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Eroi della guerra. Storie di uomini d’arme e di valore. Intervista a Fabio Mini.

di Anna Luisa SantinelliCOPERTINA EROI.gif

[Eroi della guerra. Storie di uomini d’arme e di valore, recente saggio pubblicato dalla casa editrice il Mulino (collana Intersezioni, pp. 187, € 15,00). Il libro indaga, con rinvii letterari e storici, le sfaccettature della figura archetipica dell’eroe inserita nella cornice del conflitto. Abbiamo intervistato l’autore, il generale Fabio Mini, in passato già ospite (qui) di Carmilla.]

1) Prima di affrontare nel dettaglio le sue riflessioni, potrebbe dare una definizione del termine “eroe” e, in particolare, di “eroe della guerra”?

L’eroe è la figura esemplare di un popolo, un’era, un ambito, un sentimento, un valore che con la sua azione, spesso drammatica, ispira gli altri. L’eroe della guerra non è solo colui che diventa esemplare per azioni di guerra durante la guerra ma è colui che contribuisce alla costituzione dei caratteri fondamentali della guerra come fenomeno sociale e che ne segna l’evoluzione. In questo senso l’eroe della guerra appartiene ad essa e la sua “azione” si sviluppa con il valore individuale sia sul campo di battaglia sia nel sogno di grandezza, nella visione e persino nella capacità di essere esemplare nella sconfitta.

2) Quale criterio ha adottato per la selezione delle figure eroiche da includere nel saggio?

L’evoluzione dell’esemplarità, intesa come contributo alla formazione dei caratteri fondamentali dell’eroismo e del loro cambiamento nel tempo e nelle diverse circostanze. Da un archetipo eroico che rappresentava l’idea dell’eroe onnipotente e magico così come è stata voluta dagli dèi stessi ho percorso alcune delle tappe che hanno portato l’eroe ad essere l’impotente strumento dei moderni padreterni. Quelli che gestiscono il mondo con il cinismo e quelli che inquinano l’eroismo con lo spettacolo.

3) Nelle prime pagine del libro mette in risalto il legame tra Eroismo e Tempo. Può rendere più esplicita la correlazione tra queste due categorie?

Gli eroi mitici della guerra nascono con la nascita degli dèi. Sono gli dèi stessi a stabilire i canoni della guerra brutale e devastatrice, furibonda e crudele. Ma chi ha creato gli dèi sono gli uomini stessi desiderosi di rappresentare come soprannaturali e onnipotenti i fenomeni naturali che avevano terrorizzato il loro antenati. Il percorso a ritroso nella genesi dell’eroismo e della guerra potrebbe fermarsi qui, con l’uomo. Ma l’uomo, nonostante la modestia dei mezzi, è riuscito a pensare anche a ciò che esisteva prima di lui stesso e prima ancora degli dèi da lui immaginati. Ha pensato alla creazione e, soprattutto, a ciò che potesse esistere prima della creazione. Ha immaginato la creazione come il risultato di un conflitto, ma prima del conflitto (Polemos) ha immaginato il vuoto, una massa indistinta di Nulla, o di fluidi, ingovernata ma soggetta ad un solo elemento, anch’esso fermo, immobile: il Tempo. E’ davvero strabiliante notare come in quasi tutti i miti della creazione ideati dall’uomo in ogni parte del globo e in ogni tempo ci sia questa interpretazione del segno dell’inizio. E in ogni luogo, il tempo si mette in movimento grazie ad un elemento ideale che scatena il conflitto, dà spazio alle forze e genera la potenza, la contrapposizione, gli squilibri, le complementarità e le asimmetrie che sono i caratteri stessi della guerra. L’elemento scatenante è stato visto in modi e con immagini diverse: Amore, Desiderio, Volontà, Parola, Spada, Lancia, Noia, Solitudine. E il Tempo comincia a scorrere segnando le ere degli dèi, dei mostri, dei semidei e degli uomini con grandi balzi d’intelligenza e soprattutto guerre. L’eroe è figlio e tutore della guerra ed è figlio del Tempo e tuttavia riesce quasi a possederlo. Il tempo si sacrifica per lui e accelera i suoi ritmi. L’eroe compie azioni memorabili ed esemplari in tempi ridottissimi. Produce accelerazioni di eventi straordinari che segnano il passaggio tra periodi lunghissimi di stasi, indecisioni, miserie e porcherie.

4) Storie di uomini d’arme e di valore è il sottotitolo della sua articolata disamina: difatti, non compaiono forme di eroismo al femminile. Perché questa scelta?

