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dell'Assemblea contro il carcere e la repressione [Ci eravamo già occupati di alcuni dei "brigatisti potenziali" arrestati il 10 giugno...

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La mente è tornata a questo romanzo poche ore fa, dopo le notizie dall'Afghanistan. Che poderoso libro, che cupa eppure risplendente fotografia della condizione attuale. Odiato e incompreso dai fans più conservatori del Camilleri montalbanesco, La presa di Macallè (2003) è una delle opere migliori dello scrittore di Porto Empedocle. Il brano che riportiamo (dal capitolo 3) dice tutto quel che c'è da dire, non una necessaria parola di meno, non un'inutile parola in più. Buona lettura. Red.

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di Giuseppe Genna Amico personale di Meucci, Morse e Bell. Confidente di Ramsete III. Grande estimatore del brodo primordiale (la...

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L’occhio frusto (Greatest Hits, 97/98) - 8

di Dziga Cacace

Of0801.jpg223-O.F. - O.rlando F.urioso degli impuniti Motus, Italia 1998

Si potrebbe andare al cine, ma non si può, perché (Barbara): “per una sera potremmo fare qualcosa di diverso”. Ma scusa: ogni film è diverso… Prevale Barbara. Ha ragione: allarghiamo la mia angusta visione culturale, eleviamoci, sù, e una volta tanto andiamo a teatro (che poi sarebbe il Leoncavallo) a vederci uno spettacolo di teatro-danza. Allegria. Arriviamo al Centro Sociale con Raffa, ma molti conoscenti ci mettono in guardia: alla Besana c’è qualcosa di molto più interessante, più in, più hip, più cool, più à la page, più fico, insomma: l’Orlando Furioso “impunemente eseguito da Motus”! E da lì in poi diventan tutti cazzi miei.

Sotto la pioggia battente, si cambia quindi destinazione. Nel tragitto discuto con Raffa delle poche rispettive conoscenze del mondo del teatro. Almeno lui ci prova, è curioso, ha visto un po’ di roba… insomma, si sforza. Io invece mi annoio e ho una sorta d’infantile rifiuto, ho sempre preso pacchi angoscianti, non so. Finalmente alle 21 entriamo nel magnifico edificio rinascimentale e prendiamo posto in una platea gremita di alternativi agli alternativi più radicali. Altro che teatro come rito di autorappresentazione della borghesia! Ci sono acconciature assurde, copricapo grotteschi e piercing selvaggio. Io ho la mia giacca di vellutino da architetto e sembro proprio quello che sono: uno sfigato capitato lì per caso. Sul palco strani personaggi vestiti a metà strada tra il punkettone e l’abbigliamento casual di De Sade. In primo piano una tizia completamente nuda in posa botticelliana che ci guarda ammiccante. Io guardo Raffa che guarda Barbara che guarda me. Sorrido istericamente, Raffa ride, Barbara piange: a “teatro” non mi ci porta più, garantito. Era annunciato uno spettacolo hard e si comincia bene. I Motus partono (lo slogan della compagnia dice già tutto: “alimento completo per cani”) e una serie di personaggi (erano Angelica, Orlando e Medoro) si alternano sul palco. Sfilano come modelli di moda, urlano nei microfoni (su delizioso sottofondo noise-industriale), ci mostrano ripetutamente il culo, camminano su una piattaforma rotante, esibiscono oggettistica sadomaso e ci fanno pure la linguaccia. Apprezzati per i primi cinque minuti l’impatto visuale della messa in scena e l’idea della sfilata, si cade poi nella catatonica attesa che lo spettacolo termini, cosa che avviene per fortuna dopo neanche un’ora. Usciamo tutti in silenzio: il cinema è arte per il volgo, tutti possono dire la loro; del teatro no: è un’arte millenaria, è arte alta, “non faccio cinema, puah, faccio teatro!”. Nessuno azzarda commenti e men che meno io. Ho paura di essere tacciato di mentalità piccolo-borghese, ma scopro che sono tutti incacchiati neri perché la verità è che questi Motus vorrebbero épater les bourgeoises, ma sono prevedibili e scontati (e con cazzi di gomma, via!). Rimango della solita idea: il teatro è morto e sepolto. E i Motus sono degli impuniti. (Milano; 22/2/98)

