di Franco Pezzini
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The Weir Judge Project
Con le loro differenze, i testi di Le Fanu influirono profondamente sul mito letterario dell’hanging judge: a partire da due autori vittoriani che da quella base svilupparono storie di varia celebrità, cioè Robert Louis Stevenson – con un romanzo che peraltro non tratta di fantasmi e neppure è tecnicamente fantastico – e Bram Stoker. Con sviluppi divergenti: se il secondo porterà a definitivo compimento una lettura del Giudice Impicca-impicca come mostro, il primo al contrario ne recupererà proprio nel segno del doppio, e senza nulla togliere alla terribilità del personaggio, una (pur coperta, inaccettata) dimensione umana.
Per una di quelle sciagure di cui la storia della letteratura non è avara, il romanzo Weir of Hermiston di Stevenson restò interrotto dalla sua morte, 1894, e fu pubblicato nel 1896: ciò che permette soltanto di immaginare, grazie all’epistolario e al lavoro dei biografi, lo sviluppo ulteriore e (forse) la conclusione. Quanto resta è però sufficiente per ravvisarvi non solo il culmine dell’arte dell’autore – un testo di abbacinante bellezza, che Stevenson stesso confidava sarebbe stato il suo capolavoro – ma una tappa ineludibile per la pista che stiamo seguendo.
di Sandro Moiso
Se c’è qualcosa che unisce davvero democrazie parlamentari e dittature, occidente ed oriente, nazioni sviluppate ed emergenti, Nord e Sud del mondo è la pratica dell’irruzione notturna o sul far dell’alba per arrestare coloro che vengono di volta in volta definiti banditi, dissidenti, sovversivi o terroristi., Un’aggettivazione apodittica che permette agli stati di giustificare per default le proprie azioni repressive nei confronti di qualsiasi forma di dissenso non compreso nelle dinamiche del “civile confronto” le cui regole sono definite dai governi stessi.
Insomma, chi non sta al gioco per forza è un delinquente, un rifiuto della società e come tale deve essere rimosso.
Ci sarebbe da riflettere sulla comune pratica della rimozione dei rifiuti urbani e dell’arresto, spesso preventivo, che avvengono, più o meno, sempre nelle prime ore del giorno.
La notte o il buio delle ore precedenti l’alba da un lato nascondono atti scellerati ed irruzioni violente, ma dall’altro suggeriscono immediatamente la necessità dell’urgenza delle operazioni destinate a rimuovere i tumori della società prima che questi possano, pericolosamente, espandersi.
di Franco Ricciardiello
È strano che l’importanza di una delle donne più influenti nella politica del XX secolo (insieme a Eva Perón, Golda Meir, Indira Gandhi) sia oggi così misconosciuta; eppure Jiāng Qīng ha inciso a fondo nella storia del socialismo, anche fuori dai confini cinesi: per esempio, la presa del maoismo sul movimento studentesco europeo, e la sua la radicalizzazione acritica, sono in certa misura un sottoprodotto della Rivoluzione culturale, la lotta scatenata da Máo contro l’élite del Partito comunista.
Jiāng Qīng, il cui vero nome è Lǐ Shūméng, nasce nel 1914, figlia di una concubina. Uno dei primi ricordi da bambina è una frase della madre, che dà l’idea della condizione femminile nella Cina tradizionale: “le donne sono come l’erba, nate per essere calpestate.” Al momento di frequentare la scuola la bambina cambia nome in Yúnhè (che significa “gru tra le nuvole”): sarà solo il primo dei molti nomi che assumerà nella vita. Abbandonata dalla madre, è costretta a vivere con i nonni che contrastano il suo interesse per il teatro, e la convincono a sposarsi a 17 anni. Yúnhè sfugge ben presto al marito, frequenta l’università di Qīngdǎo e sposa un giovane quadro del clandestino Partito comunista cinese, al quale a sua volta si iscrive. All’inizio degli anni Trenta il nazionalista Jiǎng Jièshí (Chiang Kai-shek), signore della guerra che approfittando del disordine è diventato capo di stato, denuncia l’alleanza con il PCC e inizia la persecuzione dei militanti con una funesta parola d’ordine: “Se dobbiamo uccidere mille innocenti per catturare un solo comunista, ebbene sia.”
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di Rachele Cinarelli
Tyrell: If we gift them the past we create a cushion or pillow for their emotions and consequently we can control them better.
Deckard: Memories. You're talking about memories.[1]
Il regalo per l'anno nuovo da parte di Mark Zuckerberg per tutti gli utenti di Facebook è Timeline. Un nuovo look, una nuova interfaccia del profilo del più popolare tra i social network, che lo fa somigliare sempre più alla struttura di un blog, o di un sito personale, anche se ripetuto per n utenti. Timeline avrà il compito di rappresentare la storia della nostra vita, e nella versione italiana il termine è stato abilmente localizzato con “diario”.
di Lara Manni
Negli ultimi tempi, Margaret White torna spesso in mente alla lettrice di King che da molti anni sono. Non nella versione pop con cui Brian De Palma rivisitò “Carrie”, ma in quella del romanzo, il primo di Stephen King.
Margaret White, dunque, mi appare nella scena in cui Carrie torna a casa dopo il ballo, ed è stanca e sconvolta e spaventata e sporca del sangue di maiale che si è raggrumato sui capelli e sulla fronte, mentre il suo amato, prezioso abito da sera pende a brandelli dal corpo. Margaret, la madre, è immobile su uno sgabello da cucina, con un coltello nascosto nelle pieghe della gonna, e appena la figlia entra comincia a parlare, ricordando l’orrore della notte di sesso con il marito, rivelando che aveva già tentato di uccidere Carrie appena venuta al mondo, e ripetendo senza fermarsi che “il peccato non muore mai”.
di Franco Pezzini
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Vai troppo spesso a Tyburn
Il vecchietto aveva preso alloggio in quella casa spaziosa su una via buia di Westminster – siamo ora a Londra – “per la straordinaria modicità della pigione”. E per quasi un anno non ne aveva capito il motivo, finchè una sera, dallo sgabuzzino che credeva chiuso a chiave, non se n’erano uscite due figure spettrali: cioè un tipo dall’aria sinistra vestito a lutto, e “un omaccione più anziano, butterato dal vaiolo, i lineamenti rigidi come quelli di un cadavere, sui quali era stampato lo spaventoso marchio della dissolutezza e dell’infamia” – e che stringeva un rotolo di corda. Ovvio che il vecchietto decida di cambiare alloggio.
Con questa nuova apparizione dell’hanging judge (debitamente trapassato, e capestromunito) inizia uno dei resoconti su casi parapsichici collezionati dall’erudito swedenborgiano Martin Hesselius e pubblicati, ci è detto, dal suo devoto segretario-curatore. Ma si tratta, nello specifico, del racconto Mr Justice Harbottle di Joseph Sheridan Le Fanu, 1872.
di Sandro Moiso

Lui almeno qualche volta risultava simpatico.
Un bel faccione americano sospeso tra paternalismo e giustizia fai da te che riusciva anche a strapparci qualche sorriso.
Che corresse dietro agli indiani, sotto la mano sapiente di John Ford, o a difendere l’onore di damigelle di ogni età, sotto la direzione di Henry Hathaway, era scontato, sempre.
E in fin dei conti dava sicurezza: i buoni vincono sempre, anche a costo di diventare cattivi.

L’altro no.
E’ sempre e solo stato antipatico.
Tutto spasmodicamente teso nell’arco di un’intera carriera a dar la caccia all’eversore.
Al nemico dell’ordine borghese e dello stato di cose presenti.
Dagli anni settanta a Sole e Baleno, dal movimento studentesco del 2009 ai No Tav di oggi.
Dietro il primo si celava tutta la logica hollywoodiana del bravo eroe americano.
Logica che, ogni tanto, lasciava però trasparire qualche dubbio, qualche incertezza.
“Sentieri selvaggi” ne sta forse a significare il momento più bello, quello dove il dubbio sul proprio operato trionfa insieme all’accettazione dell’altro.
Diavolo di un John Ford che, già celebre e in pieno maccartismo, aveva sfidato le censure definendosi artigiano di western.
di Girolamo De Michele
1. Una cosa divertente che non dovremmo fare mai più?
Il sinistro della Concordia, la nave Costa Crociere naufragata davanti all'Isola del Giglio, e la conseguente strage è just in time diventato un evento sul quale tutti hanno detto che...
Leoni da tastiera e da telecomando, ma anche raffinati commentatori mainstream – da Gramellini a Merlo, giù giù in décalage fino agli epigoni - subito divisi in schiere nel derby De Falco-Schettino, la cui posta in palio è la personificazione dell'identità italiana; starlette di cui si era persa la memoria – posto che fosse stata mai acquisita – disposte a testimoniare sull'intervento miracoloso in quella notte di tragenda di un Padre Pio che non risulta nell'elenco degli imbarcati, peraltro non esaustivo (un santo clandestino, dunque?); moralisti de noantri sempre disposti a trasformare la facoltà di ragionare in tribunale della ragione, per poi genuflettersi davanti all'autorità con la divisa, i gradi e quella sana capacità di aggiungere un «cazzo!» al diritto di urlare ordini – il comando è mio, dunque comando! – che la dice lunga sulla nostalgia per l'uomo forte, nella variante del decisionista, del Grande Altro o dell'uomo «che imponga con decisiva volontà il basta! a questa pazza corsa al suicidio […]. Un uomo che sappia guardare in faccia la realtà che non soffre di mezze misure» [1]. Come se...
di Davide Grasso (qui il suo blog)
“Le persone che in questa narrazione cercassero di trovare dei fini saranno perseguite legalmente; quelle che cercassero di trovarvi una morale saranno esiliate; quelle che cercassero di trovarvi una trama saranno giustiziate”
Mark Twain
Quando migliaia di egiziani, sui ponti del Nilo, impedirono l’avanzata della polizia a costo di fermare le autoblindo con le loro stesse carni, mi trovavo di fronte a un altro fiume, il Mississippi. Ero a New Orleans, e avevo appena visto le immagini mosse e confuse della CNN, dove mezzibusti e inviati si alternavano a donne arabe e immagini di strade buie, quartieri poco illuminati, dove si diceva che i saccheggi dilagassero e le persone si affrontassero con i bastoni e i coltelli in mano, divisi tra avversari e sostenitori del presidente, o tra proprietari di negozi e saccheggiatori. Comparve sugli schermi Hillary Clinton, in diretta, oltre i titoli delle breaking news che scorrevano sotto lo schermo: imbarazzata, l’espressione vagamente spaventata, invitò gli egiziani ad astenersi dalla violenza. Mi stupì si potesse pensare che quelle persone volessero comportarsi secondo le indicazioni del segretario di Stato, proprio nel momento in cui smettevano di dare ascolto alle loro autorità (verso lo Stato del segretario, peraltro, da sempre compiacenti). Il monito statunitense era rivolto a una popolazione, questa volta, non a un governo; sarebbe rimasto inascoltato.
di Franco Pezzini
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Di quei papà che non si conoscono
Nel 1918 Henry Edwards presenta il proprio film – ovviamente muto – The Hanging Judge, basato su un testo teatrale di Tom Gallon e Leon M. Lion. Il protagonista Dick (interpretato dallo stesso Edwards) finisce sotto processo per omicidio: a complicare le cose sul piano melodrammatico, si tratta del figlio unico del severissimo magistrato del titolo, Sir John Veasey (Hamilton Stewart), chiamato per di più a giudicarlo. La pellicola, inglese, recupera uno spunto classico: il padre, figura normativa per eccellenza, diviso tra dovere istituzionale e la dimensione più cara degli affetti. Se però Lucio Giunio Bruto aveva potuto condannare a morte il figlio guadagnandosi il plauso dei rigoristi romani, col tempo (e qualche oncia di civiltà in più) il plot guadagna in tormento e ripugnanza – come nel caso della celebre vicenda irlandese, plausibilmente nota ai connazionali Le Fanu e Stoker, riguardante un Mayor di Galway vissuto a cavallo tra Quattro e Cinquecento. Il rigorista James Lynch Fitzstephen non solo condannò a morte il figlio unico Walter, reo confesso dell’omicidio di un ospite spagnolo troppo galante con la sua ragazza; ma provvide a impiccarlo personalmente alla finestra della propria casa in Market Street, visto che nessuno a Galway City si sentiva di giustiziare un ragazzo tanto popolare. L’hanging judge torturato dalla propria amarezza si seppellì nella casa, vivendo da recluso gli anni che gli restavano.
di Franco Ricciardiello
La Cina è oggi tra le maggiori economie del pianeta: per il mondo questa non è una novità, dato che fino al XVII secolo 1/3 del PIL mondiale era prodotto nel Celeste Impero. Forse è a causa alla ritrovata centralità economica che uno dei periodi più foschi e terribili della sua storia contemporanea, la Rivoluzione culturale, risulta ancora carente di ricostruzioni storiografiche; eppure gli anni della de-maoizzazione hanno messo a disposizione una quantità di documenti. Ma la coscienza politica sporca dell’Occidente si concentra sulla questione tibetana, cara ai neofiti delle religioni che fanno tendenza, fingendo di non vedere che i diritti umani in Cina vengono calpestati ovunque.
Ancora oggi si fa confusione in materia, e c’è chi considera la Rivoluzione culturale (Wénhuà dà gémìng) un episodio di politica interna della Cina, piuttosto che una guerra civile tra marxisti dogmatici (Máo) e pragmatici (Dèng). Tutto ha inizio a metà degli anni Sessanta. Máo Zédōng, il vecchio leader della rivoluzione comunista arrivata al governo nel 1949 dopo mezzo secolo di disordini e guerre, si trova confinato ai margini del potere a causa degli spaventosi errori del suo “Grande balzo in avanti” (Dàyuèjìn) di fine anni Cinquanta, che invece di trasformare la Cina in una potenza industrializzata provoca una carestia di dimensioni apocalittiche nelle campagne: secondo gli storiografi cinesi, 14 milioni di morti dal ’59 al ’62.
di Franco Pezzini

Il giudice e il suo boia
Lydford (West Devon), agosto. La pioggia per il momento si è interrotta, ma il cielo resta livido quando fermiamo l’auto nel villaggio – incredibile pensare che quest’angolino appartato ai confini del Dartmoor (poche case e una locanda, immerse nel verde che ora brilla) un tempo fosse un centro importante. Ma il castello sulla collinetta di fronte alla chiesa di St. Petrock è testimonianza concreta del vecchio potere: una costruzione tozza e minacciosa che, qualcuno ha osservato, lascia dal basso la bizzarra impressione di sprofondare nel rilievo su cui sorge – verso l’inferno, presumibilmente. Edificato nel 1132 sulla base di un castello precedente, l’edificio divenne prigione dai tempi di Edoardo I: un atto parlamentare del 1512 lo descriverà come uno dei posti più odiosi e malsani del regno, e il termine Lydford Law suonerà sinonimo d’ingiustizia. Come nell’omonima lirica di William Browne: “I've often hear of Lydford law, / How in the morn they hang and draw, / And sit in judgement after”… Finito in rovina, nel Settecento il castello sarà restaurato ancora come luogo di giudizio e carcere; e ciò che resta oggi è un parallelepipedo svuotato dal tempo e citato nelle guide per i suoi cattivi ricordi.
Un padre sta girellando attorno al rudere col figlio bambino, ma quando saliamo anche noi si defilano – in effetti non c’è granché da vedere. Varcata la soglia, gli spazi a cielo aperto tra muri a perpendicolo (tre piani, ma le travi hanno ceduto da molto tempo) mettono angoscia: star chiusi qui dentro doveva essere spaventoso. A spingere a visitare un posto del genere è in effetti soprattutto il valore simbolico e il coagulo di storie che lo riguardano. Un buon avvio dunque per un piccolo itinerario di teratologia della giustizia, inseguendo una maschera codificata compiutamente nell’età vittoriana ma sopravvissuta con buone ragioni nell’immaginario (post)moderno: l’hanging judge, cioè il Giudice Impicca-impicca.
di Lara Manni
Quattro volte l’anno, “nelle quattro tempora”, armati di mazze di finocchio, i benandanti combattevano contro streghe e stregoni che brandivano canne di sorgo. Lottavano con lo spirito, perché il corpo veniva lasciato indietro come un sacco vuoto (“invisibilmente con lo spirito et resta il corpo”) e dalla vittoria dell’una o l’altra fazione dipendeva la fertilità della terra o la carestia. Questo era l’unico scopo dei benandanti: “Noi non andiamo a far altro se non a combater... Quando il racolto vien buono… quell’anno è che li benandanti habbian vinto; ma quando li stregoni vincono il raccolto va male”. Per entrare nell’esercito del Bene occorreva nascere con la camicia, e serbare un frammento del sacco amniotico appeso al collo. Senza mai smarrirlo, pena la perdita di ogni potere: niente più battaglie, e niente più processione dei morti (perché i benandanti potevano vederla, e a volte guidarla, e altrove quella sfilata si chiamava caccia selvaggia, o cavalcata dei morti, come ben sa Fred Vargas). E’ avvenuto davvero in anni lontanissimi, è venuto alla luce quando i benandanti friulani vennero inquisiti come eretici, è stato reso noto, infine, grazie al racconto fatto da Carlo Ginzburg in due testi straordinari pubblicati presso Einaudi, "I Benandanti, stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento" e "Storia Notturna. Una decifrazione del Sabba".
di Luca Baiada (Da Il Ponte, LXVIII n.1, gennaio 2011)
[Ringraziamo Il Ponte per la gentile concessione.]
È presto per dire se il modello berlusconiano sia davvero tramontato, se si tratti di una scossa, di un’eclissi momentanea, di una metamorfosi. E speriamo che per altri aspetti, non sia invece troppo tardi.
Caduta la prima fila, arrivano i tecnici? In realtà, quasi tutti i componenti del governo Monti sono cresciuti e si sono arricchiti con la protezione politica. Economisti dai mille incarichi, uno più redditizio dell’altro, avvocati da sempre al servizio della classe dirigente, in modo assolutamente trasversale a gruppi e schieramenti, consulenti generosi di consigli a chi sino a ieri comandava di fronte e adesso comanda di profilo o si è messo da parte in attesa di mettersi di traverso. Robusta è la presenza del potere papale, in tutte le sue articolazioni intellettuali, amministrative e gestionali. Si notano persino alacri presenze dell’Università cattolica e della Comunità di sant’Egidio. Alla Cattolica la cultura, mentre il fondatore di una struttura che svolge funzioni di diplomazia parallela, con serie implicazioni geopolitiche, dovrebbe garantire qualcosa sulla bontà, con la benedizione di qualche cuoricino.
di Alessandro Castellari
Ecco, sì, io sono come una tavoletta di morbida cera sulla quale lettere e parole e frasi vengono incise con eleganza dal ferro aguzzo: lo “stilo” fa di me un essere malleabile alla sua bella scrittura, alla sua calligrafia, e, quando esso mi percorre e mi segna, provo un piacere quasi masochista. Stilettate che entrano nella carne e la fanno fremere, lo confesso.
Capisco che le mie parole, che germinano dalla rilettura solitaria di Also sprach Zarathustra, possano sembrare oscure a voi, voi che vi siete precipitati in piazza a veder bruciare un orribile pupazzo masticando il rancido panettone offerto dalla Coop, voi a cui il piacere della crapula a prezzi scontati ha sottratto il piacere del bello, voi che ormai praticate qualsiasi banalità conviviale dove vien fatto strame della bella lingua: solecismi sguaiati esibiti come vezzo, sgrammaticature da somari per le quali un semplice ottativo al presente come “Che vada al diavolo!” si tramuta chissà perché in “Che andasse al diavolo!”, anacoluti devastanti a causa dei quali sono state sterminate la ricchezza e la precisione del linguaggio. E voi a invocare la semplicità, ovvero la grettezza! E voi a ripetere: “Parla come mangi”, essendo il trangugiare l'unica vostra occupazione consapevole.
di Franco Ricciardiello
Tra il 1961 e il 1973 il governo degli Stati Uniti combatte in Laos una guerra segreta, mai dichiarata e mai votata dal Congresso americano, contro l’esercito del Nord Việtnam. Per impedire il rifornimento dei việtcộng, i partigiani comunisti che combattono nel Sud Việtnam, tre milioni di tonnellate di bombe vengono sganciate sul Laos, lungo il tracciato del sentiero di Hồ Chí Minh: il più pesante bombardamento che una nazione abbia mai subito nel corso della Storia. Malgrado questo incredibile dispiego di mezzi di distruzione, nel 1975 il Laos diventa una repubblica socialista, e lo è rimasto fino a oggi malgrado profondi cambiamenti nell’organizzazione statale.
Il coinvolgimento americano inizia negli anni Cinquanta, con l’obiettivo di contrastare l’influenza del Việtnam comunista sui paesi limitrofi. Il Laos in breve diventa il maggiore destinatario di fondi federali di tutti i tempi (non solo bombe, dunque): 40 miliardi di dollari l’anno in un paese di solo tre milioni di abitanti; nel 1955 gli stipendi dell’intero esercito reale laotiano sono pagati dagli USA, in cambio dell’impegno militare contro il movimento insurrezionale marxista Pathēt Lao. Gli accordi di Ginevra, che sanzionano nel 1954 la fine del colonialismo francese in Indocina, prevedono per l’ex-colonia un governo di coalizione e la cessazione di ingerenze straniere: tuttavia il Dipartimento di Stato USA avvia il “progetto segreto 404” che utilizza ufficiali in temporaneo congedo come consulenti militari. Le elezioni del 1960 si svolgono secondo un copione consolidato: brogli, esclusioni di candidati, risultati truccati. La destra ottiene un’ampia maggioranza in parlamento; il Dipartimento di Stato sostiene il premier principe Suvannaphūmā, ma la CIA individua il proprio uomo forte nel ministro della difesa Phūmī Nôsavan; questo in ossequio alla “teoria del domino” enunciata nel ’54 dal presidente Eisenhower, secondo il quale se un Paese cade nelle mani dei comunisti, tutte le altre nazioni della stessa area geografica una dopo l’altra seguiranno la stessa sorte, come tessere di domino messe in fila.
di Lara Manni
C’è sempre un passaggio grazie al quale il mondo si sdoppia e diventa altro. In secoli di narrativa fantastica, è stato di volta in volta un portale, un tunnel, una caverna, e poi un anello, un’automobile, un computer. In due romanzi usciti contemporaneamente in Italia a novembre, il passaggio è molto simile: si apre verso il basso, si trova in un luogo accessibile a tutti ma che non è semplice individuare. Nel primo caso, è una scala di emergenza nei pressi di un distributore di benzina, accanto al traffico di una tangenziale di Tokyo. Nel secondo, è una scala invisibile ma tangibile che si apre fra barattoli e verdure nella dispensa di un fast food di Lisbon Falls.
Le similitudini non si fermano qui. Posando il piede su un gradino in Giappone o cercandolo a tentoni nel Maine, si giunge non solo in un luogo, ma in un tempo diverso. In un caso corre parallelamente a quello effettivo, ed è sufficiente, per definirlo, sostituire un numero con una cifra. Nell’altro, il tempo è arretrato e allo stesso tempo immobilizzato in una data (le 11:58 del 9 settembre 1958).
Il tempo è centrale, a ogni modo: passare, come sempre avviene, comporta il perturbare.
di Jumpinshark
L'iscritto a Twitter è abituato a trattare con alcuni numeri: quanti tweets (messaggi contenenti al massimo 140 caratteri) produce, quanti followers (altri iscritti a Twitter che lo "seguono") e following (iscritti che egli a propria volta segue) ha, in quante "liste" compare ecc.. In questo testo presento una grandezza (si scusi l'improntitudine) da me creata, e battezzata Numero Twitter di Fiorello e Jovanotti (nfj). Tale misura viene qui illustrata non come ameno passatempo social(e) ed esercizio letterario di parodia scientifica ma per una prima implementazione della democrazia diretta attraverso i social media e del suffragio universale pesato [1]. La "democrazia di Internet" e l'abbandono dell' "una testa, un voto" sono infatti, oggi in Italia, due principi in sempre maggiore ascesa e solo apparentemente contrapposti.
(Prima di cominciare, voglio augurarmi che i lettori in difficoltà con la parte tecnica, seppur molto informale, di questa presentazione, possano comunque apprezzare l'importanza del sistema, e provvedere pure ad adattarvisi in fretta, in modo da non essere più pesantemente valutati.)
Informalmente, quindi, definiamo nfj 0 il Numero Twitter di Fiorello e Jovanotti degli account\cittadini @sarofiorello e @lorenzojova, che si seguono a vicenda. In Twitter, ricordo, vi è una relazione asimmetrica di "follow", A segue B (ne riceve i messaggi sulla sua "timeline") non implica che B segua A; al contrario su Facebook la relazione di amicizia, quando "accettata" naturalmente, è "simmetrica" [2].
Francesco Di Gesù (@frankiehinrgmc) è uno dei 47 eletti a godere di nfj 1, in quanto è seguito sia da Fiorello che da Jovanotti (sta nell'intersezione del diagramma di Venn mostrato qui sopra).
di Franco Pezzini
(da L’indice dei libri del mese, novembre 2011, n. 11)
Dartmoor (Devonshire), agosto. Più di un secolo è passato dall’uscita di The Hound of the Baskervilles (‘The Strand Magazine’, agosto 1901-aprile 1902), l’avventura in assoluto forse più nota della saga dell’Arcidetective di Conan Doyle, e tante cose sono cambiate anche qui: eppure il colpo d’occhio resta quello che così fortemente impressionò lo scrittore durante il famoso soggiorno del 1901, prima a Ipplepen a casa dell’amico giornalista Bertram Fletcher Robinson, e quindi proprio nel cuore della brughiera, a Princetown. Non so immaginare quanto il suo albergo fosse confortevole, ma il villaggio oggi, sotto una pioggerella pungente dal cielo livido, e animato – si fa per dire – dall’evento di una vendita benefica alla scuola elementare, ci appare freddo e semideserto, e sovrastato dalla cupa mole del carcere: quello stesso da cui in The Hound evade lo sciagurato criminale Selden. Basta però concedersi due passi in un vicolo di lato alla strada principale ed ecco un cancello: e di qui il sentiero per la landa, strana e inospitale ma spalancata a una terribile bellezza. E proprio da queste distese punteggiate di erica, ginestra e rovi neri, e qua e là molli di paludi (le famose sabbie mobili, oggi limitate a pochi punti dove onestamente non proviamo ad arrivare), da queste colline con la cima sbucciata in strani massi (gli intraducibili Tor, blocchi di basalto modellati dal vento e dalla pioggia) tra resti preistorici, miniere abbandonate e cavallini selvatici, può essere suggestivo partire per l’esame di alcune ultime edizioni italiane di opere doyliane.
di Franco Pezzini
Per tentare d’inquadrare Ken Russell, il visionario regista morto ottantaquattrenne lo scorso 24 novembre, non è sufficiente il riferimento al cinema che pure gli portò fama internazionale. Anzitutto perché il vecchio provocatore ha recato contributi importanti anche su altri versanti: si pensi alla televisione, per cui girò opere affascinanti e da noi praticamente sconosciute (corti, documentari, sceneggiati – un esempio per tutti, Dante’s Inferno, 1967, sulla tormentata relazione tra Dante Gabriel Rossetti ed Elizabeth Siddal), impegnandolo all’inizio e poi di nuovo al crepuscolo della sua carriera; o ovviamente alla musica, grazie a una serie di pellicole come la psichedelica rock-opera degli Who Tommy, o i febbricitanti, drammatici e magari grotteschi ritratti biografici di musicisti per cinema e tv (Bartók, Elgar, Debussy, Delius, Richard Strauss, Ciajkovskij, Mahler, Liszt…), che testimoniano un’appassionata compenetrazione tra linguaggi artistici diversi. Ma un secondo motivo guarda a un fronte persino più ampio: e riguarda il collegamento tra questo cattolico (almeno in origine, con tutto ciò che comportava per il suo alfabeto simbolico) in realtà panteista, dissacratore ironico e spudorato nel segno dell’eccesso e del kitsch, cantore dei parossismi di arte, sesso e sangue, a un più variegato arcipelago di culture alternative britanniche, tra lezione del gotico vittoriano e riflessione sul mito alla Graves, politeismi assortiti e revival esoterico.
di Lorenza Ghinelli
Credo che l’interpretazione che Kierkegaard ci ha offerto sul mito di Abramo sia di un acume disarmante. Abramo non superò la prova. Abramo, faccendiere di Dio, obbedisce al padrone senza consultare Isacco. Conduce il figlio sul Monte Moriah senza rivelargli le sue intenzioni, lo blandisce. Abramo non si pone scomodi interrogativi. Abramo non contempla la disobbedienza. Abramo non cerca strade alternative, non apre un dialogo con Isacco, non litiga con Dio, non chiede spiegazioni. Abramo non concede il beneficio della scelta nemmeno a Isacco, perché lo tiene all’oscuro di tutto.
Abramo, in realtà, non sceglie.
Concedetemi la metafora, ma il nostro Paese, alla stregua di Abramo, non brilla certo per intraprendenza, trasparenza ed eleganza.
di Lara Manni
C’è una frase nell’intervento di Simone Sarasso del 6 dicembre scorso che mi ha dato da pensare: parlando dell’esperienza di Metro 2033 di Glukhovsky, ripresa in Italia da Tullio Avoledo, Sarasso scrive: “Niente fan-fiction, no signori: solo scrittori professionisti”.
La prima parola che mi è venuta in mente è “ancora?”. Perché se un autore che conosco e stimo come Simone Sarasso serba ancora un pregiudizio di questa portata nei confronti del fan writing, forse chi conosce, studia, pratica il fandom ha fatto passare il messaggio sbagliato, sottoscritta inclusa.
Eppure ci abbiamo provato. Abbiamo ripercorso la storia delle fan-fiction seguendola in tutte le possibili derivazioni: non per nobilitarla ma per dimostrare che i sentieri laterali della scrittura sono stati imboccati già in secoli lontani e che una buona storia non si lega soltanto alla presunta originalità di un personaggio. Orlando Paladino nasce come protagonista di un poema anonimo, la Chanson de Roland, e poi viene raccontato infinità di volte (due anche abbastanza vicine, con Boiardo e Ariosto). E prima ci furono gli anonimi che ripresero ed esplorarono le strade di Omero e coloro che contribuirono a far nascere Le mille e una notte. E dopo ci furono i Janeites che amavano e riscrivevano le storie di Jane Austen: e che tuttora proliferano, dalle versioni con zombies a quella, recentissima e noir, di PD James.
di Luca Baiada (Da Il Ponte, LXVII n. 12, dicembre 2011)
[Ringraziamo Il Ponte per la gentile concessione.]
Il magistrato Antonio Ingroia, il 30 ottobre scorso a un congresso del Pdci, fa la voce grossa:
"Mi diranno che un magistrato deve essere imparziale, e io sono d’accordo. Un magistrato deve essere imparziale, quando esercita le funzioni. […] Lo confesso, non mi sento del tutto imparziale, anzi, di più, mi sento partigiano, e nel senso più nobile del termine. […] Ma detto questo, che fare? Occorre resistenza, resistenza costituzionale, ma credo che non basti, la sola resistenza costituzionale. […] Borghesia mafiosa e capitalismo mafioso vanno verso un processo di saldatura fra economia criminale e economia legale che rischia di divenire irreversibile."
La questione di fondo è colta bene, e resta irrisolta. La struttura del potere in Italia scivola nella criminalità. Il modello è fatto di prevaricazione sociale e si declina tra sangue e sfruttamento più o meno legalizzato. Il paradigma sta risalendo l’Italia e anzi l’Europa. Mezzo secolo fa, Leonardo Sciascia accostava il successo della mafia all’avanzare verso nord del confine dell’area della palma. La strage di Duisburg del 2007 ha dimostrato che la palma può varcare le Alpi.
di Franco Pezzini
Pare sia stato Luigi Albertini a far conoscere in Italia Marjorie Bowen (1885-1952), quando nel 1906 – stesso anno dell’uscita in Inghilterra – ne fece pubblicare il romanzo d’esordio The Viper of Milan. A Romance of Lombardy sul Corriere della Sera da lui diretto, sotto il titolo Il biscione. Da allora, salvo rare e defilate eccezioni, sull’autrice britannica in Italia è calato il silenzio: e dunque buona occasione per riscoprirla è una curiosa fantasia gotica, Magia nera, proposto ora da Gargoyle Books (Roma 2011; ed. orig. 1909, trad. dall’inglese di Bernardo Cicchetti, con una prefazione di Fabrizio Foni, pagg. 304 più otto non numm., euro 14,50). All’anagrafe Gabrielle Margaret Vere Long nata Campbell (ma gli pseudonimi si sprecano), l’Autrice fu forzata a un’estrema prolificità artistica da esigenze alimentari; e riuscì a deliziare coi suoi romanzi e racconti un pubblico vastissimo fino al secondo dopoguerra, con tale successo che lo stesso Graham Greene ne riconoscerà la potente influenza e varie trasposizioni appariranno su schermo.
di Sandro Moiso

