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di Fabrizio Lorusso

SantaMuerte079.jpg[Il presente articolo è uscito sulla pagina culturale del quotidiano L'Unità del 2 febbraio 2012, F.L.] In America c’è una santa che non è sul calendario, ma ha un esercito di dieci milioni di devoti. Dal Texas all’Argentina si moltiplicano i fedeli della Santa Muerte.
La chiamano con affetto Niña blanca o bonita, cioè Bambina bianca o carina, ed è una santa popolare affascinante e controversa.

Proprio quando la morte si fa presente nella società messicana, sconvolta dalla guerra al narcotraffico dei cinquantamila morti in cinque anni, ecco che il suo culto e la sua figura, lo scheletro con la falce in una mano e il globo terracqueo nell’altra, riemergono prepotenti.

In Italia la Parca ossuta troneggia sbiadita sulle pareti degli ossari e sugli affreschi tardomedievali delle danze macabre e i trionfi della morte, ma nel nuovo mondo era stata santificata dalla gente già dai tempi degli spagnoli.

Pubblicato Domenica 12 Febbraio 2012

di Fabrizio Lorusso

FRANCESANOTA.jpgQuesta è la seconda parte della cronologia-reportage sulla francese Florence Cassez, reclusa in un penitenziario messicano dal dicembre 2005. Leggi la prima parte della storia a questo link. Eravamo rimasti alla sentenza di condanna in primo grado... La messa in scena della cattura di Florence e Israel in TV, eseguita dai poliziotti della FBI messicana, la AFI, e rivelata da Florence di fronte a milioni di telespettatori tre mesi dopo, non ha scalfito le tesi dell'accusa né evitato una sentenza di condanna in primo grado (96 anni di prigione) che si basa fondamentalmente sulle dichiarazioni dei tre testimoni, non essendoci altre prove contundenti. Le irregolarità nella cattura e le incoerenze sono passate in secondo piano, mentre sembra essersi consumata la vendetta del capo della polizia García Luna, umiliato in TV da Florence. Nessun altro membro della banda viene sentenziato in questa fase. Il sospetto aleggia: come mai tanti cambiamenti nelle dichiarazioni e l’assenza di altre prove? Erano sotto shock al momento delle prime dichiarazioni e poi alcuni mesi dopo si sono ripresi oppure hanno subito una manipolazione da parte di autorità restie ad accettare i propri errori? La legge dice che le dichiarazione rese nei primi interrogatori valgono di più rispetto alle rettifiche successive, ma cosi' non è stato a quanto pare. Gli ostaggi hanno vissuto un calvario, ma pare che Florence non abbia molto a che vedere con la loro vicenda. Sono, come ha detto la francese, i testimoni “due volte vittime”, prima della banda di rapitori, quella vera, e poi anche del potere che ne manipola i destini? In caso di errore, o peggio ancora, di mala fede, in che modo sarebbe possibile fermare la fabbrica dei colpevoli? [Scarica l'articolo intero in .pdf qui]

Pubblicato Martedî 17 Gennaio 2012

di Fabrizio Lorusso

florence-cassez.jpgNon c’è dubbio che una condanna a 60 anni di prigione equivalga praticamente a un ergastolo. E’ la pena che dall’8 dicembre 2005, giorno del suo arresto a Città del Messico, ha cominciato a scontare, presso due istituti penitenziari di questa megalopoli, la cittadina francese Florence Marie Louise Cassez Crepin, nata il 7 novembre 1974 a Lille, nel Nord della Francia. Il nome di Florence Cassez è ormai famoso in terra azteca, così come nel suo paese d’origine, ma anche in mezza Europa e in Canada, soprattutto nei territori francofoni, dove sono nati dei comitati in suo sostegno che denunciano la “fabbrica dei colpevoli” costruita dai giudici e dai politici messicani. La ragazza è da anni al centro di un caso mediatico e giudiziario che è arrivato a mobilitare sia la società francese che quella messicana, divise tra innocentisti, giustizialisti e dubbiosi. Perfino le tortuose strade della diplomazia e le alte sfere della politica sono state coinvolte a vari livelli e si sono impantanate nelle trame e negli interessi di due presidenti, sempre in cerca di astuzie elettoralistiche, e di un ambizioso poliziotto messicano, oggi diventato Ministro, che hanno reso il caso Cassez sempre più contorto.

Pubblicato Martedî 10 Gennaio 2012

di Eder Gallegos

narcotrafico1.jpg[Ho tradotto all'italiano questo articolo dello storico e blogger messicano Eder Gallegos che costituisce un "esercizio di storia immediata" sul tema della guerra al narcotraffico in Messico, un tema spesso poco compreso nelle sue dinamiche e cause; alla fine dell'articolo allego una cartina "didattica" degli stati in cui è suddiviso il Messico, in aggiunta a quelle esplicative dell'autore dallo stile "geopolitico", per rendere più facile la comprensione dello stesso; le aggiunte mie sono indicate in parentesi come n.d.t., note del traduttore, Fabrizio Lorusso]

La storia immediata, ramo della storiografia che si dedica a chiarire processi vicini al presente, si differenzia dal giornalismo perché applica la metodologia e la narrazione tipiche delle discipline storiche. Comunque, proprio per la sua “immediatezza”, soffre dello stesso endemico problema che hanno le sue gemelle che ragionano e indagano sul tempo al passato remoto: l’obiettività. Eric Hobsbawm segnala in The Age of Empire che lo storico possiede sempre una relazione molto personale con una determinata epoca, anche se questa non è stata da lui vissuta direttamente, ma magari solo in modo mediato, attraverso qualche membro della propria famiglia o altri informanti e testimoni. Pertanto questo è un semplice esercizio di ricostruzione elaborato dal presente messicano e proiettato al futuro, dato che la nostra problematica immediata sarà, un giorno, storia e soprattutto perché, quando ci mettiamo disquisire su questo tetro presente, non possiamo fare altro che rievocare la lunga serie di guerre civili che il nostro paese già ha sperimentato.

Pubblicato Martedî 27 Dicembre 2011

argentidecaro.jpg[Questo numero di argentinazo segnala alcune pubblicazioni, piuttosto recenti, accomunate da uno sguardo di autori italiani (o di argentini che vivono in Italia) proiettato verso il paese australe.] A.P.

De Caro Gaspare. Argentina. Viaggio al fin del mundo (forse), Paderno Dugnano, Colibrì, pp. 222, 14 euro
Se c'è un libro che Argentinazo non può trascurare di segnalare a chi guarda all'Argentina con occhio critico e radicale, questo è proprio Argentina di Gaspare De Caro (che i lettori di Carmilla conoscono già per gli articoli comparsi su questa stessa testata). Lo ritengo in tutta onestà uno dei testi più densi e profondi che io abbia mai letto sul tema. Apparentemente sembra un diario o un reportage di viaggio, ammiccante allo stile dei grand turist d'un tempo, salvo poi prenderne subito le distanze nella forbice, tutt'altro che problematica, tra turismo e viaggio. La dimensione del viaggio c'è tutta, ma c'è uno sguardo che è ancora più attento e smaliziato, quello di un Gaspare De Caro che si muove per l'Argentina con un occhio attento alle grandi trasformazioni dell'economia argentina e ai piccoli inciampi del viaggiatore solitario (anche se talvolta nei suoi itinerari è accompagnato da un'amica argentina).

Pubblicato Lunedî 12 Dicembre 2011

di Fabrizio Lorusso

Wirikuta.jpgIl cuore sacro (el corazón sagrado) del Messico e d'America è sotto attacco. La regione di Wirikuta, un’area semidesertica di 1400 km quadrati negli stati centrali di San Luís Potosí e Zacatecas, 420 km a nord della capitale, è il centro cerimoniale degli indigeni huichol o wixárika e per loro rappresenta l’origine del mondo, una zona di preghiera e di secolari pellegrinaggi in cui alcune migliaia di appartenenti ai popoli originari continuano a vivere. Tre anni e mezzo fa, nel 2008, il presidente messicano Felipe Calderón, vestito con un abito tipico del popolo wixárika, promosse e participò a un accordo stipulato tra i governatori degli stati centrali del paese, la zona conosciuta come “el bajío”, che sanciva la conservazione e lo sviluppo della cultura huichol. Nel 2009, solo un anno dopo, il governo diede 22 concessioni di sfruttamento minerario alla Real Bonanza, filiale messicana di First Majestic, e altre due alla canadese West Timmins Mining, senza che la contraddizione tra questi interessi economici stranieri (in questo caso dei canadesi che di mine e conflitti in America Latina, dal Cile al Messico e al Perù, sono dei veri esperti) in una terra sacra per un popolo originario messicano e i patti firmati in precedenza venisse minimamente avvertita.

Pubblicato Giovedî 8 Dicembre 2011

di Romina Vinci

HaitiNeverDies.jpgL'organizzazione AUMOHD di Haiti, e il suo Presidente, Evel Fanfan, stanno lavorando per realizzare 2 importanti progetti: 1) La Radio dei lavoratori; 2) L'acquisto di un immobile che diventi la Casa dei lavoratori. Nel settembre 2011 Evel è stato per la seconda volta in Italia (grazie all'associazione Nova) con una serie di conferenze intitolate “Haiti. L’isola che non c’è. L’emergenza continua”. Grazie a questo viaggio Aumohd ha potuto rinnovare gli appelli a non dimenticare Haiti ed è entrata in contatto con la Fiom per seguire i progetti in favore dei lavoratori a Porto Principe. Ho lavorato con Evel un mese nel febbraio 2010, poco dopo il terremoto del 12 gennaio che fece oltre 250mila vittime e un milione di sfollati, quando mi ospitò ad Haiti presso la sede della sua associazione, l’Aumohd, che rimase miracolosamente in piedi in mezzo alle macerie degli edifici vicini. Oggi rischia di scomparire e quindi lanciamo da Carmilla un appello. La giornalista Romina Vinci, appena tornata da Porto Principe, ha inviato un articolo per sensibilizzare sul tema e darci una testimonianza diretta della situazione. Scarica la lettera del presidente dell'Aumohd QUI.[Fabrizio Lorusso]

Pubblicato Martedî 15 Novembre 2011

di Sara Milanese

Santa Muerte - Messico e Tepito from F.L. channel on Vimeo.

Chi è la Santa Muerte? O dovremmo chiederci, che cos'è? Ce lo comincia a spiegare in questo bel reportage radiofonico, il primo dedicato alla Santísima Muerte in Italia, la giornalista Sara Milanese che ha svolto un lavoro sul campo a Città del Messico e in particolare nel più famoso e famigerato quartiere popolare del centro storico, el barrio bravo de Tepito. Anche il numero della rivista Loop di novembre si occupa della Santissima Muerte con un reportage mio e del fotografo Giuseppe Spina.

Pubblicato Giovedî 10 Novembre 2011

di Fabrizio Lorusso

javier-sicilia.jpgRiporto l'intervista che ho realizzato lo scorso 25 ottobre a Città del Messico con il poeta e giornalista messicano Javier Sicilia. Javier negli ultimi mesi è diventato un punto di riferimento per tutte le persone e le organizzazioni che s'oppongono alla strategia di militarizzazione della lotta contro i cartelli del narcotraffico promossa dal Presidente Felipe Calderón dal 2007. Manca un anno alla fine del suo governo e il bilancio delle vittime in 5 anni di guerra è drammatico: tra i 45mila e i 50mila morti legati al conflitto, 16mila desaparecidos, 230mila "trasferimenti forzati" di persone da una città a un'altra per motivi di sicurezza. Il 28 marzo scorso, dopo l'omicidio di suo figlio Juan Francisco, il poeta Sicilia ha cominciato una ribellione pacifica che ha coinvolto decine di migliaia di cittadini, vittime e gruppi della società civile che erano rimasti in silenzio oppure non avevano trovato spazi per esprimere la loro rabbia. Fino ad allora non s'erano potute denunciare pubblicamente con tanto furor di popolo e presenza mediatica la corruzione politica, la connivenza di certe autorità a vari livelli di governo e, infine, la sofferenza delle vittime "invisibili" della violenza. Con un tasso d'impunità dei delitti al 97-98%, c'è poco da stare tranquilli e molto da reclamare.

Pubblicato Mercoledî 2 Novembre 2011

di Fabrizio Lorusso

nomassangre.jpgL’intervista che presento di seguito è una testimonianza raccolta il 30 settembre 2011, presso la Casa de la Solidaridad di Città del Messico, ad Alfonso Moreno Díaz, padre di Alejandro Alfonso Moreno Baca, di 33 anni d’età, scomparso nel Nord-Est del Messico il 27 gennaio scorso. E’ una delle tante voci dimenticate che s’alzano da Zetania, la Repubblica Criminale degli Zetas, come viene chiamato il territorio degli Stati settentrionali di Nuevo León e Tamaulipas, ma anche molte zone dei centrali Veracruz, San Luis Potosí, Coahuila, Zacatecas, che si caratterizzano per una forte presenza del cartello degli Zetas, l’ex braccio armato del Cartello del Golfo. Alfonso solleva un problema gravissimo, fino ad ora considerato dalle autorità e dai media come un “effetto collaterale” del conflitto messicano (se non del tutto ignorato), cioè quello dei 16.000 desaparecidos degli ultimi cinque anni che sono imputabili alla guerra al narcotraffico, intrapresa dal governo del presidente Felipe Calderón a partire dal 2007 con un saldo di circa 50.000 morti.

Pubblicato Giovedî 20 Ottobre 2011

di Fabrizio Lorusso

EjercitoMex.JPG[Una versione tascabile di questo pezzo è uscita sul quotidiano L'Unità del 9 ottobre 2011, F. L.]

Il Messico ai tempi della guerra al narcotraffico, lanciata dal Presidente Felipe Calderón nel 2007 contro i cartelli della droga, sta sperimentando una triste serie di “effetti collaterali” legati all’esplosione della violenza e alla militarizzazione. Non si tratta né dei cinquantamila morti in cinque anni, attribuibili alle faide tra i narcos e alle operazioni speciali dell’esercito, della marina e della polizia federale, né delle duecentotrentamila persone costrette a fuggire dal Nord del paese in cerca di un’esistenza pacifica. Siamo di fronte a un fenomeno meno conosciuto ma dirompente: le statistiche fornite dalle procure e dal Governo parlano, infatti, di quasi sedicimila desaparecidos in tutto il paese dalla fine del 2006, vale a dire una media di 8 o 9 persone al giorno di cui si perdono completamente le tracce. Quasi un terzo di queste sparizioni, per la precisione 4.832, si concentrano in due stati settentrionali, il Nuevo León e il Tamaulipas, sconvolti dalla guerra tra il cartello del Golfo e quello degli Zetas, suo antico alleato e braccio armato.

Pubblicato Giovedî 13 Ottobre 2011

di Fabrizio Lorusso

NenaLaredoMSG.jpg[Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul quotidiano L'Unità del 29 settembre scorso, F. L.]

A Nuevo Laredo, città di frontiera tra Messico e Stati Uniti, nella mattinata di sabato 24 settembre i genitori che accompagnavano i figli a scuola hanno fatto una macabra scoperta. Sul prato intorno al monumento a Cristoforo Colombo giaceva il corpo senza vita della giornalista María Elizabeth Macías, caporedattrice del quotidiano locale Primera Hora. La donna, di 39 anni, usava il nickname Nena de Laredo, Ragazza o Bambina di Laredo, per diffondere notizie in tempo reale tramite i social network e i blog dedicati al narcotraffico. “Ok. Nuevo Laredo dal vivo e i social network. Sono la Ragazza di Laredo e sono qui per i miei report e i vostri. Per chi ancora non ci crede, m’è successo questo per aver creduto nell’esercito e nella marina”, dice il messaggio redatto dai sicari degli Zetas, il cártel che controlla la zona del confine con il Texas e del Golfo del Messico e che sta allargando la sua sfera d'influenza sempre più a sud e a ovest, da Guadalajara a San Luis Potosì e Veracruz.

Pubblicato Sabato 8 Ottobre 2011

di Fabrizio Lorusso

haiti_habitat_09.jpgL'Honduras ha approvato (anche nella Costituzione) il progetto della Charter City, una città da edificare ex novo e commissionare agli investitori e paesi stranieri con leggi proprie (eventualmente fuori dal regime democratico) per attirare investimenti e "sviluppo". Si basa sulle teorie del candidato al Nobel Paul Romer di Stanford e sul modello cinese di Hong Kong e Shenzhen. Sono anni che Romer va in giro per il mondo a proporre a paesi in via di sviluppo soluzioni miracolose fondate sulla teoria economica mainstream. Sarebbe l'outsourcing di un'intera città. Una via di mezzo tra la zona franca nella sua variante latino americana e i paradisi fiscali con tutte le violazioni dal basso (diritti del lavoro) e dall'alto (capitali all'estero e finanza) che ne conseguono: c’è il modello della città di Colón a Panama, caratterizzata dall’esasperata flessibilità di regole, diritti lavorativi e obblighi fiscali, e i noti paradisi offshore di cui tanto sentiamo tanto parlare quando ad ogni manovra finanziaria si propone un nuovo condono del fisco per gli evasori che hanno esportato capitali illegalmente. L’Honduras cerca in realtà un colpo mediatico, un escamotage col retrogusto di una promessa (quasi) realizzabile, il miraggio del tesoro. Il governo è delegittimato dopo il colpo di stato del 2008 e spera di "far arrivare il sogno americano" in patria anziché dover espellere lavoratori migranti verso il ricco Nord. Inoltre è prevista l'espropriazione del territorio abitato dal popolo dei Garifuna sulla costa caraibica. Ma vediamo i dettagli.

