di Tommaso De Lorenzis
Dal furgone blindato che lo sta traducendo nel penitenziario di Brécourt, Malik El Djebena osserva le strade di Francia. Sembra l’ovvio tributo alle storie d’ambientazione carceraria. Che il detenuto assapori scorci di libertà così da ricordare il senso della perdita. Eppure, non c’è nulla di desiderabile in quello che si vede oltre le sbarre. Casermoni di periferia scorrono come grigio fiume di cemento. Ragazzini annoiati languono in una piazzetta. Un fiotto d’acqua sgorga da un’anonima fontana. Né desideri né rimpianti increspano il viso di Malik. Poi compare una bandiera francese. Penzola da un’asta, incapace di garrire in una giornata senza vento. Per un istante la prospettiva sembra rovesciarsi ed è il tricolore della Repubblica ad apparire prigioniero, nella fissità d’un tempo divenuto un’“ora d’aria” senza fine.
di Dziga Cacace
351 - Il tempo delle mele di Claude Pinoteau, Francia 1980
Lunedì di Pasquetta casalingo e poltrone. Si decide di elevare il tasso intellettuale del week end e tra una puntata e l’altra di Friends ci scappa questo cult della nostra infanzia. La tredicenne Vic (Sophie Marceau, una bambina) sta crescendo e i primi dilemmi d’amore vanno di pari passo con la crisi affettiva dei genitori. Ma tutto si risolverà e l’innocente flirtino per Matthieu – uno sfigato peloso che all’epoca invidiai e odiai visceralmente - troverà coronamento in casti baci, prima che la volubile e zoccoletta Vic non capisca che vuole subito un altro ragazzo, più grande, più bello, più indipendente. (E con la moto, con i soldi e che tornerà a casa quando cazzo vuole etc.: quante volte voi uomini di genere maschile avete dovuto subire la stessa umiliazione?).
di Dziga Cacace
333 - Rambo 2 - La vendetta di un genio, USA 1985
Una cava dove dei poveri forzati spaccano le pietre come in Prendi i soldi e scappa: ecco dov’è finito John Rambo dopo il discreto casino combinato nel primo episodio della saga. Ma appare il solito colonnello Trautmann che di Rambo non s’è dimenticato: gli propone una missione suicida nel nord del Vietnam in cambio della libertà e John ci sta dentro di bestia. Ha una sola domanda, battuta che mi convince immantinente a proseguire la visione: “Signore, ci lasceranno vincere, questa volta?”. Questa pellicola si preannuncia celestiale. Sono stanco, non ho energie mentali per un bel film, ho voglia di qualcosa di estremamente divertente, voglio ghignare, voglio dialoghi esilaranti: Rambo 2 fa al caso mio, è decisamente la mia cup of tea.
Il 4 gennaio 1972 nelle case degli italiani successe qualcosa di inaudito e mai visto. Da 17 milioni di piccoli schermi in bianco e nero cominciò a irradiarsi la serie di fantascienza più devastante dell’intera storia umana. Era come se Bergman, Tarkovskij e una telecamera fissa si fossero trovati insieme per giocare uno scherzo a un intero Paese. Era stato realizzato A come Andromeda, il telefilm più lento e ipnotico mai trasmesso. A partire dalla sigla (un Tavor tv: potete maneggiarla con cautela qui a destra). Su una strada britannica (in realtà porta a Basiglio, in provincia di Milano) corre (si fa per dire) una spider. Oltre che la Lombardia, si userà la Gallura, per le location. La spider della sigla procede alla velocità di un’Ape. L’infinita maratona della fuoriserie si chiude con una scritta ricca di promesse: “Questa storia si svolge l’anno prossimo in Inghilterra”. La trama è un Blade Runner pensato da qualcuno che ha preso più LSD di chi Philip Dick (e ce ne vuole).
di Dziga Cacace
305 - Essere John Malkovich del farlocco Spike Jonze, USA 1999
Ci sono film che sono delle cagate. E questa è verde, sciolta e mefitica. Io non volevo andarci al cinema, sentivo delle chiare bad vibrations e avevo fortissimi dubbi su quanto di buono di questo film m’avevano detto Pier Paolo ed Elena. Barbara mi convince e smetto il lutto cinematografico: approfittiamo della Milano senza macchine e andiamo al cinema Ariosto. La città sembra 1997 Fuga da New York e tutte le auto, posteggiate e silenti - al posto di intasare le strade -, sono inquietanti. Vediamo il film, mi scompongo e quanto segue è un’invettiva vecchio stampo, quando ancora sapevo indignarmi se mi sentivo preso per il culo da un mestierante.
di Alessandra Daniele
La caratteristica principale del pianeta Pandora è quella di essere una versione wetware di Facebook, cioè una sorta di social network vivente, al quale sono connessi anche bestie e vegetali, proprio come Facebook.
L'argomento più discusso in rete a proposito del faraonico Avatar però non è questo, né l'esaltante magnificenza della CGI contrapposta all'avvilente banalità della trama, e nemmeno lo schematico sottotesto politico, che mescola una pur lodevole critica al tradizionale colonialismo predatorio USA, con la celebrazione del più colonialista degli stereotipi: l'Uomo Bianco che s'imbuca fra i ''Selvaggi'', e ne diventa l'Eroe.
Mai che i ''Selvaggi'' in queste storie siano autorizzati ad avere un Eroe autoctono.
di Chiara Carlino
Eravamo tutti pronti al solito polpettone buonista salviamo-il-mondo con sfondo romantico ed effetti speciali in primo piano, e in parte l'abbiamo trovato. C'è un mondo che viene salvato – ma non il nostro. Effetti speciali ovviamente a palate, ma di rado autoreferenziali, tanto che ho qualche dubbio che il 3D aggiunga qualcosa di significativo all'esperienza dello spettatore.
La trama è la solita storia che va sempre bene, pescata tra le offerte speciali della Grande Libreria delle Idee di Hollywood. Anche i personaggi sono presi al discount, in un pacchetto completo di battute, relazioni, aspetto fisico e modi di fare, tanto da riuscire a dare la sensazione di aver già visto e poter recitare a memoria un film per cui si è appena dovuta sostenere una fila interminabile alla cassa del cinema.
Ma tutto sommato non è il solito polpettone buonista.
di Franco Ricciardiello
Durante il 2009 è circolata voce che Jean-Luc Godard stesse lavorando a quello che sarebbe rimasto il suo ultimo film. Proprio per questa ragione il fondamentale regista francese della Nouvelle Vague (o se preferite, “il più coglione dei registi svizzeri”, come apparve scritto sui muri di Parigi nel maggio ’68) avrebbe scelto un soggetto e un titolo degni di concludere una carriera. Le riprese di Socialisme sono finalmente terminate, il film uscirà nel 2010; per fortuna però si è anche diffusa la notizia di un successivo lavoro in preparazione, Les Disparus, tratto dal libro Lost dell’americano Daniel Mendelsohn (Gli scomparsi, Einaudi 2007), storia della ricerca di una famiglia ebrea di Bolekhiv (Ucraina) sparita durante la Shoah. Buon segno, decisamente: malgrado l’età Godard ha ancora troppo da dire, e i film più recenti, specialmente lo straordinario Notre musique (2004), sono lì a dimostrare che il vecchio “mestatore semantico” è ancora all’opera.
di Dziga Cacace
283 - La sciamana imputato ad Andrzej Zulawski, Polonia/ Francia/Svizzera 1996
E mo’ una bella schifezza come non mi capitava da tempo. Prime scene e mi sembra un Ultimo tango a Varsavia con tutte le tristi conseguenze del caso. Lui, ricercatore universitario, affitta un appartamento vuoto a “l’italiana”, una studentessa cavallona del Politecnico. Uno sguardo, una mano tra le gambe, la constatazione che lei è tutta bagnata (e perché, di grazia?) e subito i due trombano. Chiaramente lei prima subisce, poi in un nanosecondo ci piglia gusto mugghiando: classico. E parte questa scombinata storia di sesso e amore folle. Intanto il ricercatore ritrova il corpo di uno sciamano mummificato e l’entusiasmo per la scoperta e la disinvolta sessualità della studentessa fanno il resto. Finale tragico: del resto non che tutto il film non si muovesse su questi binari. Zulawski sa girare, ha talento plastico: muove sempre la macchina da presa e sceglie belle soluzioni di ripresa, aiutato anche da una fotografia intrigante. Ma la storia è inesistente e non si capisce dove si voglia andare a parare, se non provocare e basta. E oltre a tutto lei, Iwona Petry, è un’attrice atroce, un cane di quelli che s’incontrano raramente sugli schermi. Si agita da epilettica, con assortiti smorfie e sgranamenti di occhioni, mentre si chiava tutto quello che si muove in una Varsavia abitata solo da maniaci sessuali, delinquenti, prostitute e ubriaconi. Siccome Zulawski è un lord ha detto che ha fatto tutto lei, attrice non professionista, notata per caso in un bar e assunta. Con questi risultati, infatti.
di Alessandra Daniele
S'è conclusa il primo gennaio la quarta stagione di Doctor Who, ultima del rigenerato ciclo gestito dal vulcanico Russel T. Davis, e interpretato da David Tennant, i cui occhioni da cucciolo sono riusciti a surclassare nel cuore dei fans persino i fari antinebbia dell'ormai mitico Tom Baker. Oltre ad aver dato un nuovo significato al termine ''cenone di Natale'', questo ''The End of Time'' s'è dimostrato, com'era logico aspettarsi, un frullato di tutto il meglio, e di tutto il peggio di cui dal 1963 questa serie è capace.
Un finale dai due volti, o meglio, due cuori.
di Dziga Cacace
258 - Starship Troopers di Paul Verhoeven, USA 1998
Questo Verhoeven mi dà sempre da pensare, sia che faccia una cagata immane come Showgirl, che film inquietanti come Il fiore di carne o Il quarto uomo (passando per il mainstream intelligente di Robocop, Basic Instinct o Atto di forza). Non passa indifferente, il ragazzaccio. Ha dell’intuito e lo dimostra con questo Starship Troopers, che gli precluderà Hollywood per i prossimi 2 lustri. Trama: futuro della terra, il potere in mano a una casta militare, unici ad avere il requisito di cittadini. Bisogna combattere degli insettoni spaziali che ci minacciano lanciandoci degli asteroidi. Questo il succo: seguiamo le gesta di tale Rico, un decerebrato che non muore mai e perde i pezzi strada facendo. Intorno a lui altre facce da scemi, convinti militaristi. L’eroe esce vivo dalle situazioni più disperate e tutte le classiche situazioni di guerra vengono parodiate in maniera sottile ma evidente: l’addestramento, l’incidente, la crisi di panico, l’eroismo, il salvataggio impossibile etc. e si può leggere - nei diversi episodi - riferimenti a tutte le guerre degli americani. Lo spazio va riconquistato: vanno liberate le riserve dove vivono gli aracnoidi (come gli indiani nativi d’America), asteroide per asteroide (come coi giapponesi) e bisogna bonificare ogni cunicolo (come in Vietnam) per liberare il deserto (come nel Golfo). E c’è pure Fort Apache da difendere, con la cavalleria dell’aria che arriva all’ultimo momento.
di Dziga Cacace
236 - Castelporziano Ostia dei Poeti di Andrea Andermann, Italia 1980
Visto nottetempo due anni fa, mi ricapita tra le mani e me lo scoppio di nuovo: è la documentazione del primo Festival Internazionale dei Poeti, tenuto a Castelporziano dal 28 al 30 giugno 1979, con ricco cast internazionale. La prima sera del festival presenta - ci prova - Victor Cavallo. Una ragazza di neanche 16 anni prende il microfono e non lo vuole mollare: dice “Ccioè, di avere, ccioè, anche lei, ccioè, delle cose da esprimere, capito?”. Sembra la parodia di Verdone che fa la parodia dei fricchettoni. Gli organizzatori non sanno che fare e la matta rimane sul palco per tutta la serata strappando talvolta il microfono ai poeti per commentare: “Ccioè, cos’è questa cosa?”. Tale Piromalli dedica una poesia ai filosofi: Affanculo. Poi ci prova Dario Bellezza che non ottiene reazioni. Allora provoca: se non mi applaudite, almeno fischiate. E la platea viene giù di fischi. Poi un tizio nudo sale sulla pedana ed esibisce il pendaglio; Bellezza: “Siete delle persone volgarissime e immonde, siete dei fascisti”. Fischi, risate, invasione del palco che rischia di collassare. Panico, con Allen Ginsberg ammutolito di fronte alla disorganizzazione.
di Dziga Cacace
214 - Cube dello stupefacente Vincenzo Natali, Canada 1998
Ragazzi, che esperienza. Una lettura distratta dei giornali, una non meglio specificata vittoria a un fantomatico festival di fantascienza (penso Avoriaz), una certa curiosità diffusa, ed ecco che Barbara e io finiamo al cinema Ducale a vedere questo incredibile Cube. L’idea di partenza è bella: un gruppo di persone rinchiuse in una struttura cellulare composta da una miriade di cubi, alcuni dotati di trappole mortali, altri no. Chi li ha portati lì e perché? Come si esce? Esiste una via di fuga? Bei quesiti che vengono frustrati da una recitazione degna di una filodrammatica del profondo cuneese, con attori che sembrano presi casualmente dalla strada. Il dialogo, denso di quesiti esistenziali di spessore marzulliano, mette letteralmente i brividi e il ritmo è teso come uno stracchino (a parte negli ultimi discreti venti minuti). Dunque, una fetenzia di quelle che capitano poche volte nella vita.
A Serious Man di Joel Coen & Ethan Coen
di Emanuele Manco
Il nuovo film dei fratelli Coen comincia con un racconto tutto in lingua Yiddish, dai toni quasi horror, che non sembra aver nulla a che fare col resto del film, ambientato circa un secolo prima della vicenda principale, che si svolge invece nel 1967.
Larry Gopnik è un professore di Fisica ebreo di una cittadina del Mid-West degli Stati Uniti.
La sua vita all'inizio del film sembra tranquilla. Ma non dura molto. Uno studente insoddisfatto cercherà di corromperlo, la moglie gli comunicherà che desidera il divorzio, i suoi sensi sono turbati da una bella vicina che prende il sole nuda proprio nel giardino accanto al suo. Ed è solo l'inizio di altri guai, altri conflitti che sembrano innescarsi uno dietro l'altro come in un domino.
di Dziga Cacace
162 - Celebrity di un irriconoscibile Woody Allen, USA 1998
Ennesimo pacco preso il giorno di Natale… Di un Prét-à-porter di Allen proprio non sentivamo bisogno, ma tant’è il Maestro deve dir la sua su tutto. Personaggi sfuocati e ripetitivi e uno humour che ormai verte esclusivamente sul sesso orale con 5 battute 5 in un’ora e quaranta. Le uniche però. Il tremendo Branagh è gonfio come una zampogna e poco credibile come alter ego alleniano; la Davis interpreta la parte dell’isterica per il terzo film consecutivo con caricatissimo repertorio di smorfie e gesticolamenti. Il bianco e nero è apprezzabile ma è quasi niente per salvare un film fiacco e imbarazzante fin dalle prime scene, senza ritmo, noioso, parodistico, ma involontariamente del grande cinema di Allen che fu.
di Dziga Cacace
118 - Crimini invisibili del pagliaccio Wim Wenders, Francia/Germania/USA 1997
Crimini invisibili è un’opera sconcertante, così brutta da lasciare basiti. È un po’ che il maestro teutonico rilascia interviste in cui si scaglia contro la presenza della violenza nel cinema. Giù mazzate su Scorsese (“Sono uscito dopo dieci minuti di Casinò”: cazzi tuoi), Tarantino, Stone e tutto l’ action americano. E vabbeh. Ma il Maestro deve farcelo sapere mettendolo anche in immagini. Tra citazioni e autocitazioni, rimandi a Hopper e all’hard boiled, Wim racconta una vicenda complicata – che, non affannatevi, non si risolverà neppure – il cui succo è esplicitato in qualche tirata retorica sulla violenza e sulla nostra abitudine a digerirla. Pensiero di una profondità degna di un australopiteco. E ovviamente tutto ciò è mediato dalle ennesime considerazioni sulla visione, sul potere della visione, sull’ossessione della visione etc., così semiologi, architetti e critici parolai potranno masturbarsi anche questa volta, non sia mai.
di Dziga Cacace
100 - Boogie Nights di Paul Thomas Anderson, USA 1997 e 70s Classic Porn
Premetto che per valutare da serio critico onanista questo Boogie Nights ho seguito una preparazione a base di pornazzi d’autore. Ma ne parliamo dopo. Boogie Nights, dunque: siamo negli anni 70, periodo Febbre del sabato sera ed Eddie, giovanotto stanco di fare il cameriere e deciso a sfruttare le qualità fisiche di cui madre natura l’ha superdotato, incontra Jack Horner (Burt Reynolds), regista erotico. Il sodalizio funziona: Eddie diventa Dirk Diggler, la star di un cinema che in quegli anni si sforzava di trovare una legittimazione estetica oltre a quella puramente commerciale. Ma il successo, la droga e le ambizioni mal riposte portano alla crisi degli anni 80: Dick cercherà fortuna in altri campi non riuscendoci e alla fine tornerà nella grande famiglia che aveva fatto la sua fortuna e che sa ancora apprezzare la sua elefantiaca dimensione artistica.
di Dziga Cacace
44 - L’uomo dei sogni di un Babbeo, USA 1989
Recuperiamo dalla tragica stagione paninara due vocaboli che ben si addicono a questo autentica porcata su celluloide: tavanata galattica. Non so per quale motivo L’uomo dei sogni goda della sua immeritata fama: forse per la rampante mania new age, forse per l’incondizionata stima che gli riserva un vicepresidente del consiglio, Veltroni, che sta evidentemente scontando una pesante regressione infantile. Ma gli altri? Qui non si contesta il piacere della fiaba, l’abbandonarsi al ricordo dei propri miti giovanili, quand’anche essi siano giocatori di uno sport – il baseball – che continua a risultarmi totalmente incomprensibile, come fascino e soprattutto come regole. Qui si rimane attoniti di fronte alla faciloneria narrativa, prescolare se non prenatale nella sua rozzezza, e sconcertati dalla morale dolciastra con cui si spaccia la superiorità del sogno rispetto alla supposta razionalità della vita reale, che pone l’interesse avanti a tutto. Dico “si spaccia” per la maniera immorale con cui, questa morale, viene costruita. E perché degli yankee mi fido poco: la fantasia, per loro, non è elevazione, è abbindolamento. Delle masse.
di Valerio Evangelisti
(da Il Fatto Quotidiano, 24 ottobre 2009)

Dal 27 al 31 ottobre si svolgerà a Ravenna il Nightmare Film Fest, giunto ormai alla settima edizione. E’ il più importante festival italiano di cinema horror e, al di là delle apparenze, si adatta molto bene alla città in cui viene tenuto. Ravenna, in autunno inoltrato e mentre si annuncia l’inverno, è una città gelida (in senso climatico) e vagamente nebbiosa, molto adatta a ospitare spettri e immagini inquietanti. Ciò vale in particolare per il centro chiamato Cinemacity, composto da ristoranti e sale cinematografiche collocati direttamente in mezzo al nulla. Sorge all’estrema periferia, e attorno il paesaggio è piatto come se lo avessero piallato. L’antica capitale di un impero bizantino ridotto ai minimi termini si scorge come sagoma lontana, visibile nei rari momenti di luce piena e raggiungibile con autobus che non passano mai.
di Alessandro Morera
Stuart Melvin Kaminsky, nato a Chicago nel 1934, e morto il 9 ottobre scorso a St. Louis, non è stato solo uno dei più illustrii insegnanti di Storia e Critica del Cinema, dal 1972 al 1994, alla Northwestern University di Evanstone in Illinois. Il cinema ha segnato la sua vita, o meglio, la sua vita ha segnato la Storia del Cinema.
