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La pop filosofia è una filosofia mutante – da qui i suoi tratti per certi versi mostruosi – dotata di un potere essoterico: vale a dire in grado di arrivare al vasto pubblico. Il che non significa in alcun modo che sia semplice o che non richieda sforzi. È complessa, proprio come alcune opere pop di cui si occupa: da Lost a Evangelion.

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Crossover. Per una filosofia popular

di Simone Regazzonimuhammad_ali_versus_sonny_liston.jpg

Anticipiamo l’introduzione di Simone Regazzoni al volume collettivo Pop filosofia (in corso di pubblicazione per Il Nuovo Melangolo, pp. 253, € 15), che ancor prima della sua uscita pubblica ha dato il via a un vivace dibattito nel mondo della filosofia, e persino nell’Accademia, grazie alla discussione dell’autore con l'autorevole filosofa Nicla Vassallo nel corso della puntata dell’11 marzo di Fahrenheit, che può essere ascoltato qui (streaming & MP3) e qui (streaming Real Audio).

When the going gets tough, the tough get going
BLUTO, Animal House.

Il gioco

“Il rugby è un gioco mentale” affermò un giorno Carwyn James, leggendario coach gallese e uno dei più grandi pensatori del rugby. Lo stesso si potrebbe dire della filosofia. Almeno quando non si limita a sfogliare i vecchi album della propria storia gloriosa. O a confezionare ricette minime per la quotidiana felicità.
Gioco mentale in forma di parole.
Pensiero in atto che richiede forza, creatività e il coraggio di sperimentare, in assoluta libertà, l’inedito.
Esiste un atletismo del pensiero.
E la filosofia ne è forse l’espressione più pura e pericolosa. Perché estrema.

Simpsons_Scream.jpg“Nessuno disconosce la pericolosità degli esercizi fisici estremi, ma anche il pensiero è un esercizio estremo” [1], scrive Gilles Deleuze. “C’è sempre stata una forma di ‘atletismo’ nella filosofia che si ha tendenza a dimenticare riducendo la filosofia a una disciplina libresca e accademica” [2], aggiunge Avital Ronell, non esitando a paragonare Socrate al grande Muhammad Ali.
Nulla di sorprendente.
Se non agli occhi di qualche homunculus academicus.
È Socrate a lamentare di essere stato conciato per le feste da Protagora nel corso di uno scontro verbale: “Quanto a me in un primo momento, come se fossi stato colpito da un buon pugile, mi si oscurò la vista e fui preso da vertigini a queste sue parole” [3].
D’altra parte, il nome proprio che si confonde con quello della filosofia stessa – Platone – fa esplicito riferimento alla forza fisica nella lotta, all’ampiezza dello stile e alla vastità della fronte quale sede del pensiero. “Aristone lottatore argivo – scrive Diogene Laerzio – fu il suo maestro di ginnastica, da cui prese il nome di Platone per il suo vigore fisico. […] Sostengono altri che egli prese il nome di Platone per l’ampiezza del suo stile: o perché vasta era la sua fronte, come dice Neante. Vi è pure chi dice come Dicearco nel primo libro Delle vite che egli abia partecipato alle gare di lotta dell’Istmo” [4].
Stile, pensiero, vigore.
Si tratta in ogni caso di ingaggiare battaglia. In questo o quel campo.
Nulla è meno rassicurante di questi giochi o esercizi estremi in forma di parole.

