di Mauro Gervasini
Esiste una verità al cinema? No, direbbe Jim Harrison: solo storie. L'ispirazione, il senso di un film (come di un libro, un disco) meglio siano magmatici e mai conformi a un'idea univoca di produzione. Di fronte alla dilagante omologazione della settima arte, ormai pratica mercantile in quasi tutto il mondo, conviene appassionarsi e difendere i titoli irrispettosi di qualunque canone, fosse anche “autoriale”. Per questo consideriamo come irrinunciabili Into the Wild di Sean Penn e I padroni della notte di James Gray, unici americani in circolazione a essere sbrindellati e saturi quindi veri, perché bulimici di vita e storie, al contrario dei troppo controllati exploit di P.T. Anderson (There Will Be Blood), che stempera il proprio talento nel gigantismo kubrickiano, e dei fratelli Coen (Non è un paese per vecchi), prigionieri di una letteraria programmaticità. Penn e Gray eccedono, sono meno perfetti, quindi non levigati, appiccicosi. Disturbanti nei pregi e commoventi nei difetti.
di Valerio Evangelisti (da Robot n. 53)
Volendo farmi del male, e riscattare con il mio sacrificio i peccati dell’umanità, ho deciso di vedere, dopo quella gran boiata de I fantastici 4, anche I fantastici 4 e Silver Surfer. Be’, devo dire che le mie intenzioni masochiste e salvifiche sono in parte andate deluse. Il secondo film è molto meglio del precedente. Più autoironico, più brioso e di una spettacolarità che, a tratti, impressiona davvero. Anche i caratteri sono meglio definiti. L’uomo che si allunga, quello di pietra, quello che brucia, la donna invisibile interagiscono brillantemente e si scambiano battute ben congegnate. E poi c’è il tristissimo Silver Surfer che – va ammesso – ha una sua solennità.
Ciò significa che il film esce dal novero delle boiate? Non esageriamo. C’è della spazzatura che si lascia guardare volentieri. Quella di Napoli, per esempio, a me piace. Sembra piena di cose interessanti, tutte da scoprire. Ecco cos’è I fantastici 4 e Silver Surfer. Spazzatura da esplorare, che non annoia. E da esplorare soprattutto per risolvere un mistero che sto per descrivere.
di Franco Pezzini
Chiunque ami il fantastico scopre, prima o poi, che qualche quartiere del proprio immaginario ha la forma fascinosa e un po’ sordida dei nebbiosi vicoli vittoriani. Che a distanza di più di un secolo l’impatto di quell’ambiente sia ancora tanto forte non stupisce nessuno: l’età vittoriana, specie degli ultimi decenni, ha rappresentato un’epoca d’oro della scrittura di genere, partorendo personaggi che per peso mitico sono in grado di rivaleggiare coi grandi eroi classici – Sherlock Holmes e Dracula, per citare solo un paio dei più noti. Su uno sfondo, oltretutto, in cui i grandi temi del nostro tempo sono già abbozzati in forma epica, dai conflitti sociali ai sogni di una paleoglobalizzazione, dai grandi dibattiti filosofici al profondo rinnovamento delle strutture istituzionali e dei media.
di Mauro Gervasini (da Film TV n.9, 2008)
[Di norma, Carmilla pubblica solo materiali inediti, oppure rielaborati. Ci possono essere eccezioni, tipo questo articolo del nostro critico cinematografico "ufficiale" Mauro Gervasini, apparso su Film TV. Purtroppo il settimanale non ha un archivio on line, e pezzi interessanti hanno vita brevissima.] (V.E.)
Diciamolo, è un gran casino. Si va al cinema senza sapere (più) cosa si guarda. Documentario o finzione? Paratelevisione o reality show? Ben tre film in circolazione ripropongono antichi dilemmi e nuove ricerche espressive: qual è lo stile migliore per catturare la realtà o almeno per restituirne l’illusione?
TUTTE LE ROSE DEL MONDO
di Giuseppe Genna
Vogliamo anche le rose, il film documentario di Alina Marazzi, va visto oggi: oggi che le conquiste di civiltà e di buonsenso vengono messe a repentaglio da un'idea astratta e catechistica e confessionale e spettacolare della vita, che poi va a ridursi ad alienazione, secondo i dettami di coloro che ritengono di tutelare proprio la vita. Nascere grazie a Ferrara, per vedere, con sindrome trisomica, lo stesso Ferrara: ecco una delle cattive tautologie che ci stanno propinando.
di Mauro Gervasini
Era in cerca di una storia esemplare, Sean Penn, che riuscisse a coniugare il proprio vitalismo politico e la propria visione del cinema, che è clinteastwoodiana per definizione, quindi una via di mezzo tra l'essenzialità di Don Siegel e la vena lirico-umanista di John Ford. Il best seller di Jan Krakauer Nelle terre estreme (edito in Italia da Corbaccio) era la sintesi ideale. Prima di tutto per la storia “di viaggio”, da sempre motivo di ispirazione del cinema e della letteratura americani. Poi per la figura del protagonista, Chris McCandless, un ragazzo che uscito dal college si lasciò alle spalle famiglia e beni materiali per attraversare con mezzi di fortuna gli Stati Uniti e poi finire la propria odissea tra le nevi dell'Alaska.
di Dziga Cacace
51-La morte e la fanciulla di Roman Polanski, USA/Francia/Gran Bretagna 1994
Trasponendo un plot dal forte impianto teatrale, Polanski finalmente convince, dopo le scialbe prove recenti. Recitato superbamente, il film è una sottile riflessione sulla violenza e sulle sue scaturigini (evvai!) in una Argentina postdittatura fredda e piovosa. Semplice ma non banale come direzione registica, il film conosce un lento e sapiente crescendo fino a un liberatorio finale. Proprio bello. (Vhs)
52-Una vita al massimo di Tony Scott, USA 1993
Inizio stentato poi una crescita lenta ma inesorabile fino a un finale che è Tarantino al 100%. Divertente e con qualche momento veramente alto: il dialogo tra Walken e Hopper o la sparatoria conclusiva. Gli si perdona l’ultima imbarazzante scena. (Vhs)
di Alessandro Morera
[La promessa dell'assassino aveva già entusiasmato il nostro redattore Mauro Gervasini (vedere qui). Altrettante lodi giungono, per vie diverse, da un altro collaboratore di Carmilla. Che quello di Cronenberg sia il vero film di Natale, per chi se ne intende?]
