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Città sommersa - I

di Alessandro Raveggi

Raveggi1.jpg.jpgPresentiamo qui il primo estratto da un romanzo work in progress, dal titolo Città sommersa. Tre giovani cineasti italiani arrivano al Distrito Federal, Città del Messico, per tentare l'impossibile: realizzare un kolossal sulla Rivoluzione messicana. Senza budget, senza speranza, atterrano all’aeroporto della città nel momento esatto in cui scatta nella l'allarme per l'influenza AH1N1, incontrando da subito una megalopoli spettrale, post-apocalittica. La storia racconta della quarantena di realizzazione surreale del film, in cui potenzialmente ogni cittadino del Mostro è comparsa del kolossal senza confini, e assieme se stesso, coi suoi pregi e difetti. Il lento recuperare della vita e delle contraddizioni di una megalopoli nei confronti di un'epidemia (e forse calunnia) che blocca il tempo, si intreccia con il lento perdere coscienza dei tre italiani, verso la scoperta allucinata di un universo, nelle fogne della città, dove una città sommersa vive in parallelo alle vite sovrastanti.

Corazòn Potëmkin

Un paesaggio invisibile condiziona quello visibile, tutto ciò che si muove al sole è spinto dall’onda che batte chiusa sotto il cielo calcareo della roccia
(Italo Calvino, Le città invisibili)

