di Claudio Albertani
Il Messico è ferito. È vero che nella sfortunata geografia della sofferenza ci sono paesi che stanno molto peggio, ad esempio l'Iraq o la Palestina. Tuttavia, in Medio Oriente e altrove ciò che predomina è il fragore delle armi. Ricordo l'inutile sforzo che feci alcuni anni fa per spiegare la ribellione indigena del Chiapas a dei rifugiati pachistani che avevo conosciuto in Europa. Io parlavo di quanto innovatore fosse il messaggio zapatista, del ruolo delle donne insorte, dei progetti di autonomia territoriale… Nulla di tutto ciò pareva loro importante. Le domande erano: "Quanti kalashnikov hanno? Quante granate di frammentazione? Mine antiuomo?" Secondo i miei interlocutori, l'unica cosa importante era la capacità offensiva che potevano esibire gli insorti.
di Tito Pulsinelli
[Un mio breve aggiornamento in appendice.] (V.E.)
La ferrea alleanza tra la Colombia e gli Stati Uniti rappresenta l’unità di intenti tra il primo produttore mondiale di cocaina e il primo Paese importatore, nel nome dei superiori interessi comuni fondati sulla narco-economia. Se la militarizzazione non ottiene la diminuzione della produzione la colpa è degli altri Paesi che non fanno abbastanza per chiudere le infinite “vie di transito” della cocaina. Se i governi di Washington non riescono a frenare il numero crescente dei consumatori endogeni, la colpa è sempre e comunque degli “altri”.
Il bilancio annuale della Colombia destina un incredibile 5,5% alle spese militari, ma la cocaina seguita a essere il prodotto di punta delle esportazioni, e l’economia criminale mafiosa sovrasta quella legale. I fondi addizionali provenienti dagli Stati Uniti, non riescono a incidere significativamente nella guerra “anti-droga”. Eppure sono copiosi, e collocano il paese sudamericano inmediatamente alle spalle dell’Iraq e di Israele, cioè tra i beneficiati di tutto rispetto.
di Litta Soto Villagrán
Traduzione e ampliamento di Fabrizio Lorusso
"Una vez perdido el honor, sin tierra, ya no queda nada…
Una volta perduto l’onore, senza terra, non resta più nulla..."
In Cile lo sciopero della fame è diventato uno dei mezzi più utilizzati come atto di protesta e opposizione contro le ingiustizie politiche, lavorative e umanitarie. In questo senso, i mapuche, discendenti delle popolazioni originarie che abitavano l’attuale territorio cileno prima della conquista spagnola, sono dovuti ricorrere a questo tipo di azione politica estrema come risposta alle misure che i diversi governi della Concertazione, l’unione di “centro sinistra” tra i democristiani e i socialisti che governa il Cile dal 1990 e la cui presidentessa attuale è Michelle Bachelet, hanno posto in essere riguardo a quella che erroneamente si è venuta a chiamare la “questione mapuche”.
di Fabrizio Lorusso
Nel 2007, il Presidente del Messico, Felipe Calderón (del conservatore PAN, Partido Acción Nacional), stabilì come priorità per il suo Governo la lotta al crimine organizzato su cui sarebbero ricaduti “tutto il peso e la forza dello Stato”. L’ambizione presidenziale era quella di poter ridurre significativamente i cosiddetti delitti contro la salute, cioè, fuori dalla terminologia giuridica, le attività di spaccio e commercio di sostanze stupefacenti illegali, soprattutto cocaina, droghe sintetiche e marijuana.
Storicamente il fenomeno del narcotraffico cominciò ad apparire nel Messico del boom economico degli anni sessanta (periodo del desarrollo estabilizador) e settanta (periodo del desarrollo compartido) nel contesto di una relazione perversa e occulta con lo Stato.
di Tito Pulsinelli
1 - Presidente Chávez
Hugo Chávez è la conseguenza di un collasso sociale, che si produsse ai tempi in cui il grido di battaglia modernista era “zero Sato, tutto il potere alle imprese (multinazionali)”. Era l’epoca in cui il monopensiero metteva la mano sul fuoco che la soluzione era moltiplicare la produttività, poi i benefici sarebbero automaticamente e liricamente affluiti all’intera società. L’importante era produrre, altrimenti non poteva esserci ridistribuzione sociale. Il PIL scatenava euforie isteriche, tutto il resto erano arcaismi e obsolescenze umanitarie. Fu così che in America Latina, addomesticata da Pinochet, venne applicatato integralmente il kit neoliberista.
