di Sandro Moiso
Viviamo nel Bel Paese, guastato soltanto, di quando in quando, da qualche scandalo politico (causato da case e cucine in Costa Azzurra o da una troppo assidua frequentazione della residenza premierale da parte di escort insignificanti e volgari) oppure dalla rutilante esibizione muscolare di alcuni politici un tempo dediti a zappare la pianura padana.
Purtroppo le cose sembrano precipitare a Sud di Cassino , finendo con il peggiorare l’immagine radiosa che dai tempi del sig. Galbani tutti hanno potuto osservare sulle forme del noto formaggio da tavola.
Non quello con i buchi, quello è svizzero. Semmai i buchi nel nostro formaggione tendono a farli certi topi che, nell’immaginario collettivo e nella vulgata leghista, democratica o perbenista, portano sempre gli occhiali scuri, lo stuzzicadenti trai denti e parlano stretto qualche incomprensibile dialetto meridionale.
Oppure, più semplicemente, che stanno al governo.
Magari i buchi e i topi fossero solo quelli.
Invece,a forza di mangiare e di riprodursi, tutte le specie di topi, dal Rattus Norvegicus ai Top Manger (sì Manger, non manager), hanno potuto ingrassarsi e moltiplicarsi a spese della ricchezza socialmente accumulata a livello nazionale.
La letteratura è piena di topi orripilanti, ratti dei cimiteri e ratti nei muri.
I fumetti hanno reso famosi Mickey Mouse e quelli di Spiegelmann.
Ma quelli che assomigliano di più a quelli nostrani sono quelli che comparvero per la prima volta nei primi anni sessanta sulle pagine di Linus. Erano stati creati da Lob e Pichard nel 1963 e raccontavano la criminale storia di Tenebrax, uno scienziato folle, che aveva creato ratti dalle dimensioni eccezionali e dall’intelligenza umana con cui intendeva dominare Parigi, a partire dalle sue fogne e gallerie sotterranee del metrò.

Ora se fossero solo i topi di fogna ad infastidire la nostra esistenza non ci sarebbero troppi problemi.
Recentemente una squadra di disinfestatori milanesi, nei pressi di un noto liceo cittadino, ha dimostrato che è facile neutralizzarli, utilizzando gli strumenti di sempre, rivelatisi già così efficaci in passato.
Sono gli altri a preoccupare di più, anche perché troppo spesso hanno trovato il modo di travestirsi da nutrie (sì, quelle che le madame chiamano castorini quando parlano delle loro pellicce), specie oramai protetta nonostante i danni che possono causare agli argini dei fiumi (e in provincia di Pisa pare che se ne sappia qualcosa).
Il travestimento è riuscito così bene che a sinistra spesso sono stati trattati, e tuttora sono trattati, come dei beniamini.
Quello che ha infastidito di più i suoi iniziali ammiratori (che lo credevano “imprenditore illuminato”) è certamente il Top Manger per eccellenza del gruppo (auto) Fiat.
Il bel roditore ha ammesso e rivendicato di guadagnare 435 volte di più di uno dei suoi operai, con gran rumoreggiare del pubblico sinistrese che già pensava che le 20 volte in più di Valletta rispetto ai suoi operai degli anni ’50 e ’60 fossero già tante.
Un altro bell’esemplare di ratto travestito, recentemente definito banchiere “di sinistra” dall’ineguagliabile Valentino Parlato, ha accettato di lasciare il suo pericoloso posto di combattimento per la modica cifra di quaranta milioni di euro. Ora, al di là degli scontri avvenuti nella suburra politica ed economica per allontanarlo dalla sua posizione all’interno di uno dei principali gruppi bancari italiani, pare aver dato anche lui un bel morso al solito formaggio.
La più carina di tutte è però lei, la nostra amata e simpatica Top manger di razza, reginetta delle assemblee imprenditoriali, raffinata sostenitrice della causa del lavoro femminile (fino e oltre i sessantacinque anni) e dalla fulva criniera in perenne movimento . Quella che, con la scusa di criticare l’attuale Re dei topi, riesce ancora ad affascinare leader sindacali, presunti di sinistra, vecchi (il buon vecchio sindaco della città delle due torri) e nuovi (quello con i modi e abiti da vero top manger), così come hanno recentemente dimostrato i convegni di Genova e Viareggio.
Lasciamo, però, ora perder tutti gli altri roditori d’alto bordo, italiani e non, perché da Alitalia a Trenitalia fino alla Porsche e alla Enron, l’elenco comincerebbe a diventare troppo lungo. Tanto ci siamo capiti, no?
