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di Jari Lanzoni

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Due trattini verdi. La vita di Michelle F. sarebbe finita con due trattini verdi.
La ragazza guardava davanti a sé con uno sguardo lucido, quasi febbrile. Accelerò ancora, facendo sfrecciare il Suv nero lungo la corsia centrale dell’autostrada.
Una spia rossa si accese di colpo, poi un bordo luminoso circondò il valore nell’indicatore di velocità. Al margine destro del display comparve l’icona di volante con una dicitura straniera. Nel buio della notte quel gioco di luci morbide risultava quasi rilassante.

Michelle F. si accorse a malapena dei segnali provenienti dalla consolle di guida, ma per lei non avevano comunque alcun significato. “Noi siamo in Italia. Noi parliamo solo Italiano.” recitava lo spot sulla legge per l’estromissione delle lingue straniere dalla scuola pubblica, quando ancora la ragazza si chiamava ancora Michela. Inoltre i sistemi di sicurezza dei modelli d’auto a grossa cilindrata venivano rimossi direttamente dal rivenditore.
In teoria, quando la velocità e l’accuratezza di guida venivano segnalati come rischiosi, o i bioritmi del conducente risultavano sconvolti, un sistema di navigazione gps lasciava che un tutor automatico prendesse il controllo del veicolo riportandolo in condizioni di sicurezza, parcheggiandolo in luoghi di facile accesso e allertando la polizia stradale. “Tutte robe da froci”, aveva tuonato il Ministro alle Riforme Regionali. “Una grave lesione alle libertà individuali”, rincarò l’opposizione parlamentare. E quindi, per legge, una volta giunto in Italia ogni veicolo estero veniva epurato del sistema di sub controllo.
Michelle F. ricordava vagamente che lo slogan di quel periodo era “IO guido come cazzo mi pare”. Le varie pubblicità erano del tutto simili tra loro: attori da fiction che allungavano una mazzetta al meccanico amico, rigorosamente di colore, per ritirare la macchina deprivata del sistema tutor, per poi sfrecciare a velocità folle su magnifiche strade circondate da colline erbose, con lolite dai nudi seni acerbi che si dimenavano sui sedili, ridendo come pazze o scambiandosi baci saffici. “IO guido come cazzo mi pare”.
Unico neo: l’informatizzazione del paese era pari a quella di una cosa chiamata Camerun, per cui non era possibile togliere dal software la fioritura di allarmi e icone i cui colori cangianti si riflettevano ora sul viso della ragazza, componendo strani disegni.

Michelle F. ebbe uno strano sussulto. Si terse le lacrime, poi batté le palpebre. Ignorò i lampeggianti di una monovolume che lei aveva appena superato in maniera avventata, portandole via uno specchietto. La sua presa sul volante si fece più sicura.
Due trattini verdi. “No”, si disse. “Non era ancora finita.”
Il suo sguardo cadde quasi per caso sullo specchietto superiore, stretto e lungo. Vide il riflesso degli avatar scorrere sul proprio viso, sopra lo spruzzo di lentiggini artificiali che facevano impazzire Lombardo. Quel gioco di luci, sul viso pulito, sulla curva del naso modellata chirurgicamente da lolita impertinente, le piacque.

Qualcosa scattò nella sua mente, una sorta di impulso infantile. Un automatismo. Ricordò uno dei tanti servizi per il curriculum vitae. La guardavano, quindi doveva essere carina. I suoi occhi divennero ancora più umidi. Oscillò il capo, in modo che sullo specchio potessero comparire le sue labbra perfette, la dentatura candida, il sorriso smagliante. Doveva essere carina. Sì passò la lingua sulle labbra, sciogliendo nel contempo le spalle. Sapeva che a quel punto doveva figurarsi un felino, inarcare la schiena. Staccò le mani dal volante per portarle sui seni. I capezzoli. La sensibilità delle areole che Lombardo le aveva fatto rimpicciolire chirurgicamente era quasi zero, ma sapeva che a quel punto doveva stringersi i capezzoli. Sapeva che a loro piaceva quando si stringeva i capezzoli.

Il suono digitale di un clacson la riportò alla realtà. Vide una cascata di scintille prorompere dalla fiancata di destra. Stava appoggiandosi contro il container di un autotreno. Afferrò il volante tornando ad occupare la propria corsia. Il cuore le batteva all’impazzata. Il ventre era pesante. Le gambe molli come gelatina.
E ricordò.
Due trattini verdi. La vita di Michelle F. sarebbe finita con due trattini verdi.
Emise una sorta di gemito stridulo dalla bocca. Lombardo lo avrebbe saputo, e lei sarebbe stata rovinata.
Due maledetti trattini verdi sul test delle orine.
Era malata: incinta.