La vicenda di La Promessa dell’assassino prende spunto da una giovane ragazza russa che muore nel momento in cui dà alla luce una bambina in un ospedale di Londra. L’ostetrica Anna (Naomi Watts), un’inglese di padre russo, prendendo il diario della ragazza, si accorge che essa è stata violentata e maltratta. Inizia cosi una ricerca che la porta in breve tempo in contatto con una famiglia di ristoratori (in apparenza) russi, dove l’anziano proprietario, dai modi gentili e raffinati, campeggia su tutti (l’interpretazione di Armin Mueller-Stahl è di quelle che rubano la scena a tutti gli altri protagonisti), in particolare sul figlio Kirill (Vincent Cassel) e sul suo guardaspalle Nikolai (Viggo Mortensen). Nel racconto iniziale della trama ci fermiamo qui per non togliere allo spettatore il gusto di una perfetta narrazione thriller, grazie all’eccellente sceneggiatura di Steven Knight.
di Mauro Gervasini
Un diario lasciato da una ragazzina incinta morta di botte. Una bambina che ha fatto in tempo a vedere la luce. Una ostetrica di origine russa come la vittima che cerca di scoprire chi possa essere il padre, o un parente, della piccola. Un boss della mafia russa nascosto dietro la rassicurante e paciosa bonomia di un ristoratore. Il figlio debole e violento. L'autista con gli occhi del killer e un segreto incoffessabile. Non c'è molto di più nel nuovo film di David Cronenberg, La promessa dell'assassino.
In originale Eastern Promises, come se l'altra faccia di un giano bifronte ci parlasse di "promesse dell'Est" dopo che A History of Violence (il precedente titolo del cineasta canadese) si era occupato dell'Ovest, inteso come West, con archetipi di sangue annessi. E se nel film precedente era il fantasma di una natura criminale a irrompere nell'ordinary life dell'americano medio, ora avviene il contrario. Il mondo chiuso della mala è contaminato da una presenza non malvagia (anzi due, l'ostetrica e la bambina) e dalla possibilità di scegliere il bene.
di Valerio Evangelisti (da Robot n. 52)
Ci sono film che vedo e poi cerco di dimenticare, per preservare la mia mente in buone condizioni. Uno di questi è I fantastici 4. Visto prima incompleto durante una lunga trasferta aerea (e non credevo ai miei occhi), e dimenticato. Poi rivisto in dvd e dimenticato di nuovo. Rimaneva però un vago, indefinito sentore di boiata. Dato che per Robot scrivo solo critiche a film di merda, ho dovuto rivederlo una terza volta. Le mie sensazioni iniziali hanno trovato piena conferma.
Devo subito dire il lato positivo del film, direi l’unico: la graziosa Jessica Alba. Dagli extra del dvd appare stupidotta anzichenò, una specie di velina degna di Striscia la notizia. Però resta un gran bel vedere. Spero che esca prima o poi un’edizione condensata de I fantastici 4, comprendente solo le scene in cui appare lei. Tutto il resto è superfluo.
di Dziga Cacace
11-Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin, USA 1947
Cattivo come l’aglio e, allo stesso tempo, dedito al giardinaggio con amorevole cura, Monsieur Verdoux dissemina la Francia di mogli e fa secche le più ricche garantendosi così un’agiata vecchiaia. Una volta catturato e messo di fronte ai suoi crimini l’ometto procede a una autodifesa che paragona i suoi “piccoli omicidi” alle guerre scatenate dagli Stati. Al confronto, lui è un dilettante. Finale vagamente morale in un film che vuole essere grottesco ma che troppe volte è appesantito dalle gag di Chaplin. Da un’idea di Welles (che forse avrebbe trattato il soggetto con mano più felice o che, più probabilmente, non l’avrebbe finito di girare) un film osannato dalla critica mondiale. Massì, bello, ma non esageriamo. (Vhs)
di As Chianese
Si torna a riveder le stelle ancora tesi, reduci da quella macrosequenza finale, fatta di aggressioni, vetri rotti e cadaveri putrescenti, in cui si è rischiati il collasso del sistema nervoso. Il 16 Novembre, due ore dopo aver staccato il biglietto per vedere sul grande schermo Il Nascondiglio, squarci di luce improvvisa illuminano l’oscurità di una memoria avvilita dai troppi scempi passati in sala: mai negli ultimi dieci anni, e ne sono testimoni gli irriducibili del genere, si era visto un thriller nostrano che inchiodasse letteralmente alla poltrona gli spettatori.
di Franco Pezzini
[Franco Pezzini, che ci auguriamo seguiti a collaborare con Carmilla, è autore di due splendidi libri che riguardano da vicino questo sito, indovinate perché: Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampira, ed. Ananke, 2000; e Le vampire. Crimini e misfatti delle succhiasangue da Carmilla a Van Helsing, co-autrice Arianna Conti, ed. Castelvecchi, 2005.] (V.E.)
Che ogni mese un ricco flusso di horror approdi ai negozi di video è un fatto indiscutibile, e permette anche ai più distratti di sospettare quale peso simbolico assuma un tale linguaggio nell’immaginario d’occidente. Se poi non mancano pellicole di eccellente livello, anche le cosiddette “minori” richiedono caute virgolette a fronte di contenuti spesso degni di nota.
di Mauro Gervasini
[Era ora che qualcuno denunciasse le immonde boiate che Dario Argento sta propinando agli spettatori, da Suspirla - o magari, a essere molto generosi - da Inferno in poi. Film orridi e imbarazzanti, che paiono scritti e diretti da uno scolaretto, con qualche accidentale preziosismo fortuito. Alcuni imbecilli credono che, difendendo le spoglie di Argento, si difenda il film di genere. Niente affatto, lo si seppellisce. Ma lascio la parole a Gervasini. Delle Tre Madri, la prima era onesta, la seconda così così, la terza di facili costumi. Nessuna legge impone a un tizio di fare il regista, dopo ormai un ventennio di tentativi falliti. E, colto da generosità, non citerò il suo Il fantasma dellìOpera. La vergogna assoluta, se mai ve ne furono. Bruno Mattei lo avrebbe realizzato meglio.] ( V.E.)
