di Alessandra Daniele
Che quello fosse l’unico modo, Jamal lo aveva accettato, come avevano fatto tutti gli altri. Ma quando sentì l’ago entrargli nella giugulare, ogni muscolo del suo corpo si irrigidì, come congelato. Per qualche motivo quella trafittura gli sembrò più dolorosa della pallottola che l’aveva quasi ucciso, prima che suo fratello riuscisse a salvarlo dai miliziani.
Suo fratello era morto per farlo. E a lui non restava che provare a partire.
Non sperava in una vita migliore. Solo in una vita.
Dopo il gelo, arrivò il fuoco. Una vampa crescente gli percorse le vene come un fiume di lava. Cercò di urlare, ma non aveva più bocca.
di Alessandra Daniele
L’esplosione scardinò la porta del bunker.
In una nuvola di polvere e fumo, l’uomo entrò a fucile spianato, e cominciò a cercare. Lo trovò rannicchiato dietro a un tavolino di traverso, che lo aveva protetto dalla pioggia di cocci e macerie. Ribaltò il tavolino con un calcio, e puntò il fucile contro il vecchio
- T’ ho trovato finalmente!
Il vecchio si tirò su a fatica, e alzò lentamente le mani.
- Cosa vuoi da me? Sei venuto per le mie scorte di scatolette?…T’è andata male, sono praticamente finite. Se hai fame, dovrai accontentarti di mangiare il mio cadavere. O sei a caccia di munizioni?…
- Sono qui per la tua cassaforte.
Il vecchio lo guardò stranito. Poi scoppiò in una risata rauca.
di Alessandra Daniele
- Perché mi avete fermato?..
- Controlliamo il suo chip subcutaneo – rispose l’agente, puntandole il lettore alla schiena – lei risulta incinta.
La ragazza sgranò gli occhi, l’agente continuò in tono burocratico.
- Incinta da quattro ore e ventidue minuti – fece un cenno al collega, che scese dal furgoncino della Life Police. Afferrarono la ragazza per le braccia, lei si divincolò.
- Un momento, non potete!…
Il secondo agente la immobilizzo con una leggera scarica elettrica alla nuca, in corrispondenza dei centri motori del cervelletto. La ragazza si afflosciò sul marciapiede. Il primo agente le recitò con voce monotona la formula di rito.
- Da questo momento, per evitare che lei possa volontariamente o involontariamente nuocere al nascituro, lei è in custodia statale.
di Alessandra Daniele
- Le so, le so, le so a memoria – cantilenò il ministro con aria supplichevole. Il Prop-trainer scosse la testa, severo
- Mi dispiace, ma dobbiamo ripassarle bene tutte di nuovo. Dunque: la criminalità?
Il ministro partì deciso
- Dilaga! Impazza! Straripa! Straborda! Srb..sbr….sburdega!
Il Prop-trainer annuì. Il ministro continuò
- Tolleranza zero! Il cittadino è in allarme, e noi saremo inflessibili! La gente ha paura a uscire di casa! I musulmani ci pregano contro! Gli sbarchi nelle periferie urbane di negri rumeni e zingari cinesi non sono più tollerabili! Sono dappertutto! Sono dappertutto! Escono dalle fottute pareti!…
- E la corruzione?
- Dilaga!…Cazzo, no, stavolta ho sbagliato!…
di Alessandra Daniele
La forma perfetta
La maggior parte degli esseri umani credeva in Dio.
Ciò che però non sapeva era che Dio fosse uno Scarafaggio.
Qualcuno a volte l'aveva sospettato, se non altro per il ripetersi, sia nel microcosmo che nel macrocosmo, della forma sferica, chiaramente collegata alle sfere di sterco plasmate dagli scarafaggi sulla terra. La maggioranza di loro però finiva piuttosto per associare Dio a un mammifero domestico, o da cortile.
di Anonimo (trad. di Giorgio Tinelli)
Testo anonimo, inviato in francese al blog che Emir Sader ha all’interno della pubblicazione brasiliana Carta Maior; riprodotto dal sito www.SinPermiso.info
1) In Medio Oriente sono sempre gli arabi che attaccano per primi, ed è sempre Israele che si difende. Questa difesa si chiama “rappresaglia”.
2) Né gli arabi, né i palestinesi, né i libanesi hanno il diritto di uccidere civili. Ciò si chiama “terrorismo”.
3) Israele ha il diritto di uccidere civili. Ciò si chiama “legittima difesa”.
di Giovanni Di Iacovo
"Che la materia pensi, è un fatto."
Giacomo Leopardi
IL MIO PRIMO AMORE.
C’erano una volta i suoi testicoli, che si ridussero alle dimensioni di due arachidi. Il suo piede crebbe dal 41 al 47. Steroidi e fiale di Halotestin e di nuovo altri steroidi. Comprò dei teschi di scimmie appena morte dallo zoo e bevve ormoni della crescita dal loro cranio. Si iniettò anabolizzanti alla base collo tentando di beccare direttamente la ghiandola della tiroide. La pressione sanguigna era sempre in orbita, al punto che ormai perdeva sangue dal naso anche durante il sonno. La sua urina divenne scura e densa sotto l’immenso sforzo del fegato nel tentare di liberarsi da quella mole di tossine. Ogni mattina aveva bisogno di almeno di tre linee di speed per riuscire ad alzarsi dal letto e andare al lavoro alla Rehnskiöld-Damm. Per addormentarsi doveva versarsi in gola quindici gocce di Ipnox.
di Valerio Evangelisti
(da "2009, un anno in rosso", suppl. a il manifesto, dicembre 2008)
L’anno 2009 fu decisivo per l’Italia. Un ministro fantasioso, Giulio Tremonti, escogitò il modo per sottrarre l’economia italiana alla crisi che attanagliava il mondo. Una soluzione semplice e originale: fare del paese, per sua natura incline all’esibizione e alla vena farsesca, uno spettacolo. Un reality show. Grazie ai satelliti, gli spettatori del mondo intero avrebbero potuto osservare ciò che accadeva nella penisola, zoomando a piacimento da un quadretto familiare all’arena politica. Il prezzo dell’abbonamento avrebbe rimpinguato le casse esauste del Tesoro.
Fu un successo immediato. Da tutto il mondo, tramite appositi decoder distribuiti da Mediaset su scala internazionale, ci si collegò alla Rete per seguire ciò che avveniva in Italia.
di Filippo Casaccia
Dio c’è
La coppia anonima si rivela subito pericolosissima. Lui è un trentenne, che parla con voce soporifera. Alla povera amica che gli sta a fianco racconta del portafogli rubato sabato sera dal cruscotto della macchina di un amico. Deve rifare i documenti ed è molto scocciato. Conclude che saranno stati tossicodipendenti. Vorrei interloquire: “magari negri”. Comunque non si può andare avanti, continua, perché è tutto tassato e non vale più la pena di lavorare. Non esprime motivazioni politiche: è il vero fascista inconscio, che non ha opinioni se non quelle che richiedono meno sforzi mentali e presuppongono il miglior ritorno personale. Poi, questo curioso tuttologo, attacca a parlare della calvizie ed è sicuro che alimentazione, inquinamento e soprattutto stress siano letali per il capello. A questo punto temo di tornare a Genova completamente pelato.
di Filippo Casaccia
Svengo anch'io
Il problema del lunedì mattina è che si va a dormire la domenica sera. Si dorme da weekend, ma ci si sveglia da settimana lavorativa e le due cose vanno poco d’accordo. Cioè, so che non è un concetto molto chiaro, ma se dormo sei ore per notte durante la settimana non rappresenta un problema: bastano una secchiata d’acqua gelida in faccia, un caffettone fortissimo e via, in Vespa verso la Facoltà. Il sabato e la domenica, invece, dormo secondo ritmi umani e mi godo anche nove ore di sonno. Comunque, dopo un weekend così, col rave sulle spalle e i peperoncini eritrei ancora sullo stomaco, vado a dormire come se mi aspettassero nove ore di sonno ed invece, poi, il lunedì mattina tocca tornare a Genova per l’immancabile lezione di Scienza delle costruzioni.
di Alessandra Daniele
Claude fu bloccato da un paio di agenti davanti all’uscita del terminal.
- Benvenuto al confine dell’Italia, il paese più democratico del mondo! – gli sorrise la donna.
- Fra qualche minuto le diremo il risultato della votazione – disse l’uomo.
- Quale votazione?
- Gli italiani stanno decidendo se permetterle di entrare nel nostro paese.
- E perché?… Non sono mica un famigerato criminale!…Sono solo un turista qualunque!
La donna annuì.
- Lo sappiamo, ma i nostri cittadini hanno il diritto costituzionale di decidere direttamente su chiunque venga ammesso nel nostro paese.
di Filippo Casaccia
Metti un sabato sera, al rave
La serata s’è subito messa bene. Vecchi amici, un buon rosso e cibo eritreo. Raffa e io siamo gli unici fessi che, da veri ghiottoni, ingoiano il peperone verde piccante intero. Saporito sì, ma fortino e la lingua diventa un altoforno. Le lacrime agli occhi e la sudorazione da sauna non c’impediscono di apprezzare il compagno Pier che tiene banco durante la cena e sfoggia il suo ethos. Sembra una convention elettorale perché espone, in 100 punti, il suo programma, con una parola buona per tutti: il frignone Leoluca Orlando, Di Pietro, Occhetto, Formentini, gli orridi Ragazzi del muretto, Castagna, Venditti, Alba Parietti, Minghi, Costanzo, Mino Damato, Mara Venier, Pannella, Sgarbi, Fede, Ferrara e Berlinguer padre, figlia e fratello. E di Andreotti ha una certezza: “Altro che un bacetto a Riina, ci ha messo 5 centimetri di lingua”. E ancora Santoro, Guglielmi, Curzi, Donatella Raffai, Dandini e Augias: “E questa è la cultura di Rai3: tutti gli animali della savana che ciulano”.
di Alessandra Daniele
Fu svegliato da uno strano clangore di ferraglia.
Aprì gli occhi, e lo vide davanti al suo letto, in piedi, vestito di bianco, alto ma curvo, come negli ultimi anni. Coperto di grosse catene rugginose.
- Salve Joseph – disse. La sua voce inconfondibile sembrava provenire dal fondo dell’inferno.
Joseph biascicò un urlo strozzato
- Karol? ..Non è possibile! Sei morto!...- a fatica si tirò su dal cuscino, poi spalancò la bocca – Allora anch’io sono morto!…Maledetti, lo hanno fatto di nuovo, hanno avvelenato nel sonno anche me come quel povero stronzo!….
[Dinamicissimo editore, presenza televisiva su RaiTre, editorialista su "Repubblica Milano", politicamente impegnato, e anche scrittore un po' più che talentuoso: Michele Dalai sta pubblicando alcuni racconti su Playboy, rivista che riprende alcune traiettorie delle sue origini, narrativa compresa. Dai racconti emerge una lingua sorprendente per efficacia e brillantezza, un diorama lessicale e ritmico che non dà tregua e che segnala un talento comico mai familiare alla narrativa italiana. Le tracce seguite sono quelle di Sedaris, di certo Palahniuk, della narrativa breve di Wolfe. Con un romanzo in lavorazione, Michele Dalai si segnala come un narratore dalle potenzialità concretamente destabilizzanti, se si pensa la sua scrittura su un arco lungo. Chi può e deve intendere, intenda. gg]
La Danza del Mentre
Beliana Ivanova è nata in un posto in cui i trattori arrancano in salita, tossiscono tutta la loro fatica e, uno dopo l’altro, si spengono per sempre ai margini dei campi di grano, senza pezzi di ricambio né un lenzuolo pietoso a regalargli un po’ di rugginosa pace. La figlia di Ivan Ivanov e di Sonjia Lisic è nata a Gergisk, nel cuore del centro di una terra senza cuore. A Gergisk non ci sono negozi, non ci sono strade e acqua e corrente elettrica arrivano a turno, usando le stesse condutture. In paese c’è solo un piccolo emporio in cui si trova un po’ di tutto e non si rimedia mai nulla di buono e che funge anche da pompa di benzina, stazione degli autobus, scuola elementare, posto telefonico pubblico e corte giudiziaria.
di Filippo Casaccia
I vagoni piombati di Pavia
Entro nello scompartimento e, quando sto per sedermi, è già troppo tardi. Mi vedo dall’esterno: ci sono io, rigido come un baccalà, con una di quelle maschere antigas tipo prima guerra mondiale. Davanti a me, infatti, c’è - nella realtà, non nelle mie fantasie cinematografiche, purtroppo – una specie di lolita truccata come Mortisia e in possesso di due ascelle parecchio vissute. Dorme in posizione fetale e fetente, strizzata da un body che nulla lascia all’immaginazione e che evidenzia due ributtanti aloni di sudore sotto le braccia. I pantaloni di pelle sono alla Iggy Pop versione Stooges (probabilmente non lavati dallo stesso periodo) e al braccio esibisce un monile di rame che la stringe come una coppa piacentina. Alla mia destra sta una quieta signora che sta leggendo le gesta di Padre Pio in quell’interessante pubblicazione di nome Oggi. Evidentemente l’odore di santità le impedisce di sniffarne altri.
di Alessandra Daniele
Ho letto di questi biscotti fatti col grasso derivato dalla liposuzione. Allora stamattina sono andata al discount per vedere se qualche feticista s’era messo a cercarli sognando di dare un morso alle chiappe di Britney Spears. Già che c’ero, ho preso una scatola di cereali, quelli che avevo a casa, appena aperti, sapevano già di vecchio. Ho trovato solo cereali transgenici, del tipo che s’ammazza i parassiti da solo. Spero non consideri un parassita anche me.
di Filippo Casaccia
Lo scippo
Genova, via XX Settembre, diretto verso la Stazione Principe. Sto andando a prendere l’ennesimo treno che, in questa calda giornata autunnale, mi porterà a Milano. Prendo il 18 anche se è pieno: ho abbastanza anticipo sul treno, ma non si sa mai. Meglio che dover aspettare un altro autobus vuoto e rischiare.
Salgo e noto che c’è una tizia con una evidente faccia da idiota. Razzista! - penso - ancora ad insistere con la fascista presunzione di giudicare dalla faccia. La città mi scorre davanti agli occhi, tra salite e discese, Garibaldi a cavallo, sole e gallerie. Una, due, tre fermate: mancano duecento metri alla fermata di Principe, ho quindici minuti per fare il biglietto, obliterarlo e partire. Tranquillo, come piace a me, così mi scelgo un bel posto e posso leggermi in pace Cuore.
All’improvviso uno starnazzo impone il silenzio in piattaforma, dove l’apposita targhetta ricorda che è vietato sputare: “Conducenteee, autistaaaa, mi hanno rubato il borsellinoooo…”
[E' in tutte le librerie l'annuale Almanacco Guanda, curato da Ranieri Polese. A partire dal caso Gomorra, convocando critici e scrittori, che intervengono teoricamente o attraverso racconti, si discute di rapporti tra politica e narrazione, dagli scrittori «noir» (Lucarelli, De Cataldo, Fois ecc.) all'opera di romanzieri come Cordelli (Il duca di Mantova) e Siti (Troppi paradisi, Il contagio). Intervengono Arpaia, Biondillo, Breda, Caprara, Casadei, Casalini, Cordelli, Cortellessa, De Cataldo, Desiati, Franchi, Genna, Polese, Rebori, Savatteri, Stajano. Pubblico qui, ringraziando l'editore per il permesso, il mio racconto, in perfetta continuità con Italia De Profundis, l'ultimo romanzo, appena uscito per minimum fax. gg]
IL CORPO DEL CARDINALE
di Giuseppe Genna
Sia osservato.
E’ nudo. E’ anziano, ma ha il volto di un bambino gonfiato dal cortisone dopo una purpurea. L’incarnato è pallido, è della tonalità di certe fotografie ovoidali in ceramica sulle lapidi. I capelli radi, senza la zucchetta rosso porpora, erano insospettabili capelli di quella foggia chemioterapica. E’ nudo. Le braccia parallele al costato e alle anche e ridotte a una circonferenza minima, i bicipiti assenti, il ventre che sporge come una protesi e invece è gonfio per il rilascio addominale.
di Alessandra Daniele
Percentuale accettabile
- Avete trovato la testa? – chiese Magni guardando il cadavere decapitato.
Longo alzò le spalle – Macché. Solo poltiglia.
- Niente segni di effrazione, o di lotta?…
- Come al solito. Sangue e cervella dappertutto, ma solo qualche soprammobile rotto, e il televisore sfondato.
Magni annuì – Dev’essere così che li ammazza – mimò il gesto col braccio – prima gli afferra la testa, e gliela sbatte violentemente contro lo schermo, e poi gliela spacca come un cocomero.
- Che stronzo…
- Già
- No, dicevo che stronzo a sfasciare questi – disse Longo, indicando il grande televisore a parete – Questo è l’ultimo modello di bioplasma home-theatre ultrapiatto LivingColors della Sunya.
Magni sospirò – L’avevo riconosciuto
di Luisa Catanese
[Il racconto Ite, missa est è tratto da AA.VV., Quando suona la campanella. Racconti di scuola, Manifestolibri, 2006]
Mia madre è nata sugli Appennini, mio padre a Cosenza, io a Bologna. Mi studiano a lungo, mi interrogano. No, non sono sposato, non ho figli; vivo con la donna che amo. C’è chi mi chiede se do le note. «Non l’ho mai fatto». Non dico il falso, dissimulo. Non entro in un’aula da quando ho votato alle ultime elezioni. Da quanti anni non vedo un registro? Provo a sfogliarlo come se l’avessi studiato all’università. Non apro, non tocco un libretto delle giustificazioni da dodici anni, dall’esame di maturità.
di Alessandra Daniele
La contessa Belinda Von Blurg aveva appena perso al televoto contro l’altro nominato, il tronista Teodosio. Secondo il regolamento del reality dell’anno, “L’Isola dei Famelici”, sarebbe perciò dovuta servire come pasto agli altri tre sopravvissuti.
- Scendi da quella fottuta mangrovia, vecchia stronza! – urlò Bignol la pornostar, agitando la picca che s’era fabbricata col femore del precedente eliminato – tu sei la nostra razione di cibo per questa settimana, e abbiamo fame!
- Quel cazzaro della settimana scorsa, l'opinionista Gelsometti, era così pelle e ossa che l’abbiamo finito giovedì! – si lamentò Teodosio
di Alessandra Daniele
La suoneria lo svegliò di colpo, dissolvendo le tracce del sogno.
Aprì gli occhi, guardò il braccialetto elettronico da cui provenivano i trilli. Non ricordava di averlo mai avuto. Un rumore più forte sovrastò la suoneria, e un megaschermo si accese davanti a lui, abbagliandolo. Il volto perfetto di una donna bionda apparve sorridente sul video «Buongiorno! – disse. Poi il suo sorriso si stemperò in un’espressione di gentile autorevolezza – Ci troviamo nel secondo distretto Occidentale, e oggi è il giorno 301 del quarto anno dopo la Neurodemia, cioè la pandemia di necroencefalite che ha ucciso tre quarti della nostra popolazione, e semi distrutto le capacità mnemoniche dei sopravvissuti, con effetto anche retroattivo.»
1.
Nessuno faceva caso ai mini bimbi.
Brulicavano nelle strade e nei marciapiedi, negli ingressi delle case e degli uffici, sul-le scale mobili della metropolitana (tutte e tre le linee), nei giardini pubblici, negli stadi.
I mini bimbi erano lunghi cinque centimetri, avevano la pelle bianchissima e sorridevano sempre. Indossavano soltanto un minuscolo pannolino e non sembravano avere mai freddo. Camminavano a gattoni, lentamente, e si fermavano spesso a sedere, osservando l’ambiente circostante, spesso con le dita di una o di tutte e due le mani infilate in bocca. Ogni tanto emettevano suoni che potevano essere interpretati come sommessi versi di stupore, ma per la maggior tempo ridevano con toni acuti che diventavano percepibili solo quando la risata si prolungava, diventando incredibilmente stridula e gorgogliante. Quando sembravano particolarmente soddisfatti, allungavano le braccia il più possibile e battevano le mani.
di Alessandra Daniele
- Stanno arrivando – disse Arianna, e con uno scatto degli arti lunghi e sottili si appiattì contro il soffitto all’interno dell’atrio semidiroccato. Cal stipò a fatica la sua mole scagliosa nell’angolo accanto al portone privo di ante, e aspettò. Il gruppo si avvicinava a loro attraversando la strada deserta e assolata, tra le carcasse delle macchine abbandonate. Erano in tre, e attorno ai loro colli chiazzati e giallastri le cravatte eleganti e incrostate di sangue che portavano ancora erano particolarmente grottesche. Uno di loro aveva anche la giacca, dalle cui maniche però sbucavano artigli scarnificati. Il primo, quello con le due paia di lunghe zanne ricurve che sporgevano da entrambe le arcate dentali, annusò l’aria, e puntò un braccio verso il portone.
- Carne! – gridò, e cominciò a correre, saltando le lamiere rugginose di un cartello stradale divelto.
di Enrico Miele
"Decine di occupazioni.
Studenti, operai, insegnanti.
Insegnanti! Ti rendi conto?"
Gian Maria Volontè in "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto"
"Secondo lei mister, il futuro è dei giovani?
No, il presente è dei giovani."
Josè Mourinho in un’intervista rilasciata alla Rai
C’erano una volta, elementari, medie, superiori e università. Nulla d’invidiabile, per carità. Anche allora i problemi non mancavano. Ma cosa potete saperne? Voi rievocate il passato solo perché sto smantellando il vostro presente. E fossi la prima, capirei anche tutte queste proteste. Ma è un percorso lungo. Che viene da lontano. Io sono stata scelta per terminarlo. Io sono la figlia del sapere.
di Alessandra Daniele
La ragazza si precipitò dentro chiudendosi la porta alle spalle
- Sono dappertutto! – urlò. – Siamo circondati!
Gli altri tre cominciarono ad aiutarla a barricare la porta, già scossa da scariche di colpi furibondi, misti a disarticolati grugniti ululanti. Fuori, un migliaio di zombies a caccia di cibo. Soltanto una piccola compagine delle sconfinate, brulicanti schiere di morti viventi che s’erano impadronite del pianeta. A solo sei mesi dal primo contagio, tutto quello che restava dell’umanità non era che qualche sparuto gruppo di sopravvissuti. Assediato da milioni di zombies.
- Che facciamo?! – gridò ancora la ragazza, spingendo freneticamente una scrivania sconnessa contro la porta. Il vecchio la guardò.
- Io l’ho visto cominciare. – disse - C’è solo una cosa che li ferma. – Si indicò la fronte. – Un colpo in testa.
- Scusa compagno – disse l’uomo bruno. – Io capisco la tentazione al soggettivismo, ma accettare la logica dello scontro rischierebbe di radicalizzare ulteriormente il conflitto, e dati i rapporti di forza in atto sarebbe avventurismo controproducente.
di Alessandra Daniele
RETROVISIONE
All’inizio era stata soprattutto una moda: i Rearshades, gli occhiali da sole con nano-camera laterale incorporata, potevano proiettare sulla retina anche una breve immagine di ciò che stava alle spalle di chi li portava, come una sorta di specchietto retrovisore portatile.
In breve però si erano dimostrati un prezioso strumento d’autodifesa, e come tali andavano a ruba.
Moltissimi fra coloro che li indossavano abitualmente erano riusciti a scorgere alle loro spalle l’ombra fugace di un criminale in agguato, e quindi a sfuggirgli in tempo. Qualcuno si era anche voltato di scatto sparando, ma era stato comunque assolto dal reato di strage grazie alle nuove leggi che favorivano la legittima difesa, giustificate dall’allarme criminalità sempre crescente.
Ben pochi ormai s’azzardavano a girare per strada senza Rearshades.
Benché le forze dell’ordine aumentassero ogni giorno il livello del controllo sociale, nessuno era ancora riuscito a scoprire da dove sbucassero tanti criminali, né come facessero a dileguarsi così in fretta appena scoperti. Tutti però speravano nell’efficacia di retate sempre più massicce.
di Kai Zen
1.
“O Cecco, ma tu lo sai, te, che un amico del mi’ cugino, il Vanni, c’è entrato e non l’hanno visto più?”
“Seee!”
“Ti giuro su la mi’ mamma, manco la polizia l’ha cercato. Per farti capire, eh.”
“Su la tu’ mamma?”
“Giuro. Ed era uno grande, sai, mica un cittino. Avrà avuto diciott’anni.”
“Vabbe’.”
“Mentre invece un altro ha provato a passarci la notte e…”
“Scomparso pure lui?”
“Impazzito. L’hanno ritrovato la mattina dopo nei dintorni della villa che non riconosceva la destra dalla sinistra. Ora pare che sta all’ospedale psichiatrico di Firenze.”
“E pure questo me lo giuri su la tu’ mamma.”
di Alberto Prunetti
L’uomo era magro e robusto. Stupivano i suoi pantaloni di velluto, fissati con una corda in vita a dispetto del caldo dell’estate. Dominava da un colle, tra recinti e annessi agricoli, un fondo di pascoli in un angolo di Maremma. Cinque creste di colline piene d’animali, erba secca e cespugli di lentisco.
Ricordavo i consigli. Vai da quel pastore. Sui prezzi del maneggio niente da dire. Ma attento ai cavalli. Li picchia e a volte sono ombrosi.
Entrai nel recinto. Scegli quello che vuoi, mi disse.
Evitai il baio, aveva una zona di pelo bianco sul dorso, e i cavalli fiaccati hanno già patito troppo.
Ne vidi uno che mi piaceva. Mi piaceva perché non mi faceva paura. Questo, dissi.
di Simona Mammano
“Voi andate, io torno domani, devo portare un fiore sulla tomba della figlia della vicina di casa, che è morta dieci anni fa. Dormo in stazione poi vado al cimitero e parto subito dopo. Non preoccupatevi per me”.
Genova. Sono le sette di sera del 21 luglio 2001, Arnaldo ha deciso di non tornare a casa con i compagni con cui è arrivato la mattina dal Veneto per partecipare alla manifestazione del Genoa Social Forum contro il G8. La corriera parte. Arnaldo no. Deve rispettare un impegno. Ha 62 anni, è un uomo allegro, ironico e curioso e, nonostante abbia solo la quinta elementare, è informato su tutto. Crede che ognuno debba farsi carico di cambiare la società, per migliorarla.
I suoi compagni non sono contenti di lasciarlo lì, ma sanno che le sue decisioni sono irrevocabili.
di Girolamo De Michele

