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di Giuseppe Genna Amico personale di Meucci, Morse e Bell. Confidente di Ramsete III. Grande estimatore del brodo primordiale (la...

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La pop filosofia è una filosofia mutante – da qui i suoi tratti per certi versi mostruosi – dotata di un potere essoterico: vale a dire in grado di arrivare al vasto pubblico. Il che non significa in alcun modo che sia semplice o che non richieda sforzi. È complessa, proprio come alcune opere pop di cui si occupa: da Lost a Evangelion.

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di Fiorenzo Albani Faccio seguito al pezzo di Valerio Evangelisti Una "sovversiva" che non muore: Mamma Jones per scusarmi pubblicamente...

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Miopia critica (Remix 98/00 – 12)

di Dziga Cacace

Mc1201.jpg364 - Grasso è bello di John Waters, USA 1988

Una tara generazionale mi ha condannato ad amare acriticamente Grease e Happy Days. Ahimé, avevo un piccolo Veltroni che s’annidava tra i due lobi cerebrali ed ero troppo giovane e tonto per chiedermi: e dove sono i NEGRI? Mai mi son posto il problema che quella fosse una nostalgica e zuccherosa rappresentazione degli Stati Uniti così come i bianchi preferivano ricordarli, prima che Vietnam, integrazione razziale e contestazione li cambiassero. Tutto era dipinto come in un disegno di Norman Rockwell: un mondo di sorrisi, musica beneducata e belle speranze. John Waters, questo pazzo stralunato, prende l’America innocente -e in realtà sotto sotto perversa e pronta a esplodere - e finalmente ci mostra quei NEGRI che in Grease manco dipinti.

E ci fa vedere e ascoltare i tanto deprecati balli negroidi, quelli originali, densi di sottintesi, che invitavano ad agitare il bacino, a strusciarsi pericolosamente, a perdere la testa nell’estasi ritmica. A CHIAVARE, insomma. Noi, di quella musica avevamo solo una pallida copia, ripulita per il mercato dei bianchi, eccessiva ma solo fino a un certo punto: trasgressione controllata e presto ingabbiata nel business, tanto più che se i rocker non rientravano nei ranghi era il destino a portarceli via (il mio adorato Eddie Cochran su tutti). Grasso è bello è un delizioso balletto di un’ora e mezza che narra le avventure dell’obesa ma aggraziatissima danzatrice Lucy. Riesce a entrare nel cast di un programma televisivo, il Collins Corner, ma deve affrontare l’odio di una Barbie plasticosa e prossima alla depressione se un brufolo deturpa il suo visino immacolato. Amica di Lucy è “P”, frustrata da madre isterica e pronta a liberare i suoi istinti repressi con un ragazzo di colore. Sullo sfondo Baltimora, l’ascella dell’Atlantico, ancora restia ad accettare l’integrazione razziale così come una ragazza grassottella che pare un insulto all’Amerika igienista e salutista. Film coloratissimo, con belle musiche, affettuoso ma percorso anche da urticanti sberleffi di pessimo gusto, Grasso è bello non ha particolari messaggi: rivendica con ilarità il diritto all’essere diversi e a rovesciare la pubblica opinione sul buon gusto. Waters appare nei panni di un ipnotista (metacinema sottile sottile, critici che szippano il jeans e subito si masturbano), mentre Divine si divide tra i panni della madre di Lucy e quelli del direttore razzista della WZZT, canale televisivo che mette in onda il Collins Corner. Tra le altre comparsate Ric Ocasek e Pia Zadora come drogatissimi beatnik e Debbie Harry e Sonny Bono come genitori della Barbie lobotomizzata. Waters si concede solo un vomitino e un brufolazzo esploso, per il resto è a freno, ma il film merita. (Vhs da RaiTre, 21/5/00)

