di Alberto Prunetti
[Pubblico queste righe con un certo ritardo rispetto alla loro stesura. Il lettore, pensando ai pogrom in corso contro i rom, non potrà non rendersi conto che la realtà si deteriora con più velocità della critica che cerca di descriverla. Mentre scriviamo di razzismo mimetizzato e di lessico dell’esclusione, la gente si attacca ai microfoni dei telegiornali vantandosi di aver lanciato una molotov in un campo rom. Non oso pensare di peggio per paura che accada.] A.P.
“Non sono razzista, ma…” Quanti discorsi balordi partono da questa premessa? Quanti pregiudizi, quanti stereotipi, quanta biliosa aggressività muove da questo assunto? Nient’altro che una strategia retorica? Rendere esplicito il pregiudizio per giocare d’anticipo su un’eventuale contestazione e poi sparare giù il carico di banalità, che è banale proprio nel senso che è condiviso dal senso comune, è amplificato dai media, è asserito da presunti esperti delle dinamiche sociali?
di Valerio Evangelisti
[Questo articolo è apparso su La Repubblica del 20 aprile 2008, a commento del libro Il diario perduto di Indiana Jones, ed. White Star, 2008, pp. 160, € 19,90.]
Leggendo questo curioso Diario perduto di Indiana Jones, il lettore si imbatterà, in data maggio 1939, in un riferimento sorprendente, dato che non è collegabile a nessun film dedicato da George Lucas al suo eroe. Vi si parla di certa Sophie Hapgood, di un mistero relativo ad Atlantide, di due dischi di pietra sovrapposti da fare ruotare per aprire chissà quale passaggio.
In effetti, nessuno dei film noti con Indiana Jones protagonista contiene temi del genere (né li conterrà il quarto film annunciato, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo). Alcuni lettori del Diario, però, non potranno trattenere un sorriso ed evitare un moto di nostalgia. I rimandi sono alla più avvincente e straordinaria creazione di George Lucas: Indiana Jones and the Fate of Atlantis. Un film o un telefilm mai giunto dalle nostre parti? No, un videogioco uscito nel 1992. Chi vi si sia consacrato non potrà mai dimenticarlo.
di Franco Pezzini
Qui la puntata precedente di Victoriana
“Ma il mio ipotetico lettore credo abbia già compreso qual era il tema che guidava le mie dita.
Mi interruppi avvertendo un brivido. Avrei voluto punire la mano colpevole e la bocca atteggiata a fischio che stava per accompagnarla. Decisi che doveva trattarsi di stanchezza, forse di un principio di costipazione. Mangiai senza alcun gusto il mio piatto preferito e rientrai prima del solito, disertando il tavolo da gioco di Mr. Utterson”.
Così, in un delizioso racconto, La danza della scimmia, edito alla fine del 2007 in un’antologia di cui si dirà, lo scrittore torinese Massimo Citi si diverte a giocare con la mitologia vittoriana. E l’eleganza sorniona dell’esercizio di stile suscita almeno due riflessioni per un rapporto tra letteratura, immaginario e riflessione sociale.
di Girolamo De Michele
• A Sbancor
• Su "l'Unità": Ciao Sbancor, maestro profetico di controinformazione
• Su "Liberazione": Sbancor, la nostra "talpa" che aveva previsto l'11 settembre
• Tutti gli interventi di e su Sbancor apparsi su Carmilla.
• Su Rekombinant: Bifo su Sbancor
• Il "Diario di guerra" di Sbancor on line su DeriveApprodi
• American Nightmare di Sbancor on line su Information Guerrilla
Nell’agosto 2001 alcuni compagni del movimento di Genova e Seattle ricevono un documento messo in circolazione da un militante dal nome allora poco noto e dall’oscuro significato: Sbancor. Il documento si intitola: “La fine del pensiero unico. Dalla crisi del neoliberismo ai nuovi scenari politici”. È un’analisi sulla recessione già in atto (attenzione alle date: qualcuno avrebbe poi raccontato che la recessione economica è stata causata dall’11/9), una recessione destinata ad essere sempre più dura.
di Carlo Loiodice
Il 12 aprile scorso Jenner Meletti su Repubblica fa un piccolo grande scoop: “Bella ciao”, l’inno della Resistenza, viene dalla Russia: In particolare ha origini klezmer ed è così vecchia che ne esiste una registrazione del 1919.
- Sai che novità! – Avrà pensato qualcuno abituato a sentirla in versione marziale cantata da un coro di omoni o suonata da una banda militare con piatti e grancassa. Invece, chi l’ha sentita in versione mondina da Giovanna Daffini o da uno dei canzonieri che proliferavano negli anni ’70, avrà fatto 2 e 2 4, concludendo che l’anonimo autore del testo resistenziale si fosse rifatto a un precedente canto di lavoro. Prova, in entrambi i casi, che la filologia non è roba per il primo dilettante che passa.
• A Sbancor
• Su "l'Unità": Ciao Sbancor, maestro profetico di controinformazione
• Su "Liberazione": Sbancor, la nostra "talpa" che aveva previsto l'11 settembre
• Tutti gli interventi di e su Sbancor apparsi su Carmilla.
