A cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta la Barriera era ricca di sale cinematografiche
A cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta la Barriera era ricca di sale cinematografiche.
Sociale, Palermo, Major, Adua, Lanteri, Zenith, solo per ricordarne alcune.
Oggi non ci sono più, ma nella mia infanzia furono luoghi dove sogni a buon mercato aiutarono intere generazioni a crescere e ad andare avanti.
L’avventura ci educò più della scuola e prima del lavoro.
Una cava dove dei poveri forzati spaccano le pietre come in Prendi i soldi e scappa: ecco dov’è finito John Rambo dopo il discreto casino combinato nel primo episodio della saga. Ma appare il solito colonnello Trautmann che di Rambo non s’è dimenticato: gli propone una missione suicida nel nord del Vietnam in cambio della libertà e John ci sta dentro di bestia. Ha una sola domanda, battuta che mi convince immantinente a proseguire la visione: “Signore, ci lasceranno vincere, questa volta?”. Questa pellicola si preannuncia celestiale. Sono stanco, non ho energie mentali per un bel film, ho voglia di qualcosa di estremamente divertente, voglio ghignare, voglio dialoghi esilaranti: Rambo 2 fa al caso mio, è decisamente la mia cup of tea.
Dopo alcuni giorni di permanenza a Port au Prince decidiamo di esplorare il centro città con una telecamera digitale, una macchina fotografica e la consapevolezza del fatto che lo spettacolo non sarà gradevole dato che il terremoto non è stato benevolo con questa zona della città che è tra le più disastrate. Un po’ tutti abbiamo in mente le immagini televisive del Palazzo nazionale a pezzi, della cattedrale in rovine, del mercato generale e dei ministeri distrutti da quei 36 secondi d’immane violenza tellurica. Montiamo in due su una motocicletta di fabbricazione cinese, inconfondibile con le sue tinte giallastre scolorite, le luci rotte, il clacson improbabile, i suoi tre metri di scotch a sigillare le parti in plastica già rotte dal suo primo giorno di vita: si tratta di una Vague (vaga…) DSM Super Moto 125cc semi automatica e pericolosa. Armati di prudenza partiamo in discesa lungo la gran via Delmas diretti verso il Mar dei Caraibi che s’intravvede oltre la cappa di smog insieme ad alcune portaerei che intorbidiscono ancor di più il panorama di un porto occupato da forze straniere e pieno d’aiuti umanitari “in attesa di destinatari adeguati”.
Piove da tanti giorni che non ricordo più come sia fatto il sole. È mattino presto e non c'è tempo, è ora di andare, di lasciare questa città ai suoi abitanti. Morti viventi.
Alla fermata del trasporto n. 3 c'è già ressa, mi chiedo come faremo a salire tutti. Ma non ho scelta, dovrò salire su quel mezzo se voglio farcela: l'ultimo treno passa tra meno di mezz'ora e andare a piedi fino alla stazione sarebbe un suicidio.
L'attesa è snervante, tutti guardano tutti con sospetto per cogliere i primi segni del contagio, la tensione è palpabile, basta una scintilla per far scoppiare un incendio. Se il trasporto tarda ancora, non ho dubbi che il panico avrà presto il sopravvento.
Il 4 gennaio 1972 nelle case degli italiani successe qualcosa di inaudito e mai visto. Da 17 milioni di piccoli schermi in bianco e nero cominciò a irradiarsi la serie di fantascienza più devastante dell’intera storia umana. Era come se Bergman, Tarkovskij e una telecamera fissa si fossero trovati insieme per giocare uno scherzo a un intero Paese. Era stato realizzato A come Andromeda, il telefilm più lento e ipnotico mai trasmesso. A partire dalla sigla (un Tavor tv: potete maneggiarla con cautela qui a destra). Su una strada britannica (in realtà porta a Basiglio, in provincia di Milano) corre (si fa per dire) una spider. Oltre che la Lombardia, si userà la Gallura, per le location. La spider della sigla procede alla velocità di un’Ape. L’infinita maratona della fuoriserie si chiude con una scritta ricca di promesse: “Questa storia si svolge l’anno prossimo in Inghilterra”. La trama è un Blade Runner pensato da qualcuno che ha preso più LSD di chi Philip Dick (e ce ne vuole).
di Tommaso De Lorenzis (da L'Unità del 21 febbraio 2010)
Walter Tevis, Il colore dei soldi, Minimum Fax, 2010, pp. 332, € 13,00.