365 - Il silenzio sul mare di Takeshi Kitano, Giappone 1991

Una domenica pomeriggio da risolvere: io non ho dubbi, vado a vedermi questo Kitano che manca dalla mia personale collezione di gioielli. È al De Amicis: non bisogna prendere la macchina, il cinema offre molte soluzioni per sedersi lontani da eventuali rompiballe e, insomma, a Kitano non si dice mai di no. Si accodano Barbara e Raffa. La sala semivuota e la lettura del programma ci mettono paura: “film di attese, di silenzi, di sguardi…”. Ahia. Se temete Kitano per la rarefazione della materia narrativa e per la quasi assoluta latitanza di dialoghi siete serviti: Shigeru, il protagonista, è sordomuto, il top. Fa il netturbino e il ritrovamento nella rumenta di una tavola da surf lo spinge a cimentarsi nello sport. Sotto lo sguardo amorevole della sua ragazza - anche lei sordomuta - Shigeru impara tra le piccole onde della spiaggia che frequenta, prima goffamente, poi in maniera sempre più convincente. Stringe amicizia con gli altri surfisti del giro, partecipa a una gara, fa ingelosire la sua ragazza (senza malizia) e infine scompare durante un allenamento, un giorno di pioggia. Sembrerebbe straziante ma è di una tenerezza e di un’intensità emotiva clamorosa. Kitano punteggia tutto con qualche svisata comica (comicità nipponica, eh? Facce di pietra di fronte ad accadimenti alla Keaton), ci ricorda il ruolo subalterno della donna nella società giapponese (con sorpresa finale) ma soprattutto costruisce una storia semplicissima dove quasi tutta l’azione avviene fuori campo. Fotografia di Katsumi Yanagashima - di cui son sicuro conoscerete a menadito la filmografia - che anche qui gioca con blu e gialli intensi; dialoghi essenziali in stretto idioma giapponese e narrazione per lo più per immagini: cinema puro, una goduria. Come sempre non lo consiglierei che a tre, quattro amici, ma Barbara e Raffa erano soddisfatti. Bello, veramente. (Cinema De Amicis, Milano, 4/6/00)

368 - Getting Any? di Takeshi Kitano, Giappone 1994

Sommerso sul lavoro da nastri magnetici e mansioni insensate, scopro alle sette di sera che al De Amicis c’è ancora una splendida serata Kitano. Kids Return lo lascio perdere (già visto con gusto in passato), ma a Getting Any? non rinuncio per nulla al mondo. Per cui fuggo da Cologno alle 19.30 e riesco a entrare in sala sui titoli di testa, respirando come un elefante con l’asma. Asao (Beat Takeshi) è il consueto giapponese dalla faccia marmorea dei film di Kitano; ha una sola ossessione: le donne, e s’ingegna per poterle conquistare, guardare, possedere. E inizia la girandola di avventure che lo vedono protagonista stralunato, intervallate alle sue clamorose fantasie erotiche. S’inventa ladro per avere soldi e, anche qui, le comiche. Quale altra strada percorrere? Il cinema, obviously! Chi è attorniato da attricette compiacenti? Ma i divi del grande schermo! E Asao si misura nel genere in costume (fantastica parodia dei Jidai Geki - i film di samurai, ho studiato sui Bignami) ma il fallimento è totale. Diventa allora killer (parodia degli yakuza-movie) e massacra due gang rivali, finché non si rivolge al classico scienziato pazzo, il professor Tachibanda (Takeshi again, splendido), per diventare invisibile. Ci riesce e finalmente vaga per bagni femminili e set di film porno appagando il suo voyeurismo. Ma lo scienziato vuole ottenere il Nobel e lo insegue per mostrarlo alla comunità scientifica. Lo cattura, lo fascia come una mummia e quando lo presenta l’effetto dell’esperimento è già svanito: allora si riprova e stavolta ci si mette di mezzo una mosca. Risultato: Asao diventa l’uomo mosca e per catturarlo viene messa una enorme merda in uno stadio. Asao chiaramente ci casca e lo spiaccicano con una gigantesca paletta meccanica. Geniale? Folle? Dopo i primi minuti ero un po’ stranito. Poi l’accumulo di gag, nonsense, parodie, trovate cartoonistiche e ritmo sempre meno nipponico mi hanno conquistato. Kitano è un genio totale. Uno che sa commuoverti con una dolcezza e un lirismo struggenti e che può mettere in scena la crudeltà più efferata. E non bastasse questo è anche un comico surreale, che sa farsi beffe dei generi (vedi il classico attacco al Giappone del mostro e i Ghostbusters di turno che devono salvare l’arcipelago), che irride la tradizione senza fare il supergiovane. La cosa più clamorosa è la scena del samurai che mostra la sua abilità, tagliando in due una mosca e via via arrivando infine alla scissione dell’atomo. Il film è stato proposto senza intervallo, con cattiveria orientale, ma m’è passato benissimo. Goduria. (Cinema De Amicis, Milano, 20/6/00)