[questo racconto viene pubblicato contemporaneamente su Posse]
Perché a mia mamma ho detto che vado al solito campeggio degli scout per non impezzarmi con una discussione politica, e poi perchè a lei la Sandra proprio non piace, dice che si veste tipo da puttana, chissà cosa fuma, cose così. Che poi secondo mia mamma lì ci si va solo per scopare, come se invece ai campeggi scout non... che chissà cosa si crede quando vado a fare i campeggi, pensa che l’anno scorso praticamente mi ha tanato il diaframma dallo zaino e non se n’è accorta, cioè non l’ha riconosciuto solo perché per sbaglio l’avevo messo in un’altra scatola.
di Chiara Vozza
[Questo racconto è ambientato nei primi anni Ottanta. E' solo un frammento di un immenso affresco che comincia e finisce dove cominciano e finiscono le istituzioni totali, in qualunque epoca, in qualunque luogo. Un affresco sconosciuto ai più, soprattutto a coloro che ne invocano la riproduzione infinita.]
“Cammina, puttana”.
Non ha nessun motivo lo sbirro, né di incitarmi né di insultarmi.
Fuori dalle sezioni, corridoi deserti verso la sala colloqui, e certo che cammino, che altro potrei fare? perché non dovrei camminare, sto andando a incontrare persone che amo.
di Vittorio Catani
Tutto sommato siamo una famiglia all’antica, noi.
La mattina facciamo colazione insieme: mia madre, mio padre e io.
Si alza per primo Antonio, perché c’è un solo bagno in casa e lui è quello che, come dice Ingrid, “perde più tempo a rifarsi i connotati”. L’importante è che ci ritroviamo a tavola all’orario giusto: le 7,30. Poi ciascuno prenderà la sua strada.
Stamattina eravamo seduti e mentre aprivo il distributore di biscotti per un caffellatte appena espulso dalla cucina, papà ha detto con espressione tesa:
- Da lunedì prendo una settimana di ferie. Non sopporto più questa storia. Voglio guardarmi intorno.
- Antonio - ho risposto - non ci credo. Lo ripeti da due mesi. -
Mio padre lavora in una grossa azienda di prospezioni geologiche per ricerche petrolifere. Le sedi sono a Roma, Istanbul e Manila, con laboratori anche in Antartide. Le cose vanno male, il petrolio comincia seriamente a scarseggiare ed estrarlo diventa più difficoltoso, costoso e inoltre più si va giù, peggiore è la qualità. L’ho sempre chiamato Antonio. D’altronde mica è mio padre genetico, è solo il marito di mamma Ingrid.
di Alessandra Daniele
[Questo breve racconto di Alessandra Daniele è compreso nell'antologia, falsamente e perfidamente attribuita a Philip K. Dick, Scorrete lacrime disse lo sceriffo, pubblicata dal centro sociale Crash! di Bologna. L'antologia sarà presentata il 19 marzo, alle ore 20, presso la festa di Radio Onda d'urto di Brescia dai due curatori, Paola Papetti e Valerio Evangelisti.]
Il sindaco Seldrig ispezionava con aria soddisfatta il “Termo-Valorizzatore di Risorse Umane”.
- Come uomo di sinistra – disse – oggi sono particolarmente fiero. Infatti da tempo è stato delegato a noi sindaci il potere di comminare la pena di morte e farla eseguire, ma sarà la nostra città la prima a farlo in modo del tutto eco-compatibile! – Un applauso felpato dei giornalisti intervenuti all’inaugurazione coronò la frase del primo cittadino, che aggiunse con un sorriso: – D’altronde, visto che non permettiamo alla feccia e ai rifiuti umani di sporcare la nostra bella città da vivi, non vedo perché dovremmo lasciarglielo fare da morti!
di Chiara Vozza
Il problema era che, senza residenza, non potevi neanche farti curare una bronchite.
Il vantaggio era che, senza residenza, non potevano neanche recapitarti una multa.
“Senza fissa dimora” era una formuletta abracadabra che riduceva la vita al suo scheletro spolpato e ripulito: la bronchite era una cosa che o passava o diventava polmonite e morivi.
“Senza fissa dimora” erano tre paroline idraulicoliquido che sgorgavano quintalate di saggi giuridici e trattati sociologici: l'Autorità dello Stato era una cosa che o ti gonfiavano di botte e ti sbattevano in galera o ti lasciavano perdere.
LO ZINCO DISSE:
Io sono una donna, no, non lo sono. E’ cosa molto più complicata. Foro Milano di notte e pedalo e adesso crollo. Pedalo e ogni pedalata è atroce, sempre più, ritorno da nord verso la mia casa che ripara, dove chiunque entra senza danneggiarne i ventricoli e lascia il mio cuore intatto. Esplode a ogni pedalata: mi fa male. Mi hanno dato nome Elena: il nome di piombo di cui parlano le saghe antiche dell’occidente, ho studiato le saghe, da sempre, da sempre ho studiato l’occidente. Il nome del ratto, un rapimento mi precede, i re mi si passano per mano. Cerco amore che nessuno mi dà definitivamente, cerco amore irremovibilmente. E’ penetrato in me come un rapido contagio, prima che me ne accorgessi io.
di Giulia Maria Urcia Larios
- Ah, ho bisogno di una pausa. Versami un po’ di caffè, già che ce l’hai in mano -. Seraph si stiracchiò e volse lo sguardo verso Maximilian che, imbavagliato e sempre legato, aveva in quel momento un attimo di sollievo dal dolore quasi continuo che provava da ben quattro ore: a turno si erano dati il cambio, e ognuno di loro aveva fatto qualcosa di estremamente doloroso al condannato.
Maximilian era allo stremo, respirava dalla bocca con evidente fatica: non aveva più gli occhi, ma le orbite insanguinate non risaltavano particolarmente sul suo volto tumefatto, privo di naso e pieno di tagli. Ai lati della testa c’erano soltanto due piaghe sanguinanti, perché gli avevano tagliato le orecchie.
Gli erano state slegate le gambe che ora avevano delle angolazioni strane ed erano gonfie, violacee e piene di ferite: Lizard gli aveva rotto sistematicamente tutte le ossa, dal femore ai delicati ossicini dei piedi, con una mazza da baseball estratta, come un prestigiatore estrae dal cilindro un soffice coniglietto bianco, da uno dei borsoni neri che sembravano non avere fondo.
di Giulia Maria Urcia Larios
Il Salto era uno dei quartieri peggiori della Città, il quartiere dei drogati, dove persino gli spacciatori mettevano piede raramente. Per non parlare della polizia, che ci entrava solo di giorno per una ronda veloce e, casomai, per prelevare i cadaveri che a volte venivano trasportati fin sulla strada principale per poi essere abbandonati lì, affinché gli agenti di passaggio li facessero identificare e li restituisse allero famiglie (se ne avevano).
E fu là che la polizia. nella ronda di mezzogiorno, trovò Andrej Savino, in arte Venerdì.
- Ah, che splendido lavoro, hermano! – esclamò Lizard.
Si erano trovati tutti al Black Hole, per parlare dell’esecuzione.
- E’ stato facile - disse con semplicità Sombras.
Angelito si apprestò a leggere il giornale di quel giorno.
di Giulia Maria Urcia Larios
Dopo quasi tre settimane Cuervo era tornato al suo posto, al Black Hole Bar, tra gli amici che si complimentavano per la sua bravura.
- Ottimo lavoro – lo lodò Lizard, – niente famiglie che ci danno la caccia e niente polizia che ci fiata sul collo. E’ davvero un ottimo inizio. Allora, l’ultima volta abbiamo sorteggiato turni e compiti. Chi è il secondo? -
- Io – rispose Seraph, - e ho B. D. -
- Hai pensato a come farlo fuori? -
Seraph sorrise, e tirò fuori un block notes scritto fitto con la sua calligrafia nervosa. Cominciò a spiegare: lo sapevano, a volte gli capitava di collaborare con i ladri di auto e di pezzi di ricambio, e grazie al loro aiuto aveva registrato le ore e gli intervalli tra le ronde della polizia nei quartieri più pericolosi. Inoltre aveva seguito Blue Dragon e segnato i suoi percorsi più frequenti, e uno di questi era una stradina stretta e poco trafficata, una scorciatoia per arrivare in centro più in fretta, passando però per la Palude (“…un quartiere pessimo davvero! Giusto fratelli?”).
di Giulia Maria Urcia Larios
Il suo migliore amico e fratello di sangue era morto da più di un anno e Lizard, un cupo pomeriggio d’autunno, rimase a lungo all’angolo della strada di fronte al bar “La rosa d’oro”. La via era illuminata da un sole morente, rosso e pulsante come un cuore malato sospeso sulla cappa di smog che opprimeva la città.
Immobile come una statua, fumava febbrilmente senza togliersi la sigaretta dalla bocca e fissava la porta del locale al di là della strada con un’intensità tale che pareva che la sua vita dipendesse da quella soglia.
Il traffico scorreva lento e caotico, e attorno a lui vociava la folla opprimente.
La porta si aprì e Lizard si fece ancora più attento. Un gruppetto di persone si allontanò ridendo, tra loro spiccava una disordinata zazzera rossa.
di Alessandra Daniele
- Quel fottuto ometto grottesco e maligno! – La ragazza scaglia il giornale attraverso la stanza.
L’uomo seduto segue con lo sguardo la parabola discendente, poi commenta sarcastico
- Il paese è con lui…
- Stronzate!
- Ti ricordo che il mio omonimo è stato regolarmente eletto con un’ampia maggioranza
- Ha approfittato delle paure della gente, paure che aveva creato lui stesso, insieme alla sua banda di criminali! – dice la ragazza. L’uomo si appoggia allo schienale
- Ha fatto anche di meglio. Gli ha dato un capro espiatorio – dice cupo.
Lei scuote la testa – ma non può continuare così, tutto questo è troppo assurdo per durare…
di Alessandra Daniele
IL VINCITORE
L’ Elastitan attecchiva subito: bastava iniettarlo, e si fissava nelle ossa, trasformandole in una struttura ultra-elastica quanto super-resistente. Il prodigioso polimero - insieme al doping tradizionale - aveva fatto di Tod Polton, detto “il giaguaro bianco”, l’uomo più veloce della terra. Però ancora non bastava.
- Ti ci vuole un ChampionChip! - gli disse il coach, dandogli una pacca sul collo grosso come una coscia
- Non la voglio una di quelle caccole elettroniche nella testa – cantilenò Tod, con la voce distorta dagli ormoni.
- Ma saresti perfetto! – rispose il coach – L’Elastitan del tuo scheletro è un polimero biosintetico in grado di ricevere istantanei impulsi neuroelettrici direttamente dal cervello, bypassando il sistema nervoso attraverso un chip installato tra il cranio e la prima vertebra cervicale!
di Franco Ricciardiello
La ragazza che ero io si sfila il chip dalla presa neurale. Norberto la sta aspettando a braccia conserte; si è già scollegato da tempo, mentre lei si librava con il fly per le strade di Kigali, tagliando con le ali sottili l'odore di carne bruciata.
La ragazza rabbrividisce.
— Non so cosa ti stia succedendo — dice lui freddamente. È evidente che vorrebbe aggiungere molto di più.
— Non so lo neanche io — risponde lei, leggermente in colpa.
Ma la sua retina trattiene ancora il barbaglio duro dei machettes, le macchie colore vino dei baschi, i mucchi di stracci insanguinati dei corpi lungo i muri. Le sembra che, invece di essere archiviati in fondo ai tunnel di probabilità, gli avvenimenti del Ruanda siano in procinto di accadere, e che lei rischi di perderli se rimane qui nella casa di vacanze del padre di Norberto.
di Franco Ricciardiello
Gli hanno amputato le mani e i piedi con il machette, per accorciare le sue dimensioni a quelle degli hutu. Gli è impossibile reggersi in piedi. Afferra gli oggetti con la piega del gomito. Mangia con la faccia affondata nel piatto, mentre le mosche gli camminano sul collo.
Non ha più lacrime da sciupare. Prima del 6 aprile giocava in una squadra di football a Butare, oggi si lascia morire nel cortile della missione Onu, seduto su uno sgabello di paglia all'ombra. Osservo l'espressione insensibile del suo viso attraverso i sensori del fly impiantati nella mia presa neurale: le immagini di un giovane morto da quasi un secolo, eppure disperatamente vivide per i miei sensi. Un uccello urla rauco nella nebbia. Radio Mille Collines ha finalmente smesso di incitare al genocidio, oggi trasmette solo canzoni.
di Azzurra D'Agostino
Quando si svegliò quella mattina il cielo riposava zitto come un sasso sul fondo del fiume. Neanche un frullo d’ala tra le piante, nessun volo di falco o di rondine, nessun trillo di passero rompeva quel silenzio perfetto. L’aria restava muta e svaligiata nell’insondabile esattezza del suo azzurro.
Fausto fece alcuni passi nell’aia a testa insù, per controllare meglio. A vista d’orizzonte, nulla. Tra gli alberi del bosco intorno alla fattoria, nulla. Persino il gallo quella mattina aveva saltato il suo canto. Tutto ciò gli parve molto strano. Salì sul trattore, già carico dal giorno prima di covoni di fieno, e si diresse verso la tenuta dei Brumini. Per strada, ogni tanto dava un occhio in alto per controllare: anche lungo la via nessun segno di vita a popolare le nuvole. Scosse la testa impensierito. Il trattore sobbalzava e il sedile a molle lo faceva saltellare come un pupazzo nella scatola magica.
di Chiara Vozza
Lui ha estratto il caricatore.
Lei si irrigidisce – muscoli della mascella contratti, la lingua ritratta preme contro i molari superiori.
Ecco. Adesso arriva. Ecco... TRA-ATRACK!
Ha tirato indietro il carrello proiettile in canna espulso carrello rientrato.
Adesso può procedere.
Scovolini, lubrificante spray, panno ruvido, panno morbido, è tutto già ordinatamente disposto sul tavolo.
Anche il fazzoletto di carta ripiegato che accoglie il proiettile espulso. Non sia mai che debba rotolare sotto il tavolo o chissà dove. Un proiettile sfuggito è l'insegna del suo disprezzo. Non potrebbe sopportarlo. Accuratamente disposto sul fazzoletto deve stare, in attesa di inserirlo nel caricatore.
Dopo aver rimesso il colpo in canna (tra-atrack!).
di Massimo Maugeri
[Massimo Maugeri, autore di un romanzo molto bello e molto sconcertante per la sua insolita attenzione al presente, Identità distorte (ed. Prova d'Autore, Catania, 2005, pp. 162, € 10,00), conduce con grande equilibrio uno dei blog letterari migliori e più seguiti, Letteratitudine.) (V.E.)
“C’è qualcuno?”
“...”
“Avvocato Lineri? È lì?”
“….”
“Andiamo… apra la porta.”
“…”
“Avvocato Lineri… so che è lì. Mi apra, su!”
“…”
“Va bene. Le garantisco che farò la brava.”
“…”
“Oh, era ora. Posso entrare? Be’, tanto l’ho già fatto!”
“Cosa vuole?”
di Angelo Scotto
Quando aprii gli occhi, capii di essermi cacciato in un guaio.
Ero seduto con la schiena appoggiata alla ringhiera di una scala che portava in un sotterraneo, una gamba piegata e l’altra distesa, un po’ come Adamo quando ricevette la scintilla della vita dal barbuto Signore nella Creazione di Michelangelo. E il paragone poteva anche continuare, perché come Adamo ero nudo, e come Adamo la mia vita era appena cominciata. O meglio, ricominciata.
Che fossi nudo, l’avevo capito dalla sensazione di freddo sulla pelle, nonostante non ci fosse che una brezza leggerissima. Mi passai una mano sullo stomaco, sull’inguine e sulle gambe per accertarmi che l’intuizione fosse giusta. Non potevo vedere bene il mio corpo, perché era notte fonda, e non c’erano lampioni vicino a me, tranne uno che era però rotto. Una sfortuna, visto che un po’ a distanza ce n’erano altri che invece funzionavano benissimo, e rischiaravano con il loro neon gli alti edifici del cimitero.
di Alessandra Daniele
Selenio Bruscoli aveva molti nemici, e se ne vantava. “Molti nemici, molto amore!” diceva, storpiando il motto fascista per ignoranza. e si vantava anche di quella. Ciò di cui andava più fiero però erano i miliardi, ereditati dal padre banchiere d’organi, e moltiplicati col suo analogo traffico di frattaglie clonate per trapianti. Certo, all’inizio aveva avuto un periodo di crisi: la liberalizzazione genetica aveva fatto crollare i prezzi. Per ogni due reni venduti toccava darne un terzo in omaggio. Ma poi i suoi sostanziosi finanziamenti al partito centro-centrista La Cosa Giusta avevano dato il loro frutto. La Cosa Giusta aveva vinto le elezioni, e varato una legge proibizionista capace di rendere le frattaglie clonate Bruscoli pregiate quanto proibite, facendone schizzare il prezzo là dove nessun euro era mai giunto prima.
Insieme ai guadagni però erano aumentati anche i nemici, sia in numero, che in pericolosità, tanto che Bruscoli aveva deciso che gli servisse un Kagemusha.
di Franco Ricciardiello
Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un'epoca di saggezza, era un'epoca di follia, era un tempo di fede, era un tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l'inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta.
Chiusi la copertina e rimisi il libro senza fare rumore nella borsa di Eugenia. Mi guardai alle spalle: Eugenia era ancora addormentata ai piedi del divano ad angolo, la testa appoggiata sulle braccia e le ginocchia raccolte verso il ventre. Oltre alla carta di identità e una confezione di Prozac con metà blister schiacciati, avevo trovato nella sua borsa A Tale of two Cities, il romanzo di Dickens sulla rivoluzione francese. Le primissime, fulminanti righe della prima pagina mi avevano colpito.
di Alessandra Daniele
TEMPO DI GUERRA
Sara terminò faticosamente di suturare la ferita del ragazzo. L’emorragia s’era arrestata, e le ustioni circostanti sembravano curabili.
Un attimo dopo la ferita si riaprì, e cominciò ad allargarsi come slabbrata da una lama invisibile. Le ustioni peggiorarono di colpo, e cominciarono a diffondersi per tutto il corpo del giovane, che si ricoprì di larghe chiazze sanguinolente.
- No! Di nuovo! – disse Sara con un lamento strozzato. Tentò convulsamente di intervenire, ma non c’era niente da fare: il ragazzo morì in pochi minuti.
- Glielo avevo detto, dottoressa – commentò serafico il colonnello Weaver. – La vostra presenza quaggiù è inutile. Per questo siamo venuti a sgomberare il vostro ospedale.
[Da Christian Frascella ho ricevuto un manoscritto inedito, Fuochi di Sant'Elmo: l'ho letto e l'ho trovato esilarante, commovente, cinico, sarcastico, pop, aggressivo, tenero nell'intensità della tenerezza che si dà nell'aggressività. E' una storia che potrebbe essere un romanzo di formazione ed è invece un romanzo di deformazione. Non è peregrino quanto Frascella mi ha scritto: che guarda, cioè, a Fante e Bukowski - si rintracciano elementi assai qualificanti del mix, in questo realismo eccessivo, che spacca il muro del suono. Il repertorio mnemonico di più di una generazione è sbalestrato da una scrittura che stilisticamente è libera. Christian Frascella, di cui invito a dare un'occhiata al blog (leggetevi ciò che scrive di Parrella e capirete), è in effetti una persona libera. Merce rara al giorno d'oggi. Può permettersi tutto: è colto, è acuto, è piena linea Bachtin. Anche questa scorribanda che non è per niente giovanilistica, anche se il protagonista è giovane, è un atto di deliberazione assoluta, sfiora la crudeltà carnacialesca. Fossi un editore non mi lascerei scappare un romanzo simile. E' la prova che la narrativa italiana si muove, in direzioni diverse, inaspettate e potenti. Pubblico un estratto dal secondo capitolo: il Capo è il padre del protagonista, la foca monaca ne è la sorella. gg]
Il Capo
Più o meno otto mesi dopo il mio ritiro da scuola, il Capo prese ad avere un atteggiamento inconsueto. Girellava per casa con uno strano brillìo negli occhi, e un comportamento assai più distratto del normale. Beveva di meno e lavorava parecchio. Le sue soste all'amaca si erano ridotte in maniera drastica.
di Tiziano Scarpa
[Il saggio travestito da racconto di Lucio Angelini è stato pubblicato in tre puntate, qui, qui e qui. E' stata anche l'occasione per fare conoscere l'opera di una bravissima artista, Silvia Menuzzi. Come preannunciato, la quarta parte è un commento di Tiziano Scarpa - un caro amico, che colgo l'occasione per salutare.] (V.E.)
Caro Lucio,
ho letto la tua fiaba per adulti Una volta c’era. È molto bella,
complimenti, soprattutto la parte dalla comparsa del lupo in poi. Il dialogo tra il principino e il lupo è divertente perché c’è una situazione di dissimmetria, di sbilanciamento di potere fra i due dialoganti. È un dialogo sadico. Ricorda moltissimo (non nel senso del plagio, ma della sintonia) proprio De Sade, i dialoghi fra i persecutori di Justine e la fanciulla sventurata. Un lupo che si appresta a mangiare il principino e gli spiega perché lo fa e perché è giusto farlo. In più, per il regime stesso della tua fiaba, raggiunge il vertice e il nec plus ultra del disincanto analitico con quel “NON BISOGNEREBBE ASSOLUTAMENTE MAI SPIEGARE A UN BAMBINO I SIGNIFICATI DI UNA FIABA”, che giustamente tu scrivi a lettere capitali.
di Lucio Angelini
Accucciatosi a terra, il principe prese ad aspettare l’apparizione di qualche animale salvatore che lo aiutasse a uscire dal bosco senza ulteriori perdite di tempo. Nell’attesa, optò per una meditazione zen.
“Anche noi bambini”, prese a dirsi, “sappiamo essere un po’ filosofi, a volte, nel senso che anche noi bambini cerchiamo delle risposte sensate da dare agli eterni interrogativi dell’uomo (‘Chi sono? Come devo comportarmi di fronte ai problemi della vita? Cosa devo diventare? Da dove sono venuto? Come si è formato il mondo? Chi ha creato l'uomo e tutti gli animali? Qual è il fine della vita?’).”
Fu a quel punto che una specie di frullo lo fece sobbalzare.
di Lucio Angelini
Da quando, in casa, era arrivato quel brutto piscialletto di suo fratello con il suo perpetuo bisogno di assistenza, il principino era attanagliato da dubbi cocenti. Ma chi l’aveva chiamato, quello lì? Non bastava già lui a riempire di gioia la vita dei suoi genitori?
Così, a poco a poco, aveva cominciato a paventare un vero e proprio ripudio da parte dei suoi genitori, a sospettare che in lui o nei suoi desideri ci fosse qualche grave colpa, tale da giustificare quella che andava percependo come una vera e propria caduta a picco nell’inferno, dopo il felice Eden della prima infanzia.
“Sai, nonna”, disse un giorno alla sua navigata consigliera, “che da un po’ di tempo mi è venuto un sospetto?”
“Quale sospetto, caro?”
di Alessandra Daniele
Il presidente Raff era certo che la scoperta di una rete di wormholes che pareva collegare tutta la galassia sarebbe stata rivoluzionaria. Per questo era deciso a mantenerla segreta.
L’anomalia spazio-temporale incontrata dalla sonda Gloryfinder a metà strada fra Marte e la terra s’era rivelata un wormhole, una sorta di condotto subspaziale collegato a molti altri capaci di mettere in contatto istantaneo alcuni tra più lontani angoli del cosmo. Agli occhi di Hilaryus Raff, presidente ereditario degli Stati Uniti d’Occidente, si spalancava una nuova era di possibili conquiste che non intendeva certo spartire.
Appena entrato nella sala operativa sotterranea, notò passare sul megaschermo centrale un rapido mix delle immagini riprese dalle sonde spedite in esplorazione. Visioni confuse ma suggestive, che Hilaryus trovò colme d’una loro fosca bellezza.
di Lucio Angelini
[In realtà, questa "fiaba sui simboli di una fiaba" di Lucio Angelini sarà suddivisa in tre parti. La quarta sarà rappresentata da una postfazione al racconto-saggio di Angelini scritta da Tiziano Scarpa.]
Una volta c’era l’abitudine di iniziare le fiabe con la formula “C’era una volta”. A dire il vero l’usanza resiste ancora oggi, ma un po’ perché sono fatto a modo mio, un po’ perché sono convinto che, di tanto in tanto, introdurre un cambiamento nei cliché narrativi non guasti, vorrei iniziare la mia fiaba invertendo i due termini: “Una volta c’era”.
Ebbene, amici lettori, dovete sapere che UNA VOLTA C’ERA un principe poverissimo. “Ma come?”, obietterete subito voi. “Se era poverissimo che razza di principe era?”
di Vittorio Catani
Stamani appena sveglio: atrazina, cloro benzofenone. Spalanco la finestra ma ci sarebbe da non farlo più, da inchiodare le serrande: altro che cambiare aria
in camera. L’esterno vomita veleni e l’atmosfera pulita pompata ieri sera nella stanza dal serbatoio domestico (50 euro ogni bombola da 20 litri) è volata a disperdersi su nel cielo, a imbottirsi di particolato e polveri sottili come una baldracca che si faccia ingravidare dal demonio.
Sbarro tutto e vado alla doccia. Marzia mi chiama via microcellulare, mi risuonano gli innesti mobili su entrambi i timpani: – Vieni a prendermi? – Rispondo: – Più tardi, cara. E preparati come dico io. – Vedrai, bella mia... Marzia ha richiuso senza fiatare. Piccolissime estensioni del cellulare nel cranio: microonde che si arrampicano a corrodermi il cervello. Il getto d’acqua mi inonda, sulla pelle dilagano riflessi opachi e filamenti di cristallo incrinato, gocce come piccoli diamanti appassiti. Sostanze tossiche. Evaporano. Le inalo.
Sono appena le 7,15.
Perché i baroni dell’Acquedotto trattano l'acqua col cloro anziché con l’ozono?
di Alessandra Daniele
ALIENOIR
Quando Ned riprese conoscenza, era bloccato alla sedia e aveva la canna di una pistola pulsar 4G puntata al centro della fronte. Baz lo fissava torvo, col dito sul grilletto.
- Perché? – biascicò Ned, con un brivido violento che gli tagliò il respiro.
Senza scostare la pulsar dal bersaglio, Baz estrasse dalla tasca un cd. Ned non riusciva a capire.
- Cos’è?…
- Quante copie ne hai fatte?
- Ma di cosa?
Baz spostò di scatto la pulsar all’altezza del petto di Ned, e sparò. L’onda di pulsazione gravitazionale sollevò Ned mandandolo a sbattere contro la parete di fondo. La sedia si sfasciò, ma il dolore gli impedì di approfittarne. Rimase a terra finché Baz non tornò a puntargli l’arma alla fronte.
di Claudia Andretta
Questo racconto è collegato a un altro della stessa autrice, da noi già pubblicato: si veda qui.]
Guardava nel bianco vuoto intorno a lei, gli occhi persi insieme ai suoi pensieri. Era confusa e, anche se non voleva ammetterlo, delusa.
Anche questa volta lei non sarebbe venuta.
Se lo aspettava, in qualche modo, ma la speranza tradita bruciava lo stesso.
Sua sorella non posponeva mai il lavoro a nulla - neanche a lei.
E di fatto non le era possibile.
Sospirò, riappoggiò la testa alle braccia e tornò a guardare il vuoto, ascoltando il suono vellulato e solitario del silenzio intorno a lei.
Poi, in maniera del tutto inaspettata, sentì qualcosa poggiarsi delicatamente sulla sua testa.
Una mano, che si posava aperta sulla sua chioma scura e setosa, con delicatezza e insieme con possessività.
di Carlo Babando
Si accorse che era morta soltanto quando la vide irrigidirsi dentro la veste di seta. Il colore della sua pelle, fino a poco prima roseo e caldo, aveva assunto la sfumatura dell'acciaio gelato.
C'era poco da fare, le cose non sarebbero cambiate neanche se fosse rimasto lì a guardarla per un altro giorno intero. Si passò il palmo della mano aperta sul viso, come per riattivare la circolazione sulla sua espressione; la stessa da troppe ore ormai.
Alzandosi dalla sedia di plastica verde, una semplice sedia da giardino di plastica verde, sobbalzò al rumore provocato quasi si aspettasse un maremoto. O qualsiasi altra catastrofe di pari peso.
Sentì il sangue fluire in tutto il corpo, rattrappito dal tempo trascorso immobile a vegliare il cadavere, nella speranza che accadesse qualcosa. Qualsiasi cosa.
di Girolamo De Michele