Autore di una decina di illuminanti monografie, da Don Siegel a Clint Eastwood, passando per John Huston fino a Ingmar Bergman, ha inoltre firmato il fondamentale saggio del 1974 Generi cinematografici americani (''American Film Genres: Approaches to a Critical Theory of Popular Film'') che risulta a tutt’oggi una delle pietre miliari della critica cinematografica mondiale.
di Dziga Cacace
311-Alla ricerca di Jimmy di Un Incapace, USA 1993
Mi dispiace aver già speso tutta la mia indignazione per film orrendi come Soho o Mr. Bean perché qui siamo molto sotto i minimi immaginabili livelli di decenza. Siamo in sei al Lumière e quando me ne sono andato (dopo 27 minuti, per precisione) seguivo altri due stupefatti spettatori, anch’essi già esacerbati. Qui si batte il record di Tiburzi. Il film di Sam Henry Kass narra le vicende di due giovani cineasti, ovviamente indipendenti, che vogliono realizzare un documentario sulla zona di Brooklyn in cui vivono. Ma scoprono che tale Jimmy è scomparso e allora, sempre complice l’occhio della cinepresa, iniziano a investigare. E poi me ne sono andato, ma il povero proiezionista Dino che deve rimanere fino in fondo per mestiere m’ha rivelato l’astuto finale: quel deficiente di Jimmy era chiuso in camera da quattro giorni.
Lo spazio del reale nel cinema italiano contemporaneo
A cura di Riccardo Guerrini, Giacomo Tagliani, Francesco Zucconi
(Le Mani, Recco 2009; 144 pagine, brossura, ill. colori, 14 €)
Negli ultimi anni la critica cinematografica, ma lo stesso si potrebbe dire per quella letteraria, sembra aver riscoperto la propria fame di realtà. Questo di per sé non può che essere un bene, perché è una buona occasione per tornare a riflettere sul rapporto che il cinema stabilisce con il mondo e con i suoi significati, e soprattutto possiamo farlo alla luce degli eventi storici recenti. E' però vero che “il ritorno alla realtà” nel cinema italiano contemporaneo viene spesso declinato nelle forme brutali di un realismo tematico. In altre parole un film come Gomorra sarebbe realista perché parla di Camorra e in questo senso si potrebbe addirittura invocare un “ritorno al neorealismo”. Il limite evidente di una tale posizione, tutta interna ad un’idea di realismo ideologicamente impegnato, è di ignorare completamente il discorso formale del cinema, ossia le procedure e le tecniche con cui l'immagine cinematografica interroga, costruisce, decostruisce e ricompone il reale.
di Dziga Cacace
270-Lolita di Un Vero Farabutto, USA 1997
Probabilmente questa è l’unico parere a livello mondiale su Lolita di Adrian Lyne senza che il recensore abbia visto Lolita di Kubrick. Di Maestro Stanley ho visto tutto, proprio tutto, ma Lolita no, confesso. Per cui procederò alla critica scevro da ogni pregiudizio che pure potrei avere, dal momento che qualche lercio film di Lyne invece l’ho visto. Allora: in virtù del ricordo di un fugace e infelice amorazzo estivo con una coetanea quindicenne, il maturo prof. Humbert è sensibile al richiamo delle ragazzine. Sposa la madre di una ninfetta e, come prevedibile, si scatena il dramma a tinte forti. Il ritmo è soporifero, la tensione erotica assolutamente latitante e gli attori si dannano per dare vita a un film cadavere. Ma se Irons è tutto un dipingersi in volto una sofferenza che incita a massacrarlo ulteriormente, la giovane Swain si affanna come una bimba di Non è la Rai sotto anfetamine.
di Mauro Gervasini
Non sarà ottobre il più crudele dei mesi, ma è certo quello più critico per il cinema italiano. Perché adesso, tra una Mostra di Venezia appena conclusa e una Festa di Roma che sta per cominciare, si evidenziano prepotenti le contraddizioni di un sistema che non è più industriale da trent’anni, ma solo parastatale e paratelevisivo. Ecco quel che accade.
BAARÌA - Mai come oggi l’ingerenza della politica è stata becera e ingombrante. Prima di tutto perché il Presidente del Consiglio, attraverso la società Medusa, di sua proprietà, è il principale produttore e distributore di film, mentre le naturali concorrenti, almeno in campo distributivo, vale a dire le controllate Rai, perdono sempre più posizione e prestigio. Agli Oscar si propone Baarìa (Medusa) e non Vincere (01, ossia Rai). A noi il film di Tornatore è sembrato un insopportabile monumento alla nostalgia, ma ha trovato difensori insospettabili (persino Goffredo Fofi...) e quindi si può discutere sul suo effettivo valore artistico.
di Dziga Cacace
223-O.F. - O.rlando F.urioso degli impuniti Motus, Italia 1998
Si potrebbe andare al cine, ma non si può, perché (Barbara): “per una sera potremmo fare qualcosa di diverso”. Ma scusa: ogni film è diverso… Prevale Barbara. Ha ragione: allarghiamo la mia angusta visione culturale, eleviamoci, sù, e una volta tanto andiamo a teatro (che poi sarebbe il Leoncavallo) a vederci uno spettacolo di teatro-danza. Allegria. Arriviamo al Centro Sociale con Raffa, ma molti conoscenti ci mettono in guardia: alla Besana c’è qualcosa di molto più interessante, più in, più hip, più cool, più à la page, più fico, insomma: l’Orlando Furioso “impunemente eseguito da Motus”! E da lì in poi diventan tutti cazzi miei.
di Dziga Cacace
192-…Altrimenti ci arrabbiamo! di Marcello Fondato, Italia 1974
Le regole sono fatte per esser trasgredite e allora eccovi la prima recensione di Cacace senza che il film sia stato visto. O meglio, senza che l’abbia visto prima di parlarvene, perché Altrimenti ci arrabbiamo! me lo sono scoppiato, senza esagerare, almeno un’abbondante dozzina di volte. E infatti ne parlo perché lo conosco a memoria e perché, per vari motivi, rappresenta un autentico cult della mia infanzia. E dell’adolescenza e della maturità. Se mai l’ho raggiunta.
di Dziga Cacace
166-Showgirls di un Vero Miserabile, USA 1995
Inizia l’anno nuovo e completo il capodanno etilico e drogato con la visione di questa inarrivabile porcata che Pier mi ha passato, quasi a vendicarsi della visione comune de La riffa. Neanche due minuti e questo Showgirls si presenta come un’opera imbarazzante e demenziale. È la storia di una fanciulla disposta a tutto pur di arrivare al successo. Arriva a Las Vegas dove viene accolta da un programmatico “prima o poi la devi dare” e allora si fa largo a colpi di gomito e vagina e alla fine sfonda: diventa la stella della più importante rivista di Las Vegas. Ma la grintosa zoccola molla tutti e abbandona in autostop la città-baraccone del deserto del Nevada. Ovviamente, miracoli del bravo sceneggiatore, prende un passaggio dallo stesso che l’aveva portata fin lì e si dirige verso Los Angeles dove, evidentemente, spopolerà, tanto che le dedicheranno un film immondo: questo.
di Valerio Evangelisti
[Da un paio d'anni collaboro a Nocturno, storico mensile dedicato al cinema di genere, con una rubrichetta. Mi sono fin qui astenuto dal riportare su Carmilla i miei interventi, per non danneggiare la rivista cartacea. Oggi faccio un'eccezione perché il film di cui parlo viene proiettato in questi giorni alla Mostra del Cinema di Venezia, dicono dietro pressioni dall'alto. Il ministro di cui nel pezzo non dico il nome si chiama Sandro Bondi, e si occupa (non ridete!) di cultura.]
Continuiamo a parlare di film bruttissimi. Li ho classificati in tre categorie principali, a seconda delle domande che suscitano nello spettatore: “Ma che roba è?” “Perché perdo tempo a guardare questa merda?” “Che cosa me ne frega di questa faccenda?”.
di Dziga Cacace
123-Novecento Atto I di Bernardo Bertolucci, Italia 1976
Lo so, sono senza ritegno, ma Novecento è, per me, un’opera assoluta, specialmente in questa prima parte. È una sintesi poco sintetica di capitali nordamericani ed enfasi lirica di matrice sovietica, dove Ejzenštejn incontra Visconti e Hollywood; è una tragedia shakespeariana dell’avvento e della caduta del fascismo e un balletto maoista del trionfo (momentaneo) della rivoluzione; Dio, che capolavoro! Siamo d’accordo: troppa enfasi, troppa violenza, troppo sesso, troppi melodrammatici incontri, addii, lotte e amori; troppo coreografati i movimenti delle masse proletarie, troppo oleografici i ricordi dell’infanzia e ancora troppo stilizzata la Bassa. Ma è un troppo che non stroppia. È un troppo per cui il mio calice trabocca.
di Valerio Evangelisti (da Robot 57)
Un’avventura disneyana a fumetti di parecchi decenni fa vedeva Paperino, alla ricerca di una gloria a buon mercato, sedere sul “palo più alto del mondo”, per attirare i cronisti in cerca di scoop. Solo che un picchio rosicchiava l’estremità dell’antenna, e Paperino finiva seduto sul palo più basso del mondo. Materia anch’essa interessante per i giornali (che però storpiavano il suo nome in “Kaperino”).
Altrettanta gloria spetta al regista francese Marc Caro, che con Dante 01 è riuscito a realizzare, a mio parere, il film di fantascienza più brutto della storia. Impresa non facile, a ben guardare, perché i rivali erano una folla. Se Caro è riuscito nell’intento è perché si è mantenuto fedele a certi criteri di fondo: 1) una storia sgangherata, che però non faccia ridere troppo, altrimenti si rischierebbe di finire nel “cult” alla Ed Wood, con possibili recuperi postumi; 2) uno svolgimento balzano, a tratti incomprensibile; 3) un finale che sconfini nella pura e semplice demenza.
di Chiara Carlino
Anni '60, Manhattan, Madison Avenue: è qui che prende forma buona parte del mondo in cui ancora oggi viviamo; qui si inventa la pubblicità – e con la pubblicità si costruisce l'immaginario.
In un mondo in cui comincia appena a circolare voce che secondo alcuni studi il tabacco potrebbe forse essere dannoso, Don Draper – creativo capo dell'agenzia pubblicitaria Sterling Cooper – cerca uno slogan per le Lucky Strike che non tocchi la spinosa questione. In un'America sconvolta da un incidente aereo in cui hanno perso la vita decine di persone, la Sterling Cooper deve rilanciare la compagnia aerea, convincere le persone a continuare a volare. Il nuovo proiettore per diapositive viene rivestito di emozioni e trasformato in una macchina per la nostalgia; si convince la casalinga americana a comprare birra olandese.
di Alessandra Daniele
[Contiene spoiler]
Dopo il geniale ''Life on Mars'', ironico, malinconico, e sottilmente Dickiano, la sf televisiva inglese dimostra ancora una volta la sua superiorità con quello che può essere considerato uno dei migliori prodotti dell'intera storia della tv. Di ottima qualità tecnica, ed eccezionale coraggio politico e narrativo ''Torchwood - Children of Earth'' sputtana il governo inglese, insieme all'alleato-controllore USA, come un branco di sorci capaci di organizzare il più abominevole dei genocidi, con agghiacciante efficenza degna di Eichmann, preoccupandosi soltanto di salvare le loro facce da culo.
di Dziga Cacace
104-Lezioni di tango di Una Patetica Cialtrona, Gran Bretagna 1997
Entriamo nel Lumière e prendiamo posto davanti a due che iniziano a lamentarsi: “proprio qui davanti, con il cinema vuoto!”. Ma che credete, che il Lumière sia vostro? È mio! E ci sono un centinaio e rotti di spettatori, cazzo volete? Parte il trailer di Face/Off. Sto per dire “graaande!” ma rimango a bocca aperta mentre la babbea dietro di me esclama ad alta voce “che schifo!”. Il compagno risponde “Come si possano perdere due ore a vedere una porcata simile…” e l’altra: “che vergogna!”. Me ne sto zitto, anche se vorrei reagire in maniera scomposta. Parte il film e ‘sti due personaggi non stanno in silenzio per tre minuti consecutivi, sottolineando ogni scena del film con commenti entusiastici. E ve la meritate Sally Potter, perché questo Lezioni di tango è una stronzata senza eguali.
di Dziga Cacace
[Per un equivoco, la puntata 3 è apparsa prima della 2. Pubblichiamo quest'ultima come 3, senza stare a cambiare la numerazione dei film.]
39-Potere assoluto di Clint Eastwood, USA 1997
In vacanza da supergiovani sul Lago Maggiore, s’impone una visione nelle sale cinematografiche di Verbania. Andiamo al cinema Sociale dopo che al Porcellino d’oro di Intra ho trangugiato una mezza Napoli e una diavola (peperoni, peperoncino, salame piccante e acciughe) innaffiando l’incendio nel cavo orale con abbondanti boccali di birra. Sono però abbastanza lucido per notare la delicata fantasia verde pisello e marroncino diarroico del décor del Sociale. Le poltroncine sono scomode e non c’è un cane. Siccome sono in stato preagonico mi schiero di fianco al provvidenziale sistema d’areazione a gambe larghe, con l’ultimo bottone della patta dei calzoni pietosamente slacciato e la maglietta con le maniche arrotolate, come un chicano del barrio.
di Dziga Cacace
76-Bus in viaggio di un rincoglionito Spike Lee, USA 1997
Dio, che ciofeca. Si parte malissimo, coi titoli di testa sulle immagini patinate di un uomo di colore in catene, mentre in sottofondo c’è una nenia straziante di Michael Jackson. Un bel flash. Poi parte la narrazione e meglio non va: una dozzina di neri sono in viaggio verso Washington D.C. per partecipare alla marcia dell’orgoglio organizzata da quel bel tipetto di Farrakhan. Le storie dei passeggeri s’intrecciano: abbiamo il tizio mezzo bianco, l’attore macho e cazzone, il negro ricco e repubblicano (che volerà giù dal pullman), quello col passato gangsta uscito dal ghetto e convertito all’Islam, quello che ha vissuto sempre da Zio Tom e ora vuole la sua rivincita… un campionario scontatissimo di luoghi comuni, risolto con una rozzezza traumatizzante, per personaggi monocromatici. Ma siam sicuri che questo sia è Spike Lee? Sicuri sicuri?
Lars von Trier’s “Antichrist”: omaggio (apocalittico) ad Andrei Tarkovskij
di Alan D. Altieri
Il luogo: emblematico. Una baracca perduta in una foresta - foresta chiamata, ironicamente e irrimediabilmente, “Eden” - che ridefinisce il concetto di tenebra gotica.
Il tempo: non significativo. Diecimila anni fa, oggi, centomila anni nel futuro. Il tempo, alla fine, è solo uno stato della mente (anima? spirito? whatever?)
I personaggi: primevi. L’Uomo e la Donna (maiuscole d’obbligo), alla ricerca - disperata e struggente, cruda e crudele, ineluttabile e impossibile - della resurrezione.
Questi gli ingredienti base di Antichrist, l’ultimo “film-shock” - suffisso (-shock) che lo scrivente trova quasi sempre ridicolo e/o applicato a ridicolaggini - del (irrimediabilmente controverso) cineasta scandinavo Lars von Trier.
di Dziga Cacace
3-Il ladro di Alfred Hitchcock, USA 1957
Una palla solenne. Il ladro è un docudrama che ripercorre le vicende di un tizio, tale Ballister, incolpato di rapine che non ha commesso. La sua vita è profondamente scossa, ma ancor più lo è quella della moglie che dà fuori come un balcone, finendo infine rinchiusa in un sanatorio dove non potrà evitarsi un’infausta visita del dottor Meluzzi, quel parlamentare di Forza Italia che non fa altro che andare a trovare – loro malgrado – detenuti, depressi, shockati e quant’altro, riferendo poi in quel curioso programma tenuto dalla Rosati, la moglie batterista di Galliani. Vabbeh, scusate l’irruzione del flusso di coscienza nel pezzo, ma la tivù ottenebra il mio cerebro.
di Franco La Polla
[Il 27 febbraio di quest'anno, dopo una lunga malattia, è morto Franco La Polla. Docente di storia di cinema americano presso il DAMS di Bologna, che diresse dal 2004 al 2007. Studioso di grande acume, amico di chi scrive e di questa testata, persona di squisita umanità. Per ricordarlo pubblichiamo un saggio che ci passò. E' una bozza: la versione definitiva si trova sulla rivista accademica internazionale Belphégor, dedicata alle letterature popolari.] (V.E.)
