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Identità e compassione. Dell'impossibilità di un orgoglio nazionale

di Alessandro Bertante
[Questo intervento dell'autore di Al Diavul è apparso sul numero di gennaio di ReSet]

bertante_reset.jpgAlcuni giorni fa mentre ordinavo un caffè in un bar di Milano sono rimasto colpito da un'immagine di per sé innocua, o perlomeno che io credevo tale. Dietro al bancone stava in bella evidenza una grande bandiera italiana. Nessun altro simbolo o segno di commento, solo il tricolore bianco, rosso e verde. Osservandola per un minuto con la tazzina a mezz’aria mi sono reso conto di provare una forte sensazione di disagio. Quella bandiera mi sembrava una inutile ostentazione nazionalista. Guardai il barista, cercando nella sua fisiognomica e nel suo abbigliamento una giustificazione parafascista a tanto osare. Invece niente, era un cordiale professionista milanese.
Uscito dal bar la sensazione di disagio mi è rimasta addosso.

Perché il tricolore mi fa questo effetto? Se mi fosse capitata la stessa cosa in Francia o Inghilterra non mi sarei nemmeno stupito. L’Union Jack è frequente nei pub inglesi e i francesi non hanno alcun pudore a esporre la loro bandiera. In Italia invece questa cosa mi sembra di cattivo gusto o comunque inopportuna. E se devo ritornare agli anni trascorsi nell’adolescenza e durante la fin troppo protratta giovinezza, ricordo sempre la stessa insofferenza ai simboli nazionali. Insofferenza che, sia chiaro, condivido con la stragrande maggioranza della mia generazione. Certo, io provengo da una famiglia comunista e non sono così digiuno di storia per non capire quanto l’eredità del Ventennio fascista e la tragica vergogna della seconda guerra mondiale abbiano minato profondamente l’orgoglio nazionale. Ciò nonostante, queste cause non mi sembrano sufficienti a giustificare un atteggiamento così negativo e reiterato. La questione non è cosi semplice e soprattutto non si riduce a un fatto estetico o a un mio problema soggettivo.
Parliamo della mia generazione quindi, i trentacinque-quarantenni. Parliamo del nostro percorso di formazione culturale, per cercare di capire quali siano le cause di questa disaffezione nei confronti dell’idea stessa di patriottismo. Se devo tornare indietro a quando ho memoria, ricordo che negli anni Settanta il tricolore era quasi bandito. A parte i militanti neo fascisti che lo sventolavano insieme ai loro simboli, nessuno lo mostrava. Nemmeno a scuola era frequente vederlo appeso su di un muro, come se anche nelle aule ci si dovesse vergognare della nostra appartenenza nazionale. Ma di cosa dovevano essere fieri gli italiani? Di quale virtù esclusiva o coesione memorabile?
Conclusa come sappiamo la seconda guerra mondiale, la mancanza di una mitopoiesi della vittoria – di norma cemento dell’identità nazionale - non poteva essere rimpiazzata dalla pur gloriosa pagina della Resistenza, perché non da tutti condivisa e minata nelle fondamenta dallo sbandierato internazionalismo del Partito Comunista Italiano. La nuova repubblica sorta nel dopoguerra nasceva monca, senza fare i conti con il proprio recente passato. Questa lacerazione è continuata per decenni e noi l’abbiamo ereditata. Come dicevo, la mia infanzia comincia negli anni Settanta, in un paese dove molti italiani erano convinti, a ragione, che lo Stato mettesse le bombe nelle piazze e sopra i treni. In un paese dove esisteva una realtà quotidiana tangibile e più o meno accettabile, ma anche un mondo occulto di interessi e trame inconfessabili. Trame antinazionali che nascevano per opporsi alla volontà popolare. Sono cresciuto in un paese dove nessuno mostrava mai attaccamento alla patria, perché la patria quando esisteva era vista come aliena e nemica. Sono cresciuto in un paese dove la grande massa dei ceti produttivi moderati votava la Democrazia Cristiana, partito adesso paradossalmente rimpianto