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della Redazione di Carmilla
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La mente è tornata a questo romanzo poche ore fa, dopo le notizie dall'Afghanistan. Che poderoso libro, che cupa eppure risplendente fotografia della condizione attuale. Odiato e incompreso dai fans più conservatori del Camilleri montalbanesco, La presa di Macallè (2003) è una delle opere migliori dello scrittore di Porto Empedocle. Il brano che riportiamo (dal capitolo 3) dice tutto quel che c'è da dire, non una necessaria parola di meno, non un'inutile parola in più. Buona lettura. Red.

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Intervista a Pedro Juan Gutierrez

di Marilù Oliva

pedro.jpgHabanero di adozione, antillano per nascita e per costumi, carnalmente spirituale, Gutierrez è orgogliosamente cubano e, attraverso l’esaltazione del suo spirito caribeño, trascina il lettore negli archetipi delle situazioni più insolite. Pedro Juan è nato a Matanzas, la città della rumba, e risente delle sue origini fin nel midollo: non solo perché ha fatto della musica – rumba, salsa, cha cha cha, guaguancon - cornice ai suoi scritti, ma anche perché è uno di quei personaggi che sanno rendere barocca la propria biografia, arricchendola di mestieri strabilianti: è stato strillone, gelataio, bracciante di canna da zucchero, tecnico delle costruzioni e professore di disegno, autore di documentari, attore e animatore alla radio e in televisione, viaggiatore, è poeta visual-sperimentale, scultore, istruttore di kajak, e poi giornalista e professore universitario.
Dal 1950, anno in cui è nato, ha imparato a convivere con quell’abilità d’improvvisazione che richiede la povertà, mescolandola con la sua capacità di iniziativa. Delle lunghissime letture, scaturite dall’incontro con protagonisti assoluti della letteratura, conserva pochi nomi: Capote, Hemingway, Salinger, Dos Passos, Faulkner, per non citare i suoi conterranei Alejo Carpentier, Lezama Lima e Eliseo Diego. Quando nelle interviste gli si accenna ch’è stato definito il Bukowsky delle Antille, contesta storcendo il naso: «Bukowoski non mi piace, è un autore ripetitivo e molto superficiale, a differenza di Raymond Carver».

Eppure, la vicinanza appare riscontrabile su vari fronti. Il linguaggio diretto, gergale nell’originale stampato in spagnolo, in cui si possono riscoprire alcune espressioni lessicali tipiche dell’Habana e alcuni slang dei bassifondi della capitale usati in luoghi dove hanno accesso solo i misérables. I momenti di sesso (molti) sono descritti con realismo e passionalità, senza un minimo di galanteria per la privacy delle donne (vere) con le quali lo scrittore ha intrattenuto avventure e così lui li spiega: «Per quale motivo lo scrittore e il lettore dovrebbero avere paura di una descrizione dell’atto sessuale? Non si tratta di paura, ma piuttosto del suo senso letterario. Io credo di utilizzare il sesso sempre come un elemento drammatico, mai in modo gratuito, e comunque un’autocensura mi sembrerebbe davvero brutale... Noi non siamo anglosassoni, tedeschi o francesi: noi siamo cubani, e per noi il sesso è la cosa più normale del mondo, e la consideriamo una cosa meravigliosa. Gli elementi fondamentali della nostra cultura sono l’erotismo e la musica: qui in qualsiasi casa si mette salsa tutto il giorno e capita che si faccia sesso. Come un’espressione d’amore o anche solo d’affetto. Come una carezza».
Di carezze però, gli antieroi delle sue opere ne hanno ricevute ben poche, a cominciare da Rey, il protagonista del “Ciclo del centro Avana”, "El rey de la Habana", la storia di un ragazzo imprigionato dalle vicissitudini della vita. Si tratta di una prigione esistenziale e materiale, perché Rey finisce in galera, poi si libera, poi ricade e si rialza, e ricade ancora più giù, fino all’abisso. Il libro precedente, "Trilogia sporca dell’Avana", è una kermesse senza respiro di tutto ciò che di quotidiano, agghiacciante, intrigante ed euforico riserva la capitale e il suo caldissimo ritmo senza senso e senza regole che è la vita intesa “a lo cubano”. La destinazione è quindi un’altra umanità, celebrata con storie di povertà, di prostitute, di nullafacenti e nullatenenti, in una Cuba picaresca e saporita, lambita dalla suggestione religiosa della tradizione degli Orishas. Sembra un paradosso, ma proprio là dove l’autore è più scanzonato ed eccessivo, ci svela un candore quasi fanciullesco. Così pure sono le sue donne: donne di strada, istintive, volgari. In tutte le opere la veridicità dei fatti è una garanzia: l’autore lo conferma in più occasioni, confessando di essere incapace d’inventare.
L’orgogliosa ostentazione delle origini caraibiche prosegue in Animal Tropical. Il titolo parla già da sé, in copertina, una foto di Gutierrez coi capelli rasati, una canottiera che mette in evidenza i bicipiti. Aleggia rassegnazione e disgusto, in questo libro. Ma soprattutto, come in Bukowsky, una poesia gettata qua e là per caso, non visibile in superficie: qualche filosofata sulla vita e i piaceri dei sensi, e perfino una sfumatura d’amore, raggirato dai suoi surrogati più ingannevoli, passione e infatuazione. Infine, come in Bukowsky, c’è molto alcool fra le righe, ron, in questo caso. Ci si ubriaca solo leggendo.
In Italia, presso le edizioni e/o, sono usciti - oltre ai già citati "Trilogia sporca dell’Avana" (1998), "Il re dell’Avana" (1999), "Animal tropical" (2001) - "Malinconia dei leoni" (2002), e "Carne di cane" (2003), affresco della capitale cubana nei caldissimi tempi del luglio ’55, quando intrighi, gioco d’azzardo, sesso, crimine, agenti segreti di ogni paese, cacciatori di nazisti e mafiosi italo-americani contaminavano la città di fitte trame d’omicidi, orge e deviazioni sessuali inaudite. Segue “Il nostro GG all’Avana” (2005), un giallo che racconta l’Avana degli anni 50 e “Il nido del serpente (2008)”. (Ndr: questa introduzione è stata ripresa – e aggiornata – a partire da una mia precedente presentazione dell’autore, apparsa sulla rivista Bibliomanie.it nel numero di aprile-giugno 2006).