Per Groucho, flusso desiderante liberato che non conosce paura.
Ho paura. Ho fatto un brutto sogno.
I sogni non possono farti male.
(R. Altman, "Tre donne")
Superando informazioni storiche, necessità di filologica completezza (a qualcuno in Italia poco care), di sistemazioni e classificazioni esteriori, e superando soprattutto giustificati complessi di inferiorità i quali rischiano soltanto di relegare nel limbo dell'ignoranza ciò che non è immediatamente valutabile in usurata moneta corrente né quotabile nella fantomatica e dittatoriale Borsa Valori istituita da un potere culturale nefasto quasi quanto l'altro, la domanda è: perché il cinema orrifico? (e aggiungiamo qui una volta per tutte che useremo indifferentemente i termini "orrifico" e "terrifico" che una corretta critica vorrebbe però diversificati).
di Mauro Gervasini
Come si diventa icone della cultura popolare? Vivendo scandalosamente e bruciando a doppia velocità. Come Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison... Oppure Marilyn, che a lei piaceva tanto... Ma no, forse Moana (nome autentico: in polinesiano significa «dove è più profondo il mare») era soprattutto una rockstar, anche se il suo unico eccesso era nell’amore. Con un modo tutto suo, perché scandalizzava soprattutto per la professionalità, la preparazione, la sua voglia di essere attrice attraverso il corpo ma non solo per il corpo. Distante dagli altri cliché delle porno-interpreti di quegli anni ruggenti e rampanti, gli “eighties”, così lontani eppure vicinissimi, anche oggi.
di Jari Lanzoni
Quanti seguono la strepitosa serie tv The Big Bang Theory non potranno che pensare che il Full-Nerd Sheldon Cooper, paranoide della coerenza del Comics Continuum, avrà rischiato di strozzarsi con un pop-corn durante le visione di X-Men Origins: Wolverine. Per sua fortuna egli non va mai al cinema da solo ma sempre con qualcuno che possa praticargli la manovra di Heimlich.
In realtà ogni giudizio negativo su Wolverine, signori miei, sarebbe un puro atto di ignoranza, dato che ci troviamo davanti alle punte più alte di quella fantascienza impiegata come specchio del mondo moderno e della realtà sociale, che Dick e altri grandi di certo avrebbero apprezzato. Parlare del celebre mutante è solo il mezzo per un obiettivo più alto: una storia viva e attuale, a cui un regista cialtrone ci porta con rara maestria.
di Dziga Cacace
126-Alcuni spezzoni di Geni, Rompipalle, Fascisti e Mestatori Vari
In una settimana soffocata da un caldo palustre e sfregiata da lavori estenuanti, non riesco a vedere neanche un film intero. Siccome l’astinenza da monitor è troppo forte, allora commento i brevi spezzoni che hanno punteggiato le mie serate. La prima, su RaiUno c’è la diretta di Italia-Brasile. Non è un film, okay, ma se una partita di calcio come Italia-Brasile del 1982 v’è rimasta talmente impressa da poterla raccontare per filo e per segno, se il suo svolgimento ha assunto contorni mitici, se quel leggendario incontro ha segnato la vostra infanzia e gli anni a venire, se ancora avete il cuore in gola quando Eder batte l’ultimo corner a due minuti dalla fine e Oscar schiaccia il pallone di testa con Zoff che para miracolosamente sulla linea e se ancora v’indignate quando l’arbitro annulla il gol di Antognoni per un inesistente fuorigioco... Beh, se tutti questi ricordi s’innescano non appena vedete una maglietta verde-oro, allora sí, Italia-Brasile è sempre come un film.
di Cristiano Governa
“Mi chiamo Benjamin Button e sono nato in circostanze singolari…”; nascosto in un incipit del genere c’è un dono straordinario. La possibilità di associare la quotidianità del nome di un comune essere umano al fascino misterioso di quelle “circostanze singolari” che non tutte le vite possono permettersi. Di essere uno qualunque e, al tempo stesso, uno “speciale”. C’eravamo noi di cui tutti si scorderanno e c’era uno del quale valeva la pena raccontare la vita. L’incipit è collegato all’idea stessa che ha dato vita al soggetto, un filino meno nuova di quel che si pensa, ma comunque potenzialmente foriera di spunti interessanti, dell’uomo che nasce anziano e man mano che la sua vita prosegue, invecchia ringiovanendo. Una vita al contrario.
di Dziga Cacace
113-Tiburzi di Un Sincero Rompipalle, Italia 1996
Il record stagionale di non presenze al Lumière lo stabilisce questo sconosciuto film di tale Paolo Benvenuti. In quattro serate (sette proiezioni) totalizza la bellezza di un’ottantina di spettatori, polverizzando qualsiasi altro insuccesso della stagione. E perché mai? Sarà perché di questo film nessuno ne aveva mai sentito parlare? O è colpa della stampa, della mancata pubblicità e della distribuzione? O della qualità del film? Sarò una carogna, ma sincera: Tiburzi è angosciante. È un film civile, senza nessuna concessione, fino all’autolesionismo. Intorno a me uno spettatore rantolava, un altro russava come un orso in letargo. Io ho temuto a lungo di uscire dal cinema con le due palle su una carriola. Non dico di dare artificialmente un po’ di movimento alla vicenda, ma la scelta di lavorare poco di montaggio e di non smuovere di un millimetro la cinepresa da quel fottuto treppiede risulta, alla fine, mortale. Ora, padronissimo il Benvenuti di perseguire una poetica dell’immobilità – narrativa e visiva – però poi non stupiamoci se il film risulta pesante come un capitello corinzio. Sui genitali, però.
Quello che segue è, a mio parere un UFO: "unidentified film object", un oggetto cinematografico non identificato - , in parallelo con quanto Wu Ming 1 ha circoscritto in letteratura come "UNO" e cioè l'"oggetto narrativo non identificato" (nel memorandum sul New Italian Epic). Ne è autore il regista Davide Manuli, sulla cui opera tornerò presto a scrivere, poiché a mio parere rappresenta uno degli artisti più decisivi nel rinnovamento del cinema italiano e nell'aggressione a una dimensione autenticamente internazionale. Autore dello struggente Girotondo, giro intorno al mondo e del pluripremiato BEKET (qui il trailer; si è aggiudicato il premio della critica a Locarno e ha vinto il Miami Film Festival), Manuli dispone dello sguardo più sconcertante di cui io abbia fatto recentemente esperienza al cinema. Già in questo corto, Bombay, che dura 16 minuti, è possibile ravvisarne l'obliquità, lo spaesamento, lo spostamento linguistico, la capacità di forare ogni mimesi per andare al cuore della realtà e veicolarla in maniera poetica, secondo l'accezione che all'aggettivo diede Leopardi. Ben oltre ogni dispositivo surrealista e solo apparentemente in continuità con certe avanguardie, Davide Manuli (qui anche voce recitante) fa avanguardia da solo: esplora una zona dell'umano mettendola in totale ambiguità, nella totale indifferenza tra comico e tragico. Il sociologismo è bandito e l'estetica non è estetismo. Per maggiori informazioni su questo straordinario regista, qui il sito ufficiale.
di Dziga Cacace
101-Persona di Ingmar Bergman, Svezia 1966
Non so per quale oscuro disegno dell’inconscio, ma decido di santificare un tranquillo sabato sera casalingo vedendomi un ponderoso film del maestro svedese. Trattasi di Persona, titolo che già incute una certa soggezione. Premetto che ero un po’ suonato e il film non m’è parso propriamente digeribile. Comunque! Si parte con quattro minuti molto inquietanti: l’interno di un proiettore cinematografico, alcuni fotogrammi, una pellicola che si sbobina, un agnello sgozzato, le mani di un crocifisso (non di legno, proprio di uno che viene crocifisso), l’interno di un obitorio, un bambino che si alza dal suo letto (di morte, ritengo) e accarezza l’immagine sfuocata di una donna. Arrivano i titoli di testa e penso: sono spacciato.
di Dziga Cacace
88-Le mépris di Jean-Luc Godard, Francia/Italia 1963
A distanza di tanti anni dalla visione della versione italiana, vedo finalmente l’originale babelico, in cui tutti i personaggi parlano la loro lingua originale (il che motiva la presenza continua di una segretaria traduttrice, che, nell’italica edizione ripeteva idiotamente ciò che avevamo appena sentito) e, anche se la memoria non mi aiuta più di tanto, posso subito notare alcune fondamentali differenze. Si parte con i titoli di testa recitati da Godard e la struggente musica di Delerue che subito imposta il senso tragico della vicenda (quando nella versione italiana c’è un cafonissimo jazz da piano-bar). Piccoli è Paul Laval, uno sceneggiatore diviso tra l’amore per Camille (la Bardot), l’impegno politico e artistico, la servitù intellettuale e le meschine aspirazioni materiali. Divago: la Bardot, dimenticatevi la vecchia bacucca lepenista o la pasionaria patetica che vuole salvare le foche. Qui è splendida e Godard non dimentica di farcelo notare. Torno sul pezzo: Camille si rende conto dell’ambivalente opportunismo del compagno e gli annuncia il suo disprezzo, dopo una lunga e intensa scena ambientata nel salotto della loro borghesissima casa romana, vero motivo dei compromessi artistici che lo sceneggiatore accetta. I poli tra cui oscilla Paul sono l’integrità morale di un vecchio regista (Lang, la figura più limpidamente positiva del film) e l’arroganza di Prokosch (il perfetto Palance), un produttore cinematografico americano che parla con frasi tratte dalla Bibbia e che vorrebbe stravolgere il film del cineasta tedesco.
di Dziga Cacace
77-Fantozzi di Luciano Salce, Italia 1975
È una serata moscia: al Lumière c’è Surviving Picasso di Ivory e la voglia di vederlo è pari a zero. Inizia allora la solita discussione su cosa guardare, finché la famiglia tutta si trova concorde nel rivedere l’immortale capolavoro di Luciano Salce. Già visto e rivisto, ma la tentazione è troppo forte. La mia prima volta è stata al parrocchiale di Champoluc nel 1979, la prima proiezione cui ho assistito assieme a Pier Paolo: ricordo soprattutto che mia sorella pianse come un vitello vedendo tutte le disavventure del povero Villaggio (non che oggi, peraltro, goda della visione in assoluta serenità). Ma andiamo con ordine. Il primo fotogramma inquadra un dito malfermo che compone un numero telefonico su uno di quei vecchi apparecchi neri a parete. Il polpastrello a contatto con la bachelite produce un angoscioso rumore, siamo già al dramma. “Parlo con lo spettabile centralino della illustre Italpetrolcementermotessilfarmometalchimica? Sono la signora Fantozzi Pina, moglie del ragionier Fantozzi Ugo, vostro impiegato...”. Ed ecco che scatta la ricerca della matricola 7820/8bis, che inspiegabilmente non fa ritorno a casa da 18 giorni. È in un’ala dell’immensa sede dell’impresa statale in cui lavora, rinchiuso nei bagni prossimi alla demolizione. Una squadra di operai inizia ad abbattere la parete che lo ha murato vivo e il nostro eroe non fa a tempo a venire alla luce che viene centrato da una mazzata in piena fronte, ma, attenzione!, il sordo clangore metallico ci fa già capire due cose: Fantozzi ha la testa quasi vuota. E durissima.
di Carlo Loiodice
«[...] Dopo lunghe trattative i signorotti di Cerignola dovettero accettare un accordo secondo il quale dove venivano ingaggiati lavoratori di altri paesi dovevano trovare occupazione, in uguale numero, i braccianti locali, a condizione, però, che la tariffa di Cerignola fosse applicata per tutti. Non tutti valutarono subito la grande importanza di quell’accordo, di quel contratto diretto tra i braccianti protetti da contratti di lavoro e braccianti esposti all’avidità padronale. Ancora una volta, dopo aver sottoscritto l’accordo, qualche proprietario tentò di sottrarsi all’applicazione di esso. E questa volta il tentativo fu compiuto dall'agrario Giulio Caradonna, padre di quel Giuseppe Caradonna che dirigerà più tardi il movimento fascista pugliese.
di Dziga Cacace
58-Deus e o diabo na terra do sol di Glauber Rocha, Brasile 1964
Finalmente posso vedere, e su grande schermo, uno degli idoli dell’amato Bertolucci, quel Rocha passato alla storia come uno dei fondatori del glorioso Cinema novo. Il dio nero e il diavolo biondo viene presentato nell’ambito di una rassegna che vuole far conoscere il cinema dei paesi del “sud del mondo”, ed è organizzata dal Comune e dalla Provincia di Genova con l’aiuto di una marea di cineteche, sponsor, enti, etc. Prima sorpresa: costo della proiezione 8000 lire tonde, più di una qualunque prima visione pomeridiana. Vabbeh. Mi accomodo in sala e si gela letteralmente. Siamo in venti freak e prendiamo posto su delle seggioline in legno degne di una camera di tortura. E guarda il caso, nonostante la sala desolatamente vuota, un furbacchione mi si siede dietro e puntella le sue forti ginocchia sul mio schienale garantendomi un’ora e rotti di sedia a dondolo. Siccome sono timido e non ho voglia di litigare subisco il beccheggio in silenzio. Inizia la proiezione e l’operatore ci mette cinque minuti a trovare il fuoco, tralasciando che monta un mascherino sbagliato e il film è proiettato con qualche grottesco taglio delle inquadrature. Allora mi chiedo: ma io, qui, che cazzo faccio?
di Dziga Cacace
44-Amore e altre catastrofi di Una Babbea, Australia 1996
Allora: siamo giovani, parliamo di noi, spariamo due o tre banalità sull’amore, facciamo i politically correct e mettiamoci dentro anche amore lesbico e due gay che usano il preservativo; non tralasciamo l’accattivante vita del campus universitario, l’amore per il cinema e una bella marea di citazioni, perlopiù a sproposito ma, si sa, l’importante è citare per dimostrare che qualcosa s’è letto o visto. Confezioniamo il prodotto con i pochi (?) soldi a disposizione, tanto ormai il “povero” è sinonimo di capolavoro (il Sundance Film Festival docet), condiamo il tutto con tanta piacevole e leggera musica supergiovane e tanti spezzoni in super 8 (che fa tanto avant-garde modernista) e presentiamoci a un Festival incrociando le dita. E succeda quel che succeda. E che succede? Beh, il Festival è quello di Venezia e pubblico e critica sono talmente rincoglioniti che il film, ‘anvedi, ottiene un buon riscontro e viene distribuito in tutto il mondo: la ventiquattrenne regista babbea si vedrà recapitare qualche bell’assegno e tra due anni farà un altro film schifoso per cui i critici diranno che, guarda i casi della vita, “dopo un brillante esordio ha perso la vena”.
Questo è Amore e altre catastrofi, l’ennesimo furbo prodotto autoreferenziale. Una bella commediola dove non si ride manco per errore, dove i dialoghi sono esasperanti e l’unico spiraglio di luce è dato dall’inserto nella colonna sonora, peraltro banale, di Sunday Morning dei Velvet Underground. Poi, certo, i personaggi principali sono carini, è facile immedesimarsi o prenderli in simpatia... e no, scusate: una beneamata minchia!
di Dziga Cacace
19-Il vecchio e il nuovo di Sergej M. Ejzenštejn, URSS 1929
Il buon vecchio Sergej non tradisce mai: da accanito collezionista, recupero l’ultimo orgasmico Ejzenštejn che mi mancava (a meno che Fuori Orario non mi regali, prima o poi, Il diario di Glumov, i primi due minuti girati dal Maestro di Riga, o il fotofilm de Il prato di Bezin, chissà). Avevo letto della particolare lettura erotica che S.M.E. faceva della rivoluzione, ma non credevo che si spingesse fino a tal punto: la rivoluzione è veramente un orgasmo e il modo per dirlo non è per niente metaforico. Marfa è una contadina spiantata: la costituzione di un kolkhoz le permette, assieme ad altri poveri braccianti, di contrastare l’egoistico strapotere dei kulaki; solo la collettivizzazione delle terre e la meccanizzazione dei procedimenti di coltivazione e allevamento possono consentire l’intensivo e redditizio sfruttamento delle terre. Il particolare messaggio (che diede adito a censure molto pesanti, in un momento in cui l’industrializzazione pesante era il vero obiettivo del regime sovietico, e che costrinse al forzato finale in cui mondo contadino e operaio si abbracciano) è narrato con partecipazione ed entusiasmo, spingendo la metafora sessuale a livelli imbarazzanti, al punto che non escluderei che i tanti problemi di visibilità che il film ha avuto possano risalire anche alla pruderie dello stato sovietico: la scena in cui viene dimostrata a Marfa e compagni la validità della scrematrice meccanica mostra una serie di sottintesi sessuali mica tanto occulti; sarò io fissato, ma gli ugelli della scrematrice che eiaculano la panna sul viso dell’estatica contadina, cosa sono se non un cumshot rivoluzionario?
di Mauro Gervasini
[In occasione dell’uscita di "Nemico pubblico n. 1 – L’istinto di morte", biografia romanzata del criminale Jacques Mesrine, nelle sale dal 13 marzo, un articolo sul regista del film Jean-François Richet e sul suo esordio “banlieuesard”.]