Pubblicato Martedî 27 Settembre 2011

Il soldato guatemalteco si rivolge ai due giornalisti: “Li abbiamo solo portati qua e li abbiamo mostrati al Maggiore, poi lui li ha interrogati affinché dicessero qualcosa ma anche così no, non han detto niente. Né con le buone né con le cattive hanno parlato”.

Interviene quindi il trentenne Maggiore Otto Pérez Molina (favorito alle presidenziali del 2011 in Guatemala) che procede alla lettura di una lettera o volantino: “L’artigiano povero lotta affianco all’operaio, il contadino povero lotta affianco all’operaio, la ricchezza è prodotta da noi poveri, l’esercito viene a prendere i contadini poveri, uniti abbiamo più forza e siamo invincibili, tutta la famiglia sta dentro la guerriglia”.
Continua Pérez: “Ecco c’è un’altra cosa importante. L’Esercito Guerrigliero dei Poveri (EGP), hasta la victoria, siempre”.

Il giornalista: “Allora qui stanno dicendo che l’esercito, insomma, ha ucciso della gente”.
Pérez Molina: “Esatto”.

Siamo nel cosiddetto “triangolo Ixil”, nel territorio maya della regione del Quiché, nel Nord-Ovest del Guatemala. Anno 1982: nel pieno della guerra civile, proprio nella sua fase più cruenta con stragi e rastrellamenti continui contro la popolazione. Più tardi, negli anni novanta, la Commissione per la Verità promossa dall’ONU col nome di “Memoria de silencio” avrebbe classificato queste operazioni come un vero e proprio genocidio contro le etnie di origine maya.

Pubblicato Martedî 13 Settembre 2011

di Maria Rossi

pugnolatino.jpg [Propongo un estratto dal libro di Maria Rossi Napoli, barrio latino che ho recensito per Carmilla qui link nel mese di agosto. Questo paragrafo tratta il concetto di America Latina e il tema dell'identità della comunità latino americana a Napoli ma anche, più in generale, nelle Americhe. Mi sembra un contributo importante, alla luce di un fenomeno migratorio che ci riguarda da vicino, all'interno di un secolare (!) dibattito che è una costante (forse più croce che delizia...) in tutte le sedi in cui si studiano la storia e la cultura di questa regione. Può intendersi anche come una replica all'articolo del 2010 L'invenzione dell'America Latina e del latino-americanismo . Fabrizio Lorusso]

La complessa articolazione relativa alla presenza dei latinoamericani in Italia traspare anche nel momento in cui è necessario stabilirne i tratti distintivi come gruppo d’indagine. Alain Rouquié ha scritto che è il concetto stesso di America latina che crea problemi e lo fa perché è espressione complessa, che rimanda a molteplici significati e punti di vista, mostrando, di volta in volta, nuove sfumature. Eppure l’eterogeneità a cui si fa accenno è caratterizzante di questo continente, il quale racchiude in sé forti similitudini e altrettanto significative contraddizioni, rompendo l’immagine di l’America Latina come un unico spazio geo-storico-culturale, all’interno del quale si è tentato spesso di racchiudere il continente, sottovalutando o eludendo le singolarità nazionali e le peculiarità di ogni paese.

Pubblicato Mercoledî 7 Settembre 2011

di Fabrizio Lorusso

NapoliMigrazioni.jpgMaria Rossi, Napoli, barrio latino. Migrazioni latinoamericane a Napoli, Edizioni Arcoiris, Salerno, 2011, pp. 256, € 12 [Qui]

Anni di ricerca e di studio sul campo si condensano in Napoli, barrio latino, un testo che apre uno scorcio doveroso, ormai urgente, sulla migrazione latinoamericana in Italia e, in particolare, nel napoletano. Sebbene le regioni maggiormente interessate dal fenomeno migratorio, dall’America Latina e dagli altri paesi, restino la Lombardia, il Lazio, il Piemonte, l’Emilia Romagna e il Veneto, anche la Campania, le Marche e la Sicilia mostrano, in termini assoluti e relativi, cioè in percentuale rispetto alla loro popolazione, un’importanza notevole e crescente della popolazione migrante. Questa non assume solo un significato a livello meramente numerico ma anche e soprattutto in termini economici, sociali e culturali. Maria Rossi ci offre una panoramica completa sulla migrazione e sui migranti, intesi come protagonisti dell’alterità e soggetti identitari e culturali in continua evoluzione che si devono destreggiare tra l’etnocentrismo discriminatorio della comunità ricevente e le spinte all’integrazione e all’appartenenza ad essa, oltre che a quella d’origine. La riformulazione costante dell’identità mista e della loro comunità di riferimento passa dal dialogo con la terra d’origine e con il nuovo insediamento, quindi l’Italia, quindi Napoli e il barrio latino.

Pubblicato Venerdî 19 Agosto 2011

Immag0006.jpg [Riporto, invitando alla diffusione, un appello che inizierà a circolare nei media messicani e italiani in difesa della memoria e dignità di Matteo Dean e suo fratello Federico, due amici scomparsi recentemente a distanza di meno di due mesi in due tragici incidenti. Contro la monnezza televisiva. L'appello denuncia un pessimo e criminale "giornalismo" televisivo (se così si può chiamare), incarnato dalla volgare conduttrice Fernanda Tapia e dal suo staff del programma El Almohadazo (la cuscinata) trasmesso in Messico dal canale 52 di Mvs TV, i quali hanno portato avanti per ben due puntate un'opera di scherno e denigrazione completamente gratuita che va denunciata con decisione e rabbia. Parole come "tonti" o battutacce che preferisco non tradurre in questo momento sono state alla base della trasmissione. Tutti i firmatari dal Messico all'Italia dubitano fortemente della serietà e della buona fede del gruppo Mvs Tv e di tutti i collaboratori del programma che potete guardare aprendo il link al video indicato nell'appello. C'è anche una pagina Facebook (qui) del canale in cui è possibile lasciare commenti e condividere l'appello, grazie dell'ascolto. F. L.]

Pubblicato Giovedî 11 Agosto 2011

di Fabrizio Lorusso

HolyWar.jpgGuerra Santa. O forse sarebbe più corretto parlare di guerra tra sante. Messicane e non solo. Vediamo nella foto una strana coppia divina.
Due splendide signore rispettate e amate anche se in modo diverso. C’è chi parteggia per l’una e chi per l’altra ma spesso entrambe sono venerate come parte di un’unica fede. Quando la crisi è nera e martellante, più santi ci sono e meglio è. Si sa.
L’originale Santissima Muerte e la classica Vergine Maria convivono ormai in molti spazi del globo e dell’anima umana.
Per le strade di Città del Messico, insieme all’ex apostolo San Giuda Taddeo, sono le più quotate.
Sono le protagoniste involontarie di una guerra di religione che vede da una parte la spontaneità popolare che crea e ricrea i propri culti a suo piacimento, anche fuori dalle istituzioni, e, dall’altra, l’imposizione gerarchica di chiesa (e stato) su anime e corpi, su liturgie e rituali.

Pubblicato Mercoledî 10 Agosto 2011

di Fabrizio Lorusso

Canada.jpgA Porto Principe, la capitale di Haiti devastata dal terremoto del 12 gennaio 2010 che ha fatto 250mila vittime, gli Stati Uniti mantengono la loro quarta ambasciata più grande del mondo. Due giorni dopo il terremoto migliaia di marines partirono armati fino ai denti per una “missione umanitaria” nella capitale haitiana, si stabilirono dapprima nell’aeroporto Toussaint-Louverture e poi in numerosi campi di sfollati sparsi per la città. Il principale era (ed è) quello di Delmas-Petion Ville, un’enorme tendopoli da 60mila persone che ospita sessantamila persone stipate in un ex campo da golf, costruito dai marines per lo svago delle classi agiate di Port-au-Prince durante la prima occupazione americana di Haiti nel ventennio 1915-1934. Fatto sta che alla fine di gennaio c’erano già oltre 20mila soldati americani operativi nei punti strategici della città per tenere sotto controllo la situazione, la distribuzione di aiuti languiva e il campo Delmas era passato sotto l’egida dell’esercito Usa e dell’Ong Catolic Relief Service patrocinata dall’attore Sean Penn. Dal canto suo la famigerata Minustah, cioè la missione dei caschi blu dell’Onu per la “stabilizzazione di Haiti”, è la terza per importanza nel mondo tra tutte le missioni delle Nazioni Unite e sull’isola s’incarica del controllo militare e svolge funzioni di polizia da ormai 7 anni.

Pubblicato Martedî 28 Giugno 2011

di Matteo Dean

MatteoDeanBrujula.jpg[Ho deciso di tradurre in italiano un testo chiamato “Hacer comunidad”, un manifesto dell’’anima e dell’azione che Matteo Dean, amico giornalista recentemente scomparso a Città del Messico, aveva scritto e postato nel suo blog qualche anno fa. Il brano è stato letto da Diego Lucifreddi durante la serata commemorativa del 16 giugno scorso all’Istituto Italiano di Città del Messico in cui s’è provato a ricomporre il puzzle delle tante iniziative di cui Matteo s’occupava in questo lato del mondo. In quel blog, dove trovate il testo originale in spagnolo, si annunciavano e si seguivano le attività comunitarie del barrio di Tepepan in cui Matteo viveva e lavorava a molte iniziative autonome per il quartiere. Quindi “Fare comunità” s’ispira anche a quelle esperienze e ne ha poi a sua volta motivate tante altre con colleghi e compagni nella Gran Ciudad de México. Fabrizio]

Quando il freddo arriva nella terra delle anatre, all’improvviso, senza che nessuno dica niente, senza che vi sia un’assemblea che lo decida, una qualunque di loro si alza in volo. Il becco dritto verso sud e le ali che sbattono con la forza della voglia di stare meglio. Questa prima anatra si alza in volo e, senza che si debba voltare per dirlo, le altre si alzano in volo e la seguono. Non chiederanno mai nulla perché conoscono la ragione del volo. Quando la prima anatra si stanca, si fa da parte e quella dietro di lei la sostituisce in prima linea. E così fino ad arrivare alla meta. Alla fine del viaggio tutti avranno guidato il gruppo e nessuno potrà dire che c’è un capo, un dirigente. Tutti avranno partecipato, tutti avranno diretto di comune accordo.

Pubblicato Venerdî 24 Giugno 2011

di Fabrizio Lorusso

Matteo(Small).JPGNel pomeriggio dell’11 giugno abbiamo perso un amico vero. Penso che qualunque cosa possa scrivere oggi non sia adeguata né completa ma ci provo senza troppe pretese. Matteo Dean, Migrante. Giornalista. Professore di Linguacultura Italiana. Què màs? Luchador Social. Attivista. Le liste sono comunque inutili, insufficienti. Per molti di noi il Messico è qualcosa di strano, surreale, improbabile, piacevolmente pericoloso, un posto in cui perdersi e riscoprirsi. Ma è anche violenza e morte, è rottura dell’incanto e caduta libera nel vuoto quando meno te l’aspetti. Le lezioni d’italiano, il lavoro, il sole forte, una mattina, i pettegolezzi, gli sguardi, le donne, gli uomini, il caffè, l’accento di Trieste, il milanese, il romano, cose semplici. Ma anche il caso e l'inspiegabile. Come un pranzo alle 4 o alle 5 del pomeriggio, sempre tardi visto che qui l’orario non importa. Matteo stava arrivando da lontano, con la moto, per essere dei nostri. Una pasta un po’ scotta e un mezcal per buttarla giù. Meglio di niente.

Pubblicato Martedî 14 Giugno 2011

di Vittorio Sergi

MatteoDean.jpg[Sabato 11 giugno, in un tragico incidente stradale, è morto un collaboratore di Carmilla: Matteo Dean, di soli 37 anni, italiano residente in Messico, giornalista, ricercatore. Dava il suo apporto prezioso a varie testate italiane e messicane, tra cui la nostra (vedi qui, qui e qui). Lo ricordiamo con commozione attraverso le parole di un suo amico molto stretto, Vittorio Sergi.] (V.E.)

“lento
viene el futuro
con sus lunes y marzos
con sus puños y ojeras y propuestas
lento y no obstante raudo
como una estrella pobre
sin nombre todavía"

Mario Benedetti, “Lento pero viene”

Nella notte tra sabato e domenica Matteo è morto, nel pieno della sua vita, della sua lotta, dei suoi amori. E' morto nel Messico che amava e che insieme a lui in tanti abbiamo imparato ad amare con la sua gente, la sua terra dura e vitale, la sua disperazione e la sua magia.

Pubblicato Martedî 14 Giugno 2011

di Fabrizio Lorusso

DSCN2745(Small).JPGSaranno stati i tentativi di scippo dei referendum del 12-13 giugno, le notizie dalla Spagna degli indignados e anche quelle dall’Italia degli ultimi mesi. Sarà stato forse l’eco del berlusconismo decadente che arriva oltreoceano insieme all’inquietudine su ciò che verrà dopo la “fine della bestia”. Comunque era da tanto che non si vedeva un risveglio così creativo e dinamico della comunità italiana in Messico o almeno di alcune sue parti attive e coese. A queste latitudini – anche se non credo fosse troppo diverso in Europa e in Italia, almeno prima del risveglio autunnale culminato il 14 dicembre – sembravano affievolite la voglia di cambiamento, l’idea di riunirsi per uno scopo comune (soprattutto politico ma anche sociale), la lotta per informarsi e informare, cominciando fuori dai circuiti ufficiali per poi utilizzarli come cassa di risonanza, e la volontà di formare spazi nuovi per partecipare e immaginare una comunità. Si parte da una semplice e fredda mailing list per recuperare interessi e attività, per tornare a lavorare dentro e fuori dalla virtualità per uno scopo comune. Non si tratta di grandi numeri, delle famose “masse”, ma il coinvolgimento è comunque grande, soprattutto rispetto al numero ufficiale di residenti in terra azteca che sono solo alcune migliaia, e scava in profondità nel reale, non più solo in rete.

Pubblicato Martedî 7 Giugno 2011

ernesto-sabato-2-sized.jpg[La morte dello scrittore argentino Ernesto Sabato ha dato luogo, nella stampa rioplatense come nella blogsfera italiana, a reazioni molto polarizzate, come contraddittorie del resto erano spesso le prese di posizione dell'autore di Sopra eroi e tombe. Come curatore di Argentinazo ho accolto volentieri un contributo che elogia le capacità narrative di Sabato, ma devo anche precisare che, pur riconoscendo la bellezza di tante pagine di Sabato, non riesco a giustificare alcune sue cadute sul piano politico. Sicuramente è importante che si conosca l'opera di questo autore, come del resto sarà interessante rileggere Prima della fine, la sua autobiografia, che uscirà il prossimo autunno in una nuova traduzione per le edizioni Sur. Intanto proponiamo un ricordo di Sabato di un suo appassionato lettore, Alessandro Morera, seguito da un mio articolo – già pubblicato qui su Nazione Indiana – in cui focalizzo più criticamente il percorso extraletterario dello scrittore argentino. Segnalo infine alcuni articoli – tra altri - raccolti sul blog delle edizioni Sur curato da Raul Schenardi: una recensione di Sopra eroi e tombe di Stefano Gallerani, pubblicata su Alias; una rassegna stampa ispanoamericana redatta dallo stesso Schenardi; un contributo di Francesca Lazzarato apparso su Il Manifesto e una memoria di Massimo Rizzante su Nazione Indiana] Alberto Prunetti

Pubblicato Sabato 28 Maggio 2011

[trillo.jpgSe n'è andato Carlos Trillo, figura di spicco delle historietas argentine. Tra i fumetti da lui sceneggiati Argentinazo aveva di recente segnalato L'eredità del colonnello, pubblicato in Italia dalla Coniglio Editore. Per ricordarlo, proponiamo due contributi prelevati da Radar, supplemento culturale del quotidiano argentino Pagina/12: un ricordo dello scrittore Guillermo Saccomanno e una nota biografica redazionale. Cogliamo l'occasione per linkare alcuni luoghi che gli appassionati della letteratura e delle vicende politiche e culturali del paese australe non possono non frequentare: la Rassegna Argentina del giornalista Luca Gricinella; il blog Sur, costola del nuovo progetto editoriale Sur, curato dal traduttore Raul Schenardi; infine la voce degli emigrati in Argentina d'ultima generazione, L'Argentina] Alberto Prunetti

Trillo
di Guillermo Saccomanno
Potrei unire i nostri nomi con un mucchio di aneddoti personali. Perché siamo stati per anni una firma comune nel mondo del fumetto. Le avventure editoriali che affrontammo in tempi avversi erano audaci quanto incoscienti: ridevamo della dittatura.

