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In diretta dalla rivoluzione

di Punco X

[Punco è il titolare di un blog intelligente e ben fatto. Contrariamente alle nostre consuetudini, che prevedono materiale solo inedito, ne riporto un articolo. Lo faccio seguire dall'estratto della lettera di un oppositore libico, Farid Adly, a il manifesto. Ne ho espunto le frasi iniziali e finali a favore del quotidiano, un poco fuori luogo in questa sede.] (V.E.)

Immagini e suoni.

Forse nessuna rivoluzione ne ha messi a disposizione tanti quanto le rivolte che stanno infiammando il Nord Africa e il Medio Oriente.
Tanti e a disposizione di chiunque voglia accedervi, in qualsiasi parte del mondo.
È perdendoti, seppur virtualmente, in questa moltitudine che ti rendi conto dell’effetto dirompente di quelle rivolte. E non solo sui regimi locali.

Le folle che riempiono le piazze del mondo arabo abbattono dittatori, riconquistano spazi di democrazia, sperimentano forme nuove di autogoverno.
Contemporaneamente spazzano via la narrazione del mondo arabo imposta dai governi occidentali.

Una storia tossica

Tra la gente scesa in piazza le donne sono truccate, vestono jeans attillati. Si fatica a scorgere un velo, un chador, un burqa.
Gli uomini indossano felpe, bomber, t-shirt.
Ad accompagnare la ribellione non è il ritmo lento delle antiche nenie arabe, ma quello ben più incalzante del rap. French style.
L’urlo che risuona dalla Tunisia al Bahrain è “dégage!”, andatevene! Rivolto ai dittatori e ai loro lacchè.
Niente, neanche per un istante, ti fa credere che quelli che stai osservando e ascoltando siano dei fondamentalisti religiosi.
Quei paesi non sono l’immenso covo di integralisti islamici descritto dai governi e dai media occidentali.
Quella narrazione era una storia tossica. Utile a giustificare guerre, a offrire un nemico ai popoli occidentali, a sviare l’attenzione dalla precarietà, dalla crisi economica, dal fallimento del capitalismo.
Ma le storie tossiche, anche se ben orchestrate, hanno vita breve. E, dopo le fantomatiche armi di distruzione di massa irachene, crolla un altro tassello, quello principale, della narrazione occidentale del mondo arabo.
A farlo crollare non è un’inchiesta, non è Wikileaks.
Sono popoli in rivolta che si mostrano all’Occidente in maniera diametralmente opposta a come erano stati descritti.
La moltitudine che affolla quelle piazze non reclama la shari’a, ma diritti sociali e libertà.
Si oppone a una visione antiquata del mondo, una visione che opprime invece di liberare.
A scendere per le strade sono soprattutto i giovani. In tutti i paesi del mondo arabo più della metà della popolazione ha meno di trent’anni.
Ad accomunarli non sono le credenze religiose. In Egitto, nei giorni cruciali della rivoluzione, cristiani e musulmani hanno pregato insieme per dimostrare di essere un unico popolo.

Il collante è sociale.