"Ma 6T va crack-er". La mia città sta per esplodere. Potrebbe essere la drammatica constatazione di qualcuno che dalla sua casa di Clichy-sous-Bois, periferia di Parigi, guarda in cortile e vede solo fuoco e fiamme. Invece è il titolo di un film, un bellissimo film, realizzato una manciata di anni fa (1997) da Jean-François Richet e purtroppo mai distribuito in Italia. Una storia semplice. Problemi in una banlieue, la polizia interviene, la polizia spara, qualcuno muore, tutti gli altri si ribellano. Come L’odio - La Haine di Mathieu Kassovitz, altro titolo del quale non si può che parlare bene. Con un distinguo però. Ma 6T era fatto da dentro. Dal luogo che racconta. Dal ventre del disagio, quello che vomita veleno e rabbia senza Dio.
di Alessandro Morera
“Questa è una storia vera, io la racconto cosi com’è, senza ornamenti”
(Robert Bresson)
1943 Lyon: Occupazione tedesca. Il film di Bresson inizia subito con una suspence creata dal realismo dei dettagli: mano sulla portiera, finestrino dell’automobile, cambio delle marce. In due minuti, il film passa dalla presentazione di un tentativo di fuga, attuato e fallito, alla prigione: un ritmo vertiginoso, creato non solamente attraverso il montaggio. Una volta che il protagonista si trova in prigione, la dominante del film diviene la voce fuori campo, espressione del pensiero del protagonista, in funzione anche di commento della propria situazione e delle cause che a questa lo hanno portato. Il condannato a morte del film è un artigiano francese, che durante una rissa ha ucciso un soldato tedesco.
di Dziga Cacace
Collezione Primavera 1997 (intro)
Questa volta mi fermo a metà giugno: finisce l’anno scolastico ed è tempo di scrutini e giudizi finali. Certo, non ci sono più le materie a settembre ma, quasi per contrappasso, sarò io a dover riparare: mi aspetta un’estate di lavoro e studio. Oltre a dover perdere la vista su nuove applicazioni multimediali da consegnare a fine agosto, devo anche sanare il troppo spesso rimproveratomi pregresso deficit hitchcockiano - o se preferite, secondo le nuove denominazioni del Ministero dell’Istruzione, il “debito formativo”. Comunque, ecco per i miei affezionati lettori le pagelle e le schede di valutazione del secondo quadrimestre 96/97. In questo non richiesto seguito del vendutissimo e molto apprezzato Lo sguardo mutilo, troverete infatti i giudizi riguardo ai 139 film (corti, documentari, fiction etc., in video e pellicola) che ho visto dal 2 febbraio fino al 20 giugno 1997; insomma, la mia “collezione Primavera ‘97”.
di Dziga Cacace
348-Michael Collins di Neil Jordan, USA 1996
Jordan è un pernicioso regista irlandese che, chissà per quale imperscrutabile percorso del caso, ha conosciuto, quattro stagioni orsono, un clamoroso successo con un film sconclusionato e imbecille come La moglie del soldato, equivocamente scambiato per una prova autoriale perché tra capo e collo ti mostrava un uccello dove non t’aspettavi che fosse. Pensavo che il tempo avrebbe fatto giustizia e invece, incredibile, Michael Collins vince il Leone d’oro a Venezia e, manco a dirlo, è un’altra mediocre porcata (e visti anche gli altri premi ho la certezza che Polanski avesse distribuito dell’erba alla giuria). La vicenda storica della breve vita di Michael Collins è narrata con un piglio drammatico che non lascio spazio a nessuna analisi psicologica o a una più profonda analisi politica, mescolando, oltre a tutto, ai fatti storici, non meglio precisati inserti romanzati (negando anche quella che poteva essere l’unica valenza positiva del film, la veridicità storica). Girato e recitato in modo virile e ottuso, Michael Collins ha un primo tempo discreto, sostenuto da un buon ritmo, ma cade completamente nel secondo, quando prevalgono l’inconsistenza dei dialoghi e la superficiale cronaca storica. Su tutto emerge lo storico duetto tra Julia Roberts e il futuro consorte Collins (un Liam Neeson che, grazie alla fissità interpretativa degna di un tronchetto della felicità, è riuscito incredibilmente a vincere la Coppa Volpi). Paventandone la morte, lei gli dice “Ti voglio vedere diventare calvo” al che, ineffabile, l’eroe risponde: “Nella mia famiglia sono tutti calvi”. Bestiale. (Cineclub Lumière; 26/1/97)
di Chiara Carlino
C'era un tempo lontano in cui ai bambini si raccontavano storie dove i buoni erano buoni e i cattivi erano cattivi, per insegnar loro a disinguere il Bene e il Male.
A un'estremità non troppo lontana di quel tempo, i bambini guardavano i Cartoni Animati, e i Cartoni Animati erano per i bambini.
Poi venne la modernità ed il Dubbio ricoprì ogni cosa.
Qualcuno insinuò il Dubbio che i cattivi potrebbero avere un loro punto dei vista, persino dei sentimenti: gli orchi potrebbero essere puzzolenti e scorbutici ma in fondo simpatici, e le sorellastre di Cenerentola devono essersi sentite molto tristi a venire scartate – pur senza con questo diventare per forza più simpatiche. Qualcuno sembrò suggerire che i bambini potessero comprendere un mondo un po' meno manicheo, e che adulti e bambini potrebbero divertirsi con le stesse storie, pur cogliendone aspetti diversi.
di Valerio Evangelisti
(da Robot n. 55)
Ho avuto la sfortuna di vedere ben tre Beowulf. Una versione fantascientifica, praticamente inguardabile, con Christophe Lambert protagonista. Un film islandese tutto sommato decoroso, malgrado l’evidente povertà di mezzi, intitolato Beowulf e Grendel. Infine il raccapricciante La leggenda di Beowulf. A questo punto, non voglio mai più sentire parlare di Beowulf in vita mia.
Noto solo una cosa, prima di addentrarmi nell’orrore. Il poema Beowulf, scritto attorno all’anno mille, è ritenuto il più importante testo anglosassone antico. Si pensi cos’aveva già prodotto, a quel tempo, la letteratura latina, e prima ancora quella greca; di lì a poco, quella in volgare. Inglesi e danesi riuscirono solo a partorire questa stronzata. Il che dimostra dove stia la civiltà.
di Dziga Cacace
321-Ritratto di signora di Jane Campion, Gran Bretagna/USA 1996
Premetto che non ho né letto il romanzo di James, da cui è tratto il film, né ho visto le precedenti opere dell’osannata regista australiana. Vado al cinema per capire: Lezioni di piano mi aveva istintivamente respinto (ma tra qualche giorno giuro che lo vedo) ma i pareri, completamente opposti, suscitati da quest’opera, hanno decisamente invogliato la visione, tanto più che volevo verificare se Hilda fosse una pazza isterica (lo è, lo è, ma non solo) e se il suo totale rifiuto del film in questione fosse un’uterina presa di posizione. Mio malgrado non ho sciolto i dubbi relativamente alla sua follia, ma, riguardo al film, mi sono trovato perfettamente d’accordo, reagendo, se possibile, in maniera ancor più scomposta. Ritratto di signora è un inconcludente e melenso pappone, lungo e presuntuoso; costantemente sfigurato da una fotografia ai limiti dello stomachevole (dominanti spurie che sfuggono da ogni parte, nessuna coerenza di luci e colori, controluce caffèlatte gestiti pessimamente), il limite più grosso del film è proprio nel “ritratto di signora” che non ci viene fornito: la psicologia del personaggio è tratteggiato con la finezza psicologica di un boscaiolo alle prese con una quercia secolare e il presunto rapporto con il marito è risolto esclusivamente dalla notevole presenza attoriale e recitativa dei due attori principali (i bravini Malkovich e Kidman).
di Dziga Cacace
290-Stranger Than Paradise di Jim Jarmusch, USA 1984
Ed eccoci, finalmente, al tanto decantato capolavoro di Jarmusch. Alle mie perplessità sul regista veniva sempre replicato con “Ma hai visto Stranger Than Paradise?” e io dovevo azzittirmi. Ora no. Dunque, partiamo con le invarianti del regista: Stranger Than Paradise presenta il solito b/n, il solito tema narrativo, la solita camera fissa (preferibilmente il solito grandangolo) e i soliti carrelli laterali lungo le solite strade sporche e i soliti vicoli cadenti. Va da sé che nello spettatore attonito subentri, per tanta originalità messa in campo, un immediato (e solito) turbinio di coglioni. Però, in fondo, provo come un senso di attrazione per il cinema di ‘sto disgraziato... un po’ come la Hilda con De Palma. E poi, come non ammirare la capacità di trasformare in lungometraggi dei plot (dei plot… uno, lo stesso per tutta la carriera) che andrebbero bene per un corto da 4 minuti? Mah.
Da Lasciami entrare, l'originale e raffinato romanzo di vampiri dello svedese John Ajvide Lindqvist pubblicato da Marsilio nel 2006, è stato tratto un film diretto da Tomas Alfredson e sceneggiato dallo stesso Lindqvist che nei mesi scorsi ha fatto il giro dei festival internazionali ottenendo recensioni entusiastiche e facendo incetta di premi (il più importante, la vittoria al Tribeca Film Festival di New York). Diventato un caso cinematografico, il film avrà un'ampia distribuzione internazionale, Italia compresa, ed è ormai considerato la risposta europea al fenomeno Twilight. Sarà nelle sale i primi giorni di gennaio 2009. Nel frattempo sono già stati venduti i diritti per un remake in lingua inglese, che dovrebbe essere pronto nel 2010 e la cui regia è stata affidata a Matt Reeves, che ha diretto uno dei più fortunati film horror degli ultimi anni, Cloverfield.
Su Film Tv, il critico Mauro Gervasini ne ha scritto una recensione molto bella, che rendiamo qui disponibile in pop up, cliccando al link che segue.
Mauro Gervasini: L'inverno svedese del nostro (s)contento
di Dziga Cacace
268-Woodstock di Michael Wadleigh, USA 1970
Dopo 5 o 6 anni e dopo varie visioni parziali mi sparo, in rigida soluzione unica, il rockumentary più bello di tutti i tempi. Premesso che ho passato i primi quaranta minuti pressoché in lacrime di fronte alle idilliache immagini di vita comunitaria hippie, che dire? ECCEZIONALE! Le immagini del concerto sono stupende con i Santana in pieno trip, Alvin Lee col melone, Bob Hite dei Canned Heat abbracciato sul palco da un tizio evidentemente fuori fase, Janis che soffre un blues, gli Who che sfasciano tutto, Hendrix che simula le bombe sulle note distorte dell’inno americano, il cafonissimo Cocker o gli imbarazzati Crosby, Stills e Nash. Ma sono grandiose anche le varie interviste agli spettatori, agli hippie arrivati semplicemente per l’evento in sé e ai cittadini di Bethel (alcuni incazzati neri, altri orgogliosi di questi ragazzi). Come non emozionarsi di fronte alla tronata in preda ad agorafobia in mezzo a cinquecentomila persone? Come non sciogliersi di fronte alla suorina che fa il segno della vittoria, alle scene d’amore e di nudismo, all’esercito che rifornisce il Festival di cibo o al poliziotto che, serafico, si ciuccia un ghiacciolo?
di Alessandra Daniele
[Edit: come si può evincere dalla data, ho scritto questo pezzo dopo la quarta stagione, prima che Lost saltasse lo squalo nela quinta, e tutto l'Acquario di Genova nella sesta. Queste righe quindi non sono più da intendersi come un omaggio a ciò che la serie è, ma piuttosto a ciò che avrebbe potuto essere, e purtroppo non è stata, nonché all'unico elemento rimasto valido, nonostante la sciagurata demolizione subita dal personaggio di Ben: il talento di Michael Emerson. A.D.]
di Dziga Cacace
244-I soliti sospetti di Bryan Singer, USA 1995
Inaugurazione ufficiale della stagione del Lumière con il film votato dal pubblico del Nettuno come il migliore della passata stagione. Beh, a soli tre mesi dalla prima visione mi sono di nuovo abbastanza divertito anche se è affiorato il prepotente dubbio che tutto il film fosse un raffinato ma non onestissimo gioco intellettuale per confondere lo spettatore. Proviamo a capire perché (recensione didattica, andiamo bene). Abbiamo due piani narrativi distinti: quello dei fatti al presente e uno raccontato da Verbal, piano narrativo che poi scopriremo non (pienamente) attendibile. Facciamo atto di fede che il presente filmico sia attendibile (se no, allora, si fa un giallo surreale in cui il colpevole è un tizio che non conoscete, lo zio del regista); la prima scena ci fa vedere il confronto tra Keaton (Byrne) e Sose: nonostante manchi un totale chiarificatore, non ci sono dubbi che sia Sose a uccidere Keaton. Dal rogo della bagnarola dove è avvenuto il duello, escono vivi solo Verbal e un grande ustionato ungherese che non parla una parola d’inglese (secondo logica pedestre si può già intuire che Sose sia tra i due superstiti e che difficilmente sia magiaro, comunque...); adesso il film procede per flashback, narrati da Verbal durante l’interrogatorio che deve subire da Palminteri, e, durante l’ora e mezza che segue, non viene fuori un motivo chiaro per cui lo spettatore possa capire chi cazzo sia ‘sto benedetto Keyser Sose.
di Chiara Carlino
Certo non si sentiva la mancanza di una trilogia, né di una rivisitazione di storici personaggi dei fumetti, né di una rappresentazione di un non troppo lontano futuro: tutto questo è completa routine negli ultimi anni, perciò nessuno si aspetta di trovare in X-Men un'opera particolarmente complessa. Infatti non lo è. Ma nella sua ovvietà, nella completa assenza di ogni tentativo destabilizzante nei confronti delle nostre più radicate convinzioni, ci mostra, come in uno specchio semplificante, il sostrato incontestato della nostra cultura, che orienta il modo in cui – più o meno consciamente – ci rapportiamo all'altro, al diverso, al mutante.
di Dziga Cacace
212-Visioni di un omicidio di Un Cane, USA 1994
Il peggior film della stagione, ennesimo dono della premiata ditta Vari e Stabilini; Jennifer Beals e il fratello grasso dei due più famosi Baldwin misurano le rispettive sottovalutate capacità attoriali in un film dalla trama insulsa. Micidiale. (Diretta TV; 30/8/96)
di Francesco De Collibus
Questo film è un cazzo di capolavoro. Questo è l'equilibrato giudizio che ho ponderato dopo tre ore con gli occhi sbarrati. Ma veramente tre ore? Sono volate! Mi sono girato e incredulo ripetevo "Cribbio, ma l'avete visto! Che cacchio di capolavoro!". Dietro di me si alzavano le spalle " Già. Bel film".
Uscendo, in quel grande momento di ermeneutica filmica che è la passeggiata verso la macchina con sosta alla toilette, mi affiorano alla mente una miriade di sottoletture. Il mio entusiasmo però non scalfisce la perplessità della gente : "Resta pur sempre un film di Batman. Ci sono gli scoppietti, gli alianti, i razzi, e un pazzoide in tuta nera di silicone".
C'è da capirli. Dopo una partenza burtonianamente scoppiettante, il brand dell'uomo pipistrello si era abbastanza afflosciato. Fetecchie come Batman e Robin (1) non si dimenticano facilmente, neppure dopo film decenti come Batman Begins. Ma stavolta la funzione mitica del fumetto, la continua reinvenzione di figure archetipe attraverso nuove storie, svela una grande allegoria: la sconfitta della Ragione.
di Danilo Arona
Grande Mystfest quello del 1989. Tra fine giugno e inizio luglio a Cattolica si concessero a un pubblico famelico personaggi come James Ellroy, Mary Higgins Clark e Derek Raymond (che allora si faceva chiamare, imbarazzante omonimia, Robin Cook). E poi: Roland Topor, Terence Young, Alan D. Altieri. A disposizione dei mattinieri si tenevano convegni straordinari con Eddie Constantine, Samuel Fuller, Didier Daeninckx e Stuart Kaminski. Per nottambuli e cinefili la retrospettiva su David Goodis e doppio programma di film in competizione, fuori concorso ed eventi speciali di "Paura a mezzanotte". Insomma, piatto dei più ricchi, e la sera del 28 giugno guadagnai a fatica un posto tra le prime file per la proiezione, molto attesa, di Dead Calm (Ore 10: calma piatta).
di Mauro Gervasini
Il dibattito sull'utilità o meno dei festival di cinema rischia di annoiare mortalmente i non addetti ai lavori. Tuttavia, intorno all'ultima Mostra del cinema di Venezia si è scatenato un tale furore giornalistico che vale la pena fare chiarezza, anche perché parliamo del settore – piccolo e residuale quanto si vuole – di un più complesso e drammatico scenario culturale. Prima di tutto: a cosa serve un festival? 1) A mostrare/scoprire nuove produzioni e relativi autori e interpreti. 2) A veicolare l'immagine di esotismo tipica della Settima arte nelle sue declinazioni più spettacolari, quindi mondanità al Lido e grandeur a Cannes. 3) A fare spogliatoio. Ovvero favorire la relazione sociale tra cinefili, fare amicizie o come direbbe Jean-Claude Izzo fare “chourmo”, gruppo.
di Dziga Cacace
181-Sulle rive dell’azzurro mare di Boris Barnet URSS 1936
Un’autentica scoperta: mi sono svegliato alle cinque del mattino per registrare Tri pesni o Lenine di Vertov (vedi la rec.#201) e invece ho trovato un fantastico film del, per me ignorante, vagamente sentito dire Boris Barnet. Girato in maniera straordinaria, il film racconta l’amore di Aliosha e dell’amico Yussuf per Masha, in un Azerbaigian fotografato in un bianco e nero nitido e brillante. Messe a fuoco selettive, controluce, carrelli, rallenti, panoramiche e giochi d’ombre per paesaggi stupefacenti e per intensissimi primi piani. Non so che dire: commovente! Sicuramente estetizzante e, bla bla, con una trama troppo esile ma, Dio, quant’è bello! Di diritto tra i miei preferiti di sempre (chissà le altre cose di Barnet, poi!). Viva il paese dei Soviet che ha saputo regalarci queste opere d’arte. (Vhs)
"In Italia c’è una piccola borghesia, e per questo c’è solo una piccola rabbia. Ma avendo avuto la Resistenza, che è stata una grande rabbia organizzata, ogni rabbia assume oggi le vesti dell’ideologia o della rivoluzione. Non esiste un’altra rabbia, non ci sono gli arrabbiati puri, i beatnik. L’arrabbiato ideale, sublime per me era Socrate." Così Pier Paolo Pasolini in un’intervista del 1963, lo stesso anno in cui uscì il film La rabbia, che accettò di girare pur se in condominio (quasi una par condicio ideologica) col viscerale anticomunista (e antiamericano) Giovannino Guareschi. Andò così: Gastone Ferranti, editore di Mondo Libero, nell’autunno del 1962 propose a Pasolini, che aveva già girato Accattone e Mamma Roma, di estrarre un film dal magma di materiali di attualità, 90.000 metri di pellicola, del rotocalco cinematografico. A materiale già girato (senza filo cronologico, avvertiva Pasolini, né forse logico, ma «seguendo le mie convinzioni politiche e il mio sentimento poetico»), il produttore decise però di affidare a Giovannino Guareschi una metà del film.