Il campo

Se la filosofia è una forma di gioco o di esercizio estremo, la cultura pop e i suoi media sono, oggi, un campo d’azione imprescindibile per la filosofia.
Non si tratta di dire “che sarebbe preferibile avere a che fare con i programmi della televisione, Il padrino o Lo squalo, piuttosto che con Wallace Stevens o Henry James” [5] – posizione teoricamente debole, giustamente criticata da Jameson come forma populista di anti-intelletualismo di cui non si sente certo il bisogno.
Ma di aprire un nuovo fronte filosofico in grado di misurarsi anche con i programmi della televisione, Il padrino e Lo squalo. Su questo non si può non condividere quanto Taylor afferma a proposito di Derrida e Foucault: essi hanno mancato l’incontro con la cultura pop.
È tempo di portare la battaglia filosofica nella popular culture, usando le armi migliori a disposizione della filosofia: dal pensiero critico alla decostruzione. Ma in modo inedito.
E non perché, come si potrebbe affermare un po’ troppo frettolosamente, il mondo della cultura di massa è il nostro mondo, cui non sfugge nemmeno la filosofia.
Occorre dirlo molto chiaramente, e una volta per tutte.
Non esiste un solo mondo, una sola realtà. Esiste una molteplicità aperta di mondi interconnessi alla cui produzione, e alla cui conflitto – ecco in che cosa consiste la guerra dei mondi – partecipano, essenzialmente, i mezzi di comunicazione e la cultura di massa.
La filosofia si trova immersa in questi mondi. E deve prendere parte attiva alla loro trasformazione.
La filosofia che si limitasse semplicemente ad applicarsi alla cultura di massa per operarne l’analisi o a mettere in atto “mappature cognitive” dell’universo pop per orientarsi in esso non avrebbe capito nulla dello spirito del gioco.
La filosofia deve confrontarsi con la cultura pop attraverso giochi mentali che sappiano essere, al contempo, fughe di pensiero.
Un campo da gioco, come insegna John Huston in Fuga per la vittoria, è sempre il campo di una battaglia in cui lottare e attraverso cui organizzare una fuga. Non occorre avere la forza di Platone per gettarsi nella mischia. È sufficiente la passione per il gioco, una buona dose di quella che i filosofi cinici chiamavano anaideia, “sfrontatezza”, e la volontà di non cedere alle sirene di certo snobismo accademico che è, a tutti gli effetti, solo un limite teorico.
Che la filosofia stessa si trasformi, così, in filosofia popolare, o pop filosofia, piuttosto che un rischio da evitare, è un obiettivo strategico da perseguire.
Mutazione genetica della filosofia in pop filosofia.

Il fuori

Fughe sì, ma verso dove?
Verso il fuori.
Nulla a che vedere con il “pensiero del di fuori” di cui parlava Foucault. Qui il fuori è quello che per Aristotele era l’essoterico: ciò che è fuori inteso come ciò che è pubblico.
Ripresa e trasformazione di una strategia vecchia quanto la filosofia stessa: la pop filosofia è anche un ripensamento del momento essoterico della filosofia e una nuova forma di attivismo culturale e filosofico.
Ed è qui che la filosofia incontra la complessa questione della pubblicità – in tutti i sensi di questo termine: “accessibilità al pubblico”, “visibilità in pubblico”, “sovranità e statualità”, ma anche “forma di discorso diretta a ottenere dalla collettività la preferenza nei confronti di beni o servizi” – in due forme intimamente connesse e che non possono oggi essere disgiunte: critica ed esposizione.
Da una lato la pop filosofia opera un’analisi critica del rapporto sempre più stretto tra cultura di massa e pubblicità (si vedano in particolare, in questo volume, i saggi su 300, Grande Fratello e Sex and the City) intesa come potere politico. In questo senso la pop filosofia è critica e decostruzione della cultura pop, o almeno di un certo uso politico della cultura pop.
Dall’altro la pop filosofia rivendica la propria pubblicità come essere-in-esposizione del pensiero.
È quanto teorizza Tommaso Ariemma nel suo saggio su Mad Men: “Usiamo il termine esposizione sia per indicare una presentazione, sia una grande vulnerabilità. Raramente pensiamo che ‘esporre qualcosa’ coinvolga inevitabilmente entrambi. Preferiamo lasciare aperta l’ipotesi che vi sia qualcosa di integro, che qualcosa possa sottrarsi all’esposizione. A rigore, infatti, niente si sottrae all’esposizione, e alla sua ambiguità. Di integro, di intatto, c’è solo il nulla. Il pensiero non fa pertanto eccezione: per quanto lo si possa tenere al riparo, per quanto lo si indirizzi in un certo modo, il pensiero può esporre se stesso, può lanciare idee non solo subirle. Tutti possono allora diventare pubblicitari: è un altro motivo di Mad Men, il motivo che ci indirizza verso un uso inventivo del pensiero, verso una pop filosofia creativa, oltre che critica”.
Il popolare non può più essere posto solo come mera questione teorica. Con vigilanza critica o iper-critica esso deve essere praticato attraverso una nuova forma di filosofia che abbia la forza di contaminarsi con la cultura pop e di presentarsi essa stessa come opera di cultura pop. Come Peter Szendy annota nel suo saggio su The King of Pop: “La pop filosofia non è un pensiero costituito applicato a diversi oggetti della popular culture; essa è, al contrario, un pensiero che si cerca, filosoficamente, a partire dalla sua esposizione all’impuro. E lasciandosi profondamente, appassionatamente affettare. O infettare”.
La pop filosofia è una filosofia mutante – da qui i suoi tratti per certi versi mostruosi – dotata di un potere essoterico: vale a dire in grado di arrivare al vasto pubblico. Il che non significa in alcun modo che sia semplice o che non richieda sforzi. È complessa, proprio come alcune opere pop di cui si occupa: da Lost a Evangelion.
La pop filosofia è crossover in tutti i sensi di questo termine.
Crossover in quanto incrocio e contaminazione di filosofia e cultura pop.
Crossover perché mescola stili filosofici differenti.
Crossover perché arriva anche a un pubblico che di norma non legge filosofia, proprio come certi brani di musica classica che diventano un successo anche tra chi ascolta pop music.
Pop filosofia dunque come nuova forma di exoterikos logos la cui arma principe è il libro.

