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di A. D. Altieri
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della Redazione di Carmilla
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La mente è tornata a questo romanzo poche ore fa, dopo le notizie dall'Afghanistan. Che poderoso libro, che cupa eppure risplendente fotografia della condizione attuale. Odiato e incompreso dai fans più conservatori del Camilleri montalbanesco, La presa di Macallè (2003) è una delle opere migliori dello scrittore di Porto Empedocle. Il brano che riportiamo (dal capitolo 3) dice tutto quel che c'è da dire, non una necessaria parola di meno, non un'inutile parola in più. Buona lettura. Red.

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IL CATTIVO SERGENTE

di Mauro Baldrati

BalSer.jpg[Nicholas Deville: Scotland Yard, nucleo speciale antidroga. Un sergente, un criminale: lavora per la nuova mafia rispettabile di Londra, ruba e uccide. All’indomani degli scontri che hanno messo a ferro e fuoco il quartiere di Tottenham, Deville ha da fare. Questo è l’incipit dell’e-book Il cattivo sergente, in uscita per Milano Nera, scaricabile qui]

Scotland Yard, Specialist Crime Directorate, sottosezione narcotici, 12 settembre 2011. Il sergente Nicholas Deville scorreva distrattamente un report sugli spacciatori di Brixton. Nuovi arrivi, carne fresca. Denunce di delatori, probabilmente, che speravano di togliere di mezzo i concorrenti. Niente foto, né indirizzi, solo nomi e i punti di spaccio. Tutte schede da preparare, gente da fermare, qualche sequestro, cinque o sei grammi di robaccia tagliata, veleno per tossici disperati. Tempo perso. Noiosissima routine.
Di fronte a lui il sergente Fisher cazzeggiava col computer. Dieci a uno che guardava un porno. Fisher, lo sfaticato, l’imboscato, era un mistero la sua permanenza in Victoria Street. Non sapeva neanche leccare il culo al capitano, non si muoveva mai dall’ufficio, sempre attaccato al video con quegli occhiali fondo di bottiglia. Bah. Affari suoi.
Il cellulare riservato inviò il bip! di un messaggio. Numero sconosciuto.
Lui, dunque. Era l’unico che scriveva da un numero sconosciuto.
Sentì la tensione che gli induriva la schiena mentre lo apriva: “Venga subito. L’aspetto”.
Convocazione immediata. Un’emergenza dell’Azienda. Dunque sapevano della sua presenza in ufficio in quel momento preciso. Sapevano sempre tutto.