• Su Rekombinant: Bifo su Sbancor
• Il "Diario di guerra" di Sbancor on line su DeriveApprodi
[Ringraziamo Stefania Scateni, responsabile delle pagine culturali de "l'Unità", per avere permesso la pubblicazione di un coccodrillo che non avremmo voluto stendere: quello in memoria del fraterno amico Sbancor, redattore di "Carmilla" e "Rekombinant", collaboratore de "Il manifesto". E' da parte della Redazione tutta altissima la vicinanza ai suoi cari in questo momento]
L’intelligenza che interveniva in Rete con lo pseudonimo Sbancor, il 9 aprile scorso, aveva lanciato nel Web questa analisi, che vale una profezia: “Al mondo non si è mai vista una nuova egemonia economica che non fosse anche egemonia politica e militare. Questo vuol dire che, se vi sarà un ‘decoupling’, se cioè le economie dei paesi emergenti traineranno l’economia mondiale, dovrà esserci anche un ‘decoupling’ politico e militare. Gli USA non hanno nessuna voglia di accettare questa ipotesi. Rinforzano la Nato: sono pronti ad allargarla fino a Georgia e Ucraina. Gli europei, che vedono con terrore i gasdotti che passano sotto la terra ucraina a rischio, se Putin chiude innervosito il rubinetto di Gazprom, lo impediscono”. Ed ecco la stoccata finale di una mente dalle forti propensioni narrative: “Particolare significativo: la riunione si teneva nel Castello di Ceausescu a Bucarest. I Vampiri prediligono alcuni luoghi, piuttosto di altri...”. Sbancor si riferiva al vertice Nato tenutosi in Romania.
di Tito Pulsinelli
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), lunedì scorso ha deciso di mettere in vendita 400 tonnellate d'oro stivate nei suoi forzieri, e di licenziare 380 dipendenti.
Il FMI ha bisogno di fare cassa immediatamente. La crisi in cui si dibatte da vari anni è seria, e non può più giocare a nascondino, o gingillarsi con dichiarazioni ad hoc cui non credono più nemmeno i monopoli mediatici.
di Jean Paul Sartre
Nel gennaio-febbraio del 1976 uscì il primo numero della rivista “Marxiana”, curata da Enzo Modugno, distribuita in libreria dalle Edizioni Dedalo. Inutile dire che all’epoca eravamo più giovani e che i tempi sembravano davvero far presagire qualche evento straordinario. Quell’evento venne davvero. E fu il 1977. Enzo aveva in precedenza curato l’edizione italiana di “Monthly Review”, la rivista di Sweezy e Baran. Io ed altri provenivamo dal movimento libertario. Insieme cercavamo la possibilità di coniugare Marx e le esperienze più radicali del movimento operaio: dai Consigli tedeschi, all’IWW, dal’anarcosindacalismo spagnolo ai moti studenteschi del ’68.
L’esperienza riuscì. "Marxiana" ebbe un successo editoriale incomparabile con le poche forze che la sostenevano. Il movimento del ’77 la adottò come rivista del movimento.
Ripubblicare oggi un testo di J.P. Sartre, scritto nel 1973, edito allora, non è filologia dei movimenti. Chiunque lo legga con attenzione potrà trovarvi riferimenti alle scelte elettorali che dovremo fare in questi giorni. E riflettere su cosa fare. [Sbancor]
Nel 1789 fu stabilito il voto censitario: significava far votare non gli uomini ma le proprietà, i beni borghesi, che non potevano dare i suffragi che a se stessi. Questo sistema era profondamente ingiusto poiché si escludeva dal corpo elettorale la maggior parte della popolazione francese, ma non era assurdo. Certo gli elettori votavano isolatamente e in segreto: questo tornava a separarle gli uni dagli altri e a non ammettere tra i loro suffragi che dei legami di esteriorità.
di Sbancor
Sulla scrivania ho tre schermi. Due sono di Bloomberg, il sindaco di New York. Uno manda in continuazione notizie dal mondo, l’altro disegna grafici su qualsiasi mercato, titolo, obbligazione o maledetta carta straccia “subprime” tu abbia in animo di analizzare e nel caso acquistare. Ma adesso non è proprio il caso.
Tenersi liquidi: questa è la parola d’ordine. Comprare, oggi non compra quasi nessuno.
Tranne i Sovereign Wealth Funds, dove vengono riciclati i petrodollari russi e arabi oppure i surplus commerciali del Far East.
Sull’altro schermo ho Google Earth. Sulla scrivania due libri: Il canto della missione di John Le Carré, e Hitler di Giuseppe Genna.
di Luiza Samanda Turrini
Per fare un discorso sui suicide bombers bisogna partire da quello che ci dice il senso comune. Il buon senso, la lucidità nazional-popolare, quella salda come la roccia.
“Nella loro cultura non c’è rispetto per la vita umana.”
“Sono dei pazzi”
“Puoi fare una cosa del genere solo se prima ti hanno fatto il lavaggio del cervello.”
“E’ tutta colpa dell’Islam.”