Pubblicato Martedî 24 Maggio 2011

di Fabrizio Lorusso

MarchaPazMex030(Medium).jpgCittà del Messico. Domenica otto maggio duemilaundici. “Grazie per pensare al nostro futuro”. E’ la frase scritta con un pennarello blu su un foglio da disegno che un bambino dall’espressione serissima e rispettosa mostra ai manifestanti della Marcha por la Paz (Marcia per la Pace). Dalle sette del mattino sempre più persone si sono aggiunte alla carovana pacifica convocata dal poeta e giornalista Javier Sicilia che è partita giovedì scorso da Cuernavaca, capoluogo della regione di Morelos a un’ottantina di chilometri a sud della capitale messicana. Dopo il brutale assassinio di suo figlio Juán Francisco Sicilia, Javier ha catalizzato l’attenzione dei media e s’è fatto portavoce di migliaia di vittime colpite e addolorate che non vengono ascoltate dalle autorità e che vogliono ribellarsi all’impunità dilagante (circa il 98% dei reati nel paese non viene punito) e all’indifferenza ufficiale. Il bambino immobile col suo cartello sta seduto sul ciglio dell’immensa avenida Río Churubusco di Città del Messico mentre decine di persone s’affannano a fotografare lui e il suo messaggio che meglio di tutti riassume l’intensità e la speranza nascoste nelle sfide di un Messico tormentato dalla famigerata “guerra al narcotraffico”.

Pubblicato Martedî 10 Maggio 2011

di Alejandro Brittos

erp1975-b.jpg[L'intervista a Luis El Nono Ortolani, uno dei superstiti della fallimentare evasione dei guerriglieri argentini da un carcere della Patagonia nell’agosto 1972, è stata pubblicata in italiano, nella traduzione dello scrittore Marino Magliani, sul periodico "Il Reportage", numero 1, gennaio-marzo 2010. La riproduciamo su Carmilla ringraziando il traduttore e l'editore] A.P.

Luis “el Nono” Ortolani fu uno dei fondatori del Partido revolucionario de los trabajadores (Prt) nel 1965. Partecipò allo storico IV Congresso del Prt che nel 1968 inizia il cammino della lotta armata in Argentina con la creazione dell'Ejercito revolucionario del pueblo (Erp), di cui fu anche membro del Comitato Centrale. Fu lui a trattare con l’esercito argentino la resa dei carcerati politici che tentarono una clamorosa, fallimentare e tragica fuga di massa dal carcere argentino di Rawson, nel deserto della Patagonia. Era il 15 agosto del 1972, un anno di attacchi durissimi della guerriglia argentina contro la dittatura di Lanusse. I fuggitivi erano divisi in tre gruppi: i capi militari dell’Erp, delle Far e dei Montoneros nel primo, 19 rivoluzionari nel secondo, 85 nel terzo. I primi riescono a fuggire e a salire su un aereo che li porterà nel Cile di Allende e poi a Cuba. Quelli del secondo gruppo non ce la fanno e verranno fucilati dai militari, dopo estenuanti trattative anche in diretta tv, in una sala dell’aeroporto il 22 agosto. Quelli del terzo gruppo, rimasti in carcere, si barricano dentro e si arrendono il giorno 16.

Pubblicato Martedî 3 Maggio 2011

di Fabrizio Lorusso

Altar1.jpg

Città del Messico, tramonto, comunque 2011. Ho l’onore di presentarvi l’ormai inconfondibile Santísima Muerte la quale ci parlerà di se stessa e del suo culto in Messico per la prima volta nella storia. Verso sera, all’incrocio uggioso tra le malfamate vie Ferrocarril de Cintura e Avenida del Trabajo, siamo alle porte del già noto e famigerato quartiere del centro della capitale, il barrio bravo Tepito. O Tepis per gli amici. La Santa arriva puntuale e accaldata, ci sediamo su una panchina nera, appartati dalla vista dei passanti e dal rumore dei venditori ambulanti che si ritirano dopo una giornata di avventure commerciali e piratesche. Il pomeriggio è afoso e inquinato, il mio Mp3 digitale comincia a registrare la portentosa vita della Morte. Amen.

Pubblicato Mercoledî 27 Aprile 2011

di Fabrizio Lorusso

gianni.jpgPuerto Escondido, Messico. Ci avevano già provato esattamente quattro mesi fa e ora ci sono riusciti. Il giornalista italiano residente nella città meridionale di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, è stato espulso ed è stato costretto a partire per Roma con un volo da Città del Messico alle 7 pm del 15 aprile. In base all’articolo 33 della Costituzione messicana il governo, attraverso gli uffici decentrati e i funzionari dell’Istituto Nazionale della Migrazione (INM), ha la facoltà di deportare a suo piacimento (la chiamano “discrezionalità”) le persone indesiderate.
E’ una norma che fu pensata all’epoca in cui gli stranieri intervenivano pesantemente nella politica nazionale e in più occasioni (vedi invasioni statunitensi e francesi in Messico) minacciarono concretamente la sovranità e l’indipendenza del paese. Da molti anni ormai viene utilizzato come spauracchio contro i giornalisti, gli attivisti e gli stranieri in generale anche se a volte purtroppo la minaccia si concretizza più facilmente e rapidamente di quanto ci si possa immaginare.

Pubblicato Sabato 16 Aprile 2011

di Fabrizio Lorusso

Schiavidiroma.jpgVisto da loro e un po' anche da me, tengo a precisare. Nell'ultima settimana ho usato uno spot (vedi video sotto) del Ministero della Difesa e della Federazione Italiana Gioco (o Giuoco) Calcio, la FIGC, come materiale didattico per le mie lezioni di linguacultura italiana all'Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico. Gli studenti messicani hanno reagito in diversi modi e hanno aumentato progressivamente il loro livello di consapevolezza e di critica sull'immagine e la realtà del nostro paese. Il livello dei gruppi, composti da 8 persone ciascuno, è avanzato, cioè C1 e C2 del quadro europeo, e l'età media è intorno ai vent'anni nel C2 e ai 25 nel C1. Tutti sono laureati o studenti universitari e superiori. Come quasi sempre accade, in classe c'è una quota di cantanti d'opera e appassionati d'arte, moda e disegno (industriale e non...), ci sono un po' di avvocati e politologi, alcuni studenti dei licei (spesso privati) e anche dei piccoli imprenditori, degli aspiranti traduttori e dei professori universitari di varie facoltà, da filosofia a economia.

Pubblicato Sabato 19 Marzo 2011

di Fabrizio Lorusso

PresuntoCulpable.jpg"In Messico non basta essere innocenti per essere liberi". Accusato d'omicidio senza alcuna prova, Antonio (Toño) è stato condannato a vent'anni di prigione che comincia a scontare nel reclusorio oriente di Città del Messico. Due giovani avvocati, dottorandi in legge negli Usa, decidono di riaprire il caso ed è così che comincia una lotta eroica per la libertà che non ha precedenti in Messico. In un paese dove il sistema giudiziario fa acqua da tutte le parti, la corruzione è endemica nei vari livelli dell'amministrazione della giustizia e il 41% dei 232mila detenuti resta in attesa di giudizio per mesi e mesi, un documentario reality che, con la camera a mano, mostra alla gente cosa succede veramente nei tribunali e nelle prigioni non poteva non suscitare un immenso scalpore e un sano e diffuso sentimento d'indignazione popolare. Presunto Culpable (Presunto Colpevole), diretto da Roberto Hernàndez e Layda Negrete, viene a confermare la percezione e la realtà di un sistema che premia la menzogna e la mazzetta sulla verità e la giustizia e in cui il principio della presunzione d'innocenza, sebbene ribadito da una recente riforma costituzionale, è sempre stato disatteso, se non del tutto ignorato, dalla giurisprudenza e dalla prassi delle autorità competenti a tutti i livelli.

Pubblicato Mercoledî 9 Marzo 2011

di Fabrizio Lorusso

SantaCumple.jpgLa nota del Corriere della Sera, sezione esteri, di cui parlavo nella prima parte di questo articolo è stata ripresa da altri siti che la citano, la riassumono e ne mettono in evidenza ulteriori dettagli interessanti. Vediamone alcuni estratti per approfondire la rassegna.

A dire il vero – come è ovvio che sia – non si tratta di una santa riconosciuta dalla Chiesa (benché i suoi seguaci si dichiarino cattolici), ma di un rito legato per alcuni ai Maya, per altri risalente al XVIII secolo.
Non so chi abbia legato specificamente al popolo Maya l’origine del culto alla Santa Muerte ma sarei curioso di scoprirlo. Spesso si diffondono evidenti confusioni tra popoli e epoche diverse della storia di quest'angolo di mondo. C’è da dire che effettivamente alcuni “etno-nazionalisti” messicani fanno risalire la nascita del culto alla Santa Muerte al Messico precolombiano dei Mexicas (o Aztechi) e, ancora prima, alle popolazioni dell’area culturale e geografica che Paul Kirchhoff chiamò Mesoamerica e che includerebbe anche la regione dei Maya, cioè il sud est messicano, il Guatemala, El Salvador e l’Honduras.
In realtà restano alcuni tratti di una peculiare visione del mondo e alcune tradizioni in certe zone, ma numerose pratiche rituali, religiose e funerarie si sono evolute radicalmente, si sono perdute o si sono fuse con altre a partire da un’eredità precolombiana eterogenea fino ad arrivare al Messico moderno. Il tema è complesso e dibattuto e non può certo esaurirsi qui. Basti sapere che una buona parte di quello che oggi ci viene propinato come "precolombiano" originale o "tradizionale" indigeno, dai rituali al cibo, dai vestiti a certe manifestazioni culturali, è in realtà una rielaborazione posteriore spesso promossa da statisti del secolo XX (come l'ex presidente Làzaro Càrdenas) e partidari del cosiddetto indigenismo.

Pubblicato Martedî 8 Febbraio 2011

di Alberto Prunetti

[Ultima puntata di segnalazioni argentine tradotte in italiano. Per sapere quali sono i titoli argentini più interessanti pubblicati nel 2010, rimando a un articolo di Silvina Freira pubblicato su Pagina/12 e tradotto da Maria Rosaria Bucci sul blog L'Argentina] A.P.

mondiali della vergogna.jpgPablo Llonto, I mondiali della vergogna, Roma, Alegre, 2010, traduzione di Rossella Lauritano, 15 euro.
Da bambino per un po' i miei miti sono stati un calciatore e un allenatore: Mario Kempes e “el flaco” Menotti. Nel 1978 avevo appena cinque anni, ma ancora per un paio di anni le loro figurine sono state le più scambiate nelle aule del biennio delle elementari. Capirete che quando mi sono trovato in mano questo saggio (e la prima volta è successo nella libreria delle Madres de Plaza de Mayo, editrici dell'originale), il mio interesse era più che giustificato. Anche per rimettere in discussione certe infatuazioni dell'infanzia. Il saggio di Pablo Llonto è un ottimo lavoro di storia del calcio applicata a quel caso abnorme e veramente vergognoso che è stato il mondiale argentino del '78, che la dittatura ha utilizzato a fini propagandistici. Ci sono aneddoti, retroscena e pagine di storia, elaborate dall'autore con estrema perizia. E intrecci al solito inquietanti: quelli ad esempio tra Havelange, presidente per tanti anni della Fifa, e la giunta militare argentina. Oppure la storia della semifinale dell'Argentina col Perù (6 a 0 per i padroni di casa), quasi sicuramente comprata.

Pubblicato Domenica 6 Febbraio 2011

di Fabrizio Lorusso

santamuertevelas.JPGVorrei scagliare nel www una critica costruttiva per evitare che anche in Italia la figura e il culto messicano della Santa Muerte vengano mistificati. La speranza è che non diventino un’esca succosa e stereotipata per pigri giornalisti che riportano fonti di terza mano e cercano la notizia facile anziché indagare sulle origini dei fenomeni sociali e dei loro relativi problemi. Infatti dall’inizio di quest’anno si sono moltiplicati in rete i post e le note in italiano sulla devozione alla Santa secondo una linea “sensazionalista” che molto probabilmente si rifà ad analoghi articoli tendenziosi usciti su vari siti e giornali in inglese e spagnolo. Spesso ci si occupa della frontiera Messico-Usa come fosse un immenso teatrino di marionette sataniche e narcos tatuati.
Il problema generale è la cornice di esotismo e superficialità con cui ancora oggi vengono trattati molti temi latino americani e messicani, in particolare la violenza, il narcotraffico, la migrazione, l’emarginazione e la povertà nelle metropoli, la storia e la cultura popolare, indigena o meticcia che sia. E se poi nei racconti e nelle immagini, nel contenuto del quadro, si piazzano un po’ di rosso sangue a macchie, qualche luogo comune e un mix al gusto di astratti misteri, ben venga per stampa e Tv. E pure per Internet, chiaro. Al tutto gli si dà un bel titolo che menzioni dei sacrifici umani, una santa mortale e oscura, un po’ di vittime, droga e sparatorie. L’espediente fa molta scena e genera visite (o vendite sul cartaceo).

Pubblicato Mercoledî 2 Febbraio 2011

di Fabrizio Lorusso

fogatabis.jpgAnche un botto di italiani all’estero odia Battisti e tutti coloro i quali hanno firmato l’appello in suo favore e con fervore nel 2004. E pure loro vogliono visibilità e amano fare “la politica”.
Ecco alcuni sentori da terra americana riportati a caldo. S’espandono a macchia d’olio (di ricino) le loro pretenziose azioni d’inesistenza civile per voler riaffermare una carta d’identità smarrita “ci siamo anche noi, dateci seggi, pane e...già si sa” - dichiara un’anonima protestante di origini veneziane, alias La Asesora Serenissima.
Continua “l’assessuora”: “somos estanchi, alla proxima elecsione del parlamento ci candidiamo anche nosotros con ITALIA e adesso bruciamo i libri per solidaridad, così ci cacano un poquito estos caprones de Roma. Il seggio per los italianos all’estero sarà nuestro, capito?”. A seguire le notizie.

Pubblicato Venerdî 21 Gennaio 2011

di Alberto Prunetti

spregelburd.jpgDalle Ande agli Appennini, arrivano dall'Argentina una serie di titoli sotto la spinta della Fiera del Libro di Francoforte (col paese australe ospite d'onore) e dietro l'impulso del Programma di traduzione Sur, che ha premiato molte traduzioni con un fondo di 2300 dollari. Alcuni li abbiamo già recensiti, altri appariranno in un prossimo post su Argentinazo. Stavolta proponiamo una veloce carrellata su testi di generi distinti: noir, poliziesco per l'infanzia, teatro, racconti.
Prima di tutto va però segnalato un capolavoro che male si configura in un genere. Non è l'ultimo bestseller, ma un testo oscuro, sconosciuto in Italia eppure considerato da molti studiosi una delle pietre miliari della fondazione mitica della letteratura argentina: Il mattatoio di Esteban Echeverría (Roma, Portaparole, 2010, traduzione di Ana Valeria Dini, 14 euro), scritto nel 1839, pubblicato postumo molti anni dopo in Argentina e finalmente consegnato ai lettori italiani in una raffinata edizione bilingue per i tipi di Portaparole. Un testo che si può leggere guardando alla contemporaneità dell'autore, come atto di denuncia della violenza e della repressione, della tirannide e del conflitto che nel XIX secolo opponeva in Argentina unionisti e federali, interior rurale e zona costiera, latifondo e capitalismo, feudalesimo e liberalismo. Ma “El Matadero” si può anche leggere come tragica profezia sul destino violento del paese.

Pubblicato Giovedî 30 Dicembre 2010

di Alessandra De Luca

Silva.jpgVista dall’Europa Maria Osmarina Marina Silva Vaz de Lima, meglio conosciuta come Marina Silva, è semplicemente la candidata Verde che, con il 19,3% di preferenze, alle ultime elezioni brasiliane si è frapposta a sorpresa fra Dilma Rousseff, la ex guerrigliera candidata di Lula e futura vincitrice, e il “moderato” José Serra. E’ stata lei l’ago della bilancia delle elezioni presidenziali di uno Stato, il Brasile, che occupa quasi il 50% di tutta l’America Latina e che fa parte del BRIC, il gruppo di paesi dalle economie più emergenti ed aggressive del pianeta. Il fatto è che Marina oltre a essere Verde è anche evangelica. Appartiene per l’esattezza all’Assembléia de Deus, la setta pentecostale più diffusa in Brasile che, con i suoi 8 milioni e mezzo di seguaci, ha votato in larghissima parte per lei assieme a tutti gli altri evagélicos. Il Brasile è attualmente il paese col maggior numero di pentecostali al mondo, primato che si è conquistato scalzando persino gli Stati Uniti che, se invece parliamo di evangelici in generale, continuano a detenere un primato assoluto: 44 milioni contro i 27,6 del Brasile.

Pubblicato Martedî 21 Dicembre 2010

di Alberto Prunetti

soriano_bayer.jpg[Intervistai Osvaldo Bayer (nella foto con Soriano) a Buenos Aires nel 2005 per conto de Il Manifesto (qui) e parlammo molto della sua amicizia con Osvaldo Soriano. Una parte di quell'intervista non venne mai pubblicata. L'avevo prima inserita nel mio romanzo Il fioraio di Perón, poi la tolsi, forse perché offre un'immagine “sorianesca” di Bayer che stupirebbe molti argentini. Finalmente la pubblico su Carmilla assieme ad altri aneddoti relativi alla Fiera di Francoforte del 1976 (quella dedicata alla letteratura Latinoamericana) e alle vicende dei letterati argentini esuli in Europa negli anni Settanta. Siamo davanti alla casa di Osvaldo Bayer, in un angolo del quartiere “tedesco” di Belgrano. Proprio sulla soglia, davanti alla scritta “El tugurio”. Così Soriano aveva ribattezzato quella casa piena di libri e ritagli di giornale in cui dopo la fine della dittatura andava a cena ogni mercoledì.] A.P.