Voce off: Ma questo non significa adeguarsi alle norme di un dispositivo culturale dominate che detta i criteri di leggibilità, comprensione, ecc.? Non c’è il rischio di ridurre la filosofia a un prodotto dell’industria culturale?

Inutile nasconderlo. A questo rischio si espone chiunque pubblichi libri. Che lo sappia o no.
Da questo punto di vista non c’è nessuna differenza tra scrivere un saggio filosofico sull’anime giapponese Evangelion (definito da Jadel Andreetto “un’opera bifronte, essoterica ed esoterica come lo Zarathustra”) o L’Angelo necessario [6].
Il rischio è sempre in agguato. Ed è un rischio tanto più grave quanto più ci si illude di non avere a che fare con tale dispositivo – illusione particolarmente cara ai filosofi.

La merce

La pop filosofia si fa strategicamente carico di questo rischio.
Il che significa che prova a fare un buon uso perverso di certi dispositivi come anche di una certa condizione del mercato editoriale e del proprio carattere di merce – almeno nella misura in cui la pop filosofia decide di usare la forma libro.
Impossibile evocare lo spettro del pop senza evocare lo spettro della merce.
La pop filosofia non esorcizza questo spettro. In questo fa un passo in avanti rispetto alla rappresentazione ideologica che la filosofia tende a dare di se stessa nel mercato globale.
marx_brothers.jpgProprio come la merce-musica analizzata da Adorno, la filosofia si costituisce come merce negando il proprio carattere di merce, presentandosi, sul mercato editoriale, come espressione di valori spirituali in apparenza opposti a quelli economici.
La pop filosofia decostruisce questa apparenza, e si riappropria in modo perverso del proprio carattere di merce, in una sorta di amplificazione distorta dei capricci e delle sottigliezze che una merce porta in sé.
Perché una merce non ha nulla di triviale, di semplice o di a-filosofico.
Quando si parla banalmente di “mercificazione del pensiero” si dimentica che una merce è spesso molto più complessa dei supposti pensieri puri che verrebbe a rovinare o mercificare. Leggiamo Marx: “A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici” [7].
Nel momento in cui non si può sfuggire a una certa mercificazione si tratta allora di usare le potenzialità metafisiche della merce stessa. E di presentare apertamente al pubblico il dissidio e la contraddizione all’opera nella merce “pop filosofia”. Parlando dell’unità degli opposti nell’arte borghese (mercato e autonomia) Adorno scriveva giustamente che “vittime dell’ideologia sono proprio quelli che occultano la contraddizione invece di assumerla […] nella coscienza della propria produzione” [8].
Questo libro assume la sua contraddizione.
È una merce – con un’anima filosofica.
Che vede, per riprendere le parole di Benjamin, “in ciascuno quell’acquirente nelle cui mani e nella cui casa si vuole introdurre” [9]. In questo si potrebbe vedere una certa affinità tra la pop filosofia e la canzone pop così come è stata analizzata da Peter Szendy [10].
Ciò che conta, qui, è aumentare la circolazione – delle idee.
Si tratta di fuoriuscire non solo dalla cittadella accademica, ma anche dalla cerchia dei cultori, per infiltrarsi là dove sembrava impossibile, fino a ieri, incontrare la filosofia.

