualche superficiale osservazione, che vorrei tanto corroborasse la fiducia nella scrittura di questa autrice per me straordinaria. Seguo con non malcelato interesse il percorso narrativo (che ora non so nemmeno più se qualificare in questo modo) di Letizia Muratori, giunta, con La casa madre (qui la mia recensione), a un per me evidente salto quantico, per il lavoro effettuato sulle strutture e per l'impressionante raggiungimento di uno stile di "grado zero", possibilità concessa soltanto a chi abbia la capacità di percorrere e praticare ogni stile.
di Leandro Piantini
Giorgio Falco, L’ubicazione del bene, Torino, Einaudi Stile libero, 2009, pp. 141, € 16,00.
Racconti di periferia metropolitana, tutti ambientati a Cortesforza alle porte di Milano. Ogni racconto mette al centro un problema della vita d’oggi: la crisi economica, la perdita del lavoro, non riuscire più a pagare il mutuo, case pignorate, matrimoni che vanno in pezzi ecc. C’è un sapore amaro che potrebbe ricordare le vicende metropolitane di cinquant’anni fa raccontate da Calvino nella serie di Marcovaldo. Ma allora era il neocapitalismo con le sue novità e le sue meraviglie che entrava nella vita degli ex contadini abituati alla lentezza della campagna, e che poteva creare disagi ma soprattutto divertimento e simpatia.
di Francesca Valentini
Tiziano Scarpa, Stabat Mater, Einaudi, 2008, pp. 144, € 13,60.
Prima delle vacanze estive, alle superiori mi consigliavano sempre di leggere qualche romanzo che avesse vinto un premio letterario. Raramente questi libri mi attiravano, e perciò sono sempre stata refrattaria a seguire queste indicazioni, con buona pace delle mie ottime insegnanti. Potrei ricredermi, e addirittura consigliare io stessa la lettura di un libro premiato, visto che Stabat Mater ha appena vinto lo Strega.
Stabat Mater è una voce miracolosa, tersa, oscura come una laguna notturna e abbagliante come i marmi palladiani di Venezia. Stabat Mater è il canto muto di Cecilia (come la musa, ma così diversa da lei) che da trovatella scrive lettere a una madre ignota e assente. Cecilia è stata accolta ancora in fasce (una tunica verde, con una mezza rosa dei venti azzurra come segnale di riconoscimento) il 21 di aprile, intorno all'anno 1687, dalle suore dell'Ospedale della Pietà in Venezia; lo stesso edificio che negli anni '60 del secolo scorso ospitava il reparto maternità in cui nacque Tiziano Scarpa: l'autore.
di Leandro Piantini
Enzo Fileno Carabba, Le colline oscure, Barbera editore, 2008, pp, 269, € 15,00.
Questo romanzo conferma che Carabba ha una spiccata vena umoristica e sa costruire atmosfere inusuali nella nostra narrativa. Le colline oscure è infatti uno scoppiettio di trovate e di battute fulminanti. La satira colpisce soprattutto l’ambiente delle scuole, che il protagonista Angelo frequenta come insegnante di scrittura creativa. Ne risulta un quadro esilarante, un universo dell’assurdo dalle risorse infinite. Gli studenti sono degli zombie, così come molti insegnanti e presidi, tra cui spicca la Manetti, “manager leopardata”, e non parliamo dei bidelli.
Immaginatevi il peggior ospedale di Manhattan, la vita di corsia vista dallo sguardo di un internista che non è il Dr. House: è un killer della mafia. Ma è molto più brillante del Dr. House. Se il medico zoppo del serial tv è brillante, l’internista mafioso Peter Brown allora è fluorescente. Un esempio? Questo: “L’Anadale Wing, il piccolo reparto di lusso dell’ospedale, si sforza di sembrare un hotel. La reception ha un pavimento di linoleum in simil legno e uno scemo in smoking che strimpella il pianoforte. Se fosse davvero un hotel, comunque, offrirebbe un’assistenza sanitaria migliore. Secondo voi basta essere pieni di soldi per ricevere un’assistenza sanitaria superiore alla media? Date un’occhiata a Michael Jackson”. Questo cinico esilarante imperdibile memorabile protagonista di Vedi di non morire (Einaudi Stile Libero, 18.50 euro), esordio narrativo di Josh Bazell, è il personaggio letterario americano più memorabile dai tempi di Tyler Durden, lo schizoide di Fight Club, bestseller di Chuck Palahniuk. E Vedi di non morire è il nuovo Fight Club.
di Filippo Casaccia
G.B. Canepa, "partigiano Marzo", La Repubblica di Torriglia, Genova, Frilli Editori, 2009, pp. 168, € 4,90.
In anni di revisionismo vigliacco o di celebrazioni insincere e puramente elettorali, un piccolo libro come La Repubblica di Torriglia può aiutare a recuperare la memoria reale di ciò che fu la lotta partigiana. E se ci si ritrova a fantasticare troppo spesso con Hakim Bey su esotiche TAZ, ecco un buon modo per non dimenticare le effimere ma vivaci repubbliche partigiane che durarono pochi mesi ma portarono effettivamente alla liberazione dal nazifascismo.