Un tempo Eddie Felson era il miglior giocatore di biliardo a buche d’America. Lo chiamavano Fast Eddie, lo Svelto. Non era stato semplice arrivare lassù, sulla “cima della piramide”. A Chicago aveva rimediato una sonora lezione dal mitico Minnesota Fats, il professionista obeso dallo stile impeccabile. In un localaccio aveva ripulito i gonzi sbagliati e l’eccesso di spocchia gli era costato entrambi i pollici.
Poi aveva saputo rialzarsi. S’era guardato il fondo dell’anima ed era tornato da Fats: questa volta per vincere. Giocavano forte. Anche per quaranta ore di fila. Cinquecento, mille, cinquemila bigliettoni a partita in un rilancio al massacro.
La ricostruzione dell'Abruzzo: un Nuovo Miracolo Italiano, reso possibile dalla Protezione Civile che tutto il mondo ci invidia (brutto rosicone).
Gli Uomini del Fare, e le Donne che se li Fanno hanno saputo ridare un tetto e due tette a tutti, mettendo al Centro il Benessere dei cittadini, nella più totale trasparenza degli appalti, e dei bikini brasiliani.
Mentre il nucleo diroccato dell'Aquila è stato preservato intatto per essere riutilizzato come set del il prossimo reality ''L'isola dei Franosi'', i terremotati vengono alloggiati nelle modernissime New Town modello Avatar. A ognuno di loro viene fornito un fondale sul quale è dipinta una villa, e un paio di occhialetti per vederla in 3D.
Forse qualcuno storcerà il naso a sentir parlare ancora di principi e festival. Il biasimo sarà per aver indirizzato l’attenzione verso qualcosa di infimo e poco intellettuale come il Festival della Canzone Italiana o la tanto riprovata partecipazione di Emanuele Filiberto Di Savoia. In realtà a me destano veramente poco interesse le doti canore del principe, ma mi scuote d’indignazione l’utilizzo distorto della lingua italiana, l’appiattimento del senso della frase, la banalizzazione populistica. Qualcosa di grave è accaduto e non si tratta di politica. Una superficiale, becera violenza alla lingua. E se non c’è più freno alla decenza, che ci sia almeno riguardo per la lingua italiana. Per come la si usa, perché non se ne si abusi, perché a lessemi e concetti sia conferita la carica preziosa che meritano.
Libertà per Manolo e Costantino, colpevoli di niente, incarcerati in via "preventiva"
degli Amici di Manolo Morlacchi e Costantino Virgili
(Nessuna foto disponibile per gli sciacalli).
[Pubblico volentieri un comunicato che chiede la liberazione di Manolo Morlacchi e Costantino Virgili, nonché degli arrestati del 10 giugno 2009, finiti in carcere per non avere fatto un cazzo ma, forse, avere meditato di farlo, un giorno o l'altro. Nessuna prova concreta contro di loro (esattamente come nella famigerata Operazione Tramonto), le accuse su fatti specifici sono già cadute. Centrodestra e centrosinistra hanno applaudito in forma bipartisan agli arresti: i maledetti "pensavano" di dar vita a un ipotetico gruppo clandestino chiamato "Per il comunismo Brigate Rosse". E tale è l'amore per la clandestinità che Morlacchi, figlio di brigatisti, ha scritto un libro sulla sua adolescenza e osava andarlo a presentare in giro, con tanto di filmati a corredo. "Tale il padre e la madre, quale il figlio" si saranno detti gli inquirenti. Sbattiamolo in galera, non si sa mai.
La casona che prima del terremoto del 12 gennaio scorso a Port au Prince era la sede dell’Aumohd, un’associazione di avvocati da anni in lotta per la difesa dei diritti umani ad Haiti e per la protezione della popolazione dei quartieri disagiati, è adesso anche un rifugio d’emergenza che il suo presidente, Evel Fanfan, alcuni ex-impiegati dell’associazione, due ragazze del quartiere che hanno perso casa, anche se per fortuna i loro familiari sono vivi, e a volte vi dimorano dei collaboratori stranieri come me e Diego che vengono ad aiutare, a informare, a capire, a vivere. Siamo i primi dopo il sisma e veniamo trattati con tutte le attenzioni del caso.