Mc1202.jpg370 - Il negoziatore di Un Manigoldo, USA 1998

Il negoziatore è una schifezza prolissa che stira una trama minima, affidandosi all’interpretazione di Samuel L. Jackson e di Kevin Spacey, tutti e due ridotti a recitare senza vergogna con dei parrucchini degni del carnevale di Viareggio. M’immagino la riunione ad alto livello in cui hanno venduto la storia a uno studio hollywoodiano: “Questo è un thriller tutto di cervello, un thrilling senza muscoli, dove l’eroe è un negoziatore!”, cioè un affabulatore nelle trattative con sequestratori e delinquenti in genere. L’idea è nel rovesciare il suo ruolo: “Oh, raga: il negoziatore viene incastrato in un complotto e diventa a sua volta sequestratore. Gli mandiamo un altro negoziatore e ci godiamo la trattativa!”. Fischia! E reggerà un film così? “Se ci mettiamo due grandi attori, sì”. Mah… una minchia! Non pare che l’affidatario di ‘sta stonzata (F.Gary Gray) ci abbia pensato troppo: in un ambito cinematografico che prevede istituzionalmente una certa credulità, manca una sceneggiatura coerente, ci sono buchi larghi come il mar Caspio e più di un passaggio è risolto alla cazzo di cane. E poi, chi potrebbe credere a questo “negoziatore”? È un frescone dalla parlantina sciolta che approfitta dell’ignoranza di interlocutori che hanno la seconda elementare. Questo chiacchierone applica principi di psicologia spicciola e snocciola banalità come: “se stringe le braccia, le mani e accavalla le gambe, l’interrogato mente”: scientifico, direi. Magari gli scappa anche da pisciare? Naaa, non facciamo troppo Freud! Questo film è una grossa cagata. (Vhs da Tele+, 27/6/00)

Mc1203.jpg376 - Mission: Impossible - 2 di un appassito John Woo, USA 2000

Ragazzi, che delusione. Dopo il primo episodio di Mission: Impossible, maldestra porcatina tecnologica senz’anima di De Palma, era lecito aspettarsi non dico un capolavoro, ma almeno un notevole passo avanti. Infatti Tom Cruise (che produce, bello contento di aver una pellicola tutta sua dove mostrare il faccione bovino) ha chiamato a corte il più clamoroso regista di action movie hollywoodiano, quel John Woo che con Face/Off ha sciorinato tutta la mercanzia. E invece Woo si appiattisce su un plot stanco, una jamesbondata di seconda mano e, a una trama inesistente non riesce neanche ad appiccicare un po’ d’azione. Cioè, sí, qualche bella scenetta c’è (non scena, scenetta), ma si perde nella noia di un film orrendo, movimentato come un’edera. Peccato. Per la cronaca il film lo abbiamo visto al cinema Sociale 2 di Pallanza, a Verbania, sala gremitissima con temperatura tropicale. Ma il disagio termico era nulla di fronte all’inconsistenza del film. E a proposito di imbarazzo: settimana scorsa abbiamo perso gli Europei, ma non è stata la sconfitta la cosa peggiore. Commentava, con Pizzul, un cieco. Ci saranno stati un sacco di motivi commerciali dietro, ma uno si chiede: come cazzo fa la Rai a ospitare Andrea Bocelli per commentare una partita di calcio? Mah! Durante l’inno nazionale il tenorino canticchiava e già lì eravamo nel trash più devastante. Poi, quando a un minuto dalla conclusione dei tempi regolamentari ho sentito Bocelli annunciare gongolante che presto avrebbe cantato sul serio, ecco, lì le mani sono andate a immorsare l’apparato testicolare nel tentativo di respingere l’infelice uscita. E non è servito perché dopo pochi secondi la Francia ha acciuffato il pareggio, per poi vincere nei minuti seguenti. La commedia è continuata con quel genio comico del Berlusconi che se l’è presa pubblicamente con Zoff. Da lì si è passato al drammatico, con Zoff dimissionario e la pseudo Sinistra a sua difesa, incapace un’altra volta ancora di astenersi dal commentare gli sproloqui del nano orecchiuto. Depression. (Sala, 8/7/00)