2

Il navigatore individuò subito il percorso, disegnando una lunga lingua zigzagata tra le Marche e l’Umbria, vicino ad una macchia nera chiamata Abruzzo, individuando la Clinica Serenity. Michelle F. deglutì cercando di mantenersi attenta. Gli stimolanti sintetici la tenevano sveglia, e questo era un bene. La pioggia che aveva preso a cadere rendeva l’asfalto scivoloso, accendendo altre spie e icone sul display, costringendola a rallentare. Michelle f. aveva vent’anni e quindi, con la liberalizzazione delle licenze di guida, possedeva una patente da quasi cinque anni. Tuttavia aveva ben poca esperienza: era una aiuto-assistente arrivata, amica di Lombardo, il suo posto era sempre stato nei sedili posteriori e non certo al volante.

Tentò di rilassarsi. Un paio d’ore e sarebbe arrivata a Terni. Aveva tempo. Presto il cielo si sarebbe rischiarato. E lei avrebbe dovuto attendere parecchio prima dell’apertura della clinica. Tanto meglio: avrebbe fatto colazione, vomitato, eseguito con calma una verifica al credito sul suo conto in banca e mandato qualche messaggio a Dory per farsi aggiornare sulla situazione in corso. Dory era Doriano, il SottoSegretario di Lombardo, il Ministro Lombardo. Da quando il suo mentore era entrato nella clinica Serravalli, Dory era l’unico contatto che aveva con lui.
In genere Dory le rispondeva riportandole i saluti di Lombardo e aggiungendo termini medici, o qualcosa di simile, non ne era certa. Lei mandava tanti =D =D =D =* =* =* e le solite frasette dolci. Dopo l’intervento, per festeggiare, glielo avrebbe succhiato. A Lombardo. Non a Dory. Lombardo era un politico, andava succhiato, ci mancherebbe. Lei era un professionista: niente errori. Dory era amico di un “signore” e quindi andava lasciato stare. Erano pericolosi i “signori”.

Il vetro della macchina fu come investito da uno schiaffo d’acqua. Il tettuccio prese a ticchettare paurosamente. Michelle F. quasi sbandò. Era nel mezzo di un acquazzone. Non le fu facile conservare il controllo dell’auto. “Posso farcela posso farcela…” sussurrò.
Due trattini verdi. Era incinta. E quindi era sola.
Per la legge sulla privacy del dna Lombardo poteva imporle l’aborto, ma poi non si sarebbe mai più fidato di lei, e fuori dal suo entourage Michelle F. non avrebbe saputo cosa fare. I suoi l’avrebbero ammazzata di botte: Lombardo l’aveva fatta allevare fin da bambina, pagando tutte le modellazioni chirurgiche e le tariffe ai genitori. Deluderli sarebbe stata la fine.
Soffocò una crisi di pianto. Era così vicina alla meta, così vicina. I politici andavano pazzi solo per le lolite. Ancora un anno a succhiare Lombardo e avrebbe smesso di essere una aiuto-assistente, le sarebbe stato assegnato uno stipendio come produttrice. I suoi genitori, di conseguenza, avrebbero avuto una pensione come allevatori. Era quasi fatta. Ancora un anno e poteva iniziare lei a sfornare delle aiuto-assistenti da inserire in ministeri e uffici. In fondo non le andava. Odiava pensare a sé stessa con il ventre gonfio. Tuttavia ventuno anni sarebbero stati troppi per continuare a fare quel lavoro. I politici andavano pazzi solo per le lolite.
Rallentò per superare una curva un poco stretta. La pioggia continuava a cadere.
La Clinica Serenity era la sua salvezza. Aveva soldi. Poteva farcela. Lombardo non sarebbe stato operato prima di sedici ore, e poi avrebbe trascorso un giorno di riposo. La ragazza aveva tutto il tempo per farsi strappare fuori quella roba schifosa che aveva dentro la figa e riprendersi. E poi avrebbe ripreso a succhiare Lombardo. Poteva farcela.

L’avatar comparve dal nulla. Un omino luminoso che si sbracciava e parlava inglese, parlava straniero. Un allarme. Cos’era il sensore di prossimità? Le vietava qualcosa. Michelle F. non aveva idea di cosa stesse blaterando. “Noi siamo Italia. Noi parliamo solo Italiano.” Sembravano indicazioni, proibizioni. “Noi siamo Italia. Noi parliamo solo Italiano.” Le vietava qualcosa. Odiava che qualcuno le vietasse qualcosa.
La ragazza spalancò le labbra in un sorriso da foto. - IO guido come cazzo mi pare. - Canticchiò, meccanicamente. - ComecaaaazzomipA!