di Dziga Cacace
140-Anna di Nikita Michalkov, Russia/Francia 1995
Bella l’idea e, particolarmente, la prima parte, con un intelligente uso di immagini di repertorio. Comunque non convince appieno: Anna diventa sempre più grassa, Nikita sempre più calvo e la Russia più confusa. Resta sfumata la figura di Michalkov (ideologicamente sfuggente): condanna e giustifica un po’ tutti. Si rammarica di non imporsi alla figlia così come lo fa il Partito e in 12 anni, come ha rilevato subito anche Hilda, non si rende conto che è lui la cosa che più le manca. (Cineclub Lumière; 2/5/96)
141-Il terzo uomo di Carol Reed, Gran Bretagna/USA 1949
Mah! Vienna in rovina e un luciferino Welles valgono il film; per il resto... Da incubo il tema musicale. (Cineclub Nickelodeon, 1/5/96)

di Dziga Cacace
91-Un cuore in inverno di Claude Sautet, Francia 1992
Bello, ma di una freddezza... (Vhs)
92-2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, Gran Bretagna 1968
Drammatica visione sullo schermo mignon del Lumière. Comunque bellissimo, anche se sfuocato e mutilo. (Cineclub Lumière; 16/2/96)
di Alessandra Daniele
"I will not be pushed, filed, stamped, indexed, briefed, debriefed or numbered!"
Nel 1967 Patrick McGoohan era all’inizio di una brillante carriera di action-hero, che comprendeva una serie tv di grande successo ("Danger Man") e la proposta di interpretare James Bond, quando improvvisamente decise di abbandonarla.
Perché ? Devono averglielo chiesto parecchie volte.
«Perché l’hai fatto?»
Patrick McGoohan aveva un’ottima ragione. L’idea – elaborata con George Markenstein - per una nuova serie talmente coraggiosa, geniale e rivoluzionaria da risultare d’avanguardia ancora oggi, quarant’anni dopo.
The Prisoner, cult-serial considerato fra i vertici massimi della storia della tv, ha un incipit lineare, che diede a produttori e spettatori dell’epoca l’iniziale illusione di trovarsi davanti a una spy-story. Un uomo - presumibilmente un agente segreto – dà polemicamente le dimissioni, e viene di conseguenza rapito e imprigionato in una bizzarra comunità chiamata il Villaggio, dove sarà ossessivamente interrogato, costantemente spiato, e sottoposto a ogni sorta di coercizione, vessazione, e tortura fisica e psichica, nel tentativo di piegare la sua strenua resistenza, cancellare la sua identità, annientare la sua libertà di pensiero, e trasformarlo in un automa ubbidiente e integrato, in un numero.
Il Numero Sei.
di Alessandro Morera
Marco Müller, rendendo noto il programma della 65a Mostra del Cinema di Venezia, ha dedicato questa edizione a Youssef Chahine, uno dei cineasti più illuminati della storia del cinema, proiettando “Porta di ferro/Cairo Station” domenica 31 agosto in Sala Grande a mezzanotte.
L’egiziano Youssef Chahine (il cui ultimo film, “Il Caos”, è stato presentato a Venezia lo scorso anno) è morto a 82 anni il 27 luglio 2008, già da giugno versava in gravi condizioni a causa di un aneurisma cerebrale. Nato ad Alessandria d’Egitto, debuttò con lo straordinario “Bābā Amīn” (1950); un anno dopo, con “Il ragazzo del Nilo” (1951), fu per la prima volta invitato al Festival del Cinema di Cannes, dove diede scandalo dichiarando candidamente tanto il suo laicismo quanto la sua bisessualità. Fu però negli anni ‘70 che si affermò a livello internazionale con “Il passero” (1973), in cui attaccava l’Egitto per la sconfitta nella “guerra dei sei giorni” contro Israele: epica la sequenza finale, in cui la gente si riversa nelle strade per gridare il suo sostegno nei confronti del presidente Nasser.
di Alessandra Daniele
Com’è ormai risaputo, fra la plastica argentata e la gommapiuma della fantascienza televisiva vintage si possono trovare delle autentiche gemme.
Come l’ultimo episodio di Blake’s 7, serie inglese del ’78-'81 creata da Terry Nation, apparentemente sgangherata, che però ha il finale più bello e coraggioso mai visto in Tv, impossibile oggi persino per serie rivoluzionarie come il nuovo Galactica. In un ralenty da western crepuscolare tutti i protagonisti vengono uccisi dalle guardie della nazistoide Federazione terrestre che combattono, e il capitano, sospettato di tradimento, finisce addirittura sbudellato a pallettoni dal suo vice che poi – con un sorriso beffardo - si lascia fucilare per non arrendersi ai federali. Quando andò in onda la prima volta, lasciò i fans stravolti.
Oggi è il punto più alto del culto nato attorno alla serie.
The L Word [in onda la terza stagione su La7, ndr] è uno show che suscita scalpore: tutti ne parlano, anche chi non l'ha mai visto realmente. Alcuni critici l'hanno definito come una versione lesbo di Sex and the City. Cosa rende questo telefilm così speciale?
Il pubblico si appassiona a The L Word per diversi motivi... Per le donne, lesbiche e etero, è decisamente interessante vedere un gruppo di ragazze così belle, disinibite ed emancipate come quelle rappresentate nella serie. Ed è altrettanto stimolante per quanto riguarda la vita sentimentale e i rapporti di amicizia tra le protagoniste dello show. Poi per i gay è importante essere rappresentati all'interno della cultura pop, attraverso uno show televisivo e ottenere l'attenzione della cultura mainstream. Gli uomini etero, invece, sono inizialmente attirati dal sesso, per curiosità o voyerismo e, perché no, per imparare qualcosa sulle donne e finiscono per appassionarsi alle vicende.
di Alessandro Morera
Per facilitare la lettura del seguente articolo, riportiamo in breve la trama del film assunto come emblema del cinema di Buster Keaton: Buster è un appassionato lettore di gialli che lavora come proiezionista in un cinema. Un giorno un rivale in amore ruba l’orologio al padre della donna di cui Buster è innamorato, facendo ricadere la colpa su di lui. Buster, tornato nella sua cabina di proiezione, si addormenta e sogna di entrare nel film nei panni di Sherlock Holmes Jr. risolvendo il complicato caso di furto e salva la protagonista dei banditi. Sarà svegliato dalla ragazza che ha scoperto l’inganno del rivale: i due si abbracciano ma Buster, con il suo volto impassibile, osserva preoccupato le immagini che scorrono sullo schermo, con i protagonisti sposati e circondati da tanti banditi.
di Valerio Evangelisti (da Robot n. 54)
Non è mica facile recensire un film che ha avuto su di me l’effetto “Porta a porta”. Mi spiego. Spesso, alla sera, grazie a Rai Click e alla tv di Fastweb, mi sparo delle repliche di “Porta a Porta” e di “Ballarò”. L’effetto, su di me, è quello attribuito alla melatonina. Dopo dieci minuti cado addormentato. Ogni tanto mi risveglio, specie quando parla Giulio Tremonti, con la sua vocina acuta. Ma dura pochissimo, e mi addormento di nuovo. Mi desto del tutto alle 23,30 circa, e a quel punto o guardo qualcosa di serio, o vado a lavorare (lavoro di notte, fino alle 5,30 del mattino).
Dragon Wars ha avuto su di me un effetto analogo, visto che, durante la visione del dvd, mi sono addormentato per ben tre volte. Chiedo scusa in anticipo se la ricostruzione della trama presenterà delle lacune, corrispondenti ai momenti di abbiocco.
Arriva nelle sale di tutta Italia un film di animazione dedotto da una delle saghe più appassionanti e memorabili della storia degli "anìme" giapponesi: Ken il guerriero. Dapprima manga cartaceo (l'atto di nascita è il 1983), poi cartone animato in due serie indimenticabili, che hanno rivoluzionato le modalità dell'animazione, ora Ken è anche lungometraggio, che "Carmilla" ha visionato all'anteprima a Milano, in una serata congestionata da fan e da spettatori comuni di ogni età, alla fine della proiezione tutti entusiasti. Si tratta, esattamente come per la versione manga e quella di serial tv, di uno straordinario capolavoro di grafica, struttura narrativa, invenzione immaginifica. La supremazia della leggendaria Scuola di Hokuto è ribadita da questa pellicola imperdibile, esaltante, che mantiene intatto l'afflato epico, che fu il reale elemento distintivo delle due lunghe serie trasmesse in Italia.
di Valerio Evangelisti (da Film TV n. 25, 2008)
Alcuni anni fa, l’attore, drammaturgo e regista Robert Hossein decise di celebrare a Parigi, in una cerimonia sontuosa, l’anniversario del film di Bernard Borderie Angelica marchesa degli angeli, uscito nel 1964. Tuttavia non ritenne di invitare Michèle Mercier, l’interprete di Angelica. Ormai troppo attempata, secondo lui, e molto imbruttita rispetto a com’era stata.
A parte ogni considerazione che rischierebbe di sfociare in insulto, Robert Hossein, vecchiaccio ultraottantenne, forse crede che noi, adolescenti negli anni ’60 (e nel mio caso addirittura bambino: nel 1964 avevo dodici anni), andassimo a vedere Angelica per guardare LUI. Si disilluda: non avevamo occhi che per Michèle Mercier. Stupenda creatura, straordinaria per eleganza e richiamo erotico, per spregiudicatezza e ironia, che contribuì potentemente allo sviluppo della nostra sessualità. Quanto a Hossein, a chi interessava? Simpatico, sì, come alchimista e nobile meridionale, zoppo, gobbo e segnato da cicatrici. Ma il sentimento che prevaleva era l’invidia.
di Alessandro Morera
Dall’inizio alla metà degli anni '90 l’horror cinematografico si riversò in massa sulla meta testualità narrativa, come ben esemplificato da film di successo come Misery non deve morire di Bob Reiner e Nightmare nuovo incubo di Wes Craven, caso quest’ultimo, dove la finzione invade la realtà degli stessi autori-creatori della saga cinematografica di Freddy Krueger.
A un certo punto sembrava che il meta-cinema-horror non si sarebbe potuto spingere oltre, fino a quando nel 1995 apparve il film di John Carpenter In the mouth of madness - Il seme della follia. Sceneggiato da Michael de Luca, il film narra le vicissitudini di un investigatore assicurativo (interpretato da Sam Neill) che viene incaricato da una casa editrice di ritrovare uno scrittore di fama mondiale ‘che vende più di Stephen King’, tale Sutter Cane (Jurgen Prochnow).
di Valerio Evangelisti
[E' uscito, per le edizioni Un mondo a parte, il saggio di Paolo Zelati Il signore del male, dedicato all'opera cinematografica di John Carpenter. Quella che segue è l'introduzione al volume.]
Non si direbbe che questo saggio di Paolo Zelati sia stato in origine una tesi di laurea, sia pur rimaneggiata, tanto acute e penetranti sono le considerazioni che l’autore vi svolge. Ma forse era la materia stessa a imporlo, visto che altrettanto acuto e penetrante è il cinema di John Carpenter.
Questo regista ha avuto vari momenti di fortuna commerciale, differenziati a seconda dei continenti. Partito dalle piccole produzioni a basso costo, sembrava destinato a entrare nel circuito delle majors con film quali Christine, la macchina infernale (a mio giudizio, il suo peggiore), Starman o La Cosa (quest’ultimo tra i migliori); salvo essere, in patria, brutalmente risospinto ai margini del mercato non appena ci si accorse di quanto trasgressive e disturbanti fossero le sue intenzioni.
di Valerio Evangelisti (da Film TV)
Si era nel 1973, dunque dopo 2001 Odissea nello spazio e prima di Guerre stellari. La fantascienza era già diventata adulta: oltre al film di Kubrick c’erano stati Arancia meccanica, Solaris, la lunga epopea del pianeta delle scimmie. Nello stesso anno di Zardoz uscirono almeno altri due film interessanti: 2022: I sopravvissuti, di Richard Fleischer, e Il mondo dei robot, di Michael Chrichton. Tuttavia nessuno si sarebbe aspettato un prodotto come Zardoz. Non si apparentava né alle pellicole che lo avevano preceduto, né a quelle che lo avrebbe seguito.
Lo stile colpiva: ricco di finezze calligrafiche e di invenzioni visive (con toni di colore tendenti al verde e al diamantino), a tratti puramente delirante, a tratti favolistico, con innesti di sano realismo. Trionfo del kitsch ma anche ricco di innegabile afflato artistico, sempre stupefacente, dalla prima scena all’ultima.
di Mauro Gervasini
Esiste una verità al cinema? No, direbbe Jim Harrison: solo storie. L'ispirazione, il senso di un film (come di un libro, un disco) meglio siano magmatici e mai conformi a un'idea univoca di produzione. Di fronte alla dilagante omologazione della settima arte, ormai pratica mercantile in quasi tutto il mondo, conviene appassionarsi e difendere i titoli irrispettosi di qualunque canone, fosse anche “autoriale”. Per questo consideriamo come irrinunciabili Into the Wild di Sean Penn e I padroni della notte di James Gray, unici americani in circolazione a essere sbrindellati e saturi quindi veri, perché bulimici di vita e storie, al contrario dei troppo controllati exploit di P.T. Anderson (There Will Be Blood), che stempera il proprio talento nel gigantismo kubrickiano, e dei fratelli Coen (Non è un paese per vecchi), prigionieri di una letteraria programmaticità. Penn e Gray eccedono, sono meno perfetti, quindi non levigati, appiccicosi. Disturbanti nei pregi e commoventi nei difetti.
di Valerio Evangelisti (da Robot n. 53)
Volendo farmi del male, e riscattare con il mio sacrificio i peccati dell’umanità, ho deciso di vedere, dopo quella gran boiata de I fantastici 4, anche I fantastici 4 e Silver Surfer. Be’, devo dire che le mie intenzioni masochiste e salvifiche sono in parte andate deluse. Il secondo film è molto meglio del precedente. Più autoironico, più brioso e di una spettacolarità che, a tratti, impressiona davvero. Anche i caratteri sono meglio definiti. L’uomo che si allunga, quello di pietra, quello che brucia, la donna invisibile interagiscono brillantemente e si scambiano battute ben congegnate. E poi c’è il tristissimo Silver Surfer che – va ammesso – ha una sua solennità.
Ciò significa che il film esce dal novero delle boiate? Non esageriamo. C’è della spazzatura che si lascia guardare volentieri. Quella di Napoli, per esempio, a me piace. Sembra piena di cose interessanti, tutte da scoprire. Ecco cos’è I fantastici 4 e Silver Surfer. Spazzatura da esplorare, che non annoia. E da esplorare soprattutto per risolvere un mistero che sto per descrivere.
di Franco Pezzini
Chiunque ami il fantastico scopre, prima o poi, che qualche quartiere del proprio immaginario ha la forma fascinosa e un po’ sordida dei nebbiosi vicoli vittoriani. Che a distanza di più di un secolo l’impatto di quell’ambiente sia ancora tanto forte non stupisce nessuno: l’età vittoriana, specie degli ultimi decenni, ha rappresentato un’epoca d’oro della scrittura di genere, partorendo personaggi che per peso mitico sono in grado di rivaleggiare coi grandi eroi classici – Sherlock Holmes e Dracula, per citare solo un paio dei più noti. Su uno sfondo, oltretutto, in cui i grandi temi del nostro tempo sono già abbozzati in forma epica, dai conflitti sociali ai sogni di una paleoglobalizzazione, dai grandi dibattiti filosofici al profondo rinnovamento delle strutture istituzionali e dei media.
di Mauro Gervasini (da Film TV n.9, 2008)
[Di norma, Carmilla pubblica solo materiali inediti, oppure rielaborati. Ci possono essere eccezioni, tipo questo articolo del nostro critico cinematografico "ufficiale" Mauro Gervasini, apparso su Film TV. Purtroppo il settimanale non ha un archivio on line, e pezzi interessanti hanno vita brevissima.] (V.E.)
Diciamolo, è un gran casino. Si va al cinema senza sapere (più) cosa si guarda. Documentario o finzione? Paratelevisione o reality show? Ben tre film in circolazione ripropongono antichi dilemmi e nuove ricerche espressive: qual è lo stile migliore per catturare la realtà o almeno per restituirne l’illusione?
TUTTE LE ROSE DEL MONDO
di Giuseppe Genna
Vogliamo anche le rose, il film documentario di Alina Marazzi, va visto oggi: oggi che le conquiste di civiltà e di buonsenso vengono messe a repentaglio da un'idea astratta e catechistica e confessionale e spettacolare della vita, che poi va a ridursi ad alienazione, secondo i dettami di coloro che ritengono di tutelare proprio la vita. Nascere grazie a Ferrara, per vedere, con sindrome trisomica, lo stesso Ferrara: ecco una delle cattive tautologie che ci stanno propinando.
di Mauro Gervasini
Era in cerca di una storia esemplare, Sean Penn, che riuscisse a coniugare il proprio vitalismo politico e la propria visione del cinema, che è clinteastwoodiana per definizione, quindi una via di mezzo tra l'essenzialità di Don Siegel e la vena lirico-umanista di John Ford. Il best seller di Jan Krakauer Nelle terre estreme (edito in Italia da Corbaccio) era la sintesi ideale. Prima di tutto per la storia “di viaggio”, da sempre motivo di ispirazione del cinema e della letteratura americani. Poi per la figura del protagonista, Chris McCandless, un ragazzo che uscito dal college si lasciò alle spalle famiglia e beni materiali per attraversare con mezzi di fortuna gli Stati Uniti e poi finire la propria odissea tra le nevi dell'Alaska.
di Dziga Cacace
51-La morte e la fanciulla di Roman Polanski, USA/Francia/Gran Bretagna 1994
Trasponendo un plot dal forte impianto teatrale, Polanski finalmente convince, dopo le scialbe prove recenti. Recitato superbamente, il film è una sottile riflessione sulla violenza e sulle sue scaturigini (evvai!) in una Argentina postdittatura fredda e piovosa. Semplice ma non banale come direzione registica, il film conosce un lento e sapiente crescendo fino a un liberatorio finale. Proprio bello. (Vhs)
52-Una vita al massimo di Tony Scott, USA 1993
Inizio stentato poi una crescita lenta ma inesorabile fino a un finale che è Tarantino al 100%. Divertente e con qualche momento veramente alto: il dialogo tra Walken e Hopper o la sparatoria conclusiva. Gli si perdona l’ultima imbarazzante scena. (Vhs)
di Alessandro Morera
[La promessa dell'assassino aveva già entusiasmato il nostro redattore Mauro Gervasini (vedere qui). Altrettante lodi giungono, per vie diverse, da un altro collaboratore di Carmilla. Che quello di Cronenberg sia il vero film di Natale, per chi se ne intende?]