_Osvaldo, sarebbe troppo chiederti un passaggio in macchina fino al mio albergo? Sta in centro, non lontano dall’obelisco.
_Lo siento, amigo. Non posso. E non prendertela con me, ma con Osvaldo Soriano.
_Che c’entra Soriano?
_Non sai che ho smesso di guidare per colpa di Soriano?
_Come sarebbe a dire?

Pubblicato Martedî 7 Dicembre 2010

di Fabrizio Lorusso

bannerhaiti.jpgCon questo post voglio presentarvi un progetto a cui collaboro dal mio remoto rifugio di Città del Messico e che si realizza grazie a tante persone, vicine e lontane, che s'interessano alla drammatica situazione di Haiti ai tempi del colera, a quasi un anno dal terremoto devastante che, solo per un po', ha suscitato l'attenzione del mondo e dei media. Il progetto, curato dalla Scuola di Pace di Roma, è agli inizi e ha bisogno di diffusione e sostegno. Si basa sulla solida esperienza dei volontari e delle organizzazioni coinvolte e sull'azione congiunta di haitiani e persone volenterose di tutto il mondo che amano Haiti e il suo popolo. Nasce dall'idea che è necessario aiutare e portare solidarietà, ma ogni aiuto deve favorire le possibilità di ripresa e autogestione degli haitiani, per poter uscire dall'impoverimento in cui il mondo li ha messi.

Pubblicato Martedî 30 Novembre 2010

di Alberto Prunetti

giardinelli.jpgPrende avvio su Argentinazo la segnalazione di opere argentine pubblicate in Italia negli ultimi mesi con tre titoli di scrittori che hanno attraversato gli anni bui della dittatura: Mempo Giardinelli, Raúl Argemí e Antonio Dal Masetto. Tre libri accomunati dalla sensibilità politica degli autori - appartenenti a quella generazione che ha superato con molte ferite la temperie degli anni Settanta - e da un'ambientazione che sfugge alla focalizzazione prospettica concentrata su Buenos Aires. Tre libri, tre scrittori argentini. Raúl Argemí, nato nel 1946, ha militato in una formazione guerrigliera e ha scontato 10 anni di carcere (detto per inciso, oggi, a ragione, è uno dei più apprezzati scrittori argentini, assieme a penne di valore come Miguel Bonasso o Horacio Verbitski: fosse vissuto in Italia, paese che non ha fatto i conti con la memoria e la repressione giudiziaria del radicalismo politico degli anni Settanta, lo chiamerebbero ancora “terrorista”). Mempo Giardinelli (1947) ha trascorso in esilio a Città del Messico gli anni della dittatura di Videla e complici (1976-1983), mentre Antonio Dal Masetto (1938) è uno scrittore italo-argentino emigrato in Sudamerica all'età di 13 anni che in Italia, suo paese d'origine, meriterebbe una conoscenza più approfondita.

Pubblicato Sabato 27 Novembre 2010

di Fabrizio Lorusso

colera.jpgDa qualche settimana a questa parte, l’attenzione dei mass media internazionali è tornata un po' a intermittenza a concentrarsi su Haiti, a causa dello scoppio di un’epidemia di colera nelle regioni centro settentrionali (nei pressi di Saint Marc) e dell'altissima probabilità che la piaga s'estenda massicciamente fino al cuore della capitale. A Porto Principe, infatti, 1354 campi d’accoglienza, allestiti d’urgenza con tende e teloni di plastica, ospitano in condizioni estremamente precarie e miserevoli oltre un milione e trecentomila di persone che hanno perso le loro case a causa del terremoto del 12 gennaio 2010. Fanno scalpore nei TG italiani anche le notizie delle due vittime rimaste sul campo nella città settentrionale di Cap-Haitien in seguito alle manifestazioni popolari (provocate dall'esasperazione della gente, dalle tensioni preelettorali e dalla convinzione generale che il colera sia stato reintrodotto nel paese dai caschi blu nepalesi) che sono state represse a colpi di mitra dalla Minustah, la forza "di pace" dell'ONU che svolge funzioni di polizia e militari ad Haiti. Si parla nuovamente di morti, più di 1100 in meno d'un mese per l'epidemia, dei primi contagi nella vicina Repubblica Dominicana e le ultime notizie ci riportano in quest'angolo dimenticato dei Caraibi per immortalare l’ennesima crisi umanitaria. Paradossalmente, per l’accresciuta attenzione mediatica dedicata al dramma del colera, è stata interrotta per un po’ la spirale di silenzio e indifferenza che s’era creata sulla situazione del paese caraibico, il più povero dell’emisfero occidentale che solo alcuni mesi fa è stato colpito dalla peggiore catastrofe naturale della storia moderna: un terremoto del grado 7,3 della scala Richter ha devastato la capitale, una metropoli da due milioni d’abitanti, e altri centri urbani limitrofi come Leogane e Carrefour facendo oltre 250.000 vittime e obbligando centinaia di migliaia di sfollati e senzatetto a vivere per la strada o in tendopoli “provvisorie”.

Pubblicato Giovedî 18 Novembre 2010

di Fabrizio Lorusso

Immag0120.jpgImmagine. Vita, viaggio e delirio da Città del Messico, la capitale in movimento, come recitano gli slogan apposti sugli emblemi e gli scudi del gran Comune messicano. Lo so, non è la prima volta che lo dico, ma la memoria, come le bugie pubbliche e private, ha le gambe corte. Da solista John dal nord commuoveva e cantava con vena pop “…imagine all the people, living life in peace”. Ecco, allora non venire qua al sud, per adesso. Qua non ci si annoia mica, al massimo si spara: quasi quasi son 30mila morti nei 4 anni di governo dell’Onorevole Presidente Fecal (abbreviazione giornalistica per “Felipe Calderon”). Qui c’è il disagio giovanile imperante, anche se poi una risata e una dose ragionata di valemadrismo, cioè “menefreghismo” in spagnolo, prevalgono e sconfiggono il male, la guerra e il tedio, tanto per chiarire. Per esempio, immagina un po’ di fotografare un pesce spacciato per fresco e immortalare i suoi occhi intrisi di rosso spento, due perle dei Caraibi che, a guardarle bene, sono una coppia di cadaveriche protuberanze, una a destra e una a sinistra, come in politica. Son simili a quelle dell’onesto e appassionato fumatore di ganja coi capillari eccitabili ma…che dire? Da un pesce non te l’aspetti. Magari fosse un po’ stonato dal fumo anche il huachinango, quella specie di dentice ritratto in esclusiva per voi lettori dall’impavida camera integrata nel mio cellulare: forse lui, pescato mesi fa, così potrebbe sorridere ancora . Invece no.

Pubblicato Martedî 16 Novembre 2010

di Alberto Prunetti

nestor-kirchner.jpgLa notizia dell'improvvisa morte di Néstor Kirchner, in coincidenza con un memorabile censimento che ha aperto le case argentine alle visite di migliaia di ragazzi incaricati delle operazioni censuarie, ha avuto una eco limitata in Italia, paese che si interroga da giorni sulla sorte delle minorenni buttate in un pozzo o nei lettoni di Putin. In America Latina invece se ne è parlato a lungo. Per validi motivi.

Néstor Kirchner è diventato presidente nel 2003, in un contesto sociale e politico in cui i precedenti mandatari erano stati ripetutamente costretti alla fuga (anche in extremis dai tetti della Casa Rosada) da una delle più conseguenti insurrezioni popolari degli ultimi anni. Quasi sconosciuto, periferico coi suoi modi patagonici, circondato da barzellette sul tipo “flaco y feo” con la moglie appariscente, N.K. è salito alla Rosada in un momento in cui nessuno pensava di poterlo fare impunemente e in maniera duratura.

Pubblicato Sabato 6 Novembre 2010

di Alberto Prunetti

gaucho.jpgUn quilombo. Un cambalache. Un casino pazzesco. Una boluderia, come si dice in Argentina. Va bene il polpettone per gli italiani decervellati e cretinizzati dalla televisione del Pere Ubu. Va bene il feuilleton di prima serata e la telenovela risciacquata nell'Ombrone. Ma l'Ombrone dov'è, in questa Terra ribelle di Cinzia TH Torrini? Manca solo che nella prossima puntata i butteri prendano il largo come Garibaldi da Cala Martina e superata l'Elba occupino le Malvinas per restituirle al sagrado suolo argentino, dopo aver fatto scempio delle pecore di Angli e Sassoni. Maremma argentina? Pampa gringa? Non lo so, non ci si capisce nulla. O forse ci capisce qualcosa solo chi no entiende nada di Maremma e d'Argentina, ni cagando. Certo, con un po' d'ironia postmodernista si potrebbe dire che è stato un gioco straniante, che bisognava capire, decostruire, fare esercizio dì citazione e d'ironia... forse qualcuno mi accuserà di culto della fedeltà. Di tradizionalismo. Che tanto è prassi comune ricostruire il far west in Spagna e la Spagna a Matera. Che non è una delocalizzazione bensì una decostruzione ironica, basta menate da vetero-realisti. Che era solo uno scherzo e non avete capito.

Pubblicato Domenica 24 Ottobre 2010

di Fabrizio Lorusso

Immag0119.jpgMessico, anno di grazia 2010. Siamo a cento anni dallo scoppio della Revolución e a 200 dall’inizio della guerra d’indipendenza vinta contro la Spagna decadente. Proprio quella Spagna che all’inizio dell’ottocento non poteva più permettersi di pensare all’America dorata e lontana e si trovava, invece, invasata, invasa e vagamente distratta dalle truppe napoleoniche dilaganti tra vigneti e mulini a vento. Insomma, c’è di che festeggiare per quest’anno. Non è che qui, in generale, manchino le occasioni, anzi, sappiamo che si segue scrupolosamente la regola della festa quotidiana di “non compleanno” per partecipare a sfide alcoliche improvvisate e ad assembramenti casalinghi incontrollabili e feroci.

Pubblicato Martedî 19 Ottobre 2010

di Osvaldo Bayer

200px-LaPatagoniaRebelde-1974.jpg[Una volta tanto mi ritrovo a proporre per la rubrica Argentinazo un articolo animato da uno spirito idealista, alla maniera della pubblicistica anarchica di un tempo. Pubblicato pochi giorni fa sul quotidiano argentino Pagina/12 e riadattato dal redattore di Carmilla, è una memoria dalla Fiera del libro di Francoforte firmata dallo scrittore Osvaldo Bayer] A.P.

Cammino per questa fiera del libro definita con orgoglio “la più grande al mondo”. Un merito, senza dubbio.

Libri, libri, libri. Dico a me stesso: ecco cosa trovo nel paese che forse è stato il più grande esportatore di armi del pianeta.

Un tempo il mauser e la croce di ferro erano i simboli della virilità nobile. E ora i libri, con personaggi e fantasie che spuntano dalle copertine e ci invitano ad aprirli.

Pubblicato Venerdî 15 Ottobre 2010

di Alberto Prunetti

haroldo conti.jpgOrmai gli inserti culturali di tutti i quotidiani dedicano spazio all'Argentina, ospite d'onore alla Fiera di Francoforte. I nomi della vecchia guardia (Borges e Cortázar, ad esempio, peraltro profondamente antitetici nei valori letterari, biografici e politici che esprimevano) sono citati solo negli incipit degli articoli, per lasciar spazio alla nuova generazione di scrittori argentini che tutti i commentatori si augurano di vedere tradotti presto in italiano. Si fanno i nomi di scrittori “giovani”, termine che in Italia include anche i cinquantenni: Claudia Piñeiro e Alan Pauls, ad esempio. Non sono certo in disaccordo, e mi auguro anch'io di trovarli presto nel mio scaffale. Eppure ci stiamo dimenticando di qualcuno.

La generazione assente
In Argentina è scomparsa un'intera generazione nel corso dell'infame dittatura militare di Videla e soci degli anni 1976-1983. La dittatura ha colpito gli oppositori politici con l'assassinio, con la detenzione, clandestina o legale, e con l'esilio, forzato o volontario. Un'intera generazione ha subito questo progetto di repressione e di ricomposizione del capitale. Una generazione stigmatizzata e decimata anche tra le fila degli uomini di penna.

Pubblicato Mercoledî 6 Ottobre 2010

a cura di Alberto Prunetti

indios.jpg[In questi giorni a Buenos Aires sta circolando nelle sale cinematografiche Awka Liwen, un documentario realizzato dallo scrittore Osvaldo Bayer che denuncia il genocidio degli indigeni organizzato e messo in cantiere dalle classi egemoniche argentine nel corso della seconda metà del XIX secolo. Ho ricevuto il copione del documentario in quanto traduttore, assieme a Maria Rosaria Bucci, dei sottotitoli in italiano e ne propongo su Carmilla alcuni estratti. Sono stati rielaborati in senso argomentativo, con l'eccezione del punto 3, relativo alla causa Curiñaco-Benetton, che viene proposto come nella versione originale.] A.P.

Pubblicato Mercoledî 29 Settembre 2010

a cura di Alberto Prunetti

carlitos dante cosenza2.jpg[Golazo editoriale di Carmilla. Un'intervista improbabile alla leggenda del tango portegno Carlos Gardel, che come tutti sanno non è morto a Medellin, cada dia canta mejor ed è sempre più incazzato per quello che sta succedendo al tango, ormai sottratto al giro della malavita e messo al sicuro nei forzieri dell'Unesco e della borghesia d'affari argentina] A.P.


_Hola viejo, come va con la vita?

Bene, o cosa vuoi che ti dica. Alti e bassi, ma soprattutto bassi. I vecchi milongueros non vivono: durano. Per fortuna che ultimamente la polizia spara sui maestri elementari, non sui maestri del tango.

_Cominciamo a scaldarci i residui muscoli con qualche lineamento di critica del T-business, ovvero: perché puzza di cadavere il tango ridotto alla sua riproduzione economica? Qualcuno si è mangiato una gamba di Gardel, che sento strani miasmi? In altre parole, come vanno le cose nel racket australe del tango?

Pubblicato Mercoledî 22 Settembre 2010

di Matteo Dean

evopresidente.jpgIl noto leader sociale boliviano Oscar Olivera - che preferisce essere definito “ex dirigente sindacale ed attivista sociale” - in questa intervista spiega la sua posizione critica verso il governo di Evo Morales, le contraddizioni e i pericoli che scorge attualmente in Bolivia e le prospettive del sindacalismo e del movimento autonomo.
Oscar Olivera fu uno dei principali attivisti durante la guerra dell'acqua di Cochabamba contro le privatizzazioni nel settore idrico e in seguito è stato un personaggio fondamentale nelle battaglie per la difesa del gas boliviano in seguito alle quali i movimenti sociali e il partito MAS (Movimiento al Socialismo) hanno aumentato i loro consensi, in buona parte dirottati in favore del candidato Evo Morales. Evo è stato eletto per la prima volta presidente della Bolivia il 18 dicembre 2005 ed è stato votato per portare a termine un secondo mandato anche nel dicembre 2009. In entrambi i casi l'ex leader sindacale cocalero s'è imposto con maggioranze importanti (45% nel 2005 e 63% nel 2009) convogliando su di sè il voto delle classi disagiate e delle popolazioni indigene. Che ne è stato delle sue origini e del concetto di autonomia dei movimenti? Quali aspettative sono state tradite dal "presidente Aymara"?

Pubblicato Mercoledî 25 Agosto 2010

di Fabrizio Lorusso

1.Immag0018(Large).jpgOggi niente America Latina. Le luci dell'Osservatorio americano esaltano uno sguardo straniero e un po' stranito su un barrio nostrano, asfalto e cemento del bel paese. Un cellulare in mano e 37 gradi Celsius nell'aria umida del primo pomeriggio milanese, quando tutto è chiuso, anche il cervello, e nessuno penserebbe mai di farsi una passeggiata di (mala)salute improvvisata. Auto parcheggiate, silenzio stazionario, afa e vino del pranzo che risale.
Questo è un foto post con didascalie febbrili che resterà come testimonianza del breve ritorno in patria dell'autore, esiliato volontario a Città del Messico da 8 anni e 1/2, felliniani ma anche abbastanza fantozziani, dipende sempre dal punto di vista.
Quest'anno saranno 49 i giorni passati in Italia, per la precisione nel caro e vecchio focolare di Piazza Prealpi e vie limitrofe, un'enclave incastonata come una perla-barrio tra le mitiche zone Bovisa, Quarto Oggiaro e Villapizzone a Milano, periferia ovest dal retrogusto post industriale.

Pubblicato Giovedî 12 Agosto 2010

di Alessandro Raveggi

Raveggi1.jpg.jpgPresentiamo qui il primo estratto da un romanzo work in progress, dal titolo Città sommersa. Tre giovani cineasti italiani arrivano al Distrito Federal, Città del Messico, per tentare l'impossibile: realizzare un kolossal sulla Rivoluzione messicana. Senza budget, senza speranza, atterrano all’aeroporto della città nel momento esatto in cui scatta nella l'allarme per l'influenza AH1N1, incontrando da subito una megalopoli spettrale, post-apocalittica. La storia racconta della quarantena di realizzazione surreale del film, in cui potenzialmente ogni cittadino del Mostro è comparsa del kolossal senza confini, e assieme se stesso, coi suoi pregi e difetti. Il lento recuperare della vita e delle contraddizioni di una megalopoli nei confronti di un'epidemia (e forse calunnia) che blocca il tempo, si intreccia con il lento perdere coscienza dei tre italiani, verso la scoperta allucinata di un universo, nelle fogne della città, dove una città sommersa vive in parallelo alle vite sovrastanti.