di Fabrizio Lorusso
Il funerale del cantante messicano Sergio Gómez, volto noto del gruppo “K-Paz de la Sierra” , tenutosi il 9 dicembre scorso a Indianapolis, si unisce agli oltre 2600 celebrati negli ultimi 12 mesi per seppellire le vittime di morti violente in un Messico, la maggior parte per motivi legati al narcotraffico. Il 97% di questi delitti è rimasto impunito e non sembra che si possano intravedere delle luci in fondo al tunnel d’impunità e lentezza in cui sono incagliati le procure nazionali, quelle statali e gli organi di giustizia in generale. Purtroppo i dati che testimoniano la violenza estrema della società e i casi irrisolti rappresentano una caratteristica ormai comune a tutti i paesi dell’area latinoamericana, specialmente El Salvador, Honduras e Colombia dove, per citare un esempio drammatico, basta considerare una sola città, Cali, per avere lo stesso numero di omicidi che registra tutto il Messico, circa 2400 solo nel corso del 2007.
Meno male che Ingrid Betancourt è un po' francese, meno male che è elegante e che è pure bella.
“Liberiamo il nostro cuore” come ci consiglia di fare Francesco Merlo sulle pagine de La Repubblica, e guardiamo il video di You Tube che la riprende nella selva, depressa, con il capo chino, smagrita e pallida, sorvegliata dai suoi carcerieri.
E’ quella che ognuno di noi, pur senza aver visto il video, ha immaginato fosse in tutti questi anni la condizione di Ingrid Betancourt, e quella degli altri prigionieri nelle mani dei guerriglieri.
Meno male che Ingrid invece, caro Merlo, da bella che era è diventata pallida ed emaciata, meno male che aveva le catene ai polsi, meno male che ha inviato una lettera struggente alla madre.
Meno male infine, che Ingrid Betancourt sia prigioniera delle FARC. Meno male che esista e sia viva, perchè solo questo dà una speranza di vita a tutti gli altri prigionieri.
di Tito Pulsinelli
E’ davvero spassoso confrontare le versioni contrapposte delle prime pagine -web e cartacee - che il sistema della comunicazione ha sfornato a ridosso del referendum sulla riforma della Costituzione del Venezuela.
Una prima versione attribuiva la vittoria al SI', e nei commenti abbondavano le tinte oscure e apocalittiche sulla compiuta deriva dittatoriale del Paese sudamericano. Ha ingenuamente addentato la mela avvelenata del populismo, ora si tengano il regno millenario del Caudillo rosso!
Poi, a rotta di collo, una improvvisata seconda versione narrava l’affermazione del NO alla riforma, in cui i toni si capovolgevano, con squilli di trombe come nella marcia trionfale dell'Aida. Una risicata affermazione dell’1%, è stata celebrata come la stoccata mortale del torero che abbatte il “tiranno”. Olè!
di Fabrizio Lorusso
[Fabrizio Lorusso è un italiano dottorando presso la UNAM, la più importante università di Città del Messico, dove insegna anche e svolge attività giornalistica. Con questo articolo inizia la sua collaborazione a Carmilla.]
Il venticinque novembre si è trasformato in una data simbolica e significativa per centinaia di migliaia di abitanti dello stato messicano di Oaxaca e per molti loro compatrioti che simpatizzano con le lotte popolari dell’ultimo anno, condotte dal movimento dei professori della sezione 22 del sindacato nazionale e, soprattutto, dalla APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca), l’organizzazione della società civile che ancora vive e rivendica diritti per la parte più emarginata della popolazione.
di Tito Pulsinelli
[Proponiamo un intervento scritto a caldo da Tito Pulsinelli per www.selvas.org, appena resa nota la vittoria di stretta misura dei "no" al referendum indetto, in Venezuela, per approvare o respingere le modifiche alla Costituzione proposte da Hugo Chávez e dal suo governo. Le ragioni della sconfitta di Chávez erano in qualche misura state anticipate da Pulsinelli in un suo precedente articolo. In attesa di una riflessione più ampia dello stesso autore, consiglio a chi conosca lo spagnolo di leggere la riflessione molto lucida e dura scritta da due amici della "rivoluzione bolivariana" su Rebellión. Alcune brevi considerazioni in appendice.] (V.E.)
Il referendum per la riforma della Costituzione si è concluso con un vittoria al "fotofinish" del settore che vi si opponeva.