In realtà nella cultura musulmana c’è rispetto per la vita esattamente come “da noi”, mentre il rispetto della vita scende sottozero in qualsiasi contesto di conflitto bellico. Le coordinate morali di persone sottoposte al rischio costante di morire sono sicuramente diverse rispetto a chi vive dove la guerra non c’è.
di Sandro Mezzadra
1. Non v’è dubbio che abbia ragione Giacomo Marramao (“il Manifesto”, 17 marzo): “è impossibile afferrare il cuore del presente senza sottrarlo al rumore dell’attualità”. E tuttavia, mi si consenta il gioco di parole, il presente resta il cuore del problema. Il presente: ovverosia le tensioni che lo segnano, i rapporti di dominio che lo organizzano, il “rumore sordo della battaglia”, per citare Michel Foucault, che si combatte in una dimensione diversa da quella da cui proviene il “rumore dell’attualità”. Il presente: ovverosia i salari che non consentono di arrivare alla fine del mese, la precarietà e l’attacco alla 194, ma anche le pratiche con cui i soggetti dominati e sfruttati conquistano quotidianamente spazi di libertà e di uguaglianza.
di Miriam Milani
Esiste un problema di censura all'interno del servizio pubblico televisivo? La risposta immediata è: sì. Non è un problema, sono molti problemi. I casi più noti affiorano istantaneamente alla memoria del lettore. Il cosiddetto "editto bulgaro" comminato a Biagi, Santoro e Luttazzi. O i problemi con Raiot della Guzzanti. Il silenzio imposto alle giornaliste Carmen Lasorella e Alda D'Eusanio, tenute a stipendio senza che sia loro permesso lavorare. Il caso di Oliviero Beha e Radio Zorro. Il recente richiamo dell'Antitrust circa lo squilibrio con cui si dà voce e immagine ai partiti in corsa elettorale. Tutti bocconi amari che evidenziano quanto la politica interferisca nei piani editoriali di un'azienda pubblica, alla luce dello schermo catodico. C'è un caso ulteriore che, a nostro avviso, evidenzia con più danno questa policy, un caso in cui evidentemente non è la politica a intervenire, ma unicamente processi aziendali interni, e che va a tacitare ingiustamente uno dei pochi artisti interni alla Rai. Mi riferisco al silenziatore triennale imposto al regista Gilberto Squizzato [nella foto], autore di docufiction e film per la tv di alto spessore culturale e anche di successo di audience (come il suo Don Mazzolari, che ottenne uno share altissimo e venne distribuito in allegato a Famiglia Cristiana). Da anni è impedito a Squizzato di lavorare: perché? Il danno è quadruplice: ovviamente per il regista, poi per l'azienda che rinuncia a una risorsa artistica, quindi per l'essenza stessa e la missione del servizio pubblico, e, last but not least, per lo spettatore.
di Wu Ming 2[E' appena stato pubblicato on line il numero 21 di Giap, la newsletter elaborata dalla fucina Wu Ming. Da questo numero estraiamo l'editoriale, che ci sembra fondamentale per il momento storico italiano che stiamo attraversando - che pare una parentesi elettorale e invece esprime visioni che minacciano di modificare geneticamente il nostro futuro. Per accedere al nuovo numero di Giap, basta cliccare qui. Per iscriversi alla newsletter dei Wu Ming, questo è il link]
In un recente discorso alla Confartigianato, il candidato premier del Partito Democratico ha dichiarato che la sua "ossessione" è quella di "fare un Paese semplice". La frase riguardava in particolare la burocrazia, ma nei giorni successivi, ripetuta in altri contesti, è diventata un vero e proprio slogan: dal Paese normale di Massimo D'Alema al Paese semplice di Walter Veltroni.
di Girolamo De Michele
La scoperta dell’esistenza di trappole logiche è uno dei risultati più importanti della Scuola di Palo Alto, una corrente della psicologia che, partendo dalle analisi di Gregory Bateson, studiava le patologie della psiche puntando l’attenzione sulle relazioni distorte. Cos’è una trappola logica? Una struttura relazionale che non consente alcuna possibilità di sfuggire ad una relazione malformata. Ad esempio, la madre che regala due camicie al figlio, gli chiede quale delle due preferisce e, avuta risposta, commenta: l’altra proprio non ti piace, vero?
qui la prima parte
3. Il compito dello storico
Veniamo alla seconda questione: chi, e in che modo, deve prendersi cura delle rovine? Vi anticipo la risposta: è quel pensatore che, già trasformatosi in allegorista, si trasforma da allegorista in – uso una definizione di Sanguineti – “storico straniante”: «lo scrittore di fatti empirici, lo storico di cose, come critico dimissionario, è uno scrittore estraniante» (11). Questo passaggio dall’allegorista allo storico, in qualche modo, fa retroagire il Benjamin del Passagen-Werk sul Benjamin del Dramma barocco.
di Girolamo de Michele
[Pubblico qui, con qualche taglio, un lontano intervento benjaminiano, recuperato da un vecchio archivio che mi sembra abbia ancora qualcosa di attuale. Il testo fu letto in una giornata di studi benjaminiani a Bologna (9 nov. 1995), ed era dedicato ad Alex Langer: a distanza di tanti anni, non ho una sola ragione per non mantenere la dedica, che è sempre una forma di rammemorazione]
qui la seconda parte
1. Sotto l’ombra delle rovine
«C’è un quadro di Klee che si intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi…»*
Voglio dimostrare innanzitutto che l’Angelus Novus, in quanto Angelo della storia, appare solo e soltanto in un momento ben preciso, storicamente determinato; che la sua apparizione a Benjamin introduce una questione che potremmo così intitolare: “cosa fare delle rovine?” E che, infine, quella questione ne contiene un’altra: chi deve prendersi cura delle rovine, posto che l’Angelo vorrebbe, ma non ne ha la possibilità?