La vicenda di La Promessa dell’assassino prende spunto da una giovane ragazza russa che muore nel momento in cui dà alla luce una bambina in un ospedale di Londra. L’ostetrica Anna (Naomi Watts), un’inglese di padre russo, prendendo il diario della ragazza, si accorge che essa è stata violentata e maltratta. Inizia cosi una ricerca che la porta in breve tempo in contatto con una famiglia di ristoratori (in apparenza) russi, dove l’anziano proprietario, dai modi gentili e raffinati, campeggia su tutti (l’interpretazione di Armin Mueller-Stahl è di quelle che rubano la scena a tutti gli altri protagonisti), in particolare sul figlio Kirill (Vincent Cassel) e sul suo guardaspalle Nikolai (Viggo Mortensen). Nel racconto iniziale della trama ci fermiamo qui per non togliere allo spettatore il gusto di una perfetta narrazione thriller, grazie all’eccellente sceneggiatura di Steven Knight.
di Mauro Gervasini
Un diario lasciato da una ragazzina incinta morta di botte. Una bambina che ha fatto in tempo a vedere la luce. Una ostetrica di origine russa come la vittima che cerca di scoprire chi possa essere il padre, o un parente, della piccola. Un boss della mafia russa nascosto dietro la rassicurante e paciosa bonomia di un ristoratore. Il figlio debole e violento. L'autista con gli occhi del killer e un segreto incoffessabile. Non c'è molto di più nel nuovo film di David Cronenberg, La promessa dell'assassino.
In originale Eastern Promises, come se l'altra faccia di un giano bifronte ci parlasse di "promesse dell'Est" dopo che A History of Violence (il precedente titolo del cineasta canadese) si era occupato dell'Ovest, inteso come West, con archetipi di sangue annessi. E se nel film precedente era il fantasma di una natura criminale a irrompere nell'ordinary life dell'americano medio, ora avviene il contrario. Il mondo chiuso della mala è contaminato da una presenza non malvagia (anzi due, l'ostetrica e la bambina) e dalla possibilità di scegliere il bene.
di Valerio Evangelisti (da Robot n. 52)
Ci sono film che vedo e poi cerco di dimenticare, per preservare la mia mente in buone condizioni. Uno di questi è I fantastici 4. Visto prima incompleto durante una lunga trasferta aerea (e non credevo ai miei occhi), e dimenticato. Poi rivisto in dvd e dimenticato di nuovo. Rimaneva però un vago, indefinito sentore di boiata. Dato che per Robot scrivo solo critiche a film di merda, ho dovuto rivederlo una terza volta. Le mie sensazioni iniziali hanno trovato piena conferma.
Devo subito dire il lato positivo del film, direi l’unico: la graziosa Jessica Alba. Dagli extra del dvd appare stupidotta anzichenò, una specie di velina degna di Striscia la notizia. Però resta un gran bel vedere. Spero che esca prima o poi un’edizione condensata de I fantastici 4, comprendente solo le scene in cui appare lei. Tutto il resto è superfluo.
di Dziga Cacace
11-Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin, USA 1947
Cattivo come l’aglio e, allo stesso tempo, dedito al giardinaggio con amorevole cura, Monsieur Verdoux dissemina la Francia di mogli e fa secche le più ricche garantendosi così un’agiata vecchiaia. Una volta catturato e messo di fronte ai suoi crimini l’ometto procede a una autodifesa che paragona i suoi “piccoli omicidi” alle guerre scatenate dagli Stati. Al confronto, lui è un dilettante. Finale vagamente morale in un film che vuole essere grottesco ma che troppe volte è appesantito dalle gag di Chaplin. Da un’idea di Welles (che forse avrebbe trattato il soggetto con mano più felice o che, più probabilmente, non l’avrebbe finito di girare) un film osannato dalla critica mondiale. Massì, bello, ma non esageriamo. (Vhs)
di As Chianese
Si torna a riveder le stelle ancora tesi, reduci da quella macrosequenza finale, fatta di aggressioni, vetri rotti e cadaveri putrescenti, in cui si è rischiati il collasso del sistema nervoso. Il 16 Novembre, due ore dopo aver staccato il biglietto per vedere sul grande schermo Il Nascondiglio, squarci di luce improvvisa illuminano l’oscurità di una memoria avvilita dai troppi scempi passati in sala: mai negli ultimi dieci anni, e ne sono testimoni gli irriducibili del genere, si era visto un thriller nostrano che inchiodasse letteralmente alla poltrona gli spettatori.
di Franco Pezzini
[Franco Pezzini, che ci auguriamo seguiti a collaborare con Carmilla, è autore di due splendidi libri che riguardano da vicino questo sito, indovinate perché: Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampira, ed. Ananke, 2000; e Le vampire. Crimini e misfatti delle succhiasangue da Carmilla a Van Helsing, co-autrice Arianna Conti, ed. Castelvecchi, 2005.] (V.E.)
Che ogni mese un ricco flusso di horror approdi ai negozi di video è un fatto indiscutibile, e permette anche ai più distratti di sospettare quale peso simbolico assuma un tale linguaggio nell’immaginario d’occidente. Se poi non mancano pellicole di eccellente livello, anche le cosiddette “minori” richiedono caute virgolette a fronte di contenuti spesso degni di nota.
di Mauro Gervasini
[Era ora che qualcuno denunciasse le immonde boiate che Dario Argento sta propinando agli spettatori, da Suspirla - o magari, a essere molto generosi - da Inferno in poi. Film orridi e imbarazzanti, che paiono scritti e diretti da uno scolaretto, con qualche accidentale preziosismo fortuito. Alcuni imbecilli credono che, difendendo le spoglie di Argento, si difenda il film di genere. Niente affatto, lo si seppellisce. Ma lascio la parole a Gervasini. Delle Tre Madri, la prima era onesta, la seconda così così, la terza di facili costumi. Nessuna legge impone a un tizio di fare il regista, dopo ormai un ventennio di tentativi falliti. E, colto da generosità, non citerò il suo Il fantasma dellìOpera. La vergogna assoluta, se mai ve ne furono. Bruno Mattei lo avrebbe realizzato meglio.] ( V.E.)
Inutile continuare a rimuginare sull'importanza di Dario Argento nella cultura cinematografica (non solo) italiana. Basta acquistare la versione in dvd di Inferno, finalmente pubblicata dopo anni di attesa, per ricordarsi quanto sia stato uno dei principali maestri del fantastico. Ever. Però non si può parlarne che al passato. Argento non è più, e da un pezzo.
di Dziga Cacace
[Dziga Cacace è uno degli autori del programma televisivo Le Jene, e critico cinematografico del mensile Rolling Stone. Da molti anni regala agli amici una pubblicazione autoprodotta, in cui passa in rassegna i film che ha visto o rivisto, vecchi e recenti, con brevi giudizi spesso spietati. Carmilla ha deciso di proporre, con ritmo all'incirca settimanale, tutti i volumetti di Dziga Cacace, cominciando dal primo, Lo sguardo mutilo. Rispetto all'edizione originale mancano solo gli exergo, per ragioni tecniche.] (V.E.)
E la vita, la vita…
Bisogna fare un salto nel tempo: a due anni dal conseguimento della laurea raggiunsi la consapevolezza che io, l’architetto, non lo avrei mai fatto. Serviva un piano B, una via d’uscita. E cosa poteva sognare di fare un ventenne indeciso? Ovviamente il cinema. Scritto.
di Mauro Gervasini
Una dozzina di anni fa, Massimo Carlotto scoprì la nuova frontiera del noir italiano: il nordest. Fino ad allora la criminalità italiana - quella famigerata in tutto il mondo - si pensava fenomeno siciliano, calabrese o campano. Invece le indagini dell’Alligatore, detective blues con un passato galeotto, fecero capire che il ventre molle del malaffare si trovava (anche, a volte soprattutto) tra gli interstizi della “locomotiva economica” d’Italia, quella macroregione che va da Brescia a Trieste. Parliamo di libri, non di film. E nei romanzi di Carlotto i riferimenti sono tutti veri, documentati. Traffico di droga, clamorose speculazioni edilizie, smaltimento di rifiuti tossici, mafia del Brenta, con aggiunta di razzismo strisciante e sfruttamenti vari (dalla prostituzione alla manodopera in nero degli immigrati). Un’epopea culminata con un libro nero, scritto a quattro mani con Marco Videtta (sceneggiatore per il cinema) il cui titolo è tutto un programma: Nordest.
di Alessandra Daniele
[Pubblico con particolare piacere questo intervento ironico sulla trasmissione di Rai Due Voyager, un vero insulto all'intelligenza degli spettatori. Era dai tempi della ridicola autopsia sugli alieni/pupazzi di Roswell, commentata in studio con serietà dal prof. Pierluigi Baima Bollone, che la tv pubblica non scadeva, in una trasmissione pseudo-scientifica, a un livello così basso.] (V.E.)
Ogni volta che bevo una birra, mi viene voglia di versarne metà nel televisore
Philip K. Dick
La maggior parte di coloro i quali hanno una pessima opinione della letteratura fantastica in realtà non la conoscono affatto. Credono che parli di marziani guardoni e fantasmi al citofono.
Di occhiali a raggi X e Scimmie di mare.
Che spacci tragicomiche patacche, e sia un cumulo di cianfrusaglie scontate e truffaldine.
Insomma, la scambia per il programma di Rai Due 'Voyager'.

Nel periodo maggio-ottobre 2007 l'mp3 della mia
"LEZIONE SU 300" è stato scaricato all'incirca 8000 volte e fin dai primi giorni ha suscitato reazioni contrapposte.
Poco dopo la messa on line ho riletto i miei appunti sul film e, tenendo conto anche delle varie reazioni e discussioni, ho scritto un testo più approfondito, in seguito pubblicato sulla rivista di cinema e audiovisivi del Dams di Torino (
"La valle dell'Eden", anno IX, n.18, dossier su "Cinema e televisione negli Stati Uniti dopo l'11 Settembre", a cura di Giaime Alonge e Giulia Carluccio).
Poiché nel frattempo il film è uscito in DVD e sta incontrando un pubblico che non lo aveva visto in sala, mi è parso giusto tornare, il più indelicatamente possibile, su quel "luogo del delitto" che è la terra del mito tecnicizzato, e mettere a disposizione il mio saggio. Buona lettura.
di Mauro Gervasini
Un giorno, David Lewelyn Wark Griffith, inventò il cinema americano. Non sapeva neanche lui perché. Voleva infatti fare lo scrittore, e amava il Sud come solo i suoi figli sanno amarlo. Il babbo, Jacob “Roaring Jake”, era stato un eroe della Confederazione, in casa si portava rispetto a Dio e a Jesse James, the Last Rebel, e i racconti di guerra con i quali il ragazzo era cresciuto avrebbe tanto voluto scriverli, e pubblicarli. Ci provò, e gli andò male. Allora cominciò a pensare alla recitazione, anche perché le sue storie le scriveva per il teatro. Nonostante un certo fisico del ruolo, niente, fallimento completo. Qualcuno gli disse che si guadagnava bene con “l’ultima meraviglia del mondo moderno”, il cinematografo, per il quale i magnati come Edison investivano una fortuna. Griffith decise di accettare i primi lavoretti, che diventarono ben presto una specie di inarrestabile catena di montaggio, un’ossessione per un mezzo tecnico appena conosciuto e subito infiltratosi sottopelle.
Nonostante sia legittimo che non freghi a nessuno, Pamela Anderson è una mia ossesione, lo giuro. Emersa nel momento giusto per lei ma sbagliato per me, questa nutrice globale che ha fatto del seno un’icona (anzi: due), di potenza tale da superare ogni felliniana predilezione, ha avuto un effetto devastante sulla mia vita intima e credo sia tuttora una delle cause scatenanti del perenne stato di single in cui verso. A quei tempi, cioè l’era di Baywatch, il serial tv più inutile della storia (a parte Una pupa in libreria, protagonista la medesima Pamela), in quell’epoca di lucori epidermici e di superseni lucidi come se qualcuno ci avesse passato sopra il Fabello, i miei amici erano ipnotizzati dai suoi mitologici airbag carnosi, irriverenti, tridimensionali, quasi pronti a pressare lo schermo e a spaccarlo. Sorvolo sulla qualità umana dei miei amici di quell’epoca, ma è un fatto che quelle protesi naturali incantavano mezzo mondo e scatenavano l’invidia dell’altra metà.
di Valerio Evangelisti (da Robot n. 47)
Zitti zitti, quatti quatti, gli animaloni sono tornati al cinema. Quali animaloni? Quelli grandi e grossi perché sottoposti a radioattività, mutati per fini militari, rimasti sepolti in zone inaccessibili della terra o del sottosuolo. Il campionario è variopinto. Ci sono anzitutto i coccodrilli (vedi Lake Placid) gli alligatori e i caimani, bestie che al cinema abbiamo visto crescere a dismisura una quantità di volte, e dunque, c’è da presumere, particolarmente inclini al rigonfiamento. Seguono i ragni (Arachnid, Arak Attack), anch’essi storicamente soggetti a processi abnormi di dilatazione corporea. Vengono poi i pipistrelli (Bats), che, più che sulle dimensioni, fanno affidamento sul numero e sulla cattiveria. Seguono i serpentoni (Anaconda, Boa, quest’ultimo, ahimé, ancora inedito in Italia), i polipi (Octopus e Octopus II, anch’essi inediti), gli insetti di specie strana (Mimic, Mimic 2), i lucertoloni (Komodo, mai arrivato da noi forse perché il titolo, nella pronuncia italiana, dà una falsa idea del contenuto), e tutta una pletora di scarafaggi (They Crawl, visto solo in TV), bacherozzi, vespe e fauna varia (1).
di Mauro Gervasini
[Con questo intervento il nostro critico cinematografico, Mauro Gervasini, risponde all'articolo di Alessandro Morera apparso su Carmilla nei giorni scorsi.]
Il cinema italiano è il più brutto del mondo. Così scriveva Paolo Bertetto parecchi anni fa. E la situazione forse non è cambiata, al di là delle frasi a effetto. Viviamo una grave crisi creativa perché è sempre più difficile, per chiunque, registi e sceneggiatori, riuscire a raccontare una società che si è fatta magmatica e confusa, pur se terribilmente omologata. Soprattutto, sono scomparsi i produttori, intesi in senso classico, figure centrali della nostra cinematografia del dopoguerra. Figure anche rapaci e interessate al profitto, in nome del quale sapevano però accollarsi il rischio d’impresa e sfoderavano un coraggio raro, ormai. Siamo invece di fronte a una nuova generazione di executive costretti a soddisfare una sola committenza, il duopolio Rai-Mediaset, con tutti i compromessi del caso. Senza i produttori è impossibile pensare a una rinascita del cinema italiano, perché qualunque nuova idea finirà per scontrarsi con il conformismo estetico e narrativo imposto dalla Tv, ormai unico sbocco per qualunque film, anche quello più “d’autore”.
di Alessandro Morera
La “casta” cinematografica si è autoincensata chiedendo fondi pubblici attraverso il manifesto dei 100 autori che hanno lanciato l’appello in grandi teatri (come l’Ambra Jovinelli, messo ovviamente a disposizione dai loro amici, seppur la gestione Dandini lo stia portando al fallimento) o in sedi istituzionali come l’autopremio che si autoassegnano ogni anno: i David di Donatello (vinto quest’anno da Giuseppe Tornatore con La Sconosciuta, che, al di là del giudizio di merito sul film, non aveva bisogno di pubblicità per farsi conoscere dal grande pubblico, a differenza, tanto per fare un esempio, di Emanuele Crialese, che con il suo bellissimo film Nuovomondo, dal respiro internazionale, anche grazie a una sapiente sceneggiatura e alla sua forza narrativo-espressiva, ha dimostrato come anche giovani autori di cinema italiano possano rivolgersi a un pubblico internazionale).
Bernardo Bertolucci (di cui va ricordato che nel 1999 con i soldi del Signor B., allora Presidente del Consiglio, e la sua Medusa ha realizzato L’Assedio, pensando bene di non scagliarsi all’epoca contro il suo finanziatore; per non parlare dei numerosi film finanziati in precedenza dalla Pentavideo) segue la scia invocando più contributi dello Stato, suggerendo di seguire l’esempio della Francia, ottenendo una pagina intera de “La Repubblica” dell’11 giugno 2007 (con inizio dell’appello in prima pagina).
di Valerio Evangelisti (da Robot n. 50)
Sul retro del DVD Filippo Mazzarella, del Corriere della Sera, dice categorico “Un capolavoro”. E Luca Castelli, de Il Mucchio Selvaggio, rincara: “Incanta, ipnotizza, affascina e stupisce”. Per una prossima edizione del DVD, proporrei di aggiungere il mio commento: “Sarà, però non ci si capisce una mazza”.