Raccolse il cellulare, le sigarette, l’accendino e prese il giubbotto dall’attaccapanni.
“Fish, vado giù a mangiare un boccone” disse, passando accanto al tavolo del collega.
“Uh-uh” disse Fisher senza alzare gli occhi dallo schermo.
Deville sbirciò, mentre usciva dalla stanza 615, sesto piano. Stava guardando un catalogo di barche.
Percorse il lungo corridoio fino al blocco 2 degli ascensori, scese nella piccola hall sulla Broadway, salutò il piantone e si affacciò in strada. Camminò veloce con lo sguardo fisso davanti a sé fino all’incrocio con la Caxton, cercò la berlina corazzata coi vetri oscurati. Alle sue spalle il traffico di Victoria Street ruggiva nelle orecchie.
Gli metteva sempre apprensione la convocazione dell’Azienda. Erano precisi, disponibili, persino affettuosi. Ma sapeva che a ogni chiamata doveva correre. Non era più possibile sottrarsi, rimandare, prendere tempo. Era dentro, e una volta dentro non si usciva. Mai più.
Ma non si lamentava. Non aveva alcuna intenzione di uscire, in realtà, almeno per il momento. Pagavano bene. E non erano esosi. L’Azienda era seria. Era solida. Era una garanzia.
Vide la berlina, immobile come un carro armato nero. Girò da dietro, si portò sul fianco sinistro. La portiera posteriore si aprì, da sola. Lanciò un’occhiata al sedile di cuoio marrone chiaro, che sapeva essere caldo e morbido. La voce uscì dall’abitacolo, cortese ma ferma. Leggermente brusca. Era teso. E aveva fretta.
Entrò nell’abitacolo, strinse la mano che Robert Balthazaar, il manager dell’Azienda, gli porgeva. Era seduto nel posto di destra, come d’abitudine. Probabilmente perché era la posizione anatomicamente più comoda per ricevere gli ospiti.
“Buona sera, sergente Deville, lieto di rivederla” disse. Con calma, come sempre. Balthazaar non perdeva mai il controllo, non vacillava, non si alterava. Un grande professionista. “Grazie di essere venuto. Prego, si serva” soggiunse, spingendo il pulsante mimetizzato nel cruscotto. Si aprì lo sportellino rivestito di pelle di daino e la mensola di cristallo avanzò verso di lui. Deville si versò una piccola dose di scotch, con due cubetti di ghiaccio. Si bagnò appena le labbra. Meglio non esagerare. Il manager detestava le esagerazioni, disprezzava chi era sopra le righe. Si rigava dritto, con Balthazaar.
“Abbiamo un’emergenza, sergente” disse il manager, sistemandosi gli occhiali di metallo col dito indice. Si assestò sul sedile. Il vestito scuro, di chissà quale lana speciale, frusciò. “Uno dei nostri corrieri è stato aggredito da tre balordi fatti di crack. Gli hanno rotto un braccio, il naso, e rubato una borsa con dieci chili di eroina appena arrivata dalla Cambogia”. Si sistemò nuovamente gli occhiali. Deville conosceva bene quel gesto. Era il suo segnale di riflessione in atto. E la riflessione consisteva soprattutto nella scelta delle parole giuste, le parole indispensabili. Balthazaar era un cultore della sintesi. “Il danno in sé è trascurabile, si tratta di un modesto quantitativo, ma è il gesto che costituisce un problema. Nessuno deve permettersi di interferire coi nostri affari. Lei, sergente, deve risolvere il problema”.
“Capisco, signor Balthazaar” disse Deville, mentre la sua mente aveva già intuito lo scenario che si prospettava.
“In questo momento il corriere sta raggiungendo il suo ufficio. Lei gli mostrerà le foto degli schedati. Neri, probabilmente giamaicani. Li troverà, recupererà la merce e farà pulizia. Pulizia totale, vogliamo dare un esempio”.
“Certo, signor Balthazaar. Mi attiverò immediatamente”.
“Non avevo dubbi, sergente. La ringrazio molto per la sua disponibilità. Quando sarà pronto le invierò un pulitore che collaborerà con lei. Dopo il recupero gli consegnerà la roba, e questa”.
Gli porse una valigetta di cuoio nero, che teneva accanto a sé, sul sedile. Deville fece scattare le due cerniere dorate. Dentro, adagiata su un sostegno rigido rivestito di velluto, c’era una machine pistole Heckler & Koch, con tre caricatori. Fuoco rapido, arma da strage. Deville sfiorò il metallo scuro, liscio, freddo. Notò diversi graffi. Aveva già sparato, molte volte. Aveva già ucciso.
“D’accordo, signor Balthazaar”.
Il manager girò la testa e lo fissò, stringendo i piccoli occhi azzurrognoli. Era molto arrabbiato. Incredibilmente arrabbiato. Furioso, addirittura. Una rabbia fredda, feroce. Qualcuno aveva osato sfidare l’autorità dell’Azienda. Andava schiacciato, disintegrato.
“Ora, questa presumibilmente è la situazione: i tre balordi sapevano del corriere. Gli hanno teso un agguato. E ora sanno che li stiamo cercando. Per cui saranno rintanati da qualche parte, in attesa che si calmino le acque. Ma per loro non si calmeranno, mai. Abbiamo valutato che in questo momento non sarebbe opportuna una nostra discesa in campo, con una battuta di caccia. Troppo rumore, il momento non è propizio. Dobbiamo tenere un basso profilo. Lei può risolvere con discrezione, coi suoi contatti”.
Si girò verso destra, prese una busta bianca, gonfia.
“Qui ci sono trentamila sterline, il suo compenso. E qui altre tremila, per le spese. Come al solito, se non li spende, o ne spende di meno, sono comunque sue. Se invece le serve altro denaro usi le trentamila, e a lavoro concluso il pulitore salderà il debito”.
“Certamente, signor Balthazaar” .
“Bene. Un’ultima cosa: vorremmo che portasse a termine entro tre-quattro giorni al massimo”.
“Sì’, signor Balthazaar. Ma molto dipende dalla collaborazione del corriere, signor Balthazaar”.
“Lo so. Ma li riconoscerà, vedrà. Sono dei balordi, è improbabile che Scotland Yard non li abbia schedati”.

Pubblicato Dicembre 1, 2011 11:46 PM | TrackBack

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