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La mente è tornata a questo romanzo poche ore fa, dopo le notizie dall'Afghanistan. Che poderoso libro, che cupa eppure risplendente fotografia della condizione attuale. Odiato e incompreso dai fans più conservatori del Camilleri montalbanesco, La presa di Macallè (2003) è una delle opere migliori dello scrittore di Porto Empedocle. Il brano che riportiamo (dal capitolo 3) dice tutto quel che c'è da dire, non una necessaria parola di meno, non un'inutile parola in più. Buona lettura. Red.

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Argentinazo 17: l'Argentina vista dagli italiani

argentidecaro.jpg[Questo numero di argentinazo segnala alcune pubblicazioni, piuttosto recenti, accomunate da uno sguardo di autori italiani (o di argentini che vivono in Italia) proiettato verso il paese australe.] A.P.

De Caro Gaspare. Argentina. Viaggio al fin del mundo (forse), Paderno Dugnano, Colibrì, pp. 222, 14 euro
Se c'è un libro che Argentinazo non può trascurare di segnalare a chi guarda all'Argentina con occhio critico e radicale, questo è proprio Argentina di Gaspare De Caro (che i lettori di Carmilla conoscono già per gli articoli comparsi su questa stessa testata). Lo ritengo in tutta onestà uno dei testi più densi e profondi che io abbia mai letto sul tema. Apparentemente sembra un diario o un reportage di viaggio, ammiccante allo stile dei grand turist d'un tempo, salvo poi prenderne subito le distanze nella forbice, tutt'altro che problematica, tra turismo e viaggio. La dimensione del viaggio c'è tutta, ma c'è uno sguardo che è ancora più attento e smaliziato, quello di un Gaspare De Caro che si muove per l'Argentina con un occhio attento alle grandi trasformazioni dell'economia argentina e ai piccoli inciampi del viaggiatore solitario (anche se talvolta nei suoi itinerari è accompagnato da un'amica argentina).

Tante cose che fanno di questo libro qualcosa di veramente eccellente: l'humor, lo stile, e va bene. Ma poi la radicalità, la forza di descrivere il presente argentino (e ricostruirne il passato) a partire non dal solito approdo, quella Buenos Aires queridamente descritta da tanti, ma dalla provincia dove, come pretendeva Luciano Bianciardi, parlando di altre geografie, i fenomeni si vedono meglio, come esposti a una lente grandangolare. Così, seguendo un percorso narrativo contiguo alle peregrinazioni dell'autore in ogni angolo delle provincie del paese australe, siamo condotti dietro le forme del presente, scavando e sviscerando fenomeni, ricostruendo genealogie del potere e intessendo reti di resistenza che spesso vediamo, per pessimismo della realtà, sfiorire. Lungo tutti i vettori cardinali, seguiamo le storie di genocidi di indigeni e di cascate paradisiache, di dittature militari e bottiglie di tinto di Mendoza, di malones di nativi, di turismo peronista, di punteros di quartiere e piqueteros di governo, di que se vayan todos che mai se ne sono andati, di gesuiti che coltivano erbe del diavolo, di cascate paradisiache e di alluvioni zoologiche, di pampa gringa e tanos moltitudinari — aggettivo ripetuto ironicamente più volte — di vacche e soia, di tanos e criollos, di pampa e balene, glaciares e punas, di canna da zucchero e soia, lana di pecora e petrolio, cigarillos e parilla, di gauchos milagrosissimi e letterati che salutano provvidenziali genocidi... tutto assieme per costruire un'identità illusoria, meglio nota come argentinidad, che De Caro – un Leopardi antropologo, verrebbe da chiamarlo – riduce all'assurdo, con ironia e finezza. C'è la storia e c'è la cronaca, unite da una tenacità di sguardo radicale insuperabile, in questo libro che è uno dei più potenti che io abbia mai letto sull'Argentina.