Mi sono risolto a vedere questo film, malgrado un’istintiva diffidenza, proprio perché ne avevo sentito dire un gran bene: della pellicola e del regista, tale Kazuaki Kiriya, finora ignoto alle masse. Ora bisogna che ritrovi uno degli entusiasti, non tanto per chiedergli il motivo del suo plauso, quanto per raccomandargli un lungo periodo di riposo, lontano dallo stress del vivere quotidiano.
di Mauro Gervasini
L’horror è cambiato in meglio o in peggio? Alla domanda, chi scrive – ex fanatico amante del genere – risponde senza esitare: in peggio. Anche per colpa dei padri: Scream di Wes Craven ha negli anni '90 spalancato la porta al postmoderno sterile e compulsivo. Solo metahorror, citazione, gioco dell’oca tra rimandi più o meno riconoscibili dallo spettatore, senza più un personaggio degno di questo nome, una drammaturgia, un mostro che si faccia ricordare. Anzi, l’unico mostro è diventato il meccanismo d’interazione tra chi guarda e il film, con quest’ultimo che replica se stesso attraverso il riferimento a un precedente simile e poi a un altro, e a un altro ancora.
di Mauro Gervasini
L’accoglienza del nuovo film di Quentin Tarantino Death Proof, segmento espanso del dittico Grindhouse uscito con l’episodio di Robert Rodriguez Planet Terror solo negli Stati Uniti, dimostra quanto il giornalismo cinematografico sia schiavo del marketing. Siccome l’operazione è stata venduta come una decalcomania del cinema di serie B o C, quello low budget proiettato nei cinemini periferici (le grindhouse, appunto), tutti, specie i critici, si sono fatti bastare l’informazione e hanno ripetuto quest’unico concetto. Death Proof sarebbe quindi il solito pastiche del regista di Kill Bill: una lunga citazione che tritura (to grind…) titoli, autori, colonne sonore. Insomma: niente di nuovo sotto il sole. Anzi - si è detto e scritto - l’ex enfant prodige continua ad avere un certo talento ma deve crescere, i suoi divertissement cinefili hanno stufato, non se ne può più. Fin qui la pubblicistica istituzionale più qualche critico militante e snob che sceglie la via più facile perché Quentin è troppo cool e troppo cazzone per piacere (ancora) ai piani alti.
di Mauro Gervasini
Le vite degli altri e The Good Shepherd - L'ombra del potere. Due film che in modi differenti riflettono sul medesimo tema: lo spionaggio. Non solo inteso come pratica di un apparato organizzato (Stasi, Cia) ma come funzionalizzazione di un sistema delatorio e mistificatore che ha la stessa finalità sia in un regime totalitario (la DDR di Le vite degli altri) sia in uno capitalistico-democratico (gli Usa di The Good Shepherd). Vale a dire il mantenimento dell'ordine costituito e del potere di chi ne gestisce il controllo.
Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmark racconta la storia di un alto funzionario della Stasi, Wiesler, chiamato a spiare un drammaturgo apparentemente organico al regime, Dreyman, in realtà molto invidiato dal ministro della cultura che vorrebbe toglierlo di mezzo per poi dedicarsi alla sua prim'attrice, nonché amante, Christa-Maria Sieland.
[Questo articolo narrativo è stato pubblicato sull'ultimo numero di Vanity Fair, in relazione all'uscita nelle sale italiane del film Un ponte per Terabithia, un fantasy prodotto dalle stesse major che hanno realizzato le Cronache di Narnia. gg]
Aprile 1981: l’anno in cui Alfredino tinse di nero atrabiliare l’intera nazione. Io ho undici anni, sono all’angolo tra via Etruschi e viale Molise, a Milano. Via Etruschi non è una via: è un dotto biliare, un colon disumano. Le case popolari – popolate invero da piccioni postatomici e unti, oltre che da drop out e criminali e pazienti psichiatrici – sono enormi condilomi architettonici.
di Alessandro Morera
In periodo un nel quale sembra che la scuola in Italia sia completamente esplosa tra professoressine disegnate dai quotidiani come le figure del pecoreccio all’italiana anni ‘70 e ragazzi precocemente cresciuti nel seguire le orme dei personaggi dello spettacolo televisivo e del gossip italiota, sarebbe appropriato andare al cinema per vedere un film come Notes on a scandale – Diario di uno scandalo del regista inglese Richard Eyre, già direttore del 'Royal National Theatre' dal 1988 al 1997: uno dei più bravi cineasti a mantenere sullo schermo la tensione attoriale tipica del teatro e nello stesso tempo capace di raccontare con efficace linearità dei bellissimi adattamenti letterari, infondendo alla struttura narrativa un crescendo drammatico tipico dell’arte cinematografica. Un regista praticamente sottovalutato in Italia (nonostante il suo esordio nella regia cinematografica risalga al 1983 con il bellissimo The Plughman’s lunch - L’ambizione di James Penfield).
di Mauro Gervasini
Conversazione in treno tra due ragazze e un ragazzo, probabilmente studenti. Commentano la puntata di una trasmissione Tv intitolata Il bivio, andata in onda la sera prima. Una di loro sintetizza la vicenda sotto i riflettori: una ragazza subisce l’abuso di un parente in tenera età, poi crescendo diventa una campionessa di kickboxing («Come la tipa di Million Dollar Baby» è il commento della narratrice). I ragazzi si domandano con una certa malizia dove stia “il bivio” in questa storia. Si presuppone che se la fanciulla in questione avesse preso una strada invece di un'altra avrebbe avuto un destino diverso.
di Mauro Gervasini
Il cinema italiano subisce da sempre due ipoteche. La prima è quella neorealista: solo la rappresentazione (almeno in apparenza) realistica del contesto ha valore. La seconda, conseguenza della prima, è il senso di colpa nei confronti della commedia, genere nel quale, sullo schermo e nella vita, primeggiamo da sempre. Siccome solo il realismo è buono, per anni l'intellighenzia nostrana, con il suo fardello ideologico appresso, ha snobbato e ferocemente criticato tutto ciò che veniva considerato "popolare", da Totò a Poveri ma belli e addirittura, scopriamo oggi, Lo sceicco bianco di Federico Fellini, forse perché parlava di fotoromanzi. Se per tutto il secolo scorso è stata la prima ipoteca a contribuire pesantemente all'involuzione del nostro cinema, ora è giunto il momento di preoccuparsi della seconda.
La narrazione come gioco di prestigio
di Federica Manzon
[Proponiamo questo intervento sul film di Nolan, dopo che se ne è già animatamente
discusso su Lipperatura. The Prestige sembra interrogare snodi fondamentali di un mutamento di retorica della narrazione, così come già avvenuto con Lost, che esorbitano dal prodotto cinematografico e televisivo, e interrogano l'opera letteraria e l'idea stessa del narrare. ATTENZIONE: SPOILER - Si consiglia vivamente chi ancora non ha assistito alla proiezione di The Prestige di non leggere questo intervento]
Ad attrarre in The Prestige è il doppio gioco del prestigio, condotto e tenuto fino alla fine, che incastra la struttura narrativa con la trama, secondo una necessità illusionistica dichiarata già dalla prima scena. Cutter, anziano assistente di scena, spiega a una bambina, che si saprà poi essere figlia di uno dei due protagonisti, le fasi di un trucco: la promessa, la svolta, il prestigio. La sequenza nel film però non è mai rigidamente rispettata: nell’attimo in cui il prestigio scende dal palcoscenico e investe la storia intera tutti i momenti si duplicano e vanno a crearsi punti di svolta che mettono irrimediabilmente in crisi la promessa iniziale. Si inserisce poi, mescolandosi, quello che doveva essere un elemento esterno alla messa in scena: il segreto.
di Mauro Gervasini

Due riflessioni sulle polemiche successive all'uscita del nuovo film di Mel Gibson, Apocalypto. La prima riguarda l'ipocrisia di chi ha invocato la censura. Come è stato fatto notare, una società che sciorina nei Tg di prima serata le fasi di un'impiccagione o mostra senza problemi uomini e donne che lavano ettolitri di sangue da strade martoriate da autobombe e kamikaze, dovrebbe solo tacere per pudore. Oltretutto la violenza del film di Gibson, senz'altro compiaciuta, è contestualizzata in un intreccio narrativo che impedisce di subirla passivamente. Lo strazio di un corpo distrattamente visto tra un bicchiere di vino e una forchettata di pasta davanti al piccolo schermo fa parte di un flusso di immagini alle quali è facile assuefarsi, mentre il sacrificio umano di un personaggio cinematografico nei confronti del quale è maturata una certa empatia costringe a elaborare anche la brutalità (della) messa in scena.
di Mauro Gervasini

[Con questo articolo inizia la sua collaborazione regolare a Carmilla, dopo vari interventi isolati, Mauro Gervasini, critico cinematografico per Film TV, Duel e altre testate, autore del volume Cinema poliziesco francese (ed. Le Mani, 2003) e di monografie su George Romero e Walter Hill, conduttore della rubrica Zoe su Radio Popolare. Il 2007 di Carmilla si apre con un team di collaboratori tra i più compatti della Rete.] (V.E.)
Dal primo romanzo di Ian Fleming, scritto nel 1953 in piena Guerra fredda, al Casino Royale cinematografico del 2006. In mezzo ci sono stati altri 20 film e l'evoluzione di un mito senza pari, come tale quasi sempre uguale a se stesso salvo le necessarie improvvisazioni dovute alle stagioni e agli interpreti.
Per i dieci anni dalla scomparsa di Lucio Fulci (1927-1996)
di As Chianese

Strani destini, quasi burle, quelli delle “dipartite” dei nostri artigiani della celluloide. Quegli inossidabili stakanovisti del cinema popolare che, terminate lunghissime carriere vissute in modo “estremo”, in quello zoo dalle parvenze di una casbah chiamato Cinecittà: dopo anni a sbraitare contro produttori avvoltoi, ammansire ferine commissioni di censura, far guaire attori cani, girando su piccoli set con carrelli ricavati da sedie per disabili e (cosa indispensabile) portare sempre a casa la giornaliera razione di pane e burro; se ne sono andati in sordina così come magari in quell’affollato bazar c’erano entrati, con la solita gavetta da assistente volontario o segretario d’edizione. Dimenticati e bistrattati, ma sempre a braccetto con ben più coccolati e pagati colleghi stranieri.
di Alessandro Morera
FlashBack Settembre 2003:
Nel 2003, Marco Bellocchio presenta a Venezia Buongiorno Notte (un titolo bruttissimo per tutti coloro che, come Patti Smith, amano la notte: per tutti coloro che vivono la notte l’ossimoro giusto risulta esattamente ribaltato e cioè, Buonanotte Giorno): candidato dalla classe politica del paese, dai (re)censori cinematografici attivi sui quotidiani nazionali e sulle tv a vincere il Leone d’Oro. La giuria, essendo indipendente poiché composta da cineasti, attori, direttori di festival internazionali, critici e teorici affermatisi in tutto il mondo, assegna il premio per il miglior film a Il Ritorno, la bellissima opera cinematografica del russo Andrei Zvyagintsev.
Uno degli eventi che, mercé gli impegni di giuria per la sezione Orizzonti, mi ero perso alla Mostra del Cinema di Venezia è stato l'ultimo film di Stephen Frears, The Queen. Celebratissimo sui quotidiani (italiani) a partire dal giorno successivo alla proiezione e dato per scontato vincitore dai cronisti (italiani) fino all'ultimo, questo ibrido tra soap-opera e melodramma gay su quanto è bella e imperscrutabile Mamma sembrava sbaragliare tutto e tutti, il che era vero: l'ho visionato ierisera e ne sono rimasto sbaragliato. Sono incredulo, passata 'a nuttata: Frears, regista di (passato) notevolissimo impegno politico, si dedica a magnificare le sorti progressive di un premier che è stato la versione maschile della Thatcher e anche peggio, mentre simpatizza con la signora coronata sulla quale tutto c'è da dire tranne che le imbarazzanti e tremule decisioni nei giorni postmortem di Diana. Ridicola pellicola. Occasione persa per dire cosa sia davvero la Corona inglese nel mondo - non solo nel Regno Unito.
Ci può dire qualcosa sul fenomeno Twin Peaks che ancora è presente in tutto il mondo.
David Linch: Non c'è una ragione logica per il successo così grande di Twin Peaks, ma così è stato. Molte serie TV hanno avuto fama, con tanti fans e club che continuano a esistere anche dopo dieci anni.
Ha intenzione di tornare a fare qualcosa per la TV?
David Linch: No, non ho nessun intenzione di tornare in TV.
Ci può spiegare la presenza dei conigli nel film?
David Linch: No, non posso spiegarlo.
di Valerio Evangelisti
(da Robot n. 46)
Ho sempre avuto un grande rispetto per Michael Crichton. Non ho letto tutto quello che ha scritto, ma ciò che ho letto mi è sempre parso avvincente e ben documentato, talora persino anticonformista. Notevole anche la sua dimestichezza con i temi propri della fantascienza, sebbene non possa essere confuso con gli scrittori specializzati in SF, per stile e per varietà di interessi.
Notevole pure lo stretto rapporto con il cinema che Crichton coltiva. Ottimo regista in proprio (vedi Coma profondo), Crichton ha visto i propri romanzi tradotti in film un’infinità di volte. I risultati sono stati spesso eccellenti (Andromeda di Robert Wise), altrettanto spesso buoni (Sol Levante), talvolta discreti (Jurassic Park, Sfera), solo di rado molto inferiori al romanzo da cui erano tratti (Congo).
di Tekla Taidelli
[Fuorivena è il primo lungometraggio della regista Tekla Taidelli. Cliccate qui per immergervi nel bellissimo sito ufficiale, ricchissimo di news e materiali audiovideo, dal quale abbiamo "rubato" le motivazioni del film e la bio di Tekla. gg]
Questo progetto nasce dall'esigenza di mettere a nudo il mondo della droga e della dipendenza, un campo minato nel quale molti altri artisti o presunti tali hanno rischiato di ferirsi, deturpati da deflagrazioni di banalità e approssimazioni d’ogni genere. Pensare che tutti i drogati siano uguali è una facile generalizzazione in cui possono incappare in molti, dalla casalinga frustrata al medico della mutua, un luogo comune riduttivo che evade le complesse dinamiche di un fenomeno che abbraccia oggi giorno praticamente ogni strato sociale. Le modalità di assunzione delle cosidette sostanze stupefacienti sono talmente tante e varie che aggraparsi al pregiudizio che solo quelli che lo mostrano esternamente con orecchini, capelli colorati o vestiti appariscenti o che facciano una vita “fuori” dalle cossiddette rotaie (fuori dalla vena) siano tossici è una generalizzazione che lascia il tempo che trova, un percorso bigotto che incontra fin troppo spazio nei media e nelle conversazioni da bar.
di Matteo Boscarol
Gioco della mente, mente che gioca, giochi di mente, gioco de-mente. Queste sembrerebbero essere le definizioni più appriopriate per descrivere in qualche modo l`incredibile, folle Mind game, film d`animazione giapponese realizzato dalla casa di produzione indipendente STUDIO 4°C, che fra l`altro ha curato le animazioni di Steam Boy di Otomo e il progetto d`animazione legato a Matrix , Animatrix. Uscito nelle sale nipponiche nell`estate del 2004 e adesso commercializzato in dvd con annesse interessanti interviste agli autori, il film è qualcosa di assolutamente unico anche nel pur così variegato mondo dell`anime giapponese. E` un game appunto, un giocare prima di tutto con gli stili, con il concetto stesso di animazione, uno straripare di immagini e di idee: a momenti di pura surrealtà di sapore quasi toporiano, si alternano scene brevissime di una tristezza e di una caducità tutta giappponese.
di Valerio Evangelisti (da Robot n. 45)

Se dovessi elencare, in ordine sparso, i miei film di fantascienza preferiti, citerei Brazil, Alien, Gattaca, Dark City, Cube, Matrix, Blade Runner, Il 13° piano e qualche decina d’altri, inclusi i classici di George Pal, Roger Corman, Jack Arnold e Byron Haskin. Ma se mi fosse chiesto di citare il vertice assoluto, per quanto riguarda il rapporto costi / rendimenti, non avrei dubbi: Signs, ecco il capolavoro.
Si sa che una struttura sintattica tipica del cinema è l’elisione: segmenti di narrazione che nella pagina scritta dovrebbero essere esposti per intero, nel cinema (e in parte anche nel fumetto) possono venire sostituiti da brevi scene che condensano la totalità della vicenda in atto.
di Valerio Evangelisti

Si è svolta la settimana scorsa a Bologna un'importante manifestazione intitolata Le parole dello schermo - Festival internazionale di letteratura e cinema, promossa dall'Assessorato alla Cultura e dalla Cineteca di Bologna. Nel suo ambito, Valerio Evangelisti era incaricato di organizzare una maratona cinematografica notturna - Una notte a Ginevra - che ha avuto luogo venerdì 1 luglio, da mezzanotte alle otto del mattino. Riportiamo la presentazione dell'evento, contenuta nel catalogo del festival.
La notte del 16 giugno 1816, a Villa Diodati presso Ginevra, Lord Byron, Percy Shelley, la moglie di questi Mary, Claire Clairmont (matrigna di Mary e amante di Byron), il dottor J.W. Polidori (segretario di Byron, dopo esserlo stato di Vittorio Alfieri), si sfidarono a concepire prima dell’alba un racconto dalle tinte soprannaturali.
di Giulio Gargia
[da L'Articolo, diretto da Stefano Porro]
Il regista serbo Emir Kusturica, vincitore due volte della Palma d’oro a Cannes, realizzerà un film-documentario sulla vita di Diego Armando Maradona. Lo rivela il quotidiano di Belgrado, Vecernje Novosti. Secondo il giornale sarebbe stato lo stesso Maradona a scegliere il regista e le riprese dovrebbero iniziare il 18 marzo a Buenos Aires, in occasione del compleanno della figlia di Maradona, per poi spostarsi a Napoli, Barcellona e Cuba. «Si tratterà di un film la cui concezione sarà abbastanza complicata. Userò molto materiale di repertorio, ma non quello che hanno scritto i giornali. L’idea -ha spiegato Kusturica - è quella di mettere in luce la volontà di Maradona di stabilire una armonia all’interno della sua famiglia. La mia intenzione è quella di trovare e mettere in risalto, nei prossimi cinque mesi, la vera personalità di Maradona», ha aggiunto il regista.