Non c’era ragione per non continuare a polverizzare di grigio sottile oltre il vetro decorato d’ovatta: la cenere non sa del Natale. La cenere non sa nulla, la cenere viene giù: cade, e basta. Sottile, grigia, impalpabile: avrebbe mai smesso? Abbiamo fatto prima a smettere di chiedercelo, pensò distogliendo lo sguardo. Non era riuscito ad abituarsi. I suoi figli non avevano mai conosciuto un mondo senza cenere: lui ricordava il brillare dei verdi, i gialli e i rossi caldi e splendenti, l’azzurro del cielo.
di Alessandra Daniele
PANTOCRATOR
Trevis mollò una gomitata al collega.
– Siamo nella Palestina del primo secolo d.C., piantala di fischiettare canzoni che non sono ancora state scritte!
Sidney grugnì: – Ma cos'è che avevano già scritto in quest'epoca di merda?
- La Bibbia
- Che faccio, fischietto la Bibbia?
Con un’altra gomitata Trevis zittì il collega, poi gli indicò un uomo di spalle davanti a loro.
- Eccolo! – bisbigliò – L’abbiamo trovato! E’ solo, prendiamolo!
I due si avventarono sull’uomo armati d’un paio di siringhe. Lo stordirono, e lo trascinarono via.
Quando si risvegliò era legato a bordo del TimeRunner, veicolo sperimentale della NASA per il viaggio nel tempo, ideato – e poi rubato – dal dottor Horatio J. Trevis, e dal collega, Sidney.
- Qualsiasi cosa stiate cercando di farmi, sarà inutile. In verità, vi dico…
Trevis si voltò di scatto dai comandi, e gli puntò un dito contro.
- Non ci provare! Non sperare di fregarci con le tue cazzate!
di Lucio Angelini
Premetto che attraversavo un periodo di fastidiosa depressione. La militanza politica non aveva risolto certe mie esigenze espressive, e il gruppo da me fondato, la SI.RA, si era presto dissolto, anziché consolidarsi e raccogliere proseliti. Stavo, tuttavia, con un compagno non ancora in crisi, gran confezionatore di bombe, che era arrivato alla lotta armata clandestina dopo la solita parentesi orientaleggiante. Nessuno vi ha mai parlato dei tre gradi dell'ascesi mistica classica? A quel tempo, a me, ancora no. Cristo (così lo chiamavano, a causa di un suo intercalare) mi assicurò che il percorso altro non era che un continuum cogitatio-meditatio-contemplatio, o qualcosa del genere. Che lui l'aveva attraversato tutto, ma che, deluso, alla fine si era dato alla lotta armata. Piazzava ordigni dappertutto: ai grandi magazzini, dentro i confessionali, sotto le pantere della polizia, e non riuscivano mai a pizzicarlo.
di Sashinka Gorguinpour
Sono nata a Montella di Avellino nell’anno del Signore 1893. Mia madre si chiamava Emilia di Nolfi e mio padre Mariano Cianciulli. Nessuno al mondo ha la possibilità di scegliersi il cognome, e, nel mio caso, nemmeno colei che mi ha portato in grembo per nove mesi, ha potuto decidere quello che avrebbero avuto i suoi figli.
“Ero una bambina debole e malaticcia, soffrivo di epilessia, ma i miei mi trattavano come un peso, non avevano per me le attenzioni che portavano agli altri figli. La mamma mi odiava perché non aveva desiderato la mia nascita.”
E come avrebbe potuto? Vorrei davvero che qualcuno s’apprestasse a spiegarmi com’è possibile amare il frutto marcio di uno stupro… sì, avete sentito bene: quel Mariano, l’uomo che mi ha regalato un cognome, in una giornata qualsiasi prese una donna qualsiasi e le usò violenza. Per un’altra incomprensibile ragione Nostro Signore Iddio decise che subito dopo sarei dovuta venire al mondo proprio io e che io e solo io avrei dovuto portare un marchio maledetto per l’intera mia vita. Sangue del sangue di un gesto mostruoso.
di Alessandra Daniele
PROCEDURA STANDARD
Mino aspettava tranquillo di passare il controllo bagagli. “Ho fatto bene a scegliere di tornare in aereo - pensava - Questa sera alle otto sicuramente sarò a casa.”
L’agente finì di ispezionare la valigetta col detector. Poi la aprì, rovistò dentro, e ne estrasse un paio di occhiali
- E questi? – gli chiese torvo. Mino si affrettò a scusarsi.
- Li ho scordati lì… mi dispiace... la fretta… - disse con aria mortificata.
- Sa che portare qualsiasi oggetto di vetro in aereo è reato, vero?
- Sì certo, da quando è stato scoperto quel progetto di dirottamento che prevedeva l’uso di cocci come arma da taglio
L’agente gettò gli occhiali in un piccolo tritarifiuti e li distrusse. Mino farfugliò qualcosa con aria avvilita, l’agente lo zittì perentorio.
di Lucio Angelini
L'esperimento di scrittura medianica stava riuscendo. La mano dell'esangue scrittore inedito (anni e anni di manoscritti respinti, di pugnalate al cuore...) aveva iniziato a muoversi nel buio.
Scrisse solo: "L'ele". E si bloccò.
“Calvino! Calvino! Italo Calvino!" urlò mentalmente Vitalino Calò, irrigidendosi tutto. “Scrivilo tu il racconto! Vincilo tu il premio Calvino dell'89! Compi questa suprema ironia!”
La penna riprese a tremolare. Tracciò sette lettere, "fangelo", che si aggiunsero alle precedenti di "L'ele".
Sì, certo! L'elefangelo...
Ma che strano titolo!
di Alessandra Daniele
L'ARTE DELLA GUERRA
La città era una distesa di cadaveri carbonizzati.
- Cazzo, che potenza! – esclamò ammirato il sergente Fox, uscendo dal blindato.
- Merito delle Devil’s Tears, le bombe al plasma incendiario - commentò il colonnello Granville, serafico. – Praticamente una vera e propria colata di lava incandescente che piove dal cielo – aggiunse con un gesto delle dita che ricordava un arpeggio – quasi come a Pompei, in Italia.
- Ehi, credevo che gli spaghettari fossero dalla nostra parte, quand’è che li abbiamo bombardati? – sogghignò Fox.
Granville sorrise bonario.
di Saverio Fattori*
Nell’88 entrai da quei cancelli. Dagli armadietti spuntavano giornali porno, testosterone in esubero per un immaginario che ammetteva un unico colore: rosa carne. Dopo la rimozione totale del rosso vivo operaio avanguardia politica dura e pura.
Oggi la varietà dei colori è più ampia. Sono i colori dei depliant degli ipermercati pieni di oggetti di consolazione per esigenze più pratiche. Alla macchinetta del caffé le discussioni riguardano esclusivamente l’immaginario televisivo e il possesso di beni di consumo.
di Alessandra Daniele
Emergenza
Il Generatore Automatico sentenziò:
"Arrotini
Satanisti
del Bengala"
Il ministro Raffoni sorrise – Ecco l’emergenza della settimana.
- Ma…non ci sono arrotini satanisti del Bengala in Italia – obbiettò Magnozzi, perplesso
- Certo che ci sono – sibilò il ministro – anzi, ce ne sono troppi! Gli onesti cittadini sono stufi di essere tormentati dai loro lamentosi richiami ululanti…
- …da muezzin! – aggiunse deciso il generale Santi Sepolcri
- Giusto! Magnozzi, prenda nota per l’apertura del TG: “Emergenza arrotini satanisti del Bengala, si sospettano legami col terrorismo islamico”, e non dimentichi di menzionare il “feroce regime totalitario bengalese".”
di Enzo Fileno Carabba
Avevo i miei privilegi.
Credo di essere stato il primo bambino italiano a conoscere la storia di Shining, il romanzo dell'orrore di Stephen King da cui Kubrick ha tratto il film con Jack Nicholson. I miei genitori, che spesso hanno di queste intuizioni, comprarono il libro quando ancora King non era nessuno. La traduzione italiana aveva per titolo Una splendida festa di morte e in copertina c'era un bambino con una camicia da notte e una faccia verdognola, poco sana, bisogna dire: più che spaventato sembra reduce da un'intossicazione alimentare.
Io invece mi spaventai.
di Anarcoreta
[Leggi la prima e la seconda parte del racconto]
Ormai era il crepuscolo, quel momento della giornata in cui i colori si attenuano quasi completamente – riducendosi a sfumature tra il grigio e il nero - ma rimangono ben visibili le forme. Le forme intorno a me – dalla mia visione dal basso, seduto sulla pietra – erano le due figure che stavano tra me e la strada, Gideon – silenzioso – accanto a me e una fitta schiera di arbusti e alberelli – mi parevano acacia o un loro parente africano – che riducevano la vista a quella sorta di angolo intimo che si era creato.
Me ne accorgo per la prima volta. Ho paura, moderatamente ma ho paura.
di Francesco Lo Duca
[La ricorrenza del '77 ha causato l'uscita di numerosi libri di vario interesse, tra cui opere di narrativa. Abbiamo già segnalato l'eccellente Insurrezione di Paolo Pozzi. Altrettanto vero e avvincente mi pare un romanzo di Francesco Lo Duca, Guai a chi ci tocca, ancora in cerca di un editore. Lo Duca, militante libertario, partecipò al '77 bolognese da protagonista. Lo racconta senza infingimenti, con profondo realismo e un costante senso dell'humour. Riporto, del suo lavoro, il primo capitolo, in cui l'uccisione di Francesco Lorusso, l'11 marzo, è narrata da uno che vi assistette. Mi auguro che un romanzo così non rimanga inedito a lungo, se non altro per il suo valore storico.] (V.E.)
Caterina è già in piedi da tre ore, quando decide di rompere gli indugi e aprire la porta della “caverna”.
Il rumore dell’aspirapolvere e la luce del giorno irrompono violentemente nell’ambiente pregno di una puzza solida, quasi corporea fatta di fumo, di piedi marci e chissà che altro.
Un lamento sepolcrale promana dall’intrico di coperte che sembra appena uscito dalla centrifuga.
di Philip K. Dick (trad. di Valerio Evangelisti)
Da il manifesto del 6 ottobre 2007
[La grande notizia è che sabato 6 ottobre, al termine di un folto corteo, è stata occupata la sede per un nuovo Crash, il centro sociale fatto sgomberare a Bologna da Cofferati sotto ferragosto. Per l'occasione, il manifesto ha pubblicato questo racconto inedito di Philip K. Dick, che Cofferati dice essere il suo scrittore preferito, tradotto da Valerio Evangelisti. Fa parte di una raccolta di racconti, tutti firmati Philip Dick, che il Crash pubblicherà prossimamente, riguardanti le gesta di un sindaco-sceriffo in preda all'ossessione securitaria, in una città futura molto somigliante a Bologna.] (V.E.)
Il sindaco mostrò sconcerto e sbalordimento. Tuttavia si tenne calmo, come era suo costume. «Se ci togliete anche la pena di morte, dove vanno a finire le autonomie locali?»
Il ministro sollevò un sopracciglio. «Sa meglio di me che quella sanzione non è concessa. Né dalla Costituzione, né dalle vigenti leggi.»
Questa volta il Buddista, così chiamato per la proverbiale impassibilità, non poté non alterarsi un poco. «Mi prende per stupido? Sto parlando non di esecuzioni sommarie, ma di morte per fame! L’ho applicata mille volte e non avete obiettato nulla!»
di Alessandra Daniele
La città dolente
- Adesso! – ordinò il generale Treacon. Il nucleo del TimeXPand sganciato sopra la città implose, creando una spirale temporale. In tutta l’area coperta dal raggio d’azione del dispositivo il tempo cominciò a espandersi. I roghi accesi dal plasma incendiario che divoravano la città e i suoi abitanti sarebbero durati sessanta volte più a lungo.
- Che spettacolo…- mormorò Rivelli, l’inviato embedded de “Il Democratico”, guardando sul megaschermo della centrale operativa le riprese satellitari. – Le lingue di fuoco paiono ondeggiare lentamente come… cipressi alla brezza marina – disse, compiacendosi della metafora letteraria trovata
- In effetti è anche molto elegante da vedere – commentò Treacon. – ma ciò che conta è che la spirale innescata dal TXP ci consente di causare al nemico danni sessanta volte maggiori con la stessa quantità di carburante. Il tempo infatti non rallenta, ma si espande: la combustione dura più a lungo perché si ripete sessanta volte anziché una sola.
di Anarcoreta
[Qui la prima parte del racconto]
Quando arriviamo io e Gideon, gli occhi di tutti si voltano verso di noi. Un saluto e Gideon inizia a trattare con quello che la “maria” la vende. Io vengo invece apostrofato da un uomo con la camicia rosa. Le sue pupille sono rosse fuoco, ha fumato, e in abbondanza. Dice che gli devo dare soldi. Chiedo perché. Perché lui ha il potere lì. Intanto la transazione per cui siamo venuti si è completata nel giro di poche battute. Il venditore chiede How many? Gideon mi guarda. Chiedo quanto costa. Arrivano cinque strisce di carta marrone di piccole dimensioni. Le riconosco.
di Anarcoreta
[Carmilla presenta un racconto in tre puntate che combina etnografia e narrativa. La narrativa sta diventando una tecnica molto efficace per riflettere in chiave antropologica sul potere, l’alterità, la disuguaglianza e le strategie di resistenza degli individui, da ogni lato del pianeta]. A.P.
Verso le sette della sera le nostre strade si separano. Siamo entrambi pronti per i saluti. Gideon chiede e ottiene soldi: Give me money to get a car. Lo osservo attraversare la strada. Ci si saluta rumorosamente; prima lui, poi io, gridiamo: Strength oh! Forza! Mi volto e guardo avanti, inizio a camminare verso il mio alloggio. Passa un taxi collettivo davanti a me. Gideon gli grida dietro per fermarlo, lo rincorre e mi sorpassa, il furgone si arresta. Un momento di sosta, Gideon confabula con chi c’è dentro - nascosto alla mia vista dalla sagoma del mezzo – e il minibus riparte mentre Gideon che non lo ha preso, ora sorridente, cammina in direzione opposta alla mia. Di nuovo a voce alta: Strength oh! E’ l’ultima volta che l’ho visto.
[E' da poco uscita per Coniglio Editore, l'antologia
Pronti per Einaudi (€ 14), una miscellanea di racconti di autori che non hanno mai pubblicato per la storica casa editrice torinese. Tra gli scrittori antologizzati, c'è Massimo Gardella, membro del gruppo pop Yellow Capra (un consiglio: ascoltateli) e autore che seguiamo da tempo su Carmilla , intravvedendone un luminoso futuro editoriale. MG ci concede il permesso di riprodurre il racconto pubblicato nell'antologia: del che lo ringraziamo. gg]
Il cartellone è alto tre metri e lungo il doppio. Si staglia con la sua cornice di metallo e chiazze di ruggine color tetano sul cielo di una bianchezza abbacinante, un’unica immensa cupola che abbraccia quasi due terzi del campo visivo. Non ho mai visto un cielo così fisico e dilatato, sembra che si estenda anche nello spazio matematicamente infinito. Grande come l’immagine votiva di un leader maximo, monito perenne ai passanti, un bimbo dai denti irregolari sorride dal cartellone, sotto di lui cubitale il memento NO SEX WITH CHILDREN.
di Alessandra Daniele
Peso superfluo
“Ferro nella norma. Potassio in leggero calo. Magnesio….”
In macchina, mentre si pettinava, Gina ascoltava distrattamente la voce metallica della tecnospazzola snocciolare il mineralogramma desunto dall’analisi dei suoi capelli. Appena il semaforo tornò verde posò la spazzola e ripartì, soddisfatta della conferma ricevuta sul proprio stato di salute. Qualche metro dopo, una massa di poltiglia sanguinolenta le si spiaccicò di colpo sul parabrezza. Gina piantò una frenata violenta, sbandò sul viscidume insanguinato, lottò per non uscire di strada torcendo il volante.
Fallì, schiantandosi contro la riproduzione in acciaio e plastica di un platano.
L’airbag le salvò il collo, ma poco altro.
di Alessandra Daniele
Più famoso di Gesù
Il talent-scout lo squadrò
- Sì, sei fotogenico, ma soprattutto hai il fisico e i colori giusti per il technicolor. Gli anni’50 saranno il boom del technicolor.– Gli puntò il sigaro contro – Io posso portarti dritto a Hollywood – tirò una boccata – Per prima cosa dobbiamo cambiare il nome. Cazzo, è impronunciabile, ma da dove vieni?!
- Dalla Polonia
- Ehi! Non sarai mica un fottuto rosso?
- Indiano?..
- Comunista!
Il ragazzone biondo trasalì, come orripilato
- Assolutamente no! Sono contro, proprio per questo ho lasciato la Polonia! Avevo anche pensato di farmi prete…
di Alessandra Daniele
Il sole sorse puntuale alle 06,18. Circa quattro minuti dopo, tramontò.
Subito dopo si scatenò la tempesta.
- Ma che cazzo è successo al controllo ambientale? – chiese il governatore McKopf, urlando per sovrastare il frastuono della violentissima grandinata sui pannelli del Centro Meteo
- Avevo ordinato una bella giornata tiepida e olo-soleggiata, e invece qui sotto la Cupola c’è un inferno di ghiaccio! – ringhiò paonazzo. - I nostri cittadini pagano per il clima controllato, ed è gente abituata a ottenere esattamente quello che vuole, mica come quei morti di fame là fuori, che si beccano tutta la merda che gli scaraventa addosso l’effetto serra!
- E’ cominciato tutto stamattina, quando il nostro sole olografico è improvvisamente… tornato sui suoi passi.- Santini, meteo-tecnico, chinò la testa con aria affranta - Hackers – ammise – qualcuno è entrato nel sistema, ha preso il controllo delle nostre macchine, e le ha riprogrammate per fargli eseguire una serie casuale di sconvolgimenti climatici.
di Alessandra Daniele
Perfetta
- E’ pronta! – annunciò il tecnico, indicando la sinuosa bionda al suo fianco.
Oscar le si avvicinò, guardandola con un’espressione di profondo struggimento.
- Sembra perfetta…- mormorò.
- Lo è! – disse il tecnico – E’ l’esatta riproduzione cibernetica della sua Elena. Un androide di qualità Gold Label, perfetto in ogni dettaglio!
Oscar lentamente allungò una mano verso di lei, e le sfiorò il viso.
Lei lo spinse via.
- Non toccarmi, stronzo! – sibilò – Credi che sarò il tuo giocattolo? La tua bambola gonfiabile? – Aggiunse in tono sprezzante: - Ti piacerebbe, vero?! Te ne accorgerai, coglione!
Oscar chinò la testa, commosso.
di Alessandra Daniele
Diritti
Fred si svegliò con l’eco del jingle ancora in testa. NeuroShopping, il canale delle televendite trasmesse direttamente nella corteccia cerebrale durante il sonno. I cubicoli del Capsula Hotel forniti di spinotti corticali obbligatori erano una tortura, ma non aveva trovato altro posto dove nascondersi.
Si tolse lo spinotto, e scivolò alla cieca fuori dal cubicolo. Cercò a tentoni la vecchia microcamera, la collegò alla sua presa corticale sulla tempia, e reggendola per il cavetto la fece penzolare davanti a sé per guardarsi attorno. Dal buio solcato da scrosci prese forma un volto che lo fissava.
- Non hai l’autorizzazione per quella videocamera – disse la faccia sfocata. - Non hai pagato i diritti per la vista, per questo ti sono stati asportati i bulbi oculari.
di Alessandra Daniele
[Iniziamo a proporre una serie di raccontini fulminanti di Alessandra Daniele, collaboratrice di Carmilla finora nota ai nostri lettori per le sue biografie dei grandi autori della fantascienza. In realtà Alessandra è anche scrittrice di racconti di SF brevissimi, a volte feroci per carica satirica. Un'arte che fu di Fredric Brown e di Robert Sheckley, ma che in Italia di rado ha avuto cultori capaci di eguagliare quei modelli.] (V.E.)
- Qui non troveremo niente – disse Gerda, entrando nel bunker diroccato.
- Ma dobbiamo trovare qualcosa! – piagnucolò White, fermo sulla soglia.
- Se hai così tanta fame, tagliati un piede e mangiatelo! – ringhiò Salas, spingendolo avanti
Gerda si guardò attorno, calciando alla rinfusa macerie incrostate di ferraglia. Poi si fermò
- Ehi, un momento. Forse questo posto non è ancora completamente morto.
di Mario Gazzola
– Solo l’amore di Gesù toglie lo sporco dalle nostre vite miserabili! – tuona il Papa altissimo e immenso dall’olocast sopra la mia testa. Sono in una cattedrale antica e buia, molto più grande dell’olochiesa della mia parrocchia. Guardo il confessionale. Oscuro, immobile, silenzioso, chiuso dalla sua tendina viola. Mi fa un po’ paura. Sembra vuoto ma so che non lo è. Lo so che lui è dentro. È dentro con la mia amica e presto toccherà a me.
Non voglio. Ho paura!
Cerco con gli occhi l’uscita ma la chiesa non ha porte. Vorrei urlare ma ho la bocca sigillata. Adesso la mia amica Fede è di fianco al confessionale, nuda, con le mani giunte in grembo e gli occhi bassi. Don Leandro, in piedi davanti alla tendina, mi guarda severo. Come se vedesse quel che penso. Punta il dito verso di me e dice cavernoso: – Con Federica abbiamo finito. Adesso tocca a te.
di Giuseppe Genna
Erano due bambini. Due bambini. Stavano seduti su troni non adatti alle loro stature. Sembravano gemelli, ma non lo erano. Erano nudi. Osservavano Katje con occhi opachi, le pupille dilatate, sorrisi appena accennati. Inclinarono la testa di lato, entrambi, come se desiderassero studiare meglio Katje. Che, come le aveva sussurrato Akel, si inginocchiò. Akel Ananda era rimasto due passi indietro. Il Re Unito fece cenno a Katje di avvicinarsi. Lei giunse ai Suoi piedi. Il Re Unito sollevò la pianta del piede destro e, come aveva prescritto Akel, Katje si avvicinò, sporse la lingua, leccò la pianta del Re Unito.
“Più larga quella lingua”. Il Re Unito aveva una voce afona, quasi stupita.
Katje allargò la lingua, ripassò la pianta del piede del Re Unito. E poi ringraziò, come le aveva detto di fare Akel: “Grazie, mio Signore”, disse.
Il Re Unito e la Regina Unita la osservarono stupefatti, si guardarono, iniziarono a ridere, quasi soffocavano. Katje non capiva il perché. Allora il Re Unito disse: “Io sono la Regina Unita. Il Re Unito è lei” disse indicando la bambina a fianco.
di Giuseppe Genna
Appena uscita dal samadhi ringraziò con una lenta preghiera medianica le Persone del Re Unito e della Regina Unita, le due colonne che reggevano il mondo e grazie a cui lei stessa poteva godere del suo Piano Corporeo con serena e spensierata meccanicità, per dedicarsi totalmente alla mappatura del Piano Astrale.
Dal quartiere ESP a Londra Centro: dieci minuti con i mezzi a propulsione del servizio pubblico. I passeggeri non vedevano che se stessi: non era possibile incontrare altri viaggiatori.
di Giuseppe Genna
“I Lord sono inviolabili”
Victor Hugo, L’uomo che ride
“Mendicare avidamente poteri occulti privi di valore da Dio, che potrebbe dare facilmante tutto se stesso e che è tutto, è come mendicare farina rancida da un generoso filantropo pronto a dare ogni cosa”
Ramana Maharshi, Detti di Ramana Maharshi
Siamo forme aperte.
Katje fece un ultimo giro della camera ologrammatica, togliendo la gravità, sciogliendo il corpo e roteando sospesa e nuda tra le ombre dei suoi Maestri, senza mai sfiorarsi la pelle, lo sguardo perduto tra le sagome liquide che si formavano in aria, le venivano incontro, le sorridevano e penetravano in lei. Katje provava sempre un brivido spinale, lieve e quasi impercettibile, quando l’ologramma di un Maestro fingeva di entrarle in corpo, colpendole lo sterno e mimando un piccolo gorgo di luce che sembrava essere risucchiato dal petto di lei. Sapeva che si trattava di ologrammi, anche se in assenza di gravità l’effetto euforico era maggiore e il corpo si librava con libertà narcotica ed elettrizzante e tutto appariva reale e tremante come in un sogno guidato e vivido.
di Valerio Evangelisti
[Destinato a un'antologia sulle canzonette italiane, questo raccontino autobiografico non è in realtà mai stato stampato.] (V.E.)
Se sei tu l'angelo azzurro
questo azzurro non mi piace
la bellezza non mi dice
le parole che vorrei
quanti baci e tradimenti
lacrimoni e pentimenti
fan di te una donna sola
che da sola resterà
Le canzonette non mi avevano mai interessato. Ero passato dai Dik Dik ai Rolling Stones, senza transitare per i Beatles, e si preparava la scoperta dei Sex Pistols. Però, circa un anno dopo la mia laurea in scienze politiche, fui conquistato, anzi, ossessionato, da un brano di Umberto Balsamo intitolato L’angelo azzurro. Non fui il solo: all’epoca lo si udiva ovunque.
Soggetto di Valerio Evangelisti, dal racconto di H.P. Lovecraft
[Come preannunciato, continua su Carmilla l'omaggio a Lovecraft, nel settantesimo anniversario della sua scomparsa. Quello che presento è un soggetto cinematografico che scrissi dua anni fa per il produttore e regista Brian Yuzna, americano ma residente a Barcellona. Non se ne fece nulla a causa del ritorno di Yuzna negli Stati Uniti. Naturalmente un soggetto non è un racconto, bensì pura trama, infedele all'originale. Penso però che possa avere il suo fascino.] (V.E.)
1. Premessa. Il quadro della vicenda.
L’azione è ambientata in una metropoli moderna (nel racconto di HPL è New York, ma può essere qualsiasi altra grande città) dotata di un porto. I quartieri che circondano i docks sono desolati, formati da magazzini e da caseggiati malsani rosi dalla salsedine e in rovina.
di Vittorio Catani
[Siamo orgogliosi di avere tra i nostri collaboratori Vittorio Catani. Non solo uno dei migliori scrittori italiani di fantascienza, ma un uomo dalla personalità che definirei "nobile": non nel senso di "aristocratica", ma talmente limpida e sincera da illuminare chiunque le si avvicini, e da indurre a dire: "Ma allora esistono ancora uomini così!". Ebbene, Catani esiste e, finalmente, ha visto buona parte delle sue opere riunite in un elegante e imponente volume a lui consacrato: L'essenza del futuro, prefazione di Lino Aldani, Perseo Libri, Bologna 2007, pp. 658, € 30,00 (può essere ordinato qui). Ne abbiamo già pubblicato una recensione. Ora ne offriamo un assaggio: un racconto apparso nel 1986 sulla rivista Nova SF. Utile, a nostro avviso, a fare apprezzare uno scrittore vero, per stile e contenuti, e un vero gentiluomo - ma sarebbe meglio dire galantuomo. Un esempio per tutti.] (V.E.)
di Valerio Evangelisti
[Questo breve testo autobiografico è apparso in AA.VV., Quando suona la campanella. Racconti di scuola, Manifestolibri, 2006. Un'antologia curata dal CESP, il Centro Studi dei Cobas Scuola. Chissà, magari porta un contributo, molto dal basso, al dibattito su '68 e dintorni.]
Le lezioni erano cominciate da pochi giorni. Era l’ottobre del 1969, e io frequentavo la prima liceo classico (oggi corrispondente, credo, alla terza) presso l’istituto Marco Minghetti di Bologna.
Un liceo particolare, il Minghetti. Vi ero giunto dopo una quarta ginnasio disastrosa presso il liceo classico rivale, il Galvani. “Disastrosa” non per gli esiti, quanto per l’ambiente. Avevo per compagni di classe ragazzi in prevalenza ricchi o ricchissimi, con cui faticavo a legare. Inoltre vi era una larga prevalenza di fascisti, forse più negli atteggiamenti che nell’ideologia (appresi poi che lo stesso istituto annoverava tra i propri allievi Gianfranco Fini, però io non lo ricordo).
di Massimo Gardella
[Scrittore e musicista, Massimo Gardella si occupa della gestione e dei contenuti del sito 24sette.it]
Alle prime luci dell’alba, fioche come la pelle di un morto, Roscoe esce sulla veranda e guarda i campi circostanti. È ora di cambiare una o due cose qui, pensa, poi torna dentro e si prepara un caffè. Non c’è canto d’uccelli ad accogliere il nuovo giorno, solo il silenzio della valle. Mentre la moka aspetta di brontolare, Roscoe sale in camera da letto e raccoglie le chiavi della sua Avalanche, prende il portafogli sul comodino e getta un’ultima occhiata al libro lasciato a metà di fianco all’abat-jour.
di Nevio Galeati
Un colpo secco. Gli storni si alzarono dagli alberi, il loro volo sembrava quello di uno sciame di vespe impazzite. Un altro. Nella palazzina che si affacciava sulla tangenziale un bambino si agitò nel sonno. I genitori continuarono a russare: il loro udito aveva memorizzato, assimilato e archiviato i primi spari dei cacciatori. Come a ogni inizio d’autunno.
Sangue e grumi di materia grigia avevano macchiato l’interno del parabrezza della Peugeot 305, il rivestimento dei sedili. La testa di Federico, crollata sul volante, era come scarnificata dalla rosa dei pallini. Antonia aveva perso gli occhi e un orecchio; respirava ancora, mentre il muco colava dal naso, incredibilmente intatto.
di Massimiliano Di Giorgio