Si è registrato un 44% di astensioni.
Il SI alla riforma ha ottenuto il 49,2% dei voti
Il NO ha ricevuto il 50,7% dei consensi.
di Tito Pulsinelli
[A poche ore dal referendum con cui i cittadini venezuelani dovranno dire sì o no a una serie di modifiche alla Costituzione, proponiamo un articolo di Tito Pulsinelli apparso su www.selvas.org. Non mancano, come si vedrà, gli accenti critici. A giorni pubblicheremo una piccola rassegna delle falsificazioni con cui i principali media italiani ed europei si accaniscono contro il "governo bolivariano" di Hugo Chávez, divenuto lo spauracchio di chi, a destra come a sinistra, si è fatto difensore di un neoliberismo ormai boccheggiante.] (V.E.)
Mancano pochi giorni (in realtà è oggi, 2 dicembre, n.d.r.) al referendum sulla sostanziosa ristrutturazione costituzionale ma non si percepisce un abnorme surriscaldamento del clima politico. Non una debordante partecipazione appassionata né l'incontrollabile avversione biliosa delle altre numerose elezioni - una all'anno! - cui ci ha abituato il novennale ciclo bolivariano. Nonostante i doviziosi sforzi del sistema mediatico per inscenare nelle piazze il canovaccio delle “rivoluzioni colorate”, Caracas non è Tbilisi o Kiev.
di Tito Pulsinelli
Di fronte alla morsa dell’incerta ratificazione del TLC (Trattato del Libero Commercio) da parte del Congresso degli Stati Uniti e l’intervento dispiegato dal Venezuela per lo scambio di prigionieri e la pacificazione interna, la Colombia sorprende tutti ed entra nel Banco del Sur che salpa a novembre.
Lo ha dichiarato il presidente Uribe durante l’inaugurazione del gasdotto binazionale nella Guajira, primo ramo di un'arteria che proseguirà verso Panama e la costa del Pacifico in Ecuador. Alla presenza di Chavez e del presidente ecuatoriano Correa, Uribe si è visto offrire alla statale Ecopetrol la possibilità di partecipare allo sfruttamento dei giacimenti dell’Orinoco.
di Alma Giraudo (da www.selvas.org)
[Di Haiti, in Italia, si parla pochissimo, dopo che un colpo di Stato, il 29 febbraio 2004, ha abbattuto il governo del presidente legittimo Jean-Bertrand Aristide. E non c'è interesse a parlarne, dato che il golpe fu attuato dagli Stati Uniti con l'avallo dell'Unione Europea, Italia inclusa (vedi qui). Aristide fu rapito dai marines e condotto a forza nella Repubblica Centrafricana, mentre oggi si trova in Sudafrica. Seguirono massacri e stupri, nonché la persecuzione dei suoi seguaci veri e presunti. Tra questi lo psicologo Pierre-Antoine Lovinsky, di cui Alma Gribaudo, creatrice di un sito in italiano su Aristide, narra la storia forse tragica.] (V.E.)
Dal 12 agosto non si hanno più notizie di uno dei più noti attivisti per i diritti umani e fondatore della “Fondasyon Trant Septanm” (Fondazione trenta settembre) Pierre-Antoine Lovinsky.
Dopo aver trascorso una settimana lavorando con le associazioni “Projet Prioritaire Haïtien” e “Fondasyon Mapou” è svanito nel nulla. La sua auto è stata ritrovata nella notte tra il 12 ed il 13 agosto nel sobborgo di Delmas (Port-au-Prince): al suo interno tracce di sangue.
di Tito Pulsinelli
(da www.selvas.org)>
[L'autore dell'articolo ci invita a precisare che il testo è del 2004, e che alcune valutazioni in esso contenute, a distanza di tre anni, andrebbero riviste - con particolare riguardo per la posizione del presidente Lula, che oggi pare voler fare del Brasile una potenza sub-imperiale, con un rapporto diretto con gli Stati Uniti. Per non parlare dei cambiamenti profondi intervenuti in Bolivia ed Ecuador.] (V.E.)
Le maestose cascate di Iguazu - laddove combaciano le frontiere tra l’Argentina, Brasile e Paraguay- sono state lo scenario di un evento geopolitico di rilevante proiezione a breve termine.
Il Venezuela è entrato nel polo del Mercato del sur (Mercosur), area economica imperniata attorno alla nona economia del mondo –il Brasile- cui fanno capo l’Argentina, Uruguay e Paraguay, con Cile e Bolivia come membri associati.