di Girolamo De Michele
a proposito di: Alan D. Altieri, Magdeburg – Il demone, Corbaccio, 2007, 660 pp., 19.60 euro; Sergio Valzania, Wallenstein. La tragedia di un generale nella guerra dei Trent’anni, Mondadori, 2007, 256 pp., 18 euro
Partiamo da una necessaria premessa: non esiste in questo momento in Italia una tendenza o una moda editoriale, più o meno indotta da un fantomatico turbomarketing, al romanzo storico. Con buona pace di chi fino a ieri abbaiava al “realismo thrilleristico” ed oggi crede di veder sorgere un'altra luna contro cui ululare, nel paese di Manzoni, De Roberto e Cuoco romanzi storici se ne sono sempre scritti: è nel DNA della nostra narrativa. Né esiste una tendenza al romanzo storico unico, o “d’eccellenza”: ci sono buoni e cattivi romanzi storici, tra i molti che ogni anno vengono pubblicati.
[Pubblico la prefazione all'antologia Tu sei lei, il "Best Off 2008" di minimum fax (€ 11.50), che ho curato. Il libro presenta otto scrittrici italiane contemporanee, che pubblicano racconti, micropièce teatrali, testimonianze di work in progress da romanzi-poema. L'atto, tuttavia è letterario in quanto politico. Per questo motivo mi sembra opportuno darne testimonianza qui. gg]
Io sono loro
In un periodo di emergenze – individuali e collettive, sociali e psichiche, ambientali in una senso catastrofico – ciò che è politico si restringe alla risposta all’emergenza. Ecco perché questa antologia, che raccoglie testi di otto scrittrici italiane contemporanee, è automaticamente un libro politico.
Lo è, anzitutto, perché è devastante ciò che siamo costretti a nominare, ad altezza 2008, “questione femminile”: ancora una volta, dopo tutte le conquiste ottenute dai movimenti di emancipazione, da donne e uomini che ci hanno preceduto, e dopo l’esplosione di studi appositi caduti sotto l’etichetta sbagliata “genderismo”, ancora una volta ci troviamo a fronteggiare una “questione femminile”. La colpa è di chi non ha saputo comprendere a quali conseguenze andavano incontro sismi sociali come quelli fortunamente imposti dai movimenti di liberazione e non ha vigilato su tali dinamiche conseguenze, non essendo capace di vedere che, nonostante le apparenze, un’immensa discriminazione e un’incontenibile violenza colpiva ragazze e donne: i colpevoli sono dunque ben individuabili – siamo noi. Noi chi?
di Girolamo De Michele
La comparsa di una lista nera di docenti universitari di presunta appartenenza alla comunità israelitica è apparentemente, nella sua scarna dimensione cronachistica - un blog, peraltro rapidamente oscurato, pubblica la lista condendola di insulti razzistici - una notizia di scarsa rilevanza. Passata l'emozione del momento, è anzi possibile che la notizia venga ribaltata in un'accusa all'isteria di quanti in queste ore stanno prendendo posizione, giustamente, contro questo atto odiosamente razzistico.
di Wu Ming 1
[Anteprima da Giap n.20, 8a serie - 11 febbraio 2008]
L'Italia è un ghetto, gated community, galera della mente. Negli sguardi il mondo è assente. Provincialismo, campanilismo, familismo, visioni sempre più anguste. Le lingue inciampano sugli idiomi forestieri, i media ufficiali alzano muri, presidiano i confini, fanno entrare in prevalenza fesserie, propaganda, mode effimere e gossip. Dentro, poi, è una nube perenne di gas, "l'onorevole ha dichiarato... il senatore ha detto... la coalizione... le riforme...". Non-eventi, commenti sui commenti, dibattiti dementi.
La Rete permette di comunicare col mondo, ma nessuno insegna a usarla al meglio, in modo conscio e responsabile, e anche lì si formano ghetti, énclaves, circuiti di celle di clausura in cui s'amplifica il provincialismo.
di Girolamo De Michele
a proposito di:
William Langewiesche, Regole d'ingaggio, Milano, Adelphi, 2007
Babsi Jones, Sappiano di sangue le mie parole, Milano, Rizzoli, 2007
Michael Herr, Dispacci, Padova, Alet, 2005
Un anno dopo la morte di Kubrick, Michael Ciment ricordava come il regista di Full Metal Jacket avesse fatto della guerra il soggetto di quasi tutti i suoi film: «Ogni genere gli ha sempre fornito il pretesto per illustrare una guerra: la guerra di coppia, la guerra del robot e del computer contro l'uomo, la guerra di classe». Narrare la guerra, per immagini o parole, è anche un modo per descrivere le relazioni umane, o quantomeno gli aspetti conflittuali di queste relazioni, senza passare dall’anticamera della psicologia: il discorso sulla guerra è allegoria della condizione umana. Due libri “di guerra”, usciti sul finire del 2007, possono aiutarci a penetrare i meccanismi di questa allegorizzazione.