Bene, poiché è giunto il momento di togliere le scarpine da ballo ed entrare, con scarponi da montagna vecchi, frusti e pesanti nel cuore della questione.
Recentemente, in un programma televisivo dedito a discutere di tutto per parlare in realtà di nulla, il conduttore, un ex-estremista di L.C., giusto per pubblicizzare la ristampa di un suo testo comparso negli anni ottanta e dedicato agli operai FIAT, ha scoperto che quando il gatto non c’è, i topi ballano (ovvero che in assenza di lotta di classe, “i padroni” si ingrassano). Meraviglia…si riparla di lotta di classe?!
Sì, peccato però che, come al solito lo si debba fare in chiave moralistica.
“Eh, ma allora rompi i corbelli…” dirà certamente qualche lettore, “se non se ne parla, vuoi che sene parli; se lo si fa, critichi…”. Sì, critico.
Una concezione della lotta di classe che si riduce a mera funzione di ridistribuzione del reddito da lavoro, finisce col dimenticare che la caratteristica principale di una società capitalistica è proprio quella di far corrispondere ad una produzione estremamente socializzata un’appropriazione esclusivamente privata del suo prodotto.
Per cui il fine ultimo della lotta di classe, all’interno di questa, non può essere che il superamento della stessa e delle leggi economiche e morali che la governano.
In altre parole, se è vero che nei periodi di crescita è possibile che la lotta politica e sindacale della classe lavoratrice può portare ad un miglioramento delle condizioni materiali dei lavoratori (si pensi alle lotte operaie in Italia tra gli anni sessanta e settanta o agli attuali miglioramenti salariali che i lavoratori di alcune grandi aziende cinesi ha ottenuto, grazie agli scioperi, nel corso degli ultimi mesi), è altresì vero che in periodi di vacche magre il capitale nel suo insieme ed i suoi amministratori, in particolare, mirano a mantenere inalterati i propri profitti (se non ad aumentarli) attraverso un uso feroce dei propri apparati di governo e gestione dell’economia. A tutto discapito dei dipendenti e dei lavoratori occupati e non.
Si potrebbe anzi avanzare ancora un’ipotesi, da affiancare alla affermazione lapalissiana or ora fatta: e cioè che, in tempi di crisi epocale come quella che il capitalismo occidentale sta attraversando, i primi avvoltoieschi becchini di un modo di produzione in affanno siano proprio i suoi amministratori, che, nelle banche come nelle industrie, non possono far altro che approfittare dei momentanei benefici, per i bilanci annuali, derivanti da un significativo taglio dei dipendenti.
“Se licenziamo un numero significativo di lavoratori” pensano i nostri asini travestiti da Top Manger e/o da economisti, ignorando l’ABC del plusvalore e del lavoro immortalato nelle pagine di Smith, Ricardo e Marx “quest’anno avremo un avanzo di bilancio che si potrà spartire in assenza di profitti derivati dall’ampliamento della produzione e del commercio”. Bravi, bello sguardo, miope, da furbacchioni patentati.
Per cui scandalizzarsi per i lauti profitti dei nostri Top manger significa soltanto illudersi o voler illudere la massa dei lavoratori, sempre più precarizzati, che esistano due capitalismi: uno ingiusto ed arrogante ed un altro “possibile”, equo e disponibile alla ripartizione dei frutti della produzione socializzata.
E’ chiaro che i processi di finaziarizzazione sempre più spinta delle attività capitalistiche hanno invece favorita il primo, unico vero, aspetto dei processi di appropriazione del prodotto del sopralavoro, ovvero del plusvalore socialmente prodotto.
“Le imprese per azioni, che si sviluppano per effetto del credito, sono sempre più portate a fare del lavoro di amministrazione una funzione ben distinta dalla proprietà del capitale, preso a prestito o meno.[…]Con lo sviluppo del credito lo stesso capitale denaro riveste un carattere sociale, si concentra nelle banche e non è nemmeno più anticipato dal suo immediato proprietario; d’altra parte il semplice direttore che non possiede capitale a nessun titolo, è incaricato di tutte le effettive funzioni che competono al capitalista: sopravvive dunque soltanto il funzionario, e il «capitalista», divenuto ormai un personaggio superfluo, sparisce dal processo di produzione.[…]Anche facendo astrazione dalla società per azioni, il sistema di credito permette al capitalista singolo, o a colui che passa per esser capitalista, di disporre in modo assoluto entro certi limiti del capitale della proprietà e quindi del lavoro altrui. La possibilità di disporre del capitale sociale è quella di disporre del lavoro sociale. Il capitale che si possiede in proprio è soltanto ormai la base del credito.[…] Tutte le misure normali, tutte le spiegazioni escogitate per giustificare più o meno il modo capitalistico di produzione, qui scompaiono. Nelle sue speculazioni il finanziere (il Top Manger?) non rischia altro che proprietà sociale. Non meno assurdo è trovare l’origine del capitale nel risparmio poiché questo nuovo capitalista chiede precisamente che siano altri ad economizzare per lui. E il lusso dello speculatore distrugge nettamente il principio dell’astinenza.[...]