226-Twin Town di un furbetto, Gran Bretagna 1997

Torno al Lumière dove mi attende quel Twin Town strombazzato ai quattro venti con l’irritante commento “dagli stessi produttori di Trainspotting”, come se fosse un sigillo di garanzia, figuriamoci. E infatti il film è una porcata. Trainato da una moda, anche per i film inglesi succede come da noi dove tutta la corte dei miracoli di Pieraccioni produce film di inevitabile e scontata bruttezza (non li ho visti, ma lo so per certo. Per certo). Ma parliamo di questa vaccata a firma Kevin Allen: giovani sbandati, squallore quotidiano, bella musica facilina e nebbiosa ambientazione britannica. Siamo dalle parti di Swansea e la cittadina è teatro di una neanche tanto occulta trama di corruttele e loschi traffici. A sconvolgere questa assonnata e deprimente periferia di un regno che già tanto allegro non è, ecco due fratelli completamente fuori fase. Scaramucce varie con l’ordine (sociale) costituito, fino alla morte di tutti i familiari dei due e conseguente vendetta. Sfido a trovare un personaggio simpatico in ‘sta roba, sfido a trovare un senso nella storia raccontata, se non lo stravisto borghesissimo gusto per l’eccesso. Ci vuole essere ironia? Ma dove, se il racconto è più grottesco della realtà che vorrebbe rappresentare? È un film falsissimo con tanta trasgressione a buon mercato. Ci si potrebbe salvare con la classica scappatoia del “divertente e sgangherato”, ma non si ride neanche per caso. Twin Town è una cazzata. (Cineclub Lumière; 25/2/98)

227-Au hasard Balthazar di Robert Bresson, Francia 1966

Prima di vedere il film ho indugiato su Di che segno sei? di Corbucci, godendomi l’episodio di Celentano e della Melato (Alfredo Astarita - detto Fred Astaire - e Claquette): siamo in ambito grossolano, certo, ma si tratta di 25 minuti notevoli, con i due che partecipano a una gara di ballo dove si esibiscono in passi strepitosi (quello dell’arrotino, soprattutto). Ne godo, nonostante l’uso indiscriminato di zoom e l’evidente autodoppiaggio degli attori. Sugli altri episodi del film meglio tacere, ma questo… eeeh! Bene, torniamo all’oggetto della recensioncina: un povero asinello passa di padrone in padrone e così conosce, muto testimone, i difetti e le cattiverie dell’uomo. Prende legnate, calci, frustate, insulti, sempre vittima della meschinità umana. L’unica che prova affetto per la serafica (e testarda) bestiola è Maria, quella Anna Wiazemsky che già mi aveva sconvolto per l’inespressiva partecipazione a Teorema. La futura moglie di Godard è decisamente meno brava dell’asino. L’amara parabola si conclude con la morte dell’animale e a Maria non va tanto meglio. Bresson racconta con il consueto stile distante, appena addolcito da una sonata pianistica di Bach. Grande senso dell’inquadratura, semplici movimenti di camera, narrazione sobria. Non m’ha conquistato ma è un periodo che sono di pessimo umore e deve essere colpa mia. E comunque, anche se non è il genere che incontra il mio gusto, Au hasard Balthazar m’è passato. (Vhs; 26/2/98)