Inutile continuare a rimuginare sull'importanza di Dario Argento nella cultura cinematografica (non solo) italiana. Basta acquistare la versione in dvd di Inferno, finalmente pubblicata dopo anni di attesa, per ricordarsi quanto sia stato uno dei principali maestri del fantastico. Ever. Però non si può parlarne che al passato. Argento non è più, e da un pezzo.
di Dziga Cacace
[Dziga Cacace è uno degli autori del programma televisivo Le Jene, e critico cinematografico del mensile Rolling Stone. Da molti anni regala agli amici una pubblicazione autoprodotta, in cui passa in rassegna i film che ha visto o rivisto, vecchi e recenti, con brevi giudizi spesso spietati. Carmilla ha deciso di proporre, con ritmo all'incirca settimanale, tutti i volumetti di Dziga Cacace, cominciando dal primo, Lo sguardo mutilo. Rispetto all'edizione originale mancano solo gli exergo, per ragioni tecniche.] (V.E.)
E la vita, la vita…
Bisogna fare un salto nel tempo: a due anni dal conseguimento della laurea raggiunsi la consapevolezza che io, l’architetto, non lo avrei mai fatto. Serviva un piano B, una via d’uscita. E cosa poteva sognare di fare un ventenne indeciso? Ovviamente il cinema. Scritto.
di Mauro Gervasini
Una dozzina di anni fa, Massimo Carlotto scoprì la nuova frontiera del noir italiano: il nordest. Fino ad allora la criminalità italiana - quella famigerata in tutto il mondo - si pensava fenomeno siciliano, calabrese o campano. Invece le indagini dell’Alligatore, detective blues con un passato galeotto, fecero capire che il ventre molle del malaffare si trovava (anche, a volte soprattutto) tra gli interstizi della “locomotiva economica” d’Italia, quella macroregione che va da Brescia a Trieste. Parliamo di libri, non di film. E nei romanzi di Carlotto i riferimenti sono tutti veri, documentati. Traffico di droga, clamorose speculazioni edilizie, smaltimento di rifiuti tossici, mafia del Brenta, con aggiunta di razzismo strisciante e sfruttamenti vari (dalla prostituzione alla manodopera in nero degli immigrati). Un’epopea culminata con un libro nero, scritto a quattro mani con Marco Videtta (sceneggiatore per il cinema) il cui titolo è tutto un programma: Nordest.

Nel periodo maggio-ottobre 2007 l'mp3 della mia
"LEZIONE SU 300" è stato scaricato all'incirca 8000 volte e fin dai primi giorni ha suscitato reazioni contrapposte.
Poco dopo la messa on line ho riletto i miei appunti sul film e, tenendo conto anche delle varie reazioni e discussioni, ho scritto un testo più approfondito, in seguito pubblicato sulla rivista di cinema e audiovisivi del Dams di Torino (
"La valle dell'Eden", anno IX, n.18, dossier su "Cinema e televisione negli Stati Uniti dopo l'11 Settembre", a cura di Giaime Alonge e Giulia Carluccio).
Poiché nel frattempo il film è uscito in DVD e sta incontrando un pubblico che non lo aveva visto in sala, mi è parso giusto tornare, il più indelicatamente possibile, su quel "luogo del delitto" che è la terra del mito tecnicizzato, e mettere a disposizione il mio saggio. Buona lettura.
di Mauro Gervasini
Un giorno, David Lewelyn Wark Griffith, inventò il cinema americano. Non sapeva neanche lui perché. Voleva infatti fare lo scrittore, e amava il Sud come solo i suoi figli sanno amarlo. Il babbo, Jacob “Roaring Jake”, era stato un eroe della Confederazione, in casa si portava rispetto a Dio e a Jesse James, the Last Rebel, e i racconti di guerra con i quali il ragazzo era cresciuto avrebbe tanto voluto scriverli, e pubblicarli. Ci provò, e gli andò male. Allora cominciò a pensare alla recitazione, anche perché le sue storie le scriveva per il teatro. Nonostante un certo fisico del ruolo, niente, fallimento completo. Qualcuno gli disse che si guadagnava bene con “l’ultima meraviglia del mondo moderno”, il cinematografo, per il quale i magnati come Edison investivano una fortuna. Griffith decise di accettare i primi lavoretti, che diventarono ben presto una specie di inarrestabile catena di montaggio, un’ossessione per un mezzo tecnico appena conosciuto e subito infiltratosi sottopelle.
Nonostante sia legittimo che non freghi a nessuno, Pamela Anderson è una mia ossesione, lo giuro. Emersa nel momento giusto per lei ma sbagliato per me, questa nutrice globale che ha fatto del seno un’icona (anzi: due), di potenza tale da superare ogni felliniana predilezione, ha avuto un effetto devastante sulla mia vita intima e credo sia tuttora una delle cause scatenanti del perenne stato di single in cui verso. A quei tempi, cioè l’era di Baywatch, il serial tv più inutile della storia (a parte Una pupa in libreria, protagonista la medesima Pamela), in quell’epoca di lucori epidermici e di superseni lucidi come se qualcuno ci avesse passato sopra il Fabello, i miei amici erano ipnotizzati dai suoi mitologici airbag carnosi, irriverenti, tridimensionali, quasi pronti a pressare lo schermo e a spaccarlo. Sorvolo sulla qualità umana dei miei amici di quell’epoca, ma è un fatto che quelle protesi naturali incantavano mezzo mondo e scatenavano l’invidia dell’altra metà.