Certe donne, ho letto una volta, non ti guardano mai in faccia per non assecondarti. Noi maschi siamo tutti potenziali violentatori, si sa. Meglio non incoraggiarci.
Io non guardo mai negli occhi le donne, ma anche gli uomini, per timidezza. O meglio, distolgo subito lo guardo per paura che scoprano la mia curiosità.
Lei, però, semplicemente, non mi sta guardando.
Quando mi porge la mancia, con una specie di sorriso beneducato, alzo gli occhi dalla mano al suo viso e la osservo per un momento, un momento piuttosto lungo, almeno per me. Ma lei non reagisce.
di Claudia Andretta
È tutto nero, nella mia mente.
Nero il cielo, nera la luna.
Nero il futuro degli esseri umani.
Veloce e dolorosa come un fendente, si apre una bianca ferita in quest’oscurità di pece.
Un sorriso.
Ampio e irreale, dimostrazione obliqua di sadica gioia.
Sconcertante, gelido, agghiacciante.
E io, lungo la colonna vertebrale fino alla punta di ogni singola piuma, sento montare un brivido violento.
di Claudia Andretta

Era accucciata su un ampio pagliericcio ricoperto da un lenzuolo bianco abbastanza pulito, e si stringeva al petto una coperta di lana grezza. I lunghi capelli ondulati giacevano sotto le sue spalle in tutta la loro lunghezza, e ricadevano di lato sul giaciglio. Ieriel si accorse subito che aveva il volto scavato di chi ha subito ogni fatica umanamente sopportabile, ed è andato oltre. Il suo incarnato, di solito eburneo, era adesso di un biancore luminescente, quasi trasparente, che la fece apparire più simile a un fantasma -o a un angelo, piuttosto che ad un soldato ferito.
Ieriel soffocò un gemito, deglutì e mosse in avanti verso di lei, cercando di non barcollare.
Le si avvicinò e subito le prese una mano, delicatamente, tra le sue. Poteva sentire, sotto il suo tocco, i calli che deformavano e rendevano ruvidi i contorni delle dita di Ranya, lasciati dagli anni di allenamento con la spada e dai lunghi mesi di combattimenti trascorsi da quando avevano lasciato l’Ilendar.
di Lucio Angelini

C'era una volta un signore che, malgrado non fosse più nel fiore degli anni, credeva ancora a Babbo Natale. Quando arrivava dicembre suo figlio, sorprendendolo a scrivere la letterina di rito, gli diceva: «Guarda che Babbo Natale è il tuo babbo!».
«Ma se è morto!», ribatteva piccato il signore. E ripassava mentalmente la lista dei regali da chiedere per quell'anno.
A dire la verità erano dieci anni, ormai, che i suoi desideri restavano regolarmente inevasi. La mattina del 25 dicembre il signore si alzava smanioso prima degli altri, scendeva in salotto in punta di piedi e si metteva a frugare nel mare dei doni natalizi, sperando di trovare il suo... no, non quello di sua moglie o di suo figlio o della sua segretaria o di sua madre (la poveretta era ancora viva). Cercava proprio il particolare dono lasciato espressamente per lui da Babbo Natale. Invece, come abbiamo detto sopra, da qualche anno la sua attesa finiva puntualmente delusa.
di Claudia Andretta

- Non mi dicesti mai quale fu la vera ragione per la quale decidesti di entrare al Licevm, e io non te lo chiesi.
Prendo una breve pausa, lasciando che le parole dei miei ricordi - che stringo a me con forza, che afferro per appropriarmene ancora una volta - fluiscano nella mia mente e arrivino sulle mie labbra. Così che io possa pronunciarle, e dividerle con lei, e raccontarle cose che conosce già, e che tuttavia la morte potrebbe averle portato via.
Questo non lo so, e non m'importa, in verità.
Voglio solo avere l'illusione di parlare con mia sorella ancora una volta, a un anno dalla sua scomparsa.
Voglio solo credere che lei sia qui, materializzata nei mille piccoli frammenti di luce che giocano sulle lettere del suo nome che furono incise sulla pietra da Khristalia, in quel giorno maledetto.
di Wu Ming
Cos'hanno in comune il sito della metropolitana di Montréal, il sito del museo marittimo di Vancouver, svariati siti russi, indiani e thailandesi, il sito di Wu Ming, il sito de iQuindici e il sito dei Bambini di Satana?
Tutti questi siti - e probabilmente molti altri che google non ha fatto in tempo a "immortalare" mentre erano deturpati - hanno subito un hackeraggio & imbrattamento da parte di un misterioso hacker, o meglio un "cracker" (o gruppo di crackers) che si firma "Al-Garni" (ma anche "SwEET-DeViL & viP HaCkEr & HaCkEr sUn"), il quale è presuntamente di fede islamica e ci tiene a gridarlo dai tetti a pieni polmoni. O forse si tratta di qualcuno che vuole attizzare malumori contro gli islamici (ne parliamo tra un minuto).
Alle 15 di ieri, 11 dicembre 2006, "Al-Garni" ha forato l'hosting server dove stanno il nostro sito, quello de iQuindici e quello di Marco Dimitri, e ha sostituito tutte le homepage con questa schermata [trovi l'immagine anche qui]. Non era mai capitato, il server è sempre stato molto sicuro e il sistema era privo di falle note. C'è sempre una prima volta. Mentre scriviamo, qualcuno lavora indefesso a otturare la falla e spennellare il bitume.
di Claudia Andretta
La luce cristallina e il vento frizzante di primavera mi solleticano il viso, e fanno ondeggiare i fili d'erba sui quali cammino.
I miei passi non scricchiolano più, adesso che l'erba ha ceduto spazio al terreno. Quando lo calpesto, istintivamente rallento, e in capo a pochi secondi mi rendo conto di aver trattenuto il respiro.
Questo è un luogo sacro, penso. Normale che io lo tratti con deferenza. Con devozione.
Avanzo piano, cosciente e vagamente rassicurata della presenza di lui alle mie spalle, che mi segue silenzioso, fino a che non sono immersa completamente nell'ombra dell'albero davanti a me - e allora rimane a debita distanza, come se fosse intimorito. O se riservasse a questo luogo un timoroso rispetto.
di William Burroughs
[La versione elettronica del volume, edito da Stampa Alternativa, viene rilasciata sotto la licenza Creative Commons Attribuzione-NonCommerciale-Condividi allo stesso modo: http://creativecommons.ieiit.cnr.it/preview/Licenses/by-nc-sa_
2.0_it.html. Per scaricare il libro: http://www.liberacultura.it. La traduzione è di Roberto Fedeli]
Giorno del Ringraziamento. 28 novembre 1986
Grazie per il tacchino e i piccioni viaggiatori, destinati a essere cacati attraverso le sane budella americane –
grazie per un Continente da saccheggiare e avvelenare –
grazie per gli Indiani che ci procurano quel tanto di stimoli e di pericoli –
grazie per le immense mandrie di bisonti da uccidere e scuoiare, lasciando le carcasse a marcire –
grazie per le laute ricompense sui lupi e i coyotes –
grazie per il SOGNO AMERICANO da involgarire e falsificare fin quando la nuda menzogna non vi risplenda attraverso –
grazie per il KKK, per gli uomini di legge che incidono una tacca per ogni negro ucciso, per le rispettabili signore casa-e-chiesa con le loro facce meschine, smunte, sgradevoli, perverse –
grazie per gli adesivi «Ammazza un frocio in nome di Cristo» –
grazie per l’AIDS di laboratorio –
grazie per il Proibizionismo e la Lotta contro la Droga –
grazie per un paese dove a nessuno è dato di badare ai fatti propri –
grazie per una nazione di spie-sì, grazie per tutti i ricordi… va bene, facci vedere le tue braccia… sei sempre stato un problema, ci hai proprio rotto i coglioni –
grazie per l’ultimo e più grande tradimento dell’ultimo e più grande dei sogni umani.
PUNK A BARI: DAI WOGS ALLA GIUNGLA (1979-1984)
qui il livejournal di Enzo Mansueto
Punk: quando è entrata questa parola nel mio mondo? La memoria vacilla, e falsifica. Per questo genere di cose è facile appoggiarsi alle storie collettive, ai racconti, alle teorizzazioni sedimentate. E sul punk, anche italiano, la letteratura è ormai fluente. Mi risulta davvero difficile, dopo tanti anni e tante pinte, scindere le schegge mnemoniche della mia adolescenza dal flusso immaginario condiviso. O no?
Un luogo comune stabilizzato racconta delle mitiche puntate di Odeon o dell’Altra Domenica, tra 1976 e 1977. E’ vero, le ho viste. Non avevo ancora l’apparecchio a colori. E ricordo anche le prime apparizioni e recensioni sulla stampa specializzata, sulle riviste per audiofili ai tempi del culto dell’hi-fi, quando, accanto ad un Alan Parsons o ad un ennesimo Pink Floyd, dischi ottimi per testare la nuova puntina o le esoteriche bass reflex, scoprivi uno speciale punk con foto d’ordinanza, in un guazzabuglio mediatico capace di mescolare gli X-Ray Spex ed Elvis Costello, i Boomtown Rats e gli Adverts, i Damned e Patti Smith, gli Skiantos e i Chrisma.
di Igino Domanin
[Redattore di Carmilla, ricercatore di filosofia teoretica a Milano, Igino Domanin è l'autore del celebrato libro di racconti Gli ultimi giorni di Lucio Battisti. Per la primavera 2007 è prevista l'uscita del suo primo romanzo, per i tipi Rizzoli, dal titolo tuttora misterioso. Il racconto che pubblichiamo è stato edito agli inizi di quest'anno sulle pagine de l'Unità]
Vengo da paesi remoti. Temperati. Dove soffia una brezza velocissima. Salmastra. L’aria scorreva su di noi come una mano carezzevole, che indugia e nutre.
Adesso il mondo è cambiato. Qui a Milano fa molto più caldo. Il sudore si appiccica ai nostri corpi. Come una pellicola. Adesiva.
Domenica mattina. Oggi non lavoro. La notte è stata afosa. Irrespirabile. Il sole adesso è acido e disfatto come un tuorlo d’uovo. Vado a fare la spesa. Fino alle 13,00 la grande distribuzione alimentare tiene aperti i propri esercizi.
[Di Amélie Nothomb continua a perpetuarsi il culto in vita: sono centinaia di migliaia i lettori europei che la seguono a ogni uscita, e in Italia va sottolineato il fatto che nel 2005 sono usciti a suo nome, tra novità ed edizioni economiche, ben sette titoli. Presentiamo l'incipit di Antichrista (edito da Voland due anni fa) e, a seguire, un articolo di Cesare Martinetti per La Stampa, dedicato proprio ad Antichrista e agli effetti di culto che l'autrice belga ha sortito nei lettori continentali]
TUTTI I LIBRI DI AMÉLIE NOTHOMB
Il primo giorno la vidi sorridere. Subito desiderai conoscerla.
Sapevo bene che non sarebbe accaduto. Di fare un passo verso di lei, no, non ne ero capace. Aspettavo sempre che fossero gli altri ad avvicinarsi a me, ma nessuno lo faceva mai.
Era questo, l’università: credere che ti saresti aperta sull’universo e non incontrare nessuno.
Un delirio di Nino G. D'Attis
[Questo racconto fa parte dell'antologia Con gli occhiali da sole anche di notte - Scatti suburbani - a cura di Girolamo Grammatico, il cui il ricavato va a finanziare LA NOTTE DEI SENZA FISSA DIMORA, (evento pensato dal giornale di strada Terre di mezzo) che si tiene, ogni anno, il 17 Ottobre durante la Giornata Mondiale contro la povertà. Il libro è in creative commons e si può scaricare liberamente qui, oppure ordinare qui (g.d.m.)]
«Faccia di maiale / faccia di scureggia / faccia da assassino...»
Le voci cristalline dei bambini. Le occhiate appena un po’ imbarazzate delle mamme. Finalmente l’autobus rallenta, poi si ferma. L’autista guarda nello specchio retrovisore, apre le porte e i piccoli stronzetti scendono, tenuti per mano da queste giovani signore coi colpi di sole, le buste della Pam, le dita piene di anelli comprati a tre euro dai senegalesi in via Mariposa e sandali bianchi imitazione Gucci ai piedi.
«Faccia di maiale / faccia di scureggia / faccia da assassino...»
Mocciosi. Generazione nata in provetta.
[Per chi desiderasse comprendere moventi e mozioni che mi spingono a redigere in tempo reale questo microracconto, che intende essere una risposta narrativa al revisionismo giornalistico di Giampaolo Pansa, rimando all'intervento di Wu Ming 1 pubblicato recentemente su queste pagine elettroniche]
LO ZIO GINO
Il tuo nome è un nome antico, l'Italia recuperata, il nome di un tempo di volti smagriti, epidermidi sferzate e ròse dai venti di Nikolajewka e dalle parole fitte tra i coscritti dell'Armir. I tuoi piedi sono bollati da calli che furono vesciche nei panni lenci saturi di acqua tra le nevi russe, chilometri percorsi con la suola fatta di pneumatico, prima avanti, poi non si sa verso dove, nell'immensa distesa bianca della Grande Madre che tutto prende e tutto perde e si sveglierà alla fine seguendo le parole dell'Immacolata Vergine portoghese, che in portoghese ha predetto e profetato a inizio secolo. Finché non hai trovato scarpe: scarpe vere, grazie ai contadini che ti hanno accolto mentre, sagoma scura nel turbinio nebuloso di ghiaccio e neve, proseguivi con la mano tesa in avanti e il cuore decelerava i suoi ritmi irregolari, tu che, comunista, non credevi ad alcuna Immacolata.
Il tuo nome è Gino Genna e ora sei morto ed eri il primogenito, il fratello maggiore di mio padre.
di Cosimo Argentina
Pubblichiamo la Premessa e il Capitolo 1 del nuovo romanzo di Cosimo Argentina, edito dalla Editrice Effigie di Pavia (g.d.m.)
All’inizio fu una piccola spianata annegata nel fango in fondo a via Calabria; da una parte c’eravamo noi e dall’altra partivano le baracche Zaccheo, una sorta di zona franca a metà tra il villaggio medievale e una bidonville dove i gabbiani contendevano gli avanzi ai disperati.
Avevo cinque anni, era la fine degli anni sessanta e le fondamenta della casa di mia nonna erano deboli a causa di una tomba a camera dell’età magnogreca. Il custode di un deposito di vino che si trovava a pianoterra bestemmiava sempre all’indirizzo di quella tomba perché, diceva lui, quelli dell’ente archeologico non gli consentivano di lavarci le damigiane, lì dentro.
di Carlo Babando

Sua nonna raccontava sempre della notte in cui erano venuti al mondo.
A sentire la vecchia era una notte molto calda. Una di quelle afose notti di fine Luglio nelle quali dopo cena tutti gli anziani si mettono fuori a parlare davanti la porta di casa. Chissà cosa aspettano poi.
Diceva che il caldo era addirittura maggiore di quello che si sopportava nel dopopranzo. Un caldo asfissiante che affliggeva uomini e bestie.
A quei tempi, più di quaranta anni prima, le stalle erano ancora piene di cavalli e di mucche, e di mosche e di merda. I vecchi adoravano quella puzza pungente di merda e dicevano che era tutta roba che faceva bene al terreno.
di Lucio Angelini
(Dedicato a Massimo Cacciari, sindaco di Venezia)

Della sua infanzia fanese Luchino ricordava solo qualche frammento: un treno che partiva, la testa del suo babbo che sporgeva da un finestrino e rimpiccioliva sempre più in lontananza, e soprattutto una filastrocca: ‘Staccia minaccia’. Gliela cantava sempre sua nonna Celerina, scuotendolo avanti e indietro, dopo averlo preso a cavalluccio sulle ginocchia.
"Staccia minaccia
il babbo è andato a caccia"
("Ah, ecco dove è andato con quel treno maledetto!", esclamava Luchino nella sua testa. "Ma a caccia di che cosa?", si domandava subito dopo. La filastrocca, purtroppo, non lo chiariva. Il concetto di caccia, anzi, era bruscamente sostituito da quello di acquisto: che la caccia fosse stata infruttuosa?)
di Alberto Prunetti

[Più di un anno fa Carmilla ha pubblicato il racconto Teglie di rabbia, ispirato alle mie vicende di pizzaiolo. Propongo adesso ai lettori un estratto da un romanzo breve che segue le vicende del protagonista di quel racconto. Nel capitolo “Il grande artista”, pubblicato di seguito, il pizzaiolo è entrato nella società dello spettacolo: la sua rabbia se la fa pagare a peso d'oro, rovesciata in arte.] (A.P.)
Ho conosciuto A. P., pizzaiolo e grande artista, alla biennale di Venezia del 2010. Al primo incontro, dopo un breve scambio di battute, rimasi impressionato dal suo modo provocatorio di raccontare prodigi come se niente fosse, da quella maniera di tentare e caldeggiare l'assurdo che finisce per sedurre col fascino dell'ambiguità e del criptico.
Una fotografia a due dimensioni, e anche lo schermo televisivo - né l'una né l'altro si possono percorrere. Da un muro all'altro di una via, curvi o inarcati, i piedi contro un muro e la testa appoggiata all'altro, i cadaveri neri e gonfi, che dovevo scavalcare, erano tutti di palestinesi o libanesi. Per me come per quello che restava della popolazione, la circolazione a Chatila e a Sabra somigliava a un gioco di "saltacavalletta". Un bimbo morto, a volte, può bloccare le strade, che sono così strette, quasi sottili e i morti sono così tanti. Il loro odore è indubbiamente familiare ai vecchi: non mi infastidiva. Ma quante mosche! Se sollevavo il fazzoletto o il giornale arabo posato su una testa, le disturbavo. Inferocite dal mio gesto, arrivavano a sciami sul dorso della mia mano, cercando nutrimento.
dii Evald Vasilevic Il’enkov

[Dalla preistoria del cyberpunk, un racconto di uno dei più’ importanti filosofi sovietici del secolo scorso (vedi qui), “preludio fantascientifico” a una delle sue opere più importanti, L’uomo e i miti della tecnica (titolo originale Ob idolach i idealach, tradotto in italiano da Ignazio Ambrogio, per i tipi degli Editori Riuniti nel 1971.] (R.S.)
Questa storia è accaduta ieri e si è svolta in un millesimo di secondo. È naturale che i collaboratori del laboratorio per la costruzione della Macchina-pensante-più-intelligente- dell'uomo non sappiano ancora quali mirabili vicende siano avvenute sotto i loro occhi. In verità, il costruttore Adam Adamyc assicura che negli occhi dell'Integrale è balenata per un attimo una luce stranamente vivida, tanto simile alla luce della ragione. Ma gli altri si limitano a stringersi ironicamente nelle spalle. Nei Verbali è scritto che la valvola principale del congegno pensante si è fulminata, perché non ha retto alla tensione eccessiva.
di Alberto Prunetti
[A pochi giorni dall'apertura del campionato estivo di polo italiano, invito i frequentatori di Carmilla a leggere queste brevi righe, che illustrano le dinamiche neocoloniali di un gioco tanto blasonato. L’autore dell'articolo è stato per due stagioni stalliere, manovale e segnapunti presso uno dei più esclusivi campi da polo italiani. A.P.]
L’imprenditore italiano ama giocare al polo, che è un gioco argentino, e così decide di comprarsi un cavallo argentino. Ma nel polo bisogna cambiare spesso i cavalli, perché si sfiatano, e per ogni giocatore ci vogliono quattro cavalli argentini. Allora l’imprenditore italiano compra sedici cavalli argentini, e li porta in Italia. Ma i cavalli argentini non si fanno avvicinare dai bolsi imprenditori italiani. Così l’imprenditore italiano compra alcuni argentini, perché il domatore argentino può avvicinarsi al cavallo argentino. Ma ancora il cavallo scarta quando l’imprenditore cerca di montarlo. Pertanto l’imprenditore torna in Argentina, e questa volta compra una sella argentina, e per non sbagliare compra anche altri argentini, che faranno gli stallieri argentini, cavalcheranno i cavalli argentini e giocheranno a polo in Italia. Così l’imprenditore italiano si compra cavallo, stalliere, domatore e cavaliere, tutti argentini, cioè si compra un argentino per ognuno dei suoi bisogni.
di Nevio Galeati