Of0802.jpg230-Exhibition di Jean-François Davy, Francia 1976

La curiosità era troppo forte: un documentario godardiano su una pornodiva. Allora me lo affitto e mo’ ve ne rendo conto. Claudine Beccarie, stella del cinema hard francese degli anni Settanta, si racconta e illustra allo spettatore la vita dei set porno. Claudine è (sembra) a tratti sincera, pudica, romantica (evita di raggiungere l’orgasmo in scena per non tradire il suo legittimo compagno) ed è orgogliosa di non essere mai andata a letto con un produttore. Sulla pornografia tiene un atteggiamento molto ambiguo: a momenti se ne dice entusiasta, proclamando il suo divertimento, altre volte sembra un po’ disgustata e racconta dell’umiliazione e della difficoltà nel recitare certe parti… Da come parla sembra un’attrice di film soft: lei ritiene pornografico Gola profonda perché inverosimile e grottesco. Sembra non voglia ammettere che partecipa allo stesso gioco, buche e stecche comprese. E la sua contraddittorietà diventa la convincente chiave narrativa del documentario di Davy. Anche lui sembra non sappia decidersi: non condanna, mostra semplicemente. E lascia il campo alla Beccarie che racconta la sua tragica infanzia (stupri, botte, un tentato suicidio, prostituzione) e la sua scelta di vita che coincide peraltro con un’accesa religiosità (!). Davy amministra il materiale senza grandi svolazzi, ma si concede anche qualche bella riflessione sulla verità e la finzione cinematografica e sulla capacità del montaggio di alterare il senso di ciò che si riprende (la prima scena, con l’attrice, alla moviola per decidere cosa mostrare: emblematica sequenza che problematizza già tutto quello che vedremo). Si intervistano altri attori, personaggi dei set, c’è pure un momento di cinema verità (o supposto tale) con l’attrice che si masturba (la cinepresa non riprende , ma si occupa semplicemente del volto eccitato di Claudine…mmm, e questa non è pornografia?). Mah; un prodotto sicuramente interessante, formalmente non esaltante, ma riuscito. La cosa migliore rimane la risposta che dà un furtivo spettatore che sta uscendo da un cinema porno dopo aver visto un film con la Beccarie. Con l’attrice presente gli si chiede se la riconosce e lui, imperturbabile: “Ma non guardavo mica la faccia, io!”. (Vhs; 28/2/98)

231-JFK-Un caso ancora aperto di Oliver Stone, USA 1991

Oliver Stone ci racconta la vicenda dell’assassinio di Kennedy con la scomoda voce del District Attorney Garrison. Dico scomoda perché, per quanto i titoli di coda ci ricordino che è stato ripetutamente rieletto, il procuratore gode, negli States, di fama di monomaniaco e di procacciatore di pubblicità. E lo credo bene: non appena uno prova a svelare i pasticci dei nostri dominanti, subito viene trattato come un marziano. Stone ossequia la verità dei fatti ma mette in bocca al suo personaggio anche cose che, all’epoca in cui fu svolto il processo contro una pedina del supposto (chiamalo supposto) complotto contro Kennedy, non erano ancora state scoperte. Ma non gli importa, non gli interessa la veridicità storica o perlomeno la perfetta aderenza a quanto venne veramente detto durante quel benedetto processo. Gli preme farci sapere che le conclusioni della commissione Warren erano assolutamente risibili (e vorrei ben vedere, adesso i proiettili vanno a zig zag): Garrison non è la verità degli uomini, è la Verità assoluta che si batte contro gli steccati della malafede eretti dai potenti. Gli stessi che impediscono da quasi vent’anni di far luce sulla strage di Ustica. Siccome Stone non è un regista banale (per quanto discutibile), affida il ruolo della Verità a una ricostruzione palesemente falsata e mescola magistralmente i documenti originali all’azzeccata ricostruzione d’epoca, aiutato anche da un montaggio veramente esaltante (premio Oscar, come per la fotografia). Poi fa dire a Garrison: “Hanno voluto far credere tutto ciò al pubblico americano”, mica al popolo, capito? Il racconto risulta vibrante e la tensione non cala mai durante le oltre tre ore del film: insomma, JFK è un gran bel prodotto cui spero possa essere aggiunta un’appendice tra 31 anni, quando verrà tolto il segreto di Stato da tutti i documenti della CIA e dell’FBI. Aspetto anch’io il 2029. E magari nel frattempo avremo saputo anche noi, poveri sudditi alla periferia dell’impero, cosa è successo quando sono esplosi quei gioiosi petardi a Bologna, Brescia, Milano e sull’Italicus. O perché a Ramstein una Freccia tricolore che doveva testimoniare nell’inchiesta su Ustica preferì schiantarsi sulla folla (una trentina di morti). E sapere perché Cagliari, dopo essersi sparato, s’è messo la pistola alla cinta. E chi ha ucciso Calvi, Sindona e Gardini. (Diretta TV; 28/2/98)