L’impatto fu violento.
Michelle F. non capì nemmeno cosa stesse succedendo. La linea curva del cofano divenne un ammasso schiacciato e disordinato. Qualcosa di freddo le sfondò il bacino dal lato sinistro. Frammenti disordinati le attraversarono il petto. Non sentì nulla. Neppure quando tutto ciò che stava sotto l’altezza delle ginocchia divenne un impasto di plastica, carne, metallo e ossa tritate. La sua mascella perfetta, fatta limare a dodici anni, si spezzò in tre parti contro il volante, portandosi via parte della dentatura. Gli airbag di serie venivano rimossi per decreto. “Frociate”, li chiamava l’originale Ministro alle Riforme Regionali. Michelle F. una volta glielo aveva succhiato, al Ministro alle Riforme Regionali. Era uno di quelli che non riuscivano mai a venire.
Il dolore raggiunse finalmente i suoi recettori, spezzandola.
Michelle F. spalancò quel rosso vortice osceno che un tempo era la sua bocca, ma non riuscì a gridare. I suoi occhi verdi, i suoi occhi perfetti, scorsero qualcosa piantato dentro il parabrezza infranto della macchina. La testa di Dory. Il resto del corpo era qualcosa di ritorto immerso per metà nel cofano del Suv. Le labbra esangui ancora si muovevano. Michelle F. annegava in un bagno di dolore. La sua lucidità era scomparsa. Non si chiese cosa diavolo facesse Dory, lì, con il collo squarciato dai vetri. Poi i suoi occhi incrociarono quelli scuri dell’uomo. La stava guardava? Sì. Allora Michelle F. piegò il buco umido della bocca in un sorriso. Doveva essere carina. Cercò di muovere la lingua mutilata ma non trovò labbra da inumidire, fece solo cadere un paio di molari. Dory la guardava, doveva essere carina. La sua mano destra, l’altra non la sentiva più, non trovò alcun capezzolo alla sommità del seno, solo un pezzo di vetro aguzzo. Doveva essere carina. Michelle F. morì tenendosi a mente che a Dory non doveva succhiarlo. Lei era un professionista: niente errori. A Lombardo sì, bisognava succhiarlo. Ci mancherebbe.

3

Mazieri era morto.
Mazieri era morto. Cazzo.
Il Dottor Adriano si torse le mani, di nuovo. E di nuovo udì il suono sommesso del caller.
Un sibilo e dalla superficie della scrivania d'ebano scivolò fuori uno schermo rigido largo quasi un metro, sottilissimo, dal fianco nero. Non li facevano quasi più di quel modello, ormai tutti gli schermi erano ologrammi interattivi.
Adriano fissò un’icona all’angolo destro del video. L’avatar della troia negra era illuminato. La scritta Call lampeggiava. La troia negra era Sybil. Era una negra e quindi una troia, inoltre non si faceva scopare e quindi era ancora più troia. Però era l’unica dello staff che aveva un’idea di cosa minchia volessero dire tutti i messaggi delle amministrazioni sanitarie europee e conosceva quelle cazzo di lingue straniere. Per cui, anche se non si faceva scopare, non poteva mandarla via.
Il Dottore cliccò febbrilmente sui tasti della scrivania, digitò la risposta “FM” e spense l’icona. Aveva altri 5 minuti di pace. Poteva trovare una soluzione. In 5 minuti. Però pensare a Sybil di solito glielo faceva venire duro. Selezionò meccanicamente uno degli avatar delle sue assistenti personali, Arianna. Arianna era una bella figa. Scopava bene. Voleva chiamarla per rilassarsi, ma si trattenne in tempo. Se avesse sbloccato la porta quella troia nera ne avrebbe approfittato per entrare a chiamarlo, o ancor peggio lo avrebbe fatto uno degli stronzi portaborse che lo aspettavano là fuori.

Si torse le mani.
Mazieri era morto. Cazzo.

Sedici ore all’intervento del Ministro Lombardo e quello stronzo era andato a morire. Cazzo. Sedici ore al momento dell’incidente. Fissò il rolex, ora mancavano meno di… Aprì e chiuse la bocca facendo i conti. Corrugò la fronte. Meno di nove ore. Meno di nove ore di merda per trovare un Medico. Il Dottor Adriano doveva trovare un Medico, qualcuno che avesse un’idea di cosa fare con il Ministro. Lui non ci capiva un beneamato cazzo.
Il Ministro Lombardo. Merda. Si era sposato una senatrice di Libertà Azzurra e intanto era coordinatore regionale nella Nova Italia Nostra. Un pezzo grosso. E come Novista non poteva andare a farsi operare fuori dall’Italia, no, ogni attività e vicenda doveva essere italianissima. E il Dottor Adriano Serravalli era la scelta migliore: ottima famiglia, volto noto, stesso partito. Operarlo non era un problema. Mazieri serviva a questo.
Meno di nove ore.
Serviva una soluzione. Il Dottor Adriano doveva trovare un Medico.

Pubblicato Aprile 22, 2010 11:46 PM | TrackBack

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