Questo prezioso volumetto di racconti non ha la prospettiva storica (e un po’ arida, burocratica) del celebre Una repubblica partigiana, in cui Giorgio Bocca documentava l’esperienza della repubblica dell’Ossola, perché più che raccontare la storia, racconta le storie della divisione Cichero, la leggendaria formazione partigiana garibaldina che riuscì a rendere autonoma una vasta porzione di territorio nell’entroterra genovese per 5 mesi, tra l’estate e l’autunno del 1944.
di Gioacchino Toni
Massimo Montanari, Il formaggio con le pere. La storia di un proverbio, Editori Laterza, 2008, pp. 161, € 15,00
A partire dal noto proverbio «Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere», Massimo Montanari ricostruisce la storia dell’abbinamento alimentare che ha generato il detto, analizzandone il significato così come si è sedimentato nel corso dei secoli e concentrando il ragionamento sul fatto che il discorso proverbiale, presentandosi in forma anonima ed impersonale, sottende un variare del valore dell’enunciato al cambiare dell’enunciatore. Essendo il proverbio un testo aperto, il suo significato varia in base al punto di vista di chi lo pronuncia, risulta pertanto importante analizzare come, anche nel caso del proverbio esaminato, si siano storicamente affiancati/scontrati interessi sociali antagonisti. In altre parole è possibile analizzare il proverbio come luogo del conflitto di classe.
di Alberto Prunetti
Beppe De Sario, Resistenze innaturali, Milano, Agenzia X, 2009, pp. 254, 16 euro
Resistenze innaturali di Beppe de Sario è un libro importante, denso, ben scritto, che passa in rassegna la storia di tre scene antagoniste italiane degli anni Ottanta. Tre città, tre scenari di resistenza urbana: Roma, Milano e Torino. Più in particolare, tre diversi luoghi di movimento: il forte Prenestino a Roma, il Cox 18 a Milano e El Paso a Torino. Gli anni sono gli Ottanta, ma per essere precisi la ricerca scivola abbondantemente nei primi anni Novanta, quando i centri sociali fanno irruzione nel discorso pubblico e nella scena politica italiana.
Attraverso le testimonianze orali di alcuni protagonisti di quelle esperienze, assieme alla capacità di ricostruire nel dettaglio le tensioni politiche e le contraddizioni di quegli anni, l'autore riesce a connettere la trama di queste esperienze: i rapporti non sempre facili coi militanti degli anni Settanta, sia comunisti che anarchici; il ruolo fondante della musica, dal ribellismo irruente del punk '77 fino alla politicizzazione dell'anarcopunk e dell'hardcore e del rap. E poi le varie facce delle occupazioni: i centri sociali, le sale prove in comodato d'uso, le autogestioni, gli squat, le case occupate. I luoghi più aperti verso una politica rivolta alle necessità del quartiere e i laboratori dell'utopia, le “zone temporaneamente autonome” dove i pirati si ritirano per lanciare il prossimo assalto contro la città. Un miriade di differenze che sarebbe impossibile riassumere in una recensione.
di Valerio Cuccaroni
Antonio Rezza, Credo in un solo oblio, Bompiani, 2007, pp. 144, € 14,00.
Credo in un solo oblio è una boccata di ossigeno per chi nella lettura non cerca evasione, ma un'esperienza di metamorfosi e conoscenza, da cui si esce con le pupille lucidate. Non che si riesca a respirare molto, scorrendo queste pagine asfittiche: si sta piuttosto in apnea e, se non lo si era già, si rischia di diventare claustrofobici.
La storia è quella di uomo che dice di aver avuto una figlia, di nome Maria, da lui tanto amata che ha deciso di tenerne nascosta l'esistenza, sfruttando cinicamente la morte della moglie, uccisa dal parto: «Quando la madre perì dissi ai più cari che aveva perso la bambina».
Ma la sua gelosia è talmente ossessiva, che diventa sospettoso anche di se stesso e per preservarla dal proprio sguardo, decide di rinchiuderla nel pensiero, come Zeus con Atena, ma al contrario: «La presi con le braccia, me la ficcai a forza nella fronte e la nascosi tra le pieghe immacolate della mente per dedicare a lei solo l'idea».
di Alberto Prunetti
Paola Minelli, Maria Rosaria D'Oronzo, Sorvegliato mentale. Effetti collaterali degli psicofarmaci, Torino, Nautilus, 2009, pp.141, euro 10.
La critica della malattia mentale ha rimesso in discussione l'idea di segregare chi esibisce comportamenti che non si inquadrano nei canoni della normalità. Ma nel frattempo il concetto di segregazione, la gabbia intorno al cosiddetto "malato mentale", si è trasformato: le gabbie fisiche sono diventate chimiche, il letto di contenzione è stato sostituito dal farmaco ipnotico e sedativo, il muro dell'isolamento è stato abbattuto solo per lasciar posto ai muri del vuoto comunicativo indotto dallo stordimento da cocktail di pillole.
di Teo Lorini
Fabio di Dario Voltolini è la nona uscita di “Chicchi”, la nuova collana di Manni che ha il pregio di pubblicare racconti troppo lunghi o singolari per essere costretti entro i limiti di un’antologia, ma ancora troppo brevi per ambire alla dimensione di romanzo.