ma allora ricettacolo di corruzione e clientelarismo, costretto dalla situazione politica internazionale a rimanere sempre al governo, senza mai lasciare spazio ad una alternanza che facesse pulizia negli àmbiti di potere troppo sedimentati. L’altra metà del paese invece votava PCI, un partito storicamente miope, anacronistico, compassato ma anche serio, efficiente, fatto di gente per bene che credeva in quello che faceva. Ma un partito fondamentalmente antinazionale, sebbene i suoi dirigenti si sforzassero di affermare il contrario. Alle feste dell’Unità si vendevano i gagliardetti dell’Unione Sovietica o i simboli dell’iconografia comunista, non il tricolore o le immagini dei martiri del Risorgimento. Negli anni Settanta nessuno era orgoglioso di sentirsi italiano.
Quando finalmente finisce il decennio, gli anni Ottanta parlano già un altro linguaggio. Io sono adolescente e vivo nella metropoli invasa dall’eroina. Ma fuori dai quartieri bisogna fare i soldi e farli alla svelta, in una realtà sberluccicante che dimostrerà presto la propria inconsistenza. La macchina pubblicitaria macina miliardi mentre i mezzi di comunicazione di massa proiettano la gente comune in altri luoghi, reali o immaginifici, ma comunque a portata di mano. Gli italiani guardano fuori dai confini nazionali: del tricolore e della patria continua a non fregare niente a nessuno. Solo durante le grandi vittorie sportive lo spirito d’appartenenza si ridesta – e penso ai mondiali del 1982 -, ma è un fatto di costume, un rito collettivo che si spegne in una notte di festeggiamenti. Intanto il nuovo decennio è paradossale e rivoluzionario, certo più radicale del precedente con tutta la sua violenza e la sua mal risposta ideologia. Cambia il mondo a una velocità travolgente e solo chi non vuol vedere rimane ancorato alla vecchie formule, ai vecchi linguaggi e ai vecchi schieramenti. Molti giovani muoiono di overdose. Il decennio si chiude con il muro di Berlino che crolla fragorosamente davanti agli spettatori di tutto il mondo, impegnati a guardare uno spettacolo dopo tanti altri. La post modernità si mostra con la faccia garrula della mancanza di coscienza, dell’indistinto che non ammette selezione etica.
Che succede quindi agli italiani?
La fine della guerra fredda avrebbe potuto concorrere a riformare un forte sentimento di appartenenza nazionale. Era prevedibile e forse anche auspicabile ma così non è stato. Trascorsi un paio di anni, Tangentopoli arriva come una bufera, gettando fango sulla classe politica, sulle istituzioni e sull’idea stessa di stato di diritto. Io ho ventitré anni. Vedo franare ancora una volta la nostra autostima di cittadini perché le coeve stragi di mafia mostrano che l’eterna Italia delle trame continua a prosperare nell’ombra. In questo contesto di progressiva disgregazione, s’affaccia alla ribalta un nuovo partito, la Lega Lombarda - Lega Nord. Nata a metà degli anni Ottanta nella profonda provincia settentrionale, la Lega approfitta del crollo dei partiti della prima repubblica per fare nuovi proseliti con un programma molto chiaro, la secessione del Nord Italia industrializzato ed economicamente prospero dal Sud parassitario e clientelare. Considerata all’inizio come un fenomeno folcloristico e passeggero, all’inizio degli anni Novanta è già un movimento politico importante e strutturato con dei quadri professionisti e migliaia di militanti di base. Un movimento che mina alle fondamenta il concetto di patria. Altro che tricolore, nelle pizzerie padane sventola la bandiera di Alberto da Giussano. L’identità nazionale subisce un’altra formidabile botta. Ci penserà Silvio Berlusconi a unire le istanze della nuova destra post fascista e autenticamente nazionalista, alle urgenze separatiste di Umberto Bossi.
