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Quarant'anni di lotta in Irlanda: uno sguardo d'assieme 2/3

dell' Irish Republican Socialist Party

IRSP-INLA.jpgLA FASE DEMOCRATICA

Lo stadio democratico della lotta durò all’incirca dal 1967 al 1972. Si compose di tre fasi distinte:
- Fase prima, quella liberale. I temi salienti della NICRA (Northern Ireland Civil Rights Association), sotto la guida del partito comunista, avrebbero dovuto coinvolgere personaggi di primo piano, influenzare la dirigenza del movimento sindacale e assicurarsi l’appoggio di parlamentari inglesi. Invece, di fronte alla quasi totale indifferenza della classe dominante unionista, la pressione dal basso aumentò e la NICRA fu costretta a passare alla fase due, quella delle proteste di strada.

- Fase seconda. La protesta popolare cambiò ogni cosa. Sotto gli occhi dei media del mondo intero la polizia locale, la RUC (Royal Ulster Constabulary), cacciò con la violenza dalle strade i protestatari, inclusi membri rispettabili della cittadinanza nazionalista. Questo indignò non solo gli studenti, ma anche buona parte della classe lavoratrice, che fino a quel momento non aveva sentito le istanze puramente democratiche come proprie. Scesero nelle strade prima a centinaia, poi a migliaia, sfogando la legittima rabbia per anni di oppressione.
La leadership della NICRA stava ora attirandosi le simpatie della classe media nazionalista, che fino ad allora si era disinteressata del conflitto politico. Saltarono sul treno e cercarono di volgere la lotta in semplici marce di protesta riformiste e pacifiste, malgrado la continua violenza della RUC e dei suoi sostenitori all’interno delle zone operaie lealiste.
Spazzare via le paure del proletariato protestante era facile per i leader unionisti, perché la classe operaia lealista aveva accesso privilegiato agli impieghi a alle case destinati ai lavoratori.
- Fase terza: la lotta di massa. La coscienza della classe operaia nazionalista raggiunse il massimo livello sotto la pressione delle incursioni nei quartieri popolari, dei gas lacrimogeni, dell’assunzione delle torture in carcere e della brutalità a quotidiani strumenti di repressione.
La gente cominciò a prendere il controllo dei propri quartieri, e a creare aree sottratte al controllo delle forze statali. All’interno di queste zone liberate la discussione politica e il confronto tra repubblicani e socialisti raggiunsero il più alto livello teorico. Tuttavia esisteva anche una competizione per il controllo di queste aree, che talvolta esplodeva in violenza tra militanti repubblicani.
Tensioni erano sorte a causa dell’incapacità dell’IRA, nel 1969, di difendere le zone libere contro la RUC e la teppaglia lealista, impegnate in un pogrom contro i nazionalisti che avrebbe portato al più ampio dislocamento di popolazioni civili dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Benché i pochi volontari che difesero i quartieri assaliti, in quell’occasione, appartenessero tutti alla Official IRA e le fossero fedeli, l’appena nata Provisional IRA seppe abilmente manipolare i fatti e proporsi come sedicente protettrice dei nazionalisti. Molti operai cattolici si unirono ai suoi ranghi, animati da spirito di vendetta contro la teppa protestante che aveva attaccato i loro quartieri.
Da qui iniziò un aspro contrasto politico e militare che condusse alla fine della lotta di massa, dopo che questa aveva raggiunto il suo apice il 30 gennaio 1972. Quel giorno, noto da allora in poi come Bloody Sunday, la “domenica di sangue”, le truppe britanniche d’occupazione massacrarono quattordici dimostranti civili a Derry (Londonderry).
L’effetto della “domenica di sangue” fu di incoraggiare il reclutamento nella Provisional IRA, che sembrava l’organizzazione più militante. Ma non bisogna dimenticare che ogni richiesta democratica dei nazionalisti dell’Irlanda del Nord aveva sempre incontrato una reazione violenta da parte dei lealisti. A centinaia ne furono uccisi a partire dal 1972, ma le forze dell’ordine, che in buona misura sponsorizzavano e armavano gli assassini lealisti, declassificarono le uccisioni a “crimini senza motivo”, negando una matrice politica.
E’ oggi largamente provato che gli inglesi appoggiarono la campagna di omicidi dei lealisti. Agenti britannici passarono alle loro squadracce liste di militanti nazionalisti. Diedero loro armi, li addestrarono a condurre una campagna di terrore contro i cattolici irlandesi, ne presero le redini. E anche oggi rifiutano di ammettere la propria complicità.
I repubblicani irlandesi non hanno bisogno di ricevere, dalla Gran Bretagna, lezioni su cosa sia il “terrorismo”. Lo hanno conosciuto sulla propria pelle.