235-La vita è bella di Roberto Benigni, Italia 1997

Premetto che ho evitato accuratamente di leggere alcunché prima di vedere il film. La storia direi che la sapete tutti, per cui vi dico la democristiana mia: non sono entusiasta del film, ma trovo che sia un prodotto meritevole per il coraggio e l’originalità dimostrati. Intendo dire che stare a far le pulci al film rilevando i difetti, le incongruenze, lo stacco tra prima e seconda parte, è un giochino un po’ altezzoso. Non ho mai apprezzato i film di Benigni prima d’ora. Certo, lui è incontenibile (ma l’ultima tournée live m’aveva reso le palle come due mongolfiere), ma le sue doti sono sempre state a servizio di film scritti coi piedi (l’unico convincente era Down by Law, dov’era a disposizione di un regista vero). Stavolta Benigni s’impone un freno e limita le sue buriane comiche a pochi momenti, dandosi una misura altrimenti sconosciuta. Poi, quando inizia la (…) fiaba del campo di concentramento, il film assume uno spirito completamente diverso. La tragicità dei fatti raccontati non è sminuita, anzi, è elevata dalla particolare chiave di lettura. Come noto, Benigni, per salvare il figlio dall’orrore che vivono, lo inganna raccontandogli che stanno partecipando a un gioco. Il premio dovrebbe essere un carro armato, ma in realtà è qualcosa di molto più grande, la vita stessa. Ci sono anche qui cadute, passaggi di sceneggiatura chiamati meccanicamente, ricatti emotivi e altre manchevolezze (la Braschi, recita?!), ma il senso del racconto prevale nettamente. Sono belle idee certe inquadrature sospese nell’irrealtà, come quando Benigni si trova davanti a quel mucchio di cadaveri palesemente dipinto. E impressiona la reinvenzione scenografica delle acciaierie di Terni come campo di concentramento su cui proiettare il corpo allampanato del regista. No, il film non m’è piaciuto molto, ma possiede tante qualità che me lo fanno apprezzare in ogni caso. È un film veramente per tutti, popolare, che non rinuncia a dare un messaggio molto forte: per il Benigni nazionale sarebbe più facile pazziare in scena, scrivere un canovaccio su cui svariare a piacimento, tanto il successo sarebbe assicurato. Invece prova a mettere da parte le sue qualità, la ricerca della trovata facile, per impegnarsi in qualcosa di più rischioso. Lo so, sono confuso e sembra che tergiversi per non prendere una decisione. Vabbeh, La vita è bella, non si discute, ma il film non troppo, dài, ma ha un coraggio, una forza, una sincerità decisamente apprezzabili. Brutta è invece questa recensione, ma succede. (Cinema Ducale, Milano; 3/3/98)

Of0803.jpg237-Guerre stellari di George Lucas, USA 1977

Sì, lo so, è la solita storia: che senso ha veder un film come questo in videocassetta, per quanto si tratti di quella rimasterizzata, potenziata etc., etc.? Si fa quel che si può. Prima del film c’è un autopromozionale pistolotto che illustra le migliorie apportate al prodotto: ci sono più animazioni delle creature mostruose, più colpi di laser, più astronavi, più modellini e gli sfondi sono stati resi più accurati. Di farvi un riassunto non se ne parla proprio. Piuttosto rilevo che m’era piaciuto di più quando l’avevo visto a nove anni. Costrinsi mia madre a portarmi al cinema a Rapallo. C’era una marea di bimbi urlanti accompagnati da distrutti genitori: mia madre, annoiata a morte, mi offrì cifre pazzesche pur di uscire, ma risoluto e sadico, arrivai fino in fondo, gustandomi l’esperienza visiva che sembra aver sconvolto tutta la mia generazione. Visto vent’anni dopo, ho trovato Guerre stellari elementare e noiosetto. È farcito di rimandi alla trilogia della Fondazione, a Star Trek e Il mago di Oz e gioca le sue migliori carte nell’allestimento scenografico (ma Blade Runner, solo di due anni dopo, è veramente un altro pianeta). Poca psicologia, svolgimento un po’ infantile e un richiamo all’istintualità, con neanche troppo velati accenni alla mistica templare e alla mitologia dei samurai. Un po’ reazionario, per conto mio. Alec Guinness (indimenticato Gemsignora Bensignora in Invito a cena con delitto) con quel saio, tra l’altro, sembra Padre Pio. E poi non potevo fare a meno di pensare continuamente a Balle spaziali. (Vhs; 10/3/98)