di Valerio Evangelisti (da Robot n. 47)
Zitti zitti, quatti quatti, gli animaloni sono tornati al cinema. Quali animaloni? Quelli grandi e grossi perché sottoposti a radioattività, mutati per fini militari, rimasti sepolti in zone inaccessibili della terra o del sottosuolo. Il campionario è variopinto. Ci sono anzitutto i coccodrilli (vedi Lake Placid) gli alligatori e i caimani, bestie che al cinema abbiamo visto crescere a dismisura una quantità di volte, e dunque, c’è da presumere, particolarmente inclini al rigonfiamento. Seguono i ragni (Arachnid, Arak Attack), anch’essi storicamente soggetti a processi abnormi di dilatazione corporea. Vengono poi i pipistrelli (Bats), che, più che sulle dimensioni, fanno affidamento sul numero e sulla cattiveria. Seguono i serpentoni (Anaconda, Boa, quest’ultimo, ahimé, ancora inedito in Italia), i polipi (Octopus e Octopus II, anch’essi inediti), gli insetti di specie strana (Mimic, Mimic 2), i lucertoloni (Komodo, mai arrivato da noi forse perché il titolo, nella pronuncia italiana, dà una falsa idea del contenuto), e tutta una pletora di scarafaggi (They Crawl, visto solo in TV), bacherozzi, vespe e fauna varia (1).
di Mauro Gervasini
[Con questo intervento il nostro critico cinematografico, Mauro Gervasini, risponde all'articolo di Alessandro Morera apparso su Carmilla nei giorni scorsi.]
Il cinema italiano è il più brutto del mondo. Così scriveva Paolo Bertetto parecchi anni fa. E la situazione forse non è cambiata, al di là delle frasi a effetto. Viviamo una grave crisi creativa perché è sempre più difficile, per chiunque, registi e sceneggiatori, riuscire a raccontare una società che si è fatta magmatica e confusa, pur se terribilmente omologata. Soprattutto, sono scomparsi i produttori, intesi in senso classico, figure centrali della nostra cinematografia del dopoguerra. Figure anche rapaci e interessate al profitto, in nome del quale sapevano però accollarsi il rischio d’impresa e sfoderavano un coraggio raro, ormai. Siamo invece di fronte a una nuova generazione di executive costretti a soddisfare una sola committenza, il duopolio Rai-Mediaset, con tutti i compromessi del caso. Senza i produttori è impossibile pensare a una rinascita del cinema italiano, perché qualunque nuova idea finirà per scontrarsi con il conformismo estetico e narrativo imposto dalla Tv, ormai unico sbocco per qualunque film, anche quello più “d’autore”.
di Alessandro Morera
La “casta” cinematografica si è autoincensata chiedendo fondi pubblici attraverso il manifesto dei 100 autori che hanno lanciato l’appello in grandi teatri (come l’Ambra Jovinelli, messo ovviamente a disposizione dai loro amici, seppur la gestione Dandini lo stia portando al fallimento) o in sedi istituzionali come l’autopremio che si autoassegnano ogni anno: i David di Donatello (vinto quest’anno da Giuseppe Tornatore con La Sconosciuta, che, al di là del giudizio di merito sul film, non aveva bisogno di pubblicità per farsi conoscere dal grande pubblico, a differenza, tanto per fare un esempio, di Emanuele Crialese, che con il suo bellissimo film Nuovomondo, dal respiro internazionale, anche grazie a una sapiente sceneggiatura e alla sua forza narrativo-espressiva, ha dimostrato come anche giovani autori di cinema italiano possano rivolgersi a un pubblico internazionale).
Bernardo Bertolucci (di cui va ricordato che nel 1999 con i soldi del Signor B., allora Presidente del Consiglio, e la sua Medusa ha realizzato L’Assedio, pensando bene di non scagliarsi all’epoca contro il suo finanziatore; per non parlare dei numerosi film finanziati in precedenza dalla Pentavideo) segue la scia invocando più contributi dello Stato, suggerendo di seguire l’esempio della Francia, ottenendo una pagina intera de “La Repubblica” dell’11 giugno 2007 (con inizio dell’appello in prima pagina).
di Valerio Evangelisti (da Robot n. 50)
Sul retro del DVD Filippo Mazzarella, del Corriere della Sera, dice categorico “Un capolavoro”. E Luca Castelli, de Il Mucchio Selvaggio, rincara: “Incanta, ipnotizza, affascina e stupisce”. Per una prossima edizione del DVD, proporrei di aggiungere il mio commento: “Sarà, però non ci si capisce una mazza”.
Mi sono risolto a vedere questo film, malgrado un’istintiva diffidenza, proprio perché ne avevo sentito dire un gran bene: della pellicola e del regista, tale Kazuaki Kiriya, finora ignoto alle masse. Ora bisogna che ritrovi uno degli entusiasti, non tanto per chiedergli il motivo del suo plauso, quanto per raccomandargli un lungo periodo di riposo, lontano dallo stress del vivere quotidiano.
di Mauro Gervasini
L’horror è cambiato in meglio o in peggio? Alla domanda, chi scrive – ex fanatico amante del genere – risponde senza esitare: in peggio. Anche per colpa dei padri: Scream di Wes Craven ha negli anni '90 spalancato la porta al postmoderno sterile e compulsivo. Solo metahorror, citazione, gioco dell’oca tra rimandi più o meno riconoscibili dallo spettatore, senza più un personaggio degno di questo nome, una drammaturgia, un mostro che si faccia ricordare. Anzi, l’unico mostro è diventato il meccanismo d’interazione tra chi guarda e il film, con quest’ultimo che replica se stesso attraverso il riferimento a un precedente simile e poi a un altro, e a un altro ancora.