Vedi, in una pellicola troppo fragile per contenere il tutto, tra i refoli di pulviscolo che s’impennano voraci come bobine impazzite di questo kolossal sulla Rivoluzione, gli anarchici, liberali e minatori a Cananea, i loro volantini a brandelli. Alcuni di loro li hai già visti emaciati nelle notti infami di una tipografia clandestina, con l’inchiostro acido a ballare nello stomaco. E ora, calpestati da ranger americani e polizia della montagna senza istruzione, che si muovono coordinati, stracciando con gli stivali le vignette del giornale satirico El Hijo de El Ahuizote. Sono lugubri, tra il grigio dell’uniforme e il paglierino smorto dei sombrero.
Nel mezzo delle file, scorgi così uno sguardo acerbo e salvaguardato per qualche secondo, forse di minatore alludente prima di essere portato via, ma con un taglio di capelli troppo lungo, che ti strapazza lo stomaco, lo riduce come quei caratteri stracciati, spersi in un acciottolato battuto.
Concentrati su quella breccia. Ti restano, tra le mani, quei caratteri, presto si maturano e rimpastano, in una sovrapposizione, si fanno rotondi e umanisti, nell’Ateneo della Gioventù. I giovani intellettuali messicani stanno lì intenti ad odorare i classici greci. C’è un naso odorante, tra le coste di un libro, curato, senza peli, forse di Vasconcelos, mentre altri di loro, attorno a un tavolo in marmo di una rigogliosa selva, soppesano l’uomo messicano con il vitruviano, grattando dei fogli con dei compassi. Hanno i tic dei filosofi e letterati, spasmi come quelli che fanno ai festival estivi. Mentre orchidee, glicini e cactus esplodono a ripetizione nel loro eden domestico, questo lo scopri sorvegliato da busti fidiani. E dietro ad un busto, zampillano le piume di un azteco, viola, verdi e rosse. E sotto le piume, eccoti ancora quello sguardo, ma più strutturato, tagliato, che pare dirti: ti ho già in pugno, chiunque tu sia. L’immagine è difficile da scacciare dalla retina, lo sai da subito.
Ti ci vuole uno stacco. Con chiarezza, arriviamo all’intervista di Porfirio Díaz con il giornalista gringo Creelman. Lui che porge al dittatore una Coca-cola appena brevettata e ancora non distribuita mondialmente, dopo che Díaz ha annunciato, dietro un cimitero di medaglie e gagliardetti sul petto, che sicuro-sicuro si toglie di mezzo, per dare spazio ai giovani. Díaz ora analizza la bottiglia di Coca, la solleva dopo essersi massaggiato i polpastrelli sulle sue curve, fa un broncio di assentimento, si sciacqua in bocca il liquido come whisky. Hai una prolessi, uno strattone: sulle gole grosse come pugni di alcuni muratori messicani, che si fanno ingrossare il gozzo bronzeo da getti pornografici di Coca.
Per tirarti poi su, da quest’indugio sospetto, adesso voliamo. Taglio netto, dall’alto: perlustri la presa di Ciudad Juárez, haciendas date a fuoco, il classico stereotipo di un pozzo sbrecciato, una tienda de raya sventrata, due muli macilenti legati ad una staccionata, che si agitano in mezzo alle fiamme che li stanno per affogare. Quindi ci si concentra sull’esotico, perché lì vicino arrivano, come in dérapage sui tuoi piedi appena atterrati, gli avventurieri italiani, i loro ancheggiamenti, i balli di carisma. C’è Peppino Garibaldi, lo osservi per come si arriccia il baffo di godimento, i pantaloni alla zuava, la faccia un po’ macchiata di boria. Al seguito, c’è l’avventuriero Amleto Vespa, fresco di vomito spesso come mucillagine, nel suo trasbordo transatlantico. Dopo kraken e marosi, che puoi aver anche allucinato tra un refolo riarso di polvere e l’altro, ora è a braccetto col futuro presidente, Madero, accennando quest’ultimo la bonarietà cogliona di chi è predestinato a morire, in un sorriso smorzato con gli occhi. Vespa invece è molto fluido, anche se barcollante un po’, per il vomito che ancora lo tiene tirato come ad un cappio. Andate a braccetto tutti assieme, speranzosi di tacco-punta, dritti nell’onda di polvere del Messico. Tu cercavi in verità quello sguardo che fa click in mezzo alla folla.