245-Il quinto elemento di Luc Besson, Francia 1997

Domenica pomeriggio di sole. I genovesi sono sulle passeggiate a mare a farsi delle belle camminate. I genoani sono attaccati alle radioline per vedere se il vecchio Grifone, a Foggia, può continuare a sperare nella serie A. Cacace, invece, approfitta di questa città brasiliana e si chiude in un cinema parrocchiale a vedersi Il quinto elemento, ché se aspetta Barbara non lo vedrà mai, neanche in videocassetta. Il cinema-teatro presenta una sala abbastanza capiente, sedili di velluto e, sotto lo schermo, un pianoforte da honky-tonk. Vado in bagno e, ahi, pissoir à la turk. Non vendono neanche i Chupa Chups: mi sto innervosendo. C’è poco pubblico; qualche bambino e delle coppie d’anziani, tra cui se ne distingue una veramente d’antologia: discorrono di costo della vita - in dialetto genovese e a un volume di voce assordante - e sono preoccupati per il film che sono venuti a vedere. Lui commenta. “L’è fantasciensa, cosse catastroficche”. Io temo che commentino anche durante il film. Si accende il proiettore e ci sono dieci secondi di panico, con i fotogrammi che traballano, il fuoco che va e viene e lo schermo che sembra paurosamente inadeguato. Poi tutto s’aggiusta e, anche se la sala non può vantare un sonoro THX, perlomeno l’immagine proiettata è perfetta. E, a parte due interruzioni nel primo tempo, la proiezione scorre senza intoppi (!), con il pubblico educato e silenzioso. Nell’intervallo i due anziani diabolici si producono in commenti d’antologia; lei: “Mi fa specie che il De Laurentis produca cosse cuscì stranne” e lui: “Stranne? A l’è un film super stranno!”. E infatti, com’è questo strano film che tanti amici hanno apprezzato e tanti altri hanno trovato insopportabile? Beh, la trama è banalissima, ma serve a mettere in piedi uno spettacolo travolgente dove Besson può sfogare tutta la sua visionarietà e il suo amore per il cinema. Il film è girato e montato bene, ma sono le scenografie, i costumi e la fotografia a lasciare la bocca aperta. Altro che il “vorrei ma non posso” di Salvatores: a Besson l’arida perfezione computerizzata dei colleghi americani fa veramente una pippa. Elencare le citazioni che si susseguono a ritmo vertiginoso sullo schermo sarebbe tedioso, ma giova ricordare la fortissima influenza dei fumetti, a partire dal lavoro di Moebius e di tutto l’immaginario creato da Metal Hurlant. Perfetti l’ironico Oldman, quella faccia da schiaffi (con toupet) di Willis, la Jovovich e Ian Holm e gestiti con umorismo tutti i cameo. Insomma, rimango conquistato dal film ed esco soddisfatto dalla sala, finché non sento il miglior commento della giornata: un padre di famiglia che per contrastare l’entusiasmo dei suoi tre pargoli esclama un “talmente inverosimile!” che mi regala buon umore per la tutta la settimana. Passando alla tragica cronaca quotidiana, sono i giorni dell’increscioso affaire Bertolucci che, a pochi giorni dall’inizio delle riprese per una fiction televisiva - L’assedio -, s’è reso conto che la dirigenza Rai dorme un sonno di pietra. Mancando il contratto (dopo mesi e mesi di trattative) è passato a Mediaset. Il nuovo presidente della Rai, tale Celli, ha pure fatto dell’ironia sulla cosa: ma allora ridateci Siciliano. (Cinema parrocchiale San Siro di Nervi; 15/3/98)