di Franco Pezzini
A distanza di quasi vent’anni dall’avvio di quei Novanta che hanno visto un forte rinnovamento del fantastico e un revival del gotico, sembra una banalità sottolineare il peso assunto nell’immaginario collettivo dalla figura del vampiro. Certo è possibile che il successo della maschera conosca flessioni, forse persino imminenti: a livello cinematografico, per esempio, le fasi di crescita e apogeo del tema – gli anni Trenta/Quaranta e poi Sessanta/Settanta – sono state seguite da periodi di silenzio, quegli anni Cinquanta (fino al ’58) e Ottanta in cui troviamo le produzioni diradarsi in pochi titoli minori. Non stupirebbe dunque se l’età gothica iniziata coi Novanta e giunta ormai a muovere interi settori del mercato – quello, per esempio, vampiresco-adolescenziale alla Stephenie Meyer – dovesse presto vedere una fase di crisi e ripensamenti.
di Christian Raimo
Per esempio oggi sono a San Cleto. È domenica. C’è uno dei primi soli che dicono che già a febbraio è piena primavera. Passo ore a girare per le strade vuote, a spiare tra i balconi, a chiedere informazioni ai polacchi, a chiacchierare con il parroco, a veder sfilare i poveri – uomini imponenti in tuta che si accomodano un’espressione da bambini in faccia che sia credibile prima di rivolgersi allo sportello della Caritas, ci torno lunedì, mercoledì, altre volte, il sabato successivo, la mattina, il primo pomeriggio, a ora di pranzo, mi fermo a mangiare sempre dalla pizzeria casertana, ascolto lei la pizzaiola che si lamenta della crisi, la merciaia che si lamenta della crisi, i clienti che entrano che si lamentano della crisi, citofono al mio amico Giuseppe, mi impiccio tra i negozi, faccio domande ovvie, assaggio il caffè nei vari bar con la barista che mi dice qual è secondo lei la differenza tra qui e San Basilio (“Se sei di San Cleto, entri e mi dici buongiorno, se sei di San Basilio entri e mi dici Aho! Me fai ‘n caffè!, e io, guarda, ci sono nata e cresciuta a San Basilio…”), mi chiedo, le chiedo se è vero che il migliore caffè viene fuori verso le nove nove e mezzo quando la macchina si è scaldata ben bene dopo quattr’ore di attività, e alla fine dopo una settimana mi sento – come al solito – quasi empatico, a casa.
Incominciamo con il richiamare un dato,
rivelato dagli autori stessi: i Wu Ming, nel 2007, hanno venduto un terzo di tutti i libri venduti da quando hanno iniziato a pubblicare. Questa "operazione trasparenza" ha motivazioni che, al solito, non hanno nulla di narcisistico, poiché la stessa politica e poetica del collettivo costringe a un enorme lavoro di eliminazione delle tracce narcisistiche. Se si legge
l'articolo di Wu Ming sulle proprie vendite, ci si renderà conto che entrano in gioco considerazioni che si fanno politiche e che sono tali anzitutto perché, oggi, il politico è una modalità di assenso, variazione, sovvertimento o negazione del rapporto con il cosiddetto mercato, e di definizione di cosa sia infine il mercato: il mercato sono persone. Ciò detto, vorrei appuntare l'attenzione su un fatto grave che l'industria culturale sta sottacendo, praticando uno sterminio mnemonico in nome proprio di un'errata concezione del mercato: è la distruzione dei cataloghi, è lo sfoltimento dei tascabili. Qui è in gioco una battaglia politica che coincide con quella letteraria e a nome dei redattori di Carmilla tutti, che credo condividano l'analisi che sto per fare, viene qui annunciata la strategia che ci vedrà partecipi, in quanto autori, di questa lotta.
di Gianluca Giardino
La notizia echeggia prima sulla rete, rimbalzando sui siti di aggregazione di notizie come Digg e Reddit; poi arriva addirittura sulla stampa tradizionale americana.
Anonymous ha dichiarato guerra a Scientology, potente religione fondata da L. Ron Hubbard negli anni 50. La ragione sono i frequenti attacchi che la dirigenza della chiesa ha compiuto negli anni contro Internet, nel tentativo di zittire qualsiasi voce di dissenso. L'ultimo tentativo in particolare, ha fatto arrabbiare Anonymous. Un video promozionale del culto è infatti finito su YouTube: mostra un Tom Cruise che discute la sua fede con occhi spiritati. Decisamente inquietante e di certo non diretto ai non-fedeli. La chiesa di Hubbard ha reagito malissimo, obbligando YouTube a rimuovere il video (che comunque è ancora disponibile sul blog americano Gawker) Ma chi è Anonymous?
[Come accadde con la prima parte, questa seconda parte del saggio di Quadruppani è stata pubblicata da Il manifesto in forma mutila. Questa è la versione integrale.]
E’ possibile identificare la democrazia con la semplice rappresentazione parlamentare e col voto a scrutinio segreto? La democrazia è soltanto un modo di rappresentazione?