“Bevi la Coca-Cola che ti fa bene...”
Fa schifo, è vero.
Ma l'interprete della canzone da cui sono tratte queste parole, campione di finta rabbia, finti amori e finta sensualità per adolescenti frustrati, ha esultato anche lui, su fessbook, per la nomina di Mario Monti.
E ci credo, visto che Superbufala Mario è anche un componente dell'advisory board della compagnia di Atlanta.
Magari, avrà pensato il nostro, chissà che, con tutte queste modernizzazioni annunciate, non ci scappi anche un nuovo inno per il governo delle bolle.
Già, bolle e bollicine, speculative e di merda gassata.
Tutti uniti, tutti insieme a cantar le lodi della finanza e del capitalismo.
Con la benedizione della CEI e del Santo Padre, naturalmente.
di Franco Pezzini
(da L’indice dei libri del mese, ottobre 2011, n. 10)
Da qualche tempo una certa attenzione per la letteratura minore ha permesso l’emergere anche in traduzione italiana – specie per piccoli editori alla ricerca di chicche, e complice ovviamente lo scadere del copyright – di testi del tutto dimenticati. Testi che tuttavia avevano talora goduto di tale successo di pubblico, e non solo il più popolare, da concedere agli autori un posto non ignobile nella storia culturale del proprio tempo; e di particolare interesse risultano le prove a firma femminile, espressive di percorsi spesso eccentrici rispetto ai coevi canoni letterari.
di Valerio Evangelisti
[Quanto sto per esporre rappresenta il mio pensiero. Non è il frutto di un dibattito all’interno di Carmilla, in cui possono convivere punti di vista differenti.]
Le vecchie formule marxiane vanno riviste. Secondo Marx, è noto, si passava storicamente dalla formula originaria M-D-M (merce – denaro – merce) a D-M-D (denaro-merce-denaro). Non ipotizzava che si potesse giungere alla formula attualmente vigente: D-D (denaro-denaro).
Eppure è a questo che siamo. Si parla di crisi dovuta al debito. Debito di chi e verso chi? Tutti i paesi più sviluppati sono indebitati l’uno con l’altro. Attraverso le banche, e soprattutto le banche centrali. Questo non significa che la “crisi” delle loro popolazioni somigli a quella degli africani oppressi dalla siccità, degli asiatici costretti allo schiavismo lavorativo, dei sudamericani condannati a una miseria ancestrale. Ogni passo verso quei “modelli” deriva, più che dalla crisi finanziaria, dai mezzi messi in campo per uscirne.
di Girolamo De Michele
1. S'ode a destra uno squillo di banca...
Tra un'Emma Marcegaglia che nel nominare il "baratro" nel quale saremmo sprofondati replica (inconsapevole?) lo sketch della signorina Vaccaroni dell'Ufficio Imposte Dirette (era il 1991), e il partito-Repubblica che ricorre a frame da fantascienza di bassa lega per evocare scenari da panico sociale – i bancomat che si rifiutano di rispondere agli utenti per effetto del default [1]; e mentre il titolo di International Advisor della banca Goldman Sachs scompare dalle biografie di Mario Monti, è iniziato il battage mediatico a sostegno del Governo di Unità Nazionale (nella variante vendoliana: Governo di Scopo per la Patrimoniale). Il fine della campagna è evidente: spargere messaggi terroristici improntati al frame "Cosa succederebbe se non...". Che, oltre a generare quel sano collante sociale che è la paura, impedisce di pensare a "Che cosa succederà quando...": ad esempio, alla scuola.
di Luca Baiada (da il manifesto, 3 novembre 2011)
Robuste eppure irrisolte, le parole di Antonio Ingroia, il 30 ottobre al congresso del Pdci: «Non mi sento del tutto imparziale, anzi, di più, mi sento partigiano…». E il magistrato sia imparziale nei processi che tratta, ma sempre dalla parte della Costituzione. Dai banchi universitari, sento queste cose che scuotono la coscienza, ma appunto solo di chi la frequenta. Intanto, ciò che convince i migliori giuristi stenta a essere accettato come regola: alle magistrature la borghesia più emotiva d’Europa chiede una razionalità gelida e minuziosa. Agli affari, il cuore in mano, il Partito dell’Amore, er core de Roma, cuoricino di Gesù, identità viscerale, e il voto di pancia, e più giù il bunga bunga; e c’è un sindaco fiorentino che vuole scaricare tutto e tutti, mentre le operazioni new company trasformano i lavoratori in bolo, succo gastrico, tal quale. Comandano le trippe, il cervello ubbidisca. Questa ideologia, la chiamano tecnica.
di Marcello Simoni
[Marcello Simoni sta ottenendo enorme successo, davvero insolito per un esordiente, con il suo romanzo Il mercante di libri maledetti (Newton Compton, 2011). Gli abbiamo chiesto di spiegarci, con parole sue, quale sia la ragione di un'accoglienza così fervida da parte dei lettori, e quale progettualità abbia guidato la stesura del romanzo. Simoni ne parlerà anche al centro sociale Cox 18 di Milano, il prossimo 26 novembre.]
“Comprendere la ricchezza del genere; violarla in molte forme; passare ad altro, pur senza rinnegare l’ambito d’origine”. Le parole di Valerio Evangelisti (Distruggere Alphaville, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2006, pp. 17-18) sono le più idonee ad aprire uno squarcio su un aspetto emblematico della cosiddetta paraletteratura, in modo particolare sul thriller. Suscita interesse soprattutto la fase della “violazione”, che se da un lato invita a un’autentica profanazione dall’altro trasmette le suggestioni di chi si appresta a “craccare” un sistema per accedere ai livelli superiori o inferiori di una rete. La dinamica alto-basso si presta bene a rendere l’idea della narrativa di genere suddivisa in bolge sovrapposte, dove ai “modelli puri” del noir, dell’horror e della fantascienza si alternano quelli di recente formazione che sfumano dal fantagotico all’urban fantasy, dal cyberpunk al chick lit.
Brevi considerazioni molto a lato del 15/10/11
di Rachele Cinarelli
Per i venditori ambulanti una grande massa di gente è solo una grande massa di gente.
Non importa quali siano i motivi che hanno spinto le persone a radunarsi, che sia il Moto GP, qualche notte bianca o rosa, per il concerto di Madonna o degli Agnostic Front: loro son sempre sul pezzo con l'articolo giusto. Dalla birra fresca, alla maglietta tarocca, ai bracciali fosforescenti che per la generazione degli anni '80 sono considerati ancora un tabù, in quanto stigmatizzati dalle mamme come altamente nocivi e cancerogeni, e altri articoli con batterie incluse che ti vogliono per forza far sembrare uno sguarnito albero di Natale.
Così è accaduto anche per la manifestazione People of Europe Rise Up del 15 ottobre scorso a Roma, una manifestazione nata per contestare le politiche finanziarie che hanno generato e poi speculato sulla crisi del 2008, quindi, in sostanza, nata per articolare una nuova contestazione al sistema capitalista.
di Franco Pezzini
Parigi, maggio 1900. Senza aspettare lo spegnersi dell’eco dei passi dalle scale, Deo Duce Comite Ferro chiuse seccamente la porta. Nella luce un po’ smorta del gas le due stampe sul muro (de Molay sul rogo e una fantasia rosicruciana, con cornici pretenziose) si decifravano a stento. E i suoi occhi già piccoli parevano due fessure.
– Così il valoroso Plenipotenziario ha fallito – mormorò Vestigia ironica, dall’ingresso del salotto. La chioma le avvampava ribelle sul viso pallido: vista in quel momento, semplice tunica e senza un’ombra di trucco, sarebbe stato difficile riconoscere la bistrata sacerdotessa isiaca delle recite al Théâtre Bodinière. Un discorso simile, del resto, valeva per il grande ierofante in kilt e baffetti militari, rigido avanti a lei e perso nei suoi pensieri.
Vestigia riprese, sorridendo: – E sconvolto di abbandonare la sua bella cantante (un’americana, vero?) si prende una vacanza. In Messico.
Le luci di Montmartre brillavano su voci e rumori di Rue Saint Vincent, mentre una nuvolaglia carica di elettricità pareva raccogliersi lentamente nella sera. –Ha fallito – suonò a quel punto bassa, come trattenuta, anche la voce di Deo Duce Comite Ferro: un segno che la moglie riconosceva per pessimo, e smise di sorridere.
di Sandro Moiso

Non guardo mai la tv.
Non sopporto gli special, i talk show e le dirette.
Non sopporto i tg e i loro direttori.
Non sopporto i presentatori e i loro adulatori.
E non sopporto tutto il resto.
Eppure sabato ho visto.
Ho visto la diretta da Roma del Tg3.
Ho visto il corteo degli Indignati.
Ho visto una folla infinita.
Ho visto rabbia e passione, furore e poca festa.
Ho visto che non c'è più niente da festeggiare e che c'è molto da cambiare.
Ho visto che non è più tempo di girotondi.
Ho visto che lo scontento generalizzato può assumere aspetti diversi, ma non può essere fermato.
Ho visto il fumo e sentito i boati.
Ho visto tanti volti determinati.
di Mauro Baldrati
Zurigo, 17 agosto 1904. Siamo agli albori della psicanalisi, l’era dei pionieri, degli esploratori. L’era degli Antichi. Ma non è il vero principio. La prima coppia, la coppia originaria, dalla quale tutto ebbe inizio, compare nel 1880, quando una donna di ventuno anni, bella, intelligente, di nome Bertha Pappenheim si rivolge a Joseph Breuer, di anni 38, un medico che come metodo di cura si avvale anche dell’ipnosi. Bertha ha un rapporto molto stretto col padre, gravemente ammalato di tubercolosi, e lo shock per la sua morte le causa disturbi del linguaggio, paralisi facciali, anoressia, stati confusionali. A quell’epoca i pazienti erano trattati con rigidi protocolli (e possiamo immaginare quali), gestiti esclusivamente dai medici. Bertha non si assoggetta alla procedura, ribalta il rapporto paziente-medico. Inizia una terapia basata sulle idee, sul dialogo, sul racconto, che lei stessa chiamerà “talking-cure”.
Sigmund Freud, che studierà a fondo il caso, farà risalire a questo ciclo di incontri l’inizio della psicanalisi. Racconti di sé e del sé, libero sfogo ai ricordi e alle ossessioni, niente ricoveri coatti, niente farmaci, ma un lavoro sulla mente e sulle emozioni. E i sintomi che la tormentano gradatamente scompaiono. Ma c’è un altro aspetto di enorme importanza nel caso di Bertha (nome in codice dei casi clinici Anna O): il dottor Breuer, a un certo punto della terapia, abbandona la paziente, affidandola a un collega. Bertha diventerà dipendente dalla morfina, lotterà duramente per uscirne, ce la farà, si impegnerà nella difesa dei diritti delle donne ebree, si batterà contro la “tratta delle schiave” nella Galizia orientale e sarà tra i fondatori di una famosa casa di accoglienza per ragazze ebree in pericolo.
di Valerio Evangelisti
[Questo articolo è l'introduzione al volume di Luca Barbieri Storia dei licantropi, ed. Odoya, 2011, pp. 379, € 20,00.]
Ancora a metà degli anni Sessanta, il serissimo Grande Dizionario Enciclopedico UTET riportava la voce Licantropia, tra quelle dedicate alla medicina. Ne parlava come di una forma di psicosi legata agli effetti della luna piena, dalla sintomatologia variabile però verificata.
In seguito le certezze mediche si attenuarono, e i riferimenti ai lupi anche. Quella che un tempo era detta “licantropia” fu associata alla porfiria, una patologia genetica davvero tremenda su cui si sofferma Luca Barbieri in questo suo eccezionale, dottissimo saggio. Sta di fatto che se il mito del vampiro è sostanziato da pochi elementi di verifica concreti, quello dell’uomo-lupo ne conosce invece molti, fin dalla notte dei tempi. D’altra parte, il successo cinematografico e multimediale dei vampiri si è appoggiato a trasposizioni letterarie di grande successo (a cominciare dalle opere di Polidori, Le Fanu, Stoker ecc.), mentre quello dei lupi mannari ha piuttosto alle spalle cronache locali, resoconti, dossier di polizia.
di Lorenza Ghinelli
Egregio Sig. Pier Luigi,
siamo spiacenti ma ci vediamo costretti a bocciare la sua prova finale in sceneggiatura.
Nonostante nessuno di noi fosse tenuto a farlo, abbiamo deciso all’unanimità di sintetizzarle i motivi che ci hanno impossibilitati nel prenderla seriamente in considerazione.
Tanto per cominciare: nessuno ha messo veti sugli argomenti da trattare, ma se si decide di scrivere una storia che mini alle basi la credibilità dello Stato e dei suoi rappresentanti, ci aspettiamo quanto meno che lei si sia documentato e che tale preparazione l’aiuti a non cadere in stereotipi banali e farse grottesche, o che quantomeno sia in grado di sviluppare la storia coerentemente, mantenendosi su un piano reale o possibilista, senza saltare ingenuamente da un genere all’altro.
Vede, Sig. Pier Luigi, addentrandosi nella lettura del suo manoscritto come ci si addentrerebbe in un ginepraio di notte, ci si confronta fino alla nausea con fratture multiple della sospensione dell’incredulità, termine egregio coniato da Samuel Taylor Coleridge che ha invaso come gramigna ogni manuale di sceneggiatura e che lei evidentemente ignora.
di Valerio Evangelisti
[Se ne è andato ieri un grande: grande scrittore, grande uomo, grande traduttore. Non troverete la notizia sulla "stampa che conta" (in realtà, nel sociale, non conta più un accidente, ed è bene così). La morte di colui che, più di ogni altro, ha dato in Italia dignità letteraria alla narrativa fantascientifica e fantastica, non può interessarla. Da parte mia, l'emozione per la scomparsa di un amico fraterno, veramente, mi toglie le parole. Preferisco riproporre la mia prefazione a una sua antologia, Retrofuturo, Shake Edizioni, 1999. Un'altra antologia di Vittorio è in libreria. Vedi qui.]
Siamo in parecchi, credo, a riconoscere in Vittorio Curtoni l'uomo che ha modificato profondamente la visione della fantascienza che si aveva in Italia, e che le ha permesso di accedere a un diverso e superiore status culturale. Tutto merito di una rivista mensile, Robot, che quando apparve, nell'aprile 1976, pareva in apparenza molto simile alla popolare Urania, nel formato esterno; ma che risultava diversissima, e in un certo senso antitetica, nei contenuti, nello spazio accordato alla saggistica, nella scelta prioritaria del racconto quale forma narrativa, nello stesso corredo iconografico, eccezionalmente ampio.
di Mauro Baldrati
Vista la pesatura di Carnage, che rende difficoltosa una recensione vera e propria per carenza di materia prima, conviene ovviare con una sorta di argomento di riserva: la deriva della critica cinematografica in Italia. Un tempo il critico andava al cinema, scriveva dei pregi e dei difetti del film, talvolta stroncava, individuava sciatterie o colpi di genio, il mestiere, la retorica, ecc. Poteva sbagliare, oppure avere delle intuizioni, scoprire segreti e menzogne. E nel bene e nel male aiutava lo spettatore a farsi un'opinione. Oggi le recensioni sembrano preconfezionate. Raccontano le trame per sommi capi, citano gli attori, le star, un colpo al cerchio e uno alla botte, e soprattutto rimangono in superficie. Per cui sembrano intercambiabili. Così avviene per Carnage, l’ultimo film di Roman Polanski accolto a Venezia come l’evento del secolo che non è stato premiato per acclamazione, come meritava. È imbarazzante addentrarsi nelle recensioni, sembrano scritte dai redattori di un collettivo che si scambiano gli aggettivi: “Siamo qui a tessere le lodi di un film, Carnage di Roman Polanski, praticamente perfetto” (l’Unità); “Carnage è proprio questo: un magnifico ‘pezzo di cinema’” (Il Messaggero); “Polanski, capolavoro da camera (…) Ottanta minuti mozzafiato, quattro attori da urlo” (Il Mattino); “Un film perfetto, 79 minuti di puro piacere: per la maestria assoluta del regista, Roman Polanski, la furibonda bravura dei quattro attori” (La Repubblica). E così via. Ne leggi una, le hai lette tutte.
di Franco Pezzini
(da L’indice dei libri del mese, luglio/agosto 2011, n. 7/8)
Per il lettore odierno è difficile percepire quanto il nostro immaginario sia debitore di Ann Radcliffe (1764-1823): le sue fanciulle in pericolo catafratte da senno e bontà, i suoi castelli con segrete e passaggi segreti, le abbazie popolate da religiosi (papisti) inquietanti anche quando benevoli, i pirotecnici vilain spesso italiani, i fantasmi dissolti alla fine alla luce della Ragione offriranno modelli per infinite riletture; e ancor oggi narrativa, cinema e persino stereotipi dell’uomo della strada vi fanno indirettamente e inconsciamente riferimento. Eppure la frantumazione delle strutture narrative radcliffiane in una serie di ingredienti-base – quelli in fondo di tanto gotico minore a lei coevo – non rende giustizia all’Autrice, e ai più profondi motivi del suo successo all’epoca e dell’importante influsso sulla letteratura, britannica (Jane Austen, Walter Scott, Byron e gli Shelley, Coleridge e Keats, Charlotte Brontë, Dickens…) e non solo (Melville, Henry James, Dostoevskij, Gombrowicz…). Certo, quando nel 1787 la giovane londinese Ann Ward va in sposa all’avvocato e giornalista William Radcliffe, sarebbe impossibile prevedere la sua ascesa a quell’Olimpo nero di Madri Gotiche che tanta importanza ha per la fortuna della forma-romanzo di lingua inglese: ma dalla scrittura d’intrattenimento di una signora agiata emergerà via via una nuova forma espressiva delle inquietudini in Occidente. In particolare con quel suo quarto romanzo, The Mysteries of Udolpho, 1794, oggi riproposto per BUR (I misteri di Udolpho, collana: Classici moderni, con introduzione di Viola Papetti, traduzione e note di Vittorio Sanna, pagg. 1025, euro 14,80), che apre la stagione di massima fama della scrittrice e conduce all’apogeo – in termini quantitativi e di popolarità – di questa fase del gotico. Il successo di Udolpho, considerato archetipo del genere, sarà straordinario: e non solo nel paese d’origine, influendo per esempio potentemente sul Fantastico francese.
di Francio Ricciardiello
Come in un romanzo d’appendice, nella drammatica storia del Laos moderno si intrecciano le vite di tre fratelli, principi di sangue reale, saliti al vertice delle fazioni politiche che per un quarto di secolo si disputano la supremazia in questo remoto paese di 3 milioni di abitanti. Il Laos però non è un regno da operetta, un esotico sultanato alla Salgari: la storia del Novecento ha coniato per questo angolo di mondo la definizione di “most bombed Country on Earth”, paese più bombardato della Terra.
Fino alla guerra mondiale, il Laos è una colonia francese composta da due regni; l’occupazione giapponese fino al 1945 fa intravedere la possibilità di arrivare all’indipendenza. Dopo la sconfitta del Sol Levante, i francesi tornano a riprendere le colonie. Nell’ottobre del 1945 nasce il movimento nazionalista Lao Issara (Laos Libero) che forma un governo clandestino: al vertice sono tre nipoti del Re, tre fratelli educati in Europa: primo ministro è il principe Phetxarāt (nato nel 1890); ministro dei Lavori pubblici è suo fratello minore principe Suvannaphūmā (n. 1901): entrambi sono figli del viceré Bounkhong e della prima moglie principessa Thongsy; ministro degli Interni e comandante delle forze armate è infine il principe Suphānuvong (n. 1909), figlio di Bounkhong e della terza moglie, la borghese Mom Kham Ouane.
di Girolamo De Michele
Puntuale come la caduta delle foglie in autunno, l'inizio dell'anno scolastico è accompagnato da un rapporto OCSE (“Education at a Glance 2011”) che inchioda il governo della scuola alle proprie responsabilità. E puntuali come come le rondini in primavera, arrivano le bugie del ministro Gelmini a cercare di negare l'evidenza.
Il rapporto OCSE attesta che i nostri insegnanti sono tra i meno pagati (tab. D3.1), e il ministro commenta: «Gli insegnanti italiani infatti sono numerosi, per fare fronte all'elevato numero di ore di insegnamento; questa è una delle cause della loro retribuzione non alta» (comunicato stampa del 13/09, qui).
Se anche voi avete un amico che ha, che non ha, che potrebbe avere, che ha avuto, una malattia, un alluce valgo, un procione, un pesce rosso bipolare, un vicino tourettico, e pensate che questa cosa possa capitare a voi o a qualcuno che amate o a un amico immaginario, allora, CONDIVIDETE.
ATTENZIONE, sulla spiaggia di Cattolica è stato avvistato un bambino in compagnia di un bue e di un asinello, si sta dando la caccia a tre individui travestiti da Magi che pare lo abbiano rapito da poche ore. Chiunque li avvisti è pregato di avvertire il bagno Maria. COPIA E INCOLLA.
Ok, ho esagerato. Passatemi forzature e sarcasmo. Ma il dilagare di queste catene di sant’Antonio post moderne, e con l’aggravante di non essere ironiche, mi inquieta. Mi inquieta l’insensatezza con cui cerchiamo coesione sociale, scambio, persino affetto, comprensione e chi più ne ha più ne metta.
Ma soprattutto mi inquieta l’effetto soporifero che hanno sulle nostre coscienze già rimbecillite da più di mezzo secolo di abuso mediatico indiscriminato. Queste catene, perché di catene si tratta, hanno il potere, detto in soldoni, di farci sentire appunto legati, meno soli, sensibili, utili, anzi peggio: impegnati.
di Jumpinshark
Perché la scrittura su Internet ha un valore commerciale? Ovvero: da dove nasce il guadagno per chi commissiona pezzi a pagamento? Se non si ha una comprensione del funzionamento di questo sistema economico, anche nei suoi aspetti più spericolati, per gli "scrivani digitali" diventa ancora più difficile qualsiasi contrattazione e richiesta di diritti.
Senza alcuna pretesa di esaustività vi presento qualche scenario di incarico testi:
1) Provincia richiede presentazioni di località e attrazioni per promuovere il suo territorio su un portale turistico istituzionale.
2) Albergatore ordina descrizioni di "pacchetti" e camere per il suo sito.
3) Albergatore ordina testi per siti di brokeraggio turistico e, entrando in un territorio piuttosto malfamato, recensioni taroccate per gli stessi siti e per portali di consigli di viaggio.
4) Agenzia di scommesse commissiona post su circuito di blog e su profili di utenti di social network dove si presentino le varie "offerte", enfatizzando le possibilità di vincita (ignorando quindi la teoria delle probabilità).
5) Agenzia di scommesse commissiona post contenenti una o più keywords con link ad un sito principale su "anello di siti" in modo da "scalare le SERP", posizionare cioè il sito desiderato in alto su Google (la mia descrizione è rozza e il risultato di queste pratiche è oggi sempre più dubbio, per avanzamenti negli algoritmi di Google).
6) Politico affida a società di comunicazione la gestione completa dei vari canali social, Facebook e Twitter in testa, con costante produzione di contenuti ed eventualmente "feedback positivo" da parte delle "connessioni" (siamo giunti di nuovo in una zona molto grigia).
a cura di Girolamo De Michele
Uno scorcio di Tripoli prima dell'inizio dei bombardamenti.