Origini, ragioni storiche e capisaldi del cinema “polizziottesco” italiano
di As Chianese
“…Mi ci romperò la testa… disse a voce alta”. Sciascia, Il Giorno della Civetta
Il commissario Sarti è stanco, si guarda attorno fuori dai finestrini con circospezione ed è nervoso… cosa che lui sa essere solo un’ aggravante per la delicata situazione che si stà trovando a vivere, per questo sporco mestiere che aveva scelto di fare. Nell’auto, al suo fianco, c’è un giovane altresì nervoso, ma per diversi motivi. Dovrà fare la spia a uno sbirro e questo non gli stà bene, è maledettamente difficile riuscire a lavorare adesso in questo paese, tutti hanno paura di tutto e tutti non vogliono passare per “infami” anche quando li si paga profumatamente. Ma la fame, la miseria e la rabbia sono più forti dell’omertà, della paura ed il ragazzo parla, il commissario tira un sospiro di sollievo poggiando finalmente meglio la schiena sul sedile perché, grazie a quelle informazioni su Brescianelli e la banda dei marsigliesi, lo spettro di ritornare confinato in Sardegna scompare immediatamente, e si fa più vicino il momento in cu potrà riportare la piccola e malata Camilla tra le braccia della madre.
di Vittorio Curtoni
[prefazione a Il grande cinema di fantascienza: aspettando il monolito nero (1902-1967), di Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo, Michele Tetro, pubblicato da Gremese Editore]
Signori, questa volta si viaggia a ritroso: nel volume precedente gli autori ci trasportavano dal 1968 all'oggi, adesso invece ci accompagnano fino alle origini stesse del cinema fantascientifico. Un percorso ispido di incontri pericolosi, con creature che grondano sangue e voglia di distruzione: siamo spesso Sul sentiero dei mostri, per citare un antico esemplare di cinema giurassico. Anche se, ovviamente, non di sole creatures si nutrono tanti anni di filmografia. Un dato interessante è che diversi dei film più significativi dei decenni trattati in queste pagine provengono dalla fantascienza scritta: è il caso ad esempio di Il pianeta proibito, La guerra dei mondi, Il dottor Stranamore, e molti altri.
Che cosa abbiano trovato in Donnie Darko i milioni di cultori di questo fu flop dei botteghini è difficile e facile a dirsi. Donnie Darko è la creatura di Richard Kelly che, nel 2001, incassò pochissimo ed ebbe breve vita nelle sale americane. Trascinato, tuttavia, da un crescente e autentico fenomeno di adorazione di massa sotterranea, ora Donnie Darko riesce in superficie. I suoi fan, che assommano il peggio della cinefilia intellettualoide di mezzo pianeta e una vasta schiera di idioti zeppati, parlano come capolavoro a proposito della pellicola interpretata da Drew Barrymore, Patrick Swayze, Mary Mc Donnell e dal giovane protagonista Jake Gyllenhaal. Si tratta di un mélange che esalta gli anni Ottanta, investendoli di quell'aura improbabile e paraconfettosa che ha fatto il successo di altri "capolavori", da American Beauty a Vanilla Sky a Magnolia.
Apocalisse e new age a intensità ridotte, ucronie e viaggi nel tempo, un po' di horror tra Halloween e Scream, strizzatine d'occhio alle soap d'ambientazione college, spruzzate del Notorius degli Arcadia (praticamente, i Duran Duran), un po' di Famiglia Keaton e Happiness: dalla defunta "contaminazione dei generi" si è passati direttamente alla contaminazione da generi, con un prodotto ad alta radioattività intellettuale: attenti a esporre il cerebro.
A Milano, il festival/concorso cinematografico FILMMAKER DOC 9 ha premiato un documentario sul quale vale davvero la pena informarsi. La sezione di concorso internazionale per film e video su 'lavoro e temi sociali' è stata infatti vinta da FASINPAT - Fabbrica Senza Padronedi Daniele Incalcaterra [nella foto]. Ecco la scheda del film. Nella provincia di Neuquèn, nella Patagonia Argentina, una fabbrica di ceramiche, la Zanon, che aveva prosperato durante gli anni della dittatura e del governo Menem, minacciava di licenziare la metà dei suoi operai per evitare la chiusura definitiva dovuta alla crisi imperante. Alla fine del 2001 gli operai non accettarono di negoziare i licenziamenti e occuparono la fabbrica. Da allora la Zanon sta producendo guidata dai suoi operai. Utilizzando solo il 15% della sua capacità produttiva questi hanno saputo creare nuovi posti di lavoro per i disoccupati e tutti guadagnano un salario di 800 pesos. Ovviamente questa situazione non piace al potere politico che sta cercando di eliminare questo tipo di esperienze. In Argentina ci sono circa 100 fabbriche che stanno seguendo l'esempio di lotta degli operai della Zanon. La vicenda è raccontata direttamente dagli stessi protagonisti.
Nostalgia e bisogno di normalità nell’America nemmeno “troppo profonda” del cinema anni ‘90
di Gioacchino Toni
Un giorno di ordinaria follia
Dopo la riconferma di George W. Bush alla guida degli Stati Uniti d’America - e relativa indigestione di sondaggi, exit pool e percentuali varie -, come sempre avviene dopo una tornata elettorale, si assiste al proliferare di analisi del voto più o meno approfondite. Ecco allora che ricompare lo spettro (dimenticato fino al giorno precedente l’evento inspiegabile) dell’America profonda, vera e propria spina dorsale della società statunitense. Quando nel Vecchio Continente si hanno difficoltà nel comprendere avvenimenti concernenti la società nordamericana – realtà assai più sconosciuta agli europei di quanto questi siano disposti ad ammettere – ecco che rispunta lo spettro dell’America profonda.
E' una coproduzione italiana anche il nuovo film di Danis Tanovic, il regista premio Oscar di No man's land. Si tratta di L'enfer (L'inferno), un capitolo della trilogia Paradiso, Inferno, Purgatorio che il regista polacco Krzysztof Kieslowski stava scrivendo prima della sua morte improvvisa, come sempre insieme al collaboratore Krzysztof Piesiewicz.
La pellicola racconta la vita di tre sorelle - Sophie, Céline e Anne - che hanno avuto l'infanzia segnata da una violenta tragedia familiare. Ormai adulte, ciascuna vive la propria vita fin quando la comparsa di un uomo rappresenterà l'occasione per riavvicinarsi e accettare il proprio difficile passato.
di Dario Zonta
Esce in Italia con due anni di ritardo Hero, il primo film di «cappa e spada» del regista cinese Zhang Yimou. Il suo nome è legato a film intensi, bellissimi e impegnativi, come Lanterne rosse e La storia di Qiu Ju (tutti variamente premiati in festival internazionali). Ora si confronta con il genere dei generi in terra d'Oriente: il cappa e spada appunto, o «wuxiapian». Qualcuno aveva detto che un regista non è un regista se non affronta prima o poi il film d’azione con coreografici duelli sul fil di lana. Zhang Yimou deve aver sentito l’avvertimento perché dopo Hero ha sfornato subito un altro «wuxia» film, La foresta dei pugnali volanti, presentato fuori concorso all'ultima edizione di Cannes e prescelto dalla Cina per l'Oscar straniero.
di Giuseppe Genna
Di quale abbondanza si pasce oggi l'America? Abbondanza di neoconservatori, reazionari, leghisti texani, folli paranoici? Oppure di movimenti che elaborano alternative visioni del mondo, sentimenti di comunitarismo coraggioso, coraggio nell'affrontare gli stolidi giorni neri che il presente (e un regime) riservano loro? O, ancora, l'America abbonda di povertà, di devastazioni sanitarie e abitative, di deflazione in stile preargentino, di homeless e disperati d'ogni razza e specie, di solitudine psichiatrica e di carcasse umane? Abbonda di ricordi tragici, dal Vietnam alle Torri Gemelle, passando per il reaganismo e la dinastia Bush? Forse, addirittura, abbonda di sguardo: uno sguardo svuotato, estenuato, privo ormai di pregiudizio per esaurimento delle energie, una sorta di eden muto riconquistato per sfinimento... E, certo, abbonda di spazio e di visione.
Sono queste le complesse abbondanze che fanno dell'America di Land of plenty, nell'obbiettivo di Wim Wenders, una terra che dispensa al tempo stesso aggressione e pacificazione, menzogna e inesausta ricerca di verità.
di Silvia Bizio Dal tramonto all’alba, tutto in una notte sulle strade di Los Angeles. Un taxi e il suo guidatore, quasi come De Niro in Taxi Driver: stavolta però l’autista è Jamie Foxx, attore nero che proviene dalla comicità. Nel suo sguardo c’è tutta l’apatia per il suo lavoro, ma si scuote quando nello specchietto retrovisore vede salire l’ultimo avventore della giornata: Tom Cruise con una pistola in mano, i capelli grigi come il metallo di una Colt e la faccia stanca ma concentrata di chi ha visto di tutto, fatto di tutto. Stavolta, e per la prima volta, Cruise è cattivo per davvero. Con il thriller Collateral, del regista Michael Mann (uscito in Usa il 6 agosto), è giunto anche per lui il momento di interpretare un criminale: Vincent, sicario ingaggiato da un’organizzazione malavitosa per eliminare una serie di persone finite su una lista nera.
"La guerra dei mondi" di Wells per Cruise e Spielberg. "X-Men": il terzo e quarto episodio. "La guida galattica" va su grande schermo.
di Roberto Taddeucci
Il progetto, già noto, da parte di Tom Cruise di una nuova versione del classico di H.G. Wells “La guerra dei mondi” ha subito una svolta decisiva con l’ingresso a sorpresa di Steven Spielberg. La notizia è stata confermata dal portavoce di Spielberg, Martin Levy. Cruise e la sua partner in affari Paula Wagner avevano già un accordo con la Paramount Pictures, che ne detiene i diritti. Adesso con un regista di serie A come Spielberg seduto sulla sedia di regista Tom Cruise stesso pare definitivamente coinvolto nel progetto non solo come produttore ma anche come protagonista. Del resto con un cognome come Cruise chi meglio di lui può figurare in film di guerra tra terrestri e marziani invasori? David Koepp, lo sceneggiatore di “Jurassic Park” e “Mission Impossibile”, rimaneggerà la prima stesura del copione, approntata da Josh Friedman.

Nel giugno del 1972 il ventiseienne David Lynch, studente del prestigioso Center for Advanced Film Studies di Los Angeles, aveva dato inizio alla lavorazione di un progetto cinematografico che lo avrebbe impegnato per ben cinque anni. A vederlo oggi, Eraserhead, primo lungometraggio di Lynch, sembrerebbe che sia stato girato in poche giornate. Pochi ambienti, pochi attori, pochi dialoghi, una troupe composta di pochissimi elementi, un regista che all'attivo aveva soltanto quattro cortometraggi (Six Figures e The Alphabet, entrambi del 1967, poi The Grandmother, del 1970 e The Amputee, realizzato nel ‘74 durante le riprese del film). In realtà in tutti gli ottantacinque minuti della sua durata, si riscontra in Eraserhead una coerenza e una continuità interne che lasciano intuire che, a dispetto dell'apparente mancanza di senso nel plot, ci sia alla base qualche cosa di profondamente personale.
Vorrei formulare un appello a tutti i lettori di Carmilla che, disinteressati all'Europeo o dotati di coscienza civile ed estetica, il 24 e il 25 giugno avessero voglia di assistere a una delle rare opere d'arte trasmesse dalla tv. Su RaiTre, alle 21.00, va in onda in quei giorni L'uomo dell'argine, il film di Gilberto Squizzato su don Primo Mazzolari, straordinaria figura di prete resistente. Avendolo recensito qui, mi permetto di pubblicare su Carmilla un'intervista a Squizzato, a cui segue una notevole scheda. [gg]
di Dario Zonta
È della settimana scorsa un film americano (The day after tomorrow) di magniloquente catastrofismo e di sagace intelligenza sui temi dell’eco-ambientalismo e sue conseguenze globali. Un film di intrattenimento che, tra un effetto speciale e l’altro, fa riflettere sui temi massimalisti del destino dell’uomo e della sua specie. È di oggi, invece, la risposta europea e d’autore a quel catastrofismo americano: Il tempo dei lupi dell’austriaco Michael Haneke. Film durissimo e impietoso che immagina il comportamento di un gruppo di esseri umani costretto alla sopravvivenza da un innominato e non spiegato cataclisma. Già il titolo anticipa la soluzione: quest’umanità, occidentale, colta e civilizzata si trasforma di colpo in un branco di lupi quando defraudata repentinamente di ogni sicurezza e benessere.
di Davide Verazzani
[da sedicinoni]
"Fame chimica" rischia di passare alla storia quasi solo per la particolarità del progetto produttivo; nasce infatti nel 1997 come fiction documentaria, impostata dai due registi per raccontare, attraverso interviste ai ragazzi della Barona, i cambiamenti in atto in uno dei quartieri più disagiati di Milano, e cresce poi, dopo il sostegno di Filmaker, fino a raggiungere la dignità di lungometraggio di fiction, attraverso una forma particolare di associazione fra i partecipanti al progetto che, caso unico in Italia (almeno a livello "ufficiale"), fa sì che ognuno sia proprietario del film per una parte corrispondente alla quota versata per creare la Cooperativa Gagarin, che per l'appunto produce la pellicola. Sarebbe però un peccato che ci si dimenticasse del suo valore intrinseco, già peraltro consacrato da un'acclamata proiezione a Venezia nella sezione Nuovi Territori e dalla partecipazione ad alcuni importanti festival europei.
di Luca Masali
Qual è la differenza tra la Guerra di Troia e una rissa da osteria? Nessuna, risponde senza esitazioni l’esecrabile Wolfgang Petersen, regista del più indigesto peplum mai confezionato a memoria d’uomo. Pur di dimostrare il becero assunto, il regista spoglia Iliade e Odissea di ogni contenuto favolistico, epico e divino per lasciare quello che a lui deve essere sembrato l’aspetto sostanziale: i cazzotti, appunto. Quelli non mancano davvero. Tanti e noiosi. Far duellare Ettore (Eric Bana) e Achille a colpi di katana giapponese e mossette di kung-fu, droga preferita del cinema americano dai tempi di Matrix, dev’essere essere sembrato eccessivo pure al Petersen. Che però non è riuscito inventarsi niente per sostituire i latrati cinesi seguiti dalle coreografiche sventole, così abbiamo un Achille (Brad Pitt pompato) che fa zompi come quelli di Kabir Bedi nei telefilm di Sandokan, perfetti per il ruolo di completo imbecille che la sceneggiatura gli ha cucito addosso.
Malinconia, ricordi e immagini con la musica di Ennio Morricone
di As Chianese
Non mi sembra neppure ieri di averla sentita, ne ho ancora un residuo, una minima traccia, nei neuroni… era musica dura. Musica che magari non riusciva nemmeno a starci tutta nella memoria, 400 e passa colonne sonore non sono poche da ricordare, eppure sempre con la stessa qualità, con la stessa durezza, la musica del maestro romano Ennio Morricone (1928) mi porta ancora oggi nei ricordi: è la sferzata del vento dell’west sulla faccia sporca del pistolero solitario, sulla soglia del tempo.
di Giuseppe Genna
Ha vinto, e se lo è meritato anzitutto per le qualità artistiche espresse nel suo Fahrenheit 9/11, ma non vanno sottovalutate le motivazioni politiche che hanno condotto il ciccione dei sogni, Michael Moore, sul podio più alto del Festival di Cannes. Fa specie, leggendo gli articoli dei supposti critici italiani, questa disgiunzione nel giudizio tra impegno politico e riuscita artistica. Come da anni dimostra la letteratura di genere, anche e soprattutto qui da noi nel Belpaese, non è possibile che un'autentica opera artistica se ne strafotta della vocazione politica, la quale è quintessenziale al suo essere pensata e al suo necessario farsi (quand'è necessario - altrimenti non parliamo nemmeno di arte). E il fatto che quello di Moore non sia un prodotto fiction, bensì un documentario, conferma che è la prospettiva di genere, ancora una volta un genere considerato minoritario, a investire la realtà con pensiero, passione, brivido che esprime verità.
di Luca Masali
Nel 1952, il Che ventenne, alla viglia della laurea in medicina, attraversò il Cono Sud, il continente sudamericano, con l’amico Alberto Granado. Un viaggio descritto nel libro Un diario per un viaggio in motocicletta (Feltrinelli) e trasformato in un film dal titolo un po’ meno pedissequo (I diari della motocicletta) dal regista brasiliano Walter Salles.
Otto mesi, più di diecimila chilometri tra le Ande e il Rio delle Amazzoni, partendo dall’Argentina e passando per ì il Cile, il Perù, la Colombia fino a Caracas, la capitale del Venezuela: due amici e una scassatissima moto, La Poderosa, che morirà tristemente da qualche parte del Cile, appiedando il futuro Che (Gael García Bernal) e il povero Granado (Rodrigo De la Serna).
di Alberto Cassani
[da CineFile.biz]
Dracula, il mostro di Frankenstein e l'uomo lupo sono tre dei più noti personaggi dell'orrore letterario. Tutti e tre hanno avuto svariate versioni cinematografiche, spesso di successo. In più di un'occasione si erano anche ritrovati nello stesso film (come nei due "Dracula contro Frankenstein" di Al Adamson e Jesus Franco, o nella "House of Frankenstein" del '44). Questa volta occupano tutti e tre lo stesso schermo, grazie ad uno Stephen Sommers che pare voler continuare a tutti i costi l'opera di 'rifondazione' degli archetipi del nostro immaginario collettivo dopo il successo (non certo di critica) ottenuto dalla saga della Mummia, e prima ancora dalle sue rivisitazioni del mondo di Tom Sawyer e del Libro della Giugla. Evidentemente, il suo eccesso di presunzione è pari solo alla sua mancanza di capacità registiche.




di 


