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Argentinazo 9: Una storia di Soriano

di Alberto Prunetti

soriano_bayer.jpg[Intervistai Osvaldo Bayer (nella foto con Soriano) a Buenos Aires nel 2005 per conto de Il Manifesto (qui) e parlammo molto della sua amicizia con Osvaldo Soriano. Una parte di quell'intervista non venne mai pubblicata. L'avevo prima inserita nel mio romanzo Il fioraio di Perón, poi la tolsi, forse perché offre un'immagine “sorianesca” di Bayer che stupirebbe molti argentini. Finalmente la pubblico su Carmilla assieme ad altri aneddoti relativi alla Fiera di Francoforte del 1976 (quella dedicata alla letteratura Latinoamericana) e alle vicende dei letterati argentini esuli in Europa negli anni Settanta. Siamo davanti alla casa di Osvaldo Bayer, in un angolo del quartiere “tedesco” di Belgrano. Proprio sulla soglia, davanti alla scritta “El tugurio”. Così Soriano aveva ribattezzato quella casa piena di libri e ritagli di giornale in cui dopo la fine della dittatura andava a cena ogni mercoledì.] A.P.

_Osvaldo, sarebbe troppo chiederti un passaggio in macchina fino al mio albergo? Sta in centro, non lontano dall’obelisco.
_Lo siento, amigo. Non posso. E non prendertela con me, ma con Osvaldo Soriano.
_Che c’entra Soriano?
_Non sai che ho smesso di guidare per colpa di Soriano?
_Come sarebbe a dire?

_Soriano sapeva che io sono molto antirazzista, il razzismo mi irrita. E poi non sopporto il machismo. Ma, come ti ho già detto, a lui piaceva provocare. Eravamo entrambi in esilio in Europa, negli anni Settanta. Una volta in Germania stavamo andando in auto verso Colonia. Io guidavo, e lui si divertiva a infastidirmi. Iniziò a raccontarmi una storia. Una storia tremenda, tagliata apposta per me, per provocarmi. Mi disse: “Sai che la rivista “La Semana” mi ha mandato una volta in Brasile per un reportage con un fotografo? Stavo proprio bene a Rio de Janeiro… così bene che mi venne da dire al fotografo: ‘Amico, andiamo a scoparci una negra?’.
Perché, sai Osvaldo, le brasiliane sono bone, sono negre, e le negre sono tutte troie”.
Io rimasi inorridito. Gli dissi: “Soriano, ma perché parli così?”.
“E come vuoi che parli?”
“Ma vai al diavolo!”
“Ma allora racconto o non racconto?”
“No, no, racconta.”
Soriano continuò la sua storia.
“Allora per strada raccattiamo due negre, e loro ci portano nel loro barrio. E io gli faccio al fotografo: ‘Occhio con queste perché sono ladre, come tutte le brasiliane sono tutte ladre’.
Arriviamo da loro, io me ne vado in una stanza e il fotografo in un’altra. Poi ci spogliamo”.
Qui Soriano fece una pausa a effetto e precisò: “Sai, Bayer, io quando vado con le puttane faccio sempre così. Metto la mia giacca su una sedia, in un lato della camera. Perché lì ci sta il portafogli. Meglio non fidarsi delle negre, no?”.
Be’, io continuavo a guidare e cercavo di non tradire il mio fastidio, per non dargli soddisfazione. Soriano continuava imperterrito: “Eravamo a letto, io sopra di lei, quando mi viene un sospetto… perché tu lo sai come sono le negre… allora metto una mano nella giacca… e il portafogli non c’è! E così d’istinto mollo un ceffone impressionante in faccia alla negra! Dico: ‘Puttana d’una negra, ridammi il borsello!’.
‘Ma che argentino brutto… cosa vuoi da me?’
‘Ridammi il borsello!’
‘Ma di quale borsello parli?’
E allora, siccome lei aveva al collo una collana d’argento, le strappo via questa collana e la metto nella giacca. Poi la minaccio: ‘Ridammi i miei soldi, perché sennò chiamo la polizia’.
E non appena dico la parola “polizia”, ecco che se ne esce di colpo, da una cantinetta nascosta, un negro in mutande.”