377 - Le ali della libertà di Frank Darabont, USA 1994

Sull’Internet Movie Database gli abbonati hanno stabilito che nella classifica generale dei migliori film di tutti i tempi, dietro a Il padrino, Le ali della libertà merita un onorevole secondo posto. Siccome non l’ho mai visto, ci provo e devo dire che non è malaccio. Personalmente non lo vedo neanche tra i miei primi cento (la classifica c’è, figuratevi, c’è eccome), ma indubbiamente questo primo film di un abituale sceneggiatore è solido, ben costruito, in bilico tra intrattenimento e impegno, perlomeno per quel che riguarda un pubblico zotico come quello nord americano. La storia, tratta da un racconto di King, è quella di un ergastolano ingiustamente imprigionato nel carcere di Shawshank. Ci metterà vent’anni a scappare, orchestrando una magnifica vendetta ai danni di chi lo aveva vessato per così tanto tempo. Democratico, a tratti molto duro, talvolta semplicistico nella sua retorica, in ogni caso efficace. E non si può non ammirare la perfetta macchina narrativa, intelligente senza risultare furbetta, capace di giocare con tutti gli stilemi classici del film carcerario concedendosi anche qualche ironia nei confronti dello spettatore. Ottimi Tom Robbins e Morgan Freeman. Tornando alla classifica dell’IMdB: se il secondo posto assoluto nella classifica generale del miglior film di tutti i tempi da parte di Le ali della libertà può sembrare assurdo, sentite il resto. Il profilo medio dell’utente statunitense del sito prevede, come primo film italiano in classifica, La vita è bella al 21° posto. C’è poi Il buono, il brutto, il cattivo in 49ª posizione. Bernardo Bertolucci appare solo al 93° posto, come soggettista di C’era una volta il West e nient’altro e tutto ciò invoca un bombardamento di Hollywood con le pizze di Novecento. Tra i primi 250 film classificati ci sono solo tre Fellini, tre Leone, un De Sica e un Tornatore (e Rossellini no!) in allegra compagnia di autentici tumori cinematografici come Clerks, Seven e soprattutto Being John Malkovich (in trentesima posizione! Ma neanche se esistessero trenta film!). Vabbeh, dirà uno, ma sono presenti altri non statunitensi o no? Urca, ce n’è un’orgia: quattro Kurosawa, tre Bergman, due Lang, un Truffaut, un Carné, un Tavernier, un Almodovar, un Renoir, un Ejzenstejn, un Murnau, un Besson, qualche inglese (Hitchcock primo periodo, Monty Python), un cinese e un brasiliano. Cioè una trentina di film in tutto, il 12 % del totale. Viva la globalizzazione e l’era dell’accesso che vede i padroni del mondo sempre più ripiegati su se stessi e intenti a occuparsi delle colonie solo nell’eventualità di doverle bombardare. (Diretta Canale5, 17/7/00)

Mc1204.jpg378 - Godard à la télé: 1960-2000 di Michel Royer, Francia 1999

Barbara è di nuovo a Parigi per qualche giorno e ne approfitto per trasgredire in maniera oscena. Pacchetti di patatine fritte sparsi per casa, portaceneri pieni, Coca Cola e birra a volontà, rutto libero, abbondanti grattate di palle su mutande Bramieri-style esibite con malcelato orgoglio. Una volta che collasso sul divano mi vedo un film che con lei non vedrò mai. MAI. Una cosa che sta prendendo polvere da mesi, un documentario sul grande Godard. Dico grande perché come puoi definire uno così? “Grande” è spazioso abbastanza per contenere tutto quello che di Jean-Luc si può pensare, nel bene e nel male. Godard viene raccontato solo attraverso le sue apparizioni televisive, dagli esordi di All’ultimo respiro sino ai giorni nostri. È interpellato su tutto: dal cinema alla televisione, dal costume alla cronaca politica mondiale. Dà lezioni d’intelligenza a tutti, è scostante, imbarazza i presentatori televisivi, dichiara il suo odio feroce per un mezzo di comunicazione che utilizza a tutto spiano, esaltandone genialmente le caratteristiche che disprezza. È sulfureo, cinico, acutissimo, urticante, scomodo, cazzoso. Per Jean-Luc la televisione è “il male assoluto”, un mezzo per trasmettere “degli ordini” (ma, in francese, suona anche come “disordine”, e sicuramente Godard lo ha pensato). Rimprovera al teleschermo le troppe parole e le poche immagini, l’indifferenza a ciò che riprende (da cui la scarsa qualità, la non autorialità). E di fronte a un povero cameraman sudato dichiara che il cinema è fatto per respirare, non per traspirare ed è fatto per essere visto su uno schermo più grande di noi, mentre la televisione rimarrà sempre su uno schermo più piccolo di chi la vede. E poi c’è la pubblicità, il grande pappone di cui siamo tutti puttane… Godard cammina sulle mani, Godard prova a bloccare il Festival di Cannes nel 1968 e negli anni Novanta rimedia una torta in faccia. Godard è anche raccontato da chi gli è stato vicino: Truffaut che lo definisce una merda d’uomo, Anna Karina che fugge piangendo… l’unica con cui non sembra litigare è Marguerite Duras; che gli chiede: “Ti hanno messo il fondo tinta?”, e lui: “no, ce l’ho naturale, ho la barba”. Intelligente, ben montato, con un ritmo frizzante e con documenti visivi pregevoli, questo è un ottimo esempio di come utilizzare la televisione. E Godard lo sa benissimo. (Vhs da Tele+, 18/7/00)

(Continua – 12)

Pubblicato Marzo 25, 2010 06:32 PM | TrackBack

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