Pubblicato Domenica 18 Luglio 2010

di Fabrizio LorussoSantaLAIDEAL.jpg

Riporto qui una conversazione che ho avuto il piacere d’intrattenere con Alfonso Hernàndez sul culto alla Santa Muerte, una fede che ormai annovera oltre 2 milioni di seguaci in Messico, America centrale e Stati Uniti, e sulla vita nel quartiere di Tepito, una zona a torto ritenuta un covo di narcos e delinquenti, una pericolosa comunità anarchica e fuorilegge, ma che in realtà è uno dei pochi quartieri di Città del Messico ad aver conservato la sua identità culturale e storica malgrado la delinquenza, la droga e le vicissitudini di una modernità tronca e povera.
Dal 1984 Alfonso dirige il Centro de Estudios Tepiteños o Centro Studi su Tepito e s’occupa di registrare le evoluzioni del culto alla Santìsima Muerte, Nuestra Señora de Tepito, che viene indicata dai suoi devoti con decine di soprannomi e diminutivi diversi come per esempio La Flaquita (Magrolina) o Niña Blanca (Bimba Bianca).
Da questa nicchia urbana e maleducata, nota anche come il barrio bravo di Città del Messico, provengono molti pugili di fama internazionale e i migliori ballerini di musica afro-antillana come la salsa e la cumbia sonidera, qui si coltiva l’arte di arrangiarsi in tutte le sue espressioni, legali e illegali, si domina un gergo fatto di doppi sensi, los albures, e anacoluti stridenti partoriti dall’orgiastico contatto tra le lingue indigene, l’inglese, lo spagnolo e la fantasia comunicativa del tepiteño. Questa specie di zona franca rivive ogni giorno l’orgoglio delle sue origini antiche come quartiere di commercianti, di indios, di lavoratori, di prostitute e papponi, di poeti rigattieri e pistoleri della parola, infine di cabrones e cabronas in perenne resistenza contro ogni forma d’imposizione esterna.

Pubblicato Venerdî 11 Giugno 2010

di Fabrizio Lorusso

santamartha.jpgAl cosiddetto centro di reinserimento sociale (centro de readaptaciòn social, in spagnolo) di Santa Martha Acatitla mandano le donne, ce ne sono alcune migliaia ormai. Una buona parte di loro ci devono restare per molti anni, sentenziate, definitivamente vestite di blu e rassegnate. Altre invece si mettono le magliette, i pantaloni e i cardigan beige il che vuol dire che restano in attesa, s’adattano, vivono nel limbo della legge teoricamente “uguale per tutti” anche se qui nell’America triste e latina lo è solo sulla carta, quella del codice penale, del civile o della tanto celebrata Costituzione del 1917. Un paese come il Messico che ha un tasso d’impunità dei delitti del 97% e un livello di corruzione giudiziaria e politica internazionalmente riconosciuto non può certo vantare un sistema equo ed efficace di sicurezza e giustizia.
Da circa un anno il collettivo AlterIta di Città del Messico, composto da sei insegnanti italiani militanti senza patria fissa, cui s’aggiunge Corina Giacomello, amica insostituibile dei sei professori e massima esperta del sistema penitenziario messicano e di questioni di genere, cerca di usare la linguacultura italiana dentro le pareti del reclusorio femminile, la prigione, come un cavallo di troia per diffondere il germe dell’educazione alla pace: le lingue straniere servono a vestirci di novità e di vita, aiutano a dipingere lo spirito coi colori dell’alterità per affrontare e apprendere il nostro mondo di dentro e quello di fuori.

Pubblicato Lunedî 17 Maggio 2010

di Fabrizio Lorusso

BettyCarino.jpg.bmpIn Messico e nel mondo si parla tanto degli oltre 20mila morti in 3 anni causati dalla guerra al narcotraffico e dalla militarizzazione lanciate dal presidente Calderon, ma ogni tanto tornano alla ribalta i conflitti sociali che vengono rispolverati dai media mainstream solo quando coinvolgono qualche straniero o fanno vittime eccellenti. Purtroppo le morti silenziose e la violenza endemica che regnano nel Messico profondo, così come lo ha battezzato l’antropologo Bonfil Batalla, sono sempre state una costante soprattutto nelle zone rurali più abbandonate dallo Stato. E’ proprio in questo Messico che è avvenuta l’imboscata contro la carovana umanitaria in cui il 27 aprile scorso hanno perso la vita la messicana Beatriz Cariño e il finlandese Jyri Haakkola, entrambi osservatori e difensori dei diritti umani, e sono stati feriti altri 15 attivisti in seguito a un attacco di un gruppo di paramilitari nel municipio autonomo di San Juan Copala, stato di Oaxaca.

Pubblicato Mercoledî 5 Maggio 2010

di Annalisa Melandri e Fabrizio Lorusso

NarcisoIsaConde.jpgNarciso è un amico giornalista e uomo politico dominicano, militante del Partito Comunista, combattente durante la rivoluzione dominicana del 1965 e nella resistenza contro l’invasione statunitense; fu più volte esiliato a partire dall’inizio degli anni sessanta da quando lottava contro la tirannia del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. E' un militante solidale e combattivo che all'inizio di febbraio di quest'anno non ha esitato a offrire la sua ospitalità ed esperienza a Santo Domingo a me e Diego Lucifreddi quando ci trovavamo lì in partenza alla volta di Haiti per aiutare la popolazione dopo il terremoto (vedi diario di viaggio). In seguito a ripetute minacce contro la sua persona e la sua famiglia e ad alcuni attentati contro la sua vita, è quindi doveroso riportare l'appello per lui lanciato da Annalisa Melandri che verrà consegnato alla sede diplomatica della Repubblica Dominicana in Italia.

Appello dall’Italia al Presidente della Repubblica Dominicana Leonel Fernández affinché si attivi per proteggere l’incolumità di Narciso Isa Conde e della sua famiglia e perché impedisca la realizzazione del piano criminale colombiano-statunitense volto all’eliminazione del noto dirigente comunista dominicano.

Pubblicato Martedî 13 Aprile 2010

di Fabrizio Lorusso

DafneBNRojo.jpgDafne è bellissima. Dafne è la profondità dell’oceano e l’oro dimenticato dei pirati, è la terra d’Africa emersa in mezzo a uno sciame di isole abbandonate da qualche Dio stanco sull’orizzonte dei Caraibi. Dafne è fisicità assordante e feconda, è l’anima viva del pacifico nella violenza dell’Atlantico, col suo sguardo conteso e straziato da mille predoni e dalla natura. Lei è tranquillità e rassegnazione, forza e fede, povertà e dignità, ma le hanno insegnato a dipendere, a piangere, a difendere il suo pezzo di cielo contro gli altri, contro tutti gli altri suoi simili e dissimili. Ama la dignità del suo quartiere e la comunità che l’ha cresciuta, ascolta sempre la sua musica, il suo Dio, la sua lingua che si prende gioco del francese e dei francesi. Ogni sera Dafne prega cantando e scrive su un foglio bianco tutto quello che ricorda di sé stessa, nella speranza di trovare un lavoro qualunque. Dafne è Haiti, luce in mezzo alla morte.

Pubblicato Giovedî 8 Aprile 2010

di Fabrizio Lorusso

USAFlessioni.jpgQuesta è la terza e ultima parte del reportage sulle guerre infinite e dimenticate di Haiti, un paese sconvolto da endemiche catastrofi naturali come uragani e terremoti, ma che inoltre ha provato sulla propria pelle tutti gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l'indipendenza ottenuta nel 1804. Il resto della sua storia parla di dittature e dinastie familiari corrotte, di paternalismo della comunità internazionale, di repressione sociale sul fronte interno, di mattanze di stato e di una lunga serie di tentativi di rinascita frustrati, soprattutto a partire dagli anni novanta dopo le prime elezioni formalmente "democratiche" che furono seguite da puntualissimi colpi di Stato e spietate repressioni. Perciò il terremoto del 12 gennaio, i morti, i crolli e la disperazione rimbalzati su schermi e giornali hanno solo ricordato al mondo l'esistenza di una situazione drammatica che esisteva da anni e che ora aggiunge un altro triste capitolo ma forse anche qualche opportunità alla sfortunata storia del popolo hatiano.

Pubblicato Mercoledî 24 Marzo 2010

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S'è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell'estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all'imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l'esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall'esterno e dall'interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall'ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell'ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull'America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d'accordo dentro e fuori dal paese.

Pubblicato Martedî 16 Marzo 2010

di Fabrizio Lorusso
Campo.jpgQuesto reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/

Pubblicato Martedî 9 Marzo 2010

Di Fabrizio Lorusso

QuartierDelmasSantocho11fevrier080.jpgDopo alcuni giorni di permanenza a Port au Prince decidiamo di esplorare il centro città con una telecamera digitale, una macchina fotografica e la consapevolezza del fatto che lo spettacolo non sarà gradevole dato che il terremoto non è stato benevolo con questa zona della città che è tra le più disastrate. Un po’ tutti abbiamo in mente le immagini televisive del Palazzo nazionale a pezzi, della cattedrale in rovine, del mercato generale e dei ministeri distrutti da quei 36 secondi d’immane violenza tellurica. Montiamo in due su una motocicletta di fabbricazione cinese, inconfondibile con le sue tinte giallastre scolorite, le luci rotte, il clacson improbabile, i suoi tre metri di scotch a sigillare le parti in plastica già rotte dal suo primo giorno di vita: si tratta di una Vague (vaga…) DSM Super Moto 125cc semi automatica e pericolosa. Armati di prudenza partiamo in discesa lungo la gran via Delmas diretti verso il Mar dei Caraibi che s’intravvede oltre la cappa di smog insieme ad alcune portaerei che intorbidiscono ancor di più il panorama di un porto occupato da forze straniere e pieno d’aiuti umanitari “in attesa di destinatari adeguati”.

Pubblicato Venerdî 26 Febbraio 2010

di Fabrizio Lorusso

CentroHaitiCarmilla001.jpgLa casona che prima del terremoto del 12 gennaio scorso a Port au Prince era la sede dell’Aumohd, un’associazione di avvocati da anni in lotta per la difesa dei diritti umani ad Haiti e per la protezione della popolazione dei quartieri disagiati, è adesso anche un rifugio d’emergenza che il suo presidente, Evel Fanfan, alcuni ex-impiegati dell’associazione, due ragazze del quartiere che hanno perso casa, anche se per fortuna i loro familiari sono vivi, e a volte vi dimorano dei collaboratori stranieri come me e Diego che vengono ad aiutare, a informare, a capire, a vivere. Siamo i primi dopo il sisma e veniamo trattati con tutte le attenzioni del caso.
Ci viene proposto di dormire in giardino o nel parcheggio sotto un tendone di plastica enorme che copre alcuni letti d'emergenze, ma preferiamo entrare in casa, salire un piano e stenderci in terrazza sui nostri materassi cinesi gonfiabili, sotto le stelle che brillano orgogliose e indisturbate sopra la città senza luce. Negli uffici del piano terra, sgomberi e puliti, c’è la lavagnetta di Evel dove hanno scritto i nostri nomi e quelli di ogni ospite "residente" dell'associazione con le sue rispettive funzioni. Nessuno osa restare fermo sotto i tetti della casa e la scalata ai piani superiori è un’impresa psicologicamente impegnativa per chi sente ancora dentro il tremolio, il frastuono, la rottura e la caduta, cioè il trauma per la devastazione concepita e attuata dalle forze della natura. Fatalismo, animismo, culto della morte, reminiscenze voodoo e religiosità profonda si fondono nella cultura haitiana con un cattolicesimo di facciata ed un protestantesimo in crescita dirompente grazie ai finanziamenti delle potenti chiese statunitensi e alla crisi della tradizione cattolica romana proprio come accade anche in Messico e in tanti altri paesi dell’America centrale e dei Caraibi.

Pubblicato Giovedî 18 Febbraio 2010

di Fabrizio Lorusso

Centro106.jpgA quasi un mese dal disastroso terremoto di 7,3 gradi della scala Richter che ha colpito la capitale di Haiti, Port au Prince (o all’occorrenza Porto Principe), causando oltre 200mila morti e un milione di sfollati, il paese si trova in un costante stato d’emergenza ed è praticamente isolato dal resto del mondo dato che gli scali aerei e navali internazionali sono controllati dall’esercito americano, dalla Minustah (United Nations Stabilization Mission in Haiti) e dai contingenti militari inviati da tutto il mondo. Quindi per raggiungere Port au Prince, si deve passare dalla vicina Repubblica Dominicana. Partiamo in due da Città del Messico a Santo Domingo in aereo e poi da lì via terra si dovrà attraversare tutta l’isola da est a ovest lungo una strada precaria e trafficata, l’unica. Al nostro arrivo a Santo Domingo ci accoglie Narciso, un anziano giornalista e uomo politico dominicano, militante del Partito Comunista, combattente durante la rivoluzione dominicana del 1965 e nella resistenza contro l’invasione statunitense fu più volte esiliato a partire dall’inizio degli anni sessanta da quando lottava contro la tirannia del dittatore Rafael Leonidas Trujillo.

Pubblicato Giovedî 11 Febbraio 2010

Di Fabrizio Lorusso

BushObama.jpgUna risposta onesta alla domanda del titolo è: niente di nuovo sotto il sole. Infatti la gestione del presidente USA Barack Obama non sembra per ora voler cambiare l'atteggiamento ideologico e le politiche concrete nei riguardi del "cortile di casa" o "patio trasero" (in spagnolo) che è l'America Latina e, in primis, i Caraibi e il Messico. Queste sono storicamente le aree di influenza diretta in cui la potenza americana ha da sempre potuto utilizzare strumenti di hard power (potere duro, militare ed economico) invece di muoversi nell'ambito del solo soft power (potere di influenza ideologica basato sulla creazione del consenso e il convincimento). Amo pensare che i termini hard power e soft power, resi popolari dai testi di geopolitica dello statunitense Joseph Nye, possano nascondere qualche analogia o assonanza con le categorie gramsciane della coercizione e del consenso per la costruzione dell’egemonia, anche se l'ambito di applicazione esula dal tradizionale discorso sulle classi sociali, dirigenti e intellettuali del pensatore italiano per spostarsi verso le relazioni internazionali tra stati, nazioni e blocchi regionali. Credo comunque che la sostanza del discorso non cambi.

Pubblicato Giovedî 21 Gennaio 2010

di Fabrizio Lorusso

DisegnoLinealAmerica.jpgL’America Latina rappresenta un’area geografica e culturale storicamente determinata ma dai contorni sfumati e cambianti. Quando ci riferiamo a questa zona del mondo come a un concetto che conforma identità comuni e si contrappone all’altra America, quella anglosassone fondata sull’ideologia della missione, della frontiera e dei WASP (White Anglo-Saxons Protestant), stiamo parlando di una tipica identità sopra-nazionale che, come tutte le nazioni, è un’invenzione ossia, parafrasando Benedict Anderson, una “comunità politica immaginata” grazie alla quale ogni membro di una comunità geografica e culturale crede di appartenere a un gruppo sociale, storico e spesso anche etnico ben definito e “nazionale” (1). La sua identità reale qui non importa. E’ fondamentale il processo di creazione di quelle idiosincrasie, tradizioni ed eredità che lo legano al gruppo di riferimento e che lo sottomettono all’ideologia dell’appartenenza. Basti pensare all’Unione Europea e al lavoro di convincimento e propaganda teso a suscitare e risvegliare un’identità comune alle nuove generazioni di tutto il continente. Tornando alla nostra America, alcune definizioni hanno cercato d’inglobare il concetto che oggi abbiamo di questa regione del mondo ma erano semanticamente più limitate e ideologicamente orientate. Mi spiego.

Pubblicato Mercoledî 13 Gennaio 2010

di Annalisa Melandri

FernandoLugo2.jpgSono sempre più insistenti in Paraguay le voci di un probabile colpo di Stato che dovrebbe attuarsi secondo le modalità di quello messo in atto il 28 giugno scorso in Honduras. Come si vocifera anche tra gli alti vertici dell'Osa (Organizzazione degli Stati Americani), preoccupati per la crescente tensione nel paese, "nessuno pensa che in Paraguay ci sarà un golpe, ma tutti ne parlano". Il presidente Fernando Lugo (nella foto; esponente di spicco della Teologia della Liberazione ed ex vescovo della diocesi di San Pedro, la più povera del paese, prima della sospensione del Vaticano) ha denunciato che da quando ha assunto la presidenza, nell'aprile del 2008, ci sono stati vari tentativi di destabilizzarlo messi in atto da esponenti del Partido Colorado che è stato al potere nel paese per 60 anni, includendo gli oltre 40 anni di dittatura di Alfredo Stroessner, e che è uscito sconfitto nelle ultime elezioni presidenziali.

Pubblicato Domenica 3 Gennaio 2010

di Fabrizio Lorusso

lulaspeech.jpg Il 22 dicembre scorso il presidente brasiliano Luiz Inacio "Lula" da Silva ha rilasciato una dichiarazione sull’estradizione di Cesare Battisti, condannato in Italia per 4 omicidi e rifugiato politico in Brasile dopo la sua fuga dalla Francia nel 2004, affermando “decido io, non mi importa delle decisioni del Supremo Tribunal Federal". Con queste parole Lula ha rotto il lungo silenzio che lo circondava sul tema di Battisti e le relazioni diplomatiche con l'Italia.