I movimenti sociali hanno il vantaggio di rimettere in gioco, nella pratica, le fondamenta stesse del senso comune che regola i rapporti tra le persone, di quell’insieme d’evidenze implicite che costituisce la comunità minimale senza la quale la politica non è possibile.
Nei mesi di marzo-aprile, poi a novembre 2007, universitari e studenti francesi si sono battuti a due riprese contro dei progetti di riforma che aggravavano la precarità e l’ineguaglianza.
E' un onore e una felicità, per una rivista come Carmilla, celebrare i vent'anni di vita di un'altra rivista, cartacea, che indefessamente ha affrontato e vinto, grazie alla pervicacia del suo editore e direttore, una sfida pressoché impossibile da condursi nel nostro Paese: parliamo dei vent'anni di vita di Poesia, magazine interamente dedicato al mondo dei versi, impresa eroica e riuscita il cui merito è ascrivibile nella quasi totalità a Nicola Crocetti.
Questa sera a Milano, nella prestigiosa sede di Palazzo Reale, Poesia si autocelebra e viene celebrata da importantissime personalità della poesia mondiale: il Nobel Seamus Heaney, il quasi Nobel Yves Bonnefoy, Tony Harrison e Titos Patrikios. Sarà Moni Ovadia a leggere versi dal numero speciale della rivista (dalle ore 21, posti fino a esaurimento).
di Girolamo De Michele
Conclusa anche in Italia la saga di Harry Potter e dei suoi compagni d’avventura (o almeno della prima generazione) con la traduzione del settimo volume, proviamo a tracciare qualche considerazione sull’oggetto letterario che da anni monopolizza l’interesse di milioni di lettori. Oggetto letterario e non semplice libro, dal momento che le vicende della saga del maghetto di Hogwarts sono cresciute di complessità e sfaccettature, spesso con improprie confusioni di ambiti nel corso delle discussioni. Proviamo quindi a considerare il libro sia come una storia che si rivolge a un pubblico di lettori, sia per gli aspetti mediatici ad esso correlati.
di Ignacio Solares
[Ignacio Solares è uno dei maggiori scrittori messicani contemporanei, di forte impronta cristiana. Il presente articolo è tratto dal settimanale Proceso n. 1590, 22 aprile 2007. La traduzione è di V.E.]
Per San Tommaso d’Aquino, ogni atto sessuale deve essere atto coniugale, e ogni atto coniugale deve essere atto procreativo. Qualsiasi trasgressione contro i comandamenti sessuali è per lui la lesione di un bene “divino”, poiché nel seme maschile è contenuta tutta la potenzialità della persona umana. Ne consegue che “dopo il peccato di omicidio occupa il secondo posto il peccato di impedire, in qualsiasi maniera, la procreazione” (Summa contra gent., III, 122).
di Donata Feroldi
[Segnalo la nascita di un blog dedicato alla poesia che esula dagli schemi abituali della blogosfera letteraria: si può interpretare come un'opera in progressiva espansione, colma di riferimenti personali e segnalazioni di testi, traduzioni, voci nuove. E' il blog di Mario Benedetti (http://blog.mariobenedetti.info), poeta tra i migliori che l'Italia sta esprimendo in questo tempo e già comparso più volte su Carmilla. Dalla moltitudine di contenuti attualmenti presenti sul sito, traggo un intervento, a mia detta fondamentale, che la critica, traduttrice, teorica e lessicografa Donata Feroldi ha steso in margine di una sua traduzione a uno dei testi più penetranti di Marguerite Duras: il finale, C'est tout. Di Feroldi si annuncia per il 2008 un'annata editoriale importante: per i tipi peQuod sta per uscire il suo testo teorico e critico La chiave della porta rossa - Leggere Victor Hugo; parti di un romanzo poematico che sta scrivendo verranno pubblicati da minimum fax nell'antologia Best Off 2008; probabilmente vedrà la luce il Dizionario Analogico della Lingua Italiana di cui è autrice per Zanichelli. gg]
I - In limineSiamo di fronte a un testo liminare. Non solo perché si situa al confine, sulla soglia, tra parola e silenzio (silenzio definitivo, inappellabile), tra vita e morte (dell’io che dice, l’io narrante / lo scrittore), ma anche perché la sua forma si situa al limitare tra prosa e poesia (poème-en-prose, verso, versetto, haiku, calligramma: brevi striscioline di parole lanciate come dadi o shangai sulla pagina bianca, desolantemente vuota). Tutto il possibile che urge nella scrittura sembra sparito. Il bianco sembra solo assenza, vuoto a cui si torna (dopo esserne emersi, ma così lontano). Frasi brevi, lapidarie: lapidi, epitaffi, sepolcri. Cenotafio, in realtà, da cui il corpo dello scrivente è assente: disfandosi, decomponendosi già qui (in vita), se ne va, si sottrae.
di Danilo Arona
Un giornalista americano di nome Devon Jackson scriveva negli anni'90 sul popolare settimanale newyorkese The Village Voice che "i serial killer sembrano essere ovunque, entrano nel meccanismo dell'intreccio di qualsiasi cosa, dalle serie TV a tantissimi thriller cinematografici, appaiono nelle mostre delle gallerie d'arte, nei fumetti e nelle figurine (almeno cinque raccolte diverse)". Un fenomeno del quale la docente di studi americani all'Università del New Mexico Jane Caputi, autrice del libro The Age of Sex Crime, tentò una sintesi in questo modo: "I serial killer sono l'emblema della nostra misoginia culturale e, a livello di microcosmo, l'equivalente della tecnologia che produciamo: bombe ai neutroni che vagano per le strade in cerca di vittime."
di Alberto Prunetti
[Le prime tre parti di questo intervento si trovano qui, qui e qui] A.P.