Ci viene proposto di dormire in giardino o nel parcheggio sotto un tendone di plastica enorme che copre alcuni letti d'emergenze, ma preferiamo entrare in casa, salire un piano e stenderci in terrazza sui nostri materassi cinesi gonfiabili, sotto le stelle che brillano orgogliose e indisturbate sopra la città senza luce. Negli uffici del piano terra, sgomberi e puliti, c’è la lavagnetta di Evel dove hanno scritto i nostri nomi e quelli di ogni ospite "residente" dell'associazione con le sue rispettive funzioni. Nessuno osa restare fermo sotto i tetti della casa e la scalata ai piani superiori è un’impresa psicologicamente impegnativa per chi sente ancora dentro il tremolio, il frastuono, la rottura e la caduta, cioè il trauma per la devastazione concepita e attuata dalle forze della natura. Fatalismo, animismo, culto della morte, reminiscenze voodoo e religiosità profonda si fondono nella cultura haitiana con un cattolicesimo di facciata ed un protestantesimo in crescita dirompente grazie ai finanziamenti delle potenti chiese statunitensi e alla crisi della tradizione cattolica romana proprio come accade anche in Messico e in tanti altri paesi dell’America centrale e dei Caraibi.
[Al momento di completare questo articolo la stampa indiana ha comunicato la proroga di 6 mesi del visto di soggiorno in India della scrittrice bengalese Taslima Nasreen, minacciata nel suo paese da fondamentalisti religiosi. Taslima, in attesa di un visto residenziale, potrà intanto tirare un respiro di sollievo, anche se pare che questo visto provvisorio sia stato rinnovato per l'ultima volta. La redazione di Carmilla aveva partecipato alla stesura di un appello per la conferma dell'asilo politico in India.] A.P.
È una strana notte, quella tra il 13 e il 14 febbraio. È il capodanno cinese: l'anno della tigre. Il calendario gregoriano annuncia a pochi colpi di lancetta San Valentino, col corollario di e-postcards, fiori e inviti al ristorante. Anche i musulmani festeggiano qualcosa: lungo la strada a transito veloce i marciapiedi sono occupati per qualche chilometro da una striscia bianca di musulmani che costeggiano, col naso rivolto verso la luna, il mar arabico risalendo Mumbai da sud a nord, superato il consolato italiano e poi il tempio indù di Mahalaxmi, dea della ricchezza, e lo splendido santuario di Haji Ali, una moschea adagiata su un'isola che fluttua come un miraggio e nella scansione delle maree riesce a toccare terra attraverso uno stretto istmo di cemento.
Pubblichiamo l'Appello in favore di Checchino Antonini, giornalista di Liberazione condannato a otto mesi di carcere per un articolo sulle violenze al G8 di Genova. Checchino Antonini è co-autore, assieme a Francesco Barilli e Dario Rossi, di Scuola Diaz: vergogna di Stato, sul quale pende una denuncia per "diffamazione" del questore Fournier, ed è l'autore di una serie di articoli che hanno contribuito in maniera decisiva a svelare la verità sulla morte di Federico Aldrovandi.
Questa condanna ha quindi il suono sinistro e inquietante di un avvertimento: ci sono verità, recenti e lontane, che non devono essere dette.
La redazione di Carmilla aderisce all'appello, e invita ad aderire e a solidarizzare con Checchino attraverso l'e-mail liberalacronaca@gmail.com e il gruppo facebook solidarietà a checchino antonini.
Il principe Pico Raniero di Savoiardi è al centro del palco, luci puntate addosso. Di fianco a lui, un omicino che gli arriva al gomito e ha la faccia inquietante di chi ha passato gli anta ma conserva i tratti di un bambino. Comincia la prima parte della canzone ma nessuno lo ascolta, è il principe a calamitare l’attenzione. Il finto bambino s’interrompe e l’altro si prepara per l’attacco canoro su questa musica malinconica.
Gli affezionati del Festivalremo attendono con trepidazione questo momento, sono tutt’orecchi.
Il principe appoggia una mano sul lucidissimo bavero del suo frac nero. Incamera l’aria.
Suspense.
Arrotonda la bocca come se stesse succhiando da una cannuccia. Ne esce un suono molto simile a un fischio.
