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della Redazione di Carmilla
dallago3.jpg Eroi di carta, un libro contro Gomorra e il suo autore: vi spieghiamo perché è meglio leggere un poliziesco (come diceva Brecht).

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La mente è tornata a questo romanzo poche ore fa, dopo le notizie dall'Afghanistan. Che poderoso libro, che cupa eppure risplendente fotografia della condizione attuale. Odiato e incompreso dai fans più conservatori del Camilleri montalbanesco, La presa di Macallè (2003) è una delle opere migliori dello scrittore di Porto Empedocle. Il brano che riportiamo (dal capitolo 3) dice tutto quel che c'è da dire, non una necessaria parola di meno, non un'inutile parola in più. Buona lettura. Red.

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Natività

di Alessandro Villari

Stellarossa.JPGIn quel tempo uscì un decreto da parte di Erode Re di Giudea che ordinava il censimento di tutti gli immigrati, promettendo la regolarizzazione a tutti coloro che si fossero registrati.
Ahmed era giunto dall’Etiopia due anni prima per sfuggire alla guerra e cercare lavoro. Faceva il pastore nei dintorni di Betlemme: in cambio di 20 sesterzi al giorno pascolava le pecore che una multinazionale romana appaltava a una cooperativa del luogo. Come molti altri pastori e braccianti immigrati che lavoravano per la cooperativa, Ahmed era in nero e quindi senza permesso di soggiorno, come previsto dalla legge Antipa. Con la sua famiglia, moglie e quattro figli, viveva nella stalla del suo padrone, un fariseo di nome Angelo.