Pubblicato Lunedî 28 Dicembre 2009

di Fabrizio Lorusso

Collagejuarez.jpg Con una storica e attesa sentenza, l’11 dicembre scorso, la Corte Interamericana dei Diritti Umani, composta da sei magistrati e inserita nel sistema dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), ha condannato lo Stato messicano per avere violato il diritto alla vita, all’integrità fisica e alla libertà personale dato che non ha indagato adeguatamente e ha discriminato i diritti di 3 vittime d’omicidio, Esmeralda Herrera, 15 anni all’epoca dell’assassinio, Claudia Gonzalez, di 20, e Berenice Ramos di 17, e dei loro familiari. Seguendo questa linea la Corte ha emesso il 16 dicembre un'altra sentenza emblematica relativa ai crimini statali commessi durante la guerra sucia degli anni settanta contro la popolazione civile di molte zone del paese. Ecco un'analisi dei due casi.

Pubblicato Giovedî 17 Dicembre 2009

di Fabrizio Lorusso

uid_124f669dfb1.580.0.jpgLe relazioni tra la Colombia e il Venezuela stanno vivendo nelle ultime settimane momenti di forte tensione con la chiusura delle frontiere, le accuse reciproche di spionaggio, l'apparizione di morti e una specie di guerra fredda che rischia di trasformarsi in guerra calda. Infatti il presidente venezuelano Hugo Chavez ha spinto militari e civili a "prepararsi per una guerra" con la vicina Colombia e ha inviato 15-20mila soldati a proteggere la frontiera mentre il presidente colombiano Alvaro Uribe da Bogotà annuncia il ricorso alla OSA, l'Organizzazione degli Stati Americani, e al Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

Pubblicato Sabato 5 Dicembre 2009

di Fabrizio Lorusso

MessicoViolento.jpgLa violenza in Messico è uno dei temi più controversi e discussi da sempre, e la dichiarazione di guerra al narcotraffico da parte del presidente della Repubblica Felipe Calderon, in carica dal dicembre 2006, ha diffuso internamente e all’estero l’immagine di un paese dove si muore molto facilmente. Sulla stampa siè affermata l’idea di una progressiva “colombianizzazione” di molte regioni del paese. Inoltre la familiarità con la morte, con le sue raffigurazioni e il suo culto in miriadi di forme ed espressioni diverse, rappresenta elementi culturali molto vivi nell’identità messicana e nell’immaginario trasmesso all’estero.
La politica di mano dura annunciata da Calderon tre anni fa sembra avere scatenato una guerra incontrollabile e i principali quotidiani messicani, come El Universal, La Jornada e Reforma, fanno a gara per aggiornare il conteggio degli omicidi legati al narcotraffico, che quest’anno superano già abbondantemente i 6000, con una media giornaliera di circa 20 morti. In generale c’è molto pane anche per i giornali più scandalistici come El Grafico, dove non mancheranno mai foto di sgozzati e decapitati da esporre in prima pagina per vendere qualche copia in più.

Pubblicato Venerdî 6 Novembre 2009

di Fabrizio Lorusso

Zelaya.jpg24 marzo 2009 – Quadro generale e origini della crisi

Il presidente dell’Honduras, Manuel Zelaya, chiamato Mel dai suoi simpatizzanti, convoca un referendum consultivo non vincolante per conoscere l’opinione dei cittadini sulla sua proposta, rimasta lettera morta in parlamento, di eleggere i membri di un’Assemblea Costituente per riformare la Carta Magna. Mel Zelaya è all’ultimo anno del suo mandato quadriennale e le elezioni presidenziali sono previste per il 29 novembre 2009.
Il partito di maggioranza relativa PLH (Partido Liberal de Honduras) da cui proviene lo stesso Zelaya inizia a osteggiare l’operato del suo governo, già contrapposto alla potente COHEP (la Confindustria dell’Honduras) in seguito all’aumento del 60% del salario minimo dei lavoratori decretato nel gennaio 2009.

Pubblicato Venerdî 16 Ottobre 2009

di Fabrizio Lorusso

Belize2.jpgSu tutta la costa della riviera maya da Cancun a Playa del Carmen, da Tulum a Chetumal e giù giù fino al Belize, lo sfruttamento del lavoro è all’ordine del giorno e gli stipendi sono depressi dall’enorme afflusso di disoccupati che alimenta le file del precariato e costituisce un gruppo di riservisti sempre pronti a rimpiazzare chiunque a qualunque costo. “Dai tre ai quattromila pesos al mese (circa 200 euro) per turni di 10 ore al giorno, sei giorni a settimana passati qua a la barra”, si lamenta Juan, barista dell’Hotel Oasis di Cancun, “…e poi resta la mujer, la casa e i figli da mantenere”. La triste alternativa c’è e si chiama doppio turno: una quindicina di ore al giorno a fare il cameriere, il guardiano, il barista, il muratore, il facchino, ecc… per arrivare a un salario dignitoso in cambio di una vita privata e sociale ridotta a zero.

Pubblicato Giovedî 16 Aprile 2009

di Fabrizio Lorusso

Belize1.jpgErnesto è un pepenador dell’isola di Hikako o Caye Caulker, un rettangolo turistico e sabbioso di poche miglia quadrate al largo della costa di Belize City, situato alcune decine di chilometri sotto la punta finale dello stato messicano del Quintana Roo, quel pezzo di Yucatan dove fioriscono alcuni celebri paradisi plastificati come Cancun, Playa del Carmen, Chichen Itza e Tulum.
Ernesto si dedica a raccogliere la spazzatura in modo autonomo con il suo carretto e la sua bicicletta senza freni, per poi dividere questi scarti del sistema e riusare magicamente tutto, dalle marcite assi di legno di qualche palafitta abbandonata al cuoio bucato delle scarpe di un pescatore, dai ferri vecchi, rivendibili sul mercato, ai pezzi di lavatrici, televisori e automobili: un esempio estremo di ingegno e fantasia per il riciclaggio.

Pubblicato Giovedî 2 Aprile 2009

di Stefano Boni

PasionPatria.jpg[Tra pochi giorni si vota, in Venezuela, sulla possibilità che un presidente, nella fattispecie Hugo Chávez, possa essere rieletto più volte consecutive (ciò a cui aspira anche il diretto rivale di Chávez nella regione, Alvaro Uribe, presidente della Colombia). Ma le elezioni saranno trasparenti? Stefano Boni, di idee libertarie, riferisce delle ultime elezioni cui ha assistito in Venezuela, le amministrative del novembre 2008, senza tacerne luci e ombre.]

Il 23 Novembre si sono svolte le elezioni regionali in Venezuela. Il Venezuela è una repubblica federale, si eleggevano, quindi, i governatori di 22 stati e i sindaci. Il Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV), di Chávez si è aggiudicato 17 dei 22 stati, perdendo però nella capitale Caracas e in altri stati popolosi. Nel complesso il PSUV ha ricevuto circa il 54% delle preferenze sconfiggendo l’insieme variegato delle opposizioni, con uno spettro che va da partiti di ispirazione comunista, che si sono rifiutati di entrare nel PSUV lanciato da Chávez lo scorso anno, a frange neoliberiste.

Pubblicato Sabato 14 Febbraio 2009

Haiti.jpgRaccogliamo volentieri la sollecitazione degli amici di www.selvas.org e rilanciamo questo appello. Le modalità per effettuare donazioni sono visibili qui.

Due uragani e una « tempesta tropicale » che si sono susseguiti a distanza di pochi giorni hanno distrutto totalmente Haiti, il Paese più povero del Continente Americano. Il Governo sta facendo ciò che può, con le scarse risorse a disposizione e le richieste di soccorso urgente che provengno da tutto il Paese.
L’Artibonite, dove vivono la maggior parte dei contadini che avevano ripreso a coltivare il riso per limitare la dipendenza alimentare dai Paesi esteri, è ora isolata, dopo che l’ultimo ponte che permetteva di raggiungere le vallate e le montagne è crollato a causa del passaggio dell’uragano IKE. Inoltre il governo è stato costretto a far defluire le acqe dalla diga più grande del Paese, quella di Peligre (sempre nell’Artibonite), ed ha richesto l’evacuazione immediata della zona. Impossibile sapere quanti contadini siano riusciti a salvarsi, costretti a fuggire in una zona già allagata da Hanna, sotto il vento e la fortissima pioggia.

Pubblicato Mercoledî 10 Settembre 2008

di Tito Pulsinelli (dal blog Selvas)

Jet.jpgI salti di gioia dei cubani di Miami quando seppero della malattia di Fidel Castro sono un ricordo diafano e comico: possono riporre in cassaforte gli "atti catastali" e titoli di proprietà pre-1959. Il tiranno non cade perchè il film che hanno in testa - e che hanno irradiato al mondo - è semplicemente una fiction. E' irreale. Cuba non è una tirannia, non ha gulag tropicali, è un Paese sovrano che solo alle porte del Novecento ha scacciato il decaduto impero spagnolo, per dover subire immediatamente l'invasione delle navi da guerra con vessilli a stelle e strisce.
L'indipendenza reale, la sovranità effettiva è arrivata solo con l'entrata all'Avana dei barbudos, e Cuba l'ha difesa con grande coraggio nel corso di mezzo secolo, edificando uno Stato forte e un'economia centralizzata e pianificata.

Pubblicato Sabato 2 Agosto 2008

di Tito Pulsinelli

ChavezMedvedev.jpgSotto il segno dell'energia o il prepotente fascino geo-politico del petrolio e del gas. Questa è la caratteristica di fondo delle relazioni approfondite tra il Venezuela e la Russia. Un evento che sancisce l'accresciuto potere di Gazprom e di PDVSA, ormai insediate ai primi posti tra le maggiori multinazionali dell'energia.
L'incontro tra Chávez e Medvedev è come la prova del nove della geopolitica degli anni che ci stanno davanti, in cui il gas e il petrolio avranno un'importanza ancor più determinante che oggi.

Pubblicato Giovedî 24 Luglio 2008

di Tito Pulsinelli

IngridPresidenta.gifDopo una settimana, dei quindici prigionieri usciti vivi dalla selva colombiana, undici sono già rientrati dietro le quinte. Dei tre mercenari nordamericani è scomodo occuparsi, quindi sono ignorati. I riflettori continuano a essere sempre più puntati sull'unica donna, promossa all'unanimità a vedette mediatica, e se la contendono re, presidenti, papi e cardinali, giuria del Premio Nobel ecc.
Gli undici sottufficiali della polizia e dell'esercito sono tornati ai loro quartieri popolari, nella provincia o nelle periferie urbane. Sono stati fortunati di far parte del gruppo dei tre mercenari e dell'alta esponente della buona società colombiana. Ma per loro il tempo è scaduto, la scena ora appartiene interamente a un'altra protagonista.

Pubblicato Mercoledî 9 Luglio 2008

di Tito Pulsinelli

Betancourt.jpgIngrid Betancourt ha potuto finalmente parlare da cittadina libera al mondo, e l’ha fatto con un discorso che aveva il tono di una futura candidata presidenziale. Nel gruppo degli ex prigionieri, gli undici sottufficiali militari e poliziotti vestivano abiti civili, Betancourt era l’unica civile e indossava una uniforme militare.
Nel corso della lunga conversazione televisiva, accompagnati dal Presidente Uribe e dai generali dello stato maggiore delle forze armate, sono emersi vari dettagli di un puzzle che – passato l’effetto ipnotico dell’entusiasmo del primo impatto - presenta elementi che non collimano con la versione ufficiale.

Pubblicato Venerdî 4 Luglio 2008

di Tito Pulsinelli

LuisBritto.jpgTra gli effetti collaterali della scostumata reazione del sovrano spagnolo durante il vertice delle Indie occidentali di Santiago del Cile, con un colpo di bacchetta magica si è registrata anche la improvvisa riapparizione di un libello che circolava già da tempo.
Quel “perchè non chiudi il becco?”, che la maestà in naftalina di Juan Carlos di Borbone non seppe impedirsi di eruttare contro Hugo Chávez, fu come un viaggio a ritroso collettivo nel trapassato remoto di un continente.
Il tempo dei brigantini, archibugi e caravelle, la dimensione del dolore dei cacicchi domati con la croce e la spada e le scomuniche, oltre alle epidemie che falcidiarono più dei roghi.

Pubblicato Mercoledî 4 Giugno 2008

di Giulia FazziO transporte dos feridos para Surumu[1].JPG

Nella foto a destra: alcuni indios feriti dopo l'attentato del 5 maggio

Si chiama Raposa Serra do Sol la terra indigena situata a nord-est dello stato di Roraima, in Brasile, al centro negli ultimi tempi di nuovi e gravi conflitti. Conflitti dovuti all’arroganza e alla violenza di un manipolo di latifondisti che occupa illegalmente le terre che, costituzionalmente, appartengono alle comunità indigene. Conflitti che rischiano di avere una risoluzione politica che, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe innescare un pericoloso precedente in materia di diritti delle popolazioni indios in tutta l’area amazzonica.

Pubblicato Domenica 1 Giugno 2008

di Claudio Albertani

MessicoFerito.jpgIl Messico è ferito. È vero che nella sfortunata geografia della sofferenza ci sono paesi che stanno molto peggio, ad esempio l'Iraq o la Palestina. Tuttavia, in Medio Oriente e altrove ciò che predomina è il fragore delle armi. Ricordo l'inutile sforzo che feci alcuni anni fa per spiegare la ribellione indigena del Chiapas a dei rifugiati pachistani che avevo conosciuto in Europa. Io parlavo di quanto innovatore fosse il messaggio zapatista, del ruolo delle donne insorte, dei progetti di autonomia territoriale… Nulla di tutto ciò pareva loro importante. Le domande erano: "Quanti kalashnikov hanno? Quante granate di frammentazione? Mine antiuomo?" Secondo i miei interlocutori, l'unica cosa importante era la capacità offensiva che potevano esibire gli insorti.

Pubblicato Mercoledî 5 Marzo 2008

di Tito Pulsinelli

Botero.jpg[Un mio breve aggiornamento in appendice.] (V.E.)

La ferrea alleanza tra la Colombia e gli Stati Uniti rappresenta l’unità di intenti tra il primo produttore mondiale di cocaina e il primo Paese importatore, nel nome dei superiori interessi comuni fondati sulla narco-economia. Se la militarizzazione non ottiene la diminuzione della produzione la colpa è degli altri Paesi che non fanno abbastanza per chiudere le infinite “vie di transito” della cocaina. Se i governi di Washington non riescono a frenare il numero crescente dei consumatori endogeni, la colpa è sempre e comunque degli “altri”.

Il bilancio annuale della Colombia destina un incredibile 5,5% alle spese militari, ma la cocaina seguita a essere il prodotto di punta delle esportazioni, e l’economia criminale mafiosa sovrasta quella legale. I fondi addizionali provenienti dagli Stati Uniti, non riescono a incidere significativamente nella guerra “anti-droga”. Eppure sono copiosi, e collocano il paese sudamericano inmediatamente alle spalle dell’Iraq e di Israele, cioè tra i beneficiati di tutto rispetto.

Pubblicato Martedî 29 Gennaio 2008

di Litta Soto Villagrán
Traduzione e ampliamento di Fabrizio Lorusso

PatriciaTroncoso.jpg"Una vez perdido el honor, sin tierra, ya no queda nada…
Una volta perduto l’onore, senza terra, non resta più nulla..."

In Cile lo sciopero della fame è diventato uno dei mezzi più utilizzati come atto di protesta e opposizione contro le ingiustizie politiche, lavorative e umanitarie. In questo senso, i mapuche, discendenti delle popolazioni originarie che abitavano l’attuale territorio cileno prima della conquista spagnola, sono dovuti ricorrere a questo tipo di azione politica estrema come risposta alle misure che i diversi governi della Concertazione, l’unione di “centro sinistra” tra i democristiani e i socialisti che governa il Cile dal 1990 e la cui presidentessa attuale è Michelle Bachelet, hanno posto in essere riguardo a quella che erroneamente si è venuta a chiamare la “questione mapuche”.

Pubblicato Venerdî 25 Gennaio 2008

di Fabrizio Lorusso

SoldatoMessicano.jpgNel 2007, il Presidente del Messico, Felipe Calderón (del conservatore PAN, Partido Acción Nacional), stabilì come priorità per il suo Governo la lotta al crimine organizzato su cui sarebbero ricaduti “tutto il peso e la forza dello Stato”. L’ambizione presidenziale era quella di poter ridurre significativamente i cosiddetti delitti contro la salute, cioè, fuori dalla terminologia giuridica, le attività di spaccio e commercio di sostanze stupefacenti illegali, soprattutto cocaina, droghe sintetiche e marijuana.
Storicamente il fenomeno del narcotraffico cominciò ad apparire nel Messico del boom economico degli anni sessanta (periodo del desarrollo estabilizador) e settanta (periodo del desarrollo compartido) nel contesto di una relazione perversa e occulta con lo Stato.