Mi metto a ridere, pensando alla scena. Ma non voglio fermare la storia.

Bayer va avanti: _Soriano continuava il suo racconto: “Io mi rendo subito conto che questo negro in mutande che scappa di corsa dalla cantina va a chiamare altri negri, e che questi ci avrebbero ammazzati dalle bastonate. Allora chiamo il fotografo e gli dico: ‘Senti, viejo, scappiamo, perché qui arrivano altri negri e ci ammazzano di botte, ci prendono a bastonate’. E il fotografo: ‘No, no, Soriano, guarda che qui è uno spasso, non me ne voglio andare’. Ma io continuavo a urlare: ‘Qui ci ammazzano! Qui ci ammazzano!’. Così ci rivestimmo di corsa e scappammo via. Ovviamente non abbiamo pagato”.
Bayer interrompe per un attimo il racconto. Tira il fiato, per spurgare un po’ le parole di Soriano. Poi riattacca: _Allora io dovetti bloccarlo. Con sarcasmo gli dico: “Soriano, che bella storia mi racconti”. Non l’avessi mai fatto! Qui mi ha dato il colpo di grazia.
Mi disse: “Comunque prima di andare via io alla negra l’ho menata come se fosse un uomo”.
“Come l’hai menata?”
“L’ho menata come avrei menato un uomo!”
“Ma non è possibile, Soriano. Sei un figlio di puttana!” Dovevo utilizzare il suo gergo, se no non avrebbe capito.

Osvaldo non si ferma più: _Non ci ho visto più dalla rabbia! Letteralmente. E così sono andato a sbattere contro un’altra macchina. Eravamo su un ponte sul Reno. Ero così indignato con lui che non ho visto il semaforo rosso. Ho tirato dritto e abbiamo sbattuto contro una macchina. Siamo scesi. Noi non avevamo problemi, ma nell’altra macchina c’era un turco intrappolato nelle lamiere. Per fortuna non si era fatto nulla, ma la sua auto era distrutta.
Soriano scese sul marciapiede e disse: “Mi hai quasi ammazzato…”.
E io: “Potresti essere più solidale e dire: ‘Quasi ci siamo ammazzati’.
Ma intanto il turco gridava… Noi poi avevamo bloccato il traffico. In quel momento scese da una macchina un tedesco biondo, grande e grosso.
Mi mostrò una tessera con scritto “Polizia Criminale” e mi disse: “Lei è passato col rosso”.
eltugurio.jpgIl miliziano biondo si avvicinò al turco, ancora bloccato nel finestrino, e senza neanche aiutarlo gli disse: “Sono un poliziotto, sono fuori servizio, però posso testimoniare a suo favore al processo”.
E allora Soriano mi chiese: “Che dice il tipo?”.
E io: “È un poliziotto, ha detto che è fuori servizio ma che farà da testimone contro di noi al processo”.
Qui Soriano si indignò: “Ma in che paese vivi? Sono tutti infami così, i tedeschi? Perché si mette in mezzo?”.
Dopo risalimmo in auto per andarcene a casa mia. Pensavo che nell’incidente avrei potuto ammazzare un bambino… ero veramente abbattuto. Guidavo in silenzio, d’umore nero. Neanche Soriano parlava, forse perché si sentiva in colpa per avermi fatto perdere il lume della ragione col suo racconto. Poi a un certo punto mi sono ricordato che il racconto non era finito. E gli dissi, tanto per smorzare quell’atmosfera pesante: “Be’, insomma, com’è andata poi quella storia?”.
“Quale storia? Quella della negra?”
“Sì”
“Niente. Torno con questo fotografo nella camera dell’hotel…. E sai cosa ho trovato?
“No.”
“Ho trovato il borsello! Era nella tasca di un altro paio di pantaloni, appoggiati su una sedia!
Così che, povera negra... l’ho scopata, non l’ho pagata, l’ho picchiata… e gli ho anche portato via la collana d’argento!”
“Guarda, Soriano, lasciami dire in verità quello che penso di te: sei un reverendissimo figlio di mille putas!”.