Hai svolto lavori di diverso genere. Hanno arricchito la tua esperienza di vita, immagino, a livello artistico. Hanno influito sulla tua apertura all’arte e sulla tua predisposizione alla pittura?

Sì, sicuramente. E non è stato casuale. È stato un processo in piena coscienza. Quando avevo 18 anni o meno, ho deciso che volevo essere uno scrittore. Scrivere libri. E mi son detto: allora devo continuare come ho fatto fino ad ora. Lavorare in tutto, viaggiare, avere molte donne, incontrare tutti i tipi di persone, non fermarmi. Leggevo anche molto, circa 7 libri al mese, e prendevo appunti per ogni libro. E per fortuna. Per puro caso, ho iniziato a lavorare nel giornalismo e come presentatore radiofonico, imparando le basi dell’arte di narrare, di raccontare una storia e soprattutto di controllare il linguaggio. La scrittura è un atto di riflessione e di pensiero. Anche se scrivi un romanzo poliziesco o di orrore, con un mostro, stai esponendo le tue idee su un argomento che è sepolto sotto la trama.

Quali sono i tuoi pittori di riferimento? Il quadro che avresti voluto dipingere.

Nella mia adolescenza e nella giovinezza sono stato affascinato da Botticelli e Brueghel il Vecchio. Ancora adesso non smettono di stupirmi e li inseguo. Vado a Vienna e la prima cosa che faccio è andare al Kunsthistorisches Museum per vedere la sala Brueghel che ha 12 dipinti. Solo che più tardi ho imparato molto di più e mi sono lasciato affascinare da molti altri: Rauschenberg, Pollock, Hopper, Basquiat e altri. Viviamo in una società basata sulla visualizzazione. Credo che per prima cosa siano arrivate la fotografia, i fumetti e la TV. Voglio dire, il primo impulso della grande onda visuale in cui siamo coinvolti come surfisti aerodinamici. La mia scrittura è molto visiva e cinematografica, dicono alcuni.

Dici che i tuoi libri esistono grazie ai tuoi personaggi. Come convivi con essi? Ti astrai dalla quotidianità, li vivi con ossessione?

Penso che accada a tutti gli scrittori. Simenon stava malissimo dopo aver scritto ogni romanzo. Fino a quando il medico gli proibì di scrivere continuamente. Poteva solo scrivere un romanzo ogni sei mesi. Gli saliva la pressione sanguigna, ecc. Ho finito ora un romanzo da due mesi e sto cercando di staccarmi da tutti quei personaggi, cioè, dimenticarli, in modo che rimangano definitivamente in quel ruolo e non stiano insieme a me tutto il giorno. È inevitabile. Si passano anni a pensare alla trama di un romanzo, poi a prendere appunti, a conservare ritagli e foto e poi altri appunti finché alla fine trovi l’incipit, il finale e un titolo. Fatto! Inizi a scrivere e passi dei mesi con queste persone, a parlare con loro, a pensare, a convivere, facendo l'amore. Forse qualche personaggio morirà e ti dispiace. Infine, è un processo molto duro. Lo scrittore può uscirne pazzo.

Ognuno dei tuoi personaggi sopporta la sua dannazione, facendone astrazione della storia stessa. La tua dannazione qual è?