“Vedove nere, tarantole, si muovono nell’ombra dei nostri cervelli ancestrali. Presenze velenose su pietre umide, fredde e senza emozioni, secrezioni digestive che decompongono, che sciolgono, nel ghiaccio silenzioso di una iniezione anestetizzante e letale”. Dopo una simile rassegna delle immagini archetipiche di terrore che il ragno evoca in noi, non stupisce che l’io narrante di Fabio, richiamato dalle urla di moglie e figlia, si precipiti a imprigionare in un bicchiere il colossale aracnide sbucato d’improvviso da sotto il letto.
di Gioacchino Toni
Massimo De Angelis, The Beginning of History: Value Struggles and Global Capital, London, Pluto 2007, 294 pp., £22.50
Negli ultimi tre decenni l’analisi economico-politica si è trovata in una situazione di stallo sospesa tra post-strutturalismo e neoliberalismo in sincronia con la tesi di Francis Fukuyama circa la “fine della storia”. Si è così fatta strada l’idea che con l’avvento dei mercati capitalisti globali e la rapida diffusione della democrazia occidentale, l’umanità si sarebbe trovata all’apice della sua evoluzione, almeno a livello di modalità di produzione, di forma e cooperazione sociale. Il saggio di De Angelis, al momento disponibile soltanto in lingua inglese, piuttosto che limitarsi ad una facile critica a Fukuyama, preferisce insistere nel dimostrare come le varie lotte per i beni comuni e la dignità sviluppatesi negli ultimi decenni, abbiano attraversato la gerarchia salariale planetaria mirando ad una realtà “altra”, quella dell’ “inizio della storia”, dell’affermarsi di modi di “produzione in comune” radicati in “valori-altri” rispetto a quelli promossi da quella forza sociale che è il capitale.
di Toby Litt
[dal Guardian del 26 maggio 2007. Privato di qualunque attenzione critica di spessore, Falling Man di DeLillo è passato quasi inosservato. Non esiste in stampa, di fatto, un ragionamento all'altezza né dello scrittore né del testo, la cui apparente "delusività" è un elemento che indurrebbe a riflessioni profonde, ma che finora ha guadagnato al grande autore americano un discredito abbastanza comico da Body Art in poi. Non si tratta di un vizio italiano - è a emblema che riproduco qui la sapiente stroncatura comminata a DeLillo dal collega Toby Litt, memorabile autore dell'indimenticato Hospital. gg]
L'uomo che cade è il romanzo di Don DeLillo sull’11 settembre. I lettori lo hanno atteso con ansia. Con la sua intuizione che, attualmente, sono i terroristi, in luogo degli artisti, a comunicare direttamente con l’inconscio collettivo, DeLillo, tra tutti gli artisti, è colui che più si è avvicinato a prefigurare, se non a predire con esattezza, gli attacchi su Washington e New York. E così è capitato che, perfino mentre si ricevevano le prime notizie di quegli attacchi, il nome di DeLillo fosse il primo ad affacciarsi – così come quello di J.G. Ballard quando si conobbero gli estremi della morte della principessa Diana.
Come ha DeLillo affrontato l’impresa? Si direbbe: in maniera mediocre.
di Matteo Dean
Vittorio Sergi, Il vento dal basso: nel Messico della rivoluzione in corso, prefazione di John Holloway, Ed.it, Catania, 2009, pp.275, € 16,00.
“Tutto può accadere finché la storia è accesa”, così conclude Vittorio Sergi le oltre duecento pagine di esplorazione del Messico “di sotto”. Ed effettivamente, se molte cose sono accadute e in queste pagine uno se ne può rendere conto senza dover leggere nulla tra le linee, molto potrà accadere. Non è difficile capirlo dal ricco e intenso testo che ci presenta il ricercatore Vittorio Sergi, studioso che solo per origini anagrafiche definiamo qui italiano. Perché i contenuti del suo primo libro tradiscono, non senza una certa legittima presunzione, la sua traiettoria: in quanto ricercatore, certo, ma soprattutto in quanto militante di quell’area politica che, dopo aver letto il suo libro, ci riesce difficile definire sinistra. Potremmo forse definirla ribelle, anche se dalle parole dell’autore ci sentiamo legittimati di nuovo, e senza paure, a definire rivoluzionaria.
di Valerio Evangelisti
Domenico Losurdo, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera. Con un saggio di Luciano Canfora. Carocci editore, 2008, pp. 386, € 29,50..
Questo libro ha suscitato nei giorni scorsi, su Liberazione, un acceso dibattito. Alcuni redattori del quotidiano hanno giudicato troppo favorevole una recensione del libro firmata Guido Liguori, e hanno vivacemente protestato, contro il recensore e contro il direttore del giornale. In realtà si tratta di un autogol, inquadrabile nelle beghe interne al Partito della Rifondazione Comunista. La recensione non era affatto elogiativa. Salvava il salvabile, del saggio di Losurdo, ma era molto critica, a tratti assai duramente. I contestatori, chiaramente, non l’avevano letta tutta, o, peggio, si erano fermati al titolo (del libro, non dell’articolo). Una forma di malcostume niente affatto infrequente, specie se dei giornalisti scelgono un bersaglio intermedio per regolare i loro conti con la direzione dell’organo su cui scrivono.
di Franco Pezzini
[Non sembra tardi per proporre all’attenzione due splendide letture, edite nel 2007, che arricchiscono il panorama critico sull’epica omerica. Questo brano è stato pubblicato su "LN-LibriNuovi", n. 46/2008, che ringrazio.] (F.P.)