In questi giorni abbiamo avuto un altro esempio dell'ottimismo imprenditoriale della destra di governo: nei momenti tragici del terremoto in Abruzzo, là dove noi vedevamo solo case e vite distrutte, loro vedevano miliardi e puttane, appalti, e festini. Una lungimiranza che ha radici lontane.
Quando il Faraone fu raggiunto dalle tragiche notizie sul misterioso flagello che stava tramutando in sangue le acque d'Egitto, egli subito convocò Bertolamses, gran sacerdote del dio Sciacallo, e i suoi consiglieri.
''Benissimo! - risero i Bertolamsi - possiamo raccoglierle con le autobotti, e rivenderle per le trasfusioni! Di certo saranno infette, fangose, e anche un po' puzzolenti, ma basta reinvestire la consueta parte del guadagno in tangenti agli uffici di controllo, e passeranno ogni test!''
Il Faraone sorrise compiaciuto, e li congedò.
305 - Essere John Malkovich del farlocco Spike Jonze, USA 1999
Ci sono film che sono delle cagate. E questa è verde, sciolta e mefitica. Io non volevo andarci al cinema, sentivo delle chiare bad vibrations e avevo fortissimi dubbi su quanto di buono di questo film m’avevano detto Pier Paolo ed Elena. Barbara mi convince e smetto il lutto cinematografico: approfittiamo della Milano senza macchine e andiamo al cinema Ariosto. La città sembra 1997 Fuga da New York e tutte le auto, posteggiate e silenti - al posto di intasare le strade -, sono inquietanti. Vediamo il film, mi scompongo e quanto segue è un’invettiva vecchio stampo, quando ancora sapevo indignarmi se mi sentivo preso per il culo da un mestierante.
Perforando il suolo locale con lo “spillone”: il lavoro culturale di Antonello Ricci
di Alberto Prunetti
Luciano Bianciardi polemizzava ferocemente contro il provincialismo erudito degli studiosi locali, che lui chiamava in senso spregiativo “archeologi” e “medievalisti”. Li attaccò ferocemente nelle pagine iniziali de Il lavoro culturale e rispose al loro cicalio abbandonando il retroterra grossetano per seguire un nuovo progetto editoriale nella Milano del preteso “boom economico”. Rimase impantanato con un piede nella provincia e l'altro nel jet-set degli intellettuali mainstream, guadagnandosi gli odi degli uni e degli altri e conducendo male una vita agra, pieno di grappa cattiva e sensi di colpa.
Gran parte delle sue accuse contro i “localisti” erano giustificate. E lo sono anche adesso, in un'epoca in cui “locale” vuol dire qualcosa di peggio dell'epoca di Bianciardi.
A quasi un mese dal disastroso terremoto di 7,3 gradi della scala Richter che ha colpito la capitale di Haiti, Port au Prince (o all’occorrenza Porto Principe), causando oltre 200mila morti e un milione di sfollati, il paese si trova in un costante stato d’emergenza ed è praticamente isolato dal resto del mondo dato che gli scali aerei e navali internazionali sono controllati dall’esercito americano, dalla Minustah (United Nations Stabilization Mission in Haiti) e dai contingenti militari inviati da tutto il mondo. Quindi per raggiungere Port au Prince, si deve passare dalla vicina Repubblica Dominicana. Partiamo in due da Città del Messico a Santo Domingo in aereo e poi da lì via terra si dovrà attraversare tutta l’isola da est a ovest lungo una strada precaria e trafficata, l’unica. Al nostro arrivo a Santo Domingo ci accoglie Narciso, un anziano giornalista e uomo politico dominicano, militante del Partito Comunista, combattente durante la rivoluzione dominicana del 1965 e nella resistenza contro l’invasione statunitense fu più volte esiliato a partire dall’inizio degli anni sessanta da quando lottava contro la tirannia del dittatore Rafael Leonidas Trujillo.
Tony Sardi è uno dei miei lettori più attenti. Di quelli che ringrazio in silenzio a ogni puntata per esistere e per navigare, forse, nella Luce Oscura. Con lui tutti quelli che spesso cito direttamente e che collaborano, magari senza averne avuto l'intenzione, a questa rubrica.
