di Alberto Prunetti
Sto battendo le strade polverose e sconquassate che circondano il mio albergo, attento a non finire dentro ai canali di scolo del marciapiede e a non essere investito dalle moto che salgono sui marciapiedi per guadagnare qualche metro sul traffico congestionato dell’ora di punta. A Bangalore si torna da lavoro passando anche due ore in mezzo alle nuvole di smog. Metà della strada è senza elettricità e io ormai ci sono abituato. Solo che devo mandare alcuni fax in Italia e il tempo passa senza che riesco a trovare un ufficio con l'abilitazione della linea verso l’estero. Se lo trovo, mi sento dire. “No power”. Non c’è elettricità.
di Francesco M. De Collibus
Ogni giorno, più o meno alla stessa ora, sempre la stessa domanda: “E ora dove si va a pranzo?”.
Saper scovare a prima vista un ristorante ignobile si rivela un talento prezioso a mezzodì. L'efficientismo degli uffici si vanta di trangugiare tramezzini in piedi, come se sedersi e comunicare fosse una perdita di tempo. I fortunati che non hanno ancora la schiena come il filo del telefono addirittura approfittano per fare palestra : diventa così un esercizio splendidamente inattuale quello di cercare un ristorante ignobile per sfracellarsi a dovere lo stomaco. Il cibo sortisce poi l'effetto della morfina, rendendoci pacati ed indolenti per tutto il pomeriggio, e così deliziosamente inefficienti mentre intorno a noi tutti proiettano slides e organizzano call. Un semplice pranzo pesante diventa un gesto eversivo, un atto di sabotaggio dell'etica del turbocapitale, ammesso che ne abbia una, un piantare i piedi contro il moto della terra e dei pianeti, un piccolo umanissimo gesto di rivolta, capace di rendere l'esistenza più sopportabile. Miracoli dell'ignobiltà, e dei fagioli con le cotiche!
di Giuseppe Pensabene Perez
A Sana’a i ristoranti si dividono principalmente in due categorie: quelli popolari e quelli “di lusso”. Nei primi si mangia la vera cucina yemenita e sono frequentati dal popolo. Quelli lussuosi offrono cucina fusion o pietanze di tipo siro-libanese e gli avventori sono quasi solo yemeniti ricchi, arabi del golfo ed occidentali. Esistono giusto un paio di posti “di classe” che propongono piatti locali tipici.
di Filippo Casaccia
A fine agosto 2001 son finito a Barbados perché l’amico dell’amico aveva trovato una casetta a Saint James, sulla costa ovest, a un quarto d’ora di macchina dalla capitale Bridgetown. Non avendo precedenti esperienze caraibiche, è stata una vacanza abbastanza straniante.
L’isola è bella e le spiagge sono spettacolari, ma la popolazione non è particolarmente gioviale. I pochi austeri rasta non ti degnano neanche di uno sguardo, mentre tutti gli altri si fan dei grandi cazzi propri, anche perché il tipico turista caucasico di solito si rinchiude in un albergone a distribuire biglietti verdi e l’isola manco la visita.
Noi del turista bianco abbiamo solo il colore, perché soldi, pochini, e il vivere in mezzo ai locali desta più sospetti che simpatie, anche se alla fine della vacanza qualcuno che ci offre il pugno dicendo “respect and dignity” lo troviamo.
di Alberto Prunetti
Continuò a camminare nelle strade ormai illuminate artificialmente. La città non sembrava voler rallentare il ritmo. Il traffico rimaneva caotico e il rumore dei motori era superato solo dai colpi dei clacson. Bastarono pochi passi in direzione Corrientes e il suo stomaco cominciò a lamentarsi. Guardò le vetrine dei ristoranti. Evitò con la consueta attenzione i posti pieni di turisti e quelli con una clientela troppo affettata. Si atteneva a un’ipotesi che la realtà non aveva mai falsificato: i ricchi mangiano da schifo. Attraversò una strada, attratto da voci di ubriaconi e da un’atmosfera da taverna italiana degli anni Cinquanta. "Ecco il mio posto", pensò.
di Filippo Casaccia
[Carmilla, nel suo eclettismo, inaugura una rubrica di culinaria, "Il miglior ristorante in città". Gli autori saranno vari, la periodicità incerta. La inaugura Filippo Casaccia, uno degli autori del programma televisivo Le Jene, che qui e ora è nominato esperto di cucina della nostra testata. Seguiranno articoli dedicati a ristoranti insoliti e a volte lontani, ma degni di una visita, se si capita da quelle parti.] (V.E.)
Se avete letto Asterix in Corsica avete già più o meno un’idea degli isolani: un popolo di montagna che vive di fronte al mare, orgoglioso, passionale e bello (Laetitia Casta, per dire). E che mangia benissimo. Per noi italioti la Corsica è lì davanti e a Bastia ci arrivi in traghetto, più o meno comodo. Poi prendi la nazionale 193 verso sud e al primo rondò che indica Murato, t’inerpichi a destra. Venti minuti e ci sei, accolto su un poggio scenografico dalla chiesetta di San Michele, un romanico pisano zebrato da urlo: all’ignoto architetto medievale il classico bianco e nero a strisce doveva sembrare banale, ed ecco una lisergica fantasia di Lego intrecciati.