Pubblicato Domenica 6 Gennaio 2008

di Tito Pulsinelli

JovenVenezuela.jpg1 - Presidente Chávez

Hugo Chávez è la conseguenza di un collasso sociale, che si produsse ai tempi in cui il grido di battaglia modernista era “zero Sato, tutto il potere alle imprese (multinazionali)”. Era l’epoca in cui il monopensiero metteva la mano sul fuoco che la soluzione era moltiplicare la produttività, poi i benefici sarebbero automaticamente e liricamente affluiti all’intera società. L’importante era produrre, altrimenti non poteva esserci ridistribuzione sociale. Il PIL scatenava euforie isteriche, tutto il resto erano arcaismi e obsolescenze umanitarie. Fu così che in America Latina, addomesticata da Pinochet, venne applicatato integralmente il kit neoliberista.

Pubblicato Venerdî 28 Dicembre 2007

di Fabrizio Lorusso

DonneCiudadJuarez.jpgIl funerale del cantante messicano Sergio Gómez, volto noto del gruppo “K-Paz de la Sierra” , tenutosi il 9 dicembre scorso a Indianapolis, si unisce agli oltre 2600 celebrati negli ultimi 12 mesi per seppellire le vittime di morti violente in un Messico, la maggior parte per motivi legati al narcotraffico. Il 97% di questi delitti è rimasto impunito e non sembra che si possano intravedere delle luci in fondo al tunnel d’impunità e lentezza in cui sono incagliati le procure nazionali, quelle statali e gli organi di giustizia in generale. Purtroppo i dati che testimoniano la violenza estrema della società e i casi irrisolti rappresentano una caratteristica ormai comune a tutti i paesi dell’area latinoamericana, specialmente El Salvador, Honduras e Colombia dove, per citare un esempio drammatico, basta considerare una sola città, Cali, per avere lo stesso numero di omicidi che registra tutto il Messico, circa 2400 solo nel corso del 2007.

Pubblicato Lunedî 24 Dicembre 2007

di Annalisa Melandri

ingrid-betancourt.jpgMeno male che Ingrid Betancourt è un po' francese, meno male che è elegante e che è pure bella.
“Liberiamo il nostro cuore” come ci consiglia di fare Francesco Merlo sulle pagine de La Repubblica, e guardiamo il video di You Tube che la riprende nella selva, depressa, con il capo chino, smagrita e pallida, sorvegliata dai suoi carcerieri.
E’ quella che ognuno di noi, pur senza aver visto il video, ha immaginato fosse in tutti questi anni la condizione di Ingrid Betancourt, e quella degli altri prigionieri nelle mani dei guerriglieri.
Meno male che Ingrid invece, caro Merlo, da bella che era è diventata pallida ed emaciata, meno male che aveva le catene ai polsi, meno male che ha inviato una lettera struggente alla madre.
Meno male infine, che Ingrid Betancourt sia prigioniera delle FARC. Meno male che esista e sia viva, perchè solo questo dà una speranza di vita a tutti gli altri prigionieri.

Pubblicato Giovedî 20 Dicembre 2007

di Tito Pulsinelli

VenezuelaRojaRojita.jpgE’ davvero spassoso confrontare le versioni contrapposte delle prime pagine -web e cartacee - che il sistema della comunicazione ha sfornato a ridosso del referendum sulla riforma della Costituzione del Venezuela.
Una prima versione attribuiva la vittoria al SI', e nei commenti abbondavano le tinte oscure e apocalittiche sulla compiuta deriva dittatoriale del Paese sudamericano. Ha ingenuamente addentato la mela avvelenata del populismo, ora si tengano il regno millenario del Caudillo rosso!
Poi, a rotta di collo, una improvvisata seconda versione narrava l’affermazione del NO alla riforma, in cui i toni si capovolgevano, con squilli di trombe come nella marcia trionfale dell'Aida. Una risicata affermazione dell’1%, è stata celebrata come la stoccata mortale del torero che abbatte il “tiranno”. Olè!

Pubblicato Martedî 11 Dicembre 2007

di Fabrizio Lorusso

Oaxaca.jpg[Fabrizio Lorusso è un italiano dottorando presso la UNAM, la più importante università di Città del Messico, dove insegna anche e svolge attività giornalistica. Con questo articolo inizia la sua collaborazione a Carmilla.]

Il venticinque novembre si è trasformato in una data simbolica e significativa per centinaia di migliaia di abitanti dello stato messicano di Oaxaca e per molti loro compatrioti che simpatizzano con le lotte popolari dell’ultimo anno, condotte dal movimento dei professori della sezione 22 del sindacato nazionale e, soprattutto, dalla APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca), l’organizzazione della società civile che ancora vive e rivendica diritti per la parte più emarginata della popolazione.

Pubblicato Domenica 9 Dicembre 2007

di Tito Pulsinelli

Bolivarianos.gif[Proponiamo un intervento scritto a caldo da Tito Pulsinelli per www.selvas.org, appena resa nota la vittoria di stretta misura dei "no" al referendum indetto, in Venezuela, per approvare o respingere le modifiche alla Costituzione proposte da Hugo Chávez e dal suo governo. Le ragioni della sconfitta di Chávez erano in qualche misura state anticipate da Pulsinelli in un suo precedente articolo. In attesa di una riflessione più ampia dello stesso autore, consiglio a chi conosca lo spagnolo di leggere la riflessione molto lucida e dura scritta da due amici della "rivoluzione bolivariana" su Rebellión. Alcune brevi considerazioni in appendice.] (V.E.)

Il referendum per la riforma della Costituzione si è concluso con un vittoria al "fotofinish" del settore che vi si opponeva.
Si è registrato un 44% di astensioni.
Il SI alla riforma ha ottenuto il 49,2% dei voti
Il NO ha ricevuto il 50,7% dei consensi.

Pubblicato Giovedî 6 Dicembre 2007

di Tito Pulsinelli

SiconChavez.jpg[A poche ore dal referendum con cui i cittadini venezuelani dovranno dire sì o no a una serie di modifiche alla Costituzione, proponiamo un articolo di Tito Pulsinelli apparso su www.selvas.org. Non mancano, come si vedrà, gli accenti critici. A giorni pubblicheremo una piccola rassegna delle falsificazioni con cui i principali media italiani ed europei si accaniscono contro il "governo bolivariano" di Hugo Chávez, divenuto lo spauracchio di chi, a destra come a sinistra, si è fatto difensore di un neoliberismo ormai boccheggiante.] (V.E.)

Mancano pochi giorni (in realtà è oggi, 2 dicembre, n.d.r.) al referendum sulla sostanziosa ristrutturazione costituzionale ma non si percepisce un abnorme surriscaldamento del clima politico. Non una debordante partecipazione appassionata né l'incontrollabile avversione biliosa delle altre numerose elezioni - una all'anno! - cui ci ha abituato il novennale ciclo bolivariano. Nonostante i doviziosi sforzi del sistema mediatico per inscenare nelle piazze il canovaccio delle “rivoluzioni colorate”, Caracas non è Tbilisi o Kiev.

Pubblicato Domenica 2 Dicembre 2007

di Tito Pulsinelli

Farc.jpgDi fronte alla morsa dell’incerta ratificazione del TLC (Trattato del Libero Commercio) da parte del Congresso degli Stati Uniti e l’intervento dispiegato dal Venezuela per lo scambio di prigionieri e la pacificazione interna, la Colombia sorprende tutti ed entra nel Banco del Sur che salpa a novembre.
Lo ha dichiarato il presidente Uribe durante l’inaugurazione del gasdotto binazionale nella Guajira, primo ramo di un'arteria che proseguirà verso Panama e la costa del Pacifico in Ecuador. Alla presenza di Chavez e del presidente ecuatoriano Correa, Uribe si è visto offrire alla statale Ecopetrol la possibilità di partecipare allo sfruttamento dei giacimenti dell’Orinoco.

Pubblicato Sabato 20 Ottobre 2007

di Alma Giraudo (da www.selvas.org)

Lovinsky.jpg[Di Haiti, in Italia, si parla pochissimo, dopo che un colpo di Stato, il 29 febbraio 2004, ha abbattuto il governo del presidente legittimo Jean-Bertrand Aristide. E non c'è interesse a parlarne, dato che il golpe fu attuato dagli Stati Uniti con l'avallo dell'Unione Europea, Italia inclusa (vedi qui). Aristide fu rapito dai marines e condotto a forza nella Repubblica Centrafricana, mentre oggi si trova in Sudafrica. Seguirono massacri e stupri, nonché la persecuzione dei suoi seguaci veri e presunti. Tra questi lo psicologo Pierre-Antoine Lovinsky, di cui Alma Gribaudo, creatrice di un sito in italiano su Aristide, narra la storia forse tragica.] (V.E.)

Dal 12 agosto non si hanno più notizie di uno dei più noti attivisti per i diritti umani e fondatore della “Fondasyon Trant Septanm” (Fondazione trenta settembre) Pierre-Antoine Lovinsky.
Dopo aver trascorso una settimana lavorando con le associazioni “Projet Prioritaire Haïtien” e “Fondasyon Mapou” è svanito nel nulla. La sua auto è stata ritrovata nella notte tra il 12 ed il 13 agosto nel sobborgo di Delmas (Port-au-Prince): al suo interno tracce di sangue.

Pubblicato Venerdî 12 Ottobre 2007

kirchnerchavez.jpgdi Tito Pulsinelli
(da www.selvas.org)>

[L'autore dell'articolo ci invita a precisare che il testo è del 2004, e che alcune valutazioni in esso contenute, a distanza di tre anni, andrebbero riviste - con particolare riguardo per la posizione del presidente Lula, che oggi pare voler fare del Brasile una potenza sub-imperiale, con un rapporto diretto con gli Stati Uniti. Per non parlare dei cambiamenti profondi intervenuti in Bolivia ed Ecuador.] (V.E.)

Le maestose cascate di Iguazu - laddove combaciano le frontiere tra l’Argentina, Brasile e Paraguay- sono state lo scenario di un evento geopolitico di rilevante proiezione a breve termine.
Il Venezuela è entrato nel polo del Mercato del sur (Mercosur), area economica imperniata attorno alla nona economia del mondo –il Brasile- cui fanno capo l’Argentina, Uruguay e Paraguay, con Cile e Bolivia come membri associati.
Ha destato scalpore che anche il Messico abbia inoltrato la richiesta per associarsi a questo più che incipiente blocco sudamericano. Ad Iguazu erano presenti –per la prima volta- delegazioni della Cina e Singapore per seguire da vicino questo vertice che ha impresso un’accelerazione significativa al consolidamento del blocco del sud, che adesso può contare anche sul decisivo apporto energetico e di materie prime del Venezuela.

Pubblicato Giovedî 30 Agosto 2007

di Raúl Isaías Baduel (traduzione di Irene Caporale)

MuchachasChavistas2.jpg[Mentre continuano a ritmo quasi quotidiano le diffamazioni del presidente del Venezuela Hugo Chávez, e mentre Il Corriere della Sera giunge a dedicare un’intera pagina all’ “idea balorda” di spostare di mezz’ora l’ora ufficiale venezuelana, dimostrando la più crassa ignoranza (condivisa dalla totalità dei nostri media) (1), conviene interrogarsi su cosa sia quel “socialismo del XXI secolo” di cui parla Chávez. Proponiamo a questo fine il discorso pronunciato dal generale Raúl Isaías Baduel, già ministro della difesa e capo delle forze armate, il 18 luglio 2007, alla fine del suo mandato. Alcuni giornali lo hanno menzionato, interpretandolo – convinti come sono che Chávez intenda imporre un modello castrista – nel senso che Baduel avesse intenzione di prendere le distanze dal suo presidente. In realtà Chávez la pensa esattamente alla stessa maniera, come dimostra la sua intervista alla giornalista uruguaiana Raquel Daruech, visibile qui.

Pubblicato Domenica 26 Agosto 2007

RagazzeChaviste.jpg[Si moltiplicano, sulla stampa italiana (e spagnola, per via di forti interessi economici oltreoceano), le invettive contro Hugo Chávez e la "dittatura" che starebbe instaurando in Venezuela. Ormai, i grandi quotidiani non mandano nemmeno più inviati sul posto. Se il corrispondente de La Repubblica vive a Miami, Gian Antonio Stella e Pierluigi Battista scaldano la sedia sulle loro scrivanie di via Solferino. Dell'America Latina non sanno nulla, del Venezuela ancor meno. Il loro è un furore tutto ideologico. Vedono in Chávez l'antitesi del loro credo neoliberista, filobellicista e filoamericano, e allora lo diffamano come possono, senza un solo argomento concreto. Ai loro occhi non bastano più, a definire la democrazia, libere elezioni e libertà di parola (non ci scassino il cazzo con il mancato rinnovo della concessione in analogico all'emittente RCTV, una TV golpista che, malgrado ciò, continua a trasmettere liberamente via cavo e via satellite). Bisogna anche accettare il libero mercato, le sagge prescrizioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, il precariato come condizione di vita normale dei lavoratori. Poco importa che le ricette di FMI e BM abbiano reso l'Africa un continente da tragedia. Il vero tiranno è chi si ribella a questa regola, e l'unica "sinistra" accettata come "moderna" è quella di chi si diletta di guerre democratiche e preventive e cerca il consenso della Confindustria.

Pubblicato Lunedî 20 Agosto 2007

di Luis Britto García

BolivarGaribaldiGramsci.jpg[In Italia, la disinformazione sul Venezuela è guidata da La Repubblica. Di recente, il corrispondente del quotidiano da quel paese, Omero Ciai, ha scritto due articoli che sfiorano il ridicolo. In uno accusa Hugo Chávez di avere accumulato smodate ricchezze personali, tanto è vero che si sposta su auto costose (i presidenti europei, è noto, si muovono in Lambretta), esibisce orologi Rolex e porta al collo catene d'oro. A queste cazzate ha risposto con la consueta ironia lo stesso Chávez, in un video visibile qui. In un secondo articolo più recente, Ciai ha accusato Chávez di tendere alla dittatura perché, nella modifica della costituzione venezuelana attualmente in discussione, si prevede la possibilità di una rielezione del presidente della repubblica. Ciai pare ignorare che parecchie costituzioni occidentali prevedono la stessa possibilità. Se fosse coerente, dovrebbe considerare dittatori Franklyn D. Roosvelt o Charles De Gaulle, titolari di numerosi mandati successivi.

Pubblicato Domenica 5 Agosto 2007

UN ARTICOLO DI TITO PULSINELLI

di Valerio Evangelisti

Chavez4.jpgDopo il sacrosanto rifiuto di rinnovare la concessione al canale filogolpista RCTV, in Venezuela, una pioggia di calunnie si è abbattuta, dall'Europa e dagli Stati Uniti, sul governo legittimo venezuelano e sul suo presidente, altrettanto legittimo, Hugo Chávez. Dipinto invariabilmente dalla stampa nostrana, di qualsiasi colore, come uno spietato tiranno (benché regolarmente eletto, a differenza di certi amici dell'Occidente come il presidente pachistano o i regnanti oscurantisti dell'Arabia Saudita), colpevole del crimine, denunciato con veemenza da la Repubblica, di offrire sussidi alle classi povere, per mantenerle nell'ozio, e di viaggiare su auto di lusso (un'accusa a suo tempo rivolta al nicaraguense Daniel Ortega, come se i presidenti occidentali viaggiassero in Lambretta).

Pubblicato Mercoledî 11 Luglio 2007

di Mercedes Frías

Chavez3.jpg[Da quando la direzione del quotidiano Liberazione è stata assunta da Piero Sansonetti, proveniente da L'Unità, ci si può aspettare qualsiasi cosa. Anche articoli contro il presidente venezuelano Hugo Chávez, dipinto da Angela Nocioni quale tiranno da operetta, stile Père Ubu. Proprio mentre, su L'Unità (!), la giornalista Sandra Amurri proponeva un reportage molto più equilibrato. Cosa si propone Rifondazione Comunista mettendo alla testa del suo quotidiano un Sansonetti, che a ogni, imbarazzante, apparizione televisiva non lascia mai capire da che parte stia? E che senso hanno gli articoli diffamatori firmati Nocioni? La costituenda Sinistra Europea nasce sotto i peggiori auspici. Blatera di "socialismo del XXI secolo" (espressione coniata proprio da Chávez), eppure non fu capace di esprimere solidarietà ai giovani comunisti cechi, quando si minacciò di metterli fuorilegge.

Pubblicato Martedî 19 Giugno 2007

di Tito Pulsinelli

TodosABordo.jpg[Torniamo sulla vicenda della supposta "chiusura" di RCTV in Venezuela perché è la cartina di tornasole dell'ignoranza, del pregiudizio ideologico, della faziosità di tanti giornalisti italiani ed europei. Un esempio. Ieri, 11 giugno, sul canale satellitare Rai Educational 2, il programma Tv Talk si è occupato del caso. Il conduttore, senza accorgersi della involontaria comicità, ha dichiarato di avere scoperto che RCTV è un "canale di prim'ordine", tanto è vero che trasmetteva (e trasmette, solo che non più in analogico) una propria versione di Chi vuol essere milionario? Non sto scherzando, lo giuro. Presente e riverito, l'ineffabile Toni Capuozzo, richiesto del perché ciò possa avvenire in Venezuela, rispondeva che là la borghesia di laggiù non è "abbastanza aggressiva". Si vede che due tentativi di colpo di Stato non gli sono bastati. Inutile dire che definiva Chávez "caudillo rosso" e simili. Per conoscere cosa fosse RCTV basta guardare il suo sito. Vi dominano le tre T: Tette, Telenovelas, Telepromozioni. Inoltre un imperativo: che ogni attore / attrice abbia la pelle rigorosamente bianca (in un paese in cui la maggioranza degli abitanti ha la pelle scura). Merda che farebbe apparire i canali Mediaset un cenacolo di intellettuali.] (V.E.]