Proveniente dalla grande palude della piccola borghesia impiegatizia, questo sconosciuto imprenditore lombardo, partendo dall’edilizia in meno di dieci anni ha creato un impero mediatico, acquisendo i tre maggiori network televisivi privati. È furbo, scaltro, vanitoso, carismatico, senza scrupoli e privo di alcun senso civico. Ma è capace o così si definisce. Durante gli anni Ottanta crea una mitologia sulla propria efficienza. Dopo tangentopoli, per salvare le sue aziende da una sacrosanta legge antitrust, si butta in politica.
Il suo partito Forza Italia ha ottenuto un successo clamoroso, diventando l’espressione privilegiata della nuova borghesia italiana. Io ho trent’anni mentre lui viene eletto più volte Presidente del Consiglio. Ma viene anche sconfitto. Cade e si rialza, dimostrando energie insospettabili. Ma non cambia. Piuttosto involve, l’esperienza da premier lo trasforma in una sorta di caricatura dell’italiano medio anni Cinquanta, riportando all’estero la nostra immagine peggiore, dalla quale ci eravamo da poco tempo affrancati. Lui è l’italiano degli stereotipi razzisti. Si crede simpatico, fa le corna ai colleghi stranieri, schiamazza con la regina d’Inghilterra, racconta barzellette, si circonda di guitti con mandolino e si presenta con il bandana durante le visite ufficiali di altri capi di stato e confonde scientemente vita privata e funzione pubblica. Ciò nonostante il suo successo cresce e lui, non soddisfatto, continua nel suo processo involutivo. In età senile si riscopre seduttore e grande amatore, diventando lo zimbello di tutto il mondo civilizzato. Ma non degli italiani. Gli italiani lo amano. Berlusconi è accusato da svariate procure di una serie interminabile di reati ma gli italiani continuano ad amarlo senza condizioni. Anno dopo anno, l’affermarsi del potere berlusconiano contribuisce alla disgregazione culturale della nazione, il concetto stesso di società civile perde completamente di significato.
Le cronache recenti ci raccontano che oramai in Italia si può fare qualsiasi cosa. Un giornalista di una televisione dei proprietà del premier può pedinare e filmare un magistrato violando la sua vita privata senza che questo gesto abbia reali conseguenze penali o perlomeno professionali. Non esistono più obblighi ne condivisioni di responsabilità. Le parole non hanno più importanza, il buon senso è visto come sintomo di estremismo. La verità diventa accessoria o addirittura superflua.
In tempo di pace, un forte sentimento identitario nazionale nasce sempre dalla presunzione di un primato etico e morale. Ovvero, la nostra civiltà è superiore e noi siamo fieri di farne parte senza necessariamente condividere questa ricchezza con le altre nazioni. Negli ultimi dieci anni è sorto in Italia un nuovo tipo di nazionalismo, fondato sul malcostume e sulla rivendicazione di mediocrità eretta a sistema. Nasce così l’orgoglio degli evasori fiscali, degli approfittatori, dei conformisti, dei furbi e dei furbetti, dei nuovi mercati di schiavi e delle mamme delle veline. Un nazionalismo grossolano e volgare, senza basi culturali reali né classi sociali di riferimento ma che sfrutta allo stesso modo, e senza alcun pudore, le tragedie umane delle nostre guerre di pace e la retorica consunta e oramai improponibile degli “italiani brava gente”.
Torniamo al bar quindi, alla domanda iniziale. Adesso ho quarant’anni, della mia vita in questo paese ho troppi ricordi amari. Se guardando il tricolore dietro al bancone provo disagio non c’è nulla di cui stupirsi. La ragione è semplice: non sono fiero di essere italiano. Quando vado all’estero sono imbarazzato e rimango sulla difensiva.
In qualsiasi paese mi trovi - amministrato dalla destra o dalla sinistra, al Sud o al Nord dell’Europa - io mi vergogno della nostra condizione. Con la testa bassa guardo gli sguardi dei miei interlocutori e non vedo sdegno o sorpresa. No, io vedo compassione.
Ci compatiscono di essere italiani.

Pubblicato Gennaio 19, 2010 12:45 AM | TrackBack

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