Ha destato scalpore che anche il Messico abbia inoltrato la richiesta per associarsi a questo più che incipiente blocco sudamericano. Ad Iguazu erano presenti –per la prima volta- delegazioni della Cina e Singapore per seguire da vicino questo vertice che ha impresso un’accelerazione significativa al consolidamento del blocco del sud, che adesso può contare anche sul decisivo apporto energetico e di materie prime del Venezuela.
di Raúl Isaías Baduel (traduzione di Irene Caporale)
[Mentre continuano a ritmo quasi quotidiano le diffamazioni del presidente del Venezuela Hugo Chávez, e mentre Il Corriere della Sera giunge a dedicare un’intera pagina all’ “idea balorda” di spostare di mezz’ora l’ora ufficiale venezuelana, dimostrando la più crassa ignoranza (condivisa dalla totalità dei nostri media) (1), conviene interrogarsi su cosa sia quel “socialismo del XXI secolo” di cui parla Chávez. Proponiamo a questo fine il discorso pronunciato dal generale Raúl Isaías Baduel, già ministro della difesa e capo delle forze armate, il 18 luglio 2007, alla fine del suo mandato. Alcuni giornali lo hanno menzionato, interpretandolo – convinti come sono che Chávez intenda imporre un modello castrista – nel senso che Baduel avesse intenzione di prendere le distanze dal suo presidente. In realtà Chávez la pensa esattamente alla stessa maniera, come dimostra la sua intervista alla giornalista uruguaiana Raquel Daruech, visibile qui.
[Si moltiplicano, sulla stampa italiana (e spagnola, per via di forti interessi economici oltreoceano), le invettive contro Hugo Chávez e la "dittatura" che starebbe instaurando in Venezuela. Ormai, i grandi quotidiani non mandano nemmeno più inviati sul posto. Se il corrispondente de La Repubblica vive a Miami, Gian Antonio Stella e Pierluigi Battista scaldano la sedia sulle loro scrivanie di via Solferino. Dell'America Latina non sanno nulla, del Venezuela ancor meno. Il loro è un furore tutto ideologico. Vedono in Chávez l'antitesi del loro credo neoliberista, filobellicista e filoamericano, e allora lo diffamano come possono, senza un solo argomento concreto. Ai loro occhi non bastano più, a definire la democrazia, libere elezioni e libertà di parola (non ci scassino il cazzo con il mancato rinnovo della concessione in analogico all'emittente RCTV, una TV golpista che, malgrado ciò, continua a trasmettere liberamente via cavo e via satellite). Bisogna anche accettare il libero mercato, le sagge prescrizioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, il precariato come condizione di vita normale dei lavoratori. Poco importa che le ricette di FMI e BM abbiano reso l'Africa un continente da tragedia. Il vero tiranno è chi si ribella a questa regola, e l'unica "sinistra" accettata come "moderna" è quella di chi si diletta di guerre democratiche e preventive e cerca il consenso della Confindustria.
di Luis Britto García
[In Italia, la disinformazione sul Venezuela è guidata da La Repubblica. Di recente, il corrispondente del quotidiano da quel paese, Omero Ciai, ha scritto due articoli che sfiorano il ridicolo. In uno accusa Hugo Chávez di avere accumulato smodate ricchezze personali, tanto è vero che si sposta su auto costose (i presidenti europei, è noto, si muovono in Lambretta), esibisce orologi Rolex e porta al collo catene d'oro. A queste cazzate ha risposto con la consueta ironia lo stesso Chávez, in un video visibile qui. In un secondo articolo più recente, Ciai ha accusato Chávez di tendere alla dittatura perché, nella modifica della costituzione venezuelana attualmente in discussione, si prevede la possibilità di una rielezione del presidente della repubblica. Ciai pare ignorare che parecchie costituzioni occidentali prevedono la stessa possibilità. Se fosse coerente, dovrebbe considerare dittatori Franklyn D. Roosvelt o Charles De Gaulle, titolari di numerosi mandati successivi.