Per tutti “costa tutto troppo”, tutti sono precari, tutti aspirano a una società più libera, diversa.
Da piazza Statuto a piazza Tahrir.
I giovani che protestano nel mondo arabo, scrive il quotidiano britannico “The Guardian”, “hanno un lavoro malpagato che detestano, faticano a ottenere una laurea che non servirà a niente. Sono una generazione ostacolata dalle tradizioni, dalla deferenza e dai governi autoritari”.
La disoccupazione giovanile raggiunge in alcune zone l’80%, in tutto il mondo arabo si attesta mediamente attorno al 25%.
Chi lavora, spesso è sottopagato, impiegato in servizi di assistenza clienti o in call center.
Eppure, spulciando i dati relativi a quei paesi, si nota che il Pil, nell’ultimo decennio, è cresciuto a ritmo “cinese”. Si è prodotta ricchezza, ma questa si è concentrata nelle mani della élite che controlla l’industria e i governi.
Di pari passo con il Pil è cresciuta anche l’inflazione, mentre i salari, per attrarre le commesse occidentali, sono rimasti fermi.
A fronte di una maggiore “ricchezza” prodotta, il popolo si è impoverito ulteriormente e, con l’aumento dei generi alimentari, è diventato difficoltoso anche comperare il pane.
È in questo contesto che le piazze si sono riempite, è per queste ragioni che Mohamed Bouazizi si è dato fuoco innescando la rivolta tunisina.
Quella che affolla le piazze del mondo arabo è una nuova soggettività sociale, frutto dei mutamenti del capitalismo.
Quando, nel 1962, a Torino, migliaia di giovani operai invasero piazza Statuto per protestare contro l’accordo separato siglato tra Fiat e alcuni sindacati, Romano Alquati scrisse: “Noi non ce l'aspettavamo, eppure l'abbiamo organizzata”.
Intendeva dire che loro, quelli di “Quaderni rossi”, erano stati i primi a intuire che un nuovo soggetto, l’operaio massa, frutto delle mutazioni interne al capitalismo, stava affermandosi sulla scena. Quella rivolta diede forma a quelle intuizioni, le confermò.
Fu materia viva da studiare.
Solo quattro anni dopo fu dato alle stampe Operai e capitale di Mario Tronti, in cui quegli spunti, quelle intuizioni, furono formalizzati, divennero teoria.
La rivolta araba non solo non se l’aspettava nessuno, ma nessuno ha contribuito a organizzarla, se non i popoli insorti e le contraddizioni interne al capitale.
In questo caso è il “precario moltitudine” che, dopo l’operaio massa, si appropria della scena sociale.
A scendere in piazza è una nuova soggettività sociale, sorta dei mutamenti che negli ultimi decenni hanno attraversato il capitalismo a livello internazionale.
Una soggettività che rispetto all’operaio massa ha un’arma in più.
Sin dal primo momento le rivendicazioni non sono solo sociali, salariali, come erano a piazza Statuto. Quelle folle reclamano diritti sociali e politici: soldi, pane e libertà.
L’operaio massa ci mise dieci anni per giungere a quelle rivendicazioni, il precario moltitudine non comincia da capo. Riparte dallo stesso punto in cui il lavoro del suo antenato era stato interrotto, sconfitto. Anche se il giovane che occupa piazza Tahrir non ha mai letto “Operai e capitale”, né ha mai sentito parlare di piazza Statuto.
Forse è questo che spaventa i governi occidentali.
Forse è questa la risposta che cerca il filosofo sloveno Slavoj Žižek quando si chiede perché i liberal occidentali, che pubblicamente hanno sempre sostenuto la democrazia, si preoccupano proprio adesso, quando la gente si ribella in nome della libertà e della giustizia, e non in nome della religione.
La paura, probabilmente, è rappresentata dal fatto che, una volta crollata la narrazione tossica del mondo arabo, possa diffondersene un’altra. Una narrazione che parla di soldi, pane e libertà. Risorse che spesso scarseggiano anche per i popoli occidentali.
Una narrazione che per diffondersi può contare su un mezzo del tutto nuovo e orizzontale, la rete.