Pochi istanti prima di scendere dal furgone blindato controllarono che gli erogatori funzionassero a dovere. I caschi integrali erano più leggeri dei vecchi elmetti in kevlar e sembravano altrettanto solidi. Il trattamento dello schermo a infrarossi aveva eliminato il problema della condensa. L'aria che arrivava a naso e bocca era fresca; con i nuovi filtri era scomparso ogni sapore metallico, continuava solo ad asciugare le mucose. Provarono anche il collegamento radio. Perfetto.
La pioggia continuava a scrosciare, macchiando i vetri antisfondamento. I sei uomini erano rilassati: sarebbe stata la settima retata in pochi mesi in quel quadrante della vecchia darsena, soffocato da una lunga teoria di capannoni in disuso che sembravano sostenersi l'uno con l'altro.
di Nathaniel Hawthorne(*)
[qui il testo in lingua originale]
In qualche vecchia rivista o giornale, ricordo d'aver letto la storia, riferita come vera, di un uomo, cui daremo il nome di Wakefield, il quale abbandonò per lungo tempo sua moglie. Questo fatto, così astrattamente enunciato, non è particolarmente insolito, e senza un'opportuna descrizione delle circostanze, non può nemmeno essere giudicato crudele o insensato. Nondimeno, anche se non è il più grave, questo è forse il più strano caso registrato di inadempienza nei doveri coniugali, e anche un singolare esempio tra quanti se ne possono trovare in tutti gli annali delle umane stravaganze. La coppia abitava a Londra, e l'uomo, col pretesto di partire per un viaggio, prese alloggio in una strada vicina alla sua casa e lì, all'insaputa della moglie e degli amici, e senza un'ombra di motivo per questo volontario esilio, visse per più di vent'anni. Durante questo periodo, si recava ogni giorno a vedere la sua casa, e non di rado anche la moglie abbandonata. E dopo un così lungo intervallo della sua felice vita coniugale, quando la sua morte era ormai data per certa, divise le sue proprietà, cancellato il suo nome dal ricordo, e la moglie ormai da tempo rassegnata alla sua autunnale vedovanza, una sera costui si presentò alla porta di casa, tranquillamente come dopo un giorno di assenza, e divenne uno sposo devoto fino alla morte.
Questi fatti essenziali sono tutto ciò che ricordo. Ma l'episodio, per quanto assolutamente originale, senza precedenti e probabilmente irripetibile, è tale, io credo, da richiamare la generale curiosità della gente. Ciascuno di noi sa bene che non potrebbe commettere una simile follia, eppure, proviamo la sensazione che qualcun altro ne sarebbe capace.
di Marco Campi
[Qui la prima puntata]
Lenta ed inesorabile scorre, giorno dopo giorno, l’agonia di New York.
I danni provocati dall’attentato alle centrali idroelettriche appaiono subito molto gravi. Una riparazione in breve tempo, da una prima ispezione con gli elicotteri, viene giudicata impossibile.
I primi specialisti giunti sul posto, alle cascate del Niagara, saltano in aria sulle mine. Tutta la zona intorno alle centrali distrutte è disseminata di ordigni. Invisibili, mimetizzati con l’ambiente, fabbricati in plastica e non rilevabili coi metal-detector.
La riparazione degli impianti inizia con molto ritardo, per scoprire che all’interno vi sono collocate molte trappole esplosive.
Nel frattempo, prive di energia elettrica, New York, Cleveland e Detroit sprofondano nel baratro.
Manca l’aria condizionata, le scorte di cibo, senza frigoriferi e congelatori, si deteriorano rapidamente.
di Marco Campi
Il "fratello" Carlos inizia a parlare, il viso celato dal cappuccio. Un breve discorso, non più di dieci minuti; sufficienti a raggelare l’uditorio, della grande loggia coperta della massoneria di Buenos Aires.
Il piano viene approvato all’unanimità, i programmi del "fratello" Carlos
non si mettono mai in discussione. Soprattutto perché non è lui a farli!
Il "fratello" Carlos è solo il portavoce, di una “grande ombra” che solo pochissimi conoscono.
Marcos ha già capito, prima della conclusione del discorso, che lo avrebbero chiamato per quel compito. Esce dalla sala, si toglie il cappuccio e raggiunge a piedi le banchine del porto, nella vecchia Baires.
E’ sempre andato lì a riflettere, nei momenti determinanti della sua vita. Tra l’odore di mare e di salsedine, le vecchie case, le navi provenienti da tutto il mondo. Su queste banchine arrivò il suo bisnonno, dal Veneto italiano, per sfuggire ad un destino di miseria e pellagra.
Si siede in un bar all’aperto, coi tavolini lungo le banchine del porto. Era venuto qui anche trent’anni prima, quando decise di lasciare la guerriglia Montoneros della “risaia” di Buenos Aires.
Appoggia il telefonino sul tavolo, pronto a rispondere. Chiameranno certamente lui, ora, per realizzare una parte importante del piano del "fratello" Carlos: contattare le F.A.R.C. colombiane di Tirofijo Marulanda, l’ultima guerriglia rimasta in America Latina.
Il telefonino squilla, di fianco alla ciotola del Mate.
di F. B. del colectivo el tronco de Senegal 
a due anni dalla bombe di Atocha
Il primo SMS arriva sabato, alle due del pomeriggio: alle 18:00 tutti alla sede del PP. Sono passate poco più di 48 ore dalle bombe esplose sui treni pieni di lavoratori, immigrati e studenti. L’11 marzo vengo a sapere dell’attentato quasi subito, alle 8 del mattino dal fornaio. “’E’ esplosa una bomba nella stazione di Atocha”, “Ci sono tre morti” “È stata l’ETA” mi dice in successione la gente in coda per comprare il pane. Una pensionata si sgola: “I baschi andrebbero tutti ammazzati”. Allo stupore delle prime ore, mano a mano che il numero dei morti aumenta, si aggiunge la rabbia contro chi ha fatto esplodere le bombe su treni che passano per quartieri operai, come sono Santa Eugenia o El Pozo del tio Raimundo, da sempre la prima tappa degli immigrati che arrivano a Madrid, ieri dall’Andalusia e dall’Estremadura, oggi dal Marocco, dall’Ecuador, dalla Romania, dalla Polonia.
E alla rabbia subentra lo sgomento. Il meccanismo psicologico è semplice: basta pensare agli amici e conoscenti che potevano essere su quel treno. Chiamo e mi chiamano per sapere se è tutto a posto. Una lunga serie di telefonate incrociate. Messaggini. E-mails. Penso a tutte le volte che sono passato per la stazione di Atocha. Mi vengono in mente i racconti di mio padre sui bombardamenti a Bologna durante la seconda guerra mondiale. La corsa nei rifugi di via Indipendenza, di notte, in pigiama, in ciabatte. Passato il pericolo, il risalire in strada a cercarsi, per assicurarsi che tutti siano sani e salvi, che la casa sia intatta, che anche per questa volta è andata bene. Penso a Bagdad, a Sarajevo, a tutte le guerre, alla barbarie di doversi adattare alla normalità dei bombardamenti. A Madrid l’11 marzo la città ha provato la paura di un bombardamento, della morte casuale, improvvisa, senza senso se non quello di essere una minuscola pedina sacrificata in un qualche gioco dei potenti del mondo.
di Gino Lucrezi

15 Marzo 1957
Oggi sono morto.
Dovevo andare al Carlton Theatre per la prima del mio film. Pioveva, e quella maledetta Cadillac decappottabile non voleva saperne di chiudersi. Kathy aveva detto che lei non sarebbe venuta, che ero matto, e che ero ridicolo a voler uscire così, tutto elegante, e bagnarmi tutto. Ma lei non capiva, era la prima, e quel film è il mio orgoglio e la mia gioia! Non potevo aspettare che un taxi si degnasse di venirmi a prendere, volevo essere in sala subito, a godere delle emozioni del mio pubblico.
di Giacomo Molucchi

Resto fermo il più possibile, ascoltando con attenzione qualsiasi suono possa portarmi il freddo vento di novembre. Niente. Allora esco allo scoperto, alzandomi dalla protezione di quel mucchio di macerie dove mi ero nascosto.
Aspetto.
Se c’è un cecchino appostato, non importa da che parte stia, morirò tra pochi secondi. Ma se non mangio, morirò lo stesso.
Non succede niente.
Stringendo il fucile mi metto a correre fino ad un’altro mucchio di macerie, e mi accuccio dietro di esso. So come muovermi perché vedo i soldati muoversi così da quando ero bambino. Scatto fino ad un’altro mucchio di macerie, poi un’altro ed un’altro ancora. Solo i miei passi e il mio respiro rompono il silenzio di morte che si stende su questa città devastata dai bombardamenti.
di Adriano Petta

[Questo racconto di Adriano Petta - autore di Eresia pura, di Roghi fatui, di Ipazia e di altri noti romanzi - fa riferimento alle ricerche attualmente condotte da Carlo Rubbia, presso l'acceleratore di particelle di Ginevra, sul bosone di Higgs, "la particella di Dio". Ricerche che potrebbero condurre, sebbene le probabilità siano infinitesimali, alla completa distruzione non solo della terra, ma del sistema solare e dell'intera galassia. Si tratta di un esperimento analogo a quello avviato nel 1999 nel laboratorio di Brookhaven, Long Island, Usa, già noto a chi abbia letto il mio romanzo Magus. Valerio Evangelisti]
Roma, libreria Feltrinelli di largo Argentina, bar al primo piano, luci deboli, soffuse, la colonna sonora del mitico «Bladerunner» si diffonde in sottofondo, oltre a noi due… nessuno. Un anno di e-mail, comunione di anime, di menti… e finalmente un pomeriggio tutto per noi.
di David Peace
Leeds.
Domenica 29 maggio 1977.
Ricomincia tutto daccapo:
Quando i due sette si scontrano…
A bruciare le gomme lisce in un’altra alba di fuoco, diretti verso un altro parco antico dov’è morta in segreto: da Potter’s Field a Soldier’s Field i parchi rivelano i propri fantasmi, ricomincia tutto daccapo.
Domenica mattina, coi finestrini aperti: sarà un’altra magnifica giornata, la buca delle lettere rossa tutta sudata e i cani che abbaiano verso il sole che sorge.
La radio accesa pulsa di un battito di morte.
In stereofonia: la radio e il walkie-talkie insieme.
Siamo diretti a Soldier’s Field.
di Massimiliano Di Giorgio
[Una necessaria premessa: Le Poulpe è il personaggio seriale di una collezione di - spesso divertenti - noir francesi, mai pubblicati in Italia. Inventato da un gruppo di autori tra cui Jean Bernard Pouy - autore del primo volume - Gabriel Lecouvreur, detto "il Polipo" per le sue lunghe braccia - è una sorta di investigatore parigino di estrema sinistra, che ha una quarantina d'anni, è eternamente fidanzato con una parrucchiera, Cheryl, e vive più fuori che dentro la legalità. Scrivere un episodio della serie Le Poulpe comporta il rispetto di alcune regole. Tra queste, ideare un titolo che sia un gioco di parole e parlare diffusamente di marche di birra. Il Polipo, che è il protagonista del racconto che segue, è una trasposizione italiana de Le Poulpe, anche se vive a Roma, è di pochi anni più giovane (è nato nel 1968), ha una ragaza italo-cinese e si è meritato il soprannome per un altro motivo. Per il resto, però, ho cercato di seguire le stesse regole, almeno quelle più importanti. MdG]
Puttana Eva, che mal di testa. Quella mattina per Gabriele Polimeno il risveglio era stato molto più faticoso del solito. Dopo quattro pinte di Kilkenny e uno svariato numero di grappini di rosa, uno avrebbe anche il sacrosanto diritto di mettersi al letto senza fare programmi, lasciando fare al sonno.
Invece no. Hong l’aveva svegliato prima di uscire, sbattendo pentole, piatti e porte, per ricordargli che doveva andare a pagare i conti correnti, soprattutto quello dell’affitto.
di Riccardo Valla
[Qui e qui le precedenti puntate]
Terzo dossier: Il Mare è rosso
Rotolo di papiro in caratteri geroglifici
XVI-XIX dinastia
lo Kharabil, scriba della casa e della famiglia del Faraone, dopo avere per qualche tempo abbandonato la nuova veste e le nuove costumanze ed essermi riaccostato agli strumenti della mia arte, ora ho ripreso la mia maschera di pastore e ho lasciato questo scritto nel luogo convenuto con il mio allievo Tut perché lo porti al tempio di Amun. Ho gettato la sabbia attorno a esso per proteggerlo dalle magie avverse: né le creature della notte né quelle dell’aria o dell’acqua osino toccare questo rotolo protetto dall’arte che il dio Thoth ha insegnato al primo scriba e che da lui è stata trasmessa fino a me attraverso una linea ininterrotta di scribi sacri. Chi avesse a leggerlo contro la parola del destinatario vaghi per sempre nel mondo al di là del tramonto dei sole, i demoni lo facciano a brani e il suo spirito non viva.
Piccolo requiem per l'Occidente sbagliato
di Giuseppe Genna
Questa è una guerra.
Piccola, interiore.
L’edificio è svuotato, è corroso, è abbattuto. La necrosi avanza. Schieramenti di folle disumane senza colore assaltano, distruggono. Si mangiano tra loro. Boati immensi, smottamenti. Sono come bacilli impazziti, si vedono gruppi, colonie intere dissociarsi e riunirsi, esodi impensabili, folle che puntano al nervo che pulsa. Vogliono nutrirsi della vita altrui.
E’ guerra e pestilenza e sta accadendo ora, qui. Come miriadi, come eserciti impazziti, falangi danno l’assalto al palazzo bianco, lo devastano, lo riducono a polvere morta e nera. L’edificio immenso è cariato. Sta per crollare.
Il dolore è altissimo.
di Gianni Clerici
[Pubblico un articolo che non è un articolo, ma un racconto. E' stato editato su 'la Repubblica' il 15 maggio 2005, ma è indistinguibile dalla stupefacente prosa anamnestica di cui Clerici ha dato prova, per esempio, in Terra rossa, edito da Fazi. Chi non avesse letto nessun libro di Clerici è invitato caldamente a fare la prova. gg]
Il corridoio che collega gli spogliatoi al Campo delle Statue, il Centrale del Foro Italico, è lunghissimo. Lo percorrevo per la prima volta, nel 1950, l'anno che vedeva la ripresa del torneo, nel dopoguerra, dopo una sosta imposta all'Italia dai suoi ex-nemici anglosassoni. Fianco a me camminava un piccolo australiano che mi pareva vecchissimo, con i suoi trentasei anni. Uno che aveva vinto l'ultima edizione di Davis nel 1939, Adrian Quist. Camminavamo senza parlarci. Non sapevo l'inglese, durante la guerra quella lingua era stata proibita nelle nostre scuole, e sostituita con il tedesco. Ero senza fiato, scorgevo una fonte vivissima di luce alla fine del tunnel, e finalmente vi arrivai. Sul campo, che poteva ospitare quattromila persone, c'erano più statue che spettatori. Le guardai una ad una, quasi potessero aiutarmi: il pescatore col falco, l'arciere, il vogatore, il tennista con racchetta...
Soggetto per una fiction generalista di massa appositamente brutta, sul mondo dello spettacolo e sulla vita di tutti quelli che vogliono fare quella vita lì
di Giuseppe Genna
1. Premessa
Che cos’è oggi, nel 2004, l’equivalente dello sbalorditivo successo degli yuppies di Via Montenapoleone, immortalati negli anni Ottanta dai fratelli Vanzina, con un successo di pubblico e di costume impressionante? Che cosa, in pratica, sognano oggi gli italiani? Se allora la vincita alla lotteria della vita era il successo finanziario, oggi qual è il miraggio comune a milioni di italiani?
Dopo la stagione dello yuppismo e l’esplosione dei mercati finanziari, dopo il periodo di involuzione sotto Tangentopoli e, infine, dopo il crollo della New Economy, la società italiana al Nord vive al giorno d’oggi una fase di profonda rielaborazione dei propri sogni e della propria situazione economica. E’ una fase apparentemente schizofrenica: da un lato, le fusioni tra grandi gruppi, i licenziamenti di massa, la crisi di marchi industriali storici e la rivoluzione del mondo del lavoro sotto il segno della flessibilità espongono gli italiani a una sensazione di ansia diffusa, di depressione economica; d’altro canto, questo è un popolo che non ha mai smesso di sognare e, anche in situazioni di estrema difficoltà, continua a farlo – e, oggi, sogna la televisione.
di Alberto Prunetti

In questo senso io passavo come un poco di buono, e tutti i discorsi che venivano fatti sui ladri finivano sempre con un’occhiata della proprietaria nei miei riguardi. Quello che mi fa veramente incazzare è che lei parlava sempre male di ladri, zingari, albanesi, e poi aveva preso l’abitudine di fare la cresta sulla liquidazione quando i dipendenti se ne andavano: diceva che aveva perso la busta paga e rifaceva i calcoli a occhiometro, trattenendosi una buona milionata da sputtanare in riviste gastronaziste.
di Alberto Prunetti

Tale era la situazione di abbrutimento che si respirava in quel locale. Capirete che, per tirare avanti, dovevo utilizzare ogni pretesto per aizzare la ciurma contro i proprietari: perciò, alla minima vessazione del boss e della padrona, mi prodigavo ad istillare sentimenti di rivalsa e azioni di rappresaglia: c’erano momenti in cui l’ammutinamento sembrava prossimo, altre volte però la generale indolenza o la necessità del lavoro ricomponevano le tensioni. Pertanto, quando non ero costretto a sudare intorno al forno, mi impegnavo a diffondere idee e voci imbarazzanti per la reputazione del locale.
di Alberto Prunetti

[Alberto Prunetti (nella foto), che con questo racconto inizia la sua collaborazione a Carmilla è una curiosa figura di letterato (secondo la falsa immagine che circonda questa definizione), dato che fa di mestiere il pizzaiolo. Ne esistono altri in pari condizione, ma quelli che conosco io non sono altrettanto dotati. Prunetti ha scritto nel 2004, per la mai abbastanza lodata Stampa Alternativa, Potassa: una raccolta di biografie di antifascisti maremmani rimaste sepolte negli archivi. Quest'anno ha invece curato, sempre per Stampa Alternativa, la splendida antologia L'arte della fuga, con testi di e su fuggiaschi celebri, firmati da autori come Defoe, London, Vaneigem, Traven e Cesare Battisti. Ma su questo libro tornerò tra pochi giorni. Terminato il presente racconto, che abbiamo dovuto suddividere in tre parti per via della lunghezza, pubblicheremo altri testi di Prunetti su pizza e pizzaioli.] (V.E.)
di Valerio Evangelisti

Il procuratore Sciabolaro entrò in ufficio pimpante. La sera prima, alla testa della squadra di pallamano dei Magistrati, aveva battuto la squadra rivale degli Uscieri, ponendo le premesse per la conquista della coppa del Gruppo Sportivo del Tribunale di Milano.
Lo sguardo gli cadde sul quotidiano spalancato sulla sua scrivania. “Nazario Sauro è brutto”, recitava il titolone che sovrastava una grande fotografia.
Sciabolaro si lisciò i baffi bianchi, soddisfatto. «Ottimo» commentò ad alta voce. «Questa è la volta che riusciamo a farlo estradare.»
Il primo quotidiano ne copriva una serie d’altri. La foto era la stessa. Semmai variavano i titoli, ma di poco: “I quattro delitti del feroce terrorista”, “I cinque assassinii del tremendo delinquente”, “I sei crimini del crudele serial killer”. L’ultimo quotidiano della pila era La Sicilia di Catania: “I nove omicidi e i due scippi del sadico Nazario Sauro (che non è mai stato siciliano)”.
di Vittorio Catani
[Per leggere la puntata precedente clicca qui]
6.
Sopravvisse.
Per molto tempo non ne fu neanche consapevole. Ada era tornata verso l'alba con amici; vincendo l'orrore gli avevano prestato qualche cura, lo avevano vegliato, nutrito. Perché Giandre si rendesse pienamente conto di essere vivo dovettero trascorrere mesi.
Difficilmente però gli capitava di maledire Truro, o se stesso. Di solito sentiva come se gli avessero prelevato anche il cervello. Trascorreva parte delle giornate con il comp inserito, che però ora gli rielaborava il mondo esterno in
una maniera nuova, strana e banale, tanto che lo accantonò. Cautamente prese a uscire dalla cabina, dalla nave. Ricominciò a pensare.
Pensava specie di notte al buio, ad occhi sbarrati. Noys: se era ancora viva non gli restava che lei. Ada a volte si assentava per giorni, era chiaro che presto avrebbe potuto lasciarlo. Non la rimproverava, lui adesso era un autentico rottame. A parte occhio sinistro e mano destra artificiali, i nuovi denti gli sfiguravano il volto in un mostruoso prognatismo. Si decise: durante un'assenza di Ada scrisse un lapidario biglietto, lasciò metà dei suoi spiccioli, raccattò alcuni oggetti e abbandonò il vecchio porto.
di Vittorio Catani
Eppure va salvato qualche sogno.
Di quelli sopravvissuti a Freud, a Jung, a...
Presto ne potremmo avere bisogno.
Per quel giorno. Che ha la notte lunga.
MARIO SOCRATE, Prospettiva
1.
Giandre era nel minuscolo bagno e scrutava la sua nudità davanti allo specchio. Benché non alto, possedeva un fisico proporzionato del quale una volta era stato fiero. Con i riccioli chiari e gli occhi un po' obliqui, da fauno, ricordava certi grandi ballerini del passato: Nijinski, per esempio. Ma questo nome a Giandre non avrebbe detto nulla. Osservò la propria immagine riflessa con un’espressione quasi di rimpianto, poi chiamò:
— Edo, sei sempre lì? — Si sfilò il sottile comp dal collo e uscì dal bagno.
Senza il comp, ritrovò la verità del suo corpo smagrito e privo dell’armonia di un tempo, le due stanzette della sua casa striminzita. La porta a vetri della camera si apriva sul piccolo cortile incolto, oltre il cui recinto fuggivano i meandri di Vicolo Sette e altri grigi vicoli.
Edo era immobile al centro del cortiletto, di spalle. Indossava un lungo impermeabile lucido color foglie marcite, leggero come carta velina. Era molto
giovane, con lineamenti quasi aristocratici, occhi chiarissimi, capelli tinti d’oro, a spazzola. L’aria era satura di un suo profumo intenso ma non sgradevole.
— Ti prendi un malanno — disse Giandre. Nel crepuscolo piovoso la casa era quasi al buio, dal cortile filtrava la luce delirante di lampioni agitati dal vento.
Più tardi, Giandre giaceva supino nell’oscurità. Edo aveva attivato una sua scatoletta nera collegata a una bacchetta metallica con la quale gli esplorava il corpo, organo dopo organo. Il sensore rispondeva con bagliori colorati che accendevano fantasmi negli angoli lontani della stanza. Bacchetta fredda e appuntita: occhi, cuore, fegato, milza, testicoli. Rilevava i marchi elettronici impressi in profondità.
— Poveretto! — esclamò Edo dolcemente, carezzandogli la fronte fredda.
di Igino Domanin
Preparo un filetto Stroganov. Si tratta di una antica ricetta russa settecentesca. Figura da sempre nei menu storici della cucina internazionale.
Gli Stroganov erano dei monopolisti. Ottennero il monopolio delle saline della Russia settentrionale. E quello delle pellicce e della pesca. Accumulano fortune oniriche. In seguito sfruttano i giacimenti minerari e le risorsa forestali degli Urali. Diventano talmente potenti che possono battere moneta in proprio. Lo zar è strozzato dai debiti che deve contrarre verso di loro. Gli Stroganov sono una potenza temuta in tutta Europa anche per le loro manovre finanziarie.
di Manfredi Starace
Proprio il genere di ufficio da direttore che ci si poteva aspettare in un posto del genere. Tutto affreschi con putti, tavoli di vetro nero e poltrone di design, in una villetta staccata dal resto della clinica. C’ero stato una volta sola, il giorno della mia assunzione, se così si può chiamare.
Con quei modi bonari da baffuto barone sessantenne arrivato, il diretur mi aveva detto:
“ Guarda, per uno come te non ci sarebbe futuro nella nostra professione. Però io mi sento in debito verso i tuoi poveri genitori e mi sento in colpa per non averti dato due consigli ogni tanto, sai sembravi uno che se la cavava benissimo da solo. Poi io ho bisogno di qualcuno che mi faccia le sostituzioni, qui all’ ultimo momento i miei dottori s’imboscano, strippano, vanno in vacanza, si danno malati e le guardie chi me le fa? “.
Eh sì, chi gliele fa?
di Philippe Forest[Il primo romanzo di Forest, Tutti i bambini tranne uno, è la storia autobiografica dell'ultimo anno che l'autore ha trascorso con la piccola Pauline, sua figlia, 4 anni, destinata dal tumore a una tragica scomparsa. E' un libro toccante e profondissimo, scritto da uno dei migliori narratori contemporanei francesi. Lo ha pubblicato Alet, per la bellissima traduzione di Gabriella Bosco, al prezzo di 17 euro]
Io non sapevo. O meglio: non me lo ricordo più. Era una vita smemorata e quelle cose non le
vedevo. Vivevo in mezzo a parole – insistenti, insensate, sontuose, insolenti. Però me lo ricordo:
io non sapevo.
Ora abito quel punto del tempo. Ogni sera poso ritualmente il volume rosso sul tavolo di legno
che mi serve da scrivania. Faccio la somma dei giorni: aggiungo, tolgo, annoto, leggo.
di Vittorio Catani
[Racconto incluso nella nuova antologia personale del'autore Chimere senza tempo. La precedente puntata è qui.]