Forse l’unico popolo che non ha mai dichiarato una guerra. L’unico popolo che non ha mai preteso un territorio da governare, che non ha mai innalzato dei “sacri” confini da difendere a suon di mitraglia.
Hanno continuato a camminare, spingendosi da oriente a occidente.
Li hanno massacrati i nazisti negli zigeunerlager e nessuno ha riconosciuto il loro olocausto.
Oggi, più che mai, sono circondati dai sospetti e da pratiche che rendono le loro esistenze sempre più marginali.
di Alberto Prunetti
[Le prime due parti di questo intervento si trovano qui e qui] A.P.
Firenze, piazza della stazione di Santa Maria Novella. Sono circa le 23 del 5 ottobre 2007. I vigili urbani che pattugliano la zona, abituale ritrovo di tanti immigrati costretti a dormire all’aperto, identificano una coppia di rom rumeni, D.S. e D.S., e la loro bambina, L.S.C. La polizia municipale diffida il padre “a tenere la propria figlia L.S.C. in uno stato di disagio costringendola a dormire, durante tutto l’arco della giornata, all’aperto e allevandola conseguentemente in luoghi insalubri e pericolosi.” Il padre della piccola rom viene anche avvisato che “nel caso la bambina fosse rintracciata dagli organi di polizia continuamente in uno stato di disagio gli stessi, ai sensi dell’ art. 403 c.c., provvederanno a collocare la minore L.S.C. in un luogo sicuro[…]”
Ma qual è la storia di questa coppia di rom che è costretta a vivere per strada?
di Alberto Prunetti
Nella prima parte dell’articolo (clicca qui) ho messo in discussione l’idea che i rom rubino i bambini italiani. La seconda parte insiste nella sua pretesa di paradossalità rispetto al senso comune. Non solo non sono i rom a rubare i bimbi italiani: sono gli italiani a rubare i bambini ai rom. Secondo alcune stime si possono contare 500 casi registrati negli ultimi venti anni. Una statistica più dettagliata è in corso d’opera presso una università veneta, ma ancora non se ne conoscono i risultati.
In genere i rom perdono i loro bambini sullo sfondo di due contesti diversi.
di Alessandro Morera
[Leo Chiosso, paroliere, autore televisivo e cinematografico, scrittore e poeta, è morto il 25 novembre 2006, senza troppe commemorazioni. Se il suo romanzo Kuore è da tempo fuori commercio, Mondadori ha da poco pubblicato il libro Fred Buscaglione. I giorni di Fred (2007, pp. 124 con Dvd, € 19,00). Chiosso appartiene di diritto, a suo modo, alla storia del genere noir in Italia. Morera ne individua un inedito versante politico.] (V.E.)
Il ‘77 italiano per me, che all’epoca avevo 5 anni, lo vissi postumo di un lustro (nel 1982) poiché fu in quell’anno che iniziai ad avere una consapevolezza degli eventi storici e sociali che segnavano un’epoca. L’ ‘82 fu l’anno del massacro di massacro di Sabra e Shatila, della morte di Gilles Villeneuve e di Breznev, della vittoria ai mondiali di calcio in Spagna, ma per me fu anche l’anno che mi fece (ri)vivere il ‘77 e il suo vero spirito, uno spirito non necessariamente violento (come si tende a enfatizzare a sproposito di quell’anno, attraverso le tante, sicuramente troppe, parole spese in pubblico), anzi tutt’altro: uno spirito creativo gioioso, fantasioso e soprattutto impregnato di una tensione verso una libertà di sperimentazione nei campi socio-culturali e artistici ancor più evoluta di quella emersa nel fatidico ‘68.
di Alberto Prunetti
[Pubblico la prima parte di questo articolo mentre i telegiornali lanciano l’ennesimo scoop su una presunta organizzazione rom dedita allo sfruttamento dei bambini. Non conosco ancora la vicenda nel merito, ma sappiamo, da altri episodi, qual è la manipolazione sensazionalistica che si cela dietro a operazioni di polizia di questo tipo. Non posso nascondere il fatto che le condizioni in cui molti bambini rom vivono siano obiettivamente negative e disumane. Il problema è che le istituzioni per queste condizioni incolpano i rom e la loro cultura, e non se stesse, che di queste condizioni sono responsabili. Se avremo notizie sugli episodi di cui oggi parlano i telegiornali – e per notizie intendo qualcosa di più del frettoloso rimpasto delle veline della questura – interverremo anche nel merito dell’episodio in questione. Per ora basterà leggere le righe che seguono per vedere come lanci giornalistici simili si sono dimostrati operazioni di criminalizzazione volte ad alimentare lo stereotipo del rom ladro, infingardo, sporco e pericoloso per il benessere dei suoi stessi figli.]A.P.