Il giorno dopo che fu emanato il decreto di sanatoria, numerosi avvocati si recarono presso le abitazioni degli immigrati, ai quali dissero che in cambio di 1000 sesterzi avrebbero provveduto per loro a depositare le domande di regolarizzazione: 500 sesterzi erano la tassa da pagare per proporre la domanda, gli altri 500 per le spese legali. Dopo averne discusso con la moglie, anche Ahmed come gli altri pastori decise di pagare i mille sesterzi. Erano tutti i risparmi della sua famiglia, e avrebbero dovuto risparmiare sulla legna quell’inverno, ma senza permesso di soggiorno avrebbero continuato a vivere con la paura di essere deportati nei terribili Centri di Identificazione ed Espulsione.
La mattina del 24 dicembre a casa di Ahmed venne recapitata una busta, era dell’avvocato a cui aveva pagato i mille sesterzi. La lettera all’interno, in carta intestata, diceva che la domanda di regolarizzazione per Ahmed e la sua famiglia era stata respinta per ''mancanza dei requisiti di legge''.
Il pastore si vergognava di mostrare la lettera alla moglie, e cercò tutta la mattina di contattare l’avvocato per chiedere per quale motivo la domanda non fosse stata accolta, o se perlomeno avrebbe potuto riavere i soldi che aveva speso. Al numero fisso una segreteria telefonica con una musichetta natalizia in sottofondo rispondeva che lo studio era chiuso, e porgeva ''i migliori auguri di serene festività'', mentre il cellulare era staccato. Dopo aver lasciato una mezza dozzina di messaggi su ciascun numero chiedendo invano di essere richiamato al più presto, Ahmed decise finalmente di confidare alla moglie quanto era accaduto. I due piansero a lungo di disperazione e di rabbia, lontano dallo sguardo dei figli che se ne stavano intirizziti in un angolo, a giocare con dei pupazzi di stracci: li vestivano con altri stracci perché non prendessero freddo.
Dopo un pranzo miserabile, Ahmed decise di recarsi dagli altri pastori per sapere che ne fosse stato delle loro domande di regolarizzazione. Amjad viveva in una tenda, lo trovò fuori intento a bruciare la lettera dell’avvocato. Insieme si recarono da Mahmood che stava lasciando il centesimo messaggio sulla segreteria del suo legale. I tre raggiunsero la roulotte in cui Abdelrajat viveva con la sua famiglia.
Abdelrajat raccontò loro che era riuscito a contattare il suo avvocato: gli avrebbe restituito i 500 sesterzi delle spese legali, ma i 500 per la domanda non c’era verso di riaverli dallo Stato. I quattro immigrati si guardarono negli occhi e vi lessero la stessa umiliazione. Ed ecco che giunse Angelo, il capo della cooperativa, e disse loro che quella notte avrebbero dovuto vegliare le greggi al pascolo. I pastori nativi non se la passavano molto meglio degli immigrati, ma almeno avevano di solito un contratto regolare, ferie e malattia pagate e non lavoravano a Natale.
A nulla valsero le deboli proteste dei quattro, che pure avrebbero voluto trascorrere la notte con le loro famiglie. «Se non vi va bene potete anche cercarvi un altro posto» replicò seccamente Angelo, prima di tornarsene a casa.
Scendeva il buio, Ahmed salutò la moglie, si strinse nel cappotto, e uscì dalla stalla che faceva loro da abitazione. Gli aromi di stufato d’asino e arrosto di bue che provenivano dalla casa del padrone gli misero l’acquolina in bocca: non aveva mangiato che polenta gialla e fagioli.
Al crocevia s’incontrò con gli altri pastori e i quattro raggiunsero il pascolo dove dormivano le pecore. Sulla strada, passarono davanti a una capanna che faceva da stalla a una locanda poco distante. All’interno, insieme a qualche capo di bestiame, una giovane coppia accudiva un neonato adagiato su una mangiatoia. Ahmed e i suoi compagni, immersi nei propri tristi pensieri, ci fecero appena caso.
I quattro passarono un’ora in silenzio in mezzo alle pecore addormentate, l’unico suono era quello dei denti che battevano per il freddo. Finalmente Ahmed parlò: «Così non possiamo andare avanti. Lavoriamo di giorno e di notte per meno di un tozzo di pane. Ci hanno rubato ogni diritto e minacciano la vita dei nostri figli. Io me ne vado» Detto questo si alzò in piedi, afferrò il lume e imboccò la via di casa, seguito dagli altri pastori curiosi di capire che cosa avesse in mente.
Nel frattempo, davanti alla stalla in cui si erano imbattuti all’andata si era radunata una piccola folla, c’erano anche molti braccianti e pastori con le loro donne, perlopiù immigrati. Vicino all’ingresso, il cappello in mano, c’era anche Angelo, il padrone della cooperativa. Ahmed si avvicinò a un tale che se ne stava un poco in disparte con le braccia levate e un’aria di stupore ebete, e gli chiese cosa stesse capitando.
«Ma come?- rispose quello - Non avete udito? Oggi nella città di Davide è nato per noi un Salvatore che è il Cristo Signore, siamo qui per adorarlo! Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini che egli ama!»
«Stronzate» replicò Ahmed. Fece per andarsene, ma non appena vide le telecamere della televisione locale che riprendevano l’evento ci ripensò: gli era venuta un’idea. Fece cenno ai suoi amici di seguirlo, e si issò sul tetto della stalla. Levò davanti a sé il lume perché gli illuminasse il volto – da lontano si sarebbe detto che una stella si era posata sopra la capanna – e gridò che non sarebbe sceso finché a tutti i pastori e i braccianti di quella regione non fosse stato garantito un salario dignitoso e il permesso di soggiorno in Giudea.
Dalla folla sottostante si levarono un applauso e un coro di hurrà. Fu allora la volta di Angelo, visibilmente alterato: «Che sciocchezze sono mai queste? Siamo qui per adorare il Signore, Cristo! Scendete immediatamente e facciamola finita, o vi caccio tutti a calci in culo!»
Un brusio preoccupato si diffuse allora tra la folla. Qualcuno timidamente commentò «Angelo ha ragione, non è il momento di fare questi discorsi» era il Meravigliato di prima, ancora in quell’assurda posizione con le braccia levate. Dopo qualche attimo di incertezza, un bracciante egiziano lì di fianco gli mollò un ceffone mandandolo a rotolare per terra, e suscitando subito un secondo applauso liberatorio, ancora più convinto ed entusiasta del precedente. Alcuni pastori cominciavano a raccogliere delle pietre con aria minacciosa. Il padrone della cooperativa si rifugiò nella stalla tra lo sconcerto della coppia che la occupava, e se la svignò non visto dall’uscita sul retro, mormorando frasi irripetibili all’indirizzo del gruppo di immigrati.
La mattina del 25 dicembre un piccolo presidio era ormai organizzato intorno alla stalla. Ahmed e gli altri tre erano sul tetto, e di tanto in tanto lanciavano appelli con il megafono, mentre alcuni pastori distribuivano volantini ai passanti. Qualcuno si fermava per informarsi e lasciava un contributo alla cassa di solidarietà. I due giovani sposi davano una mano: Maria aveva messo a disposizione il cucinino dentro la capanna e aiutava le donne a preparare il pranzo per gli immigrati, Giuseppe, che di mestiere era falegname, montava tavoli e panche. Le telecamere se n’erano tutte andate, giornali e TV non volevano che si diffondesse la notizia della protesta.
Verso mezzogiorno, tre diplomatici stranieri giunsero alla capanna. Avevano saputo della nascita del piccolo Gesù e recavano dei doni.
«Non sappiamo che farcene di incenso e mirra, ma l’oro servirà a mantenere il presidio» disse Ahmed dal tetto della capanna, ma udite queste parole Gaspare, Melchiorre e Baldassarre si ripresero gli scrigni, voltarono i tacchi, e se ne andarono scandalizzati.
Giunse quindi la notizia che Erode, forse messo sull’avviso proprio dai tre diplomatici, volesse mandare l’esercito per sgombrare la stalla. Si mormorava che se il presidio non si fosse sciolto, Erode avrebbe deportato tutti gli immigrati e ucciso per rappresaglia tutti i bambini dai due anni in giù nella regione di Betlemme. Qualcuno propose di arrendersi e tornare a casa, ma la maggior parte dei pastori e dei braccianti invece di scoraggiarsi sembrò trovare nuove energie e nuovo entusiasmo. Solo Giuseppe e Maria fuggirono in Egitto con il bambino.
«Peccato, un miracolo avrebbe fatto comodo» pensò Ahmed, mentre saggiava la fionda.

Pubblicato Dicembre 25, 2010 04:37 AM | TrackBack

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