Io mi metto a ridere. Poi chiedo: _Ma è una storia vera?
_Macché storia vera... gli piaceva inventare storie… anche solo per farmi incazzare! In esilio mi tormentava tutta la notte... io mi sveglio da sempre alle 5 del mattino, orario in cui lui andava di solito a dormire. E Soriano passava le nottate a telefonare a me e a altri esuli per rompere le scatole e “provare” le sue storie... raccontava che gli erano successe le cose più aberranti... se mi lamentavo perché erano le 3 del mattino, mi diceva che l'esilio in Germania mi stava facendo male, che era un paese di nazi... ci ho messo un po' a capire che erano prove per i suoi romanzi... Comunque la morale della favola è questa: non ti do il passaggio perché da quel giorno ho stracciato la mia patente e non ho più voluto guidare!
_Sicché devo prendermela con Soriano...
_Precisamente! Osvaldo sorride. Poi cambia espressione:_Oh, intendiamoci, non voglio che ti faccia un’idea sbagliata di Soriano. Sapeva essere anche una persona molto seria. Una volta abbiamo studiato un piano per dare un bel colpo alla dittatura argentina. L’idea era sua: tornare tutti assieme in Argentina, tornare alla luce del sole, come intellettuali argentini esuli, accompagnati da scrittori, giornalisti e altre personalità europee, che avrebbero dovuto proteggerci. Io e Soriano cominciammo a parlarne in giro. Günter Grass fu subito dei nostri, e ci furono altri che chiedevano un biglietto per quell’aereo. Ma c’era un passeggero fondamentale che dovevamo procurarci: Julio Cortázar. Julio allora era lo scrittore argentino più famoso. Probabilmente il più famoso dopo Borges. Senza di lui, il piano non avrebbe funzionato. Il gordo Soriano stava a Parigi, avrebbe potuto parlarci lui stesso con Cortázar, ma non se la sentiva. Era molto timido, e poi aveva la sua fama. Diceva: “Se ci parlo io, penserà che sia una delle mie storie e non vorrà credermi. Devi esserci anche tu”. Allora ci trovammo tutti a cena a Parigi. Cortázar era un nemico della dittatura, ma quella sera non aveva voglia di rischiare la pelle. Era innamorato. A me e a Soriano caddero le braccia. Soriano mi guardava con sguardo pieno di tristezza…
_Quindi avevate anche Grass dalla vostra parte...
_Anche lui. È uno attento alle questioni dell’America Latina… Ti voglio raccontare un aneddoto su di lui. Mi ricordo che una volta... credo fosse il 1976... alla fiera del libro di Francoforte stavo parlando con Grass, e con la coda dell’occhio vedo passare Juan Rulfo, l’autore di Pianura in fiamme. Allora Günter Grass mi disse: “Accidenti, vorrei parlare con Rulfo. Non sai per me quanto è stato importante leggere i suoi libri...voglio dire, ha scritto pochissimo, ma credo che abbia creato delle pagine incredibili, ha trasformato la letteratura, siamo tutti suoi debitori...”.
E io: “Aspetta un attimo che lo chiamo e te lo presento”.
Così vado da Juan Rulfo, anzi da Juan Nepomuceno Carlos Pérez Rulfo Vizcaíno e gli dico, tutto entusiasta: “Ascolta, non sai chi vuole parlare con te…”
Ora… immagina… un autore europeo così importante, che chiede di conoscere questo messicano con origini indigene, che ha fatto un po’ tutti i mestieri e che sembra aver scritto così, quasi di malavoglia…. E sai cos’ha risposto, Juan? Ha detto: “Gunter Grass? E chi cazzo è?!”
Scoppiamo entrambi a ridere.

_Osvaldo, credo che dovrai prendertela con Soriano.
_Per cosa?, chiede lui incuriosito.
_Per il fatto che stanotte dormirò a casa tua.

E rientro nel tugurio.

Pubblicato Dicembre 7, 2010 02:17 PM | TrackBack

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