Trascorse tempo. Settimane. Il primo a scomparire fu Mango. Loli in realtà se l’era aspettato, perché Mango era sempre stato molto vicino a Bess e perciò tenuto d’occhio come era stata lei. Era una controprova che essi erano al corrente, sapevano del macabro rogo e li avevano scoperti. Ora che del gruppo erano rimasti solo lui e Trizia, evitavano con estrema cura Cortile Corvino, Quartiere Quarzite e gli altri vecchi posti.
Poiché aveva abbandonato da tempo qualsiasi altra relazione sociale, né desiderava cercarne nuove, Loli prese a frequentare più regolarmente la propria casa, anche per ridurre i sospetti. D’altronde quelli avevano sistemi imperscrutabili, e volendo l’avrebbero ripescato pure in capo al mondo.
di Vittorio Catani

[Il presente racconto è incluso nell'antologia personale di Catani Chimere senza tempo, recentemente edita da KOL (Kipple Officine Libraria, "Bibliotheka di Avatar", n. 1; pagg. 232, ill.ni di Giuseppe Festino). Il volume ripropone 12 storie apparse dal 1972 ad oggi. Il racconto (1985) apparve nel 1996 su Carmilla versione cartacea (anno II n. 2; ill. di Francesco Mattioli, qui riprodotte). Ulteriori notizie su Chimere senza tempo, e modalità di reperimento, sono qui.]
Basterà cambiare il mondo intero
perché cambi un singolo essere umano?
GIANNI RODARI
Si svegliò.
Percepì l’aria tiepida della notte, l’odore delle siepi di Cortile Corvino, e alla nuca la pressione del bastone. Rigido, come la sagoma china su di lui.
C’era la ghiaia, in quell’ansa interna del viottolo. Gli escoriava i gomiti e lo pungeva.
— Muoviti, animale — disse la sagoma. Incombeva con quel bastone premuto.
Loli si alzò, bestemmiando e massaggiandosi. Il mondo di Loli era fatto di paura, odore di città, carne, morte, tenebre e violenza. Un succedersi di spostamenti furtivi, sonni brevi al riparo delle siepi, ricordi sgradevoli spesso sconnessi.
di Harry Crews
[Quello che segue è il primo capitolo di Lucidi corpi, il romanzo di Harry Crews - che sarebbe la trincia truce qui a sinistra - che Meridiano Zero manda in libreria a luglio. Di Crews, la casa editrice padovana aveva già pubblicato nel 2004 lo splendido La fiera dei serpenti]
La chiamavano Shereel Dupont, ma non era il suo vero nome; erano ormai tre mesi consecutivi che non le venivano le mestruazioni, ma non era incinta, e lo sapeva. No, la sua situazione era molto meglio e molto peggio di una gravidanza. In parte era dovuta - come il suo nome, che non era il suo nome - al fatto di pompar ferro e crepare di fame, non potendo mangiare che vitamine e polvere proteica e sogliola alla griglia senza né burro né sale. Ma era dovuto soprattutto a Russell Morgan detto Russell "Muscle", ma soltanto alle spalle, mai in faccia. Russell era l'uomo che l'aveva scoperta, e allenata, e le aveva trovato il nome di battaglia, e l'aveva rivoltata come un guanto anche nel modo di parlare, obbligandola a perdere l'accento della Georgia nel mentre le imponeva di consacrarsi a quella forma fisica estrema che solo lui era capace di distinguere.
di Raymond Carver
[da "Da dove sto chiamando", 1976 - edizione italiana: Minimum Fax, per la traduzione di Riccardo Duranti]
Earl Ober faceva il rappresentante di commercio: aveva appena lasciato un lavoro e ne stava cercando un altro. Però sua moglie Doreen aveva trovato un posto di cameriera nel turno di notte di una tavola calda di periferia aperta ventiquattr' ore su ventiquattro. Una sera che se ne stava andando in giro a bere, Earl decise di fare un salto in quel locale per mangiare un boccone. Voleva vedere dove lavorava Doreen e provare magari a scroccare qualche cosa.
Si sedette al bancone e si mise a esaminare il menù.
"Che ci fai tu qui?", gli chiese Doreen appena lo vide seduto lì.
Si voltò per passare un'ordinazione in cucina. "Che cosa vuoi ordinare, Earl?", disse poi. "Tutto bene a casa, i ragazzi?"
"Tutto. bene", rispose Earl. "Dunque, vorrei del caffè e uno di quei panini del Numero Due".
Doreen prese nota sul suo blocchetto.
"C'è mica modo di... hai capito?", le disse, strizzando l'occhio.
"No", disse lei. "Non mi parlare. Ho da fare".
di Francesco Cortonesi
I
La storia che voglio raccontarvi si svolge interamente a Waco, Texas, anche se gli eventi destinati ad essere incisi per sempre nella memoria di ogni americano si erano dati un appuntamento inderogabile a Richmond, Virginia.
In quei freddi giorni di Aprile il generale Grant, al comando dell’esercito nordista, entrava vittorioso nel cuore della Confederazione sudista.
Richmond capitolava... e in pochi giorni, la maggior parte delle sue case, ridotte a cumuli di cenere venivano trascinate via, dal vento che soffiava da nord.
Ma in fondo questa è un'altra storia...
Torniamo a Waco.
Viveva li, da alcuni giorni, una delle leggende di tutta la Confederazione. Si chiamava Dolores W. Aveva i capelli lunghi del colore dell’oro...quell’oro che i primi pionieri si erano visti brillare tra le mani, setacciando i fiumi del nord. I suoi occhi castani erano così intensi che, a volte, avevi la chiara impressione che fosse in grado di leggere nel pensiero.. e di prevedere le tue mosse.
Forse per questo era riuscita ad uccidere cosi tanti uomini in duello.
di William S. Burroughs
Assassinio Per Lista (APL)
Assassinio per lista? I soliti bersagli, i politici, gli antinarcortici, i piedipiatti? Sono solo servi che obbediscono agli ordini. I veri bersagli non sono uomini di facciata, ma quelli più in alto, che stanno dietro la scena. Annunciate che avete un'intera lista di questi controllori segreti e che li ucciderete uno dopo l'altro. La lista è di pura fantasia, naturalmente, ma i veri pezzi grossi si esporranno da soli ben presto. Così, tanto per cominciare, assassiniamo un banchiere svizzero, che tanto non si sbaglia mai. Se avete una lista di banchieri svizzeri estrarrete il suo nome dal cappello. Questo è l'Assassinio Per Lista (APL). I ricchi ed i potenti rintanati dietro guardie e reti elettriche.
di Niall Griffiths
[estratto da Ianto, tradotto da Silvia Rota Sperti, Feltrinelli, 14 euro]
Tuffato in un campo di segale che gli arriva alle ginocchia e che costringe le ricche fioriture d’erica striate di viola a risalire verso le montagne, Ianto gioca con due piccole pietre, due ciottoli levigati e resi sferici dai continui venti, dalle piogge instancabili e dal quieto infrangersi delle onde del mare interno che in tempi immemori occupava la piccola valle, prima di evaporare per lasciar spazio a questa fresca distesa di terra, prima di ogni sogno, di ogni fantasia, fors’anche di ogni conoscenza.
di Jim Thompson
[estratto dalla nuova traduzione, firmata da Anna Martini, di In fuga, il romanzo da cui Peckinpah trasse Getaway ora riedito da Fanucci, con postfazione di Luca Briasco]
Carter ‘Doc’ McCoy aveva ordinato di svegliarlo alle sei e stava già allungando la mano all’apparecchio quando il portiere notturno lo chiamò. Si era sempre svegliato facilmente e piacevolmente; tipico di un uomo senza un rimpianto per il passato e del tutto fiducioso e sicuro di sé nell’affrontare ogni nuovo giorno. Dodici anni di routine carceraria non avevano fatto che plasmare le sue tendenze naturali tramutandole in abitudine.
«Oh, ho dormito benone, Charlie» disse con la sua voce affabile e sincera. «Meglio che non ti faccia la stessa domanda, immagino, eh? Ah ah! È in arrivo, la mia colazione? Bene, cosí si fa, figliolo. Sei un gentiluomo da dieci e lode, Charlie.»
Per le visioni, le idee e tutto il resto
Londra. Ottocento, nessun altro riferimento temporale. Mondo parallelo: imprecisato.
Questa volta Mirad è morto subito. Aveva appena ventisei anni: un bel ragazzo, due occhi azzurri come il ghiaccio ed un profilo slavo. Biondo, pallidissimo. Lo uccisero in una di quelle regioni inferiori del multiuniverso dove anche i migliori uomini dell'Agenzia si muovono a disagio.
Bisogna stare sempre attenti, sul chi vive.
Sapevamo che c'era un agente degli Antagonisti che ci stava dando la caccia. Purtroppo Mirad aveva commesso un errore: si era innamorato di una nativa. Forse, in una delle altre diecimila realtà parallele sotto il controllo dell'Agenzia sarebbe stato tutto più semplice. Qui però, stavano vincendo gli Antagonisti. La situazione internazionale era tesa: gli eventi si sottraevano al nostro controllo andando a comporre un quadro fortemente dissimile da tutto quanto avevamo prefigurato. La Regina Vittoria era stata assassinata cinque giorni prima e l'Impero Britannico si trovava sull'orlo del baratro.
di Sandrone Dazieri
Enzo è immerso nel buio. Un buio punteggiato di immagini che non riesce a capire. Piastrelle decorate a fiori, onde, l’ombra di un uomo che passa da una porta. Un po’ alla volta riesce a sentire il suo corpo. E’ disteso in un letto. Nudo. No, non è nudo, indossa qualcosa. Una camicia da notte, gli sembra. Ha qualcosa sulla fronte, e sente male. Ha male alla testa, male alle orecchie, tormentate da un ronzio cupo, rimbombante. Cerca di alzare la mano destra per toccarsi il viso. Una mano, gentile, afferra la sua. Una voce dice. – Piano. Con calma. Le abbiamo medicato la fronte, non si tocchi.
Enzo apre finalmente gli occhi. E’ in una stanza bianca, una stanza d’ospedale. Riesce a mettere a fuoco i due uomini ai piedi del letto: sono due medici, con il camice bianco. – Come si sente? – chiede il più anziano dei due, un medico da libro di testo, con il pizzetto bianco e gli occhiali cerchiati d’oro sul naso.
Enzo apre la bocca per parlare. Ne esce solo un suono strozzato. Ci riprova. – Che cosa mi è successo? – riesce a dire.
di Riccardo Valla

(colonna musicale: “Confutatis maledictis” dal Requiem di Mozart)
ARDUINI: (bussando contro il vetro: toc, toc; allegramente) È permesso?
SEGRETARIA: (seccata) Ha un appuntamento?
ARDUINI: Be’, sono stato convocato per e-mail...
SEGRETARIA: Aspetti. (accende l’interfono) C’è qui... (ad Arduini) Come si chiama, lei?
ARDUINI: Dài, Betta, ci conosciamo da anni. Mario Arduini.
SEGRETARIA: C’è il dottor Mario Arduni... va bene, monsignore, lo faccio passare. (spegne l’interfono) Scusa, ma sono ordini del nuovo direttore: da quando c’è il monsignore a capo del comitato etico, niente cameratismi in orario di lavoro.
di Giuseppe Genna
[Nel dicembre 2003 mi fu commissionato, da un'importante (quasi dominante) casa di produzione dell'enterteinment mondiale, un progetto per la realizzazione di una serie di graphic novel: un ciclo narrativo a tinte nere ed esoteriche. Stesi il progetto, ma poi non se ne fece più nulla. Il protagonista del ciclo è Franz Anton Mesmer [nell'immagine a sinistra], un alchimista settecentesco, amico di Mozart e ispiratore di Lafayette. George Washington stava per dichiarare gli Stati Uniti nazione mesmerista. Pubblico qui soggetto e macrotrama, che forse daranno vita alla prossima stesura di un ciclo di romanzi. gg]
I protagonisti
I protagonisti sono Mesmèr e il dottor Von Balthazar.
Franz Anton Mesmer è un personaggio storico, che stravolgo completamente. Medico, alchimista e massone, è lo scopritore del cosiddetto magnetismo animale: l’universo sarebbe tenuto insieme e governato da un’unica forza basale, invisibile e onnipervadente, detta ‘fluido magnetico’. Mesmer fu il massimo guaritore di fine Settecento.
di Vittorio Catani
[Questa fantasia sul compositore austriaco Arnold Schönberg (1874-1951) mescola dati biografici reali con elementi - in particolare il "sogno" - di pura invenzione. NB: a lato "Lo sguardo rosso", di A. Schönberg].
Appena sveglio, si accorse che la luce ancora non filtrava dagli scuri. “Mathilde”, chiamò piano.
Mura e oggetti silenziosi. Immobilità assoluta.
Accese la luce del comodino e si sollevò contro il guanciale. Le cinque e quaranta. E adesso? Si passò una mano sul viso ispido. Gli tornò la memoria. Era stato due giorni fa, domenica 9, che era accaduto quello stranissimo evento. Verso le diciotto. Dal soggiorno si era udito un tintinnio, lo stesso che Mathilde faceva quando sorbiva il tè sorridendogli e col cucchiaino metallico urtava la tazzina rimescolando lo zucchero. In quel momento con lui si trovavano Steuermann e Felix Greissle, sedevano al pianoforte a discutere dettagli della Settima Sinfonia di Beethoven. Tutti e tre avevano ascoltato distintamente il rumore, due volte di seguito. Facendosi coraggio lui si era affacciato nel soggiorno: nella penombra della stanza non aveva visto che la sua solitudine. Ritornando al pianoforte si era esibito in una smorfia, dicendo ovviamente: “Non è nulla”.
di W.J. Maryson
(tr. Riccardo Valla)
La città-stato di Eurwest.
Dopo la Grande e Nuovissima York, è la più estesa e più importante nazione del mondo. Con una popolazione di novecento milioni. Non novecento milioni e uno, o ottocento novantanove milioni novecento novantanove mila novecento novantanove. No, esattamente novecento milioni di persone stipate in un’area chiusa da cordoni di nano-laser, dove quattrocento anni addietro – prima della Legge delle Quote – si stendevano nazioni come la Germania, la Francia, il Lussemburgo, il Belgio e i Paesi Bassi. Con regioni e centri come la Grande Parigi, Berlino, Nuova Francoforte, Città Fiandre e Delta Olanda Ovest. Siamo nell’anno 2443. Il mondo è dominato dalla Quota, un complesso sistema affidato all’esecuzione e al controllo dei nanocomputer, che collega il valore della moneta, l’euro, alla curva dell’individuo, costituita dai suoi risultati economici e dal suo valore sociale complessivo.
di Emilio Salgari
Il drappello s'affrettava, perché già le prime ombre della sera cominciavano a calare nelle sterminate jungle del Mysore, rifugio di tigri sempre assetate di sangue e di serpenti smisurati, che stritolano fra le loro spire un uomo come fosse un semplice fuscello di paglia.
Halnali, il bel giovane maratto, incoraggiava la sua scorta ad allungare il passo, promettendo doppia razione d'arak all'arrivo e triplice mancia. Non già che egli, valoroso indiano, discendente di una stirpe d'eroi, che aveva già a quindici anni combattuto contro gli inglesi dando prove non dubbie di audacia, avesse paura.
Conosceva la giungla come conosceva i suoi abitanti che più volte aveva inseguiti nei loro tenebrosi nascondigli e non li temeva. La sua fretta aveva un'altra origine: il desiderio di rivedere gli occhi neri e profondi di Naia, la graziosa figlia del vecchio rajah di Guntur, che aveva chiesta in sposa e che da un anno più non aveva riveduta.
di Vladislav Otrošenko
[da "Didascalie a foto d'epoca", traduzione di Mario Caramitti e Bianca Sulpasso, Voland, € 12]
Quando le basette di zio Semёn s’incendiarono, lui decretò il lutto nella casa, ordinò di stendere del satin nero su tutti gli specchi e indossò un abito nero con il collo di raso e un tale puzzo di naftalina che tutte le zanzare e le mosche che si trovavano in casa volarono via all’istante.
A sera inviò a tutti i fratelli dei telegrammi con identico testo:
METTITI SUBITO IN MARCIA, FIGLIOLO. UN FUOCO INFERNALE HA DIVORATO LE MIE BASETTE.
SEMËN MALACHOVIČ.
di Joe R. Lansdale
[da Bubba Ho-Tep, traduzione di Sebastiano Pezzani, Addictions, euro 7.50]
Elvis faceva fatica a pensare a se stesso o alla vita in un contesto che non fosse la fogna, visto che spesso era troppo stanco per evitare di farsela addosso nel sonno, svegliarsi in un mare di piscio o di merda, in attesa che le infermiere o gli assistenti venissero a pulirgli il culo. In quel momento se ne rese conto. Tutto d’un tratto si accorse che erano anni che lo davano per morto…
… Elvis chiuse gli occhi e pensò che si sarebbe svegliato da un brutto sogno ma così non fu. Riaprì gli occhi lentamente e vide che si trovava ancora dov’era prima e che le cose non erano migliorate. Si sporse in avanti e aprì il cassetto del comodino e ne estrasse uno specchietto rotondo e si guardò.
Quando ci abitavo, alla fine degli anni Quaranta, Città del Messico aveva un milione di abitanti, l'aria pulita e frizzante e il cielo di
quella speciale sfumatura d'azzurro che si intona tanto bene con gli avvoltoi
volteggianti, il sangue e la sabbia: quel crudo, minaccioso, spietato azzurro
messicano. Città del Messico mi era piaciuta fin dal primo giorno. Nel 1949 ci
si poteva vivere con pochi soldi, era abitata da una numerosa colonia di
stranieri, c'erano bordelli e ristoranti leggendari, combattimenti di galli e di
tori, e tutti i passatempi immaginabili. Da soli si viveva bene con due dollari
al giorno. Il mio processo a New Orleans per possesso di eroina e marijuana si
stava mettendo così male che decisi di non presentarmi all'udienza in
tribunale, e affittai un appartamento in un tranquillo quartiere borghese di
Città del Messico.
di Vittorio Catani
Mi svegliai con un chiodo fisso: il denaro. Non ricordavo quanto me n’era rimasto. Rovistai nelle tasche dei vestiti ed estrassi moneta cartacea e un paio
di spiccioli. Sapevo che le banconote erano a rischio e il governo aveva da tempo promesso di sostituirle con tagliandi di un nuovo materiale asettico-allergorepellente; le avevo appena sfiorate che le dita si gonfiarono e arrossarono cominciando a prudermi in un modo torturante. Al diavolo, dovevo pur sapere di quanto disponevo. Spruzzai con un antiallergico mani e banconote. Mugolando per il fastidio salutai Corinna, che si riavvolse nelle coperte come un fagotto informe. Dalle finestre socchiuse traspariva una luce insolita: secondo me si profilava una rarissima giornata dal cielo sgombro di nuvole e veleni. Terminai di vestirmi e uscii.
Ma appena fuori mi resi conto di aver preso una cantonata. La città sembrava sovrastata da ovatta sporca, con al centro una chiazza più luminosa che probabilmente era il sole; arrivavano zaffate di marcio miste a fetori chimici.
Bene - mi imposi di pensare - è comunque meglio di tanti altri giorni. Mentre mi avviavo sentii che si attivava la ricetrasmittente nel mastoide, dietro l’orecchio destro. Provai fastidio: non avevo appuntamenti con nessuno, e immaginai di che si trattava. “Buongiorno, signore - disse negli orecchi una voce registrata - ci risulta che lei non possieda ancora uno dei recenti abbonamenti alla luce solare. E oggi è una splendida giornata, vero? La Solarlight, in forza della nuova convenzione con il governo italiano, le addebita contestualmente nel conto bancario 50,03 euro per l’uso di raggi solari garantiti. La luce depurata dai filtri atmosferici Solarlight fa bene alla pelle, eccita gli enzimi e stimola sessualmente. Luminosa giornata!”
di Vittorio Curtoni da La Libertà del 19 febbraio 2005

Agosto 2008. Una giornata torrida in un qualunque paese della pianura padana. Dopo la vittoria della sinistra alle elezioni del 2006. Siamo nell'ufficio del sindaco. Entra il segretario politico di zona.
"Buongiorno, compagno segretario politico."
"Buongiorno, compagno sindaco. Come procedono le cose?"
"Ottimamente, compagno segretario. La gente è in miseria, terrorizzata, e muore che è una bellezza!"
"Perfetto, compagno sindaco. Sempre restare all'altezza dei grandi obiettivi rivoluzionari del nostro governo. A prigionieri come stiamo?"
"Splendide notizie, compagno segretario. Abbiamo appena catturato tre forzitalioti, un ex democristiano della corrente andreottiana e un ex socialista craxiano. Esemplari rari. Li abbiamo già messi al lavoro. Si stanno costruendo la baracca d'amianto dove potranno cuocere e marcire in santa pace. Prima però vorremmo torturarli un po'. È importante tenere alto il morale dei compagni militari dell'Armata Rossa."
di China Miéville
(tr. di Paolo Chiocchetti)
Chiamatemi infantile, ma amo tutte quelle sciocchezze - la neve, gli alberi, i fili argentati, il tacchino. Amo i regali. Amo i canti e le allegre filastrocche. Semplicemente, amo il Natale™.
di Federica Vicino

Padre Bruchner si raccolse in preghiera, il rosario stretto nella destra, la sinistra avvinghiata al passamano, e ancora scale e scale – nemmeno fosse, la sua, una discesa agli inferi. Non sapeva se e quanto ancora avrebbe resistito. Si affidò all’unica risorsa di cui disponeva: la preghiera. Ripeteva il rosario, biascicandolo fra le labbra molli, in un latino maccheronico impastato della lingua bastarda di quei posti. Il freddo era insopportabile, ma lui continuava a sudare: rivoli oleosi gli rigavano la fronte. Eppure continuava a scendere. Mosso da chi sa quale forza interiore. Il sepolcro emanava un tanfo rancido, di un’indistinta materia organica in decomposizione. Gli bruciava nelle narici. Ma proseguì.
Si ritrovò all’imbocco di un tunnel, e di questo non si sorprese. Buio a perdita d’occhio. Sempre abbrancando il rosario, si avviò. Era una galleria scavata nella pietra, così umida da trasudare liquido putrescente dalle pareti. La sua architettura presentava una certa discontinuità; di tanto in tanto delle voragini laterali si aprivano sull’imboccatura centrale di quell’immane budello. Sembravano salti nell’ignoto. Neri d’un nero incomparabile alla più buia e disperata delle notti. Già da un po’, padre Bruchner avvertiva una strana sensazione: un pulsare di vita segreta, che si dimenava nelle venature della pietra. Si sentì come accerchiato. Ma proseguì.
di Giuseppe Goisis
[da Un posto vale l'altro - peQuod]
Io non c’entro niente con la musica, né suonare né cantare, ma Elia è sempre stato un genio. Dicono che i ciechi hanno certe qualità.
Quella sera eravamo alla cascina.
È dello zio di Michele e ci andiamo almeno una volta al mese. Organizziamo le feste. Se è estate con i falò. Se è inverno con il camino.
Andiamo là e passiamo la sera a ballare e a mangiare, e anche altro, fino a notte. Problemi di rumore non ce ne sono. Siamo in mezzo alla campagna. Al limite la nebbia, o la strada sterrata quando piove. Ma arrivano sempre tutti.
Qualunque tempo fa si sta bene. Ognuno porta qualcosa. Fra di noi è facile stare bene. Siamo gente semplice. Nessuno è ricco o razzista. Mia cugina l’anno scorso ha avuto una figlia con il suo ragazzo senegalese. A parte la nonna siamo stati felici. È nera e si chiama Uanpuire.
Elia alle feste si esibisce con la pianola elettrica. Ne ha una per ogni tipo di strumento e di ritmo. Incita la gente e se non cantiamo ci insulta. A volte qualcuno gli fa uno scherzo e sposta il microfono. È molto volgare, ma suona e canta da professionista. Secondo me alla cascina è sprecato.
di Federica Vicino

Io odio la Ribellione. La odio tanto quanto il Sistema; tanto quanto odierei qualsiasi regime, tanto quanto odio la guerra.
Dovrei attaccare così. E i ragazzi (mi pare di vederli!) sgranerebbero tanto d’occhi. Qualcuno direbbe che mi sono bevuto il cervello. Finalmente. Mi degraderebbero. Mi metterebbero a riposo forzato.
Non serve a niente… loro, lì, pronti, schierati, disposti a dare la vita; io sul mio merdoso podio, che armo gli animi e infondo coraggio. Alla malora! Non serve a niente. Questo direi. Non c’è nulla di abbastanza prezioso su questa terra da meritare il sacrificio di una sola vita. Fossanche la vita di un cane. Questo direi. Nessuno dovrebbe mai dare la vita. Nessuno dovrebbe mai morire.
di Michèle Laframboise

Il Canada francese ha una sua nutrita scuola di autori di narrativa fantastica. Patrick Senécal, per fare un esempio, sarebbe annoverato tra i maestri internazionali del genere horror, se fosse tradotto fuori dei confini del Québec; Esther Rochon scrive romanzi stranissimi, che potrebbero definirsi fantasy se obbedissero a un qualsiasi modello; Jean-Louis Trudel, francese trapiantato, coltiva con successo la fantascienza in senso stretto; ecc. La nostra preferita è però Michèle Laframboise, che, unica tra i suoi conterranei, tocca nei suoi racconti e nei suoi romanzi temi legati all'attualità e di grande portata. Meriterebbe senz'altro una traduzione il suo Ithuriel, in cui la chiave fantastica serve a narrare il dramma di un Canada diviso in due gruppi etnici e linguistici poco comunicanti; e in genere i suoi racconti e romanzi, pieni di riferimenti a tematiche ecologiche e sociali.
di Federica Vicino

- E cosa ci sarebbe laggiù?
- “Laggiù”?
- In questo ipotetico aldilà, che cosa c’è.
Stavolta gli venne da ridere. Laggiù…
Si scostò, per quel poco che gli era possibile, dal microfono. Il telelaser gli si piantò di nuovo al centro della pupilla. Una lama sottilissima, colorata e caldissima infilata nell’occhio. Non doveva essere piacevole come sensazione.
- Non dovrebbe muoversi.
- Sì, ho capito.
Il telelaser oscillò appena. L’uomo cominciava a dar segni di impazienza.
- Non abbiamo altri mezzi, mi spiace.
- Sì, sì, va bene.
Stavano perdendo il filo del discorso. E Ratko non amava la conversazione. Meno che mai, quella.
di Valerio Evangelisti (da Musica / Repubblica del 25 novembre 2004)

Nicolas Eymerich, che in vita era stato inquisitore generale d’Aragona, non si era ancora adattato completamente al dono con cui Dio lo aveva premiato: trasportare il suo tribunale dell’Inquisizione fuori del tempo, e accordargli giurisdizione su ogni epoca della vicenda umana. In cuor suo riteneva che simile gratificazione gli spettasse. Ciò che lo innervosiva era che l’Onnipotente avesse collocato nella dimensione in cui ora viveva – l’ottavo cielo – anche la burocrazia del Santo Uffizio.
Si rivolse bruscamente al notaio Berjavel, chino su un cumulo di incartamenti. «Insomma, avete finito?»
«Sì, magister.»
«Chi è il prossimo imputato?»
«Tale Dan Brown, autore di un testo eretico intitolato Il codice Da Vinci. Godette di forte popolarità all’inizio del XXI secolo.»
di Luigi Lollini
A P.C.