Ti volti di spalle, a Díaz e la Coca, sei curioso di una reazione ulteriore. Quel petrolio annacquato e frizzante gli va improvvisamente di traverso per bollicine impertinenti, che gli scalano su per il setto. Esce un rigagnolo dal suo labbro infarinato, da anziano. Questo è detonante, pare crollare, assieme alle sue spille che si infrangono al suolo. Dal crollo abbagliante di medaglie, partono, come veli tra le tue palpebre e pupille, dei piani incrociati dei rivoluzionari. Ti facciamo riconoscere Serdán, che trema nascosto, tenendosi forte i lembi della vestaglia di seta, nella cantina di casa Serdán (da quella scritta sulla porta e dalla sua vestaglia, capisci tutto), poco prima che vengano a freddarlo: segui la visuale dalla canna di fucile, che lo bracca tra le casse dei vini, come in un videogioco alla ricerca del mostro. La faccia pallida di Serdán, che possiamo far freddare con efficace foro purpureo in fronte, bocca corrucciata su faccia cartonata. Passi così a Villa, e non hai bisogno di troppi segnali, per riconoscerlo, così che possiamo esagerare: lo vediamo inseguito e mai preso, aggrappato, a volte sopra a volte sotto, alla pancia del suo puledro, mentre fugge da caccia, carri armati, dirigibili, lanzichenecchi, bombe H, amanti insoddisfatte e ninja. Visto che ci vuole una nota grottesca per demitizzare un personaggio troppo tondo, che ti farebbe ridere per serietà, e non il contrario. Arrivi così, cercando nel mucchio, ad un più enigmatico Zapata, che irrompe, lui per davvero serioso, a Città del Messico, con Villa, e assieme a una moltitudine di campesinos, ciondolanti, festanti e tiranti in aria riso come ad un matrimonio. Sei partecipe di questo matrimonio in città, ma freddo e in attesa, senza la tua sposa tra le braccia, come Zapata. Fino a che Emiliano non fa lo scherzo del sedersi e non sedersi sullo scranno presidenziale, tutto si scompone e va in burla, sotto le sue setole. Capisci presto perché ci vogliono un paio, non una, di pennellate umoristiche: perché in sfumata rimangono i vigliacchi, rimangono solo i Carranza, lunghi baffini bianchi e pusillanimi, più strofinio di mani, solo gli Obregón, faccia anonima un po’ furba, più strofinio di mani. Non c’è niente da ridere, ascolti nell’aria come la trombetta glissante di quando le situazioni dei cartoon vanno alla merda.
Quello che ti dà fastidio: non vedi più lo sguardo, lo sbrego. Sì, si hanno una serie di riunioni e consessi, di cui riconosci la fibra tesa delle atmosfere, più che i volti, i loro piani scritti e improvvisati su carta arricciata e impolverata, tra un taco e un altro, scritti sulla carta marrone dei taco di interiora, tra un sorso pastoso di pulque e l’altro. Cambia solo lo sfondo per te, i muri bianchi delle cantinas, più porosi alcune e più lisci altri, per strati diversi di società, tutti quanti però con indice e pollice sporchi di coriandolo e salsa della casa. Non c’è comunque quel secondo che incaglia la bobina del film, porta l’eccesso dentro, vede per te, tutto.
L’assassinio a sangue freddo di Madero interrompe il gioco stancante di te che mangi e bevi da tempo con loro, di alcune bocche che sfibrano e sminuzzano la carne tra incisivi e canini: il presidente eletto e gabbato si porta le mani al petto in strada, si solleva e scompare in aria come una marionetta mandata in pensione, scompare nella polvere, l’onda dura di polvere del Messico. L’onda ritorna ad essere quasi protagonista, sulla tua testa. Ti guardi attorno, per orientarti nella patina marrone. Pesti i piedi di campesinos vestiti come da spedizione africana, mangiati prima dall’arsura dei campi, ora dalle pallottole di quell’onda di polvere. Pesti i piedi dei borghesi vestiti un po’ meglio, ben lisciviati, a picchiettare sulle pance dei cavalli lustrati e imperiali, che fendono quell’onda di polvere, che hanno il morso bianco, come fossero andati a sbiancarsi dal dentista. Ora uno sperone zapatista ti fa il pelo sulla coscia, tutto incrostato, ora uno sperone borghese, forzatamente scintillante, ti passa sopra la testa. In lontananza, sgranati i tuoi occhi: vedi alcuni campesinos vestiti da borghesi, che si fanno gualcire omelette al formaggio da campesinos truccati da tata. Vedi alcuni borghesi europei vestiti da campesinos che si fanno friggere quesadillas per strada da campesinos vestiti da gringo.
Dopo una stretta inquadratura sul brillio di un comal che annerisce i bordi di una tortilla imbarcata, paragonabile al tuo sconforto, ecco come un leader ammazza un altro, sangue a tagli laterali, anche su quel comal. Carranza che ammazza Zapata, sangue a tagli laterali, che schivi per magia. Obregón che ammazza Carranza, domino di pallottole e sangue, che ti macchia gli occhi. Il sangue impastato come sciame, nell’onda di polvere del Messico, in cui sei immerso e ti imbarchi come una tortilla. Tutti che ammazzano tutti, quasi arrivano a suicidarsi, scorgi delle canne di pistola alle tempie: polvere, sciame di sangue e pallottole che sfumano, tagliano l’aria, graffiano la cinepresa, puro sangue talmente vero, talmente finto. L’onda del Messico e te, e non più quello sguardo redimente.