Il popular

Per questo la pop filosofia lavora sistematicamente su tutti i fronti del libro, compreso quello che Genette definisce paratesto.
Che cos’è il paratesto?
È l’insieme di elementi che stanno attorno al testo e che vanno dalla copertina alla quarta, dalla collana alla tiratura, dal prezzo alla promozione, fino alle interviste e ai dibattiti su diversi media. Tutte cose di estrema importanza per l’efficacia della strategia pop filosofica. Tutte cose di estremo interesse per la pop filosofia. Perché è qui che “il testo diventa libro e in quanto tale si propone ai suoi lettori e, in genere, al pubblico” [11].
La pop filosofia non si ferma al testo, ma sfrutta l’arma libro in tutta la sua complessità.
In questo senso essa è una nuova forma di avanguardia filosofica.
Un’avanguardia che si lascia alle spalle la strategia dell’illeggibilità e che guarda con interesse a quanto accade nel campo della nuova letteratura italiana che si muove nel popular, a partire dai Wu Ming [12].
In quello che è senza dubbio il testo teorico sulla letteratura più importante degli ultimi anni, New Italian Epic di Wu Ming 1, leggiamo: “Le opere Nie stanno nel popular, lavorano con il popular. I loro autori tentano approcci azzardati, forzano regole, ma stanno dentro il popular e per giunta con convinzione, senza snobismi, senza il bisogno di giustificarsi di fronte ai loro colleghi ‘dabbene”. E ancora: “La sperimentazione avviene nel popular” [13].
La strategia pop filosofica qui adottata è più vicina a quella che Wu Ming 1 mostra all’opera nella New Italian Epic che non alla pop filosofia di Slavoj Žižek, ancora ostaggio del vecchio pregiudizio secondo cui la cultura pop sarebbe intrinsecamente stupida. Non a caso l’uso che Žižek fa del pop si può riassumere nella formula: “estrinsecazione in un medum stupido” di analisi lacaniane [14].
Pop filosofia è qui intesa come avanguardia filosofica insieme sperimentale e popolare che fa propria una formula usata da Eco nelle Postille a Il nome della rosa. “Raggiungere un pubblico vasto e popolare i suoi sogni, significa forse oggi fare avanguardia e ci lascia ancora liberi di dire che popolare i sogni dei lettori non vuol dire necessariamente consolarli. Può voler dire ossessionarli” [15].

Il network

I saggi raccolti in questo volume non teorizzano la pop filosofia. Bensì la praticano. In molti modi. Affrontando i differenti volti dell’universo pop: dalla pop music alla TV dei reality, dagli anime giapponesi al graphic novel, dal cinema di genere alle serie TV.
Essi condividono un’aria di famiglia, piuttosto che una definizione. Danno vita a un network filosofico.
Per restare nel pop, si potrebbe dire che i differenti autori hanno lavorato alla maniera di un famoso gruppo di simpatiche canaglie protagonista di una serie TV cult degli anni Ottanta, The A-Team. "Evasi da un carcere di massima sicurezza, si rifugiarono a Los Angeles vivendo in clandestinità. Sono tuttora ricercati, ma se avete un problema che nessuno può risolvere – e se riuscite a trovarli – forse potrete ingaggiare il famoso A-Team", recitava l’introduzione italiana agli episodi.
In ogni episodio della serie, veniva il momento in cui l’A-team, per combattere la propria battaglia, creava ingegnose macchina da guerra modificando normalissimi oggetti d’uso quali auto, moto, ecc.
Lo stesso accade qui.
Ripensamento e trasformazione pop dell’idea deleuziana di macchina da guerra.
Qui oggetti vari della cultura di massa e pezzi di filosofia sono stati presi, decostruiti e riassemblati per dar vita a una macchina da guerra in forma di libro.