Rete & rivoluzione

Le rivoluzioni a catena in Nord Africa sono un enorme e metaforico viaggio della speranza”, scrive l’artista italo-libica Adelita Husni-Bey.
A traghettare i rivoltosi, però, questa volta non sono le carrette del mare, ma fibre ottiche, cavi, satelliti.
Con un recente articolo apparso sulla rivista statunitense The New Yorker, Malcom Gladwell ha aperto un’ampia discussione sul connubio tra social media e rivoluzione.
Grazie alla rete, dice Gladwell, si creano esclusivamente legami deboli, utili per sensibilizzare su tematiche specifiche, magari per convincere qualcuno a donare il sangue. Nulla di più.
La rivoluzione, secondo lui, è un’altra storia.
Per farla occorrono compagni fidati, legami che solo calpestando le stesse strade, solo respirando lo stesso odore della rivolta e la stessa puzza della repressione, possono consolidarsi.
Ha ragione!
La sua analisi ha però un limite. Osserva la rete solo dal punto di vista dei legami che può creare. Tralascia le informazioni messe a disposizione senza mediazioni, senza censure.
Immagini e suoni alla portata di tutti.
L’attendibilità delle fonti in rete è stata una delle tematiche più discusse negli ultimi tempi. Il problema sussiste ancora, ma non nel caso delle rivoluzioni di questi giorni.
A far circolare le informazioni, se vivi per esempio in Egitto o in Tunisia, è il tuo vicino di casa, il tuo compagno di banco, quello che l’altro giorno, in piazza, era a protestare al tuo fianco, o al fianco di tuo figlio, di tua moglie, di tuo marito. Per questo non ti poni il problema della fonte. Anzi, la reputi più attendibile.
È la stessa ragione per cui quelle immagini hanno un effetto dirompente anche in occidente, il motivo per cui offuscano la narrazione tossica del mondo arabo.
Grazie alla rete, quel popolo ha l’opportunità di autorappresentarsi, di manifestarsi nelle case occidentali per quello che realmente è, senza mediazioni, senza filtri.
E si manifesta gridando “dégage!”, “andatevene!” a governanti sanguinari e corrotti. Lo fa rivendicando soldi, pane e libertà.
A qualcuno potrebbe venire in mente che, in fin dei conti, questi arabi non sono molto diversi da noi. Si vestono in maniera simile alla nostra, ballano al suono di ritmi a noi familiari, hanno gli stessi nostri problemi…
Sarà questo a preoccupare i governi occidentali?
È per questo che preparano l’invasione della Libia?
Un popolo libero in un paese ricco di materie prime è pericoloso. Per i capitalisti occidentali, of course.


DALLA LIBIA ARRIVA UN GRIDO DI LIBERTA'
di Farid Adly

(...) Le riflessioni che sono state avanzate da Rossanda, Castellina, Parlato e Di Francesco sono sacrosante, ma difettano in un punto: non inquadrano la questione libica nel suo contesto storico.
Sarebbe un dibattito avanzato e profondo su dubbi e zone d’ombra, se non ci fosse in corso una tragedia di un popolo che viene ucciso ogni giorno, nelle piazze delle città libiche e nelle piazze d’affari del mondo industrializzato.
La frase del compagno Parlato «Sono e resto un convinto estimatore del colonnello Gheddafi» (Il Sole-24 Ore del 18/2/2011, poi ribadita sulle pagine del manifesto dieci giorni dopo) fa molto male a chi – come me – ha perso la propria libertà a causa del tiranno. Quanti articoli sul manifesto ho dovuto firmare diversamente, per scongiurare una repressione contro i miei familiari.
Prima di tutto, quella in corso non è una guerra civile; lo potrà diventare in futuro, ma adesso è una resistenza popolare contro un tiranno, la sua famiglia, i miliziani e mercenari.
È paragonabile alla resistenza italiana contro il fascismo mussoliniano.
La questione della bandiera issata sulle zone liberate, avanzata da Manlio Dinucci, quella dell’indipendenza, non è un sintomo di ritorno al passato. Quella bandiera non è certo proprietà dell’ex re Idriss o della confraternita senussita. (A proposito, non ho capito il riferimento del compagno Parlato all’asserito antisemitismo di Idriss. Essere anti-sionisti non è necessariamente antisemitismo. Vi ricordo che prima dell’occupazione della Palestina, tra i vari progetti per creare Israele, nella prima metà del Novecento, la Cirenaica era uno dei luoghi proposti. Essere contrari a quei propositi non è certo antisemitismo).
Io avrei usato la bandiera rossa, ma io e la mia generazione non contiamo nulla in questa rivoluzione. La corrente monarchica nell’opposizione è assolutamente minoritaria e lo sbandierare di quel tricolore, con stella e mezzaluna in bianco non è un attaccamento al passato ma un chiaro rifiuto del regime.
Fondare su questo una critica ai giovani libici che hanno affrontato a petto nudo le mitragliatrici anti-carro dei miliziani e mercenari di Gheddafi, è di una ingenerosità disarmante. Non si nega qui l’esistenza di piani internazionali per mettere le mani sul petrolio della Libia, ma la rivoluzione libica del 17 Febbraio 2011 non è guidata da fantocci dell’imperialismo, bensì da giovani e democratici che hanno una storia nel paese.
La caduta del muro della paura, dopo le esperienze di Tunisia e Egitto, li ha portati ad alzare la testa contro la tirannia. Se non mettiamo al centro dell’attenzione questo grido di libertà, che nasce dal basso, non capiremmo nulla dai moti di rivolta che stanno caratterizzando la lotta dei paesi arabi contro le cariatidi alpotere da troppi anni.