Pubblicato Martedî 12 Giugno 2007

di Valerio Evangelisti

irisValera.jpgRicapitoliamo i fatti, già esposti in dettaglio qui e qui. Il 31 maggio scade la concessione dello Stato venezuelano al canale televisivo RCTV. Il governo del Venezuela decide di non rinnovarla, e di cedere le frequenze a una nuova tv non commerciale (“di strada” o “di quartiere”, la definiremmo in Italia).
Immediatamente, i corifei del neoliberalismo iniziano a starnazzare come galline. Si accusa il governo venezuelano, e in particolare il suo presidente Hugo Chávez, di avere chiuso un canale televisivo vicino all’opposizione, per motivi solo politici. Sarebbe la conferma che in Venezuela regna una dittatura.
Certo che i motivi erano politici. Nel corso del tentato colpo di Stato del 2002 RCTV aveva apertamente appoggiato i golpisti, ospitato nei propri studi loro riunioni, mandato propri tecnici a chiudere il canale 8, allora l’unica fonte di comunicazione televisiva in mano al governo.

Pubblicato Domenica 10 Giugno 2007

di Attilio Folliero (da La Patria Grande)

Chavez2.jpgCome dimostrato ampiamente (1), le grandi televisioni private venezuelane sono le vere protagoniste del colpo di stato del 2002, pianificato a Washington. Invitiamo a leggere sul tema Il Codice Chávez di Eva Golinger. Il copione del colpo di Stato era stato scritto in funzione dell’azione delle televisioni. Per mesi il loro ruolo è stato di “avvelenare” la gente, entrare nella testa della gente, con trasmissioni appositamente confezionate, con la finalità di portare la gente a un odio parossistico verso Chávez. Quando l’odio raggiunge livelli altissimi, la persona praticamente perde il controllo di se stessa ed è capace di qualsiasi atto verso la persona odiata.

Pubblicato Giovedî 31 Maggio 2007

di Attilio Folliero (da La Patria Grande)

Hernandez.jpg[Chi legga sui quotidiani italiani le vicende della televisione venezuelana RCTV, rischia di credere che Hugo Chávez abbia compiuto chissà quale attentato alla libertà di espressione, nel rifiutarle il rinnovo della concessione a trasmettere in analogico giunta a scadenza. In realtà, contrariamente a quanto si legge, il governo del Venezuela non ha affatto “chiuso” RCTV, che resta libera di trasmettere via cavo (digitale terrestre) o via satellite. Non si comprende allora – o si comprende anche troppo bene - lo scandalo dei quotidiani vicini al centrosinistra, che invocano per Rete 4 la stessa sorte. Prevedo che enfatizzeranno la protesta degli studenti di Caracas senza precisare che si tratta di allievi delle università private della zona est – i “quartieri bene” – della capitale venezuelana, mentre gli studenti delle università pubbliche stanno esprimendo tutt’altra opinione.

Pubblicato Mercoledî 30 Maggio 2007

di Mauro Vanetti

BushChavez.jpg
Il fronte imperiale si amplia?

Mentre Chávez in Argentina guidava le proteste antimperialiste, Bush parlava in Uruguay col presidente Tabaré Vázquez e a tutti è venuto un dubbio: chi sta inseguendo chi? L'Uruguay è in fondo un piccolo Paese con uno sciatto governo di sinistra, mentre l'Argentina... è l'Argentina. Sembrava quasi che l'imperatore dovesse a tutti i costi trovare qualche Paese nella zona più meridionale del continente disposto ad accoglierlo; era anche una questione di orgoglio virile: far vedere quanto è lungo il proprio raggio di influenza.

Pubblicato Sabato 26 Maggio 2007

di Tito Pulsinelli

Maggio68.jpg[Anche il nostro corrispondente dal Venezuela, Tito Pulsinelli - che di '68 se ne intende - interviene nella discussione sul libro di Alessandro Bertante Contro il '68, iniziata su Lipperatura e proseguita su Carmilla, su Georgiamada e in vari altri siti.] (V.E.)

E’ immaginabile che si possa scrivere un pamphlet intitolato “Contro il 2001”? Semplicemente no, perchè è senza densità, privo dei significati e delle evocazioni simboliche che il '68 ha emanato. E, nonostante le smisurate fatiche negazioniste, continua ancor oggi a essere un punto di snodo. Non è ancora una moneta o una medaglia per le bancarelle dei rigattieri.
Rimane pur sempre un momento unico di rottura generalizzata, forse “il” momento, magico per la sua simultaneità trans-geografica, scaturita dal grembo di una sola generazione, forse nemmeno intera…

Pubblicato Giovedî 17 Maggio 2007

di Tito Pulsinelli

KirchnerChavez.jpgIl Banco del Sur è ormai una realtà dopo la riunione di Quito dei ministri delle finanze del Venezuela, Brasile, Argentina, Ecuador, Paraguay e Bolivia. Lo scandalo rosa esploso dopo il generoso aumento salariale del 45%, concesso dal capo della Banca Mondiale alla sua amante-dipendente, ha accelerato il precipitare degli eventi.
La settimana scorsa il governo dell’Ecuador aveva dichiarato “persona no grata” il rappresentante della BM, che dovette abbandonare il Paese. Il primo maggio, le autorità di Caracas annunciarono che il Venezuela usciva dal Fondo Monetario Internazionale e dalla BM: “..non dobbiamo nulla, adesso ci devono restituire i 250 milioni di dollari in deposito”. La Bolivia ha deciso di uscire da una delle istanze di arbitrato della BM, dove questa agisce come “arbitro” e si schiera sempre contro i governi e dalla parte delle multinazionali.

Pubblicato Lunedî 7 Maggio 2007

di Mauro Vanetti

LulaBush.jpgApertura brasiliana

Nel caro e dimenticato giorno dell'8 Marzo, Bush è arrivato a San Paolo. Ancora una volta, il Brasile è un paradosso; fu il Paese che, con la vittoria di Lula, segnalò al mondo che qualcosa stava cambiendo nel continente. All'epoca i brasiliani erano quasi tutti entusiasti e trasognanti quando parlavano del barbuto presidente ex operaio. A chi cercava di farli parlare di politica in termini concreti (ma cosa vi aspettate da questo nuovo governo? ma non vi sembra che si stia già mettendo un po' troppo d'accordo con gli industriali?), rispondevano che chi non era brasiliano non poteva capire cosa significasse la vittoria di Lula, che c'era una speranza gigantesca in quel momento e che non era certo il caso di sollevare simili prosaiche polemiche pignole.

Pubblicato Venerdî 4 Maggio 2007

di Mauro Vanetti

Digressioni su digressioni sui viaggi contrari e paralleli di Bush e Chávez in America Latina

Disfiamoci subito del vezzo del titolo.
bushchavezimp1.jpgIl riferimento è naturalmente a Il generale nel suo labirinto, di García Márquez, dove il generale è Simon Bolívar morente, che vaga per il labirinto metaforico dei ricordi della sua vita (marziale, politica, erotica, morale), ma con la sua morte naturale conclude anche il suo errare per il labirinto geografico del Sudamerica, trasformato in quegli anni in un enorme campo di battaglia. Il labirinto quindi è qui anche l'America Latina, percorsa in lungo e in largo dal Libertador, costretto anche spesso (come in ogni errare labirintico che si rispetti) a tornare sui suoi passi per reprimere una controinsurrezione o per affrontare un tradimento, perdendo il filo di Arianna per ritessere quello di Penelope.

Pubblicato Venerdî 27 Aprile 2007

di Mauro Vanetti

Chavez.jpg
[Un nostro lettore ci trasmette la lettera da lui scritta a Fabrizio Dell'Orefice, giornalista de Il Tempo di Roma, dopo un incredibile articolo sul Venezuela apparso lunedì sul quotidiano. La pubblichiamo volentieri. Mi limito a rilevare che, purtroppo, la disinformazione sull'America Latina non è limitata a un quotidiano dichiaratamente di destra come Il Tempo, ma è condivisa anche da giornali che qualcuno definisce "di sinistra" come La Repubblica.] (V.E.)

Ho letto il Suo ributtante articolo-intervista al fascista venezuelano Alejandro Peña Esclusa, il quale, dall'alto dello 0,04% preso alle elezioni del 1998, si presenta come "il capo dell'opposizione venezuelana". Lei evidentemente ignora, dimostrando così di non essere un giornalista e forse di non guardare nemmeno il telegiornale, che il vero capo dell'opposizione venezuelana si chiama Manuel Rosales e ha preso il 36,85% dei voti; è come se Lei avesse intervistato un naziskin e l'avesse presentato come leader della Casa della Libertà.

Pubblicato Martedî 13 Marzo 2007

Intervista a Tito Pulsinelli

ChavezTeAmamos.jpg
[Questa intervista al nostro amico Tito Pulsinelli, giornalista italiano residente in Venezuela, è apparsa nel sito italo-venezuelano La Patria Grande. Traeva origine da alcune dichiarazioni a Liberazione del ministro D'Alema, reduce da un viaggio in America Latina. L'abbiamo integrata con alcune domande supplementari.] (V.E.)

La Patria Grande (LPG): Il ministro D’Alema manifesta ripetutamente la sua spiccata identificazione con Lula e il Brasile, ed arriva a suggerire che esisterebbe una contraddizione sensibile con Chávez e il Venezuela.

Tito Pulsinelli (TP): Il massimo gerarca della Farnesina ignora che Lula è stato aspramente criticato dall’opposizione venezuelana perchè – in piena campagna elettorale - è andato a inaugurare il grandioso ponte binazionale sull’Orinoco, e questo è stato visto come un aperto e indebito sostegno alla rielezione di Chávez.

Pubblicato Giovedî 1 Febbraio 2007

di Tito Pulsinelli

Bush_timecover.jpg[Tito Pulsinelli è un giornalista italiano residente da molti anni in Venezuela. Con questo articolo inizia la sua collaborazione periodica a Carmilla.]

Il (man)rovescio elettorale di Bush è il primo nodo – ad alto valore simbolico - che viene al pettine del racket petrolifero-armamentista che finanziò la sua scalata al vertice politico degli Stati Uniti. Questo racket, vorace e cinico, è andato assai oltre il fisiologico darwinismo sociale che sostanzia il liberismo in qualsiasi latitudine.
Non si è accontentato del ruolo di anti-Robin Hood: rubare la spesa sociale destinata ai poveri per distribuire diminuzioni fiscali ai ricchi. No, il racket pensava in grande ed agiva di conseguenza: ha praticamente trasferito il grosso del bilancio statale alle guerre, all’armamentismo e alle “ricostruzioni”.

Pubblicato Domenica 7 Gennaio 2007

di Valerio Evangelisti

ChavezTime.jpg
Quest’anno, alla rivista Time, è capitato un curioso incidente. Ha pensato di affidare ai suoi lettori on line la scelta dell’ “uomo dell’anno”, cui consacrare la prima copertina del 2007. Pessima decisione, visto che il personaggio più votato è stato il presidente del Venezuela Hugo Chávez, seguito dal capo del governo iraniano, Mahmoud Ahmadinejad.
Di fronte a due nomi imbarazzanti, Time ha scelto una via degna di Ponzio Pilato. Ha cioè deciso di conferire il titolo di “uomo dell’anno” ai votanti stessi. La copertina è andata a un generico “popolo di Internet”.
Ebbene, Carmilla non sta al gioco e conferisce il titolo proprio al personaggio indicato dai lettori di Time. Seguono le motivazioni.

Pubblicato Giovedî 4 Gennaio 2007

di Toni Negri e Giuseppe Cocco

globalcover.jpgda GlobAL. Biopotere e lotte in America Latina - manifestolibri - 19,00 €

In molti paesi sudamericani si sono succeduti negli ultimi anni imponenti movimenti popolari e indigeni e cambiamenti di governo che non ricalcano la fisiologia del ricambio interno delle élite dominanti o quella del golpe autoritario. Questi fenomeni, al contrario, introducono una relazione aperta e produttiva con una nuova composizione sociale e politica delle classi subalterne. Toni Negri e Giuseppe Cocco (docente all'università di Rio de Janeiro e presente nelle direzioni della rivista Multitudes) esaminando la storia dei tre grandi colossi del continente, Brasile, Messico e Argentina, seguono l’idea che all’inizio stiano sempre le lotte operaie e proletarie e solo dopo lo sviluppo capitalistico: l’innovazione prima di essere tecnica è sempre sociale. Con la crisi delle sovranità nazionali, delle loro ideologie e dei loro modelli di sviluppo, che non hanno saputo sconfiggere diseguaglianze e miseria, l’America Latina si va trasformando in un potente laboratorio nel quale prendono forma nuove figure di democrazia radicale e modelli di gestione collettiva dei beni comuni.
Pubblichiamo parte della prefazione al saggio, edito da manifestolibri. [gg]

Pubblicato Mercoledî 25 Ottobre 2006

di Sandro Mezzadramarcosacavallo-light.jpg

Il gigante addormentato si sta svegliando: era uno degli slogan della gigantesca manifestazione di migranti che il 18 marzo di quest’anno ha invaso le vie di Los Angeles. Non è difficile riferire questo slogan alla situazione complessiva di quell’America latina da cui proviene la stragrande maggioranza dei protagonisti di quella manifestazione. Un’aria nuova spira in quella parte del mondo. L’elezione di Lula alla presidenza del Brasile, nel 2002, è soltanto un tassello di un insieme di eventi che ci parlano della fine del «Consenso di Washington» in America latina, di una nuova stagione politica che si sta aprendo, senza che sia ancora possibile valutarne a pieno la direzione di sviluppo.

Pubblicato Martedî 25 Aprile 2006

di Tito Pulsinelli

dollarpart.jpgE’ ormai un segreto pubblico che i malesseri di cui è preda l’economia degli Stati Uniti non sono inquadrabili in una diagnosi di influenza stagionale. Non ci credono più nemmeno gli scrivani tanto-al-pezzo gettonati dalla catena di montaggio del totalitarismo mediatico. E’ finito il ciclo cominciato nel 1997, dopo la crisi asiatica, quando divenne una economia di rifugio per i capitali, grazie agli alti tassi di interesse e alla credibilità globale del modello USA. Allora, l’economia degli Stati Uniti attirava l’80% del risparmio mondiale, e questo costituiva la base reale della loro stabilità ed espansione. Clinton lasciò un attivo di 200 miliardi di dollari, poi sopravvenne la morte prematura della "new economy", e cominciò il valzer necrofilico di Bush: aumento astronomico del debito, svalutazione, guerra, crescita esponenziale delle spese militari, disoccupazione, imposizione di uno stile di vita impregnato di paranoia, grettezza e blindaggio mentale.

Pubblicato Giovedî 28 Aprile 2005

S_logo.gifSELVAS.org è un OSSERVATORIO privilegiato sulla realtà della regione andina. Privilegiato perché non è legato al mercato dell’informazione e perciò non deve soddisfare un esigenza di vendita o di lettore, ma ha come obiettivo la diffusione di notizie, avvenimenti e fatti che dai media tradizionali non vengono trattati - o trattati in modo folcloristico e superficiale - e che invece hanno un grande valore sia per i diritti umani e sia per le strategie geopolitiche della regione. Le Ande sono il centro di numerosi interessi economici, politici e sociali che richiedono, a nostro avviso, un’attenzione particolare e un impegno informativo vigile e costante.
SELVAS.org è SPONTANEO perché si avvale di lavoro volontario. Il volontariato è finalizzato alla comunicazione, alla diffusione e all’amplificazione della notizia o dell’approfondimento trattato. Questo lavoro viene offerto gratuitamente e richiede comunque il rispetto della nomina dell’autore, quando è firmato, e della citazione di questo sito come fonte. I collaboratori di SELVAS.org sono giornalisti, ricercatori, operatori di ONG o semplici osservatori delle dinamiche sociali, politiche e ambientali della regione andina. Spesso il sito si avvale di scritti, testimonianze, e altra documentazione di altra origine, ma sempre accompagnata dalla citazione della fonte.

Pubblicato Venerdî 12 Novembre 2004

Chavez2.jpgPer celebrare un evento tra i più importanti degli ultimi anni – la schiacciante vittoria del presidente del Venezuela Hugo Chavez nel referendum preteso dalle forze di opposizione – riproponiamo un illuminante articolo di Maurice Lemoine, apparso sul numero di maggio 2002 dell’edizione italiana di Le Monde Diplomatique.
Che ora l’opposizione a Chavez parli di brogli non meraviglia. Già prima delle elezioni, con perfetta stupidità, aveva annunciato che lo avrebbe fatto, nel caso che Chavez avesse vinto. Gli osservatori internazionali, da Jimmy Carter ai delegati dell’Organizzazione degli Stati Americani, hanno da parte loro attestato la correttezza del processo elettorale. Sono già otto le elezioni vinte da Chavez a furor di popolo, sebbene i suoi avversari esercitino, in virtù del loro denaro, un controllo pressoché totale sui media.

Pubblicato Martedî 17 Agosto 2004


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frecciabr.gif LA SVOLTA NARRATIVA
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Da un saggio di Wu Ming, l'orizzonte di una rinnovata narrativa, che riporta al centro il rapporto con la Repubblica dei Lettori. Contributi e interventi che fanno discutere.
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