255-La mia generazione di Wilma Labate, Italia 1996

A un terrorista carcerato viene concesso un incontro con la sua ragazza. Il poliziotto che l’accompagna all’insperata visita ha il compito di convincerlo a pentirsi. Praticamente il racconto mette in scena, con tre personaggi, le anime di una generazione: quella idealista e che (forse) ha sbagliato di Amendola, quella generosamente democratica di Silvio Orlando e infine quella confusa e disperata della Neri. La struttura della sceneggiatura è prevedibile ma ben costruita. C’è una buona regia e gli attori fanno il loro dovere, soprattutto l’ottimo Orlando, troppo spesso sotto utilizzato. Comunque, alla fine, Amendola (detenuto “politico incazzato” come lo definisce il carabiniere Orlando), duro e puro, disincantato ma tutto d’un pezzo, non confessa, non tradisce, non si pente, non ciula con una prostituta e rinuncia anche a vedere la bella Francesca Neri (ah, i danni dell’ideologia!): vuole scomparire, dimenticato. Mah, m’è piaciuto. Ma questo my generation è troppo denso di belle anime per elevarsi dal film di genere (film drammatico, di interpretazioni, “come eravamo” etc.) o per risultare credibilmente antiretorico. Ma si capisce: lo hanno scritto degli ex terroristi che non avevano commesso fatti di sangue e stanno comunque scontando una lunga pena. Logico che vogliano togliersi qualche sassolino dalle scarpe a vedere certi ceffi agitarsi dagli scranni del Parlamento. (Vhs; 25/3/98)

Of0804.jpg258-Full Monty di un Altro Furbetto, Gran Bretagna 1997

Reduce da trionfali accoglienze ai festival di mezzo mondo, acclamato dalle folle, ecco il famoso “servizio completo”, furbetto, accattivante e assolutamente inconsistente. L’unico pregio del film è nella costruzione per arrivare allo strip finale, a questa idea che regge tutto la narrazione: in mezzo poco altro. Sí, qualche discreta battuta, la situazione della working class, la disoccupazione. Ma è tutto ambiente e britannico colore, grigissimo: non c’è niente di veramente approfondito e lo spogliarello si presta alle più svariate interpretazioni, ma delle intenzioni della produzione, non del destino dei protagonisti: svestiamoci dell’ideologia, togliamoci i panni dell’impegno, gettiamo in pasto al pubblico questo pseudo Loach deprezzato e cucinato per palati rozzi. Infatti la confezione è decisamente anonima: a reggere la baracca sono gli attori, tutti bravi. In sostanza Full Monty risulta gradevole come una bibita gassata, ti solletica la gola, ma dopo dieci minuti hai di nuovo sete. Perché è un film decisamente mediocre, prevedibile nei suoi sviluppi ed esiti. Come spettatore medio ho riso a comando nelle scene delle prove e nell’ormai famoso balletto che chiude la pellicola, nel restante 70% del film mi sono ammosciato, se non innervosito. Questa porcatina firmata Peter Cattaneo riesce anche a raccattare consensi tra la critica venduta del nostro paese. Nessuno che rilevi che Carlyle, neanche al quinto film di una certa notorietà, già gigioneggi. Nessuno che s’indigni per l’ennesima colonna sonora scontatissima con, fianco a fianco, motivi discotecari degli anni Settanta e qualche fandonia recente (i pessimi Pulp). Soprattutto nessuno che abbia il coraggio di dire che questo è un film inesistente. E poi sono pure incazzato perché ho visto un film trapezoidale. Faccio i nomi: al San Carlo proiettano con un’aberrazione grottesca; ci sarebbe da litigare perché sembra tutto ripreso da un grandangolo messo a terra e, anche se la cinepresa è ad altezza d’uomo, tutte le linee verticali sono convergenti verso l’alto. Visto il film, non m’è sembrato il caso di lamentarmi. (Cinema San Carlo, Milano; 28/3/98)