La seconda questione riguarda il Gheddafi socialista. Le tesi sul cosiddetto socialismo arabo hanno imperversato negli anni Cinquanta e Sessanta, al momento del riscatto nasserian-baathista di Egitto e Iraq.
Interessanti esperienze di borghesia nazionale del sud del mondo, che sono state, solo per necessità, anti-imperialiste nella prima fase del loro sviluppo. In Iraq, Egitto e Siria di quegli anni i comunisti e i socialisti sinceri sono stati perseguitati e repressi. Quelle esperienze di colpi di stato hanno dato molti frutti positivi sul piano sociale, ma solo nella prima fase del loro sviluppo. La tendenza verticistica e la mancanza di una legittimità democratica, da una parte, e l’attacco dei paesi occidentali alleati di Israele dall’altro (guerra di Suez nel 1956 e quella del 5 giugno 1967) hanno reso questi nuovi regimi delle oligarchie militari che nulla hanno a che fare con l’idea di una giusta distribuzione della ricchezza nazionale e dello sviluppo sociale e culturale dell’essere umano, base di ogni esperienza socialista.
Gheddafi arriva dopo, nel 1969. La «spinta propulsiva» del golpe militare contro il vecchio re Idriss, per dirla con Berlinguer, è finita molto presto. Già nel 1973 della rivoluzione degli ufficiali liberi non c’era più nulla, se non la spietata repressione di ogni dissenso.
Le forche all’Università, l’allontanamento dei compagni d’armi, la cancellazione di ogni forma d’opposizione, il divieto dei sindacati, l’annullamento di ogni azione indipendente della società civile, l’uccisione degli oppositori all’estero (l’Italia è stata un teatro prediletto per azioni terroristiche) e le operazioni militari contro civili che protestavano pacificamente contro le volontà del tiranno (anni ’80 e ’90 a Derna e Bengasi…), il massacro di Abu Selim (26 giugno 1996), sono esempi di questo dominio di una nuova classe dirigente che si è ridotta di fatto alla famiglia di Gheddafi e a una piccola cerchia di suoi seguaci.
La corruzione imperante e il dominio totale dei servizi segreti sulla vita quotidiana dei cittadini sono alla base di un regime che ha sperperato le ricchezze del paese non per costruire una Libia moderna capace di creare occupazione e prosperità per il popolo, ma per comperare le coscienze, conquistare l’appoggio di altri dittatori, in impossibili e perdenti guerre africane (Uganda, Ciad…) e nel lusso per i suoi figli e adepti. La Libia è un paese ricco, ma i libici sono poveri.
Un impiegato prende l’equivalente di 170 dollari al mese, mentre uno degli stolti figli del tiranno ha speso due milioni di dollari per uno spettacolo, durato solo un’ora, di una cantante americana, Beyoncé, in una discoteca di Las Vegas. Del socialismo gheddafiano, i libici hanno un ricordo sbiadito dei supermercati vuoti dalle mercanzie e della noiosa e stupida burocrazia corrotta, simile a quello che hanno ereditato le giovani generazioni dell’est europeo.
