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della Redazione di Carmilla
dallago3.jpg Eroi di carta, un libro contro Gomorra e il suo autore: vi spieghiamo perché è meglio leggere un poliziesco (come diceva Brecht).

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La mente è tornata a questo romanzo poche ore fa, dopo le notizie dall'Afghanistan. Che poderoso libro, che cupa eppure risplendente fotografia della condizione attuale. Odiato e incompreso dai fans più conservatori del Camilleri montalbanesco, La presa di Macallè (2003) è una delle opere migliori dello scrittore di Porto Empedocle. Il brano che riportiamo (dal capitolo 3) dice tutto quel che c'è da dire, non una necessaria parola di meno, non un'inutile parola in più. Buona lettura. Red.

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di Giuseppe Genna Amico personale di Meucci, Morse e Bell. Confidente di Ramsete III. Grande estimatore del brodo primordiale (la...

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La pop filosofia è una filosofia mutante – da qui i suoi tratti per certi versi mostruosi – dotata di un potere essoterico: vale a dire in grado di arrivare al vasto pubblico. Il che non significa in alcun modo che sia semplice o che non richieda sforzi. È complessa, proprio come alcune opere pop di cui si occupa: da Lost a Evangelion.

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di Fiorenzo Albani Faccio seguito al pezzo di Valerio Evangelisti Una "sovversiva" che non muore: Mamma Jones per scusarmi pubblicamente...

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Soldi & Potere? Welcome To (Maffya) Hell!

Trittico Montecristo, Gli anni nascosti, La città nera:
il grande ritorno del thriller politico Italian-style

di Alan D. Altieri

altieri01.jpgGuess what, proprio quando speravamo di essere al calduccio e al sicuro qui nel paese felice (Hey, suckers, we’re not in Kansas anymore...) della krikka appalti inkrikkati (... we’re IN the dirty, slimey, bloody money, ya, scumbags!), della penisola deglignotidioti (just dump the big-mouthed faggot!) e dei boiardi incollati a poltrone d’oro che galleggia (what are THEY farting about anyway?), proprio quando contavamo che sulla carta straccia dei libri (wow, you still got THAT CRAP down here?) si potesse finalmente parlare solo di nevrotike, grotteske, ma soprattutto fasulle pippe mentali (that way ya don’t realize ya terminally screwed, ya morons!), ecco che un’avanguardia di autori di sfondamento scaraventa una chiave inglese bella grossa nei già scricchiolanti ingranaggi della turpe finzione propalata dal vertice.
La chiave inglese in questione si chiama thriller politico.

Esatto (They’re ba-aaccckkk!): a quasi quarant’anni dalla stagione crudele e incandescente dei Flaiano, degli Sciascia, dei Rosi, dei Petri, a dieci anni della micidiale doppietta contro un potere putrido e putrescente a firma dai grandiosi Giuseppe Genna (Nel nome di Ishmael, Mondadori, 2001) e Giancarlo De Cataldo (Romanzo criminale, Einaudi, 2002), a meno di cinque anni dal coraggioso, tuttora imbattuto panzer Roberto Saviano (Gomorra, Mondadori, 2006), nel fulcro di quello che sempre più appare come il crepuscolo dell’ormai ventennale neo-regime itaGLiotiKo a base di puttane-papponi-tossici-&-killer, ecco che arriva una nuova bordata sotto il galleggiamento di testi tanto brutalmente provocatori quanto mortalmente reali.
Il nucleo: l’infamia, intrinseca & endogena, del potere.

stefanoDmarino.jpgAd aprire le ostilità è Stefano Di Marino, professionista consumato della narrativa d’avventura, estimatore e cultore dell’intera mistica salgariana, vate della cinematografia d’azione tout court. Il suo non è un colpo singolo ma triplo: il Trittico Montecristo (Un uomo da abbattere, Giorno maledetto, Stagione di fuoco, Il Giallo Mondadori Presenta, 2008/2009) è verosimilmente una delle più significative trilogie dell’intrigo politico - e del politicamente scorretto - apparse degli ultimi tempi. Al centro del maelström, Dario Massi, poliziotto senza nessuna paura ma con molte macchie sull’anima, al comando di una mai meglio definita “squadra speciale anti-crimine”. Attorno a lui, in un’itaGLia che sembra un collettore cloacale esploso (sounds familiar?), un sanguinoso e sanguinario tsunami di attentati, omicidi, tradimenti, corruzioni, complotti (hold on, man, not HERE! Yeah, right HERE!). Contro di lui, un ripugnante, malefico, osceno “Grande Vecchio” costretto a un esilio forzato e forzoso. Un “Grande Vecchio” che è sempre rimasto della stessa idea e che ora pianifica una grande rentrée a base di potere (mafioso) e di regime (militare). Precisamente: (oh, no, not THAT! Yeah, man: THAT) golpe.
Già diventato oggetto di vero & proprio culto tra gli aficionados del conspiracy thriller, il Trittico Montecristo è in realtà un duro & puro apologo politico. Tra allusioni al e citazioni dal capolavoro di Dumas come parte integrante del plot, tra fosse senza nome stile Nacht und Nebel e giorni di ordinario massacro stile Bloody Sunday, tra un Montecitorio da bordello e un Vaticano da Suburra, il lavoro di Di Marino spiazza e coinvolge, risucchia e agghiaccia. A quando il Quirinale veramente sotto assedio?