di Mauro Gervasini
L’accoglienza del nuovo film di Quentin Tarantino Death Proof, segmento espanso del dittico Grindhouse uscito con l’episodio di Robert Rodriguez Planet Terror solo negli Stati Uniti, dimostra quanto il giornalismo cinematografico sia schiavo del marketing. Siccome l’operazione è stata venduta come una decalcomania del cinema di serie B o C, quello low budget proiettato nei cinemini periferici (le grindhouse, appunto), tutti, specie i critici, si sono fatti bastare l’informazione e hanno ripetuto quest’unico concetto. Death Proof sarebbe quindi il solito pastiche del regista di Kill Bill: una lunga citazione che tritura (to grind…) titoli, autori, colonne sonore. Insomma: niente di nuovo sotto il sole. Anzi - si è detto e scritto - l’ex enfant prodige continua ad avere un certo talento ma deve crescere, i suoi divertissement cinefili hanno stufato, non se ne può più. Fin qui la pubblicistica istituzionale più qualche critico militante e snob che sceglie la via più facile perché Quentin è troppo cool e troppo cazzone per piacere (ancora) ai piani alti.
di Mauro Gervasini
Le vite degli altri e The Good Shepherd - L'ombra del potere. Due film che in modi differenti riflettono sul medesimo tema: lo spionaggio. Non solo inteso come pratica di un apparato organizzato (Stasi, Cia) ma come funzionalizzazione di un sistema delatorio e mistificatore che ha la stessa finalità sia in un regime totalitario (la DDR di Le vite degli altri) sia in uno capitalistico-democratico (gli Usa di The Good Shepherd). Vale a dire il mantenimento dell'ordine costituito e del potere di chi ne gestisce il controllo.
Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmark racconta la storia di un alto funzionario della Stasi, Wiesler, chiamato a spiare un drammaturgo apparentemente organico al regime, Dreyman, in realtà molto invidiato dal ministro della cultura che vorrebbe toglierlo di mezzo per poi dedicarsi alla sua prim'attrice, nonché amante, Christa-Maria Sieland.
[Questo articolo narrativo è stato pubblicato sull'ultimo numero di Vanity Fair, in relazione all'uscita nelle sale italiane del film Un ponte per Terabithia, un fantasy prodotto dalle stesse major che hanno realizzato le Cronache di Narnia. gg]
Aprile 1981: l’anno in cui Alfredino tinse di nero atrabiliare l’intera nazione. Io ho undici anni, sono all’angolo tra via Etruschi e viale Molise, a Milano. Via Etruschi non è una via: è un dotto biliare, un colon disumano. Le case popolari – popolate invero da piccioni postatomici e unti, oltre che da drop out e criminali e pazienti psichiatrici – sono enormi condilomi architettonici.
di Alessandro Morera
In periodo un nel quale sembra che la scuola in Italia sia completamente esplosa tra professoressine disegnate dai quotidiani come le figure del pecoreccio all’italiana anni ‘70 e ragazzi precocemente cresciuti nel seguire le orme dei personaggi dello spettacolo televisivo e del gossip italiota, sarebbe appropriato andare al cinema per vedere un film come Notes on a scandale – Diario di uno scandalo del regista inglese Richard Eyre, già direttore del 'Royal National Theatre' dal 1988 al 1997: uno dei più bravi cineasti a mantenere sullo schermo la tensione attoriale tipica del teatro e nello stesso tempo capace di raccontare con efficace linearità dei bellissimi adattamenti letterari, infondendo alla struttura narrativa un crescendo drammatico tipico dell’arte cinematografica. Un regista praticamente sottovalutato in Italia (nonostante il suo esordio nella regia cinematografica risalga al 1983 con il bellissimo The Plughman’s lunch - L’ambizione di James Penfield).
di Mauro Gervasini
Conversazione in treno tra due ragazze e un ragazzo, probabilmente studenti. Commentano la puntata di una trasmissione Tv intitolata Il bivio, andata in onda la sera prima. Una di loro sintetizza la vicenda sotto i riflettori: una ragazza subisce l’abuso di un parente in tenera età, poi crescendo diventa una campionessa di kickboxing («Come la tipa di Million Dollar Baby» è il commento della narratrice). I ragazzi si domandano con una certa malizia dove stia “il bivio” in questa storia. Si presuppone che se la fanciulla in questione avesse preso una strada invece di un'altra avrebbe avuto un destino diverso.
di Mauro Gervasini
Il cinema italiano subisce da sempre due ipoteche. La prima è quella neorealista: solo la rappresentazione (almeno in apparenza) realistica del contesto ha valore. La seconda, conseguenza della prima, è il senso di colpa nei confronti della commedia, genere nel quale, sullo schermo e nella vita, primeggiamo da sempre. Siccome solo il realismo è buono, per anni l'intellighenzia nostrana, con il suo fardello ideologico appresso, ha snobbato e ferocemente criticato tutto ciò che veniva considerato "popolare", da Totò a Poveri ma belli e addirittura, scopriamo oggi, Lo sceicco bianco di Federico Fellini, forse perché parlava di fotoromanzi. Se per tutto il secolo scorso è stata la prima ipoteca a contribuire pesantemente all'involuzione del nostro cinema, ora è giunto il momento di preoccuparsi della seconda.
La narrazione come gioco di prestigio
di Federica Manzon
[Proponiamo questo intervento sul film di Nolan, dopo che se ne è già animatamente
discusso su Lipperatura. The Prestige sembra interrogare snodi fondamentali di un mutamento di retorica della narrazione, così come già avvenuto con Lost, che esorbitano dal prodotto cinematografico e televisivo, e interrogano l'opera letteraria e l'idea stessa del narrare. ATTENZIONE: SPOILER - Si consiglia vivamente chi ancora non ha assistito alla proiezione di The Prestige di non leggere questo intervento]
Ad attrarre in The Prestige è il doppio gioco del prestigio, condotto e tenuto fino alla fine, che incastra la struttura narrativa con la trama, secondo una necessità illusionistica dichiarata già dalla prima scena. Cutter, anziano assistente di scena, spiega a una bambina, che si saprà poi essere figlia di uno dei due protagonisti, le fasi di un trucco: la promessa, la svolta, il prestigio. La sequenza nel film però non è mai rigidamente rispettata: nell’attimo in cui il prestigio scende dal palcoscenico e investe la storia intera tutti i momenti si duplicano e vanno a crearsi punti di svolta che mettono irrimediabilmente in crisi la promessa iniziale. Si inserisce poi, mescolandosi, quello che doveva essere un elemento esterno alla messa in scena: il segreto.