E non tutto era anticomunismo. Non credo che Gheddafi rappresenti una continuazione dell’esperienza non allineata di Nasser. Castellina fa bene a ricordare l’importanza di quell’idea, peraltro ridotta al silenzio dalla spietata aggressione imperialista, di rifiuto di schierarsi per forza con uno dei due patti militari in cui era diviso il mondo del secondo dopoguerra. Nasser è morto povero e suo figlio non ha ereditato nessun ruolo politico. Qui invece abbiamo la ricchezza petrolifera del paese considerata come proprietà privata della famiglia e il potere jamahiriano ridotto a una ridicola monarchia. Considerare Gheddafi come parte di quel mondo che si è incamminato nel solco del nobile esperimento dei «Non Allineati» è stato un errore di valutazione della compagna Castellina. Non bastano le belle intenzioni del colonnello!
Quel che conta nella politica è l’azione. Anch’io, come molti giovani libici di allora, ho occupato il Consolato libico a Milano e ho distrutto la gigantografia di re Idriss. Ma già nel 1973, l’Unione generale degli studenti libici che guidavo, ha occupato l’ambasciata libica a Roma, per protesta contro l’impiccagione nell’atrio dell’Università di Bengasi (per di più senza processo) degli studenti che chiedevano libertà e rappresentanza.
La sinistra libica è stata cancellata con uccisioni e detenzioni e in alcuni casi con la compravendita delle coscienze, nel più totale silenzio.
È stata anche colpa nostra, perché non siamo stati capaci di comunicare e tessere relazioni e abbiamo vissuto l’azione di opposizione in forme organizzative frammentarie. Ma non si può dare a Gheddafi la patente di rappresentante di un’idea di socialismo.
Gli errori di questo tiranno non si limitano agli ultimi dieci anni, come sostiene il compagno Parlato (il manifesto, 27 febbraio), ma risalgono a ben più lontano. Gheddafi ha sbandierato il vessillo dell’anti-imperialismo e dell’anti-colonialismo, ma sotto il tavolo ha barattato la propria salvezza personale con accordi che hanno aperto la Libia al saccheggio dei paesi ricchi. Siamo consapevoli che il petrolio fa gola a molti. E per questo siamo contrari a ogni intervento militare esterno. L’opposizione ha chiesto una «No Fly Zone» per impedire l’uso dell’aeronautica da parte del colonnello (come sta avvenendo in queste ore su Brega e Ajdabieh).
Gli uomini che formano il governo provvisorio di salute pubblica sono persone che conosco personalmente e sono serie e fidate.
Non sono secessionisti né fondamentalisti. La matrice democratica che li spinge a ribellarsi agli ordini del tiranno è fuori discussione.
Non dar loro ascolto, sarebbe un grave errore da parte della sinistra italiana e dell’Italia democratica tutta.
Infine, l’autolesionismo. Perseverare nell’errore sarebbe il peggio. Il giudizio positivo che si dava di alcune esperienze dei paesi dell’emisfero sud non vieta la possibilità di una revisione critica.
Come avvenne per la critica dei paesi del socialismo reale dell’est europeo, anche oggi è possibile prendere atto della fine di un’illusione. Il giudizio di allora aveva le sue ragioni contingenti e di contesto. La situazione attuale è un’altra. E va riconosciuta per quel che è. Non credo sia lungimirante cospargerci il capo di cenere per gli errori di valutazione e analisi del passato. Ricordiamoci che Mussolini era stato socialista e che Giuliano Ferrara era comunista. (...)

Pubblicato Marzo 6, 2011 04:21 AM | TrackBack

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