UN ARTICOLO DI TITO PULSINELLI
di Valerio Evangelisti
Dopo il sacrosanto rifiuto di rinnovare la concessione al canale filogolpista RCTV, in Venezuela, una pioggia di calunnie si è abbattuta, dall'Europa e dagli Stati Uniti, sul governo legittimo venezuelano e sul suo presidente, altrettanto legittimo, Hugo Chávez. Dipinto invariabilmente dalla stampa nostrana, di qualsiasi colore, come uno spietato tiranno (benché regolarmente eletto, a differenza di certi amici dell'Occidente come il presidente pachistano o i regnanti oscurantisti dell'Arabia Saudita), colpevole del crimine, denunciato con veemenza da la Repubblica, di offrire sussidi alle classi povere, per mantenerle nell'ozio, e di viaggiare su auto di lusso (un'accusa a suo tempo rivolta al nicaraguense Daniel Ortega, come se i presidenti occidentali viaggiassero in Lambretta).
di Mercedes Frías
[Da quando la direzione del quotidiano Liberazione è stata assunta da Piero Sansonetti, proveniente da L'Unità, ci si può aspettare qualsiasi cosa. Anche articoli contro il presidente venezuelano Hugo Chávez, dipinto da Angela Nocioni quale tiranno da operetta, stile Père Ubu. Proprio mentre, su L'Unità (!), la giornalista Sandra Amurri proponeva un reportage molto più equilibrato. Cosa si propone Rifondazione Comunista mettendo alla testa del suo quotidiano un Sansonetti, che a ogni, imbarazzante, apparizione televisiva non lascia mai capire da che parte stia? E che senso hanno gli articoli diffamatori firmati Nocioni? La costituenda Sinistra Europea nasce sotto i peggiori auspici. Blatera di "socialismo del XXI secolo" (espressione coniata proprio da Chávez), eppure non fu capace di esprimere solidarietà ai giovani comunisti cechi, quando si minacciò di metterli fuorilegge.
di Tito Pulsinelli
[Torniamo sulla vicenda della supposta "chiusura" di RCTV in Venezuela perché è la cartina di tornasole dell'ignoranza, del pregiudizio ideologico, della faziosità di tanti giornalisti italiani ed europei. Un esempio. Ieri, 11 giugno, sul canale satellitare Rai Educational 2, il programma Tv Talk si è occupato del caso. Il conduttore, senza accorgersi della involontaria comicità, ha dichiarato di avere scoperto che RCTV è un "canale di prim'ordine", tanto è vero che trasmetteva (e trasmette, solo che non più in analogico) una propria versione di Chi vuol essere milionario? Non sto scherzando, lo giuro. Presente e riverito, l'ineffabile Toni Capuozzo, richiesto del perché ciò possa avvenire in Venezuela, rispondeva che là la borghesia di laggiù non è "abbastanza aggressiva". Si vede che due tentativi di colpo di Stato non gli sono bastati. Inutile dire che definiva Chávez "caudillo rosso" e simili. Per conoscere cosa fosse RCTV basta guardare il suo sito. Vi dominano le tre T: Tette, Telenovelas, Telepromozioni. Inoltre un imperativo: che ogni attore / attrice abbia la pelle rigorosamente bianca (in un paese in cui la maggioranza degli abitanti ha la pelle scura). Merda che farebbe apparire i canali Mediaset un cenacolo di intellettuali.] (V.E.]
di Valerio Evangelisti
Ricapitoliamo i fatti, già esposti in dettaglio qui e qui. Il 31 maggio scade la concessione dello Stato venezuelano al canale televisivo RCTV. Il governo del Venezuela decide di non rinnovarla, e di cedere le frequenze a una nuova tv non commerciale (“di strada” o “di quartiere”, la definiremmo in Italia).
Immediatamente, i corifei del neoliberalismo iniziano a starnazzare come galline. Si accusa il governo venezuelano, e in particolare il suo presidente Hugo Chávez, di avere chiuso un canale televisivo vicino all’opposizione, per motivi solo politici. Sarebbe la conferma che in Venezuela regna una dittatura.
Certo che i motivi erano politici. Nel corso del tentato colpo di Stato del 2002 RCTV aveva apertamente appoggiato i golpisti, ospitato nei propri studi loro riunioni, mandato propri tecnici a chiudere il canale 8, allora l’unica fonte di comunicazione televisiva in mano al governo.
di Attilio Folliero (da La Patria Grande)
Come dimostrato ampiamente (1), le grandi televisioni private venezuelane sono le vere protagoniste del colpo di stato del 2002, pianificato a Washington. Invitiamo a leggere sul tema Il Codice Chávez di Eva Golinger. Il copione del colpo di Stato era stato scritto in funzione dell’azione delle televisioni. Per mesi il loro ruolo è stato di “avvelenare” la gente, entrare nella testa della gente, con trasmissioni appositamente confezionate, con la finalità di portare la gente a un odio parossistico verso Chávez. Quando l’odio raggiunge livelli altissimi, la persona praticamente perde il controllo di se stessa ed è capace di qualsiasi atto verso la persona odiata.