LA LOTTA ARMATA

Alla fine del 1974 le manifestazioni di massa erano terminate, la Provisional IRA continuava la sua campagna di attentati dinamitardi, la popolazione nazionalista era bersaglio della serie di omicidi compiuti dai paramilitari lealisti, sotto la direzione e il controllo delle forze di sicurezza britanniche e della RUC. Ciò condusse i repubblicani a ritorsioni settarie, e va ammesso che fu un errore capitale compiuto da tutte le loro organizzazioni.
Il nostro movimento fu deluso dal cessate il fuoco proposto dall’Official IRA, ormai orientata al riformismo. Ciò condusse alla scissione, alla nascita dell’IRSP e, due mesi dopo, dell’Irish National Liberation Army (INLA). Eravamo entrati nella fase del confronto dominata dalla lotta armata.
Quelle che seguono sono considerazioni personali dell’autore di questo articolo, esposte il più chiaramente possibile. Compagni e amici, pur avendo avuto dubbi ed esitazioni circa alcune tattiche adottate nel corso del conflitto sia dall’IRA che dall’INLA, ho appoggiato la lotta armata. Nella prima fase delle rivendicazioni democratiche io, come molti altri, praticai la non-violenza nelle dimostrazioni ecc. Presto mi stancai di essere cacciato con la violenza dalle strade, e di vedere le forze della reazione infierire sulla classe operaia.
Tuttavia la resistenza armata ha un tempo limite, oltre il quale diventa controproducente. Nessun socialista, nessun marxista, nessuna persona che abbia a cuore le sorti dell’umanità e del pianeta su cui viviamo può permettersi di essere un pacifista. Ci sono momenti in cui solo la violenza è risposta adeguata all’ingiustizia. Vi sono altri momenti in cui occorre interrompere la resistenza armata, se rischia di ritorcersi contro chi la pratica.
Nel 1994 l’allora leader del nostro movimento, Gino Gallagher, sottolineò con chiarezza la posizione dell’IRSP, in un discorso agli studenti:
“Ecco perché, in vista del cessate il fuoco e del cosiddetto processo di pace, il movimento socialista repubblicano ha preso la consapevole decisione di non intraprendere attività che potessero mettere a rischio quel processo. Aprimmo invece molte vie di comunicazione esterne per divulgare la prospettiva socialista del nostro movimento. Lasciatemi però dire che, se non abbiamo intenzione di sabotare il processo in corso, non lo amiamo per niente. Non siamo convinti, e dubito che lo saremo mai, delle buone intenzioni del governo britannico. Dubitiamo che dopo lo sventolio di bandiere e le dimostrazioni di sciovinismo che abbiamo visto di recente, e che rivedremo in occasione della visita imminente del presidente americano Clinton a Belfast, la situazione della classe operaia, a parte l’assenza di violenza politica, sia cambiata. Disoccupazione, bassi salari, alloggi degradati, sistemi educativi ispirati a criteri di classe, polarizzazione tra ricchezza e miseria, e gente divisa dalla religione e avvelenata dai pregiudizi: queste cose rimarranno. E rimarranno, ne siamo convinti, per quanti conciliaboli terranno i rappresentanti del capitalismo irlandese e dell’imperialismo inglese. Né Major né Burton risolveranno i problemi di fondo dei popoli di queste isole.”
Due anni dopo, Gino fu assassinato da agenti britannici infiltrati nel nostro movimento (1). Ma la sua analisi di allora resta valida. Ispirandosi a essa il nostro movimento convinse l’INLA a dichiarare un cessate il fuoco nel 1998, e cerca oggi di convincere altri repubblicani che la sola via da percorrere è la via socialista.

NOTE

1) Gino Gallagher, capo di stato maggiore dell’INLA e dirigente dell’IRSP, fu ucciso a Belfast il 30 gennaio 1996, mentre era in coda per ritirare il sussidio di disoccupazione. L’assassinio fu commesso da Kevin Mc Alorum, trafficante di droga. Sei mesi dopo, l’uccisione della sorellina di Mc Alorum, di nove anni, fu attribuita a una rappresaglia dell’INLA, che negò. L’INLA rivendicò invece l’esecuzione dello stesso Mc Alorum, il 3 giugno 2004. Secondo la polizia inglese, Mc Alorum uccise Gino Gallagher dietro mandato di Hugh Toney, leader di una frazione scissionista, l’INLA–Quartier Generale, che sopravvisse pochi mesi. Toney, ritenuto un agente dei servizi segreti inglesi, fu assassinato alla fine del 1996. Tutto ciò contribuì ad ammantare di luce sinistra l’INLA e di riflesso l’IRSP, con una campagna di stampa che ancora dura, malgrado prove molto labili e una quantità di illazioni (NdR).

(2-CONTINUA)

Pubblicato Agosto 17, 2009 03:47 AM | TrackBack

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