di Mauro Gervasini

Due riflessioni sulle polemiche successive all'uscita del nuovo film di Mel Gibson, Apocalypto. La prima riguarda l'ipocrisia di chi ha invocato la censura. Come è stato fatto notare, una società che sciorina nei Tg di prima serata le fasi di un'impiccagione o mostra senza problemi uomini e donne che lavano ettolitri di sangue da strade martoriate da autobombe e kamikaze, dovrebbe solo tacere per pudore. Oltretutto la violenza del film di Gibson, senz'altro compiaciuta, è contestualizzata in un intreccio narrativo che impedisce di subirla passivamente. Lo strazio di un corpo distrattamente visto tra un bicchiere di vino e una forchettata di pasta davanti al piccolo schermo fa parte di un flusso di immagini alle quali è facile assuefarsi, mentre il sacrificio umano di un personaggio cinematografico nei confronti del quale è maturata una certa empatia costringe a elaborare anche la brutalità (della) messa in scena.
di Mauro Gervasini

[Con questo articolo inizia la sua collaborazione regolare a Carmilla, dopo vari interventi isolati, Mauro Gervasini, critico cinematografico per Film TV, Duel e altre testate, autore del volume Cinema poliziesco francese (ed. Le Mani, 2003) e di monografie su George Romero e Walter Hill, conduttore della rubrica Zoe su Radio Popolare. Il 2007 di Carmilla si apre con un team di collaboratori tra i più compatti della Rete.] (V.E.)
Dal primo romanzo di Ian Fleming, scritto nel 1953 in piena Guerra fredda, al Casino Royale cinematografico del 2006. In mezzo ci sono stati altri 20 film e l'evoluzione di un mito senza pari, come tale quasi sempre uguale a se stesso salvo le necessarie improvvisazioni dovute alle stagioni e agli interpreti.
Per i dieci anni dalla scomparsa di Lucio Fulci (1927-1996)
di As Chianese

Strani destini, quasi burle, quelli delle “dipartite” dei nostri artigiani della celluloide. Quegli inossidabili stakanovisti del cinema popolare che, terminate lunghissime carriere vissute in modo “estremo”, in quello zoo dalle parvenze di una casbah chiamato Cinecittà: dopo anni a sbraitare contro produttori avvoltoi, ammansire ferine commissioni di censura, far guaire attori cani, girando su piccoli set con carrelli ricavati da sedie per disabili e (cosa indispensabile) portare sempre a casa la giornaliera razione di pane e burro; se ne sono andati in sordina così come magari in quell’affollato bazar c’erano entrati, con la solita gavetta da assistente volontario o segretario d’edizione. Dimenticati e bistrattati, ma sempre a braccetto con ben più coccolati e pagati colleghi stranieri.
di Alessandro Morera
FlashBack Settembre 2003:
Nel 2003, Marco Bellocchio presenta a Venezia Buongiorno Notte (un titolo bruttissimo per tutti coloro che, come Patti Smith, amano la notte: per tutti coloro che vivono la notte l’ossimoro giusto risulta esattamente ribaltato e cioè, Buonanotte Giorno): candidato dalla classe politica del paese, dai (re)censori cinematografici attivi sui quotidiani nazionali e sulle tv a vincere il Leone d’Oro. La giuria, essendo indipendente poiché composta da cineasti, attori, direttori di festival internazionali, critici e teorici affermatisi in tutto il mondo, assegna il premio per il miglior film a Il Ritorno, la bellissima opera cinematografica del russo Andrei Zvyagintsev.
Uno degli eventi che, mercé gli impegni di giuria per la sezione Orizzonti, mi ero perso alla Mostra del Cinema di Venezia è stato l'ultimo film di Stephen Frears, The Queen. Celebratissimo sui quotidiani (italiani) a partire dal giorno successivo alla proiezione e dato per scontato vincitore dai cronisti (italiani) fino all'ultimo, questo ibrido tra soap-opera e melodramma gay su quanto è bella e imperscrutabile Mamma sembrava sbaragliare tutto e tutti, il che era vero: l'ho visionato ierisera e ne sono rimasto sbaragliato. Sono incredulo, passata 'a nuttata: Frears, regista di (passato) notevolissimo impegno politico, si dedica a magnificare le sorti progressive di un premier che è stato la versione maschile della Thatcher e anche peggio, mentre simpatizza con la signora coronata sulla quale tutto c'è da dire tranne che le imbarazzanti e tremule decisioni nei giorni postmortem di Diana. Ridicola pellicola. Occasione persa per dire cosa sia davvero la Corona inglese nel mondo - non solo nel Regno Unito.
Ci può dire qualcosa sul fenomeno Twin Peaks che ancora è presente in tutto il mondo.
David Linch: Non c'è una ragione logica per il successo così grande di Twin Peaks, ma così è stato. Molte serie TV hanno avuto fama, con tanti fans e club che continuano a esistere anche dopo dieci anni.
Ha intenzione di tornare a fare qualcosa per la TV?
David Linch: No, non ho nessun intenzione di tornare in TV.
Ci può spiegare la presenza dei conigli nel film?
David Linch: No, non posso spiegarlo.
di Valerio Evangelisti
(da Robot n. 46)
Ho sempre avuto un grande rispetto per Michael Crichton. Non ho letto tutto quello che ha scritto, ma ciò che ho letto mi è sempre parso avvincente e ben documentato, talora persino anticonformista. Notevole anche la sua dimestichezza con i temi propri della fantascienza, sebbene non possa essere confuso con gli scrittori specializzati in SF, per stile e per varietà di interessi.