Uno tra i molti motivi per amare i poemi omerici sta certamente nel fascino del loro costituire la punta di un iceberg. Anzitutto in senso letterario: non possiamo neppure immaginare quanti poemi sulla Guerra e il Ritorno – due categorie-chiave della cultura occidentale che lì trovano un primo, straordinario statuto – restino come allusi nei testi sopravvissuti. Ombre di poemi, dunque: e anche solo a grattare superficialmente tra i versi, qualcosa emerge.
di Simone Sarasso
D’Andrea G.L., Wunderkind. Una lucida moneta d'argento, Mondadori, 2009, pp. 392, € 17,00
Wunderkind è il primo volume d’una trilogia fantasy destinata a cambiare per sempre il volto del genere in Italia. In rete si parla da qualche tempo [qui] di questo libro e la comunità di addetti ai lavori (ma non solo) attendeva da tempo l’uscita del primo tomo.
Il maggior pregio di questo volume è la trasversalità. Wunderkind esce in una collana per ragazzi, ma se gli date un’occhiata ben presto vi renderete conto di come esorbiti qualunque classificazione preventiva: Wunderkind non è esattamente un fantasy. Di sicuro non è solo un fantasy per ragazzi. Merito dell’ambientazione, anzitutto.
di Daniela Bandini
Alfredo Colitto, Cuore di ferro, Piemme, 2009, pp. 422, € 19,00.
Siamo nei primi anni del 1300, in questo notevole romanzo di Colitto. Un cuore di ferro reale, tangibile come il suo metallico odore, una realtà crudele e romantica contemporaneamente. Il libro ha lo straordinario potere di farci credere a qualcosa che la nostra coerente logica post-illuminista nega. Parla di Templari, di alchimia, di streghe e di strazianti angoli di una città, Bologna, di cui chi ci ha vissuto o l'ha amata, anche solo per un istante, riesce persino a percepire gli inconfondibili aromi.
Cuore di ferro è un romanzo speciale. Primo, dal punto di vista narrativo, ricco com’è di considerazioni e di informazioni storiche, e poi per la spiccata capacità di interpretare il femminile, con le sue descrizioni emotive dei processi che, contrariamente a quelli maschili, svelano le interconnessioni decisamente più ramificate tra logica e sentimento.
di Saverio Fattori
Claudio Morici, La terra vista dalla luna, Bompiani, 2009, pp. 217, € 17
«Gli spiego che i rapper italiani sono dei buffoni.
…
I nostri rapper se le inventano le situazioni di disagio.
...
Per fargli capire, gli spiego che l'adolescenza in Italia non dura come nel resto del mondo: arriva fino ai trenta-trentadue anni.
...
“E' perché nessuno li mena? “
…
“E non ci sono rapper camorristi?”
“No, purtroppo no.”»
A parlare è Simon, un giovane con serie patologie mentali volato da una clinica psichiatrica al Messico. A dialogare con lui un "cristone" di due metri, capo di una banda di indigeni con precedenti penali che sembrano intenzionati a violentare una turista inglese muta. O molto riservata.
Immaginate di essere a una riunione aziendale: noia pura. Una serata galante con il persecutore del Dr. House è più eccitante (anche se siete uomini). Alla riunione, il relatore si alza e dice: “Sono felice di essere qui!”, poi si sposta di un passo ed esclama: “Anche essere qui è bello, però!”. La riunione aziendale cambia i connotati. Quel tizio è un genio, trasforma un evento a cui nessuno pensa come penso io a un week end con la Paltrow. Ecco cosa succede se prendete la saggia e liberatoria decisione di leggere il noir (e qui già pensate: uffa, il solito ispettore…) Le incredibili avventure di un autentico cacasotto dello spagnolo Manuel Manzano (Kowalski, 13 euro): accadrà che non c’è Zelig che tenga. Maigret ha deciso di farvi crepare dalle risate. Montalbano è diventato Totò.
Non credo esista attualmente in Europa un autore di noir che sia anche solo lontanamente capace di piegarvi dalle risate.
di Paola Papetti
James H. Audett, La storia di Blackie Audett, Odoya, Bologna, 2008, collana Real Fiction, introduzione di Tommaso de Lorenzis, postfazione e traduzione di Enrico Monti, pp. 227, € 13,00.
Finalmente un libro che parla dall’interno del lato selvaggio dell’essere umano. Finalmente un’autobiografia di un delinquente con la D maiuscola. Blackie Audett vive le proprie avventure intorno agli anni venti del secolo scorso in America. L’America del jazz e delle prime grandi banche, di Al Capone e Johnny Dillinger, ma anche l’America di Alcatraz e dell’evoluzione dei sistemi restrittivi. Certo c’è da chiedersi cosa sia vero e cosa no, ma questa narrazione è come un film d’azione parecchio riuscito e dal ritmo incalzante.
di Alberto Prunetti
Sta per uscire la International Encyclopedia of Revolution and Protest: 1500 to the Present, una monumentale enciclopedia delle insurrezioni, delle rivoluzioni e delle proteste popolari ai quattro angoli del pianeta: dalle lotte anticoloniali in India alle rivolte contadine in Bolivia, dagli scioperi insurrezionali in Patagonia alle ribellioni dei lavoratori tropicali delle piantagioni di banane. E poi ancora le lotte per i diritti comunitari indigeni, le guerre di liberazione, le proteste per i diritti umani, i movimenti studenteschi e i raduni contro il G8, passando attraverso Pancho Villa e i Mau Mau.