di Attilio Folliero (da La Patria Grande)
[Chi legga sui quotidiani italiani le vicende della televisione venezuelana RCTV, rischia di credere che Hugo Chávez abbia compiuto chissà quale attentato alla libertà di espressione, nel rifiutarle il rinnovo della concessione a trasmettere in analogico giunta a scadenza. In realtà, contrariamente a quanto si legge, il governo del Venezuela non ha affatto “chiuso” RCTV, che resta libera di trasmettere via cavo (digitale terrestre) o via satellite. Non si comprende allora – o si comprende anche troppo bene - lo scandalo dei quotidiani vicini al centrosinistra, che invocano per Rete 4 la stessa sorte. Prevedo che enfatizzeranno la protesta degli studenti di Caracas senza precisare che si tratta di allievi delle università private della zona est – i “quartieri bene” – della capitale venezuelana, mentre gli studenti delle università pubbliche stanno esprimendo tutt’altra opinione.
di Mauro Vanetti

Il fronte imperiale si amplia?
Mentre Chávez in Argentina guidava le proteste antimperialiste, Bush parlava in Uruguay col presidente Tabaré Vázquez e a tutti è venuto un dubbio: chi sta inseguendo chi? L'Uruguay è in fondo un piccolo Paese con uno sciatto governo di sinistra, mentre l'Argentina... è l'Argentina. Sembrava quasi che l'imperatore dovesse a tutti i costi trovare qualche Paese nella zona più meridionale del continente disposto ad accoglierlo; era anche una questione di orgoglio virile: far vedere quanto è lungo il proprio raggio di influenza.
di Tito Pulsinelli
[Anche il nostro corrispondente dal Venezuela, Tito Pulsinelli - che di '68 se ne intende - interviene nella discussione sul libro di Alessandro Bertante Contro il '68, iniziata su Lipperatura e proseguita su Carmilla, su Georgiamada e in vari altri siti.] (V.E.)
E’ immaginabile che si possa scrivere un pamphlet intitolato “Contro il 2001”? Semplicemente no, perchè è senza densità, privo dei significati e delle evocazioni simboliche che il '68 ha emanato. E, nonostante le smisurate fatiche negazioniste, continua ancor oggi a essere un punto di snodo. Non è ancora una moneta o una medaglia per le bancarelle dei rigattieri.
Rimane pur sempre un momento unico di rottura generalizzata, forse “il” momento, magico per la sua simultaneità trans-geografica, scaturita dal grembo di una sola generazione, forse nemmeno intera…
di Tito Pulsinelli
Il Banco del Sur è ormai una realtà dopo la riunione di Quito dei ministri delle finanze del Venezuela, Brasile, Argentina, Ecuador, Paraguay e Bolivia. Lo scandalo rosa esploso dopo il generoso aumento salariale del 45%, concesso dal capo della Banca Mondiale alla sua amante-dipendente, ha accelerato il precipitare degli eventi.
La settimana scorsa il governo dell’Ecuador aveva dichiarato “persona no grata” il rappresentante della BM, che dovette abbandonare il Paese. Il primo maggio, le autorità di Caracas annunciarono che il Venezuela usciva dal Fondo Monetario Internazionale e dalla BM: “..non dobbiamo nulla, adesso ci devono restituire i 250 milioni di dollari in deposito”. La Bolivia ha deciso di uscire da una delle istanze di arbitrato della BM, dove questa agisce come “arbitro” e si schiera sempre contro i governi e dalla parte delle multinazionali.
di Mauro Vanetti
Apertura brasiliana
Nel caro e dimenticato giorno dell'8 Marzo, Bush è arrivato a San Paolo. Ancora una volta, il Brasile è un paradosso; fu il Paese che, con la vittoria di Lula, segnalò al mondo che qualcosa stava cambiendo nel continente. All'epoca i brasiliani erano quasi tutti entusiasti e trasognanti quando parlavano del barbuto presidente ex operaio. A chi cercava di farli parlare di politica in termini concreti (ma cosa vi aspettate da questo nuovo governo? ma non vi sembra che si stia già mettendo un po' troppo d'accordo con gli industriali?), rispondevano che chi non era brasiliano non poteva capire cosa significasse la vittoria di Lula, che c'era una speranza gigantesca in quel momento e che non era certo il caso di sollevare simili prosaiche polemiche pignole.
di Mauro Vanetti
Digressioni su digressioni sui viaggi contrari e paralleli di Bush e Chávez in America Latina
Disfiamoci subito del vezzo del titolo.