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di Alberto Prunetti
Breve cronaca di ordinario razzismo balneare dalle coste di Follonica, ridente cittadina della costa toscana. Sono le 11 del mattino di stamani 30 agosto, minuto più, minuto meno, l'estate sta finendo e io - che mi trovo da queste parti per preparare la vendemmia nella vigna del nonno, lavare la cantina e controllare la densità degli zuccheri nell'uva - decido che fa troppo caldo per andare avanti e che sono troppo sudato per farmi solo una doccia. Urge il bagno al mare, che si trova solo a 300 metri dalla casa in cui sono nato.
Bel bello inforco la bicicletta, mi compro un paio di quotidiani e faccio il mio ingresso nella stessa spiaggia in cui vado da sempre, a pochi metri dal bagno Tangram, famoso in zona perché organizza concerti a favore di Emergency e altre iniziative antirazziste. Sono nella spiaggia cosiddetta libera, la poca rimasta tra un bagno e l'altro, e niente sembra poter turbare la mia tranquillità. La spiaggia è meno affollata della settimana scorsa, molti turisti se ne sono andati, e il mare è pulito e placido. Fin qui tutto bene.
Allargo il mio asciugamano e mi sdraio pensando al sangiovese, al babometro, al torchio vinario e ai cinghiali che vorrebbero mangiarmi l'uva. Poi sento delle urla. Una voce di donna, disperata, di quelle che arrivano in questi giorni dall'Africa del nord quando una madre piange un figlio morto nella guerra civile o in una traversata notturna del Mediterraneo. Mi alzo, la gente attorno a me si alza.
di Luca Baiada (da Il Ponte, LXVII n. 9, settembre 2011)
[Riproduciamo l'articolo senza le note, visibili nella versione a stampa. Ringraziamo Il Ponte per la gentile concessione.]
Dominique Strauss-Kahn, direttore del Fondo monetario internazionale e possibile candidato alla presidenza francese, è arrestato a New York con l’accusa di stupro il 14 maggio.
Il fatto suscita un clamore mondiale, occupa le pagine dei giornali per un po’ di tempo, poi viene deformato, stravolto, e infine insabbiato. In concreto, l’uomo rimane in carcere per alcuni giorni, poi agli arresti domiciliari in una lussuosa residenza per qualche settimana. Mentre scrivo è libero, col solo divieto di lasciare gli Usa, fa vita agiata e il processo sembra entrato in un’eclissi senza tempo.
Non è possibile prevedere l’esito della vicenda, anche se va sottolineato che il contatto sessuale fra Strauss-Kahn e la donna è dimostrato da analisi biologiche; solo il mancato consenso, è controverso. Ma più che il caso giudiziario, qui vediamo come si sono allineate le prese di posizione.
di Franco Ricciardiello
In una famosa recensione del romanzo “Carpenter’s Gothic” apparsa sul New York Times, la scrittrice Cynthia Ozick coniò nel 1985 un’indovinata definizione di William Gaddis: “famoso per non essere abbastanza famoso”. Gaddis, scomparso nel 1998 all’età di 76 anni, è infatti arrivato al grande pubblico solo con il suo secondo romanzo, “JR”, apparso ben venti anni dopo il primo, “The Recognitions” (“Le Perizie”, Mondadori), oggi considerato una pietra miliare del postmoderno americano, l’anello di congiunzione tra la generazione degli scrittori tra le due guerre (Joyce e Faulkner) e quella contemporanea (Pynchon, DeLillo etc.).
La casa editrice Alet ha di recente ripubblicato “Carpenter’s Gothic” con il titolo “Gotico americano”, in un’accurata veste grafica, recuperando e aggiornando la traduzione di Vincenzo Mantovani apparsa nel 1990 presso l’editore Leonardo. Si tratta del terzo romanzo di Gaddis (autore di cinque opere soltanto, per un totale però di svariate migliaia di pagine), probabilmente il più accessibile, ma non per questo meno caustico e potente degli altri. È abbastanza semplice individuare la tematica-perno intorno alla quale ruota ognuno dei romanzi di Gaddis: l’arte (“Le perizie”, 1955), il business (“JR”, 1975), la religione (“Gotico americano”, 1985), la giustizia (“A frolic of his own”, 1994) e infine di nuovo l’arte (“Agapé Agape”, 2002), ma tutta la sua narrativa ruota intorno a un concetto forte: la critica del modo in cui il capitalismo contemporaneo corrompe la creatività e distorce le relazioni interpersonali. Secondo l’inglese Peter Dempsey, malgrado Gaddis non sia marxista (per eccesso di cinismo), il suo lavoro rappresenta la più impressionante analisi marxista della società nella letteratura americana del dopoguerra.
A essere sinceri, non sappiamo chi sia Walter 49. Pare, da sommarie ricerche, che si tratti di un collaboratore di Radio Cooperativa di Padova. Risiede a Bassano del Grappa, gestisce un sito molto bello (Mondoaparte 2007), si interessa di musica, poesia, letteratura. Bassano è uno dei luoghi sacri di Carmilla, che vi conta molti amici.
di Franco Pezzini
Il tempo fra cane e serpe
Già si è detto come la versione latina dell’unico passo biblico che cita espressamente Lilith (Isaia 34, 14) traduca il suo nome in Lamia. Qualcosa del tutto adeguato al gioco di frenetiche contaminazioni di cui stiamo parlando – e che investirà inevitabilmente anche l’arte delle inquietudini tardovittoriane ed edoardiane. In contemporanea infatti al fiorire di opere su Lilith, anche la mitologica Lamia acquista nuova visibilità. Emblematico è il mezzobusto a occhi abbassati offertone di George Frampton, 1899, forse il pezzo più inquietante esposto alla già citata mostra della primavera scorsa alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Celeberrimo è poi il dipinto Lamia – o Lamia and the Soldier – di John William Waterhouse, 1905, dove la Nostra è in ginocchio davanti a un tipo in armatura medievaleggiante dall’aria imbarazzata: alla luce della già citata riflessione di Stephen King sul sottotesto simbolico vittoriano della ragazza che si inginocchia l’imbarazzo più essere comprensibile, ma come vedremo c’è dell’altro. L’anno dopo, 1906, appare Lamia, The Serpent Woman della preraffaellita americana Anna Lea Merritt: qui vediamo la bella adescatrice emergere da un riparo nel bosco, a seni coperti ma con espressione e movenza un tantino sfrontate. Non pago, Waterhouse torna sul tema in una seconda versione, Lamia, 1909, che la mostra intenta a ravviarsi le ampie chiome nello specchio di uno stagno; ma in uno studio forse dello stesso anno, l’olio The Necklace, a un’identica postura di viso e corpo – solo più coperto, con una tunica accollata che nella versione definitiva si aprirà a scoprire un seno – corrispondono movenze diverse delle mani, intente a reggere una collana. Dello stesso 1909 è poi Lamia di Herbert James Draper, con la protagonista in torpida attesa, come assorta nei propri propositi. E un’analisi comparata delle opere svela caratteristiche interessanti.
di Sandro Moiso

“Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che […]volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e proceder il chiami.”
(Giacomo Leopardi – La ginestra, 1836)
Per fortuna questa volta non hanno tirato in ballo i black block.
Cameron ha sbraitato contro atti da ritenersi puramente criminali, dimenticando o cercando di far dimenticare i suoi legami con la criminalità d’élite della stampa di Murdoch.
Mentre qui da noi i neo-liberisti di destra e di sinistra si sono accontentati di parlare delle gang delle periferie inglesi, sperando in questo modo di ridurre il problema ad una mera questione di ordine pubblico.
Eppure, eppure…
Non è la prima volta nella storia inglese che la mano di gentlemen e ladies trema durante l’ora del tè.
Il suono delle vetrine infrante, degli incendi, delle urla di giubilo e degli sghignazzi dei rivoltosi ha già scosso in altri tempi la proverbiale flemma della classe dirigente inglese.
E qui non si sta parlando solo delle rivolte studentesche dello scorso inverno o degli scontri di Brixton dei tardi anni settanta, tanto felicemente cantati dai Clash di Joe Strummer.
di Alberto Prunetti
Dimentichiamo per un attimo il palio moderno, quello con gli anglo-arabi-sardi e la corsa in un minuto e qualcosa. Torniamo indietro di parecchi anni, quando per fare tre giri del campo ci volevano tre minuti e passa. Quando correvano i cavalli maremmani, col loro zoccolo grosso e il baricentro basso, il profilo montonino e il manto morello, bestioni che la curva di San Martino la facevano tranquilli, abituati ai dirupi delle macchie, senza slogarsi un osso. Allora a farsi male, tra una rissa e l'altra, erano solo i bipedi. Ecco, pensiamo allora a quando c'era già la terra di tufo in campo, e i figuranti in costume avevano appena cominciato la loro processione tra le bandiere lanciate in aria e le chianine possenti con lo zoccolo vaccino pesante e il solleone di Provenzano che dava alla testa al popolo in piazza, meno ai signori dell'alta borghesia, ai magnati e ai capitani d'industria, ai politici e agli agrari, che questi, allora come ieri, si affittavano un palchetto d'onore e si affacciavano a riparo di un qualche ombrellino. Proprio in quel momento appunto, prima che il canapo sia stretto e i cavalli entrino in piazza, un signore distinto viene aggredito vicino alla Loggia della Mercanzia.
di Girolamo De Michele
Praise be to Nero’s Neptune
The Titanic sails at dawn
And everybody’s shouting
“Which Side Are You On?”
(Bob Dylan, Desolation Row)
Ricordate il film Titanic?
Ricordate cosa succede, quando la nave comincia ad andar giù e il comandante realizza che non c'è possibilità di salvezza?
I viaggiatori di terza classe vengono imprigionati nella stiva, dietro le cancellate chiuse, e destinati a fare la fine del topo. È la condizione che permette ai signori della prima classe di salvarsi, dal momento che non ci sono abbastanza scialuppe per tutti.
Ogni volta che vi dicono che “siamo tutti sulla stessa barca”, dovreste ricordarvi di quella scena. E del brindisi che fanno gli scampati, come ci ricorda la copertina dell'ultimo numero di “The New Yorker”.
di Giorgio Gattei
[Il 5 giugno 2011 si è svolto a Savarna (RA) un convegno intitolato "Precari di ieri. Il bracciantato agricolo di massa". Riportiamo la relazione svolta dal prof. Giorgio Gattei, docente di Storia del pensiero economico presso l'università di Bologna. Abbiamo soppresso le note, che peraltro possono essere viste sulla rivista on line Contropiano.]
1. I braccianti come proletari.
Il bracciantato agricolo di massa è stato uno straordinario e doloroso fenomeno sociale che ha interessato per quasi un secolo la vicenda economica della Valle padana. Da subito oggetto d’osservazione da parte degli studiosi di questioni agrarie per la sua singolarità e vivacità (se così si può dire), esso ha trovato una prima sistemazione storiografica nelle pagine terminali del libro di Emilio Sereni Il capitalismo nelle campagne pubblicato nel 1947. Esso era il compendio di precedenti studi condotti sotto l’urgenza di una precisa esigenza politica: se il fascismo era stato anche una reazione agraria di classe, quali le ragioni della sua virulenza in quella Padania che doveva esprimere tra i peggiori “ras” del regime, come Farinacci a Cremona, Arpinati a Bologna, Balbo a Ferrara? Per Sereni la spiegazione stava nella particolare struttura sociale delle campagne in cui da decenni si esprimeva la pressione tumultuaria di un bracciantato agricolo di massa giunto, nella convulsa congiuntura del “biennio rosso”, fino al punto di insidiare i “sacrosanti” diritti di proprietà. Da qui quello squadrismo agrario di cui il fascismo si doveva fare volenteroso esecutore.
di Vittorio Curtoni
Forse la gente s'è un po' rotta le scatole. Forse non ne può più di sentire discorsi sempre uguali, perché battono sempre sugli stessi tasti, eppure sempre diversi, perché cambiano di segno da un giorno all'altro, senza preavviso. O meglio, solo col preavviso che può fornire un evento infausto. Tipo: queste sono elezioni politiche, salvo poi dire: sono soltanto amministrative. O: mi metto in gioco in prima persona, ci metto la faccia, salvo poi dire: se perdiamo è colpa dei candidati. Tipo: noi siamo la coalizione che garantisce la libertà democratica (e il trionfo dell'amore, non dimentichiamolo), salvo poi andare a bloccare il presidente degli Stati Uniti per informarlo che in Italia c'è la dittatura. Delle toghe rosse, ovvio.
di Alessandro Bresolin
"Per rimediare agli inconvenienti della libertà non v'è che la libertà."
Ignazio Silone
Dalla democrazia negata alla dittatura
La storia recente della Tunisia non ha le caratteristiche traumatiche dei paesi vicini, forse per questo nessuno poteva prevedere che la primavera araba sarebbe partita da questo piccolo paese mediterraneo, da sempre ponte naturale tra Africa ed Europa. Protettorato francese dal 1881 al 1956, la Tunisia non fu una colonia di popolamento e sfruttamento massiccio come l'Algeria, e questo spiega la decolonizzazione relativamente poco traumatica, con un'indipendenza raggiunta certo dopo periodi di tensione ed episodi violenti, ma senza i massacri e le devastazioni a cui si è assistito in altri paesi.
di Franco Ricciardiello
Il 25 agosto 2011 il mitico generale Giáp, l’uomo che ha scritto la parola fine al colonialismo francese in Asia e umiliato sul campo di battaglia gli Stati Uniti, raggiunge il rispettabile traguardo di un secolo di vita. Protagonista indiscusso del movimento di liberazione coloniale che cambia la geografia mondiale nella seconda metà del secolo scorso, Giáp è ancora qui fra noi come testimonianza vivente di quella lunga stagione di riscatto.
Võ Nguyên Giáp nasce da una famiglia di piccoli proprietari terrieri in un villaggio del comune di Lộcthủy, provincia di Quảngbình, secondo la maggior parte delle fonti occidentali nel 1911, secondo altre nel 1912 (in Việtnam il suo genetliaco è stato festeggiato ufficialmente nel 2010). A 14 anni Giáp trova impiego come fattorino nella Compagnie d’Électricité di Hảiphòng, un sensibile miglioramento sociale rispetto alla situazione dei genitori. A sedici anni entra nel prestigioso Quốc Học, il liceo francese di Huế, che al tempo è la capitale imperiale del Việtnam colonia della Francia.
di Agenzia X
[Pubblichiamo l'introduzione all'e-book gratuito nato in fretta e furia sull'onda delle narrazioni spontanee della giornata del 3 luglio 2011. Si tratta di un esperimento del tutto nuovo per noi, un tentativo di unire reportage, editoria e storia testimoniata in diretta. Nervi saldi sta avendo un numero inaspettato di download, ed è anche uno spunto per ragionare di e-book e copyleft nel panorama italiano. È anche interessante notare come negli stessi giorni il collettivo Wu Ming abbia messo online Il sentiero degli dei con le stesse modalità, e anch'esso parla, tra le altre cose, dell'Alta Velocità.]
In tempi d’insufficiente e inadeguata offerta di notizie, causata dalla massificazione dei media, diventa sempre più importante avere accesso a informazioni grezze e fatti chiari. “The revolution will not be televised”, la rivoluzione non sarà trasmessa in tv – sarà dalvivo.
spanishrevolution.eu – portale degli Indignados spagnoli
Questo libro è un esperimento, nato da un’urgenza particolare. Partendo dall’indignazione condivisa per gli stravolgimenti della stampa rispetto alla manifestazione del 3 luglio 2011 in Val di Susa, e più genericamente di tutto il movimento No Tav, abbiamo iniziato a leggere i racconti che circolavano in rete. Vere e proprie narrazioni orali, pagine di cronaca improvvisamente attraversate da un rilevante valore storico, molto simili alla ricerca sulla scrittura che Agenzia X cerca di diffondere.
di Gianfranco Marelli
Nella poesia “Sull’isola a volte abitata”, inclusa nella raccolta “Probabilmente allegria” del 1970, Josè Saramago racchiuse in pochi cristallini versi la praxis che in seguito esprimerà compiutamente attraverso il suo stile letterario traducibile in quel quotidiano meraviglioso, a sua volta traccia indelebile del suo impegno civile e politico. Eccoli: “Solleviamo un pugno di terra e la stringiamo tra le
mani. / Con dolcezza. / Li si contiene tutta la verità sopportabile: il contorno, la volontà, i limiti”.
Ricordarli ad un anno dalla sua dipartita, ci consentono di sentire ancor più viva la sua assenza, in quanto racchiudono la forte e scomoda presenza di uno scrittore che nel riscatto degli oppressi ("Levantado do Chão" è appunto il “romanzo proletario” che nel 1980 lo farà conoscere al grande pubblico), così come nell’affetto smisurato per loro, non ha mai sottaciuto la verità sopportabile – ma allo stesso tempo scomoda e spigolosa – di una realtà il cui contorno è segnato sia dalla possibilità della vittoria, sia dai suoi limiti crudelmente e costantemente richiamati dalla Storia, secondo i quali «non può esistere il socialismo senza socialisti».
di Vittorio Curtoni
Parlo del dolore fisico. Non di quello mentale, né del disagio psichico, né dei turbamenti d'amore che chi non ha provato in vita sua? Tutti dolori rispettabili, e capaci di produrre ferite a lunghissima rimarginazione; però in questi anni, lottando con un cancro (per il momento in maniera vittoriosa), ho sofferto parecchio nel corpo, per un incidente e per l'altro, e ho fatto alcune riflessioni che vorrei condividere con i lettori del giornale.
Primo dato, il più ovvio: il dolore fisico è multiforme. Al cento per cento. Assestarsi una martellata su un pollice o avere un'emicrania tremenda sono entrambe esperienze distruttive, però d'aroma diverso. Così come il mal di denti è differente, che so, dalla colite. Esiste un'amplissima gamma di dolori, sicché nessuno, in vita sua, potrà mai dire di averli provati tutti. La macchina biologica che è il corpo umano si sbizzarrisce ogni volta in nuove combinazioni, inedite variazioni sul tema. Come un grande compositore di musica sinfonica o, su un piano più godereccio, un grande cuoco.
di Luca Baiada (da Il Ponte, XLVI, nn. 7-8, luglio-agosto 2010)
[Pubblichiamo l'articolo senza le note, che potranno essere reperite sul numero de Il Ponte indicato.]
Molti anni fa un autorevole statista ha detto:
«Sono qui perché mi interessa. Sono qui perché i bambini dappertutto soffrono, e perché 40.000 persone ogni giorno muoiono di fame. Sono qui perché queste persone sono soprattutto bambini. Dobbiamo capire che i poveri sono attorno a noi, mentre noi li ignoriamo. Dobbiamo capire che queste morti sono evitabili. Dobbiamo capire che le persone nel Terzo mondo pensano e sentono e piangono, proprio come noi. Dobbiamo capire che loro sono noi, e noi siamo loro.»
Sono propositi che possono scontrarsi con brutti ostacoli.
Nelle prime ore del 31 maggio 2010, forze armate di Israele, aeree e navali, attaccano la Gaza Freedom Flotilla.
L’iniziativa di questo convoglio di imbarcazioni, promossa da organismi europei ed extraeuropei di diversi orientamenti, ha impegnato circa 700 attivisti (fra cui alcuni italiani) a portare ai palestinesi di Gaza medicine, altri beni e solidarietà politica. Si è trattato di navi salpate da porti diversi, col progetto di raggiungere Gaza senza attraversare le vere e proprie acque territoriali israeliane.
di Sandro Moiso
Prologo
La battaglia della Foresta di Teutoburgo si svolse nell'anno 9 d.C., tra l'esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo e una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, capo dei Cheruschi. La battaglia ebbe luogo nei pressi dell'odierna località di Kalkriese, nella Bassa Sassonia e si risolse in una delle più gravi disfatte subite dai romani: tre intere legioni furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliaria.
Per riscattare l'onore dell'esercito sconfitto, i Romani diedero inizio a una guerra durata sette anni, al termine della quale i Romani rinunciarono a ogni ulteriore tentativo di conquista della Germania. Il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell'Impero per i successivi 400 anni.
Di là i barbari, senza volto, spesso confusi gli uni con gli altri dagli storiografi romani, ma sempre estranei ed incomprensibili per coloro che li bollavano come incivili o privi di linguaggio.
Si è dovuti arrivare agli esponenti ed alle riflessioni degli studi storici post-coloniali perché qualche studioso iniziasse ad accorgersi che di quei popoli sono arrivate fino a noi solo descrizioni di parte. Quella imperiale, destinate a rafforzare allora la paura dei cittadini dell’impero nei confronti degli “altri” e ad alimentare, nell’antichità ed ora, la fiducia nella superiorità della civiltà romana, magari benedetta da Santa Madre Chiesa.
Già i barbari, ma che centrano con la Val di Susa e gli eventi del 3 luglio?
di Vittorio Curtoni
Tre giorni fa mi è apparsa la Madonna. In sogno? Su uno degli alberi del giardino che sta di fronte a casa mia? No, in un luogo molto più terra terra, l'edicola del mio quartiere. Ma suppongo si possa rintracciare in tutte le edicole italiane.
Trattasi di una statuetta della Madonna, alta una ventina di centimetri, rigorosamente chiusa sotto cellophane, forgiata in un materiale sintetico di cui non ricordo il nome. Però dipinta a mano, ci informa il cartocino alle sue spalle. Con la testa sormontata dalla corona che si conviene; tuttavia, la corona è svitabile, l'interno della statuina è vuoto, si può riempire e può contenere, ci viene detto, "acqua benedetta o il tuo profumo personale." Hmm. Già qui sorgono i primi dubbi. E se io invece me la volessi portare in montagna piena di grappa per i freddi estremi? Sarei moralmente a posto o commetterei un terribile gesto sacrilego?
di Davide Grasso
[Ho tenuto questo intervento in occasione delle Settimane della politica tenutesi presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino, durante la sessione del 21 febbraio 2011, intitolata “Criminalità politica & politica criminale”, introdotta da una Lectio Magistralis di Giancarlo Caselli. Al convegno partecipavano diversi magistrati, tra cui Bruno Tinti e Piercamillo Davigo, cui ho voluto rivolgere queste parole. Sento il desiderio di affidare queste riflessioni alla rete mentre apprendo la notizia che 65 persone del movimento No Tav sono state oggi, 17 giugno 2011, indagate o perquisite su mandato del procuratore Caselli].
di Alessandro Bresolin
Stazione delle corriere di Amburgo, ore 07.55, fine marzo 2005. Stavo finendo di tradurre un libro di Hamid Skif e, per dare un quadro più completo dell'autore, avevo concordato con lui e con l'editore un'intervista: un viaggio di oltre quindici ore e diversi gradi sotto zero, per evitare di farla via mail. Al mio arrivo, sotto la neve, mi viene incontro un uomo alto, dai tratti mediterranei, intabarrato e con la testa avvolta da un sorta di turbante. Era Hamid. Cominciammo a parlare a ruota libera, schiettamente:
- Sembra un gioco del destino, due uomini del sud come noi che si incontrano nel gelo di Amburgo. - esclamò divertito al bar della stazione, sorseggiando un pallido caffé. Da subito scoprii un uomo fiero e ironico, che, costretto a fuggire dall'Algeria con tutta la famiglia per mettersi al riparo dalla violenza dei fondamentalisti, aveva scelto di rifugiarsi in Germania, una scelta scomoda ma necessaria.
di Jack London
[Il 12 agosto 1896, il quotidiano di Oakland "The Times" pubblicò questo intervento di Jack London ("Socialistic Views On The Municipal Ownership of Waterworks"), relativo alla gestione dell’acqua nella città californiana. Traduzione di V. E.]
Una parola preliminare sulla concorrenza. La concorrenza è l’anima del commercio. E’ di pungolo al capitale e al lavoro, il consumatore ne beneficia. Stimola gli affari e dà la misura della prosperità nazionale. Rianima le energie latenti di un popolo, sviluppa le risorse di un paese. Consegna a una nazione, come un oggetto di prima necessità, l’indipendenza individuale e collettiva.
Tutto questo – e ben altro ancora - è il risultato della concorrenza, o almeno così si pretende. Il popolo, le grandi masse influenzate lo credono, dunque dev’essere vero. Peccato che il popolo sia stato, e forse sia ancora, ingannato. Prendiamo come esempio il vecchio gioco dei bicchierini e del fagiolo. E’ semplice. Il fagiolo, i tre bicchierini, l’operatore si trovano esposti alla vista di tutti. Tuttavia, quanta gente fallisce nel tentativo di indovinare il ridicolo quesito: sotto quale bicchierino sia il fagiolo? Ciononostante, la stessa gente si pronuncia con altrettanta sicurezza su meriti e demeriti della concorrenza. Se ogni cittadino volesse consacrare alla questione un’analisi onesta e riflessiva, le conclusioni sarebbero molto differenti.
di Andrea Scarabelli
[È in libreria Suonare il paese prima che cada (Agenzia X), un libro curato da Andrea Scarabelli sulla musica italiana degli anni zero, con testi di Francesco Bianconi (Baustelle), Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica), Pierpaolo Capovilla (Il teatro degli orrori), Emidio Clementi (Massimo Volume), Max Collini (Offlaga Disco Pax), Dente, Federico Dragogna (Ministri), Enrico Gabrielli (Mariposa, Calibro 35), Meg, Enrico Molteni (Tre allegri ragazzi morti), Massimo Pupillo (Zu), Tying Tiffany. Il curatore ci spiega il progetto, nato proprio dal primo racconto pubblicato su Carmilla, con qualche anticipazione.]
Questo libro nasce da una duplice esigenza: quella di trovare possibili chiavi di analisi per il decennio appena conclusosi e quella di raccontare, attraverso le parole dei protagonisti, una parte di quanto sta accadendo nella nuova musica italiana. Credo sia interessante affrontarlo tramite la narrazione: fissare sulla pagina percorsi biografici e creativi diversissimi ma uniti da alcuni importanti punti comuni, che finiscono per essere proprio le caratteristiche più evidenti degli anni zero.
di Franco Pezzini
Spiando Lilith
Uno dei titoli più enigmatici della produzione di Fritz Lang è rappresentato da un film del 1919 da lui in realtà solo sceneggiato (la regia era di Erich Kober), Lilith und Ly, prodotto dalla viennese Fiat-Film e purtroppo perduto. Nella vicenda, un’antica pergamena rinvenuta in India permette allo scienziato Frank Landov (Hanns Marschall) di apprendere il segreto della creazione della vita: ciò che egli cerca poi sciaguratamente di applicare, animando una statua dello scultore Mudarra (August Hartner). Vi è ritratta la giovane Ly Delinaros (Elga Beck), che Landov ama; ma quando l’operazione riesce, grazie all’utilizzo di un rubino, e la donna artificiale Lilith (sempre Beck) prende vita, lo scienziato si invaghisce di lei. Sarà il completamento di un’altra invenzione, un telespecchio, a permettergli di apprendere la verità su Lilith – che si rivela un vampiro, in un allegro mix dei miti di Pigmalione, del golem e della succhiasangue. Lilith, mostra lo schermo, sta lentamente prosciugando Landov di energia vitale, e presto Ly manifesta gli stessi sintomi di debolezza: per cui lo scienziato si risolve a distruggere la statua e gettare il rubino nel fiume, salvando la situazione. Lieto fine, insomma, in cui però sembra presente (almeno a giudicare dai riassunti, in mancanza della pellicola) un guizzo provocatorio. Nella catarsi finale, infatti, Landov sfascia anche il telespecchio: ed eliminare lo strumento che ha svelato la verità significa in fondo, per il futuro, permettersi d’ignorarla. Se la fantastica invenzione, com’è probabile, ammicca al cinema, la conclusione potrebbe stigmatizzare un certo atteggiamento di rifiuto della verità offerta – spesso in metafore e comunque con linguaggio peculiare – dalla nuova arte. Certo, Lang non poteva prevedere splendori e miserie degli sviluppi futuri, dalla TV (magari quella ostaggio di piccoli Caligari e sonnambuli-lacchè) agli schermi internet, e che innestano discorsi che condurrebbero lontano. A interessare in questa sede sono piuttosto il rapporto di oscura rifrazione inscenato nel film tra la modella e l’(Anti-)Dea raffigurata e resa carne, e il fatto stesso che il nome di Ly venga contenuto in quello della sua Ombra Lilith, quasi ad avvolgerla e prosciugarne vampiricamente l’identità. D’altronde Lang non ignorava certo la sapiente disinvoltura della tradizione ebraica, cui proprio il mito di Lilith si ascrive, nel trattare simili alchimie onomastiche.
di Luca Baiada (da Il Ponte, XLVII n. 6, giugno 2011)
Pubblichiamo l'articolo senza le note, che potranno essere reperite sul numero indicato de Il Ponte.]
Il 1° maggio 2011 si consuma una tappa storica e spettacolare. A migliaia di chilometri, la città dell’antico impero e la terra incognita della nuova incontrollabilità sono scenari della sistemazione immaginaria del passato, e forse luoghi di progettazione del futuro. Praticamente nelle stesse ore, Wojtyla viene beatificato, Bin Laden muore: se i dati diffusi sono esatti, l’uccisione avviene dopo la cerimonia di beatificazione e poche ore prima della messa di ringraziamento. Che in Italia una parlamentare della destra abbia spiegato la morte dell’uno come miracolo compiuto dall’altro, non c’è da stupirsi: in molti, hanno farfugliato sciocchezze del genere. Qui, tenendo fermo che un vero e proprio paragone fra i due sarebbe esagerato, proviamo ad accostarli come spunto di riflessione. E accettiamo la versione ufficiale sulla fine del capo di Al Qaeda, ma tenendo presente che molti la considerano falsa, convinti che l’uomo fosse già morto anni fa.
di Carlo Loiodice
Caro Finardi, ti scrivo perché il 1° maggio, al Concertone di piazza San Giovanni, mi hai suscitato impressioni ed emozioni negative. Non quando hai cantato «Amo la radio» o «Extraterrestre». Quelli sono pezzi che ti hanno meritato un posto di riguardo nella storia della canzone d’autore; posto che nessuno ti può togliere. Ma quando hai fatto la marchetta dell’inno… Parola forte, «marchetta», utile però a sottolineare un modo di fare, un comportamento degli artisti e dei pensatori italiani, che certe volte sembrano incapaci di esprimere autonomamente un pensiero e si mettono al rimorchio delle circostanze facendosi dettare l’agenda.
di Davide Grasso
L’Empire State Building, risalente al 1931, è il grattacielo più alto di New York da quando sono crollate le Twin Towers. Da vicino non sembra altissimo, appare piuttosto come una massa imponente, la notte illuminata di blu, che incombe sugli altri tetti; ma da lontano, dal New Jersey ad esempio, si apprezza la sua maggiore altezza rispetto ai vicini. Nell’agosto 2010 la città ha ufficialmente approvato il progetto della Vornado Realty Trust di far costruire un altro, altissimo grattacielo, progettato dallo studio Pelli Clark Pelli, di fronte a Pennsylvania Station, a pochi isolati dall’Empire; si chiamerà 15 Penn Plaza e sarà di pochi metri più basso del vecchio vicino. In verità, visto che l’Empire culmina in una specie di lunga antenna, è probabile che il nuovo edificio dia l’impressione di essere altrettanto alto. I proprietari dell’Empire hanno protestato, insinuando la polemica sulla conservazione storico-estetica del paesaggio urbano là dove pochi se la sarebbero aspettata, ossia nel tempio della dissacrazione moderna: la loro idea (ovviamente strumentale ai loro interessi) è che così si rovini lo skyline di New York, il colpo d’occhio che è l’“istantanea” del Novecento. Formale richiesta è stata inoltrata alla città: quindici isolati di zona cuscinetto attorno al vecchio grattacielo, affinché il suo valore “iconico” non venga compromesso. Pretesa curiosa in una città che, se ha un’identità architettonica, l’ha grazie alla furia progettuale e al delirio di una bellezza spiazzante, nuova e terrificante: forme, materiali e funzioni del capitalismo extra-europeo.
di Marco Philopat e Duka
Oggi entra in libreria Rumble Bee di Marco Philopat e Duka. Per l'occasione hanno scritto una cronaca inedita di Malcolm, il protagonista del loro nuovo romanzo alle prese con le proteste precarie nell'ultima edizione del Salone del libro di Torino.
Dopo il 14 dicembre, preso dalla rivolta che dilagava anche nella realtà, Malcolm era stato dapprima in Tunisia, poi, sempre più affascinato dalle coincidenze psichiche che lo coinvolgevano fino al midollo, aveva raggiunto il Cairo per seguire le manifestazioni in piazza Tahrir. In Libia invece non era andato, non si fidava di quella insorgenza che reputava troppo manovrata da francesi e americani. Aveva preferito passarsi qualche settimana a Dahab insieme a Guendalina, aspettando in tranquillità un nuovo segnale. In Italia era riapprodato verso fine aprile perché il suo editore Paul Di Campo, oltre ad avergli pubblicato un instant book sulle sottoculture intitolato “Dai Teddy boys alla Millbank Tower ”, gli aveva proposto il solito ruolo di standista al salone del libro di Torino.
di Franco Ricciardiello
“Che prima o poi sarebbe successo tutto il mondo lo sapeva, ma così presto e così bene nessuno se lo aspettava, la mattina del 30 aprile quando i carri dei vietcong dopo trenta anni di guerra entrarono a Sàigòn” cantava nel 1977 Eugenio Finardi; il testo di Giai Phong è chiaramente ispirato dall’omonimo instant book di Tiziano Terzani: l’appassionato resoconto in presa diretta della fine della guerra in Vietnam, che la storiografia contemporanea tende a chiamare “seconda guerra di Indocina” (la “prima” sarebbe la guerra di indipendenza dalla Francia.)
L’impegno USA nel sudest asiatico inizia durante l’occupazione coloniale francese nel secondo dopoguerra; gli americani riescono a ottenere una scissione del Vietnam con la creazione di uno stato anticomunista a Sud. La guerra civile infuria a partire dal 1957, dopo la promessa frustrata di elezioni per la riunificazione del paese: da una parte l’esercito del Nord socialista e i guerriglieri del FLN (Front National de Libération, spregiativamente chiamati việtcộng, ossia “comunisti vietnamiti”), dall’altra l’ARVN (Army of the Republic of Vietnam) e un formidabile corpo di intervento internazionale guidato dagli USA. La Storia insegna che nessuna potenza straniera è riuscita a imporsi sul Vietnam negli ultimi mille anni; a breve, gli americani assaggeranno per la prima (e finora ultima) volta nella loro esistenza il sapore di una sconfitta militare.
di Luca Baiada (da Il Ponte, XLVII n. 5, maggio 2011)
[Pubblichiamo l'articolo senza le note, che potranno essere rintracciate sul numero indicato de Il Ponte.]
Cos’hanno in comune la fondazione Rockefeller, il papa, la Carnegie Corporation e il Consiglio mondiale delle chiese? E come mai la loro concorde attenzione al diritto internazionale calza su misura, a proposito di Africa? Già, perché le due risoluzioni del Consiglio di sicurezza sulla Libia fanno riferimento alla protezione dei civili, col frasario di una teoria che mette d’accordo persino le religioni: la responsibility to protect. In sigla, R2P.
Ma per cercare una risposta alle nostre domande, dobbiamo tornare indietro: alla fine del secolo scorso e all’inizio di questo.
Nel 2000, in Vaticano il papa Wojtyla celebra il giubileo. In Israele, Sharon sale in armi sulla spianata delle moschee, e comincia la seconda Intifada. Negli Usa, Bush perde le elezioni ma occupa la Casa Bianca. La guerra del Kosovo è finita da poco, e la Jugoslavia non esiste più.
di Franco Pezzini
Un trivio a Piccadilly
“Ebbene, Ecate, che c’è? Perché hai quegli occhi irati?”. Così il Macbeth, nel primo di quei passi (3, 5; 4, 1) di solito scartati dalle rappresentazioni moderne. La situazione è questa: il protagonista Macbeth, indotto in tentazione dal vaticinio di tre streghe che gli hanno profetizzato il regno, è riuscito a usurpare il trono e fare un primo repulisti degli avversari, ma si trova ossessionato dalle ombre dei propri delitti. Anche le streghe, però, hanno i loro problemi, perché si beccano un cazziatone dalla principale, cioè appunto Ecate, signora dei sortilegi e della stregoneria: la Dea lamenta di non essere stata interpellata, e contesta un uso della magia per i disegni privatissimi di un profittatore. Nell’economia della tragedia, la comparsa di Ecate è funzionale a preparare la scena dell’opera innominabile, come la chiamano le streghe, con il corteo di spettrali apparizioni che recheranno a Macbeth le notizie sul suo destino. Ma queste comparsate della Dea, come accennato, vengono oggi usualmente tagliate dai registi: sia perché di dubbia autenticità (sono accompagnate tra l’altro da due canti, Come away, come away e Black Spirits, che comparivano anche in un’altra opera elisabettiana, The Witch, di Thomas Middleton); sia per evitare il sapore un po’ grottesco dei rimproveri alle scagnozze, che agli occhi di un pubblico moderno potrebbero smorzare la drammaticità del contesto – e che invece l’autore elisabettiano inserisce proprio come connotante la realtà delle streghe, a cavallo tra pauroso e strambo, inquietante e grottesco persino nei manuali demonologici coevi. Nei fatti l’Ecate attribuita a Shakespeare appartiene ormai compiutamente agli scantinati del demoniaco, ed è quella che perverrà all’immaginario moderno, alla famosa illustrazione di Blake (1795), alla letteratura di genere e persino a certe odierne logge sataniste.
di Mauro Baldrati
L’industria del cinema porno non poteva lasciarsi sfuggire la vicenda del bunga bunga. Festini a luci rosse, camionate di ragazze velina-style (o meglio motoscafate, con tanto di filmati), il potente che consuma la donna disponibile come un oggetto, lap dance, live show, tutta materia prima da usare a volontà. E infatti è prontamente uscito un film porno con questo titolo, dove non vengono fatti nomi e i riferimenti sono “puramente casuali”. È in chiave parodistica: il Presidente parla con pseudo accento milanese, dice continuamente “cribbio” e “mi consenta”. Rispetto al “riferimento casuale” ha circa la metà degli anni, è aitante e tatuato, ma nel porno non si va tanto per il sottile.
La parodia è elementare, improvvisata: il Presidente si trova di passaggio in una villetta da quattro soldi (in realtà una villa vera e propria, ma lui è abituato a ben altro: si lamenta per la “vasca da bagno piccola”), e, stressato dalle beghe politiche, telefona a un tipo (il clone di un ruffiano preter-nazi indagato per favoreggiamento della prostituzione) perché gli organizzi una serata piacevole. Il ruffiano dice che ha una ragazza molto bella per le mani ma… c’è un problema: è in stato di fermo per furto. Ma quale problema! Una telefonata del Presidente al questore e tutto si risolve. Arriva una ragazza che assomiglia in maniera curiosa alla giovanissima escort che ha fatto scoppiare l’ennesimo scandalo di porno-politica, che si produce in un lunghissimo accoppiamento, preceduto da una altrettanto lunga fellatio.
di Luca Baiada (da Il Ponte, LXVII n. 4, aprile 2011)
[Pubblichiamo l'articolo senza le note, che potranno essere rintracciate nel numero indicato de Il Ponte.]
Il prossimo 1° maggio, Karol Wojtyla sarà beatificato. Il clima di ovvietà è tale, che chi legge questo scritto non allineato può mettersi a suo agio: da questa parte, a differenza che nei luoghi dell’agiografia, si sta larghi. Si sono viste folle, prima nel 2000 per il giubileo, poi nel 2005 per l’agonia del papa, e per la sua morte, l’esposizione della salma, il funerale. Proprio nel 2005, lo slogan «santo subito», di dubbio conio, ha chiesto la rapida canonizzazione. Sicuramente un giorno certe nebbie si diraderanno, collocando il personaggio e il contesto in una dimensione più realistica. Quanto tempo occorrerà? L’attesa potrebbe essere lunga, quindi bisogna vedere subito qualche elemento.
Per cominciare, è utile l’apologo che mi ha raccontato un partigiano romano. Durante la guerra mondiale, un tedesco sta per sparare a un polacco. Voce dal cielo: «Non ucciderlo!». Il tedesco: «E perché?». «Sarà papa». Il tedesco: «E io?». «Tu, dopo». Un partigiano può permettersi intuizioni spregiudicate, per vedere chiaro. Appunto, chiaro come il cielo. Qui, senza pretesa di certezze siderali, proviamo ad approfondire.
di Alberto Prunetti
[Il 28 aprile di molti anni fa moriva Benito Mussolini. Colgo l'appuntamento col calendario per raccontare un frammento di memoria ribelle lievitato nei racconti orali di Stefano Pacini e nell'ascolto del cd Libertaria di Marco Rovelli] A.P.
“Nostra patria è il mondo intero” mi gira in testa ogni volta che passo da Prata, paese minerario delle Colline metallifere. L'associazione del canto di Pietro Gori con Prata è mitica e leggendaria, e non può fondarsi su basi storiche acclarate. Eppure sono molte le testimonianze di vecchi maremmani, peraltro avvinazzati, che mi riportano un aneddoto che nel suo carattere paradossale e iperbolico deve riaffermare comunque un'ombra di verità. Una storia di quelle che raccontano i poeti a braccio quando sono gonfi di vino. Una storia così bella che deve essere per forza vera.
Eccola.
C'era una volta a Prata negli anni successivi alla Grande guerra un oste anarchico. Alto, grosso, anzi, enorme, con la barba folta e la voce tonante, come dev'essere giustamente un oste anarchico. Un omone, di quelli che non avevano paura di niente. Neanche della teppaglia fascista che cominciava a passare sempre più spesso da Prata, facendo la spola tra l'entroterra senese e la costa grossetana. Quando li vedeva, i fascisti, lui buttava giù un gotto di vino, gonfiava il petto, e attaccava il canto di Pietro Gori: “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà/ e un pensiero/ ribelle in cor ci sta”.
di Franco Pezzini
Il ritorno delle Dee
Tra le declinazioni artistiche della costellazione donna-uomo-serpente-giardino virtualmente alle spalle del Garden of Evil stokeriano una è notissima ancor oggi. The Baleful Head di Burne-Jones, 1886-87, fa parte dello splendido ciclo dedicato al mito di Perseo, con ispirazione al racconto in versi The Doom of King Acrisius di William Morris (I, 276-77, dalla sua raccolta The Earthly Paradise) e richiami a fonti iconografiche del Medio Evo: ma la libertà del pittore nel giocare con le suggestioni è completa. Attorno alle figure, e alla vasca ottagonale a forma di prisma che campeggia in primo piano, piante e alberi da frutta evocano un giardino lussureggiante; e, riflessa in quella vasca per evitare la visione diretta, Perseo mostra ad Andromeda la testa tagliata dell’anguicrinita Medusa. La vasca può richiamare un fonte battesimale, in cui i nuovi Adamo ed Eva vedono la sconfitta del serpente – un serpente-donna noto a una lunghissima tradizione iconografica – e possono contemplare con serenità l’Inguardabile, la categoria-Morte ma soprattutto la propria morte, ben incarnata da Colei che irrigidisce. Più in generale, però, quello specchio fluido in cui scorgere indirettamente Medusa è un’eccellente immagine dalla rifrazione nell’arte di qualcosa che i vittoriani definivano senz’altro come Male, e che noi percepiamo come uno spettro più sfumato ma non meno minaccioso: qualcosa che da un estremo nell’etica nebulizza indefinitamente, indicibilmente (proprio per la difficoltà di trovare parole adatte) verso plaghe più incerte e perturbanti della psiche.
di Franco Pezzini
Il Giardino del Male
Derbyshire, età contemporanea. Un giovane archeologo scozzese, Angus Flint (Peter Capaldi), conduce scavi nel giardino del bed & breakfast gestito dalle sorelle Trent, Mary (Sammi Davis) ed Eve (Catherine Oxenberg), dove secoli prima sorgeva un convento di monache. Curiosamente Flint rinviene il cranio di un enorme rettile e, poco sotto, un mosaico romano: vi campeggia l’immagine di un serpente bianco che sormonta una croce. In effetti una leggenda locale parla di un enorme worm – cioè serpente-drago – con la tana nella vicina Stonerich Cavern: a ucciderlo sarebbe stato l’antenato dell’attuale signore del luogo, Lord James D’Ampton (Hugh Grant).
Il fatto è che i genitori delle sorelle Trent sono spariti misteriosamente un anno prima: e quando l’orologio del padre viene ritrovato proprio all’interno della Stonerich Cavern, Lord James inizia a sospettare che la leggenda del worm presenti minacciose basi di verità. Con l’aiuto dunque delle due ragazze e di Angus inizia a indagare, precipitando in un vortice di orrori. Emergerà così che il serpente – almeno un esemplare – è vivo, che è la stessa creatura adorata come dio con il nome di Dionin al tempo dell’usurpatore romano Carausio, e che erano stati i suoi fedeli a sterminare le monache. Ma anche che la fascinosa Lady Sylvia Marsh (Amanda Donohoe), nei pressi della cui proprietà di Temple House sono spariti i signori Trent, non è una donna come le altre, ma un’immortale sacerdotessa-serpente a suo tempo amante di Carausio: una lamia più o meno ermafrodita con zanne retrattili, portatrice di un’orrida e vampiresca intossicazione che rende le vittime simili a lei. Lady Sylvia tenterà anzi di sacrificare Eve a Dionin, sull’onda di una lunga tradizione di Andromede sado-maso esposte a Bestie falliche. La cosa viene scongiurata dai nostri eroi, idolo e sacerdotessa sono distrutti – ma la storia termina con uno sberleffo nero, e il morbo serpentesco che sopravvive.
di InfoAut
[Tra i molti interventi apparsi in rete per ricordare la luminosa figura di Vittorio Arrigoni, scegliamo uno di quelli che ci paiono più sinceri, lucidi e pregnanti. E raccomandiamo la visione di questo video, che segna la distanza tra due diverse concezioni del coraggio]
Alla fine Vittorio non ce l'ha fatta. Il suo corpo è stato trovato privo di vita ieri notte dalle forze di sicurezza di Hamas, soffocato dai suoi rapitori. Si è avverato purtroppo quello che tutt* scongiuravamo e ritenevamo totalmente privo di senso, umanamente e politicamente. Questo assassinio è un atto contro il popolo palestinese e un favore insperato per il suo nemico dichiarato, lo stato di Israele, oggi facilitato nel mostrare al mondo il presunto fanatismo dei palestinesi di Gaza. La cosa insopportabile è che oggi sentiremo parole dolci di circostanza e lacrime di coccodrillo versate da uomini che Vittorio lo detestavano. Ciò che fa più male, è il suo essere diventato martire per mano palestinese. Chi ha conosciuto Vittorio in questi anni sa quanto era "preparato" (se lo si può essere) alla morte. Ci conviveva quotidianamente, visitando e aiutando le vittime dei tanti raid israeliani, sentendo fischiare a pochi centimetri del proprio corpo i proiettili israeliani che i cecchini di Tsahal sparavano per divertirsi ai contadini e pastori che Vittorio e altri scudi umani internazionali accompagnavano nelle loro uscite.
di Cristina Morini
Questo testo è stato pubblicato col titolo Donne e uomini, liberate il desiderio! sul numero 14 di Su la testa
La crisi economica globale sta provando a rubarci gli immaginari. In un contesto strutturalmente precarizzato, che ha sgretolato i legami sociali, individualizzato la prestazione, reso più acuto il senso di solitudine e con ciò di impotenza, il lavoro si trasforma anche in "risorsa scarsa", oltre che intermittente e malissimo pagata (se pagata). E’ allora che diventa bene comune. Si abbassa la soglia del dolore, si riduce, ancora, l'importanza, il senso, di che cosa sei costretto a fare per mantenere un'occupazione.
La più grave povertà generata dalla crisi sta in questa difficoltà a immaginare altro, a resistere, a confliggere, a sottrarsi.
di Chiara Cretella
[E' morto nei giorni scorsi Gregorio, titolare della Libreria delle Moline, un caotico e affascinante punto di riferimento per la Bologna non conforme. La parola a una persona che gli fu molto amica. Come alcuni di noi di Carmilla, del resto.]
La prima volta che ho chiesto al mio compagno perché suo figlio portasse un nome così particolare lui mi ha risposto che gliel’aveva dato in onore del suo carissimo amico libraio, una persona coltissima e umana, umile e appassionata.
Grigorios Kapsomenos gestiva, insieme alla sua compagna Marta, la Libreria delle Moline a Bologna. Grigorios è morto venerdì notte, lasciando un grande vuoto dentro tutti noi.
Non solo i suoi amici, ma tutta la città perde qualcosa di importante, una persona speciale, di cultura raffinatissima, l’uomo delicato che sapeva rispondere a qualsiasi domanda con un sorriso e una bibliografia sterminata.
di Franco Ricciardiello
Nel crudele mese di aprile si sovrappongono due anniversari fatali nella storia della Cambogia contemporanea: il 15 la morte di Pol Pot (1998) e il 17 la caduta di Phnom Pénh (1975) dopo cinque anni di guerra civile. Una superficiale inclinazione a semplificare attribuisce tutte le responsabilità della dolorosa storia del Novecento a singoli individui: il nazismo è Hitler, il fascismo Mussolini, il comunismo sovietico Stalin, e così per “Papa Doc” Duvalier e Saddam Hussein fino a Osāma bin Lāden. Non fa eccezione Pol Pot, esecrato come mostruoso ispiratore dei campi di sterminio dove, tra il 1975 e il 1979, furono fisicamente eliminati centinaia di migliaia di cambogiani. Un fatto tuttavia è incontestabile: la guerra civile cambogiana terminò immediatamente dopo la sua morte.
di Alessandro Bresolin
Tra il luglio 1955 e il febbraio 1956 Albert Camus ha scritto una serie di testi, pubblicati su L’Express, dal cui denso linguaggio traspare il tentativo di dialogare con l'opinione pubblica e il mondo politico francese e arabo. La Guerra d'Algeria non aveva ancora raggiunto livelli insormontabili di violenza e Camus credeva ostinatamente a una soluzione pacifica. Imputava la responsabilità politica del conflitto alla madrepatria, esortando la comunità pied-noir a prendere in mano il proprio destino al di là della Francia stessa: «I francesi che, in Algeria, pensano che possiamo far coesistere la presenza francese e la presenza araba in un regime di libera associazione, che credono che questa giustizia renderà giustizia a tutte le comunità algerine, senza eccezione, e che sono sicuri in ogni caso che essa soltanto può salvare, oggi dalla morte e domani dalla miseria, il popolo dell’Algeria, questi francesi devono assumersi le loro responsabilità e predicare la calma per rendere il dialogo nuovamente possibile. Il loro primo dovere è di chiedere con tutte le loro forze che sia instaurata una tregua per quel che riguarda i civili».
di Gioacchino Toni
Con l’articolo Il garibaldino Nino Biperio, su L'Espresso, Umberto Eco intende evidenziare come la Scuola pubblica italiana non sia poi così allo sfascio come vorrebbero tanti luoghi comuni. In tale scritto lo studioso cita alcune esperienze personali (in veste di giurato a concorsi di scrittura rivolti a studenti delle Scuole medie superiori) da cui emerge come nella denigrata Scuola pubblica italiana si trovino esempi di eccellenza. Nulla da eccepire sulle conclusioni a cui giunge. Insegno nelle Superiori da ormai quindici anni (da precario, ovviamente, assunto il primo giorno di scuola e licenziato l’ultimo senza vedermi riconosciuti in busta paga gli scatti d’anzianità), dunque non è una novità sapere che le eccellenze esistono, eccome, nelle nostre scuole.
di Luca Baiada (da Il Ponte, LXVII n. 3, marzo 2011)
[Pubblichiamo l'articolo senza le note, che potranno essere lette sul numero indicato della gloriosa e coraggiosa rivista Il Ponte.]
Davvero, come è stato notato, si possono distinguere tre tappe, nel percorso del berlusconismo? Effettivamente, dall’inizio del suo riciclaggio in politica, Berlusconi ha strumentalizzato emozioni e pulsioni elementari; una linea costante negli aspetti di fondo, ma con alcune varianti. Si è partiti da un’aggregazione simile alla tifoseria (il padrone del Milan, Forza Italia), per passare attraverso un branco spaventato (il securitarismo, la Casa delle libertà), e giungere a un mucchio di carne convulsa e istintiva (il presidente gaudente, papi Silvio e il Partito dell’Amore). Si teme che l’appello a istinti primari scenda più in basso, sostituendo il modello a sfondo erotico con ciò che viene chiamato «il Partito della Merda».
L’osservazione mi stimola a portare avanti una riflessione, e in un certo senso a cercare il tassello mancante, dentro un discorso che avevo già iniziato ad affrontare. È scontato che qui ci si riferisca in generale a un modello politico, e non al fatto che proprio Berlusconi sia al governo; anche se ne è il più abile praticante, e un po’ il maestro di cerimonie, non solo il berlusconismo frequenta questa linea. Il Partito della Merda, cioè, potrebbe essere il vero e più profondo lascito di questi ultimi anni agli italiani.
di Valerio Evangelisti
[Questa è la mia postfazione a Richard Stark, Backflash. Ritorno di fiamma, trad. di A. C. Cappi, BUR, 2011, pp. 280, € 10,20]
Molti ricorderanno Lee Marvin, accigliato, che cammina lungo un corridoio interminabile in cerca di vendetta, mentre i suoi passi rimbombano e nella sua mente si accalcano gli episodi che lo hanno portato alla determinazione omicida. Era il film Senza un attimo di tregua (Point Blank, 1967), di John Boorman, e sotto il nome del personaggio interpretato da Marvin, Walker, si nascondeva in realtà Parker, figura possente e centrale del genere noir.
Il film era tratto da Anonima carogne (The Hunter, 1962), in cui Parker aveva fatto per la prima volta la sua apparizione, per poi proseguire la sua ambigua carriera in una trentina di romanzi. L’autore del libro era Richard Stark, alias Donald E. Westlake, alias Tucker Coe, più altri pseudonimi sparsi. Un maestro del giallo e del nero, morto nel 2008, vittima in vita di una curiosa schizofrenia: se le opere firmate Stark sono brutali e violente, e quelle firmate Coe tendono alla tetraggine e alla malinconia, i romanzi firmati Westlake sono invece in prevalenza umoristici, e spesso divertentissimi e garbati.
di Franco Pezzini
Fonthill, una sera attorno al Natale 1781.
(Nel buio la sagoma fantastica della villa riverbera di luce sulla neve. Un giovane e un ragazzino – il ventunenne William Beckford e William “Kitty” Courtenay, di appena tredici anni –, esalando vapore nella sera fredda, orinano in un prato. Poi Beckford lancia un’occhiata maliziosa al compagno: scoppiano a ridere, si abbottonano e rientrano di corsa. Risalito lo scalone tra la confusione degli ospiti e dei servi, sono presi entrambi sottobraccio da una ragazza.)
LOUISA HAMILTON: Ecco due cavalieri, giovani e bellissimi – che stasera mi rapiranno alla custodia dei miei fratelli verso un mondo incantato. O mi sbaglio, Sir William?
WILLIAM BECKFORD (baciandole la mano): Cugina, non so immaginare un ratto più degno. E vostro marito ci inseguirà invano con tutti i suoi cani e i corni da caccia. Come stanno le volpi?
LOUISA: Non siete carino, William, a rammentarmi l’unico amore che il mio sposo corteggi. Non ci inseguirà affatto – e potremo fuggire fino in capo al mondo.
WILLIAM: A questo mondo o a qualche altro, a nostra insindacabile scelta. Perché ormai maggiorenne e con ampia prospettiva sulla vita, posso rivendicare con orgoglio una totale incapacità di far altro che comporre arie, erigere torri, progettare giardini, collezionare mobili in stile giapponese e scrivere resoconti di viaggi in Cina o verso la Luna. Ecco, potremmo andare sulla Luna.
LOUISA: Ma forse sono troppo vecchia. Sei anni più di voi… prima che raggiungiamo la Luna sarò senza denti. E cosa penseranno i Lunatici di un tale bizzarro assortimento di viaggiatori? Un architetto di giardini, un cerbiatto (guarda Kitty) e una megera.
WILLIAM (fingendo indignazione): Non vi permetto, cugina, di insultare la donna della mia vita. E di sedurre l’uomo della mia vita (prende il braccio di Kitty, e ridono).
LOUISA: Siete euforico.
di Franco Ricciardiello
Il 2 febbraio 2011 si è finalmente aperto a Phnom Penh il processo internazionale contro i superstiti dirigenti di Kampuchea Democratica, il governo dei khmer rossi che da aprile 1975 a gennaio 1979 sprofondò la Cambogia in un olocausto di terrore. Quattro sono gli imputati che compaiono davanti all’ECCC, il Tribunale speciale della corte cambogiana sovvenzionato dall’Onu: Khieu Samphan, ex capo di stato; l’ideologo e “fratello numero 2” Nuon Chea; l’ex ministro degli esteri Ieng Sary e sua moglie Ieng Tirith, ministro degli affari sociali e cognata di Pol Pot. E proprio Pol Pot è il grande assente sul banco degli imputati: l’ex segretario del Partito comunista di Kampuchea è morto nel 1998 nella giungla, da dove dirigeva (con il fattivo sostegno internazionale) una guerriglia terroristica contro il legittimo governo cambogiano.
Una prima, significativa sentenza è già stata emessa dal tribunale nel luglio 2010: il comandante del centro di detenzione S-21, Kang Kek Iew, conosciuto con il nome di battaglia di Duch, è stato condannato a 35 anni di prigione. La linea di difesa di Duch, che ha oggi 70 anni e si è convertito al cristianesimo evangelico (creazionista e reazionario), è il classico “non avevo scelta”: ubbidire agli ordini, uccidere o essere ucciso. In effetti, migliaia di quadri comunisti finirono nell’ex liceo Tuol Sleng, trasformato nella prigione S-21, a mano a mano che si estendeva all’interno del Partito il dissenso verso l’angkar, l’Organizzazione che per quasi quattro anni trasformò la Cambogia in un immenso campo di lavori forzati e sterminio. A Tuol Sleng, l’intero edificio A era destinato alla detenzione dei quadri che si opponevano ai metodi imposti con il terrore da Pol Pot, il “fratello numero 1".
di Serge Quadruppani
Non condivido l'interpretazione dietrologica delle rivoluzioni arabe. Quella tunisina e quella egiziana non sono rivoluzioni controllate dagli Stati Uniti. Della Tunisia gli americani se ne infischiano, e se fossero stati in grado di controllare una rivoluzione in Egitto, per affidare il potere all'esercito avrebbero potuto molto più semplicemente far deporre direttamente Mubarak dall'esercito, senza passare da piazza Tahir.
Con un tempismo che non lascia àdito a dubbi, ecco in cosa si è tradotto lo "scatto d'orgoglio" che, secondo il nostro Presidente della Cosiddetta Repubblica, avrebbe manifestato l'Italia, nella giornata di marketing per i 150 anni dall'erezione di questo Stato Pietoso: si è tradotto nella cifra genica di questo stesso Paese, cioè la crudeltà, il trasformismo, la furbizia idiota e malvagia, l'entusiastica salita sul carro dei vincitori delle prossime ore. E' come fosse "firmato Diaz" e invece è "firmato Giorgio Napolitano" questo intervento che lascia attoniti, a poche ore dalla rilettura del celebre quanto inutilissimo articolo costituzionale n°11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Noi, gli assassini che hanno massacrato libici decenni prima di baciare loro anelli e osculi anali, agiamo da Iago perché siamo consapevoli che è il petrolio che conta, e che si prepara il nuovo ordine del Mediterraneo. A cui la Penisola, che ne sarebbe una portaerei in mezzo al, fa proprio questo: porta gli aerei.
di Girolamo De Michele
Traccia scritta della relazione tenuta al Liceo Porta di Erba (CO) il 14 marzo 2011 all'interno del ciclo di incontri A BARBIANA E RITORNO. L’attualità del pensiero di Don Lorenzo Milani.
Le immagini che corredano questo testo sono testimonianze degli scioperi e delle lotte in atto nel Wisconsin contro i tagli ai servizi sociali e all'istruzione.
Prima, però, lasciamo al ministro Gelmini il compito di introdurre l'argomento. Se non avete pazienza, l'acme è al minuto 2:50 (grazie alla professionalità degli amici di Qui Lecco Libera):
[Questo articolo è un riassunto del caso della censura in Veneto e le reazioni che ha scatenato; è apparso sul numero 12, febbraio/marzo 2011, della Rivista Loop in edicola dal 18 febbraio scorso che potete consultare a questo Link]
Parole come “censura” e “liste di proscrizione” tornano a riecheggiare nelle biblioteche, nelle scuole, negli uffici pubblici e di governo, sul web e nelle strade del Veneto e d’Italia evocando i fantasmi di un fascismo latente in certi settori della società. Lo scorso 15 gennaio, Raffaele Speranzon, assessore alla cultura della provincia di Venezia, il quale proviene da ambienti politici missini e oggi milita nelle file del Pdl, ha rilanciato pubblicamente una proposta di un collega berlusconiano, Paride Costa, consigliere del vicino comune di Martellago: chiedere alle biblioteche delle rispettive città di ritirare dagli scaffali i libri di una sessantina di scrittori italiani e stranieri che sono stati definiti “persone sgradite”. Costa aveva a sua volta aveva ripreso un’idea del segretario generale del sindacato di polizia Coisp, Franco Maccari, il quale addirittura avrebbe auspicato l’estensione della misura contro gli autori incriminati a tutto il paese. Proposte pericolose dal retrogusto neofascista (VEDI video reportage sul caso Rogo Di Libri).
come lacerazione del velo di Maja su un sacco di cose tipo l'apprendimento degli adolescenti, l'uso dei dialetti, l'inutilità di certi critici, la libertà, l'alienazione, Roger Federer, il corpo, la bellezza, l'arte di chiedere scusa, la difficoltà di essere spinoziani e altre cose ancora che qui non mi vengono in mente ma vi assicuro che ci sono
di Girolamo De Michele
a proposito di:
David Foster Wallace, Roger Federer come esperienza religiosa, Casagrande, Bellinzona 2010; Andrea Bajani, Domani niente scuola, Einaudi, Torino 2008; Francesco Abate e Saverio Mastrofranco, Chiedo scusa, Einaudi Stile Libero, Torino 2010.
«Mentre sgranocchia biscotti Chips Ahoy! e fissa intensamente un evento dell'Associazione golf professionale alla televisione, ad esempio , l'adolescente che fuma viene colpito dalla spaventosa possibilità che, per es., quello che vede come il colore verde e quello che altre persone chiamano “il colore verde” forse in realtà non sono affatto le stesse esperienze di colore: che tanto lui quanto un'altra persona chiamino verde i prati dei campi da golf e il segnale di via libera di un semaforo sembra garantire solo che c'è una costanza analoga nella loro esperienza del colore dei campi da golf e luci del via libera, ma non che l'autentica qualità soggettiva di quelle esperienze di colore sia la medesima; […] finché l'intero ragionamento diventa così complesso e sfiancante che l'a.f.d.e. finisce per accasciarsi, ricoperto di briciole e paralizzato, sulla poltrona» [1].
scrittura collettiva e romanzo storico in epoca telematica
di Gregorio Magini e Vanni Santoni
Obiettivo di questo studio è analizzare come si è arrivati, in quattro anni di lavoro sul progetto SIC - Scrittura Industriale Collettiva, alla stesura di un romanzo storico, e capire come e perché un progetto (e un metodo) di scrittura collettiva nato su Internet a partire dalle suggestioni narratologiche di realtà diverse tra loro come i wiki e il gioco di ruolo abbia scelto la strada del romanzo storico per l'attuazione del proprio fine ultimo.
[...]
“Quando abbiamo deciso di impegnarci nella scrittura di un romanzo collettivo così partecipato, ci siamo chiesti quale fosse il tema, il genere, il tipo di romanzo che meglio poteva giovarsi di duecento cervelli al lavoro. Abbiamo subito pensato al romanzo storico: la mole di documentazione storiografica che richiede, nonché la coralità della narrazione e la molteplicità dei punti di vista che ben gli si addicono, trovano certo più facile conseguimento in molti, piuttosto che individualmente. Inoltre, un romanzo storico è tipicamente ponderoso e non necessita, anzi quasi rifugge, arditezze stilistiche.”
Download: AFFINITA' ELETTIVE
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La versione inglese di questo articolo farà parte del libro Rethinking the Historical Novel in Italy, a cura di Margherita Ganeri, Marco Codebò e Sandra Waters, in pubblicazione nel 2012 presso Legenda, London. Gregorio Magini e Vanni Santoni sono scrittori e fondatori di SIC – Scrittura Industriale Collettiva.
di Luca Baiada (da Il Ponte, febbraio 2011)