Perché la grande editoria non pubblica Valter Binaghi? E' l'ennesima riprova di una cecità infantile: la grande editoria non vede, inciampa per caso semmai, e letteralmente non sa parlare. Ci sono alcune eccezioni importanti, questo va detto. Basterà semplicemente osservare cosa sta facendo Einaudi, e l'area torinese e la collana Stile Libero, per capire che comunque è garantito uno spazio. In questo spazio, a mio parere, Binaghi dovrebbe avere asilo e ciò che sto per scrivere intende dispiegare le ragioni per cui impegno il termine "asilo".
Mi occupo non dell'opera più massiccia di Binaghi,
I tre giorni all'inferno di Enrico Bonetti cronista padano, che uscì per Sironi grazie a Giulio Mozzi. Mi occupo invece di un libro che non è tanto esteso come quello, ma sicuramente ne raggiunge la medesima profondità: il pozzo artesiano costituito da
Devoti a Babele, uscito per la collana di Luigi Bernardi presso Perdisa Pop (12 euro).
Pietro Mita, Rosso Novecento. La Puglia dai cafoni ai no-global, Lecce, Pietro Manni, 2008, pp. 208, € 18.00
Pubblichiamo l'introduzione di Girolamo De Michele e la postfazione di Tommaso De Lorenzis al bel libro di Pietro Mita: una ricerca sulle lotte locali del Novecento pugliese che ha più di qualcosa da consegnare alle prospettive globali
Introduzione: I cafoni non vanno in Paradiso
di Girolamo De Michele
Esiste, all’interno del ceto culturale tarantino, una figura peculiare, nella quale si incarna in forma jonica la mitologia dell’altrove, il rimpianto per la terra patria perduta in una qualche età dell’oro (non abbiamo bisogno, noi tarentini, di leggere Heidegger per provare il dolce spaesamento reazionario del “c’era una volta, e forse c’è ancora”): l’"intellettuale cataldiano".
di Filippo Casaccia
The Derek Trucks Band, Already Free, Sony Music/Victor, 2009
Chi è Derek Trucks e perché bisogna parlare di lui su Carmilla?
Derek Trucks ha 29 anni ed è ormai un veterano: suona professionalmente da quando ne ha 11 e pubblica ottimi dischi dal 1997. È probabilmente il miglior chitarrista slide dai tempi di Duane Allman e la sua band mescola passato e futuro, soul e rhythm and blues, Miles Davis e John Coltrane, country blues e blues elettrico, influenze pakistane ed africane, tanto che potremmo dire che ha i piedi ben piantati nel Delta: quello del Mississippi, come del Gange o del Niger. È nipote di Butch Trucks, storico batterista degli Allman Brothers (con cui Derek suona stabilmente a ogni reunion annuale), e da loro ha preso la felice tendenza alla jam che ha spesso condiviso con illustri maestri come Dylan, B.B. King, Johnny Winter, Santana e Clapton. Inoltre Derek, erede dello spirito libertario e comunitario dei Grateful Dead e della Allman Brothers Band, consente di registrare e diffondere ogni suo concerto (su www.archive.org; alla domanda diretta se fosse possibile farlo ha risposto con un laconico: yes, go ahead). In un momento in cui il mercato mainstream è agonizzante, la Derek Trucks Band è un esempio di sopravvivenza ai trend, ai direttori di marketing e al pensiero unico di MTV: è una boccata d’ossigeno per chiunque ami la musica.
di Simone Sarasso ![]()
Guglielmo Pispisa, La terza metà, Marsilio 2008, pp.259, euro 16,50
Sergio Altieri, all’ultimo NoirFest di Courmayeur, ha affermato: «la nuova generazione di scrittori ha avuto le palle di andare a frugare non negli armadi (del passato, ndr), ma negli obitori con l’impianto di refrigerazione rotto». Altieri fa dei nomi. Tra quei nomi c’è anche Guglielmo Pispisa.
Altieri ha ragione: La terza metà (LTM) va così a fondo nel cuore marcio e putrefatto dei Settanta che è quasi impossibile leggerlo e uscire indenni dall’esperienza. LTM è un romanzo che spiazza: per la qualità della narrazione, ma soprattutto per la lingua.
di Filippo Casaccia
Paolo Sollier, Calci e sputi e colpi di testa, KAOS edizioni, 2008, pp.196, € 16
Una bella notizia: Calci e sputi e colpi di testa torna in libreria e chi non l’ha letto dopo la pubblicazione del 1976 (probabilmente perché il titolo e la copertina dell’epoca facevano pensare a un atto d’accusa politico contro il mondo del calcio), stavolta non perda l’occasione: come Boccalone di Palandri o Porci con le ali di Rocco e Antonia, il libro di Sollier è una time capsule che ci racconta tantissimo degli anni Settanta, della vita, della politica, della sessualità. E anche, ma nemmeno troppo, del calcio. Come lo definisce Antonio Ghirelli in appendice, si tratta di un “ritratto di una generazione al suo meglio”. Ed è vero.