SILVIS.jpgMeno rutilante ma più inquietante, meno piombato ma più premeditato, meno frenetico ma più subdolo è Piernicola Silvis, talento naturale della narrativa d’inchiesta, con Gli anni nascosti (Cairo, 2010). In questo romanzo, l’itaGLia al culmine della Guerra Fredda raffigurata da Silvis davvero altro non è che “un’espressione geografica”. Una (non)società ignara e ignava, impotente e imbelle, ridotta a viscido nodo gordiano da forze al di sopra e al di là. Forze al limite del metafisico ma senza limite di potere, forze che spaziano dall’impero ameriKano a totalitarismo sovietiKo, passando per lo spionaggio della Germania Est e gli apparati di contro-rivoluzione dei “poteri forti” in situ. E anche qui, come nel trittico di Di Marino, l’io narrante è un uomo a difesa (in teoria) dell’ordine (oh, yeah, which “order” is that?). L’Antonio Lami dei servizi segreti (deviant? Who are you kidding?) protagonista dello straordinario testo di Silvis riesce a sintetizzare tutta l’ambiguità, l’acquiescenza e l’onnipresenza di fin troppe figure sia del nostro passato che del nostro presente. Personaggi-ombra che osservano senza essere notati, influenzano senza essere fermati, manipolano senza essere contrastati. Personaggi-ombra a loro volta (forse) osservati, influenzati, manipolati in un labirintico gioco di scatole cinesi della autodistruzione.
Mentre il golpe presentato da Di Marino è un’apoteosi di feroci reparti d’assalto e sferraglianti autoblindo da battaglia, la presa del potere costruita da Silvis è un’orgia di carte bollate inventate e martellamenti televisivi distorti. Hey, kids, ya listening out there? Il tutto fino a un giro di chiglia conclusivo talmente surreale da diventare mortalmente reale.

Cittanera.jpgEd è precisamente in una mortale realtà futuribile che ci scaraventa Mauro Baldrati con La città nera (Perdisa Pop, 2010). L’anno di disgrazia è il 2106. L’ordinamento demoKratiKo (o qualsivoglia imitazione del medesimo) è svanito, al suo posto c’è una seconda Repubblica Sociale (oh, man! Like... Again?). Roma non è più Roma: è solo la “città nera”. Strade senza nome, case senza numero. Ricchi e potenti, gangster e concubine, mentitori e infami, asserragliati in manieri fortificati. Tutti quelli che restano, lasciati ad agonizzare in un unico, immane, ripugnante slum da quinto mondo. Gli uomini della polizia di stato sono ridotti a raccoglitori della feccia che si ammucchia in quei devastati quartieri-immondezzaio. Chi mantiene “ordine & legalità” è una macabra falange chiamata Guardia Pretoriana, squadre della morte pompate da metamfetamina all’ultimo stadio al cui confronto le Waffen-SS sono aspiranti veline. C’è una sorta di “Resistenza”, certo, la quale però appare sempre più disgregata, sempre più disperata. Eppure, comunque vista come una minaccia. Da qui la difesa al limite dell’orrido di un Potere deciso a passare in linea retta dall’omicidio al genocidio.
Attingendo a piene mani dall’incubo totalitario orwelliano, Baldrati prende pressoché tutte le componenti distorte della società contemporanea e le trascina ben oltre le estreme conseguenze. Ma la domanda ingombrante rimane: sulla base di quanto osserviamo qui e ora, quanto effettivamente estreme sono quelle conseguenze?

Tre autori che più diversi uno dall’altro non potrebbero essere, tre lavori politicamente scorrettissimi che condividono un unico, esplosivo denominatore comune: la radiografia impietosa e ingrata, inesorabile e ineluttabile, di ogni singolo crimine, immaginabile e inimmaginabile, che uno stato criminale può commettere. E che soprattutto vuole commettere.

Pubblicato Giugno 22, 2010 11:05 PM | TrackBack

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