[Abbiamo soppresso le note all'articolo, che potranno essere viste sull'edizione cartacea della rivista.]
L’accordo per la fabbrica di Mirafiori è firmato il 23 dicembre 2010 dai sindacati Fim, Uilm, Fismic e Ugl, e dall’Associazione capi e quadri. La Cigl, che ha partecipato alla trattativa tramite la Fiom, resta fuori. Sottoposto a referendum tra i lavoratori, è approvato con il 54%. Su circa 5.000 votanti, lo scarto è di 200 voti, col peso importante degli impiegati.
L’esito di scarsa misura lascia aperte varie possibilità. Nel 1980 si svolse la marcia dei quarantamila. In realtà erano di meno, ma certo erano migliaia. Adesso, anche se qualcuno vorrebbe che bastassero 200 persone a decidere il futuro, il seguito dipenderà da più complesse dinamiche e dai reali rapporti di forza, tale è il peso della questione. Vediamone qualche aspetto.
di Sergio Bologna
Dicono che nei negozi di alta gamma c’è grande richiesta di maglioncini di cashmere. Pare che furgoni della Caritas passino e ripassino da villozze e case padronali a ritirare smoking, completi gessati, cravatte a quintali. E’ il popolo dei padroncini, di seconda, terza generazione, giovanotti dal SUV facile, MBA nella tasca dei pantaloni, che aspira a diventare un popolo di Marchionne. Tocca a loro. Guadagneranno la prima pagina della “Padania” o magari del “Sole24” per esser riusciti a negoziare contratti aziendali al ribasso? Pochi però riusciranno a farsi notare da Obama. Se qualcuno ha delocalizzato è andato in Romania, Albania, Bielorussia, Bangladesh, Cina, Marocco. Tanto che viene spontaneo chiedersi: ma a chi abbasseranno il salario, sotto lo standard del contratto nazionale? Agli artigiani terzisti? Ai pochi operai rimasti? Oppure alle cosiddette funzioni elevate, a quelli che portano il colletto bianco? Mi sa che saranno questi i più bastonati. Come alla Fiat, visto da lontano (perché da vicino non si può) il nuovo piano industriale dovrebbe fare assunzioni tra gli operai, almeno per rimpiazzare i vecchi, quelli del “no”, ma tra gli impiegati, quelli del “sì”, dovrebbe fare un macello.
[Il testo che segue è stato redatto da una sorta di "coordinamento" formato da scrittori, critici, blogger, pubblicisti, redazioni di riviste letterarie (on-line e cartacee). Hanno contribuito autori che figurano nella "lista nera" veneta e autori che non vi figurano ma sono solidali coi "proscritti". E' un documento liberamente appropriabile e sottoscrivibile da chiunque. Se sei uno scrittore (o qualcosa di simile) e sei contro il rogo, allora sei con gli Scrittori contro il rogo.
Uno scrittore-delegato ha letto in anteprima il testo in quel di Padova il 25 gennaio 2010, all'assemblea cittadina organizzata presso la facoltà di Scienze Politiche, in vista dello sciopero nazionale dei metalmeccanici. Copie del testo appariranno giovedì 27 alle h. 17 di fronte alla biblioteca comunale di Preganziol (TV).
A Preganziol, da diversi giorni (dopo
un servizio del TG3 nazionale) l'amministrazione comunale leghista si sta
difendendo dall'accusa di aver fatto "sparire" dalla biblioteca i libri di Roberto Saviano. Il noto autore campano sarebbe inviso ai ragazzuoli in camicia bru verde a causa del suo monologo televisivo sulla Lega Nord che "interloquisce" con la 'ndrangheta. Alcuni cittadini hanno organizzato una manifestazione nel giorno e all'ora di cui sopra, e diversi scrittori - "proscritti" e non - convergeranno su Preganziol per dire la loro.
Questa è una storia "laterale" ma significativa, sintomatica. E' venuta alla luce grazie alla campagna contro le liste di proscrizione della destra veneta. Smuovendo il terreno, si sono trovati cocci di vecchie anfore, che un tempo contenevano pudore e ritegno. Pudore e ritegno che ti facevano pensare due volte, prima di proporre bestialità anti-costituzionali come l'epurazione - ufficiale o "ufficiosa" - delle biblioteche.
La vicenda di Preganziol non ha a che fare direttamente con il caso Battisti: diverso il pretesto, diverso l'autore colpito, diversa la forza politica implicata. Ma l'humus è lo stesso. Il contesto è lo stesso. La logica è la stessa.]
L'iniziativa presa da diversi esponenti politici del Veneto – dall'assessore provinciale veneziano Speranzon all'assessore regionale all'istruzione
Donazzan, passando per i pronunciamenti di diversi esponenti politici di minore o maggiore peso politico – è di una gravità senza precedenti.
di Franco Pezzini
Ma torniamo a Robin, che a questo punto “riconoscendo in Guy un «bounty-killer» (il lettore, invece, ne avrà la certezza soltanto a poche strofe dal termine) si sforza di eludere il confronto rilanciando la sfida in termini giocosi, e propone a Guy, complice lo spazio astorico della «bella foresta», una sospensione del tempo e una perdita d’identità che consenta ad entrambi di sottrarsi al loro destino di violenza. Inutilmente, perché questo destino li ricondannerà fulmineo, oltrepassato il momento irreparabile della rivelazione dei nomi, in una triste parodia di tante sfide cavalleresche fra campioni dalla fama illustre”. Così Nicoletta Gruppi, e credo sia difficile trovare trovare migliori espressioni sulla parabola umana e sociale di Robin Hood and Guy of Gisborne, con lo scontro tra bandito e cacciatore di taglie in un’Inghilterra insieme scintillante (fioritura solstiziale di tigli, canti di rigogoli) e fremente di inquieti echi onirici.
di Sandro Moiso
Correva l’anno 1965 e soffiava nel vento l’idea di grandi cambiamenti epocali.
Il menestrello di Duluth, che si preparava già alla svolta elettrica, li aveva annunciati per tempo: The Times They Are A-Changin’.
Molti cantanti americani avevano cominciato, per moda e per mercato, a convertirsi al verbo folk e a cercare di cogliere l’attimo fuggente dello scontento giovanile.
Uno di questi fu Barry McGuire, nato a Oklahoma City nel 1935 e quindi più vecchio di sei anni del più conosciuto Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan.
McGuire aveva transitato per i New Christy Minstrels che, a loro volta e senza Barry, , avevano partecipato anche al Festival di San Remo con il brano “Le colline sono in fiore”.
Insomma, apparentemente, niente di speciale.