di Rossella Landrini
Gaspare De Caro - Roberto De Caro, Storia senza memoria. Rossellini, Chabod, il Portico d'Ottavia e altri saggi, Colibrì, Paderno Dugnano (Mi) 2008, pp. 304, € 18,00
Il ‘laboratorio dello storico’ da qualche decina di anni si è arricchito di nuovi strumenti – prodotti della cultura materiale, ad esempio, fonti orali, scritti di letterati e illetterati, intenzionalmente ‘storici’ o meno, produzione iconografica – fonti, cioè, che mettono in grado la storiografia di spezzare il monopolio della costruzione del passato detenuto dagli Stati e dalle élite dominanti. Tale allargamento è stato reso possibile e necessario dalla crisi dello storicismo, secondo il quale storia e memoria coincidono, in quanto la storia è costruita su una memoria forzosamente unitaria e, necessariamente, immedesimata con le ragioni dei vincitori, cioè di chi, letteralmente, scrive la storia e la deposita negli archivi, lasciando agli storiografi il compito di divulgarla nell’unica versione possibile a chi si ponga dal punto di vista dei dominatori, ossia apologetica. L’emergere dei ‘popoli senza storia’, durante la decolonizzazione, e delle classi subalterne come soggetti politici hanno messo in dubbio questo paradigma. Lo storico, allora, o si fa, con Benjamin, «cronista», senza escludere nulla dalla storia, oppure non è altro che narratore di mitografie.
Da quanto tempo non leggevo un poliziesco, un thriller, un noir o una spy story di così penetrante bellezza come è
Y (Marsilio, € 16) di Serge Quadruppani? Da anni. Colui che qualcuno ha definito "l'unico autore NIE francese" (un paradosso che non è per niente ironico, alla luce di Y) pubblicò Oltralpe, nel 1991, un libro di profezie che non si sono autoavverate: si sono avverate e basta. Profezie politiche, strali sociologici ad alta velocità, prefigurazione di intrecci a ogni livello, soprattutto letterario. Poiché è qui la lingua a farla da padrona, ed è il motivo per cui da anni un libro "nero" non mi esaltava tanto - qui abbiamo a che fare con una potenza linguistica che la traduzione di Maruzza Loria restituisce intatta. E' una struttura tipicamente à la Le Carré, quella di Y, messa al servizio di una capacità di scrittura che lascia esterrefatti, incantati: una scrittura che smuove indignazione, ammirazione, desiderio di emulazione, incanto.
A mio modestissimo parere, Y si mangia qualunque thriller di questi anni, e non solo perché varca e distrugge il genere (ad altezza '91), ma perché arriva in traduzione italiana nel 2008 con un impatto fortissimo sul genere romanzo: i tempi sono maturi perché si capisca bene cosa ha fatto Quadruppani. Basta praticare il confronto con "gli svedesi" che vanno di moda: più che Stieg Larsson, il Persson della saga Olof Palme. Ne escono distrutti: il confronto con la prosa e la sapienza letteraria di Quadruppani è insostenibile.
di Anna Castriota-Scanderbeg *
Nathan Gelb, Delitti sotto la cenere. Un nuovo caso per il Principe di Sansevero, Sperling & Kupfer, 2008, pp. 542, 27 incisioni d'epoca, € 20,90.
Geniale affabulatore americano dal cuore europeo (compone infatti
direttamente in italiano), lo scrittore Nathan Gelb ha da poco dato alle
stampe il suo secondo romanzo Delitti sotto la cenere. Sembra il
misterioso distillato di un alambicco, non solo per l'intricata e appassionante vicenda narrata, ma anche per il modo di procedere nella stesura: per sua affermazione Gelb scrive a mano e non al pc, non traccia alcuna scaletta, l'inizio e la fine del romanzo sono i suoi punti di partenza, il resto viene da sé. Ma uno degli effetti mirabili di questo metodo creativo, oltre ovviamente alla formazione culturale e alla ricchissima fantasia dell'autore, è la sua prosa stilisticamente raffinata nonché la capacità di elaborare la sequenza delle scene come fotogrammi quasi da lui veduti scorrergli innanzi agli occhi e come tali restituiti al lettore.
di Alberto Prunetti
David Caley (a cura di), Conversazioni con Ivan Illich, Milano, Elèuthera, 2008, pp. 224, 18 euro
La casa editrice Elèuthera ripropone in una nuova edizione le Conversazioni con Ivan Illich, un’ottima chiave per entrare nell’opera di un intellettuale anti-accademico che merita più di una lettura. Gli scritti di Ivan Illich, caratterizzati da una pulsione cosmopolita e anti-istituzionale decisamente libertaria, rischiavano qualche anno fa di non trovare più posto nei cataloghi di quegli editori che negli anni settanta e ottanta avevano curato la prima traduzione italiana della sua opera.
Merito di Elèuthera è stato quello di individuare la rilevanza e l’attualità dell’opera di Illich, proponendo un testo che dopo una prima edizione nel 1994 viene adesso ristampato con una nuova veste editoriale.
La nostra vita quotidiana è saturata dalle immagini. La vita percettiva, quella che si svolge anonima e impulsiva nelle pieghe della carne, è sempre più diretta e sollecitata dai dispositivi tecnologici. Guardiamo sempre più le immagini e sempre meno le cose. Lo schermo si sostituisce al paesaggio.