Quasi tutti i miei personaggi sono condannati alla povertà, alla miseria. Ognuno cerca di riscattarsi, con più o meno successo, dalla povertà. Questo, credo, è il tema predominante nei miei libri. La stessa cosa è successa a me, nella mia vita. La povertà è stata una costante nella mia esistenza: come andare avanti, come lasciarsi alle spalle il provincialismo, l'ignoranza, il maschilismo, il razzismo, la povertà, materiale e dello spirito. La mia dannazione è stata lasciare alle spalle tutti gli ostacoli e lottare con decisione per vivere un po' meglio, materialmente e spiritualmente.

La scrittura, per il suo potenziale creativo, dovrebbe essere un atto di sovversione? Perché non è sempre così, in generale?

Nella mia personale concezione dell'arte e della letteratura, ogni atto di creazione deve essere sovversivo, deve essere un tentativo di sovvertire l'ordine stabilito, mettere le cose a testa in giù per bloccare il sistema. Io non credo nell’arte passiva, l'arte dell’intrattenimento. Penso che uno scrittore debba aiutare il lettore a pensare. Deve costringerlo a confrontarsi con zone buie della natura umana. Deve lavorare con personaggi in situazioni estreme. Altrimenti può diventare Walt Disney, melenso, dolce e sciocco. Tutta l'arte è un atto di ribellione. Ci vuole coraggio. Se non hai coraggio e cerchi solo soldi e la fama, allora finisci per scrivere cose solo divertenti, ma sai che non stai lasciando un segno nel cuore e nella mente dei tuoi lettori.

La lingua e l’immediatezza, la scarnificazione della frase complessa, lo stile colloquiale entro cui si rintracciano gocce di poesia. Come si è modulato il tuo stile, dalla “Trilogia sporca dell’Avana” all’ultimo pubblicato in Italia, “Il nido del serpente”?

La mia lingua è la stessa che nella realtà usano i miei personaggi. Come parla un nero, povero, maschilista e razzista che vive a L'Avana centro? Quali sono i suoi argomenti? Il suo vocabolario? Tutto qui. E se compare un medico, parlerà come parlano i medici e non come un povero uomo di colore. Una lunga esperienza come giornalista (26 anni) mi ha insegnato a rispettare il linguaggio di ciascuno. E ad usarlo senza paura e poi a pretendere che l'editor lo rispetti e non lo ingentilisca.

Nei tuoi libri sono due i protagonisti costanti: lo spirito e la materia, in perenne scontro. In mezzo, basta versarci del rum e subito fanno pace...

Questa lotta tra materia e spirito è la grande lotta eterna del genere umano. È sempre stato così. La lotta tra lo Yin e Yang, tra il buio e la luce, il maschile e il femminile, il giorno e la notte. L'eterno dilemma degli esseri umani.

“Malinconia dei leoni” è un taccuino sperimentale, brani onirici-sonnambuli, evocazioni fantastiche. Quali sono le tue malinconie?

In pratica ho una vocazione per la solitudine, la poesia, il silenzio, la serenità, la distanza. Sono anni che quasi non accetto inviti per viaggiare a conferenze o fiere, perché questi viaggi mi tormentano molto. Non credo di essere un uomo malinconico. Al contrario, mi piacciono il rum e le donne e la musica e il ballo e la gente e fare amicizia. Mi prendo molto cura dei miei amici e ci tengo al contatto costante con loro. Forse è un modo per combattere questa tendenza alla solitudine e al silenzio, non lo so.

Mi saluti con una delle tue poesie?

È una poesia presa dal mio ultimo libro, “El limite del vacio” (Il limite del vuoto):

LOS DADOS SIGUEN RODANDO

El impulso del rayo.
El látigo en mi mano.
Se hace de noche.
Ya casi no veo mi letra pequeña
que insiste en el silencio
y la lejanía.
El vacío junto a la cascada.
Intento alejarme.
Trabajar en el huerto.
Mi mujer escucha una ópera.
No imagina que de nuevo
organizo una conspiración.
Envidio a los tiburones,
inesperados y sutiles.
Reptiles. Avispas. Patos de Canadá que emigran.
La niebla borra algo en mi corazón.
Aunque ya poco puedo hacer.
Los dados siguen rodando
sobre el tapete verde.

I DADI CONTINUANO A ROTOLARE

L’impeto del fulmine.
La sferza nella mano.
Si fa notte.
Quasi non vedo più
la mia grafia piccola
che insiste con il silenzio
e la lontananza.
Il vuoto accanto alla cascata.
Cerco di allontanarmi.
Lavorare nell’orto.
La mia compagna ascolta un’opera.
Non immagina che di nuovo
organizzo una cospirazione.
Invidio gli squali,
imprevedibili e astuti.
Rettili. Vespe. Anitre del Canada che migrano.
La nebbia cancella
qualcosa nel mio cuore.
Anche se ormai posso fare poco.
I dadi continuano a rotolare
sul tappeto verde.
(trad. di Fabrizio Lorusso)

Pubblicato Agosto 27, 2011 08:55 PM | TrackBack

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