Notevole pure lo stretto rapporto con il cinema che Crichton coltiva. Ottimo regista in proprio (vedi Coma profondo), Crichton ha visto i propri romanzi tradotti in film un’infinità di volte. I risultati sono stati spesso eccellenti (Andromeda di Robert Wise), altrettanto spesso buoni (Sol Levante), talvolta discreti (Jurassic Park, Sfera), solo di rado molto inferiori al romanzo da cui erano tratti (Congo).
di Tekla Taidelli
[Fuorivena è il primo lungometraggio della regista Tekla Taidelli. Cliccate qui per immergervi nel bellissimo sito ufficiale, ricchissimo di news e materiali audiovideo, dal quale abbiamo "rubato" le motivazioni del film e la bio di Tekla. gg]
Questo progetto nasce dall'esigenza di mettere a nudo il mondo della droga e della dipendenza, un campo minato nel quale molti altri artisti o presunti tali hanno rischiato di ferirsi, deturpati da deflagrazioni di banalità e approssimazioni d’ogni genere. Pensare che tutti i drogati siano uguali è una facile generalizzazione in cui possono incappare in molti, dalla casalinga frustrata al medico della mutua, un luogo comune riduttivo che evade le complesse dinamiche di un fenomeno che abbraccia oggi giorno praticamente ogni strato sociale. Le modalità di assunzione delle cosidette sostanze stupefacienti sono talmente tante e varie che aggraparsi al pregiudizio che solo quelli che lo mostrano esternamente con orecchini, capelli colorati o vestiti appariscenti o che facciano una vita “fuori” dalle cossiddette rotaie (fuori dalla vena) siano tossici è una generalizzazione che lascia il tempo che trova, un percorso bigotto che incontra fin troppo spazio nei media e nelle conversazioni da bar.
di Matteo Boscarol
Gioco della mente, mente che gioca, giochi di mente, gioco de-mente. Queste sembrerebbero essere le definizioni più appriopriate per descrivere in qualche modo l`incredibile, folle Mind game, film d`animazione giapponese realizzato dalla casa di produzione indipendente STUDIO 4°C, che fra l`altro ha curato le animazioni di Steam Boy di Otomo e il progetto d`animazione legato a Matrix , Animatrix. Uscito nelle sale nipponiche nell`estate del 2004 e adesso commercializzato in dvd con annesse interessanti interviste agli autori, il film è qualcosa di assolutamente unico anche nel pur così variegato mondo dell`anime giapponese. E` un game appunto, un giocare prima di tutto con gli stili, con il concetto stesso di animazione, uno straripare di immagini e di idee: a momenti di pura surrealtà di sapore quasi toporiano, si alternano scene brevissime di una tristezza e di una caducità tutta giappponese.
di Valerio Evangelisti (da Robot n. 45)

Se dovessi elencare, in ordine sparso, i miei film di fantascienza preferiti, citerei Brazil, Alien, Gattaca, Dark City, Cube, Matrix, Blade Runner, Il 13° piano e qualche decina d’altri, inclusi i classici di George Pal, Roger Corman, Jack Arnold e Byron Haskin. Ma se mi fosse chiesto di citare il vertice assoluto, per quanto riguarda il rapporto costi / rendimenti, non avrei dubbi: Signs, ecco il capolavoro.
Si sa che una struttura sintattica tipica del cinema è l’elisione: segmenti di narrazione che nella pagina scritta dovrebbero essere esposti per intero, nel cinema (e in parte anche nel fumetto) possono venire sostituiti da brevi scene che condensano la totalità della vicenda in atto.
di Valerio Evangelisti

Si è svolta la settimana scorsa a Bologna un'importante manifestazione intitolata Le parole dello schermo - Festival internazionale di letteratura e cinema, promossa dall'Assessorato alla Cultura e dalla Cineteca di Bologna. Nel suo ambito, Valerio Evangelisti era incaricato di organizzare una maratona cinematografica notturna - Una notte a Ginevra - che ha avuto luogo venerdì 1 luglio, da mezzanotte alle otto del mattino. Riportiamo la presentazione dell'evento, contenuta nel catalogo del festival.
La notte del 16 giugno 1816, a Villa Diodati presso Ginevra, Lord Byron, Percy Shelley, la moglie di questi Mary, Claire Clairmont (matrigna di Mary e amante di Byron), il dottor J.W. Polidori (segretario di Byron, dopo esserlo stato di Vittorio Alfieri), si sfidarono a concepire prima dell’alba un racconto dalle tinte soprannaturali.
di Giulio Gargia
[da L'Articolo, diretto da Stefano Porro]
Il regista serbo Emir Kusturica, vincitore due volte della Palma d’oro a Cannes, realizzerà un film-documentario sulla vita di Diego Armando Maradona. Lo rivela il quotidiano di Belgrado, Vecernje Novosti. Secondo il giornale sarebbe stato lo stesso Maradona a scegliere il regista e le riprese dovrebbero iniziare il 18 marzo a Buenos Aires, in occasione del compleanno della figlia di Maradona, per poi spostarsi a Napoli, Barcellona e Cuba. «Si tratterà di un film la cui concezione sarà abbastanza complicata. Userò molto materiale di repertorio, ma non quello che hanno scritto i giornali. L’idea -ha spiegato Kusturica - è quella di mettere in luce la volontà di Maradona di stabilire una armonia all’interno della sua famiglia. La mia intenzione è quella di trovare e mettere in risalto, nei prossimi cinque mesi, la vera personalità di Maradona», ha aggiunto il regista.