Il romanzo di Steve Erickson dal titolo emblematico
Zeroville (Bompiani, a cura di Simona Vinci, € 19.50) ambientato in un non-luogo come Hollywood, in una California che sembra essere un gigantesco set più che un territorio geografico, può essere considerato come un esempio, in forma narrativa, che illustra e simboleggia la profondità radicale di questo mutamento antropologico dello sguardo. Potrei dire che in questo libro sia deliberatamente presente una specie di premessa epistemologica su ciò che è diventato il regime della visione contemporaneo. La presenza di una tesi di questo genere non deve disturbare il lettore più di tanto.
di Girolamo De Michele
Eliana Bouchard, Louise. Canzone senza pause, Bollati Boringhieri, 2007, pp. 230, € 13.60
Louise de Coligny (1555-1620) nasce nell’anno della pace di Augusta e dell’abdicazione di Carlo V, e muore mentre la battaglia della Montagna Bianca pone fine alla fase boema della Guerra dei Trent’anni per spalancare la porta della storia su un abisso di orrori e fanatismi. Figlia della guida politica e militare degli ugonotti di Francia Gaspard de Coligny, sposerà in seconde nozze Guglielmo d’Orange, detto il Taciturno, capo della neonata Repubblica delle Province Unite, che cadrà, come il padre, il primo marito e buona parte della famiglia di Louise, sotto le armi benedette del fanatismo cattolico.
SONNO – Roberto Tiraboschi – edizioni e/o - pp.319 - €1 - settembre 2008
Di questo autore, una biografia che dire stringata è un eufemismo, si conosce solo luogo di nascita e residenza attuale, rispettivamente Bergamo e Roma, e due precedenti romanzi alle spalle La levatrice e Sguardo, il primo nel 1995 e l’altro nel 2005. Quando un romanzo, italiano per di più, riesce ad emergere in maniera così notevole fra tanti altri, mi piacerebbe sapere qualcosa di più sullo scrittore. Mi piacerebbe che ci descrivesse, soprattutto, come ha fatto, dove ha attinto quella profondità, quella trasgressiva e quasi colpevole identificazione con l’immaginario.
di Giada Romeo
Un titolo si aggiunge nella lunga lista di testi dedicati alla lotta armata: per il trentennale del caso Moro Rizzoli ha pubblicato L’ultimo brigatista, di Aldo Grandi.
Il suo ‘incipit’, capitolo intitolato proprio così e che precede la ‘Premessa’, è costituito da una delle più famose lettere di Moro, quella in cui dando l’addio alla moglie addossa esplicitamente alla Democrazia Cristiana la responsabilità della sua prossima morte.
Ci si attende dunque un testo conseguente, una ricerca, un’analisi, un discorso o delle informazioni sul dibattito, povero quando non inesistente, sul ‘fronte della fermezza’ costruito dall’apparato del PCI che impose il rifiuto di ogni trattativa grazie al lassismo interessato degli amici democristiani di Moro e al volere dell’alleato americano. Insomma sul tabù politico italiano, ché qui solo Cossiga ne parla quando gli serve, mentre neppure l’alleato americano vede ragione di tacere (vedi intervista a Steve Pieczenik). Invano si cercherà nel testo di Grandi una qualsiasi forma di seguito; la lettera del morituro è li come ornamento, un San Cristoforo sul parabrezza.
di Daniela Bandini
Sabina Marchesi, I processi del secolo. Enigmi, retroscena, orrori e verità in trenta casi giudiziari italiani da Gino Girolimoni a Marta Russo, Editoriale Olimpia, 2008, pp. 304, € 16,50.
La storia è fatta anche di processi. Processi che a loro volta hanno segnato la storia, condizionandola o indirizzandola verso mete precise di rottura o di consolidamento strutturale. La società non si “serve” della giustizia per garantirsi un’etica, ma è semmai il contrario: i rappresentanti della giustizia generalmente interpretano i bisogni di un’etica per indirizzarla verso la mediocrità interpretativa delle leggi. Non ci saranno mai due sentenze uguali per i medesimi delitti, dipende dal momento storico, dall’opportunità del farlo, dal bisogno di sedare o aizzare gli umori di particolari categorie, anche ideologicamente, intendo, anche in maniera di rottura. La verità, questa dea tanto cara al nostro immaginario alla quale taluni sacrificano il loro idealismo, altro non è che una mera interpretazione: la verità è l’opportunità di rivelare una determinata cosa in un determinato momento a un determinato pubblico. Visione troppo cinica? E’ un fatto che ogni giorno muoiono molte persone in incidenti stradali. Sì, è la verità, ma lo era anche 20 anni fa, solo che non era in prima pagina.
di Alberto Prunetti
La Guida steampunk all’apocalisse (Agenzia X, p.127, 11,50 euro, traduzione e cura di reginazabo) introduce in Italia un altro tassello dello Steampunk, un movimento nato da una costola del cyberpunk che ha saputo incrociare scenari e suggestioni della fantascienza più tecnofila con le meccaniche a vapore dell’era vittoriana. Il mix tra Gibson e Sterling da una parte e Verne e Wells dall’altra ha prodotto distopie intriganti che hanno dato forma o influenzato la letteratura (Le macchine infernali di M. W. Jeter o L’era del diamante di N. Stephenson), il cinema (La città perduta di Jeunet e Caro), i fumetti (La lega degli straordinari gentlemen, di A. Moore) e i cartoon di animazione (Il castello errante di Howl di H. Miyazaki).
Tradotta da una delle più capaci traduttrici italiane (che stavolta ha utilizzato il nickname di reginazabo), arriva adesso l’edizione italiana di un testo che cerca di situare il movimento steampunk nel suo contesto più politico.