Note

[1] G. DELEUZE, Pourparler, trad. it., Macerata, Quodlibet, 2000, p. 139.
[2] A. RONELL, Giornale di una tossicofilomaniaca, trad. it., Genova, il melangolo, 2008, p. 47.
[3] PLATONE, Protagora, 339e.
[4] DIOGENE LAERZIO, Vite dei filosofi, III, 4.
[5] F. JAMESON, Firme del visibile. Hitchcock, Kubrick, Antonioni, trad. it., Milano, Donzelli, 2003, p. 11.
[6] L’Angelo necessario è il titolo (ispirato a una poesia di Wallace Stevens) di un libro di Massimo Cacciari del 1992.
[7] K. MARX, Il Capitale, I, 1, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 2006.
[8] T. ADORNO, M. HORKAIMER, Dialettica dell’illuminismo, trad. it., Torino, Einaudi, 1997, p. 170.
[9] W. BENJAMIN, “La Parigi del Secondo Impero in Baudelaire”, in ID., Opere complete, vol. VII, Scritti 1938-1940, a cura di E. Ganni, Torino, Einaudi, 2006, p. 139.
[10] Cfr. P. SZENDY, Tormentoni! La filosofia nel juke-box, trad. it., Milano, Isbn, 2009, pp. 15-22.
[11] G. GENETTE, Soglie, trad. it., Torino, Einaudi, 1989, p. 4.
[12]Cfr. http://www.wumingfoundation.com/ e G. DE PASCALE, Wu Ming. Non soltanto una band di scrittori, Genova, il melangolo, 2009.
[13] WU MING, New Italian Epic. Letteratura, sguardo oblique, ritorno al futuro, Torino, Einaudi, 2009, pp. 95 e 97.
[14] “Ricorro a questi esempi [tratti dalla cultura di massa] per evitare il gergo pseudo-lacaniano e per raggiungere la maggiore chiarezza non solo per i miei lettori ma anche per me stesso: l’idiota per cui mi sforzo di formulare il più chiaramente possibile un punto teoretico sono proprio io […] mi convinco di aver davvero compreso qualche concetto lacaniano quando riesco a tradurlo efficacemente nell’intrinseca stupidità della cultura popolare. In questa completa accettazione dell’estrinsecazione in un medium stupido, in questo rifiuto radicale di qualsiasi segreto iniziatico, risiede l’etica di trovare la parola appropriata” (S. ŽIŽEK, Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa, a cura di M. Senaldi, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 171). Ma, più in generale, si può dire che il limite di Žižek consiste nel considerare la cultura pop come l’ideologia della società tardo-capitalista.
[15] U. ECO, Postille a Il nome della rosa, Milano, Bompiani, 1996, p. 531.

Indice

0. Crossover (Per una filosofia popular), di Simone Regazzoni
1. Neon Genesis Evangelion (Un anime per tutti e per nessuno), di Jadel Andreetto
2. 300 (Allegoria e guerra), di Wu Ming 1
3. Il mucchio selvaggio (Viaggio al termine dell’eroismo western), di Simone Regazzoni
4. Watchmen (Il triste tropico del dottor Manhattan), di Girolamo De Michele
5. Asterios Polyp (Mitografie della decostruzione), di Francesco Vitale
6. This is it (The King of Pop) , di Peter Szendy
7. Romanzo Criminale (La produzione di storia e l’esistenza dell’Italia), di Lorenzo Fabbri
8. Mad man (L’esposizione del pensiero), di Tommaso Ariemma
9. Grande Fratello (Le due morti di Jade Goody), di Giulio Itzcovich
10. The King (Il regno ® è infetto), di Laura Odello
11. Sex and the City (Indizi per un’erotica contemporanea), di Francesca R. Recchia Luciani



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Pubblicato Marzo 17, 2010 11:23 PM | TrackBack

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