Of0805.jpg259-Marius et Jeannette di Robert Guédiguian, Francia 1997

Marius et Jeannette è finalmente un film che ti fa uscire dalla sala diverso. Ridi e piangi pensando al destino dei protagonisti, alle loro quotidiane lotte, per niente epiche, ma così eroiche. Disoccupazione e fine dell’ideologia ci stanno ammutolendo ma qualcuno si ostina, giustamente, a pensare che delle cose bisogna discutere. Fidel non indossa più la divisa militare: è giusto o no parlarne con i vicini? Massì che è giusto! Il primo insulto del film è un bel “fascista” appioppato da Jeannette a Marius: il peggior insulto concepibile, e non è un caso che, come chiusa, avremo la dedica agli operai dell’Estaque, il quartiere dove il film è ambientato. E un quartiere è un piccolo mondo (la primissima scena con il mappamondo gonfiabile che scivola nelle acque del porto di Marsiglia). Lì si discute, si ride a crepapelle, si piange. Tutto il film è percorso dall’urgenza di comunicazione: Jeannette parla senza freni perché non si può permettere l’ulcera, “una malattia per i ricchi”. E se il suo rapporto con Marius rischia di concludersi è proprio perché lui non riesce a raccontare dei fantasmi del passato che lo tormentano. E parlando parlando il filosofo Justin discetta di favismo, Gaudì e intolleranza religiosa: imparano i bambini e anche Dédé, cui viene rinfacciato a ogni momento un suo passato voto al Front National di Le Pen. Tra un valzer, un twist e Vivaldi, tra un omerica bevuta e una scazzottata, tra una frecciata all’aristocratica Aix-en-Provence e un’altra alla clericale Avignone, ricordando Céline (Dédé: “Chi, mia cognata?”) e l’importanza dello studio, si consuma l’esistenza comune di persone che ricercano la felicità, sapendo ormai che questa non può essere imposta come in URSS. E probabilmente la troveranno, in questa Marsiglia che, ripresa per scorci inusuali, sembra pure bella. Marius et Jeannette ci regala bei volti che sanno raccontarci, con disincantato humour, che è ancora necessario rivendicare l’orgoglio antifascista, ridendo, senza mostrare il truce volto della sconfitta, ma con la speranza che discutendo, amando, agendo, qualcosa ancora si possa cambiare. E tutto in un universo che sembra, ieri come oggi, immutabile; quello dei rapporti di vicinato, quella dimensione che la nostra epoca spersonalizzata sta perdendo. Il film inizia con Il pleut sur Marseille e piove anche su di noi perché la crisi è generalizzata a tutto il mondo occidentale ed è dura tirare avanti. Si arriva a rimpiangere anche il periodo delle persecuzioni politiche perché allora sí che bisognava rimboccarsi le maniche e, magari, fare l’amore per dimenticarsi che s’era in un campo di concentramento. Però si esce dal cinema sereni e se si dovesse far capire a qualche imbecille cosa significa essere di sinistra, sul serio, questo film glielo dimostrerebbe in un’ora e mezzo. Ottimo grandissimo piccolo film girato con due lire e un sacco di idee. Un film così ti riscalda il cuore, veramente. (Cineclub Lumière; 30/3/98)

262-Aprile di papà Nanni, Italia 1998

Ho due ore libere e mi fiondo a vedere l’ultimo Moretti. Al Corallo, di pomeriggio, non c’è un cane: sembra il Lumière la sera. Sono passati quattro anni dall’ultima cartolina da casa Moretti e in Italia sono successe tante cose, ma Nanni è preso da un’indolenza bestiale. Gli propongono di fare un documentario sulla situazione politica e lui esita, nicchia, ci prova e raccoglie qui e là momenti significativi della vita politica di questo malandato paese. Ci racconta che quella sciagurata sera della primavera del ‘94 fumò il suo primo cannone (io mi consolai con un whisky quadruplo, se può interessarvi, e rimasi malinconicamente sobrio). Poi passa a mostrarci l’ascesa dell’Ulivo, l’inquietante cabaret della Lega o il disperato arrivo degli albanesi… ma in realtà questi sono appunti isolati che emergono nell’orgoglioso racconto della paternità. Eh sí, Nanni è padre del piccolo Pietro. Il privato alla fine travolge i fatti pubblici e rimango con l’impressione di aver assistito a un bellissimo filmino familiare che, però, non è quello che mi aspetto da Moretti. Ma come? Sempre così discreto con la sua vita privata, così misurato, e ora talmente fuori misura… E poi dove sono finiti i rimproveri di don Giulio ad Antonio che riteneva che suo figlio fosse l’unico al mondo (La messa è finita)? Non finirai anche tu, Nanni, come i genitori tiranneggiati di Salina in Caro diario? Qui non si tratta del narcisismo che spesso ti rimproverano (cosa con la quale non son per niente d’accordo: ben vengano i grandi autori narcisi): questo Aprile, divertente, commovente, fotografato benissimo, condivisibile negli assunti, anche coinvolgente per chi ama Nanni, si risolve in un contenitore nel quale, beneamato Grande Narciso, dispensi pillole del tuo pensiero, senza pensarci troppo, però… Siam d’accordo che i tennisti italiani con quelle “spallucce vittimiste” son sempre a cercare scuse, ma tu, Nanni, con la scusa della pigrizia, licenzi un film che lascia l’amaro in bocca e che, a botta calda, mi sembra il più debole della tua filmografia. Purtroppo non senti il momento di girare quel fantastico musical sul pasticciere trozkista (il felliniano balletto finale è il miglior momento del film e, figurativamente, una tra le cose più entusiasmanti viste in Italia in questi avari anni). Aspettiamo fiduciosi, perché Aprile è troppo esile, troppo ripiegato sulla tua vita privata per funzionare come altre tue cose, probabilmente altrettanto personali ma ben meglio risolte. Fai il musical, fai quel benedetto documentario sull’Italia, ma fallo, con nomi e cognomi… seppellisci con una risata i tronfi politicanti, gli intellettuali, gli imbonitori televisivi… non limitarti a scoppiare a ridere mentre si parla dell’evoluzione democratica di Alleanza Nazionale. Siamo d’accordo che è più fine così, piuttosto che mostrare er Pecora o il vuoto mentale in demagogico doppiopetto di Fini. Ma serve più coesione, un disegno più ampio, se no questi non sembrano pensieri ma pensierini, abbozzati sulle scarne pagine di un diario troppo vuoto. Ciò detto, esco dal cinema con una gran voglia anch’io di litigare, di mangiare nutella, ballare un mambo e vedere un altro film di Moretti, perché la mia fede ha un po’ vacillato. (Cinema Corallo; 1/4/98)