Buone intenzioni, premesse confuse, libro raffazzonato. Che il potere racconti storie è un'ovvietà, che noi si debba smettere di farlo è una scemenza
di Wu Ming 2
Articolo apparso su L'Unità del 27/09/2008
All'inizio di settembre, Chicco Mentana ha invitato nel salotto di Matrix il Ministro per la Pubblica Amministrazione, perché rendesse conto agli spettatori della sua famosa battaglia contro i fannulloni. Come prossima tappa, Brunetta ha promesso che lancerà un concorso. Impiegati e dirigenti che lavorano bene verranno invitati a raccontare la loro storia. Il Ministero valuterà e pubblicizzerà le più belle. Ai vincitori, ricchi premi in busta paga.
Burocrazia e narrativa. Il binomio sembra azzardato. Ma cosa spinge un Ministro a raccogliere aneddoti edificanti, oltre a griglie di dati e relazioni tecniche?
Alessandro Baricco, in un'intervista al Corriere, ha sostenuto che ormai "tutto è narrativo": dal modo di esporre le merci al linguaggio scientifico, dall’informazione al marketing, alla politica.
Lo scrittore francese Christian Salmon - nel suo saggio Storytelling, da poco uscito per Fazi - ha trovato un nome accattivante per questa febbre di racconto. L’ha chiamata nuovo ordine narrativo, evocando l’immagine di una macchina per plasmare le coscienze, catturare le emozioni, incitare al consumo. Una macchina che è diventata la struttura portante, il motore stesso del capitalismo.
di Ermanno Lolli
AA.VV., NeroMarche, a cura di Giuseppe D'Emilio, Ennepilibri, 2008, pp. 148, € 13,80
A ciascuno il suo incubo personale. Chi appartiene a una generazione come la mia (gli adolescenti degli anni Settanta) conserva quasi indelebile la traccia di almeno un ricordo inquietante legato a un genere cinematografico, il cinema horror, che, in particolare in quegli anni, ha provocato forti reazioni emotive che forse gli adolescenti di oggi non provano più. Il mio personale tragitto va nella direzione di un film del 1976, La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, magistrale e terrorizzante vicenda horror ambientata nella bassa padana, tra foschie, paesi apparentemente tranquilli, canoniche. Ho più volte riflettuto sulla forza di quel brivido indotto, sulla sua efficacia, e mi sono dato una risposta: quel film mi ha fatto paura per la estrema riconoscibilità dei luoghi, per la collocazione della vicenda in un contesto territoriale-paesano non particolarmente distante dalla mia regione, le Marche.
Paolo Roversi, Taccuino di una sbronza, Kowalski, 192 pagine, 11 euro
In principio fu il coma etilico. Anzi no. In principio fu l’inquadrata, prefissata, tragica, disperata vita di Carlo Boschi. Poi arrivò il coma etilico. E niente fu più lo stesso.
Carlo e il suo amico Romeo – che guarda caso è anche il narratore – se ne stavano in un pub a Dublino a festeggiare l’addio al celibato. Il celibato era quello di Carlo, ma la sbronza era la stessa per tutti e due. Fatto sta che Carlo ingolla una pinta di troppo e va giù come un sasso. È il 9 marzo 1994. Dall’altra parte del globo, a San Pedro California, Henry Charles Bukowski Junior, mr. Barfly, l’ultimo poeta del Novecento (o più semplicemente Hank) tira le cuoia. Leucemia fulminante.
Il vecchio Buk chiude gli occhi per sempre, il sciur Boschi di Milano (temporaneamente in trasferta nell’isola dei folletti e della Guinness) li riapre e dice di essere Buk.
di Daniela Bandini
Manolo Morlacchi, La fuga in avanti. La rivoluzione è un fiore che non muore, ed. Agenzia X-Cox 18, pp. 216, € 15,00.
Di questo libro si occupò a suo tempo Carmilla, era il 3 gennaio del 2008. Personalmente l’ho avuto tra le mani solamente una quindicina di giorni fa, e sento la necessità quasi fisiologica di condividere con i lettori le impressioni che questo libro mi ha trasmesso.
E’ opera di un uomo nato nel 1970, che rievoca la sua infanzia e la sua adolescenza, fortemente influenzate da una famiglia non esattamente coerente con il “decennio d’oro” che furono gli anni Ottanta. Tra i parenti nessun imprenditore rampante, nessuno che si sia arricchito coi Bot per acquistare la seconda casa, nessun avanzamento sociale, dal proletariato alla piccola borghesia, nessuna giacca di pelle o visone da ostentare con nonchalance, come l’avessero sempre avuta nell’armadio, nessun biglietto da 100 carte esibito nel portafoglio a suggerire “posso comprare tutto quello che voglio”. Manolo Morlacchi è figlio di brigatisti rossi. Coerenti, ostinatamente coerenti fino all’ultimo.
di Alberto Prunetti
Marco Rovelli, Lavorare uccide, Milano, Rizzoli, 2008, pp. 246, €10,20
[Dedico questa recensione a mio padre Renato Prunetti, operaio saldatore-tubista che smantellava amianto e respirava piombo, benzina e titanio, che ha iniziato a lavorare a 15 anni, sordo e senza denti a 40, morto a 59 anni per un tumore mentre aspettava una indennità INAIL. ] A. P.
Dopo l’impressionante Lager Italiani - un'inda



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