Riassunto delle puntate precedenti, che, per nostra scelta, non sono andate in onda su Carmilla. Volevamo entrare nella vicenda in medias res, ed è proprio dove ci troviamo ora, dopo 48 ore convulse, orribili, spassose. Due giorni di iniziative, proposte, discussioni e primi risultati.
di Alessandra Guetta
Mia figlia mi ha appena chiesto di aiutarla a commentare la differenza tra "la conoscenza comune e volgare" e "il sapere diligente e intimo" nella cultura contemporanea.
Ci ho pensato un po', e ho aperto la pagina di Repubblica online, quella dove c'è la scritta tracciata con lo spray "Marchionne fottiti", con tanto di cameraman che inquadra il manifesto della Banca IBL.
Ecco, le ho spiegato, la conoscenza comune e volgare è quella che ti fa credere che le riflessioni - o l'augurio, chissà - dell'operaio medio della Fiat, sbattute sulla prima pagina di un quotidiano nazionale, siano un gesto eversivo. Il sapere diligente e intimo invece è quello che ti permette di ricordare che le BR usavano inscrivere la loro stella a cinque punte in un cerchio e che quella sul manifesto non lo è, facendoti ridimensionare tutta la faccenda.
Ora dimentichiamoci di Leonardo Bruni e delle sue Epistulae, e soffermiamoci sulla profonda verità racchiusa in quelle due parole: Marchionne fottiti.
Marchionne è quello che ha trovato ''geniale'' che la gente a Brampton voglia lavorare, e sia disposta a fare anche il terzo turno. Magari cantando in sottofondo ehi ho ehi ho, contenti come nani.
Marchionne è quello che se non si raggiunge il 51% fa l'offeso, chiude la baracca e se ne va.
Ecco perché quel ''Marchionne fottiti'', che sale da Termini Imerese e arriva a Mirafiori passando per Pomigliano d'Arco, ci sta proprio tutto.
Mi spiace un po' per l'anonimo writer, che sicuramente non si aspettava tutto 'sto casino, e che magari sta passando ore di strizza aspettandosi un arresto per ricostituzione di banda armata, ma lo ringrazio. Perché spero che quel "Marchionne fottiti" non sia né una riflessione né un augurio, ma una risposta.
Perché dobbiamo renderci conto che se si comincia a cedere sui diritti, o sui dieci minuti di pausa, poi sarà un torrente che dilaverà tutto quello che altri hanno conquistato con fatica, lotte e sangue. Non solo per loro, ma anche per noi.
di Franco Pezzini
Cast e regia sono eccellenti, le scene di battaglia sembrano grandiose e la trama offre qualche spunto suggestivo, come il tema dell’eroe-impostore che assume panni altrui – eppure finora non ho visto il Robin Hood di Ridley Scott, 2010. Ammetto d’essere rimasto affezionato alle versioni più vecchie, comprese quelle candide inglesi per la TV degli anni Sessanta: e soprattutto all’arrugginito protagonista di Robin and Marian di Richard Lester, 1976. L’eroica goffaggine di Connery/Robin, la fedeltà al feroce e capriccioso Riccardo (Richard Harris) e la nuova oppressione da parte di Giovanni (Ian Holm), la rivolta che il vecchio reduce dalla Crociata non pensava proprio di organizzare ma tutti se l’aspettano… il quadro, insomma, non può che condurre a un esito tragico: e al duello contro il vecchio nemico – lo sceriffo (Robert Shaw), unico tra i vilain a uscirne con un certo onore – segue la rotta amara dei ribelli. Il finale tra le braccia dell’incantevole Audrey Hepburn/Marian ormai monaca, che per evitare la cattura somministra il veleno a Robin fatalmente ferito e a se stessa, suggella una versione molto più rispettosa dell’epos di quanto di norma si colga. Tanto più che a uccidere il Robin della ballate è proprio una suora.
di Paolo Fasce
Eravamo nella prima metà del 2009 quando il Ministro Renato Brunetta annunciava orgoglioso l'Operazione trasparenza) grazie alla quale, da lì a poco, il cittadino avrebbe potuto informarsi in ordine alle credenziali, cioè al curriculum vitae, e allo stipendio di un Dirigente di una qualsiasi azienda pubblica.
E allora vediamo com'è andata a finire.
di Walter Catalano
Difficile spiegare l’innegabile sfortuna nel nostro paese del più grande narratore fantastico europeo non anglofono: il belga Raymond Jean Marie De Kremer, nato a Gand nel 1887 e morto nella stessa città delle Fiandre nel 1964 dopo un’intensa attività letteraria bilingue- francese e fiammingo - vergata sotto vari pseudonimi i più noti dei quali sono Jean Ray e John Flanders. La sua prima apparizione in Italia è del 1963, quando Baldini&Castoldi traduce sotto il titolo di 25 racconti neri e fantastici, l’antologia Les 25 meilleures histoires noires et fantastiques che nel 1961 aveva rivelato la sua opera al pubblico francese il quale aveva accolto entusiasticamente questo outsider di provincia, riservandogli un onorevole scranno a fianco di Lovecraft nel pantheon dei grandi del macabro e del weird. Benchè questa antologia di racconti contenesse tutto il meglio allora noto delle sue storie, selezionate in prima persona dall’autore stesso, da noi invece nessuno ci fece caso: mentre H.P. Lovecraft, introdotto più o meno in quegli anni da Fruttero e Lucentini nelle antologie Storie di fantasmi e I mostri all’angolo della strada, spiccava il suo primo balzo verso la gloria, Jean Ray restava un nome del tutto sconosciuto.
di Valerio Evangelisti
Ormai viene ammesso senza remore da commentatori di differente ispirazione, come Innocenzo Cipolletta e Loretta Napoleoni (1). Alle origini dell’attuale crisi economica ci sono le guerre in Iraq e in Afghanistan. Per finanziare imprese militari che gli Stati Uniti non potevano permettersi, l’amministrazione americana, attraverso la Federal Reserve, quasi azzerò i tassi di interesse, in modo da avere disponibilità dei capitali ingenti liquidi che le necessitavano. Tutti i governi occidentali furono obbligati, come sempre accade, a fare lo stesso per reggere il passo.
Simultaneamente gli Usa, in cerca di consenso a favore della guerra tra le classi medie, resero agevole – sempre tramite la Federal Reserve, che guida il comportamento delle altre banche - l’ottenimento di mutui per l’acquisto delle case, senza riguardi per la solvibilità degli acquirenti. Non lo dico io, lo scrive Cipolletta.
di Tommaso De Lorenzis
Il Novecento americano precipita tra le rapide di due fiumi. Oleoso e infiammabile, il primo. Inebriante e ingannevole, il secondo. Il petrolio e l’alcol hanno fatto fortune e dannazioni degli Stati Uniti. E hanno travolto la vita del più nero tra gli scrittori d’oltreoceano.
Jim Thompson fissò gli abissi dei pozzi petroliferi nel Texas occidentale e il fondo delle bottiglie nei bar di mezza America. Così perse l’anima per incontrare il demone che ispirò le storie d’una realtà rabbiosa e irredimibile. La sua vita fu una furibonda cavalcata nel ventre ulcerato degli States a partire dai rovesci del boom petrolifero targato anni Venti. Gli spazi dell’antica frontiera si riempirono di bidonville popolate da brutali reietti, folli vagabondi e disperati mangiatori di ratti.
Tra i ranghi di quest’esercito d’ombre militò Thompson, trasportando casse di nitroglicerina, perforando una terra ostile e gestendo locali per manovali. Sopportò tutto con una dieta a base di jake e white lightning, misture alcoliche in grado di provocare spaventose allucinazioni. Del resto era cresciuto alla scuola del famigerato Hotel Texas di Fort Worth dove – giovanissimo – aveva lavorato come fattorino. Un modo elegante per dire che aveva contrabbandato alcolici, procacciato donne, organizzato truffe e spacciato coca.
di Girolamo De Michele
Testo integrale dell'intervento letto alla serata “Un panino con Dante”, Ferrara, 15 dicembre 2010
Ieri tutti quelli che credono che l'opposizione sia questione di palle sul pallottoliere hanno dato tutti i numeri di cui erano capaci. Mi permetto di dare anch'io qualche numero.
Dalla Sintesi Dati Scuola Statale 2009-2010, pubblicata dal ministero dell'istruzione, possiamo farci un'idea della reale entità dei taglio dello scorso anno: quando, per capirci, il riordino dei cicli scolastici della scuola superiore non era ancora entrato in vigore. La dotazione organica del personale docente è diminuita, dal settembre 2008 al settembre 2009, di 36.806 unità. Più in concreto, il numero dei docenti di ruolo è diminuito di 26.522 unità; i contratti a tempo determinato, cioè i posti per supplenti, sono diminuiti di 13.862 unità; in totale sono scomparsi dalla scuola pubblica 40.384 insegnanti (dei quali circa un migliaio di personale di sostegno, e 500 dirigenti); a questi lavoratori scomparsi vanno aggiunti 14.157 collaboratori, quasi tutti precari.
di Franco Pezzini
Quando Dumas, per affrontare in qualche modo i fantasmi della sua vita – amici scomparsi, altri dispersi nelle derive del quotidiano, malinconie a riempire i sottoscala del successo, senso greve di morte – costruisce le sue milleunanotte del sovrannaturale, il punto di riferimento non può che essere il vecchio affabulatore Charles Nodier delle serate di gioventù all’Arsenal. In quel salotto fitto di nomi eccellenti (Victor Hugo e Lamartine, Musset, Delacroix e tanti altri), Nodier giocava a inventare storie e – spesso – a reinventarne altre, pescate qui e là da testi anche recenti ma giocate con la libertà di miti condivisi. Non è un caso che Dumas gli dedichi idealmente quel delizioso pastiche del 1849, La femme au collier de velours, che sostiene confidatogli da Nodier sul letto di morte: sia vero o meno, la scintillante rilettura di un tema macabro – la notte d’amore con lo spettro di una giustiziata – trattato pochi anni prima e in rapida successione da Gabrielle de Paban, Washington Irving e Pétrus Borel ha proprio lo stile dell’eruditissimo e ironico bibliotecario dell’Arsenal. Dove il sapore di un’antica complicità nel gioco letterario rafforza l’evocazione di un mondo amato e finito, ma insieme sembra protestare davanti a tale capezzale la dignità del Fantastico e del dargli voce.
di Sandro Moiso
In attesa dello spettro più pericoloso, strani fantasmi si sono aggirati, negli ultimi anni, in Occidente sui campi dello scontro sociale.
A Seattle alla fine degli anni novanta, durante la lotta contro il G8, sicuramente il fantasma di Kurt Cobain si è aggirato tra i manifestanti, trascinandosi appresso quello di Frances Farmer già precedentemente evocata in una sua canzone.
Quello di Joe Strummer, invece, si è aggirato per le vie di Londra, insieme a decine di migliaia di studenti e di giovani del South-East End, nei giorni scorsi.
Chi l’ha visto ha raccontato che sorrideva, fischiettando London Calling.
L’ultimo a comparire, però, è stato Demetrio Stratos, presentatosi, per alcuni inopportunamente, nelle vie di Roma lo scorso 13 dicembre.
di Marco Philopat e Andrea Scarabelli
Sabato 18 e domenica 19 dicembre, nel centro sociale Cox 18 nel quartiere Ticinese di Milano avrà luogo la seconda edizione di Slam X. Slam X è il festival di reading e performance organizzato da Agenzia X con la partecipazione di molti scrittori, musicisti e artisti che rappresentano stili, sensibilità e opinioni differenti, ma pronti a salire sul palco per leggere testi, alcuni musicati e altri figurati, che richiamano a un'idea critica della società contemporanea.
Il sottotitolo di questa nuova edizione è: La rivoluzione con le bombe di carta. Una dicitura che ci sembra in sintonia con il momento storico.
dell'Associazione Culturale Papillon-Rebibbia
La biblioteca "Giulio Salierno" è un'esperienza unica nel suo genere, ed è in pericolo.
L'Associazione Culturale Papillon-Rebibbia
Per spiegare bene questa affermazione è necessaria una piccola introduzione su chi materialmente ha permesso la nascita e la crescita della biblioteca, l'Associazione Culturale Papillon-Rebibbia. Nata nel 1996 su iniziativa di un gruppo di detenuti della casa circondariale "Rebibbia - Nuovo Complesso", l'Associazione Culturale Papillon riorganizza le disastrate biblioteche dei reparti del carcere e propone e gestisce direttamente una serie di iniziative culturali e "rivendicative" con l'aspirazione che queste possano essere un ideale ponte verso quei cittadini che poco e male conoscono la drammatica realtà delle carceri.
di Franco Pezzini
In un sito che si chiama come questo, sarebbe impossibile non ricordarla. Ingrid Pitt, la più nota Carmilla del cinema, ha chiuso gli occhi il 23 novembre in un ospedale londinese – appena compiuti i settantatrè anni, e a distanza di poche settimane dalla scomparsa del regista che per la Hammer l’aveva diretta in quel ruolo, Roy Ward Baker. In The Vampire Lovers (Vampiri amanti), 1970, il velato accento polacco – era nata a Treblinka, il 21 novembre 1937 – e una certa teatralità tra il malinconico e il melodrammatico fanno parlare di lei come di un Bela Lugosi al femminile. E in effetti le apparizioni dell’attrice in contesti gotici – non numerose, ma fondamentali – bastano a consacrarla tra le Queen of Horror più carismatiche ed effervescenti.
di Chiara Cretella
Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. La giornata nasce in ricordo delle sorelle domenicane Mirabal, uccise il 25 novembre del 1960 perché impegnate nella lotta di liberazione nella Repubblica Dominicana. La commemorazione di questa data ebbe origine al primo incontro internazionale femminista in America Latina, celebrato in Colombia nel 1980. La Repubblica Dominicana propose questa data in onore di Patria Minerva e Maria Teresa Mirabal, nel ’98 l’assemblea generale delle Nazioni Unite approvò all’unanimità il 25 novembre come “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”.
di Franco Pezzini
Potrà non essere considerata alta letteratura, eppure confesso un’assoluta ammirazione per gli autori di penny dreadful (“spaventi da un penny” – o penny blood o penny number), misconosciuti protagonisti a metà dell’Ottocento inglese di una delle più curiose avventure editoriali dell’età moderna. Autori costretti a scrivere a marce forzate in un continuo rilancio di colpi di scena, visto che i capitoli-puntate delle loro saghe erano sfornati settimanalmente a beneficio di un bramoso pubblico, con tirature da capogiro (grazie alla meraviglia delle nuovissime rotative a vapore) e successo da urlo. Autori che spesso scrivevano nel più oscuro anonimato, e i cui pensieri, emozioni e sogni possiamo in genere dedurre solo da indizi indiretti, ma che hanno influenzato con prepotenza l’immaginario del loro tempo – e non soltanto, a giudicare da influssi ancora avvertibili sui moderni cinema e TV. Autori che lavoravano per diversi editori, ma il cui pull più celebre costituiva il nerbo della cosiddetta “Salisbury Square School of Fiction”, cioè la casa editrice del dinamico Edward Lloyd (1815-1890), ex-edicolante figlio di un agricoltore rovinato dalle enclosures, liberale e membro del Reform Club.
di Maria Maddalena Mapelli
[Saggio pubblicato sul n. 347 della rivista Aut Aut, "Web 2.0. Un nuovo racconto e i suoi dispositivi", luglio-settembre 2010. Maria Maddalena Mapelli, filosofa, si occupa di Rinascimento, virtuale e formazione. Coordina il blog Ibridamenti dell'Università Ca' Foscari di Venezia.]

Facebook [1] – quattordici milioni [2] di utenti italiani – è un dispositivo social (siamo tutti “amici”) e sicuramente di successo (ma come, non sei su Facebook?), ma è anche un dispositivo persuasivo , nel senso che induce comportamenti automatici e prevedibili (ci vuole, appunto, tutti veri e social ) e al tempo stesso omologante, nel senso che induce, in noi utenti, assetti identitari, modalità di interazione e di narrazione, regimi di visibilità che ci rendono seriali e simili. Su Facebook si è più soggetti costituiti, che soggetti costituenti. Facebook accentua caratteristiche già presenti in altri luoghi della rete, rivelandosi così un esempio significativo di dispositivo-specchio, cioè di dispositivo che crea effetti di somiglianza con il “reale” e impone specifici assetti identitari.
di Mauro Baldrati
Qui è il vero senso dell’offesa nell’arte; non si può essere felici tra gli infelici; liberi, tra i non liberi; amanti di se stessi, tra chi si sfugge e si detesta. Diffondere la libertà non è una scelta né un piacere; è una necessità per vivere. Il nostro destino è di vivere aggressivamente col mondo.
Guido Piovene
Recentemente a un convegno sulla letteratura gialla ho assistito a una tavola rotonda dove, presente Alessandro Dal Lago, si alludeva all’opera di Roberto Saviano come risultato di una costruzione a tavolino ideata e gestita dall’editore Mondadori. Un relatore sosteneva questa tesi con dati, riscontri, affermazioni su una presunta montatura che ha fatto esplodere il caso Gomorra, con relativa impennata delle vendite. Forse era l’ambiente “caldo”, creato da una sorta di eccitazione reciproca dei relatori che – questa la mia sensazione di ascoltatore stupito e imbarazzato – lasciava scorrere vecchie tensioni e, temo, invidie, fatto sta che un autore che stimo, che potrei definire scrittore di inchiesta, ha colto la palla al balzo e ha iniziato a protestare per l’avvenuta conquista del mercato da parte dei “gialli”, che occupano tutti gli spazi delle librerie. E gli autori del giallo erano secondo lui Lucarelli, Camilleri e Carofiglio. Insomma, era tutto un caricarsi a vicenda, un andare su di giri nell’indignazione, Saviano creato dal mercato editoriale, così come i “gialli”.
di Franco Pezzini
Quando nel 1865 Charles Lutwidge Dodgson pubblica il testo di una fiaba inventata a braccio durante una gita di tre anni prima, è ben conscio delle promettenti prospettive economiche dell’operazione – tanto che se ne addossa il costo in cambio del novanta per cento delle royalty, guadagnando una barcata di soldi. Ma non può sospettare fino a che punto il libro, firmato col nome d’arte di Lewis Carroll, influenzerà il mondo. Il topos della ragazzina che si trova a penetrare in una realtà alternativa, paradossale e vagamente perturbante trova così la sua codificazione moderna – e di lì infinite Alici approderanno nella cultura popolare.
di Girolamo De Michele
Questo testo è tratto dalle pp. 295-310 di La scuola è di tutti. Ripensarla, costruirla, difenderla, minimum fax, Roma 2010 [qui la scheda del libro]