La prima volta che entrai nella libreria Feltrinelli di Piazza di Porta Ravegnana fu il primo anno di università. Leggevo smanioso i titoli di autori conosciuti e ignoti, i titoli dei pochi libri letti e degli infiniti che non avrei potuto leggere in una vita. Ognuno di questi libri, mi diceva un amico, è un dito puntato sulla tua ignoranza. La carne è triste, rispondevo, e non ho letto tutti i libri. Li sfogliavo e li leggevo, li annusavo, li riponevo nello scaffale, passavo in un’altra stanza, tornavo indietro a rileggere. La libreria mi sembrava una fitta biblioteca a scaffale aperto, ma per portare i libri a casa bisognava pagare. E infatti, anche se vagavo tra i libri circospetto, li pagavo: mi fingevo un ladro e una gentilissima cassiera a volte mi guardava con sospetto.
Le guardie fuori dal carcere dopo quel primo tentativo di reazione ricacciato con quella carica esplosiva al plastico al pianterreno non hanno più reagito anche perché a un certo punto un compagno ha mostrato dall'alto di un finestrone una bella palla arancione che saranno stati due chili di plastico e quella palla arancione li bastava per fare venire giù tutto il carcere e cosi loro hanno capito che quel primo botto non era che un avvertimento che se insistevano poteva capitare di peggio e poi ogni tanto qualcuna delle guardie catturate veniva anche mostrata dai finestroni dei corridoi con un coltello alla gola per fare vedere che erano vivi e per dire a quelli di sotto di non tentare nessun intervento
di Riccardo Valla

Secondo fascicolo
Una vera Babele
Pacchetto contenente una videocassetta
TRASCRIZIONE
(sulla scritta “Mondovisione” si levano le prime note dell’inno olimpionico. Dopo le prime otto battute, dissolvenza sul logo di Telebabilonia - una piramide a gradoni dalla cui cima esce un dio - poi dissolvenza e campo lungo su una pianura stepposa contenente imponenti palazzi di mattoni e una costruzione a piramide, uguale a quella del logo, che si staglia sull’orizzonte. Zoom sulla Torre, mentre compare la scritta elettronica: “Tiro in alto. Finali. In diretta dal palazzo sportivo di Babilonia”. Dissolvenza su alcune viste della città: i giardini pensili, la porta di Ishtar. Stacco sulla folla, piano americano su un sostenitore che beve birra da un otre e che lancia in aria il cappello. Stacco sulla Torre e voce fuori campo del cronista)
S’arrisbigliò di colpo, sudatizzo, col sciato grosso. Per qualichi secondo non capì indovi s’attrovava, doppo fu il respiro leggero e regolare di Livia addrummisciuta allato a lui a riportarlo alle dimensioni accanosciute e rassicuranti. Era nella sò càmmara di letto a Marinella. A tirarlo fora dal sonno era stata una fitta gelida come una lama alla ferita della spalla mancina. Non ebbe bisogno di taliare il ralogio sul comodino per sapiri che erano le tri e mezza di notte, per la precisione le tri, ventisette primi e quaranta secondi. Gli capitava accussì da vinti jorni, tanti ne erano passati da quella nuttata che Jamil Zarsis, trafficante di picciliddri extracomunitari, gli aviva sparato ferendolo e lui aviva reagito ammazzandolo, vinti jorni, ma lo scorrere del tempo si era come inceppato a quel momento preciso.
di Riccardo Valla

Prefazione del curatore
Come si legano tra loro il Cristo evangelico - il Gesù descritto dai quattro Vangeli - e il Cristo storico, ossia il Gesù che troviamo nel documenti che ci sono stati trasmessi dalla storia? A lume di logica, l’uno dovrebbe corrispondere all’altro e si dovrebbero ravvisare negli scritti di Tacito (o di Giuseppe Flavio o di quant’altri abbia descritto l’impero romano parlandone, come si suol dire, sul campo), le descrizioni della sua predicazione, nel senso letterale della frase "vita, morte, miracoli".
di Jonathan Lethem[da minimum fax]
Per un caso – per quel genere di stupendo arbitrio che rende il mondo un luogo non meno ma addirittura più ricco di senso – io che sono un americano bohémien e pateticamente apolitico, io che vivo a New York e che non ho mai viaggiato più in là dell’Europa Occidentale, sono strettamente imparentato con Saad Eddin Ibrahim [nella foto a sinistra], sostenitore della democrazia, in Egitto, che attualmente si trova in carcere. Io e Saad siamo entrambi membri periferici di una vasta e sparsa famiglia del Midwest degli Stati Uniti. Saad per via del matrimonio con mia cugina Barbara, io per ascendenza paterna. Il nome di Saad Eddin Ibrahim compare spesso nei notiziari di questi giorni, e negli editoriali dei giornali, se qualcuno solo lo cerca. Un anno fa il «New York Times Magazine» ha messo in copertina una foto di Saad, nella quale lo si vede sbirciare attraverso le sbarre della gabbia in cui è rinchiuso durante il processo.
di Francesco Borgonovo
[... il quale è una delle esuberanti menti che stanno dietro FaM - Frenulo a Mano, una delle riviste letterarie più notevoli del Web italiano]
Prendi, per esempio, un fatto. Si potrebbe affermare anche che i fatti non esistono. Cioè, non esistono come cose in sé, come eventi reali nel senso comune della parola.
Palazzi in fiamme, le nostre città bruciate di fronte agli occhi del mondo, mentre persone piangono e altre continuano a morire, senza neppure poter pensare prima. Morire come una scatola chiusa, lasciare per sempre non dette la quasi totalità delle cose che si vorrebbero comunicare, essere fraintesi per l’eternità. Tua moglie, forse, continuerà a pensare che l’hai tradita, che non l’amavi del tutto, prima che la tua immagine - che non è la tua immagine, è una proiezione che lei si è costruita di te dentro la sua testa - si spezzetti.
E intanto, tutto intorno, la sofferenza sboccia come fiori di campo, sui volti dei poliziotti, sulle labbra impietose dei giornalisti e tutto - tutto quello che importa del - mondo sa. Questa, signori, è la fenomenologia del fatto storico. Ciò che appare, esiste, ciò che non, No.
Non ho fatto nulla. Non ho favorito e non ho finanziato, non ho diretto, promosso, organizzato la strage, ma devo chiedere scusa. Chiedo perdono al popolo americano: non ho fatto nulla per evitare la morte di migliaia di uomini e di donne. Chiedo perdono e allo stesso tempo, ancora una volta, non manco di esprimere la mia gratitudine all’America e agli americani. Se l’America non fosse stata conquistata dagli europei, non avremmo il pomodoro e quindi la pizza, la vera pizza, di cui si nutre l’identità della nazione italiana. Se non vi fosse stata la migrazione forzata degli africani in America, e quindi il meticciato afroamericano, non avremmo la musica blues, jazz, rock, soul, rap, che hanno plasmato l’immaginario di generazioni di terrestri. Questa, se permettete, è dialettica al cento per cento. Ma non devo indugiare: chi intenda fare autocritica, senza peraltro rischiare il carcere e i lavori forzati, chi chieda indulgenza e perdono, non può abusare del tempo e della pazienza altrui.
di Mark LeynerAaron e Joshua Zeichner: fratelli gemelli accusati di omicidio di primo grado per l'uccisione dei genitori, Sam e Adele. Arma del delitto: fuoco di artiglieria, granate e fucile mitragliatore. La difesa di Aaron e Joshua, ventitre anni, è affidata all'irruente e istrionica avvocatessa Susannah Levine, maestra di virtuosismo tattico. La tesi sostenuta dalla Levine è che i suoi clienti - i quali si sono dichiarati colpevoli - siano stati vittime di una paura irrazionale che li ha indotti a credere erroneamente, ma in buona fede, che i loro genitori avessero intenzione di ucciderli.
(da "La sindrome lunare e altre storie", Robot speciale n.6, 1978)
Un pomeriggio, non si sa come, Liliana si trovò sola in casa. Per un po' rimase a giocare con la vecchia bambola di stracci che era stato l'ultimo dono del nonno paterno, morto appena un paio di anni prima: la stiracchiò qua e là per la stanza, come era solita fare, e poi si stufò. Allora la raccolse da terra, la ributtò con violenza sul pavimento e vi saltò sopra con molta furia, quasi a voler decretare che quel giocattolo vecchio e logoro non l'interessava più.
Liliana non era una bambina particolarmente cattiva, ma andava soggetta a crisi di noia oltremodo irritanti. Suo padre le diceva spesso, da buon genitore di vecchio stampo, che proseguendo su quella strada non avrebbe mai trovato un marito, e forse sarebbe finita nella più assoluta miseria. Per rendere più chiaro l'esempio che le additava, quelle rare volte che uscivano assieme, una poverella magra magra che chiedeva la carità dietro l'angolo della loro casa; e nel lasciar cadere qualche monetina di poco conto nei sudici palmi della donna faceva una brutta smorfia, chiaro segno della sua disapprovazione.
di J. M. Coetzee
[John Maxwell Coetzee, nato a Città del Capo nel 1940, è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 2003]
Boston, sulla riva del Lincolnshire è una bella città, scrive l'altro.
Il suo campanile, il più alto di tutta l'Inghilterra, è un punto di riferimento per i naviganti. Boston è circondata da paludi in cui abbondano i tarabusi, sinistri uccelli le cui rauche grida si possono udire anche a due miglia di distanza, come l'eco di una fucilata.
di Massimiliano Di Giorgio

A quei tempi non sapevo ancora che “Un'emozione da poco” l'avesse scritta Ivano Fossati. Pensavo solo che Anna Oxa fosse piuttosto ridicola, sulla scena, con quella valigia in mano, e quell'aria da finta punk. Intendiamoci, io di punk ne sapevo ancora poco, ma quella lì sembrava saperne meno di me.
A quei tempi non sapevo neanche che “On The Road Again” non fosse dei Rockets, ma dei Canned Heat. I Rockets l'avevano rifatta, insomma, e in brutto. Beata innocenza.
In compenso, sapevo che Andy Gibb era il fratello minore dei Bee Gees.
La Radio francese mi aveva offerto una delle sue trasmissioni dette "Carte
Blanche". Ho accettato con l'intenzione di parlare dei giovani criminali.
Il mio testo, che in un primo tempo era stato accettato da Fernand Pouey,
è stato ora respinto. Più che fierezza ne sento una certa vergogna.
Avrei voluto far ascoltare la voce del criminale. E non il suo lamento, ma
il suo canto di gloria. Me lo impedisce un'inutile ansia di essere sincero,
ma di essere sincero non tanto per l'esattezza dei fatti quanto per fedeltà
a quei toni un po' rochi che soli potevano esprimere la mia emozione, la mia
verità, l'emozione e la verità dei miei amici. I giornali si
erano già stupiti che un teatro fosse stato messo a disposizione di
uno scassinatore - e di un omosessuale. Quindi non posso parlare davanti ai
microfoni nazionali. Ripeto che ne provo vergogna. Sarei comunque rimasto
nel buio ma sul limitare della luce e indietreggio nelle tenebre da cui ho
fatto tanti sforzi per strapparmi.
Il discorso che leggerete era stato scritto per essere ascoltato. Lo pubblico
ugualmente ma senza la speranza di essere letto da quelli che amo.
Loriano Macchiavelli, bolognese, è il creatore di Sarti Antonio, uno dei piú popolari poliziotti italiani. Ha pubblicato una trentina di romanzi e ispirato alcune fiction televisive. Einaudi Stile libero ha intrapreso la pubblicazione delle prime, classiche, avventure di Sarti Antonio. Sono già usciti Fiori alla memoria (2001) e Ombre sotto i portici (2003). Ora è la volta del leggendario Sulle piste dell'attentato, da cui riproduciamo il capitolo iniziale.
Salta la stazione radio
Vi racconto un fatto: ve lo racconto come se io fossi stato là quando è successo. E potete stare sicuri che è un fatto vero, sacrosanto. Come se lo aveste letto sui giornali. Non che sui giornali ci sia sempre la verità, ma basta che uno dica: «c'era sul giornale» e tutti annuiscono e rispondono: «beh, allora!».
La stazione radio dell'esercito sta sulle colline che fanno corona a Bologna: attorno i campi bagnati dal sudore dei contadini e i boschi coperti di preservativi usati.
[da "Educazione di una canaglia", Einaudi, 2002]
L'estate dell'amore a San Francisco: '67, '68 o '69, non ne sono più tanto sicuro, perché all'epoca ero recluso nel Penitenziario di Folsom e avevo perso la nozione del tempo. Anche allora, la California aveva le sue prigioni come la General Motors aveva le sue automobili: in una vasta gamma di modelli, stili e prestazioni. Certi istituti penitenziari disponevano di rampe d'accesso per il vecchio ladro in carrozzella che scontava la pena come recidivo, altri offrivano servizi medici per i malati e gli infermi mentali. C'erano penitenziari duri per i predatori, e altri più morbidi per i deboli che non avrebbero potuto pagare il loro debito altrove. Certi istituti di pena erano molto vecchi, e altri così moderni che il colore della vernice alle pareti era scelto dallo psicologo. Ce n'era soltanto uno che rispondeva ai requisiti della massima sicurezza: Folsom, bollato Represa.
[da Noialtri, Sellerio, € 7,75]
Ci siamo conosciuti nel sessantatré. Le cose andarono così. Avevo una stanza con l’entrata indipendente. Le finestre davano sui bidoni della spazzatura. Quasi ogni sera da me si riunivano gli amici. Una volta mi svegliai nel cuore della notte. Vidi i piatti sporchi sul tavolo e una poltrona rovesciata. Ripensai angosciato alla sera prima. Mi venne in mente che per tre volte erano andati a prendere la vodka. Qualcuno si era espresso così:
«Andiamo al negozio Eliseevskij! Trecento metri ad andare e più o meno lo stesso a tornare...».
[Questo racconto di Antonio Moresco non è un racconto. E' il brano finale di un articolato intervento apparso sulla rivista Fernandel e ripreso ora su Nazione Indiana. Abbiamo scelto questa straordinaria prosa di Moresco per il suo elevatissimo valore poetico e filosofico, ma chi desiderasse leggere nella sua integralità l'intervento dell'autore dei Canti del caos può farlo cliccando qui e qui]
Prima delle feste, in un buio pomeriggio d’autunno, mentre stavo seduto dietro la piccola porta-finestra del mio abbaino e guardavo senza pensare a niente il cielo nero e pieno di nubi plumbee sopra tetti e camini della casa vicina, in una giornata piovosa e senza speranza, d’un tratto qualcosa di indescrivibilmente emozionante è successo.
Il cielo si è aperto di colpo, si è squarciato. Ha cominciato improvvisamente a pulsare, hanno cominciato a pulsare dentro di esso migliaia e migliaia di puntini neri in movimento esplosivo. Le rose delle esplosioni nascevano continuamente, da tutte le parti, irrompendo da punti sempre diversi della visione, dal basso, dall’alto, da sinistra, da destra. Guardavo senza fiatare per l’emozione, dietro il vetro bagnato, mentre continue cannonate di uccellini esplodevano senza soluzione di continuità dentro il cielo.
[Il testo che segue, inedito in Italia e concesso a RaiLibro (da cui lo riprendiamo) da Fanucci Editore in una stesura non ancora definitiva, è tratto da Tredici storie, tredici epitaffi, che verrà presto pubblicato nella traduzione di Chiara Belliti e Simona Vinci]
Sud
... dove l’oceano non faceva altro che salire e salire e nere pinne di delfino di tanto in tanto scivolavano a pelo d’acqua e i delfini cominciavano a giocare e a fischiare proprio come ricordavo che facevano quando avevo quattro anni a Los Angeles e mia madre mi portava a passeggiare sulle colline dorate a vederli al centro di ricerca e i delfini sembravano eccitati nel vedermi e cominciavano a balzare e a saltare nella loro vasca e il sole era caldo sulle ombre erbose delle colline; e così qui a Long Beach un quarto di secolo più tardi i delfini erano ancora felici e le radio suonavano a tutto volume in inglese e spagnolo mentre gli aerei passavano su in cielo e lunghe petroliere sembravano immobili in lontananza come i pezzi del puzzle di un qualche orizzonte costiero.
di Alexandre Dumas
[da Il Conte di Montecristo]

Franz gli lasciò tutto il tempo di sorbire il suo cibo favorito; poi quando vide che ritornava un poco in sé:
"Ma finalmente che cos'è questa vivanda preziosa?"
"Avete mai inteso parlare del Vecchio della Montagna, quello stesso che volle fare assassinare Filippo Augusto?"
"Senza dubbio."
"Ebbene, voi sapete che regnava in una ricca vallata dominata dalla montagna di cui aveva preso il nome pittoresco. In questa vallata c'erano magnifici giardini piantati da Hassen-Ben-Sabah, e in questi giardini vi erano dei padiglioni isolati: in questi faceva entrare i suoi eletti, e là faceva loro mangiare, disse Marco Polo, una certa erba che li trasportava nell'Eden, in mezzo a piante sempre fiorite, a frutti sempre maturi. Ora ciò che questi giovani felici prendevano per una realtà non era che un sogno, ma un così dolce, inebriante, un così voluttuoso sogno, che si vendevano interamente a colui che lo elargiva, e gli obbedivano ciecamente. Essi andavano a colpire in capo al mondo la vittima designata, morivano fra i tormenti della tortura senza lamentarsi, nella sola idea che quella morte che soffrivano non era che un passaggio a quella vita di delizie di cui l'erba misteriosa, ora avanti a voi, aveva dato un saggio."
"Allora" gridò Franz, "è l'hashish. Sì, la conosco, almeno di nome."
di Alberto Bevilacqua
A condurmi nel parco di Fontainebleau fu Edith Piaf. Io ero ragazzino. Lei mi confessò che quello era il luogo che la ispirava di più, che più la spingeva ad aprirsi, a confessarsi, anche con se stessa. Raggiungeva spesso il parco, prendeva a camminare da sola e si metteva a cantare: provava, in solitudine, le canzoni che le passavano per la testa e le capitava di improvvisarne di nuove, stordita dal profumo di quegli alberi.
Ricordo, appunto, che conducendomi per il braccio si mise a canticchiare, improvvisare, quel passaggio della Canzone delle guardie svizzere con cui si apre Viaggio al termine della notte, di Louis Ferdinand Céline, uno scrittore che proprio lei mi aveva spinto a leggere, e io ne ero rimasto turbato, affascinato.
di Vamba
[Nei Tascabili Einaudi sta per uscire Il giornalino di Giamburrasca, uno dei compendi dell'infanzia di una generazione italiana in via d'estinzione. Riproduciamo qui l'incipit di questo libro per ragazzi che vendette, ai tempi, più di un milione di copie]
Ecco fatto. Ho voluto ricopiare qui in questo mio giornalino il foglietto del calendario d'oggi, che segna l'entrata delle truppe italiane in Roma e che è anche il giorno che son nato io, come ci ho scritto sotto, perché gli amici che vengono in casa si ricordino di farmi il regalo.
Ecco intanto la nota dei regali avuti finora:
l.° Una bella pistola da tirare al bersaglio che mi ha dato il babbo;
2.° Un vestito a quadrettini che mi ha dato mia sorella Ada, ma di questo non me ne importa nulla, perché non è un balocco;
3.° Una stupenda canna da pescare con la lenza e tutto l'occorrente e che si smonta e diventa un bastone che mi ha dato mia sorella Virginia, e questo è il regalo che mi ci voleva, perché io vado matto per la pesca;
4.° Un astuccio con tutto l'occorrente per scrivere, e con un magnifico lapis rosso e blù, regalatomi da mia sorella Luisa;
5.° Questo giornalino che mi ha regalato la mamma e che è il migliore di tutti.
di Cesare Battisti
Ha aperto tutti i finestrini. L'aria calda sferza nell'abitacolo. Le scompiglia le lunghe ciglia sintetiche e le spazza le perline di sudore sul cranio rasato. Dopo una mezzora di singhiozzi, il ronzio dell'aria condizionata si è spento definitivamente sul raccordo di Bordeaux. Vana getta uno sguardo apprensivo allo schermo a cristalli liquidi dell'autocomputer: 10 luglio, ore 11 e 30, 38°C. La temperatura è troppo alta per le ramificazioni nervose, se non trova un posto all'ombra le icone finiranno per fondere. Non può permetterselo. Solo il cyberspazio può aiutarla ad arrivare prima che il Lumacone diventi irreversibile.
" Kamo, me la stai facendo sudare, sei un vero un rompiballe! Aspettami tesoro."
Guardo le bolle che vengono in superficie. Respiro: l’acqua nel bottiglione si increspa. Provo a
parlare e le bolle si moltiplicano come i tagli della mia anima. Osservo il tubo di gomma che dal
mio petto esce, forma un’ansa e discende nel vaso di vetro, ai piedi del letto: fa male. Tutto è dolore.
Come ci sono arrivata qui? All’ospedale, dico. La diagnosi la conosco: pneumotorace. E’ il terzo in un mese. Al termine medico, neutro, anonimo, preferisco la frase: mi è scoppiato il polmone!
Ridono i medici, gli amici e anche tu hai riso. A volte rido anch’io, poi la fitta spegne la risata in una smorfia e tutto diventa aria, quella maledetta aria che si è insinuata tra la pleura e il polmone come l’altra donna, che si è infilata tra noi. Come una coltellata alla scapola destra, improvvisa, non prevista. E il polmone non ha retto, è collassato.
di David Foster Wallace
Luogo: Bloomington, Illinois - Data: 11-13 settembre 2001 - Oggetto: ovvio - Avvertenza: scritto molto in fretta e in uno stato che si può probabilmente definire “di shock”
Sineddoche
Da buoni nativi del Midwest, gli abitanti di Bloomington non sono scostanti ma tendono a essere tipi riservati. Gli estranei vi sorridono cordialmente, ma di regola non ci si scambia quelle quattro chiacchiere fra sconosciuti nelle sale d’attesa o nelle file alla cassa. Ma ora c’è un argomento di conversazione che scavalca ogni riserbo, come se per qualche motivo fossimo stati tutti proprio lì davanti e avessimo assistito allo stesso incidente stradale. Ad es., lo scambio che mi è capitato di sentire nella fila alla cassa di Burwell’s (che sta alle tipiche stazioni-di-servizio-consupermarket come un negozio di lingerie sta a una merceria: situato in posizione centrale fra le due vie principali entrambe a senso unico, e con le sigarette al miglior prezzo di tutta Bloomington, è praticamente un fiore all’occhiello della città) fra una signora con un grembiule da cassiera degli alimentari Osco e un uomo che indossava un giacchetto jeans con le maniche tagliate per ridurlo a una sorta di gilet fai-da-te: “I miei ragazzi hanno pensato che era tutto un film alla Independence Dayfinché dopo un po’ hanno cominciato a rendersi conto che c’era lo stesso film su tutti quanti i canali”. (La signora non ha detto quanti anni avessero i suoi ragazzi).
di Valerio Evangelisti

L'intervista a Chuck Palahniuk apparsa nel numero di novembre di Tutto Musica era corredata da questo breve racconto. In esso, la creazione più nota di Valerio Evangelisti, l'inquisitore Nicolas Eymerich, sottopone a interrogatorio uno dei personaggi del romanzo di Palahniuk Ninna Nanna, la strega Mona. Purtroppo, molti riferimenti risulteranno oscuri a chi non abbia letto il romanzo.
L’inquisitore generale Nicolas Eymerich guardò con disprezzo la donna legata sul sedile triangolare destinato agli imputati. Scarmigliata, aveva sulla testa riccioli neri parzialmente tinti di rosso. Dal collo le pendevano sul petto, quasi scoperto, collanine, ciondoli e altro ciarpame. Sotto una scapola le si scorgeva il tatuaggio di tre stelline nere. Il dettaglio più disgustoso erano però i piedi, coperti di un lerciume antico e infilati in un paio di zoccoli.
Eymerich si rivolse al notaio, seduto accanto a padre Corona sotto il pesante crocifisso che costituiva l’unico arredo della sala. «Signor Berjavel, leggetemi l’atto d’accusa.»
di Wu Ming 1
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Questo racconto è uscito sul nuovo numero (il 3) della rivista Frame, che al momento si trova in cartaceo soltanto a Bologna, a MODO Infoshop, nelle Feltrinelli oppure scrivendo a: info@framemagazine.org. In origine si trattava di un intervento sull'inquinamento luminoso, che si è trasformato in un rapimento narrativo del protagonista di Antracite di Valerio Evangelisti. Segnaliamo che sul sito di Wu Ming è stata aperta una nuova sezione attinente a questi temi, Parole limitrofe: scritti su ambiente, risorse e stili di vita.
Pantera guardò di fronte a sé e vide il cielo in fiamme, ma non era fuoco, era come una nube lucente, anzi, una distesa di liquame fluorescente sospeso a mezz'aria. Da dentro la borsa, lo nfumbe gli mandava segnali d'allarme. Sotto di lui, l'immensa città sparava verso l'alto luci malsane.
Pantera non aveva mai visto un cielo senza stelle.
Oltre alle luci, dalla Città provenivano clangori stridenti e rumori simili a rombi di tuono. Pantera guardò nel cannocchiale e vide che la Città era una vasta distesa di metallo. Il metallo s'avvinghiava per ogni dove, si contorceva e urlava. La città era viva. Forse urlava di trionfo, o forse di dolore. Forse si offriva al cielo che la sovrastava, o forse inveiva contro di esso. Anche lo nfumbe sembrava urlare: diceva a Pantera che quello era un luogo di morte.
Una vita intera da palero rayado, sacerdote del mayombe, non aveva preparato il messicano a quello spettacolo. Sulla valle incombeva una magia più potente della sua. Dalla collina, rivolse una silenziosa richiesta a Ogun, dio della terra e dei metalli, ma la trasmissione era disturbata. Troppa luminanza.
di Valerio Evangelisti

«Ci hanno ingannati sistematicamente, per quasi un cinquantennio. Sono riusciti a sfuggire alle nostre ricerche, hanno eluso le ispezioni, hanno fornito immagini artefatte.» Il segretario alla Difesa Burke era tutto sudato mentre, al termine di un discorso di un’ora e mezzo corredato da riprese satellitari, fotografie e mappe, menava di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’affondo decisivo. «Perché tanto accanimento nella menzogna? Perché una cortina fumogena così impressionante? Non c’è che una risposta logica. Non volevano farci sapere quale potenza avevano accumulato nelle loro grinfie. E a quale scopo?»
Il rappresentante della Russia guardò l’orologio. «Ce lo dica lei, signor Burke. Noi abbiamo pazientato abbastanza. Venga alle conclusioni.»
Burke trasse dal taschino un fazzoletto e se lo passò sul faccione nero. Oltre a essere affaticato, era incollerito dal palese scetticismo degli astanti. «Le conclusioni? Sono presto dette. Dobbiamo intervenire, e subito. Altrimenti Marte distruggerà la terra.»
di Luigi Bernardi
La luce entra dallo spiraglio fra le tende, è grigia, scura. Dev’essere molto presto. Controllo l’orologio, per scrupolo. Sono le otto passate, di solito mi sveglio prima. Mi chiedo perché fuori faccia ancora buio. Subito, non trovo una risposta. Dopo sì.
Mi trovo in un paese in mezzo alle montagne. Dalla finestra si vede il monte Bianco, è più vicino di quanto saprei dire. La luce del giorno impiega più tempo, per arrivare fin qui.
Mi alzo, tolgo il pigiama, mi rimetto la maglia di ieri, mi piace cominciare la giornata con il conforto del mio odore conosciuto. Mi do una veloce sciacquata alla faccia, infilo la camicia, scendo a fare colazione.