268-Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez, USA 1997

Annunciato da truffaldini flani come il nuovo film di Tarantino, ecco invece la delirante opera che Rodriguez ha tratto da una sceneggiatura del ragazzo terribile di Hollywood. Texas: due fratelli in fuga hanno seminato panico e morte e adesso si stanno dirigendo verso il confine con il Mexico a bordo del camper di un pastore religioso in crisi. La prima ora scorre come un violento pulp di Quentin: efferata violenza, personaggi stilizzati e sopra le righe, jump-cut e dialoghi brillanti. Poi la combriccola, con i figli del pastore al seguito, oltrepassa il confine e si dirige verso il Titty Twister, un locale dove i malviventi potranno prendere contatti con la mala locale. Ma le cose non vanno come dovrebbero, perché il Titty Twister si rivela un vero e proprio inferno abitato da vampiri. Avete capito bene: dal film d’azione passiamo direttamente, senza soluzione di continuità, all’horror puro. Mio padre mi ha chiesto se gli stessi facendo uno scherzo e avessi cambiato film. Rimane il fatto che le invenzioni si susseguono a ripetizione e gli attori si prestano al gioco. Vanno segnalati il fascinoso Clooney, il perfetto Tarantino (che fa lo psicopatico sessuomane), il sempre grande Keitel e la bravissima Juliette Lewis. Di contorno Selma Hayeck, nella parte di una vamp assetata di sangue umano che serve gli avventori dell’infame localaccio versandogli da bere direttamente coi/dai piedi (avete di nuovo capito benissimo). Che dire? Beh, Dal tramonto all’alba è un film che lascia abbastanza interdetti, diviso com’è in due parti completamente differenti. Intendo dire che ognuna delle due parti è di per sé godibile ma il balzo è così repentino che lo spettatore viene quasi violentato. Boh, il film non so quanto il film ci guadagni, con questo cambiamento; si trasforma in un visionario giocattolone, divertente - certo - ma talmente folle che si viene quasi respinti. Ma il film si fa vedere perché tutto si può dire fuorché sia prevedibile. E, ribadendo delle belle prove attoriali, un plauso alle scelte in colonna sonora: finalmente Stevie Ray Vaughan and Double Trouble, ZZ Top, Jimmy Vaughan e altri meno conosciuti (Tito & Tarantula, per esempio) ma non meno incandescenti musicisti che operano across the borderline. (Vhs; 7/4/98)

(Continua – 8)

Pubblicato Ottobre 3, 2009 03:17 AM | TrackBack

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