Circola da qualche tempo una versione edulcorata, friendly del fascismo. Che recita, più o meno, così: «A parte la mancanza di libertà, la guerra e il razzismo – su cui non sono d’accordo – considero il fascismo un regime che ha avuto lati positivi, e Mussolini uno statista che ha fatto del bene all’Italia».
È una versione Ikea, o prêt-à-porter, del fascismo:15 passo col carrello e prendo quello che mi serve, quello che non mi piace lo lascio sugli scaffali, o magari prendo quell’affare lì, ma invece che appenderlo in orizzontale lo metto a terra in verticale, che funziona meglio. È un fascismo talmente facile che lo capisce anche un calciatore – e infatti è capitato di sentirlo enunciare anche da qualche calciatore con la celtica tatuata.
È un aspetto di quella fascistizzazione cui stiamo andando incontro nell’apparente indifferenza dell’opinione pubblica: l’ignoranza del fascismo ne produce versioni caricaturali, da appaiare alle versioni caricaturali della Resistenza.
di Filippo Casaccia
Ero un ragazzino alto e magro con tanto tempo a disposizione, una certa propensione al fancazzismo e, modestamente, l’inarrivabile abilità a dedicarsi a cose completamente inutili. Fatto sta che nei miei quindici anni compulsavo settimanalmente il Guerin Sportivo e mi aggiornavo con stolida precisione sui risultati di squadre internazionali che mai avevo (e avrei poi) visto giocare. C’era una logica, distorta, ma c’era: facevo il tifo – un tifo “freddo”, da poltrona – per squadre a cui ero legato dai più diversi e impensabili motivi. Quando avevo 10 anni, per una troppo breve stagione, a casa nostra fu ospite la splendida Dorothy, ragazzona au pair di Glasgow che, in cambio di vitto, alloggio e un piccolo stipendio, insegnava l’inglese a me e mia sorella. Dorothy imparò l’italiano, io quasi niente del suo idioma gutturale e contratto, ma mi colpì molto il suo invidiatissimo fidanzato. Ci venne a trovare prima dell’estate: giocava in una squadra di calcio scozzese dell’allora Premier Division locale, il Morton. Quest’uomo affrontava in campo gente come Gordon Strachan. E magari aveva conosciuto Kenny Dalglish o John Wark…
di Sandro Moiso
Quand’ero bambino, uno zio mi insegnò che per distrarre qualcuno e poterlo fregare occorreva attirare la sua attenzione sugli asini che volavano in cielo.
Certo quell’italietta degli anni ’50 era ancora vicina alle storie medievali di Calandrino e le truffe alla Totò per vendere il Colosseo a turisti sprovveduti facevano ancora sorridere.
Oggi, invece, siamo diventati moderni e seri, liberal e globalizzati e soprattutto cinici e disincantati e quelle innocue storielle, ormai, richiamano soltanto alla mente il retaggio di una cultura popolare arcaica e superata.
Così, finalmente, tutta la dotta cultura millenaria, latina e cristiana, che caratterizza il Bel Paese e la sua indiscutibile modernità ha potuto esprimere la propria ricchezza e profondità filosofica, politica e morale nel vivace dibattito sull’opportunità o meno dell’esistenza della lotta di classe.
A destra, a sinistra, in alto, in basso e al centro il ragliare degli asini saccenti si è inseguito e moltiplicato sulle pagine dei giornali come in un novello castello del mago Atlante.
di Paola De Luca
Egregio signor Marchionne,
il suo invito machiavellico agli operai Fiat è bellissimo. Secondo lei, essi devono comportarsi come uomini e donne "di virtù".
Il cuore batte a tale evocazione.
La virtù da lei attribuita al grande statista fiorentino consiste quindi nello svegliarsi alle quattro di mattina per il primo turno (se si abita vicino allo stabilimento, sennò alle tre, e allora diventa addirittura virtuosismo!), nel fare le otto ore a capo chino, nel mai scioperare, mai essere malati e nel vivere nella fede speranza e carità che il loro incarico non sia delocalizzato, ciò' che Lei, grande e giusto com'è, minaccia a ogni piè sospinto per ricordare all'operaio, notoriamente un po' distratto, che l'interesse degli azionisti è Uno e Santo.
di Alberto Prunetti
[L'articolo che segue è apparso in appendice a Apocalittici o liberati? Che cos'è il primitivismo, un millelire curato dal sottoscritto in collaborazione con reginazabo e pubblicato nel 2004 fuori distribuzione in poche centinaia di copie. Si trattava del libretto di sala dato alle stampe nell'occasione di un ciclo italiano di conferenze di John Zerzan all'indomani della pubblicazione di Primitivo attuale (qui l'introduzione al volume, redatta da chi scrive). Il millelire contenente un'intervista all'anarcoprimitivista statunitense è adesso esaurito ma l'occasione di un nuovo tour di incontri con John Zerzan, fissati in varie città italiane a partire dal 20 settembre prossimo, mi ha spinto a riproporre il pezzo su Carmilla. Anche se lo scopo di questa bibliografia è presentare la letteratura primitivista accademica e non quella militante e radicale, ci sono alcune uscite in italiano su quest'ultimo fronte che vanno indicate: di John Zerzan è apparso Senza via di scampo? nel 2007 per Arcana edizioni e Pensare primitivo(2010) per Bepress edizioni, contenente il capitolo “La morsa di ferro della civiltà”, già tradotto da chi scrive in collaborazione con reginazabo sul sito di Transnext. Ancora sul fronte primitivista, va segnalata la meticolosa opera di Enrico Manicardi: Liberi dalla civiltà (Mimesis edizioni, 2010).] A.P.
Emergenza educativa tra gli amministratori della cosa pubblica?
di Girolamo De Michele
Immancabili come le zanzare e le manovre finanziarie correttive, ecco gli esiti dei quiz dell'Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione (INVALSI) che, costruiti per comprovare l’esistenza di un’emergenza educativa, riescono a compiere la missione loro assegnata: uno studente (parliamo dei ragazzi che sono appena usciti dalla scuola media) su tre è insufficiente, e solo la metà si eleva al disopra della semplice sufficienza. A portare giù gli esiti sono soprattutto la grammatica e la geometria. L’unica nota positiva, a quanto sembra, è nel comportamento degli studenti meridionali, che quest’anno si sono disciplinatamente comportati peggio dei loro colleghi settentrionali, risparmiando ai valutatori dell’INVALSI la fatica di dover ricalibrare più volte i criteri di correzione per far risultare gli studenti nordici migliori dei loro colleghi “sudici”.
di Franco Ricciardiello
Feltrinelli ha iniziato nel 2009 la riproposizione in Italia del ciclo del “Mare della Fertilità”, che comprende gli ultimi quattro romanzi scritti da Mishima prima della morte nel 1970; la quadrilogia è apparsa in precedenza in Italia nella traduzione Bompiani (4 volumi singoli, 1999) e nei Meridiani Mondadori (volume unico, 2006). Nel marzo 2010 è appunto edito da Feltrinelli con il titolo “A briglia sciolta” il secondo volume di questo ciclo della lunghezza totale di oltre 1500 pagine; potrebbe essere l’occasione per riparlare dell’opera più ambiziosa di uno dei più discussi autori del secolo scorso, autentico personaggio mediatico che modellò la propria vita come aveva imparato dai suoi maestri europei, Wilde e Nietzsche, ma soprattutto D’Annunzio (del quale Mishima tradusse in giapponese il “Martirio di San Sebastiano”).
di Mauro Baldrati
Domenica 13 giugno marciavo lungo il Tamigi verso i Docks, incurante del cielo che minacciava pioggia, per vedere da vicino uno dei migliori interventi di recupero e restauro di edifici antichi. I magazzini del ‘700 e dell’800, a picco sulle darsene del grande porto fluviale, costruiti con la pietra inglese seccata dagli anni, ora sono adibiti ad abitazioni e uffici.
Quella parte di città era semideserta, e il traffico, che a Londra ti crepa i timpani e ti emulsiona di bitume i polmoni, era assente. Gita fuori porta, in campagna, come tutti.
ovvero:
DAVID FOSTER WALLACE È UNA PIETRA D’INCIAMPO PER GEORGE STEINER?
di Girolamo De Michele
Questo testo è stato pubblicato col titolo "Quel progetto infinito" sulla Nuova rivista LETTERARIA diretta da Stefano Tassinari, che prosegue con un nuovo editore il lavoro della precedente LETTERARIA. La frase del titolo è tratta dal racconto di David Foster Wallace Il suicidio come una specie di presente (in Brevi interviste con uomini schifosi, 1999).
In una intervista concessa a Odifreddi (“Quando studiavo con Enrico Fermi”, qui), George Steiner ha apparentato la matematica e filosofia analitica al gioco degli scacchi - «un inesauribile passatempo, ma niente più»: «sono le grandi inutilità che produce Homo Ludens, l’uomo che gioca. [...] A nessun essere umano che si sia trovato in un momento di angoscia, di bisogno, di gioia, di malattia o di estasi è mai fregato niente della filosofia analitica. Sono Hegel, o Nietzsche, o Marx, i filosofi i cui libri si trovano in tasca di quelli che si fanno ammazzare: non certo Carnap, o Hempel, o Kripke!»
di Marco Philopat
Sono passati esattamente cinquant'anni dalla rivolta dei ragazzi in maglietta a strisce scesi piazza a Genova per impedire un congresso di neofascisti. Un convegno voluto anche dall'allora governo del democristiano Tambroni, che da pochi mesi era diventato presidente del Consiglio grazie ai 14 voti dei parlamentari dell'Msi. La determinazione dei manifestanti fecero fallire quel tentativo di sdoganare, per la prima volta dal dopoguerra, gli eredi del tragico ventennio. Quel convegno fu infatti annullato. Nell'estate del 1960 ci fu un terremoto, di quelli imprevisti, violento e allo stesso tempo liberatorio. In prima fila negli scontri di piazza, da Genova a Catania, da Reggio Emilia a Palermo, da Roma a Bologna, c'erano giovani sui vent'anni, operai figli di operai che pagarono cara la loro voglia di farsi sentire. La pagarono con il sangue. In undici rimasero sull'asfalto, crivellati dalle sventagliate dei mitra e dai colpi di pistola. Altre centinaia finirono in ospedale o sul banco degli imputati come pericolosi sovversivi e condannati a scontare anni di carcere. Sapevano di rischiare grosso eppure scesero in piazza convinti che andasse fatto, che quello era il loro dovere, l'unico modo per dire no al ripetersi della storia. Per questo motivo i ragazzi con le magliette a strisce rimasero impresse nel mio cervello appena ne venni a conoscenza.
Trittico Montecristo, Gli anni nascosti, La città nera:
il grande ritorno del thriller politico Italian-style
di Alan D. Altieri
Guess what, proprio quando speravamo di essere al calduccio e al sicuro qui nel paese felice (Hey, suckers, we’re not in Kansas anymore...) della krikka appalti inkrikkati (... we’re IN the dirty, slimey, bloody money, ya, scumbags!), della penisola deglignotidioti (just dump the big-mouthed faggot!) e dei boiardi incollati a poltrone d’oro che galleggia (what are THEY farting about anyway?), proprio quando contavamo che sulla carta straccia dei libri (wow, you still got THAT CRAP down here?) si potesse finalmente parlare solo di nevrotike, grotteske, ma soprattutto fasulle pippe mentali (that way ya don’t realize ya terminally screwed, ya morons!), ecco che un’avanguardia di autori di sfondamento scaraventa una chiave inglese bella grossa nei già scricchiolanti ingranaggi della turpe finzione propalata dal vertice.
La chiave inglese in questione si chiama thriller politico.
(Smells Like Skunky Spirit)*
della Redazione di Carmilla
«Qui a Berlusconia, tra fandonie e miti, tra spettri ed epifanie del Maligno, tra risentimenti e narcisismi è in corso da un pezzo una vera e propria guerra all'intelligenza, dove ogni ragionamento di un qualche spessore è tacciato di sabotaggio o di spregio dell'umore popolare». Così Marco Bascetta, difendendo la pubblicazione per manifestolibri del libretto Eroi di carta [158 pp., € 18.00, d’ora in poi EdC], stigmatizzava gli attacchi all’autore, il professor Alessandro Dal Lago («La libertà negata di criticare Saviano», manifesto, 30 maggio 2010).
Lasciamo perdere il termine "Berlusconia", usato in difesa di un libro che individua (non a torto) nella «personalizzazione e simbolizzazione» della politica sotto forma di un continuo referendum pro o contro Berlusconi «il segnale della vittoria strategica del berlusconismo» [EdC p. 148], e cerchiamo di capire dove stiano i risentiti e i narcisi, a quale intelligenza si dichiari guerra, e soprattutto come siano questi ragionamenti «di un qualche spessore».
di Fabio Deotto
C’è una storia che meriterebbe di essere raccontata in eterno. Una storia che ora riposa sotto un memoriale in un cortile dalle parti di via Baracca, ad Arcore. È la storia di un gruppo di ragazzi poco più che maggiorenni che ha lottato contro una dittatura e un esercito invasore, alcuni sacrificando una vita appena fiorita, altri riportando ferite che non si sarebbero mai più rimarginate. Dove ora invecchia una scatola di cemento a quattro piani, sessant’anni fa si allungava un campo di aviazione, presidiato da soldati tedeschi al soldo del nazismo, li chiamavano SS. Una sera di fine dicembre, 24 ragazzi dei comuni del vimercatese hanno imbracciato mitra scadenti per liberare le loro città da un nemico verso cui il resto dello stato Italiano non aveva il coraggio di puntare il dito.
di Arturo Potassa Cravani
[Oggi si apre il Salone del libro di Torino e l'India è il paese ospite. Un'occasione per raccogliere qualche appunto sul periodo in cui ho vissuto nel subcontinente: alcune righe su un film di Bollywood dedicato al grande nemico di sempre, un reportage di viaggio dal confine indo/pakistano e qualche consiglio di lettura] A.P.C.
Lahore di Sanjay Puran Singh Chauhan (Bollywood, 2010)
Era da un po' che non vedevo un film alla Rocky IV. Pugni e pedate: si fa kick-boxing in stile curry indiano. I buoni sono Indiani e i cattivi Pakistani. I primi sono leali, coraggiosi e amano la famiglia. I secondi scorretti e pieni di trucchi crudeli. I primi si allenano in efficienti e ipermoderne palestre colorate, mentre i secondi fanno scuola di barbarie sulle montagne del Waziristan in basi che sembrano fortini di Al quaida.
di Valerio Evangelisti
[Le edizioni Derive Approdi hanno pubblicato un libro di eccezionale valore: La rivista Primo Maggio (1973-1989), a cura di Cesare Bermani, pp. 176, € 20, 00. Al volume è allegato un dvd che raccoglie la collezione completa della rivista, tra le più importanti - se non la più importante - dell'estrema sinistra "operaista", dagli anni '70 fino alla fine degli anni '80. Pubblichiamo uno degli interventi compresi nel volume. E' già apparso su Alias, supplemento del sabato de il manifesto, il 1° maggio 2010.]
«Cosa diavolo fai qua?» mi chiede Sergio Bologna, fermo sulla soglia del mio ufficio di capo del reparto imposte dirette dell’Intendenza di Finanza.
E’ un uomo magro, alto ed elegante. Per me è quasi un simbolo. Esponente di un operaismo per metà in galera e per metà in esilio, lo hanno fatto fuori all’università di Padova, in cui aveva una cattedra, con un pretesto miserabile (se ricordo bene, una domanda presentata in ritardo). Vive parte in Italia e parte in Germania. Scrive per Primo Maggio, rivista che sta nel movimento senza schierarsi, saggi corposi sulla centralità del trasporto merci. Un’anticipazione delle sue future tesi sui lavoratori autonomi – all’epoca poco comprensibili, ma diventate meglio decifrabili ai giorni nostri, quando tanti precari sono stati classificati come “autonomi”, imprenditori di se stessi volenti o nolenti.
di Marilù Oliva
«Forse era fatta di questo una dea: di fatica, sgomento, vuoto e una strana desolazione. Lo sgomento di essere lì, inchiodata al suo trionfo… di essere se stessa, in pasto a tutti.» Il brano è tratto da “Il mago e l’imperatrice” (Mondadori, 2010), scritto da Claudia Salvatori. In questo romanzo l’autrice si prefigge di restituire l’autenticità storica a un’imperatrice, Messalina, che la storiografia dell’epoca ha immortalato come depravata, avida e priva di scrupuli.
di Franco Pezzini
Londra, aprile 1900. Armeggiando con l’ombrello bagnato, Miss Cracknell piombò nell’ufficio postale. Al vedere la signorina così palesemente agitata, un paio di persone in coda valutarono se lasciarla passare – e alla fine, con un’occhiata complice, decisero non fosse il caso. Così, mentre l’impiegato si affaccendava sui precedenti telegrammi, Miss Cracknell ebbe tutto il tempo di ricapitolare i fatti per una sintesi più efficace.
Quel mattino, alla sede dell’Ordine al 36 di Blythe Road, Hammersmith, pianoterra, si era presentato inopinatamente Frater Perdurabo, insieme a Soror Fidelis (cinque anni di più – pareva fosse sua amante). Non era certo la prima volta che Miss Cracknell, segretaria responsabile per i documenti, si trovava a trattare con quell’individuo: l’aveva sempre messa a disagio. Considerate le voci che circolavano, ovvio che i confratelli gli avessero rifiutato il grado di Adeptus Minor. Col risultato che Perdurabo era corso a Parigi dal vecchio capo Deo Duce Comite Ferro, che non perdeva occasione di affermare la propria autorità e aveva compiuto l’iniziazione. In chiaro spregio ai fratelli di Londra: e questi, dopo una rapida consultazione, si erano decisi a non riconoscerla.
di Marco Philopat
Nel 2005 era passato nel centro sociale Cox 18 durante la mostra “Beat, Hippie, Autonomi Punk”. Per me lui era ancora il venditore di macchine usate che s'era incassato il grano della commercializzazione del punk. Io ero sempre stato dalla parte di Johnny Rotten, anche durante il lungo processo che si sviluppò attorno allo scontro mitico tra il ruolo del musicista e quello del manager. Eppure Malcolm MacLaren in quel momento era lì a guardarsi i pannelli della mostra, a farsi tradurre i testi che raccontavano anche parte della sua vita. Si era emozionato soprattutto davanti alle foto delle copertine di riviste e libri dell'Internazionale Situazionista e con mio grande stupore si mise a chiacchierare con il mio socio Giancarlo Mattia, soprannominato anche l'avvocato psichedelico, uno dei seguaci più autorevoli del pensiero di Debord e co. Parlarono per più di due ore di mondo-karaoke, di oscillazioni e autenticità. Giancarlo che assomiglia quasi perfettamente a Mr Natural, il personaggio dei fumetti di Robert Crumb, mi chiamò quando arrivarono ai pannelli dedicati al punk che io avevo curato. “È davvero un tipo in gamba il tuo amico!” mi disse Giancarlo toccandosi la sua lunga barba bianca. Mio amico? Non sapevo come comportarmi. Ero finito in uno spazio temporale dominato dalla contraddizione. Fui costretto a parlare di quando da ragazzino vidi per la prima volta i Sex Pistols alla tv che navigavano contro la regina sul Tamigi. Mi lasciai trasportare dal ricordo di me stesso seduto davanti alla televisione nel triste salotto dei miei genitori. Più volte ho affermato che quello fu uno dei momenti fondamentali della mia vita credendo di essere persino originale, per poi piano piano scoprire che a un mucchio di miei coetanei era successa la stessa cosa. Adesso che McLaren è morto mi sono sentito di scrivere per lui una lettera, una sua ultima missiva dalla tomba in cui immagino cosa stia pensando ora dall'inferno o dall'infinito universo, fate un po' voi.
di Girolamo De Michele
Gli studenti italiani sono davvero così somari? Un’indagine svolta dall’Accademia della Crusca in collaborazione con l’INVALSI (Istituto nazionale di valutazione del sistema istruzione) sembra confermarlo, e l’autorevole Corriere della Sera lo ribadisce [qui]: «Alla fine del percorso scolastico, dopo 13 anni di lezioni ed esercitazioni, la prova scritta di italiano rappresenta un problema per la metà degli studenti».
Trasuda strazio e dolore un’intervista alla professoressa Elena Ugolini, dirigente dell’INVALSI e preside di un liceo parificato afferente alla Compagnia delle Opere, che dichiara: «Ho qui un tema della maturità 2007 pieno di errori gravissimi di ortografia come "dopo guerra" o "degl’anni", di errori di punteggiatura, dell’organizzazione logica della frase che evidenziano un livello linguistico di terza elementare». E conclude, la bocca sollevando dal fiero testo: «Mi domando che cosa è stato insegnato a questo ragazzo in 13 anni di scuola».
Sarà vero? Andiamo a vedere.
di Emanuele Manco
Si può rubare.
Si possono uccidere gli uomini.
E queste azioni possono avere conseguenze nell'immediato.
Le idee degli uomini invece non si possono uccidere facilmente.
Ma come si può uccidere un popolo, rubandogli il futuro?
Un modo, forse non l'unico ma molto efficace, è rubargli la sua memoria. Non sembri contraddittorio che il furto di una opera d'arte del passato, sottratta quindi alla fruizione di tutti, sia un vero e proprio furto di futuro, perchè priva della possibilità di accrescimento culturale. La povertà di spirito è terreno ancora più fertile sul quale poggiare le basi del potere, ancor più di quella del corpo.
di Letizia Mirabile
Poniamo il caso di tornare nella propria città natale. Poniamo il caso che, nella fattispecie, questa città sia Palermo. Poniamo il caso che la si sia lasciata l’estate prima. Poniamo anche il caso che la si trovi peggiorata da ogni punto di vista: culturale, ambientale, sociale, come servizi, infrastrutture, uffici. Poniamo il caso che in giro non si sentano altro che lamentele e poniamo il caso che il bilancio del Comune non si possa dire perché è un numero negativo talmente grande che è diventato illeggibile. Poniamo anche il caso che la Regione attraversi un periodo di sommovimenti, che lo spostamento delle zolle tettoniche africane e asiatiche sembri il movimento di una piuma. Poniamo anche il caso che numerosi negozi chiudano e che in città l’evento dell’anno, quello che desta maggior richiamo non sia l’arrivo di uno spettacolo russo, di una grande mostra, di una produzione cinematografica, che vedrebbe coinvolta la più importante agenzia di casting siciliana: quella “dell’imprenditore” Enzo Castagna (1), bensì sia l’apertura di un grosso centro commerciale in uno dei quartieri caldi del capoluogo.
di Marilù Oliva
A un anno dalla pubblicazione di Cien años de soledad e dei suoi trionfi di vendita e di consensi, Márquez salpò l’oceano per trasferirsi da Città del Messico alla Barcellona del regime franchista ed è qui che diede vita al romanzo che lo tormentava. Mai un libro fu atteso, in America Latina, con tanta ansietà come El otoño del patriarca (L’autunno del patriarca), più volte anticipato prima che acquisisse concretezza, quando era solo un’immagine sullo sfondo delle nebulose artistiche dello scrittore. Come Márquez affermò in una conversazione pubblica tenutasi a Lima nel 1967 con Mario Vargas Llosa, stava già allora «preparando la historia de un dictator imaginario, es decir, la historia de un dictator que se supone es latinoamericano… tiene 128 años de edad, que tiene tanto tempo de estar en el poder que ya no recuerda cuándo llegó… está completamente solo en un enorme palacio, por cuyos salones se pasean las vacas.»
di Valerio Evangelisti
[Questo articolo è apparso nel n. 6 della rivista Loop, uscito in edicola e in libreria il 29 gennaio e dedicato quasi per intero al centenario della rivoluzione messicana del 1910.]
Nella percezione corrente, quella messicana fu una rivoluzione democratica e non socialista. I nomi dei suoi eroi più noti – Francisco Madero, Pancho Villa, Emiliano Zapata – in effetti non sono riconducibili immediatamente al socialismo, con la parziale eccezione di Zapata, autore di un progetto avanzato di riforma agraria. L’ideologia dominante era detta “liberalismo”, sia pure con accezioni diverse a seconda dei protagonisti (lo stesso Porfirio Díaz si definiva liberale).
Invece un ulteriore “liberale”influenzò gli eventi e, al di là delle definizioni, fu socialista e addirittura anarchico. Alludo a Ricardo Flores Magón, nome ignoto ai più al di fuori del Messico.
di Marilù Oliva
Forse qualcuno storcerà il naso a sentir parlare ancora di principi e festival. Il biasimo sarà per aver indirizzato l’attenzione verso qualcosa di infimo e poco intellettuale come il Festival della Canzone Italiana o la tanto riprovata partecipazione di Emanuele Filiberto Di Savoia. In realtà a me destano veramente poco interesse le doti canore del principe, ma mi scuote d’indignazione l’utilizzo distorto della lingua italiana, l’appiattimento del senso della frase, la banalizzazione populistica. Qualcosa di grave è accaduto e non si tratta di politica. Una superficiale, becera violenza alla lingua. E se non c’è più freno alla decenza, che ci sia almeno riguardo per la lingua italiana. Per come la si usa, perché non se ne si abusi, perché a lessemi e concetti sia conferita la carica preziosa che meritano.
di Alberto Prunetti
[Al momento di completare questo articolo la stampa indiana ha comunicato la proroga di 6 mesi del visto di soggiorno in India della scrittrice bengalese Taslima Nasreen, minacciata nel suo paese da fondamentalisti religiosi. Taslima, in attesa di un visto residenziale, potrà intanto tirare un respiro di sollievo, anche se pare che questo visto provvisorio sia stato rinnovato per l'ultima volta. La redazione di Carmilla aveva partecipato alla stesura di un appello per la conferma dell'asilo politico in India.] A.P.
È una strana notte, quella tra il 13 e il 14 febbraio. È il capodanno cinese: l'anno della tigre. Il calendario gregoriano annuncia a pochi colpi di lancetta San Valentino, col corollario di e-postcards, fiori e inviti al ristorante. Anche i musulmani festeggiano qualcosa: lungo la strada a transito veloce i marciapiedi sono occupati per qualche chilometro da una striscia bianca di musulmani che costeggiano, col naso rivolto verso la luna, il mar arabico risalendo Mumbai da sud a nord, superato il consolato italiano e poi il tempio indù di Mahalaxmi, dea della ricchezza, e lo splendido santuario di Haji Ali, una moschea adagiata su un'isola che fluttua come un miraggio e nella scansione delle maree riesce a toccare terra attraverso uno stretto istmo di cemento.
di Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli
[In occasione dell'uscita del volume di André Orléan, Dall'euforia al panico Pensare la crisi finanziaria e altri saggi (Ombre Corte, Verona 2010, pp. 160, € 15,00) anticipiamo parte dell'introduzione]
1. André Orléan è uno degli scienziati sociali più interessanti nel panorama attuale. Le sue ricerche e i suoi interventi pubblici appaiono svincolati dalle costrizioni cognitive che oggigiorno contraddistinguono gran parte delle posizioni assunte dagli economisti; sono infatti caratterizzati da rigore argomentativo, rilevanza, autonomia e capacità divulgativa. Tuttavia i suoi studi sono scarsamente noti agli scienziati sociali italiani.
di Valerio Evangelisti
[Questo articolo, intitolato all'origine Bologna-Vergogna: quando uno slogan diventa realtà, è apparso su Il manifesto del 27 gennaio 2010 e poi ripreso da molti altri siti. Nel riproporlo, aggiungo in appendice la poesia completa di Olindo Guerrini Primo Maggio, citata nel testo. Altri poemi di Guerrini (alias Lorenzo Stecchetti) conto di pubblicarli prossimamente.]
Un poeta bolognese dei primi del Novecento, Olindo Guerrini in arte Lorenzo Stecchetti, scrisse dei versi intitolati “Primo Maggio”. Vi si descriveva la marcia lenta, solenne e silenziosa di un corteo di operai. “Toccandosi le mani ognun di loro / cerca il vicin chi sia. / Se i calli suoi non vi segnò il lavoro, / quella è una man di spia.”
di Fabio Deotto
Ce l’ho. Ho la soluzione per la povertà nel mondo, per le ingiustizie, per l’indifferenza della popolazione “occidentale” che ogni sera spegne la coscienza insieme alla televisione per dormire sonni tranquilli. Basta premi Nobel per la pace, basta operazioni umanitarie, basta con le campagne di sensibilizzazione e con i cori stonati dei bambini nelle scuole elementari. Basta con le raccolte di penne e vestiti, basta con i furgoni delle missioni umanitarie che finiscono la benzina al primo casello.
Basta. Ho trovato la soluzione.
Catastrofi e telecamere.
dell'Assemblea Antifascista Permanente di Bologna
[L'Assemblea Antifascista Permanente di Bologna, di recente trasformatasi in Nodo Sociale Antifascista, ha opportunamente ripubblicato il volume di Luigi Fabbri La controrivoluzione preventiva, uscito in origine nel 1922. La persistente attualità di quel testo, opera di una delle figure più luminose dell'anarchismo italiano, è spiegata nell'introduzione al libro, che proponiamo senza l'importante corredo di note. Ringraziamo il Nodo Sociale Antifascista per l'autorizzazione a pubblicare lo scritto.]
Tra il 1921 e il ’22, dinanzi al fenomeno dirompente dello squadrismo fascista, l’editore bolognese Licinio Cappelli diede alle stampe una serie di instant book a comporre una «collezione» intitolata «Il fascismo e i partiti politici»: già nel 1921 usciva Il fascismo e la crisi italiana del cattolico liberale Mario Missiroli e l’anno dopo Il fascismo: dati, impressioni, appunti del socialista Adolfo Zerboglio e Le origini e la missione del fascismo dello squadrista Dino Grandi con introduzione alla «collezione» del filosofo socialista Rodolfo Mondolfo; poi Il fascismo visto da repubblicani e socialisti con interventi di Guido Bergamo, Giuseppe De Falco, Giovanni Zibordi; e infine La contro-rivoluzione preventiva di Luigi Fabbri con il sottotitolo editoriale di Saggio di un anarchico sul fascismo.
di Alessandro Bertante
[Questo intervento dell'autore di Al Diavul è apparso sul numero di gennaio di ReSet]
Alcuni giorni fa mentre ordinavo un caffè in un bar di Milano sono rimasto colpito da un'immagine di per sé innocua, o perlomeno che io credevo tale. Dietro al bancone stava in bella evidenza una grande bandiera italiana. Nessun altro simbolo o segno di commento, solo il tricolore bianco, rosso e verde. Osservandola per un minuto con la tazzina a mezz’aria mi sono reso conto di provare una forte sensazione di disagio. Quella bandiera mi sembrava una inutile ostentazione nazionalista. Guardai il barista, cercando nella sua fisiognomica e nel suo abbigliamento una giustificazione parafascista a tanto osare. Invece niente, era un cordiale professionista milanese.
Uscito dal bar la sensazione di disagio mi è rimasta addosso.
di Girolamo De Michele
qui la prima parte
Questo concreto esempio serve a introdurre le tesi centrali del volume. Il modello educativo proposto viene presentato come alternativo a due diversi modelli educativi generali.
Il primo è quello che «punta sulla divaricazione di educazione e formazione, in funzione dell’acquisizione di conoscenze, abilità, competenze coerenti con l’assetto tecnologico del mondo contemporaneo»: un modello aziendalistico, nel quale «l’educazione, in definitiva, si risolve in trasmissione di informazioni e di capacità e in socializzazione culturale».
di Girolamo De Michele
[Questo testo è tratto da un manoscritto in fase di scrittura]
La pubblicazione del volume La sfida educativa (Laterza, Bari 2009, pp. 224, € 14.00), a cura del Comitato per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), con la Prefazione di Camillo Ruini, consente di fare il punto sulla politica educativa e scolastica della Chiesa e delle lobbies ad essa correlate, e di ricostruirne le strategie a partire dalla loro formalizzazione in un vero e proprio progetto politico: come sempre avviene, è l’anatomia dell’uomo che consente di ricostruire quella della scimmia.
di Valerio Evangelisti
[Questo articolo è la mia introduzione a Jack London, Guerra di classe. Il sogno di Debs. Saggi sulla lotta di classe negli Stati Uniti e un racconto, ed. Gwynplaine, 2009, pp. 192, € 14,00.]
Anzitutto liberiamoci delle stupidaggini. C’è chi di recente (Nicola Lagioia) ha messo in dubbio le convinzioni socialiste e rivoluzionarie di Jack London, tanto da definire i conflitti sociali che gli stanno a cuore “occasione”, “contesto”, “apparato scenografico”. Ora, nell’edizione francese delle opere di London, curata da Francis Lacassin (Laffont, 1990), il volume sesto, dedicato ai saggi, ai romanzi, ai racconti, agli articoli di London incentrati sul tema della lotta di classe conta quasi duemila pagine. E mancano molti suoi interventi sulle riviste Masses, The Appeal to Reason, International Socialist Review e altri periodici di sinistra, nonché i testi, mai registrati, di centinaia di conferenze e di comizi a favore prima del Socialist Labor Party, poi del Socialist Party of America.
di Francesco De Collibus
Se uno psicolabile scaglia un souvenir contro la faccia del Presidente del Consiglio, è chiaro di chi sia la colpa: di Internet,ovviamente.
E' dimostrato come Tartaglia abbia organizzato tutto sin dall'inizio attraverso Internet.
Solo attraverso Internet ha potuto comprare dai mercanti d'armi internazionali quei letali ordigni a forma di Duomo, micidiali armi che in nessun caso potevano essere reperite nelle bancarelle di souvenir lì in piazza (1). Attraverso gli inganni di Internet il tentacolare Tartaglia ha poi manipolato gli uomini della scorta, convincendoli che fosse del tutto sicuro lasciar fare un bagno di folla a uno dei leader europei più controversi e contestati del secolo. Dulcis in fundo, solo grazie ai sofisticati algoritmi di puntamento dei centri di calcolo su Internet l'attentatore ha potuto indovinare la traiettoria di quella micidiale palombella. D'altronde la sorte di persone un attimino più concilianti di Silvio, quali Gandhi e Giovanni Paolo II, testimonia che mai e poi mai ai personaggi pubblici in una piazza gremita viene torto un capello (2).
di Marco Capoccetti Boccia
E' uscito in questi giorni Non dimenticare la rabbia (Agenzia X), il libro di esordio dell'autore di questo racconto. Il volume è andato in stampa proprio nei giorni in cui accadevano i fatti qui narrati.
Il telefono squilla che il sole non è ancora nato.
Ginevra mi dice veloce: ci stanno sgomberando.
Ok arrivo le dico. La notizia che temevamo è alla fine arrivata. Cazzo finalmente adesso si potrà combattere senza questa bolla d'ansia che ci assedia da mesi.
Di nuovo sulle barricate, finalmente.
Metto un paio di jeans neri, la maglietta del Macchia Rossa e un giacchettaccio da battaglia. Scendo giù.
Per fortuna che non ho riconsegnato la macchina, altrimenti avrei dovuto prendere un taxi di merda e allora addio barricate...
Fuori è buio e un po' fresco, finalmente dopo tanto caldo.
Un elicottero vola basso sul cielo di Roma e il suo faro potente squarcia la notte.
Dal mio nuovo quartiere alla Magliana c'è già traffico e questo cazzo di elicottero è sempre sopra la mia testa.
Non riesco a trovare parcheggio.
Il mio vecchio quartiere non cambierà mai.
Fa uno strano effetto tornarci all'alba per difendere un'occupazione in cui ho scelto di non stare.
Due anni senza mettere piede alla Magliana, coi miei fantasmi che mi salutano dai marciapiedi.
Linguaggi, tempi e narrazioni in Niccolò Machiavelli
di Girolamo De Michele
Testo dell’intervento letto al Convegno di Studi “Machiavelli: tempo e conflitto”, Università di Bologna, 16-17 novembre 2009
In questo intervento prenderò spunto da alcuni aspetti della lingua di Machiavelli, e collegherò questa lingua in variazione alla presenza di una pluralità di tempi nel testo machiavelliano. Sosterrò che questa pluralità dei tempi è coerente con la riflessione fenomenologica sul tempo ed esclude la necessità di postulare un tempo provvidenziale o divino. Esaminerò un caso di tempo narrato, con riferimento alla figura di Lorenzo de’ Medici, per proporre un modello educativo machiavelliano in esplicita polemica con gli ideologi della rifascistizzazione dell’istruzione in corso in Italia. Accennerò poi al tema del conflitto e al pessimismo machiavelliano, e concluderò sull’importanza dell’aver mantenuta l’attenzione critica su Machiavelli e Spinoza negli anni Ottanta e Novanta.
di Andrea Scarabelli
Se vedi novanta poliziotti in assetto antisommossa a Milano, sui navigli, in un’alba spenta che solo novembre sa offrire, pensi di assistere a un’operazione di estrema gravità e urgenza. Magari per sventare qualche pericolosissima minaccia terroristica esotica, come quella che da oggi scopriamo incombere sul nostro premier. Se poi li vedi circondare il Lab Zero o Ringhiera, insomma la casa occupata sul nuovo parco lungo Ripa di Porta Ticinese, pensi che sia imminente lo sgombero, un’altra mossa dell’offensiva unilaterale innescata da questa città contro tutti gli spazi non omologati in nome della “riqualificazione”.
Invece, no.
Questo venerdì 13 novembre, quell’impressionante schieramento di poliziotti è lì per arrestare tre degli occupanti. Tre pericolosissimi appena ventenni, ancora addormentati. Altri due ragazzi sono già stati prelevati dalle loro abitazioni nell’hinterland, buttati giù dal letto come criminali pronti alla fuga. Tutti e cinque hanno tra i venti e i ventiquattro anni, uno di loro finisce a San Vittore, gli altri quattro ai domiciliari. L’accusa è di rapina aggravata e lesioni, sembra che rischino dai quattro ai dieci anni di carcere.
Che cosa hanno fatto?
Si sono rifiutati di pagare qualche centinaio di fotocopie fatte presso la libreria Cusl dell’Università Statale, il 2 ottobre scorso. Un bottino di al massimo una ventina di euro.
La funzione autoriale nell'epoca della sua riproducibilità telematica
di Gregorio Magini e Vanni Santoni*
L'età moderna ha messo a dura prova le funzioni e le prerogative storiche della parola, al punto che il suo primato, di cui già quarant'anni fa la filosofia “triste” di George Steiner lamentava il tramonto (1), è oggi un ricordo di cui possiamo solo cogliere un riflesso rileggendo libri, come i grandi romanzi dell'Ottocento, da cui traspare una fiducia per la parola scritta ormai impensabile. Una volta perduto il primato, ma in realtà già da prima della comparsa delle avanguardie, la letteratura si è trovata costretta a impegnare una quota notevole delle sue energie per stare al passo con i tempi. L'industria, le macchine, la velocità, i campi di sterminio la bomba atomica la televisione: il Novecento è stato per la letteratura una fonte di ansia continua. Era sempre un chiedersi: «che cosa faremo adesso? Com'è possibile il romanzo dopo x, la letteratura dopo y, l'arte dopo z?». Anche le risposte più convincenti tradivano un senso di catastrofe possibile, una paura che la civiltà della parola stesse solo ritardando la sua fine.
L'ultima rivoluzione tecnica, che abbiamo visto arrivare da lontano e a cui abbiamo dato nomi ormai in disuso come cibernetica o telematica, si è imposta con la Rete e ha dato origine alla cosiddetta “cultura del network” (2).
Omaggio a Claude Lévi-Strauss
di Girolamo De Michele
Questo testo è tratto da un manoscritto sulla graphic novel Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons, che sarà edito in un volume collettivo nel 2010. Lo pubblichiamo per ricordare Claude Lévi-Strauss.*
«Un corpo vivo e un corpo morto contengono lo stesso numero di particelle. Strutturalmente, non c’è una differenza apprezzabile. Vita e morte sono astrazioni non quantificabili. Perché dovrebbe interessarmi?» [I, 21.3].
Un uomo è stato ucciso: Edward Blake, un ex vigilante mascherato noto come “il comico”. Rorschach, l’unico eroe mascherato ancora in attività, ha informato alcuni ex vigilanti della morte del comico, ed ha ricevuto questa gelida risposta dal dr. Manhattan, il Superuomo in grado di vedere il tempo come una struttura sincronica non divisa da passato, presente e futuro e la realtà come un insieme di strutture prive di un senso intrinseco, il cui significato è il nudo fatto della loro esistenza. Il cosmo esiste, è un fatto. Il senso non è un fatto: non esiste.
di Marco Philopat