Alcuni monologhi che Nicoletta Vallorani aveva scritto per Eva, il romanzo pubblicato nei neri di Stile Libero Einaudi (2002, 8.00 euro), sono rimasti inediti. A proposito di Eva, è stata la stessa Vallorani a sintetizzare in maniera precisa il tipo di operazione - tra noir e sf - che questo libro realizza: "L'extrapolation come cardine della speculazione fantascientifica è ben presente in tutte le trattazioni teoriche sull'argomento, a cominciare da quelle di Darko Suvin. Il punto vero, però, è come rendere visibile qualcosa che viene normalmente rimosso nella nostra quotidianità, qualcosa che temiamo o con cui non sappiamo rapportarci o che semplicemente subiamo per pigrizia, eccesso di lavoro, abitudine a non usare il cervello come macchina pensante. Non ho la presunzione di vedere più in là degli altri. Semplicemente, vedo delle cose. Non so quanto siano attendibili, ma per capirlo non c'è altro modo se non farle vedere ai lettori e confrontarsi su questo". Riprendiamo due monologhi non comparsi in Eva, che sono autentici canti della follia visionaria e del caos. Altri monologhi inediti di Vallorani sono reperibili qui. Segnaliamo anche un bellissimo speciale che Intercom ha dedicato all'autrice de Le sorelle sciacallo.
di Luigi Bernardi

Da quanto tempo sono davanti a questa vetrina? Minuti? Ore? Sono ancora io la figura specchiata dal vetro, oppure i miei pensieri si sono fatti immagine riflessa?
Il rosso allunga il braccio, in pugno stringe un coltello. La lama è lunga abbastanza da spaccare il cuore della brunetta cui ha teso l’agguato. Il rosso le balza addosso, lei si contorce sulla terra nuda. La tira per i capelli fino a che la brunetta solleva la testa. Il collo si mostra nudo, tenero. La lama lo penetra, vi affonda, dopo lo taglia in uno squarcio largo.
Il rosso si è raddrizzato di fianco al cadavere. Pulisce la lama del coltello, se la striscia sui pantaloni. Il tessuto mimetico si tinge di altre macchie. Quando asciugherà, il sangue avrà il colore della terra, si confonderà.
di Danilo Arona

Il sette dicembre del 2002 un italiano infelice e psichicamente disturbato, Stefano Savorani di 29 anni, s’impicca nella cella di un inferno terrestre vergognosamente descritto come “prigione”, il carcere Saint-Paul di Lione. Due giorni prima, in quella stessa cella, era stato trovato cadavere l’occasionale compagno di pena di Savorani, il francese trentacinquenne Christian Abest, deceduto per edema polmonare. Attorno alla testa Abest aveva un sacchetto di plastica così come altre buste erano sparpagliate per terra, sul pavimento della stanzetta. Savorani aveva dichiarato al secondino, Albert Malraux, che Abest e lui, con quelle borse, avevano giocato a “Casper il fantasma”. La guardia carceraria, intervistata al riguardo, aveva spiegato che “Casper”, all’interno del Saint-Paul come in tante altre prigioni, è un gioco a sfondo sessuale: i detenuti si stringono sacchetti di plastica sulla testa per prolungare l’orgasmo. “S’infila la testa nel sacchetto e ci si lascia soffocare sino a quando si resiste”, riportava Malraux. “Si prova lo sballo della perdita di coscienza e si provoca anche l’erezione, essenzialmente si tratta di un gioco sessuale. Anche questo è il carcere”.
di Luigi Bernardi

Sono in treno. Di fronte a me c’è una bionda, nella poltrona al mio fianco un’altra. Le due bionde sono amiche, vanno a Torino a fare compere. La zia di una delle due ha forti sconti in un ingrosso di cose alla moda. Loro intendono approfittarne per migliorare il guardaroba.
Una delle bionde ha come obiettivo degli stivali con i tacchi molto lunghi e molto a spillo. L’altra bionda vuole una minigonna da sculettarci, adesso che il fidanzato l’ha lasciata bisogna che si dia una mossa. Entrambe poi sono alla caccia di una borsetta, di scarpe e di pantaloni, qualcosa che si possa mettere anche per andare in facoltà. Una specifica anche una marca di calzature che non conosco e dimentico subito.
di Valerio Evangelisti

Questo racconto, ispirato alla vicenda autentica di Graham Young, un serial killer inglese degli anni '70, è in realtà la sceneggiatura di un fumetto scritto da Valerio Evangelisti e illustrato da Stefano Ricci (di quest'ultimo sono le tavole da cui sono state ritagliate le immagini a corredo del testo). Un estratto in bicromia del fumetto, ancora inedito in Italia, è stato presentato sul n. 1 della rivista Black (Coconino Press).
1
Vi hanno mai detto “Guarda che faccia da delinquente”? Io me lo sono sentito dire tante volte che ho perso il conto, da quando una graffetta tiene ferma la mia effigie in un dossier criminale. Ciò che è paradossale è che, ora che sono morto, di me non è rimasta che la faccia, destinata a sopravvivere, per decenni se non per secoli, nella foto segnaletica che mi fece la polizia quando mi arrestò.
E per decenni o per secoli chiunque vedrà quella foto ripeterà: “Guarda che faccia da delinquente”.
di Luigi Bernardi

L’aula del processo non la trovo subito. Credevo fosse quella dell’ultima volta, invece è un’altra. Faccio per raggiungerla, vedo che aprono il portone che dà sulla piazza. Di lì passano i detenuti che arrivano dal carcere.
Entrano tre tunisini, hanno lo sguardo distratto, le manette che li bloccano ai polsi non sembrano dar loro fastidio. Li segue una ragazza, per lei dev’essere la prima volta, è spaurita. Abbassa gli occhi, si fissa i polsi, li rialza, incrocia i miei, deve sentirseli addosso. Mi sento sorpreso in un gesto sbagliato, vagamente pornografico, distolgo veloce lo sguardo. Dopo me ne pento, subito torno a cercare il suo, non c’è più.
di Giuseppe Genna
[Questo racconto è stato pubblicato all'interno dell'antologia Patrie impure, edita da Rizzoli]
Atto primo: il contatto
2001, anno del contatto, fine agosto tempestosa, senza amore, solitario come sempre, la testa reclinata obliqua mentre l’acqua sfrigola nella gola, la bocca aperta come un cammello, osservando le crepature verderame della ruggine calcarea all’imbocco del rubinetto sul lavello concavo per l’usura, e fuori piove nel caldo che termina, a Milano, di fronte alle case popolari di via Calvairate, prima del pancreas in cemento del macello, verso piazzale Ovidio.
Metamorfosi. Choc casalingo. Tutto è in attesa. Tutto sta per accadere. Io non so nulla. Tutto è quieto fuori sotto la pioggia rovente: le macchine insabbiate dal vento caldo che porta rena desertica, i pazzi ai portoni malvestiti appoggiati sul legno appiccicoso, la colonnina mercuriale all’angolo della strada, le pozze, i cavi orizzontali nei mattoni delle case popolari.
Solitario come sempre, rialzo la testa, il sangue ribolle, è balordo, mi dà alla testa. Vacillo. Sono a casa di un amico. L’amico sta guardando la televisione. A un certo punto, urla.
(traduzione di Sebastiano Pezzani)

Sabato 31 maggio, nell’ambito del Festival del Noir di Trieste, Danilo Arona, Massimo Carlotto e Andrea G. Colombo intervisteranno uno dei più importanti autori statunitensi contemporanei: Joe R. Lansdale.
Presentiamo un estratto dal romanzo breve inedito Bubba Ho-Tep di Lansdale, dal quale è tratto l’omonimo film di Don Coscarelli con Bruce Campbell. Il film ha vinto qualche settimana fa due prestigiosi Comedy Academy Award come miglior horror-comico dell’anno, quello per la miglior interpretazione assegnato a Bruce Campell e quello per la miglior sceneggiatura attribuito a Don Coscarelli, ed è stato presentato al Festival di Toronto.
di Luigi Bernardi

Esco dal cinema con delle immagini di America in testa, con l’idea che gli americani sono brutte persone. Non ultimo per l’aspetto fisico. Non c’era un americano bello, nel film che ho visto, i bambini poi erano davvero orrendi.
Ho anche un’altra convinzione, quando esco dal cinema. Penso che le opere di fantasia girano su se stesse, che solo le storie vere sono capaci di restituire un po’ di quello che ci sta intorno, basta svaporarle del sovrappiù, ridurle alla trama di gesto, parola.
Pelle chiara e gocce in trasparenza.
L’acqua calda accarezza le labbra e gorgoglia nella ceramica scorrendo dalle gambe.
Il corpo pallido di sapone respira e si muove nello scroscio della doccia massaggiandosi i muscoli con passione. I lunghi capelli biondi sono schiacciati sulla pelle, creano rivoli di schiuma sul petto e sulla schiena.
Sono con la mia ragazza in macchina. Siamo appena stati in banca, abbiamo appena depositato i nostri primi soldi, nostri.
Non lo sanno i nostri genitori, è ovvio questo, siamo troppo giovani, ma l’abbiamo fatto comunque.
Siamo la stessa cosa io e lei.
Il sole sta tramontando e l’orizzonte è arancione, giallo, bianco e azzurro, ma per descrivere tutti i colori che davvero vedo in questo momento non mi basterebbe una vita.
Michele è andato in coma ieri, è svenuto davanti ai nostri occhi, è svenuto per non rialzarsi mai più, probabilmente.

Come potete constatare dall'articolo sotto questo, oggi Carmilla si dedica amorevolmente a Luigi Bernardi, archivio vivente e sguardo panottico dell'intera tradizione noir europea, oltre che scrittore in proprio della storia criminale da cui traiamo l'estratto che segue. Vittima facile (editrice Zona, 11 euro) è un noir tesissimo, algido e coinvolgente, che trascina in Italia la potenza del noir zen di Jean-Patrick Manchette. La storia del rapimento della figlia di un ricco produttore di liquori da parte di Vincenzino e della sua banda, giovanissimi in cerca del colpo della vita e dell'inserimento nella grande criminalità organizzata, restituisce l'immagine di un meridione e un'Italia egualmente devastati. Per una recensione approfondita al libro di Bernardi, basta cliccare qui. Prima di tutto, però, leggetevi quest'estratto e godetevelo fino in fondo. [g.g.]
da VITTIMA FACILE
di Luigi Bernardi
Tutte le volte che ripensa a quei giorni, a Vincenzino viene in mente l’istante preciso in cui ha cominciato a immaginare il rapimento di Francesca.
Ricorda molto bene il groviglio di pensieri che gli affannavano il respiro durante le lunghe giornate trascorse a rigirarsi sul letto e urlare maledizioni contro quelli dell’organizzazione. Quei fetenti che non si accorgevano, oppure fingevano di non accorgersi, della sua esistenza e delle sue grandi capacità criminali.
di Luigi Bernardi

Sbuco dal portellone dell’aereo, un’onda fredda mi rade la faccia. Ero abituato al clima dell’altra città, gentile di carezze. Nella mia tira un’aria diversa, cattiva. La sento ogni volta che ritorno. Sono scomodi da scendere i gradini della scaletta, si fa meglio a salirli, pure se così ripidi e stretti che viene da aggrapparsi al corrimano. Piove anche. Mi bagno i capelli, e sono pochi i metri per arrivare alla navetta.
Non mi piacciono le navette, sono belli quegli aeroporti in cui se ne può fare a meno. Tanto piccoli che si raggiunge a piedi l’uscita, tanto grandi che ci si infila nelle passerelle mobili. Hanno la forma del tubo, o anche del verme, persino dell’utero, danno l’idea di un passaggio morbido, senza traumi. È un’illusione, quelli arriveranno dopo, ma è sempre bello poterli differire.
Oggi è il 5 luglio 2025, compio tredici anni e mio padre mi ha promesso un regalo insolito. Gli avevo chiesto una collana elettronica. L’ultimo modello della MicroShift pesa solo venti grammi ed è un gioiello high tech: microcamere al plasma e nano-computer quantico; comandi vocali e collegamenti immediati via satellite, anche con la stazione spaziale e la Base lunare.
di Luigi Bernardi

Esco di casa, ho chiamato un taxi, devo partire con il treno. Arrivo giù nell’androne, la porta è aperta, una manna per i distributori di volantini pubblicitari. Esco, sento delle voci forti, grida. Vengono dalla strada, in fondo al sentiero che attraversa il cortile. La voce acuta di una donna, quella corposa di un uomo.
Cammino verso di loro, mi trascino il trolley, le ruote fanno rumore sull’acciottolato, coprono le urla. Ora vedo i protagonisti della lite. La donna è bionda, i capelli sciupati, forse sporchi. Mulina le braccia pallide, urla qualcosa che non capisco. L’uomo è andato verso un’altra donna. Questa ha i capelli neri, lucidi. Sta seduta sul gradino del marciapiede, la faccia nascosta fra le mani, i gomiti puntellati sui ginocchi. L’uomo le è andato dietro, le appoggia una mano sulla spalla, la lascia lì, immobile, forse pesante.
No, guarda, è che proprio non mi sento.
Intanto, era da un po’ che glielo volevo dire al capo cosa passa, ma sempre fisso sui suoi, chi lo capisce? E sai cosa? Fa anche soggezione. Sarà che se gli girano, e gli girano con niente, prende la scopa e chi c’è c’è nel mucchio. E capirai quanto ci mette con uno sfigato come me.
Come sarebbe, esagero? Ma pensi che quella volta, sì, quella, fossero davvero tutti ribelli? E che non gliene sia scappato qualcuno? Stai fresco! Le vedo io le cere quassù. E poi quell’altro fa santi cani e porci, e si nasano subito.
10 settembre - Mami mi raccomanda sempre di non perdere il cartoncino verde. Dice che serve per stare sull'autobus. E se un signore vestito di blu mi chiede il biglietto, io gli devo far vedere il cartoncino verde.
Basta con i ‘se’ e con i ‘ma’: una guerra, quando è da fare, va combattuta nel migliore dei modi.
E permettete, uno come il sottoscritto rappresenta il meglio. Un cyberguerriero (quale io sono) oggi è la massima evoluzione in fatto di combattimenti.
Il barone Valastro Guarnera di Burgio stava spingendo a tutta forza il suo purosangue lungo la strada sterrata che da Pizzo d'Elsa portava sino a Santo Stefano, quando il povero cavallo - estenuato e schiumante - mise una zampa in fallo e rovesciò il cavaliere nel bel mezzo di una macchia di rovi.
di Luigi Bernardi

Vado a tagliarmi i capelli. È mattina, abbastanza presto. Arrivo che non ci sono clienti. Solo un signore che parla con uno dei due proprietari. Si rimpallano delle cifre, in euro. Conosco la fede milanista del mio barbiere, gli chiedo se stia facendo una colletta per contribuire all’acquisto di Nesta. È concentrato sui numeri, non risponde alla mia battuta, di solito lo fa.
Mi sono già seduto su una delle quattro poltrone, l’altro barbiere mi copre di teli e asciugamani, mi invita a piegare la testa sul lavandino. Ho sempre la sensazione di avere i capelli sporchi, quando vengo a tagliarli. A volte me li lavo prima, per essere sicuro che siano puliti.
di Valerio Evangelisti

Io, Rachid, nato in Palestina e vissuto in Siria, giuro che mai e poi mai rinnegherò il santo nome di Allah. Sono venuto in Afghanistan come ero stato in Cecenia, per difendere l’Islam dai nuovi crociati che cercano di distruggerlo. Mi sono battuto con onore e mi sono arreso solo quando il nostro comandante mi ha detto di farlo. Gli americani potranno cercare di umiliarmi, ma io conserverò fino all’ultimo la mia dignità.
E’ inutile che adesso, col sacchetto ridicolo che mi hanno messo in testa e con le strisce di plastica che mi feriscono i polsi, tentino di piegare la mia volontà. Un soldato di Allah non si lascia spaventare dal buio, né dall’obbligo di tenere corpo e testa piegati in avanti, né dalle percosse. Resisterò, perché così comanda il Misericordioso. Resisterò anche sull’aereo che mi sta per portare nella terra di Satana.
Mi ricordo che quand’ero bambino iracheno soffrivo di forti mal di testa.
Una volta, tornando a casa, tra i bagliori delle esplosioni e i tormenti delle sirene, ho avuto la netta sensazione di avere un groviglio di corda annodata al cervello, passata nella pece densa e gocciolante
di Vittorio Curtoni

La guerra contro l'Iraq era stata un successone, con ascolti televisivi senza pari nel mondo intero, tanto che i dirigenti della CNN regalarono a George W. Bush un nuovo cagnolino (già castrato, per togliere almeno quell'impegno al presidente, che aveva tante cose da fare). Piacque molto il fatto che i bombardamenti intelligenti avessero raggiunto la bellezza dell'ottanta per cento degli obiettivi prefissi, superando di slancio il precedente record stabilito in Afghanistan, sempre dagli americani, del settantacinque. Alla prima Olimpiade disponibile si sarebbe aggiunto il bombardamento intelligente agli sport canonici. Le Borse si ripresero, l'economia americana ricominciò a correre, la disoccupazione diminuì, la benzina calò di prezzo grazie alla nuove strabilianti disponibilità di petrolio finalmente democratico: che vuoi di più dalla vita? E tutto in cambio di un solo misero paese ridotto in cenere! Un affarone. Del resto era stato detto da tempo che la guerra è l'anima del commercio, no?
Mi sveglio, apro gli occhi e subito ci penso: mi hanno diagnosticato un tumore maligno. Poi subito l'altro pensiero, al mio fianco c'è la ragazza che ho conosciuto al pub.
E’ che dietro al muro della villa non c’è niente. Niente di niente. Neanche la villa, che adesso sto osservando dall’altro lato della strada, in piedi su un marciapiede gommoso.
Le luci non fanno ombre sulle sue pareti venate da crepe, ci affondano senza lasciare traccia, col tetto che sembra puntare altrove seguendo geometrie tutte sue. Nessuna rappresentazione è perfetta, dovrebbero accorgersene.
Pierfrancesco Majorino, trentenne milanese, resistente in forma di coordinatore dei DS a Milano, autore del reportage antropologico Giovani anno zero (adnkronos libri, 2000), sta per esordire in narrativa con un romanzo che, a detta dello scrivente, è straordinario almeno quanto quello di Mario Desiati e che si intitola Dopo i fulmini, gli abeti - una storia di formazione che si tramuta in una storia psichiatrica che si tramuta in una storia carceraria. Ne riportiamo alcuni frammenti sparsi, specificando che "l'Orda" è il gruppo mitologico che eietta questa vicenda corale e allucinata. [giuseppe genna]
I miei guerrieri erano barche di carta. Il loro oceano era un catino azzurro.
Le signorine vestite di bianco dell’ospedale m’avevano fornito il mare perché mi passasse il tempo.
Non avevo autentici guerrieri, quei giochi dei guerrieri che mi riempivano le giornate ed erano rimasti a casa. Così li avevo sostituiti con le navi di giornale.
Si trattava di fogli di un periodico femminile che era uscito dalla borsa di mia nonna.
La carta lucida ne faceva delle imbarcazioni resistenti alle correnti d’acqua marina, perfino quelle del mio catino, dove io immergevo le mani e sputavo la saliva.
Il racconto che pubblichiamo ha almeno cinque anni. Ciò non toglie che, per chi sta scrivendo queste parole, si tratti di uno dei racconti italiani più belli dell'ultimo trentennio. Ha forse lo scrivente una stima eccessiva di Aldo Nove se asseriamo che questo poeta e narratore è uno dei massimi interpreti della lingua letteraria italiana? Può darsi. Ciò non toglie che, impegnando a fondo l'intera cultura poetica di cui dispone lo scrivente, egli non riesca a resistere a un senso di profonda ammirazione e alto sbalordimento per quanto riesce a fare Aldo Nove nel racconto che segue. Il quale fu pubblicato sul manifesto del 14.4.98 e in un'antologia uscita da Rizzoli, Il '68 di chi non c'era ancora, a cura di Raul Montanari, con testi di Scarpa, Doninelli, Corrias, Nove, Campo, Voltolini, Lucarelli, Pinketts, Pinardi, Janeczek, Caliceti. [giuseppe genna]
Bio. Il '68 visto da un cortile
di Aldo Nove
Nel 1968 mia madre era un fiume già stato, da sempre, con le tette e la voce modulare del pianeta che abitavo prima degli scioperi operai delle manifestazioni e di Celentano, completamente madre da toccare nella casa del cortile dove io sono nato.
Verso l'uscita del cortile dove io sono nato c'era una fabbrica che faceva il rumore di un gallo che ogni cinque minuti veniva schiacciato da una pressa. Mia madre era la pelle che incominciava dove finiva il terrore di quel rumore di gallo schiacciato. Più tardi, mia nonna, diceva di lei.
Parlava con l'orologio dei vecchi sul davanzale con il pulcino meccanico che becca il miglio d'acciaio ogni secondo ogni volta che le lancette giravano a bassavoce dentro di me entrava, sottile, bavoso, razzismo.
E' un esordio folgorante e, proprio per questo, sorprendente: Mario Desiati esce in questi giorni in libreria con Neppure quando è notte (peQuod, 10,50 euro). Torneremo a occuparci di questo autore e del suo primo romanzo. Per ora, vi proponiamo l'incipit del libro: una striscia fosforescente e magnetica che graffia la notte civile dell'Italia di oggi. [giuseppe genna]
Intro & Carità romane
Un giorno potrebbero derubarci del nostro cervello, del nostro pensiero. Potranno far sparire dai libri di letteratura Pasolini, Moravia, Parise, Fortini, Penna, Tondelli e Bellezza con qualche scusa del cazzo: tipo che sono stati comunisti oppure froci. Potrebbe succedere che qualcuno dice che il mondo con tutti i suoi pupazzi fatti di acqua, fango e sale è fatto per i vincitori: quelli che stanno dentro Forbes, quelli che hanno la copertina di Cosmopolitan e 6 canali televisivi. Oppure ti potrebbero dire che c’è un prezzo ai tuoi sabato in disco, i tuoi maledetti surgelati e le tue scarpe da jogging, ma soprattutto c’è un prezzo alla tua libertà di pensiero e questo prezzo è che non ti ascolta nessuno.
Arrivò davanti il negozio di fiori e smise di camminare. Dietro di lui, dei passi cambiarono improvvisamente direzione e poi si fermarono. Finse di osservare delle composizioni di rose. Poi, le sopracciglia alzate, si voltò un po’, piano, e controllò il marciapiede con la coda dell’occhio.
Dall'inedita raccolta di racconti Kissinger Overload di Raul "Funky" Tarroni (Lugo di Romagna, 1961):
Per Igino Domanin
“Vuoi dire qualcosa ? Ti senti di dire qualcosa ?”
“Mmmmph.... bmmmmph...”
L’altro sorride, scuote la testa sotto il fascio potente di luce. Lui ha nastro adesivo sulla bocca, ha nastro adesivo intorno ai polsi. E’ seduto su una sedia in legno leggero. Nella stanza non si vede niente. Solo una porta, bianca. E l’altro, ovviamente. Lui è stupito, non capisce, dovrebbe essere un sogno, ma non è un sogno. L’altro sorride, scuote la testa, si leva gli occhiali e pulisce le lenti.
“Questo vuoi dire ? Solo questo ? Non ti senti di dire altro ?”
“Mmmph... Mmmph...”. Niente da fare. Il nastro sulla bocca gli impedisce di parlare.
Joyce Carol Oates è nata nel 1938. Insegna a Princeton, e dirige la prestigiosissima Ontario Review. E' da anni, insieme a Roth, la candidata Usa al Nobel per la letteratura.
Perché non vieni a vivere con me,
è tempo ormai
di Joyce Carol Oates
Il secondo giorno, era un mattino limpido e ventoso di marzo, vidi mia nonna che mi fissava: quei suoi occhi scavati, quella pelle bianchissima, una donna giovanile con i capelli scuri scuri come non me la ricordavo, lei che era morta mentre stavo al college, tanti anni prima, nel 1966. Poi vidi — chiaro che fu praticamente nello stesso istante — vidi che il volto era il mio, i miei occhi in quel volto che non fluttuava in uno specchio ma su una superficie metallica, a denti scoperti in un sorriso attonito; e alla vista del mio volto che non era il mio volto risi, credo che il suono sia stato quello.
Se hai problemi di insonnia, ti racconti che esistono profonde verità rivelate di notte soltanto agli insonni, come quei minerali fosforescenti che al buio appaiono venati e luccicanti, ma di giorno sono ruvidi e insulsi, e devi esaminarli, quei minerali, in assenza di luce per scoprirne la bellezza: così dici a te stessa.
Scusate se insistiamo con Cesare Battisti. In Francia ogni suo nuovo romanzo è un evento. In Italia anche l'editoria più coraggiosa sembra (tranne rare eccezioni: la defunta Granata Press, Derive / Approdi, un tentativo Einaudi) trovare un ostacolo insormontabile nella sua condizione di espatriato, dopo un'evasione e un processo farsesco celebrato in contumacia.
Rischia così di non essere pubblicato in Italia questo straordinario Le cargo sentimental, storia appassionante del nostro paese letta attraverso le vicende di tre generazioni di ribelli.
Ne anticipiamo alcune pagine, da cui emerge vivace tutta la qualità della prosa di Battisti: un mix esplosivo di colloquialità, di ironia, di profondità, di improvvise aperture poetiche. Leggete questo assaggio: vi accorgerete che uno dei migliori scrittori italiani vive a Parigi.
Immaginarmi mio padre più giovane di vent’anni era un gioco da bambini. Bastava guardarlo di spalle. A parte la faccia, non doveva essere cambiato granché da allora. Ogni tanto si lamentava di mal di reni, ma si riferiva senz’altro al fondoschiena. Sfiderei chiunque a non lamentarsene dopo una giornata di 15 ore nei campi. Lavorava più degli altri, con la scusa che lui era quello con la testa più vicina alla terra e che la terra è notoriamente bassa. Ma ne parlava poco.

Il telefono squillava senza sosta. Quella mattina sembrava che nulla dovesse andare per il suo verso. Avevano esordito i custodi dei magazzini. Non ci capivano nulla. Davano la colpa ai nuovi assunti: cassintegrati riciclati alla buona, catapultati lì senz'arte né parte. Gli scaffali erano in gran disordine: miscellanee mescolate con i periodici, collocazioni scambiate come se tutti i volumi del deposito fossero stati messi nel frullatore e poi ridistribuiti a caso. La Direttrice aveva delegato il problema a Zamperetti, responsabile delle ricerche a magazzino.
- Veda un po' lei cosa sta succedendo. Esagerano, come sempre. Anche oggi hanno trovato la scusa buona per non lavorare.
Carità, perdono e gratitudine corrono
verso la foresta
Miseria e libertà corrono selvagge
verso la foresta
Aspetto implorando la Stella del Nord
Anche gli Angeli si inginocchiano nella fredda luce
- SONO TUTTE STUPIDAGGINI! - urlo snervata.
- Shhhh, non fare così, ci metterai nei guai. - Sandro mi lancia un'occhiata raggelante e poi si gira verso Tony: - Non dovevi portarla qui se sapevi che era così stupida.
- Ma io...
- Tu sei il solito cretino. - sbotto io. - Ti fai tirare dentro queste bambinate. Ed io ancora più cretina che ti seguo. Ragazzi, non mi interessa, io rompo la catena.

Quando ero in vita mi hanno chiamato Cicci, Cicci di Scandicci. Ora, vorrei che provaste a guardare una mia fotografia, e poi a dirmi se potevo chiamarmi Cicci. Quello è un nome da finocchi. Io finocchio non lo sono mai stato. Mi piaceva la passera. Anche troppo, forse, ma in una maniera sana, schietta, popolare. Come si usa dalle mie parti, dove l’aria è buona e la vita è genuina. O almeno lo era, prima che arrivassero i cinghiali.
Io ero buono quanto



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