Tony mi scrive:
“Traggo spunto da alcuni interventi tuoi su Carmilla, legati dal concetto che eventi tra loro distanti geograficamente e, a volte, strutturalmente, siano legati tra loro, e inseriti in uno schema che tocca entità spirituali o comunque non materiali. L'idea mi è venuta osservando la prima foto scattata al premier Berlusconi dopo il maldestro attentato di cui era stato fatto segno in piazza Duomo.
Gianni Biondillo, Nel nome del padre, Guanda, Milano 2009, pp. 193, € 14,50
«Fuori è Natale e noi lo sappiamo dalla confusione, dalle luminarie. Fuori però. Qui, in questa casa desolata, c’è solo un uomo umiliato».
È la Vigilia di Natale, e mentre tutti celebrano la festività più attesa dell’anno tra regali e riunioni di famiglia, Luca è solo, abbandonato sulla sua poltrona, in mano solo una bottiglia di liquore. C’è silenzio nel salotto, c’è desolazione e la percepiamo dal modo in cui Luca guarda nel vuoto, si alza, barcolla verso la credenza alla ricerca di una nuova bottiglia da svuotare.
Ma Luca non è sempre stato così, e Gianni Biondillo, l’autore di questo libro tanto drammatico quanto coinvolgente, ci cala nella sua storia, tornando indietro nel tempo a quando la famiglia di Luca era ancora unita.
La caratteristica principale del pianeta Pandora è quella di essere una versione wetware di Facebook, cioè una sorta di social network vivente, al quale sono connessi anche bestie e vegetali, proprio come Facebook.
L'argomento più discusso in rete a proposito del faraonico Avatar però non è questo, né l'esaltante magnificenza della CGI contrapposta all'avvilente banalità della trama, e nemmeno lo schematico sottotesto politico, che mescola una pur lodevole critica al tradizionale colonialismo predatorio USA, con la celebrazione del più colonialista degli stereotipi: l'Uomo Bianco che s'imbuca fra i ''Selvaggi'', e ne diventa l'Eroe.
Mai che i ''Selvaggi'' in queste storie siano autorizzati ad avere un Eroe autoctono.
Avatar: un pianeta cyber e la salvezza della contaminazione
di Chiara Carlino
Eravamo tutti pronti al solito polpettone buonista salviamo-il-mondo con sfondo romantico ed effetti speciali in primo piano, e in parte l'abbiamo trovato. C'è un mondo che viene salvato – ma non il nostro. Effetti speciali ovviamente a palate, ma di rado autoreferenziali, tanto che ho qualche dubbio che il 3D aggiunga qualcosa di significativo all'esperienza dello spettatore.
La trama è la solita storia che va sempre bene, pescata tra le offerte speciali della Grande Libreria delle Idee di Hollywood. Anche i personaggi sono presi al discount, in un pacchetto completo di battute, relazioni, aspetto fisico e modi di fare, tanto da riuscire a dare la sensazione di aver già visto e poter recitare a memoria un film per cui si è appena dovuta sostenere una fila interminabile alla cassa del cinema.
Ma tutto sommato non è il solito polpettone buonista.
Durante il 2009 è circolata voce che Jean-Luc Godard stesse lavorando a quello che sarebbe rimasto il suo ultimo film. Proprio per questa ragione il fondamentale regista francese della Nouvelle Vague (o se preferite, “il più coglione dei registi svizzeri”, come apparve scritto sui muri di Parigi nel maggio ’68) avrebbe scelto un soggetto e un titolo degni di concludere una carriera. Le riprese di Socialisme sono finalmente terminate, il film uscirà nel 2010; per fortuna però si è anche diffusa la notizia di un successivo lavoro in preparazione, Les Disparus, tratto dal libro Lost dell’americano Daniel Mendelsohn (Gli scomparsi, Einaudi 2007), storia della ricerca di una famiglia ebrea di Bolekhiv (Ucraina) sparita durante la Shoah. Buon segno, decisamente: malgrado l’età Godard ha ancora troppo da dire, e i film più recenti, specialmente lo straordinario Notre musique (2004), sono lì a dimostrare che il vecchio “mestatore semantico” è ancora all’opera.