Vent’anni fa a Berlino crollava il muro, ma nessuno di noi era particolarmente contento. Sapevamo che la città dei balocchi sarebbe cambiata in peggio. Nelle nostre scorribande in autostop o per interrail, arrivare a Berlino voleva dire viverci un’esperienza di pura liberazione dalle costrizioni, sperimentare alternative esistenziali, giocare con l’utopia, scoprire nuovi ideali per cui valesse la pena combattere. Quel muro che vedevamo all’orizzonte di Kreuzberg, al di là dell’austera porta di Brademburgo non solo ci divideva dall’est, ma anche dalla svolta reazionaria portata avanti in quel periodo da Reagan, Thatcher, Kohl e in Italia da Craxi. Era il simbolo dell’oppressione di un totalitarismo morente e di uno nascente, Berlino Ovest era ancora la vetrina della libertà, dei diritti civili, forse anche dell’egualitarismo e della fraternità. Gli equilibri si spezzarono in quel novembre dell’89, il capitalismo chiamato già allora neoliberismo, si fece strada ovunque, arrogante e pervasivo più che mai. Nella società civile occidentale tutto cambiò, fu conquista e delirio di onnipotenza che provocò un devastante ripiegamento individuale, egoismi e prepotenze infinite. Ogni libera aggregazione subì una impensabile stretta repressiva persino nella ‘nostra’ Berlino. Nonostante fossero in molti a blaterare di una nuova pacificazione, la prima guerra del Golfo partì poco più avanti, la bolla del benessere si gonfiò lungo l’ultimo decennio del secolo, scoppiando all’inizio di quello nuovo. Nuovi muri crebbero ovunque, non solo in Palestina e sulle acque del Mediterraneo, o alla frontiera tra Messico e Stati uniti, ma anche in tutti i centri storici e commerciali delle nostre metropoli, dove in breve si installarono cancellate, presidi di polizia e check point.
di Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi
[Questo testo è un'introduzione alla collana Novevolt, che Piscitelli e Raveggi cureranno dal 2010 per la casa editrice Zona: romanzi brevi, racconti lunghi, poche pagine piene di idee. I primi autori pubblicati saranno Enzo Fileno Carabba e Franz Krauspenhaar.]
Viviamo, oggi, in una condizione in cui le nostre parole sono un nodo, una tag associata a un'informazione, verso le quali e dalle quali si irradia una rete, alcune reti, nella Rete. La Rete è un modello di autonomia relativa, di libertà limitata e temporanea, meravigliosamente anarchico e labirintico (per i fanatici del labirinto), ma anche ambiguamente accessibile. Siamo completamente accessibili, siamo completamente visibili, purtroppo, ovvero: vulnerabili.
di Valerio Evangelisti
[Questo testo è l'introduzione al volume di Matthew Beresford Storia dei vampiri, edizioni Odoya, Bologna, 2009 (pp. 242, € 16,00). I lettori più affezionati di Carmilla riconosceranno alcuni brani di miei articoli già apparsi sul tema.]
Di tutti i mostri della letteratura fantastica, il vampiro è di gran lunga il più anomalo e affascinante. Intanto non piega le sue vittime per costrizione, quanto piuttosto per seduzione. E poi perché è quello che meglio si presta a un uso metaforico. Succhiare energie, alimentarsi delle forze altrui, fare di esseri viventi dei non-morti. Ognuno può immaginare facili parallelismi o accostamenti temporali più o meno azzardati. Tipo il fatto che il Dracula di Bram Stoker venga scritto tra la prima e la seconda rivoluzione industriale, quando intere comunità umane sono distrutte e rimodellate a fini puramente economici. In fondo il romanzo, trasferendo il nosferatu dalla Transilvania a Londra, fornisce un'involontaria sintesi di quell'evento storico.
di Marilù Oliva
Queste non sono successioni di recensioni, ma spunti di riflessione sul lavoro più recente di Elisabetta Bucciarelli, a partire da Femmina de luxe - uscito nel 2008 nella collana Babele Suite di Perdisa Pop - per concludere con Io ti perdono (Kowalski, 2009). Perché il leitmotiv che unisce le due opere è in primis il personaggio letterario della Bucciarelli, Maria Dolores Vergani, ispettrice con gli occhi da cinesina, una donna tutta d'un pezzo che ama profondamente l’Arte e i pastori tedeschi, ex psicologa ora ispettore di Polizia, devota alla verità più che alla giustizia e, come l'ho altrove definita, “single un po’ per vocazione un po’ per incroci sbagliati di destini diversi, poco socievole e meno ancora cerimoniosa, schiva rispetto agli eccessi, severa con gli altri non più di quanto lo sia con se stessa, difficilmente incline alle seconde chances.”
di Franco Pezzini
La sera del 17 ottobre, nell’ambito della manifestazione Autunnonero, la giovane compagnia Thealtro ha riproposto nella goticissima cornice del castello di Dolceacqua un testo teatrale portato per la prima volta in scena in Italia nell’aprile scorso, a Torino. Un’opera d’importanza mitica risalente alla fine degli anni Venti: il Dracula di Hamilton Deane e John Balderston (di questo si sta parlando) ha infatti avuto un peso determinante nella riscrittura cinematografica del romanzo di Bram Stoker e nella ricaduta del tema entro l’immaginario di tutto il mondo. Il testo, pressoché introvabile, è stato reperito dal regista Antonello Panero presso lo straordinario fondo documentario del Cesnur di Massimo Introvigne, a Torino; dell’opera Panero ha poi approntato, con l’aiuto di Massimo Chionetti, la prima traduzione in italiano, e a questa ha recato solo lievissimi ritocchi per la proposta in palcoscenico – un’operazione di recupero nel segno della filologia che alla prova del pubblico si è rivelata vincente.
di Marco Meneghelli
In riferimento al pezzo di Giuseppe Genna, che sviluppa e risponde alla “provocazione” di Valerio Evangelisti apparsa su Distruggere Alphaville e poi pubblicato sul sito dello stesso Genna, vorrei fare alcune considerazioni, anche per chiarire la mia posizione riguardo ai pezzi di Evangelisti e di Genna. Quest'ultimo mi pare sviluppi considerazioni critiche che in parte differiscono dalla posizione che il sottoscritto ha sostenuto su queste pagine (L’appropriazione della fantasia) sul pezzo di Evangelisti e che mi piacerebbe appunto confrontare con quelle di Genna.
Nel mio pezzo, sostenevo che presto o tardi il Sistema si appropria anche delle più corrosive fantasie degli scrittori e le fa proprie in qualche misura, e aggiungo ora, in seguito motivando questa affermazione, addomesticandole.
di Carlo Loiodice
Al mondo ci sono oggi circa 200 stati. Ciascuno ha un inno (1) e una bandiera. Inni e bandiere hanno origini militari. Cantando gli inni, i soldati segnavano il passo nel marciare dietro il vessillo del reggimento di appartenenza. I contenuti erano ovviamente violenti poiché incitavano alla guerra. È nel XVIII secolo che, senza mutare l'impianto militaresco e autoincensante, si cominciano a produrre inni con un contenuto politico.
Nel 1745 in Inghilterra fu suonato per la prima volta «God save the king» (2). Quello fu l'anno dell'ultimo e infruttuoso tentativo dei cattolici Stuart di riconquistare la corona, e in quel caso la scelta di God del re da salvare fu netta e irrevocabile.
Il francese «Chant de guerre pour l'armée du Rhin» fu composto da Claude Joseph Rouget de Lisle a Strasburgo nella notte fra il 25 e il 26 aprile 1792. Doveva trascinare alla battaglia i soldati della rivoluzione; battaglia che essi avrebbero poi vinto il 20 settembre 1793 a Valmy. Sto parlando della «Marsigliese», così ribattezzata per essere stata cantata da un battaglione di volontari provenienti da Marsiglia al loro ingresso in Parigi.
di Gaspare De Caro e Roberto De Caro
Vi sono questioni teoriche, etiche, politiche di apparente complessità, che talvolta si risolvono d’un tratto, come d’incanto. Al riguardo il cronista ha da riferire una storia della cui veridicità si fa garante, una storia che ha l’antico sapore di un apologo.
In questi tempi assassini, è accaduto che in una prima classe di una scuola superiore dell’Appennino tosco-emiliano irrompesse durante l’ora di lezione una bidella munita di foglio. Trattavasi di ordine superno che intimava l’immediato omaggio alle vittime della strage di Kabul, intendendo con ciò i parà della Folgore. Il professore, che è lì per questo, ha invitato gli studenti a osservare un minuto di silenzio, giusta il protocollo. Ci si apprestava dunque alla celebrazione del rito, quando da un banco si è alzata una ragazza e ha detto: «Non sono d’accordo». «E perché?», ha chiesto stupito l’insegnante. «Perché non abbiamo mai osservato un minuto di silenzio per gli altri morti». «Ma questo – ha obiettato il docente – è un attentato terroristico!». «La guerra è terrorismo», ha concluso lapidaria la fanciulla.
L’istruttivo apologo non manca naturalmente di precedenti, e neanche, nell’occasione, di altre espressioni, ma era un po’ che da noi non se ne registrava una versione così cristallina, e tanto meno nell’Appennino tosco-emiliano, terra da tempo ossequiosa e obbediente quant’altre mai.
In un intervento che considero abbastanza centrale e che ho ripubblicato sul mio sito, Valerio Evangelisti pone una questione importante sui rapporti tra letteratura, immaginario e realtà, partendo da considerazioni politiche e rimettendo in discussione lo statuto della cosiddetta letteratura “bianca”, geneticamente minimalista per trasformazione sua propria in questo tempo. Sulla natura della contrapposizione tra minimalismo e massimalismo effettuata da Evangelisti, va precisato che si tratta di affrontamento di temi cruciali della realtà e della psiche, cioè dell’àmbito biopolitico, non escluso l’immaginario stesso. Da una parte il minimalismo è una reductio ad stilem supportata da una psicologizzazione o una reductio ad realitatem non supportata da una forma adeguata ai tempi. D’altro canto c’è il percorso massimalista, accidentato, ma bene emblematizzato da un genere letterario, la fantascienza o meglio il fantastico, la cui estensione tenterò di determinare.
di Marco Philopat

Ieri ho saputo che è morto Jim Carroll. All'istante mi è venuto in mente “The Basketball Diaries” e le bordate psichiche a cui fui sottoposto durante l'immersione in quelle pagine così crude e graffianti come solo la realtà può essere. L'avevo conosciuto con la musica e le parole di una canzone del suo gruppo punk verso l'inizio degli anni Ottanta. Those are people who died, died. Those are people who died, died...
Il suo gusto di affrontare la morte senza timore o imbarazzo era una cosa che all'epoca mi faceva impazzire e quindi mi procurai in velocità i suoi famosi diari del basket. Quella lettura fu per me devastante. La scrittura lottava contro la morte che si accompagnava a tutto il suo corollario di sessualità deviante, droghe pesanti e cadaverina urbana. La scrittura viveva dopo aver attraversato l'inferno. La gente è morta, è morta, io sono qui a raccontarvi come e perché, sembrava urlare l'autore in ogni paragrafo, sono qui a restituire la dignità dovuta ai miei sporchi amici e a tutti coloro che hanno tentato di sognare un'altra vita.
di Marco Martinelli
[Del Teatro delle Albe ci siamo già occupati. Ora il suo direttore artistico, Marco Martinelli, chiarisce cosa lo abbia indotto a trasferire l'attività a Scampia, quartiere di Napoli spesso alla ribalta della cronaca.]
Fin dall'inizio della sua storia, nel 1983, il Teatro delle Albe ha avuto a cuore una visione della scena come specchio e capovolgimento della realtà. Anima e Mondo, insieme. Nel far questo, le Albe hanno sempre pensato che la scena "non bastava", che occorreva strappare territori e lingue alla società, per rendere il "lavoro dell'attore" qualcosa di utile e necessario, non quel rito estetico (e-stitico) vuoto e fasullo che spesso ci viene imbandito nei teatri con i velluti rossi.
di Girolamo De Michele
Un’estate di grandi polemiche letterarie ha fatto passare sotto silenzio una primaverile polemichetta locale, della quale non si sono sentiti echi al di là di uno spigolo della provincia senese. Capita però che a volte delle piccole polemiche si capisca l’oggetto, e delle memorabili tenzoni no. E che ci sia qualcosa da imparare e qualcosa su cui riflettere.
I fatti, intanto. Filippo Bologna fa il suo esordo nella narrativa italiana con Come ho perso la guerra (Fandango Libri, 2009, pp. 280, € 14.00). Il libro con l’appoggio di Alberto Asor Rosa e Giorgio van Straten entra nella dozzina dei candidati al Premio Strega. Non entra nella cinquina, e dunque non ci sarebbero ragioni per inveire contro l’autore: e invece viene accusato di carrierismo e di manipolazione dei fatti. Non gli si dà del buffone (né 1.0 né 2.0), ma dell’agrario (per transitività: sei un “figlio dei padroni”, e dunque...). Non si tira in ballo l'editore, ma gli si dà del nemico del progresso...
Comunicato della REDAZIONE DI CARMILLA

Questa è la prima pagina del primo numero de l'Unità, uscito il 12 febbraio 1924. Era diretto da Antonio Gramsci. Il 1 novembre 1926 il giornale venne chiuso dal Regime e si trasformò in giornale clandestino.
È quello che potrebbe succedere ancora.
di Marcello Musto

su mille antimarxisti, neppure uno ha letto Marx.
I. INCOMPIUTEZZA VERSUS SISTEMATIZZAZIONE
Pochi uomini hanno scosso il mondo come Karl Marx.
Alla sua scomparsa, passata pressoché inosservata, fece immediatamente seguito, con una rapidità che nella storia ha rari esempi ai quali poter essere confrontata, l’eco della fama. Ben presto, il nome di Marx fu sulle bocche dei lavoratori di Chicago e Detroit, così come su quelle dei primi socialisti indiani a Calcutta. La sua immagine fece da sfondo al congresso dei bolscevichi a Mosca dopo la rivoluzione. Il suo pensiero ispirò programmi e statuti di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, dall’intera Europa sino a Shanghai. Le sue idee hanno irreversibilmente stravolto la filosofia, la storia, l’economia. Eppure, nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere. Tra i più grandi autori, questa sorte è toccata esclusivamente a lui.
[Il vergognoso stato in cui versa lo Stato si riverbera fattivamente sulla classe di lavoratori dell'intelletto: è il cognitariato privo di qualunque tutela e garanzia, che si fa irridere nelle banche alla richiesta di un mutuo, che non dispone di una benché minima sicurezza economica o prospettiva, e che è sottoposto a un violento e indegno servaggio. Pubblichiamo a tale proposito, con l'intento di ritornare spesso su questo tema centrale, un intervento apparso sul "domenicale" del Sole 24 ore a firma Marco Filoni, il quale riprende un acceso dibattito sviluppatosi su Facebook; e la risposta data da Simone Ghelli, uno dei protagonisti, con Claudia Boscolo, di quel dibattito]
I BAUSTELLE SVEGLIANO SCURATI
di Marco Filoni
(dalla Domenica del Sole 24 ore, 30 agosto 2009)
Con l’estate che giunge al termine, scrittori e intellettuali confermano la vocazione agostana alla polemica. Dalle case editrici ai salotti letterari, ancora si discute dello scambio tutt’altro che benevolo fra i due finalisti dello Strega, Scurati e Scarpa. Chi invece discute senza la litigiosità dell’afa è quel consistente popolo di intellettuali “precari”, ovvero coloro che lavorano e offrono al mondo culturale la propria opera, senza essere ancora riconosciuti o strutturati in nessuna parrocchia. Solitamente sono precari dell’università, faticano parecchio ad arrivare alla fine del mese e il loro salotto buono è la rete.
di Thomas Pynchon
[Prefazione a Stone Junction di Jim Dodge, Grove Press, 1989]
Se accettiamo la nozione che l'utilizzo del potere contro chi non dispone di potere è sbagliato, ne consegue una serie di corollari sufficientemente chiari. Per esempio entriamo in possesso di un criterio che permette di distinguere, come hanno fatto del resto tutti i popoli (ma non sempre i loro governanti), tra fuorilegge e agenti del male, tra extralegalità e peccato. Non è necessaria un'analisi approfondita in merito, è un qualcosa che si avverte nella sua immediatezza drammaticamente impellente. "Ma sono banditi!" gemono indignati i custodi della legge, "banditi motivati unicamente dalla fame di denaro!". Certo. Salvo che, disponendo da un'eternità del criterio di distinzione tra furto e riequilibrio, comprendiamo perfettamente i termini di una transazione in cui i fuorilegge, in qualità di broker dei poveri, risultando molto più esperti nelle arti e nelle tecniche del riaggiustamento karmico, operano un ricarico non superiore a una semplice Iva, ricarico talmente leggero per i loro clienti da risultare a tutti gli effetti accettabile per costoro e tuttavia abbastanza cospicuo da coprire i rischi estremi che si sono assunti, e insomma noi finiamo per amare questa gente, noi adoriamo Rob Roy, Jesse James, John Dillinger, con un'intensità di passione che di solito si riserva ad atti di tifoseria sportiva.
di Marco Meneghelli
Non si può non essere d’accordo con ciò che scrive Valerio Evangelisti nel suo pezzo “Una narrativa adeguata ai tempi” pubblicato su Distruggere Alphaville e qui. Vorrei tuttavia fare alcune considerazioni allo scopo di approfondire l’abissalità problematica del tema che Evangelisti propone.
La critica del minimalismo della letteratura contemporanea è, a mio modo di vedere, lucidamente vera. Tutta la pars destruens dell’argomentazione di Evangelisti è pienamente condivisibile. Scrive l’autore di Eymerich a proposito della letteratura contemporanea: “Amori, passioni e tradimenti continuano a consumarsi entro contesti dai colori tenui e dalle luci soffuse, in cui si annusa la polvere e il borotalco.” E ancora: “Lo stile fiacco, estenuato, viene considerato realista. A esso apparterrebbe la verità, tanto da farne l’unica forma di letteratura veramente nobile”.
di Francesco M. De Collibus
Caro, mio vecchio Abruzzo... quante ne hai passate!
Il mio Abruzzo è sopravvissuto ai romani, sapete? Quelli micidiali, delle legioni, e delle testuggini.
Quelli del Gladiatore, avete presente? Il mio caro, vecchio Abruzzo era alleato con loro, eppure sentiva di non essere trattato come meritava. Pensate che abbia timidamente protestato? No! Ha osato sfidare le legioni in battaglia, e ha ottenuto da loro la piena cittadinanza romana. Corfinio, la prima vera capitale d'Italia...
Il mio Abruzzo è sopravvissuto anche alle lotte tra Papato e Impero.
A Tagliacozzo l'aquila imperiale degli Hohenstaufen tramontò per sempre, e un'altra Aquila sorse lì vicino da quelle ceneri, un’Aquila fatta non di piume, ma di mura, chiese e fontane! L'Aquila, nata per essere l'antiroma sveva, poi rimasta sempre fedele agli angioini, il loro estremo baluardo settentrionale contro gli Stati della Chiesa, tuttavia autonomo nell’amministrazione, praticamente un libero comune.
di Danilo Arona
Un sunto dalla prefazione al libro di Emilio de' Rossignoli Io credo nei vampiri (Gargoyle Books, 2009)
1. La partenza
Sono nato nel 1950.
Quando uscì la prima edizione di Io credo nei vampiri, ovvero nel 1961, non potevo ovviamente comperarlo. Né a quell'età ero in grado di seguire l'editoria di un certo tipo. I miei gusti, come quelli di qualsiasi bambino undicenne più o meno normale, erano in corso di formazione. E poi a undici anni, all'inizio degli anni sessanta, nel tempo libero ci si dedicava al gioco del pallone, a nascondino o alle scorribande di quartiere con la versione locale della Pattuglia Ciclista.
di Primo Moroni (con una nota conclusiva di Carmilla)
9. MACROREGIONI ECONOMICHE E RISVEGLIO NEOETNICO
Ci sembra quindi fuorviante e politicamente improduttivo, se non funzionale alla "esorcizzazione" del fenomeno, applicare alla Lega Nord, o assegnare alla stessa, il bagaglio ideologico-culturale della nuova destra radicale con il suo contorno neo-etnico, che non rimanda, si badi bene, al "sangue e al suolo" ma bensì all'ipotesi differenzialista e culturalista. Seguendo questo percorso si attua una interessante falsificazione, che vorrebbe spiegare l'emergere del leghismo con le categorie storico-politiche proprie della destra radicale (44). Non si vuole capire che casomai i movimenti di destra vivono in modo concorrenziale l'emergere leghista, e tentano di cavalcare il fenomeno per ritagliarsi all'interno dello stesso uno spazio di manovra, sicuramente approfondito da alcune non del tutto minoritarie componenti sociali della base leghista. Debolezze che via via, a mio giudizio, la dirigenza leghista tende a eliminare dal proprio bagaglio di propaganda e di progetto (45), rischiando consciamente un’emorragia di voti sulla sua destra.
di Primo Moroni
5. UNA "NUOVA BORGHESIA" O UNA OLIGARCHIA DIFFUSA?
Con una punta di ironia possiamo prendere atto che abbiamo il discutibile vantaggio di vivere una transizione epocale, una "rivoluzione" interna del capitalismo maturo e che molti dei nostri strumenti, insieme al formidabile bagaglio di memoria, vanno decisamente riaffilati e complessificati.
Tornando a "navigare" con pochissimi skipper amicali e equipaggi dotati indubbiamente di grandi capacità emotive e di considerevoli risorse di soggettività, ma non ancora in grado di essere équipes fredde e determinate, possiamo tornare al ragionamento principale e aggiungere altre considerazioni ai processi in atto.
Io credo che per dare consistenza, contenuto, alla definizione, per alcuni aspetti di tipo "ideologico", "destra sociale" occorra riflettere non solo sulle interpretazioni fin qui citate, anche se apparentemente trattavano processi più vasti, ma anche e soprattutto di alcune questioni che, per adesso, porrò in forma interlocutoria e cioè di materiali grezzi su cui ragionare e lavorare politicamente.


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