Il riferimento è naturalmente a Il generale nel suo labirinto, di García Márquez, dove il generale è Simon Bolívar morente, che vaga per il labirinto metaforico dei ricordi della sua vita (marziale, politica, erotica, morale), ma con la sua morte naturale conclude anche il suo errare per il labirinto geografico del Sudamerica, trasformato in quegli anni in un enorme campo di battaglia. Il labirinto quindi è qui anche l'America Latina, percorsa in lungo e in largo dal Libertador, costretto anche spesso (come in ogni errare labirintico che si rispetti) a tornare sui suoi passi per reprimere una controinsurrezione o per affrontare un tradimento, perdendo il filo di Arianna per ritessere quello di Penelope.
di Mauro Vanetti

[Un nostro lettore ci trasmette la lettera da lui scritta a Fabrizio Dell'Orefice, giornalista de Il Tempo di Roma, dopo un incredibile articolo sul Venezuela apparso lunedì sul quotidiano. La pubblichiamo volentieri. Mi limito a rilevare che, purtroppo, la disinformazione sull'America Latina non è limitata a un quotidiano dichiaratamente di destra come Il Tempo, ma è condivisa anche da giornali che qualcuno definisce "di sinistra" come La Repubblica.] (V.E.)
Ho letto il Suo ributtante articolo-intervista al fascista venezuelano Alejandro Peña Esclusa, il quale, dall'alto dello 0,04% preso alle elezioni del 1998, si presenta come "il capo dell'opposizione venezuelana". Lei evidentemente ignora, dimostrando così di non essere un giornalista e forse di non guardare nemmeno il telegiornale, che il vero capo dell'opposizione venezuelana si chiama Manuel Rosales e ha preso il 36,85% dei voti; è come se Lei avesse intervistato un naziskin e l'avesse presentato come leader della Casa della Libertà.
Intervista a Tito Pulsinelli

[Questa intervista al nostro amico Tito Pulsinelli, giornalista italiano residente in Venezuela, è apparsa nel sito italo-venezuelano La Patria Grande. Traeva origine da alcune dichiarazioni a Liberazione del ministro D'Alema, reduce da un viaggio in America Latina. L'abbiamo integrata con alcune domande supplementari.] (V.E.)
La Patria Grande (LPG): Il ministro D’Alema manifesta ripetutamente la sua spiccata identificazione con Lula e il Brasile, ed arriva a suggerire che esisterebbe una contraddizione sensibile con Chávez e il Venezuela.
Tito Pulsinelli (TP): Il massimo gerarca della Farnesina ignora che Lula è stato aspramente criticato dall’opposizione venezuelana perchè – in piena campagna elettorale - è andato a inaugurare il grandioso ponte binazionale sull’Orinoco, e questo è stato visto come un aperto e indebito sostegno alla rielezione di Chávez.
di Tito Pulsinelli
[Tito Pulsinelli è un giornalista italiano residente da molti anni in Venezuela. Con questo articolo inizia la sua collaborazione periodica a Carmilla.]
Il (man)rovescio elettorale di Bush è il primo nodo – ad alto valore simbolico - che viene al pettine del racket petrolifero-armamentista che finanziò la sua scalata al vertice politico degli Stati Uniti. Questo racket, vorace e cinico, è andato assai oltre il fisiologico darwinismo sociale che sostanzia il liberismo in qualsiasi latitudine.
Non si è accontentato del ruolo di anti-Robin Hood: rubare la spesa sociale destinata ai poveri per distribuire diminuzioni fiscali ai ricchi. No, il racket pensava in grande ed agiva di conseguenza: ha praticamente trasferito il grosso del bilancio statale alle guerre, all’armamentismo e alle “ricostruzioni”.
di Valerio Evangelisti

Quest’anno, alla rivista Time, è capitato un curioso incidente. Ha pensato di affidare ai suoi lettori on line la scelta dell’ “uomo dell’anno”, cui consacrare la prima copertina del 2007. Pessima decisione, visto che il personaggio più votato è stato il presidente del Venezuela Hugo Chávez, seguito dal capo del governo iraniano, Mahmoud Ahmadinejad.