Origini, ragioni storiche e capisaldi del cinema “polizziottesco” italiano
di As Chianese
“…Mi ci romperò la testa… disse a voce alta”. Sciascia, Il Giorno della Civetta
Il commissario Sarti è stanco, si guarda attorno fuori dai finestrini con circospezione ed è nervoso… cosa che lui sa essere solo un’ aggravante per la delicata situazione che si stà trovando a vivere, per questo sporco mestiere che aveva scelto di fare. Nell’auto, al suo fianco, c’è un giovane altresì nervoso, ma per diversi motivi. Dovrà fare la spia a uno sbirro e questo non gli stà bene, è maledettamente difficile riuscire a lavorare adesso in questo paese, tutti hanno paura di tutto e tutti non vogliono passare per “infami” anche quando li si paga profumatamente. Ma la fame, la miseria e la rabbia sono più forti dell’omertà, della paura ed il ragazzo parla, il commissario tira un sospiro di sollievo poggiando finalmente meglio la schiena sul sedile perché, grazie a quelle informazioni su Brescianelli e la banda dei marsigliesi, lo spettro di ritornare confinato in Sardegna scompare immediatamente, e si fa più vicino il momento in cu potrà riportare la piccola e malata Camilla tra le braccia della madre.
di Vittorio Curtoni
[prefazione a Il grande cinema di fantascienza: aspettando il monolito nero (1902-1967), di Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo, Michele Tetro, pubblicato da Gremese Editore]
Signori, questa volta si viaggia a ritroso: nel volume precedente gli autori ci trasportavano dal 1968 all'oggi, adesso invece ci accompagnano fino alle origini stesse del cinema fantascientifico. Un percorso ispido di incontri pericolosi, con creature che grondano sangue e voglia di distruzione: siamo spesso Sul sentiero dei mostri, per citare un antico esemplare di cinema giurassico. Anche se, ovviamente, non di sole creatures si nutrono tanti anni di filmografia. Un dato interessante è che diversi dei film più significativi dei decenni trattati in queste pagine provengono dalla fantascienza scritta: è il caso ad esempio di Il pianeta proibito, La guerra dei mondi, Il dottor Stranamore, e molti altri.
Che cosa abbiano trovato in Donnie Darko i milioni di cultori di questo fu flop dei botteghini è difficile e facile a dirsi. Donnie Darko è la creatura di Richard Kelly che, nel 2001, incassò pochissimo ed ebbe breve vita nelle sale americane. Trascinato, tuttavia, da un crescente e autentico fenomeno di adorazione di massa sotterranea, ora Donnie Darko riesce in superficie. I suoi fan, che assommano il peggio della cinefilia intellettualoide di mezzo pianeta e una vasta schiera di idioti zeppati, parlano come capolavoro a proposito della pellicola interpretata da Drew Barrymore, Patrick Swayze, Mary Mc Donnell e dal giovane protagonista Jake Gyllenhaal. Si tratta di un mélange che esalta gli anni Ottanta, investendoli di quell'aura improbabile e paraconfettosa che ha fatto il successo di altri "capolavori", da American Beauty a Vanilla Sky a Magnolia.
Apocalisse e new age a intensità ridotte, ucronie e viaggi nel tempo, un po' di horror tra Halloween e Scream, strizzatine d'occhio alle soap d'ambientazione college, spruzzate del Notorius degli Arcadia (praticamente, i Duran Duran), un po' di Famiglia Keaton e Happiness: dalla defunta "contaminazione dei generi" si è passati direttamente alla contaminazione da generi, con un prodotto ad alta radioattività intellettuale: attenti a esporre il cerebro.
A Milano, il festival/concorso cinematografico FILMMAKER DOC 9 ha premiato un documentario sul quale vale davvero la pena informarsi. La sezione di concorso internazionale per film e video su 'lavoro e temi sociali' è stata infatti vinta da FASINPAT - Fabbrica Senza Padronedi Daniele Incalcaterra [nella foto]. Ecco la scheda del film. Nella provincia di Neuquèn, nella Patagonia Argentina, una fabbrica di ceramiche, la Zanon, che aveva prosperato durante gli anni della dittatura e del governo Menem, minacciava di licenziare la metà dei suoi operai per evitare la chiusura definitiva dovuta alla crisi imperante. Alla fine del 2001 gli operai non accettarono di negoziare i licenziamenti e occuparono la fabbrica. Da allora la Zanon sta producendo guidata dai suoi operai. Utilizzando solo il 15% della sua capacità produttiva questi hanno saputo creare nuovi posti di lavoro per i disoccupati e tutti guadagnano un salario di 800 pesos. Ovviamente questa situazione non piace al potere politico che sta cercando di eliminare questo tipo di esperienze. In Argentina ci sono circa 100 fabbriche che stanno seguendo l'esempio di lotta degli operai della Zanon. La vicenda è raccontata direttamente dagli stessi protagonisti.
Nostalgia e bisogno di normalità nell’America nemmeno “troppo profonda” del cinema anni ‘90
di Gioacchino Toni
Un giorno di ordinaria follia
Dopo la riconferma di George W. Bush alla guida degli Stati Uniti d’America - e relativa indigestione di sondaggi, exit pool e percentuali varie -, come sempre avviene dopo una tornata elettorale, si assiste al proliferare di analisi del voto più o meno approfondite. Ecco allora che ricompare lo spettro (dimenticato fino al giorno precedente l’evento inspiegabile) dell’America profonda, vera e propria spina dorsale della società statunitense. Quando nel Vecchio Continente si hanno difficoltà nel comprendere avvenimenti concernenti la società nordamericana – realtà assai più sconosciuta agli europei di quanto questi siano disposti ad ammettere – ecco che rispunta lo spettro dell’America profonda.
E' una coproduzione italiana anche il nuovo film di Danis Tanovic, il regista premio Oscar di No man's land. Si tratta di L'enfer (L'inferno), un capitolo della trilogia Paradiso, Inferno, Purgatorio che il regista polacco Krzysztof Kieslowski stava scrivendo prima della sua morte improvvisa, come sempre insieme al collaboratore Krzysztof Piesiewicz.
La pellicola racconta la vita di tre sorelle - Sophie, Céline e Anne - che hanno avuto l'infanzia segnata da una violenta tragedia familiare. Ormai adulte, ciascuna vive la propria vita fin quando la comparsa di un uomo rappresenterà l'occasione per riavvicinarsi e accettare il proprio difficile passato.

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