Grazie al sistema del credito questi individui prendono sempre di più la figura di cavalieri di industria e il sistema delle società per azioni già si contrappone all’antica forma in cui i mezzi di produzione sociale apparivano come proprietà individuale.[…]
Se il credito appare come la leva principale della sovrapproduzione e della spinta all’estremo del processo di riproduzione del capitale, è perché una gran parte del capitale sociale è impiegata dai non proprietari che trascurano le precauzioni del proprietario singolo.[…]
Dunque, il credito ha un carattere immanente: esso spinge, da una parte, la produzione capitalistica a far dell’arricchimento mediante lo sfruttamento di valore altrui un sistema enorme di speculazione e di gioco limitando sempre di più il numero di quelli che sfruttano la ricchezza sociale mentre, dall’altra, accelera le violente eruzioni di tali opposizioni, ossia le crisi e, per conseguenza, la dissoluzione dell’antico modo di produzione” (Karl Marx, Il Capitale, Libro Terzo, cap.XXIII, pag.201 e cap.XXVII, pag.285)
Si lo so, qualcuno già dirà “Che palle questo Marx…non c’è qualcuno di più moderno? Più attuale?!”
Ebbene no, anzi faccio di peggio e mi appello pure a Leopardi nel condannare questo “secolo, superbo e sciocco” che cammina come i gamberi e lo chiama andare avanti.
Ovvero davanti alla crisi, al capitale che dimostra la sua essenza nella sua potenza/impotenza, riformisti e democratici ne temono la fine e cercano di rianimare un cadavere che cammina con il soffio vitale del lavoro sottopagato e sempre meno garantito dei lavoratori.
Per fare ciò quindi sindacalisti di ogni colore e risma si stringono in un abbraccio contro natura con le nutrie di cui si parlava, per rilanciare produttività e concorrenza oppure a chiedere, con la Confindustria, più interventi dello stato in difesa del lavoro e del capitale privato. Peccato che questo fosse già il contenuto dei programmi del Patto di Palazzo Vidoni e della Carta del lavoro di mussoliniana memoria.
Keynes, economista che il solito grande vecchio avrebbe annoverato tra quelli “volgari”, così amato a sinistra, mediò il suo programma di interventi pubblici, e per sua stessa ammissione, dallo statalismo del fascismo (che invece picchiò piuttosto duro sui salari operai) , ma oggi è ancora sbandierato come un rimedio universale da anti-fascisti d’accatto (che concepiscono il fascismo solo come limitazione delle libertà democratiche) e da sindacalisti e imprenditori che, senza citarlo, vorrebbero evocarne lo spettro salvifico.
Dimenticando che l’unico sbocco, vero, delle ipotesi keynesiane applicate si ebbe nel riarmo e nel secondo conflitto mondiale.
Per cui, se è possibile dimostrare che nei periodi di crisi, statisticamente e su scala internazionale, gli scioperi tendono a diminuire poiché i lavoratori sono più ricattabili e, sostanzialmente, le lotte puramente sindacali finiscono col non dare più frutti (di nessun genere) è altresì vero che proprio nella crisi e con la crisi bisogna fare i conti con forme e modalità di lotta che tendano al superamento dell’attuale modo di produzione.
Le poche centinaia di attivisti che hanno sfilato, nonostante i numerosi arresti operati dalla polizia e l’isolamento messo in atto dai servizi d’ordine sindacali, in coda alla manifestazione di Bruxelles (dove ancora una volta i sindacati europei chiedevano investimenti e garanzie per le imprese e, poi, per i lavoratori), svoltasi in occasione della riunione plenaria dei ministri dell'economia, con la loro richiesta di un salario sociale, non legato alla produttività e al lavoro hanno posto una questione utile ai fini del superamento dell’impasse della lotta di classe intesa come lotta essenzialmente sindacale e potrebbero dar vita ad un nuovo nucleo di “uomini”, come quelli che il buon vecchio Steinbeck aveva ancora a disposizione, che potrebbero permetterci di parlare non soltanto di topi.