Di fronte a due nomi imbarazzanti, Time ha scelto una via degna di Ponzio Pilato. Ha cioè deciso di conferire il titolo di “uomo dell’anno” ai votanti stessi. La copertina è andata a un generico “popolo di Internet”.
Ebbene, Carmilla non sta al gioco e conferisce il titolo proprio al personaggio indicato dai lettori di Time. Seguono le motivazioni.
di Toni Negri e Giuseppe Cocco
da GlobAL. Biopotere e lotte in America Latina - manifestolibri - 19,00 €
In molti paesi sudamericani si sono succeduti negli ultimi anni imponenti movimenti popolari e indigeni e cambiamenti di governo che non ricalcano la fisiologia del ricambio interno delle élite dominanti o quella del golpe autoritario. Questi fenomeni, al contrario, introducono una relazione aperta e produttiva con una nuova composizione sociale e politica delle classi subalterne. Toni Negri e Giuseppe Cocco (docente all'università di Rio de Janeiro e presente nelle direzioni della rivista Multitudes) esaminando la storia dei tre grandi colossi del continente, Brasile, Messico e Argentina, seguono l’idea che all’inizio stiano sempre le lotte operaie e proletarie e solo dopo lo sviluppo capitalistico: l’innovazione prima di essere tecnica è sempre sociale. Con la crisi delle sovranità nazionali, delle loro ideologie e dei loro modelli di sviluppo, che non hanno saputo sconfiggere diseguaglianze e miseria, l’America Latina si va trasformando in un potente laboratorio nel quale prendono forma nuove figure di democrazia radicale e modelli di gestione collettiva dei beni comuni.
Pubblichiamo parte della prefazione al saggio, edito da manifestolibri. [gg]
di Sandro Mezzadra
Il gigante addormentato si sta svegliando: era uno degli slogan della gigantesca manifestazione di migranti che il 18 marzo di quest’anno ha invaso le vie di Los Angeles. Non è difficile riferire questo slogan alla situazione complessiva di quell’America latina da cui proviene la stragrande maggioranza dei protagonisti di quella manifestazione. Un’aria nuova spira in quella parte del mondo. L’elezione di Lula alla presidenza del Brasile, nel 2002, è soltanto un tassello di un insieme di eventi che ci parlano della fine del «Consenso di Washington» in America latina, di una nuova stagione politica che si sta aprendo, senza che sia ancora possibile valutarne a pieno la direzione di sviluppo.
di Tito Pulsinelli
E’ ormai un segreto pubblico che i malesseri di cui è preda l’economia degli Stati Uniti non sono inquadrabili in una diagnosi di influenza stagionale. Non ci credono più nemmeno gli scrivani tanto-al-pezzo gettonati dalla catena di montaggio del totalitarismo mediatico. E’ finito il ciclo cominciato nel 1997, dopo la crisi asiatica, quando divenne una economia di rifugio per i capitali, grazie agli alti tassi di interesse e alla credibilità globale del modello USA. Allora, l’economia degli Stati Uniti attirava l’80% del risparmio mondiale, e questo costituiva la base reale della loro stabilità ed espansione. Clinton lasciò un attivo di 200 miliardi di dollari, poi sopravvenne la morte prematura della "new economy", e cominciò il valzer necrofilico di Bush: aumento astronomico del debito, svalutazione, guerra, crescita esponenziale delle spese militari, disoccupazione, imposizione di uno stile di vita impregnato di paranoia, grettezza e blindaggio mentale.
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Per celebrare un evento tra i più importanti degli ultimi anni – la schiacciante vittoria del presidente del Venezuela Hugo Chavez nel referendum preteso dalle forze di opposizione – riproponiamo un illuminante articolo di Maurice Lemoine, apparso sul numero di maggio 2002 dell’edizione italiana di Le Monde Diplomatique.
Che ora l’opposizione a Chavez parli di brogli non meraviglia. Già prima delle elezioni, con perfetta stupidità, aveva annunciato che lo avrebbe fatto, nel caso che Chavez avesse vinto. Gli osservatori internazionali, da Jimmy Carter ai delegati dell’Organizzazione degli Stati Americani, hanno da parte loro attestato la correttezza del processo elettorale. Sono già otto le elezioni vinte da Chavez a furor di popolo, sebbene i suoi avversari esercitino, in virtù del loro denaro, un controllo pressoché totale sui media.