Vedi, io vedo per te questo, tra una fermata della metro e l’altra, muovendomi tra la linea 2 e la linea 3. Solo che io vedo anche i loro nomi innocui e un po’ altisonanti, i nomi di martiri, santi e vigliacchi della Rivoluzione messicana, assegnati quasi per ogni fermata della metro. Una serie di storie, come linee della metro, costellate di nomi, che si intrecciano e aggrovigliano fino a diventare innocue, spente retoriche per cittadini di varia estrazione, nel sottosuolo della Città del Messico. La mia faccia, oblunga e stanca, riassume i contorni, riflessa come una bolla verde, una borsa di plastica ecologica, sul vetro caramello. E là fuori l’oscurità infetta, qualche cavo sporgente e fibrillante di elettricità, delle scalette improbabili di sicurezza, il silenzio agghiacciante di quando la metro si impalla nel mezzo della galleria, e sale maggiormente l’odore di sudore da panificio e calcina. Magari la metro è mezza piegata, come adesso, in curva e una panza flaccida di uno sconosciuto con mascherina verde messa male sulla bocca, messa sul mento, la sua panza ti pende sulla guancia come un cadavere dalla cotenna riscaldata. Siamo qui, incappucciati e mascherati, con misure sanitarie di fortuna, guanti invernali in un maggio bollente, passamontagna e maschere antigas, quintali di gel antibatterico che gocciola spermatico tra le dita, malati da sempre, porci cronici della storia, malati anche dell’epidemia retorica.
Alla pancia sudaticcia si sostituisce la cassa sfondata del musicante, il venditore di cd pirata che si sgola, e suoi cd contenenti per soli 10 pesos, almeno un centinaio di tracce. Il musicante, tutto compatto col suo sound system incorporato nello zaino, mi fa pensare: quanti pesos al giorno, per distruggermi i timpani? 100? 150? Poi penso che noi siamo in tre, nel team delle riprese, le riprese del kolossal hanno bisogno di comparse. Io, visto che oltre a essere regista, mi son scoperto perfezionista, sono alla ricerca avida di comparse. Se ci mettiamo di buzzo buono, a vendere film pirata sulla metro, facciamo almeno 400 pesos al giorno, in una mattinata. Tu che dici?
Ci paghi una comparsa, con quei soldi, certo una comparsa messicana: una su un centinaio, ma a volte conta più la felicità di uno, che la distribuzione di uno schiaffo per cento. Lo fai felice per una mattinata, e partecipe del nostro kolossal per un pomeriggio, quel ragazzino con la testa rasata coi finti graffiti sul cuoio capelluto, i pantaloni con, impressi male, altri graffiti, che tira su col naso che pare stia caricando un rigore per la salvezza della sua squadra. La fai felice, quella ragazzina bella solo di occhi, con tristi rughe da quindicenne, cappello da baseball blu in testa, il brillantino acceso accanto al labbro, le scarpe da tennis gonfie, con zeppa di gomma. E la noia addosso, come un rubinetto che gocciola costante sulla spalla, mentre la musica dance la spinge avanti, la sconquassa da dietro la schiena.
È lei, la riconosci? Il suo corpo, nonostante tutto, tonico, che, uscendo dall’onda granitica di polvere del Messico, porta la sua testa di un tratto a conficcarsi e a perdere un occhio in una spina grossa dell’agave. Spinta dalla folla furente, ora la sua dance economica. Siamo nella scena che conclude il nostro kolossal, c’è il suo occhio splendido che cercavi assieme all’altro, diretto a 360 gradi sulla spianata, liberato dall’incavo e dai nervi, confitto nell’aculeo dell’agave, che spilla il suo succo fino alla radice. E c’è lei poi seminuda che corre urlante, non più minatrice, non più azteca, non più musicante, con la gente del pueblo asserragliata dietro ai muri.
Fa quel gesto come a volersi strappare anche l’altro, d’occhio. Mentre quello confitto non può prodursi immagine, ma sta vedendo idealmente tutta la scena. La scena de la Revolución, che tu non puoi vedere né immaginarti, fuori da quella fragile cinghia di pellicola che ti propongo.


Alessandro Raveggi è nato a Firenze nel 1980. Scrive in prosa, poesia e teatro, oltre ad essere ricercatore post-doc all’estero, direttore artistico del festival letterario Ultra di Firenze e curatore della collana di narrativa Novevolt. Suoi testi sono presenti su Poesia, il verri, Carmilla, Nazione Indiana, Il primo amore, Nuova prosa, tra le altre riviste. Ha pubblicato due raccolte e una drammaturgia. http://colossale.wordpress.com/alessandro-raveggi/

Pubblicato Luglio 18, 2010 12:49 AM | TrackBack

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