Paolo Maccioni, Buenos Aires troppo tardi, Cagliari, Arkadia, 2010, 16 euro

Un giornalista, Eugenio Santucci, arriva a Buenos Aires per scrivere una guida letteraria della città ma precipita nella storia della dittatura argentina. Comincia così il bel libro di Paolo Maccioni, che finisce per scriverla davvero, la guida, in un intrigante mix di generi tra autofiction, saggio storico, biografia, guida letteraria e romanzo. La guida c'è perché la metropoli rioplatense emerge con la sua topografia di esquinas e di avenidas, di conventillos e di caffè storici: il Mercado de Abasto caro a Gardel, le luci di Corrientes, il caffé La Paz frequentato da Soriano, El Gato Negro con la sua vetrina piena di spezie, la Placita Cortázar nella Palermo glamour della vita notturna, villa Freud e le villas miserias, i platani e le jacarandas, il cimitero monumentale di Recoleta e l'atmosfera criolla della Feria de Mataderos.
Ma l'intreccio romanzato conduce il giornalista Santucci a incontrare amori e storie insanguinate dell'ultima dittatura di militare. Comincia un horror tour tra la storia di Oesterheld, l'autore dell'Eternauta, la triste e commovente vicenda dello scrittore Haroldo Conti e quella di Paco Urondo, che si uccise con una pastiglia di cianuro, la visita alla casa delle Madres e la loro libreria militante. E poi la storia universale dell'infamia: Borges che ringrazia i dittatori e Pio Laghi, nunzio apostolico che gioca a tennis col macellaio Videla. La croce e la spada, i sommersi e i salvati, i carnefici e gli assenti.
E lo scrittore desaparecido Rofolfo Walsh (di cui di recente La nuova frontiera ha ripubblicato il suo capolavoro, Operazione massacro), che ritorna in vita in una allucinazione onirica per ricostruire la propria biografia e quella di una generazione, un Virgilio portegno che si racconta a Santucci: la storia del peronismo tra istituzioni e esilio, tra destra e sinistra, tra guerriglia e sindacalismo; la strage di Ezeiza progettata dal Brujo López Rega e i Montoneros.
Vicende che assieme costruiscono la Storia con la esse maiuscola, quella che ha strappato agli scacchi Rodolfo Walsh, l'uomo che arrivava prima della Cia (come lo ha ribattezzato García Márquez), il giornalista che fece parte dell'agenzia Prensa Latina, che senza saper niente di crittografia si comprò un manuale di enigmistica e decifrò un cablogramma col quale sventò un piano yanqui di invasione di Cuba. Pagine umane e storiche che strappano il traduttore, correttore di bozze e giallista alla letteratura e lo consacrano a un “violento ufficio”: l'entrata in clandestinità, la “Lettera aperta alla giunta militare” - tra le pagine più belle mai scritte contro il potere - spedita ai suoi carnefici il giorno prima di essere accerchiato da un gruppo di sequestratori di stato, a cui resistette fino alla fine con in pugno un revolver Walther PPK calibro 22. Il sequestrato numero 26.001, morto senza essersi fatto torturare, rivive oggi nelle pagine del libro di Maccioni. 4

AAVV, Giuliano Bruno Mignani, Feltre, 2011
Questo libro è difficile da classificare. Innanzitutto si tratta di una prima uscita editoriale, una sorta di pilot che aprirà la strada a una seconda edizione che avrà caratteristiche diverse. Si tratta per ora di un'edizione privata, destinata a pochi intimi, che circolerà comunque in maniera informale. Il libro ricostruisce la vita e gli ultimi giorni di Giuliano Bruno Mignani, un adolescente di origine italo-argentina che scomparve alcuni anni fa, togliendosi la vita dopo un periodo esistenziale molto complesso e in coincidenza con alcune persecuzioni dei naziskin di Treviso, la città in cui viveva. Ne parlammo su Carmilla in un articolo che poi fu ripreso anche dalla stampa cartacea (qui). Il libro, che ha un'eccellente qualità grafica, ricostruisce lo scenario degli ultimi tempi e le inquietudini di Giuliano: da una parte la provincia del nord-est, chiusa, asfissiante, con la violenza ormai anche esplicita dei naziskin che possono liberamente perseguitare chi ha idee apertamente antifasciste; dall'altra il vagabondare da un paese all'altro dell'Europa di un ragazzo perfettamente a suo agio con tre lingue, che per sfuggire alla chiusura esistenziale dell'Italia buia iniziò un cammino esistenziale formidabile, viaggiando con pochi spiccioli in tasca tra un impiego in un cantiere navale nei mari del Nord, la contestazione a un vertice dei G8 e i lavori occasionali nei campeggi spagnoli e nei ristoranti liguri. Una vita breve ma di un'intensità che fa male, che mi ha fatto pensare a percorsi estremi come quelli di Michelstaedter... persone con una carica di umanità così straboccante che in questo mondo, in quest'Italia bieca, buia e provinciale, non riescono proprio a viverci.


Diego Moreno, La voce del tango. Il mio Don Carlos Gardel, Viterbo, Stampa Alternativa, pp. 137 + cd, 18 euro
Mi sembra incredibile, eppure pare che in Italia non esistano monografie specifiche su Carlos Gardel, mito argentino che ancora vive (e canta ogni giorno meglio) a ogni angolo della “Parigi del sud”... Questo libro di Diego Moreno, argentino venuto a vivere in Italia, rifacendo il percorso migratorio d'un tempo, all'incontrario, comincia a occupare un vuoto. E lo fa con una passione dichiarata e esplicita, seguendo passo passo i punti rilevanti della biografia di Carlito. Il libro è impreziosito, oltre che da un cd in cui l'autore interpreta alcuni pezzi storici del repertorio gardeliano (assieme a composizioni originali), da un prezioso corredo iconografico.

Pubblicato Dicembre 12, 2011 09:22 PM | TrackBack

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