Non ho trovato nei classici e nei moderni forme di eroismo della guerra prettamente femminili. Proprio per il rispetto della donna ho preferito non citare i casi delle cosiddette eroine che sono state ritenute tali soltanto perché hanno imitato e praticato i canoni maschili dell’eroismo di guerra. Combattere come un uomo, vestirsi da uomo non mi è sembrato emblematico dell’apporto femminile alla guerra. Ma questo apporto c’è stato veramente e allora ho voluto mettere in risalto non tanto ciò che le donne, più o meno androgine, hanno fatto in guerra e con la guerra ma quanto di femminile o femmineo ha influito sugli eroi della guerra. La componente femminile della natura umana, sottile, misericordiosa e crudele ad un tempo, determinata e determinante, silenziosa e platealmente vittoriosa, lunare e rorida di linfa vitale, spettrale e vivida. L’astuzia femminile, la vendetta, la gelosia, il coraggio della sfida alle avversità, la capacità di gestire le forze occulte e di suscitare i desideri carnali e mentali, di scatenare le passioni e di indurre alla gloria come alla perdizione. Mentre scrivevo degli eroi ho trovato sconcertante la commistione tra femminile e maschile di ogni archetipo d’eroe. Le femmine all’esterno degli uomini capaci di forgiarne la volontà: dee protettrici o perseguitatrici, madri e sorelle e mogli, amanti, concubine, streghe, sante e proiezioni femminili di potenza e pericolo. Le femmine all’interno degli uomini: insite nelle cellule e nella mente che hanno reso ambigui e doppiamente forti e pericolosi gli eroi della guerra di tutti i tempi. Essere femmina è molto più dell’appartenenza ad un sesso e gli eroi di ogni tempo sono anche la dimostrazione di questo.

5) Un lungo paragrafo è dedicato a Giuseppe Garibaldi. Come reputa le recenti polemiche sorte intorno al principale eroe del nostro Risorgimento?

Di un eroe bisogna accettare tutto, come dei santi, perché la sua esemplarità proviene dal tutto. Garibaldi è un eroe sensazionale che è un onore per noi avere come eroe nazionale ma che per lui è una sorta di diminutio. Garibaldi è l’eroe dell’ideale puro del combattimento per la libertà dei popoli. È quindi l’eroe di tutti quelli che prendono le armi per la libertà dei popoli. Le polemiche sulla figura morale, sulle minuzie o sulle esagerazioni dei suoi atti, sono irrilevanti.

6) Una sezione del libro affronta il tema specifico del valore, indicato come misura dell’atto eroico e, se ho ben inteso, come qualità altra rispetto al coraggio.
Valore e coraggio quindi non sono sinonimi, ma...

Sono aspetti che nell’eroismo concorrono a dare un significato alle azioni esemplari. Il coraggio è necessario per superare l’istinto di conservazione che spesso imporrebbe di sottrarsi ai pericoli e ai rischi. L’eccesso di coraggio sfocia però nell’avventatezza e nell’irrazionalità che sono due aspetti deleteri dell’azione in guerra. Oggi, con la grande importanza che ha il team, la squadra, l’eccesso di coraggio è un problema e un esaltato dal suo stesso coraggio è un pericolo per tutti. Il bisogno di eroismo della prima guerra mondiale era causato dalla necessità di rompere l’ipnosi da trincea che distruggeva gli uomini nel morale e nel fisico molto più delle mitragliatrici. Oggi la raccomandazione è di non fare gli eroi. Per il bene di tutti. Il valore è il corrispettivo dell’atto eroico. Ed anche questo è mutato nel tempo. La vita è diventata un bene tanto prezioso che non va sprecata. L’azione si misura in termini di risultati e l’azione che comporta il sacrificio personale (anche della vita) deve rispettare la proporzionalità di valore. Ciò per cui si rischia deve avere un valore corrispondente; come si conduce l’azione, come si combatte e come si muore ha un valore che deve essere riscontrabile in un bene superiore, per gli altri, conseguito. Come si vive dopo l’atto eroico deve avere un valore. Ecco perché la motivazione al valore deve illustrare esattamente il contributo eccezionale dato dall’eroe e non limitarsi ad una celebrazione retorica. Ecco perché morire da eroi è facile, ma vivere da eroi è estremamente difficile.

dallaire.jpg7) Nell’elenco di esempi eroici da lei analizzati, la figura di Roméo Dallaire [1] emerge come una sorta di eroe imperfetto. Una vicenda, quella del generale canadese, in cui la nozione di eroismo sembra declinata in modo non conforme ai canoni classici.
Può ripercorrere, in sintesi, le fasi cruciali dell’esistenza di Dallaire e chiarire i motivi che l’hanno spinta a raccontare questa storia di morte/resurrezione?