Torna in edicola STILOS, il leggendario magazine dei libri
a cura della Redazione
Dopo due anni di femo ritorna agli inizi di febbraio in edicola il magazine dei libri Stilos, nato nel 1999 e diventato poi un quindicinale a diffusione nazionale. Direttore è ancora il suo fondatore, Gianni Bonina, che ha trasformato il giornale in una rivista mensile di 150 pagine a colori e caratteristiche tecniche di alta qualità. Pressoché immutata la compagine dei collaboratori (con i contributi fissi di Antonio Debenedetti, Andrea Di Consoli, Enzo Golino, Giuseppe Montesano…), ma l’interesse si è esteso anche, con rapide escursioni, a cinema, teatro, arti figurative e fumetti. Ogni mese poi l’appuntamento con le rubriche a tema libero di Benedetta Centovalli, Arnaldo Colasanti, Guido Conti, Andrea Cortellessa, Aurelio Grimaldi, Filippo La Porta, Giulio Mozzi, Sergio Pent, Silvio Perrella e Vanni Ronsisvalle. A ciascun numero sarà inoltre allegato un libro inedito in omaggio. Il primo sarà Lo stivale di Garibaldi di Andrea Camilleri, parodia in dialetto siciliano di avvenimenti veri nella Sicilia postunitaria, illustrata da Piero Guccione.
[In occasione dell'uscita del volume di André Orléan, Dall'euforia al panico Pensare la crisi finanziaria e altri saggi (Ombre Corte, Verona 2010, pp. 160, € 15,00) anticipiamo parte dell'introduzione]
1. André Orléan è uno degli scienziati sociali più interessanti nel panorama attuale. Le sue ricerche e i suoi interventi pubblici appaiono svincolati dalle costrizioni cognitive che oggigiorno contraddistinguono gran parte delle posizioni assunte dagli economisti; sono infatti caratterizzati da rigore argomentativo, rilevanza, autonomia e capacità divulgativa. Tuttavia i suoi studi sono scarsamente noti agli scienziati sociali italiani.
[Come preannunciato, pubblichiamo alcune poesie del poeta romagnolo, prevalentemente vissuto a Bologna, Olindo Guerrini (1845-1916). Sono tratte dall'antologia Nova Polemica (1878), firmata "Lorenzo Stecchetti", uno dei tanti pseudonimi dell'autore. Guerrini si differenzia da altri poeti socialisti della sua epoca (come Mario Rapisardi, Carlo Monticelli, lo stesso Filippo Turati, ecc.) per freschezza e facilità nel verseggiare, e per alternare temi politici ad altri scherzosi e libertini. Benché enormemente popolare non fu mai ricco - ironizzò sulla sua condizione con poesie sulla "cucina povera" cui era costretto - e terminò la sua vita svolgendo mansioni di bibliotecario.] (V.E.)
IUSTITIA
Amen, with all my heart!
Shakspeare, Otello, V, 2
Alla signorina Vera Zassoulitch. (1)
Vorrei che questa mia povera penna
fosse un ferro rovente
per bollarvi tra gli occhi la cotenna
canaglia prepotente.
[Questo articolo, intitolato all'origine Bologna-Vergogna: quando uno slogan diventa realtà, è apparso su Il manifesto del 27 gennaio 2010 e poi ripreso da molti altri siti. Nel riproporlo, aggiungo in appendice la poesia completa di Olindo Guerrini Primo Maggio, citata nel testo. Altri poemi di Guerrini (alias Lorenzo Stecchetti) conto di pubblicarli prossimamente.]
Un poeta bolognese dei primi del Novecento, Olindo Guerrini in arte Lorenzo Stecchetti, scrisse dei versi intitolati “Primo Maggio”. Vi si descriveva la marcia lenta, solenne e silenziosa di un corteo di operai. “Toccandosi le mani ognun di loro / cerca il vicin chi sia. / Se i calli suoi non vi segnò il lavoro, / quella è una man di spia.”
Jackie Kennedy sfondò la porta con un calcio, ed entrò. In fondo alla stanza in penombra i profughi erano raggruppati attorno all'unico di loro con un' arma. Una ragazza. Jackie Kennedy la falciò con una scarica di pallettoni prima ancora che sollevasse la pistola. Altre due Jackie Kennedy entrarono a finire il lavoro.
Poche scariche dopo, dei profughi restava solo un mucchio di carne sanguinolenta.
Finito di sparare, le Jackie ritrassero le canne telescopiche all'interno degli avambracci. La prima di loro chiamò la base attivando il comunicatore installato alla base del cranio metallico: ''Settore dodici pulito'' comunicò. Poi, insieme alle altre, uscì dalla stanza.