Quella che segue è la registrazione dell'intervento di Wu Ming 2 al convegno per insegnanti
"Il diavolo in corpo - la Biblioteca delle Passioni Giovanili", organizzato dalla Fondazione Mondadori e svoltosi il 15 novembre 2007 in quel di Palazzo Visconti, a Milano.
Il titolo della relazione era "Scrivere in Rete", ma in realtà si parla di educazione alla Rete come strumento di una cultura partecipativa. Ne risulta una sorta di approfondimento degli ultimi capoversi scritti da Wu Ming per
l'introduzione a Cultura Convergente di Henry Jenkins:
Nessuno sembra capace di attivare un confronto sulle "competenze digitali" che sempre più determinano la formazione sociale, culturale e professionale degli individui. L'Età della Partecipazione, inaugurata dalla Rete, è carica di promesse: cittadinanza attiva, consumo consapevole, creatività diffusa, intelligenza collettiva, saperi condivisi, scambio di conoscenze. Tuttavia, se ci si aspetta di vederla sorgere all'orizzonte come un'alba scontata e inevitabile, si finirà per trasformarla nel suo contrario, producendo una nuova, vasta massa di esclusi.
A cura del Telefono viola di Bologna
[Lo scorso sabato 24 novembre Bologna ha ospitato un convegno sul cosiddetto “disturbo di attenzione e iperattività", una nuova “malattia” che colpirebbe i bambini troppo vivaci. Alcuni membri del Telefono viola di Bologna hanno distribuito volantini informativi su questa pseudo-sindrome e sugli psicofarmaci di riferimento, tra cui spicca il Ritalin. Sul luogo si erano raccolti altri contestatori e mentre la tensione saliva sono volati un po' di spintoni. I “disturbatori” sono stati condotti fuori mentre sul luogo arrivava la polizia, che procedeva alla denuncia per concorso in violenza privata di due volontari del telefono Viola di Bologna e di una terza persona. Vista l'importanza della critica dei trattamenti farmacologici dell'alienazione e del disagio, riproduciamo il volantino sul Ritalin redatto dal Telefono viola.]A.P.
Il ministero della salute nel 2002 ha autorizzato la sperimentazione del RITALIN, un farmaco "dedicato" ai bambini che si appresta entro sei mesi a invadere il mercato italiano. Gli psichiatri affermano che esiste una malattia psichiatrica dell'infanzia che consiste essenzialmente nel fatto che alcuni bambini sono distratti e molto vivaci. E' bene ricordare che la definizione di una nuova malattia nel DSM (manuale diagnostico e statistico dei disordini mentali) non richiede vere prove scientifiche.
E' sufficiente che si compili una lista di domande, osservando il bambino: bastano sei risposte positive su nove per diagnosticare la ADHD (Attention Deficit/Hyperactivity Disorder).
Si moltiplicano i casi di chi ci manda articoli con la preghiera di pubblicarli in un giorno preciso o entro breve tempo. Purtroppo, Carmilla non è in grado di assumersi un impegno del genere. Abbiamo una lista d'attesa che risale all'estate. Inoltre, per quanto ci sforziamo di mantenere un ritmo di pubblicazione quasi quotidiano, vanno messe in conto le assenze dei redattori per motivi di lavoro, che possono provocare pause.
Per accelerare l'apparizione di un articolo, è consigliabile che questo sia in formato testo e contenga pochi corsivi (che ci tocca rifare, uno per uno, manualmente). Sono gradite immagini di accompagnamento.
Va anche tenuto presente che i temi sono di norma alternati. Così, per esempio, un testo appartenente alla categoria "racconti" non sarà seguito, salvo occasionali eccezioni, da un altro appartenente alla stessa sezione. Idem per "recensioni", "cinema" ecc. A parte questi dettagli, un grazie sentito per i vostri contributi, che ci hanno consentito una crescita esponenziale. (V.E.)
di Serge Quadruppani. Trad. di Maruzza Loria.
[Il presente articolo è apparso su Il manifesto in versione mutila. Ne proponiamo il testo integrale.]
Forse non è indifferente che, con l’avvicinarsi di una settimana di scioperi e di movimenti sociali che dovrebbe decidere sulle possibilità di riuscita della restaurazione sarkoziana, nel momento in cui risorgerebbe lo spettro del grande sciopero dei trasporti del 1995 di cui Pierre Bourdieu s’era fatto portavoce, e che vide una buona parte della popolazione francese riscoprire il piacere dell’assemblea generale e dello slogan “tutti insieme”, i media dominanti da quella parte delle Alpi abbiano intanto sostenuto con una insistenza e una unanimità nord-coreana la campagna di promozione dell’ultimo libro di un “pensatore” del jet-set (1), prima di dare abbondantemente la parola a un autore che ha preso Bourdieu come bersaglio (2).
di Giuseppe Faso
[Ancora un intervento per contrastare la marea d'odio contro rom e rumeni. Carmilla ringrazia Giuseppe Faso — già insegnante delle


In un delizioso racconto, La danza della scimmia, edito alla fine del 2007 in un’antologia di cui si dirà, lo scrittore torinese Massimo Citi si diverte a giocare con la mitologia vittoriana...