Nel percorso degli archetipi dell’eroismo e nella ricerca di coloro che hanno segnato una svolta nel paradigma dell’eroismo ho considerato Roméo Dallaire come l’ultimo esempio, in ordine di tempo, di una qualità intrinseca dell’eroe: la resurrezione dalla morte. L’eroe muore e quasi immediatamente passa alla vita eterna nella memoria del popolo, del mondo. Ci sono lingue nelle quali per i grandi e gli eroi si usano i verbi al presente e mai al passato o al futuro. Il presente è il tempo della realtà, della certezza. Dallaire è un soldato sconfitto dai suoi superiori, dalle circostanze, dal peso delle responsabilità e dal senso di colpa e d’impotenza per aver assistito al genocidio dei Tutsi da parte degli Hutu in Rwanda e visto lucidamente l’approssimarsi del genocidio inverso. In realtà con poche forze e disubbidendo agli ordini dell’Onu riuscì a salvare 22.000 persone. Un fatto che ne avrebbe sancito l’eroismo secondo tutte le misure del valore. Se non fosse che 22.000 salvati su un totale di un milione circa di massacrati costituiscono una goccia nel mare. Il peso dell’impotenza fa precipitare nella depressione Dallaire fino al punto da ridurlo barbone, alcolizzato e drogato dagli psicofarmaci ridotto ad uno straccio delirante sotto una panchina di uno di quei bei parchi del Quebec. La resurrezione di questo generale inizia da lì e non grazie ai padreterni della guerra che gli avevano negato ogni aiuto in Rwanda, ma grazie alla gente del suo paese che apprezzò il suo valore esemplare proprio nel cedimento morale e fisico equivalente e forse perfino peggiore della morte. Dallaire è l’esempio dell’uomo soldato che fallisce nella guerra, ma che la memoria e la gratitudine di altri uomini riescono a tenere in vita e quindi a permettergli di vincere sulla morte stessa. Dallaire è il soldato che inchioda alle loro responsabilità e al loro cinismo tutti i padreterni che lo hanno sfruttato e abbandonato. Una situazione tristemente emblematica del nostro tempo della guerra.

8) Incipit ed epilogo del saggio riportano un episodio verisimile, un breve racconto in bilico tra fiction e realtà in cui è evidente il richiamo all’“eroismo” creato dai mass media.
Perché ha sentito il bisogno di fare riferimento a una tipologia di eroe, che sembra esistere solo in presenza di telecamere accese?

Questa è la realtà di oggi. Triste e grottesca ma vera. Oggi il bisogno di eroismo non si accontenta più del mito e della narrazione fantastica. Deve avere il rito mediatico in cui ciascuno dei protagonisti ha un ruolo eroico. La morte deve tramutarsi in spettacolo in cui le comparse si sentono come gli eroi, i codardi coraggiosi e i pusillanimi sinceri. I soldati di oggi e i loro parenti sono attratti da questo rito come gli spettatori. Nella mente di ognuno è presente la celebrazione del rito come espressione di gratitudine: è qualcosa di dovuto che non esaurisce il debito della società ma che per essere apprezzato deve essere plateale, aperto, diffuso, fruibile, godibile come si può godere della tragedia propria e altrui. Il mio soldato è un eroe, come tanti lo sono tutti i giorni. Salva la pelle al suo capitano e ai suoi commilitoni come tanti fanno ogni giorno. Il capitano lo ringrazia ed è commosso e imbarazzato: “Pasqua’, se non c’eri tu ci rimanevo secco”. Questo è già il riconoscimento di un atto di eroismo, della gratitudine e del rispetto dei compagni. Eppure non basta. Oggi l’eroe non ha valore se non va in TV. E allora che sia, ma con la consapevolezza che il rito finisce sempre per diventare un rituale e che la TV è capace di piegare alle esigenze dello spettacolo qualunque sentimento fino a farlo diventare finto e tragicamente blasfemo.

[1] Roméo Dallaire ha raccontato il genocidio del Rwanda nel libro Shake Hands with the Devil: The Failure of Humanity in Rwanda (Da Capo Press, 2005, pp. 592, € 15.31), dal quale è stato tratto il film omonimo (qui il trailer). Libro e film sono tutt'ora inediti in Italia. Dello stesso autore, sui soldati-bambini nella guerre africane, They Fight Like Soldiers, They Die like Children (Walker & Company, 2011, pp. 320, € 19.80) [n.d.r.].

Pubblicato Settembre 23, 2011 01:15 AM | TrackBack

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